Un progetto Gruppo Editoriale ELi e I.I.S. Laeng – Meucci di Castelfidardo
Gruppo Editoriale ELi
Un progetto Gruppo Editoriale ELi e I.I.S. Laeng – Meucci di Castelfidardo
Gruppo Editoriale ELi
Gruppo editoriale ELi e Istituto di Istruzione Superiore Laeng – Meucci di Castelfidardo Frammenti Soggetto, editing e redazione: Francesca Bugiolacchi Bozzetti dei capitoli 2, 5, 9, 10, 13: Aura Pierdicca Progetto grafico e studio iconografico, colorazione e copertina: Carla Manea Responsabile di produzione: Francesco Capitano Impaginazione: Curvilinee © 2026 La Spiga Edizioni Via Brecce, 100 – Loreto tel. 071 750 701 info@elilaspigaedizioni.it www.gruppoeli.it Stampato in Italia presso Tecnostampa - Pigini Group Printing Division - Loreto - Trevi 26.83.422.0 ISBN 978-88-468-4653-2
Le fotocopie non autorizzate sono illegali. Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione totale o parziale così come la sua trasmissione sotto qualsiasi forma o con qualunque mezzo senza previa autorizzazione scritta da parte dell’editore.
PREMESSA Tutto nasce per caso. O forse no. Nasce dall’ascolto, da quel battito lieve e costante che ci accompagna ogni giorno: quello di chi ci sta accanto. I nostri studenti. Ragazzi e ragazze con le loro fragilità, incertezze, cadute, ma anche con una straordinaria capacità di rialzarsi e sorridere al mondo. Oggi questi ragazzi prendono la parola, si raccontano, trasformano emozioni in storie e pensieri in voce, si mostrano, guidati e rappresentati da Gabriele e Anna, i protagonisti del romanzo, - i nomi forse vi suoneranno familiari! - evocando qualcosa di più profondo, di universale. Questo libro è un tessuto di racconti, uno spazio di ascolto, un invito a fermarsi, a sentire davvero. Ogni storia qui custodita nasce da un cuore che batte, che chiede di essere ascoltato. Le emozioni narrate sono quelle che si vivono nei corridoi della scuola, quelle cose dette e non dette ma che sanno farsi ascoltare, superando un confine sottile tra ciò che si vede e ciò che si intuisce. Vuol dire riconoscere negli sguardi distratti una domanda inespressa, nei silenzi una storia che chiede tempo, nelle parole frettolose un bisogno di essere accolti per dare spazio a ciò che non trova voce. Insegnare è restare, anche quando sarebbe più semplice andare via. È scegliere di credere nelle possibilità degli altri prima ancora che loro stessi riescano a farlo. È costruire ogni giorno legami, fatti di pazienza, errori, tentativi e fiducia. Perché, alla fine, ciò che resta non è la lezione perfetta, ma quei momenti imperfetti in cui qualcuno si sente visto davvero. E così, tra passi che riecheggiano nei corridoi e parole che restano sospese nell’aria, qualcosa prende forma lentamente: non si vede, ma cresce. È lì, nei frammenti di vita, che nasce davvero un legame. Grazie a chi ha creduto in questo progetto, al nostro DS, ing. Angelo Frisoli, al Gruppo Editoriale ELi, a Francesca, presenza insostituibile, e a voi ragazzi e ragazze, anima della nostra scelta di vita. Anna Debellis e Gabriele Calducci
INDICE Premessa
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Capitolo 1 Euforia
5
Capitolo 2 Anticipazione
13
Capitolo 3 Vergogna
21
Capitolo 4 Frustrazione
27
Capitolo 5 Rimorso
33
Capitolo 6 Ansia
39
Capitolo 7 Paura
45
Capitolo 8 Attrazione
53
Capitolo 9 Confusione
59
Capitolo 10 Sollievo
68
Capitolo 11 Gelosia
75
Capitolo 12 Rabbia
82
Capitolo 13 Fiducia
90
Capitolo 14 Sorpresa
100
Sul set del romanzo
108
Capitolo 1
Euforia ■ Anna La porta della mia stanza si apre di colpo e una sagoma scura attraversa velocemente la camera, scosta la tenda con energia e spalanca la finestra. La luce mi colpisce in pieno viso. Porto le mani agli occhi ancora socchiusi e li strofino. L’ombra, ormai, ha preso sembianze molto familiari. – Mamma, dai… – Anna, alzati! Ma non hai sentito la sveglia? – sbuffa. Il display del mio cellulare si illumina di nuovo: sono già le sette e un quarto. Lo afferro e, oltre a spegnere la sveglia, tolgo la modalità aereo. Subito arriva una raffica di notifiche. Ieri ho postato una foto con Giada e Jasmine. Noi tre, abbracciate, in riva al mare: un ultimo saluto all’estate. Il post è stato letteralmente virale. Bene. Si comincia la giornata con il piede giusto. O forse no... – Questa stanza è un campo di battaglia! – continua mia madre. – Appena torni a casa metti subito tutto a posto. Esce dalla mia camera con un’aria da generale sconfitto e io la seguo con lo sguardo, trattenendo un sospiro. Ok. Forse ha leggermente ragione. La mia camera non è in condizioni perfette. Diciamo che sembra il backstage dopo un concerto particolarmente movimentato. Libri e fogli sparsi sulla scrivania convivono pacificamente con collane, anelli e orecchini. Qua e là resistono eroicamente un paio di lucidalabbra e due ombretti aperti. La pila di vestiti sulla sedia, invece, non è disordine, è arte contemporanea. 5
Frammenti
Appeso accanto allo specchio, il calendario di Coez mi ricorda la data di oggi. Il 14 settembre è cerchiato con l’evidenziatore fucsia fluo (perché la sobrietà non è il mio forte, almeno così dice sempre mia sorella). Tra meno di un’ora sarò di nuovo tra i banchi del nostro liceo. La tipica energia da nuovo inizio mi attraversa la schiena come una piccola scossa. Ma quest’anno c’è un motivo in più per sentirmi così elettrica. E questo motivo ha un nome e un cognome: Andrea Giglio. Due giorni fa, esattamente alle 21:47, mentre me ne stavo comodamente sdraiata sul letto a scrollare le foto della giornata, ho ricevuto un messaggio e per poco non mi cadeva il telefono in faccia. Andrea Giglio. Che manda un messaggio. A me! Proprio lui. Il magnetico della H, quello che dal primo giorno in cui ho messo piede in quella scuola ha avuto un talento naturale nel farmi girare la testa. Non che io sia l’ultima ruota del carro, eh. Me la cavo con i ragazzi. Però mai, dico mai, avrei pensato che la storia con la Santoni (la fidanzata storica, quella bellissima a cui tutti facevano il filo) potesse finire. Certo, non è che mi abbia scritto una dichiarazione d’amore sotto forma di poema epico. Mi ha mandato un semplice: “Ciao, come va?” Ma diciamoci la verità: tutto inizia sempre da un “ciao, come va?”. No? Ovviamente non gli ho ancora risposto. Non si può sembrare disponibili al primo colpo. Un minimo di strategia. Un pizzico di mistero. E poi, lo ammetto, volevo gustarmi la notizia, assaporarla e camminare con quell’aria da protagonista di film romantico. Peccato che Giada e Jasmine mi conoscano troppo bene: sguardo perso nel vuoto, sorrisi improvvisi, momenti in cui fissavo il nulla con la faccia di chi sta immaginando il proprio matrimonio. Insomma, era palese. E dopo un interrogatorio serrato in stile poliziesco, ho dovuto confessare. 6
Capitolo 1
Un’altra notifica mi strappa dai miei pensieri: “Che ti metti per il grande giorno?” È Giada. Lei sa benissimo che oggi l’aspetto conta più del solito: Andrea deve avere occhi solo per me. “Bohhh” le rispondo, allegando almeno dieci emoticon diverse, perché la confusione va sempre condivisa. Mi alzo e comincio a tirar fuori roba dalla cabina armadio. Un capo dopo l’altro. Provo, tolgo, riprovo. Mi guardo allo specchio di profilo. E di tre quarti. E di nuovo di profilo. Con questi jeans? No. Troppo banali. Cioè, carini… ma da “primo giorno qualunque”. E se mettessi quelli nuovi? Troppo “ci ho pensato per tre ore”. Che poi è vero, ma non si deve vedere. Rovisto nel primo cassetto e lancio dietro di me le opzioni più disparate. L’armadio sembra chiedere pietà… e, onestamente, lo capisco. – Quindi? Non ho niente da mettermi, come sempre! – sbotto con le mani sui fianchi. Accenno un sorriso appena disperato, versione attrice da serie tv per adolescenti. Sono ancora in pigiama quando mi accorgo che… sono già le sette e quaranta! Neanche il tempo di pensarlo che sento mia madre gridare: – Ti aspetto in macchina! Corro in bagno, mi lavo faccia e denti in modalità record mondiale. Colazione? A scuola, ormai. Mi infilo un paio di jeans e una camicia (scelta lampo, zero ripensamenti) e per una volta non mi guardo nemmeno allo specchio. Non c’è tempo per le crisi esistenziali. Un filo di fondotinta, del blush, un tocco di mascara… basta così. O quasi. Apro la fotocamera del cellulare e mi osservo in primo piano come se stessi analizzando una scena del crimine. Con il pennello sistemo ogni minuscola imperfezione. Ok, ci siamo. Scendo le scale di corsa ed esco con lo zaino in spalla. In macchina mi devo sorbettare le lamentele di Rebecca, che è convinta che per colpa mia farà tardi al suo primo giorno di scuo7
Frammenti
la media. Nel frattempo, scorro le notifiche sul display. Rileggo il messaggio di Andrea (per la quindicesima volta, ma dettagli) ignorando le centinaia di notifiche sulla chat di classe. Si stanno già organizzando per i posti a sedere. Ogni anno la stessa storia: strategie, alleanze, tradimenti. Una specie di seconda guerra Punica versione terzo liceo. Personalmente passo. Non è ancora suonata la campanella, lasciatemi vivere nella mia bolla. Mamma accosta senza intralciare la circolazione e io scendo dall’auto con uno slancio, come se dovessi prendere la rincorsa per qualcosa di importante. La saluto con il classico gesto militare, tipo soldato al colonnello. Lei mi sorride, un po’ distratta, un po’ divertita. Attraverso il cancello e, appena metto piede nel cortile, mi ricordo il piano: disinvolta, testa alta, passo sicuro. Devo sembrare quella ragazza un filo distaccata ma misteriosamente affascinante. Mentre cammino, sento addosso qualche sguardo che mi squadra dalla testa ai piedi. Devo ammetterlo: non mi dispiace affatto. Raggiungo Giada e Jasmine sotto la tettoia accanto all’ingresso, il nostro posto fisso, ufficialmente non assegnato, ma universalmente riconosciuto come territorio di quelle “popolari”. Intanto, accanto a noi, i nuovi studenti sfilano in gruppo, spaesati. Sembrano un piccolo gregge capitato nel posto sbagliato. Si guardano intorno con aria frastornata, inermi e rassegnati al loro destino. Ogni quaranta secondi circa smetto di ascoltare le mie amiche e mi guardo intorno, come se fossi io la responsabile della sicurezza dell’istituto. Tutto sotto controllo, o quasi, perché di Andrea non c’è neanche l’ombra. Va bene, ce ne faremo una ragione, perché in fondo è solo il primo giorno e, inoltre, so esattamente dove sarà la sua classe: quest’anno la quinta H si trova al terzo piano, all’ultima porta del corridoio sulla destra. Non chiedetemi come faccia a saperlo prima ancora dell’inizio ufficiale delle lezioni. È sempre bene essere informati: diciamo che si tratta di semplice cultura generale. Du8
Capitolo 1
rante la ricreazione potrei capitare casualmente da quelle parti, concedendomi un giro esplorativo del tutto innocente. Prima di rientrare non può mancare un ultimo selfie, così ci mettiamo in posa con visi abbronzati, espressioni rilassate e zero tracce di stress, costruendo quell’illusione perfetta per cui, dopo un’estate indimenticabile, si sa che arriva sempre il contraccolpo e che la routine può trasformarsi in una tortura, in un loop infinito… a meno che tu non abbia qualcosa, o qualcuno, capace di rendere le cose più interessanti. Il momento malinconico viene spezzato dal suono della campanella. I miei compagni si precipitano verso l’aula come se non vedessero l’ora di entrare, rischiando quasi di scivolare nel caos generale, mentre io, al contrario, aspetto che la folla in modalità panico defluisca per poi avanzare con calma lungo il corridoio. Mi affaccio alla porta ed esordisco: – Raga, è qui la festa? Gabriele sbuffa divertito e mi fa cenno di sedermi dietro di lui, c’è un banco libero. Entro improvvisando un mezzo balletto ridicolo: un po’ di sano egocentrismo non ha mai fatto male a nessuno. – Come andiamo, Gabri? Sono settimane, anzi mesi che non ci vediamo. Dove eri finito? – gli chiedo con aria curiosa. – Sai com’è… mare, sole, musica sotto l’ombrellone con i soliti amici… – distoglie lo sguardo mentre sistema l’orologio al polso. – Insomma, niente di che. Tu invece? Sembri parecchio abbronzata. – Più ore al sole che di sonno, lasciamo perdere… – sorrido. – Il meglio però è stata la compagnia. Ho conosciuto il gruppo di Giada e Jasmine, siamo usciti un sacco: feste ogni weekend, giornate infinite in spiaggia, risate epiche. E ho visto spesso anche Luca... Lo cerco con lo sguardo per salutarlo. È già seduto al primo banco, fissa il muro davanti a sé. Non sembra esattamente entusiasta di essere tornato tra noi. Anzi, pare proprio in modalità “non parlatemi fino a giugno”. 9
Frammenti
Sto per commentare quando un silenzio improvviso taglia il chiacchiericcio come un interruttore abbassato di colpo. Sulla soglia appare un professore che non avevo mai visto. Giovane. Ma giovane sul serio. Quasi più vicino a noi che agli insegnanti. Gabriele e io ci scambiamo uno sguardo. Lui non smette di fissarlo e mi sussurra: – È nuovo? Sembra un tipo serio… – A quanto pare sì. Nel frattempo ci alziamo in piedi, quasi all’unisono, per educazione più che per convinzione, e lo salutiamo, mentre lui, senza dire una parola, si accomoda alla cattedra con una lentezza studiata, come se volesse costruire da subito una certa suspense. Noi lo fissiamo curiosi, ma lui sembra altrove, assorto in quello che appare un problema serissimo, e cioè decidere dove sistemare lo zaino, che prima finisce sulla sedia, poi sulla cattedra, poi di nuovo sulla sedia e infine sul pavimento. Alla fine resta lì a guardarlo, come se si aspettasse che fosse lo zaino stesso a prendere una decisione autonoma. Indossa una giacca di jeans che non si abbina per niente alla camicia e ai pantaloni eleganti. Per fortuna, dopo pochi secondi e complice il caldo, se la sfila con un gesto rapido e la lascia cadere sulla sedia, come se anche lei, finalmente, avesse trovato il suo posto. – Sedetevi, ragazzi, sedetevi. Torniamo tutti ai nostri posti, abbastanza in silenzio. C’è quella strana curiosità da primo giorno con un professore nuovo. – Mi chiamo Federico Mazzieri – dice finalmente. – Sono il vostro professore di Filosofia e Storia. Mentre parla si gratta la testa sopra l’orecchio, scompigliando ancora di più i ricci che sembravano già aver perso una guerra. Poi apre il registro. – Vediamo se riesco a imparare almeno i nomi… – mormora. Inizia l’appello. Dopo due minuti ha già sbagliato due nomi. La classe scoppia a ridere senza troppi complimenti. Lui sospira, ma sorride: – Bene. Almeno so che siete vivi. 10
Capitolo 1
Non male come inizio. È il primo anno che facciamo filosofia, quindi non ho la minima idea di cosa aspettarmi. Discorsi complicati? Persone con la barba che pensano per ore? Il prof adesso si siede sulla cattedra in modo decisamente poco elegante, con una gamba penzoloni. – Allora – dice – partiamo da una cosa semplice. Che cosa pensate che sia la filosofia? Silenzio totale. Qualcuno guarda il banco. Qualcun altro la finestra. Io fisso la penna come se potesse suggerirmi la risposta. Il prof annuisce: – Ottimo. Il silenzio è sempre un buon punto di partenza. Poi aggiunge: – La filosofia è l’attività dello spirito umano che prova a rispondere a domande come: perché siamo qui? Che senso ha la vita? Cos’è la felicità? Perché soffriamo? E soprattutto… perché continuiamo a farci tutte queste domande? Si ferma un attimo. – In pratica, la filosofia nasce quando qualcuno decide di non accontentarsi delle risposte facili. Il prof scende dalla cattedra e cammina lentamente tra i banchi. – Quest’anno parleremo di pensatori dell’età classica, idee rivoluzionarie, domande che hanno fatto discutere l’umanità per secoli… ma non voglio che resti tutto solo sui libri. Si ferma e appoggia le mani sul banco davanti a sé. – Per questo la scuola ha deciso di proporre un progetto un po’ diverso. Ora sì che l’attenzione della classe si alza. – Alcuni di voi parteciperanno alla realizzazione di un cortometraggio sulle emozioni. Un brusio attraversa l’aula. Il prof alza una mano. – Prima domanda: sapete che cos’è un cortometraggio? Qualcuno scuote la testa. 11
Frammenti
– Un cortometraggio – spiega – è semplicemente un film breve. Una storia raccontata attraverso immagini, suoni e personaggi, ma che dura pochi minuti invece di due ore. Nei festival di cinema spesso sono proprio i corti a sperimentare di più: idee nuove, storie intense, emozioni forti concentrate in poco tempo. Si guarda intorno: – Il vostro compito sarà raccontare le emozioni. Non analizzarle soltanto, ma mostrarle. Attraverso una storia, delle scene, dei personaggi che sarete voi a ideare. In fondo alla classe c’è già un vociare di sottofondo. – La scadenza per presentare il progetto al concorso è fissata per fine febbraio. Se il nostro cortometraggio verrà selezionato, sarà presentato a un festival che si terrà a fine maggio a Roma. E lì verrà decretato il vincitore. Adesso l’aula esplode davvero. Un pensiero euforico mi attraversa la testa, rapido e luminoso, e in un attimo mi vedo già lì, io dentro un cortometraggio, con la sensazione precisa che potrebbe essere il modo perfetto per farmi notare; e insieme a quell’immagine, quasi sovrapposta, si fa strada anche un’intuizione più profonda, difficile da spiegare ma ostinata, cioè che questo progetto sarà molto più di un semplice film, qualcosa che, in un modo o nell’altro, finirà per riguardarmi da vicino.
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Capitolo 2
Anticipazione ■ Gabriele – Dai, che poi ti rimane la testa deformata, scemo. Il doc mi strappa le cuffie come se fossero sue. Primo giorno. Ottimo. Se continua di questo passo, a maggio esplodo. Riccardo, soprannominato da tutti il doc perché ne sa sempre una più degli altri, è pesante. Parla di cose che conosce solo lui e, se nessuno lo segue, si offende pure. A volte ho l’impressione che non voglia parlare con qualcuno, ma solo sentire la propria voce, e questo mi manda fuori di testa, soprattutto quando sono stanco o ho altro a cui pensare. Gli riprendo le cuffie senza dire niente, me le rimetto e alzo il volume. Sono nervoso, ma non ho intenzione di fare una scenata sulla corriera. Litigare per una cosa del genere, davanti a tutti… rischierei solo di attirare l’attenzione. Ho altro su cui concentrarmi: l’annuncio del nuovo prof continua a rimbalzarmi in testa come una pallina impazzita. Un cortometraggio, un festival di fine anno a Roma, un festival vero! Mi viene quasi da sorridere, perché nella mia testa è già tutto montato, ho persino in mente un paio di pezzi che funzionerebbero perfettamente come colonna sonora e, se chiudo gli occhi, riesco a sentirli scorrere sopra le immagini come se esistessero già. E quando penso a queste cose mi dimentico perfino di Riccardo, come se per un attimo uscisse dall’inquadratura. Per fortuna lui trova un’altra vittima: si è appena liberato un posto accanto a Luca e lui ci si fionda. Il doc è uno di quelli che, se intercetta qualcuno disposto ad ascoltarlo anche solo per educazione, non lo molla più. 13
Frammenti
Io riesco perfino ad appisolarmi per dieci minuti, il che è strano per me. Ma il rientro a scuola mi ha distrutto: ore seduto, spiegazioni una dietro l’altra, la concentrazione che cala ma tu devi resistere. Dopo tre mesi di libertà è quasi uno shock fisico. Dopo mezz’ora scendiamo dalla corriera e ci incamminiamo verso casa. La musica nelle orecchie si interrompe di colpo: “Low battery.” Perfetto. Le mie cuffie sono vecchie, l’autonomia è quella che è. Però il suono è pulito, pieno. Non ne fanno più così, o almeno è quello che rispondo ogni volta che qualcuno mi dice di cambiarle. Non tutto quello che è nuovo è meglio. Mi fermo e frugo nello zaino in cerca del powerbank. Niente. Poi mi ricordo: papà me l’ha preso stamattina. “Mi serve, devo fare un sacco di chiamate.” Traduzione: arrangiati. – Sai che faccio sabato? Eccolo… Sospiro: – Non saprei, doc. Illuminami. – Mi guardo la prima amichevole della NBA alle tre di notte, poi faccio l’alba al mare e… Il resto lo perdo volontariamente, so già come finisce. Il sabato sera Riccardo dorme o gioca ai videogiochi, ma con me e Luca gli piace gonfiare la realtà. Non capisco perché, non credo ci sia nulla di male a dire “non faccio niente”, anzi. – Luca, tu che fai sabato? – Boh, le solite cose… – risponde lui, veloce. Luca non è estroverso e per questo agli occhi di molti è “lo sfigato”; però con me, e con le poche persone che conosce davvero, sa essere brillante, dice cose a cui gli altri non arrivano. Mi dà fastidio che cambi così tanto a seconda di chi ha davanti, ma non gliel’ho mai detto. Non è il mio compito dirgli come stare al mondo. Però… la cosa mi urta. Mentre camminiamo, vedo scendere da un’altra corriera un gruppo che conosco. C’è anche Giuseppe, che ha un anno più di 14
Capitolo 2
me, ma alle medie ci capitava spesso di tornare a casa insieme, perché le nostre madri si organizzavano a turni per venirci a riprendere; non siamo mai diventati amici stretti, questo no, però mi ha passato un paio di libri usati per quest’anno e mi sembra il minimo fermarmi a ringraziarlo. – Ohi, Pe. Com’è andata? – Come vuoi che sia andata… una tragedia. Parliamo qualche minuto del suo primo giorno di scuola. Nel mentre, si avvicinano Riccardo e Luca. Non salutano neanche, mi fanno solo cenno di darmi una mossa. Dagli amici di Peppe parte qualche risatina. – Ma perché giri col dottor so tutto io e con il vampiro? Risata generale. Non è una gran battuta. E poi Peppe sa bene chi sono, siamo dello stesso quartiere. – Guarda che sono simpatici. Basta conoscerli. – Se lo dici tu… Scrolla le spalle. Saluto tutti, anche quelli di cui non so nemmeno il nome, perché le convenzioni sociali funzionano così e ti costringono a rispettarle almeno quel tanto che basta per non sembrare fuori posto; poi raggiungo Luca e Riccardo, che nel frattempo si sono già allontanati, e Riccardo, come al solito, sta parlando da solo, immerso in un monologo che non ha bisogno di pubblico. Facciamo ancora un centinaio di metri insieme e poi ci salutiamo, con Luca che si limita a un cenno della testa prima di girarsi ed entrare nel suo portone, mentre il doc prende la direzione opposta alla mia. Quando arrivo davanti al cancello di casa ho un pensiero pessimo: la serratura è difettosa. Non funziona da un paio di mesi e nessuno ha ancora trovato il tempo di farla sistemare. Metto la mano nella tasca destra dei pantaloni per cercare le chiavi dell’entrata secondaria. Proprio mentre lo faccio mi torna in mente l’immagine della mia scrivania stamattina. Le chiavi sono rimaste lì. Non controllo neanche lo zaino, lo so e basta. 15
Frammenti
Quindi non mi resta che scavalcare il cancello, anche se nel farlo la mia amata T-shirt dei The Cure si impiglia negli spuntoni, e mentre provo a liberarla piano, con una cautela inutile, sento il tessuto cedere e strapparsi un po’. Pazienza. In fondo è vecchia e i miei da un anno ripetono che dovrei buttarla. Evidentemente stava aspettando proprio questo momento per arrendersi del tutto. Prima di entrare mi fermo. Da dentro casa arrivano delle voci e il cuore mi parte subito a mille. Non sarebbe una novità: i ladri sono già entrati qui e l’ultima volta ero solo in casa, ricordo ancora il momento preciso in cui è scattato l’allarme, una fotocellula in giardino, loro che scappano e io che cerco un posto dove nascondermi, senza sapere davvero dove andare. Resto qualche secondo con l’orecchio vicino alla porta e, infine, realizzo. Entro. La televisione è accesa e trasmette le previsioni del tempo. Stamattina mi sono dimenticato di spegnerla, ecco come è andata. Perfetto. Per fortuna non si è accorto nessuno, papà rientrerà solo stasera. Mi tolgo le scarpe e alzo lo sguardo. La casa è un caos: piatti da lavare accumulati nel lavandino, il tavolo ancora mezzo apparecchiato dalla colazione, magliette e pantaloni da stirare buttati sulle sedie, documenti di mio padre aperti sul tavolo del salotto. Resto fermo un attimo a guardarmi intorno, sembra quasi la casa di qualcun altro. Sospiro, come per rimettere ordine almeno ai pensieri, e prendo il telecomando per cambiare canale. Metto quello dei videoclip, più per avere un sottofondo che per ascoltare davvero qualcosa. Mentre scorro le immagini alla ricerca del video giusto, il telefono vibra e riconosco subito la suoneria dei messaggi di papà. Mi scrive che mi ha lasciato qualcosa per pranzo e indovino senza difficoltà di cosa si tratta, la solita pasta precotta in frigo. La scaldo quasi per inerzia e ne mangio qualche forchettata, finché, a metà piatto, la fame semplicemente è passata. Spengo la TV, rendendomi conto solo in quel momento che, in realtà, non ho ascoltato neanche una canzone. 16
Capitolo 2
Quando entro in camera mia, mi sento subito più tranquillo. L’aria della mia stanza è diversa dal resto della casa: sa di cartone, plastica e fili elettrici. Un odore fermo, familiare. Inspiro piano… qui posso respirare. I vinili sono ammucchiati contro il muro in pile storte, come torri che resistono per miracolo. Le copertine mi fissano: facce sbiadite, angoli consumati. Le riconosco una per una. Le ho toccate così tante volte che potrei trovarle anche al buio. Sul pavimento i cavi si intrecciano come serpenti neri. La mamma dice sempre che prima o poi qualcuno si farà male. Ci è inciampata almeno due volte. Io no. Io so dove mettere i piedi: mi muovo senza guardare, scavalco, giro attorno. È un disordine che conosco, è il mio modo di tenere insieme le cose. Accendo le casse dello stereo, anche se non ho ancora deciso cosa ascoltare. È diventato un gesto automatico. Trovo dei vestiti puliti sul letto e mi cambio. Poi sistemo le persiane fino a trovare l’angolazione giusta: abbastanza luce per vedere dove metto i piedi, ma non troppa. Accendo il computer e la prima cosa che faccio è cercare sul web qualche esempio di cortometraggi, giusto per capire come sono fatti. Trovo anche un sacco di video sulle emozioni, ma… quasi tutti mi sembrano un po’ cringe. E anche parecchio superati. Dopo un’oretta di ricerche il cervello si arrende, sono distrutto. Spengo il computer e mi lascio cadere sul letto. Con il braccio raggiungo il pulsante dello stereo: parte Don’t Cry dei Guns N’ Roses. Parlare di emozioni non è facile per niente, è un concetto troppo astratto. Non è come spiegare una formula o raccontare un fatto. Le formule tornano, le emozioni no. E poi ognuno le sente a modo suo. Mi viene in mente una scena qui a casa: mio padre che si dà da fare in cucina, che si mette a cucinare come se lo avesse sempre fatto, ma lui non ha mai cucinato. Mai. Alla mamma la cosa farebbe sorridere, a me invece… fa arrabbiare, non so perché. Stessa scena, due emozioni opposte. Allora, come fai a raccontare l’emozione “giusta”? Quale scegli? La sua o la mia? 17
Frammenti
Fisso il soffitto mentre gli accordi di Slash, il chitarrista iconico della band, entrano piano. L’emozione di questa canzone però... be’, qui è diverso. È come se qualcosa fosse stato deciso prima. Come se chi l’ha scritta avesse scelto esattamente dove voleva portarti, cosa farti sentire in quel punto preciso. Non è casuale. Adesso a me fa sentire malinconico. Non triste in modo netto… direi più nostalgico. Come se stessi pensando a qualcosa che non è ancora successa ma che so già che potrebbe succedere e che… mi mancherà. E non credo sia solo una mia impressione: il ritornello sale apposta, le parole sono lì apposta. Qualcuno ha costruito questa sensazione. Mi sollevo sui gomiti. E se il cortometraggio parlasse di questo? Non delle emozioni in generale, che sono confuse e diverse per tutti, ma di come la musica o un film riescano a guidarle. A farci sentire, per qualche minuto, dentro la stessa direzione. Questa sì che è un’idea. Forse al prof potrebbe piacere davvero… cavolo, adesso non vedo l’ora che arrivi la prima riunione per spiegarla a tutti! Un rumore che conosco bene mi strappa via da quel pensiero e mi fa scattare in piedi, così vado ad aprire la porta e Freddie entra come un proiettile, attraversa la stanza e salta sul letto con la sicurezza di chi sa esattamente dove deve stare per prendersi un po’ di coccole. Lo accarezzo per un po’ e poi lo lascio lì, acciambellato, mentre vado a sdraiarmi per terra, sul tappeto: la mamma odia quando lo faccio, ma guardare il soffitto così, dal basso, mi dà un sollievo difficile da spiegare, come se cambiasse la distanza tra me e tutto il resto. Sono ancora lì disteso, finalmente senza pensieri, quando il telefono vibra sul comodino e mi fa prendere un colpo. Mi alzo e lo afferro. È un messaggio da un numero sconosciuto: “Grazie per oggi… Luca”. Resto fermo qualche secondo, non tanto per il contenuto in sé quanto perché è la prima volta che Luca mi scrive e probabil18
Frammenti
mente lo sa anche lui, visto che si è persino firmato. E la cosa più assurda è che non ho nemmeno il suo numero salvato, per cui rimedio subito aggiungendolo in rubrica. Poi, però, rileggo il messaggio e mi accorgo di non avere la minima idea di che cosa rispondere, soprattutto perché non ricordo di aver fatto o detto niente di speciale. Il mio cervello, che in questo momento vuole solo dormire, propone la soluzione più semplice: non rispondere. Se Luca attaccasse a scrivere rischieremmo di stare qui un’altra ora. E poi… che cosa dovrei dirgli? Spengo il telefono. Però, appena chiudo gli occhi, quel messaggio mi torna in mente. Ripercorro la giornata: la corriera, il doc che parlava senza sosta, la strada verso casa, l’incontro con Peppe. Niente. Niente che mi sembri così importante. Forse per me no, ma magari per lui sì. In fondo, Luca è uno che parla poco, ma osserva molto. Ho sempre avuto l’impressione che dia più peso alle parole rispetto alla maggior parte delle persone. Con questo pensiero che mi gira in testa chiudo gli occhi e l’ultima cosa che sento è Freddie che si accoccola vicino alle mie gambe.
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