Olivier Abou-Nader, Ettore Accenti, Alessandro Beggio, Marco Betocchi, Ignazio Bonoli, Andreas Grandi, Elia Molinaro, David Mülchi, Simone Oltolina, Fabio Nicoli, Frank Pagano, Stelio Pesciallo, Martino Piccioli, Francesca Prospero Cerza, Rocco Rigozzi, Marco Robbiani, Marco Romano, Adriano A. Sala, Laetitia Thétaz, Michele Zecchin, Andrea Ziswiler
Progetto e coordinamento grafico Veronica Farruggio grafica@eidosmedia.ch
Logistica e amministrazione amministrazione@eidosmedia.ch
Chiusura redazionale: 23 febbraio 2026
MONTBLANC
Atomiche indipendenze
il nuovo anno prosegue all’insegna di colpi di scena, di nome. Sconcertanti banalità, di fatto. Applaudite come se fossero cose strabilianti. L’ordine mondiale rimane in cerca di autore, ma tale penna o continua a non esistere, o il blocco dello scrittore ha mietuto un’altra potenzialmente illustre vittima, di cui sempre più si avverte la mancanza.
La Corte Suprema ha dichiarato illegittima una parte dei dazi americani, il che non ha sorpreso nessuno, e l’averlo acclarato risulta rassicurante sullo stato di salute della democrazia a stelle e strisce, offrendo al tempo stesso qualche spunto ma, anche, aprendo una nuova fase, ancor più pericolosa. La Casa Bianca è gestita da incompetenti; l’impianto legale dei nuovi dazi sarà auspicabilmente più credibile, e dunque destinato a sopravvivere a molte generazioni di nuovi presidenti. Nel frattempo a incertezza si somma incertezza, senza intaccare l’essenza del problema.
Il dollaro rimane l’unico disfunzionale sistema a oggi disponibile, la sua egemonia è però fondata su un deficit monstre, che i dazi avrebbero voluto correggere, il quale ne mina la credibilità, e fa dubitare della longevità. Avere un forte deficit commerciale è l’unico modo per immettere nell’economia mondiale grandi quantità di dollari (origine dell’egemonia), che guarda caso sovvenzionano un altrettanto insostenibile debito federale. Sistemi più sani, fondati sull’export, sarebbero altrettanto validi? No, per scarsità di valuta disponibile.
Altra questione, nota ma volutamente ignorata, l’energia. È tutto un gran parlare di autonomia strategica, ma come può una potenza manifatturiera rendersi indipendente importando gran parte dell’energia di cui abbisogna?
Quesito di stringente attualità sia per l’Europa, sia ironia della sorte per la Cina, o anche per la Svizzera. Si potrà mai essere davvero neutrali, se facilmente ricattabili su tutto? No, per scarsità di energia disponibile.
Persone serie discuterebbero di seri problemi, e invece… Gli Stati Uniti festeggiano 250 anni di indipendenza, discutibile ma vera, con un Presidente discutibile ma che vede qualcuno di tanti problemi, altrove si spengono migliaia di candeline, e... pizza e patatine.
Stilografica Writers Edition
Homage to Johann Wolfgang von Goethe
Edizione Limitata 88
Federico Introzzi
FOR THOSE WHO KNOW
Set the stage for the extraordinary. Introducing the Vario cooling Expressive series. The difference is Gaggenau
Cover story
L’energia è il primo vincolo esterno che limita qualunque tipo di indipendenza, anche tecnologica.
Eureka
La sezione dedicata all’innovazione, alla tecnologia e al Venture Capital.
Cultura
I protagonisti del grande mondo dell’arte, della cultura e del lifestyle.
Opinionisti
Le voci degli esperti che accompagnano i lettori con costanza.
Finanza
Riflettori accesi su indipendenti, banche e asset management.
Eventi
La sezione web-only dedicata a pre e post eventi.
Economia
Tutti gli articoli dedicati all’analisi di temi economici dalle aziende alla consulenza.
Osservatorio
La rubrica di approfondimento finanziario si amplia.
Speciali
La sezione dedicata a tutti gli Speciali degli ultimi mesi.
AUDEMARS PIGUET
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BY AUDEMARS PIGUET
FLYING TOURBILLON Automatico
Con un etereo flying tourbillon a ore 6, una cassa in oro bianco 18 carati e una cassa mediana in ceramica nera, unisce raffinatezza e tecnica contemporanea. La cassa da 41 mm in oro bianco 18 carati è dotata di una cassa mediana e una corona in ceramica nera, di un doppio vetro zaffiro antiriflesso e di un fondello in vetro zaffiro antiriflesso. Il segnatempo è impermeabile fino a 20 metri. Il quadrante beige in rilievo presenta un anello interno nero, indici in oro rosa 18 carati, lancette luminescenti coordinate e una lunetta interna beige. Il cinturino in alligatore nero è dotato di una chiusura déployante a tre lame in oro bianco 18 carati. Presentata nel 2019, la collezione Code 11.59 by Audemars Piguet rende omaggio alla lunga tradizione del brand nel campo del linguaggio formale non convenzionale, offrendo infinite possibilità estetiche e tecniche.
La perfetta guida dell’internauta. Un vivace dialogo è iniziato, da un lato Ticino Management cartaceo dall’altro suo fratello minore digitale, l’obiettivo? Che siano sempre più connessi. Tra l’uscita di un’edizione e la successiva tutti gli articoli del cartaceo saranno pubblicati a cadenza regolare, insieme a contenuti studiati appositamente per essere nativamente digitali.
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Verdi ingenuità
Se ne parla sempre troppo poco: si può essere strategicamente autonomi, importando larga parte della propria energia dall’estero? L’Europa continua a essere gracile in questo ambito, come la Cina per altro, forse qualcosa andrebbe fatto. Da sinistra, Manuel Maleki, Co-responsabile ricerca di Edmond de Rothschild; Guillaume Cassaigneau, Capo della sezione Affari esteri dell’Ufen; Alberto Conca, Cio di Lfg+Zest; ed Elena Guglielmin, Cio di Ubs Wm.
Opinioni
12 Ettore Accenti. Il primo limite all’impiego dell’Ai è il consumo energetico, tutto il resto arriva dopo.
14 Fabio Nicoli . Interesse personale o societario? Il confine è sempre molto labile, ed è lì che tutto inizia.
16 Stelio Pesciallo. Delegare ad altri, autorità pubbliche, non risolve mai i problemi, meglio responsabilizzare le persone.
18 Ignazio Bonoli (in foto). Porre un tetto massimo alla popolazione residente in Svizzera che effetti avrebbe su economia e imprese? La questione non è solo teorica!
20 Andrea Ziswiler. Un registro nazionale per rafforzare la lotta al riciclaggio di denaro, ma come sta andando?
22 Martino Piccioli. Aziende di famiglia e territorio: un binomio vincente, che incassa risultati e successi.
Economia
40 Sanità. La spesa sanitaria svizzera continua a correre, quali sono le ragioni alla base del fenomeno? Nulla è frutto del caso. Si potrebbe agire...
42 Internazionale. Stringere accordi bilaterali non è mai stato così importante. La cronaca lo dimostra.
44 Analisi Le cyber minacce sono ormai all’ordine del giorno, ma come ci si sta preparando ad affrontarle?
Eureka
Osservatorio
80 Settori. Emettere debito per finanziare le Capex: ma non era tutto credito?
81 Tematici . Il BioTech è pronto a risvegliarsi, ritorna l’appetito degli investitori.
82 Tematici . I megatrend offrono interessanti spunti per posizionarsi su settori e industrie che promettono di fare grandi cose.
83 Scenari Geopolitica e investimenti. Il dibattito è molto ampio, e i mercati scontano tutto, ma lo stanno davvero facendo sino in fondo? Forse non proprio.
84 Settori (in foto, Tim Garrat). L’Ai è tutto, e bisogna investirvi. Le modalità sono però tante, alcune meno inflazionate di altre. Gestire attivamente aiuta.
86 Strategie. Un Barbell, ma azionario! Risultati, premesse, e caratteristiche: ci sono tutti. E funziona.
58 L’imprenditore. Anche parcheggiare richiede intelligenza, laddove questa mancasse qualcuno si è attrezzato per fornirla.
65 Lavoro. Ingaggiare i propri collaboratori può fare la vera differenza, sia in produttività che per turnover.
66 Sport. Fare squadra non è mai stato così strutturato, tra etica, educazione e responsabilità civile.
68 Studenti. Le relazioni con il Nepal tagliano il felice traguardo dei 70 anni. Come sono evolute?
69 Studenti. L’idillio di crypto e mercati è già finito, ribollono domande e vecchi timori.
70 Marketing. Rigetto da Ai, sempre più potente. Alle radici? Luddismo, romanticismo e sano classismo.
71 Innovazione. L’India va profilandosi nel Venture Capital legato all’Ai. Buone premesse, i risultati?
Criticità sistemiche
Transizione energetica, tecnologia e industria della difesa accrescono la pressione sulle catene di approvvigionamento minerario. Litio, nichel & Co. sono sempre più ricercati e preziosi. Cosa può essere fatto per garantirseli? Iniziare a cooperare fattivamente.
p. 36
Volare dove serve p. 60
Le compagnie aeree di linea, grandi e attive globalmente, non sempre prendono le decisioni giuste per mercato e viaggiatori. E se si cambiasse il modo di volare? A lato, Roope Kekäläinen, fondatore di Lygg.
Immanente Metafisica p. 104
Una città e quattro mostre celebrano uno dei momenti più singolari dell’arte moderna italiana nella pluralità delle sue filiazioni. Un esempio di perfetta collaborazione istituzionale. A lato, il Prof. Vicenzo Trione, curatore di Metafisica/Metafisiche
Finanza
72 Analisi. Il Luxury europeo esce da anni complessi, ma non privi di soddisfazioni. Il peggio è ormai passato, e si prospettano mesi di risalita.
76 Analisi. L’industria dei robotaxi è ormai prossima a una svolta? I segnali non sembrano mancare.
85 Bond. Si conferma l’interesse per il reddito fisso, ma a tassi reali positivi. Fattibile, ma occhio alla qualità.
Speciale Outsourcing da p. 46
L’outsourcing di processi e servizi esce da una mera logica di ottimizzazione dei costi per diventare leva di trasformazione e creazione di valore per le aziende: accesso a competenze specialistiche, continuità operativa, capacità di sviluppo e obiettivi condivisi.
Strumenti mai visti
p. 62
Lenti a sonda e endoscopi medici. Una esplorazione speciale richiede infatti mezzi speciali. 'Entrare' in uno strumento musicale non è più un obiettivo irraggiungibile. In foto, Charles Brooks, musicista e fotografo australiano.
Un motore culturale p. 100
Arte moderna e grandi Maison del Luxury non sono nuove a intrattenere rapporti molto stretti. È infatti lì che molto spesso nasce l’innovazione. Ecco il recente esempio della collaborazione fra l’artista giapponese, Tadashi Kawamata e Ruinart.
88 Settori. Stoccare energia non è mai stato così necessario, eppure le capacità continuano a scarseggiare.
89 Settori. Gli Stati tornano a investire nella transizione energetica con una certa convinzione. Passi inediti.
Cultura&Lifestyle
92 Orologi Ingegneria e ricerca estetica mettono al polso segnatempo di ceramica. Irresistibili e resistenti.
96 Design. È il dialogo tra designer e aziende a determinarne il succeso, e definire il Dna di un brand.
103 L’esperto. Oltre all’origine, anche storia e passaggi di proprietà hanno importanza per un’opera d’arte.
Una concatenazione di dieci news per decriptare l’attualità. C’è molto tech, ovviamente, e molta umanità. È imperativo rimanere aggiornati e ‘sul pezzo’, ma anche riuscire a cogliere i segnali deboli, quelli che rimangono sottotraccia in mezzo a ‘tanto rumore’. Non solo per proteggere aziende e marchi dai rischi di oggi ma anche per anticipare i trend di domani. CEO Confidential
Nessuna novità
Gli indicatori macro sono solidi anche a febbraio 2026. Il Pil degli Usa è ancora a +2,3% rispetto allo scorso anno (come il mese scorso); il Pil dell’Ue a +1,3% rispetto al 2025, con tutti i mercati in positivo (come a gennaio 2026). L’inflazione resta sotto controllo. I mercati azionari sono positivi, con un leggero calo solo in Paesi come Italia e Spagna, ma la tendenza generale è al rialzo. I tassi d’interesse (bond a 10 anni) restano alti: 4,1% negli Usa, 2,7 nell’Ue (come il mese scorso). I fondamentali di base sembrano solidi. Il sentiment generale è ancora neutro. Dovrebbe essere così. Non brindiamo, o almeno non ancora.
Intelligenza Artificiale
Mosse strategiche. Yann
LeCun, il massimo dirigente Ai di Meta, se n’è andato e ha fondato Advanced Machine Intelligence Labs, start up parigina focalizzata sui ‘modelli del mondo’ per capire, prevedere e interagire con il mondo fisico. World Labs di Fei-Fei Li (pioniera Ai) raccoglie 1 miliardo di dollari (con una valutazione stimata di 5) per sviluppare ‘intelligenza spaziale’. È sempre il mondo là fuori che vogliamo capire. Il B2B, cioè automazione, supply chain e settori industriali, sembra essere il nuovo campo di battaglia dell’Ai.
Crypto inverno Il 2026 doveva essere un anno forte per Blockchain e criptovalute. Il Clarity Act (Usa) dovrebbe essere approvato a metà anno. Eppure, quest’anno è iniziato in sordina per bitcoin e soci. Il Bitcoin ha dimezzato il suo valore e tutti i principali exchange stanno registrando cali nelle transazioni e nei valori assoluti di vendite. Gli investitori sono cauti. Il soft start coinvolge anche le stablecoin. Tether, il maggiore emittente di stablecoin (Usdt), ha posticipato il suo round di finanziamento. Sono tempi olimpici invernali anche per i crypto-bro.
Davos
Il 2026 del Wef si è svolto a Davos, come ogni anno. A differenza del 2025, i grandi politici c’erano, incluso Trump. Al di là dei soliti discorsi sull’equilibrio geopolitico e la volontà degli Usa di controllare la Groenlandia, vero protagonista dell’incontro è stata, come sempre, l’Intelligenza Artificiale. La conversazione si sta spostando verso l’Ai fisica, o, altrimenti detto, i ‘modelli del mondo’ (world models). Si prevede, o si auspica, che l’Ai comprenda il mondo reale tramite sensori e repliche digitali, intervenendo attraverso robot, droni e simili. Vivremo in un mondo smart. Non saremo soli, a quanto pare!
Aspettando Claude Anthropic, guidata da Dario
Amodei e rivale di OpenAi, ha chiuso un round di finanziamenti da 30 miliardi di usd, raggiungendo una valutazione stimata di 380. OpenAi vale più del doppio, ma la sfida è aperta. Durante il Superbowl, importante vetrina, Anthropic ha lanciato una nuova campagna globale, puntando il dito contro i piani di OpenAi di inserire pubblicità nel suo prodotto B2C principale, ChatGpt, sollevando dubbi su obiettività e imparzialità del chatbot. La vera domanda, a prescindere dal produttore, è: come guadagnare senza pubblicità? L’Ai seguirà la spirale dei social media? Forse sì.
L’oro olimpico alla Tv in diretta I Giochi Olimpici Invernali, che si sono svolti a Milano-Cortina (più su in montagna che davanti al Duomo), hanno registrato ottimi ascolti a livello globale. Negli Stati Uniti, ad esempio, Milano-Cortina 2026 ha avuto una media di 24 milioni di spettatori sulle piattaforme Nbc Universal, in crescita dell’88% rispetto a Pechino 2022. Gli utenti sui social sono nell’ordine dei miliardi.
Se pensavate che gli eventi in diretta fossero morti, ripensateci!
Smetti di guardare il tuo telefono
Anche la Germania come altri Paesi dell’Ue sta valutando di vietare ai bambini l’uso dei social media. L’Australia lo ha già vietato ai giovani e il suo esempio ha ispirato i governi dell’Ue. Meta sta affrontando un altro caso giudiziario: la signorina K.G.M. ha intentato una causa contro Meta e Google. Afferma che Instagram e YouTube creano dipendenza e l’hanno portata a lesioni personali. Di fronte ad accuse simili, TikTok e Snapchat hanno trovato un accordo stragiudiziale. Il telefono è una porta d’accesso al mondo e un potente punto di riferimento per lo sviluppo personale. Ci saranno altre normative, anche alla luce dell’avvento dell’Ai che di certo non ci lascerà in pace.
La notte del Superbowl Il Superbowl, finale della Nfl (football americano), si è tenuto a febbraio, seguito in diretta da oltre 125 milioni di persone su più piattaforme Tv. Con seguito sui social media stimato oltre i 4 miliardi, nell’immediata prossimità dell’evento. Bad Bunny, oggi il rapper più famoso al mondo, si è esibito nell’Half Time Show, cantando esclusivamente in spagnolo. Se non altro, lo show ha dimostrato che la promessa di una globalizzazione monoculturale fondata sulla cultura anglofona non si è realizzata. Era uno dei timori con l’avvento di Internet, una ventina d’anni fa.
Euro digitale
Un euro digitale, cioè una Cbdc controllata dalla Banca Centrale Europea, non è ancora stato adottato, ma sta avanzando, con un voto legislativo chiave previsto per maggio 2026, finalizzazione entro fine anno e possibile lancio nel 2029. La Bce è passata alla fase di azione vera e propria, puntando a costruire una moneta digitale sicura, gratuita e, per le operazioni di base, simile al contante, con attenzione alla privacy, utilizzabile sia on che offline, garantita dalla Bce. Potrebbe apparire come una sfida alla sovranità nazionale, ma apre sicuramente a nuovi scenari finanziari, dove il denaro circola più liberamente. Chi controlla le autorità centrali, però? È la domanda da qui al 2029.
Il mondo che mangiamo Gli Usa ci hanno regalato una nuova Piramide Alimentare. Rovesciata! Notizia da non sottovalutare. Le Linee Guida Dietetiche 2025-2030 americane capovolgono la tradizione, mettendo proteine, latticini e grassi sani alla base della dieta, mentre cereali integrali, frutta e verdura passano in secondo piano. Priorità a cibi ‘veri’ e ricchi di nutrienti, limitando zuccheri aggiunti e carboidrati raffinati. Quindi l’opposto della dieta mediterranea, dove i carboidrati sono una componente chiave dell’alimentazione. Il mondo si è davvero capovolto.
/ l’esperto di tecnologia
Il già disastro energetico
Si discute se, come e quando usarla, ma... come alimentarla?
L’Ai consuma quantità di energia inimmaginabili, che in prospettiva dovrebbero preoccupare, essendone il limite.
Crescita demografica, penetrazione d’uso e carico infrastrutturale nella competizione tecnologica globale. Ogni grande transizione tecnologica ha posto l’umanità davanti alla scelta se usare la nuova capacità senza comprenderne il limite, oppure capirne il limite e comunque procedere al proprio sviluppo accettandone le conseguenze.
Un esempio sotto gli occhi di tutti è l’uso sfrenato di energie fossili e le interminabili discussioni relativamente alle sue conseguenze sull’ambiente che però, come ben si può constatare, non riduce nemmeno lontanamente la volontà di crescere globalmente diffusa, e dunque indirettamente consumare più energia.
L’Intelligenza Artificiale anche in questo non fa eccezione e non è soltanto un progresso algoritmico come molti potrebbero essere spinti a pensare, ma è una nuova forma di trasformazione energetica dove l’elettricità viene convertita in ‘cognizione artificiale’ e chiaramente tale trasformazione non è innocua, anzi, è estremamente energivora.
La questione, quindi, non è stabilire se l’Ai crescerà, se toglierà lavoro a milioni di persone (e in che tempi), se sarà in grado di soggiogare l’intera umanità (quando), ma se la sua crescita, ormai inesorabile, richiederà nuova e non pianificata infrastruttura energetica che competerà con i già decisi processi di decarbonizzazione e sviluppo dell’elettrico globale.
Ettore Accenti, esperto di tecnologia. https://ettoreaccenti.blogspot.com
La diffusione dell’Ai introduce un nuovo livello di pressione strutturale sul sistema energetico globale. Il suo utilizzo costringerà l’umanità a difficili scelte tra decarbonizzazione, spostamento dal fossile all’elettrico e sviluppo dell’atomo. L’indubbio vantaggio di disporre di una capacità cognitiva amplificata e facilmente utilizzabile è paragonabile all’enorme diffusione dello smartphone che in poco più di un decennio ha raggiunto miliardi di abitanti sul pianeta, pur con una fondamentale differenza. Quando si usa lo smartphone o si cerca un’informazione su internet con i motori di ricerca, il modesto consumo di energia è a carico dell’utente, e del suo dispositivo. Quando si interroga l’Ai con un quesito più o meno banale, le si chiede di generare un’immagine, o... l’apparato che si mette in movimento per soddisfare la richiesta consta di decine se non centinaia di migliaia di Cpu e Gpu che a loro volta sono state utilizzate per istruire il sistema stesso partendo da immense quantità di dati. Tutto questo porta a consumi globali di energia elettrica che presto competeranno con la domanda di energia dell’intero pianeta.
Qui, per la prima volta, sta emergendo una responsabilità storica per l’umanità che non riguarda il codice, ma la capacità collettiva di produrre, distribuire e governare l’energia necessaria per amplificare
le capacità cognitive (almeno sulla carta già significative) senza compromettere l’equilibrio ambientale e soprattutto sociale. Sono del resto particolarmente noti ben tre dei pilastri dell’Ai, ossia Deep learning, Big Data e Reti Neurali, ma nell’ombra se ne cela un quarto, quello dell’energia elettrica non meno determinante, in quanto i suoi valori influenzeranno qualcosa di ancora più sottile e fondamentale: l’intero edificio energetico dell’umanità, dei prossimi anni.
Appare dunque chiaro come i molti commenti sull’impiego dell’Intelligenza Artificiale, spesso negativi, non abbiano ancora toccato la questione energetica che, col crearsi di un amplificatore delle umane capacità cognitive, analogamente a come il motore in passato ha moltiplicato la forza dei muscoli, ora solleva una questione, oltre alle altre già ampiamente dibattute, determinante anche in termini ambientali. Quale sarà il suo impatto sull’ambiente circostante? Possibile che nell’era del talebanesimo Green nessuno si sia ancora posto il dubbio?
È noto come ogni civiltà si definisca non soltanto per ciò che inventa, ma per il modo in cui gestisce i limiti delle proprie invenzioni. L’intelligenza artificiale rappresenta un passaggio inedito: per la prima volta l’umanità ha costruito un sistema capace di amplificare su scala planetaria non la forza fisica, ma la capacità cognitiva. Questo salto si basa appunto sui quattro pilastri menzionati: Big Data, Reti Neurali, Deep Learning ed Energia
Dei primi tre pilastri se ne parla molto, o peggio se ne sente chiacchierare tutti i giorni, anche se spesso senza una loro chiara comprensione. Del quarto pilastro invece se ne percepisce in misura molto moderata il rischio, ritenendolo in larga misura ‘neutrale’, almeno nel mondo delle idee, e dunque non ce ne si preoccupa, ignorandone o sottovalutandone la portata. Cosa dicono però i numeri?
Pur senza lanciarsi in complicati calcoli alchemici, impiegando decine di server e data center agli angoli del globo, sarà molto presto evidente che il vero, unico e invalicabile limite alla crescita di questa nuova intelligenza sia proprio l’energia, e non ideologie moralistiche sul dove e come potrebbe essere più giusto o utile impiegarla, a beneficio di chi.
Infatti, il limite non è nell’algoritmo, gli algoritmi migliorano, i modelli si espandono e l’hardware evolve, ma la disponi-
Consumo elettrico globale
Domanda di elettricità per ognuno dei 4 pilastri dell’Ai
Energia Data Center Tot. Ecosistema elettrico di supporto Totale Dc + reti 1 310 3
Stati Uniti 2x
Nel contesto della competizione globale sull’Ai, è possibile costruire uno scenario numerico sull’ordine di grandezza che potrebbe assumere il fenomeno nei prossimi decenni. La tabella considera la crescita della popolazione mondiale, l’aumento della quota di utenti attivi e l’intensificazione dell’uso individuale attraverso i dispositivi disponibili (smartphone, tablet, domotica e servizi connessi).
Sotto tali ipotesi, il fabbisogno elettrico mondiale dipendente dall’Ai nel 2050 potrebbe attestarsi intorno a 4.500 TWh/anno, una grandezza paragonabile al consumo elettrico complessivo annuo degli Stati Uniti nello stesso orizzonte temporale, elaborando i dati attualmente disponibili dell’Iea, e proiettandoli.
bilità energetica e la relativa sostenibilità ambientale sono vincoli molto fisici e materiali, e dunque invalicabili.
Ogni operazione computazionale è un atto termodinamico, ogni risposta a una domanda (intelligente o stupida che sia) è semplicemente energia (in quantità variabile) trasformata in informazione. La cognizione artificiale non è immateriale come sembra, è elettricità che diventa informazione e proporzionalmente alla sua crescita e diffusione nella quotidianità delle persone l’Ai richiederà inevitabilmente sempre più energia.
L’Ai rappresenta oggi una grande transizione energetica e l’umanità dovrà pagarne un alto prezzo al pari che nelle precedenti transizioni energetiche che alterano l’ambiente. L’Ai è la nuova fase della trasformazione di energia tradizionale in energia mentale e la domanda non è se crescerà, ma ce se ne sarà abbastanza di per permetterle di crescere come molti, seppur non tutti, vorrebbero.
È indispensabile partire dal presupposto, consapevole, che ogni quesito posto genera una risposta estremamente energivora per il provider, che per servire miliardi di utenze è costretto a creare
enormi data center con hardware sempre più complesso, sia per la parte dedicata all’istruzione del sistema (deep learning) sia per la gestione delle immense banche dati (Big Data).
Attualmente gli investimenti previsti dalle principali aziende di Ai (o comunque quelle note al grande pubblico, e che affollano le cronache) ammontano a centinaia di miliardi di dollari e si prevede che, oltre a queste, ben presto ne nasceranno di nuove in Europa, in Cina e in tutti gli altri Paesi che desiderino una propria indipendenza in questo mercato.
È facile ipotizzare uno scenario futuro in cui, oltre ad aumentare i fornitori, l’utilizzo diventi universale come è accaduto con gli smartphone e, contemporaneamente, cresca la domanda di ciascun utente. Con alcuni calcoli, tutto sommato elementari, si giunge a una richiesta di energia elettrica globale per il 2050 dell’ordine di 4.500 TWh/anno, pari al consumo elettrico totale degli Stati Uniti previsto per quello stesso anno.
Una vera competizione tra auto elettriche, riscaldamento, decarbonizzazione e Intelligenza Artificiale, di cui non si era voluto o pensato tener conto.
Fonte: Iea, elaborazione propria
Due cappelli inconciliabili
Per prevenire potenziali sovrapposizioni tra interesse personale e societario all’interno dei CdA, il diritto svizzero punta su dovere di fedeltà e una buona Governance.
Le grandi crisi societarie finite sulle prime pagine, come il tracollo di Credit Suisse, hanno mostrato quanto sottile possa essere il confine tra interesse personale e interesse societario e il rischio che una loro sovrapposizione possa diventare sistemica. Non sempre si tratta di illeciti penali o scandali clamorosi. Spesso il problema nasce molto prima: quando chi deve decidere per la società indossa, anche solo per un momento, un secondo cappello e si configurano operazioni concluse con soggetti economicamente vicini a membri del CdA. Il punto centrale non è tanto l’esistenza del rapporto economico in sé - che può essere perfettamente lecito - quanto l’adeguatezza della procedura decisionale, la trasparenza verso il Consiglio e verso il mercato e l’equità delle condizioni contrattuali.
È in queste circostanze che il diritto societario svizzero impone trasparenza, astensione e responsabilità. Il punto di partenza è l’art. 717 CO, che impone ai membri del CdA di esercitare il loro mandato con la diligenza richiesta e di salvaguardare in buona fede gli interessi della società. Il conflitto d’interesse non coincide con una violazione già consumata, bensì con una situazione di rischio potenziale: esso sussiste quando interessi personali dell’amministratore - o di persone a lui vicine - possono compromettere l’adempimento imparziale dei suoi doveri. L’approccio è oggettivo: non è decisiva la percezione dell’interessato, bensì la potenziale incidenza sull’interesse sociale. Secondo la recente riforma del diritto della SA l’amministratore in conflitto deve informare senza indugio il CdA. La norma rafforza la trasparenza interna e consente al Consiglio di adottare tem-
pestivamente i provvedimenti adeguati. L’obbligo riguarda anche conflitti potenziali, non solo attuali, e si inserisce in un sistema di gestione preventiva del rischio. Sul piano comportamentale, la conseguenza tipica è l’obbligo di astensione: l’amministratore interessato non deve partecipare alla deliberazione né alla votazione sull’oggetto in conflitto. A seconda della gravità del caso, il Consiglio può inoltre ricorrere a perizie indipendenti, costituire comitati ad hoc o, in situazioni estreme, sollecitare le dimissioni dell’interessato.
Un esempio emblematico di conflitto d’interessi finito agli onori della cronaca internazionale è quello che ha coinvolto Uber nel 2016-2017. Il suo fondatore e Ceo aveva effettuato investimenti personali in società operanti in mercati collegati o potenzialmente concorrenti, oltre a partecipare a decisioni strategiche che potevano incidere sui propri interessi economici. Pur in un contesto di diritto statunitense, il caso è paradigmatico: la sovrapposizione tra interesse personale e societario ha sollevato interrogativi sulla governance, sull’indipendenza del Board e sulla necessità di meccanismi strutturati di gestione dei conflitti. In un’ottica svizzera, una situazione analoga imporrebbe l’attivazione immediata degli obblighi di informazione e l’adozione di misure di astensione e controllo rafforzato.
Particolarmente interessante è il divieto di concorrenza dell’organo. Esso non è disciplinato in modo esplicito nella legge per gli amministratori, ma è ampiamente riconosciuto in dottrina e giurisprudenza, in quanto derivante dal dovere di fedeltà dell’art. 717 CO. All’amministratore è vietato svolgere attività in concorrenza con la società, salvo autorizzazione. La
Fabio Nicoli, avvocato e notaio, partner studio legale Barchi Nicoli Trisconi Gianini, Lugano.
portata del divieto dipende dall’oggetto sociale e dalla concreta attività della società. Decisivi sono la trasparenza, il consenso dell’organo competente e l’assenza di pregiudizio per la società.
Collegata al divieto di concorrenza è la dottrina delle opportunità d’affari (Geschäftschancenlehre), secondo cui l’amministratore non può appropriarsi di opportunità economiche che rientrano nel campo di attività della società e che questa potrebbe ragionevolmente sfruttare. La violazione comporta, oltre alla responsabilità risarcitoria, l’obbligo di restituzione dell’utile indebitamente conseguito. Si tratta di uno strumento particolarmente incisivo per impedire di trarre vantaggio personale da informazioni o occasioni apprese nell’esercizio del mandato.
Sul piano sanzionatorio, la violazione degli obblighi in materia di conflitti d’interesse può condurre alla responsabilità civile, alla nullità o annullabilità delle deliberazioni adottate e alla revoca del mandato. Centrale resta la prova del danno e del nesso causale, ma la mancata gestione del conflitto può già incidere sulla valutazione della diligenza dell’organo. Ne emerge un sistema che combina prevenzione, trasparenza e responsabilità. La gestione corretta dei conflitti non è un adempimento formale, bensì un elemento strutturale della buona governance societaria. La disciplina svizzera, pur fondata su principi generali, offre strumenti flessibili ma esigenti, che richiedono ai CdA una cultura del conflitto consapevole e organizzativamente strutturata.
Il senso della responsabilità
Non è delegando alle regolamentazioni statali la propria sicurezza che sia possibile evitare tutti i rischi. Al contrario, si compromette così il senso della responsabilità individuale.
La vicenda del rogo di Crans-Montana ha sollevato e continua a sollevare molto scalpore ed è attualmente al vaglio della magistratura per determinare le responsabilità dal punto di vista penale e civile.
Al di là degli aspetti di eventuali responsabilità a carico dei gestori del locale e delle autorità, quello che nei commenti dei mass media e della gente comune non è stato oggetto di valutazione è che quanto accaduto in Vallese va ricondotto a un fenomeno globale insito nella società del divertimento fine a sé stesso, del protagonismo e del narcisismo alimentato da incentivi che portano a un indebolimento presso giovani e adulti della responsabilità personale. Le mancanze manifestatesi nella gestione dei vigili del fuoco sono il riflesso di un intrico di interessi tra politica locale e turismo di massa con la prospettiva del facile guadagno per tutti, che porta ad applicare in modo flessibile le norme legali e a relativizzare le regole.
Limitarsi a un’analisi politico-giuridica evita di approfondire le cause profonde di un fallimento culturale. Questo aspetto è stato ben evidenziato in un contributo di Rahim Taghizadegan, economista e pubblicista, apparso sulla Weltwoche di alcune settimane fa e ripreso con un’accentuazione dell’aspetto economico-istituzionale da Olivier Kessler, direttore del Liberales Institut di Zurigo.
La maggior parte degli adulti non dovrebbe aver bisogno di alcuna prescrizione per sapere che in spazi chiusi non devono venire accesi corpi illuminanti, e a maggior ragione in uno scantinato pieno di giovani che consumano alcolici. Questo deficit di capacità cognitiva è culturale e non può essere sostituito nemmeno dalle regolamentazioni più stringenti.
I giovani non possono esserne colpevolizzati in quanto il tutto trova la sua origine in una società e un’economia distorte che privilegiano lo spettacolo invece della capacità critica. Addossare l’intera colpa a chi propone questi spettacoli può essere intellettualmente comodo. Essi differentemente dai burocrati offrono liberamente lo spettacolo richiesto dai loro clienti e vengono danneggiati economicamente se non forniscono quanto loro richiesto.
Una parte del problema è insita nella distorsione dei prezzi causata dalla svalutazione monetaria con conseguente pressione esercitata sull’imprenditore. In
«È un grande fraintendimento credere che i rischi possano essere ridotti o del tutto eliminati con una regolamentazione statale»
questo contesto l’esercizio della prudenza porta a uno svantaggio concorrenziale mentre viene avvantaggiato chi fa a meno della qualità, della sicurezza e della capacità di discernimento.
La distorsione non risiede solo nei prezzi ma anche nella percezione. Se pratiche oggettivamente pericolose permettono di quintuplicare i guadagni, sono gli incentivi a far difetto e il semplice divieto non permetterebbe di evitare che vengano attuate. A fronte di ciò politici e burocrati che hanno cullato i genitori in una falsa sicurezza finiscono per non venire confrontati alle loro responsabilità. Il gestore di bar che non intrattiene la sua clientela perde la sua ragion d’essere. Politici per contro che invece di garantire sicurezza aumentano l’insicurezza
Stelio Pesciallo, avvocato e notaio presso lo Studio 1896, Lugano.
possono spesso godere del contrario: più potere, più mezzi e più legittimazione in quanto i problemi da loro causati portano a giustificare l’introduzione di sempre più interventi normativi.
I genitori in questo contesto non possono confidare che i loro figli, per la maggior parte socializzati in istituzioni educative statali, siano mentalmente e fisicamente pronti ad affrontare le sfide che si aprono davanti a loro. Divenire adulti dovrebbe portare a essere realisti, a percepire contestualmente la realtà e a resistere alla tentazione di fare quello che tutti fanno; in altre parole la libertà non viene garantita dalla protezione da tutti i rischi ma dalla disciplina della responsabilità.
Dobbiamo rifuggire dall’idea che possa sussistere una società priva di rischi. Credere negli effetti positivi della regolamentazione statale ha portato all’assurdo di delegare ciecamente la propria responsabilità alle autorità in tutte le situazioni della vita. Di modo che tutto ciò che non viene regolato nei minimi dettagli dalle leggi viene ritenuto di principio sicuro. Ed è un grande fraintendimento ritenere che i rischi possano essere ridotti o del tutto eliminati con una regolamentazione statale. Al contrario il presunto assorbimento dei rischi da parte dello Stato distrugge il senso di responsabilità e aumenta in tal modo i pericoli per l’individuo.
L’insegnamento che possiamo ricavare dalla tragedia di Crans-Montana è che dobbiamo allontanarci dalla falsa convinzione che lo Stato possa rendere più sicura la nostra vita.
10 milioni... bastano?
In votazione a giugno, in vista dei Bilaterali, sarà presente un’idea controversa, e difficile da applicare, che vorrebbe porre un tetto massimo alla popolazione residente, ma...
Agiugno Popolo e cantoni saranno nuovamente chiamati a decidere su un argomento di vitale importanza, tanto per i sostenitori, quanto per i contrari. È l’iniziativa popolare, promossa dall’Udc, detta “No a una Svizzera da 10 milioni di abitanti” o anche “Iniziativa per la sostenibilità”. In sostanza? Pre-2050 la popolazione residente permanente svizzera non potrà superare i 10 milioni di abitanti.
Per applicare correttamente questo principio l’iniziativa propone anche che Confederazione e cantoni possano prendere provvedimenti per uno sviluppo sostenibile della popolazione, proteggendo l’ambiente, le infrastrutture, l’assistenza sanitaria e le assicurazioni.
In attesa del 2050, la Confederazione può prendere provvedimenti in materia di asilo. Si precisa però che queste nuove leggi devono rispettare gli accordi internazionali, che vanno applicate con le eventuali riserve, o rinegoziati per impedire il superamento del limite dei 10 milioni. Dunque sia il patto Onu sulla migrazione, sia l’accordo con l’Ue sulla libera circolazione delle persone devono essere denunciati il più presto possibile.
Inoltre gli iniziativisti non vogliono perdere tempo e dicono che se l’iniziativa verrà accettata, il Consiglio federale emani le disposizioni d’esecuzione entro un anno, in attesa che l’Assemblea federale adotti le leggi relative. Sembrerebbe un invito a procedere con metodi trumpiani contro l’immigrazione, ma non è così.
Il Popolo gode infatti dei diritti di iniziativa e referendum per favorire o impedire disposizioni emanate dalle autorità politiche a ogni livello.
Tecnicamente l’iniziativa tende a mantenere entro certi limiti il numero
di abitanti in Svizzera. Praticamente, e politicamente, dato che anche la Svizzera ha un tasso di natalità che non permette il rinnovo generazionale, chiede però un freno all’immigrazione. Storicamente, comunque, è da tempo passata da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione.
L’Udc riprende il tema in una situazione molto cambiata rispetto al passato. I principali immigrati non sono più italiani, spagnoli e portoghesi... Molti di questi si sono integrati e parecchi ricoprono anche posizioni di prim’ordine in vari settori. Nuove forze lavorative, oggigiorno
«È evidente che il voto di giugno sull’iniziativa condizionerà ampiamente quello che seguirà sugli accordi con l’Ue e perfino la partecipazione a Schengen Dublino, e potrebbe provocare un aumento dell’immigrazione clandestina, rendendo più difficile la lotta contro la criminalità»
sempre più qualificate e specializzate, sono indispensabili allo sviluppo economico, motivo per cui l’iniziativa viene osteggiata da Governo, Camere federali, e soprattutto dagli ambienti economici. Nel frattempo il Governo propone alcune misure mirate: sfruttare meglio la manodopera residente, promuovere la costruzione di alloggi, ridurre le domande di asilo, contenere gli acquisti di immobili da parte di stranieri. Vi è però anche un aspetto politico importante. Il voto precede di poco quello sul rinnovo dei rapporti
Ignazio Bonoli, economista.
bilaterali con l’Europa, nei quali la libera circolazione ha un aspetto primario.
Molti politici sostengono che anche questo argomento dovrebbe soggiacere alla doppia maggioranza di Popolo e cantoni. Particolare che non è previsto per i trattati internazionali. Vi è però un precedente rilevante: il voto sullo Spazio economico europeo, che venne respinto mettendo nei pasticci il Consiglio federale, che dapprima formalizzò una domanda di adesione e poi vi rinunciò, avviando la discussione sui bilaterali. Oggi si tratterebbe quindi di prolungare tali accordi.
Il progetto in consultazione contiene però due aspetti poco conciliabili con la libertà e la neutralità elvetiche: la Svizzera si impegna ad adottare progressivamente il diritto europeo ed eventuali divergenze verrebbero risolte dalla Corte di giustizia europea. Quanto basta per sottoporre il trattato al doppio voto, benché la Costituzione non lo preveda. Si teme infatti una consistente maggioranza contraria.
Il testo dell’iniziativa è chiaro: da un lato dice che se, prima del 2050, la popolazione supera i 9,5 milioni di abitanti, devono essere prese misure restrittive di vario tipo. Inoltre, se venisse superato il limite di 10 milioni si dovranno rivedere gli accordi che favoriscono la crescita della popolazione, oppure prevedere clausole d’eccezione o salvaguardia.
È evidente che il voto di giugno sull’iniziativa condizionerà ampiamente quello che seguirà sugli accordi con l’Ue e perfino la partecipazione a Schengen Dublino, e potrebbe provocare un aumento dell’immigrazione clandestina, rendendo più difficile la lotta contro la criminalità.
CLAUDE MONET, THE PALAZZO DUCALE, SEEN FROM SAN GIORGIO MAGGIORE, 1908
Un registro per la trasparenza
Nell’ambito della recente riforma del sistema di lotta al riciclaggio di denaro, il Parlamento federale ha adottato la Legge sulla trasparenza delle persone giuridiche, che introduce un registro centrale degli aventi economicamente diritto.
Il 26 settembre 2025 è stata adottata la nuova Legge federale sulla trasparenza delle persone giuridiche e sull’identificazione degli aventi economicamente diritto, che definisce requisiti di trasparenza applicabili a determinate persone giuridiche di diritto svizzero ed estero nonché in parte ai trust. Tale legge si inserisce nel contesto di riforma del sistema svizzero di riciclaggio di denaro e prevede un allineamento con gli ultimi sviluppi internazionali in merito. La nuova legislazione introduce un registro federale centralizzato per la raccolta di informazioni riguardanti gli aventi economicamente diritto delle persone giuridiche che rientrano nel campo di applicazione della legge. Il registro, che sarà tenuto in forma elettronica, verrà implementato e amministrato dall’Ufficio federale di giustizia (Ufg). Il regime di trasparenza previsto da tale legge, che dovrebbe entrare in vigore nella seconda metà del 2026, andrà ad abrogare le attuali norme previste dal Codice delle obbligazioni in merito all’identificazione dell’avente economicamente diritto.
Saranno assoggettate:
a) le società di diritto svizzero, quali società anonime, società a garanzia limitata, società in accomandita per azioni, società cooperative, società di investimento a capitale variabile, società di investimento a capitale fisso, società in accomandita per investimenti collettivi di capitale;
b) le persone giuridiche di diritto estero che detengono una succursale in Svizzera, hanno l’amministrazione effettiva in Svizzera oppure che sono proprietarie di fondi in Svizzera o che acquistano un fondo in Svizzera ai sensi della Lex Koller;
c) i trustee con domicilio o sede in Svizzera oppure che amministrano trust
in Svizzera e che non sono soggetti alla Legge federale sul riciclaggio di denaro, limitatamente però ad obblighi di identificazione del beneficiario economico e di conservazione delle informazioni, senza invece obblighi di notifica all’Ufg. È prevista invece un’esenzione per alcune entità, tra cui società quotate (svizzere ed estere), istituti di previdenza professionale e persone giuridiche i cui diritti di partecipazione sono detenuti (direttamente o indirettamente) da enti pubblici nella misura di almeno il 75%.
Le entità soggette alla normativa dovranno identificare, verificare, documentare e conservare le informazioni riguardanti gli aventi economicamente diritto; anche gli azionisti e gli aventi economicamente diritto stessi hanno degli obblighi di cooperazione in materia.
La legge continuerà a prevedere, come già attualmente, che l’avente economicamente diritto di una società è ogni persona fisica che, in definitiva, la controlla, partecipandovi direttamente o indirettamente, da sola o insieme a terzi, con almeno il 25% del capitale o dei voti, oppure che la controlla in altro modo. Qualora non vi sia nessuna persona fisica che adempia tali criteri, verrà considerato avente economicamente diritto il membro superiore dell’organo direttivo della società.
La nuova normativa prevede obblighi di annuncio dell’avente economicamente diritto sia per i titolari delle quote sociali delle società e trustee soggetti alla legislazione che per gli aventi economicamente diritto medesimi. Entrambi dovranno annunciare alla società rispettivamente al suo azionista le informazioni richieste entro un mese dal giorno in cui ha inizio il controllo. Ogni modifica deve altresì essere comunicata alla società entro un
Andrea Ziswiler, avvocato, LL.M., partner dello Studio Bär & Karrer (Lugano), autore di questo contributo insieme all’Avv. Rocco Rigozzi, LL.M., notaio, partner dello Studio Bär & Karrer (Zurigo e Lugano).
mese (per quanto concerne il titolare delle quote sociali, entro un mese dal momento in cui ne è venuto a conoscenza).
Per società di nuova costituzione, l’annuncio al registro per la trasparenza dovrà altresì avvenire entro un mese dall’iscrizione della società nel registro di commercio, mentre sono previste delle norme transitorie per società già esistenti al momento dell’entrata in vigore del registro per la trasparenza.
Il registro per la trasparenza non sarà pubblicamente accessibile, nemmeno in caso di interesse legittimo da parte di terzi. Sarà invece direttamente consultabile da determinate autorità svizzere, ad esempio, le autorità di perseguimento penale e le autorità fiscali responsabili di assistenza amministrativa internazionale, nonché agli intermediari finanziari soggetti alla Legge sul riciclaggio di denaro e relativi consulenti nella misura in cui sia necessario all’adempimento dei loro obblighi di diligenza.
Un’unità specifica del Dipartimento federale delle finanze sarà l’autorità di controllo ed enforcement amministrativo per il registro per la trasparenza. Nei casi più gravi, essa potrà perfino pronunciare lo scioglimento e la liquidazione dell’entità giuridica coinvolta. Inoltre, dal profilo penale, la violazione intenzionale degli obblighi di annuncio o di collaborazione sarà punibile con una multa sino a 500mila franchi.
Muoviti per te. E aiuti loro.
Benessere personale e responsabilità sociale. Con la campagna globale di Technogym, ogni allenamento diventa un gesto concreto di solidarietà a favore di bambini bisognosi, in collaborazione con il World Food Programme delle Nazioni Unite.
Prende il via la nuova edizione di ‘Let’s Move & Donate Food’, la social challenge globale promossa da Technogym nell’ambito del progetto ‘Let’s Move for a Better World’. Un’iniziativa che unisce benessere personale e responsabilità sociale, invitando persone di tutto il mondo a migliorare la propria salute contribuendo, allo stesso tempo, a una causa di portata internazionale.
Da oltre quarant’anni Technogym promuove l’esercizio fisico come strumento fondamentale di prevenzione e di salute a lungo termine. In un’epoca segnata da stili di vita sempre più sedentari – e in un contesto globale in cui il numero di persone in sovrappeso è più che doppio rispetto a quello delle persone denutrite – la campagna si fonda su un messaggio semplice e potente: trasformare le calorie in eccesso da bruciare in calorie ‘buone’ da destinare ai bambini in difficoltà.
Dal 10 al 27 marzo 2026, partecipare è semplice: basta allenarsi e monitorare i propri MOVEs, l’unità di misura del
movimento sviluppata da Technogym. Per ogni 2.000 MOVEs raccolti complessivamente dai partecipanti, l’azienda donerà l’equivalente di un pasto scolastico a un bambino in stato di necessità, grazie alla partnership con il World Food Programme.
Nelle precedenti edizioni, l’iniziativa ha coinvolto oltre 2mila fitness club (anche in Ticino) e più di 100mila partecipanti in tutto il mondo, con l’obiettivo per il 2026 di raggiungere 1 milione di pasti scolastici donati, interamente finanziati da Technogym. Un impegno concreto che riflette la volontà dell’azienda di contribuire alla costruzione di una società più sana, inclusiva e sostenibile.
La campagna si avvale dell’ecosistema digitale connesso Technogym, che permette agli utenti di palestre, hotel, centri wellness aziendali e università di monitorare i propri allenamenti, accumulare MOVEs e condividere i risultati con la community globale. Più ci si muove, maggiore è l’impatto generato. Insieme, ogni movimento conta.
10 - 27 MARZO 2026
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Partecipare è semplice
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3. Accetta Termini e Condizioni
4. Ricevi il toolkit marketing per promuovere l’iniziativa nella tua struttura.
#LetsMoveforaBetterWorld
Scelte affettive ed economiche
Con la loro densità, il legame con il territorio e la capacità di affrontare le sfide globali coniugando i propri valori all’innovazione, le aziende di famiglia svolgono un ruolo cruciale nello sviluppo economico, sociale e culturale del Canton Ticino.
La rilevanza delle aziende di famiglia trascende i confini economici, influenzando anche il tessuto sociale e culturale delle comunità in cui operano. La presenza di un nucleo familiare nel controllo dell’impresa porta infatti a ragionare non solo in termini di profitto immediato. Da sempre quota preponderante fra le Pmi della Svizzera italiana, queste aziende costituiscono un patrimonio unico: radicate nel territorio, orientate alla continuità intergenerazionale e con una propensione a reinvestire localmente sia a livello aziendale che privato, contribuiscono in modo decisivo al benessere del Canton Ticino, visto non solo come luogo in cui fare business, ma prima di tutto come territorio in cui vivere e crescere i propri figli, e spesso il luogo d’origine della propria famiglia. Nel 2024 le oltre 8.400 imprese familiari attive hanno generato ricavi complessivi per circa 19 miliardi di franchi, impiegando direttamente più di 83mila persone (circa 1/3 dei posti di lavoro del cantone). Il 90% sono aziende fondate in Ticino e si collocano prevalentemente nella seconda (60%) e terza generazione (20%). Un dato che dimostra come la condivisione della proprietà con più persone all’interno di una famiglia non solo sia possibile, ma attraverso una sana governance possa addirittura favorire la continuità aziendale a lungo termine. Tradizione che si abbina a una forte propensione a innovare e ad adattarsi ai cambiamenti del mercato: quasi l’80% delle imprese familiari ha introdotto nuovi prodotti o servizi negli ultimi anni - più rari i casi di creazione di nuovi brevetti e marchi (25%), ma comunque presenti. Questa capacità di trasformazione costituisce uno degli elementi chiave nella capacità
di affrontare con successo la concorrenza globale. Infatti, oltre metà delle aziende di famiglia ticinesi opera sui mercati esteri attraverso attività di export, mantenendo al contempo un forte legame con il territorio. In questo modo, contribuiscono ad importare ricchezza e sviluppo economico a livello locale.
Accanto ai punti di forza, non mancano alcune criticità. In particolare, due temi emergono con forza: la governance e la successione. La governance ancora oggi è concentrata all’interno del nucleo familiare, con strutture decisionali poco formalizzate. Se da un lato questa configurazione può garantire rapidità e coesione, dall’altro può rappresentare un limite in termini di apertura verso competenze esterne, professionalizzazione e capacità di affrontare fasi di trasformazione complessa.
Ancor più delicata è la questione del passaggio generazionale. Il 40% delle imprese non ha ancora definito un piano di successione. In diversi casi manca un successore individuato o una strategia chiara per la continuità. Si tratta di un dato cruciale, perché la successione rappresenta uno degli snodi principali per garantire la
Martino Piccioli, Presidente dell’Associazione delle Imprese Familiari (AIF) Ticino.
sopravvivenza e lo sviluppo dell’impresa nel lungo periodo. Il passaggio generazionale non è mai un semplice trasferimento di quote o di ruoli, ma implica dinamiche familiari, emotive, patrimoniali e strategiche. Richiede competenza e preparazione, strumenti adeguati e spesso anche un accompagnamento esterno. Al contempo, determinanti sono anche le condizioni quadro in cui si opera: fiscalità, burocrazia, accesso al credito, mercato del lavoro, formazione e contesto normativo sono elementi che possono facilitare o ostacolare la continuità e la crescita. In un contesto globale caratterizzato da rapide trasformazioni, digitalizzazione e incertezza geopolitica, il ruolo delle imprese di famiglia come attori resilienti e responsabili diventa ancor più strategico. Sostenerle significa rafforzare un’economia radicata e orientata al lungo periodo, capace di generare posti di lavoro stabili e valore diffuso reinvestendo localmente, e mantenere in Ticino il potere decisionale.
Una mappatura del family business in Ticino
A fotografare struttura, numeri e trasformazioni delle imprese di famiglia del Cantone contribuisce il volume Le aziende familiari nel Canton Ticino. Modelli di business, governance e sfide strategiche (Fontana Edizioni e Armando Dadò Editore, 2025), curato da Carmine Garzia e Mattia Bedolla della Supsi. La pubblicazione, che raccoglie i risultati aggiornati dell’Osservatorio sulle imprese familiari Aif-Supsi (attivo dal 2021), assume un significato simbolico, collocandosi nel decimo anniversario di Aif Ticino, fondata nel 2016 dalla forte volontà del compianto Prof. Gianluca Colombo e dell’imprenditore Flavio Audemars insieme a un gruppo di imprenditori per dare voce a un modello d’impresa caratterizzato da dinamiche peculiari, in cui dimensione familiare e aziendale si intrecciano.
Empower Europe
Le significative tensioni degli ultimi anni hanno contribuito al risveglio di un gigante addormentato: l’Europa. La trasformazione è iniziata, le opportunità tutte da cogliere.
L’Europa è a un bivio. La disgregazione degli equilibri geopolitici ha esposto le fragilità europee.
Ciò che negli ultimi 60 anni è stata fonte di stabilità ora si rivela causa di rischi e incertezza. Acquisire una propria autonomia strategica è ormai un’impellente necessità, raggiungibile come delineato dal rapporto Draghi nel 2024. Non si tratta di un semplice obiettivo politico, ma presenta anche una road map chiara per l’allocazione dei capitali necessari.
Ispirata dalle parole del già Presidente della Bce, a gennaio si è mossa la Commissione Europea, presentando il ‘competitive compass’, un piano per accelerare l’economia e la crescita europea. Mentre i mercati globali si arrabattano, i capitali europei hanno già iniziato a muoversi, il che schiude nuove opportunità d’investimento.
La risposta europea
Sono oltre 1.000 i miliardi di euro pubblici che ha mobilitato questo nuovo ambizioso programma, cui andranno ad aggiungersi flussi di capitali privati. Oltre a slancio per il continente, si sta dunque aprendo un’interessante finestra per gli investitori in tre aree:
• Energia Si vuole velocizzare lo sviluppo di infrastrutture energetiche, rafforzando la stabilità dell’approvvigionamento. I 300 miliardi del RePowerEu prevedono di modernizzare la rete elettrica, aumentare il recupero di materiali come il rame e assicurare l’accesso a materie prime strategiche;
• Industria Si sta ricostruendo il tessuto manifatturiero, intensificandone il controllo operativo, migliorandone la resilienza e garantendo l’accesso alla tecnologia. L’Eu Chips Act, da 43 miliardi, vuole infatti stimolare l’autonomia industriale in settori critici, come quello dei semiconduttori;
• Difesa Accanto alla Nato, il piano ReArm Europe/Readiness 2030 mette sul tavolo 800 miliardi per migliorare le capacità di Difesa del Vecchio Continente, attraverso investimenti in tecnologie ‘dual-use’, cybersecurity ed equipaggiamento militare.
Approccio multi-tematico
A trasformazione già iniziata, la finestra temporale per cogliere tale opportunità e decidere è ristretta. In tale ambito Nordea AM ha lanciato una strategia dedicata e gestita attivamente che si concentra su tre temi fondamentali:
• Resilienza energetica Investe in aziende chiave negli equilibri futuri del sistema energetico europeo. Un esempio è Prysmian, azienda italiana leader globale nell’ammodernamento delle reti elettriche europee.
• Reshoring Ricostituire capacità manifatturiera necessita automazione, robotica e controllo operativo. Danieli è leader nella fornitura alle acciaierie europee di impianti completi e tecnologicamente all’avanguardia.
• Difesa e Cybersecurity L’attenzione è rivolta a competenze e soluzioni avanzate come cyber intelligence e sistemi autonomi di difesa. Theon è una realtà greca a media capitalizzazione che sviluppa visori notturni e termici. L’approccio multi-tematico consente all’investitore di avere pieno accesso al cambiamento strutturale europeo. A ciò Nordea AM unisce la flessibilità di investire in tutte le capitalizzazioni, incluse le imprese di piccola e media capitalizzazione, aspetto differenziante rispetto alle soluzioni già presenti sul mercato. Tali aziende ricoprono spesso un ruolo centrale in queste transizioni grazie al loro connubio di innovazione, scalabilità e flessibilità.
Il team d’investimento
Nel selezionare le aziende e costruire un portafoglio competitivo, un ruolo chiave lo rivestono esperienza e competenza. Il team di Nordea AM vanta più di trent’anni di esperienza nel mercato azionario europeo e un track record robusto di Alpha generato grazie a una selezione dei titoli ottimale. Questa expertise è fondamentale per identificare e selezionare le aziende che stanno guidando e beneficiando della metamorfosi europea.
Cogli l’attimo!
“Mentre si rimanda la vita trascorre” diceva Seneca. L’Europa non sta rimandando, l’opportunità è importante e concreta e i capitali si stanno muovendo velocemente. Per gli investitori è il momento di agire per posizionarsi in anticipo e cogliere la crescita che sta plasmando il nuovo futuro del Vecchio Continente.
Hilde Jenssen, Head Fundamental Equities Team e Co-Portfolio Manager di Nordea AM.
Fantasiose indipendenze
L’energia è il più importante dei fattori di produzione, e l’unico in grado di farne esplodere i costi in poche ore. Ciononostante è anche il più sfuggente nel dibattito pubblico. Investire in tecnologia, Ai, Difesa... è decisivo e necessario, ma in assenza di una fornitura energetica stabile è del tutto illusorio. L’unica soluzione continua a essere l’atomo, a patto di vincere l’ideologismo, conquistando una prima vera indipendenza: quella energetica.
Tutto può dimostrarsi particolarmente complesso, oppure sorprendentemente banale nella sua essenza. Dipende dai punti di vista. Il diavolo sta, non solo proverbialmente, nei dettagli, quelli che solitamente fanno la differenza. Salvo ambiti estremamente specialistici, buon senso e intuizione nelle materie umane possono molto, e continuano a farlo da migliaia di anni.
Fin dalle piramidi, che per prime non sono state costruite con tecnologie oggi costose o complesse, e nemmeno con una potenza di calcolo sbalorditiva, dell’ordine dei petaflop (mille trilioni di operazioni in virgola mobile per secondo), similmente a molti altri silenti spettatori della storia, meraviglie di ingegno, tecnica e volontà, che accompagnano l’uomo da illo tempore. Gli esempi si sprecherebbero.
Alla base di tutto c’è però, e continuerà a esserci, un vincolo comune, che attraversa instancabile il tempo e la storia: l’energia. Necessaria a creare tali meraviglie, al pari di una non meno tecnicamente sorprendente moderna automobile, o una banalissima, e dunque abusata, e-mail.
Se ad aver permesso i miracoli dell’era moderna si trova il vapore, e la relativa macchina molto migliorata dallo scozzese James Watt nel 1769, le sue origini hanno radici molto più profonde nella storia di ingegneria e idraulica. E i primi a interessarsene attivamente furono proprio i Romani, piegando la forza dell’acqua a molteplici usi, alcuni pratici e complicatamente utili, altri semplicemente ‘ludici’.
L’impiego dei mulini ad acqua raggiunse il suo apice nel I secolo d.C. come testimoniano molte opere ancora visibili in Europa, ad esempio nel sud della Fran-
cia. Un successo duraturo, sopravvissuto molti secoli, sino al suo letterale insabbiarsi medievale. Gli acquedotti erano un’architettura molto comune a ogni insediamento romano, i cui scopi erano molteplici e incrementalmente sofisticati: sanitari, acqua e igiene per la popolazione; securitari, rispetto ai frequenti incendi; ricreativi, terme, giardini e attrazioni; e anche economico-industriali.
L’acqua facilitava, e non poco, la lavorazione di farina e cereali, la raffinazione di minerali e poi dei metalli, la meccanizzazione del taglio di pietra e legname con una precisione molto maggiore… ossia garantiva scalabilità, e dunque la necessaria ‘produzione di massa’. Superata la soglia di circa 400 nuclei familiari, a livello di singolo insediamento, un mulino smetteva di essere antieconomico, e questo ne facilitiva la diffusione. Ma il vapore?
Da un punto di vista tecnico l’utilizzo del vapore era noto, nella pratico molto poco diffuso, se non in occasioni tipicamente sacre, o ludiche. A teatro era ampiamente utilizzato a fini scenici, così come durante le grandi manifestazioni religiose, ad esempio spesso la ‘divina’ apertura delle porte dei templi era regolata più dal sapiente impiego del vapore, e molto meno dal manifestarsi della divinità invocata. Non trovava però applicazioni pratiche degne di questo nome, e così restava un semplice e simpatico ‘diversivo’.
Eppure ce ne sarebbero stati tutti gli strumenti, oltre che i talenti per impiegarli con profitto. È infatti il caso di Erone di Alessandria, matematico e scienziato greco del I d.C. che per primo sistematizzò la Eolipila, detta altrimenti la ‘pila di Eolo’. Si tratta di una sfera di rame cava, dotata di due sfiatatoi, libera di ruotare intorno a un asse diametrale orizzontale di supporto che la collega a un serbatoio sottostante colmo d’acqua, portata a ebollizione da un braciere. Evaporando l’acqua mette in azione la sfera, facendola ruotare, sino a raggiungere una velocità angolare di circa 1500 giri al minuto, almeno secondo recenti ricostruzioni.
Si devono allo stesso Erone, professore del Mit di allora, ossia il Museo di Alessandria, lo sviluppo di sistemi automatici e macchine teatrali programmabili tramite ingranaggi, o la stesura di rigorosi trattati su meccanica e pneumatica, nella tradizione di Ctesibio, e della sua pompa idraulica a pistoni; la stessa impiegata ancora nell’Ottocento per spegnere gli incendi.
Inutile dire che tale tradizione andò persa con la fine dell’Impero, e che si dovette per l’appunto attendere il Settecento, e quell’inventore scozzese, per tornare sulla materia. Eppure, all’alba del XXI secolo non sembra che molto sia poi cambiato, a riprova le utopie ‘Green’ degli ultimi anni, e i disastri che hanno sapientemente causato proprio dove la questione ‘energia’ era nata. Naufragio verde. Negli anni precedenti l’emergenza pandemica, sulle ali di un certo ottimismo ambientalista, con movimenti Verdi diffusi in tutti i Paesi avanzati, erano state prese decisioni che si era soliti definire ‘storiche’, e dalla portata vastissima, e trasversali tra industrie e settori. E tali sarebbero anche potute essere. «La transizione energetica europea al tempo sembrava seguire una traiettoria ordinata e irreversibile, forte
«I cambiamenti geopolitici occorsi nel 2025 hanno dimostrato chiaramente che l’energia è uno dei tre pilastri, insieme a Difesa e tecnologia, che esprimono il concetto di ‘priorità nazionale’, ossia quanto necessario a non finire passivamente nell’orbita delle due vere potenze»
Arthur Jurus, Head Investment Office Private Bank di Oddo Bhf Switzerland
La conquista del Mediterraneo
Moesia
Thracia Macedonia
Sicilia
Creta
Cyrenaica
Regnum Bospori
Colchis Iberia
Pontus Exinus AfricaProconsularis
Galatia
Cilicia Lycia Syria
Cyprus
Arabia Petrae Mesopotamia
Aegyptus
Addio fossili? Forse, domani Consumo globale di energia primaria per fonte (in TWh)
Fonte: VanEck 2025
Biofuel Carbone Gas Petrolio Altre rinnovabili
di un raro e ampio sostegno politico, e favorita da una serie di elementi. La progressiva riduzione dell’incidenza dei combustibili fossili sarebbe stata compensata dall’espansione delle rinnovabili, parallelamente all’imporsi della finanza verde, che lasciava dunque presupporre un orientamento strutturale e di lungo
In foto, la Eolipila di Erone. A livello mondiale la dipendenza da combustibili fossili nella produzione di energia primaria rimane determinante in ogni Paese. Le rinnovabili continuano a essere una percentuale dell’elettricità consumata... poi c’è tutto il resto!
Eolico
Idroelettrico Solare Nucleare
Elettricità, ma come?
«La transizione energetica è un processo molto complesso, condizionato da fattori economici, tecnologici, sociali e geopolitici. Sarà un processo lento e graduale, costellato di formidabili sfide, come nucleare, elettrificazione e Ai, ma che potranno tradursi in rivoluzionarie opportunità, a patto di collaborarvi tutti»
Elena Guglielmin, Cio di Ubs Wealth Management
Mix energetico della produzione di elettricità per Paese (in % tot)
Nonostante l’Europa occidentale insistesse sino a pochi anni fa con il voler diventare il continente più verde della galassia, il problema è quello che succede fuori dai suoi consumi, dove il carbone è ancora indiscusso protagonista anche soltanto nella produzione di elettricità. Il mondo cresce, il Pil corre, decollano le emissioni di Co2, ormai da un secolo.
periodo del capitale verso strategie Esg. Dunque consenso sociale e politico, sviluppo tecnico, e capitale. Oggi appare tutto più complesso e meno lineare, la decarbonizzazione resta sì sul tavolo, ma a una velocità ben inferiore rispetto alle previsioni», esordisce così Arthur Jurus, Head Investment Office Private Bank di Oddo Bhf Switzerland.
Il vento è cambiato, il caos lasciato dalla pandemia ha del resto sovvertito molti
dei precedenti equilibri, e, come evidente, ignorarlo è ormai impossibile. «È una semplice questione di priorità, sono queste a essere cambiate. La decarbonizzazione continua a essere strutturale, e prosegue l’investimento di ingenti capitali a tal fine. Sono però le esigenze di breve periodo a dettare l’agenda, dunque affidabilità, continuità e accessibilità economica dell’energia sono oggi le priorità di tutti i Governi non essendo più così ovvie. Molti si sono accorti che all’attuale passo le rinnovabili non avrebbero potuto garantire l’affidabilità richiesta dalla domanda industriale e digitale, e questo ha cambiato tutto. La transizione prosegue, ma le fonti energetiche tradizionali sono tornate a guadagnarsi attenzione e rispetto», rileva Matt Lodge, Investment Strategist di Global X Etf.
Prima della pandemia molte cose sembravano impossibili, o quasi. Un lustro più tardi tutto è possibile, e gli scenari evolvono quotidianamente. «Il cambio di Amministrazione negli Stati Uniti ha segnato una violenta discontinuità con il passato; in Europa si assiste a un revisionismo più cauto e silenzioso, ma altrettanto significativo. Sarebbe sbagliato definirla un’inversione ideologica, quanto una ricalibrazione pragmatica. Il ritorno del petrolio non è semplice nostalgia del passato, quanto piuttosto il risultato di molti vincoli emersi: sicurezza di fornitura, costo del capitale, inflazione energetica, resilienza delle infrastrutture… il sistema energetico deve misurarsi con parametri strutturali rigidi che ne determinano sostenibilità e stabilità, indipendenti dagli obiettivi regolatori voluti dal legislatore» chiarisce Alberto Conca, Cio di Lfg+Zest. Poi la stretta attualità, e i messaggi inequivocabili (di continuità) che essa trasmette. «La decarbonizzazione non è più un imperativo, questa è la novità; mentre l’intervento americano in Venezuela rimarca la centralità che gas e petrolio, almeno secondo Washington, continueranno ad avere nei prossimi decenni. Bp e l’Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie) hanno rivisto le loro previsioni, spostando il picco petrolifero in avanti di diversi anni, dopo il 2035. L’idea di un rapido abbandono del fossile si è scontrata con la cruda realtà: corre la domanda di energia, e le rinnovabili non riescono a sostituire le fonti tradizionali, almeno non nei tempi previsti», sottolinea Gilberto Moretti, Analyst di Brightside.
Son li editti sì guasti? La realtà è sempre più complessa della teoria, e le previsioni, come noto, non ne azzeccano una, il che potrebbe spingere a chiedersi perché vengano fatte. Per pura speculazione intellettuale, quasi sempre! «Da grandi sconfitti, ad ancora protagonisti, per i fossili il passo è stato breve. Due date hanno fatto la differenza in questa storia Green: Parigi 2015, Kiev 2022. Con gli Accordi di Parigi i Paesi sviluppati si erano imposti chiari obiettivi climatici, accolti con entusiasmo, e le rinnovabili erano le uniche a poterne garantire il rispetto. Peccato che l’inizio della guerra in Ucraina abbia fatto deragliare la componente chiave delle forniture energetiche europee: l’economico gas russo. Divenuto improvvisamente un’arma geopolitica, anche grazie a RePowerEu è stato quasi del tutto accantonato nell’arco di un triennio. L’impensabile, ma a caro prezzo, al costo anche di molti sacrifici climatici», enfatizza Diego Zaccaria, Portfolio Manager di Banca del Sempione.
A discolpa dell’incostanza del Vecchio Continente nei suoi ambiziosi progetti, va detto non siano stati anni affatto semplici, ancor più che in altre aree del mondo. «Si è scoperto con deplorevole ritardo come le rinnovabili abbiano costi molto elevati, che siano necessari importanti investimenti in infrastrutture di accumulo e rete, e che l’instabilità normativa avrebbe scoraggiato progetti di lungo periodo. La sicurezza delle forniture è tornata di attualità, mentre la paura di perdere competitività al costo di milioni di posti di lavoro ha rallentato l’adozione di nuove tecnologie, lasciando emergere i rischi della dipendenza da Paesi terzi. Per rilanciare la transizione servirebbero un quadro normativo stabile, incentivi mirati e innovazione tecnologica, accompagnata da una riduzione dei costi delle rinnovabili. La geopolitica potrebbe fornire una spinta, ma il percorso sarà comunque molto graduale», riflette Elena Guglielmin, Cio di Ubs Wealth Management. Poi, insieme a un salutare bagno di realtà, sono arrivati anche i numeri. «L’entusiasmo è andato negli anni affievolendosi, a fronte di alcuni semplici dati di fatto. Tra il 2021 e il 2025 i prezzi dell’energia per l’industria europea sono stati di 2 o 3 volte superiori a quelli americani. Le rinnovabili, pur rappresentando quasi il 30% della produzione elettrica europea, coprono appena il 15% del fabbisogno di energia
«Gli Stati Uniti si sono resi energeticamente indipendenti nel 2010, aumentando la produzione di oltre
5 milioni di barili, trend che è poi proseguito. I flussi energetici stanno plasmando nuove alleanze, e le tensioni internazionali non fanno che rafforzare la posizione dei grandi produttori»
Manuel Maleki, Co-responsabile ricerca economica di Edmond de Rothschild
Ma quanto costi?
Costo di produzione (Lcoe) per tecnologia e impianto (dati Germania 2024) Fotovoltaico sutettidiprivatiFotovoltaicosutettoconbatteria1:1Fotovoltaicogrande
BiogasBiomasseAcarboneAcarbonepesanteGascombinato Gas TurbineagaseidrogenoNucleare
Produrre energia
Evoluzione nel tempo del costo delle diverse tecnologie di produzione (MWh/usd)
Elettricità da carbone
Eolico Onshore
Elettricità da gas
Elettricità da fotovoltaico
Gas
Nucleare
Batterie (aggiustato per eff)
Carbone
Fonte: Eurostat 2025
primaria, a causa dell’intermittenza e della ancora limitata capacità di stoccaggio. Da ultimo, l’agognata indipendenza semplicemente diventa dipendenza da altri; il 70% della raffinazione globale di metalli critici è infatti concentrato in Cina. Nel breve termine dovrà dunque prevalere un sano pragmatismo, e non una fuga in avanti», sintetizza Manuel Maleki, Co-responsabile della ricerca economica di Edmond de Rothschild (EdR).
Nel corso del tempo, il costo di produzione dell’energia da diverse tecnologie è andato fortemente riducendosi, a fronte di decisivi efficientamenti tecnici. Ma qual è il perimetro dei costi? Le esternalità negative, come il costo sanitario associato al consumo di carbone, dovrebbero farne parte? Le valutazioni in materia di costi si prestano a molte interpretazioni.
«L’intero dibattito relativo alla decarbonizzazione dovrebbe spogliarsi di una veste ideologica, e diventare pragmatico; è necessaria una valutazione seria di rischi, costi sistemici e sostenibilità di lungo periodo. Solo sulla base di questo andrebbe determinato il ruolo che dovrebbe avere il fossile»
Alberto Conca, Cio di Lfg+Zest
I numeri. In pochi anni molti equilibri sono dunque cambiati, in primis per l’emergere di una vecchia novità, come l’Ai. Ma questo quanto va a incidere sui bilanci energetici complessivi europei? «Dal consumo diretto di combustibili fossili il focus si sta spostando sulla produzione di elettricità, per via del crescente elettrificarsi dei trasporti, e dell’aumento del peso specifico delle infrastrutture digitali. Questo non si traduce in una diminuzione della domanda aggregata, ma ne modifica in misura significativa la composizione anche rispetto al recente passato. Se l’energia elettrica diventa il motore della domanda, la palla passa ai produttori che devono in fretta trovare fonti di generazione stabili e facilmente scalabili. Per Svizzera ed Europa la sfida non è dunque solo importare dall’estero, ma anche garantirsi un approvvigionamento interno affidabile» precisa l’esperto di Global X. I numeri confermano l’evidenza cui molti erano già intuitivamente arrivati, dunque nessuna sorpresa. «I bilanci ener-
Il primo fornitore europeo di rinnovabili e veicoli elettrici è la Cina, ma come vengono prodotti tali dispositivi? A energia rinnovabile?
Incastonata nel cuore dell’Europa, pur non facendone parte, in che contesto si muove la piccola Svizzera? «Copriamo circa il 70% del nostro fabbisogno energetico importando dall’estero, sia fossili che uranio. La responsabilità della sicurezza delle forniture ricade sulle aziende del settore, mentre sulla base della Legge sull’energia spetta alla Confederazione la definizione della politica energetica nazionale, e del coordinamento con Partner esteri, con cui vengono regolarmente stretti accordi», rileva Guillaume Cassaigneau (in foto), Ambasciatore e Capo della sezione Affari internazionali dell’Ufficio federale dell’energia (Ufen).
Per ovvie ragioni l’Ue rimane il Partner privilegiato. «Esistono oltre 40 linee elettriche transfrontaliere che ci connettono ai sistemi dei Paesi vicini, da cui importiamo in inverno, e verso cui esportiamo in estate. Dopo i tentativi del 2007 e 2014, nel maggio 2025 è stato infine siglato un accordo quadro che migliora di
molto la nostra situazione», prosegue il responsabile. Ma in cosa si traduce tale intesa? «Un accordo sull’energia elettrica è molto importante, poiché la Svizzera è parte integrante, sia dal punto di vista fisico sia economico, della rete elettrica europea e necessita di capacità di importazione ed esportazione stabili nell’ambito di un quadro giuridico sicuro. Esso consente l’accesso alle piattaforme commerciali europee, ai meccanismi di coordinamento fondamentali per il commercio di energia elettrica e la stabilità della rete, nonché a organismi importanti come Entso-e», nota Michael Frank. In tema di energia, sono accordi con terzi, ma anche infrastrutture critiche, spesso condivise. «Il buon funzionamento e lo sviluppo delle infrastrutture transfrontaliere presuppone buone relazioni bilaterali con gli Stati vicini, ancora più importanti nel post 2022, da quando il tema della sicurezza delle forniture è diventato centrale. Già nel 2009 era stato firmato un accordo bilaterale con la Francia per l’accesso alle riserve strategiche di gas, mentre nel 2024 un accordo analogo è stato esteso a Germania e Italia. Dallo stesso anno siamo anche parte del progetto europeo ‘Corridoio Sud’, per la creazione di idrogenodotti», conclude Cassaigneau.
Fonte: Eurostat 2025
Import europeo per tecnologia (in %)
Solare Batterie Geoterm.
getici globali nel breve cambiano più nella struttura che nella dimensione. L’offerta totale di energia primaria nel 2014 era di circa 580 Ej, nel 2024 di 592, vogliamo dunque cambiare il mix, ma ne va anche continuamente aggiunta. Nel 2024 la domanda è cresciuta del 2,2% ma del 4,3 quella di elettricità, la cui domanda continua ad accelerare, secondo l’Iea del 3,3 nel 2025, e del 3,7% quest’anno, toccando entro dicembre la soglia dei 29mila TWh. Entro il 2030 si stima che circa il 50% della crescita della domanda negli Stati Uniti sarà attribuito all’indotto della sola Ai. In questo lustro eolico e fotovoltaico rappresenteranno circa l’80% della nuova potenza di generazione installata, ossia 4600 Gw, ma il nodo da sciogliere restano le reti e i materiali. La domanda di litio è infatti aumentata del 30% nel 2024», riporta Alessandro Valentino, Product Manager di VanEck.
Qual è quindi il ruolo giocato dai combustibili fossili in tali equilibri? «Nell’arco di un decennio il contributo del fossile all’energia primaria globale è sceso dall’85 all’82%. La domanda globale di petrolio ha superato nel 2025 i 103 milioni di barili giornalieri, con gli Emergenti ad aver trainato il 70% della nuova domanda. Dal 2019 il consumo energetico europeo è diminuito di circa il 10%, grazie a una progressiva deindustrializzazione. La Svizzera si trova in una situazione di relativa sicurezza, pur a fronte di un costo di sistema strutturalmente più elevato», sottolinea l’esperto di EdR.
L’aumento costante della domanda globale nasconde però dinamiche regionali tra loro molto diversificate. «Nel lungo periodo, dunque concentrandosi sulle stime al 2060 rispetto al 2024, la domanda energetica totale europea dovrebbe passare da 3,4 PWh a 6,8 dunque un raddoppio, rispetto a un ‘modesto’ +67% del Nord America, o un +72 della Cina. Storia a parte la faranno però gli Emergenti, trainati dall’India a +330% e dall’Africa subsahariana +290, o Medio Oriente +230 e Sud Est Asiatico +210. Il grosso della crescita sarà dunque concentrato fuori dai Paesi Ocse», prosegue l’esperto di VanEck.
Come tutte le percentuali, però, a fare molto è il denominatore unito all’orizzonte temporale. «Entro il 2050 la domanda di energia primaria globale dovrebbe crescere del 10%, ma se l’India raggiungesse un Pil pro capite simile a
«Le infrastrutture sono un vincolo molto potente, esistono oltre 800 raffinerie e 485mila Km di oleodotti, quindi al di là della tecnologia, il punto è anche sull’intensità di capitale richiesta per uscire dal fossile, unita a nuove catene di approvvigionamento minerario, riforme e stabilità geopolitica»
Alessandro
Valentino, Product Manager di VanEck
Il peso dei data center
Consumo di energia dei centri per regione (TWh) e in % del totale (dati 2024)
Paesi selezionati e regioni ■ Altro ■ Eu27 ■ Singapore ■ India ■ Australia ■ Giappone ■ Cina ■ Stati Uniti ■ % domanda totale
Previsioni ad ampio spettro
Consumo stimato di energia dei data center (ogni stima dal 2014)
Andrae and Edler (2015)- Worst
Andrae (2017) - Expected
Belkhir and (2018)Elmeligi SemianalysisAccelerated(2024) Shift Project (2019) Superior Growth Peaked EE
Andrae and Edler (2015) Expected
quello cinese la domanda crescerebbe di un ulteriore 16. Negli Emergenti la parte del leone la fanno industrializzazione e crescita demografica, negli Avanzati digitalizzazione e Ai. Avanza l’elettrificazione, cresce il peso dell’elettricità nel mix complessivo a un ritmo annuo stimato costante nel lungo periodo del 2-3%, il che rende improbabile una contrazione rapida del contributo dei fossili», mette in evidenza l’esperto di Oddo.
È molto ambiguo il ruolo che giocherà in ambito energetico la tecnologia nei prossimi anni. L’incidenza che avranno i data center sul consumo totale energetico dei Paesi è oggetto di stime fantasiose, quel che è certo è che ogni applicazione di Ai è energivora, e servirà davvero tanta efficienza per riuscire a sterilizzarne l’effetto. Dunque, tutti nelle caverne?
I fornitori dell’Europa
Stati Uniti
Milioni di barili al giorno
La fine dell’era del gas russo in Europa ha aperto una nuova fase, un po’ più pragmatica e meno idealistica, ma molto più costosa, con molti problemi sul tavolo. Intanto gli Stati Uniti sono diventati indipendenti, e anzi, esportatori di energia, mentre la Cina condivide lo stesso problema dell’Europa. L’attivismo americano ha diverse possibili letture, anche energetiche.
«L’Europa è oggi legata al mercato globale del Gnl, molto più volatile del gas russo. La geopolitica dunque, sia nel caso di Bruxelles, sia di Pechino continuerà a fare la differenza, anche a fronte di un ruolo molto importante ma ambiguo che potrebbe ricoprire la tecnologia nei prossimi anni»
Diego Zaccaria, Portfolio Manager di Banca del Sempione
Eurostat 2025
Oro ancora nero Domanda globale di petrolio (mlnb/d)
avere il fossile. Le economie avanzate non sono a basso consumo energetico, semmai ad alta efficienza e alta intensità energetica qualitativa. Allorquando questo input di produzione diventi scarso o costoso, le conseguenze immediate sono su competitività industriale, prezzi finali e dinamiche macroeconomiche. La trasformazione energetica non è dunque finita, prosegue ma richiede tempi industriali, capitale paziente e architetture di sistema coerenti», rileva il Cio di Lfg+Zest.
L’Europa è un esempio evidente del cambiamento di tali equilibri, e del ritorno alla realtà. «Tra il 2021 e il 2024 le importazioni di gas russo sono scese dal 40% del mix energetico a meno del 10. Sono però state sostituite dal Gnl americano e qatariota, che è mediamente più costoso del 20-30%, il che pone altri problemi. Un ritorno al passato appare improbabile nell’immediato futuro, richiederebbe una normalizzazione geopolitica molto profonda», commenta Maleki.
Dunque decarbonizzazione sì, ma in un’essenza ancora molto teorica. «È dal 2022 che è tornata ad avere una marcata dimensione strategica; è stata rotta una preoccupante dipendenza per passare a un’altra, senza incidere sul problema. L’accordo commerciale con Washington offre però una lettura chiara del ruolo che nel prossimo triennio avranno ancora i fossili: importazioni annue per 250 miliardi di dollari tra petrolio, Gnl e nucleare. Una cifra molto superiore ai livelli storici e difficilmente sostenibile nel lungo periodo», chiarisce Jurus.
Fonte: VanEck 2025
Fronti opposti. Tutte le previsioni devono però sempre muovere da premesse concrete, per lasciare poi che la matematica faccia il suo corso. Ma è davvero così? Quali sono queste premesse? «L’intero dibattito relativo alla decarbonizzazione dovrebbe spogliarsi di una veste ideologica, e diventare pragmatico; è necessaria una valutazione seria di rischi, costi sistemici e sostenibilità di lungo periodo. Sulla base di questo il ruolo che dovrebbe
Regione che vai, problemi che trovi. Non tutti i Paesi la pensano (o possono farlo) allo stesso modo. «Svizzera ed Europa sono guidate dalla trasformazione strutturale del mix energetico, e l’elettrificazione potrebbe aiutare ad allentare la dipendenza dall’estero, pur tenendo al centro competitività e costi. La Svizzera ha un piccolo problema di approvvigionamento invernale, ma nucleare e idroelettrico le garantiscono tranquillità. A livello globale il quadro si complica. L’elettrificazione potrebbe fornire un assist alle rinnovabili, ma i fossili, specie il gas, potrebbero rimanere decisivi nelle regioni a forte crescita dove sicurezza energetica e accessibilità economica sono le priorità. Se a prevalere dovesse essere la rapidità dell’industrializzazione, i combustibili tradizionali potrebbero però sopravvivere molto più a lungo», enfatizza Valentino.
Fonte: Eurostat 2025 (dati 2024)
■ Mondo ■ Cina (raff.) ■ Cina (grezzo)
Il Re nero. Con una certa insistenza il dibattito torna ciclicamente sui combustibili fossili, e sul petrolio, pur essendo il contesto radicalmente cambiato rispetto al passato. Ma che fine faranno? «L’abbandono rimane un obiettivo molto ambizioso, ma resteranno con noi almeno sino al 2040-2050. Innovazione, Politica e consenso sociale faranno la differenza, ma sarà una transizione lenta e costosa, geopolitica e rinnovabili permettendo. Per avere delle proporzioni, secondo l’Aie un’accelerazione sarebbe possibile al costo di 4 trilioni di dollari annui di investimenti aggiuntivi, rispetto agli 1,8 attuali», nota Guglielmin.
Anche in questo caso sono i numeri ad ancorare saldamente al sottosuolo. «Entro il 2040 la generazione di energia tra gli Avanzati potrebbe essere ampiamente decarbonizzata a patto che si acceleri negli investimenti in reti elettriche, e stoccaggio. Tuttavia il settore petrolchimico già oggi rappresenta il 12% della domanda complessiva e contribuirà in misura sensibile anche alla crescita della domanda nei prossimi anni, il che complica i piani. Le infrastrutture sono un altro vincolo molto potente: esistono oltre 800 raffinerie e 485mila Km di oleodotti, quindi al di là della tecnologia necessaria, il punto è anche sull’intensità di capitale richiesta per uscire dal fossile, unita a nuove catene di approvvigionamento minerario, riforme autorizzative e stabilità geopolitica. Tutti elementi che a oggi scarseggiano, oltre a un quadro politico chiaro», mette in evidenza l’esperto di VanEck. Senza trascurare un ulteriore elemento: non tutti i petroli sono uguali, e preziosi allo stesso modo. «Spesso è sufficiente guardare dietro a una semplice ‘etichetta’ per capire molte dinamiche in apparenza senza senso. Il petrolio venezuelano si definisce ‘pesante’, ossia quel tipo che le raffinerie texane sono meglio attrezzate a lavorare, al pari di quelle europee. Il fracking produce invece petrolio ‘leggero’, più adatto all’esportazione, in questo caso verso l’Europa, lasciandola a gestirsi tutti i problemi di processazione. Nonostante gli Stati Uniti abbiano raggiunto l’autosufficienza petrolifera, fossili e geopolitica continuano a essere la spiegazione di molte dinamiche della quotidianità. La Cina è oggi il maggiore importatore di petrolio al mondo, circa 16 milioni di barili al giorno, una quota significativa era coperta da Iran e Venezuela,
«Il petrolio venezuelano si definisce ‘pesante’, ossia quel tipo che le raffinerie texane sono meglio attrezzate a lavorare, al pari di quelle europee. Il fracking produce invece petrolio ‘leggero’, più adatto all’esportazione, in questo caso verso l’Europa, lasciandola a gestirsi i relativi problemi»
Gilberto Moretti, Analyst di Brightside
Sete di energia
Variazione della domanda di elettricità (y/y) per regione in TWh
Fonte: Electricity Mid-Year update 2025
Costruire un reattore nucleare Tempi di costruzione (connessi nel 2024)
Barakah 4 (Uae)
Fangchenggang (Chi)
Flamanville 3 (Fr)
Kakrapar 4 (Ind)
Shidaowan G. (Chi)
Vogtle 4 (Usa)
Zhangzhou 1 (Chi)
Fonte: World Nuclear Association 25
il che almeno in parte spiega l’attivismo di Washington: controbilanciare le terre rare con il fossile», precisa Moretti. Questione di equilibri. La situazione di ieri sta dunque rapidamente evolvendo, e nonostante sia già cambiata, è ancora tutta da scrivere guardando ai prossimi anni. «A pieno regime il Venezuela non ha la forza di incidere sull’offerta globale, trattandosi di 1,5 milioni di barili, ma marginalmente ha il suo peso. Gli Stati
Consumi svizzeri Mix energetico per fonte (in Tj)
Fonte: Iea 2026
La domanda di elettricità sta diventando dominante sul consumo di energia primaria globale. Ogni Paese ha il suo mix, la Svizzera è abbastanza sostenibile, o comunque molto più di altri Stati, ma la via privilegiata rimane il nucleare. Al netto di qualche dettaglio è la fonte più pulita e meno costosa disponibile, ma occhio ai tempi: tra la decisione e la produzione di energia ne passa.
Quanti anni di onorato servizio?
«Un accordo sull’energia elettrica è molto importante, poiché la Svizzera è parte integrante, sia dal punto di vista fisico sia economico, della rete elettrica europea e necessita di capacità di importazione ed esportazione stabili nell’ambito di un quadro giuridico sicuro»
Michael Frank, Direttore della Associazione delle aziende elettriche svizzere (Aes)
Età dei reattori nucleari per potenza di generazione (dati globali, in TWh)
Delicati equilibri operativi
Stato operativo di ogni reattore per anno di inizio della costruzione (dati 2024)
I reattori nucleari non sono certo un’idea degli ultimi anni, ne esistono centinaia, ma tutti piuttosto datati, specie nei Paesi occidentali, dove per diverse discutibili ragioni si era smesso di costruirli. L’invecchiamento progressivo della flotta costituisce una sfida formidabile, soprattutto in prospettiva, considerati i tempi lunghissimi di costruzione.
Uniti sono diventati esportatori di petrolio nel 2010, aumentando la produzione domestica di oltre 5 milioni di barili, trend che è proseguito negli anni successivi. I flussi energetici stanno plasmando nuove alleanze, e le tensioni internazionali non fanno che rafforzare continuamente la posizione dei grandi produttori», enfatizza il responsabile di EdR.
Nuovi attori hanno del resto fatto la differenza, rispetto agli equilibri storici
del settore. «Embarghi, sanzioni e diversificazione sono le parole d’ordine anche in questo ambito, e diversi Paesi, Stati Uniti, Australia, Norvegia e Qatar, hanno saputo trasformare le crisi in opportunità, affermandosi come interlocutori privilegiati. La Cina è gli Stati Uniti di qualche decennio fa, mentre l’Europa ha ridotto l’uso di carbone e puntato sul gas, il che ne accentua le fragilità, pur in presenza di un minor impatto ambientale. Possibili evoluzioni in Venezuela e Iran potrebbero supportare il mercato e ridurre le tensioni, o creare ulteriori incognite. È evidente che Svizzera ed Europa dovranno investire di più per conquistarsi maggiore serenità», precisa il Cio di Ubs.
Del resto la tranquillità energetica consente di togliersi ‘sfizi’ in passato inimmaginabili, come sta puntualmente accadendo. «Gli interessi strategici americani sono profondamente cambiati; la stabilità di Nord Africa e Medio Oriente, le principali aree produttrici di fossili, è oggi rilevante per Washington nella misura in cui condiziona i suoi concorrenti, Europa in primis. Nel 2010 sono diventati indipendenti, e nel 2011 Obama ha dato il via libera alle primavere arabe, che hanno destabilizzato l’area, mentre nel 2014 si è aperta la partita in Ucraina. Tutte queste tensioni mettono in difficoltà l’Europa, e non solo, e sono invece capitalizzate proprio dagli Usa, per quanto in molti dubitino che la produzione americana possa essere stabile nel tempo, il che porrebbe un’ulteriore enorme sfida al Vecchio Continente, ora ben vincolato e dipendente», riflette l’esperto di Brightside.
Dunque, come si influenzano reciprocamente geopolitica e politiche energetiche? «Nel breve periodo non molto. Le infrastrutture sono statiche e adeguarle richiede anni e impegno. Nel tempo il richio geopolitico sta però ridefinendo strutturalmente l’agenda di molti stati, accelerando gli investimenti per relativizzare le proprie dipendenze da terzi, concentrandosi su produzione interna e forniture tra alleati, seppur sia spesso da capire chi siano, e quanto. Decenni di sottoinvestimenti nelle catene di fornitura energetiche e minerarie hanno creato scompensi critici, che i Paesi occidentali stanno cercando ora di colmare rapidamente», evidenzia Lodge. Fantasie sino-europee. C’è un gran parlare di ‘indipendenza’, i più invocano ‘autonomia strategica’, i nazionalismi vi-
vacchiano, e gli investimenti in Difesa fioriscono. Ma se il 55% del tuo fabbisogno energetico è coperto dalle importazioni, che senso ha l’intero dibattito? «I cambiamenti geopolitici occorsi durante il 2025 hanno dimostrato chiaramente che l’energia è uno dei tre pilastri, insieme a Difesa e tecnologia, che esprimono il concetto di ‘priorità nazionale’, ossia quanto necessario a non finire passivamente nell’orbita delle due vere potenze mondiali. Questo trend riflette la crescente mobilitazione di capitale, finanziario e politico, verso ambiti considerati cruciali per garantirsi autonomia e competitività», sottolinea l’esperto di Oddo.
Dunque, almeno in ambito energetico qualcosa può essere concretamente fatto? «L’Europa può ridurre la propria dipendenza dall’import di fossili solo in modo graduale, poiché i grandi progetti di produzione e infrastruttura richiedono lunghi tempi di preparazione e pianificazione. Per la Svizzera non è tanto determinante da quali singoli Paesi venga fornita l’energia, quanto piuttosto l’accesso affidabile e sicuro al mercato europeo dell’energia elettrica», rileva Michael Frank, Direttore di Aes (Associazione mantello delle aziende elettriche svizzere).
Ironia della sorte, l’Europa ha un potente concorrente che ne condivide parte dei problemi. «Cina ed Europa sono giganti, o quasi, dai piedi d’argilla, e facilmente manipolabili giocando sulla loro dipendenza dall’import di energia. Replicare il modello americano risulta però tecnicamente complesso, è dunque un problema con cui fare i conti. Ridurre questa dipendenza richiederà 10-20 anni di alacri investimenti, con diversificazione, decarbonizzazione e risparmio quali stelle polari. Gli Stati Uniti sono considerati un fornitore più affidabile dei russi, ma il problema è il medesimo. Qualche aiuto potrebbe arrivare dalla tecnologia, ma il diffondersi dell’Ai e di tutte le sue energivore applicazioni è un forte limite ai desideri di indipendenza sino-europei», enfatizza Guglielmin.
Nel caso dell’Europa una dimostrazione di quali potrebbero essere gli effetti c’è già stata. «Nel 2022 i prezzi all’ingrosso dell’elettricità e del gas hanno raggiunto livelli inimmaginabili, costringendo Governi e Banche Centrali a provvedimenti emergenziali, come il ritorno al carbone. L’Europa è oggi legata al mercato globale del Gnl, altamente volatile, molto più del
«Un approvvigionamento energetico abbondante e più stabile potrebbe sostenere la diffusione dell’Ai, e dunque spingere la produttività, ma anche la fattibilità di molte operazioni di reshoring di capacità industriale e manifatturiera, in un ambiente macro disinflazionistico»
Matt Lodge, Investment Strategist
di Global X Etf
Mezzo secolo di Atomo Evoluzione delle potenza di generazione da nucleare (in TWh) per regione
■ Europa Occidentale e Centrale ■ Sud America
■ Nord America ■ Europa dell’Est e Russia
■ Asia
Fonte: World Nuclear Performance Report 25
Prospettive atomiche
Potenza nucleare installata secondo i programmi 2025 (in GWe)
■ Reattore 60 anni in servizio ■ Reattore 80 anni in servizio ■ In costruzione
■ Pianificato ■ Proposto ■ Al vaglio ■ Obiettivo dei Governi
Fonte: World Nuclear Performance Report 25
gas russo. La geopolitica dunque, sia nel caso di Bruxelles sia di Pechino, continuerà a fare la differenza, anche a fronte di un ruolo molto importante ma ambiguo che potrebbe ricoprire la tecnologia nei prossimi anni», sottolinea Zaccaria. Quindi, un’arma a doppio taglio? Sì, tanto consumo, ma anche altro. «I contatori intelligenti e le interfacce digitali aumentano l’efficienza e la flessibilità, e consentono una gestione della rete più
Europa e Nord America sono tra le regioni più virtuose in termini di produzione di energia da nucleare, eppure il primato potrebbe presto essere tolto dall’Asia, dove le grandi potenze emergenti stanno puntando sull’atomo per soddisfare almeno una parte della fame di energia. La produzione mondiale dovrebbe continuare a crescere nei prossimi anni, ma anche in Occidente?
Atomo cinese
■
(MWe)
2025 2029 2033 2037 2041 2045 2049
Fonte: World Nuclear Performance Report 25
Nosocomio Green
■ 60 anni di servizio
■ In costruzione
■ Programmato
■ Al vaglio ■ Potenziale
■ Target
Fonte: World Nuclear Performance Report 25 Atomo indiano
2025 2029 2033 2037 2041 2045 2049
L’esperimento europeo ha già mietuto la sua prima illustre vittima, in convalescenza, ma non sulla via della guarigione. «L’Automotive assomma molte delle contraddizioni della transizione per come è stata tentata sino ad ora. Le auto elettriche costano troppo, l’autonomia resta insufficiente, le colonnine sono un miraggio. Nel frattempo i produttori cinesi conquistano il mercato, Stellantis arranca e Volkswagen chiude stabilimenti, il che riporta d’attualità il dibattito sul nucleare, il cui tallone d’Achille restano però le tempistiche di programmazione e costruzione, dunque soggette a più cicli politici», riflette l’esperto di Brightside. I nodi ovviamente non sono finiti, e le contraddizioni proseguono linearmente. «Le elettriche iniziano a pesare sulle nuove immatricolazioni, in molti casi con una quota a due cifre, e aggiungendo le ibride plug-in siamo intorno al 25%. Non accenna a scendere il consumo di combustibili fossili, il che è facilmente spiegato dall’utilizzo che continueranno a farne shipping, aviazione e trasporto pesante, ma soprattutto a non essere verde è anche buona parte dell’energia degli stessi veicoli elettrici», rileva l’esperto di Banca del Sempione. E anche la geografia fa la sua parte. «Aviazione e shipping resteranno legati al fossile, ma i principali consumatori sono trasporto pesante, Cina, Stati Uniti e India. L’elettrificazione a livello globale resterà limitata, dunque il nucleare potrà poco, quello che è certo è che l’elettrico sta rivoluzionando il settore, trasformando l’intera filiera. Si intensificano gli investimenti in batterie e supply chain, i produttori europei cercano alleanze in Asia, adeguandosi alle normative. In Europa la transizione è lenta, e richiederà decenni, servono dunque ulteriori investimenti per soddisfare le sfide competitive», chiosa il Cio di Ubs.
efficace. L’Ai migliora le previsioni e ottimizza il load management, soprattutto nel caso di produttori e consumatori caratterizzati da elevata volatilità. Per ottenere un impatto su larga scala sono necessari standard chiari, interoperabilità e un quadro normativo affidabile; fattori che influenzano in modo determinante la rapidità con cui le tecnologie di Ai si affermeranno», chiarisce il direttore di Aes. In tale scenario si segnala la piccola Svizzera. «Il mix elettrico è già quasi del tutto decarbonizzato, grazie alla felice accoppiata di idroelettrico e atomo. Nell’immediato post-Fukushima, il Con-
siglio federale aveva posto il divieto alla costruzione di nuovi impianti nucleari, programmando lo spegnimento degli attuali, e impostando di conseguenza la strategia 2050. L’attualità sta però riaccendendo il dibattito, mettendo sul tavolo anche la revisione di tale divieto», prosegue l’esperto di Banca del Sempione. La chiave nell’atomo. Non si può certo affermare si tratti di chissà quale novità, eppure il suo potenziale è davvero del tutto già sfruttato, o c’è un piccolo problema di reputazione? «A livello mondiale l’atomo soddisfa il 10% della domanda di elettricità, quasi il 25% in Europa. L’addio
India e Cina sono i due Paesi che meglio dovrebbero fare nei prossimi decenni, anche in ambito energetico.
della Germania sulle ali dell’emotività è già costato moltissimo al Paese sia in termini di prezzo dell’energia consumata, sia di emissioni derivanti da altre fonti, ma il conto potrebbe ulteriormente allungarsi nel caso di un ritorno, che però avrebbe bisogno di stabilità politica per i prossimi 10-15 anni. Con le rinnovabili ci sarebbe però un’ottima complementarietà: le prime riducono i costi marginali, il secondo stabilizza il sistema, declinando positivamente costo del capitale, stabilità industriale e sicurezza dell’approvvigionamento», riflette Maleki.
La parola ricorrente è però spesso proprio ‘costo’, quanto costa l’atomo rispetto ad altre fonti? «In questi casi l’unità di misura è il Lcoe, che include costo di capitale, costruzione, manutenzione e combustibile. Nel caso degli impianti di ultima generazione il costo di eolico e solare è dell’ordine di 40-80 dollari per Mwh, rispetto ai 70-170 del carbone, i 50-100 del gas, e i 140-220 del nucleare. È evidente che tale costo non tiene conto delle esigenze del sistema di continuità delle forniture e flessibilità, o dei costi di accumulo e adeguamento delle reti. Se però si sommano anche le esternalità negative, dunque costi sociali, sanitari e climatici, i dati cambiano. Solare ed eolico restano i più efficienti, e il nucleare è stazionario, mentre il gas supera i 140 dollari e il carbone i 300. Si tratta sempre di intendersi su dove tracciare il perimetro del calcolo dei costi», chiarisce Conca. Del resto, rispetto al post Fukushima, era appena finita la Grande Crisi ed era nel pieno quella dell’Euro, non sembrano trascorsi solo tre lustri. «Il nucleare offre molti vantaggi, tutti particolarmente apprezzati. Combina infatti un’impronta di carbonio molto contenuta nel ciclo di vita con fattori di capacità elevati, con costanza della fornitura e del prezzo. Il combustibile rappresenta infatti appena il 28% dei costi operativi totali, rispetto all’85 del gas. Questo spiega i 65 reattori attualmente in costruzione, e il prolungamento della vita di quelli già attivi. Le sole economie avanzate nei prossimi 25 anni potrebbero investirvi 1,2 trilioni di dollari, con l’affermarsi dei reattori modulari (Smr), che promettono velocità di
costruzione, scalabilità, e un pareggio del flusso di cassa anticipato. La domanda di elettricità dovrebbe aumentare del 170% entro il 2050, la produzione di energia nucleare del 150 entro il 2060, a patto che non venga meno il sostegno sociale e politico», evidenzia Valentino.
A contare, oltre all’impronta carbonica, sono infatti le altre caratteristiche del mix. «Un’elevata penetrazione delle rinnovabili a livello sistemico pone tutta una serie di criticità di cui bisogna tener conto. L’intermittenza va infatti controbilanciata con accumulo, capacità di riserva, rafforzamento infrastrutturale e sovraccapacità installata, senza considerare la densità energetica, altra sottile questione. Fossile e nucleare concentrano grandi quantità di energia in spazi molto ridotti, e garantiscono programmabilità della produzione, cose che non fanno le rinnovabili. Di per sé questo non si deve tradurre in ostracismo becero, semplicemente va tenuto in seria considerazione all’atto pratico di determinare qual è il vero costo della stabilità del sistema», prosegue il Cio di Lfg+Zest.
Oltre all’offerta, conta spesso anche la natura della domanda, e l’energia non fa eccezione. «Le nuove fonti della domanda di elettricità, quelle in più rapida crescita, sono destinate a rivelarsi sempre più insofferenti a forniture intermittenti, seppur molto ottimizzate. La domanda incrementale di energia richiede invece una fornitura continua. Se la tecnologia sta facendo del suo meglio per aumentare le possibilità di diffusione del nucleare, la nuova priorità degli Stati sarà garantire l’indipendenza del ciclo del combustibile. Nel tempo un approvvigionamento energetico abbondante e più stabile potrebbe sostenere la diffusione dell’Ai, e dunque spingere la crescita della produttività, ma anche la fattibilità di molte operazioni di reshoring di parte della capacità industriale e manifatturiera, in un ambiente macroeconomico dinflazionistico», eccepisce l’esperto di Global X. Cosa ne sarà dunque della transizione energetica? «L’entusiasmo iniziale si è scontrato con la realtà dei costi, e delle crisi attuali, ma questo ha consentito di introdurre in una già complessa equazione un minimo di pragmatismo relativamente a tempistiche e condizioni necessarie. La transizione è del resto un processo molto complesso, condizionato da fattori economici, tecnologici, sociali e geopolitici.
Giappone
Età dei reattori per potenza installata
Fonte: World Nuclear Association 25
Sarà un processo lento e graduale, costellato di formidabili sfide, come nucleare, elettrificazione e Ai, che tuttavia con una sapiente interpretazione potranno tradursi in rivoluzionarie opportunità, a patto si creino le favorevoli premesse per una leale collaborazione tra Stato, imprese e cittadini», chiosa il Cio di Ubs.
L’auspicabile nonché indispensabile premessa è però che il talebanesino ideologico degli ultimi anni sia definitivamente tramontato. «Non può avere più una dimensione esclusivamente ambientale, è uno strumento di competitività che si regge su un delicato equilibrio: decarbonizzare troppo rapidamente significa aumentare costo e volatilità dell’energia, farlo troppo lentamente si tradurrebbe con il perdere definitivamente la leadership tecnologica, e industriale. La grande sfida dell’Europa è saper costruire un sistema energetico che riduca la sua dipendenza dall’estero, senza però comprometterne stabilità macroeconomica e coesione sociale, i pilastri del successo della sua lunga storia. Energia, Difesa e tecnologia suggeriscono si sia da tempo
reattori per potenza
Produzione di energia elettrica nucleare
Fonte: World Nuclear Association 25
Francia
Età dei reattori per potenza installata
Produzione di energia elettrica nucleare
Fonte: World Nuclear Association 25
Il post-Fukushima ha mietuto una prima eccellente vittima, il Giappone, salvo essere poi tornato sui suoi passi per semplici esigenze pratiche. Si può rinunciare all’atomo? Forse no.
abbandonata la dimensione ideologica, ma sia diventata una questione di potere economico», conclude Arthur Jurus. Esistono molte forme di indipendenza, tutte importanti, alcune discusse, poche inutilmente festeggiate. Il problema fondamentale è che alle parole non seguono mai i fatti, e in questo caso se anche seguissero non andrebbero minimamente a scalfire il nucleo del sistema: l’energia. Affrancarsi energicamente dal sistema dovrebbe essere la prima delle priorità per un continente manifatturiero che ha un futuro tutto da scrivere, ma l’imprescindibile premessa è socio-ideologica. Rendersi indipendenti dalle ideologie, che hanno dettato per troppo tempo la linea di Svizzera ed Europa, è la base per un credibile ritorno all’atomo, e dunque la conquista della vera indipendenza. ❏
Minerali critici, sfida sistemica
Mentre incalza la transizione energetica e aumenta la pressione sull’industria della difesa, chi estrae e raffina minerali critici è chiamato a ripensare le proprie strategie. Più intelligenza per abilitare nuovi modelli operativi, più resilienza per assorbire gli shock geopolitici e, soprattutto, più cooperazione lungo la filiera, per creare valore anziché limitarsi a estrarlo e consumarlo.
Se l’energia muove il mondo, in un pianeta che si vuole sempre più verde - o un po’ meno grigio - il futuro dell’energia è mosso da un pugno di minerali critici. Quelli che dovrebbero abilitare la transizione verso fonti sostenibili: batterie più performanti, reti elettriche più capillari, applicazioni a sostegno della green economy. Trainati da obiettivi climatici e tecnologia, rame, litio, nickel, cobalto, grafite e terre rare hanno visto impennarsi la domanda negli ultimi anni. Domanda che, con l’inasprirsi delle tensioni geopolitiche, è sottoposta a nuove pressioni. Benché l’industria della difesa non rappresenti che una quota relativamente contenuta dei volumi globali (attorno al 10%), la rilevanza di alcune materie prime critiche è determinante per la sicurezza nazionale, come il gallio e germanio, indispensabili per semiconduttori, sistemi radar e tecnologie satellitari, oppure l’antimonio per munizioni e
Pilastri delle smart operations nel settore minerario e dei metalli
■ Pianificazione e programmazione sincronizzate
■ Asset performance management
■ Workforce of the future
■ Sanità e sicurezza
Fonte: Deloitte & Touche LLP
SSET
■ Manutenzione predittiva e prescrittiva
■ Strumenti operativi intelligenti
■ Smart factory
■ Supply chain dinamica
materiali ignifughi. Il rischio non è tanto legato alla scarsità dell’offerta, che supera anzi spesso la domanda comprimendo i prezzi, quanto dalla sua concentrazione geografica. La Cina controlla circa il 60% della produzione globale di minerali critici e l’85% della capacità di lavorazione,
Andando oltre soluzioni puntuali, le smart operation consentono di portare non solo maggiore efficienza ma anche cooperazione nel settore minerario. Fondamentale per estrarre il massimo valore dai dati, la creazione di sistemi in grado di interfacciarsi.
sfiorando il monopolio in alcuni casi. E anche dove emergono poli alternativi, come l’Indonesia per il nichel, una parte significativa degli asset è in mani cinesi. Non sorprende dunque che anche chi ha stralciato dalla propria agenda gli obiettivi di sostenibilità, si faccia promotore di rafforzamento e diversificazione delle catene di approvvigionamento, come ha dimostrato il primo “Ministerial Meeting on Critical Minerals” promosso dagli Stati Uniti, che a inizio febbraio ha riunito a Washington 54 paesi e la Commissione europea. Per i padroni di casa è stata l’occasione per siglare una serie di nuovi accordi bilaterali e memorandum d’intesa con paesi partner, annunciare nuovi investimenti a sostegno di progetti strategici nel settore minerario e istituire il Forum on Resource Geostrategic Engagement (Forge). Iniziative che si sommano agli investimenti degli ultimi anni, a partire dai 7,5 miliardi allocati dal Big Beautiful Bill, mentre in sordina corrono i negoziati per soddisfare gli appetiti per i giacimenti groenladesi. Più limitata, per ora, invece la portata del “Critical Raw Materials Act” europeo (maggio 2024), che fissa però obiettivi ambiziosi al 2030: estrarre il 10%, trasformare il 40% e riciclare il 25% del consumo annuo di materie prime strategiche, riducendo la dipendenza da un singolo Paese terzo sotto il 65%. Traguardi che, allo stato attuale, con incentivi
di natura principalmente amministrativa appaiono complessi da conseguire.
La promozione dei minerali critici al rango di sicurezza nazionale, che difficilmente subirà inversioni di tendenza, cambia in modo radicale il ruolo delle società minerarie. Non più solo fornitori di materie prime, stanno diventando partner strategici di governi e industria della difesa. Il che impone loro di operare in un contesto più complesso e politicamente sensibile, bilanciando agilità di breve periodo e investimenti di lungo termine, allineando il business sia alle esigenze di sicurezza che agli impegni di sostenibilità.
Una constatazione che stimola a interrogarsi sulle tendenze con cui il settore minerario e dei metalli dovranno confrontarsi per abilitare il cambiamento. Non più estrarre valore ma crearlo: è questo l’assunto dello studio pubblicato a inizio anno da Deloitte Global, “Tracking the trends 2026”, alla 18esima edizione.
Ma il settore è davvero pronto per un tale cambio di paradigma? Per oltre un secolo, l’industria mineraria e dei metalli ha operato con un mandato chiaro: estrarre, raffinare e fornire le materie prime per sostenere il progresso economico globale. Se questo mandato è rimasto immutato, a cambiare, e a continuare ad accelerare, è l’insieme delle aspettative riposte nelle compagnie minerarie da parte di dipendenti, comunità, autorità di regolamentazione, investitori e della società in generale. In un’epoca di maggiore controllo, di domanda di impatto positivo e di trasformazione tecnologica, la ricerca di uno “scopo profondo” (deep purpose) sta emergendo come fattore competitivo. Secondo lo studio di Deloitte, non si tratterebbe di un’operazione di branding né di una semplice estensione della responsabilità sociale: è una condizione essenziale per guidare le decisioni in scenari incerti, costruire resilienza, ottenere la fiducia degli stakeholder e attrarre talenti e capitali orientati a valori che vadano oltre il profitto.
In quest’ottica, una gestione statica del portafoglio non è più sufficiente a preservare una posizione di leadership. Oltre agli investimenti su singole commodities, molti operatori iniziano a leggere i portafogli attraverso la lente degli ecosistemi dei loro clienti, che richiedono accesso integrato a più asset - come nel caso dei produttori di veicoli elettrici. Soddisfare queste esigenze combinate può conso-
Il predominio della Cina
Produzione e domanda di minerali critici raffinati per area geografica, 2024
Crescita annua media di domanda e offerta (in %, 2021-2024)
Domanda ■ Offerta
Andamento dei prezzi
Gennaio 2020 - Gennaio 2025 (I-2020= 100)
Rame Terre rare Metalli batterie
L’impatto delle restrizioni all’export sui prezzi
Alcuni esempi fra gennaio 2024 (index 100) e aprile 2025
lidare le relazioni, incoraggiare acquisti a lungo termine e la creazione di altre partecipazioni per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento alle aziende a valle. Al contempo, anche i mercati secondari stanno emergendo come una componente cruciale. Se si considera ad esempio il calo del 30% stimato per l’estrazione di rame entro il 2035, strategie di riciclo ed economia circolare possono rafforzare la
Dic 2024 La Cina vieta l’export di gallio, germanio e antimonio verso gli USA
Restrizioni Cina all’export bismuto, tungsteno,indio e molibdeno
4 mesi stop export DRC cobalto Feb 2025
Nonostante l’aumento della domanda di minerali critici, la crescita dell’offerta ha spinto al ribasso i prezzi, tranne quando sono state introdotte restrizioni all’export, altamente impattanti a causa della preoccupante concentrazione del mercato. Leader per geografia e proprietà, la Cina produce oltre il 95% di grafite e terre rare per batterie, oltre a consumarne in abbondanza.
Fonte: IEA, S&P Global e Bloomberg
L’energia ha bisogno di batterie
Incidenza settore energia su richiesta dei principali minerali per le batterie, 2022-24
Il 90% della crescita dell’offerta dipende da un unico fornitore Variazione produzione per Paese, 2020-24
Domanda di minerali per CleanTech
Cfr. 2020/2040, secondo lo scenario, in mt.
Un futuro affamato di minerali critici
Difficile immaginare un futuro in cui la domanda di minerali critici non continui a crescere. Entro il 2040 la disponibilità di risorse necessarie alle tecnologie energetiche pulite dovrebbe aumentare di sei volte per poter raggiungere la neutralità climatica a metà secolo. E anche accantonando le ambizioni verdi, l’elettrificazione dei consumi, l’intelligenza artificiale e l’urbanizzazione richiederanno comunque un’espansione significativa della capacità estrattiva. L’offerta, tuttavia, resta fortemente concentrata. La Repubblica Democratica del Congo produce circa il 70% del cobalto mondiale; l’Indonesia controlla quasi la metà dell’offerta di nichel e ne domina la lavorazione; la Cina presidia grafite, terre rare e litio, pur con l’emergere di nuovi produttori come Argentina e Zimbabwe. Il caso delle batterie agli ioni di litio è emblematico. Nel 2025 la loro diffusione globale è risultata sei volte superiore rispetto al 2020. Nonostante il rallentamento delle vendite di veicoli elettrici in alcuni mercati, come quello europeo dopo il ridimensionamento degli incentivi, l’auto elettrica resta il principale motore della domanda, assorbendo oltre il 70% delle batterie prodotte. Seguono i sistemi di accumulo stazionario, con più del 15%, a conferma del ruolo crescente delle batterie nella stabilità delle reti elettriche. Un cambiamento radicale rispetto al 2015, quando quasi metà della domanda globale proveniva dall’elettronica portatile, oggi scesa sotto il 5%. A sostenere l’espansione è stato soprattutto il calo dei prezzi, favorito da economie di scala, innovazioni nella chimica delle celle e crescente concorrenza.Anche in questo caso, praticamente tutte le batterie ad alte prestazioni nel mondo dipendono dai materiali raffinati in Cina, che lo scorso anno ha prodotto oltre l’80% delle batterie globali, con Corea del Sud e Giappone quali uniche alternative. Spinti dai progetti delle case automobilistiche, Europa e Stati Uniti hanno attratto investimenti significativi, ma restano penalizzati da costi di produzione ancora fino al 50% superiori rispetto alla Cina, che si riflettono sui prezzi finali. Un divario che rende complessa la costruzione di un’industria competitiva al di fuori dell’Asia.
resilienza dei portafogli.
Un’altra leva è rappresentata da fusioni e acquisizioni: dal 2000 il valore delle operazioni è cresciuto del 47%, stimolato dalla ricerca di materie prime “future-proof”, capacità chiave, efficienze e condivisione dei rischi. Concludere un accordo - si sottolinea nello studio di Deloitte - può aiutare a sbloccare sinergie di portafoglio, migliorare la produzione e
aumentare l’Ebitda senza la difficoltà di creare nuovi asset. È interessante osservare che oggi l’M&A evolve anche verso l’acquisizione di asset a valle, tecnologie per produzioni più efficienti, infrastrutture di riciclo e piattaforme orientate al cliente. Il portafoglio minerario del futuro includerà infatti competenze e capacità, oltre alle risorse.
Capacità che avranno molto a che fare
con l’intelligenza artificiale, minimo comune denominatore della maggior parte dei 10 trend delineati dallo studio di Deloitte guardando ai prossimi 12-18 mesi del settore. Anche in un ambito così “fisico”, l’Ai può fare la differenza. Si pensi alla possibilità di analizzare e sfruttare le enormi quantità di dati operativi già raccolti dalle compagnie minerarie. Molte aziende faticano però a trarne valore: i dati rimangono spesso isolati in piattaforme o dashboard, impedendo una visione olistica. E anche quando si ottengono guadagni in termini di efficienza, spesso non si traducono in risultati finanziari. Sbloccare benefici richiede integrazione: reti private 4G e 5G, data lake, edge analytics, piattaforme cloud native capaci di aggregare grandi set di dati e generare insight.
Già nel 2024, il mercato globale dell’automazione mineraria - dal trasporto autonomo ai sistemi di controllo integrati - valeva 5,7 miliardi di dollari e potrebbe raggiungere 8,7 miliardi entro il 2030. Le smart operations stanno consentendo miglioramenti ed efficientamento lungo l’intero ciclo di vita delle miniere, dalla manutenzione predittiva alla sicurezza. Ad esempio, Petrobras addestrando un modello linguistico di grandi dimensioni (Llm) su 30 anni di dati operativi, ha sviluppato uno “specialista digitale” a supporto di ispezioni e raccomandazioni di riparazione: gli ingegneri restano centrali, ma le competenze vengono scalate su migliaia di operazioni annue, con maggiore coerenza e rapidità. Perché il risultato sia all’altezza, le risorse umane dovranno plasmare organizzazioni in cui persone e sistemi intelligenti lavorino insieme, il che andrebbe a ulteriore vantaggio di un settore caratterizzato da siti remoti e scarsità di personale.
Obiettivi sviluppo sostenibile Politiche dichiarate
Pannelli solari
Batterie
Idrogeno
Fonte: IEA
Resto del mondo
Rame Litio Nichel
Cobalto Grafite Terre rare
Negli ultimi anni la crescita dei ricavi delle compagnie minerarie leader del settore si è arrestata, mentre i margini sono stati compressi da prezzi volatili e costi in aumento, mostrando i limiti di un modello operativo basato sui volumi. Si fa largo in parallelo la sensibilità alle crescenti aspettative di responsabilità ambientale e sociale, che potrebbero portare a una maggiore resilienza, anche scongiurando alcune delle principali cause di ritardo nello sviluppo di nuovi progetti.
I dati potrebbero rivoluzionare anche l’esplorazione mineraria. Metodi e processi sono cambiati poco negli ultimi decenni, concentrandosi principalmente sull’acquisizione di terreni e sulla prospezione fisica. Ma i giacimenti ‘facili’ sono ormai stati in gran parte individuati, le competenze geologiche scarseggiano, i costi sono più che raddoppiati dal 2005. Gli esperti di “Tracking the trends 2026” suggeriscono che tecnologie basate sull’Ai, capaci di integrare dataset eterogenei, potrebbero abbreviare sensibilmente il ciclo, migliorando la selezione dei progetti e il valore dei portafogli. Oggi tra scoperta iniziale e produzione intercorrono ancora in media 15 anni.
In Canada e Australia strumenti di elaborazione del linguaggio naturale vengono già applicati a migliaia di rapporti d’archivio trasformando testi non strutturati in insight geologici utili, mentre nella Columbia Britannica, pipeline di machine learning hanno già aiutato a identificare target precedentemente trascurati analizzando 110mila documenti storici.
Architetture come l’edge computing possono inoltre consentire a consorzi e progetti collaborativi di condividere dati sensibili proteggendo la proprietà intellettuale, fermo restando la necessità di standardizzazione per poter dialogare. Riconoscendo i propri punti di forza e i propri limiti - ed aprendosi a nuove collaborazioni e tecnologie - i diversi attori del settore potranno progredire insieme. I grandi gruppi minerari infatti dispongono di vaste concessioni e capitali, ma spesso avanzano con cautela nell’esplorazione e sono vincolati dalla propensione al rischio degli investitori. Le società junior portano agilità e spirito imprenditoriale, ma non sempre finanziamenti stabili. Le
Margine di profitto netto delle principali società minerarie mondiali
Evoluzione 2002-2024, in %
La rendicontazione Esg guadagna consensi tra i principali produttori
Evoluzione del numero aziende leader del settore minerario che riportano indicatori Esg
Fonte: IEA
tech companies offrono competenze in Ai e data science, ma hanno bisogno di accedere a know-how settoriale e archivi proprietari. Governi e accademia, infine, possono contribuire con ricerca e dati precompetitivi capaci di ridurre il rischio dei progetti per l’intero ecosistema.
La cooperazione sarà imprescindibile anche per affrontare la sfida ambientale. L’industria chiamata a fornire gli “ingredienti” della sostenibilità resta infatti ad alto impatto: perdita di biodiversità, residui minerari, inquinamento di aria, acqua, suolo e pressione sulle comunità locali. Se la consapevolezza è cresciuta - come mostrano i report Esg delle maggiori compagnie - andare oltre interventi frammentati non è semplice. Accanto a una governance solida nei CdA, il valore aggiunto può venire anche in questo caso dalla condivisione dei dati: ad esempio, piattaforme in cui minatori, trasformatori, operatori logistici e clienti mettano a fattore comune valutazioni dei rischi di eventi climatici estremi a livello regionale, allineandosi su scenari e indicatori condivisi per velocizzare i cicli decisionali, permettere di svi-
Cause di ritardo dei progetti % dei progetti per CRM in ritardo, 2017-23
Autorizzazioni
Sfide tecniche
Aspetti commerciali
Problematiche ambientali
Opposizione stakeholder Covid-19
Suddivisone utili
Sanità e sicurezza
Fonte: ERM Foundation Research
luppare congiuntamente le infrastrutture e distribuire i costi e i benefici in modo più equo, ottenendo vantaggi misurabili in termini di resilienza. Forse scoprendo alla fine che, spostare l’attenzione dall’interesse individuale al vantaggio sistemico non è un’aspirazione utopica, ma una delle condizioni per preservare
nel lungo periodo.
Andrea Petrucci
Fonte: Statista
Scuotersi dal fatalismo
L’aumento dei costi della salute non è frutto di una dinamica incontrollabile. Cure ambulatoriali, digitalizzazione, una migliore pianificazione ospedaliera e la riduzione di un catalogo troppo generoso di prestazioni, potrebbero alleggerire la pressione.
Gli aumenti dei premi dell’assicurazione malattia obbligatoria sono in cima alle preoccupazioni della popolazione. La causa principale è evidente: la crescita costante dei costi sanitari. Sulle ragioni di fondo spesso le opinioni divergono ed emergono talvolta spiegazioni fatalistiche, come l’invecchiamento della popolazione o il progresso tecnologico e terapeutico. Fattori sicuramente impattanti, ma non esclusivi e preponderanti. Lo dice un’analisi fattuale dell’Istituto Css per l’economia sanitaria empirica di Lucerna, dal titolo volutamente provocatorio “Wieso steigen die Prämien schneller als die Gesundheitskosten?” (Perché i premi crescono più velocemente dei costi della salute?)
Secondo lo studio, tra il 2015 e il 2024, i costi pro capite nell’assicurazione di base presso la Css - uno dei grandi assicuratori con quasi 1,5 milioni di assicurati (2024) - sono aumentati da 3.613 a 4.410 Chf (+797) a persona. Le principali voci di crescita sono le prestazioni mediche e i medicamenti, che spiegano oltre la metà dell’incremento complessivo. L’analisi mostra come sia soprattutto da imputare a decisioni normative e amministrative, ossia l’ampliamento del catalogo delle prestazioni rimborsate dall’assicurazione di base - che porta a una crescita delle prestazioni coperte - e non di una dinamica incontrollata e incontrollabile.
Due esempi: i nuovi farmaci inseriti nella lista delle specialità rimborsate, che hanno generato una crescita dei costi pro capite, e la nuova regolamentazione della psicoterapia psicologica, che ha ampliato le prestazioni coperte. Dal 2022 i terapeuti possono infatti fatturare all’assicurazione di base su prescrizione medica, ossia il finanziamento è passato
dalle complementari all’assicurazione obbligatoria. La conseguenza è un aumento sensibile dei costi, con dinamiche analoghe osservabili anche in altri ambiti, come la podologia o alcune terapie di medicina complementare. Tutto nell’interesse della salute dei cittadini-pazienti, ma con una conseguenza sull’ammontare dei premi dell’assicurazione di base.
L’aumento dei costi sanitari 2015-24, in Chf, per assicurato CSS
Marco Romano, direttore aggiunto di prio.swiss, l’associazione degli assicuratori malattia svizzeri. Sotto, alcuni fattori che pesano sull’aumento dei costi pro capite (assicurati Css).
saggio dell’Istituto Css è chiaro: l’aumento dei costi e dei premi riflette soprattutto decisioni normative su quali prestazioni includere e come finanziarle. Secondo gli autori dell’analisi, se volessimo frenare la crescita dei premi, dovremmo regolare diversamente il finanziamento di terapie innovative, arrestare lo spostamento del finanziamento dall’individuo verso il collettivo e/o rinunciare a prestazioni con un beneficio aggiuntivo limitato.
Queste evidenze confermano la necessità di portare il dibattito sulle priorità e sulla sostenibilità dell’assicurazione di base. Per garantire anche in futuro la solidarietà, la qualità e l’inclusione di oggi, occorrono decisioni coraggiose.
Le prestazioni integrate nel catalogo di base non smettono di crescere. Si è così ridotta la quota di spesa privata ed è aumentata quella finanziata collettivamente: la percentuale di costi assunti dall’assicurazione è passata dal 30% (1996) al 37% (2022), mentre la spesa privata è scesa dal 41,5% al 29%. Ne consegue che i premi crescono più rapidamente dei costi sanitari, poiché devono finanziare un numero crescente di prestazioni, anno dopo anno. Insomma, l’allargamento della paletta di prestazioni rimborsate ha il suo prezzo.
Lo studio ridimensiona infine il ruolo della demografia: l’invecchiamento della popolazione spiegherebbe circa un sesto dell’aumento dei costi pro capite. Il mes-
L’associazione prio.swiss e gli assicuratori malattia reputano vi siano margini per applicare misure virtuose che non intaccano le prestazioni essenziali. Esemplare è l’assoluta necessità di aumentare le cure ambulatoriali (meno care, più sicure) e di digitalizzare i processi tra i fornitori di prestazioni, come lo scambio di informazioni, per evitare inutili doppioni. Migliorando la pianificazione ospedaliera, concentrando e specializzando, si mitigano poi i costi globali producendo più qualità e sicurezza. E insieme ai medici, possiamo andare a ridurre i trattamenti inutili o superflui. In questo ambito occorre poi isolare interventi e terapie ormai superati, e forse non più necessari, accanto a una valutazione ponderata sulle nuove terapie disponibili.
Fonte: CSS
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Una scomoda necessità
Le misure unilaterali recentemente adottate nei confronti della Svizzera dimostrano la necessità di stringere accordi, agendo proattivamente per tutelare al meglio gli interessi nazionali.
In un mondo segnato dal ritorno del protezionismo, per un’economia fortemente orientata all’export come quella svizzera si profilano sfide impegnative. Se nel 2025 sono stati i dazi imposti dal governo statunitense a tenere banco, nei primi mesi del 2026 sono stati alcuni annunci dei nostri vicini a far discutere e tremare l’industria elvetica. Si tratta in primo luogo delle misure di protezione sull’acciaio rese note da Bruxelles lo scorso ottobre e destinate a entrare in vigore a partire da questo giugno. Il nuovo regime prevede che le importazioni di acciaio nell’Ue esenti da dazi saranno limitate a 18,3 milioni di tonnellate l’anno. Superata tale quota, verrà applicata una tariffa del 50% senza eccezioni a tutti i Paesi al di fuori del mercato unico. Le conseguenze per la nostra industria siderurgica, già in grave difficoltà, potrebbero essere drastiche: basti pensare che l’industria svizzera importa dall’Ue il 98% dell’acciaio grezzo che trasforma in prodotti siderurgici e che il 95% di questi prodotti viene in seguito riesportato nell’Ue.
Il secondo annuncio ad aver creato notevole trambusto è giunto dalla capitale italiana. Con il nuovo meccanismo di iperammortamento introdotto dalla Legge di Bilancio 2026, le imprese italiane godranno di una maggiorazione fiscale del costo ammortizzabile di determinati macchinari, a condizione che siano prodotti nell’Ue o nello Spazio economico europeo (See). Il governo italiano sembrerebbe pronto a eliminare questo vincolo territoriale discriminante per l’industria Mem svizzera, consentendo di evitare una perdita di competitività dei prodotti esportati in Italia, con un calo della domanda e un possibile incentivo a delocalizzare parte della produzione nell’Ue.
A prescindere dall’esito finale, questi due episodi hanno gettato ombre sull’ulteriore sviluppo della via bilaterale, che verrà dibattuto sui banchi del Parlamento nei prossimi mesi. Per taluni, infatti, non sono altro che l’ennesima dimostrazione dei comportamenti prevaricatori dell’Ue nei confronti della Svizzera e un ulteriore incentivo a respingere il nuovo pacchetto di accordi. Dal nostro punto di vista,
Olivier Abou-Nader, Collaboratore di progetto economiesuisse.
Prodotti chimici e pharma Metalli e pietre preziose
apparecchi,
invece, dimostrano l’urgenza di relazioni contrattuali chiare e vincolanti. È vero, nel caso concreto non ci sono disposizioni riguardanti il settore siderurgico o l’ambito fiscale nel nuovo pacchetto, ma nulla impedisce di negoziarne nell’interesse della nostra piazza economica. Viceversa, il nuovo pacchetto di accordi aggiorna e consolida i cinque accordi di accesso al mercato esistenti e ne introduce due nuovi, garantendo la partecipazione settoriale della Svizzera al mercato interno in ambiti particolarmente importanti per l’industria di esportazione. È l’assenza di una cornice contrattuale chiara a penalizzare il nostro Paese, non il contrario.
Se vogliamo tutelare l’industria siderurgica o quella Mem da decisioni unilaterali prese all’estero, è necessario definire regole condivise. Così come, quando gli Stati Uniti hanno imposto alla Svizzera dazi tra i più elevati nel confronto internazionale, il nostro governo e l’economia si sono immediatamente mobilitati per concludere un accordo volto a ridurli. Allo stesso modo, considerando la necessità per l’economia elvetica di poter continuare ad accedere senza ostacoli al mercato unico europeo, il nostro principale mercato di riferimento, è necessario ricorrere al nuovo pacchetto di accordi, anche se ciò significa recepire alcune disposizioni del diritto europeo. D’altronde, vale lo stesso per l’Ue: per accedere al mercato svizzero, le imprese europee devono rispettare le prescrizioni legislative svizzere. Coloro che ritengono si tratti di una concessione eccessiva dovrebbero presentare un’alternativa valida. Allo stato attuale, rispetto all’adesione allo See, all’adesione all’Ue o a un semplice accordo di libero scambio, la via bilaterale risulta ancora l’approccio migliore. Limitarci a osservare passivamente il deterioramento delle condizioni quadro di accesso al mercato unico non è invece una strategia che possiamo permetterci. Bisogna agire proattivamente per tutelare i propri interessi: l’assenza di accordi chiari non è una forma di indipendenza, ma una vulnerabilità strategica. Per la Svizzera si impone la necessità di negoziare accordi che garantiscano prevedibilità e tutelino al meglio i suoi interessi: e un buon accordo, si sa, non soddisfa pienamente nessuna delle due parti.
Fonte: UST
Fragilità tecniche, soluzioni umane
Intelligenza artificiale, instabilità geopolitica e frodi digitali stanno ridefinendo il perimetro del rischio per Governi e imprese. La capacità di adattarsi a questa trasformazione è ormai una priorità strategica anche per la resilienza istituzionale e finanziaria.
Tre quarti dei dirigenti, manager e opinion leader globali hanno subito una frode digitale o conoscono qualcuno che ne è stato vittima negli ultimi 12 mesi. Questa è la premessa del recente Global Cybersecurity Outlook 2026, pubblicato dai ricercatori del World Economic Forum in collaborazione con gli esperti di Accenture. Il report focalizza un ambito operativo che molte organizzazioni ritardano ancora a interpretare come generatore di soluzioni piuttosto che di problematiche cui è necessario trovare un rimedio.
In parole semplici, la cybersecurity non è più un argomento la cui soluzione è lasciata ai responsabili It. Al contrario, ormai è diventata una variabile strategica che condiziona gli investimenti, la Governance, le relazioni internazionali con i corrispondenti esteri, la tenuta dei modelli di business, gli aspetti reputazionali e la redditività di ogni settore economico, incluso quello finanziario. Insomma: ignorare questa nuova variabile strategica
ormai è un rischio che semplicemente non conviene correre.
Il report individua tre particolari ambiti che rappresentano il perimetro del rischio informatico delle odierne strutture economiche: l’Intelligenza Artificiale, la geopolitica, la frode digitale.
Ciascuno di questi comparti focalizza criticità che vanno oltre la semplice digital security. Quindi, è bene procedere con ordine, iniziando proprio dall’Ai. Secondo il parere unanime (il 94%) degli opinion leader intervistati, nel 2026 è proprio l’Intelligenza Artificiale a rappresentare il fattore di cambiamento più significativo della cybersecurity in ambito economico-finanziario. A confermarlo, la percentuale delle aziende che hanno aggiornato le loro procedure interne per incrementare la sicurezza delle loro infrastrutture Ai. In soli dodici mesi questa percentuale è passata dal 37% del 2025 all’odierno 64, mentre tra i manager ormai l’87% avverte il pericolo rappresentato dalle applicazioni abusive dell’Ai.
La panoramica che emerge da queste considerazioni si caratterizza per una serie di complicazioni interdipendenti, come una rincorsa continua tra guardie e ladri, dove attacchi e difese procedono nella stessa direzione, alla stessa velocità e con una moltiplicazione di minacce contrastate da altrettante soluzioni, dando origine a una serie infinita di responsabilità. Ecco qualche esempio. Si pensi agli attacchi di social engineering costruiti con Ai generativa, ovvero le truffe psicologiche create con l’intelligenza artificiale, come quelle realizzate per telefono. Si ricordi anche il phishing personalizzato su scala industriale, che induce i destinatari ad agire in modo illegale ma seguendo in buona fede delle istruzioni che sono invece attendibili solo in apparenza.
Vanno poi segnalati anche i software progettati appositamente per rubare dati o paralizzare le infrastrutture digitali, meglio noti come malware adattativi, capaci di modificarsi all’infinito per sfuggire alle rilevazioni degli antivirus.
Sorprende, rilevano gli esperti nel report, che malgrado queste considerazioni oltre un terzo delle organizzazioni mondiali ancora proceda senza una strategia coordinata, o una Governance formale sugli strumenti Ai di cui si servono.
Invece, in ambito geopolitico? Ebbene, il 64% delle aziende contrasta gli attacchi informatici considerandoli come variabili extra-aziendali, spesso remote, derivanti da contingenze geopolitiche imprevedibili, come il sabotaggio di infrastrutture critiche, lo spionaggio industriale, oppure la disinformazione.
In 12 mesi, tra le aziende sono inoltre cresciute dal 26 al 31% le previsioni negative motivate dall’inefficacia delle
Pubblico e privato, cittadini e imprese, sono tutti nella stessa barca, e in modalità differenti possono incappare negli stessi rischi.
Le cyberminacce sono sempre più frequenti, molti non si sono ancora attrezzati.
pubbliche amministrazioni a contrastare incidenti cyber che colpiscano le infrastrutture nazionali, come ad esempio: le reti elettriche, i sistemi idrici, il traffico ferroviario e i collegamenti aerei, gli ospedali, ovvero il tessuto connettivo di ogni moderna economia.
Al medesimo tempo, e sul fronte opposto, il report segnala come anche il settore pubblico, che proprio di quelle infrastrutture dovrebbe rappresentare il presidio principale, si riconosce inadeguato a reagire: infatti il 23% delle organizzazioni pubbliche avverte di disporre di una insufficiente capacità di cyber-resilienza.
Ed ecco il terzo ambito considerato dal report: le frodi digitali.
Si tratta di un fenomeno che ormai ha raggiunto una pervasività tale da non poter più essere archiviato come un rischio marginale o una questione di igiene informatica limitato ad una singola azienda.
Il 75% degli intervistati, si diceva, ha dichiarato di essere stato personalmente colpito, o di conoscere qualcuno che lo è stato, da una frode informatica avvenuta nel 2025. Non si parla di truffe grossolane o di email con errori ortografici ma, al contrario, di attacchi costruiti con strumenti sofisticati, spesso potenziati dall’Ai generativa, capaci di simulare la voce di un collega, replicare lo stile di scrittura di un Ceo, costruire identità digitali del tutto credibili.
Proprio in questo settore, il Global Cybersecurity Outlook 2026 avverte un disallineamento tra le priorità considerate dei dirigenti dei Cda e quelle risolte nei dipartimenti It.
I manager identificano nella frode digitale la loro principale preoccupazione, e questo mette in secondo piano il ransomware, il blocco dei dati contro un riscatto, che fino a poco tempo fa dominava la graduatoria dei rischi informatici.
I responsabili dei dipartimenti It invece si concentrano ancora sul ransomware e sulla resilienza delle catene di fornitura. Questa apparente contraddizione di vedute rispecchia le responsabilità di chi, a
Regione che vai, fiducia che trovi
Lo Stato sarebbe pronto a rispondere a un cyber-attacco a un’infrastruttura critica?
Medio Oriente e Nord Africa
Asia orientale e Pacifico
Europa e Asia centrale
Asia meridionale
Africa Subsahariana
Come diventare cyber-resilienti
Quali sono le principali sfide che la vostra azienda deve affrontare per diventarlo?
Velocità dell’evoluzione delle minacce e delle tecnologie
Vulnerabilità di terzi e catene di fornitura
Scarsezza di competenze ed esperienza in ambito cyber
Sistemi informatici
Scarsità di risorse finanziarie
Scarsa visibilità in In, Ot e IoT
Complessità di Governance e compliance
Inefficacia della risposta e dei relativi piani di emergenza
Global Cybersecury Outlook 26
livello dirigenziale, governa la strategia d’impresa e di chi, a livello gestionale, invece presidia la sicurezza operativa.
Si tratta di due prospettive che affrontano il medesimo panorama ma con metriche di rischio spesso divergenti.
Tuttavia, in mancanza di soluzioni, proprio questo disallineamento strategico si traduce in una pericolosa vulnerabilità. A confermarlo, ancora una volta, sono le rilevazioni statistiche evidenziate dal report.
In ambito supply chain, infatti, il 65% delle grandi aziende per fatturato indica l’inaffidabilità di terze parti e delle filiere esterne di produzione come un rischio supplementare in ambito cyber, un dato in crescita rispetto al 54% del 2025.
Si tratta di un elemento a conferma che la dipendenza da pochi grandi fornitori di infrastrutture digitali resta come una problematica sistemica difficile da ignorare.
Le conclusioni del report, infine, ribadiscono quanto affermato in premessa: la cybersecurity non è un problema tecnico da contrastare con rimedi tecnici, ma una
sfida di Governance, di cultura organizzativa e di cooperazione, non solo tra pubblico e privato, ma altresì tra settori e nazioni, perché la cybersecurity è un obiettivo per raggiungere il quale la collaborazione, oltre che possibile, si conferma un fattore determinante. In altri termini, in un’epoca in cui la frammentazione geopolitica sta erodendo le basi della fiducia multilaterale, le problematiche digitali, per la loro natura transnazionale e la velocità con cui si propagano, non lasciano spazio a risposte unilaterali.
Di conseguenza, anche in ambito digitale si scopre come le disparità informatiche che dividono Paesi avanzati e nazioni in via di sviluppo non rappresentano solo un problema di ordine etico, ma un varco di fragilità sistemica socio-economica che i malintenzionati già sanno come sfruttare. Quindi anche oggi, come in passato, prevenire le patologie, in questo caso cyber, costa meno che occuparsene dopo averne subito i danni.
Grandi
Fonte: Global Cybersecury Outlook 26
Fonte:
L’outsourcer evolve da fornitore di servizi a partner strategico, chiamato a condividere responsabilità e visione con le imprese che ricorrono all’esternalizzazione di processi o servizi, sostenendone lo sviluppo e la competitività in uno scenario sempre più complesso, in cui è fondamentale accedere a competenze specialistiche e innovazione.
I protagonisti del focus:
p. 48
p. 46
Chris Darmon Outsourcing Advisory Leader di KPMG
Barbara Hodge Global Editor di SSON Research & Analytics
p. 50
Martin Zubler
p. 50
Martin Meyer VP Adecco Operations Switzerland
Managing Director ISS Nord/Sud
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Alen Arslanagic Cofondatore e Ceo di Visium
p. 51
Laurent Ashenden Fondatore di Voxia communication
p. 54
p. 52
Piero Gasparini Fondatore e Ceo di iuXta
Simona Casarin Gasparini Partner di iuXta
Federico Fuochi
Managing Director di OLG International
p. 56
Sergio Morisoli
speciale Outsourcing
A cura di Susanna Cattaneo
Dalla delega operativa allo sviluppo sinergico
Dare in outsourcing oggi non significa più delegare un servizio a un fornitore chiamato a eseguirlo in autonomia. Significa invece individuare un partner di lungo periodo, capace di co-progettare soluzioni e contribuire alla creazione di valore, supportando obiettivi strategici e continuità operativa. Di conseguenza cambiano aspettative e responsabilità reciproche.
Np. 55
Massimo Baioni Head of Sales di Tinext Cloud
Regional Director Ticino di ISS Svizzera
ato come risposta all’esigenza delle imprese di alleggerire costi e strutture interne attraverso l’esternalizzazione di attività ripetitive e standardizzabili, l’outsourcing ha progressivamente cambiato natura. Una spinta determinante è arrivata dalla digitalizzazione prima e dalla diffusione dei modelli di servitization poi, che hanno visto tante aziende iniziare a fornire anche i servizi di supporto ai beni prodotti con l’obiettivo di creare maggior valore per il cliente. L’outsourcing ha così risalito la catena del valore fino a coinvolgere processi sempre più prossimi al core business, riconfigurandosi in chiave
sinergica. Da un lato, il ritmo dell’innovazione e la crescente domanda di competenze specialistiche impongono risposte tempestive che spesso è più efficiente reperire all’esterno. Dall’altro lato, proprio l’automazione dei processi, la diffusione di piattaforme cloud e l’ascesa dell’intelligenza artificiale stanno ampliando il perimetro dei servizi esternalizzabili e i modelli operativi, consentendo di gestire a distanza, in modo perfettamente integrato, anche attività complesse, sottraendosi al rischio di un approccio standardizzato, in precedenza a lungo imputato all’outsourcing. Non sorprende quindi che il settore continui a crescere. Nonostante negli
ultimi anni si stia osservando una spinta all’insourcing di competenze criticheo, nelle organizzazioni più internazionali, alla loro concentrazione in Global in-house center a servizio delle diverse unità aziendali - è altrettanto vero che l’outsourcing, sempre più supportato e sollecitato dall’intelligenza artificiale, registra un’ampia adesione in tutti i settori, regioni e funzioni, in particolare processi aziendali, Finanza e Contabilità, IT, HR e Vendite e Marketing. Stimato a 1,02 trilioni di dollari nel 2026, secondo Mordor Intelligence il mercato dovrebbe continuare a crescere con un Cagr del 5,77% fino al 2031, trainato soprattutto dai settori finanziario e assicurativo.
«Difficile dire cosa si muova più velocemente: le esigenze delle aziende o i modelli di outsourcing che le supportano. Quel che è certo è che il settore sta entrando in una nuova era, definita non solo dalla delocalizzazione e dalla manodopera a basso costo, ma anche da un’orchestrazione più mirata e strategica di tecnologia, talenti e modelli di delivery», osserva Chris Darmon, Outsourcing Advisory Leader di KPMG. Secondo un recente sondaggio della società di consulenza, l’81% delle aziende desidera che i propri fornitori siano “collaboratori strategici”, non semplici “vendor”. Soddisfare queste aspettative richiede però più della tradizionale competenza dell’outsourcer.
«Alle aziende non bastano più fornitori che semplicemente rispettino le prestazioni stabilite da contratto, ma necessitano di partner strategici che le aiutino a sviluppare il loro business. Oggi le migliori relazioni di outsourcing non sono gestite, ma guidate congiuntamente. I clienti cercano fornitori di servizi che non si limitino a eseguire gli ordini, desiderano collaboratori in grado di pensare insieme ai loro team, di risolvere problemi complessi e adattare i modelli di fornitura all’evolversi delle esigenze. Si afferma dunque una nuova mentalità che considera l’outsourcing come una capacità in continua progressione, piuttosto che una decisione presa una tantum», specifica l’esperto di KPMG.
Ne deriva un diverso modello relazionale, fondato su una maggiore trasparenza rispetto a obiettivi, sfide, piani industriali e cultura aziendale del cliente. Di pari
«Oggi le migliori relazioni di outsourcing non sono gestite, ma guidate congiuntamente. I clienti cercano fornitori di servizi che non si limitino a eseguire gli ordini, desiderano collaboratori in grado di pensare insieme ai loro team, di risolvere problemi complessi e di adattare i modelli di fornitura all’evolversi delle esigenze»
Paradigmi a confronto
Evoluzione dei modelli di outsourcing verso accordi che favoriscono la trasformazione
Vendor Accordi fondamentali ancora significativi e destinati a restarlo
Aumento del personale o co-sourcing Servizio transazionale
Outsourcing end-to-end
Innovazione
Un impatto trasformazionale
Ambiti in cui le aziende prevedono un forte impatto dell’outsourcing nei prossimi 2 anni
Risultati strategici che determinano un vantaggio competitivo
del business model
Fonte: KPMG 2025
Non più soltanto assicurarsi vantaggi in termini di costi e flessibilità: si esternalizza sempre più per accedere a nuove capacità di innovazione, sia tecnologiche che strategiche. Una nuova era per l’outsourcing, che diventa una leva di competitività, abilitando lo sviluppo e rafforzando la resilienza per chi esternalizza.
Outsourcing Advisory Leader di KPMG
Chris Darmon
Fonte: KPMG 2025
Il valore dei servizi gestiti Le 3 aree di massimo valore per gli executives
Fonte: KPMG 2025
Shared services: valore condiviso e palestra di innovazione
«I Global Business Services sono diventati un hub di sperimentazione, dove nuove idee vengono testate, affinate e scalate. Un modello che di fronte a qualunque sfida - pandemia, politica, guerre - si è dimostrato resiliente e sempre più indispensabile per fornire alle imprese la stabilità necessaria per affrontare mercati in continua evoluzione»
Accanto all’outsourcing negli ultimi trent’anni si è affermato un modello complementare, anch’esso profondamente trasformato dagli stessi driver tecnologici e organizzativi: gli shared services. La logica, in questo caso, è centralizzare internamente le funzioni per mantenere il controllo, tipicamente in grandi organizzazioni. «L’idea di centralizzare le funzioni amministrative tramite un’unità condivisa risale a metà anni Ottanta, inizialmente negli Stati Uniti. La prima ondata era limitata e prevalentemente nazionale, focalizzata su funzioni ad alto volume (contabilità, payroll, ecc.). La transizione verso ciò che oggi chiamiamo “GBS” - i Global Business Services, centri globali, multifunzionali, condivisi tra diverse unità aziendali - è avvenuta fra la fine degli anni ’90 e inizio 2000, man mano che le aziende si globalizzavano e adottavano piattaforme It, integrate insieme alla standardizzazione dei processi. Da pochi early adopter, il modello si è diffuso rapidamente tra la maggior parte delle multinazionali», racconta Barbara Hodge, Global Editor di SSON Research & Analytics, principale piattaforma globale di ricerca e dati per professionisti del settore. «Mai avremmo immaginato, quando organizzammo il nostro primo convegno sugli shared service a Boston nel 1996, quanto lontano ci avrebbe portato questo percorso. L’iniziale focus su costi e struttura si è spostato verso un confronto più arricchente su valore, integrazione e abilitazione aziendale.
passo, anche i modelli di partnership sono chiamati a maturare: senza chiarezza su accessi, responsabilità ed esecuzione, anche i progetti più promettenti rischiano di fallire. Il che implica un cambiamento di mentalità su entrambi i fronti. Tra i fornitori molti restano però ancora frenati da contratti legacy e a modelli
Agli inizi la formula era semplice: consolidare, centralizzare, standardizzare. Oggi gli shared service - e ora i GBS- si trovano alla frontiera dell’innovazione tecnologica aziendale. Sono diventati un hub di sperimentazione, dove nuove idee vengono testate, affinate e scalate. Molte iniziative destinate a trasformare l’azienda nascono nella “palestra” dei GBS. Un modello che di fronte a qualunque sfida - pandemia, politica, guerre - si è dimostrato resiliente e sempre più indispensabile per fornire alle imprese la stabilità necessaria per soddisfare le esigenze più avanzate dei loro clienti e per affrontare mercati in continua evoluzione», sottolinea Barbara Hodge. Secondo il sondaggio svolto a fine 2024 da SSON R&A, il modello è ormai consolidato anche in Europa, dove il 70% degli shared services opera da uno a tre centri di proprietà dislocati a livello globale, e il 35% ne ha aumentato il numero negli ultimi due anni. Tra le destinazioni privilegiate figurano hub consolidati come India e Polonia. L’outsourcing resta comunque complementare: quasi il 40% combina team interni e partner esterni per integrare capacità, ampliare competenze e accedere a specializzazioni mirate. L’ascesa dell’AI generativa e degli agenti digitali autonomi segna ora l’inizio di una nuova fase. L’intelligenza artificiale si integra nei flussi di lavoro per anticipare e risolvere criticità, ma anche intere funzioni di lavoro cognitivo vengono automatizzate. «I ruoli si ridefiniscono, il talento si riequilibra e la delivery transazionale evolve in orchestrazione del valore. Più però avanziamo nelle operazioni digitali, più emerge una verità: si possono far correre transazioni automaticamente tramite bot, ma non si potrà mai raggiungere il pieno potenziale dei Global Business Services con le sole macchine. Servono conversazioni audaci e orientate al futuro, volontà di innovare e una leadership visionaria, capace di guardare oltre i limiti attuali. Non riesco a immaginare alcuno scenario in cui gli esseri umani non guidino questo processo», conclude Barbara Hodge. Talenti quindi da attirare e trattenere - e questa sarà una grande sfida, che richiederà di comprendere le priorità delle nuove generazioni umane, chiamate a interpretare questa trasformazione.
centrati su volumi ed efficienza invece che su innovazione e risultati. «Per decenni, i fornitori di servizi si sono differenziati su costi di scala ed efficienza nella consegna. Ma oggi i veri leader del settore hanno capito di dover andare oltre l’offerta di manodopera a basso costo per abbracciare la tecnologia come leva
principale di valore. Stanno investendo in automazione, analisi e sviluppo di AI che possono essere integrate direttamente nella delivery e, sempre più, nelle strutture contrattuali. L’approccio “Transformation-as-a-service” sta guadagnando terreno, con fornitori che offrono framework precostruiti, modelli basati sui
Global Editor di SSON Research & Analytics
Barbara Hodge
Principali difficoltà nell’outsourcing
Sondaggio internazionale su oltre 500 executives
Assenza monitoraggio dei vantaggi
Gestione inadeguata dei cambiamenti organizzativi
Scarsa integrazione nel
Scarsa performance durante la transizione
Gestione finanziaria inadeguata
Gestione inadeguata dei contratti
Gli obiettivi di chi esternalizza vanno ormai al di là di quelli tradizionali di costo e flessibilità. Per cogliere il potenziale di un outsourcing sempre più trasformazionale occorre però supportare il cambiamento di paradigma con contrattualistica, gestione organizzativa e monitoraggio dei risultati adeguati. Un’altra tendenza interessante, per i grandi gruppi internazionali è quella di centralizzare i servizi globali in centri interni condivisi fra le diverse unità aziendali, mantenendo così il controllo interno, ma con maggior efficienza.
risultati e soluzioni modulari. Sebbene la manodopera a basso costo continui a contare, l’attenzione si sta spostando sull’eliminazione del lavoro, non semplicemente sul suo svolgimento», prosegue Chris Darmon.
Accanto ai veterani del settore emergono nuovi attori, spesso AI-native o platform-based , che ridefiniscono le logiche competitive. Parallelamente, la crescente complessità degli ecosistemi di sourcing rende sempre più centrale il ruolo del procurement, chiamato a operare come regia della trasformazione. Non più soltanto una funzione negoziale, ma lo snodo strategico capace di coordinare IT, Finanza, HT e Operations, definendo governance, framework contrattuali e metriche di valore.
La maggiore complessità si riflette anche negli accordi, che diventano più dinamici. «Generalmente oggi diminuisce la loro durata, ma ne aumenta la portata. Quelli più avanzati includono clausole di innovazione, meccanismi di condivisione del valore e prezzi basati
Oltre il semplice miglioramento operativo e la riduzione dei costi Obiettivi principali delle azinde che ricorrono all’outsourcing
Maggiore rapidità di commercializzazione di nuovi prodotti e servizi
Riallocazione del personale interno in altre attività
Costi preventivabili
Migliorare l’esperienza degli stakeholder
“Quali
Accesso a talenti rari
Accesso a nuove tecnologie
Accelerare la capacità di innovazione
Accesso a best practices
Abilitazione della trasformazione del modello operativo o di business Risparmi ed efficienza
la fiducia degli stakeholder
Promuovere altre priorità strategiche
sono i vostri principali obiettivi strategici in materia di shared services e Global business center?”
Sondaggio Q4 2024 su oltre 350 executives, in %
sui risultati allineati agli indicatori di performance. Poiché l’AI sta diventando una componente centrale della delivery, sono necessarie nuove clausole sui diritti dei dati, trasparenza e validazione delle prestazioni. Al contempo i clienti chiedono anche un onboarding più rapido, scalabilità modulare e maggiore flessibilità per spostare linee di servizio man mano che le esigenze evolvono», osserva Chris Darmon.
La vera complessità, tuttavia, è spesso interna. I modelli di governance non sempre tengono il passo con l’evoluzione dell’outsourcing. «Procurement, IT, Finanza, Operations e Legal possono intervenire con obiettivi, soglie di rischio o scadenze diverse, rallentando il processo decisionale. Ancora troppo di frequente, le aziende si concentrano sulla negoziazione del contratto sottovalutando lo sforzo coordinato necessario per gestire la partnership dopo la firma. Chi saprà fin dall’inizio porre le regole per garantire il giusto allineamento sbloccherà più valore, gestirà meglio i rischi e sarà pronto
a supportare un’evoluzione costante», conclude l’Outsourcing Advisory Leader di KPMG.
Quella che un tempo era una relazione lineare e transazionale - definita da logiche di semplice “lift-and-shift” - evolve dunque verso una partnership orientata alla competitività e alla continuità operativa. In questo scenario, accanto ai grandi leader internazionali dei servizi in outsourcing, giocano un ruolo determinante anche realtà di medie e piccole dimensioni: Pmi altamente specializzate, aggiornate alle evoluzioni del proprio settore, capaci di garantire flessibilità e rapidità di risposta. Un tratto che caratterizza in modo particolare l’ecosistema svizzero, dove convivono colossi globali dell’outsourcing e una rete diffusa di fornitori ad alto valore aggiunto, precisi e discreti, riconosciuti per affidabilità, innovazione e attenti a coltivare relazioni di qualità. Una visione che riflette - e in parte anticipa - la traiettoria evolutiva dell’intero settore.
Susanna Cattaneo
Fonte: SSON, State of European Shared Services & Outsourcing Market 2025
Fonte: KPMG 2025
Migliorare
Fonte: Deloitte 2024
Outsourcing
Per la gestione delle Risorse umane, l’outsourcing può rappresentare un elemento strategico, capace di generare numerosi benefici: dalla possibilità di concentrarsi sul proprio core business all’accesso a competenze specializzate, fino alla possibilità di adattare rapidamente la strategia HR in un contesto di mercato sempre più volatile.
Le soluzioni di outsourcing moderne offrono infatti un accesso semplice a strumenti digitali automatizzati e favoriscono così basi decisionali più chiare e data-driven. Le aziende possono gestire i processi HR in modo più mirato e, grazie all’analisi dei dati, individuare le competenze mancanti, elaborare previsioni e raccogliere informazioni sulla forza lavoro esistente per orientare la strategia fondandosi su evidenze.
Un altro aspetto da considerare è la mancanza di competenze rilevanti all’interno di un’organizzazione che può ral-
lentare significativamente l’agilità e la velocità lungo l’intera catena del valore. Attraverso processi di recruiting esternalizzati è possibile coprire più rapidamente profili di nicchia, riducendo il time-to-market e rafforzando le capacità dinamiche dell’impresa.
Un terzo aspetto riguarda la rilevanza strategica dell’outsourcing nel rafforzare i ruoli delle Risorse umane. Esternalizzando i processi standardizzati, i team HR possono concentrarsi su attività chiave quali lo sviluppo del personale o l’elaborazione di strategie relative alla forza lavoro, contribuendo al posizionamento dell’azienda e alla creazione di un vantaggio competitivo. Assicurando così maggior capacità per attività HR strategiche, l’outsourcing migliora la performance complessiva rappresentando un fattore per la creazione di valore. In sintesi, l’outsourcing genera valore strategico quando, oltre agli effetti sui costi, garantisce l’accesso a talenti critici, migliora i processi HR attraverso tecnologia e dati, nonché aumenta le risorse interne per le attività chiave. In questo modo, lo sgravio nell’operativo diventa una leva per velocità, qualità e sostenibilità futura - e così per la creazione di valore.
“A che condizioni l’outsourcing può creazione di valore - e non soltanto una
Per lungo tempo l’outsourcing è stato visto come uno strumento per aumentare l’efficienza. Oggi ci concentriamo su un’altra questione: in che modo l’outsourcing può contribuire attivamente alla creazione di valore? L’evoluzione nel settore del Facility Management dimostra le ragioni di questo cambiamento di prospettiva. In passato l’obiettivo principale era infatti l’alleggerimento organizzativo: esternalizzare attività, ridurre i costi, snellire i processi. Oggi gli edifici e gli ambienti di lavoro sono diventati fattori determinanti per il successo: incidono sulla produttività, sulla salute, sul consumo energetico e sulla sicurezza.
La pulizia, la tecnologia e i Workplace Services non operano in modo indipendente. Se gestiti separatamente, creano doppioni e mancanza di trasparenza. Una gestione integrale produce risultati: responsabilità chiare, processi fluidi e mag-
Martin Zubler
Managing Director ISS Nord/Sud
giore disponibilità di edifici e impianti. È così possibile ottimizzare i consumi energetici, ridurre le interruzioni e migliorare la qualità del servizio. I Facility Services assumono dunque un nuovo ruolo, diventando elemento di integra-
zione dell’intera gestione immobiliare. A fronte degli sviluppi tecnologici e dei requisiti normativi in aumento, l’outsourcing si configura come leva strategica per la flessibilità: i costi fissi si trasformano in variabili, si sfruttano le economie di scala e le capacità vengono adattate alle necessità. Le nuove tecnologie possono essere integrate e il know-how specializzato può essere impiegato, senza dover sviluppare strutture interne.
L’attenzione non è più concentrata sui singoli servizi, ma su obiettivi quali efficienza energetica, sicurezza operativa, disponibilità e sostenibilità. Il partner di Facility Management condivide la responsabilità e sfrutta il potenziale di ottimizzazione. Outsourcing non significa quindi delegare attività, bensì acquisire competenze. Diventa un investimento in resilienza e sostenibilità, oltre a essere un motore di qualità, efficienza e crescita duratura.
VP Adecco Operations Switzerland
Martin Meyer
L’esternalizzazione dei servizi di comunicazione è tradizionalmente considerata sotto il profilo dell’efficienza organizzativa, in particolare per la riduzione dei costi fissi e la flessibilità. Tuttavia, se intesa come una scelta organizzativa strutturale, non si limita a generare risparmi, ma contribuisce direttamente ad accrescere il valore percepito dell’impresa da parte dei suoi stakeholder, rafforzandone il vantaggio competitivo.
L’outsourcing consente di accedere a competenze difficilmente attivabili internamente. Ad esempio, sviluppare una rete di relazioni con i diversi media e giornalisti, indispensabile in un panorama mediatico in costante evoluzione, oppure la gestione di situazioni di crisi.
L’esternalizzazione favorisce inoltre uno sguardo esterno e critico. Un decentramento che facilita l’individuazione di opportunità di riposizionamento, di miglioramento dell’immagine del mar-
chio o di conquista di nuovi segmenti di mercato. In tal senso, il fornitore esterno agisce come un partner strategico, partecipando alla definizione e all’attuazione della visione aziendale.
La comunicazione costituisce inoltre un asset immateriale centrale. L’agenzia
opera come un architetto della reputazione, contribuendo attivamente alla costruzione di un capitale simbolico generatore di valore economico. Se allineata agli obiettivi complessivi dell’organizzazione e integrata nei processi decisionali, una strategia di comunicazione esternalizzata e coerente rafforza la reputazione, l’employer branding e la relazione con il cliente, tutti elementi capaci di generare valore nel lungo periodo.
Infine, la flessibilità derivante dall’esternalizzazione permette di adattarsi rapidamente ai cambiamenti del mercato. Un’agilità strategica che, in un mercato incerto, rappresenta un fattore chiave di competitività.
Pertanto, l’esternalizzazione dei servizi di comunicazione costituisce una leva di creazione di valore solo se supera una logica puramente budgetaria per inserirsi in un approccio strategico integrato, orientato alla differenziazione, all’innovazione e alla performance sostenibile.
diventare uno strumento strategico di leva di efficienza e riduzione dei costi?”
Per decenni, l’outsourcing è stato un esercizio di efficienza: spostare lavoro dove costa meno e rendere l’organico più elastico. Con l’AI e i dati, la logica cambia. Il vincolo decisivo non è il budget, ma la capacità: competenze, velocità di esecuzione e una curva di apprendimento che i team interni, da soli, non riescono a sostenere.
Chi guida i settori data-intensive non domanda “Quanto risparmio?”. Chiede “Quanto anticipo?”. Vuole comprimere cicli che duravano anni in pochi trimestri: rendere AI-native i processi core, integrare automazione, e sfruttare quelle “capacità di leva” che l’intelligenza artificiale rende possibili - l’impiegato 10x, cioè produttività moltiplicata dall’AI. Il Roi, quindi, non è più una percentuale sul costo del lavoro: è un vantaggio di 12-18 mesi sul time-to-market.
Per questo l’outsourcing smette di essere delega e diventa acceleratore.
Quando un’azienda farmaceutica chiama specialisti esterni per portare in produzione modelli predittivi a supporto dei trial clinici, sta acquistando una funzione critica - dati, ingegneria, validazione, MLOps - che internamente richiede -
rebbe anni di assunzioni e capitale. È anche un’assicurazione competitiva: compra delivery e riduce l’incertezza in mercati dove la velocità è l’unico fossato difendibile.
Resta il tema dei rischi: proprietà intellettuale, trasparenza, dipendenza. Ma i migliori li “ingegnerizzano” nella relazione: co-sviluppo, responsabilità condivisa, milestone di trasferimento del know-how, diritti di portabilità e piani di uscita. L’obiettivo non è avere un fornitore: è avere un socio strategico e costruire competenze esistenziali mentre si corre.
La domanda strategica, oggi, non è più se esternalizzare, ma cosa comprare all’esterno per accelerare davvero - e quali partner AI & Data siano capaci di trasformare la velocità in vantaggio. In un’economia dove i cicli d’innovazione si comprimono, chi impara più in fretta tende a vincere.
Cofondatore e Ceo di Visium
Alen Arslanagic
Fondatore di Voxia communication
Laurent Ashenden
Un partner di fiducia per la gestione del rischio
Con competenze specialistiche, soluzioni su misura e un rigoroso approccio strutturato, iuXta supporta gli intermediari finanziari e le imprese nella gestione del rischio - dalla compliance alla sicurezza digitale - trasformando i controlli interni e la governance in leva strategica.
Con il più che giustificato obiettivo di tutelare gli investitori e garantire la stabilità del mercato finanziario dopo la grande crisi finanziaria del 2008 e, a catena, del debito sovrano europeo, si è assistito al moltiplicarsi di normative sempre più stringenti a cui istituti bancari, gestori patrimoniali indipendenti e altri fornitori di servizi finanziari sono sottoposti. Vitale per una Piazza come quella elvetica, che fa della reputazione una sua leva competitiva, il nobile scopo pone però gli intermediari finanziari di fronte alla difficoltà di gestire la crescente complessità regolatoria e di fronteggiarne i costi, inclusi quelli delle rafforzate attività di controllo. Appoggiarsi a specialisti esterni che assicurino competenze specialistiche, un aggiornamento puntuale e applicativi informatici allo stato dell’arte diventa imprescindibile. La scelta del partner deve essere scrupolosa: il ricorso all’outsourcing nel settore finanziario è infatti disciplinato da severi requisiti prudenziali e la responsabilità della funzione esternalizzata resta in capo al committente, tenuto pertanto a integrarla nel proprio sistema di controllo interno. «Questo crea un legame molto particolare con gli intermediari finanziari che si rivolgono a noi, ponendoci in una posizione ibrida: tecnicamente, infatti, godiamo di piena autonomia nell’esercizio del compito che il cliente ci delega secondo i termini fissati dal contratto - e proprio questa libertà è fondamentale per esercitare la nostra funzione di controllo con la massima indipendenza. Al contempo, ci sentiamo parte integrante delle realtà che ci affidano mandati in outsourcing:
“sposiamo” i nostri clienti, condividendo problemi e soluzioni, lavorando a stretto contatto col management operativo e i vertici, dai quali l’orientamento a etica e controlli è destinato a irradiarsi all’intera organizzazione», osserva Piero Gasparini, fondatore e CEO di iuXta SA.
Alla sua esperienza trentennale in consulenza aziendale, prima in una grande società di revisione e, dagli anni Duemila, come indipendente, si affiancano le competenze di sei specialisti senior, offrendo soluzioni integrate per governance e gestione dei rischi. Fondata nel 2006 a Lugano, iuXta è oggi un punto di riferimento per istituti finanziari, gestori patrimoniali individuali e collettivi. Tre i pilastri nell’ambito del Sistema di Controllo Interno: la compliance - nata sulle normative Aml/Cft anti-riciclaggio e ampliatasi alla conformità legale in senso più generale; il risk management, pietra miliare di una governance efficace; e l’internal audit, che verifica l’efficacia dei processi e del sistema di controllo interno. Simona Casarin Gasparini, partner di vita e di lavoro di Piero, provenendo dall’industria ha portato competenze su processi, organizzazione e privacy, estendendo i servizi oltre il perimetro finanziario. «Nell’industria l’analisi del rischio è arrivata più tardi, ma sta ormai emergendo il valore aggiunto di dotarsi di una governance più stringente», osserva. «Spesso il cliente comprende di potersi avvalere di noi anche su altre tematiche dopo averci coinvolti per una problematica puntuale, ad esempio legata all’adeguamento normativo - come nel cambio di paradigma introdotto dalla nuova Legge sulla protezione dei dati (nLPD) -
o alla certificazione per accedere a grandi appalti, fino al supporto su criticità legate al personale che incidono su coesione e performance».
Sempre si parte da un’analisi personalizzata per capire le esigenze del cliente e se si possano portare soluzioni davvero utili: «L’etica è la bussola che orienta ogni decisione di iuXta: assumiamo mandati solo quando possiamo offrire un contributo concreto», concordano i due partner. Coerentemente, iuXta per prima ha voluto attestare la conformità delle sue metodologie e dei suoi processi ai più elevati standard, conseguendo le certificazioni ISO 9001, ISO 27001 e ISO 27701, rispettivamente per la gestione di qualità, sicurezza delle informazioni e privacy.
Innegabilmente, più si disciplina per ridurre i rischi, più si incorre in quello di ingessare l’operatività. iuXta risponde proponendo procedure chiare e snelle che permettano di gestire il rischio senza bloccare il business. «L’analisi a monte ci consente di monitorare le evoluzioni legislative, formarci e far comprendere al cliente la ratio delle nuove norme, cosa implicano e quali rischi comportano. Adottiamo una metodologia progettuale strutturata che offre una visione chiara su bisogni e soluzioni, senza perdere la giusta misura. Da questo punto di vista, la Svizzera è un paese pragmatico, penso ad esempio alla Legge sulla protezione dei dati che chiede di applicare le proprie misure di sicurezza in maniera che siano gestibili anche finanziariamente», osserva Simona Casarin.
Nell’ultimo periodo proprio la sicurezza delle informazioni e il concetto resilienza operativa hanno assunto crescente
importanza. «Lavoriamo sulla capacità dell’azienda di resistere a eventi esterni, come gli attacchi informatici: non sulla tecnologia, ma sulle procedure per prevenire e reagire. Molti hanno un tecnico informatico, ma in pochi dispongono di figure ponte tra IT e management: cresce la domanda di Chief Information Security Officer in outsourcing», nota il Ceo di iuXta. «Un ruolo che si intreccia con la protezione dei dati e delle informazioni industriali sensibili», spiega Simona Casarin Gasparini. Poiché anche chi è specializzato non può coprire ogni casistica in un mondo in cui ormai tutto è rischio, iuXta si appoggia a una rete consolidata di contatti influenti per costruire team eterogenei e rispondere a richieste molto specifiche, anche nell’ambito HR. Ma il cuore di iuXta è anche il team di professionisti senior dal contributo determinante, le cui competenze non operano in silos ma si integrano per trasformare la complessità normativa e organizzativa in soluzioni concrete. Aurelio Stefanoni, oltre a presidiare l’ICT e sicurezza, affianca la direzione nella strategia, contribuendo all’evoluzione del modello operativo e degli obiettivi di governance e resilienza. Federico Zanini apporta grande competenza tecnica e precisione analitica, fondamentali nell’interpretazione normativa e nella strutturazione dei processi di controllo. Elena Donegana garantisce il supporto
«Ci sentiamo parte integrante delle realtà che ci affidano mandati in outsourcing: “sposiamo” i nostri clienti, condividendo problemi, soluzioni e lavorando a stretto contatto con il management operativo e con i vertici, dai quali l’orientamento a etica e controlli è destinato a irradiarsi all’intera organizzazione»
legale e privacy, assicurando coerenza tra requisiti regolatori, contrattualistica e protezione dei dati. Gianluca Pea contribuisce con una consolidata esperienza negli investimenti e nella gestione dei loro rischi. Alessia Magnetti, oltre al ruolo amministrativo e HR, affianca nella consulenza in materia di certificazioni ISO. È l’integrazione di queste competenze, unite a una cultura comune orientata a rigore, indipendenza e responsabilità, a costituire il vero valore dell’azienda.
Un partner affidabile, dunque, e ben posizionato per rispondere all’evoluzione di normative, strumenti e anche del tessuto economico del territorio, dove altri settori stanno acquisendo rilevanza accanto a una Piazza finanziaria che non ha più il netto predominio del passato. «Se nel bancario si è assistito a una forte concentrazione, non è ancora avvenuta tra i gestori patrimoniali, nemmeno con l’ob-
bligo di autorizzazione Finma previsto dalla Legge sugli istituti finanziari (LIsFi). È una resistenza anche culturale, ma non so quanto sarà sostenibile, proprio a fronte del continuo aumento dei costi coniugato col passaggio generazionale di gestori e clienti. Concentrazione che non sarebbe di per sé negativa: talento ed esperienza del gestore restano centrali, ma per assorbire efficacemente le novità normative e offrire servizi scalabili serve massa critica», conclude il CEO di iuXta.
Che si tratti di intermediari finanziari, di Pmi o anche pubbliche amministrazioni, a loro volta confrontate alla necessità di appoggiarsi a partner esterni per ottemperare a un rigoroso controllo delle terze parti: a tutte le esigenze di controllo interno iuXta risponde con specializzazione, esperienza trasversale e costi proporzionati, traducendo la complessità in soluzioni personalizzate e sostenibili, garantendo processi conformi, efficaci e allineati agli obiettivi. Un outsourcing che supera la logica del fornitore per diventare partnership strategica.
iuXta SA
Via Lavizzari 3
6900 Lugano
Tel. +41 919240808
info@iuxta.ch
iuxta.ch
Partner fondatore e CEO di iuXta SA
Piero Gasparini
Partner di iuXta SA
Simona Casarin Gasparini
Le aree di competenza di IuXta
Logistica premium per beni unici
Quando la logistica si specializza nella movimentazione e custodia di beni pregiati, oltre a un’esecuzione impeccabile serve un sistema coerente che ne protegga valore e reputazione, con soluzioni integrate per supportare strategie patrimoniali basate su asset fisici unici.
La logistica di beni pregiati rappresenta una nicchia ad alta complessità, con una clientela che oltre alla massima efficienza, cerca un partner fidato, capace di garantire sicurezza, riservatezza, personalizzazione e rigore procedurale. Esigenze a cui risponde OLG International mediante la piattaforma sviluppata dall’interno di Swiss Logistics Center, società controllata al 100% da OLG. Il Managing Director Federico Fuochi, ne illustra caratteristiche ed evoluzione.
Quali servizi offrite per beni pregiati?
Gestiamo trasporti internazionali specializzati, deposito ad alta sicurezza, procedure doganali, coordinamento assicurativo e servizi tecnici come imballaggi museali, condition report e movimentazioni dedicate. Il vero punto di forza risiede nell’integrazione: un unico referente, una catena di custodia documentata e responsabilità chiare in ogni fase. L’obiettivo è eliminare frammentazioni operative e garantire controllo completo del processo. Per beni unici o fragili non basta eseguire: serve un sistema coerente che protegga valore, integrità e reputazione. Insieme a una posizione strategica, quale valore aggiunto offrite ai vostri clienti? Lavoriamo con collezionisti privati, family office, musei, gallerie, case d’asta, brand del lusso e operatori del wealth management: clienti che gestiscono patrimoni, non semplici spedizioni. Il nostro valore aggiunto è dato dalla combinazione tra sicurezza, metodo operativo e personalizzazione. Offriamo processi rigorosi, riservatezza, continuità e capacità di adattarci alle esigenze specifiche di ogni bene. In questo settore la differenza non la fa il prezzo, ma l’affidabilità. Riduciamo rischi tecnici, documentali e reputazionali, offrendo una struttura solida e competente. Cosa significa per voi ‘white glove service’? Non si tratta di un’etichetta commerciale, ma di un preciso standard di disciplina operativa: personale formato, procedure
«Quando un’opera d'arte o un bene di lusso è trattato come asset patrimoniale, la logistica diventa parte della strategia di protezione e valorizzazione»
Federico Fuochi, Managing Director di OLG International
codificate, imballaggi su misura, controllo ambientale quando richiesto, tracciabilità e documentazione dettagliata prima e dopo ogni movimentazione. Ogni passaggio è pianificato: sopralluoghi, analisi dei rischi, scelta delle attrezzature, gestione controllata degli accessi. Quando si movimentano beni unici, l’errore non è un’opzione. La qualità sta nella ripetibilità delle procedure e nell’attenzione ai dettagli. Che tipo di relazione instaurate con la vostra clientela?
Partiamo sempre da un’esecuzione impeccabile, ma spesso il rapporto evolve in consulenza. Non trasportiamo soltanto: aiutiamo a prendere decisioni corrette. Questo richiede competenza tecnica, visione e capacità di anticipare criticità. Quali sono oggi i rischi più critici?
Oltre a rischi di danneggiamento, furto o manomissione, errori documentali e problematiche doganali, nel nostro settore pesa molto anche il rischio reputazionale. Il risk management comincia da un’analisi
preventiva dettagliata: natura del bene, percorso, punti sensibili. Implementiamo catene di custodia documentate, procedure di sicurezza, controlli sugli accessi e verifiche documentali rigorose. La due diligence include controllo delle istruzioni ricevute, coerenza dei documenti e conformità normativa. Prevenire è più efficace che gestire un’emergenza.
L’ingresso di arte e beni di lusso tra gli asset alternativi incide sulla domanda?
Sì, in modo evidente. Quando un bene diventa asset finanziario, aumenta la richiesta di conservazione professionale, tracciabilità e gestione strutturata. Non si parla più solo di spedizione, ma di custodia e valorizzazione nel tempo, dunque la richiesta di servizi continuativi e integrati con consulenti patrimoniali. La logistica entra nella governance dell’asset. Per noi significa maggiore responsabilità e attenzione alla qualità dei processi. Come vede evolvere il settore?
Si andrà verso maggiore integrazione, digitalizzazione e rafforzamento degli standard di sicurezza e compliance. In quest’ottica, la nostra piattaforma si arricchisce del know-how nella gestione di beni delicati e valori culturali e industriali di Zürcher SA, azienda fondata nel 1854 a Chiasso. Non è solo un’acquisizione, ma un’integrazione industriale: competenze dirette, persone e cultura operativa assimilate in un modello unico. Guardiamo a un mercato dove processi robusti, trasparenza e tecnologie digitali diventano requisiti di base e dove la capacità di offrire soluzioni integrate farà la differenza, non solo per eseguire, ma per guidare strategie patrimoniali basate su asset reali e unici.
OLG International SA Via Soldini 12, 6830 Chiasso +41 91 683 13 15
Il valore strategico dell’IT
as-a-service
Grazie ai managed services anche le Pmi possono accedere a competenze altamente specializzate, ottimizzando l’infrastruttura informatica, proteggendo i dati e abilitando nuovi modelli operativi.
Cloud
Con lo sviluppo esponenziale del digitale, il modello “as-a-service” sta ridefinendo il modo in cui le aziende gestiscono il proprio ecosistema IT. Se il la è stato dato dalla virtualizzazione dell’infrastruttura fisica (server, storage, reti), gli ambienti cloud hanno esteso il paradigma a software, applicazioni e piattaforme on-demand. Un’evoluzione in cui Tinext Cloud, società del Gruppo Tinext, accompagna imprese svizzere e internazionali. «Come suggerisce il nostro stesso nome, nasciamo come cloud service provider, dapprima per il Gruppo e poi verso il mercato. Un’offerta sempre più apprezzata dalle aziende, non solo per la possibilità di trasformare investimenti Capex in Opex, passando da spese anticipate per l’hardware alla fruizione delle stesse funzioni come servizio, ma anche perché permette di avere esattamente ciò che serve quando serve, scalando in base ai progetti. Dunque un’elasticità non solo economica ma operativa, che migliora il time to market. Il tutto senza doversi preoccupare di gestione e manutenzione, con il rischio di trascurarle a discapito dell’affidabilità dei sistemi e della performance aziendale», sottolinea Massimo Baioni, Head of Sales di Tinext Cloud.
Da qui l’estensione naturale verso la sicurezza, ambito sempre più critico e dinamico. «Difficile avere in casa tutte le competenze per affrontare minacce in continua evoluzione. Grazie alla nostra esperienza, possiamo offrire un supporto continuativo, configurandoci come un centro di comando 24/7 – il SOC as-aservice – che monitora server, endpoint, siti web e flussi dati, individuando attività sospette e rispondendo tempestivamente agli incidenti, prima che si trasformino in danni concreti alla continuità operativa», spiega Massimo Baioni.
Il vero salto di qualità arriva però con il CIO as-a-service: un modello consulenziale che permette anche ad aziende di medie e piccole dimensioni di assicurarsi le competenze di un Chief Information Officer esperto, su base on-demand o parziale, senza l’onere di un’assunzione a tempo pieno. «Il CIO as-a-service fornisce leadership IT, pianificazione strategica, gestione del budget, cybersicurezza e guida alla trasformazione digitale, pagando solo per i servizi utilizzati. Ormai la maggior parte delle aziende opta per una strategia ibrida multicloud, combinando più provider e servizi: diventa imprescindibile avere un quadro completo di dove sono distribuiti i dati, come sono gestiti e con quali livelli di riservatezza, sia in ottica di sicurezza sia di ottimizzazione delle risorse», prosegue l’esperto. Con un approccio super partes, che garantisce la scelta delle soluzioni più adatte alle specificità del singolo cliente senza preclusioni, Tinext Cloud diventa così un partner strategico, con la competenza di un player svizzero radicato sul territorio ma con esperienza su progetti internazionali.
Parallelamente, l’approccio as-a-service è stato esteso allo sviluppo di modern application tramite una piattaforma basata su Kubernetes, sistema open-source d’orchestrazione container. «Molte aziende sviluppano applicazioni internamente. Con Kubernetes as-a-service (KaaS) offriamo tutto ciò che serve: grazie a un ambiente preconfigurato e scalabile è possibile accelerare il ciclo di vita del software, dalla scrittura del codice al rilascio in produzione, senza preoccuparsi dell’infrastruttura sottostante», sottolinea Baioni.
A spingere la domanda anche i temi di compliance e sovranità digitale, messi in evidenza dalle tensioni geopolitiche, che favoriscono alternative locali agli hyperscaler d’oltreoceano.
Tra i servizi esternalizzabili rientrano anche Disaster Recovery e Intelligenza artificiale. «Senza un provider, l’adozione dell’AI è difficilmente sostenibile: i costi sono amplificati tra server, Gpu e cicli di vita brevi. Si tratta di sistemi energivori che richiedono data center adeguati, sistemi di raffreddamento specifici e competenze verticali. L’AI as-a-service consente di disporre di server sicuri e gestiti e di beneficiare della nostra consulenza per orientarsi tra specifiche tecniche, licensing e sostenibilità economica. C’è molta volontà di implementare sistemi di AI, ma anche tanta confusione: grazie al nostro costante dialogo con i protagonisti del settore riusciamo a essere sempre aggiornati suggerendo le soluzioni più adatte», evidenzia l’Head of Sales di Tinext Cloud. I managed services evolvono così verso una dimensione sempre più strategica. «Il vero valore emerge quando infrastruttura, sicurezza, modern applications e CIO asa-service lavorano insieme, guidati da una consulenza che aiuta a definire obiettivi, strutturare un percorso e misurare i risultati», conclude Massimo Baioni. Un approccio che trasforma l’outsourcing da leva di efficienza a motore di crescita, permettendo alle imprese di affrontare con consapevolezza le sfide tecnologiche e geopolitiche.
Viale Serfontana 7
6834 Morbio inferiore
Tel. +41 916122266
Massimo Baioni, Head of Sales di Tinext Cloud.
Gestione integrata degli edifici: efficienza, sicurezza e benessere
Il Facility Management rappresenta una leva strategica per efficienza, sicurezza e sostenibilità degli edifici. Luoghi chiamati a rendere più semplice, produttiva e godibile la vita di chi vi lavora. In Ticino, tra industria, multinazionali e settore pubblico, cresce la domanda di una gestione professionale in outsourcing. Intervista a Sergio Morisoli, Regional Director di ISS Svizzera.
Negli ultimi anni, il Facility Management è cambiato in modo significativo. Oggi gli edifici non sono solo infrastrutture, ma un fattore strategico per l’efficienza, la sicurezza, la sostenibilità e la soddisfazione degli utenti. In Ticino, territorio in cui convivono gruppi internazionali, industria regionale e istituzioni pubbliche, aumentano i requisiti per una gestione professionale degli immobili.
Sergio Morisoli, Regional Director Ticino di ISS Svizzera, illustra le ragioni della crescente rilevanza del Facility Management integrale e i benefici dell’outsourcing per le aziende.
Sergio Morisoli, come si posiziona ISS Svizzera in Ticino?
Siamo il fornitore leader di servizi integrali di Facility Management con 600 collaboratrici e collaboratori in Ticino, 24 ore su 24. Il nostro portafoglio di servizi comprende prestazioni tecniche, come la manutenzione e la riparazione di impianti
Rcvs ed elettrici, nonché servizi di reception, sicurezza e gestione energetica, fino alle attività di pulizia, smaltimento dei rifiuti, logistica e servizio di custodia. Il vero valore aggiunto risiede nell’integrazione: un unico referente, responsabilità ben definite, Service Level chiari e risultati misurabili. ISS Svizzera si distingue inoltre come datore di lavoro interessante, che offre opportunità di carriera in diversi settori e a tutti i livelli.
Perché sempre più aziende ticinesi scelgono l’outsourcing nel Facility Management? Ritengo che vi siano tre motivi principali: stabilità, trasparenza e scalabilità. La gestione degli edifici sta diventando sempre più complessa. Allo stesso tempo aumentano la pressione sui costi e quella sull’efficienza. L’outsourcing consente alle aziende di affidarsi a un partner specializzato e di concentrarsi sul proprio core business. I servizi possono inoltre essere modulati in modo flessibile, ad esempio in risposta a variazioni nell’utilizzo degli spazi o a necessità temporanee.
Quali settori beneficiano in modo particolare delle soluzioni di FM integrali?
I principali settori in cui operiamo comprendono l’industria, la sanità, le istituzioni pubbliche e gli immobili ad uso ufficio e commerciale. In contesti regolamentati sono fondamentali la verificabilità, l’igiene, la conformità tecnica e la sicurezza dei processi. Negli stabilimenti di produzione, la sicurezza operativa e la compliance rappresentano le principali priorità. Negli ambienti di ufficio e nei settori dei servizi, l’attenzione si sta concentrando sempre più sulla Workplace Experience, ovvero sui servizi che aumentano la produttività e la soddisfazione degli utenti.
Quale ruolo riveste la digitalizzazione nelle operazioni quotidiane?
Un ruolo molto importante. Le piattaforme digitali assicurano trasparenza in relazione a prestazioni, qualità e costi. I sistemi di Workforce Management garantiscono l’impiego delle competenze giuste nel momento e nel luogo adeguati.
L’utilizzo di sensori, applicazioni IoT e strumenti di analisi basati sull’AI consente una pulizia adeguata alle esigenze e una gestione energetica ottimizzata. Ne derivano una riduzione dei costi, un incremento della sicurezza operativa e un miglioramento della qualità del servizio. È fondamentale che la tecnologia apporti un chiaro vantaggio e non rappresenti un obiettivo fine a sé stesso.
Come affiancate le aziende nel percorso verso una maggiore sostenibilità?
La sostenibilità inizia dalle operazioni di ogni giorno. Ottimizziamo il consumo energetico, gestiamo in modo efficiente la tecnologia degli impianti, supportiamo programmi di sostituzione degli impianti di riscaldamento o progetti fotovoltaici e riduciamo il consumo di acqua e materiali. Allo stesso tempo, mettiamo a disposizione dati che permettono ai nostri clienti di misurare i progressi ottenuti.
Costi operativi inferiori e cicli di vita più lunghi degli impianti generano così vantaggi economici concreti.
Che importanza hanno le collaboratrici e i collaboratori per la qualità del servizio?
La tecnologia fornisce un supporto, ma la qualità del lavoro è determinata dal fattore umano. I nostri collaboratori sono legati al territorio e dispongono di una solida formazione. Il riconoscimento, la sicurezza sul lavoro e interessanti opportunità di sviluppo a tutti i livelli costituiscono elementi centrali della nostra cultura aziendale. Riteniamo che ciò influisca direttamente sulla stabilità, sull’affidabilità e sulla qualità dei nostri servizi, a beneficio dei clienti.
«La gestione degli edifici sta diventando sempre più complessa. Allo stesso tempo aumenta la pressione su costi ed efficienza. L’outsourcing consente alle aziende di affidare il Facility Management a un partner specializzato e di concentrarsi sul proprio core business. Inoltre i nostri servizi possono essere modulati in modo flessibile e integratato»
Leader di facility services integrali in Svizzera e in Ticino
ISS Svizzera occupa una posizione di leadership nel mercato svizzero del Facility Management e della Workplace Experience. Circa 14.200 collaboratrici e collaboratori progettano spazi abitativi in cui oltre un milione di persone si sentono a proprio agio e al sicuro ogni giorno, sono ispirate e possono realizzare il loro potenziale. Con il suo lavoro, ISS Svizzera crea così ogni giorno valore aggiunto per i clienti, i collaboratori e l’ambiente nel suo complesso. Con sedi a Bellinzona, Lugano e Manno, nel Canton Ticino ISS Facility Services è guidata da Sergio Morisoli, responsabile della gestione operativa e dello sviluppo del mercato del Facility Management integrale. Entrato in ISS nel 2013, da oltre un decennio è a capo dell’organizzazione ticinese, che impiega 600 dipendenti, e apporta il suo legame con il territorio e la sua pluriennale esperienza dirigenziale e manageriale nel settore.
Cosa contraddistingue, in particolare, ISS come partner in Ticino?
Coniughiamo la vicinanza locale con la solidità di un leader di mercato nazionale. I nostri team in Ticino conoscono il contesto regionale e garantiscono interventi tempestivi in loco. Allo stesso tempo, i nostri clienti beneficiano di standard e innovazioni applicati in tutta la Svizzera. Questa combinazione rappresenta un vantaggio concreto, in particolare per i settori più esigenti o regolamentati. Per concludere, un suo consiglio? Il Facility Management oggi è un fattore strategico di successo. Per una gestione professionale di operatività, costi e sostenibilità, è fondamentale scegliere un partner che assuma responsabilità sia nella gestione quotidiana sia nello sviluppo futuro. ISS Svizzera è sinonimo di servizi integrali, trasparenza e valore aggiunto misurabile per aziende e istituzioni.
ISS Facility Services SA Via Cantonale 18, CP 6928 Manno Tel.: +41 58 787 89 00 info@iss.ch
Regional Director Ticino di ISS Svizzera
Sergio Morisoli
eureka / l’imprenditore
Trovare il proprio posto
Posizionarsi fra i principali fornitori europei di soluzioni intelligenti di parcheggio richiede di evolvere insieme a città, utenti e tecnologia. Non meno essenziali, alcuni punti fermi: l’intesa familiare, l’ascolto dei clienti e la volontà di rendere la mobilità urbana più efficiente, fluida e coerente.
Quando mio fratello François e io abbiamo preso le redini di Iem, abbiamo ereditato prima di tutto uno spirito: quello trasmesso da nostro padre Edouard, fondatore dell’azienda, fatto di desiderio di intraprendere e consapevolezza che nulla sia scontato. Combattività, perseveranza e rispetto per i clienti rimangono valori fondamentali nel nostro quotidiano. In una Pmi con attività internazionale, lo spirito di squadra è essenziale. Abbiamo sempre cercato di creare un collettivo solido, dove ciascuno comprende il senso del lavoro svolto. Il successo di Iem è prima di tutto una storia umana, basata su impegno e fiducia condivisa. Agire per il clima progettando soluzioni di parcheggio intelligente è la missione che ci siamo dati. In Europa, l’automobile rappresenta circa il 17% delle emissioni di CO2. Ridurre il traffico è quindi un imperativo per decarbonizzare le città. La transizione resta però complessa: le strategie di mobilità avanzano troppo lentamente, mentre la popolazione urbana e il parco auto continuano a crescere. È evidente: la pressione sul parcheggio resterà elevata. Le amministrazioni devono dunque ripensare costantemente l’organizzazione dei flussi veicolari. La nostra responsabilità è duplice: ci impegniamo a supportare le città nelle politiche pubbliche e a semplificare l’esperienza degli automobilisti. Offriamo soluzioni all’avanguardia per gestire efficacemente i parcheggi, ridurre le emissioni e migliorare la fluidità del traffico, basandoci su quattro pilastri principali: la mobilità come servizio; l’ottimizzazione dello spazio urbano e condivisione dei posti; l’analisi in tempo reale e supporto alle decisioni; strumenti di regolazione assistiti, più efficaci e rigorosi.
La strategia combina un’implementazione moderata dei nostri parchimetri, affiancata dallo sviluppo di tecnologie digitali sempre più innovative. Questo ecosistema completo offre soluzioni per
Philippe Menoud, Ceo di IEM e figlio del fondatore dell’azienda di famiglia basata a Plan-Ouates. Vincitrice del Prix SVC Genève 2023, festeggia 40 anni di attività.
tutti i tipi di gestione del parcheggio, su strada e in struttura, trasformandoli in poli multimodali che rendono la mobilità più fluida, sostenibile e accessibile.
Entrare in un mercato già strutturato non è stato semplice. Abbiamo lottato duramente per trovare il nostro posto. Dovevamo verificare costantemente che affidabilità e maturità dei prodotti rispondessero alle aspettative dei clienti. Inoltre siamo esposti alle dinamiche del mercato e della concorrenza: nessuna posizione è garantita per sempre.
Grazie al nostro approccio integrato riusciamo a offrire soluzioni durevoli ed evolutive: progettiamo i dispositivi, sviluppiamo i software e garantiamo implementazione e supporto internamente.
Dalla fondazione a Ginevra nel 1986, siamo rimasti un’azienda di famiglia indipendente, profondamente radicata nel proprio territorio pur sviluppandosi progressivamente a livello internazionale. Abbiamo scelto un modello industriale locale e responsabile. Sviluppo e produzione avvengono in Svizzera, mentre partner europei e le nostre filiali in Fran-
cia e Italia ci permettono di operare in numerose città, con un servizio post-vendita vicino al cliente. Questo garantisce reattività, qualità e offerta personalizzata. Da allora abbiamo installato oltre 35mila dispositivi, con progetti che arrivano fino alla Nuova Zelanda e al Medio Oriente. L’eccellenza è stata riconosciuta dalla vittoria Prix Svc Ginevra 2023, che valida un modello imprenditoriale fondato su innovazione e fiducia dei clienti.
È ovviamente fondamentale che ci sia un buon rapporto all’interno della famiglia. Mio fratello François e io ci completiamo a vicenda: ognuno ha trovato il proprio posto. Nostro padre ha saputo prendere al momento giusto le distanze necessarie per permetterci di comprendere il funzionamento dell’azienda con l’aiuto di persone esterne alla famiglia, il che è stato determinante per acquisire nuove competenze.
Dai distributori automatici dei nostri esordi ai sistemi di biglietteria per i trasporti pubblici, la nostra responsabilità è cresciuta insieme alla nostra maturità. La nostra missione è quella di trovare soluzioni per rendere la sosta e quindi la mobilità più efficiente, fluida e coerente, mettendo la tecnologia al servizio delle città e degli utenti. Dobbiamo perciò studiare il mercato e guidare con efficacia l’evoluzione futura, come facciamo con ottimismo. Sono convinto che il parcheggio resterà un anello centrale della mobilità. La città di domani dovrà essere più fluida, integrata e comprensibile per gli utenti. Combinare diversi mezzi di trasporto con un’unica interfaccia diventerà naturale. Iem contribuirà creando collegamenti tra servizi digitali e infrastrutture, rimanendo fedele ai propri valori: essere un partner tecnologico affidabile per accompagnare le città nella trasformazione, senza mai perdere di vista ciò che conta davvero: le esigenze reali dei cittadini.
In collaborazione con Swiss Venture Club (SVC)
L’ECCELLENZA VIENE CON L’ESPERIENZA
STRATEGIE DI INVESTIMENTO
INDIPENDENTI E DI NICCHIA
DAL 1971
Rilanciare i voli regionali
Maggiore efficienza per le aziende, tempo risparmiato per chi viaggia per lavoro e una mobilità regionale potenziata. Una start up finlandese punta a ripristinare collegamenti aerei funzionali là dove le economie ne dipendono ma i modelli delle compagnie di linea sono inadeguati.
Sulla carta, poche centinaia di chilometri. Nella pratica, senza collegamenti aerei regionali, un’intera giornata. Ai professionisti in viaggio il paradosso è noto: collegamenti indiretti, trasferimenti multimodali, pernottamenti aggiuntivi. La geografia è semplice, la logistica no. Con conseguenze che non si limitano al disagio di chi si sposta: l’assenza di connettività genera costi nascosti, impatta sulla produttività delle aziende e sulla loro continuità operativa. «L’aviazione regionale non è stata trascurata per errore. È stata volutamente accantonata: le compagnie tradizionali si basano su volumi elevati e rotte tra grandi hub. La pressione sui costi ha ridotto frequenze e collegamenti secondari, lasciando molti aeroporti locali ai margini delle reti globali. Per massimizzarne il rendimento occorre far volare gli aerei il più possibile, trattandosi di asset ad altissima intensità di capitale: le decisioni sul network se -
guono una logica di flotta, non quella del territorio», osserva Roope Kekäläinen, fondatore di Lygg, piattaforma finlandese di mobilità aerea regionale che punta a riorganizzare questo segmento trascurato dai voli di linea. Lo fa ribaltando la prospettiva: mentre l’aviazione convenzionale lancia collegamenti sulla base di proiezioni della domanda e necessità di sfruttamento dei velivoli, Lygg parte della domanda verificata, aggregando i flussi ricorrenti di trasferte corporate tra le stesse città e allineandoli con aeromobili di dimensioni adeguate operati da vettori certificati all’interno del suo network. «Le rotte nascono in collaborazione con aeroporti regionali e aziende di riferimento che avvertono il costo di una mobilità inefficiente. Utilizziamo uno strumento proprietario data-driven per valutare il potenziale dell’area e individuare le connessioni più promettenti. Una volta che un nucleo iniziale si impegna, altre realtà locali dello
stesso ecosistema industriale tendono a seguire. L’adozione è guidata da una necessità condivisa, non dalla leva del marketing», spiega il founder di Lygg. Si può iniziare con aeromobili da 9 posti e salire fino a 19 o 33, man mano che la domanda ricorrente si espande. Lygg è tra i primi a sfruttare modelli ibridi o full electric di nuova generazione: troppo intensivi per il mercato charter (che nel migliore dei casi non supera 800 ore di volo annue, mentre ne sarebbero necessarie almeno 2000 ore per un ritorno sull’investimento), sottodimensionati invece per le grandi compagnie aree (orientate su velivoli di maggiore capienza, dai 100 posti). Vanno in questa direzione gli accordi siglati da Lygg con Ampaire, leader nella conversione di aerei esistenti in ibridi elettrici, che permetterà già nell’immediato di adattare fino a 200 aeromobili, mentre la partnership da oltre 1 miliardo di euro con Electra porterà fino a 300 velivoli ibridi eStol dal 2028, capaci di operare su piste di circa 100 metri con 800 km di autonomia.
Flessibilità anche per le fasce orarie: si parte da quelle “core” definite insieme ai lead client, aggiungendo voli supplementari o collegamenti temporanei quando emerge un’esigenza specifica.
L’idea e il business model di Lygg nascono dall’esperienza diretta delle inefficienze del sistema, sperimentate da Roope Kekäläinen come pilota di business jet in tutta Europa. «Ho iniziato a chiedermi come far risparmiare tempo a dirigenti, manager, specialisti che trasportavo. Nel 2014 ho fondato la mia prima azienda, una società di intermediazione charter focalizzata sui top management team. Ma non riuscivo a liberarmi dalla sensazione che stessimo
trattando solo i sintomi. Il vero problema è il sistema disfunzionale che costringe chi vive in città minori a perdere mezza giornata solo per raggiungere un grande hub, proprio come accadeva quando ero bambino a mio papà, responsabile vendite globali per un’azienda di prodotti in legno: vivevamo nel centro della Finlandia e per raggiungere il mondo, doveva prima arrivare a Helsinki, alzandosi all’alba e trascorrendo molto tempo lontano da casa», ricorda Roope Kekäläinen.
Da qui l’intuizione: concentrarsi sulla digitalizzazione per risolvere il puzzle della connettività con un coordinamento più intelligente anziché con asset più pesanti. «Inizialmente abbiamo testato il concetto come servizio consumer. Promettente, ma frammentato. La domanda mancava di stabilità. La svolta è arrivata con il passaggio dal B2C al B2B: invece di vendere posti individuali, aggregare le esigenze di viaggio delle aziende per creare una domanda solida e prevedibile», spiega il fondatore di Lygg.
Battesimo proprio questo marzo, con l’inaugurazione della rotta fra Groningen e Norwich, strutturata attorno a flussi di viaggio già confermati nei settori offshore ed energia, con orari basati sui cicli di cambio equipaggio, che in genere hanno una finestra di 2-3 ore per il passaggio di consegne. «Rappresenta il primo passo di una rete più ampia nel Mare del Nord. Nodi industriali come Esbjerg, Stavanger, Haugesund, Emden, Den Helder, Ostenda, Humberside e Aberdeen affrontano vincoli di connettività simili. Integreremo progressivamente nuove città in un’architettura integrata di mobilità. Da una parte, andiamo incontro alle aziende che stanno ripensando supply chain e modelli di mo-
«Gli aeroporti regionali sono essenziali per accessibilità e sviluppo. Non sono necessari modelli operativi impegnativi: il nostro modello, guidato dal mercato, leggero e flessibile, elimina voli inutili, riduce costi ed emissioni. Ogni rotta attivata restituisce tempo alle persone, produttività e risparmi alle imprese, vitalità ai territori»
Roope Kekäläinen, Founder di LYGG
bilità. Dall’altra parte, il nostro approccio riporta il controllo al territorio. Invece di dipendere da decisioni esterne, le regioni possono strutturare la propria domanda ricorrente e ripristinare collegamenti diretti funzionali dove l’attività economica già esiste», sottolinea Roope Kekäläinen. Guardando avanti, le priorità restano operative: garantire che la connettività regionale funzioni come sistema integrato; affinare la definizione delle soglie di domanda; introdurre nuove tecnologie
Susanne Kruse Sørensen, Direttore Esbjerg Airport
«Una connettività affidabile tra gli hub nevralgici dell’energia è essenziale per la nostra regione. La nostra comunità imprenditoriale locale dipende dalla vicinanza, dalla flessibilità e dall’affidabilità dei trasporti. Il rafforzamento di questi collegamenti sostiene lo sviluppo regionale a lungo termine»
Jonas van Dorp, Manager Commerce &
Development Groningen Airport Eelde
Business
«La connettività aumenta l’importanza sociale di aeroporti regionali come quello di Groningen quando riflette le esigenze dell’economia locale.
Il rafforzamento dei collegamenti commerciali garantisce che non solo i passeggeri in viaggio di piacere, ma anche quelli che viaggiano per affari siano ben serviti »
aeronautiche quando saranno commercialmente mature. Il Mare del Nord è il banco di prova, ma la logica di fondo è replicabile in tutta Europa e oltre. Un mercato inesplorato, dall’enorme potenziale. Anche in Svizzera, dove pure la rete ferroviaria svolge un eccellente servizio, proprio regioni come il Ticino, orfano dei voli di linea, si confrontano con lo stesso problema. «Gli aeroporti regionali sono essenziali per accessibilità e crescita. Non è necessario che facciano parte di modelli operativi costosi: servono soluzioni più leggere e flessibili. La chiave è ottimizzare le rotte, adeguare la dimensione degli aeromobili alla domanda e adottare innovazioni tecnologiche. I problemi attuali derivano spesso da fondi pubblici che sostengono voli vuoti. Il nostro modello è interamente guidato dal mercato. Elimina così voli inutili, riduce costi ed emissioni. Ogni rotta attivata restituisce tempo alle persone, produttività e risparmi alle imprese, vitalità ai territori. Questo è il moltiplicatore che perseguiamo», conclude il founder di Lygg.
L’ambizione non è quella di rivoluzionare l’aviazione tradizionale. L’obiettivo è ripristinare collegamenti funzionali là dove le economie ne dipendono ma i modelli tradizionali non sono più adeguati. Per i dirigenti aziendali che operano fuori dalle aree hub - dove brevi distanze continuano a consumare intere giornatericonnettere le regioni potrebbe rivelarsi strategico quanto, in passato, lo è stato collegare i continenti.
Emanuele Pizzatti
Il team di Lygg
Cattedrali sonore in uno scatto
L’interno degli strumenti musicali nasconde architetture sorprendenti, fatte di curve, tensioni e geometrie. Grazie a tecniche fotografiche avanzate, questi spazi diventano monumenti visivi che rivelano maestria artigianale, la loro stessa storia e l’anima acustica che li fa vibrare.
L’idea di fotografare l’interno degli strumenti musicali come vere e proprie architetture nasce dalla sua esperienza di musicista. Dopo averli esplorati per anni solo in superficie e in relazione al suono, nel 2020 ha iniziato a esplorarne le parti di norma inaccessibili alla vista, avvalendosi di lenti a sonda ed endoscopi medici adattati. E raggiungendo una precisione senza precedenti.
Gli scatti di Charles Brooks, violoncellista orchestrale e fotografo australiano, sono influenzati dalla sua conoscenza specifica degli strumenti musicali, che interpreta non come oggetti statici, ma come entità vive, comprendendone le reazioni, le regolazioni e la storia. C’è insomma un interessante parallelismo tra suonare uno strumento e fotografarlo.
Che cosa accomuna il tuo background musicale e il tuo approccio fotografico?
Le mie sessioni fotografiche sono lunghe, metodiche e ripetitive. Ottenere una singola immagine può richiedere centinaia di regolazioni incrementali, ciascuna precisa e necessaria. Il che non è poi diverso dal praticare scale o rifinire un passaggio quando faccio prove musicali: piccoli affinamenti accumulati nel tempo fino a quando la struttura regge. Che relazione vedi tra architettura e musica?
Esiste un’interazione straordinaria tra le due. A livello pratico, le sale da concerto sono progettate per modellare e trasportare il suono, proprio come gli strumenti. Entrambi sono camere risonanti, accuratamente proporzionate per controllare riflessione, assorbimento e proiezione.
Uno opera alla scala di un edificio, l’altro può essere tenuto nel palmo della mano, ma i principi sono strettamente correlati. La musica è architettonica a sua volta. Ha infatti forma, struttura, simmetria, tensione e rilascio. Nel corso dei secoli, gli strumenti si sono evoluti in risposta alle esigenze musicali, cambiando forma, diventando più forti e raffinati per adattarsi a sale più grandi e a nuovi linguaggi espressivi. A mio avviso non sorprende, di conseguenza, che guardando all’interno di questi strumenti troviamo spazi che somigliano alle sale in cui vengono suonati. Il micro riflette il macro. Definisci gli strumenti “cattedrali sonore”. Perché?
Una cattedrale è uno spazio progettato per la risonanza, il rituale e la trascendenza. Gli strumenti funzionano in modo
Interno di un Bandoneón argentino. Interno di un violino Stradivari del 1717.
A destra, Charles Brooks, musicista e fotografo australiano.
In basso a destra, Sassofono Selmer.
simile. Le curve delle tavole di un violino, le controventature di una chitarra, la colonna di un flauto, sono tutte progettate per modellare la vibrazione. Questi spazi sono costruiti per amplificare l’emozione umana. Visti internamente, somigliano a volte e navate. La fotografia mette in luce questa architettura interna. Quale strumento ti ha sorpreso maggiormente dal punto di vista architettonico?
Senza dubbio il didgeridoo. Mi aspettavo qualcosa di relativamente semplice, un tubo cilindrico scavato a mano con piccole irregolarità. Invece ho trovato una straordinaria caverna organica. L’interno sembrava meno uno strumento e più un sistema di grotte naturali. I didgeridoo tradizionali sono scavati dalle termiti, non intagliati a mano. Gli insetti seguono il legno più tenero creando geometrie interne tortuose e imprevedibili. Nessun interno è uguale a un altro, nemmeno tra strumenti dello stesso tipo. Dal punto di vista architettonico, è puro design biomorfico, modellato dall’ecologia piuttosto che dall’intenzione e abilità umane. Fotografarlo è stato meno documentare l’artigianato e più esplorare una camera risonante naturalmente formata, scoperta piuttosto che costruita.
Quali sono le principali sfide tecniche nel fotografare spazi così piccoli e complessi?
La profondità di campo è la sfida maggiore. A distanza ravvicinata, solo frazioni di millimetro sono a fuoco. Un’unica immagine finale può contenere centinaia o migliaia di scatti, ciascuno a piani leggermente diversi. L’illuminazione è complessa: gli spazi sono spesso estremamente bui e non riflettenti. Il controllo della temperatura è fondamentale per non danneggiare strumenti storici. Tutto deve essere reversibile, non invasivo e rispettoso.
Quanto tempo richiede, in media, la creazione di una singola immagine?
Il solo scatto può richiedere un’intera giornata. La post-produzione spesso richiede diversi giorni. Focus stacking, pixel shifting, cuciture panoramiche, calibrazione del colore e correzione prospettica fanno tutti parte del flusso di lavoro. L’immagine finale è costruita da centinaia, talvolta migliaia di scatti, per
ottenere chiarezza dalla parte anteriore a quella posteriore.
Usi tecniche di illuminazione particolari per evocare quell’atmosfera quasi monumentale?
Quando è possibile, cerco di posizionare la luce come se fosse un sole lontano che entra in un grande spazio architettonico. Una fonte direzionale bassa crea ombre lunghe e gradazioni, aiutando a stabilire scala e profondità. L’illusione di una singola luce naturale è fondamentale per convincere l’osservatore che sta guardando qualcosa di monumentale piuttosto che di pochi centimetri. In realtà, l’illuminazione è spesso dettata dallo strumento stesso. Nei legni e negli ottoni, ad esempio, ci sono solo pochi millimetri di apertura attraverso cui la luce può entrare. Tutto va fatto entro vincoli fisici stretti. Le fonti devono essere piccole, controllate termicamente e posizionate con precisione estrema.
Che tipo di reazione speri di suscitare nello spettatore?
Spero di creare un senso più profondo di connessione. Gli esterni degli strumenti sono familiari a tutti. Ma l’interno rimane quasi completamente invisibile. Guardandolo, si notano i segni degli strumenti del liutaio, le venature del legno, le asimmetrie sottili e le tracce di secoli di riparazioni. Questi dettagli raccontano una storia umana. Esponendo quella storia nascosta, spero che lo spettatore si senta connesso non solo al suono, ma alla linea di artigianato e storia che lo rende possibile.
Pensi che il tuo lavoro cambi il modo in cui percepiamo la musica?
Credo di sì. Quando di uno strumento si sa chi lo ha costruito e lo ha suonato, come è stato modificato e conservato nel tempo, questo influisce sulla percezione, il suono sembra più radicato nella realtà fisica.
Hai mai saputo di musicisti che hanno ‘vissuto’ il proprio strumento in modo diverso dopo aver visto le tue immagini?
Un esempio memorabile riguarda un violoncello attribuito al figlio di un grande liutaio. Fotografando l’interno, la maestria sembrava più coerente con la mano del padre che con l’attribuzione indicata. Questo ha spinto il proprietario a fare un’analisi dendrocronologica per confrontare le venature del legno con strumenti noti, chiarendo la vera origine. Ci sono stati altri accadimenti simili: le foto hanno rivelato riparazioni interne che necessitavano di attenzione, firme precedentemente invisibili. E spesso un accumulo impressionante di polvere!
Il tuo progetto unisce arte, artigianato e tecnologia: come interagiscono questi tre elementi nel tuo lavoro?
Sono interdipendenti, allo scopo di creare un’immagine coinvolgente.
L’artigianato è la base. Senza l’abilità straordinaria dei liutai e in genere dei costruttori, non ci sarebbe nulla da fo -
tografare. Il loro lavoro fornisce struttura, geometria e imperfezioni sottili che danno carattere allo strumento.
La tecnologia esiste per un’ambizione visiva. Il desiderio di rendere gli interni con chiarezza assoluta ha guidato infatti l’adattamento di endoscopi medici, lo sviluppo di workflow complessi di focus stacking e sistemi di illuminazione meticolosi. Il processo tecnico non è fine a sé stesso; evolve in risposta alle esigenze dell’immagine.
L’arte è la sintesi di questi elementi. È la decisione di inquadrare gli interni non come documentazione tecnica, ma come spazi monumentali.
Stai esplorando nuovi strumenti o nuove direzioni creative?
Il mondo degli strumenti è inesauribile. Dai rarissimi capolavori storici alle audaci creazioni contemporanee, le opportunità sono infinte. Ci sono strumenti “comuni” che non ho ancora fotografato in modo convincente. La tromba, ad esempio, presenta una geometria interna
Sopra, interno di un pianoforte
Steinway e, a sinistra, quello di un organo a canne.
elegante ma molto vincolata e curva, e non ho ancora trovato la prospettiva che la trasformi nello spazio architettonico che cerco. Spesso sono proprio questi problemi irrisolti a far proseguire il progetto. Quando uno strumento resiste all’interpretazione, significa che la tecnologia o l’approccio devono evolvere. Nuove soluzioni di illuminazione, ottiche più piccole, strategie compositive differenti: questi limiti tecnici diventano motori della crescita creativa.
Come immagini l’evoluzione del progetto nei prossimi anni?
Sto pensando a un libro fotografico, che raccolga la serie in un unico spazio, tanto da far vivere al lettore il lavoro come un percorso strutturato, quasi come muoversi in una galleria di camere risonanti. Oltre a questo, sono sempre più interessato a presentazioni immersive. Immagina di stare in una sala da concerto che gradualmente diventa l’interno di un violino o di un violoncello.
Se potessi “entrare” fisicamente in una delle tue immagini come se fosse uno spazio reale, quale sceglieresti?
È difficile scegliere, ma torno sempre alle immagini dei violoncelli. C’è qualcosa nelle proporzioni interne, nel rapporto tra altezza dei fianchi e curvatura della tavola superiore, che appare particolarmente equilibrato e accogliente. Lo spazio ha un calore tranquillo. Non sembra cavernoso né opprimente, ma umano, quasi abitabile. Devo ammetterlo, potrebbe esserci un po’ di soggettività, visto che da molti anni sono un violoncellista!
Simona Manzione
Lezione di engagement
A fare sempre più la differenza è essere riusciti a coinvolgere i propri collaboratori in un progetto, cui partecipano attivamente, o non essere riusciti. Le differenze si vedono.
Produttività coinvolgente
Francesca Prospero Cerza, fondatrice di coworkingbar.ch. A lato, sempre più spesso le imprese, e i manager, hanno disimparato a coinvolgere i collaboratori in quello che fanno. La produttività non corre più, perché?
Un atleta olimpico non vince perché ‘bilancia’ la vita privata. Vince perché è totalmente coinvolto. Ingaggiato. Sostenuto da un ecosistema che funziona. Si sono appena concluse le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, e (quasi) tutti sono stati spettatori del massimo livello di engagement umano: famiglia, staff tecnico, preparazione mentale, disciplina e obiettivi integrati in un unico sistema. Il risultato è misurabile: medaglie.
Stesso palcoscenico globale, reazioni diverse, risultati diversi. I Giochi Olimpici mostrano come federazioni e sponsor possano scegliere tra integrazione e rigidità culturale, e pagarne il prezzo o raccoglierne i frutti.
Francesca Lollobrigida diventa madre nel 2020 con il supporto della sua federazione sportiva e non solo. Riprende ad allenarsi pochi mesi dopo e nel 2022, ai Giochi di Pechino, conquista argento nei 3mila metri e bronzo nei 1500. Successivamente diventa madre per la seconda volta e, a queste Olimpiadi invernali, raggiunge l’apice vincendo l’oro olimpico,
confermando che maternità e performance non sono fasi alternative ma parti integrate di uno stesso percorso d’eccellenza. Non ha ‘bilanciato’: ha integrato.
Allyson Felix, una delle atlete più medagliate della storia dell’atletica leggera e icona mondiale dei Giochi Olimpici, torna sul tetto del mondo dopo essere diventata madre nel 2018. Già nel 2019 conquista l’oro ai Mondiali e ai Giochi di Tokyo 2020 (disputati nel 2021) vince l’oro nella 4x 400 e il bronzo nei 400 metri. Nel frattempo rifiuta un taglio del 70% proposto da Nike, denuncia pubblicamente il caso sul New York Times e nel 2021 fonda il proprio brand, Saysh, gareggiando con le sue scarpe. Un ritorno che dimostra come l’engagement personale possa superare qualsiasi barriera culturale. Quanto è costato a Nike perdere quel talento? Non solo in compensi, ma in reputazione e innovazione, in uno dei segmenti a più alta crescita dello sportswear.
Uno studio Gallup, State of the Global Workplace Report 2023, stima che la sostituzione di un dipendente qualificato costi tra il 50 e il 200% del salario annuo. Per
i top performer il costo può superare il 200%, considerando perdita di know-how e impatto sul team.
Nello sport, l’engagement genera oro. Nel lavoro, invece, cosa genera? Il 9% del Pil mondiale è in gioco. Secondo lo studio del Gallup, il disengagement costa all’economia globale 8,8 trilioni di dollari l’anno, pari al 9% del Pil mondiale. Se la forza lavoro globale fosse pienamente coinvolta, si potrebbero aggiungere invece 9,6 trilioni di dollari tutti in produttività.
Nel 2024, il coinvolgimento globale è sceso dal 23 al 21% (Gallup 2024 update). Era accaduto solo nel 2020. Il dato più critico riguarda i manager: dal 30% al 27%. I manager under 35 hanno perso 5 punti; le donne manager 7 punti.
Gallup evidenzia che le aziende con un alto livello di engagement registrano fino al +23% di redditività. Eppure, in Europa, circa il 38% dei lavoratori dichiara di vivere stress quotidiano, mentre solo una minoranza sperimenta emozioni positive costanti sul lavoro. Stress cronico e scarso benessere emotivo alimentano il disengagement e quindi frenano anche la produttività in misura sensibile.
Non sorprende quindi che, secondo lo State of the Global Workplace 2025, ben il 50% dei dipendenti a livello mondiale, e un considerevole 30% in Europa, stia al momento cercando o già valutando un nuovo impiego.
Fonte: Gallup 2026
Fonte: Gallup 2026
In cerca di alternative
I collaboratori nel mercato del lavoro
■ Cerco attivamente un’altra occupazione
■ Mi guardo in giro in cerca di
■ Non cerco un altro lavoro
L’infrastruttura dello sport
All’indomani dei Giochi di Milano-Cortina, molte luci si sono spente, mentre a restare acceso è il dibattito sul significato profondo dello sport. Quello di Panathlon è un modello, mondiale, che intreccia formazione giovanile, sostenibilità, inclusione e cultura istituzionale, riaffermando lo sport come leva educativa e responsabilità civile. Alla base di tutto? L’etica.
Si sono appena spente le luci dei Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026 e, oltre al medagliere e alle imprese sportive, resta una domanda di fondo: quale eredità culturale e valoriale lascia un grande evento globale? Le Olimpiadi infatti non sono soltanto competizione e spettacolo, ma anche un laboratorio etico in cui si intrecciano sostenibilità, inclusione, innovazione tecnologica e responsabilità sociale. Temi che non appartengono solo alle grandi istituzioni sportive, ma che trovano declinazione concreta anche nel lavoro quotidiano di associazioni radicate nei territori, che si tratti di una dimensione locale o internazionale, poco cambia. Il Panathlon è sicuramente un interlocoture privilegiato per affrontare il tema.
Si tratta infatti di una rete che, a livello mondiale (Panathlon International) lavora per fare dell’etica non un accessorio dello sport, ma la sua struttura portante. «Finalità del Panathlon è l’affermazione dell’ideale sportivo e dei suoi valori morali e culturali quale strumento di formazione ed elevazione della persona e di solidarietà tra gli uomini e i popoli», esordisce Stefano Giulieri, Vice Presidente Vicario di Panathlon International (PI), «Tra i temi sui quali stiamo lavorando attualmente c’è quello dei giovani, con una serie di progetti, tra cui la Charta Smeralda-One Ocean, con riferimento all’Agenda Olimpica 2020+5 del Comitato Olimpico Internazionale (Cio) e all’attenzione alla tutela ambientale. Come Panathlon International sensibilizziamo i vari club locali affinché siano promotori di eventi pubblici coinvolgendo circoli nautici e in particolare i giovani, per esempio per il recupero di plastiche e altri rifiuti nei laghi e fiumi. Agli enti nautici che partecipano a queste attività il Panathlon Club consegna una carta etica del PI e One Ocean», prosegue Giulieri, «Ci sono poi i progetti Erasmus, ossia il principale programma dell’Unione Europea che finanzia attività di istruzione, gioventù e sport in Europa e nel mondo, destinata principalmente alle università. Il PI è attivo in diversi di questi progetti collaborando con giovani panathleti e giovani universitari; e non da ultimo: la Commissione cultura sta
organizzando un’importante conferenza che si terrà in giugno a Gand sul tema ‘Ruolo dell’Ue e del Consiglio d’Europa nello sport e l’integrazione del Panathlon International in questo movimento». La struttura del PI prevede che al secondo livello dell’organizzazione ci siano i Distretti, che raggruppano tutti i club della loro nazione o regione. Il Distretto è diretto da un Consiglio Direttivo che è di supporto a tutti i club della sua giurisdizione. Il Consiglio è composto da panathleti provenienti dalle varie regioni del Distretto. In Svizzera ci sono rappresentanti di tutte le regioni linguistiche. Inoltre, «Il PI è organizzato in club ordinari (club Senior) e in club Junior, i cui soci hanno un’età tra i 18 e i 32 anni. Questi ultimi, che sono indipendenti in tutto, hanno comunque un club senior quale padrino, a cui possono chiedere aiuto e assistenza. Al raggiungimento dei trentatré anni, i soci junior passano automaticamente nel club senior, loro padrino», spiega Stefano Giulieri.
La diffusione dei principi panathletici tra i giovani avviene attraverso partnership strategiche con scuole, università e organizzazioni giovanili, per il tramite dei club locali. Questo permette al PI di integrare i propri valori nei programmi educativi, promuovendo l’etica nello sport sin dalla tenera età. A tal fine, nel 2004 è stata creata una targa etica che comprende ‘La Carta dei doveri del genitore nello sport’ e ‘La Carta dei diritti del ragazzo nello sport’.
«Con occhio critico teniamo pure in considerazione quanto fanno le varie associazioni con cui abbiamo convenuto un memorandum d’intesa, a partire dal Comitato Olimpico Internazionale, dal
Da sinistra a destra, Ivan Degliesposti, presidente del Panathlon Club Lugano (PCL), e Stefano Giulieri, vice presidente vicario di Panathlon International (PI).
quale siamo riconosciuti ufficialmente», spiega Giulieri.
Il Panathlon International è stato fondato a Venezia nel 1951. Lo scopo è l’affermazione dell’ideale sportivo e dei suoi valori morali e culturali, quale strumento di formazione ed elevazione della persona e di solidarietà tra gli uomini e i popoli. «Il motto di tutto il movimento panathletico mondiale è ‘Ludis iungit’, traducibile con ‘il gioco/lo sport unisce’», esordisce Ivan Degliesposti, neo-presidente del Panathlon Club Lugano, il primo Club al mondo fondato (nel 1954) al di fuori dei confini italiani. «I soci del nostro club, siano essi sportivi attivi, dirigenti sportivi, membri di associazioni o “pensionati sportivi”, si impegnano a veicolare - tramite il proprio impegno quotidiano - questo spirito, sottolineando alcuni valori essenziali quali la lealtà, l’etica, il fair play, l’inclusione», prosegue Degliesposti.
Il Club luganese interpreta e declina a livello locale la missione del movimento panathletico internazionale: «Il nostro territorio d’azione è tutto il Sottoceneri (mentre il resto del cantone è di competenza del Panathlon Club Sopraceneri), il contatto con la sede centrale e il Consiglio Direttivo di Panathlon International è costante. Vi sono inoltre regolari contatti anche con il Consiglio Direttivo del Distretto Svizzera-Liechtenstein. Questi rapporti diretti permettono di rimanere sempre aggiornati sugli sviluppi del movimento panatheltico e di agire in stretta collaborazione e sincronia al fine divulgare uniformemente i nostri concetti», spiega Ivan Degliesposti, che si sofferma poi sulle sinergie istituzionali che si sviluppano con enti pubblici, federazioni e istituzioni scolastiche per consolidare la cultura del fair play. «Tra le iniziative previste dal nostro Club vi è l’assegnazione di un Premio Fair Play, un Premio al merito sportivo, come pure premi per gli studenti della Scuola per sportivi d’élite di Tenero e per i giovani talenti ticinesi. Questi riconoscimenti ci permettono di mantenere contatti costanti con gli enti pubblici, le fede -
razioni e le istituzioni scolastiche», prosegue Degliesposti, che a proposito dei principali progetti in corso volti alla promozione dell’inclusione, del rispetto e della responsabilità sociale attraverso lo sport, aggiunge: «Inoltre, ogni anno, in occasione della serata in diretta televisiva della premiazione del migliore sportivo o della migliore sportiva ticinese, il Panathlon Club Lugano attribuisce il Premio Etico a società o a sportivi che nel corso dell’anno o della propria carriera sportiva hanno dimostrato particolare attenzione e dedizione al rispetto e alla divulgazione di questo fondamentale valore.Al nostro interno abbiamo dei soci che rappresentano lo sport inclusivo e come Club abbiamo organizzato eventi specifici, sostenendo finanziariamente società di sport con disabilità. Manteniamo costantemente uno sguardo su queste discipline, pronti a dare il nostro apporto quando utile», sintetizza il presidente del club luganese, che fa sapere: «Nel 2019 è stato creato il progetto CinePanathlon per le scuole. Come Club siamo a disposizione delle direzioni scolastiche, principalmente di Scuola Media, per presentare, commentare e discutere con le classi alcuni film, chiaramente a carattere sportivo, ma che veicolano proprio quei valori precedentemente menzionati, e a noi cari. Sono film che raccontano nella maggior parte dei casi delle storie vere, molto coinvolgenti, a volte anche divertenti, ma che permettono una profonda riflessione ad esempio sul tema del rispetto, sulla forza di volontà, sull’integrazione, sull’etica ed il fair play. Abbiamo la fortuna di poter attingere ad una ricca produzione cinematografica di qualità per questo settore».Non da ultimo, in relazione
alla targa etica isitituita dal Panathlon Internazionale nel 2004, «mettiamo a disposizione di società, associazioni, enti pubblici, infrastrutture sportive la Targa Etica del Panathlon Club.
Si tratta materialmente di una targa formato A3 sulla quale sono riportate la ‘Carta dei diritti del ragazzo nello sport’ e la ‘Carta dei doveri del genitore nello sport’. Questa targa può essere esposta ad esempio all’entrata di un impianto sportivo, per sottolineare e ricordare alcuni concetti fondamentali che i ragazzi e i genitori non dovrebbero mai dimenticare. Al momento vi sono una decina di queste targhe presenti nel Sottoceneri», spiega Degliesposti, al quale chiediamo quale sia il ruolo del Panathlon nel contesto sportivo cantonale e quali prospettive di sviluppo intravede per il futuro. «Prima ancora delle “prospettive di sviluppo”, desideriamo far conoscere meglio e diffusamente il nostro Club, le proprie finalità e le proprie iniziative, affinché i nostri valori possano diventare anche quelli di tanti altri sportivi o amanti dello sport, risultando così un positivo veicolo sociale.
Con il nostro operato di club di servizio e con l’impegno quotidiano dei nostri soci, sia esso nei consessi societari in cui sono coinvolti come pure nella loro quotidianità, cerchiamo puntualmente di trasmettere ciò in cui crediamo sin dal 1954».
Dalla dimensione internazionale a quella locale, il messaggio è univoco: lo sport, se guidato da principi etici solidi, può essere una delle più potenti scuole di cittadinanza e umanità. E davvero, come recita il motto, può unire.
Uno sguardo a 70 anni di relazioni bilaterali fra Svizzera e Nepal, ma anche alle opportunità della carriera diplomatica, in dialogo con l’ambasciatrice Danielle Meuwli, intervistata a Kathmandu.
Dalla condivisione delle competenze ingegneristiche che hanno permesso di collegare le aree più remote del paese con 10mila ponti sospesi, all’impronta federale nella nuova Costituzione nepalese: in 70 anni di relazioni bilaterali la Svizzera ha sostenuto progetti chiave di cooperazione allo sviluppo in Nepal. Qui, durante un soggiorno di tre mesi, ho avuto l’occasione di intervistare la nostra ambasciatrice Danielle Meuwly. Ambasciatrice Meuwly, cosa l’ha spinta a intraprendere la carriera diplomatica?
Sono una persona molto curiosa riguardo al mondo e la diplomazia si è rivelata essere una scelta naturale. Offrire un servizio pubblico, lavorare con le persone e la possibilità di creare un ponte tra due culture, sono elementi che mi hanno motivata ancora di più. Vivere all’estero ti plasma, ti obbliga a essere aperto, flessibile, umile, a imparare ad ascoltare.
Come descriverebbe le relazioni tra Svizzera e Nepal?
È un rapporto eccellente, basato su 70 anni di relazioni diplomatiche, un forte legame tra le persone, rispetto e valori condivisi. Traspare un affetto genuino: i nepalesi vedono la Svizzera come un partner affidabile e duraturo, e i numerosi svizzeri in viaggio in Nepal alimentano questo spirito positivo. L’incredibile diversità culturale, naturale e il calore della sua gente rendono questo Paese unico. Di cosa si occupa l’Ambasciata Svizzera a Kathmandu?
Lavoriamo a stretto contatto con il Nepal su progetti di sviluppo a lungo termine in settori quali la governance, la crescita economica, la creazione di competenze, posti di lavoro e la resilienza climatica. Dal lato diplomatico, seguiamo gli sviluppi politi-
ci, teniamo informata Berna e costruiamo partnership con il governo e la società civile. Poi c’è il vivace lavoro consolare: il Nepal attira molti escursionisti svizzeri, ai quali forniamo consigli di sicurezza e supporto.Il nostro personale locale nepalese è la spina dorsale dell’Ambasciata, apportando conoscenze culturali, reti di contatti e un’incredibile professionalità.
Da studente di Diritto, le chiederei di illustrare il sistema giudiziario del Nepal. Il Nepal è uno stato federale, la cui Costituzione del 2015 definisce un sistema giudiziario che dovrebbe essere indipendente, imparziale e competente, con tre livelli di tribunali: la Corte Suprema al vertice, le Corti Superiori e i Tribunali Distrettuali. Il sistema si sta modernizzando, ma le procedure sono lente e le risorse finanziarie e umane limitate. con una Costituzione giovane, non è una sorpresa che ci siano sovrapposizioni di competenze tra i vari livelli. Il federalismo è stato introdotto nell’ambito del processo di pace dopo un conflitto armato durato un decennio. Proprio la Svizzera ne ha supportato l’attuazione tramite un programma di cooperazione.
Elia Molinaro, studente di Diritto all’Università di Zurigo. Sotto, Danielle Meuwly, ambasciatrice svizzera in Nepal, da lui intervistata.
Quali sono state le conseguenze dei disordini dello scorso settembre?
Il divieto dei social media ha acceso la miccia, ma la frustrazione cresceva da tempo. Il tutto è degenerato: il primo ministro si è dimesso e un governo provvisorio ha assunto il potere in attesa delle elezioni previste per questo marzo. D’altra parte le istituzioni nepalesi hanno dato prova di resilienza. La costituzione federale è rimasta in vigore, la transizione è stata legittima e il sistema ha finito per assorbire lo shock. Non escludo però nuove tensioni. Come funziona la vita diplomatica?
Di principio ci si stabilisce per qualche anno, dopodiché ci si trasferisce in un nuovo Paese e si ricomincia da zero: nuovo team, nuovi fascicoli, nuovi ritmi. Questo rende il lavoro stimolante, ma sconvolge le abitudini. Per adattarsi servono resilienza e curiosità. Per le famiglie può essere difficile, soprattutto con bambini in età scolare; nel mio caso sono più flessibile sotto questo punto di vista, e posso vivere ogni rotazione come una nuova avventura. Cosa consiglierebbe a uno studente che aspira a questa carriera?
Oltre a una laurea e un’ottima conoscenza delle lingue, qualsiasi esperienza internazionale è utile: stage, studi all’estero, Ong. Le capacità di comunicazione scritte e orali sono fondamentali, perché la diplomazia è dialogo. Il mio consiglio è di mantenere una sincera curiosità verso il mondo. Leggete molto, seguite le notizie internazionali e coltivate l’abitudine di ascoltare punti di vista diversi.
Bitcoin, sbalzi e interrogativi
I mercati finanziari oscillano tra incertezza ed euforia verso Bitcoin. L’interesse è in aumento, ma la forte volatilità induce a riflettere sul suo valore effettivo e sulla componente speculativa.
Dopo un’intensa fase di adozione istituzionale, il recente crollo di Bitcoin ne conferma la forte volatilità. Ma cosa determina queste continue fluttuazioni?
Dal 2021, l’Università di San Gallo (Hsg) offre il corso Blockchain & Money tenuto dal Prof. Alexander Bechtel. In un semestre gli studenti imparano i fondamenti della tecnologia blockchain, analizzano l’ecosistema di Bitcoin e discutono la teoria del denaro e le politiche monetarie. Proprio la volatilità che ha caratterizzato i primi 17 anni di vita di Bitcoin ha alimentato una discussione chiave durante le lezioni: da cosa è dettato il prezzo di Bitcoin e qual è il suo valore effettivo?
Bitcoin nasce nel 2009 da “Satoshi Nakamoto”, la cui identità è ancora oggi sconosciuta. La tecnologia si basa su una rete distribuita (peer-to-peer) e crittografica che consente di validare le transazioni, senza la necessità di intermediari quali governi e banche. La decentralizzazione, l’autonomia, la velocità delle transazioni e la sicurezza sono sicuramente aspetti positivi, ma non è tutto oro quel che luccica: le forti turbolenze dell’ultimo periodo confermano come la volatilità estrema resti un limite importante, a cui si aggiungono l’impatto ambientale e la mancanza di regolamentazione che limitano il potenziale di questa nuova tecnologia.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’accelerazione dell’integrazione. Bitcoin sta uscendo dalla sua nicchia e sta entrando nei bilanci di grandi istituzioni. Agli inizi di gennaio 2024, la Securities and Exchange Commission (Sec Usa) ha approvato l’emissione e la quotazione sul mercato regolamentato del primo Etf di Bitcoin. In soli due anni ha infranto numerosi record, entrando a far parte dei
30 più grandi Etf globali. Ha semplificato l’accesso agli investitori ma ha sollevato nuove domande sulla sua futura stabilità, specialmente alla luce delle fluttuazioni visibili anche in questo periodo.
Anche in Svizzera il panorama sta evolvendo rapidamente. Il settore bancario sta gradualmente implementando servizi di trading e custodia, riconoscendo la domanda della clientela. In Ticino è stato avviato il “Lugano Plan B”, integrando il protocollo di Bitcoin nel tessuto economico locale e consentendo ai cittadini di pagare le tasse in criptovaluta.
Nei testi accademici il denaro viene definito come un mezzo di scambio, un’unità di conto e una riserva di valore. Una moneta ad alta monetarietà si caratterizza per la divisibilità, la trasportabilità, la protezione dalla contraffazione e la durabilità. Prendendo in considerazione il Franco svizzero o il Dollaro americano, si nota come entrambi rispettino la definizione accademica sia di denaro che di monetarietà. Al contrario, se si paragona la definizione accademica a Bitcoin, si nota che quest’ultimo è altamente monetario, ma non rispetta del tutto la definizione di denaro, in quanto non è facilmente utilizzabile come unità di conto (in contabilità) ed è difficile definirlo come riserva di valore in quanto estremamente volatile. Per questo motivo, è prematuro considerare Bitcoin come una valuta digitale a pieno titolo, ma piuttosto come un asset.
Determinare la genesi del valore di un asset privo di un fondamentale fisico è la sfida più importante della moderna teoria della valutazione, che si articola in tre fasi: la determinazione del valore intrinseco, del premio monetario e della speculazione. In primo luogo, a differenza dell’oro che possiede un’utilità industriale, o delle
Michele Zecchin, studente di Economia presso l’Università di San Gallo e membro dell’Associazione ticinese San Gallenses Oeconomiae Comites (Sgoc).
valute fiat che sono sostenute dallo Stato, il valore intrinseco di Bitcoin emerge dalla sua scarsità e dalla tecnologia blockchain di cui è il precursore. In seguito, il premio monetario viene definito come il valore aggiunto che gli attori economici attribuiscono a un bene per la sua capacità di preservare il potere di acquisto nel tempo. Il premio monetario di Bitcoin è dato dalla sua scarsità: un limite invalicabile di 21 milioni di unità che mostra il concetto di scarsità digitale. Infine, è innegabile che l’elemento che domina la genesi del valore sia la speculazione. Sebbene la scarsità algoritmica e la tecnologia forniscano la base teorica del valore, l’attuale fase di instabilità conferma come sia la pressione speculativa dei mercati a dominarne maggiormente il prezzo.
Determinare il valore effettivo di Bitcoin è una sfida complessa: l’architettura tecnologica della blockchain e la scarsità fungono da fondamenta per un valore di base, ma alla fine sono i mercati a definirne i volatili cambiamenti. Oggi, Bitcoin sta attraversando una transizione radicale, passando da un esperimento informatico a un componente legittimato dei portafogli istituzionali, come dimostrato dall’apertura delle banche e dall’importanza di Lugano Plan B. Tuttavia, l’evoluzione dei prezzi conferma che è la componente speculativa a modellarne l’attuale andamento. Resta ora da capire se le fluttuazioni legate alla speculazione odierna lasceranno spazio a una stabilità riconosciuta e basata sul valore fondamentale di Bitcoin.
I motivi per cui non piace
Alla base del rigetto diffuso nei confronti del ‘Ai-made’ si trova una miscela esplosiva di luddismo, romanticismo e classismo. Rinunciare del tutto? No, utilizzare anche l’altra intelligenza.
Con il suo “Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria” Newton si riferiva alla meccanica classica ma il terzo principio della dinamica racconta molto bene anche la polarizzazione delle opinioni, ad esempio quelle concernenti l’Intelligenza Artificiale. Se da un lato si magnificano le capacità dell’Ai, soprattutto nelle corti della Finanza e del Tech, dall’altro è evidente l’ermergere di un vento molto contrario.
Occorre fare una premessa: l’Ai ha molte applicazioni ma qui ci si occuperà unicamente di quella più frivola e quindi, inevitabilmente, quella di cui il grande pubblico discute: la GenAi, ossia quella che compone testi (o testoidi, citando una folgorante battuta di Michela Murgia), immagini e video, partendo da un semplice ‘prompt’.
l’azienda è costretta a ritirare il video. Lo spot è alquanto banale ma il motivo del rigetto è chiaramente riconducibile all’utilizzo dell’Ai. L’azienda è stata criticata per la scelta di usare una ‘scorciatoia tecnologica’ (invece di impiegare le tante maestranze tradizionalmente coinvolte).
Il video in sé è stato giudicato senz’anima, “inquietante”. E qui ci sono i primi due argomenti che sono tipicamente alla base del rigetto: il neo-luddismo, ossia la
Simone Oltolina, Ceo di Merchants of Ideas, società di brand e communication consulting. Sotto, una doppia pagina del catalogo Outline.
Con la parziale eccezione dei video, bisogna ammettere che i risultati oggi sono abbastanza impressionanti, almeno se misurati in termini di ‘verosomiglianza’. Certo, ci si trova ancora probabilmente nella fase in cui a stupire è il fatto che il ‘cane parli’, e non la qualità del discorso.
Ma la sostanza resta: oggi con l’Ai si possono produrre testi scorrevoli, anche piacevoli. E, con un minimo di perizia in più, ritratti in cui la pelle abbia una texture naturale e le mani contino cinque dita.
Eppure… lo scorso 6 dicembre, McDonald’s (Paesi Bassi) pubblica online uno spot natalizio, realizzato quasi interamente con l’Ai. Dopo pochi giorni
paura che la tecnologia ‘ci tolga il lavoro’. È un argomento che risuona, fortissimo, nel mondo dei ‘creativi’, dove tutto quello che è ‘fatto con Ai’ viene ridicolizzato mentre il ‘fatto a mano’ (le vetrine sulla Fifth Avenue, o le bellissime immagini create da Szilveszter Makó) viene accolto come una boccata d’ossigeno.
C’è anche però una sorta di ‘nuovo romanticismo’ che porta a lamentare la perdita del ‘tocco umano’. Imperfetto, ma proprio per questo più ricco di emozioni e originalità. Da qui nascono tendenze già ampiamente visibili: errori di battitura intenzionamente inseriti nelle bio di Instagram come segnale di ‘umanità’.
Campagne volutamente caotiche, scattate con un iPhone 5 (è il caso di Guess Jeans), make-up volutamente imperfetti. Si arriva al ribaltamento del vecchio paradigma: una volta le immagini considerate belle erano quelle ‘curate nei minimi dettagli’, lucide e ‘leccate’. Oggi è l’opposto: la perfezione, il patinato è sinonimo di un approccio robotico, mentre l’imperfezione è espressione di gusto. L’Ai non è l’unico driver del cambiamento ma è sicuramente uno dei principali agenti culturali in campo. Se poi si pensa al Lusso, ecco che il ‘fatto a mano’ (o, al limite, un’Ai al servizio di una visione artistica) assurge quasi a status symbol. La riproduzione meccanica è per chi non ha gusto e non sa distinguere, un nuovo classismo. Quindi si dovrebbe rinunciare del tutto a impiegare l’Ai? Certamente no. Ci sono ambiti dove l’efficienza è più importante della qualità e quindi il compromesso è accettabile (semmai, l’Ai generativa dovrà diventare più efficiente, al momento la componente di lavoro manuale è ancora troppo alta).
Quando però si parla dell’immagine di un’azienda e della parte più visibile della comunicazione, sarebbe bene ricordare che ‘costruire un’immagine’ è un gesto creativo che va oltre la semplice ‘produzione di una fotografia’.
Il rally indiano è qui
Il Subcontinente si sta muovendo in ambito di Ai, con una politica chiara per stimolare investimenti e innovazione. Le premesse ci sono tutte perché i risultati arrivino presto.
L’India punta a diventare una potenza dell’Intelligenza Artificiale. E all’Ai summit di febbraio ha mostrato i muscoli: all’evento hanno partecipato numerosi leader politici assieme ai vertici delle principali aziende tecnologiche globali, da Sam Altman, Ceo di OpenAi, all’Ad di Google Sundar Pichai e il Ceo di Microsoft Satya Nadella.
E non è un caso che Blackstone, leader mondiale tra i Gestori di asset alternativi, stia investendo pesantemente sul binomio India e innovazione. Il mese scorso, il Gruppo, insieme a fondi di Private Equity affiliati e co-investitori, ha guidato un’operazione che ha permesso a Neysa di raccogliere fino a 1,2 miliardi di dollari tra equity e debito.
La Start up indiana, in particolare, offre a imprese ed enti governativi servizi cloud, infrastrutture, risorse Gpu (Graphics Processing Unit) e applicazioni per l’Intelligenza Artificiale, senza dover comprare o gestire server propri. Le realtà che ad oggi utilizzano le sue soluzioni operano in diversi settori, tra cui servizi finanziari, tecnologia, sanità e servizi pubblici.
È importante ricordare che, con la crescente fame di Ai, si stanno creando delle limitazioni nell’offerta di chip specializzati e nella capacità dei data center necessari per addestrare ed eseguire modelli di grandi dimensioni. Startup come Neysa hanno deciso di rispondere proprio a questa mancanza.
Le risorse raccolte serviranno dunque per accelerare lo sviluppo delle tecnologie necessarie, dispiegando per esempio oltre 20mila Gpu in India, e l’aumento della base clienti. Come ampiamente riportato da TechCrunch, Ganesh Mani, ammini-
stratore delegato di Blackstone Private Equity, ha affermato che, attualmente, si stima che in India siano installate meno di 60mila Gpu e prevede che tale cifra aumenterà di quasi 30 volte nei prossimi anni, superando i 2 milioni.
Amit Dixit, responsabile dell’Asia Private Equity presso Blackstone, ha invece voluto chiarire che “negli ultimi due decenni ci siamo impegnati a costruire aziende che contribuiscono allo sviluppo dell’India” che si conferma essere un “mercato chiave per Blackstone”.
«La Start up indiana Neysa offre a imprese ed enti governativi servizi cloud, infrastrutture, risorse Gpu e applicazioni per l’Intelligenza Artificiale, senza dover comprare o gestire server propri. Le realtà che ad oggi utilizzano le sue soluzioni operano in diversi settori, tra cui servizi finanziari, tecnologia, sanità e servizi pubblici»
Mentre Sharad Sanghi, cofondatore e Ceo di Neysa, ha sottolineato che “l’ambizione dell’India nell’ambito delle applicazioni di Intelligenza Artificiale richiede infrastrutture di livello produttivo costruite e gestite su larga scala. Neysa si concentra nel fornire il livello esecutivo del calcolo sovrano, abilitando la ricerca e l’adozione dell’Ai in linea con gli obiettivi della IndiaAi Mission”.
Il manager ha poi aggiunto che “la Start up mira a garantire prestazioni certe e sicurezza dei dati, permettendo a imprese, hyperscaler e laboratori globali di Ai di distribuire e scalare infrastrutture affidabili
Alessandro Beggio, Ceo e fondatore di Vector Wealth Management.
in India. Con l’esperienza di Blackstone nella scalabilità di infrastrutture critiche, puntiamo a posizionare l’India come destinazione globale rilevante per il calcolo Ai”. Tra gli altri investitori azionari in questa operazione vi sono Teachers’ Venture Growth, Tvvs Capital, 360 One Assets e Nexus Venture Partners.
Mentre nella lista degli investimenti chiave di Blackstone e degli affiliati nel comparto tech e Ai figurano Qts, tra le più grandi piattaforme di data center al mondo, AirTrunk, principale piattaforma di data center nella regione Asia-Pacifico, CoreWeave, azienda specializzata in infrastrutture cloud, e Firmus, piattaforma australiana di infrastruttura Ai.
A livello di mercato, il settore Ai indiano si prevede che crescerà da 6 miliardi di dollari nel 2024 a quasi 32 miliardi di dollari entro il 2031, sostenuto da un ecosistema open source ampio e in rapida espansione. Sono i numeri del report AI for Economic and Social Good in India, rilasciato di recente dalla Linux Foundation Research in partnership con Meta.
Secondo la ricerca, l’approccio che sta tenendo il subcontinente indiano rispetto all’Ai pone l’accento sulla crescita guidata dall’innovazione, sulla preparazione della forza lavoro e sulle infrastrutture pubbliche digitali, offrendo un modello per le economie emergenti a livello globale. Le politiche a favore dell’innovazione e la collaborazione tra pubblico e privato stanno contribuendo ad accelerare l’adozione dell’Ai, ampliando al contempo l’accesso alle competenze, agli strumenti e alle opportunità.
La ripresa sta già arrivando
Il luxury europeo scalda i motori e si prepara a tornare a correre nei prossimi mesi, le prospettive e le premesse non mancano per tornare a fare bene, ma diverse incertezze restano all’orizzonte e potrebbero tornare a incidere sull’industria, a partire dall’Asia.
Dopo un ‘annus horribilis’ che ha visto i ricavi e/o i margini di molti operatori scivolare in territorio negativo, rosso quasi quanto la suola di una Louboutin, cosa possono aspettarsi nel 2026 gli investitori europei nel settore del luxury?
Una visione del settore non è altro che una raccolta di convinzioni individuali. Da questo punto di vista, è naturale iniziare con un pioniere del settore.
Lvmh. Nel 2025, la crescita organica del Gruppo è stata pari a -1%, a causa di una combinazione di effetti sfavorevoli dei tassi di cambio, uno spostamento della domanda verso le esperienze a scapito dei beni di lusso e un atteggiamento attendista dei consumatori. Anche il settore moda e pelletteria, un tempo incrollabile, ha registrato un calo del 5% in termini di prezzo e del 7% in termini di volume/mix.
Guardando al 2026, l’ottimismo torna di moda. Il fatturato organico è atteso in crescita del +4,6% in termini di prezzo e del +2,6% in termini di volumi/mix.
In primo luogo, la domanda negli Stati Uniti rimane resiliente, supportata da un forte effetto ricchezza. Il patrimonio del 10% delle famiglie più ricche è aumentato di circa il 30% in tre anni, portandole a detenere oltre il 70% della ricchezza complessiva del Paese, circa 5 punti percentuali in più rispetto al pre-Covid.
In secondo luogo, le aspettative si fondano su una stabilizzazione della domanda cinese, dopo due anni di contrazione (-2% nel 2024 e -5% nel 2025). A meno che, naturalmente, il miglioramento non sia legato soprattutto alla prospettiva di ulteriori aumenti dei prezzi o al ritorno alla crescita di Dior. Il secondo marchio del
Gruppo (che contribuisce per il 12% agli utili, contro il 65% di Louis Vuitton) potrebbe registrare un rimbalzo delle vendite nell’ordine del 4–5%.
Facendo un passo indietro, il quadro appare più sfumato. La luce in fondo al tunnel non è ancora abbagliante, ma potrebbe già iniziare a brillare come una vetrina in Place Vendôme.
La domanda negli Stati Uniti sembra ora essere ormai ampiamente scontata, dopo un +25% in cinque anni e aver attraversato una ripresa a forma di K, in cui solo chi si trova nella parte superiore della K può permettersi una borsa Kelly. Sarà difficile superare le aspettative, poiché i mercati scontano già una crescita cumulativa del +10% per i prossimi due anni.
Gli aumenti di prezzo restano un’opzione, ma dopo diversi anni di rincari medi annui superiori al 10%, l’elasticità della domanda potrebbe tornare a farsi sentire. Inoltre, se l’innovazione mira ad ampliare l’accessibilità, prezzi più contenuti potrebbero meccanicamente comprimere i margini. Anche nel lusso, l’equilibrio tra prezzo, volumi e desiderabilità non può restare immutato per sempre. Il 2025 è stato inoltre caratterizzato da un’ondata senza precedenti di cambiamenti ai vertici creativi delle principali Maison. Innovazione e nuovi talenti dovrebbero gradualmente produrre i loro effetti, ma la creatività, come l’artigianalità, richiede tempo. Dopo anni dominati dal potere di determinazione dei prezzi, il settore sembra ora entrare in una fase di maggiore pazienza sul fronte dei listini. Infine, la Cina resta il principale fattore di variabilità. Dopo due anni di marcata contrazione, le aspettative sono oggi
contenute, ma proprio questa cautela potrebbe trasformare il Paese nella principale fonte di sorprese positive. La debolezza dei consumi privati e le rinnovate tensioni nel settore immobiliare rendono sempre più probabile un ampio pacchetto di stimoli economici, già a marzo. D’altro canto, permangono i fattori di rischio esogeni. Il primo riguarda i tassi di cambio. I mercati prevedono per quest’anno un euro/dollaro a 1,20 e un miglioramento dei margini di 150 punti base al 66%. Tuttavia, l’euro (i due terzi della base di costo), ha guadagnato il 4% in pochi giorni (+17% rispetto ai minimi del 2025). Anche se le strategie di copertura possono attenuare in parte l’impatto sui margini, i costi continuano a pesare sulla redditività. Ma soprattutto, l’aumento dell’euro pesa sulle vendite. L’euro forte è dunque... un lusso molto costoso! Il rischio fiscale è il secondo punto debole. Le cosiddette misure fiscali ‘straordinarie’, 7 miliardi di euro attesi quest’anno (come stabilito nel bilancio francese), potrebbero ridurre gli utili del 5-6%. La battuta di Jacques Audiard appare sempre più azzeccata: “Due miliardi di tasse? Questo non è un bilancio, è una rapina a mano armata”. Concepita inizialmente come misura una tantum, la tassa è stata prorogata al 2026, e forse al 2027. Milton Friedman e Jacques Audiard sarebbero probabilmente d’accordo su questa semplice verità: “Niente ci avvicina alla vita eterna come una tassa temporanea”.
L’Europa. In termini di valutazioni, il luxury europeo tratta oggi intorno a 26x, dopo una marcata rivalutazione. I prezzi hanno accolto con favore la prospettiva
di un rimbalzo ciclico e di una riaccelerazione economica, trascurando le cicatrici lasciate dal recente deterioramento di ricavi e utili. A questi livelli, la speranza è già incorporata nei prezzi. D’ora in avanti, il settore non avrà bisogno solo di una ripresa, ma di un superamento significativo di aspettative sugli utili già generose per giustificare gli attuali multipli.
È in questo contesto che vanno collocate le attese sui dati degli altri Big del settore, delle prossime settimane.
Hermès. Nel 2025 la Maison parigina è rimasta indietro rispetto al resto del settore e ai mercati europei nel loro complesso, nonostante una crescita organica del fatturato del +9%. Anche nei prossimi anni dovrebbe continuare a beneficiare della tendenza al ‘lusso discreto’ (come dimostra la crescita di Loro Piana).
L’elevato potere d’acquisto della clientela conferisce a Hermès una bassa elasticità dei prezzi, nettamente inferiore a quella dei suoi concorrenti. In questo contesto, sono già stati annunciati aumenti di prezzo per quest’anno (tra il +6-8% per la pelletteria e il +5-6% per il resto). Infine, l’azienda è più impegnata in Cina rispetto ad altri marchi (il 30% del fatturato di Hermès è realizzato in questa regione, contro il 20% del resto del settore).
EssilorLuxottica. Nonostante il dinamismo delle vendite, le azioni hanno registrato un calo del 19% rispetto ai massimi. La crescita del fatturato dovrebbe rimanere solida, trainata dalla ripresa degli occhiali connessi, con una capacità produttiva che potrebbe raddoppiare a 20 milioni di unità entro fine 2026. La trasformazione industriale è ormai in pieno svolgimento. A medio termine, gli occhiali meta-smart potrebbero diventare un motore di crescita significativo e rappresentare fino a due terzi della crescita del fatturato entro cinque anni, rispetto all’attuale 3%, pur scontando costi di sviluppo ancora significativi. L’Oréal. Si conferma un caso eccezionale, operando su tutto lo spettro della bellezza, dal mercato di massa al segmento di lusso (35% del fatturato). Una nuova svolta potrebbe essere imminente: rafforzare la partecipazione in Galderma, leader mondiale in medicina estetica e Botox. Questa operazione consentirebbe al Gruppo di consolidare la propria presenza nel segmento strategico della dermatologia, caratterizzato da margini elevati e da una forte resilienza della domanda.
«La domanda negli Stati Uniti è ormai data per scontata, dopo un +25% in cinque anni e aver attraversato una ripresa a forma di K, in cui solo chi si trova nella parte superiore della K può permettersi una borsa Kelly. Sarà quindi difficile superare le aspettative nel prossimo biennio, meglio guardare ad altri mercati»
Kevin Thozet, Portfolio Advisor e membro
del Investment Committee di Carmignac
L’orologiero svizzero
Dati 2024 della Top50 delle Maison elvetiche del
Ripresa in vista. Il mercato europeo del lusso inizia il 2026 con una configurazione più equilibrata, ma anche più impegnativa. Dopo una significativa correzione, la crescita dovrebbe riprendere. Tuttavia, poiché gran parte della ripresa si riflette già nelle valutazioni e le innovazioni richiedono tempo per tradursi in profitti, non si tratta più di un commercio su larga scala. La prossima fase della per-
L’industria del luxury sta tornando alla carica, i
ci sono e il mercato ci crede. Le valutazioni si muovono, ma non sono impossibili.
formance sarà determinata più dalla selettività, dall’attuazione e dalla disciplina che dal solo nome del settore. La ripresa ha quindi una lista d’attesa.
Fonte: Carmignac
Sicurezza, sovranità e capitale
Lanciato in febbraio dalla rinomata Casa d’investimento ginevrina, è ora disponibile il DECALIA Aegis Defense UCITS. Una strategia a gestione attiva ‘pure-play’ offre agli investitori esposizione alle dinamiche del settore Difesa, in una fase storica di profonda incertezza geopolitica, e conseguenti forti investimenti in sicurezza.
Il DECALIA Aegis Defense
Il 3 febbraio 2026 è stato lanciato il nuovo fondo UCITS azionario globale a gestione attiva DECALIA Aegis Defense che offre un’esposizione mirata a uno dei temi d’investimento strutturali più potenti del decennio: la Difesa come pilastro fondamentale della sicurezza.
Sviluppata e gestita all’interno della piattaforma Asset Management di DECALIA, la strategia Aegis Defense si basa sulla consolidata esperienza della società nella gestione attiva azionaria e sulla sua comprovata capacità di ideare strategie d’investimento innovative. Adotta un approccio azionario globale ‘pure-play’, investendo in un portafoglio concentrato di 30-40 società direttamente esposte alle dinamiche della difesa e della sicurezza. Aegis Defense si posiziona tra le principali strategie attive globali nel comparto difesa, offrendo agli investitori un accesso differenziato attraverso una selezione ad alta convinzione piuttosto che la replica di indici. Tale approccio, dal lancio nel marzo 2024, si è già tradotto in una netta sovraperformance rispetto sia ad indici che strategie comparabili.
La strategia è guidata da Roberto Magnatantini, con il supporto del team d’investimento più ampio di DECALIA. La gestione è saldamente ancorata a un processo d’investimento collettivo, che riflette la filosofia della Casa: la performance di lungo periodo è il risultato di un rigoroso lavoro di squadra.
DECALIA Aegis Defense è un fondo UCITS azionario, gestito da DECALIA SA, con liquidità giornaliera e disponibile in diverse classi di azioni/quote. Ulteriori informazioni sulle caratteristiche del fondo sono disponibili online.
Dal 1945, l’ordine mondiale si è basato in larga misura sul diritto internazionale, sulla cooperazione multilaterale e su una deterrenza indiretta garantita da poche grandi potenze. La conquista territoriale con la forza sembrava essere stata relegata al passato e la fine della guerra fredda aveva alimentato ulteriormente l’illusione di una pace duratura.
Il paradigma si è invertito. Il mondo è ormai entrato in una fase caratterizzata da un rischio maggiore e da una protezione istituzionale incerta, nella quale deterrenza e sovranità tornano a essere pilastri centrali di ogni riflessione nazionale.
La necessità di ristabilire una capacità di deterrenza autonoma. L’aumento delle tensioni geopolitiche, la frammentazione delle alleanze e la ridefinizione delle priorità strategiche delle grandi potenze hanno profondamente modificato l’equazione della sicurezza. Questa evoluzione genera una risposta quasi universale: il rafforzamento delle capacità di difesa nazionali. Che si tratti
di potenze consolidate o emergenti, la logica è la stessa: senza una difesa credibile, la deterrenza non è possibile, mettendo a rischio sovranità e sviluppo.
Un’industria di lungo periodo che offre grande visibilità. Questa presa di coscienza si traduce concretamente in un aumento generalizzato dei bilanci della difesa e, parallelamente, in un’accelerazione dei programmi di equipaggiamento. Tali impegni si inseriscono in programmi pluriennali, con grande visibilità sugli ordini in portafoglio.
Per gli industriali del settore, l’algoritmo di crescita si declina su tre livelli: in primo luogo, bilanci della difesa in aumento; in secondo, una quota destinata agli equipaggiamenti in crescita in modo più che proporzionale; infine, un’elevata leva operativa che conduce a un’espansione dei margini. La conseguenza è meccanica: una forte crescita degli utili nel lungo periodo. Tuttavia, la natura degli ordini fa sì che i benefici impieghino tempo a materializzarsi, nonostante l’elevata visibilità, il che può generare fasi in cui le valutazioni appaiono molto elevate prima di normalizzarsi.
difesa, l’accelerazione attuale è tale da richiedere una profonda riflessione su sistemi e dottrine. La capacità di trattamento dei dati - legata in particolare alla
Concludendo, non siamo di fronte a un ciclo congiunturale, bensì a una ricomposizione strutturale dell’ordine di sicurezza mondiale. Meno certezze, più
proliferazione dei sensori e all’integrazione di strumenti di IA - sta rivoluzionando il settore. A questo si aggiungono il rapido sviluppo dei droni e del dominio spaziale. Al di là del riarmo discusso in precedenza, occorre quindi comprendere che la rivoluzione tecnologica in corso avrà implicazioni profonde sulle opportunità di investimento.
Roberto Magnatantini, CFA, CMT, Lead Fund Manager del DECALIA Aegis Defense Fund.
È entrato nel team della boutique ginevrina nel 2020. Vanta oltre 25 anni di esperienza nel settore, in qualità di gestore principale di strategie azionarie globali e di analista azionario. Ha ricoperto ruoli di peso presso Oyster Funds (SYZ Asset Management), HSBC e Banque Lombard Odier. Ha inoltre prestato servizio nelle Forze Armate svizzere come ufficiale di fanteria, con il grado di primo tenente.
Un’opportunità globale, con declinazioni locali. Se il tema è globale, le sue manifestazioni sono molto spesso locali. Ogni Paese investe secondo le proprie priorità, cercando spesso di favorire lo sviluppo di capacità domestiche. L’acquisto di sistemi di difesa non è inoltre una scelta strategica neutra, poiché spesso equivale a suggellare una forma di alleanza con il Paese fornitore. Queste due forze implicano che il settore resti naturalmente frammentato, offrendo possibilità di selezione e diversificazione molto elevate su scala globale. Ciò è ulteriormente rafforzato dal fatto che il settore è ancora poco compreso e poco coperto dalla comunità finanziaria.
Rivoluzione tecnologica e opportunità di reindustrializzazione. Se la tecnologia ha sempre svolto un ruolo centrale nella
La difesa ha inoltre un ruolo da svolgere nell’industrializzazione, o talvolta nella reindustrializzazione, delle economie nazionali. Si tratta di un’industria ad alto valore aggiunto, con una forte componente di R&S, che genera ricadute positive ben oltre il solo settore militare. Questi investimenti costituiscono dunque una leva di sovranità industriale, di rafforzamento delle competenze tecnologiche e di creazione di posti di lavoro qualificati.
Un cambio di prospettiva ESG. Infine, si è verificato un significativo mutamento nella percezione ESG. Senza cancellare i dibattiti etici, si afferma l’idea che la sicurezza sia un prerequisito per la stabilità istituzionale e per la tutela delle libertà. Questa evoluzione delle mentalità si riflette progressivamente nei flussi di investimento e nei quadri di analisi responsabile.
deterrenza; meno dipendenza, più sovranità; meno ingenuità, più realismo. In questo nuovo contesto, la difesa diventa al tempo stesso una questione strategica, tecnologica ed economica e, per gli investitori, un tema di lungo periodo che offre diversificazione, visibilità e potenziale di creazione di valore.
DECALIA SA
Fondata a Ginevra nel 2014, DECALIA è una società indipendente specializzata nella gestione di portafogli privati e istituzionali, nonché nei mercati privati. Con oltre 70 collaboratori e circa 6 miliardi di franchi in AuM.
Si avvale di un’esperienza riconosciuta nella gestione attiva e di un approccio disciplinato orientato alla performance corretta per il rischio. Interamente detenuta dai propri soci, è regolamentata da FINMA, Consob e Banca d’Italia. Ha uffici a Ginevra, Zurigo e Milano.
Per informazioni:
DECALIA SA
Rue du Rhône 31 CH – 1204 Geneva dsm@decalia.com
Corsa... senza pilota
Il 2026 potrebbe rivelarsi l’anno della svolta nella giovane industria dei robotaxi. È già tempo di pensione anticipata per molti conducenti americani? In molti lo pensano.
I Tre Modelli a confronto (in usd)
a guida autonoma
Lyft 14.44 1.92 14.22 7.99
Uber 15.58 2.22 15.36 8.36
Waymo 20.43 3.65 19.52 11.22
Il 2026 si sta delineando come l’anno della svolta per i robotaxi, una trasformazione tecnologica che sta passando rapidamente da curiosità per pochi a realtà di massa. Quello che inizialmente sembrava un esperimento confinato a poche strade di San Francisco è diventato una battaglia industriale su vasta scala, con implicazioni profonde per investitori e consumatori. Waymo: il leader silenzioso che ignora il fatore prezzo. Contrariamente alle previsioni dei primi esperti, il successo di Waymo non è guidato dal risparmio economico. Atualmente, in molti casi, una corsa su un veicolo Waymo può costare più del doppio rispeto a un servizio tradizionale come Lyft o Uber. Tutavia, gli utenti sembrano preferire l’esperienza ‘driverless’: l’assenza di interazioni umane, la privacy totale e una percezione di maggiore sicurezza stanno spingendo l’adozione. In città come San Francisco, la quota di mercato di Waymo ha già superato il 10% del totale dei viaggi in ride-sharing, un dato probabilmente sottostimato poiché l’azienda non copre
«Il gigante del ride-hailing, Uber, si trova a un bivio. Se da un lato investitori come Bill Ackman scommetono sulla sua resilienza grazie alla rete logistica e alla consegna di cibo, dall’altro il rischio di disintermediazione è altissimo, con l’automazione che minaccia di rendere obsoleto il suo intero modello di business»
ancora interamente le aree urbane, come gli aeroporti.
Tesla e la scommessa sulla produzione di massa. Se Waymo è in vantaggio operativo, Tesla punta tutto sulla scalabilità. Il nuovo Cybercab non è solo un veicolo senza pedali o volante, ma il risultato di un processo produttivo rivoluzionario simile a quello dell’eletronica di consumo, che sarà (forse) capace di sfornare un’auto in meno di cinque secondi (così disse Elon
Giacomo Malinverno, analista di Lagom Family Advisors. A lato, il mercato dei robotaxi è in movimento, i tre Big del settore promettono molto, e le aspettative del mercato non sono basse. A confronto si trovano tre modelli di business.
Musk nel marzo 2025).
Oltre ai tempi di produzione, il vantaggio competitivo di Tesla risiede nell’abbattimento dei costi hardware: eliminando sensori costosi e semplificando la strutura del veicolo (riduzione del 60% dei componenti rispeto alla Model 3), l’azienda punta a rendere i robotaxi estremamente più economici per miglio rispetto ai servizi con conducente umano.
Il dilemma di Uber e Lyft: collaborazione o estinzione? Il gigante del ride-hailing Uber si trova a un bivio. Se da un lato investitori come Bill Ackman scommetono sulla resilienza di Uber grazie alla sua rete logistica e alla consegna di cibo (Uber Eats), dall’altro il rischio di disintermediazione è altissimo. Sebbene l’azienda domini attualmente il mercato, si trova incastrata tra la necessità di mantenere la sua vasta rete di conducenti umani e l’inevitabile avanzata dell’automazione, che minaccia di rendere obsoleto il suo intero modello di business.
Un’analisi approfondita dei pro e dei contro del modello Uber rispeto all’ascesa dei robotaxi può dunque aiutare a inquadrare meglio il contesto.
Pro. Tra i punti di forza del modello Uber, che in passato ne hanno garantito non pochi successi, non mancano:
- Gestione dei picchi di domanda. I robotaxi sono costosi da costruire e, per essere redditizi, devono essere costan-
Fonte: Goldman Sachs
Tesla
Costo di produzione per veicolo
Fonte: Lagom
Prezzo medio Standard Deviat. Prezzo median. Media Pr/km
La corsa di Waymo
Corse pagate settimanalmente (dati 2023 - 26; in mia usd)
Waymo si differenzia da Uber e Lyft per un tocco di esclusività apportata dall’assenza di un conducente umano, e dunque dalla totale privacy dei passeggeri. È un servizio più costoso, e forse ancora acerbo, almeno rispetto a un competitor come Uber.
temente in uso. Questo significa che le flotte autonome potrebbero coprire solo la ‘domanda di base’, lasciando a Uber e ai suoi conducenti umani il compito di gestire i picchi di traffico imprevedibili;
- L’ecosistema del ‘Cross-Dispatch’ Uber non trasporta solo persone, ma anche cibo (Uber Eats). Questa integrazione permete di ottimizzare l’utilizzo dei veicoli: quando la richiesta di corse cala, i conducenti possono consegnare pasti, ammortizzando meglio i costi operativi;
- Proprietà della domanda. Centinaia di milioni di utenti hanno già l’App di Uber installata e sono abituati a usarla. La teoria è che la pigrizia dell’utente freni il passaggio a nuove applicazioni dedicate esclusivamente ai robotaxi;
- Resilienza meteorologica. Attualmente, i conducenti umani gestiscono condizioni meteorologiche estreme molto meglio dei sistemi a guida autonoma, che possono trovarsi in difficoltà con pioggia torrenziale o neve. Contro. Nonostante i vantaggi attuali, il modello Uber affronta al tempo stesso criticità che, domani, potrebbero rivelarsi fatali. Nello specifico:
- Il divario di costo. Si stima che un servizio di robotaxi (specialmente il Cybercab di Tesla) possa divenire fino a 8 volte più economico per miglio rispetto a una corsa Uber con conducente umano;
- La minaccia della flotta Tesla . A
differenza di Waymo, che deve costruire la propria flota, Tesla ha già milioni di veicoli in strada. Se questi proprietari decidessero di inserire le proprie auto nella rete Tesla durante i periodi di inutilizzo, Tesla risolverebbe il problema della gestione dei picchi di domanda senza costi aggiuntivi di acquisizione flotta;
- Il rischio ‘aggregatore’ . Uber funge da intermediario (aggregatore), ma Waymo e Tesla stanno diventando aggregatori a loro volta. Una volta consolidata la fiducia nel brand, gli utenti potrebbero scaricare diretamente le App dei produttori, eliminando Uber e le sue commissioni dall’intero processo;
- Efficienza operativa . Mentre per un conducente umano l’alta saturazione del tempo di lavoro è vitale per il sostentamento, un robotaxi può permetersi di lavorare più ore e accettare margini inferiori, poiché non ha bisogno di uno ‘stipendio’ per sopravvivere.
È dunque particolarmente evidente che la partita si giochi su un binario doppio e speculare: da un lato Waymo, impegnata in una corsa contro il tempo per abbattere i costi del proprio hardware (passando ad esempio dagli attuali sensori Jaguar da 150mila dollari ai modelli più modici di Hyundai/Zeekr da 70mila); dall’altro Tesla, che deve dimostrare che il suo sistema basato esclusivamente su telecamere possa raggiungere un livello di sicurezza ‘unsupervised’ tale da superare i numerosi test regolatori.
Nonostante le molte incertezze normative e meteorologiche (i sensori faticano ancora in condizioni estreme), la direzione è tracciata: il 2026 potrebbe essere l’anno in cui il ‘conducente’ diventerà un costo opzionale che il mercato non sarà più disposto a sostenere.
Investire in valore non in licenze
Fonte: Waymo
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Osservatorio
Ottimo, abbondante
Il 2025 è stato un anno di soddisfazioni per l’intera industria finanziaria, oltre che per i mercati. Dazi non dazi, volatilità e instabilità, incertezza e geopolitica? Avanti, e si vedrà.
Il mercato svizzero dei fondi ha chiuso il 2025, come prevedibile, con notevoli rialzi in termini di masse amministrate. In parte a fronte dell’ottimo risultato messo a segno dai mercati globali, tutti in forte progresso, sulla scia di un 2024 già scoppiettante, e in parte anche grazie a una raccolta che continua a essere fortemente positiva, con un net new money che nell’arco di 12 mesi ha sfiorato i 47 miliardi di franchi. Sull’intero biennio, 2024-‘25 la raccolta sfonda invece i 73 miliardi.
Fermo restando l’abilità dei gestori, che certo molto fa, e la fiducia degli investitori nelle singole Case (Ubs si aggira sui 642 miliardi di AuM, Swisscanto 209 e Pictet 192), i mercati continuano a fare la parte del leone. Nel 2025 a essersi segnalati, in particolare, sono stati gli Emergenti, con il relativo indice Msci in crescita del 34,4%, performance che non si vedeva dal 2017, anno altrettanto positivo. Non da meno, il +21,6% del Msci World, rispetto al già notevole +19,2 del 2024, e al +24,4 del 2023. Numeri da capogiro, che pur offrendo qualche giustificazione, restano alquanto dubbi in termini di sostenibilità. Non che gli Emergenti avessero fatto male, ben inteso, con un significativo +8,1 e +10,3 ancora nel 2023.
Guardando ai singoli indici il Msci Asia ex-Jp si segnala per un notevole +33%, per quanto il grande escluso, il Giappone, abbia comunque collezionato un buon +25,5 che fa rima con i precedenti +20,5 e 28,3. In tal senso più cauto risulta essere il Msci Europe ex-Uk in crescita del 20,1% e lo S&P 500 che colleziona un +17,9 arrivando da un +25 e un altrettanto sorpredente +26,3% del 2023. Tali risultati vanno anche rivisti alla luce dell’andamento del dollaro, che ha lasciato sul terreno nell’arco del solo 2025 molto.
Prosegue la corsa dell’oro, +65% in 12 mesi, rispetto al +147% dell’argento, al 125 del platino e al 42 del rame.
Il mercato dei fondi (Dati Morningstar in mln di franchi)
Raccolta
per Assett class (in milioni di franchi)
Osservatorio 4.0
Caro lettore, L’Osservatorioha sfondato la famosa terza dimensione, per essere sempre più completo e aderente all’evoluzione vorticosa dei mercati finanziari. Una parte dei contributi dei Partner che da anni contribuiscono alla sua ricchezza inizieranno a essere web-only, specie per quelle tematiche molto più ‘liquide’.
Buona meta-lettura FI
L’Angolo dell’investitore: (Luxury,
▲ Hermès International (FR0000052292) ▲ Kering (FR0000121485)
Lvmh (FR0000121014)
CapGemini (FR0000125338)
Sap (DE0007164600)
(NL0010273215)
(GB0007980591)
(ES0173516115)
(US1667641005)
La quadratura dei conti
Pur rimanendo solidi i fondamentali e favorevole la congiuntura, il che dovrebbe sostenere gli indici, molti titoli Tech esposti all’Ai iniziano a mostrare qualche affanno.
Debiti... intelligenti? Debito obbligazionario emesso per anno
Nelle ultime settimane i titoli
Tech hanno registrato una maggior volatilità. La causa risiede negli annunci dei risultati del quarto trimestre 2025 e, soprattutto, nei piani d’investimento in Ai.
I cosiddetti hyperscaler (Amazon, Microsoft, Alphabet, Meta, Apple) hanno annunciato investimenti cumulativi per 700 miliardi di dollari nel 2026, oltre 1,5x lo scorso anno e 4x rispetto a tre anni fa.
L’impressione è che sia ormai in atto una corsa per l’egemonia dell’Ai, con investimenti sempre più finanziati da debito e, in prospettiva, da emissioni azionarie, considerando l’Ipo possibile di molti. Di recente Alphabet ha lanciato un’emissione obbligazionaria da 20 miliardi di dollari, raccogliendo ordini per oltre 100. L’operazione segue l’emissione da 25 miliardi di Oracle del 2 febbraio, che ha raccolto una domanda significativa. Per le principali quotate, tali investimenti non dovrebbero compromettere la solidità finanziaria, ma assorbiranno quasi il 100% dei flussi di cassa operativi, rispetto a una media decennale del 40%.
Altri timori riguardano il software: come dimostrato dal chatbot di Anthropic, Claude, la programmazione è sempre più affidata all’Ai, ma questo potrebbe anche tradursi in un maggior potenziale di monetizzazione della stessa.
L’Ai è sicuramente una rivoluzione tecnologica dirompente, con riflessi non solo economici, ma anche sociali e geopolitici. Tuttavia, il mercato non prende posizioni ideologiche o strategiche e non si lascia ammaliare dall’innovazione. Come detto da Warren Buffett: “Ciò che conta è la liquidità generata dalle aziende, non l’entusiasmo per le nuove tecnologie”.
Per questo motivo, molti investitori potrebbero adottare un approccio più selettivo sulle azioni tecnologiche, focalizzandosi sulla monetizzazione degli investimenti e sulla capacità di generare utili, per giustificare l’elevata spesa in Ai. Di conseguenza, alcuni potrebbero iniziare a ruotare verso altri settori.
In considerazione delle valutazioni e degli investimenti in Ai, si potrebbe valutare di ridurre marginalmente le posizioni sulla tecnologia, che può ora essere
Matteo Ramenghi, Cio di Ubs Wealth Management Italia. A lato, prosegue l’emissione di nuovo debito da parte dei colossi dell’Ai, che stanno ormai finanziando i miliardari investimenti al suo di obbligazioni. Il mercato non la sta prendendo benissimo.
approcciata in modo ‘neutrale’, rispetto all’indice. Rimane una componente chiave dei portafogli, da mantenere in linea con il peso dell’indice sulla capitalizzazione di mercato, ma è opportuno diventare più selettivi e diversificare le esposizioni superiori ai livelli di riferimento: per esempio, l’indice Msci Usa It rappresenta il 21% dell’indice Msci Ac World.
Il contesto dei mercati azionari, nonostante la complessa situazione geopolitica, resta comunque positivo. Negli ultimi mesi, i dati economici si sono rivelati migliori delle attese. Negli Stati Uniti, il tasso di disoccupazione è sceso al 4,3% e le stime sul Pil sono aumentate in modo significativo. Anche nell’Eurozona ha superato le attese, con una crescita di circa lo 0,3% rispetto al trimestre precedente e portando a un aumento delle stime.
Per quanto le valutazioni restino elevate, tassi d’interesse fermi o in calo dovrebbero continuare a sostenere le borse, mentre il buon andamento congiunturale lascia presagire utili societari in crescita anche nei prossimi trimestri.
Nonostante la complessa situazione geopolitica, il contesto per il mercato azionario resta positivo e si può avere una visione costruttiva sulle principali aree geografiche. A livello settoriale, si vedono opportunità tra banche, healthcare, utility, beni di consumo discrezionale negli Stati Uniti e manifatturiero europeo.
Investimenti dual-use
Il BioTech è un settore in cui l’innovazione ha il potere di trasformare piccole start up in colossi, ma soprattutto nel farlo anche di garantire cure a milioni di pazienti.
Il mercato si risveglia
N. Ipo del settore per trimestre (dati 2020 - 25; per valore in usd mld)
Marco Minnone, Senior Investment Manager di Pictet Am. A lato, dopo una lunga fase di quiete, le Ipo nel settore BioTech potrebbero tornare a fare la parte del leone. Rispetto al passato le aziende sono molto più solide, e performanti.
re le sperimentazioni cliniche più solide, rapide ed economiche, aiutando a selezionare i pazienti giusti e consentendo così di condurre sperimentazioni su scala ridotta. Gli assistenti intelligenti possono aiutare i pazienti ad aderire alla terapia farmacologica e a rimanere nella sperimentazione.
Com’è cambiato il settore BioTech, agli occhi di un investitore, negli ultimi 30 anni?
Molto, negli anni Novanta, era un’industria dominata da pochi attori, e altamente concentrata. Nel tempo si è notevolmente ampliato grazie all’elevato numero di Ipo, pur controbilanciate da un volume costante di M&A e fallimenti, dati gli elevati costi cui è soggetto.
A patto di poter usare il Nbi come indicatore, il Nasdaq Biotechnology Index, i suoi titoli sono passati da 100 nei primi Duemila, ai quasi 400 del 2022, dopo la frenesia di Ipo durante la pandemia. Non c’è voluto molto, e tra fallimenti, fusioni e ristrutturazioni l’indice è già tornato a 250 membri, numero meno atipico. Come cavarsela in un’industria per definizione dinamica e altamente tecnica? Risulta fondamentale affiancare alle tipiche competenze finanziarie, altre più scientifiche. Solo un team multidisciplinare può raccogliere la sfida, e cavalcare le diverse fasi di mercato, monitorando lo sviluppo di nuovi farmaci, progresso scientifico, ed evoluzione del business.
È del resto un’industria le cui giornate sono scandite da congressi cui partecipano migliaia di medici, dove anche piccole aziende con pochi brevetti sono accolte da standing ovation per i traguardi raggiunti, il che equivale sì a utili, ma anche a pazienti che stanno e staranno meglio. Non per questo, anzi, è estranea al progresso tecnologico, come l’Ai sta già dimostrando, pur essendo ancora agli inizi. La modellazione in silico, in cui gli esperimenti vengono condotti tramite simulazioni al computer, sta rendendo la progettazione dei farmaci molto più snella e ponderata. Quelli che prima erano approcci ad ampio spettro si sono evoluti in molecole progettate con cura e con ottime proprietà farmacologiche, come elevata efficacia, sicurezza e selettività.
I modelli linguistici di grandi dimensioni (Llm) aiutano a setacciare l’enorme quantità di dati generati dalla ricerca biomedica. In combinazione con grandi database di sequenze genetiche e caratteristiche delle malattie, consentono la scoperta di nuovi bersagli farmacologici.
In generale, l’Ai contribuisce a rende-
Ogni volta che le autorità di regolamentazione esaminano un nuovo farmaco, è necessario presentare una mole enorme di documenti, centinaia di migliaia di pagine. L’Ai aiuta a compilare questi documenti e assiste i revisori nell’esaminarli.
Anche in questa industria, si pensi soltanto a costi e rimborsi delle cure mediche, la burocrazia è un centro di costo formidabile, e la tecnologia può aiutare, liberando risorse preziose.
Al centro dell’interesse degli investitori, dove può essere creato valore, si trovano piccole aziende con piattaforme tecnologiche innovative che offrano approcci scalabili, e che abbiano quindi il potenziale per diventare colossi.
Obiettivi innovativi mai sperimentati comportano sì rischi biologici, ma anche un potenziale di mercato inesplorato, com’è il caso di quelle aree in cui esiste un chiaro marcatore biologico in grado di indicare tempestivamente se un farmaco sta agendo sui processi corretti nell’organismo, poiché ciò può accelerare significativamente o ridurre i rischi delle sperimentazioni cliniche.
Fonte: Pictet Am 2026
Megatrend alla lente
Il mondo sta cambiando rapidamente e anche gli investitori devono tenerne conto. Gli investimenti tematici sono la chiave per trasformare le grandi tendenze in opportunità.
Mai come oggi sono in atto megatrend che stanno già incidendo profondamente sul modo di vivere di miliardi di persone. Tenerne conto, e inquadrandoli all’interno di un portafoglio d’investimento, potrebbe rivelarsi promettente nel lungo periodo. Non si tratta infatti di mode passeggere, ma di trasformazioni dai vasti riflessi.
I principali sono essenzialmente sei, tra loro interconnessi. La dimensione geopolitica abbraccia infatti le tensioni politiche, le evoluzioni delle dinamiche del commercio, e i conflitti economico-commerciali. Tali dinamiche negli ultimi anni hanno portato a notevoli evoluzioni negli assetti della politica internazionale.
Più prevedibile è invece la demografia, con i cambiamenti nella struttura della popolazione, con consuenze su welfare, sanità, consumi e mercati del lavoro.
Altrettanto significativi, cambiamento climatico e sostenibilità. Se il primo sta
modificando le priorità delle agende di molti Paesi, con investimenti in rinnovabili, agricoltura sostenibile, tecnologia e infrastrutture, la sostenibilità guarda al mondo in una dimensione Esg più responsabile ed etica. Da ultima, la trasformazione digitale, con l’impatto multiforme su economia e società.
Come trarne vantaggio. Questi sei megatrend possono essere declinati in tre grandi aree, con un approccio tematico che integri priorità, valori e convinzioni personali nel processo d’investimento.
L’uomo, sia come individuo che come membro della società, è influenzato in particolare dal megatrend demografico, dai cambiamenti sociali e culturali e dai cambiamenti climatici. Le opportunità si presentano quindi nel MedTech, oltre che in istruzione, alimentazione sostenibile e promozione delle pari opportunità. Un buon esempio è la cosiddetta Silver Society, che comprende prodotti e servizi legati all’invecchiamento attivo. Ma anche la
Angelo Romano, Senior Investment Manager di Lgt Bank Switzerland.
salvaguardia delle riserve idriche o gli investimenti nell’agricoltura sostenibile.
Il secondo ambito, ‘Risorse’, riguarda invece un elemento fondamentale della vita delle persone e dell’economia. Al centro vi sono l’uso efficiente dell’energia e delle materie prime, lo sviluppo di infrastrutture moderne e la protezione della biodiversità. Esempi di idee d’investimento sono investire nelle rinnovabili, o nell’economia circolare con soluzioni di riciclaggio e imballaggio all’avanguardia. In questo ambito tematico l’attenzione si concentra in particolare sugli aspetti della sostenibilità e del cambiamento climatico, ma anche sulla geopolitica.
Il terzo è invece dedicato a chi preferisce puntare sull’innovazione, e sulle relative opportunità. L’intelligenza artificiale è attualmente sulla bocca di tutti. Ma anche l’automazione, il cloud computing, la sicurezza informatica, la connettività digitale e i nuovi concetti di mobilità ne fanno parte. Chi investe in questi settori pone un accento mirato sulla trasformazione digitale e sul progresso tecnologico, coinvolgendo anche aspetti quali la demografia e la geopolitica.
A differenza dei classici fondi settoriali o nazionali, le strategie tematiche aprono l’accesso ai motori dello sviluppo economico del prossimo decennio. L’attenzione non è rivolta alle singole innovazioni tecnologiche, ma ai contesti generali, ai progressi socialmente significativi e alle soluzioni sostenibili. In tal modo, gli investitori possono allocare il proprio capitale in maniera mirata, operando all’intersezione tra crescita, impatto e valori.
Errori di lettura?
I mercati stanno davvero prezzando correttamente il rapido mutamento degli equilibri geopolitici degli ultimi anni? Quali opportunità si stanno aprendo, e come intercettarle?
Tempi di grande incertezza
Evoluzione dell’indice di incertezza (dati 2009 - 2026)
Darya Granata, Investment Advisor di Raiffeisen Svizzera. A lato, l’andamento di tutti i principali indici di incertezza globale impazza dal post pandemia, e proseguirà.
Il primo anno del Trump II si è ormai concluso, ma se si potrebbe rivelare affrettato fare bilanci, qualche semplice somma potrebbe risultare interessante, mettendo in luce aspetti inediti anche rispetto alle precedenti Amministrazioni, democratica (Biden) e repubblicana (Trump I).
Su tutti si segnala un dato indiscutibile, in poco più di 12 mesi, l’insediamento era avvenuto il 20 gennaio, il prezzo dell’oro è quasi raddoppiato (+95%), e nelle prime settimane del nuovo anno ha proseguito la sua corsa, al netto di qualche turbolenza. Parallelamente in un anno il biglietto verde ha quasi il 13% sul franco, il che spiega una parte della parabola del metallo giallo, e oltre l’11% rispetto all’euro. Ma quali ne sono le cause?
In estrema sintesi sono gli effetti dell’accelerato processo di disgregazione dell’ordine mondiale originatosi durante la II Guerra Mondiale, e che nel corso dei decenni successivi aveva garantito un quadro politico ed economico stabile durante il quale vincitori e vinti del conflitto avevano prosperato. L’attuale inquilino
della Casa Bianca non è sicuramente l’unico responsabile di tale fenomeno, che va contestualizzato in un arco temporale molto più ampio, ma certamente si è messo d’impegno, e per l’appunto qualche risultato l’ha già portato a casa.
Il crollo del dollaro (tra i desiderata del Presidente), e l’impennata dell’oro sono i due più manifesti indicatori di un’inversione molto netta di tendenza di un mondo che se nei decenni era andato globalizzandosi, oggi vede nella deglobalizzazione la sua nuova protagonista. Gli investitori non sono più interessati a detenere grandi quantità di dollari, a fronte di una situazione politica americana particolarmente ondivaga, e sono ormai anni che le Banche Centrali stanno dedollarizzando le loro riserve ufficiali. Eclatante il caso cinese, ma non isolato; se Pechino sino a pochi anni fa deteneva oltre 1,1 trilioni di dollari in Treasury statunitensi, sul finire del 2025 questa quota era già scesa a 688 miliardi, con una ormai manifesta tendenza ribassista. Come contropartita è iniziata la caccia all’oro, il cui prezzo non accenna a frenare, salvo pause temporanee e limitati
Corre l’oro, scende il dollaro, inevitabilmente sale il rendimento dei Treasury, nonostante i tagli (seppur ancora modesti) della Fed, soggetta a inedite pressioni politiche, e nel mezzo di un delicato passaggio di testimone tra l’attuale Governatore, e il successore designato. Gli investitori pretendono ora un premio al rischio più alto, situazione abbastanza frequente nelle cronache degli ultimi decenni, ma meno negli Stati Uniti grazie al suo status speciale, e questo sta creando non pochi grattacapi proprio a Washington. Già nel 2025, si stima, il 20% delle entrate federali è stato destinato al servizio del debito rispetto al 3% della Germania, e all’1% della Svizzera.
Allo stato attuale sembra probabile i mercati stiano ancora prezzando solo marginalmente la portata dei cambiamenti geopolitici in atto, che nei prossimi anni dovrebbero portare a una revisione significativa degli equilibri mondiali. La progressiva perdita di fiducia negli Stati Uniti, e dunque anche nel dollaro, sarebbero solo la punta di un iceberg ancora difficile da immaginare. Al contempo si stanno aprendo nuove opportunità, ad esempio nelle infrastrutture, in parte anche a causa del processo di deglobalizzazione, e al ritorno di molte aziende in patria. Questo potrebbe spingere a pensare che l’inflazione possa tornare a essere una presenza costante, con tutte le implicazioni che questo comporta.
Bloomberg Economics Global Trade Policy Uncertainty index
Fonte: Raiffeisen 2026
Andare oltre l’intelligenza
L’Ai in tutte le sue declinazioni è un tema molto inflazionato, soggetto a nuove dinamiche di mercato. Gli investitori attivi possono però esporvisi in modo differente, più... creativo.
La corsa del digitale
Tempo impiegato per raggiungere 100 milioni di utenti
Gli investitori indicizzati si trovano in una fase di mercato complessa, esposti alla ‘corsa agli armamenti Ai’ di tutte le Big Tech, e un dilemma è sempre più di attualità: restare con i giganti, o cercare nuovi rendimenti altrove?
La concentrazione degli indici comporta rischi e solleva interrogativi sull’esistenza di una bolla nell’Ai. Nessuno lo sa, ma il dubbio esiste. Nel frattempo, gli investitori attivi, sono liberi di esplorare ciò che il mercato sta ignorando, ammaliato dall’Ai. Ma dove cercare?
Colli di bottiglia e punti critici. La storia dimostra che il valore maggiore delle nuove tecnologie spesso va alle aziende che si occupano dei nodi del sistema, come dimostrano Tsmc e Asml. La prima produce il 90% dei chip più avanzati al mondo, l’altra è monopolista della litografia ultravioletta. Gli ingredienti dell’Ai.
L’energia rappresenta un altro nodo. Il consumo dei data center è aumentato vertiginosamente, con una spesa energetica di 15x in tre anni. Ciò ha profonde implicazioni. Negli Stati Uniti gli investimenti
nelle rinnovabili e negli aggiornamenti della rete elettrica sono in ritardo, mentre la Cina sta avanzando rapidamente, a vantaggio di aziende come Catl.
Le nuove Ai. Sta emergendo rapidamente una nuova generazione di aziende, con modelli di business basati sull’utilizzo dell’Ai. È il caso di Cloudflare, che ottimizza le prestazioni e la sicurezza del web con il potenziale di svolgere un ruolo chiave nella Governance dell’Ai. Il suo software ‘Crawl Control’ aiuta gli editori online a controllare l’accesso ai propri dati e consente micropagamenti da macchina a macchina su larga scala.
Samsara la sta invece sfruttando per ottimizzare i processi nella logistica e nelle attrezzature industriali, grazie ad analisi predittive sempre più efficienti.
O Duolingo, che utilizza la genAi per ampliare la propria offerta formativa e personalizzare l’apprendimento, lanciandonel 2025 oltre 150 nuovi corsi. Senza l’Ai, ci sono voluti più di dieci anni per creare i primi cento corsi.
Applovin offre invece agli sviluppatori di App strumenti di Ai, in ambito di ana-
Tim Garratt, Partner e Investment Specialist di Baillie Gifford. A lato, le nuove tecnologie ‘bucano’ molto più in fretta che in passato. Il mercato è anche molto più grande.
lisi e targeting pubblicitario, per acquisire nuovi utenti e monetizzarli, elaborando milioni di richieste ogni secondo.
Intuitive Surgical rafforza il proprio vantaggio competitivo con robot chirurgici e analisi basati sull’Ai, migliorando i risultati dei pazienti e il ritorno sull’investimento per gli ospedali.
Più a est. La Cina rimane trascurata da molti, eppure registra centinaia di nuovi strumenti genAi ogni mese. Il miglioramento del contesto imprenditoriale e la mobilità dei talenti tech cinesi fanno sì che Pechino sarà una forza decisiva nel plasmare il futuro del settore.
Aziende infrastrutturali e di software locali come Enflame, Moore Threads, Meta X, Biren, Kunlunxin e Minimax hanno compiuto importanti passi avanti. Nel frattempo, gli attori cinesi nel campo della robotica, come Unitree, sono ampiamente considerati molto più avanti rispetto alle controparti occidentali.
La sfida è però anche nella produzione di veicoli elettrici; sarà interessante vedere, ad esempio, come Byd svilupperà da qui in avanti le capacità di guida autonoma e i modelli premium.
Andare oltre. Questi esempi mostrano l’ampiezza delle opportunità create dall’Ai. La storia suggerisce che i leader del futuro raramente sono gli stessi del passato. Coloro che abilitano, supportano e innovano intorno alle tendenze più importanti sembrano però essere nella posizione migliore per trarne vantaggio.
Fonte: Baillie Gifford 2026
Interessante, non sempre
Gli alti rendimenti reali favoriscono l’obbligazionario nel
2026 ma la qualità è cruciale col crescere dei rischi collegati all’Intelligenza Artificiale e gli spread molto compressi.
Obbligazioni interessanti
Rendimenti annualizzati per rischio dei diversi segmenti (in %)
Con il tasso neutrale a livelli più alti, l’obbligazionario offre un buon mix di rendimenti interessanti e diversificazione.
Sia nel segmento governativo sia in quello societario si è registrata una solida performance 2025 per l’obbligazionario americano, inglese e dell’Eurozona, grazie ai consistenti rendimenti di partenza e con spread creditizi contenuti. In prospettiva l’asset class continuerà a offrire performance interessanti in termini reali, a prescindere dalle azioni delle Banche Centrali nel corso dei prossimi mesi. Focus qualità. Stando entro il perimetro dell’asset class, la qualità arriverà a ricoprire un ruolo decisivo, del resto gli spread creditizi si sono ridotti a livelli storicamente compressi e che si stanno avvicinando ai minimi storici più recenti registrati durante il boom tecnologico degli anni Novanta.
Disallineamenti tra domanda e offerta potrebbero mantenere gli spread compressi ma le prospettive di ulteriore riduzione sono ormai ridotte. Il profilo di rischio è unidirezionale, al ribasso, in
quanto le attuali valutazioni lasciano poco margine di errore e con limitata remunerazione per i rischi associati al ciclo di investimenti in Ai.
Gli spread creditizi ai minimi lasciano spazio limitato per ulteriori riduzioni. Un contesto economico solido verosimilmente manterrà gli spread creditizi ridotti sia negli Stati Uniti, dove ci si aspetta che la crescita acceleri oltre il 2%, sia in Europa, dove la crescita è invece attesa più prossima al tendenziale di lungo periodo.
La corsa allo sviluppo di infrastrutture per l’Ai potrebbe mettere sotto pressione i mercati del credito. Con il proseguire del ciclo degli investimenti in Ai, i mercati obbligazionari dovranno assorbire un crescente quantitativo di emissioni di debito, il che potrebbe esercitare pressioni al rialzo sugli spread.
Al contempo le attuali valutazioni del credito offrono limitata remunerazione aggiuntiva rispetto all’obbligazionario governativo per i rischi associati allo sviluppo dell’infrastruttura per l’Ai. Con il proliferare di progetti a essa legati ad alta intensità di capitale, aumenta il potenziale
Lukas Brandl-Cheng, Investment Strategist di Vanguard Europe. A lato, i diversi segmenti del reddito fisso offrono interessanti rendimenti.
di tensioni nel credito, soprattutto per gli emittenti con rating inferiori. Considerando queste dinamiche, ci si aspetta una solida performance per l’obbligazionario globale, in un range tra il 2,4 e il 3,8% sull’orizzonte dei prossimi 10 anni.
L’obbligazionario di alta qualità continua a offrire rendimenti interessanti per il rischio. Con spread creditizi così contenuti, è probabile che l’obbligazionario societario Investment Grade in generale offra limitato rendimento aggiuntivo rispetto a quello governativo con analogo profilo di duration. Sull’orizzonte dei prossimi 10 anni, si stimano rendimenti annualizzati del 2,8% per l’obbligazionario societario americano (con hedging in euro) rispetto al 2,7% per i Treasury (con hedging in euro), per duration intorno a sei/sette anni in entrambi i casi.
Si respira un certo ottimismo sull’obbligazionario, meno sull’azionario americano. Con rendimenti in questo range, permangono valide ragioni per investire nel reddito fisso. Pur rimanendo costruttivi sull’azionario value americano e in generale sull‘azionario di altri mercati sviluppati, resta valida la convinzione che l’obbligazionario di alta qualità possa migliorare il profilo di rischio del portafoglio e conferire diversificazione rispetto al rischio sostanziale che non si realizzi l’incremento di produttività atteso dagli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale o che questi conducano addirittura a una correzione dei mercati azionari nel 2026 o ancora più avanti.
Fonte: Vanguard 2026
Regalarsi un Barbell
Pur trattandosi di una strategia tipicamente obbligazionaria, quale sarebbe il risultato se applicata a un portafoglio azionario? Non male per essere solo una simulazione!
Alla prova del mercato
Strategia azionaria Barbell Growth (50%) e Value (50%) (dati 1972 - 2026)
Archiviato un 2025 positivo per gli investitori, l’anno si è aperto con mercati forti ma sempre più fragili. La globalizzazione appare superata e l’economia mondiale entra in una fase segnata da frammentazione e tensioni geopolitiche.
La volatilità recente dei titoli tecnologici e legati all’Ai, dopo forti afflussi nel 2025, ha riportato al centro l’importanza della diversificazione. In questo contesto è tornata popolare la strategia del barbell portfolio, cosiddetto portafoglio bilanciere, adottata da investitori e family office. Ispirata alla teoria di Nassim Nicholas Taleb, questa strategia nasce dall’idea che il vero rischio non sia la volatilità quotidiana, ma l’esposizione agli eventi rari. Per questo evita il posizionamento intermedio e punta su portafogli polarizzati, ‘iperconservativi e iperaggressivi’.
Originariamente sviluppato nel reddito fisso, questa strategia prevede investimenti concentrati agli estremi della curva dei rendimenti: obbligazioni a breve per liquidità e protezione, e obbligazioni a lungo per ottenere rendimenti più elevati.
Sebbene l’approccio Barbell sia stato ampiamente utilizzato negli anni dai gestori di portafogli obbligazionari globali, nel mondo azionario è stato, storicamente, molto meno applicato. In un barbell azionario, la componente difensiva include società leader, di grandi dimensioni, con bilanci solidi e flussi di cassa prevedibili: titoli ‘quality’ che tendono a mostrare maggiore resilienza durante le turbolenze.
La componente più aggressiva, invece, si concentra su aziende più volatili ma con un potenziale di crescita superiore nel lungo (ad esempio, Tech). Testando questo approccio, emerge che un portafoglio equiponderato che combini titoli statunitensi Large Cap Growth e Large Cap Value, ribilanciato annualmente, ha sovraperformato il mercato azionario americano lungo 54 anni di osservazioni. Non di poco: 10mila dollari investiti nel 1972 sarebbero diventati 3’411’521, contro 2’654’809 dell’indice; dunque 756mila in più, con volatilità inferiore.
Growth e Value non sono solo etichette stilistiche: rappresentano regimi di rendimento che si alternano nel tempo. I titoli
Riccardo De Cenzo, Portfolio Manager di Bg Aequitum. A lato, diversi indicatori a confronto tra un Barbell azionario e il mercato americano. La sovraperformance appare netta, ma a essere migliore è l’intero portafoglio.
Growth tendono a dominare nelle fasi di espansione guidata dall’innovazione (anni ’90, 2020–2024); i titoli Value, invece, prevalgono nelle fasi di rivalutazione ciclica e normalizzazione dei multipli (2000–2007, 2022). L’indice di mercato, essendo ponderato per capitalizzazione, finisce per ‘inseguire’ passivamente il vincitore di turno. L’ipotesi barbell è che un portafoglio 50% Growth + 50% Value, ribilanciato annualmente, sfrutti questa ciclicità: ogni anno vende la componente che ha sovraperformato per rafforzare quella rimasta indietro.
Tuttavia, è interessante osservare come la strategia barbell esprima il suo massimo potenziale quando si introduce anche una selezione attiva dei titoli.
Negli ultimi due anni e mezzo, applicando nella realtà questa strategia, costruendo un portafoglio composto da circa 40 titoli Growth americani, denominato ‘Crescita’, e da circa 50 titoli globali Value, denominato ‘Reddito’, emergono risultati molto interessanti rispetto al benchmark Msci World.
L’extra-rendimento annuo sale a +3,8% (contro +0,52 nel caso degli indici), l’alpha è +2,1% (contro +0,74) e l’Information Ratio raggiunge 1,08 (contro 0,26). In sintesi, la selezione attiva amplifica l’effetto barbell con un moltiplicatore compreso tra 3x e 7x, a seconda della metrica. I dati convergono su un punto chiave: il barbell può funzionare anche quando la correla-
zione tra le due gambe non è bassa, grazie al premio di ribilanciamento. Non serve una decorrelazione estrema per ottenere valore: basta una disciplina sistematica. Tuttavia, quando la correlazione si riduce in modo significativo (ad esempio passando da una coppia Growth/Value ‘da indice’ a due strategie costruite con selezione attiva), il vantaggio non cresce in modo proporzionale: tende ad aumentare in modo molto più che lineare. È una conseguenza della matematica della varianza di portafoglio: riduzioni anche marginali della correlazione possono tradursi in miglioramenti crescenti dell’efficienza complessiva. A questo si aggiunge un secondo livello di vantaggio: il passaggio dagli indici alla selezione titoli non introduce soltanto una decorrelazione più profonda, ma può generare alpha su entrambe le gambe del barbell, rafforzando la sovraperformance.
In un contesto di mercato che mostra segnali di fragilità crescente, la lezione centrale per l’investitore torna a essere la robustezza del portafoglio, più che la ricerca del ‘tema del momento’. La strategia
Componenti a confronto I due elementi della strategia presi singolarmente (dati X-2023 - II-2026)
Metrica Crescita Reddito Ptf 50/50 Msci World Diff. Rendimento
Corr. reciproca 0,41 0,41
Fonte: Bg Aequitum 2026
si inserisce in tale paradigma: non come un semplice esercizio di stile, ma come un’architettura di investimento progettata per ridurre la vulnerabilità agli eventi rari, mantenendo al contempo esposizione alle fonti strutturali di rendimento.
In definitiva, in un 2026 dove il rischio non è tanto la volatilità quotidiana quanto l’imprevisto che rompe gli equilibri, il barbell rappresenta una risposta coerente: riduce l’esposizione agli ‘errori di previ-
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Combinare le due componenti, crescita e reddito, può dare risultati interessanti, anche rispetto al mercato, senza assumersi eccessivi rischi, anzi, cercando di mitigarli.
sione’ tipici della zona intermedia e impone una disciplina di ribilanciamento che, nel lungo periodo, trasforma la ciclicità dei mercati in un vantaggio strutturale.
Accumulare flessibilità
Un ruolo sempre più determinante a livello di sistemi energetici è quello ricoperto dalle capacità di stoccaggio, e non più dalla sola generazione di energia. Non un dettaglio.
La transizione energetica globale sta ridefinendo il modo in cui l’infrastruttura viene definita, finanziata e gestita. I sistemi elettrici, un tempo costruiti attorno a grandi impianti di generazione centralizzati e completamente dispacciabili, sono sempre più caratterizzati da decentralizzazione, variabilità e controllo digitale. In questo contesto, l’accumulo di energia in batterie è emerso non solo come tecnologia complementare all’energia rinnovabile, ma come una forma di infrastruttura a sé stante, che svolge un ruolo fondamentale nel mantenimento di affidabilità ed efficienza economica del sistema.
Perché la flessibilità. Dal punto di vista delle infrastrutture, il valore fondamentale dell’accumulo in batterie risiede nella flessibilità. I moderni sistemi energetici devono bilanciare continuamente domanda e offerta, ma la crescita della produzione eolica e solare ha ridotto la quota di produzione che può essere aumentata o diminuita a comando.
L’accumulo affronta questa sfida spostando l’elettricità nel tempo, assorbendo l’energia in eccesso durante i periodi di surplus e fornendola alla bisogna. Contribuisce così a stabilizzare le reti, e migliora l’utilizzo delle risorse di rete esistenti.
Piuttosto che produrre energia, l’accumulo consente al sistema di funzionare in modo più efficiente e resiliente. Le batterie forniscono servizi quali la regolazione della frequenza, la capacità di riserva e il supporto a risposta rapida durante le emergenze. Queste capacità sono diventate sempre più importanti poiché le reti elettriche devono affrontare una maggiore volatilità, margini operativi più ridotti e una crescente esposizione a condizioni meteorologiche estreme.
L’accumulo è infrastruttura. Considerare l’accumulo dal punto di vista delle infrastrutture sposta l’attenzione dalla tecnologia alla funzione. Le risorse di accumulo supportano l’affidabilità dell’intero sistema elettrico e possono ridurre la necessità di ulteriori investimenti in generazione e trasmissione. Attenuando la volatilità dei prezzi e gestendo la congestione, le batterie possono contribuire a rinviare gli aggiornamenti della rete e a migliorarne l’efficienza complessiva. Questo ruolo allinea l’accumulo in
«Considerare l’accumulo dal punto di vista delle infrastrutture sposta l’attenzione dalla tecnologia alla funzione. Supporta l’affidabilità dell’intero sistema elettrico e può ridurre la necessità di ulteriori investimenti in generazione e trasmissione»
batterie agli obiettivi fondamentali delle infrastrutture: fornire servizi essenziali, sostenere l’attività economica e migliorare la resilienza del sistema. Tuttavia, a differenza delle infrastrutture tradizionali, le batterie operano in un ambiente più dinamico, in cui il valore è strettamente legato ai segnali del mercato e alle prestazioni operative.
Implicazioni per gli investitori. Storicamente, i portafogli infrastrutturali hanno privilegiato asset con una lunga durata di vita, flussi di cassa prevedibili e un’esposizione limitata alle dinamiche di mercato a breve termine. L’accumulo in batterie sfida e amplia questo quadro. Sebbene la tecnologia stessa sia modulare e abbia una
Neil Doherty, Direttore esecutivo, Infrastrutture presso Ifm Investors.
durata relativamente breve rispetto alle infrastrutture convenzionali, i servizi che fornisce sono strutturalmente integrati nei moderni sistemi energetici.
Con la decarbonizzazione della rete, la necessità di flessibilità non è più ciclica ma duratura. Ciò suggerisce che la domanda di stoccaggio è guidata dalla progettazione di sistemi a lungo termine piuttosto che dai soli incentivi politici di breve. Dunque i profili di reddito possono essere più complessi, richiedendo agli investitori di impegnarsi attivamente nella progettazione del mercato, nei quadri normativi e negli approcci di gestione del rischio.
Lo stoccaggio in batterie influenza anche il modo in cui gli investitori considerano il rischio. Supportando la stabilità della rete e riducendo l’esposizione agli shock di prezzo e di offerta, lo stoccaggio può contribuire alla resilienza sia a livello di asset che di sistema. In questo senso, le batterie possono fornire un valore strategico che va oltre i rendimenti autonomi, rafforzando l’ecosistema infrastrutturale più ampio in cui operano.
Mentre gli investimenti si adattano alla transizione energetica, l’accumulo evidenzia un cambiamento più ampio: da asset definiti principalmente da scala fisica e durabilità ad asset definiti da flessibilità e valore nel sistema. Comprendere questo cambiamento è essenziale per navigare la transizione energetica. L’accumulo in batterie non è semplicemente un’altra tecnologia energetica, ma è un livello abilitante delle infrastrutture moderne, che riflette quanto profondamente stiano cambiando le fondamenta del sistema elettrico.
Dall’etica alla pratica
Da utopia green a necessità concreta; la transizione energetica torna di grande attualità, e le istituzioni hanno deciso di investirvi notevole capitale politico e finanziario.
Questione intellettuale
Totale brevetti in ambito energetico per Paese (dati 2015 - 2022)
Silvia Quaglini, Cio di Eleutheria Wealth. A lato, è corsa allo sviluppo di nuove tecnologie energetiche.
finalmente stabile e resiliente.
Nel 2026, la percezione della transizione energetica ha subito una metamorfosi profonda: non si tratta più di un atto di responsabilità ambientale, ma di un’enorme occasione di innovazione tecnologica. Investire nel Green oggi non è più finanziare l’installazione di solare o eolico, il baricentro si è spostato verso il cosiddetto deep tech. La sfida non è soltanto produrre energia pulita, ma gestirla, conservarla e distribuirla.
Questa evoluzione è caratterizzata dal ritorno degli investimenti pubblici, in ricerca, per raggiungere la ‘neutralità carbonica’, ossia l’equilibrio tra Co2 emessa e rimossa in atmosfera. Non si tratta di azzerare ogni singola emissione, ma controbilanciare ogni grammo emesso, con uno tolto. Come? In due modi:
- Il taglio netto. È la priorità assoluta. Si tratta di ‘chiudere i rubinetti’ passando alle rinnovabili, migliorando l’efficienza energetica e abbandonando il fossile;
- La compensazione. Poiché alcune attività sono più difficili da ripulire, bisogna ‘catturare’ l’anidride carbonica,
in modo naturale (piantando alberi), o tecnologico (stoccandola nel sottosuolo). Governi e istituzioni hanno compreso che la neutralità non si raggiunge solo con i sussidi, ma con la tecnologia. Nel corso dell’ultimo anno, gli investimenti pubblici in R&D hanno toccato vette storiche. L’Unione Europea, ad esempio, sta convogliando miliardi di euro attraverso programmi come Horizon Europe non solo per abbattere le emissioni, ma per garantire che i brevetti chiave del futuro restino in mani continentali.
In questo scenario, le opportunità d’investimento più interessanti sono proprio dove la molecola incontra il bit. Il settore dello stoccaggio energetico ne è l’esempio perfetto. Si è superata l’era del solo litio per entrare in quella della diversificazione chimica: le batterie agli ioni di sodio e i sistemi di accumulo a lunga durata (Bess) stanno diventando asset chiave.
Chi investe oggi in queste tecnologie non sta comprando una semplice ‘fabbrica di batterie’, ma sta finanziando la soluzione al problema dell’intermittenza delle rinnovabili, rendendo la rete elettrica
Parallelamente, l’Ai è diventata indispensabile. Con l’esplosione dei consumi legati a data center ed elettrificazione dei trasporti, la rete elettrica tradizionale non sarebbe in grado di reggere. Qui si aprono importanti opportunità per le aziende che sviluppano Virtual Power Plants (Vpp) e software di gestione predittiva della domanda. L’integrazione tra hardware energetico e software di machine learning permette di ottimizzare i flussi in tempo reale, riducendo gli sprechi e creando valore economico da quanto risparmiato.
Anche l’idrogeno sta vivendo una fase di maturità. Dopo l’entusiasmo iniziale, nel 2026 il mercato sembra essersi focalizzato sulla decarbonizzazione dell’industria pesante, dove l’elettrificazione diretta non è possibile. Gli investitori più accorti stanno guardando con attenzione non solo alla produzione di idrogeno verde, ma a tutta la filiera tecnologica sottostante. Tale fermento è sostenuto da un quadro normativo che rende l’innovazione quasi un passaggio obbligato per la sopravvivenza aziendale. Ad esempio, programmi come il piano Transizione 5.0 in Italia dimostrano come il sostegno statale sia ormai legato al binomio ‘green e digitale’. Investire nella transizione energetica oggi significa scommettere su un futuro più elettrico, digitalizzato e profondamente interconnesso. Non è una scelta di nicchia per portafogli etici, ma la strada per chi cerca rendimenti solidi in settori protetti da enormi barriere tecnologiche e supportati da una forte volontà politica.
Fonte: Iea
Il tempo delle Mid Cap
Vi sono tutte le premesse, anche storiche, perché nei prossimi mesi il segmento delle Mid Cap, specie americane, possa sovraperformare il mercato, meglio anche delle Small.
Azionario Us
Performance media degli indici
Azionario Us
Ponderazione dei settori per indice
Fonte: Sumus Capital
Negli ultimi cinque anni negli Stati Uniti si è assistito a una forte crescita dell’azionario, in larga parte trainata dalle Big Cap e più in particolare dalle Mag 7 (Apple, Microsoft, Google, Amazon, Meta, Nvidia e Tesla). Questi titoli rappresentano il 31% dell’azionario americano, rispetto al 26% di due anni fa (e il 33% di fine ottobre 2025). A questo punto si possono fare due considerazioni: il mercato delle Big cap è molto concentrato e se qualcosa va male ai Mag 7 l’impatto è rilevante; storicamente c’è sempre stato un ritorno alla media e le Mid/Small cap hanno performato in linea con le Big. Guardando alle performance da fine ‘93 (anno in cui sono stati creati gli indici S&P Mid e Small) ecco alcune evidenze.
Dal 1994 al ‘99 le Big Cap erano salite più delle Mid/Small, trainate dal settore tecnologico. Poi nel periodo 2000-’09 c’è stato un recupero per tornare alla media.
La composizione dei diversi indici mostra come mentre nello S&P500 la tecnologia è preponderante, gli indici Mid/ Small sono più esposti agli industriali.
Fonte: Sumus Capital
Le similitudini con la seconda metà degli anni Novanta, dove le Big cap hanno fatto meglio grazie al settore tecnologico, sono evidenti.
A fine 2025, com’era successo a fine ‘99, i livelli di valutazioni dei mercati sono superiori alle medie storiche. Lo S&P500 a dicembre era pari a 25 volte gli utili, contro 19 del suo valore mediano storico.
L’indice Mid cap era pari a 20 volte gli utili, in linea con il suo valore mediano storico. L’indice Small cap era invece pari a 21 volte gli utili, inferiore al suo valore mediano storico di 23.
Se quindi si ripeterà cosa è successo in passato, gli attuali valori di mercato fanno pensare a una fase dove le Mid/Small possono fare meglio. È però importante anche valutare se ci sono altri elementi.
Un elemento a favore di Mid/Small cap è che nel 2026 ci sarà una spinta positiva per i settori cicli dallo stimolo fiscale e dai ribassi dei tassi già effettuati dalla Fed a fine 2025, che favoriscono i settori industriale e dei consumi. Un altro favorevole è che l’attenzione legata all’Intelligenza Artificiale si possa spostare dalle società
Andrea Zuccheri, membro della Ticino Finance Association, e Cio di Sumus Capital. A lato, guardando alle performance storiche degli indici americani emergono interessanti evidenze.
che hanno portato questa innovazione a quelle che invece la potranno utilizzare.
Un elemento sfavorevole è invece se esiste oggi una selezione avversa per le piccole quotate. I fondi di Private Equity hanno asset notevoli ed è possibile che le quotate siano quelle di minor qualità che questi fondi non comprano.
Secondo Kpmg i fondi di Pe hanno raggiunto un AuM di 2.100 miliardi di dollari nel 2025, rispetto ai 1.800 del 2024. I soli Stati Uniti rappresentano circa la metà di tali asset, ossia 1.100 miliardi.
Questo dato si compara con una capitalizzazione di 3,5 trilioni per l’indice Mid e di 1,7 per l’indice Small Cap.
Sicuramente l’impatto della concorrenza dei fondi di Private Equity ha più importanza per le Small rispetto alle Mid. Il primo è infatti un mercato più piccolo e la capitalizzazione media delle società è di solo 4 miliardi. Le Mid sono invece un mercato grande il doppio e con una capitalizzazione media delle società superiore a 12 miliardi.
Questi dati portano a considerare l’effetto dei Private Equity come rilevante per le Small ma meno per le Mid Cap. Il 2026 è iniziato con ottime performance per le Small cap (+5,5% l’indice S&P 600 Small) e le Mid cap (+4,0% l’indice S&P 400 Mid). Ci sono dunque le premesse per vedere il tema continuare a dare buone performance, privilegiando in particolare le Mid cap.
La ceramica diventa arte meccanica
Da materiale “alternativo” a elemento accattivante nell’alta orologeria. Leggera, ipoallergenica, praticamente inalterabile e straordinariamente resistente ai graffi, è una delle espressioni più avanzate della ricerca sui materiali applicata al segnatempo di lusso.
Per decenni l’acciaio è stato una lettera importante nell’alfabeto dell’orologeria. Poi, quasi in silenzio, un materiale nato nei laboratori dell’ingegneria aerospaziale ha iniziato a farsi spazio al polso degli appassionati più esigenti. Più dura dell’acciaio, più leggera, praticamente insensibile ai graffi e al tempo: la ceramica high-tech ha trasformato non solo l’estetica degli orologi contemporanei, ma anche il modo in cui vengono progettati e costruiti.
L’introduzione della ceramica hightech nell’orologeria moderna risale agli anni ’80, in un periodo in cui la ricerca sui materiali stava ridefinendo i confini del settore. Tra i marchi pionieri va citata Iwc Schaffhausen, tra i primi a utilizzare casse in ceramica di ossido di zirconio, aprendo la strada a un impiego strutturale - e non meramente estetico - di questo materiale rivoluzionario.
Negli anni successivi anche Panerai ha investito fortemente nella ceramica, introducendola nel 2007 con il Radiomir Black Seal Ceramica e sviluppando un know-how specifico nella realizzazione di casse complesse e altamente impermeabili.
Parallelamente, Hublot ha fatto della ricerca sui materiali uno dei pilastri della sua identità, portando la ceramica verso nuove frontiere cromatiche e tecniche. Mentre realtà indipendenti come Formex avrebbero poi dimostrato come questo materiale possa essere integrato in architetture estremamente sofisticate, fino a bracciali e chiusure interamente in ceramica.
Perché usare la ceramica in alta orologeria? La ceramica high-tech, spesso a base di ossido di zirconio, offre caratteristiche uniche: durezza elevatissima (fino a 1200 Vickers, circa sette volte l’acciaio),
In foto, lo Stramliner Tourbillon
Concept Ceramic segna l’esordio di Moser & Cie nell’uso della ceramica. La Ref. 6805-2100, in ceramica grigio antracite, ha quadrante Red fumé e bracciale integrato in ceramica grigio antracite.
Sopra, lo Streamliner Tourbillon
Concept Ceramic di H. Moser & Cie, la collezione più iconica del marchio.
A destra, il Big Bang Unico Winter
Titanium Ceramic, un’edizione limitata di 200 esemplari, sfoggia una cassa in titanio leggerissima impreziosita da una lunetta in ceramica bianca.
Sotto, il Pilot’s Watch Chronograph 41
George Russell di Iwc Schaffhausen con cassa realizzata in ceramica di ossido di zirconio nera, materiale che Iwc è stata la prima ad utilizzare quattro decenni fa.
resistenza ai graffi quasi assoluta, inalterabilità cromatica (non scolorisce ai raggi Uv), ipoallergenicità, amagnetismo, stabilità termica, peso ridotto (circa il 30% più leggera dell’acciaio).
Non è un caso che venga impiegata anche in ambito aerospaziale e motoristico. Nell’orologeria di alta gamma, queste proprietà si traducono in casse e bracciali capaci di mantenere nel tempo un aspetto impeccabile, con un comfort sorprendente al polso.
Se i vantaggi sono evidenti, non mancano le sfide tecniche, trattandosi di un materiale che non perdona, dalla lavorazione tutt’altro che semplice.
A differenza dell’acciaio o del titanio, la ceramica non può essere modellata con metodi tradizionali. Il processo prevede: stampaggio di polveri ceramiche, sinterizzazione ad altissime temperature, lavorazioni con utensili diamantati, finiture manuali complesse.
Il materiale, una volta sinterizzato, è estremamente duro ma anche fragile prima della lavorazione finale: un errore può compromettere l’intero componente. Ottenere superfici satinate, lucidature a specchio o alternanze di finiture richiede competenze avanzate e tempi di produzione più lunghi, con costi significativamente superiori rispetto ai metalli tradizionali.
Quando si parla di casse complesse con leve proteggi-corona, anse integrate o bracciali articolati, la difficoltà cresce in modo esponenziale.
Un esempio emblematico dell’evoluzione contemporanea è lo Streamliner Tourbillon Concept Ceramic di H. Moser & Cie. Per la prima volta nella sua storia, la manifattura di Schaffhausen introduce una cassa a cuscino e un bracciale integrato interamente in ceramica grigio antracite. Questa prima incarna una sfida articolata: non solo strutturale, ma este-
tica: alternare finiture satinate verticali, lucidature sui bordi e satinature circolari su un materiale notoriamente difficile da rifinire. Il risultato, comunque, ricompensa lo sforzo: il segnatempo, infatti, è un’architettura fluida, esaltata dal quadrante in smalto Grand Feu Red fumé e da un tourbillon volante con doppia spirale. Qui la ceramica non è un semplice esercizio stilistico, ma parte integrante del linguaggio minimalista e radicale del brand.
La ceramica high-tech, in casa Hublot, incontra due componenti fondamentali della filosofa del brand: colore e innovazione. Dal 2018, Hublot ha ulteriormente alzato l’asticella sviluppando ceramiche high-tech in una gamma cromatica quasi illimitata. L’edizione Big Bang Unico Winter Titanium Ceramic e Big Bang Unico Winter Sapphire mostrano come la ceramica possa convivere con titanio e zaffiro in architetture ibride.
In questo contesto la ceramica non è solo resistente, ma diventa mezzo espressivo: lunette bianche “Icy”, contrasti artici, finiture sportive abbinate al movimento di manifattura Unico, con cronografo flyback e cinque brevetti.
Per Hublot, la ceramica è parte integrante dell’“Art of Fusion”: unione di materiali, tecnologia e design audace.
Geneticamente predisposta all’innovazione, Iwc Schaffhausen è stata pioniera fin dagli anni Ottanta nell’uso di titanio e, per l’appunto, della ceramica. Venendo ai giorni nostri, Iwc Schaffhausen riafferma la propria competenza nella ceramica nera di ossido di zirconio. Lo fa con i Pilot’s Watch in edizione limitata dedicati a George Russell (il pilota di Mercedes-Amg Petronas Formula One Team George Russell) che ha collaborato con il Brand al design di due Pilot’s Watch in edizione limitata. Queste edizioni, un cronografo e un modello automatico, sono realizzate in ceramica di ossido di zirconio nera. Presentano quadranti neri
con stampe e luminescenza di uno straordinario blu che riprende la tonalità del casco di Russell. Gli orologi sono dotati di fondello in titanio con inciso il numero di partenza del pilota, il “63”. Entrambi gli orologi sono completati da resistenti cinturini in gomma blu con sistema integrato EasX-Change.
Qui il materiale è funzionale: più leggero dell’acciaio, altamente resistente ai graffi, perfetto per un orologio sportivo dotato di protezione antimagentica interna e vetro antidecompressione. L’integrazione con il Ceratanium - materiale che combina leggerezza del titanio e durezza superficiale simile alla ceramica - è una prova ulteriore di come la ricerca sui materiali sia parte strutturale dell’identità del marchio.
Spostandosi nell’universo Panerai, nell’interpretazione da parte del Marchio della ceramica, due aspetti si fanno subito evidenti: impermeabilità e design complesso. Nel caso del Luminor Gmt
A sinistra, Panerai accende la collezione Luminor con il lancio del nuovo Luminor Gmt Ceramica PAM01460, la prima combinazione in assoluto di una cassa Luminor da 40 mm con questo rinomato materiale. Sotto, Formex Essence Ceramica Dark Matter Cosc 41mm, la cassa in ceramica con bracciale interamente in ceramica e la prima chiusura al mondo in ceramica con micro-regolazione integrata - affiancata da una serie di quadranti scheletrati e quadranti “signature”.
non solo cassa ma anche bracciale e la prima chiusura micro-regolabile interamente in ceramica. Il tutto abbinato a un quadrante in meteorite Muonionalusta annerita, trattata per esaltare la struttura cristallina di Widmanstätten. Un incontro tra materiale cosmico e architettura tecnica contemporanea.
Ceramica, per esempio, Panerai porta la ceramica in un territorio tecnico ancora più sfidante: casse da 40 mm con proteggi-corona, leve iconiche e impermeabilità fino a 30 bar. Mantenere standard così elevati in un materiale tanto duro quanto delicato in fase di lavorazione richiede processi produttivi avanzati e un controllo qualità severissimo. La ceramica, qui, diventa materiale da “tool watch” professionale.
Con l’Essence Ceramica Cosc “Dark Matter”, Formex spinge oltre il concetto di costruzione in ceramica, realizzando
Oggi la ceramica non è più una novità, ma una piattaforma di ricerca. Dalle casse monoblocco ai bracciali integrati, dalle finiture complesse alle nuove cromie, fino all’integrazione con titanio, zaffiro e materiali compositi, rappresenta uno dei campi più dinamici dell’orologeria contemporanea. Se negli anni Ottanta era una scelta audace, nel 2026 è una dichiarazione di identità tecnica e stilistica. Una sfida ingegneristica che definisce il carattere di un segnatempo.
Simona Manzione
Progetti che affinano l’identità
Dalle intuizioni nate quasi per caso alle collezioni che segnano un prima e un dopo, è il dialogo creativo tra azienda e designer a costruire il Dna autentico del marchio. Ma in un mercato saturo e accelerato, cosa rende oggi un progetto davvero distintivo e riconoscibile?
Nella dimensione poliedrica del design, esistono collaborazioni che superano la semplice attribuzione di una firma su un prodotto, configurandosi come veri processi di ricerca condivisa e confronto progettuale. Sono incontri che cambiano la traiettoria di un’azienda, ridefiniscono un linguaggio estetico, aprono nuovi mercati e trasformano un marchio in un universo riconoscibile.
Quando un brand sceglie di dialogare con designer, architetti e artisti non sta soltanto ampliando il proprio catalogo: sta costruendo una visione. Alcune di queste collaborazioni diventano così profonde
da incidere sul Dna stesso dell’azienda, generando collezioni e oggetti che si trasformano in icone senza tempo.
È il caso di Baxter, realtà che ha costruito una parte saliente della propria identità attraverso un confronto costante con progettisti capaci di interpretarne - e talvolta anticiparne - l’evoluzione.
«Fin dall’inizio, questo dialogo è stato, più che un elemento strategico, una scelta culturale», precisa Paolo Bestetti, Ceo di Baxter. «Il momento di svolta è arrivato nel 2002 quando è iniziata la collaborazione con Paola Navone: un incontro che ha segnato il passaggio da una dimensione più classica a un linguaggio pienamente
orientato al design contemporaneo. Una collaborazione nata attorno a una riflessione: perché fare determinate scelte? Qual è la direzione? Qual è il senso di un nuovo passo? Il suo indirizzo era cristallino: prima la riflessione, poi la forma. Prima la materia, poi il segno».
Da quella collaborazione, nata quasi spontaneamente, è emersa una capsule collection radicalmente diversa dal passato, frutto di tre anni di lavoro e
Sopra, il design lineare e componiible del divano in cuoio Budapest, il primo disegnato da Paola Navone per Baxter.
In foto, a destra, Paolo Bestetti, Ceo di Baxter.
Sotto, divano Tactile, disegnato da Vincenzo de Cotiis. Le proprietà tattili della pelle vengono esaltate tramite un design statuario, che definisce l’aspetto museale del divano.
perseveranza. Un cambiamento che ha traghettato l’azienda verso il design contemporaneo, aprendo un nuovo capitolo internazionale.
Da quel momento, le collaborazioni hanno contribuito a ridefinire l’estetica del brand e anche il suo approccio progettuale. «Ogni partnership ha rappresentato un confronto, uno scambio di visioni che ha portato l’azienda a esplorare nuovi mercati e nuove modalità espressive. Non si tratta semplicemente di sviluppare un prodotto, ma di dare forma a un racconto coerente, in cui materiali, ricerca e stile diventano parte di una visione più ampia. È proprio in questo dialogo continuo che si è consolidato il dna di Baxter», prosegue Bestetti.
Per il Marchio, realizzare prodotti senza tempo significa costruire collezioni pensate per durare nel lungo periodo. Colori caldi, materiali avvolgenti, forme che mantengano equilibrio e armonia nel tempo concorrono a creare veri e propri “evergreen”. «La sensualità del prodotto è una caratteristica ricorrente: ogni pezzo deve trasmettere una sensazione di piacere, di tattilità, di accoglienza», spiega il fondatore di Baxter.
«In questo equilibrio tra rigore progettuale e istinto, la sperimentazione sui materiali e sulle combinazioni cromatiche gioca un ruolo centrale. Lavoriamo molto sull’accostamento mai ovvio di pelli, finiture e colori. È proprio questo mettere insieme elementi diversi in modo
coerente ma sorprendente a rappresentare, dal nostro punto di vista, un valore aggiunto. Attraverso queste modalità il semplice “imbottito” è diventato un vero e proprio lifestyle. Realizziamo prodotti, ma animati dall’ambizione di andare oltre, di costruire mondi completi, ambienti con una forte identità, in cui ogni elemento dialoghi con gli altri e contribuisca a potenziare la forza espressiva dell’insieme». Ci sono prodotti che hanno segnato un prima e un dopo nella storia di Baxter, contribuendo anche a ridefinire la percezione internazionale del brand. «Il Marchio nasce nel 1990 da un grande sogno imprenditoriale. Nei primi anni l’azienda si presentava con imbottiti classici, dal mood tipicamente inglese, caratterizzati però da un’eleganza ricercata e da una cura del dettaglio che da subito hanno chiarito l’impronta del marchio, in termini di qualità e affidabilità. Nel tempo, vari progetti hanno segnato passaggi decisivi. Il divano Alfred di Marco Milisich ha rappresentato il primo simbolo di trasformazione: l’imbottito non più come oggetto canonico, ma come racconto materico, con un’anima e un vissuto. Nella
sua versione vintage il risultato è stato raggiunto anche mediante una tecnica di anticatura. Il divano Budapest, dal canto suo, è diventato un’icona capace di fare da ponte tra classicismo e contemporaneità, consolidando la riconoscibilità internazionale del brand. Ancora oggi è il bestseller dell’azienda. Con il Chester Moon - prodotto a cui sono particolarmente legato -, ancora firmato da Paola Navone, un archetipo viene reinterpretato con sensualità e forza espressiva. E con Tactile di Vincenzo De Cotiis, Baxter si avvicina al territorio degli “Art Designers”, dove il confine tra prodotto e pezzo d’autore si fa più sottile e sperimentale», conclude Bestetti.
Passando in rassegna queste collaborazioni si legge un’evoluzione chiara, che non appartiene solo al brand ma racconta l’evoluzione dell’arredo come specchio di tempi e costumi: dal classico al vintage, dal vintage al design, fino a una dimensione più sofisticata e di ricerca. Un percorso costruito sul dialogo continuo tra progettista e materia - nel caso di Baxter la materia per antonomasia è la pelle - che diventa fondamento di ogni collezione.
Sopra, divano in pelle Alfred. Progettato da Marco Milisich, si colloca nella tradizione del design che rilegge in chiave contemporanea il modello classico dell’imbottito. La sua forma essenziale e l’uso della pelle trattata con tecnica anticata richiamano una cultura progettuale attenta al tema del tempo e della materia, in cui l’oggetto è pensato per evolvere con l’uso e acquisire carattere nel corso degli anni. Sotto, divano Chester Moon (Paola Navone) nato dalla rilettura di uno schema classico, l’iconico modello Chesterfield.
Oggi, in un mercato saturo di stimoli e velocità, il valore di un buon design risiede proprio qui: nella capacità di durare. Non nel gesto estremo o provocatorio fine a sé stesso, ma nella costruzione di prodotti senza tempo, capaci di diventare “evergreen”. Una durabilità estetica e funzionale, che è anche etica: un buon design infatti è pensiero a lungo termine, capace di influenzare positivamente ciò che gli sta intorno. In un mondo che cambia in continuazione, la vera forza del design sta nella resilienza estetica e funzionale: nella capacità di parlare alle persone oggi e domani, senza perdere coerenza o senso. È la capacità di dare forma non solo a
oggetti, ma a sistemi coerenti, linguaggi riconoscibili e narrazioni autentiche.
La sfida contemporanea non è soltanto progettare bene, ma rendere percepibile la profondità del progetto, trasformando valori e visione in esperienza concreta. Quando il design comunica, seduce ed emoziona, diventa uno strumento potente di legame tra brand e utente. Le grandi collaborazioni tra marchi e designer lo dimostrano: il design non è mai solo forma, ma pensiero, visione e relazione. Proprio in questo dialogo continuo che prende forma un’identità solida e duratura.
Simona Manzione
Il lusso come motore culturale
Da più di un secolo molte tra le più celebri Maison intrattengono legami stretti con il mondo dell’arte contemporanea, dando vita a vivaci laboratori di innovazione. Il connubio tra la Maison Ruinart e l’artista Tadashi Kawamata è tra gli esempi più significativi del 2026.
Un possibile slogan per spiegare il concetto è ‘Brand Art: quando le Case del lusso diventano agenti culturali’. Da più di un secolo molte Maison del lusso e il mondo dell’arte contemporanea intrattengono legami stretti e sempre più intensi. Fucine di nuove idee e progetti.
È praticamente impossibile seguire il ritmo frenetico degli annunci di collaborazioni artistiche dei grandi marchi che si succedono ma non si assomigliano. Louis Vuitton e le sue collaborazioni spettacolari, il Chanel Prize, la Fondazione Prada, il Loewe Craft Prize o, ancora, le collaborazioni artigianali di Fendi, Hermès, Miu
Miu, Saint Laurent ma anche Ruinart o, anche, Audemars Piguet.
Ben più che semplici operazioni di marketing, queste incursioni del lusso nella sfera artistica si trasformano in veri e propri laboratori dove i confini tra arte, artigianato e lusso si delineano sotto una nuova luce. Da un punto di vista commerciale e in un mercato saturo di informazioni, queste partnership rappresentano una quasi garanzia di catturare l’attenzione del pubblico per la durata della collaborazione e di differenziarsi. È quindi con naturalezza che le Maison del lusso ne ridefiniscono i contorni, tanto la posta in gioco dal punto di vista del marketing è considerevole, sia per il marchio che per l’artista.
L’artketing, come descritto dalla consulente d’arte Astrid Rosetti Firmenich, è una “vera strategia finanziaria aziendale (…). Si spiega con l’appropriazione dell’arte da parte di un marchio a fini di marketing in una ricerca di valorizzazione reciproca. Onnipresenti, i titani del mondo del lusso, il cui obiettivo primario è la redditività finanziaria attraverso leve di crescita sempre più diversificate, sono ormai attori pienamente radicati nell’universo artistico. La cultura viene utilizzata come arma di differenziazione”.
Altamente calibrate, queste strategie culturali valorizzano il patrimonio di un marchio, una nuova collezione o un savoir-faire d’eccezione, infondendo una
Al cuore dell’approccio olistico del lusso, che riunisce valorizzazione patrimoniale, arte contemporanea e savoir-faire tradizionale, si colloca la ricerca dell’autenticità.
In foto, l’artista giapponese Tadashi Kawamata, cui quest’anno la Maison Ruinart, nell’ambito del progetto Conversations avec la Nature, ha dato carta bianca per la realizzazione di opere in grado di veicolare messaggi a favore della natura verso il grande pubblico internazionale. La pratica dell’artista esplora la relazione tra arte, architettura, design e vita quotidiana, ponendo l’accento su tematiche ambientali legate al riuso dei materiali.
Sotto, L’observatoire, studio per l’installazione in situ a Reims.
dimensione culturale immediata e una modernità alla loro immagine. Dal lato dell’artista, questa alleanza permette di acquisire una visibilità non trascurabile presso un pubblico che non era necessariamente familiare con il suo lavoro, il che potrebbe essere assimilato a una certa democratizzazione.
Così, con un ritmo tanto sostenuto quanto effimero, ciò che veniva descritto come una tendenza ancora qualche anno fa, ha finito per convincere anche i puristi: il matrimonio tra arte e lusso si inscrive nella durata e non cessa di esplorare nuovi modi di prendere forma, al fine di corrispondere al Dna e all’identità unica dei marchi che ne fanno un uso strategico.
Sotto, Atelier di Tadashi Kawamata. Celebre per i suoi interventi in situ, realizzati in legno e con mobili, l’artista mette in discussione il nostro attaccamento alla permanenza delle cose, che viene messa alla prova dalle forze della natura.
Al centro del discorso delle Maison del lusso c’è l’autenticità. Secondo Gilles Lipovetsky, sociologo e professore all’Università di Grenoble, questo “capitalismo artistico [è] il sistema che costruisce il mercato della sensibilità. Funziona come una immensa ingegneria del sogno, dell’emozione e dell’immaginario”.
Creando del sogno, i consumatori non sono più soltanto alla ricerca del semplice prodotto, ma di tutte le esperienze sensibili che vi sono associate, ed è proprio questa “ibridazione tra il dominio mercantile e il dominio artistico” a renderlo possibile. Non contente di generare un capitale esperienziale non trascurabile che conferisce loro un’aura culturale singolare, le Maison del lusso compiono un ulteriore passo e si impegnano ormai in favore dell’ambiente, integrandolo nel loro programma artistico. La ricerca di produzione di senso diventa quindi centrale nell’approccio di ricerca di partner artistici. Al cuore di questo approccio olistico del lusso, che riunisce valorizzazione patrimoniale, arte contemporanea e savoir-faire tradizionale, è la ricerca dell’autenticità a essere primordiale. Un esempio arriva dalle Conversations avec la Nature, le conversazioni artistiche della Maison Ruinart. «Cerchiamo costantemente di comprendere meglio la natura, al fine di rispettarla e di sottolineare la necessità di un’armonia con gli altri esseri viventi», ha spiegato Frédéric
Dufour, Presidente della Maison Ruinart, in occasione dell’evento tenutosi a Parigi a metà ottobre, per lanciare la collaborazione con Tadashi Kawamata. Vera figura di prua di questo impegno per l’arte e l’ambiente, Ruinart porta avanti da diversi anni Conversations avec la Nature, precedentemente Carte Blanche, una serie di collaborazioni impegnate con artisti contemporanei che trasmettono messaggi forti, capaci di mobilitare l’emozione e il questionamento del pubblico. Dalle sue commissioni di poster nel 1896 all’artista Alphonse Mucha, la Maison champenoise non ha mai cessato di associarsi alla scena artistica contemporanea e pone ormai l’accento sull’importanza della preservazione della biodiversità, invitando artisti di fama internazionale come Mouawad + Laurier, Julian Charrière, Thomas Saraceno o Marcus Coates.
Quest’anno, è l’artista Tadashi Kawamata (1953, Hokkaido) a proporre la sua visione dell’impermanenza umana in un ambiente fragile, attraverso le sue installazioni interattive realizzate in legno. Con una pratica all’intersezione tra architettura e scultura, l’arte poetica di Kawamata dialoga con il suo ambiente.
In occasione della sua collaborazione con la Maison Ruinart, presenterà questa estate tre nuove opere in situ a Reims, Observatory, Nest e Tree Hut, che mettono in valore la ricchezza del patrimonio naturale della Champagne e la necessità di preservare il suo ecosistema e la sua biodiversità. Come ha sottolineato Caroline Fiot, maître des caves di Ruinart: «Il cambiamento climatico è una sfida per i viticoltori. Per la Maison Ruinart, è anche un’opportunità per approfondire la nostra comprensione e adattare le nostre pratiche al fine di continuare a valorizzare la singolarità del terroir della Champagne».
Integrando la visione di Tadashi Kawamata, la Maison sensibilizza il pubblico e diventa al contempo un vettore di riflessione sociale ed ecologica.
Le installazioni artistiche che si integrano perfettamente con il Dna delle Maison del lusso conferiscono al marchio un’attualità pertinente di fronte alle sfide ambientali della nostra epoca. L’arte appare quindi come il partner ideale dei grandi nomi del lusso per trasmettere un messaggio forte e fare di loro dei veri agenti culturali a tutti gli effetti…
In caso di acquisizione di beni culturali, non basta appurarne l’origine, ma occorre verificarne storia e passaggi di proprietà, con standard condivisi e processi controllabili.
Per lungo tempo la “provenienza” è stata la riga più elegante nelle schede di catalogo: una sequenza di collezioni e passaggi di mano, utile a sostenere l’autenticità o a costruire prestigio. Oggi, invece, provenienza significa soprattutto ricostruire una traiettoria verificabile: dove un oggetto nasce, come circola, chi lo intermedia, quali documenti lo accompagnano e, soprattutto, quali fratture o silenzi nasconde. È su questo slittamento - dalla narrazione alla prova - che si gioca la crescente centralità della cosiddetta provenance research
Il cambio di passo è legato all’evoluzione delle aspettative etiche e giuridiche attorno ai beni culturali. La spinta iniziale proviene dal contesto delle restituzioni connesse alle spoliazioni naziste (con un’accelerazione dopo i Washington Principles del 1998), ma l’orizzonte si è ampliato rapidamente: beni da contesti coloniali e post-coloniali, resti umani, collezioni pubbliche soggette a regimi di inalienabilità, fino alle acquisizioni “problematiche” in senso lato. In altre parole, non basta più dire da dove viene: si chiede a quali condizioni è arrivato qui, e si pretende che la risposta sia documentata, accessibile e discussa pubblicamente.
Un nodo concettuale - spesso sottovalutato - è la distinzione tra “origine” e “provenienza”. L’origine rinvia al luogo di creazione o di prima attestazione; la provenienza descrive invece la sequenza dei trasferimenti nel tempo, quindi i passaggi di possesso, le circostanze della circolazione e le cesure. Per il giurista la differenza è tutt’altro che astratta: l’origine può alimentare rivendicazioni identitarie o di Stato d’origine, ma è la provenienza (con
le sue discontinuità) il terreno su cui si misurano titolarità, buona fede, prescrizione, obblighi di diligenza e sostenibilità di un titolo di proprietà.
Non sorprende, allora, che le fonti normative evochino spesso la provenienza senza definirla in modo univoco. In Svizzera, la legislazione sul trasferimento internazionale di beni culturali (Ltbc, in vigore dal 1 gennaio 2005) ha privilegiato a lungo il lessico dell’origine, lasciando la provenienza sullo sfondo; gli sviluppi più recenti (revisione legislativa appena entrata in vigore, il 1 marzo 2026) aprono
«Oggi “provenienza” significa ricostruire una traiettoria verificabile: dove un oggetto nasce, come circola, chi lo intermedia, quali documenti lo accompagnano e, soprattutto, quali fratture o silenzi nasconde»
invece uno spazio più esplicito alla “provenienza/ricerca”, segnatamente con la creazione di una Commissione federale per il patrimonio culturale storicamente problematico. In parallelo, anche altrove si osserva la stessa tensione: la provenienza entra negli obblighi di diligenza (ad es. nella Kulturschutzgesetz tedesca) o nelle architetture restitutorie (Austria, Francia), ma la traduzione in definizioni operative resta complessa.
Sul piano metodologico, la ricerca di provenienza è sempre meno un percorso lineare da A a B. I progetti più maturi mappano reti (collezionisti, mercanti, istituzioni), incrociano inventari e cor-
Adriano A. Sala, avvocato e socio dello Studio legale e notarile Olgiati Ghiringhelli Sala di Lugano, specializzato in diritto del mercato dell’arte.
rispondenze con archivi e dati di mercato, e traducono i risultati in strumenti di trasparenza. Crescono le ricostruzioni digitali di collezioni disperse e l’approccio della “biografia dell’oggetto”: non solo cosa è un’opera, ma cosa ha attraversato, quali relazioni ha reso possibili e quali asimmetrie ha incorporato. In questo quadro si moltiplicano fondi e linee guida pubbliche: non solo per le opere d’arte trafugate, ma anche per i nuclei legati ai contesti coloniali, con criteri di finanziamento che orientano (e talvolta restringono) ciò che viene indagato e reso visibile. I casi-simbolo chiariscono perché la provenienza oggi conta più che mai. La campagna dei bronzi del Benin ha imposto un lavoro internazionale di ricostruzione delle traiettorie e dei passaggi; restituzioni come quelle dei 26 oggetti provenienti dal Palazzo reale di Abomey, riconsegnati dalla Francia al Benin, mostrano che, senza catene documentarie credibili, la riparazione rischia di rimanere retorica. La provenienza diventa così un’infrastruttura di fiducia: per chi acquista, per chi espone, per chi rivendica.
In prospettiva, la partita si gioca su tre parole: accesso, standard, responsabilità. Accesso agli archivi e pubblicazione dei risultati; standard minimi su che cosa significhi “verificare” una provenienza; responsabilità degli attori pubblici e privati nel non ridurla a etichetta, ma a processo controllabile. Solo così la storia degli oggetti può trasformarsi in prova, e la prova in decisioni più giuste e comprensibili.
Sconfinamenti metafisici
Una dimostrazione esemplare di collaborazione istituzionale: una città, quattro mostre, duemila passi per ripercorrere uno dei momenti più singolari dell’arte moderna italiana nella pluralità di filiazioni che, trasversalmente a epoche e linguaggi espressivi, ha saputo e continua a generare. Immanente Metafisica.
Non furono che quattro mesi. Una parentesi di sospensione nel pieno della Grande Guerra, fra metà aprile e metà agosto del 1917, quando le strade di Giorgio de Chirico e Carlo Carrà – che fino ad allora si erano scambiati solo qualche lettera – si incontrano a Ferrara, nel surreale scenario dell’Ospedale psichiatrico Villa del Seminario, qui raggiunti da Alberto Savinio, fratello di Giorgio, e Filippo de Pisis. Una città di provincia estranea alla geografia delle avanguardie eppure, fra le sale di quella “Villa degli enigmi” come la soprannominava de Chirico – in origine casa di vacanze per seminaristi, prestata alla cura delle nevrosi traumatiche dei
soldati grazie al pionieristico programma del Dr. Boschi che affiancava psicoterapia, attività fisica e ricreativa – presero forma capolavori dell’arte moderna come Le muse inquietanti, Ettore ed Andromaca, La camera incantata, Madre e figlio. Opere anch’esse sospese, nell’ambiguità dei giochi percettivi e concettuali con cui interrogano le apparenze, convertendo ansia e disorientamento in mistero spirituale. Così diversa dalle altre avanguardie sin dalla scelta del suo nome di matrice filosofica, la Metafisica – che de Chirico aveva già “inventato” nel 1910 – in quelle settimane trovava la sua dimensione di gruppo, seppur di grandi solitari, ai quali poco più tardi se ne sarebbe aggiunto un
In queste pagine, i protagonisti del gruppo storico della Metafisica. Sopra, da sinistra: Giorgio de Chirico, Enigma della partenza, anni Trenta, olio su tela, 38,5 x 41 cm, Fondazione Magnani-Rocca, Mamiano di Traversetolo (Parma), e Carlo Carrà, Madre e figlio (Natura morta con manichini), 1917, olio su tela 90 x 59,5 cm, Grande Brera - Palazzo Citterio, Milano. Nella pagina accanto, da sinistra: Filippo de Pisis, Natura morta occidentale, 1919, pittura a tempera e collage su carta intelata, 35 x 27 cm, Collezione della Fondazione Cariverona, Archivio fotografico. Alberto Savinio, Nascita di Venere, 1950, tempera su masonite, 70 x 58 cm, Collezione privata, Courtesy Tornabuoni Arte. Giorgio Morandi, Natura morta, 1918, olio su tela, 108,5 x 94 cm, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma, su concessione del Ministero della Cultura.
altro, fra le più alte figure del Novecento italiano, Giorgio Morandi. Un’esperienza seminale, destinata a nutrire non solo le future opere dei suoi animatori, ma altre epoche e altri linguaggi espressivi oltre a quello originario della pittura, sino agli echi contemporanei oltre un secolo dopo. Un intreccio di filiazioni e reinvenzioni di cui rende conto l’ambizioso progetto espositivo corale in corso a Milano, che sin dal suo titolo – Metafisica/Metafisiche – annuncia la tensione fra la singolarità di uno dei più significativi movimenti artistici italiani del Novecento e la pluralità degli esiti che, pur distanti per generazione, cultura o tecnica, continuano ad attingere a quell’iconico sillabario. Un riuscito esempio di collaborazione istituzionale che abbiamo voluto approfondire con il curatore Vincenzo Trione, professore ordinario di Arte e media e di Storia dell’arte contemporanea allo Iulm di Milano, che ha coordinato l’organizzazione sulle quattro sedi museali e, ancor prima, i lavori di ricerca.
Professor Trione, iniziative di questa ampiezza sono spesso legate a ricorrenze simboliche – lo si è visto di recente con Impressionismo e Surrealismo – ma in questo caso non sembra esserci un anniversario particolare, se non l’inserimento nel programma culturale dei Giochi Olimpici invernali di Milano Cortina 2026. Dunque cosa ha ispirato il progetto?
Una mostra, a mio avviso, non dovrebbe mai nascere per semplice committenza, ma essere invece l’approdo di un più ampio percorso di studio. Nel caso specifico, avevo già lungamente lavorato su Giorgio de Chirico, al quale ho dedicato due
«Sono stato felicemente sorpreso dal constatare come istituzioni pur con identità e orientamenti diversi abbiano compreso fino in fondo il senso e l’originalità di questo progetto, condividendo l’obiettivo di raccontare la Metafisica ciascuno dall’angolazione che gli è propria»
Prof. Vincenzo Trione, curatore del progetto "Metafisica/Metafisiche"
importanti libri e, nel 2007, una grande mostra al Museo d’Arte Moderna di Valencia che ne studiava l’influenza sull’architettura del Novecento e contemporanea. Da allora ho iniziato a interrogarmi su come l’immaginario metafisico si sia disseminato oltre la pittura, attraverso altre discipline. Una riflessione che ho avuto l’opportunità di approfondire grazie a questo progetto, fondato proprio su un’idea di sconfinamento.
In che senso, sconfinamento?
Anzitutto dal punto di vista dei linguaggi coinvolti. È una mostra sulla pittura, che è stato il medium pressoché esclusivo del gruppo storico, ma anche una mostra che cerca di esplorare i modi attraverso i quali la pittura esce dalla cornice e incrocia altre pratiche espressive, dall’architettura al cinema, dal teatro alla musica, dal design alla moda alla graphic novel.
Lo sconfinamento è inoltre di carattere territoriale: l’epicentro è Palazzo Reale, dove sono esposte oltre 400 opere, ma
il progetto è pensato come un romanzo visivo con tre ulteriori capitoli in altre sedi museali cittadine: il Museo del Novecento, le Gallerie d’Italia e Palazzo Citterio-Grande Brera. Si tratta dunque anche di uno sconfinamento istituzionale, che vede collaborare realtà che afferiscono al Comune di Milano, allo Stato e un soggetto privato come Intesa Sanpaolo. È stato impegnativo farli dialogare? Sono stato felicemente sorpreso dal constatare come istituzioni pur con identità e orientamenti diversi abbiano compreso fino in fondo il senso e l’originalità del progetto, condividendo l’obiettivo di raccontare la Metafisica ciascuno dall’angolazione che gli è propria: una forte attenzione alla città per il Museo del Novecento, il lavoro archivistico per le Gallerie d’Italia, mentre Palazzo Citterio pone in dialogo un intervento di William Kentridge con opere di Morandi delle sue prestigiose collezioni Jesi e Vitali, amici e sostenitori del pittore bolognese fin dagli esordi.
Relativamente poco: circa un anno e mezzo, dall’autunno 2024 a oggi. In altri Paesi europei mostre di questa portata si programmano con tre o quattro anni di anticipo. Qui abbiamo lavorato con tempi serrati, nonostante le 400 opere e le quattro sedi coinvolte.
Come si costruisce un percorso così ampio, che copre oltre un secolo?
Per indizi. Con un gruppo di giovani studiosi ho condotto per mesi una vera e
Milano metafisica, in 4 sedi per 2000 passi
Mettendo in relazione passato e presente, grandi maestri e sguardi contemporanei, il progetto espositivo Metafisica/Metafisiche fa della città di Milano un museo diffuso, inanellando quattro sedi lungo un percorso di duemila passi, da Piazza Duomo a Brera.
1. Cuore dell’esposizione è Palazzo Reale, che propone oltre 400 opere dei massimi esponenti del movimento e di artisti che successivamente ne hanno subìto il fascino. Dipinti, sculture, fotografie, disegni, oggetti di design oltre a plastici e modelli architettonici, illustrazioni, fumetti, riviste, video, vinili con prestiti nazionali e internazionali provenienti da più di 150 istituzioni tra pubbliche e private, gallerie, archivi e prestigiose collezioni private. Da non perdere, l’epilogo di questo primo atto: un’installazione site specific realizzata da Francesco Vezzoli. Un “fake” de Chirico del 1918, che rappresenta una città ideale al cui interno sono incastonate dieci nature morte – queste autentiche – realizzate dal pittore poco prima della scomparsa nel 1978. Al centro, una scultura-ibrido: corpo di duemila anni, mentre la testa è una fusione in bronzo da un manichino di de Chirico.
2. Seconda tappa (che come la precedente si protrarrà fino al 21 giugno), al Museo del Novecento, che già con le sue linee architettoniche rievoca l’estetica metafisica. Focus sul legame tra il movimento e la città di Milano, come emerge dalla collaborazione di de Chirico, Savinio e Carrà con il Teatro alla Scala e la Triennale, oltre a un omaggio inedito al romanzo Ascolto il tuo cuore, città (1944) di Alberto Savinio, tra i più affascinanti e intensi affreschi dedicati alla Milano in trasformazione fra Otto- e Novecento, rivisitato in una serie di 10 tavole di Mimmo Paladino.
3. L’itinerario prosegue con un doppio affondo su Giorgio Morandi: alle Gallerie d’Italia una selezione di fotografie di Gianni Berengo Gardin immortala la stanza-atelier del pittore in via Fondazza a Bologna prima che venisse smantellata nel 1993, catturando gli oggetti che dipinse nelle sue nature morte (fino al 6 aprile). La location è il caveau sotterraneo di Palazzo Beltrami, oggi trasformato in luogo di custodia di oltre 500 opere dalla collezione di arte moderna e contemporanea di Intesa Sanpaolo, da cui peraltro provengono due emblematiche di Giorgio de Chirico e Filippo de Pisis esposte a Palazzo Reale.
4. Infine, a Palazzo Citterio (Grande Brera) è William Kentridge a rendere tributo al maestro bolognese con un intervento che si articola in due momenti: una videoinstallazione sonora e una sequenza di sculture in cartone, per reinterpretare poeticamente gli oggetti d’uso quotidiano delle nature morte di Morandi, avviando un dialogo ideale con le opere metafisiche del maestro bolognese conservate nelle sue collezioni (fino al 5 aprile).
propria caccia al tesoro. Più della parte storica, già studiata e consolidata, la sfida è stata rintracciare come l’immaginario della Metafisica sia stato successivamente riattivato da altre pratiche e linguaggi espressivi. Proprio come in una redazione, ci riunivamo settimanalmente per condividere le nostre scoperte; a un certo punto ho coinvolto anche alcuni miei studenti della laurea magistrale allo Iulm. Per evitare di lasciarci fuorviare da apparenti somiglianze, ci siamo attenuti a due direttrici rigorose: artisti che abbiano dichiarato esplicitamente la propria filiazione dalla Metafisica – penso, per citare
solo uno fra i tantissimi esempi possibili, a Frank Gehry, che nel 1987 affermò di essersi ispirato per una sua architettura alle nature morte di Giorgio Morandi. Oppure autori dei quali la storiografia abbia documentato in modo fondato questo rapporto. In mostra ne proponiamo una selezione: avremmo potuto occupare anche il doppio dello spazio.
Dalle “Metafisiche” torniamo al gruppo storico: cosa rende quest’esperienza così diversa dalle altre avanguardie?
Siamo di fronte a un’eccezione. Da un lato i protagonisti della Metafisica si pongono agli antipodi rispetto ai grandi
“ismi” primonovecenteschi: non condividono il bisogno di rompere i ponti con la memoria, né rifiutano il dialogo con i musei e la tradizione; non hanno bisogno di cercare la provocazione, né di uccidere i padri – pulsioni invece centrali per le altre avanguardie. Per contro, recuperano il valore della storia dell’arte, della memoria, della classicità e generi come il paesaggio o la natura morta.
Dall’altra parte, benché la Metafisica si ponga al di fuori della traiettoria delle avanguardie, si confronta con esse: de Chirico avvia un dialogo laterale ma continuo con il cubismo, ma anche con il dadaismo e guarda al polimaterismo di Boccioni. Addirittura, anticipando Duchamp, realizza quelli che sembrano dei ready made pittorici, dando una valenza completamente diversa a degli oggetti decontestualizzandoli. Morandi dipinge nature morte ma in realtà è un formalista: trasforma oggetti di uso comune in pure forme astratte. De Pisis guarda costantemente all’arte dadaista, ad esempio nelle sue nature morte e nei suoi collage. E Savinio dialoga con grande originalità con tutta l’esperienza del surrealismo.
Guardando ai quadri che gli animatori stessi del gruppo storico hanno dipinto nel proseguio delle loro carriere, si vede chiaramente come la poetica delineata nel 1917 sia immanente a tutta la loro evoluzione.
Infatti nelle sale che aprono il percorso a Palazzo Reale, compiendo una sorta di “forzatura storico-critica”, ho voluto esporre non solo i quadri che de Chirico, Carrà, Savinio, de Pisis e Morandi dipinsero durante l’età dell’oro della Metafisica, ma anche quelli dei decenni successivi, fino agli anni Quaranta. Ne emerge come, con poche parentesi di distrazione, abbiano continuato a riattivarne e reinventarne gli archetipi, al punto che – so di essere provocatorio – le datazioni in molti casi sono quasi un inciampo che rischia di non far cogliere questa continuità.
Al di là della potente iconografia – fatta di piazze e statue, archi e portici, torri e ombre, nature morte e manichini – quanto si è preservato della poetica della Metafisica nelle successive riprese?
Purtroppo raramente la dimensione dell’enigma, del mistero, dello straniamento è stata riattivata nella sua complessità. Pochi sono gli artisti – penso, fra quelli esposti, a William Kentridge, Ettore Spalletti, Giu-
Due fra i numerosissimi esempi di riprese dell'alfabeto iconografico della Metafisica da parte di altri linguaggi espressivi. In alto, Gabriele Basilico, Perugia, Centro Direzionale di Fontivegge, 2007, stampa fotografica 50 x 40 cm, Archivio Gabriele Basilico. Sopra, Marco Nizzoli, immagine tratta da Dylan Dog Old Boy #24, 2024.
lio Paolini o Pier Paolo Canzolari – che hanno saputo coglierne il lato perturbante. Oggi esiste una Metafisica “a bassa intensità”, diffusa e vaporizzata. Nella stragrande maggioranza dei casi si è infatti lavorato per citazione, un po’ come lo stesso de Chirico nella parte conclusiva del suo lavoro. Tre gli indirizzi prevalenti: postmodernista – dunque il gusto per la citazione, l’ironia, lo sberleffo –; l’indirizzo pop, che ha trasformato le iconografie di de Chirico e Morandi in motivi da citare liberamente come se fossero delle affiches pubblicita-
rie; infine l’indirizzo concettuale: Alberto Arbasino vedeva in de Chirico il padre dell'arte concettuale – un’affermazione anch’essa provocatoria ma non infondata. Chi è ad aver inciso maggiormente sulla contemporaneità?
De Chirico ha avuto una fortuna vastissima fino al postmoderno, negli anni Ottanta, venendo citato, saccheggiato, talvolta abusato, proprio lui che aveva praticato la citazione come retroterra culturale indispensabile. Successivamente è stato però Morandi ad assurgere a padre dell’arte contemporanea. Ad esempio, su una parete della sala “Arcipelago Metafisica” a Palazzo Reale, ho affiancato delle nature morte che in modo molto diverso gli rendono omaggio: troviamo Lucio del Pezzo, quindi la pop art italiana, Nicolas Party, giovane artista svizzero fra i più quotati a livello internazionale, ma anche il tributo in mattoncini lego del celeberrimo Ai Weiwei e il giamaicano Nari Ward che del pittore bolognese condivide la sensibilità per l’uso poetico di oggetti quotidiani. Malgrado la sua familiarità di lunga data con il tema, c’è stata qualche scoperta che l’ha sorpresa?
È vero che da tempo mi andavo interrogando sulla disseminazione della Metafisica, ma nel momento in cui ho cominciato a lavorare alla mostra con una committenza precisa è affiorato un mondo sommerso di un’ampiezza difficile da immaginare. Analogamente a quando si scrive un libro, ci si rende conto che funziona quando è lo stesso autore a esserne sorpreso. Ecco, mi auguro che questa mostra sia solo un inizio e che altri possano rileggere la Metafisica da ulteriori prospettive. Intanto sono nate già delle proposte di tesi fra miei laureandi, ad esempio una studentessa ha scelto di studiare il rapporto fra de Chirico e Paolo Sorrentino, che ha dichiarato di considerarlo un suo idolo, oltre a omaggiarlo direttamente nell’ultimo film Partenope – per inciso, in mostra c’è una sezione molto interessante dedicata al cinema, con presenze inattese, da Buñuel a Tim Burton. Forse quello della Metafisica non è un linguaggio immediatamente riconducibile a un pubblico giovane, ma il dato che più mi sta sorprendendo positivamente è che la mostra è molto frequentata da ragazzi e under 30. Un bellissimo segnale.
Pochi classici hanno stimolato la fantasia degli artisti tanto quanto le Metamorfosi di Ovidio: Bernini, Tiziano, Correggio, Cellini, Caravaggio, Rubens, Rodin, Arcimboldo, Magritte, Bourgeois… rivaleggiano con la forza immaginativa e la visione artistica di uno dei più grandi poeti dell’antichità. Oltre 80 capolavori provenienti da musei e collezioni di tutto il mondo sono riuniti in questa eccezionale mostra, frutto della stretta collaborazione tra il Rijksmuseum di Amsterdam e la Galleria Borghese di Roma dove, per chi non potesse vederla nei Paesi Bassi, sarà presentata a seguire, dal 22 giugno al 20 settembre in una versione rivisitata per dialogare con gli spazi e le opere del museo italiano, punto forte della sua stagione 2026. Fino al 25 maggio
Kunsthaus Zürich
Kerry James Marshall: The Histories
«Non ho mai pensato che le opere d’arte abbiano la capacità di mobilitare le persone. Non spingono ad agire. Ma sanno far nascere nella mente di chi le guarda domande che forse non ci si era mai posti prima»
Kerry James Marshall artista
Palazzo Citterio
Giovanni Gastel. Rewind
Omaggio a un protagonista assoluto della fotografia contemporanea, Giovanni Gastel (Milano, 1955-2021) che si è distinto per una visione unica e la capacità di coniugare atigianalità e innovazione. Oltre 250 immagini ne ripercorrono la carriera, dalle prime copertine di moda agli still life, dai ritratti alle campagne pubblicitarie e ai progetti a lui più cari, a cui si aggiungono oggetti personali, strumenti di lavoro e, per la prima volta, suoi scritti e poesie, parti integranti del suo immaginario. Un viaggio emotivo e immersivo che adotta una prospettiva tematica, poetica e profondamente personale, grazie al lavoro di ricerca condotto sui suoi testi e appunti privati. La rassegna, ospitata da Palazzo Citterio, celebra anche il rapporto che ha legato Gastel a Milano, matrice culturale, familiare, sociale e creativa che ne ha forgiato lo stile e lo sguardo.
Per la prima volta in Svizzera, focus sull’artista afroamericano
Sopra, Arcimboldo, Rodolfo II in veste di Vertumno, 1590, Statens historiska museer - Skokloster Slott. Al centro, Kerry James Marshall, Untitled (Beauty Queen), 2014, acrilico e glitter su pvc, 182,2 x 152 cm, Defares Collection. A destra, in alto, Giovanni Gastel, Flowers 23, 2020, e Le tropical ties, Mondo Uomo, 1988. In basso, Pittura su kakemono di Ishikawa Kiyohiko, Bellezza in estate, Periodo Showa (19261989) / 1930 circa. Montatura: 186,9×60,1×3 cm. Dipinto: 106,2×40,7 cm.
Kerry James Marshall (1955 Birmingham, Alabama; vive a Chicago) e sui suoi dipinti monumentali. Dopo essere stata presentata a Londra e prima di approdare a Parigi, la mostra fa scalpore a Zurigo, lanciando un appello alla visibilità, nell’arte come nella società. A prima vista, i quadri di Marshall colpiscono per i colori vivaci e il virtuosismo, ma sotto la superficie si dispiegano narrazioni complesse che affrontano temi quali il movimento per i diritti civili, la tratta degli schiavi, i rapporti di potere, la cultura popolare degli afroamericani e la loro marginalizzazione nella tradizione iconografica occidentale. Fino al 16 agosto
Fino al 26 luglio
Musec
Pittura e poesia
Un percorso dedicato alla cultura visiva del Giappone tra XV e XX secolo. Attraverso una ricca varietà di stili, tecniche e soggetti, la mostra mette in luce la centralità della figura umana - uomini e donne, divinità, eroi, spiriti e personaggi letterari - accanto a paesaggi, nature simboliche e scene di vita, valorizzando il dialogo tra pittura, poesia e calligrafia, le “tre perfezioni” della tradizione artistica dell’Asia orientale. Presentati per la prima volta due importanti nuclei collezionistici: 62 rotoli verticali (kakemono) donati da Claudio Perino, e 6 monumentali paraventi dipinti del Periodo Edo (1603-1868) della collezione di Maria Francesca Di Milia. Opere nate per contesti domestici e rituali, oggi preziosi oggetti d’arte. Fino al 17 maggio
Nicola Maurelli Specialista gestione della prevenzione SWICA
Ma 17.03.2026
18:00 - 19:15
Online, registrazione obbligatoria
L’ultima aristocratica
Dalla visita della Regina Elisabetta II agli stabilimenti di Coventry alla presentazione del 1996: la Jaguar XK8, elegante, potente, raffinata, rappresentò l’ultimo autentico ruggito prima dell’omologazione globale del marchio.
Esiste una vecchia foto che ritrae Sua Maestà la Regina Elisabetta II in visita agli stabilimenti di Coventry dove le venne presentata in anteprima privata un esemplare di preserie della Jaguar XK8. È un’immagine in bianco e nero di metà anni ’90, non disponibile in rete, che da sola racconta tutto di quella vettura, che fu per molti
la sua identità industriale e non solo. Pur in quel clima vagamente malinconico la nuova coupé britannica fece scalpore: era semplicemente meravigliosa.
Partendo dalla base della precedente XJ-S, un vero inno allo snobismo motoristico britannico ma ormai decisamente superata, i designer Jaguar, con un colpo di vera maestria e senza ricorrere a
Sopra, Jaguar XK8: il fascino di una coupé che seppe unire lusso, silenzio e carattere felino.
il canto del cigno della storica marca inglese. In realtà il marchio esiste ancora oggi ma non ha nulla a che vedere con le meravigliose vetture che la Regina amava a tal punto da guidarle personalmente e da volerne una per il suo ultimo viaggio, di colore Royal Claret, un rosso scurissimo di inarrivabile eleganza. Era il 1996 quando la XK8 venne presentata al pubblico, la Casa inglese era di proprietà Ford e già si intuiva la sua fine inevitabile, legata al destino di una nazione che stava perdendo
consulenze esterne, riuscirono nel difficile compito di restituire tutto il fascino dell’antenata E-Type, che piaceva molto a Enzo Ferrari, in una chiave moderna e al contempo elegantissima, soprattutto in alcuni colori come il blu metallizzato o lo spettacolare Sherwood Green.
Un capolavoro che nei suoi circa dieci anni di vita subì pochissime e marginali variazioni estetiche, totalizzando il ragguardevole numero di oltre 70mila esemplari prodotti. XK8 come otto erano i cilindri del motore, un 4 litri totalmente inedito con quattro valvole per cilindro e oltre 280 Cv di potenza che, abbinato a un cambio automatico a 5 rapporti, garantiva alla nuova coupé una guida vellutata e
molto dinamica allo stesso tempo; molto silenziosa, agile e scattante pur non essendo una sportiva nel senso tedesco del termine.
Lo scontato paragone con il nobile incedere del felino che la denomina era davvero inevitabile. L’abitacolo, relativamente piccolo per la stazza della vettura, garantiva una lussuosa intimità, specialmente se rifinito in pelle chiara, per pilota e passeggero che avevano di fronte un cockpit in radica lucida di rara bellezza. Conservo un bel ricordo di un lungo viaggio su una XK8 blu da Ginevra alla Costa Azzurra, solitario e ovattato, anche se ho sempre pensato che le auto inglesi esprimano tutto il loro fascino solo sulle strade del loro Paese d’origine e che se, per una qualsiasi ragione, mi fossi trovato a vivere in Inghilterra, avrei sicuramente comprato una Jaguar.
Nell’arco della sua carriera questa vettura fu declinata anche in versione cabriolet, bella ma di minor fascino rispetto alla coupé, e in versione sportiva XKR con motore turbocompresso, più cattiva ma non abbastanza da impensierire una Porsche Carrera. Non mancò la scontata apparizione in uno dei tanti film di James Bond, ma non ci fu la spinta di uno sviluppo agonistico come invece fu per la sua già citata antesignana XJ-S. Quando fu sostituita dalla nuova versione, decisamente meno bella e più banale, tutti si resero conto che stava andando in pensione una della ultime vere, autentiche auto inglesi. Oggi, chi volesse rivivere quegli ultimi fasti può trovare ancora qualche esemplare in ottime condizioni a prezzi abbordabili da mettere in garage e, magari un giorno, da guidare fin su in Gran Bretagna.
Marco Betocchi
Scuola, lavoro, impresa
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Renault Clio 6 E-Tech
Full Hybrid
Con oltre 35 anni e 17 milioni di unità vendute, la Renault Clio è una delle auto più amate e acquistate in Europa. Con dimensioni giuste per muoversi sia in città che in extraurbano, non meraviglia la sua leadership storica nel segmento B.
La sesta generazione della Renault Clio è cambiata molto e propone un nuovo Full Hybrid da 160 Cv. Esteticamente è irriconoscibile rispetto alle antenate, il frontale è molto più scolpito, con una grande calandra esagonale e fari affilati con firma luminosa. Il cofano è più lungo e basso, mentre al posteriore l’inclinazione del lunotto, i due piccoli fari per lato e la linea del bagagliaio accentuano la sensazione di sportività e la rendono irriconoscibile se confrontata con la Clio 5. Rompe quindi con il passato, trasforma l’estetica e le
Renault Clio 6 E-Tech Full Hybrid
dotazioni, offrendo una qualità e delle prestazioni paragonabili al segmento superiore. Sul piano tecnologico alza l’asticella e vanta un sistema ibrido da 160 cavalli. Crescono anche le dimensioni con 4,11 metri di lunghezza e 1,77 di larghezza, a vantaggio dell’abitabilità e del bagagliaio, che con 391 litri è tra i migliori nel segmento.
All’interno l’evoluzione è ancora più evidente con doppio display fino a 10,1 pollici, uno per la strumentazione
e l’altro per l’infotainment, materiali curati, rivestimenti in Alcantara e pelle sul ricco allestimento Esprit Alpine, ambient lighting e un nuovo volante multifunzione con tasto Multi-Sense per passare da una modalità di guida all’altra. Tre le motorizzazioni: la versione di punta Clio E-Tech Full Hybrid da 160 Cv, che abbina un nuovo 1.8 benzina a ciclo Atkinson con due motori elettrici, scatta da 0 a 100 km/h in 8,3 secondi, consuma mediamente 3,9 litri d emette solo 89 g/km di CO2. La Casa dichiara che in città funziona in modalità elettrica fino all’80% del tempo. La versione d’ingresso è la Clio TCe 115 Cv con un nuovo 1.2 3 cilindri turbo benzina con cambio manuale a 6 marce. In vendita a partire da 29.900.- franchi per la versione E-Tech Full Hybrid Esprit Alpine del nostro Testdrive, mentre la versione d’ingresso ….. è in listino già a partire da 19.900.- Chf.
Abarth 600e Scorpionissima
Con la Abarth 600e, il marchio sportivo di Fiat offre un’auto elettrica adatta alle famiglie. Il potente crossover elettrico è particolarmente attraente in termini di estetica e maneggevolezza. Segna un passo importante per il brand dello scorpione che, dopo aver spremuto fino all’ultimo il successo della 500, incrementa la sua offerta nel cuore del mercato con una nuova B-Suv elettrica. L’abbiamo provata nella versione Scorpionissima, la più potente ed esclusiva, limitata a 1949 esemplari, commemorativa dell’anno di fondazione del marchio italiano, disponibile anche nell’esclusivo colore “Hypnotic Purple”, che assume una diversa tonalità di viola a seconda della luce del sole. Offre davvero tanto divertimento grazie a 280 cavalli che le permettono di raggiungere i 200 km/h di punta e di scattare da 0 a 100 km/h in 5,85 secondi. Il differenziale Torsen, che lavora sull’asse anteriore, permette una distribuzione variabile della coppia tra le ruote, fornendo maggiore aderenza alla ruota con più trazione. Attenzione però all’effetto bloccante che si attesta al 36% in accelerazione e al 34% in rilascio, con decise reazioni al volante cosa quando si affonda l’acceleratore. A caratterizzare questa ipnotica versione speciale, gli in-
Abarth 600e Scorpionissima
numerevoli scorpioni presenti sul mozzo delle ruote, nello spoiler posteriore, sulle grembiulature anteriori e posteriori e anche negli interni, con sedili da corsa Sabelt in Alcantara, poggiatesta integrato e incavi nella parte posteriore o il volante con inserti in pelle e Alcantara. Davvero curata e riuscita in ogni dettaglio. In vendita da 43.900.- Chf grazie al bonus attuale di 3,500.- Chf, incluse ruote invernali, mentre la Abarth 600e normale è disponibile già da 39.900.- Chf.
Kia EV4
Scattante, compatta fuori ma spaziosa dentro, la Ev4 prova a inserirsi nel crescente segmento delle compatte a batteria e come già visto per le sorelle maggiori Ev5 ed Ev6, propone un look alternativo ai soliti Suv e crossover elettrici, con una linea tutta sua, a 4 o 5 porte, nel segmento C, uno dei più importanti in Europa. Infatti la versione 5 porte è stata sviluppata esclusivamente per l’Europa, dove viene
realizzata nell’impianto slovacco di Zilina. Estetica e dimensioni cambiano a seconda della versione: la 5 porte è una classica compatta da 4,43 m, mentre la berlina lunga 30 cm in più ha un aspetto filante e aerodinamico. Entrambe con oltre 600 km di autonomia. Design interno minimalista, con la plancia divisa in due livelli, il primo che ospita il pannello che integra i due display da 12,3” per quadro strumenti e infotainment e il secondo su cui trovano spazio comandi e bocchette della climatizzazione. I rivestimenti della plancia e dei pannelli porta sono soft touch, mentre nella parte intermedia c’è un’elegante modanatura in tessuto. Interessante anche la scelta della plastica riciclata nella parte vicina alle maniglie delle portiere. Due i tagli di batteria, 58,3 kWh e 81,4 kWh, entrambi abbinati al motore anteriore da 204 Cv con fino a 600 km di autonomia. In versione base Lite è in listino da 36.450.- Chf, mentre la top di gamma Gt Line del nostro Test, proposta solo con batteria più grande, da 51.950.Chf, incluso Head up Display, Impianto audio Harman Kardon, tetto panoramico apribile e cerchi 19”.
Claus Winterhalter
Kia EV4
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