Hanno collaborato a questo numero Ettore Accenti, Marco Ancora, Alessandro Beggio, Marco Betocchi, Ignazio Bonoli, Andreas Grandi, Alannah Kaegi, Marco Martino, David Mülchi, Frank Pagano, Stelio Pesciallo, Rocco Rigozzi, Marco Robbiani, Adriano A. Sala
Progetto e coordinamento grafico Veronica Farruggio grafica@eidosmedia.ch
Logistica e amministrazione amministrazione@eidosmedia.ch
Chiusura redazionale: 28 gennaio 2026
In Mediis stat virtus
CARAN D’ACHE
Disponibile in due versioni, ognuna di 888 esemplari: un riferimento simbolico al numero fortunato in Cina. Editoriale
l’anno è iniziato moltiplicando le tante incognite che il 2025 aveva fatto di tutto per non risolvere. Il quadro politico europeo rimane fragile, con un distinguo per la vicina Repubblica; il generalizzato buon andamento della crescita nominale maschera per ora diversi malesseri sopiti; vecchie e nuove tensioni geopolitiche si sommano all’instabilità degli ultimi anni. Da un biennio corre l’oro, scende il dollaro e… volano le Borse. Ah!
Risulterà ironico che la nascita di una nuova idea di Europa, quello che sarebbe tra gli eventi più importanti della storia recente, sia stata determinata da una paventata invasione di territori strategici per l’invasore, mentre molti europei neppure sapevano di poter vantare compatrioti nell’Artico. A danno di animali innocenti, le foche. Altrettanto ironica sarà l’eredità lasciata dalla meteora Trump, un sussulto finito con l’accelerare il disgregarsi di un impero, americano. Se l’Ucraina molto aveva fatto e The Donald aveva aggiunto, la Groenlandia ha chiuso il cerchio. E tra qualche anno il Vecchio Continente finirà per acclamarlo.
A Davos anche la Svizzera ha ricevuto una chiara risposta a gentilezze degne di un’altra epoca storica; che non sia dunque tempo di darsi una svegliata? Pur essendo poco puntuale, è forse giunta l’ora di prendere quel treno europeo, a lungo guardato con sufficienza e poi perso. Il progetto di Europa riparte dalla Difesa, quella che proprio la Francia aveva affossato, e che oggi rilancia insieme a una timorata Germania. Altra crudele ironia?
Risulta del resto comico pensare che, nella culla della Democrazia, debbano essere sempre i banchieri centrali a fare il lavoro sporco. Nel 2011 Draghi, lo stesso del famoso rapporto, ed è invece ora Mark Carney, ben due volte banchiere centrale, ad aver fatto il passo successivo: le Medie Potenze risponderanno? Troveranno nei meandri di popoli smarriti un sussulto (Ah!) di lungimirante dignità? Bisogna solo sperare di sì.
Nel frattempo si è spento l’ultimo imperatore della moda, quell’Arte che tesse e cuce il futuro. E ce ne sarebbe tanto bisogno, specie in un Continente che prospera ancora del lusso, ossia la moda del passato.
Federico Introzzi
Edizione limitata Year of the Horse
Cover story
Il Great Wealth Transfer non è un semplice passaggio di capitali, ma una cesura con il passato.
Eureka
La sezione dedicata all’innovazione, alla tecnologia e al Venture Capital.
Cultura
I protagonisti del grande mondo dell’arte, della cultura e del lifestyle.
Opinionisti
Le voci degli esperti che accompagnano i lettori con costanza.
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Riflettori accesi su indipendenti, banche e asset management.
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Economia
Tutti gli articoli dedicati all’analisi di temi economici dalle aziende alla consulenza.
Osservatorio
La rubrica di approfondimento finanziario si amplia.
Speciali
La sezione dedicata a tutti gli Speciali degli ultimi mesi.
HERMÈS
Slim d’Hermès Quantième Perpétuel
Sviluppato negli atelier di Le Noirmont, in Svizzera, il quadrante marrone galvanico reca numeri arabi bianchi a decalco. Quattro contatori indicano la data, il mese, il secondo fuso orario, gli anni bisestili e una fase lunare in madreperla su un cielo avventurina. Il movimento ultrasottile della manifattura Hermès H1950 è meccanico a carica automatica con uno spessore di 2,6 mm. La riserva di carica è di 48 ore La purezza delle finiture – sablage, colimaçonnage e soleillage –mette in luce la profondità e la leggibilità delle indicazioni orologiere. La cassa, in oro rosa, è di 39,5 mm di diametro. Alligatore avana per il cinturino.
La perfetta guida dell’internauta. Un vivace dialogo è iniziato, da un lato Ticino Management cartaceo dall’altro suo fratello minore digitale, l’obiettivo? Che siano sempre più connessi. Tra l’uscita di un’edizione e la successiva tutti gli articoli del cartaceo saranno pubblicati a cadenza regolare, insieme a contenuti studiati appositamente per essere nativamente digitali.
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Il Great Wealth Transfer
Quello che è appena iniziato è un trasferimento di ricchezza e cultura, inedito per dimensioni, che coinvolge 4 generazioni tra loro diversissime. A cambiare non sarà solo l'industria finanziaria, ma l'economia di interi Paesi, se non del mondo.
Opinioni
12 Ettore Accenti. Il computer quantistico se abbinato all'Intelligenza Artificiale che risultati potrebbe dare? Meglio però chiarirsi le idee, non è la panacea.
14 Marco Robbiani. Anche in Svizzera lo stalking è infine divenuto reato, una novità delle ultime settimane. Ma con quali effetti?
16 Stelio Pesciallo. Contrastare la disinformazione può diventare il pretesto per impedire al cittadino di esprimere le proprie idee? Non dovrebbe, ma...
18 Ignazio Bonoli. L'8 marzo si torna alle urne, con temi alquanto caldi, e molto delicati. Abolire la discriminazione delle coppie sposate quali riflessi avrebbe?
20 Rocco Rigozzi. Club deals e pooling per investire nei mercati privati? Ottimo, ma attenzione alle norme!
Economia
34 Internazionale . Si è chiusa la 56esima edizione del Wef a Davos, cosa è emerso? Consigli utili per il resto del mondo, o i soliti discorsi noiosi e inconcludenti?
38 Internazionale. Massimo 10 milioni di abitanti in Svizzera: quali sarebbero le conseguenze di tale decisione, e come la prenderebbe la vicina Europa? Un disastro d'idea.
Da sinistra, Gabriele Gallotti, Ceo di Novum Partners; Monica Espinosa, Head Family Office Solutions di Ubp; Luca Re Cecconi, Head Ticino di Rothschild&Co; e Alfonso Rivolta, Group Head Wealth Solutions di Pkb Private Bank.
L’Outlook
74 Scenari . Gli Emergenti restano nel mirimo, ottime le prospettive, forte l'appetito degli investitori. Cosa potrebbe andare storto?
76 Valute. Il dollaro rimane al centro dell'attenzione. Il suo continuo indebolirsi, che effetti potrebbe avere?
78 Scenari. Luci e ombre di un quadro internazionale in rapida evoluzione. Ottimismo, ma molta cautela.
79 Scenari (Tuan Huynh Tarazona, in foto). Il diffondersi dell'AI che effetti avrà sul sistema economico mondiale? Enormi capitali cercansi per coprire le Capex necessarie.
80 Metalli. L'oro è uno dei grandi protagonisti degli ultimi anni, si aspettano faville anche per i prossimi mesi.
83 Scenari. Gli indici sono sempre più lanciati, ma qual è la verità? Crescono, o è tutto merito delle valute?
40 Testimonianze. Il Venezuela non è mai stato così interessante? Dipende, non è affatto banale, e un salto in Spagna, o anche solo un aiutino, potrebbe non essere male.
48 Mobilità. Le promesse della Low Altitude Economy sono delle maggiori, e in pochi anni potrebbero sovvertire molti storici equilibri del settore della mobilità. Buone nuove anche sul fronte Ticino.
Eureka
52 L’imprenditore . Manifattura, tessile e servizi di lavanderia non hanno mai conosciuto un tale livello di integrazione. L'idea di Burgdorf.
54 Start up. Anche i rifiuti possono essere campo di applicazione per soluzioni sempre più intelligenti.
60 Sport. Anche il bob ha la sua tradizione, e St. Moritz è al centro.
Chiamata dal Canada p. 36
Il discorso (quasi integrale) del Premier canadese a Davos, e il suo appello agli altri Stati (europei) sortirà un qualche effetto? Sarà infine la volta buona? A lato, Mark Carney, Premier canadese, già banchiere centrale della Banca d'Inghilterra.
Armatori per tradizione p. 44
In 45 anni si è proiettata dal Mediterrano fino agli antipodi, in nuova Zelanda, ritagliandosi un ruolo di primo piano nella logistica navale, con quartier generale a Lugano.
A lato, Vincenzo Romeo, Ceo di Nova Marine Carriers.
La nona arte p. 62
I generi si moltiplicano: dal romance al thriller, spesso in forma seriale, con aggiornamenti settimanali che ricordano le serie tv. Il webtoon (fumetto online) è specchio di quest'epoca, a partire dal suo stesso formato. A lato, la fumettista Olivecoat.
64 Digitale. Alla base delle tante promesse dell'AI resta anche l'abilità dell'uomo di saper porre le domande corrette, o almeno tentare.
66 Marketing. Il delicato rapporto tra associazioni e community evolve, ma come restare rilevanti?
67 Studenti. Sfide ambientali critiche sono alla base del successo dell'AI.
68 Innovazione. La consegna di pacchi via drone è già realtà, almeno negli Stati Uniti.
Speciale Longevity da p. 86
L'aspettativa di vita della popolazione occidentale, e più in generale mondiale, continua a crescere. Si vive più a lungo e meglio, questo presenta aspetti positivi, opportunità, ma anche qualche limite strutturale a livello di sistema. Quali gli sviluppi?
Longevity
Una pietra di sport p. 56
Alla vigilia di Milano Cortina 2026 gli atleti svizzeri affrontano le ultime fasi di allenamento. I più recenti risultati conquistati a livello internazionale offrono un'ottima prospettiva. In foto, Yannick Schwaller, skip del team rossocrociato di curling.
Premiare l'eccellenza p. 42
Cambio ai vertici anche per la rete più importante di networking e confronto delle Pmi svizzere, giunta al traguardo del suo 25esimo anno di attività. Ci si rinnova, guardando al futuro, forti del proprio passato. A lato, Franziska Bürki, direttrice di Swiss Venture Club.
Finanza
70 Analisi. Brand e immagine sono elementi sempre più determinanti anche nell'ingessata industria bancaria.
73 Fondi. L'industria svizzera nel 2025.
82 Emergenti. I dividendi non sono più una rarità nemmeno nei Paesi emergenti, come mostrano i dati.
84 Scenari. Continuano a evolvere i mercati, e i trend da attenzionare.
Cultura&Lifestyle
100 Orologi. È l'anno del cavallo.
103 Opinioni. Andare oltre l'incanto.
104 Mostre. Tra satira e umorismo.
106 Mostre. Meg: nuova direzione?
110 Curve iconiche. 'La' Maserati.
10 Ceo Confidential
108 Appuntamenti
112 Auto
... in un LAMPO
Una concatenazione di dieci news per decriptare l’attualità. C’è molto tech, ovviamente, e molta umanità. È imperativo rimanere aggiornati e ‘sul pezzo’, ma anche riuscire a cogliere i segnali deboli, quelli che rimangono sottotraccia in mezzo a ‘tanto rumore’. Non solo per proteggere aziende e marchi dai rischi di oggi ma anche per anticipare i trend di domani.
Si sale
Inizio 2026 con indicatori macroeconomici solidi. Traiettoria di crescita, in linea con il 2025. Pil degli Usa a +2,3% rispetto allo scorso anno; Pil Ue a +1,4%, con tutti i mercati in crescita. Inflazione sotto controllo, tranne per Turchia e Argentina. La maggior parte dei Paesi Ocse si avvicina alla soglia del 3%. Borse positive, con un avvio prudente negli Usa. Tassi d’interesse dei decennali ancora alti: 4,2% negli Usa, 2,8% nell’Ue (lieve aumento rispetto a fine 2025). È l’anno dell’incertezza geopolitica, mentre l’AI deve dimostrare il suo valore, con Roi e impatto reale attesi da molti grandi player tecnologici. Preparate i popcorn!
Dove va il retail?
Una parte del mondo business si è riunita a New York per l’annuale National Retail Federation, la più grande e internazionale fiera dei retailer. Categoria alla disperata ricerca di innovazione, soprattutto dopo un 4° trimestre 2025 tiepido. Continuano i fallimenti, come quelli di Saks Global e Cw Sellors, entrambi attivi nel settore del lusso. Anche i ricchi piangono, quando si tratta di affari. È un altro anno di reinvenzione nel modo in cui si parla ai fan, nella speranza di vendere loro i propri prodotti.
Tendenze Il Wef ha pubblicato il suo noto Global Risk Report. Cambiato radicalmente rispetto agli ultimi anni. La preoccupazione principale è la conflittualità geopolitica, seguita dal rischio di disinformazione, alimentato soprattutto dall’AI. Sono solo i rischi sul breve termine (due anni). Il collasso ambientale globale è invece la preoccupazione di politici e imprenditori per il prossimo decennio. È la fine del mondo, che si guardi al presente o al futuro? Così sembra, secondo il Wef. I Ceo dovrebbero prevedere margini di sicurezza e più scenari nei loro piani annuali.
Intelligenza artificiale
Il Ces di Las Vegas, la più grande fiera tecnologica al mondo, appena concluso, ha mostrato occhiali e visori intelligenti, robot, chip e persino mattoncini Lego smart. L’anno scorso tutti parlavano di Agentic AI. Quest’anno, come promesso da Nvidia, la parola d’ordine è AI fisica. L’AI deve entrare nel mondo reale e offrire la magia da tutti attesa. Dalle auto intelligenti a robot che piegano il bucato: l’AI può davvero cambiare il nostro mondo fisico? Ceo di tutto il mondo: è il momento di guardare alle fabbriche, alla logistica, ai prodotti, andando oltre belle foto e video per il reparto marketing.
Il tuo medico digitale ti vedrà fra un minuto
Open AI, la star globale di prodotti e servizi AI B2C e B2B, continua a raccogliere finanziamenti con valutazioni sempre crescenti, e ha acquisito una start up che le consentirà di offrire consigli medici e sanitari (servizio in fase di test). È normale che l’AI entri nei settori più strategici. Resta da vedere come lo strumento gestirà le informazioni sensibili dei pazienti e se sarà conforme alle rigide normative nazionali e globali sull’health-care. Arriverà il momento in cui chiederemo al nostro telefono: “Come sto?”
Intrattenimento digitale
Guardando ai film di maggior incasso del 2025, spiccano le pellicole di animazione, storie digitali e creazioni AI, da Avatar a Minecraft. L’intrattenimento è sempre più guidato dalla tecnologia e profondamente plasmato dalle nuove generazioni. E l’Oscar andrà di sicuro a qualcuno che non esiste nel mondo reale, prima di quanto immaginiamo. Se non è animazione, sono sequel (l’ennesimo episodio di Jurassic World, ad esempio). Innovazione umana e film artigianali e indipendenti diventano una nicchia.
Crypto, l’anno della paghetta?
Yat Siu, presidente di Animoca Brands – il maggiore investitore e operatore Web3 al mondo – si aspetta che il Clarity Act venga approvato negli USA.
I token diventeranno mainstream e ogni istituzione potrà emetterli per finanziare progetti e coinvolgere i propri fan. Anche se l’anno è partito in sordina per Bitcoin&Co., la cripto potrebbe essere una sorpresa positiva nel 2026, sia per grandi business privati che per enti pubblici. La blockchain potrebbe anche aiutare a mantenere la trasparenza sull’uso dei dati da parte dell’AI. I Ceo non dovrebbero buttarsi a capofitto nelle cripto, ma tenerle comunque in agenda.
Lasciate stare i nostri ragazzi
In Uk si valuta il divieto di social media per under16, analogamente a quanto già approvato in Australia per piattaforme come TikTok, X, Facebook, Instagram, YouTube, Snapchat e Threads. Una novità che interessa anche altri Governi. La disinformazione, alimentata da AI e algoritmi social, è una seria preoccupazione e influenzerà certo la cultura e il futuro dei giovani, oltre che le loro capacità critiche e sociali. Per ogni Ceo, è un aspetto da considerare quando si investe in Media, durante il briefing con agenzie e partner.
Che musica, Maestro Guardando alle canzoni e ai tour di maggior successo del 2025, il tocco umano sembra ancora prevalere rispetto all’arrivo della musica generata dall’AI. Artisti come Coldplay, Beyoncé e Kendrick Lamar hanno registrato i tour più redditizi. La musica sembra restare una cosa da umani. Ma è un settore in contrazione, dove i guadagni si fanno quasi esclusivamente con spettacoli ricchi di effetti speciali ed esperienze immersive. I Ceo dovrebbero prenderne nota: esperienze e immersività sono ormai indispensabili per coinvolgere i fan e farli ballare e comprare.
Divertimento e sicurezza
L’anno è iniziato con un tragico incidente in un club a Crans Montana, Svizzera. I festeggiamenti di Capodanno sono finiti con un incendio in un locale che non rispettava le norme di sicurezza. Circa 40 persone sono morte e 119 sono rimaste ferite. Sicurezza sul lavoro, rispetto delle regole e tutela dei nostri fan. Non è tecnologia. È il minimo che chiediamo a ogni azienda. Un pensiero alle famiglie colpite e un monito alla comunità imprenditoriale: le persone sono sempre la sola cosa che conta davvero in questo mondo.
Intelligenza quantistica
Se le prospettive dell’AI nei prossimi anni risultano già ampiamente positive, cosa accadrebbe applicandola al calcolo quantistico? Il futuro non è mai stato così... probabile.
In queste pagine, in Febbraio 2025, si era trattato dello sviluppo futuro dell’Intelligenza Artificiale stando a Ray Kurzweill insignito della National Medal of Technology e uno dei principali sviluppatori in questo ambito proiettandolo fino a oltre il 2040, assumendo la crescita della potenza di calcolo oggi disponibile con le tecnologie classiche ed estendendo la legge di Moore.
Tuttavia, il futuro che ci attende è potenzialmente ancora più ricco, grazie al connubio con una tecnologia radicalmente diversa: il computer quantistico. È bene chiarirlo subito: i computer quantistici non sostituiranno mai i computer classici, ma li affiancheranno, ampliandone enormemente le capacità in ambiti molto specifici.
Per comprendere questa affermazione è necessario fare un passo indietro: cosa si intende per ‘quanto’? Nella fisica classica si è abituati a pensare il mondo come continuo: un’auto ha una velocità definita, una lampadina emette una luce continua, un oggetto occupa una posizione precisa. La meccanica quantistica, invece, dice che a livello microscopico la realtà è diversa: molte grandezze fisiche non possono assumere valori arbitrari, ma solo valori discreti, detti quanti. Un quanto è la più piccola ‘porzione’ indivisibile di una grandezza fisica.
In realtà anche un computer quantistico, se interrogato, “somma due più due” fornirà “3,9 periodico”. Non fornirà mai un risultato deterministico, bensì un valore approssimato espresso in termini probabilistici. Questo non è un limite o un errore, ma una conseguenza diretta del modo in cui opera la meccanica quantistica.
Ancora più sorprendente è il fatto che, nel mondo quantistico, un sistema non è descritto da certezze ma da probabilità.
Ettore Accenti, esperto di tecnologia. Blog: http://bit.ly/1qZ9SeK
Nel calcolo classico l’informazione è rappresentata da bit che possono assumere solo due valori, 0 o 1. Nel calcolo quantistico, l’unità fondamentale è il qubit che, grazie al principio di sovrapposizione, può esistere simultaneamente in più stati, consentendo l’esplorazione parallela di molte più soluzioni.
trasporti con mille camion che devono rifornire cento destinazioni ciascuno, ottimizzando percorsi, tempi e consumi. Un supercomputer classico impiegherebbe tempi astronomici per trovare la soluzione perfetta. Uno quantistico può invece fornire in tempi brevissimi una soluzione quasi ottimale, con una probabilità di correttezza elevatissima, del 99%. Cosa scegliere? È evidente.
Occorre inoltre comprendere un punto fondamentale: un computer classico può fare in un attimo “2+2 = 4” mentre un computer quantistico non ci riuscirà mai.
Prima di essere osservata, una particella può trovarsi in più stati contemporaneamente; solo al momento della misura il sistema ‘collassa’ in uno stato specifico. Tale comportamento, seppur controintuitivo, è stato verificato sperimentalmente innumerevoli volte ed è alla base del funzionamento dei computer quantistici.
Il loro punto di forza si segnala in problemi di ottimizzazione estremamente complessi. Ad esempio, un’azienda di
Ed è qui che il connubio con l’Intelligenza Artificiale diventa decisivo. Un’AI che debba indagare scenari futuri non ha bisogno di una singola risposta “esatta”, ma di ventagli di scenari possibili, ciascuno corredato dalla propria probabilità. Il futuro, per sua natura, non è mai deterministico: esiste solo come spazio di possibilità. Il computer quantistico diventa così uno strumento ideale per fornire all’intelligenza artificiale mappe probabilistiche del futuro, sulle quali noi dobbiamo decidere.
Si apre una nuova fase, potenzialmente straordinaria, in cui l’uomo non solo non
L’andamento del consumo energetico in funzione della dimensione del problema per il calcolo classico e quantistico non è uno scherzo. All’aumentare della complessità, i sistemi classici richiedono una crescita energetica molto rapida, mentre i computer quantistici mostrano un grande vantaggio energetico nei problemi di grande scala. L’immagine evidenzia la fase attuale dei dispositivi Nisq (Noisy Intermediate Scale Quantum) e il ruolo futuro che con la correzione degli errori raggiungerà la supremazia quantistica.
rinuncia al controllo, ma dispone di strumenti capaci di affrontare la complessità del reale e del futuro avendo di fronte scelte possibili e pensate. È un passaggio cruciale, e forse uno dei più affascinanti, della storia tecnologica dell’homo sapiens. Un nuovo umanesimo. Riprendendo il Premio Nobel italiano del fisico Giorgio Parisi si può affermare che, con i suoi studi, abbia chiarito proprio il comportamento dei sistemi complessi e del caos, dimostrando come fenomeni apparentemente casuali possano manifestare strutture prevedibili attraverso modelli probabilistici, proprio quelli che il computer quantistico può fornire. Questo riconoscimento non solo ha celebrato una delle vette della fisica contemporanea, ma ha riconosciuto la centralità della comprensione dei sistemi complessi nel mondo reale, dal comportamento dei materiali alla dinamica climatica globale e quindi le difficoltà teoriche per calcolarle e prevederle.
La fusione di AI e quantistica utilizzando ‘lo spazio delle possibilità’ fornisce una vasta visione dei risultati possibili in un’epoca di sfide globali, dal clima all’energia, dalla sicurezza alla stabilità economica, quando il vero problema non è trovare la soluzione migliore ma capire le traiettorie potenziali e decidere quindi i compromessi impliciti di una buona scelta.
Fino ad oggi l’AI ha enfatizzato l’automazione, la ricerca degli algoritmi più efficaci per sostituirci, mentre con questa nuova visione è l’uomo a supervisionare una macchina che ‘propone meglio e molto di più’. Con il calcolo quantistico cambia profondamente la questione tanto diffusa sul superamento dell’intelligenza umana dalle macchine, ma si sfrutterà
Classico e quantistico
Confronto tra le due tipologie di pc
Computer Classico
“Quantum energy advantage” Consumo di energia
Computer Quantistico
“Quantum energy supremacy”
FTQC-LSQ
NISQ Error correction
FTQC
Dimensione del problema (N)
Classico e quantistico
Confronto tra le due tipologie per compiti
Aspetto Computer classico
Computer quantistico
Informazione di base Bit: 0 oppure 1 Qubit: più stati insieme
Modo di lavorare Passo dopo passo Molte possibilità in parallelo Tipo di risultato Risposta certa Risposte con probabilità Calcoli semplici Molto veloce e preciso Poco adatto Problemi complessi Richiede molto tempo Molto più efficiente
Previsioni future Limitate Naturale gestione delle probabilità Uso quotidiano PC, smartphone, server Ricerca e applicazioni speciali Rapporto tra i due Tecnologia di base Complementare, non sostitutiva
sempre di più la natura probabilistica dei qubit e la velocità per esplorare le infinite configurazioni con la relativa probabilità, tra cui l’umano deve ‘scegliere’, la sua vera e fondamentale funzione in cui si inserisce il suo ‘libero arbitrio’.
Questa capacità non è fantascienza. Giganti tecnologici e centri di ricerca come Ibm e Google stanno sviluppando piattaforme in cui gli esperimenti su qubit correlati e i miglioramenti tecnologici specifici ottimizzeranno le reti neurali in ecosistemi condivisi.
Diventeranno emblematiche in questo campo applicazioni sulle sfide climatiche sulla gestione delle transizioni energetiche, sugli impatti sociali ed economici simulando scenari estremamente dettagliati che combinano variabili antropogeniche, naturali, e altre con il risultato di offrire non una corretta soluzione da applicare ma, al contrario un ventaglio opzioni possibili tra cui scegliere.
In poche parole, questa tecnologia non ‘prescrive come agire’, ma dice che ‘cosa accadrebbe se’ in un gran numero di
scelte possibili che solo con la potenza dei computer quantistici si può disporne. Oggi forse la geopolitica rappresenta l’esempio più complesso e delicato dove le infinite relazioni internazionali sono sistemi dinamici in cui piccoli eventi possono avere conseguenze globali, un’idea che richiama l’‘effetto farfalla’, in cui variazioni minime nelle condizioni iniziali producono grandi diversità di esiti. Un’AI quantistica potrebbe fornire le infinite combinazioni di fattori economici, militari, flussi migratori, accordi commerciali e presentarne l’evoluzione anche per modifiche quasi impercettibili.
La prospettiva di un umanesimo tecnologico non è quindi una favola romantica, più si amplia la visione delle possibilità, più diventa essenziale scegliere consapevolmente, assumendosi la responsabilità delle implicazioni etiche, sociali e civili. L’AI quantistica non sarà il centro del futuro ma lo strumento tecnologico che potrà consentire all’uomo di essere autenticamente protagonista nella costruzione del proprio destino.
Stalking, è reato!
Da inizio anno, atti persecutori reiterati sono finalmente punibili attraverso una nuova puntuale norma. Un’evoluzione significativa del diritto penale a tutela della persona.
Si tratta di un fenomeno complesso, che può limitare in maniera importante la libertà personale e le proprie abitudini di vita. Lo stalking colpisce in modo trasversale: donne, uomini e giovani. In quest’ultimo caso, anche legato ad azioni malevole che si diffondono in rete, spesso descritte come cyberbullismo.
Gli atti persecutori, comunemente definiti stalking, incidono in modo significativo sulla qualità di vita delle persone colpite. Le ripercussioni possono essere rilevanti e durature, sul piano psicologico, sociale ed economico. Proprio per rafforzare la tutela delle vittime, il Parlamento ha deciso il 20 giugno 2025 di introdurre nel Codice penale una fattispecie specifica dedicata allo stalking. Il relativo reato sarà perseguito su querela di parte e punibile con una pena detentiva sino a tre anni o con una pena pecuniaria.
In seguito alla scadenza infruttuosa del termine di referendum, nella seduta del 19 novembre 2025 il Consiglio federale - dopo consultazione dei Cantoni e circa 5 anni di discussioni parlamentari - ha deciso di porre in vigore il primo gennaio 2026 l’agognata modifica di legge.
Si tratta di un passaggio significativo nell’evoluzione del diritto penale a tutela della persona. Il legislatore federale ha così inteso colmare una lacuna da tempo segnalata dai magistrati, dagli operatori del diritto e dalle organizzazioni attive nella protezione delle vittime, introducendo una fattispecie penale specifica capace di rispondere in modo adeguato a comportamenti persecutori reiterati.
Per molti anni, infatti, le condotte riconducibili allo stalking venivano perseguite solo indirettamente, attraverso reati quali la coazione, le minacce o le molestie.
Questa frammentazione rendeva spesso difficile un intervento tempestivo ed efficace, soprattutto nei casi in cui il singolo atto, preso isolatamente, non raggiungeva la soglia di punibilità, pur inserendosi in una dinamica complessiva di persecuzione capace di incidere profondamente sulla libertà e sulla serenità della vittima. La crescente sensibilizzazione sociale sul tema ha progressivamente spinto verso una necessaria presa di coscienza e - finalmente - di intervento.
Il nuovo articolo 181b del Codice penale svizzero (atti persecutori) punisce “chiunque insistentemente segue, molesta o minaccia una persona in una maniera atta a limitarne considerevolmente il libero modo di vivere”. La norma valorizza dunque non il singolo episodio, bensì la continuità e l’insistenza del comportamento, nonché l’effetto concreto sulla vittima. Si tratta di un’impostazione, in linea con le esperienze di altri ordinamenti, che riconosce come la pericolosità dello stalking risieda proprio nella sua natura cumulativa e nella pressione costante esercitata nel tempo.
L’introduzione di questa nuova puntuale fattispecie penale è stata recepita con particolare attenzione dai vari attori del settore. In un’interessante intervista rilasciata alla Rsi lo scorso 13 gennaio, il Procuratore generale del Cantone Ticino, Andrea Pagani, ha sottolineato come la nuova norma offra finalmente strumenti più chiari e mirati al Ministero pubblico per affrontare i casi di persecuzione reiterata. In assenza di una fattispecie specifica, l’autorità penale era spesso costretta a ricorrere a qualificazioni frammentarie, con il rischio di interventi tardivi o poco incisivi e dovendo esplorare praticamente ogni dettaglio della vita privata della vittima, con il disagio e le difficoltà che ciò
Marco Robbiani, avvocato e notaio, studio legale Barchi Nicoli Trisconi Gianini, Lugano.
comporta. In questo senso, il coraggio di denunciare (si ricorda che il reato non è perseguibile d’ufficio) dovrebbe trovare il dovuto maggior incentivo e supporto. Lo stalking non è quindi da inquadrare quale un reato ‘minore’, ma piuttosto come un fenomeno complesso che può avere conseguenze devastanti sulla salute psichica, sulle relazioni sociali e anche sulla capacità lavorativa delle vittime. L’esperienza dimostra come tali comportamenti possano spesso essere il preludio di escalation pericolose.
Disporre di una base legale specifica si spera possa consentire non solo di qualificare correttamente i fatti, ma anche di coordinare meglio le misure penali con quelle di diritto civile e di polizia, come i divieti di contatto o di avvicinamento. Naturalmente, non mancheranno le sfide applicative, laddove la valutazione del concetto di “limitarne considerevolmente il libero modo di vivere” richiederà un attento apprezzamento delle circostanze concrete e una sensibilità particolare. Sarà necessaria un’applicazione attenta, proporzionata e competente della norma, fondata su un accertamento rigoroso della reiterazione delle condotte e dell’effettiva limitazione della libertà di vita della vittima, sempre nel pieno rispetto dei principi dello stato di diritto.
L’introduzione del reato di stalking nel diritto penale svizzero rafforza finalmente il messaggio che comportamenti persecutori e invasivi non sono in alcun modo tollerati e che la libertà personale merita una piena tutela, anche a prevenzione.
CLAUDE MONET, THE PALAZZO DUCALE, SEEN FROM SAN GIORGIO MAGGIORE, 1908
Libertà messa a tacere
I poteri statali e sovranazionali si dimostrano sempre meno disponibili a garantire ai cittadini il diritto di esprimere liberamente le loro idee, per contrastare la “disinformazione”.
Uno dei diritti inalienabili dell’uomo fondati sul diritto naturale, oltre a quello della vita e della proprietà, è il diritto della libertà di pensiero e di parola. Capisaldi delle norme costituzionali di cui si sono dotati gli Stati moderni, questi diritti sono contenuti in tutte le Carte Costituzionali.
Una recente vicenda, di cui malauguratamente poco hanno riferito i media svizzeri, ha messo in evidenza una grave lesione del diritto di espressione a opera degli organi dell’Unione europea, con la connivenza delle nostre autorità federali. Vittima, il cittadino elvetico Jacques Baud, ora residente a Bruxelles, già colonnello dello Stato maggiore del nostro esercito, attivo in organismi della stessa Nato e dell’Onu e pubblicista di fama mondiale, autore di opere e interventi di analisi sui moderni conflitti tra cui quello ucraino.
Lo scorso dicembre, l’Ue lo ha sanzionato con il divieto di entrare e circolare negli Stati membri e con il blocco di tutte le sue disponibilità finanziarie, misura questa che comprende anche il divieto a terzi di intervenire in suo favore con aiuti di natura finanziaria. Essenzialmente il motivo della sanzione è di essere propagandista delle tesi russe sulla guerra, di aver diffuso tesi complottiste e pertanto di aver messo in pericolo la stabilità e la sicurezza dell’Ucraina. Nel merito le accuse sono infondate, in quanto Baud non ha mai partecipato a trasmissioni o pubblicazioni di media russi, nelle sua analisi si è sempre attenuto a fonti occidentali e ucraine e sulla base delle stesse ha analizzato gli avvenimenti in corso in quel paese, analisi che evidentemente non sono piaciute a chi sostiene unilateralmente le tesi propagandistiche ucraine. Ma anche
se Baud avesse adottato ed espresso unilateralmente le tesi russe sul conflitto, egli non avrebbe fatto altro che esprimere il suo pensiero, in ossequio ai principi garantisti di cui sopra e senza avere violato alcuna norma penale.
Questa misura liberticida è stata adottata unilateralmente dall’Ue a completa insaputa dell’interessato che l’ha appresa da un organo di stampa, senza quindi che gli sia stata concessa la facoltà di fare conoscere il suo punto di vista né di potersi quindi difendere davanti all’istanza all’origine della misura e a istanze superiori, procedura questa prevista in tutti i codici di uno Stato liberale e democratico. Grave e preoccupante è che questa misura sanzionatoria, che si inserisce nelle altre sanzioni emanate dall’Ue contro Stati e individui, non ammette alcuna ordinaria possibilità di ricorso presso gli organismi giudiziari dell’Ue, salvo, probabilmente, l’intervento presso la Corte Europea dei Diritti dell’uomo.
Ma ancora più preoccupante è che questa misura sia stata adottata con la connivenza sia del Dipartimento federale degli Affari esteri e delle ambasciate svizzere in Belgio e presso l’Ue, sia del Dipartimento federale della difesa. Risulta inequivocabile che questi due dipartimenti erano informati della misura che sarebbe stata adottata dall’Unione europea e che ciò nonostante non hanno avanzato obiezione alcuna e nemmeno sembrerebbe che il Consiglio federale sia stato informato dai responsabili di questi dipartimenti. Ma quello che è ancora più grave è che, a posteriori, nessuno di questi organi né tanto meno le citate ambasciate svizzere in Belgio abbiano reagito positivamente alle richieste di assistenza avanzate dal cittadino svizzero Baud.
Stelio Pesciallo, avvocato e notaio presso lo Studio 1896, Lugano.
A questa emblematica vicenda si aggiungono discutibili prese di posizione in materia di libertà di opinione espresse in “Rapporti sulla sicurezza” e in un recente discorso del Capo del Dipartimento della difesa. Nei recenti “Rapporti sulla sicurezza” pubblicati annualmente dal Consiglio federale viene lamentato che anche il nostro paese sarebbe vittima di campagne di disinformazione, alias espressione di idee che non sarebbero compatibili con la dottrina dei servizi di informazione occidentali pedissequamente adottata anche dalle nostre autorità federali. E in tempi recenti, al fine di combattere questa presunta “disinformazione”, veniamo a sapere che il nostro governo federale intende adottare una “strategia” volta a combatterla, in particolare influendo sui programmi di educazione della gioventù, intervenendo sulla regolamentazione di mezzi di comunicazione come X e istituendo un gruppo di lavoro interdipartimentale sulle presunte attività di influenza e di disinformazione, per elaborare misure preventive e di lotta contro le stesse. In poche parole staremmo andando incontro a un nuovo “dipartimento della verità” di orwelliana memoria al fine di combattere la libertà di pensiero e di parola. Un’ulteriore conferma di queste intenzioni si ha leggendo il discorso pronunciato a inizio di gennaio di quest’anno dal Consigliere federale Pfister davanti all’Associazione svizzera degli editori dei media con il quale viene manifestamente chiesto ai nostri media che si allineino senza sé e senza ma alle versioni governative nel presentare fatti e commenti.
Il domani vi sta a cuore.
Come banca nelle mani di un unico gruppo familiare, capiamo le vostre esigenze e vi sosteniamo perché possiate dedicarvi a ciò che conta nella vita.
Parità in votazione
Nuovo appuntamento referendario per il prossimo 8 marzo, la discriminazione tributaria per le coppie sposate è al centro del dibattito, con tutte le sue svariate implicazioni.
Anche per i cittadini svizzeri, il nuovo anno presenta alcune scadenze politiche-economiche importanti. Si inizia già l’8 marzo con due temi: la tassazione individuale per le imposte federali e l’iniziativa Sì a una valuta svizzera indipendente e libera con monete o banconote. La seconda, meno dibattuta, pone la scelta tra chi debba salvaguardare, a livello di Costituzione, la presenza del contante in circolazione (Confederazione o Bns), la prima ha già avuto un iter piuttosto travagliato.
Infatti, l’iniziativa Per un’imposizione individuale, a prescindere dallo stato civile (Per imposte eque), lanciata da un comitato di ‘Donne liberali’, chiede, come d’obbligo, una modifica della Costituzione federale, ma su un tema già regolato da leggi federali, cantonali e comunali.
Il Consiglio federale ha quindi deciso di presentare un controprogetto indiretto, con una modifica della relativa legge federale. Di conseguenza, l’iniziativa è stata ritirata, a condizione che la proposta di modifica della legge venga accettata.
La modifica è stata quindi approvata dal Consiglio Nazionale, ma con soli 2 voti di maggioranza e dal Consiglio degli Stati con il solo voto del presidente. La nuova legge è posta in votazione popolare.
Che cosa vogliono in pratica tutti gli atti parlamentari, finora promossi, per risolvere il problema della ‘penalizzazione del matrimonio’? Porre su un piano di parità, anche in campo fiscale, le coppie sposate e le persone singole o conviventi. Finora, infatti, le coppie sposate con due redditi familiari si vedono aumentare le imposte, a causa dell’aumento delle aliquote di tassazione, dovuto alla somma dei redditi. L’iniziativa che ha provocato la votazione popolare voleva anche risol-
vere il problema della parità uomo-donna, dal momento che, nella maggior parte dei casi, il secondo reddito è dovuto al lavoro, spesso a tempo parziale, della moglie.
Accettando la modifica della legge, anche le coppie sposate dovranno presentare due dichiarazioni d’imposta separate. Chiaramente la legge dovrà poi risolvere il problema della separazione dei redditi e dei patrimoni da attribuire ai coniugi. Quanto ai costi è stato valutato, per l’anno fiscale 2026, un -630 milioni di franchi per l’imposta federale diretta, di cui il 78,8% per la Confederazione e il 21,2% per i cantoni, che emettono le
«Le ripercussioni sui contribuenti sono diversificate. Di regola le coppie sposate con redditi simili pagheranno un po’ di meno. Se i redditi sono molto diversi, pagheranno un’imposta federale diretta superiore. In generale, più alti sono i redditi complessivi, più alti saranno gli aggravi»
imposte anche per conto di Berna, beneficiando di un terzo dei proventi, o qui subendone la perdita.
Le ripercussioni sui contribuenti sono diversificate. Di regola le coppie sposate con due redditi simili pagheranno un po’ di meno. Se i due redditi sono molto diversi, pagheranno un’imposta federale diretta superiore. In generale, più alti sono i redditi complessivi della coppia, più alti saranno anche gli oneri supplementari. Per le coppie non sposate, invece, cambia solo l’aliquota, che sale per i redditi alti e scende per i redditi medi o bassi. Da
Ignazio Bonoli, economista.
notare però che le esenzioni per i redditi bassi sono già oggi a un livello elevato. Sul piano cantonale, con imposte spesso più elevate, soprattutto per i redditi medi e bassi, molto dipenderà da come cantoni e comuni, declineranno il nuovo metodo. Si valuta comunque un impatto analogo a quello per l’imposta federale. Tuttavia, è proprio a livello cantonale che si manifestano le maggiori opposizioni. Lo si è già visto nel voto in Parlamento. I cantoni vorrebbero evitare l’emissione di circa 1,7 milioni di nuove tassazioni. D’altro canto applicano già oggi misure di correzione. Il Ticino, per esempio, applica due aliquote diverse. Si vorrebbero evitare nuove spese amministrative, per cui si è fatta strada anche l’idea di un referendum dei cantoni. È una misura prevista dalla Costituzione federale del 1874 che esige un minimo di 8 cantoni. E già 10 l’hanno sottoscritto, seconda volta in 150 anni. Il Consiglio federale dà perciò tempo fino al 2032 ai cantoni per adeguarsi. Se il referendum dovesse essere accettato, farebbe cadere il ritiro dell’iniziativa, per cui tutto da capo. Ma non è finita qui, poiché il Centro (ex Ppd) ha pure lanciato un’iniziativa detta Sì a imposte federali eque anche per i coniugiBasta con la discriminazione del matrimonio!, già all’esame delle Camere federali. Come si vede, l’iter è complesso. Probabilmente è il prezzo da pagare per un sistema, forse unico al mondo, che permette al popolo di dire quali e quante imposte vuole pagare. Il voto dell’8 marzo prossimo è una prima tappa che il Consiglio federale potrebbe difficilmente vincere, anche se la votazione è prevista proprio il giorno della festa della donna!
Investimenti condivisi
Club deals e pooling aprono nuove prospettive nell’immobiliare ai privati, grazie a investimenti congiunti che danno accesso a portafogli diversificati e a un know-how professionale. Opportunità da cogliere, prestando però attenzione all’aspetto normativo.
Negli ultimi anni, il mercato immobiliare svizzero ha vissuto una trasformazione significativa: gli investitori istituzionali, come casse pensioni e assicurazioni, hanno ridotto la loro attività rispetto al passato, assumendo prevalentemente il ruolo di venditori piuttosto che di acquirenti. Solo in pochi casi, soprattutto quando si tratta di immobili particolarmente attrattivi e (già) conformi ai criteri Esg, hanno mantenuto un ruolo attivo nell’acquisizione. Questa dinamica ha lasciato spazio a investitori privati, attratti dalla possibilità di acquistare, riqualificare e rivendere beni immobili con l’obiettivo di ottenere rendimenti più elevati.
Se da una parte il mercato sembra offrire nuove opportunità ai singoli investitori privati, dall’altra permangono ostacoli rilevanti:
• Prezzi elevati: l’investimento diretto in immobili svizzeri richiede ingenti risorse finanziarie, sia in termini di capitale proprio che di accesso a finanziamenti di terzi.
• Necessità di diversificazione: la regola aurea degli investimenti impone di diversificare il portafoglio per ridurre i rischi, selezionando, pertanto, più immobili di diversa tipologia, posizione e segmento di mercato. Tuttavia, creare un portafoglio diversificato richiede risorse ancora maggiori, spesso fuori dalla portata dei singoli investitori.
• Competenze specifiche: investire direttamente in immobili da sviluppare offre rendimenti potenzialmente elevati, ma comporta anche necessità di competenze tecniche e gestionali che non tutti i privati possiedono.
Nonostante queste difficoltà, l’interesse dei privati verso investimenti immobiliari
diretti rimane alto. La soluzione pratica? L’unione di più privati tramite la raccolta collettiva di capitale (pooling), finalizzata all’investimento congiunto in uno o più immobili. Il concetto non è esclusivo del settore immobiliare: è diffuso anche in altri ambiti finanziari, come il private equity.
I vantaggi sono evidenti: permette a singoli investitori privati di unirsi sotto un obiettivo comune, condividendo know-how e, spesso, garantendosi diritti di partecipazione alle decisioni. Si riduce così l’impegno finanziario del singolo e si apre la possibilità di gestire professionalmente portafogli immobiliari diversificati, seguendo business plan dettagliati. Il tutto nel solco del motto: l’unione fa la forza. Nel gergo del mercato immobiliare, queste forme di pooling vengono spesso definite quali Investment Club, Club Deal o - in tedesco - Tippgemeinschaften
Non esiste una forma giuridica prescritta dalla legge per tali forme di investimento, sebbene alcune si prestino meglio di altre. Caratteristica chiave è la presenza di un diritto di partecipazione alle decisioni strategiche, spesso sancito da accordi tra soci (patti parasociali) o contratti specifici. La scelta della forma giuridica dipende anche (se non in primis) da considerazioni fiscali. Altri elementi da considerare sono dettati dalla struttura finanziaria desiderata, dalla durata di detenzione dell’immobile risp. degli investimenti, dalla governance e dalle modalità di uscita degli investitori (exit).
Il quadro legale elvetico è dunque, al riguardo, piuttosto flessibile, considerando che spesso gli investitori fanno capo alla pletora di strumenti e strutture previsti dal diritto societario. Con particolare riferimento agli investimenti immobiliari,
Rocco Rigozzi, avvocato, LL.M., notaio, partner dello Studio Bär & Karrer (Zurigo e Lugano), autore di questo contributo insieme all’Avv. Andrea Ziswiler, LL.M., partner dello Studio Bär & Karrer (Lugano).
vanno tuttavia considerati due importanti quadri normativi, spesso ignorati:
• Da un lato, la legislazione svizzera sugli investimenti collettivi di capitale (LICol). Questa disciplina e sottopone ad autorizzazione, approvazione e sorveglianza da parte della Finma determinate strutture di investimento collettivo di capitale, al fine di proteggere gli investitori e di garantire la trasparenza e il buon funzionamento del mercato finanziario. Ne sono esclusi determinati club di investimento, a condizione che rispettino specifici requisiti: in particolare, è essenziale che nei documenti costitutivi sia stabilito il diritto dei soci (o di una parte di essi) di prendere direttamente le decisioni di investimento, partecipando così attivamente alla definizione della strategia di investimento.
• Dall’altro, nel caso di investimenti in beni immobili di tipo residenziale, vanno sempre rispettate le restrizioni imposte dalla Lafe (meglio conosciuta come Lex Koller), che limita la partecipazione di persone o veicoli esteri all’investimento.
In conclusione, i vantaggi di queste forme di investimento realizzate congiuntamente da singoli investitori privati riuniti sono, come visto, evidenti. Tuttavia, è fondamentale prestare particolare attenzione all’aspetto normativo, per evitare di adottare strutture che possano violare le normative del mercato finanziario.
Fare rotta sullo SPORT
Tra grandi eventi sportivi e destinazioni d’élite, l’aviazione privata su misura soddisfa chi considera il tempo, il comfort e la flessibilità veri asset di valore.
In alto: dal 7 al 22 febbraio, il White Turf andrà in scena sul lago ghiacciato di St. Moritz, rinnovando una magia iniziata nel 1907. A destra, Milano Cortina 2026 sarà un’Olimpiade diffusa, inclusiva e autentica, capace di lasciare un segno, ben oltre le medaglie, nella memoria collettiva.
Non solo voli... acquisto e gestione di aeromobili in sicurezza
Air Dynamic è charter e voli on demand. La società inoltre affianca i propri clienti anche nei processi di acquisto di aeromobili, supportandoli nella selezione del jet più adatto alle loro esigenze operative e patrimoniali. A questo si aggiunge un servizio completo di aircraft management, che comprende gestione tecnica, operativa e amministrativa, con l’obiettivo di sollevare l’armatore da ogni complessità e garantire standard di sicurezza ed efficienza ai massimi livelli.
Le Olimpiadi Invernali di Milano
Cortina 2026 attireranno in Italia milioni di visitatori, con inevitabili criticità logistiche: aeroporti congestionati, collegamenti complessi e tempi di trasferimento dilatati. Volare in jet privato con Air Dynamic significa invece accedere rapidamente agli scali più vicini alle sedi olimpiche, ottimizzare gli spostamenti tra Milano, Cortina, Livigno e le altre località coinvolte, e costruire un itinerario perfettamente adattato alle proprie esigenze. Dall’arrivo internazionale fino agli spostamenti interni, ogni dettaglio è studiato per garantire un’esperienza di alto livello.
Dal contesto olimpico a quello glamour: tra il 7 e il 22 febbraio, St. Moritz torna ad essere il palcoscenico di uno degli eventi più iconici della stagione: il White Turf, le spettacolari corse di cavalli sul lago ghiacciato. Anche in questo caso, l’aviazione privata rappresenta la soluzione ideale per raggiungere l’Engadina in modo rapido e comodo. Il viaggio diventa parte integrante dell’esperienza.
Il Great Wealth Transfer è il passaggio intergenerazionale di decine di trilioni di dollari di beni che sta avvenendo, e continuerà nei prossimi anni, i cui esiti saranno decisivi per le economie avanzate. A cambiare, oltre alle destinazioni d’uso di tali risorse, derivanti anche dalla vendita di molte aziende di famiglia, è la tipologia d’investitore, e la cultura alla base dell’investimento. Non è quindi una mera questione finanziaria, ma un rivoluzionario cambio di paradigma.
Trasmettere, trasferire e tramandare. Tre concetti tra loro diversi, pur condividendo diverse analogie non solo etimologiche e semantiche, ma tali da renderli quasi perfetti sinonimi. Quasi. Del resto a cambiare è l’oggetto del contendere, quel ‘qualcosa’ che giustifica l’atto; quella ‘potenza’ di Aristotele. A essere trasmesso è solitamente un messaggio, di qualunque natura; l’attenzione ricade dunque sul canale, strumentale alla sua corretta trasmissione. A essere trasferito è invece un oggetto, intorno al quale ruota un microcosmo di quanto necessario a renderne possibile la movimentazione in sicurezza. Il ‘tramandare’ è invece tutta un’altra storia, ben più impegnativa ed esponenzialmente complessa: un macrocosmo di idee, valori, tradizioni, e ‘oggetti’ spesso di iconica declinazione.
Con la morte di Carino, e l’ascesa al soglio imperiale di Diocle, noto alla storia come Gaio Aurelio Valerio Diocleziano, nel 285 si chiuse quella caotica fase definita Anarchia militare che aveva attanagliato l’Impero, portandolo a un soffio dalla dissoluzione, sin dalla morte di Alessandro Severo nel 235, scandita dal succedersi di 20 imperatori ‘legittimi’, e circa 40 usurpatori. È sulla base di tali premesse che fu eletto imperatore il 37enne generale vittorioso Diocleziano, che nominò nell’arco di pochi mesi il proprio vice, il commilitone Massimiano.
La situazione era certo delle più complesse: Elpidio Achille seminava scontento ad Alessandria; l’Egitto era minacciato dall’invasione dei Blemmi; i Bavari razziavano la Numidia; Sarmati e Germani valicavano a giorni alterni il Danubio, mentre i Franchi il Reno; orde di
pirati sassoni e Bagaudi saccheggiavano in libertà la Gallia. Comprensibile dunque, a fronte dei rischi, la decisione di nominare un vice, e di regolare sin da subito un complesso meccanismo che avrebbe dovuto garantire la successione, definito tetrarchia: il governo dei quattro.
All’interno del disegno erano previsti due Augusti, Diocleziano in Oriente e Massimiano in Occidente, le cui capitali erano Nicomedia (Turchia) e Milano, che nominarono i due Cesari, Galerio in Oriente e Cloro (poi padre di Costantino) in Occidente, le cui vice-capitali erano Sirmio (Serbia) e Treviri. Tutte città prossime alle frontiere, da cui sarebbe stato più semplice coordinarne le difese, che non Roma. Nelle intenzioni, alla morte dell’Augusto, sarebbe succeduto il rispettivo Cesare, che avrebbe a sua volta nominato un nuovo Cesare, garantendo
prevedibilità e stabilità nelle delicate fasi della successione. È meglio prevenire che curare: Cloro sposò la figlia di Massimiano, Galerio quella di Diocleziano.
Chiuso il capitolo successione, e risolte le più immediate minacce, l’attenzione dell’Augusto si spostò rapidamente alle riforme necessarie a stabilizzare i due traballanti imperi. Fu profondamente rivisto l’ordinamento provinciale, separando potere civile e militare; il numero delle province aumentò da 57 a 96, raggruppandole in diocesi. Reclutò nuovi corpi pretoriani, aumentando gli effettivi dell’esercito da 350mila a mezzo milione di uomini.
Rinnovò il catasto, e il sistema fiscale, iniziando a riscuotere le tasse anche in Italia, esente da sempre. Nel tentativo di frenare l’iper inflazione ereditata coniò nuove monete, aureus e argenteus, e nel 301 introdusse l’Editto dei prezzi.
Avviata una delle più violente persecuzioni per sradicare il cristianesimo, i due imperatori abdicarono ‘volontariamente’ nel 305 (primo e unico caso), nominando Augusti i loro vice, e scegliendo i due nuovi Cesari. Dunque, tutto a posto? Morì nel 313 a Spalato, non prima però di avere assistito al rapido collasso del suo complesso meccanismo successorio.
Neanche la lotta all’inflazione fu un successo, l’editto venne rapidamente sospeso, ma nel complesso sarebbe ingeneroso definire un fallimento quello di Diocleziano. Molte delle sue riforme gli sopravvissero, bloccò l’annunciata disgregazione dell’impero, gettò le fondamenta per i molti successi che negli anni successivi inanellò Costantino il grande, imperatore (unico, senza vice), che regnò dal 306 al 337 a Costantinopoli, la nuova capitale (caduta nel 1453), riportando l’impero ai suoi fasti, almeno in apparenza. Ma cosa era andato storto? Il modello era imposto e non condiviso, se il messaggio era stato trasmesso, e lo scettro trasferito, l’impero non era stato tramandato. Il Great Wealth Transfer (Gwt). Pur rischiando di passare un po’ in sordina, relegato a un ‘affare da addetti ai lavori’ è già in atto, e da qualche anno, un fenomeno destinato a sconvolgere gli equilibri economici e finanziari, dunque a cascata, impattanti per molto e molti, del mondo andato delineandosi negli ultimi decenni. Ma di cosa si tratta? «È uno di quegli spartiacque della storia intorno cui si incendia il dibattito; in questo caso della storia della ricchezza privata. Il Great
«In ambito finanziario ai più giovani piace rischiare, e accettano l’eventualità di perdere quanto investito. Mai così tanti capitali sono andati in Venture, mai c’è stata una tale concentrazione di innovazione. Non è un caso. Lasciare fluire i capitali non è mai negativo, sviluppa nuove opportunità»
Gabriele Gallotti, Ceo di Novum Partners
Tetrarchia: il Governo dei Quattro
Wealth Transfer è un passaggio di beni materiali e finanziari senza precedenti per dimensioni, che oltrettutto va a inserirsi in un contesto economico, sociale e generazionale radicalmente cambiato rispetto al passato. Le condizioni eccezionalmente favorevoli che negli ultimi 75 anni hanno garantito il diffondersi di prosperità e
Garantire una successione ordinata non è ovvio, come nonostante epici sforzi aveva infine scoperto anche Diocleziano. Nei prossimi anni sarà però un tema cruciale per le sorti dell’economia mondiale, a metà del guado tra coloro che la ricchezza l’hanno creata e i loro eredi.
Evolve la ricchezza nel mondo
«Non bisogna mai dimenticare che fine facciano molte fortune una volta tramandate: il 70% delle famiglie finisce sul lastrico entro la seconda generazione, il 90% entro la terza, è dunque una relativa minoranza a riuscire in questa impresa, pur in presenza di molti fattori comuni»
Elena Guglielmin, Cio di Ubs Wealth Management
propri effetti sin dal Dopoguerra: stabilità geopolitica, mercati finanziari in espansione, demografia e sviluppo tecnologico. Il combinato disposto di tutti questi elementi ha favorito la crescita del valore di asset reali e finanziari in Stati Uniti, Europa e Svizzera, e dunque della ricchezza privata di molte famiglie, i cui eredi si accingono a ricevere nei prossimi decenni decine di trilioni di dollari. Date le specifiche demografiche, e l’elevata ricchezza pro-capite, una quota molto rilevante di questi patrimoni interesserà proprio queste regioni», sottolinea Alfonso Rivolta, Group Head Wealth Solutions di Pkb Private Bank.
Le dimensioni inedite assunte dal fenomeno sollevano non poche sfide cui saranno soggette le società avanzate nei prossimi anni, senza eccezioni, il che complica ulteriormente il quadro. «È uno dei più profondi cambiamenti strutturali del nostro tempo, che toccherà tutti i continenti, ma soprattutto l’Europa. Nella maggior parte dei casi la ricchezza sarà trasferita da chi l’ha creata, a chi invece la erediterà, si tratta dunque non solo di un trasferimento di capitali, ma di una trasformazione culturale, valoriale e strategica che in ultima analisi ridefinirà gli equilibri dell’industria finanziaria e il ruolo stesso del Private Banking», chiarisce Paolo Bortolin, Direttore Business development Clientela privata ed Eam/ Family Offices di Bil Suisse (Lugano).
Nonostante la ricchezza globale sia andata solo crescendo negli ultimi decenni, questo è avvenuto a danno di diseguaglianze crescenti. È vero, centinaia di milioni di persone sono uscite dalla miseria, ma è anche vero che la polarizzazione dei grandi patrimoni non sia una questione marginale per l’efficienza del sistema capitalistico. Un’elite di grandi ereditieri cosa deciderà di fare?
benessere in Svizzera ed Europa, hanno anche reso possibile il formarsi di grandi patrimoni, ora prossimi a essere trasferiti alle generazioni successive», esordisce così Aleksandra Milan Cortegiano, Director Investment Funds di Valeur Group. Ma cosa ha gettato le fondamenta di un boom economico proseguito così a lungo, e così prolifico? «Si tratta di una combinazione di più fattori, tutti estremamente positivi, che hanno dispiegato i
Se però a essere sorprendenti sono le dimensioni, inedite sono anche altre caratteristiche ben più rilevanti. «La ricchezza c’è sempre stata, era meno diffusa, ma non è la prima volta che viene trasmessa. A essere esponenzialmente cresciuta è la distanza culturale che separa le generazioni coinvolte questa volta, dunque Silent generation e Baby Boomer da un lato, e Gen X, Gen Z e Millennial dall’altro. Una prima sostanziale differenza è l’attaccamento che le generazioni hanno a quello che trasferiscono. Molto spesso i primi la ricchezza l’hanno costruita e sudata, e vi si identificano ancora; i secondi, invece, subentrano a cose già fatte, spesso non se le sono guadagnate, sono dunque di gran lunga meno coinvolti emotivamente, il che cambia tutto», riflette Gabriele Gallotti, Ceo e fondatore di Novum Partners. Le dimensioni. A esserne coinvolte sono del resto più generazioni, e in fasi del ciclo vitale tra loro molto differenti, in primis grazie all’allungarsi dell’aspettativa
Fonte: Ubs 2025
Fonte: Ubs
di vita, che solitamente premia il gentil sesso, altro elemento non indifferente. «Entro 20-25 anni, circa 84 trilioni di dollari di asset passeranno di mano, una parte non trascurabile orizzontalmente, dunque transitando dai coniugi, e in maggioranza verticalmente, andando agli eredi, ossia figli e nipoti. Si tende a sottovalutare l’elemento ‘vedova’ (sopravvivono al marito, e investono diversamente) in una già alquanto complessa equazione che deve tener conto di tempistiche, strutture familiari, preparazione degli eredi, contesto fiscale in più giurisdizioni e grande mobilità delle persone. Non irrilevante è anche la natura del patrimonio, non altrettanto mobile, ad esempio in Svizzera ed Europa dove è molto spesso concentrato in azienda, il che ne complica la partizione», prosegue la responsabile di Valeur.
Particolarmente significative sono poi le differenze caso per caso, e dipendenti dalle volontà testamentarie, a patto che siano accettate e non contestate. «Di questi 84 trilioni stimati una parte sostanziale pari a circa 72 trilioni dovrebbe andare agli eredi, mentre 12 dovrebbero essere destinati a cause filantropiche. Chi riceve sta ridefinendo il concetto stesso di ricchezza, e le sue destinazioni d’uso, spostando l’attenzione su sostenibilità, impact investing, finanza digitale e mercati privati, il che coincide spesso con il cambio del consulente, in cerca di nuove strategie e fiducia», rileva Luca Re Cecconi, Market Head Ticino e Nord Italia di Rothschild&Co Wealth Management. Quando si parla di stime, i dati possono evolvere rapidamente, e cambiare sostanzialmente a dipendenza di qualche postilla. «Guardando al 2050 le cifre possono variare, ma spostando l’orizzonte al 2030 tutto è più misurabile. In Asia-Pacifico si stima che a essere trasferiti dai nati tra il 1946 e il ’64, saranno circa 5,8 trilioni di dollari, mentre in Europa dovrebbero essere 3,5 ‘soltanto’. Su un campione di 61mila famiglie nell’Eurozona, senza differenze di genere, il 17,9% si aspetta di ricevere un’eredità in futuro, con valori significativi tra i 35-54enni, con un livello di scolarizzazione medio-alto», enfatizza Alida Carcano, Founding Partner di Valori Asset Management. Ereditieri, per quanto? Non tutte le famiglie sono uguali, pur in presenza di frequenti similitudini, specie se dello stesso ceto, ma possono essere comunque formate due principali categorie. «Il mi-
«Il Great Wealth Transfer è un processo che ridefinisce la relazione tra capitale, merito, opportunità e società. La vera domanda è: come sarà impiegato il capitale per generare valore reale, sostenere la coesione sociale e alimentare una nuova fase di crescita, possibilmente più inclusiva»
Alfonso Rivolta, Group Head Wealth Solutions di Pkb Private Bank
nimo comun denominatore è sempre il patrimonio, ingente e che deve essere trasferito, solitamente un momento chiave per l’intera famiglia. Da un lato ci sono i ‘nuovi ricchi’, famiglie giovani, e che si trovano a dover creare un’eredità che possa durare nel tempo. Già in questi casi la sfida trascende la semplice ‘pianificazione’, ma sfocia nell’individuazione di obiettivi e aspirazioni condivise, scrivendo insieme una ‘carta costituzionale fami -
Le dimensioni del Great Wealth Transfer risultano essere inedite nella storia dell’uomo; decine di trilioni di asset fisici e finanziari stanno per essere trasmessi alle più giovani generazioni, con tutti i principali Paesi coinvolti, ben oltre la ristretta cerchia dell’Occidente. Cosa decideranno di fare gli eredi, e come impiegheranno aziende e capitali? Come ne uscirà la Old economy da questo passaggio?
Fonte: Ubs 2025
Great Wealth Transfer
Fonte: Ubs 2025 ■ Asset
Chi produce la ricchezza?
«Nella maggior parte dei casi la ricchezza sarà trasferita da chi l’ha creata, a chi invece la erediterà; si tratta dunque non solo di un trasferimento di capitali, ma di una trasformazione culturale, valoriale e strategica che in ultima analisi ridefinirà gli equilibri dell’industria finanziaria»
Paolo
Bortolin, Direttore Business Development di Bil Suisse (Lugano)
liare’. Dall’altro c’è invece l’Old Money, dinastie familiari che tutta questa serie di tradizioni e strutture le hanno già istituite, ma che spesso devono adeguarle al presente e al futuro, cercando quel delicato equilibrio tra ieri e domani indispensabile per garantire un nuovo trasferimento di successo», illustra Monica Espinosa, Head of Family Office Solutions di Union Bancaire Privée (Ubp).
Imporre, ma attrarre
Nel mondo esistono poche certezze, ma la morte, e le tasse (non proprio in qualunque Paese, ma quasi) rimangono tra quelle su cui si può fare affidamento. Spesso le due arrivano anche a temporalmente coincidere. «In Svizzera le tasse di successione non sono una novità, il dibattito è molto caldo, e se già nel 2015 c’era stato un tentativo referendario, nel novembre 2025 è stata respinta dal 78% degli elettori una nuova iniziativa, presentata nel 2024 dalla Gioventù Socialista. Sopravvive dunque la tradizione svizzera di bassa tassazione federale, e attrattività fiscale, per quanto evolvano le proposte per nuove forme di imposizione della ricchezza», rileva l’esperto di Pkb.
La Confederazione è però in buona compagnia, e l’argomento si conferma ampiamente dibattuto. «Negli Stati Uniti la estate tax federale, che grava sulle grandi successioni, è stata oggetto di frequenti proposte contrastanti. Alcune riforme hanno aumentato significativamente le soglie di esenzione, e oggi colpisce una piccola percentuale di sfortunati ereditieri, pur non mancando pulsioni nella direzione opposta. Nel Regno Unito si stanno rivedendo le regole per includere nel perimetro della tassa patrimoni prima esenti, con il dichiarato obiettivo di creare nuovo gettito entro il 2030, pur al netto di complessità tecniche», nota Rivolta. Il Vecchio Continente offre invece molta varietà, e tradizioni contrastanti. «La maggior parte dei Paesi europei prevede un’imposta su successione e donazioni, con aliquote in alcuni casi sino al 40-50%. L’Italia rimane un’eccezione, con aliquote che non superano l’8% anche nel caso di eredità tra persone non legate da gradi di parentela, che contestualmente ad altre note norme danno un vantaggio competitivo significativo al Bel Paese», conclude l’esperto.
Per quanto il Gwt abbia proporzioni e complessità inedite, condivide molte analogie con i passaggi precedenti, che invece non si erano meritati un nome specifico. «Che figli e genitori siano spesso diversi, con priorità e sensibilità differenti, non è una gran novità. È anche vero che questa volta qualcosa potrebbe essere diverso essendo molto ampio il ‘fossato’ che li divide, il che in parte è spiegato dalla semplice longevità della generazione precedente, e dall’età avanzata degli eredi. Non bisogna però dimenticare che fine facciano queste fortune: il 70% delle famiglie finisce sul lastrico entro la seconda generazione, il 90% entro la terza, è dunque una relativa minoranza a farcela, pur in presenza di molti fattori comuni», chiosa Elena Guglielmin, Cio di Ubs Wealth Management. Se una lancia può essere spezzata, va ammesso che la semplice matematica sia una prima e invincibile nemica. «A meno che non si decida di avere sempre un solo erede, come in passato, un pur grande patrimonio è per definizione diviso tra più eredi, che a loro volta saranno costretti a dividerlo ulteriormente. Non è detto che un solo erede riesca a cavarsela, e quindi tramandarlo, ma sarebbe un primo grande aiuto. Hermès è un bellissimo esempio di come, a patto che si rispettino determinate condizioni, un’azienda può rimanere familiare e di successo, pur allargandosi a dismisura il numero di proprietari, con decine di rami dello stesso albero del fondatore attualmente attivi. Altro aiuto, di natura molto diversa, è l’inflazione, che almeno in termini nominali sostiene oltre ai Governi, anche i patrimoni, ‘gonfiandoli’ artificialmente nel corso dei decenni» rileva il Ceo di Novum.
Sarebbe però sbagliato pensare che il
A trainare la creazione di nuova ricchezza restano in testa gli Stati Uniti, i protagonisti del fenomeno, e al centro della rivoluzione tech.
Fonte: Capgemini 2025
fenomeno, almeno in Occidente, si esaurisca intorno a una manciata di famiglie incredibilmente benestanti. «The Economist ha recentemente fatto emergere il concetto di Inheritocracy, ossia il diventare strutturale in seno alle economie avanzate di una circostanza per definizione eccezionale: l’eredità. In termini aggregati nei prossimi anni, e ogni anno, circa 6 trilioni di dollari, il 10% del Pil, saranno trasmessi alla generazione successiva. Non si tratta solo di grandi patrimoni, immobili e capitale umano sono componenti altrettanto fondamentali. Questo fenomeno oltre a richiamare dinamiche tipiche delle società pre industriali, in cui la propria posizione sociale era ampiamente dipendente da nascita e patrimonio, ridimensiona il ruolo ricoperto dal reddito da lavoro, e riporta in auge una gerarchia economica ereditaria», riflette l’esperto di Pkb. Solo concentrazione. Lorenz e Gini, da cui i relativi indici di disuguaglianza economica, sarebbero certamente stralunati, se confrontati a determinati dati. «Nonostante la situazione non fosse certo delle migliori già ieri, la concentrazione della ricchezza in molti Paesi è già elevatissima; stando ai dati della Fed, negli Stati Uniti oltre il 40% delle eredità supera il milione di dollari. La tendenza è al rialzo, e nonostante il significativo aumento del livello dei trasferimenti osservato in tutte le economie avanzate, la disuglianza patrimoniale sta accelerando, come osservato da Piketty e Zucman ancora nel 2015», rileva la fondatrice di Valori.
Paese che vai, eredità che trovi, con relative peculiarità e differenze. «Il numero di miliardari e centimilionari continua a crescere, ed entro il 2040 trasferiranno circa 6,9 trilioni di dollari, di cui 5,9 ai figli. Di questi, 2,8 trilioni nei soli Stati Uniti, dove vive circa un terzo di questa elite; una stima prudente, che non tiene conto dell’andamento di mercati e valutazioni degli asset nei prossimi anni. In Europa il trend è destinato a proseguire, con tutte le principali economie interessate, per un totale di 1,3 trilioni. In Asia sono i pupilli delle grandi famiglie indiane che riceveranno 382 miliardi; a fronte della semplice anagrafica, i miliardari di quel Paese hanno mediamente più di 70 anni. A questi si sommano circa 180 miliardi della sola Hong Kong, e 135 tra Pechino e Shanghai», nota il Cio di Ubs.
Gli effetti di questa continua polarizzazione, seppur manifesti, lo sono ancora di
«Il vero valore di questo trasferimento non sarà semplicemente trovare una nuova asset allocation per ottenere un buon rendimento, ma dare continuità, senso e struttura a un passaggio che in primis è culturale. A essere trasferita, infatti, è una nuova visione del mondo»
Aleksandra Milan Cortegiano, Director Investment Funds di Valeur Group
Chi possiede la ricchezza?
Aumento
Come investono?
Variazione
più se aggregati rispetto all’economia dei singoli Paesi. «Nelle economie avanzate, sempre secondo The Economist, ogni 100 dollari pagati in salari, circa 20 finiscono in eredità. E le conseguenze non sono trascurabili. La mobilità sociale, dunque il riconoscimento del merito individuale, il sale del modello capitalistico degli ultimi decenni, ne usciranno indeboliti, al pari della propensione al rischio fondamentale nelle attività imprenditoriali, e quindi in-
La popolazione particolarmente benestante cresce, e continua a farlo, in maniera abbastanza generalizzata in tutti i continenti, almeno nel lungo periodo. Guerre e instabilità geopolitica contribuiscono a renderla particolarmente mobile, e la ricerca di nuovi Paesi di residenza, con
fiscale,
Fonte: Capgemini 2025
Fonte: Capgemini 2025
Cambiano le preferenze
«Offre alle famiglie l’occasione di riflettere su cosa rivesta un ruolo essenziale per loro, e di lasciare un’eredità che vada oltre la dimensione finanziaria. Con un approccio olistico, e qualche aiuto, si può garantire che la ricchezza diventi una fonte di forza, unità e realizzazione per le generazioni future»
Monica Espinosa, Head of Family Office Solutions di Union Bancaire Privée
d’investimenti in ordine di preferenza per età (% di interessati)
Cambia l’Asset Allocation
Le differenze tra vecchie e nuove generazioni sono sostanziali, molto più che in passato. Al centro si trovano spesso valori molto diversi, e sensibilità verso tematiche altrettanto divergenti, che stanno ridefinendo l’equilibrio di molti portafogli, e le filosofie d’investimento degli addetti ai lavori. Cambiano i pesi delle asset class, ma non solo.
novazione. Generalmente le imposte di successione sono basse, e poco incisive in termini di gettito; il rischio è andare a erodere la capacità fiscale degli stati, ampliando la disparità tra famiglie, rendendo difficile per le classi medie e basse l’accumulo di capitale», evidenzia Rivolta. E chi paga? Come a qualunque pranzo che si rispetti, non può infatti mancare il convitato di pietra: lo Stato, con tutte le sue più o meno legittime rimostranze. «A
incidere sul rischio di diluizione del patrimonio nel corso delle generazioni è sicuramente il contesto politico e fiscale, sempre più instabile; da qui il vivo interesse verso quei Paesi considerati più stabili. La Svizzera in questo ambito ha ancora diverse carte da giocare, pur tenendo conto delle sue peculiarità. L’imposta di successione rientra nel perimetro delle autorità cantonali, il che può comportare notevoli differenze. Se invece i beni sono ereditati all’estero, come sempre più spesso accade, il quadro si complica non poco», precisa il responsabile di Rothschild.
La tentazione di mettere le mani su gettiti potenzialmente ingenti non significa riuscire poi a farlo nella pratica corrente, cosa che effettivamente sovente non accade. «L’Ocse ha pubblicato diverse analisi che mostrano l’impatto marginale che le imposte di successione, seppur molto diffuse, hanno storicamente rispetto al gettito complessivo. In particolare, è molto frequente imporre il patrimonio complessivo del defunto, mentre potrebbero dimostrarsi più eque ed efficaci nel ridurre le concentrazioni estreme di capitale le recipient-based inheritance tax, ossia la tassazione dei singoli beneficiari. A mancare è però un quadro di policy integrato a livello internazionale, con meccanismi chiari onde evitare arbitraggio fiscale e fuga di capitali, senza il quale i risultati continueranno a restare modesti», prosegue l’esperto di Pkb. Il capitale è del resto mobile per definizione, e soggetto a fughe altrettanto precipitose, da qui molte difficoltà e non poche crisi, ma i ‘paperoni’? «Il 36% di quelli sondaggiati per la nostra più recente analisi afferma di essersi trasferito almeno una volta, mentre un ulteriore 9% lo sta seriamente valutando. Nel caso degli under 54, invece, il 44% l’ha già fatto, e il 15% ci sta pensando. A livello mondiale, tra le principali motivazioni si trovano: qualità della vita (36%), geopolitica (36%) e fiscalità (35%), con un’incidenza molto più alta di geopolitica e fiscalità in Europa, rispetto a qualità della vita e geopolitica in Asia e Pacifico», specifica Guglielmin. La questione fiscale, specie nel Vecchio Continente, è un capitolo particolarmente sentito, non sempre con i risultati sperati, nemmeno per gli eredi. «È ormai consuetudine per molte famiglie misurarsi con situazioni transfrontaliere, come il caso di doppia cittadinanza, beni in diverse giurisdizioni, strutture giuridiche inter-
Fonte: Bank of America 2025
nazionali, ed eredi residenti all’estero. È dunque importante una pianificazione successoria che tenga conto di questa dimensione trans-nazionale, sciogliendone i nodi per tempo, guardando al diritto internazionale privato e alle convenzioni contro la doppia imposizione. In materia successoria la Svizzera ne ha solo otto, il che rende spesso necessario ricorrere a una strutturazione preventiva del patrimonio e all’utilizzo di strumenti adeguati: donazioni, testamenti, contratti, holding, fondi, polizze, trust… Ulteriori difficoltà, e preparativi ancor più meticolosi, sono indispensabili laddove sia presente anche un’azienda, caso tipico per le famiglie imprenditoriali», prosegue Re Cecconi. Meglio anticipare. L’esigenza di orchestrare una successione regolata, e dunque svolgere una minima pianificazione di quali sarebbero i passi successivi laddove si verificasse il triste evento, è dunque sempre più evidente. Ma non per questo accade. «L’allungamento dell’aspettativa di vita implica che la successione si verifichi in età più avanzata rispetto al passato. Una persona a 50-60 anni dovrebbe già preoccuparsi del futuro dei propri figli, ma molto spesso è proprio quello il momento in cui si riceve l’eredità dei genitori, e questo spinge a rimandare molte decisioni. Ci sono due profili di persone: gli uni pianificano qualunque cosa, e cercano di coprire ogni possibile scenario; gli altri partono dal presupposto di essere ‘eterni’, e che dunque non vi sia bisogno di far nulla, la cui naturale conclusione è solitamente un disastro annunciato. L’intersezione dei due insiemi sono coloro che ritengono di aver fatto un ottimo lavoro, strutturando correttamente la successione, salvo essersi sbagliati. Non mancano celebri esempi di italica memoria», rileva Gallotti. Le diverse alchimie che consentono oggi di vivere più a lungo, almeno sulla carta, presentano molte conseguenze in materia successoria. «Il 44% dei miliardari, asiatici in testa, si aspetta di vivere molto più a lungo rispetto a solo il decennio scorso, e un altro 37% un po’ più a lungo. Il 58% di questi prevede anche di rivedere e aggiornare regolarmente testamenti, trust e beneficiari delle proprie volontà, mentre il 42% ha allungato l’orizzonte dei propri investimenti, ed è qui che le competenze dei Family Office nella supervisione strategica delle aziende di famiglia, e non solo, sono particolarmente richieste. La ricchezza non deve essere
«A cambiare è anche il linguaggio, spesso intermediato da uno schermo; con la Gen Z si sta lentamente perdendo l’abilità di avere una conversazione, di gestire relazioni interpersonali di lungo periodo. In questo mutato contesto l’Esg potrebbe tornare a ritagliarsi un ruolo»
Alida Carcano, Founding Partner di Valori Asset Management
Cosa c’è alla base di un investimento?
Principali elementi determinanti le scelte d’investimento (% tot)
Dividendi
Costi e commissioni
Intended use of the proceeds
Track record Esg dell’azienda Valore affettivo dell’investimento
Fonte: Bank of America 2025
■ Importanza significativa ■ Importanza
Quando iniziano le incomprensioni
Principali ragioni alla base di tensioni e malumori in famiglia (% tot)
Dinamiche interpersonali tra familiari
Distribuzione non equa degli asset
Assenza di documenti e di chiarezza sul da farsi
Scarsa fiducia e trasparenza rispetto agli esecutori
Fonte: Bank of America 2025
più strutturata per 10-20 anni prima di essere trasmessa, ma molto più a lungo, nell’arco di diversi decenni, preservando il capitale e garantendo continuità», enfatizza il Cio di Ubs.
A evolvere deve essere dunque anche l’approccio alla materia, allargando gli orizzonti non solo degli investimenti. «Il Wealth Management deve restare il perno della relazione con il cliente, ma va inserito in una visione olistica che consideri
Le vecchie generazioni, quelle che la ricchezza l’hanno creata, erano particolarmente attaccate alla stessa, e vi si identificavano. Gli eredi sono molto meno emotivamente coinvolti rispetto a quanto hanno semplicemente ricevuto. Ciononostante sono anche molto più sensibili a determinate decisioni d’investimento, in diversi casi anche non troppo razionali.
Ma a chi affidarsi?
«Una delle lezioni del XX secolo è stata che la creazione di ricchezza in un’economia di mercato è difficilmente prevedibile dove avverrà. Pochi nei Settanta avrebbero scommesso sulla Legge di Moore, o sull’AI. La ricchezza domani potrebbe dunque formarsi ‘altrove’, rispetto a quanto si pensi oggi»
Christopher Howarth, Investment Manager di Baillie Gifford
Tutti i consulenti coinvolti nelle operazioni di successione (in %)
Questione di comunicazione
Canali preferiti dagli Hnwi della generazione successiva
(def. asset alloc.)
Gestire domande e timori
Eseguire transazioni
Accesso al portafoglio
mercato
personalizzati
dell’esperto
Fonte: Capgemini 2025
Le figure coinvolte nel delicato processo di successione e trasmissione delle grandi fortune sono decine, e spesso individuate dalle generazioni precedenti. Le incomprensioni sono dietro l’angolo. A cambiare sono del resto le persone, gli eredi sono molto diversi dai genitori: in primis parlano linguaggi differenti, e ricorrono spesso a strumenti più complessi.
patrimonio, impresa e famiglia, come un unico ecosistema. Il cliente va accompagnato non solo nella fase esecutiva del trasferimento, ma molto prima, favorendo il dialogo tra generazioni, strutturando una Governance familiare, definendo una visione comune. Essere presenti in rinomati hub finanziari, strategici in Europa, certo aiuta sia il de cuius che gli eredi», nota il responsabile di Bil.
Cosa garantisce il successo del trasfe-
rimento? «Gli strumenti adottati possono fare la differenza, ma non bastano. È fondamentale avere una vera visione condivisa all’interno della famiglia: obiettivi chiari, e la volontà di lavorare insieme per raggiungerli. La visione è il faro cui devono guardare tutti al sorgere di potenziali conflitti o dubbi, confrontandosi con trasparenza prima dell’insorgere di conflitti. Se una buona alfabetizzazione finanziaria non guasta, a dover essere coltivate sono anche le soft skill, come leadership e senso di responsabilità. Pur conservando la visione, dunque l’insieme dei valori in cui la famiglia si identifica, che potrebbero rimanere gli stessi nel corso del tempo, si deve anche accettare l’idea che a volte è necessario andare avanti, adattandosi al mutato contesto per sopravvivere insieme, integrando dunque nuovi approcci e tradizioni», chiarisce l’esperta di Ubp. L’oggetto del contendere. Le distanze anagafiche tra tutte le generazioni chiamate a svolgere un ruolo all’interno dell’alveo del Gwt, hanno un unico peccato originale: cos’è la ricchezza? «Le nuove generazioni pur non avendo spesso ancora ricevuto le redini, nel corso della loro vita hanno già vissuto e beneficiato di quanto accumulato dalle precedenti. Sono persone diverse, ben istruite, che conoscono molte culture e hanno studiato all’estero, imparando a vivere con logiche e abitudini differenti. Sono meno preoccupati da volatilità e performance giornaliere, guardano al lungo periodo, si informano più spesso, usando canali diversi, hanno un rapporto molto più paritetico con i loro consulenti, meno imperniato sul segreto, il che si riflette anche nel loro stile di vita. Il modello del ‘Cosa vuoi insegnarmi, ragazzino’ sta tramontando, pur aprendo nuovi problemi» sintetizza il Ceo di Novum.
A cambiare è la stessa definizione che generazioni diverse danno a Wealth. «L’altra metà del Gwt è il Great Cultural Shift, e la gestione di questo cambio di valori che identificano la ricchezza potrebbe avere un impatto sostanziale sull’esito del trasferimento. Essere ricchi, oggi, significa indipendenza e controllo del proprio tempo, per preservare la propria salute. È una cesura netta con il passato, quando la ricchezza era invece strettamente interconnessa alla proprietà dei beni e al controllo dei propri investimenti. Pur restando un atteggiamento positivo nei confronti dell’industria finanziaria, è cam-
biato anche il concetto di ‘lealtà’; la Gen Z è molto più influenzata dalle tendenze del momento, e le segue», rileva Carcano. Cambia dunque il rapporto con gestori e consulenti, e l’equilibrio tra domanda e offerta. «Sarebbe un grosso errore assumere automaticamente un allineamento di valori all’interno della famiglia; spesso non è così. Le nuove generazioni preferiscono modelli di consulenza aperti, con strumenti semplici e intuitivi per il controllo delle scelte finanziarie, integrando relazione umana e digitale. Cresce il ruolo dell’Esg, ed evolve il nostro ruolo. Il gestore deve costruire relazioni di lungo periodo, accompagnando la famiglia e strutturando il passaggio, fornendo educazione finanziaria e facilitando il dialogo tra le parti», riflette Milan Cortegiano. Cosa vogliono però i genitori dai figli? «In generale che abbiano successo in maniera indipendente, valorizzando i risultati personali, prescindendo da quanto riceveranno. L’80% spera sviluppino valori e competenze proprie, sufficienti ad avere successo. Il 67% auspica seguano le proprie passioni, mentre, il 55%, che utilizzino quanto ricevuto per fare del bene. Un modesto 43% sarebbe molto contento, invece, se portassero avanti l’azienda di famiglia. Tali risultati riflettono un cambiamento mentale anche da parte delle vecchie generazioni, integrando nel trasferimento una grande componente valoriale, ancora più sottile e profonda», mette in evidenza il Cio di Ubs. L’arsenale. Sembra dunque legittimo domandarsi come possano essere raggiunti tutti questi ambiziosissimi obiettivi, senza perdere nessuno per strada. «In passato la Gestione era soprattutto finanziaria, legata dunque a tasse, investimenti e immobiliare, con obiettivi altrettanto semplici. Oggi ha una componente sempre più socio-antropologica, il cui baricentro è la famiglia e non la ricchezza, che è sempre più spesso considerata uno strumento di empowerment e coesione, e non di divisione. Sviluppo personale e benessere emotivo di tutti i membri sono parte del processo integrato di gestione patrimoniale, in carico a più consulenti, i cui profili si stanno conseguentemente diversificando», eccepisce Espinosa.
Al tempo stesso sopravvivono convinzioni di lunghissimo periodo, che restano tuttora valide. «In termini meramente finanziari, evolvono gli strumenti, ma non gli obiettivi. Quattro dovrebbero essere i
«A incidere sul rischio di diluizione del patrimonio nel corso delle generazioni è sicuramente il contesto politico e fiscale, sempre più instabile; da qui il vivo interesse verso quei Paesi considerati stabili. La Svizzera in questo ha ancora diverse carte da giocare, pur tenendo conto delle sue peculiarità»
Luca Re Cecconi, Market Head Ticino di Rothschild & Co Wealth Management
Cliente e gestore
principi ispiratori di qualunque gestione: garantire che il patrimonio mantenga il suo potere d’acquisto; far crescere il capitale, gestendo la volatilità; evitare la distruzione permanente del capitale, accettando flessioni temporanee; e prendere decisioni che guardino oltre i cicli. Del resto, ci vuole molta audacia e cautela per fare una grande fortuna, ma ci vuole dieci volte più intelligenza per conservarla», chiarisce il responsabile di Rothschild.
I più giovani instaurano con il proprio gestore, dopo averlo cambiato, un rapporto molto diverso rispetto ai propri genitori, all’insegna di una maggiore trasparenza e parità. O almeno così sembra, in questa fase ancora immatura dell’intero processo. Da non dimenticare è l’incidenza che avrà la componente ‘sesso’ nel fenomeno, oltre alla formazione finanziaria degli eredi.
Fonte: Fidelity Inter. 2025
Fonte: McKinsey 2025
Questione di cifre
I numeri coinvolti nel Gwt, anche limitandosi all’elite dell’elite, si confermano dei più sbalorditivi. «Stando a una nostra indagine dello scorso anno, nel 2025 sono 64 uomini e 27 donne ad aver ereditato 297,8 miliardi di dollari, un record anche rispetto al 2024 (+36%), nonostante si sia ridotto il numero dei fortunati. A livello globale si contano 860 miliardari multigenerazionali, con un patrimonio stimato in 4,7 trilioni, in aumento rispetto agli 805 e 4,2 trilioni precedenti. Quelli di seconda generazione sono cresciuti del 4,6% rispetto al +12,3 di quelli di terza, e al +10 di quelli di quarta. Di tutti questi, 258 sono donne, con asset pari a 1,5 trilioni rispetto a 602 uomini con 5,2 trilioni», nota il Cio di Ubs. E anche in termini geografici il quadro è particolarmente variegato. «L’Europa occidentale è un epicentro molto importante: 48 europei hanno ereditato nel 2025 circa 150 miliardi di dollari, numero sostenuto da 15 membri di due famiglie del Pharma tedesco. Il più giovane ha 19 anni, il più anziano 94. Degli 860 miliardari multigenerazionali, ben 340 vivono in Europa (Emea), e detengono patrimoni superiori a 1,7 trilioni. Gli americani sono meno numerosi, solo 300, ma con asset superiori, pari a 2,1 trilioni. Segue l’Asia-Pacifico, con 219 paperoni che hanno accumulato circa 900 miliardi di dollari», conclude Guglielmin.
All’atto pratico tutto può risultare più complesso, e chiaramente il diavolo sta nei dettagli. «Accanto alla gestione patrimoniale sono sempre più richieste competenze molto diversificate di Global Advisory, che spaziano dalle successioni imprenditoriali a spin-off, carve-out, fusioni, joint venture, private placement, buy-side… strumenti determinanti allorquando la famiglia decida di preservare, riorganizzare o monetizzare il valore costruito nel tempo. Al pari di private debt, mezzanine financing, bridge financing, leverage financing o equity structuring… che consentono di pianificare il trasferimento di ricchezza in modo graduale ed efficiente, conservando il controllo di asset strategici», evidenzia Bortolin.
Del resto, al crescere delle dimensioni anche la natura dei patrimoni cambia. «Le famiglie di un certo livello (Uhnw)
non gestiscono solo portafogli, ma veri e propri sistemi: immobili in più Paesi, investimenti eterogenei, veicoli societari, strumenti di pianificazione, ed esposizione ai mercati privati. Nel caso del Private Equity, ad esempio, nel tempo potrebbero emergere obblighi non molto intuitivi, come una capital call ancora da onorare. La transizione conserva quindi una dimensione anche molto operativa e organizzativa, oltre che emotiva o patrimoniale», sottolinea l’esperta di Valeur. Destinazioni d’uso. Specie nel Vecchio Continente, il punto nodale di molte fortune sono le aziende che le hanno create, il che ingigantisce i potenziali problemi. «È una considerazione elementare, ma vera: dividere 100 milioni tra tre figli è banale, dividere un’azienda che vale 100 milioni affatto. Potrebbero sorgere conflitti e tensioni, ma è un caso sempre più
A cambiare sono spesso anche le destinazioni della ricchezza, e le passioni che non accomunano le diverse generazioni coinvolte.
frequente. I figli non sono interessati a seguire le orme dei genitori, sono grandi e molte scelte le hanno già fatte; sono stati tagliati fuori dall’azienda di famiglia troppo tempo prima, nell’ottica di tutelarla. Liquidarla sblocca capitali, i mercati sono per definizione più efficienti delle persone, e questo è un grosso aiuto per l’intero sistema, come stiamo già sperimentando», riflette Gallotti.
Aver avuto da subito le ‘spalle coperte’, ed avere fatto chiare scelte di vita non è infatti del tutto ininfluente, anzi. «La ricchezza è percepita non più come un patrimonio statico, ma come un ecosistema dinamico di opportunità. Alla conservazione del capitale si affiancano quindi portafogli purpose-driven, più orientati ad Esg evoluti, e tecnologie avanzate, come blockchain, crypto e AI, senza dimenticare quelli ancora agli albori, come l’esplorazione dello spazio e lo stoccaggio di energia», evidenzia il responsabile di Bil. Del resto, altra massima della storia dell’uomo già da cinque secoli, del doman non v’è certezza . E si vede. «Una delle lezioni del XX secolo è stata che la creazione di ricchezza in un’economia di mercato è difficilmente prevedibile dove avverrà. Pochi nei Settanta avrebbero scommesso che mezzo secolo più tardi si sarebbe ancora discusso della Legge di Moore, o che l’AI potesse avere impatti degni di nota. Così come non è detto che le sfide di oggi siano le stesse di domani; dunque il ruolo ricoperto da Difesa ed Ageing potrebbe non durare nel tempo, anche se attualmente improbabile. La ricchezza potrebbe dunque formarsi ‘altrove’, nulla di più facile», riflette Christopher Howarth, Investment Manager presso Baillie Gifford.
Ed è qui che subentra una decisiva questione: la propensione al rischio degli investitori. «In ambito finanziario, e non solo, ai più giovani piace rischiare, e accettano l’eventualità di perdere quanto investito. Mai così tanti capitali sono andati in Venture Capital come oggi, mai c’è stata una tale concentrazione di sviluppo tecnologico e innovazione. Le due cose non sono casuali. Sarebbe successo comunque perché i tempi erano maturi, o
avremmo dovuto aspettare qualche altro decennio? Lasciare fluire i capitali non è mai negativo, sviluppa nuove opportunità, fermo restando che il Venture ricopra una posizione contenuta in tutti i portafogli d’investimento, che vedono inevitabilmente al loro centro la Old economy, non fosse che per una questione di dimensioni», prosegue il Ceo di Novum.
Lo sviluppo tecnologico non è però soltanto una potenziale opportunità di un remunerativo investimento. «Il 71% dei soggetti di una recente analisi si aspetta che l’AI sarà presto integrata nella gestione patrimoniale, il che rientra anche nelle aspettative dei nuovi clienti. A cambiare è il linguaggio, spesso intermediato da uno schermo; con la Gen Z si sta perdendo l’abilità di avere una conversazione, di gestire relazioni interpersonali di lungo periodo. In questo mutato contesto l’Esg potrebbe tornare a ritagliarsi un ruolo, che negli ultimi anni ha perso, dopo gli eccessi precedenti. Pur in presenza di contraddizioni, la protezione dell’ambiente è una tematica cara ai giovani, ma al tempo stesso si potrebbero presentare interessanti opportunità nella Old economy da cogliere», rileva l’esperta di Valori.
A rimanere è l’essenza delle cose, pur cambiando forme, modalità e linguaggi. «Gli imprenditori in grado di risolvere i veri problemi delle persone continueranno ad avere l’opportunità di creare ricchezza in futuro, per sé stessi e per la società in generale. Guardando al contesto macroeconomico ci si aspetterebbe che, a fronte dell’enorme peso dei debiti pubblici, i prossimi anni saranno caratterizzati da repressione finanziaria e inflazione, il che solitamente coincide con opportunità in materie prime, beni reali e finanza, a discapito dei beni di consumo, ma tutto potrebbe facilmente cambiare», nota l’esperto di Baillie Gifford. Dunque, cos’è il Gwt? Un coacervo di tensioni, incontri e alberi decisionali, in grado di sbloccare opportunità incredibili, o innescare memorabili disastri. Dipende dai singoli casi. «In un senso più alto offre alle famiglie l’occasione di riflettere su cosa rivesta un ruolo essenziale per loro, e di lasciare un’eredità che vada oltre la dimensione finanziaria. Con un approccio olistico, e l’aiuto di
Ma dove vivono?
Distribuzione delle persone abbienti per regione (in % totale)
dei milionari (in usd)
qualche esterno, si può garantire che la ricchezza diventi una fonte di forza, unità e realizzazione per le generazioni future», evidenzia la responsabile di Ubp.
Certo, ha una marcata componente finanziaria ed economica per i diretti interessati, ma si va ben oltre. «Accompa-
La distribuzione geografica della popolazione abbiente, e quella dei patrimoni (sotto) quanto coincide?
cilmente prevedibili. «Il Great Wealth Transfer è un processo che ridefinisce la relazione tra capitale, merito, opportunità e società. Se l’ascesa della Inheritocracy dovrebbe sollevare più di una preoccupazione, la vera domanda è un’altra: come sarà impiegato il capitale per generare valore reale, sostenere la coesione sociale e alimentare una nuova fase di crescita, possibilmente più inclusiva», conclude Alfonso Rivolta.
A essere in campo sono decine di potenziali variabili, e non poche incognite, che finiranno con l’incidere in modo imprevedibile sugli esiti di questa prima grande sfida intergenerazionale e globale, figlia della globalizzazione. Le nuove generazioni abbandoneranno la Old economy, tanto cara ai genitori che l’avevano forgiata, e tutto andrà a ramengo, o saranno in grado di plasmare una New economy vera, che possa riequilibrare le sorti del mondo?
gnare un erede non significa sostituirsi a lui, ma metterlo nelle condizioni di poter scegliere consapevolmente ‘cosa fare’. Il vero valore di questo fenomeno non sarà semplicemente trovare una nuova e più efficiente asset allocation, ma dare continuità, senso e struttura a un passaggio che in primis è culturale. A essere trasferita, infatti, è una nuova visione del mondo», enfatizza Milan Cortegiano.
Agli effetti micro di pochi milioni di persone, seguiranno poi le conseguenze macro per l’intero sistema, ad ora diffi-
A loro volta, cosa consegneranno ai loro eredi, quando il Gwt sarà diventato ‘passato’? Riuscirà la Potenza a farsi Atto?
La storia del mondo prosegue, seguendo corsi ex ante imprevedibili. L’uomo, quello che sin dai tempi di Omero si contraddistingue per il suo ‘multiforme ingegno’ continuerà a essere demiurgo del suo destino, ma meno operativamente coinvolto. C’è dunque solo da sperare che gestori e manager saranno all’altezza di quanto lasciato dalle precedenti generazioni. Ah! ❏
Fonte: Ubs 2025
Cogliere i megatrend
Il Chief Economists’ Outlook del Wef anticipa i trend 2026 della finanza: dall’AI ai rischi del debito, fino al bisogno di reimpostare l’economia mondiale per un futuro più resiliente.
In un contesto globale segnato dall’imprevedibilità delle decisioni della presidenza americana e dal perdurare delle instabilità geopolitiche, per i professionisti del settore finanziario è sempre più complesso interpretare i segnali che arrivano dalle breaking news trascurando l’esame anche dei megatrend che stanno ridisegnando il futuro dell’economia mondiale.
I conflitti aperti, la frammentazione delle sfere d’influenza oltre che la competizione strategica tra superpotenze sembrano confermare che le cronache di giornata anticipano solo in superficie trasformazioni dagli effetti sostanziali. È in tale prospettiva che il Chief Economists’ Outlook allestito dal Centre for the New Economy & Society del World Economic Forum ha diffuso in occasione del meeting di Davos un report che esamina le principali evoluzioni che inevitabilmente condizionano la finanza.
di gruppi tech americani sono ai massimi storici, mentre l’oro ha appena concluso un anno di crescita eccezionale, spinto dalla domanda di beni rifugio. Al contrario, le criptovalute si presentano sensibili a oscillazioni delle quotazioni mentre il dollaro, dopo una fase di indebolimento, resta un’incognita cruciale non solo
dono per una ripresa dei mercati e, se necessario, in ristrutturazioni del debito. In parallelo, anche la pressione della geopolitica condiziona le priorità dei bilanci pubblici: difesa, energia e infrastrutture digitali assorbiranno quote crescenti di spesa, mentre settori come ambiente, trasporti, istruzione e ricerca rischiano di ritrovarsi con investimenti stagnanti se non addirittura in calo.
A caratterizzare queste analisi è un clima di cauto pessimismo: più della metà degli operatori infatti prevede un indebolimento della congiuntura economica globale, anche se meno marcato rispetto al 2025. Le tensioni commerciali restano irrisolte, gli squilibri finanziari si amplificano e l’adozione dell’Intelligenza Artificiale procede a velocità molto diverse tra settori ed aree geografiche. In particolare, è proprio l’AI a confermarsi protagonista di una dinamica ambivalente: da un lato giustifica investimenti record, soprattutto negli Stati Uniti, ma parimenti alimenta timori di sopravvalutazioni dei corsi e severe correzioni dei listini borsistici.
Le aspettative degli investitori sui gran-
Tra il 19 e il 23 gennaio, a Davos, si è tenuta la 56esima edizione del World Economic Forum; migliaia i partecipanti, centinaia gli invitati, un unico eclatante caso di auto-invitato.
per gli Emergenti ma anche per i debiti sovrani. Infatti, con un debito pubblico globale che ha già superato i 100 trilioni di dollari nel 2024 e annuncia previsioni di crescita fino al 100% del Pil entro il 2029, governi e imprese si troveranno confrontati a scelte difficili.
Se nei Paesi avanzati il rischio di crisi sovrane è contenuto, negli Emergenti quasi la metà degli economisti invece lo ritiene plausibile. Anche le possibili alternative sono divergenti: le economie avanzate faranno leva su inflazione, tasse e dazi, mentre quelle emergenti propen-
In sintesi, segnalano dal Wef, la crescita economica mondiale appare disomogenea. Gli Stati Uniti puntano su un possibile rilancio della produttività trainato dall’AI, la Cina cerca un equilibrio tra domanda interna e innovazione tecnologica, mentre l’Europa si mostra frenata dagli oneri delle opzioni geopolitiche che si trova a risolvere. In controtendenza restano l’Asia meridionale e l’Apac, ovvero la regione che si estende dalla Indonesia all’Australia, che conferma il suo dinamismo. Africa e America Latina, invece, continueranno a gestire le complicazioni legate al debito e alla trasformazione strutturale delle rispettive economie.
È chiaro il messaggio conclusivo: nel 2026 l’evoluzione economica è entrata in uno stato di ‘vigile attesa’, consapevole che un singolo shock può condizionare rapidamente il sentiment globale. Quindi, più che la capacità di interpretare le turbolenze quotidiane, per affrontare queste incertezze sarà essenziale la volontà di Governi, imprese e società civile di sfruttare l’attuale transizione per rinsaldare le fondamenta di una nuova economia più innovativa, resiliente e inclusiva.
(da Davos) Andreas Grandi
Le medie potenze
Il discorso del Premier canadese Carney a Davos segna un importante spartiacque, dopo anni di utopistiche discussioni, sul senso che abbiano oggi determinate kermesse.
In occasione della 56esima edizione del World Economic Forum, dopo tanti anni trascorsi all’insegna di un’infinità di parole e discorsi mai troppo incisivi, sempre più di sovente dedicati a utopie Green, preso atto che i veri problemi di oggi siano ben altri, finalmente ‘qualcosa’ è stato detto.
È stato necessario attendere Mark J. Carney (1965), da marzo 2025 Premier del Canada, già Governatore della Banca del Canada (2008-13), e della Banca d’Inghilterra (2013-20). Il suo discorso (tagliato, da post.it) del 20 gennaio a Davos.
Il potere dei meno potenti inizia con l’onestà. Ogni giorno ci viene ricordato che viviamo in un’era di rivalità tra grandi potenze. Che l’ordine basato sulle regole sta svanendo. Che ‘i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono’. Questo aforisma di Tucidide viene presentato come inevitabile, come la logica naturale delle relazioni internazionali che si riafferma. E di fronte a questa logica, c’è una forte tendenza dei Paesi ad assecondare il sistema per stare bene. Per evitare problemi. Per sperare che il suo rispetto garantisca sicurezza. Non sarà così. Quindi, quali opzioni?
citare la propria parte come se fosse vera. E la sua fragilità deriva dalla stessa fonte: quando anche una sola persona smette, quando il fruttivendolo toglie il suo cartello, l’illusione inizia a incrinarsi. È tempo che aziende e Paesi tirino giù i loro cartelli.
Nel 1978, il dissidente ceco Václav Havel scrisse un saggio,‘Il potere dei senza potere’. Nel saggio poneva una domanda: come faceva il sistema comunista a sopravvivere? La sua risposta iniziava con un fruttivendolo. Ogni mattina, questo negoziante espone un cartello in vetrina: ‘Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!’. Non ci crede. Nessuno lo fa. Eppure lo espone: per evitare guai, per segnalare la propria adesione al sistema, per tirare avanti. E poiché ogni negoziante fa lo stesso, il sistema sopravvive. Non solo attraverso la violenza, ma attraverso la partecipazione di tutti a rituali che, in privato, sanno essere falsi. Havel definì questo ‘vivere nella menzogna’.
Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dall’inclinazione di ognuno a re-
Per decenni, molti Paesi come il Canada hanno prosperato sotto quello che abbiamo chiamato l’ordine internazionale basato sulle regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, lodato i suoi princìpi e beneficiato della sua prevedibilità. Sotto la sua protezione, abbiamo potuto perseguire politiche estere basate sui valori. Sapevamo che era in parte falso. Sapevamo che i più forti se ne sarebbero approfittati, e che le regole del commercio venivano applicate in modo asimmetrico. E che il diritto internazionale veniva applicato con ‘rigore variabile’. Questa finzione era utile a fornire beni pubblici: le rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, la sicurezza collettiva e il supporto a strutture per la risoluzione delle controversie. Così, abbiamo esposto il cartello. Abbiamo partecipato ai riti, ed evitato di denunciare il divario tra retorica e realtà. Questo patto non funziona più. Siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione.
giungendo alle stesse conclusioni: sviluppare una maggiore autonomia strategica. È comprensibile. Quando le regole non ti proteggono più, devi proteggerti da solo. Ma dobbiamo essere lucidi sul risultato. Un mondo di fortezze sarà più povero, più fragile e meno sostenibile. C’è un’altra verità: se le grandi potenze abbandonano persino la messinscena delle regole per proprio interesse, i vantaggi del ‘transazionalismo’ diventano più difficili da replicare. Gli egemoni non possono monetizzare continuamente le proprie relazioni. Gli alleati diversificheranno. Cercheranno modi per mettersi al riparo. Aumenteranno le opzioni a disposizione. Ciò ricostruisce la sovranità, ieri fondata sulle regole, domani ancorata alla capacità di resistere alle pressioni.
Questa gestione del rischio ha un costo, che può essere condiviso. Gli investimenti collettivi sono più economici rispetto al tentativo di ognuno di costruire la propria fortezza. Standard condivisi riducono la frammentazione. Le complementarità sono a somma positiva.
La questione per le medie potenze, come il Canada, non è se adattarsi a questa nuova realtà. Va fatto. La questione è se ci adatteremo costruendo mura più alte, o se saremo capaci di fare qualcosa di più ambizioso.
Negli ultimi vent’anni, una serie di crisi hanno messo a nudo i rischi di un’integrazione globale estrema. Più di recente, le grandi potenze hanno iniziato a usare l’integrazione economica come arma. I dazi come strumento d’influenza. L’infrastruttura finanziaria come coercizione. Le catene di fornitura come vulnerabilità da sfruttare. Non si può ‘vivere nella menzogna’ del mutuo beneficio dell’integrazione, quando essa stessa diventa la fonte della propria subordinazione.
Le istituzioni multilaterali su cui le medie potenze facevano affidamento sono fortemente indebolite. Di conseguenza, in molti stanno
Il Canada è stato tra i primi a sentire la sveglia, e questo ci ha spinto a cambiare radicalmente. Sappiamo che la nostra vecchia convinzione, secondo cui la geografia e l’appartenenza a certe alleanze ci avrebbero conferito prosperità e sicurezza, non è più valida. Il nostro nuovo approccio si fonda su quello che Alexander Stubb ha definito ‘realismo basato sui valori’, miriamo a essere di buoni princìpi nel nostro impegno verso i valori fondamentali, ma pragmatici nel riconoscere che il progresso è spesso incrementale, che gli interessi divergono e che non tutti condividono i nostri valori. Ci stiamo impegnando ad affrontare il mondo così com’è.
Il Canada sta calibrando le proprie relazioni in modo che la loro profondità rifletta
i nostri valori. Diamo la priorità a massimizzare la nostra influenza, data la fluidità dell’ordine mondiale, i rischi che ciò comporta e la posta in gioco per ciò che verrà dopo. Non facciamo più affidamento solo sulla forza dei valori, ma anche sul valore della nostra forza.
La stiamo costruendo. Da quando il mio Governo è entrato in carica, abbiamo tagliato le tasse su redditi e imprese; rimosso tutte le barriere al commercio interno e dato priorità a investimenti per mille miliardi di dollari in energia, AI, minerali critici... Raddoppieremo la nostra spesa in Difesa entro il 2030, rafforzando l’industria interna.
Stiamo diversificando. Abbiamo concordato una partnership strategica con l’Ue; in sei mesi abbiamo firmato altri 12 accordi commerciali e di sicurezza; negli ultimi giorni abbiamo concluso nuove partnership strategiche con Cina e Qatar. Stiamo negoziando nuovi accordi di libero scambio. Per contribuire a risolvere i problemi globali, stiamo perseguendo la ‘geometria variabile’: coalizioni diverse per questioni diverse, basate su valori e interessi.
In Ucraina siamo al centro della ‘Coalizione dei Volenterosi’, nell’Artico siamo fermamente al fianco di Groenlandia e Danimarca e sosteniamo il loro diritto unico di decidere il proprio futuro. Il nostro impegno verso l’Articolo 5 della Nato è incrollabile.
Stiamo lavorando con gli al leati Nato per mettere ancor più in sicurezza i fianchi settentrionale e occidentale dell’alleanza. Il Canada si oppone con forza ai dazi legati alla Groenlandia e chiede colloqui mirati per raggiungere gli obiettivi condivisi.
Sul commercio multilaterale, stiamo promuovendo gli sforzi per costruire un ponte tra la Partnership Trans-Pacifica e l’Unione Europea. Sui minerali critici, stiamo formando ‘club di acquirenti’ ancorati al G7, affinché il mondo possa diversificarne le forniture.
Sull’AI, stiamo cooperando con le democrazie affini per garantire che non saremo costretti, alla fine, a scegliere tra egemoni e hyperscaler. Si tratta di costruire coalizioni che funzionino, caso per caso, con partner che condividano basi comuni per agire insieme.
Si tratta di creare una fitta rete di connessioni attraverso commercio, investimenti e cultura, alla quale poter attingere. Le medie potenze devono agire insieme perché, se non sei seduto al tavolo, sei nel menù.
Le grandi potenze possono permettersi di procedere da sole. Hanno un mercato grosso, la capacità militare e la forza contrattuale per
dettare le condizioni. Le medie non possono. Quando negoziamo bilateralmente con un egemone, siamo in una posizione di debolezza. Accettiamo l’offerta. Gareggiamo tra noi. Questa non è sovranità. È una messinscena, mentre si accetta la subordinazione. In un mondo di rivalità tra grandi potenze, le medie hanno una scelta: competere o unirsi. Non dovremmo permettere che l’ascesa dell’hard power ci renda ciechi di fronte al fatto che il potere di legittimità, integrità e regole rimarrà forte, se sceglieremo di esercitarlo insieme.
Questo mi riporta ad Havel. Cosa significherebbe per le medie potenze ‘vivere nella verità’?
Chiamare la realtà con il suo nome. Smettere di invocare l’ordine internazionale basato sulle regole come se funzionasse ancora. Definire il sistema per quello che è: un periodo di intensificazione della rivalità tra grandi potenze che perseguono i propri interessi usando l’integrazione economica come arma. Significa agire con coerenza. Applicare gli stessi standard ad alleati e rivali. Quando le medie potenze criticano l’intimidazione economica degli uni, ma tacciono sugli altri, stiamo continuando a tenere il cartello in vetrina. Significa costruire ciò in cui affermiamo di credere: istituzioni e accordi che funzionino.
«In un mondo di rivalità tra grandi potenze, le medie hanno una scelta: competere tra loro o unirsi. Non dovremmo permettere che l’ascesa dell’hard power ci renda ciechi di fronte al fatto che il potere di legittimità, integrità e regole rimarrà forte, se sceglieremo di esercitarlo insieme»
Carney, Primo Ministro del Canada
di prendere posizioni di principio riducendo la propria vulnerabilità alle ritorsioni.
Il Canada ha ciò che il mondo desidera. Siamo una superpotenza energetica. Possediamo vaste riserve di minerali critici. Abbiamo la popolazione più istruita al mondo. I nostri fondi pensione sono tra gli investitori più grandi e sofisticati. Abbiamo capitali, talento e un Governo con un’immensa capacità fiscale per agire. E abbiamo i valori.
Il Canada è una società pluralistica che funziona. La nostra opinione pubblica è rumorosa, diversificata e libera. I canadesi restano impegnati nella sostenibilità. Siamo un partner stabile e affidabile in un mondo che è tutto fuorché questo; un partner che costruisce e valorizza le relazioni a lungo termine.
Il Canada possiede qualcos’altro: la consapevolezza di ciò che sta accadendo, la determinazione ad agire. Questa rottura richiede qualcosa di più d’un semplice adattamento. Richiede onestà riguardo al mondo così com’è. Stiamo togliendo il cartello dalla vetrina.
Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo piangerlo. La nostalgia non è una strategia. Ma dalla frattura possiamo costruire qualcosa di migliore, più forte e giusto. È il compito delle medie potenze, che hanno più di tutti da perdere in un mondo di ‘fortezze’ e da guadagnare in un mondo di cooperazione autentica.
E significa ridurre la forza contrattuale che permette la coercizione. Costruire una solida economia interna dovrebbe essere sempre la priorità di ogni Governo. La diversificazione non è solo prudenza; è la base per una politica estera onesta. I Paesi si guadagnano il diritto
I potenti hanno il loro potere. Anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di chiamare la realtà con il suo nome, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme. Questa è la strada del Canada. La scegliamo apertamente e con fiducia. Ed è una strada spalancata a ogni Paese che voglia intraprenderla insieme a noi.
Mark
Un rigido tetto demografico
La limitazione dei residenti in Svizzera sotto la soglia di 10 milioni, incompatibile con la libera circolazione, pregiudicherebbe export, disponibilità di manodopera e finanziamento dell’Avs.
Per la politica svizzera, l’anno da poco iniziato si annuncia impegnativo. Tra gli appuntamenti più importanti figura la votazione popolare sulla “Iniziativa per la sostenibilità” promossa dall’Udc, che chiede di limitare la popolazione residente permanente a meno di dieci milioni di abitanti entro il 2050. Con questa proposta gli iniziativisti intendono rispondere ai diffusi timori nei confronti di un’immigrazione eccessiva e alla pressione sulle infrastrutture indotta dalla crescita della popolazione. Si tratta di preoccupazioni legittime che occorre prendere sul serio. Tuttavia, le conseguenze di un’eventuale accettazione dell’iniziativa sarebbero ben peggiori dell’ulteriore incremento del numero di abitanti (che poi, sotto diversi punti di vista, negativo non è).
In primo luogo, obbligando la Confederazione a resiliare l’accordo sulla libera circolazione delle persone, se il limite di 9,5 milioni di abitanti dovesse venir superato prima del 2050, l’iniziativa provocherebbe la fine dell’intero pacchetto degli Accordi bilaterali I in virtù della clausola ghigliottina. Per la piazza economica svizzera e le imprese orientate all’esportazione sarebbe un duro colpo. Infatti, oltre alla libera circolazione delle persone, i Bilaterali I disciplinano anche l’abolizione degli ostacoli tecnici al commercio, la liberalizzazione dei trasporti e la piena partecipazione della Svizzera ai programmi quadro di ricerca europei. Senza queste agevolazioni, i costi di numerose attività transfrontaliere sarebbero destinati a crescere notevolmente e la competitività dell’economia svizzera risulterebbe ridotta, in un contesto internazionale già particolarmente sfavorevole a causa delle tensioni commerciali e dell’apprezzamento
del franco. Non si tratta di congetture: il solo accordo sull’abolizione degli ostacoli tecnici al commercio copre il 73% di tutti i prodotti industriali svizzeri esportati nell’Ue e, grazie alla soppressione di dazi e prescrizioni tecniche tramite l’accordo
Mercato del lavoro svizzero
Offerta e domanda manodopera, previsioni in mio.
Marco Martino, Responsabile economiesuisse per la Svizzera italiana. Sotto, fra pensionamento dei baby boomers e basso tasso di natalità, nel 2035 si prevede una lacuna di quasi mezzo milione di lavoratori.
L’immigrazione di manodopera attraverso la libera circolazione delle persone risulta quindi particolarmente importante nel contribuire a risolvere le sfide poste dall’invecchiamento della popolazione. Secondo il 21° Rapporto dell’Osservatorio sulla libera circolazione delle persone tra la Svizzera e l’Ue, nel 2024 il tasso di attività dei cittadini provenienti dall’Ue/ Aels risultava essere dell’86,8%, confermando il carattere fortemente orientato al mercato del lavoro dell’immigrazione nell’ambito della libera circolazione.
agricolo, il 50% delle esportazioni di prodotti agricoli svizzeri ha per destinazione il mercato unico europeo.
Secondariamente, imponendo un limite rigido alla popolazione svizzera, l’iniziativa aggraverà i problemi dovuti all’evoluzione demografica, in particolar modo quello della penuria di manodopera. Già oggi, le persone che lasciano il mercato del lavoro sono molto più numerose dei giovani che vi entrano. Con il pensionamento dei baby boomers, la riduzione della popolazione attiva si aggraverà ulteriormente. Infatti, nel 2023 il tasso di natalità in Svizzera ha toccato il suo minimo storico, attestandosi a 1,33 figli per donna. Secondo le stime di economiesuisse, la somma di questi fattori porterà a una lacuna di 460mila equivalenti a tempo pieno nei prossimi 10 anni.
Inoltre, l’evoluzione demografica sta acuendo notevolmente i problemi di finanziamento dell’Avs, dato che il numero di beneficiari di rendite cresce molto più rapidamente dei contribuenti attivi. Anche qui, l’apporto dell’immigrazione dall’Ue/Aels risulta particolarmente prezioso: i suoi cittadini contribuiscono al finanziamento del primo pilastro per il 27%, ma percepiscono solo il 14,9% delle prestazioni erogate. Inoltre, tra il 2010 e il 2022 la quota di cittadini Ue/ Aels soggetti a contribuzione è passata dal 21,0 al 26,8%, mentre quella dei cittadini svizzeri è diminuita dal 71,1 al 64,6%.
In conclusione, si può affermare che, per quanto in futuro la migrazione sarà confrontata a limiti infrastrutturali e sociali crescenti, attualmente gli Accordi bilaterali e la libera circolazione delle persone contribuiscono in maniera decisiva alla stabilità economica e al benessere della Svizzera.
Fonte: Guido Saurer, elaborazione propria economiesuisse
Un affiancamento per le Pmi nei momenti chiave della crescita e del cambiamento. Un supporto indipendente per affrontare decisioni complesse, sviluppare nuovi mercati e gestire transizioni delicate. Con esperienza, flessibilità e orientamento ai risultati.
Valutare, analizzare, tracciare una rotta e accompagnarne l’attuazione, adattandola nel tempo di fronte a imprevisti o, più semplicemente, ai cambiamenti del contesto. È questo il perimetro dell’attività del consulente strategico, un ruolo tutt’altro che semplice. «È un lavoro che richiede un’enorme quantità di energie e tempo, comporta responsabilità rilevanti e, quando si raggiungono i risultati, il riconoscimento del merito non è affatto scontato. Si finisce spesso in una zona grigia in cui tutto e il contrario di tutto diventano accettabili», osserva Marco Piatesi, independent strategic consultant.
L’autonomia di pensiero e l’assenza di conflitti d’interesse rappresentano, anche in questo ambito, vantaggi evidenti, tali da compensare gli inevitabili limiti. «Essere indipendenti, non appartenere a uno dei grandi gruppi della consulenza, è un valore distintivo che andrebbe sfruttato di più e che invece viene spesso sottovalutato da imprese e imprenditori. Un consulente indipendente non è scalabile: segue una, al massimo due aziende alla volta, ma mette in gioco ogni giorno sé stesso, la propria reputazione e il proprio impegno in un progetto, con una passione che raramente si ritrova nei grandi colossi, dove entrano in gioco dinamiche completamente diverse», prosegue Piatesi. Quando si fa affidamento sulle proprie forze, l’esperienza assume un peso del tutto differente. Esperienza e competenza: un binomio decisivo, spesso determinante tra successo e insuccesso. «Non mi mancano certo l’entusiasmo e la voglia di mettermi in gioco nel guidare una Pmi o un imprenditore lungo un percorso di internazionalizzazione, aprendo nuovi mercati e costruendo partnership nei Paesi di destinazione. Alle spalle ho
molti anni di attività nel settore farmaceutico e biomedicale, dove opero dal 1998, quando ero responsabile per il Sud America di Solchem Spa, leader nelle materie prime per il farmaceutico. All’epoca mi occupavo proprio dell’apertura di nuovi mercati e dello sviluppo del business per Solchem Italia», spiega il consulente.
Nel tempo, l’esperienza accumulata ha consentito di portare a termine operazioni di rilievo e di raggiungere traguardi importanti. «Tra i progetti più recenti che mi hanno dato maggiori soddisfazioni c’è il rilancio di Kemicalia srl, inizialmente dall’interno e successivamente come consulente esterno. È stato necessario ristrutturare l’azienda, espandersi su nuovi mercati, siglare contratti di fornitura nel biomedicale con grossisti esteri e, soprattutto, far crescere il fatturato fino a sfiorare i 5 milioni di euro in pochi anni.
L’azienda è stata poi venduta.
Dopo quell’importante esperienza ho scelto di mettermi in proprio, aprendo un’attività individuale in Italia e, dall’anno scorso, anche in Svizzera, tra Ticino e Grigioni», racconta Piatesi.
Ma qual è il profilo ideale del cliente per un consulente indipendente? «In genere si tratta di una Pmi con un fatturato compreso tra i 10 e i 50 milioni di euro, spesso un’azienda familiare in cui convivono già due generazioni, ma che non è ancora sufficientemente strutturata da avere, ad esempio, un direttore commerciale stabile dedicato allo sviluppo di nuovi mercati: un’attività complessa, che richiede un grande impegno. In base al progetto e alle necessità dell’impresa entrano poi in gioco ulteriori criteri per valutarne la fattibilità e per definire e misurare gli obiettivi concordati», precisa il consulente.
A questo punto il fattore tempo diventa cruciale. Quando è davvero il momento giusto per intraprendere un percorso di questo tipo? «Non esiste una risposta unica: ogni azienda e ogni famiglia fanno storia a sé. Un elemento fondamentale è la sostenibilità del business, quella che io chiamo ‘serenità’ finanziaria rispetto all’andamento delle attività correnti. Un caso frequente è quello del passaggio generazionale, spesso dal padre al figlio. Non bisogna attendere troppo, né rimandare eccessivamente, perché si rischia di compromettere il buon esito della successione; allo stesso tempo, l’erede deve essere adeguatamente preparato e dotato delle competenze necessarie. In questi casi è possibile costruire percorsi di affiancamento tra la nuova generazione e il consulente che, se avviati per tempo e senza fretta, possono dare risultati molto positivi, garantendo continuità, equilibrio e tranquillità sia all’azienda sia alle persone che la guidano», conclude Marco Piatesi.
Per informazioni: Tel. 079 198 88 78 mp@mpadvising.eu
Marco Piatesi, indipendent strategic consultant esperto.
Quindi, si riparte?
Pur disponendo di enormi risorse naturali e grandi potenzialità, lo sviluppo del Venezuela resta bloccato dall’assenza di sicurezza giuridica e investimenti. La Spagna emerge come snodo chiave per capitali e relazioni. L’uscita di scena di Maduro è un’opportunità storica, ma la ripresa dipenderà da una transizione democratica stabile e credibile.
Da quando mi sono trasferito in Spagna, nel 1998, ho avuto modo di seguire abbastanza da vicino le vicende politico-economiche della “República Bolivariana de Venezuela”.
Come vedremo, le relazioni economiche con la Spagna sono state e, a mio avviso saranno, importanti e sicuramente interessanti storicamente per le interrelazioni politiche. Nella prima decade degli anni 2000 sono stati frequenti i casi in cui abbiamo creato le allora “nuove” Etve (Entidades de Valores Extranjeros, un regime fiscale speciale per le società holding), non tanto per ragioni fiscali quanto piuttosto per garantire agli investimenti in Venezuela la protezione conferita dall’accordo bilaterale in vigore tra la Spagna ed il Venezuela sulla protezione reciproca degli investimenti (Bit - Bilateral Investment Treaty). Era infatti il periodo in cui il presidente Hugo Chávez
passeggiava per il Paese annunciando in televisione il famoso “expropiense” (che si espropri). Tali passeggiate dovevano essere frequenti perché tra il 2002 ed il 2012 Chávez ha espropriato più di millecento imprese, la maggior parte delle quali ha poi diminuito la produzione o è andata in fallimento.
Il principale vantaggio dell’applicazione di un Bit per l’investitore estero è quello di avere, come ultima ratio in caso di mancato accordo, la possibilità di reclamare un risarcimento attraverso un arbitrato internazionale (normalmente presso il Ciadi-Centro internazionale per il regolamento delle controversie relative ad investimenti, Icsid nella sigla inglese, un’instituzione della Banca Mondiale con sede a Washington).
Ma non sempre le espropiazioni erano poi così “ostili”. Ricordo per esempio il caso del Banco Santander. Il 31 luglio 2008 la televisione pubblica spagnola
Corruzione sistemica, legami con il narcotraffico, così come relazioni con Cuba, la Colombia di Petro, la Russia e l’Iran, hanno distrutto un Paese con incredibili risorse (petrolio, gas, minerali) e potenziale (turismo, agricoltura). Occorre un assetto stabile per favorire fiducia e investimenti.
annunciava: “Chávez anuncia que nacionalizará la filial venezolana del Banco Santander” ed informava di una caduta del 3% delle azioni della banca nella borsa di New York. La notizia ebbe eco in altri media, solo per pochi giorni, fino al due agosto. Finalmente lo Stato venezuelano e la banca arrivarono ad un accordo di vendita nel maggio del 2009 per un prezzo di 1,05 miliardi di dollari. Ricordo perfettamente come una fonte molto attendibile mi disse che in realtà nel 2008 la Banca Santander aveva già deciso di uscire dal Venezuela e che stava addirittura pensando di venderla ai manager locali ad un prezzo “scontato” e che la notizia dell’interesse di Chávez per la nazionalizzazione era stata un’ottima notizia (è questo probabilmente il motivo del repentino silenzio dei media spagnoli). Il fatto è che in Paesi come il Venezuela nulla è come sembra e la grande difficoltà per gli stranieri è proprio capire
ed adeguarsi alle idiosincrasie locali. Un amico che all’epoca frequentava spesso il Palacio de Miraflores, mi raccontava che un imprenditore estero gli aveva riferito con orgoglio che lo stesso presidente Chávez lo aveva chiamato “hermano” (fratello). In realtà, mi diceva, non era poi una così grande notizia dato che se il presidente ti chiamava “hermano” voleva dire che ormai era venuto a mancare il rispetto professionale e che la relazione si trasformava in “informale” (con tutte le conseguenze).
Dopo la morte di Hugo Chávez, nel 2013, e l’avvento del suo successore Nicolás Maduro, il regime “Chavista” (movimento politico-ideologico e un sistema di potere di tipo populista-autoritaro, fondato sulla leadership carismatica, sull’uso plebiscitario delle istituzioni democratiche e sul controllo statale delle risorse strategiche, che ha trasformato il Venezuela da democrazia imperfetta a regime autoritario-dittatoriale) si è evoluto in una deriva decisamente dittatoriale, causando un colasso economico.
La corruzione sistemica – già dai tempi di Chávez –, i legami con il narcotraffico denunciati negli ultimi anni soprattuto dalle autorità statunitensi (che hanno poi motivato la recente “estrazione” di Maduro) così come le relazioni con Cuba, la Colombia di Petro, la Russia e l’Iran, hanno distrutto un Paese con incredibili risorse e potenziale. Solo nel settore del petrolio il Venezuela conta riserve provate di circa trecentotré miliardi di barili (le più ricche al mondo) di greggio extra-pesante.
Il problema attuale è che proprio questo tipo di greggio richiede importanti investimenti in tecnologia, impianti specializzati e competenze che a causa delle conseguenze del “chavismo” sono venuti a mancare ed hanno bloccato lo sviluppo di tale potenziale. Si pensi che, anche in questi giorni, dopo l’intervento voluto dal presidente Trump (che ha pronunciato ben ventitré volte la parola “petrolio” nella sua breve conferenza stampa dopo la cattura di Maduro), non è per nulla chiara l’intenzione da parte delle grandi multinazionali petrolifere convocate da Trump alla Casa Bianca (tra le quali anche la spagnola Repsol e l’italiana Eni) di impegnare capitali significativi senza avere prima delle condizioni legali e istituzionali più chiare. Anche il gas naturale rappresenta un potenziale enorme
(riserve di circa 195 Tcf-trillion cubic feet nel 2023), ma con monetizzazione limitata dall’infrastruttura (sempre motivata dalla mancanza di sicurezza legale e istituzionale). Nel settore minerario, il Venezuela ha depositi noti di oro, bauxite, ferro, diamanti e coltan. Oggi purtroppo tale potenziale è frenato da una illegalità diffusa, danni ambientali e rischi sociali (deforestazione, mercurio, impatti su bacini idrici e sul sistema elettrico).
Il Venezuela ha una base agricola e un mercato interno rilevante, ma la crescita è frenata dai costi (fertilizzanti, agrofarmaci), scarsità di dollari, deficienza del sistema finanziario e incertezza macro. Il profilo industriale è stato eroso; una parte della ripresa recente è legata indirettamente al petrolio e alla “ri-dollarizzazione” parziale, ma l’industria soffre la difficoltà di importare materiale e l’instabilità dei servizi. Il Venezuela ha asset turistici eccezionali (Caraibi, Andes, Amazzonia/tepui), ma i numeri internazionali restano molto bassi rispetto alle altre destinazioni della regione. Sono necessari investimenti nel settore dell’energia elettrica, dalla produzione alla trasmissione da parte di imprese specializzate e con esperienza che può essere trovata all’estero.
Ancora una volta, la “conditio sine qua non” è garantire agli attori, dalle imprese agli investitori, un quadro istituzionale e legale efficiente e stabile. Non da ultimo, il recupero di un’economia nel quadro di una sicurezza giuridica affermata, porterebbe lo sviluppo di settori, come quello immobiliare (commerciale, residenziale e turistico) in un Paese di circa 28,5 milioni di abitanti. A proposito di abitanti, si pensi che, secondo le stime attuali, 7,7 milioni di venezuelani vivevano fuori dal Venezuela alla fine del 2024 (rifugiati, richiedenti asilo e migranti). L’Unhcr e l’Oim sottolineano che si tratta del secondo più grande esodo al mondo, superato solo da quello causato dalla guerra in Ucraina. Tra i venezuelani all’estero, secondo l’Ine (Instituto Nacional de Estadistica) 377,809 persone di nazionalità venezuelana risiedevano in Spagna al 1° gennaio 2025. Lo stesso Inr indica anche che, tra le principali nazionalità straniere, quella venezuelana è stata tra quelle maggiormente aumentate di numero nel corso del 2024. A Madrid, ed in particolare nel quartiere dove si trova il nostro studio, il “Barrio de Salamanca” è
David Mülchi, Avvocato e Socio dello Studio Legale Mülchi & Asociados, Madrid e Lugano.
sempre più palpabile la presenza di venezuelani con un grande potere di acquisto. In effetti, in Spagna in generale ed a Madrid in particolare sembra si siano riunite le fortune scappate dal regime chavista e le fortune costruite durante il regime chavista. Resta così il fatto che, una volta di più, la Spagna si posiziona come un Paese privilegiato come ponte per sviluppare affari ed investimenti in Venezuela. Se il governo socialista di Zapatero e Pedro Sánchz ha mantenuto sempre buone relazioni con il chavismo (così come una nutrita schiera di politici riconvertiti in “uomini d’affari” legati al Venezuela), gli esponenti dell’opposizione hanno sempre sostenuto i dissidenti venezuelani e dunque dovrebbero essere ben posizionati nel momento in cui vi sarà il cambio di governo in entrambi i Paesi.
Inoltre, è evidente che gli imprenditori ed investitori venezuelani presenti a Madrid saranno probabilmente adattabili alle evoluzioni politiche del loro Paese.
Se è evidente che l’estrazione di Maduro rappresenta una pietra miliare ed una grande opportunità per il Venezuela (così come per gli Stati Uniti, l’Europa ed in generale l’ordine mondiale), l’incognita risiede su quanto tempo sarà necessario per una transizione odinata ed effettiva che permetta finalmente ed effetivamente di restaurare una democrazia con un ordinamento giuridico stabile ed affidabile che offra e garantisca il quadro indispensabile per investimenti e sviluppo degli affari nazionali ed internazionali.
Valorizzare le Pmi
Rete di riferimento delle piccole e medie imprese a livello nazionale, Svc - Swiss Venture Club compie 25 anni e guarda al futuro, rinnovandosi per continuare a promuovere eccellenza, networking e visibilità delle aziende svizzere in tutte le regioni economiche del territorio.
Non ci si stanca di ricordarlo: le piccole e medie imprese sono la spina dorsale dell’economia rossocrociata. Garantiscono occupazione qualificata, formazione professionale e un’attitudine all’innovazione che è la vera materia prima della Svizzera. Un patrimonio che si tramanda di generazione in generazione - la base per conquistare nuovi traguardi. Dal 2001 Svc si impegna per dare visibilità, riconoscimento e accrescere la coesione di questo vasto ed eterogeneo tessuto imprenditoriale. Proprio la trasversalità ai diversi settori e la presenza su tutto il territorio nazionale, ha reso Svc la rete di riferimento delle Pmi svizzere, con oltre 3.800 membri. Se oggi il networking si proietta sempre più anche nella dimensione digitale, dove è possibile moltiplicare le occasioni di confronto e promozione, il fulcro rimangono le cerimonie dei suoi premi, ormai riconosciuti come un vero e proprio marchio di qualità: Prix Svc. Ogni anno le quattro finali, organizzate a rotazione in tutte le regioni economiche nazionali, portano alla luce eccellenze imprenditoriali capaci di ispirare molte altre realtà.
Sono ormai quasi 500 le finaliste, dalla prima edizione organizzata nel 2003 nell’Espace Mittelland, vinta dall’azienda di Bienne DT Swiss… tuttora fra i produttori mondiali leader di componenti ad alte prestazioni per il segmento delle biciclette sportive.
Dallo scorso ottobre, alla guida dell’organizzazione c’è Franziska Bürki, che si appresta ad affrontare un anno speciale, quello del 25esimo anniversario, con cui per Svc si inaugura una nuova fase.
Accanto: con il suo connubio tra artigianato tradizionale e tecnologia d’avanguardia, l’azienda di architettura d’interni su misura Obrist Interior, vincitrice del Prix SVC Zentralschweiz 2025, è un perfetto esempio delle eccellenze premiate da SVC. Sotto, il team con la nuova direttrice Franziska Bürki.
Franziska Bürki, quali sono state le sue priorità nei primi mesi alla direzione? Valorizzare la diversità e la rilevanza delle Pmi svizzere è ciò che più mi motiva di questo ruolo. La mia prima priorità è stata comprendere a fondo l’organizzazione: la struttura che collega il centro alle realtà regionali, la varietà delle iniziative e l’ampiezza degli stakeholder coinvolti. Ne apprezzo molto la trasversalità e la presenza capillare su tutto il territorio nazionale. La mia formazione in economia aziendale e l’esperienza maturata in contesti e ruoli diversi mi aiutano ad avere una visione d’insieme. Sono una persona curiosa, abituata a lavorare in rete, a collegare ambiti differenti e posso contare su un buon network personale: un approccio “da tuttofare” che considero un valore in questo incarico.
Come si è evoluto il network di Svc i questi 25 anni?
La trasformazione più significativa è stata senza dubbio l’affermazione su scala nazionale. Penso in particolare ai premi, che oggi coprono tutte le regioni economiche della Svizzera. Sul piano organizzativo, un passaggio chiave è stato il processo avviato nel 2025, che ha portato l’organizzazione a diventare completamente indipendente.
Cosa cambia concretamente?
Essere indipendenti ci consente di definire strategia, sviluppo e misure operative in piena autonomia. Allo stesso tempo, comporta una maggiore responsabilità nell’uso delle risorse: dobbiamo impiegarle in modo mirato e verificare costantemente che le nostre attività rispondano alle esigenze delle Pmi e generino un impatto reale.
Come è strutturato oggi Svc e su quali basi si finanzia?
In un certo senso, come entità indipendente siamo diventati noi stessi una piccola Pmi. Dal punto di vista operativo la piattaforma è gestita centralmente. Il principale sostegno finanziario proviene dal Presenting Partner Ubs. I premi sono sostenuti da partner strategici a livello nazionale e dagli sponsor regionali, fondamentali per il radicamento locale. Un contributo decisivo arriva infine dai nostri oltre 3.800 membri, che danno forza e credibilità all’intera rete.
In questi ultimi anni le sfide per le Pmi svizzere non sono di certo mancate. Qual è oggi il vostro ruolo nel sostenerle? È importante chiarire che non siamo un’associazione politica, anche se collaboriamo quando opportuno con chi si impegna per buone condizioni quadro per l’economia svizzera. Il nostro obiettivo principale è dare voce e visibilità alle Pmi. Vogliamo mostrare alla società quanto siano fondamentali: sono motore di innovazione, garantiscono una formazione professionale di qualità e contribuiscono alla crescita delle future generazioni di decisori.
Un’altra priorità è coinvolgere maggiormente i giovani e incoraggiarli a intraprendere la via dell’imprenditorialità. Allo stesso tempo, puntiamo a rafforzare lo scambio diretto di esperienze tra le Pmi, affinché possano crescere insieme. In questa prospettiva stiamo valutando nuove partnership con organizzazioni che condividono obiettivi simili.
«Le Pmi svizzere dispongono di un patrimonio enorme di conoscenze. Riuscendo ad attivare uno scambio di know-how ed esperienze in un contesto di fiducia, come quello che offriamo con la nostra rete, si crea un valore concreto. Un passo decisivo per affrontare insieme le sfide presenti e future»
Franziska Bürki, Direttrice di SVC
Le imprese sono davvero disposte a fare rete e a condividere esperienze, nonostante la riservatezza del loro know-how? È un elemento centrale della nostra missione. Le Pmi dispongono di un patrimonio enorme di conoscenze. Se riusciamo ad attivare questo scambio in un contesto di fiducia come quello che offriamo, si crea un valore concreto. Un passo decisivo per affrontare insieme le sfide presenti e future.
Il Prix Svc si distingue per il suo approccio trasversale ai diversi settori. Come funziona il processo di selezione?
L’eccellenza viene valutata secondo criteri uniformi in tutta la Svizzera. Le giurie sono composte da membri profondamente radicati nelle rispettive regioni, che conoscono bene il tessuto imprenditoriale locale. Dopo una prima selezione, le aziende vengono valutate sulla base di dodici criteri. Da qui nasce una shortlist, seguita da visite in azienda e, dopo, la scelta dei cinque finalisti, dalla nimina del vincitore da parte dell’intera giuria nel corso di una giornata dedicata.
Questa primavera si aggiunge una nona regione economica. Cosa vi ha spinto a dedicarle un premio tutto suo?
Argovia e Soletta costituiscono una regione fortemente interconnessa dal punto di vista economico e in precedenza erano suddivise tra diversi premi. Non è la prima volta che adattiamo la nostra “mappa”: in passato, ad esempio, Ginevra è stata scorporata dalla Svizzera Romanda.
Avete in programma qualcosa di speciale per festeggiare il vostro anniversario? Il giubileo è una bella occasione per raccontare lo scopo, i valori e le attività della nostra rete. Oltre a una festa speciale in occasione dell’assemblea generale di agosto, sono previste diverse iniziative apposite. Da un lato, ripercorreremo i momenti salienti della nostra storia, ma soprattutto vogliamo guardare avanti, per continuare a sviluppare e rafforzare il nostro ruolo a favore delle piccole e medie imprese svizzere.
Susanna Cattaneo
Fonte: SVC, Rapporto annuale 2024/2025
Cerimonie di consegna del Prix SVC e 26 altri eventi ogni anno
Logistica integrata, nuovo orizzonte
Flessibilità operativa, alleanze strategiche e intraprendenza sono più che mai indispensabili per navigare nelle acque agitate del commercio marittimo globale. Da Monte di Procida alla Nuova Zelanda, con baricentro a Lugano, Nova Marine Carriers ha diversificato la presenza della propria flotta sui mari del mondo. Ora traccia una nuova rotta di crescita: la logistica integrata.
Affermare oggi che la logistica muove il mondo non significa banalmente constatare che rende possibile trasportare merci e materiali in ogni angolo del pianeta. Allude piuttosto al fatto che chi ne regge il timone governa economia, mercati e politica. È sull’acqua che si gioca la partita: il 90% del volume della distribuzione globale viaggia via mare, schierando una flotta mercantile di circa 112.500 navi, per una capacità complessiva di 2,4 miliardi di tonnellate di portata lorda (dwt)
Sebbene le tensioni nel Mar Rosso e la siccità che hanno tenuto sotto scacco i due principali snodi del traffico intercontinentale stiano rientrando, restituendo piena navigabilità ai canali di Suez e Panama, nuove perturbazioni geopolitiche e l’imperversare delle burrasche tariffarie obbligano lo shipping mondiale a una fluidità operativa senza precedenti. Ad aggiungersi, all’orizzonte, una sostenibilità ancora tutta da costruire e l’incalzante evoluzione tecnologica. Sfide che
armatori e spedizionieri sono chiamati ad anticipare per confermare quell’affidabilità che resta il requisito numero uno del settore.
Tra le prime potenze marinare globali figura anche la Svizzera, appena promossa sesta nella top ten delle nazioni armatrici, con una flotta dal valore di 83 miliardi di dollari, trainata in particolare dall’appetito di Msc, fra la sessantina di compagnie di casa nella Confederazione. Un risultato sorprendente per un Paese privo di sbocchi sul mare, ma capace di attrarre i leader del settore grazie a condizioni quadro stabili, una fiscalità favorevole e la tradizione come hub globale del trading di materie prime. Caratteristiche che nel 2009 hanno convinto Nova Marine Carriers a trasferire da Monte di Procida a Lugano il proprio quartier generale. Le prime pietre. Con una flotta di oltre 100 bulk carrier e quasi duemila collaboratori tra personale di terra e di bordo, il gruppo armatoriale italo-svizzero è specializzato nel traffico di rinfuse secche nel
Accanto, un momento speciale, la scorsa estate, per Nova Marine Carriers, tornata nella baia di Pozzuoli, da dove ha preso avvio nel 1981 l’avventura armatoriale di Giovanni Romeo. Spettacolare, oltre al panorama, anche il lavoro svolto per imbarcare sulla Sider Liu il particolare carico di cavi sottomarini prodotti ad Arco Felice (Napoli), destinati a parchi eolici offshore nel Mare del Nord.
Mediterraneo, nell’Atlantico e in Medio Oriente, oltre che nel cabotaggio italiano ed europeo. Sua la leadership mondiale delle navi cementiere. «Tutto è iniziato proprio dal trasporto di pozzolana, principale ingrediente per produrre cemento quando mio papà, nel 1981, insieme ad alcuni soci ha acquistato la prima piccola nave - Maya, 2.000 tonnellate di capacità per 60 metri. Esiguo anche l’equipaggio: lui, proprietario-comandante, mio zio direttore di macchine, il nonno faceva da cuoco e due marinai, che oggi sono nostri dirigenti», racconta Vincenzo Romeo, amministratore delegato dell’azienda dal 2012, di cui suo padre Giovanni è ora Presidente.
Grandi sacrifici iniziali, fino alla svolta del 1994. Arriva la “chiamata” di Bruno Bolfo, fondatore di Duferco, alla ricerca di un preciso modello di nave. Ma invece di limitarsi a una commessa, intravede l’occasione per entrare nel settore delle spedizioni marittime. «E così andammo a incontrarlo: ero ancora un ragazzino di 12 anni, ma papà volle che lo accompagnassi: è stata la prima volta che ho messo piede a Lugano e una cravatta al collo», ricorda Vincenzo Romeo. Un matrimonio felice, che ha sostenuto l’espansione di Nova Marine Carriers e prosegue tuttora, con
le quote nel frattempo passate al nipote
Antonio Gozzi e ai suoi figli. Ruoli perfettamente complementari, competenze e contatti che si integrano, con la famiglia Romeo che ha mantenuto il timone del gruppo.
Il carico comanda. Oggi Nova Marine Carriers possiede e gestisce una flotta moderna, diversificata e in continua evoluzione, con capacità che vanno dalle 5 alle 66mila tonnellate. Il cabotaggio italiano e spagnolo resta una colonna portante del business. «Con un porto ogni 100-120 miglia in Europa, e in Italia addirittura ogni 80-90, possiamo trasportare via acqua ciò che altrimenti viaggerebbe su gomma. Dal traffico costiero ci siamo poi lanciati fino alle rotte oceaniche e intercontinentali con le deep sea: Stati Uniti-Cina, Brasile-Cina, Cina-Europa. Parallelamente, siamo scesi lungo la filiera dei prodotti trasportati: da cemento e acciaio ai semilavorati, dal carbone alle granaglie - siamo importanti vettori di soia, grano, beans, soprattutto in West Africa, Bangladesh, Vietnam - e i fertilizzanti che servono per farle crescere», elenca il Ceo di Nova Marine Carriers. Il volume complessivo movimentato oscilla tra i 30 e i 40 milioni di tonnellate all’anno.
Un perimetro che si è ampliato seguendo due stelle polari: «Il cliente che è sacro e il carico che comanda. Mano a mano che abbiamo incrementato la portata delle navi e dimostrato l’affidabilità dei nostri servizi, i clienti hanno iniziato a chiederne altri e noi abbiamo risposto con nuovi investimenti, partnership e progetti. D’altronde, una volta che diventi abbastanza bravo nel tuo, per trovare nuovi margini di crescita e aumentare la competitività devi allargare il tuo raggio». Detto-fatto: cinque anni fa, Vincenzo Romeo presenta al Board una nuova visione strategica: «Cominciare a investire, oltre al trasporto marittimo, su tutta la supply chain: terminal portuali, navi fluviali, camion, spedizioni, agenzie marittime… Non più solo da porto A a porto B, ma un servizio door-to-door», illustra. Un’idea che non poteva non persuadere due antesignani come Giovanni Romeo e Bruno Bolfo. «Anche se in realtà non ho inventato nulla. Le portacontainer lo fanno già da decenni. Il mio conterraneo Aponte in questo è stato maestro. L’ho sempre seguito come un faro». Ma dietro questa spinta a misurarsi costantemente con i migliori c’è anche una lezione molto
«Mano a mano che abbiamo incrementato la portata delle navi e dimostrato l’affidabilità dei nostri servizi, i clienti hanno iniziato a chiederne altri e noi abbiamo risposto con nuovi investimenti, partnership e, oggi, con una strategia di logistica integrata verticalmente: non più solo da porto A a porto B, ma un servizio door-to-door»
Vincenzo Romeo, Ceo di Nova Marine Carriers
Una presenza globale
uffici
Rotte commerciali del Gruppo in %
Continente / Baltico
Mediterraneo / Mar Nero
più personale, che Vincenzo non ha mai dimenticato: «Alle scuole medie tornai a casa da una prova di matematica estremamente fiero perché ero l’unico della classe ad essermi avvicinato alla sufficienza. Con mia sorpresa, mia nonna mi stampò cinque dita sulla guancia: bruciano ancora, ma la lezione fu memorabile: “Se fai un po’ meno peggio di chi è scarso, sempre scarso resti. Guarda chi fa meglio di te!”».
Nova Marine Carriers Group
Da Maya, la prima imbarcazione da duemila tonnellate che faceva la spola fra Monte di Procida e Palermo, ai 30/40 milioni di tonnellate annue di rinfuse movimentate oggi: in 45 anni Nova Marine Carriers si è proiettata dal Mediterraneo all’Atlantico al Medio Oriente, fino agli antipodi, in Nuova Zelanda. Sua la leadership mondiale nel trasporto del cemento.
Fonte:
Fonte: Nova Marine Carriers Group
Gli
di Nova Marine Carriers Group
Lugano (HQ)
Rotterdam Montecarlo
Fonte: Nova Marine Carriers Group
Con una flotta di 36 cement carrier, Nova Marine Carriers detiene la leadership nel trasporto marittimo del cemento, al centro della sua attività sin dai primi carichi.
Un altro anno da
Bab el-Mandeb
Capo di Buona Speranza Stretto di
Nuovo record del commercio marittimo mondiale nel 2025 con 12,8 miliardi di tonnellate (5,7 per le rinfuse secche), malgrado l’impatto delle tensioni geopolitiche e protezionistiche sulla navigazione. Distensione per i canali di Suez e Panama, ma anche crescita delle rotte regionali, riflesso della deglobalizzazione.
Un monito che continua a orientare il suo approccio competitivo e strategico. Tanto che oggi Nova Marine Carriers è l’unica società di shipping partita dal trasporto marittimo di rinfuse a essersi spinta nella logistica integrata. Operazioni come la recente acquisizione, nel porto di Amsterdam, dell’unico terminal coperto in Europa - operativo h24 in qualsiasi condizione meteo - si inseriscono in questa strategia di concentrazione verticale, volta ad ampliare il controllo sull’intera filiera, accelerando lo sviluppo e innalzando ulteriormente gli standard tecnologici e operativi.
Nel blu dipinto di verde. Parallelamente, il gruppo sta investendo per diventare più sostenibile lungo l’intera filiera, una delle principali sfide del settore. «Quindi metanolo sulle navi, biofuel per le barge, camion Gnl…», elenca Romeo. Un percorso intrapreso con convinzione, anche per supportare nella transizione energetica l’industria del cemento, primo cliente storico del gruppo (il famigerato primo carico era proprio di Italcementi, successivamente per alcuni anni anche azionista di Nova). Alla flotta di 35 navi cementiere gestite tramite Nova Algoma, partecipata dal gruppo canadese Algoma e, da fine 2025, controllata da DP World Group, nel 2027 si aggiungerà un’unità molto speciale, realizzata per Holcim: non solo la più grande al mondo nel suo segmento (38mila tonnellate), ma anche la più verde, alimentata al 100% a biometanolo, un vettore che già di per sé abbatte del 60% le emissioni di CO2 rispetto al gasolio. «Ma in più sarà dotata di un sistema di recupero del calore che, filtrando i gas di scarico del motore principale, potrà produrre 220 kW di energia elettrica, coprendo l’intero fabbisogno degli apparati vitali di bordo, luce, acqua, riscaldamento e strumentazione del ponte. Inoltre saremo circondati da milioni di bollicine, grazie a un sistema sperimentale di pompaggio di aria ad alta pressione che, attraverso microfori nello scafo, consentirà di aumentare l’idrodinamicità del 7%, abbattendo ulteriormente consumi ed emissioni. E una volta in porto, tutto il sistema di scarico pneumatico verrà alimentato via cavo dalla rete elettrica della banchina», racconta l’armatore, descrivendo una nave destinata a rappresentare un benchmark tecnologico per l’intero settore.
Intanto sta per essere varata la prima bulk carrier dual fuel, anche se inizialmente dovrà navigare a gasolio. La produzione mondiale di metanolo verde resta infatti largamente insufficiente per le esigenze del comparto delle rinfuse, che opera su tratte molto diversificate e con flussi volatili. «Tuttavia vogliamo essere pronti quando il mercato sarà maturo. Oggi abbiamo dimensioni tali da poterci permettere un payback medio-lungo», afferma il Ceo di Nova Marine Carriers. Navigare l’incertezza. Se questa è una scommessa sul futuro, come gestire, invece, l’instabilità del presente, con flussi commerciali e costi assicurativi in balia di conflitti geopolitici, agende protezioSan
Fondamentali restano le partnership. «È sempre stata nostra convinzione che l’unione fa la forza», sottolinea l’armatore, ricordando come Nova stessa sia nata da un sodalizio e abbia continuato a crescere attraverso joint venture selezionate con grande attenzione. Ultima, in ordine di tempo, è con DP World Group, società di logistica portuale controllata dal Fondo Sovrano di Dubai.
Fonte: Fdfa
I principali snodi del trasporto marittimo globale di merci
Fonte: Axs Marine
nistiche e degli effetti sempre più tangibili del cambiamento climatico? «Un modello di business solido, per prima cosa, deve sopportare gli up and down del mercato. Proprio a Lugano abbiamo una società dedicata al trading, che ci consente di andare lunghi di carico o di stiva in base alla nostra view di mercato a due, tre o sei mesi. Cruciale è la flessibilità del servizio: la società deve essere “market proof”, pensare di influenzare il mercato è illusorio. Certo, può capitare di essere predominanti per qualche mese perché si hanno le navi posizionate nel posto giusto, ma quello a cui miriamo è la regolarità: meglio un dollaro al giorno per 365 giorni l’anno che 10 oggi, 0 domani e 3 dopodomani. Seguendo questo adagio, siamo cresciuti in modo stabile e cauto, garantendo al cliente un supporto continuo, quindi flussi», afferma il Ceo. Dal primo servizio di spola Monte di Procida-Palermo, oggi Nova opera fino agli antipodi, nel Sud Pacifico, a 20mila km da Lugano. Anche in questo caso, tutto nasce da un incontro fortunato, con la famiglia di armatori McCallum Bros, da tre generazioni attiva nei collegamenti di cabotaggio in Nuova Zelanda. In joint venture, si sono aggiudicati l’appalto ventennale del servizio shuttle per le isole Chatham, a 800 km dalla costa neozelandese, presentando un’unità multipurpose progettata negli uffici di Lugano, in collaborazione con il Rina, per rispondere alle esigenze della piccola comunità locale, rifornendola di bestiame oltre a materiali da costruzione, carburante, autocarri e qualche container di generi alimentari. Anche in acque meno remote si aprono nuovi orizzonti, come al porto di Genova, dove è in costruzione un’avveniristica diga per consentire l’accesso a portacontainer di ultima generazione, lunghe fino a 400 metri. Una sfida ingegneristica mai affrontata prima in Europa, con un investimento da 1,4 miliardi di euro, che comporta la movimentazione di milioni di tonnellate di ghiaia e materiale roccioso per stabilizzare il basamento a 50 metri di profondità e zavorrare oltre 100 mega cassoni in cemento. «Tre anni fa ci siamo aggiudicati il tender. È un progetto in cui mi sono immerso anima e corpo, seguendone di persona lo sviluppo e investendo per poterci costruire una credibilità anche nel settore dei lavori marittimi, in cui siamo dei neofiti: nasce così Nova Maritime Works. Proprio in questi giorni
aspettiamo una nuova nave da 10mila tonnellate, progettata per operare negli spazi ristretti del cantiere, con due bracci idraulici in grado di scaricare fino a mille tonnellate di materiale all’ora», racconta con particolare fierezza Vincenzo Romeo. Un impegno significativo, che riflette una passione senza confini rigidi tra azienda e famiglia: «I nostri Consigli di Amministrazione più appassionati finiscono spesso per prendere forma la domenica, attorno a un piatto di pasta con le polpette preparate da mia mamma», confida sorridendo. Passione, certo, per chi ha il mare nelle vene. Insieme a una costante tensione all’innovazione - di visione, di strumenti e di tecnologia. Anche il trasporto marittimo non si sottrae all’ondata dell’intelligenza artificiale. «I tempi sono cambiati da quando, al mio arrivo in azienda, acquistai il primo software, un investimento che allora sembrava sproporzionato. Oggi sviluppiamo internamente i nostri sistemi informatici, dall’Erp ai programmi di mark-to-mar-
Flotta e personale di Nova Marine Carriers continuano a crescere, insieme a partnership e nuovi segmenti.
ket, trading e gestione tecnica delle navi e, naturalmente, nei nuovi moduli entra sempre più l’Ai, che consente di elaborare immense moli di dati, aumentando ulteriormente l’efficienza», osserva il Ceo di Nova Marine Carriers.
E poi, andando per mare, c’è sempre un nuovo orizzonte verso cui puntare la prua: «Come dice mio papà Giovanni, “si è sempre a un passo dalla perfezione e a due da quello che si può fare”», conclude Vincenzo Romeo. Una certezza: la logistica integrata è la nuova chiave di lettura del mercato globale e, con una superficie terrestre ricoperta al 70% d’acqua, il mare continua a essere la rete naturale che connette merci e persone, vie di trasporto e hub, destinazioni e opportunità.
Susanna Cattaneo
Fonte: Nova Marine Carriers Group
Cresce anche “l’equipaggio”
Fonte: Nova Marine Carriers Group
Una flotta in costante sviluppo Navi di proprietà e charter
Curata nel minimo dettaglio tecnico e qualitativo, la Sider Buffalo conferma Nova Marine Carriers vettore di fiducia anche nel segmento delle mini bulker.
Bassa quota in ascesa verticale
La Low Altitude Economy prende quota. Il nuovo spazio aereo che si sta configurando poco sopra le nostre teste ha tutti i requisiti per inaugurare la terza dimensione della mobilità. In grado di rispondere alle sfide del congestionamento urbano così come di servire zone remote, con un impatto ambientale ed economico sostenibile. Una fascia che si colloca sotto i mille metri, che per l’aviazione tradizionale non costituisce nulla più di una zona di transito, ma che - oltre a uccelli ed elicotteri - sta cominciando a popolarsi di droni e dei primi Autonomous Aerial Vehicle (Aav) Innumerevoli le applicazioni per logistica, trasporto passeggeri, turismo, sicurezza e ispezioni, agricoltura, rilievi geografici, sanità, soccorsi e tanto altro. Le proiezioni prevedono una crescita dirompente. A guidare, le due potenze rivali, Cina e Stati Uniti. La prima, in particolare, ha scelto la Low Altitude Economy come asse strategico nazionale nel nuovo piano quinquennale (2026-30), al pari di quantistica e Ai, in linea con la visione che punta a incentivare sovranità tecnologica, consumi interni e R&D di alta qualità. Dunque: investimenti massicci, rapida autorizzazione delle operazioni e integra-
Sviluppato in Ticino, il progetto DroneVia (sopra, un fotomontaggio) interpreta le soluzioni dell’Advanced Air Mobility adattandole alle esigenze del territorio, proponendo reti di eVtol come alternativa ecologica, flessibile ed economica agli impianti di risalita.
zione dei droni nella logistica, nell’agricoltura e nella mobilità urbana. Secondo le stime, il mercato domestico dovrebbe raggiungere 3,5 trilioni di yuan (quasi 500 miliardi di dollari) entro il 2035. Già oggi la Cina detiene oltre il 70% dei brevetti globali sui droni. Per supportare la mobilità aerea urbana Shenzhen, che ne è l’hub con oltre 1.700 imprese che coprono l’intera catena del valore, prevede di costruire ben mille vertiporti.
Dal canto loro, gli Usa restano leader tecnologico e industriale con, oltre agli investimenti della Difesa, un ecosistema privato molto forte, dove spiccano partnership strategiche come quelle stabilite dai due sviluppatori Joby Aviation e Archer Aviation con case automobilistiche e compagnie aeree (rispettivamente Toyota e Delta Air Lines / Stellantis e United Airlines). Tuttavia il quadro regolatorio
La Low Altitude Economy promette di ridefinire mobilità, logistica e un’ampia gamma di servizi, dall’agricoltura alla sicurezza. Accanto ai leader Cina e Usa, la Svizzera potrebbe giocare un ruolo non indifferente con la sua capacità di trasferimento dell’innovazione al mercato e nella definizione del quadro normativo.
dettato dalla Federal Aviation Administration (Faa) rimane più cauto di quello cinese, come anche l’Agenzia europea per la sicurezza aerea (Easa). Qui, se anche non mancano le start up impegnate nel settore, la natura capital intensive dello sviluppo e della certificazione degli aeromobili sta mietendo vittime anche fra le realtà più promettenti, come nel caso delle due aziende tedesche Volocopter e Lilium - quella che avrebbe dovuto rifornire i vertiporti lombardi da inaugurare con le Olimpiadi di Milano-Cortina. Una piattaforma neutrale. E la Svizzera? «Il posizionamento del nostro Paese è più mirato rispetto alla partita giocata da Cina e Usa, fatta di scala, volumi e fortissimo intervento pubblico. La Svizzera è un laboratorio di innovazione ad alta densità, con competenze di livello mondiale in robotica, autonomia, sensoristica, software e integrazione dei sistemi. Il nostro potenziale si esprime soprattutto in ambiti di nicchia ad alto valore aggiunto, ad esempio: operazioni complesse in ambienti difficili come quello alpino, applicazioni critiche per la sicurezza, il soccorso, il monitoraggio delle infrastrutture, oltre allo sviluppo di soluzioni per la gestione dello spazio aereo a bassa quota
Elaborazione
e l’integrazione dei droni nel traffico esistente», commenta Niklaus Stocker, direttore dello Swiss Drone Competence Center (Sdcc), un attore chiave dell’ecosistema nazionale dei droni, che opera come ponte tra mondo accademico, industria e regolatorio. A differenza di altre strutture focalizzate solo sulla ricerca o sul testing, lo Swiss Drone Competence Center adotta un approccio integrato, accompagnando tecnologie e progetti dal laboratorio fino alla validazione operativa, alle certificazioni e al mercato. L’attività sull’aeroporto di Riviera a Lodrino, sua sede, e l’accesso a spazi aerei dedicati consentono test in condizioni reali, incluse operazioni complesse e Bvlos (voli oltre la linea di vista del pilota).
«Nostro obiettivo è affermarsi come punto di riferimento a livello europeo per la sperimentazione, la validazione e l’integrazione dei droni nella Low Altitude Economy, ampliando progressivamente competenze, infrastrutture e partenariati internazionali. Parallelamente, la sfida sarà accompagnare l’evoluzione tecnologica verso un utilizzo sempre più operativo e scalabile dei droni, passando dai dimostratori ai servizi continuativi. In questo percorso, lo Sdcc intende rafforzare il proprio ruolo di piattaforma neutrale dove industria, ricerca e autorità possano testare soluzioni in condizioni reali, riducendo tempi e rischi di adozione», dichiara il direttore dello Sdcc.
Proprio le prime implementazioni dei droni potrebbero offrire preziose lezioni per accelerare lo sviluppo dell’Advanced Air Mobility (Aam) e l’integrazione di veicoli più grandi e complessi, come gli eVtol (Electrical Vertical Take Off and Landing). Man mano che si avanzerà, emergeranno nuovi casi d’uso, offrendo modi innovativi per collegare persone e merci e per apportare nuovo valore attraverso servizi migliorati, come il monitoraggio ambientale e il supporto alla sicurezza pubblica.
La funivia prende il volo. Dalla sua, la Svizzera può capitalizzare anche la propria tradizione nella micromobilità - dalla ferrovia di montagna al trasporto urbano capillare - che l’ha allenata a gestire sistemi di trasporto efficaci e interconnessi, anche in territori remoti. Ma in che misura la Low Altitude Economy è applicabile al suo territorio? «La conformazione geografica della Svizzera, con valli, passi alpini e piccoli centri distribuiti su terri-
«La conformazione geografica della Svizzera, con valli, passi alpini e piccoli centri distribuiti su territori difficili da raggiungere via terra, la rende ideale per sviluppare la Low Altitude Economy. Inoltre può contare su un sistema normativo agile, già coinvolto in progetti pilota sul traffico aereo a bassa quota, e su una forte coscienza ambientale»
Claudio Boër, Fellow CIRP - The International Accademy for Production Engineering
Principali rischi per il settore AAM
Sondaggio su 159 dirigenti e esperti del settore
Breve termine (2 anni)
Integrazione spazio aereo
Ritardi normativi
Lungo termine (10 anni)
Integrazione spazio aereo
Certificazione e standard di aeronavigabilità
Certificazione e standard di aeronavigabilità Concorrenza agguerrita
Frammentazione e ambiguità normativa Ritardi normativi
Sicurezza
Business models non sostenibili
Tecnologia batterie
Infrastruttura digitale sottosviluppata
Capitale e investimenti insufficienti
Frammentazione e ambiguità normativa
Infrastruttura digitale sottosviluppata
Business models non sostenibili
Tecnologia batterie
Infrastruttura digitale sottosviluppata
Mancanza leadership del governo Sicurezza
Fonte: Orbit
■ Regolamentazione ■ Società ■ Economia ■ Tecnologia ■ Politica
Advanced Air Mobility: dalla fantascienza alla realtà commerciale
Proof of concept commerciale
Categorie di costo rilevanti
Flotta eVTOL
Operazioni di volo
Mantenimento
Vertiporti
Roland Berger
Costo di acquisto degli aeromobili
Costi energia (ricarica)
Costi sostituzione batterie
Tasse di atterraggio
Assicurazione
Salari piloti
Costi mantenimento flotta
Assistenza a terra
tori difficili da raggiungere via terra, la rende ideale per sviluppare la Low Altitude Economy», risponde Claudio R. Boër, Fellow Cirp Accademia internazionale per l’ingegneria della Produzione e già Vicepresidente del Consiglio Supsi. «Inoltre possiamo contare su un sistema normativo agile, con l’Ufficio federale dell’aviazione civile (Ufac), già coinvolto in progetti pilota per la regolazione del
Disponibilità / affidabilità
Tasse gestione traffico aereo
Tempi manutenzione
Pulizie
Solo l’allineamento efficiente di tutti i costi dell’ecosistema crea valore aggiunto per il cliente e l’opzione di viaggio più veloce al minor costo unitario possibile
Preoccupazioni tecnologiche, normative, economiche, politiche, sociali e di sicurezza potrebbero ostacolare la crescita dell’Aam o, se affrontate in modo proattivo, guidarne l’evoluzione verso una maggiore resilienza e adattabilità. In alto, Claudio Boër mentre sperimenta in Cina il volo a bordo del EH216-S prodotto da EHang.
Fonte:
Sotto il cappello dello Switzerland
Innovation Park Ticino, lo Swiss Drone Competence Center è finanziato attraverso un modello di matching fund che non sostiene singoli progetti di ricerca, ma la realizzazione e lo sviluppo del competence center come infrastruttura strategica. «Ai contributi pubblici si affiancano investimenti privati, creando un effetto leva che permette di costruire e mantenere nel tempo competenze, infrastrutture e capacità operative a beneficio dell’intero ecosistema. Un modello che garantisce stabilità e continuità, rendendo lo Sdcc una piattaforma neutrale, aperta e stabile, sulla quale industria e mondo accademico possono innestare le proprie attività di ricerca, sviluppo e sperimentazione portando l’innovazione verso l’adozione reale», sottolinea il direttore Niklaus Stocker. I principali filoni di lavoro riguardano la Low Altitude Economy, con un focus su integrazione dello spazio aereo, operazioni complesse e Bvlos, autonomia e intelligenza artificiale, sicurezza e validazione operativa.
Lo Swiss Drone Competence Center è l’unico in Svizzera a disporre di un aeroporto completamente attrezzato, (Riviera-Lodrino) dove effettuare test in condizioni reali. Sotto, il core-team del Centro: da sinistra, Andreas Brodt, Uav Operations Manager, il presidente Daniele Travaglia e il direttore Niklaus Stocker.
Le due università di riferimento sono Usi e Supsi, che siedono anche nel comitato strategico. «Inoltre, abbiamo una partnership specifica con lo Switzerland Innovation Park Zurich per le zone di testing: indoor per Zurigo e outdoor in Ticino, rendendoci così complementari e in grado di offrire un ecosistema completo per lo sviluppo e la validazione delle tecnologie dronistiche. Parallelamente, stiamo partecipando alla creazione dell’Alpine Drone Consortium, dove in Ticino avrà un ruolo importante accanto a Grigioni e Canton Uri. Questo consorzio, che sta per essere inaugurato il 9 febbraio, ci permetterà di validare use cases e business models legati alle Alpi, sfruttando tecnologie del nostro competence center. Grazie a queste collaborazioni, possiamo coprire l’intera domanda del settore, dal prototipo in laboratorio fino all’ingresso sul mercato», osserva Niklaus Stocker. Collaborazioni puntuali con università e istituti di ricerca d’oltralpe e internazionali vengono poi stabilite in funzione delle competenze specifiche richieste dai diversi ambiti tecnologici e applicativi.
traffico aereo a bassa quota, e su una forte coscienza ambientale, che agevola l’accettazione sociale verso soluzioni sostenibili, che rimane uno dei punti sensibili. Ovviamente non mancano altre sfide, dalla sicurezza operativa alla disponibilità di infrastrutture digitali come reti 5G/6G e piattaforme Utm (Unmanned Traffic Management), ma con le nostre capacità abbiamo la possibilità - e forse la responsabilità - di essere tra i pionieri nello sviluppo
di questo settore, con benefici non solo tecnologici, ma anche sociali, ambientali ed economici», afferma Claudio Boër. Lui stesso si sta impegnando in prima persona con il progetto DroneVia, sviluppato e brevettato insieme all’Ing. Giovanni Furia, con il sostegno di un gruppo di imprenditori privati. Un’iniziativa nata in Ticino, ma con aspirazioni che guardano ben oltre i confini cantonali. «L’obiettivo è ambizioso ma concreto: offrire una
soluzione alternativa o complementare agli impianti fissi come le funivie, soprattutto in aree montane o collinari, dove la costruzione e la manutenzione di infrastrutture terrestri è costosa, invasiva e poco flessibile», spiegano i due ideatori che hanno presentato pubblicamente l’iniziativa nell’agosto del 2024 proprio presso l’aeroporto di Riviera-Lodrino, alla presenza di una rappresentante della società cinese EHang, accompagnata da un mock-up in scala reale dell’EH216-S, individuato come la “macchina ideale” da Claudio Boër, che della Cina ha una profonda conoscenza sviluppata in oltre trent’anni di intensa frequentazione accademica e imprenditoriale. «È il modello perfetto per le esigenze di DroneVia: a guida autonoma, permette di trasportare un paio di persone con bagaglio, per un carico totale di circa 200 kg, dunque più della trentina portati da un drone, ma meno dei 500-600 kg degli aerotaxi, che sono però decisamente più impegnativi a livello di costi. Con questo biposto EHang, leader mondiale degli eVtol, ha segnato una pietra miliare, ottenendo nell’ottobre 2023 dalla Civil Aviation Administration of China la certificazione per operare voli passeggeri commerciali a guida autonoma», sottolinea Claudio Boër, che in una recente visita in Cina ha avuto l’occasione di sperimentare in prima persona il volo a bordo dell’EH216-S.
La stessa EHang si sta proiettando in Europa, dove vende il suo modello a prezzi molto più economici dei corrispettivi sviluppati dalla concorrenza: circa 350mila franchi contro diversi milioni. A fine dello scorso febbraio ha infatti realizzato in Spagna - dove ha il suo Centro di Mobilità Urbana Avanzata - il primo volo urbano di un velivolo eVtol senza pilota e senza passeggeri secondo le normative Easa. «Anche noi stiamo dialogando con l’Ufficio federale dell’aviazione civile e
L’hub svizzero dei droni
altri stakeholder per poter effettuare un volo di test dell’EH216-S in Svizzera, individuando una location che non presenti rischi a terra di abitato e che abbia caratteristiche paesaggistiche coerenti con il nostro progetto», anticipa Claudio Boër. Certo rimangono aspetti su cui lavorare, come l’autonomia, per ora limitata a 30 chilometri a una velocità di circa 100 km/h, ma i tempi di ricarica sono rapidi e la ricerca avanza, lavorando anche sulla riduzione delle eliche (16 in questo modello) per rendere le macchine ancora più efficienti. Quanto alla sicurezza, DroneVia prevede sistemi ridondanti, in particolare pensando alle condizioni meteorologiche critiche che possono riscontrarsi nelle zone alpine, considerando inoltre che si volerà a bassa quota, a circa 15-20 metri.
Come indicano i primi studi di fattibilità, i vantaggi rispetto al classico impianto di risalita sarebbero molto interessanti, tanto in termini di costi infrastrutturali, operativi e di manutenzione, quanto di impatto sul paesaggio. «Un percorso controllato e tracciabile senza necessità di infrastrutture invasive al suolo; flessibilità operativa in base alla domanda senza corse a vuoto; possibilità di scalare l’investimento; fabbisogno energetico più contenuto grazie ai motori elettrici e zero emissioni usando fonti green; integrazione futura con reti pubbliche o servizi turistici personalizzati…», elencano i due promotori. Progetti come la funivia per collegare Ambrì e Fusio, rimasta vittima dei costi eccessivi preventivati (fino a 33 milioni di franchi per un tracciato da 8,1 km, che sarebbe stato il più lungo al mondo nel suo genere), potrebbero trovare nuovo slancio proprio da una soluzione come questa.
Salto di paradigma e stimolo di nuove competenze professionali . DroneVia interpreta dunque uno degli aspetti più interessanti della Low Altitude Economy, il salto di paradigma dallo spazio fisico allo spazio funzionale con la creazione di una “infrastruttura invisibile” sopra le nostre teste. Una soluzione concreta e localmente sostenibile, che ha inoltre le potenzialità per stimolare nuove competenze professionali: «Piloti remoti, gestori di vertiporti, tecnici di manutenzione, data analyst ... profili molto appetibili per i giovani che oggi non sognano più di fare il pilota, ma sono interessati alle nuove tecnologie e Ai», sottolineano i due ideatori.
Accettazione da parte del consumatore
Infrastruttura
Politica e legislazione
Tecnologia e innovazione
eVtol secondo i tipi di utilizzo Previsione 2045
Ci sarebbero poi ulteriori campi di applicazione: la stessa EHang ha sviluppato una versione “Fire” per spegnere gli incendi (anche questa appena testata in Europa, a Saragozza) e una versione dedicata al trasporto merci. Valide alternative agli elicotteri, che presentano rischi, costi di esercizio ed emissioni di gas serra e foniche decisamente più elevati. Da un’iniziativa come DroneVia sarebbe dunque l’intera filiera a trarre vantaggio, con la possibilità di ampliare ulteriormente e diffondere sul territorio quanto già oggi si muove attorno allo Swiss Drone Competence Center.
A fare realmente la differenza sarà l’evoluzione del quadro normativo. «In quest’ottica, la Svizzera può giocare un ruolo chiave come abilitatore tecnologico e regolatorio, contribuendo a definire standard, modelli operativi e soluzioni affidabili per il mercato europeo e internazionale. Man mano che le regole diventeranno più chiare, armonizzate e favorevoli alle operazioni complesse, emergeranno nuove opportunità di mercato e modelli di business sostenibili. I fattori chiave per
Roland Berger Ordini di aeromobili per tipologia di cliente
Per realizzare il suo pieno potenziale, il settore dovrà essere in grado di servire un’ampia clientela, superando i timori in materia di sicurezza e stabilendo modelli di prezzo accessibili.
la transizione verso applicazioni commerciali con un impatto concreto, dalla mobilità alla logistica, dalla pianificazione urbana alla sostenibilità, saranno soprattutto tre: velocità di reazione/adattamento e applicazione di regole chiare e affidabili, investimenti in infrastrutture adeguate e accettazione sociale, ovvero fiducia nelle tecnologie, nei dati e nei processi di sicurezza», conclude il direttore dello Swiss Drone Competence Center.
Pur senza la potenza di fuoco di Cina o Usa, la Svizzera ha dunque le carte in regola per diventare un punto di riferimento in termini di qualità, affidabilità e innovazione anche nella Low Altitude Economy, come lo è stabilmente in molti altri settori.
Susanna Cattaneo
Fonte:
Per filo e per segno
Un modello integrato che intreccia tradizione tessile ed evoluzione dei servizi, accompagnando con qualità e agilità la trasformazione del settore alberghiero, della ristorazione e delle cliniche.
Passeggiando negli stabilimenti della Schwob a Burgdorf, si percepisce immediatamente come qui la grande storia incontri l’energia del presente: una lunga tradizione unita a un’innovazione orientata al futuro. È sorprendente pensare che circa 155 anni fa, nella regione di Berna, siano state gettate le basi di un’impresa che ancora oggi porta avanti il know-how svizzero nell’arte della tessitura con passione, un elevato grado di personalizzazione e un forte orientamento al cliente.
Tutto ha avuto inizio nel 1872, quando i fratelli Joseph e Jules Schwob aprirono un negozio di tessuti nel centro di Berna. Intuendo che la qualità aveva un futuro, decisero di avviare una produzione propria. Già nel 1918 il potenziale a lungo termine spinse la seconda generazione a costruire una moderna tessitura di lino, affermandosi con filati di alta qualità, in particolare biancheria da letto e da tavola.
Ma i successi passati non sono garanzia di quelli futuri. Con il XX secolo arrivarono nuove sfide: riorganizzazioni, nuove tecnologie, mercati in evoluzione e lo spostamento della produzione tessile verso Paesi a basso costo di manodopera. Tra gli anni ’50 e ’60 si resero necessari importanti ampliamenti e ottimizzazioni: fra l’altro, la produzione venne trasferita a Burgdorf e completamente modernizzata, con l’obiettivo di aumentare l’efficienza e l’orientamento al cliente.
Proprio per rispondere ai cambiamenti del mercato alberghiero e della ristorazione svizzeri, si è posta la sfida di sviluppare un nuovo business model: non più soltanto tessili di alta qualità, ma anche un servizio di trattamento e cura dei tessuti affidabile. L’integrazione delle lavanderie industriali di proprietà e la creazione di un servizio professionale di lavanderia ha permesso di proporre un “noleggio biancheria con servizio completo”. Nel 2008 l’azienda ha unito le sue forze con diverse lavanderie regionali, passando così da puro produttore e commerciante di
Stephan Hirt, Ceo e co-proprietario dell’azienda di famiglia Schwob, basata a Burgdorf. Con oltre un secolo e mezzo di storia, propone oggi un connubio unico fra manifattura e servizi di lavanderia. L’anno scorso si è aggiudicata il terzo posto al Prix SVC Espace Mittelland 2025.
filati a fornitore di servizi integrato che assicura anche il trattamento dei tessuti e la consegna, con un forte orientamento al cliente, sull’intero territorio svizzero. Il cambiamento strutturale dell’ultimo ventennio ha posto le basi per un futuro di successo. Grazie alla crescente ripresa del turismo internazionale, di cui hanno beneficato anche il settore alberghiero e gastronomico svizzeri, la domanda di un servizio di cura dei tessuti è ulteriormente aumentata. Per soddisfarla, abbiamo investito sia nella produzione tessile a Burgdorf sia nell’ampliamento della rete di lavanderie: accanto ai siti storici di Arlesheim, Olten e Niederuzwil, dal 2015 sono state acquisite ulteriori strutture a Jonen (Argovia), Weggis (Lucerna) e Sementina, consolidando la presenza in alcune principali regioni turistiche e rafforzando al contempo la vicinanza ai clienti, anche in un’ottica di sostenibilità.
Oggi Schwob è l’unica azienda tessile in Svizzera specializzata nella fornitura per hotel, ristorazione, cliniche e residenze. Dal 2012, in qualità di Ceo, ho potuto contribuire in modo determinante al suo sviluppo, beneficiando di un ampio margine di manovra. Insieme a un team altamente motivato ed esperto, abbiamo saputo cogliere le opportunità offerte dal mercato e valorizzare ulteriormente la Swissness come caratteristica distintiva. Contribuire al successo dell’azienda è sempre stato e continua a essere un forte fattore di motivazione. Guardando al mio percorso, sono stati diversi i motivi che mi hanno spinto a diventare azionista e co-proprietario dell’azienda: nella mia carriera professionale mi sono spesso confrontato con grandi sfide e l’obiettivo di “rendere possibile l’impossibile” mi ha sempre accompagnato e stimolato. Negli ultimi quattordici anni abbiamo dovuto affrontare prove importanti, come la pandemia o, più di recente, la crisi energetica. In particolare, il periodo del Covid è stato probabilmente il più critico di tutta la storia dell’azienda, dal 1872. La chiusura delle attività di ristorazione e, in parte, del settore alberghiero ha privato l’impresa delle sue fondamenta commerciali, in un momento caratterizzato da ingenti investimenti in tessili, macchinari e impianti. Il fatto di essere al tempo stesso amministratore delegato e comproprietario è stato determinante per trasmettere dentro e fuori l’azienda - a collaboratori e clienti - la serietà del mio impegno.
Oggi, nell’attuale fase caratterizzata da una crescente focalizzazione su flessibilità, personalizzazione e i bisogni in continua evoluzione della clientela, proprio l’alleanza di tradizione e innovazione su cui Schwob può contare si conferma il “filo conduttore”. L’essenziale è che l’agilità non venga mai meno, nemmeno con una storia di oltre un secolo e mezzo come la nostra.
In collaborazione con Swiss Venture Club (SVC)
Occhio ai rifiuti
Grazie a soluzioni pionieristiche di computer vision e intelligenza artificiale, una start up ticinese porta la digitalizzazione anche nelll’ultimo segmento dell’economia circolare: la gestione dei rifiuti. Un supporto concreto per rendere termovalorizzatori e impianti di riciclo più efficienti, sicuri e sostenibili.
Abitualmente associata ad ambiti ad alto tasso di digitalizzazione come i servizi finanziari, biotech, marketing o elettronica di consumo, l’intelligenza artificiale sta trovando un’inedita applicazione grazie all’intuizione di una start up svizzera, che ha deciso di applicarla a uno dei segmenti più complessi e critici dell’economia circolare: la gestione dei rifiuti. Urbanizzazione, crescita demografica, regolamentazioni ambientali sempre più stringenti e aumento della domanda energetica accrescono la pressione sulle infrastrutture esistenti, dagli impianti di riciclaggio chiamati a recuperare materiali da reimmettere nel ciclo produttivo ai termovalorizzatori ( Waste-to-Energy), che svolgono un ruolo cruciale convertendo i rifiuti non riciclabili in elettricità e calore. «Nonostante la sua importanza, il settore resta in gran parte sottodigitalizzato, creando un’opportunità significativa per l’ottimizzazione e l’automazione guidate dall’Ai», spiega Ermes Zamboni, cofounder di Jaipur Robotics insieme a Nikhil Prakash.
Ogni giorno tonnellate di rifiuti vengono raccolte, trasportate e processate
Con i suoi algoritmi di visione artificiale, la piattaforma di Jaipur Robotics segnala in tempo reale materiali pericolosi nella fossa dei termovalozzatori ed è in grado di mapparne il potere calorifico per ottimizzare la miscelazione. Fra le prime applicazioni, l’impianto di Giubiasco.
con pochissime informazioni in tempo reale sulla loro composizione. «In particolare, per gli impianti WtE questo si traduce in concreti rischi operativi: la presenza di oggetti ingombranti o pericolosi - come blocchi di cemento, tronchi o bombole di gas - può danneggiarli e causare fermi non programmati. Inoltre, l’elevata variabilità dei materiali, caratterizzati da diverso potere calorifico, rende meno efficiente la combustione. A ciò si
aggiunge una crescente carenza di operatori specializzati in grado di gestire in sicurezza le fosse dei rifiuti», avverte Zamboni.
Proprio in questo gap si inserisce Jaipur Robotics: una piattaforma SaaS basata su computer vision e deep learning, progettata per gli ambienti industriali della termovalorizzazione e personalizzata attraverso un fine tuning sui dati del singolo cliente. Il sistema raccoglie, interpreta e
I cofounder Ermes Zamboni, CEO Nikhil Prakash, CTO
Le strade dei due cofondatori di Jaipur Robotics si sono incrociate all’Eth di Zurigo: Ermes Zamboni è un ingegnere robotico con esperienze professionali in Germania, Portogallo, Italia e Finlandia, maturate soprattutto nell’ambito dell’automazione industriale; mentre Nikhil Prakash, specializzato in computer vision e machine learning, ha lavorato per l’Agenzia Spaziale Indiana e per una scale up della Silicon Valley. Il loro primo comune progetto riguardava un sistema automatizzato per il sorting della plastica, ma il confronto con i gestori degli impianti fa emergere una sfida ancora più rilevante: la mancanza di dati.
Photo Riccardo Pontiggia / Jaipur Robotics
Photo Riccardo Pontiggia / Jaipur Robotics
traduce informazioni complesse in insight chiari e immediatamente utilizzabili, supportando decisioni operative più rapide e consapevoli.
A due anni dalla fondazione, la start up, basata presso il Tecnopolo di Manno, dove è approdata grazie all’acceleratore Boldbrain Startup Challenge, collabora già con una dozzina di impianti in Svizzera e nell’Unione Europea.
Uno dei primi casi applicativi riguarda il termovalorizzatore di Giubiasco. In una struttura che opera stabilmente al 100% della capacità per smaltire i rifiuti solidi urbani non riciclabili del Canton Ticino e della Mesolcina, il fermo di una delle due linee di incenerimento ha ripercussioni immediate. Jaipur ha addestrato, per la prima volta in Europa, un modello di Ai per monitorare in tempo reale i rifiuti scaricati dai camion nella fossa e individuare oggetti pericolosi o fuori norma, inviando alert immediati agli operatori delle gru. A questo si affianca una funzionalità innovativa: una mappatura precisa del potere calorifico dei rifiuti nell’intero volume della fossa, che consente di miscelare in modo più efficiente i materiali prima della combustione. I risultati ottenuti hanno portato altri clienti, come lo stabilimento Satom in Vallese e l’impianto di trattamento dei rifiuti metropolitani di Torino (Trm), ad adottare le soluzioni della start up per ridurre i fermi non programmati e migliorare il potere calorifico.
Inoltre la piattaforma Jaipur Intelligence integra strumenti di tracciamento e analisi delle operazioni delle gru per ottimizzare i movimenti, ridurre i tempi morti e supportare una parziale automazione dei processi. «Il nostro obiettivo non è sostituire le persone, ma valorizzare l’esperienza umana attraverso strumenti che trasformino dati complessi in decisioni chiare e informate. I sistemi sono sviluppati con il contributo diretto di operatori e responsabili di impianto; le interfacce sono intuitive e il giudizio umano resta centrale, soprattutto nei casi limite o imprevisti», sottolinea il Ceo di Jaipur Robotics. Oltre a diversi riconoscimenti (fra cui, Top 5 Boldbrain Startup Challenge 2023,
«Automatizzando e digitalizzando i processi chiave, Jaipur migliora sicurezza, efficienza operativa e produzione di energia dei termovalorizzatori. Il sistema trasforma flussi di rifiuti complessi in decisioni sicure e basate sui dati, aiutando gli operatori a gestire gli impianti in modo più efficace e affidabile»
Möbius Suisse Award 2024, Techstars Berlin), sono arrivati anche gli investitori. Lo scorso anno Jaipur Robotics ha raccolto un milione di franchi in un round pre-seed guidato da Ti Ventures, a cui si sono aggiunti 150mila Chfda Venture Kick e 100mila da KickFund. «Risorse che ci permettono ora di rafforzare marketing e business development, accelerare lo sviluppo del prodotto e consolidare la strategia di go-to-market. Tra
le priorità ci sono anche il rafforzamento della proprietà intellettuale, le certificazioni internazionali e l’estensione dei casi d’uso oltre il settore dei rifiuti», anticipa Ermes Zamboni, inserito da Forbes Italia tra gli Under 30 più innovativi nel settore tecnologico. Onori che comportano oneri. «Come imprenditore sei ‘condannato’ a lavorare tanto. Dodici, sedici ore al giorno sono la norma: l’azienda dipende da te. In compenso, uno dei maggiori vantaggi come giovane founder è l’eccezionale velocità di apprendimento, derivante dal confronto continuo con sfide e opportunità. Al contrario, nelle grandi aziende la visuale dei dipendenti è spesso limitata a una piccola porzione del quadro complessivo», osserva. «La forte motivazione nasce anche dal valore che riusciamo a generare per i clienti e dalla possibilità di contribuire alla costruzione di un nuovo settore industriale orientato al benessere della società, attraverso prodotti che risolvono problemi reali», conclude. Questa attenzione alla dimensione umana è racchiusa anche nel nome scelto per la start up. Accanto a Robotics, Jaipur richiama la città indiana considerata “la Firenze dell’India” per la sua cultura e il suo patrimonio artistico, a sottolineare l’idea di una tecnologia pensata per migliorare la società. Sul lungo periodo, l’ambizione è estendere la piattaforma ad altri segmenti della gestione dei rifiuti, fino a diventarne il sistema operativo di riferimento, in un mercato globale stimato in circa 1.300 miliardi di dollari.
Susanna Cattaneo
Photo Riccardo Pontiggia / Jaipur Robotics
Photo Riccardo Pontiggia / Jaipur Robotics
Dalla gioia dell’argento conquistato in Canada, fino alla qualificazione ai Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026: il Team Schwaller racconta un percorso costruito giorno dopo giorno, tra fatica, strategie e continui perfezionamenti. Una storia di fiducia reciproca, metodo rigoroso e resilienza, che mostra come il curling non sia solo precisione e tecnica, ma anche capacità di crescere insieme e puntare sempre più in alto. Alla vigilia delle Olimpiadi il team svizzero è pronto a lasciare il suo segno sul ghiaccio.
Il tempo giusto per lanciare la pietra
Quando si parla di curling ai massimi livelli, il Team Schwaller è ormai una realtà affermata. Nel team maschile, con lo Skip Yannick Schwaller, Pablo Lachat Couchepin (Lead), Sven Michel (Second) e Benoît Schwarz-van Berkel (Fourth) condividono il ghiaccio, le responsabilità e una visione comune: quella di un gruppo nato dalla fiducia reciproca e cresciuto nel tempo, fino a guadagnarsi l’opportunità più ambita per ogni atleta: la qualificazione olimpica, ai Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026. Medaglia d’argento ai campionati mondiali 2025 di curling maschile, in Canada, sul ghiaccio di Moose Jaw, e medaglia d’argento ai Campionati Europei di Curling 2022 a Östersund, Svezia: sono gli ultimi e tra i più importanti risultati del team
maschile svizzero, che hanno preceduto la qualificazione ai giochi olimpici invernali di quest’anno. «È l’obiettivo su cui lavoriamo da quattro anni. È stato il percorso più impegnativo della nostra carriera, fatto di sacrifici e di un lavoro costante per poter competere al livello più alto possibile. Raggiungere questa competizione è un grande onore e una responsabilità che sentiamo profondamente, esordisce Sven Michel, che prosegue: «Stiamo vivendo questi ultimi giorni prima dell’inizio dei Giochi con enorme emozione: sappiamo che saranno indimenticabili. Per me, lo sono ancora di più perché avrò la possibilità di condividere questa esperienza unica con Alina Pätz, la mia compagna, che fa parte del team femminile. Uno speciale mix di sport ed emozioni personali».
Alla vigilia dell’appuntamento più atteso
per uno sportivo d’élite, qual è in senso lato la sfida più grande? «È una domanda classica, ma allo stesso tempo molto difficile», esordisce Pablo Lachat Couchepin, «Ora sappiamo di essere capaci di giocare bene, insieme. La sfida più grande, però, sarà riuscire ad esprimerci al massimo proprio quando tutto il mondo ci guarda: quindi speriamo di fare la prestazione “XL” nel momento “XL” della carriera di uno sportivo d’elite. Abbiamo formato questa éq-
Parte stabile del programma olimpico invernale a partire dai Giochi di Nagano 1998, il curling è presente tra le discipline delle Olimpiadi Invernali 2026, nelle tre competizioni: maschile, femminile e doppio misto.
uipe quattro anni fa, subito dopo l’ultima Olimpiade, con l’idea precisa di arrivare pronti a un appuntamento come questo.
Oggi sentiamo di avere l’esperienza, la maturità e la consapevolezza necessarie per affrontarlo. Ci sentiamo pronti».
‘Far muovere a spirale’
Sebbene non tutti siano concordi nell’attribuire alla Scozia l’invenzione del curling (dall’inglese to curl “far muovere a spirale”), certo è che furono gli scozzesi a formalizzarne le regole, secoli orsono.
Nel 1966, anche la Svizzera faceva parte della neo-costituita International Curling Federation, con Scozia, Canada, Stati Uniti, Norvegia e Francia. Federazione che, nel 1991 mutò il nome in World Curling Federation e accolse altri Paesi europei e dell’area Oceania-Asia.
Inserito tra le discipline olimpiche a partire dai Giochi invernali di Nagano 1998, il curling si gioca tra due squadre composte da 4 giocatori, che lanciano a turno le pietre (stone) a bersaglio, mentre il capitano (skip), o il suo vice nel suo turno di lancio, sosta nella house. Scopo del gioco è tirare una o più pietre il più vicino possibile al centro del bersaglio, il tee, che ha la stessa funzione del pallino delle bocce. La partita prevede 10 mani (ends), in ognuna delle quali i giocatori lanciano, alternativamente con la squadra avversaria, due pietre ciascuno. Al termine di ogni tempo s’inverte la direzione di lancio.
La somma dei punteggi dei tempi determina il risultato della partita. Lo skip dirige la squadra e determina la strategia di gioco; quando è il turno della propria squadra, sceglie uno dei propri giocatori affinché agisca in sua vece; in genere, lo skip si riserva l’ultimo tiro. Nella rotazione, il lead (primo giocatore) tira per primo; il vice-capitano, che coadiuva lo skip nella strategia, per terzo. Due giocatori spazzano il ghiaccio con le scope (sweeping), cercando di modificare la traiettoria e la velocità della pietra. Solo gli skip possono stare dentro la house. Lo skip della squadra che sta tirando ha la scelta del piazzamento, che non può essere impedito dallo skip avversario. I giocatori, eccetto lo skip e il suo vice, devono sostare lungo i lati del campo, entro la hog line, tranne ovviamente quando devono spazzare o tirare.
Sopra e nella pagina accanto, il Team Schwaller, la squadra maschile svizzera di curling, pronta per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026. Da sinistra, Sven Michel (Second) lo Skip/Third Yannick Schwaller, Pablo Lachat Couchepin (Lead) e Benoît Schwarz-van Berkel (Fourth). Considerati tra i migliori talenti sportivi svizzeri dei Giochi di Milano-Cortina, godono del supporto di Omega, che dei Giochi è cronometrista ufficiale. In foto, il Seamaster Diver 300M Milano Cortina 2026 di Omega per i Giochi.
Praticando una disciplina sportiva che richiede grande precisione, una forte componente strategica e un autentico lavoro di squadra, la preparazione all’evento olimpico è strutturata in diverse fasi. «In questo
momento», fa sapere Benoît Schwarz-van Berkel, «ci stiamo allenando su tutti gli aspetti legati alla comunicazione. Organizziamo sessioni in cui simuliamo tutte le fasi di una partita, perché il curling è un vero gioco di squadra e la comunicazione ha un ruolo fondamentale. A differenza di altre discipline, come può essere per esempio il pattinaggio artistico, che segue un programma prestabilito e l’atleta è chiamato ad eseguirlo nel migliore dei modi ma in
Sopra, Yannick Schwaller. Sotto, pietra e scopa: le pietre olimpiche sono realizzate con uno specifico granito, famoso per resistenza e scorrevolezza. Ogni stone pesa circa 20 kg. Il curling è un gioco di precisione, ma anche di psicologia e cooperazione. I team comunicano costantemente, leggono il ghiaccio, adattano la strategia e mantengono la calma anche se sotto pressione.
maniera indipendente, nel nostro sport sono necessari continui scambi ultratecnici e ultraprecisi. Per quanto riguarda i carichi di lavoro, attualmente svolgiamo due sessioni giornaliere sul ghiaccio, ciascuna di un’ora e mezza, a cui si aggiunge l’allenamento individuale. In totale arriviamo a circa 5–6 ore di allenamento quotidiano. Inoltre, le competizioni a cui stiamo partecipando nel frattempo, fanno parte integrante della preparazione: quando gareggiamo, la competizione stessa diventa una forma di allenamento».
Il tempo è un elemento cruciale nel curling: dalla gestione dei secondi e del ritmo di gioco fino alla presa di decisioni. Valori che rimandano ad un altro fiore all’occhiello della Svizzera, l’orologeria. «Siamo orgogliosi di avere il supporto di un marchio orologiero di livello mondiale che rappresenta con forza l’eccellenza elvetica. Parlo di Omega, che dei Giochi Olimpici e Paralimpici sarà peraltro il cronometrista ufficiale», prosegue Benoît, «Il curling è un esempio perfetto di sport in cui tutto è legato al momento giusto: il gesto tecnico, la comunicazione tra i compagni di squadra, ogni singola fase dell’azione. Il tempismo è determinante. Omega incarna perfettamente questi valori. L’unione tra Omega e lo sport d’élite è quindi un abbinamento naturale, un match perfetto». Precisione, affidabilità e innovazione, valori fondamentali nell’orologeria, lo sono anche nel curling: «L’affidabilità è un valore che richiama fortemente lo sport di squadra: significa poter contare
sugli altri in ogni momento, sapere che ciascun membro del team farà la propria parte con costanza e precisione. La precisione contraddistingue ogni minimo dettaglio nel nostro sport. L’innovazione, infine, è ciò che ci ha permesso di raggiungere determinati risultati. Dalla tecnica all’allenamento, fino alla comunicazione in campo, abbiamo sempre cercato nuovi approcci e soluzioni per migliorarci. È proprio questa ricerca continua di modi nuovi che ci ha spesso dato quel qualcosa in più. Credo che, in qualsiasi ambito, sia l’innovazione a fare davvero la differenza», conclude Benoît.
Un’attitudine che ha dato ricchi frutti. «Le tappe particolarmente significativeanche quando non è stato un successo - del percorso che il team ha fatto fino ad oggi sono due», nota Pablo, «I Campionati del Mondo di Sciaffusa 2024, dove eravamo arrivati con buone aspettative, ma poi non siamo riusciti nemmeno a qualificarci per i playoff: una delusione forte, che tuttavia ha avuto un valore decisivo per reindirizzare il corso. Dopo questo evento, infatti, abbiamo analizzato tutti gli aspetti per capire su quali lavorare per migliorare. Di segno opposto, la seconda tappa saliente in questo percorso come squadra arriva pochi mesi dopo, ai Campionati del Mondo in Canada, sempre nel 2024». Qui il Team Schwaller conquista la medaglia d’argento, sfiorando l’oro per pochissimo. «Questi due momenti — continua Pablo — ci hanno dimostrato che siamo forti e che possiamo davvero arrivare in cima». Un percorso chiaro e crescente: prima la delusione, poi l’argento. Un’evoluzione che alimenta una speranza concreta: puntare all’oro agli imminenti Giochi in Italia. Gli ingredienti ci sono tutti, per un team che, in tre aspetti salienti, come spiega Sven: «È guidato innanzitutto dalla resilienza: siamo una squadra che non molla mai, capace di trasformare ogni errore in un’occasione di crescita. C’è poi la fiducia, profonda e condivisa, che permette di restare uniti anche nei momenti più difficili, continuando a credere nel percorso e nelle persone. Infine, il metodo: un lavoro paziente e meticoloso, costruito giorno dopo giorno, curando ogni dettaglio — dalla tecnica alla comunicazione, fino al confronto costante — perché è proprio lì, nei particolari, che nasce la forza di un grande team».
Simona Manzione
In silenzio, a gran velocità
A St. Moritz il ghiaccio non è solo una superficie: è memoria, tradizione e sfida quotidiana. Qui hanno debuttato i bob in acciaio. I primi skeleton hanno affrontato quella che è forse la pista più impegnativa delle Alpi e di sicuro un unicum al mondo, la Cresta Run. La pista olimpica di bob e la Cresta Run sono leggendarie. Un campione e un museo ne raccontano.
Nessun’altra località al mondo può vantare piste naturali di questo livello, costruite a mano con acqua e neve, capaci di ospitare l’élite degli sport su ghiaccio e allo stesso tempo di custodirne l’anima più autentica. Qui il ghiaccio prende forma ogni inverno grazie al lavoro dell’uomo e della natura, e qui velocità e silenzio convivono da oltre 130 anni. Anche le due Olimpiadi invernali, che si sono svolte a St. Moritz nel 1928 e nel 1948, hanno scritto la storia e aumentato la fama di questi luoghi. È in tale contesto, unico per il paesaggio e le tradizioni, che si incontrano due prospettive complementari: quella di Beat Hefti, campione olimpico e interprete moderno del bob, e quella di Martin Berthod, presidente dell’Olympia Bob Run St. Moritz e presidente della Fondazione cui fa capo il Cresta & Bob Museum St. Moritz, il luogo che raccoglie e trasmette questa straordinaria eredità sportiva.
Beat Hefti è una delle figure più autorevoli del bob contemporaneo. Campione olimpico a Sochi 2014, protagonista per anni ai massimi livelli internazionali, ha costruito la sua carriera sull’equilibrio
Il bob in pista
Il bob è a due (pilota e frenatore) o a quattro (pilota, frenatore e due interni). La partenza è decisiva: l’equipaggio spinge la slitta fino a circa 40 km/h prima di salire a bordo. Il pilota guida tramite due leve di sterzo, sfruttando al massimo la velocità, che può raggiungere i 140 km/h. La classifica finale è determinata dalla somma dei tempi: 2 discese per gli uomini e 2 per le donne, le quali gareggiano esclusivamente nel bob a due e dal 2022 nel monobob. Le gare si disputano su piste di circa 1,5 km, con 19 curve, 5 delle quali con raggio superiore a 25 m. La pista è divisa in due parti: dopo la linea di partenza, vi è un tratto di 15 m in falso piano, seguito da un altro di 50 m da cui comincia il cronometraggio; la parte restante della pista è formata da un tracciato inclinato (con pendenze dell’8-11%) dove si raggiunge la massima velocità.
perfetto tra tecnica, sensibilità e lavoro di squadra. Dalle sue parole il bob emerge non solo come disciplina sportiva, ma come esperienza umana totale. «Il bob è uno sport ad altissima velocità in cui lavoro di squadra, precisione e fiducia sono determinanti», racconta Hefti. «L’obiettivo è condurre il bob nel canale di ghiaccio nel modo più rapido e pulito possibile. La partenza è cruciale: in pochi secondi si decide se si potrà competere per le prime posizioni. Da lì in poi contano la scelta delle linee, la sensibilità nella guida e una concentrazione assoluta. Ogni minimo errore costa tempo. E nel bob il tempo non perdona». Esiste però un momento speciale, difficile da spiegare a chi non lo ha mai vissuto: «È l’istante in cui la pista diventa chiara. Ogni curva appare logica, le reazioni sono istintive, non più razionali. Non si lotta contro la pista: si scorre con essa, in perfetta armonia». Talento e successo, secondo Hefti, non sono mai il frutto di un solo elemento: «Un team forte, la fiducia reciproca, una comunicazione chiara e un lavoro meticoloso sui materiali sono fondamentali. Ma lo è anche la capacità di mettersi in discussione e di imparare dalle sconfitte».
L’oro olimpico di Sochi 2014 rappresenta l’apice, ma la vera misura di una carriera è la continuità nel tempo, anche gestendo la paura: «Fa parte del bob ed è persino necessaria. Affina i sensi. Il segreto non è reprimerla, ma accettarla. Preparazione ed esperienza trasformano la paura in lucidità», prosegue Hefti, il cui tono cambia quando parla di St. Moritz: «Per me è molto più di una pista: è la culla del bob. La pista naturale non perdona errori, è viva e cambia ogni giorno. Qui si imparano umiltà, rispetto e vero artigianato sportivo. Ogni discesa è diversa, ed è proprio questo a renderla unica». Nonostante l’evoluzione tecnologica-aerodinamica, pattini, materiali basati sui dati - nel bob il fattore umano resta centrale: «La tecnologia aiuta, ma non può sostituire il feeling. Il bob va forte solo quanto chi lo guida», sintetizza Beat Hefti, che sull’essenza di questa disciplina: «È silenzio assoluto nella mente mentre si va a 140 km/h. È il momento in cui tutto combacia e si diventa un tutt’uno con il bob: pura concentrazione, adrenalina e libertà».
Se Beat Hefti rappresenta il presente e il gesto atletico, il Cresta & Bob Museum St. Moritz è il luogo in cui passato, presente e futuro dialogano. Come racconta Martin Berthod, presidente della Fondazione a cui fa capo il museo, «Il Cresta & Bob Museum St. Moritz è stato inaugurato il 21 dicembre 2023, esattamente 125 anni dopo la fondazione del Saint Moritz Bobsleigh Club».
La struttura espositiva «riflette le origini di questi sport: un piano è dedicato alla storia della Cresta, che inizia nel 1884, e un altro al bob, a partire dal 1889. Attrezzature originali, slitte, fotografie, filmati e schermi interattivi raccontano un’evoluzione che arriva fino ai giorni nostri. Non a caso, il cresta skeleton è considerato lo sport “madre” del bob e dello skeleton, nato proprio a St. Moritz». Alla domanda su quale sia l’elemento più emblematico del museo, Berthod non ha dubbi: le piste stesse. «La St. Moritz Cresta Run, lunga 1,2 km, e l’Olympia Bob Run St. Moritz-Celerina, lunga 1,7 km, sono piste naturali costruite ogni anno a mano con acqua e neve. L’Olympia Bob Run ospita regolarmente tappe di Coppa del Mondo della Federazione Internazionale di Bob e Skeleton». Quanto alla Cresta, è un caso unico al mondo: «Esiste
In apertura, uno scatto tratto dall’album dei ricordi del campione olimpico di bob Beat Hefti.
In questa pagina, il tunnel-scivolo collocato nel Cresta & Bob Museum St. Moritz: un’esperienza immediata e autentica per i visitatori.
In foto, da sinistra, Martin Berthod, Presidente della Fondazione del Cresta & Bob Museum St. Moritz e Beat Hefti, campione olimpico nel bob a due a Sochi 2014 e vincitore di 4 medaglie olimpiche totali. Appenzellese, ha dominato la scena internazionale tra gli anni 2000 e 2010, conquistando anche il titolo europeo e diverse medaglie ai campionati mondiali.
al mondo una sola pista al mondo e un solo Club, entrambi a St. Moritz». Con 1.600 membri - di cui circa 600 attivisi contano circa 200 discese al giorno e 13mila discese ogni inverno. Oltre 130 anni di discese e competizioni fanno di queste piste un vero e proprio marchio identitario per St. Moritz e per l’Engadina», evidenzia Berthod, per il quale «Il ruolo del Museo è anche culturale e educativo: preservare e trasmettere una storia unica alle generazioni future. Per coinvolgere i più giovani, l’ingresso ospita un tunnel-scivolo che permette di “sentire” la discesa già all’interno del museo, rendendo l’esperienza immediata e autentica per i visitatori.Guardando al futuro, la missione è chiara: essere allo stesso tempo custodi della tradizione e spazio culturale in continua evoluzione. Un museo vivo, capace di raccontare uno sport unico mantenendolo attuale», conclude Berthod.
Le parole di Beat Hefti e la visione di Martin Berthod raccontano la stessa verità da angolazioni diverse: a St. Moritz il bob e la cresta non sono semplici sport, ma un patrimonio vivo. Un dialogo continuo tra uomo, ghiaccio e storia, dove la velocità incontra il silenzio e la tradizione diventa futuro.
Simona Manzione
Webtoon, la nona arte si reinventa
Mezzo narrativo, ma anche specchio dei processi umani e sociali del suo tempo. Il fumetto. In versione webcomics, con un linguaggio digitale, verticale e seriale, descrive la quotidianità frammentata e sovraccarica, preservando tuttavia la propria intensità evocativa ed emotiva.
La sua forza risiede nella sequenzialità: il ritmo delle vignette, l’uso dello spazio bianco, il rapporto tra testo e immagine guidano infatti il lettore in un’esperienza di lettura attiva, che richiede attenzione ma offre una partecipazione emotiva. Sebbene il fumetto sia in genere considerati un fenomeno della cultura popolare moderna – nato a metà del ventesimo secolo con le bandes dessinées francofone, i supereroi americani e i manga giapponesi – l’arte di narrare storie attraverso sequenze di immagini risale alle pitture rupestri preistoriche, alle sculture in rilievo sui monumenti romani e ai manoscritti miniati medievali. Il padre riconosciuto dei fumetti moderni è lo svizzero Rodolphe Töpfer, che, a metà del diciannovesimo secolo, pubblicò sequenze di schizzi in riquadri utilizzando per la prima volta i fumetti e le onomatopee.
Il fumetto – che negli anni ‘60 il critico francese Claude Beylie ha definito la nona arte – racchiude parola e immagine, che si fondono in una sintesi capace di raccontare storie con un linguaggio autonomo e potente. Per molto tempo considerato un medium “minore”, legato all’infanzia o all’intrattenimento leggero, il fumetto in realtà ha dimostrato una straordinaria capacità narrativa: dalle strisce umoristiche agli eroi, dal fumetto d’avventura al graphic novel d’autore.
I fumettisti hanno esplorato temi complessi come la politica, la memoria storica, l’identità e il disagio sociale, dimostrando che il fumetto è un linguaggio maturo, capace di profondità e sperimentazione.
Nel tempo si è trasformato più volte, adattandosi ai mutamenti culturali, tecnologici e sociali. Oggi questa evoluzione trova una delle sue espressioni più significative nel webtoon che, nato nella Corea
del Sud all’inizio degli anni Duemila, è la forma di fumetto pensata per il digitale (il suo nome deriva da quello della principale piattaforma di hosting, ed è sinonimo di webcomics). Pensato per essere letto principalmente su smartphone, il webtoon sta reinterpretando quest’arte attraverso gli schermi digitali: non più tavole da sfogliare, ma una narrazione verticale a scorrimento continuo. Un cambiamento tecnico, che è anche linguistico.
In queste pagine, Olivecoat, talento emergente nel mondo dei fumetti online: basata nelle Filippine, la web-fumettista si distingue per la sua miscela di narrazioni fantasiose, delicate interazioni tra i personaggi e umorismo, abbinati a una distintiva tavolozza di colori pastello e a vignette accuratamente realizzate.
Il tempo del racconto viene gestito attraverso lo spazio verticale, le pause sono create dal vuoto tra una scena e l’altra, e il colore diventa spesso protagonista, sostituendo il tradizionale bianco e nero.
Il webtoon ha ampliato il pubblico del fumetto, attirando lettori giovani e internazionali. I generi si moltiplicano: romance, fantasy, horror, slice of life, thriller, spesso in forma seriale, con aggiornamenti settimanali che ricordano le serie televisive.
La forma seriale del webtoon risponde anche ad un bisogno di continuità emotiva: appuntamenti regolari con una storia che evolve lentamente, offrendo un senso di familiarità e sicurezza. Il webtoon diventa insomma un dispositivo sociale che accompagna la vita quotidiana, simile alle serie televisive, ma con un coinvolgimento più intimo e riflessivo. Anche il rapporto tra autore e lettore cambia: commenti, like e condivisioni creano un dialogo diretto e continuo.
Dal punto di vista artistico, il webtoon non cancella il fumetto tradizionale, ma lo affianca. Molti autori lavorano in en-
A Olivecoat (in alto a destra), Jaeger-LeCoultre ha commissionato il fumetto online Reverso, un’icona senza tempo raccontata attraverso una nuova lente. Attingendo al ricco patrimonio storico del Reverso, il fumetto web drammatizza la sua storia, trasformando i fatti d’archivio in una avvincente narrazione fantastica che invita un pubblico più ampio nel mondo dell’alta orologeria.
trambi i formati, sperimentando contaminazioni tra carta e digitale, tra graphic novel e narrazione interattiva.
Dal punto di vista psicologico, il passaggio dal fumetto tradizionale al webtoon riflette un cambiamento nel modo in cui l’individuo gestisce attenzione ed emozioni. Il lettore contemporaneo vive una quotidianità frammentata, fatta di interruzioni continue, notifiche e sovraccarico informativo. Il webtoon risponde a questa condizione adattando la narrazione a una fruizione episodica e verticale, che riduce lo sforzo cognitivo iniziale ma mantiene un forte coinvolgimento emotivo.
Con il webtoon, la lettura è, sì, un’esperienza solitaria, mediata dallo schermo personale dello smartphone, tuttavia c’è anche una dimensione collettiva: le community digitali, i commenti agli episodi, le reazioni in tempo reale creano una forma di appartenenza simbolica. L’antropologia del webtoon mostra come l’essere umano continui a cercare narrazioni condivise, anche quando i luoghi fisici di aggregazione vengono sostituiti da spazi virtuali. Sul piano sociale, il successo del webtoon è legato alla sua capacità di rappresentare il presente.
Per Olivecoat, talento emergente nel mondo dei fumetti online, lo storytelling è un mezzo per connettersi, riflettere e rivelare sottili verità umane. Il suo lavoro è profondamente radicato in dinamiche autentiche dei personaggi, ispirate da storie in cui i personaggi sembrano persone reali. «Adoro guardare programmi in cui le dinamiche dei personaggi sembrano realistiche, come esseri umani reali piuttosto che personaggi su una
pagina; mi ispira nel mio lavoro», spiega la Webcomic Designer. «Leggo sempre i commenti su come riesco a entrare in contatto con i lettori e a farli sentire compresi attraverso le narrazioni delle mie opere. Questo mi motiva davvero come creatrice», conclude Olivecoat, a cui la Maison orologiera Jaeger-LeCoultre ha commissionato il fumetto online Reverso che, unendo tradizione, innovazione e fusione artistica, mira a offrire una nuova prospettiva su uno degli orologi più iconici della Maison e della storia dell’orologeria.Una collaborazione avviata nell’ambito del programma Made of Makers. Attraverso la lente della narrazione visiva contemporanea, questo progetto digitale cattura l’essenza della creazione del Reverso, coinvolgendo al contempo un nuovo pubblico attraverso culture e piattaforme diverse.
L’evoluzione del fumetto nel webcomic (o webtoon) non è quindi solo una questione di formato, ma un indicatore profondo dei cambiamenti che caratterizzano la contemporaneità. La nona arte si adatta alle nuove forme di attenzione, ai nuovi rituali culturali, alla reinterpretazione anche di grandi classici, come pure alle nuove fragilità dell’individuo moderno. In definitiva, il webtoon dimostra che il fumetto continua a svolgere una funzione essenziale: aiutare l’essere umano a raccontarsi, a riconoscersi e a condividere esperienze, anche in un mondo sempre più digitale, veloce e frammentato.
Una forma d’arte che cambia pelle, ma non smette di parlare dell’uomo.
Simona Manzione
2030: Odissea nei dati
Una nuova ‘Teoria del tutto’ è ancora lontana, e l’AI non potrà fornirla a breve, bisogna dunque essere creativi, fare le giuste domande, o almeno rimanere aperti al cambiamento.
Èuna mattina qualsiasi, anno 2030. L’avatar dello stilista, alimentato dall’ultimo modello di Llm, ha passato al setaccio tutte le collezioni di moda globali e locali, oltre a tutte le idee, gli schizzi, i post, le conversazioni private, video ed e-mail di tutti; a partire dall’Impero Romano, grazie al famoso Google Odyssey, il database più grande al mondo, per cercare quella nuova idea di una camicia estiva.
Il nuovo design viene creato dall’AI e immediatamente distribuito ai primi 1.000, i fortunati a vincere la lotteria, tra coloro che si sono iscritti al workshop del marchio, con un semplice ‘tap’ delle dita dei loro avatar. Ricevono anche una frazione di bitcoin in qualità di ambasciatori, se generano abbastanza interazioni o buzz, su Roblox. Verranno prodotti solo dieci capi e spediti ai più performanti.
creativi, da adulti, e la maggior parte delle cose che scriviamo online non dovrebbero essere protette, compreso questo articolo. Nel suo recente The Cost of Dull, Adam Morgan mostra come un video in cui una vernice si asciuga abbia un rendimento molto migliore dell’85% di tutte le pubblicità del momento. Al pari di un video di mucche che mangiano erba. Testate le sue ipotesi, le ha presentate al famoso Festival della Pubblicità di Cannes, dove i creativi del pianeta si riuniscono per una settima-
Frank Pagano, azionista di Tokenance, Senior Partner di Jakala.
i risultati, distribuendo i giusti incentivi. L’AI sconvolgerà alcune professioni? Certo. Cambierà il modo in cui creiamo? Yes. Cambierà il modo in cui interagiamo digitalmente? Sì. Quindi, se gestisco una casa di moda, cosa faccio? Chi sarò?
Chi sei? La creatività è un modo di operare, necessita di obiettivo e visione. L’obiettivo, in una società esponenzialmente ‘intelligente’, è triplice:
La designer del marchio non ha ancora disegnato nulla, il suo compito è interagire digitalmente con i suoi fan. Una volta che ‘un’ design viene battezzato per la produzione e distribuito in formato fisico in edizione limitata, o in massa ma solo digitalmente, i diritti di proprietà intellettuale e i ricavi vengono distribuiti subito a fan e azionisti, tramite blockchain, da quantum computer che funzionano su occhiali, dispositivi indossabili o chip installati nelle persone.
Benvenuti nel futuro della moda. Non siamo creativi e, se lo siamo, non veniamo pagati nemmeno ora. L’AI ucciderà la creatività e i diritti di proprietà. Questo è l’adagio più comune. Indovina? Non siamo
na per parlare di creatività, e bere rosé. I creatori di talento sono pochi, e non pagati. La maggior parte delle interazioni sui social sono passive (like) e i contenuti tendono a non essere originali (repost o retweet). Coloro che ‘creano’ non ricevono abbastanza soldi. Secondo il Wall Street Journal, nel 2024 il 48% dei veri creatori ha guadagnato 15mila dollari o meno, e solo il 13% oltre 100mila. La capacità dell’AI di moltiplicare la sperimentazione creativa fornirà gli strumenti per aumentare le possibilità di coinvolgere il pubblico, se abbiamo qualcosa da dire (prompt). Ciò di cui c’è reale bisogno è un sistema (blockchain e AI) che permetta di monitorare il processo e
a) Cercare conoscenza, per risolvere i problemi delle persone, in modo semplice ed efficace, con un pizzico di sorpresa; b) Creare capitale sociale, ovvero assicurarsi che la nuova conoscenza e i suoi benefici siano condivisi il più ampiamente possibile, e nel caso di brand e aziende, anche pagando il proprio network; c) Sfidare lo status quo, simulando più ‘futuri’. I progressi tecnologici renderanno fragile ogni professione; e la tecnologia può aiutare a costruire un Piano B. Macinare dati. La tecnologia renderà più creativi, più adatti a identificare e premiare equamente amici e sostenitori, e più capaci di far evolvere ciò che facciamo. Come sarà il futuro? Chiedi all’AI, ma poni le domande giuste e controlla le risposte, se hai una visione. Oppure continua a chiedere. Non troveremo una ‘teoria del tutto’, almeno fino al 2030. È sufficiente inseguire nuove conoscenze, accessibili a tutti, e cambiare, ripetutamente, o almeno essere pronti al nuovo.
Un ecosistema che apprende
Un’associazione rilevante oggi non è un’istituzione statica, ma affronta consapevolmente una continua evoluzione insieme alla propria community, offrendole un valore tangibile.
In un contesto che cambia rapidamente sotto la spinta della digitalizzazione, dell’internazionalizzazione e di nuovi modelli di lavoro e di apprendimento, le logiche associative tradizionali arrivano sempre più spesso ai loro limiti. Le aspettative in termini di velocità, trasparenza ed efficacia oggi sono diverse rispetto a dieci o vent’anni fa. Swiss Marketing affronta questa realtà in modo consapevole e intende lo sviluppo non come un progetto una tantum, ma come un processo continuo.
Oggi l’associazione riunisce diversi ruoli che devono essere spiegati con maggiore chiarezza e gestiti meglio. Da un lato, è organizzata sulla base federalista dei club regionali, con un forte radicamento nelle community locali. Dall’altro, in qualità di associazione professionale e di ente responsabile ai sensi della legge sulla formazione professionale, Swiss Marketing si assume la responsabilità dei profili professionali federali, di esami, standard di qualità e compatibilità internazionale delle formazioni svizzere in marketing e sales. Una duplice funzione legittima e preziosa, ma per lungo tempo comunicata in modo insufficiente. Deve essere comprensibile, sia internamente sia verso l’esterno, chi è responsabile di cosa, come vengono prese le decisioni e quali prestazioni sono erogate a quale livello. È proprio qui che si inserisce l’attuale lavoro su governance, modelli di ruolo e logiche di leadership.
Parallelamente, il concetto di appartenenza e di membership è cambiato in modo sensibile. Oggi non ci si lega più a un’associazione per tradizione, convinzione o “perché si è sempre fatto così”. La domanda centrale diventa: cosa ne ricavo concretamente? L’impegno non è venuto
meno: è diventato più dinamico, selettivo e spesso orientato a progetti. Segue una logica di subscription: si aderisce alle offerte finché sono rilevanti e si pretende un impatto concreto.
Per un’associazione questo significa che il valore aggiunto deve essere tangibile - attraverso apprendimento, scambio, visibilità, accesso a opportunità e orientamento professionale. Allo stesso tempo, è importante sottolineare che una rete forte non nasce concentrandosi su un solo gruppo target. Vive dell’interazione tra diverse generazioni, livelli di esperienza e prospettive. I giovani professionisti portano curiosità, nuovi modi di pensare e desiderio di apprendere. I professionisti più esperti apportano contesto, esperienza, reti e senso di responsabilità. Swiss Marketing vuole rendere possibile proprio questo scambio - consapevolmente non elitario e non limitato al C-level, ma eterogeneo: dall’ingresso nel mondo del lavoro fino alla direzione aziendale.
È esattamente qui che si colloca l’attuale fase di sviluppo. Swiss Marketing sta affinando governance, struttura, gestione del marchio e logica dell’offerta. I modelli di membership sono stati differenziati, nuovi gruppi target come studenti, neolaureati e aziende sono stati indirizzati in modo mirato e il valore aggiunto è stato formulato con maggiore chiarezza: rete e community, sviluppo professionale e personale, visibilità sul mercato, riconoscimento attraverso sistemi di riferimento nazionali ed europei, accesso a formati che promuovono marketing e sales come discipline centrali di creazione di valore.
Un’associazione moderna non può più intendersi in modo classico. Deve concepirsi come un ecosistema, una piattaforma in cui convergono ruoli, bisogni e contri-
Marco Ancora, Direttore Generale di Swiss Marketing.
buti diversi. Non è decisivo come si chiamano i nuovi formati, ma se funzionano davvero in modo diverso: più accessibili, più rilevanti e più orientati alla comunità. I nuovi punti di ingresso devono essere a bassa soglia e offrire orientamento. Non ogni relazione inizia con una sottoscrizione formale: spesso si parte da una prima esperienza, un evento, uno scambio o un’opportunità di apprendimento.
La trasformazione, tuttavia, richiede solide fondamenta. Negli ultimi mesi l’attenzione è stata volutamente concentrata sull’analisi e sul lavoro di base, prima di apportare cambiamenti visibili “verso l’esterno”. Un focus centrale è stato quindi posto su dati, sistemi e tecnologia. Un’altra leva decisiva per la capacità futura di Swiss Marketing sono le partnership, non intese come “visibilità a pagamento”, bensì come collaborazioni vive e paritarie. Il criterio di valutazione è sempre triplice: beneficio per l’associazione, beneficio per il partner e, soprattutto, beneficio per la community.
Swiss Marketing vuole essere un luogo in cui ci si può mostrare, contribuire, imparare e crescere. In cambio, l’associazione si aspetta impegno, senso di responsabilità e disponibilità al dialogo. La membership non è una strada a senso unico, ma vive di reciprocità: di beneficio e contributo, di apprendimento e condivisione. È proprio qui che risiede il futuro di un’associazione professionale rilevante, non come organizzazione rigida, ma come ecosistema aperto e in continuo apprendimento, che si sviluppa insieme alla propria community.
Ai: la sfida energetica
Di fronte alla rapida espansione dell’AI, c’è chi teme che ruberà posti di lavoro, chi invece si preoccupa per la perdita del senso critico o del digital divide. Non meno urgente, un aspetto ancora poco discusso: l’impatto ambientale.
Utilizzati per svolgere compiti tipicamente associati all’intelligenza umana, come l’apprendimento, il ragionamento, la risoluzione di problemi, la percezione e il processo decisionale, i sistemi di Intelligenza artificiale (Ai) in questi ultimi anni sono entrati rapidamente nell’uso comune grazie a piattaforme gratuite come ChatGpt o a pagamento. Secondo una ricerca pubblicata da Microsoft nella seconda metà del 2025, oltre il 16% della popolazione globale ha utilizzato l’Ai negli ultimi 12 mesi, una quota in costante crescita. E anche le imprese vi fanno sempre più affidamento per ottimizzare le proprie attività, dal servizio clienti e la cybersecurity alla produzione di contenuti. Con l’aumento esponenziale della domanda, cresce anche il fabbisogno dell’energia per sviluppare, addestrare e mantenere tali sistemi. Oggi circa il 2–3% delle emissioni globali è attribuito al settore tecnologico. Il World Economic Forum stima che il consumo energetico legato all’Ai crescerà del 50% annualmente, da oggi al 2030, a causa del fabbisogno molto più elevato rispetto ai sistemi basati su software tradizionali. Alcune stime suggeriscono che chiedere un prompt a un’Ai consumi fino a 33 volte l’energia di una semplice ricerca sul web, perché, invece di limitarsi a consultare un indice di pagine, deve svolgere un numero elevato di calcoli in tempo reale. Inoltre, l’addestramento di grandi modelli richiede enormi quantità di elettricità: il modello Gpt-3 consuma altrettanta energia di quella utilizzata in un anno da 130 abitazioni statunitensi. Anche aziende come Microsoft e Google hanno visto aumentare notevolmente in pochi anni le proprie emissioni (rispettivamente di circa il 30% e il 50%), perlo-
più per il mantenimento dei data center, utilizzati per elaborare il grande volume di dati necessari al funzionamento dell’Ai, che esercita una pressione crescente sulle già stressate reti elettriche globali. Ciò nonostante, l’Ai ha sicuramente molti lati positivi: l’accelerazione dei processi, l’automatizzazione di compiti ripetitivi e la riduzione di errori umani. Sorprendentemente, anche la sostenibilità potrebbe giovarsene. L’intelligenza artificiale ha infatti il potenziale di migliorare l’efficienza energetica in molti settori, tra cui industria, trasporti ed edifici. Per esempio, i sistemi di riscaldamento e di aria condizionata abilitati dall’Ai ottimizzano i consumi imparando le abitudini degli utenti e regolando di conseguenza il funzionamento dell’impianto. Un altro esempio virtuoso è la ricarica dei veicoli elettrici modulata in base alla domanda di corrente e ai prezzi dell’elettricità, riducendo i costi e migliorando la stabilità della rete. Un caso di successo è, ad esempio, l’azienda Schneider Electric, che ha trasformato un suo stabilimento (Hyderabad) utilizzando sensori abilitati dall’Ai per controllare in tempo reale macchinari e consumi. Il sito consuma così circa il 60% in meno di elettricità ed emette circa
Alannah Kaegi, studentessa del Bachelor in Economia politica, con specializzazione in Economic Data Science, dell’Università di San Gallo.
il 60% in meno di CO2. Nel frattempo, governi, start up e organizzazioni stanno cercando soluzioni per ridurre il fabbisogno elettrico dell’Ai. Progressi tecnologici, come hardware specializzati, chip 3D e sistemi di raffreddamento dei chip, potrebbero essere fra le soluzioni migliori. Anche i data center stanno diventando più efficienti, grazie a nuove tecnologie di raffreddamento e a strategie per ridurre i costi energetici. Un esempio di questi sforzi è l’azienda Infomaniak, con sede a Ginevra, specializzata in servizi di web hosting. Nel 2025 ha aperto un data center a Ginevra che riutilizza il 100% del consumo elettrico per riscaldare fino a 6.000 abitazioni, evitando uno spreco di 3.600 tonnellate di carbonio all’anno. Una dimostrazione della possibilità di creare le condizioni per sfruttare l’immenso potenziale dell’Ai, compensando l’aumento dei consumi elettrici associato al suo sviluppo e al suo uso se effettuato con la giusta regolarità e intenzione.
Con questa prima edizione del 2026, Ticino Management inaugura la sua collaborazione con la San Gallenses Oeconomiae Comites (SGOC), tra le più prestigiose associazioni studentesche svizzere, fondata nel 1948. I talenti ticinesi che frequentano l’Università di San Gallo - ateneo di eccellenza nei settori di riferimento della nostra testata - offriranno ai lettori uno sguardo aggiornato e fresco sui temi di attualità economica, politica e sociale, con la visione di chi si prepara a guidare il futuro. Un contributo complementare alle analisi degli esperti abitualmente presenti sulle nostre pagine, volto a favorire il dialogo tra le generazioni e a stimolare nuove prospettive di riflessione.
San Gallenses Oeconomiae Comites
Drone delivery
La logistica della consegna di pacchi al cliente finale, negli Stati Uniti, è già arrivata a una svolta. L’impiego di droni a guida autonoma sta entrando nella quotidianità di molti.
Zipline ha da poco superato i 7,5 miliardi di dollari di valutazione. È il dato emerso dopo un round da più di 600 milioni annunciato a gennaio dalla stessa società statunitense che ha sviluppato un proprio ecosistema di consegna tramite droni, che comprende il software logistico, i sistemi di lancio e atterraggio e i velivoli. In buona sostanza, ordini una pizza, un quadro o un qualsiasi articolo del catalogo, e questo viene paracadutato esattamente sotto casa del felice cliente.
In particolare, Zipline opera in diverse aree del globo ed è la protagonista del più grande sistema di delivery autonomo al mondo. Come si legge in un comunicato stampa, l’azienda è attiva in “quattro continenti”, ha registrato “più di 125 milioni di miglia commerciali autonome volate” e “serve oltre 5mila ospedali e strutture sanitarie”, trasformando “l’accesso all’assistenza sanitaria, ai prodotti di consumo e agli alimenti”.
Con i nuovi fondi raccolti, l’azienda ha annunciato l’intenzione di ampliare le proprie operazioni a Houston e Phoenix, per poi estendersi ad altre aree metropolitane americane, con consegne che ai stima potranno arrivare a sfondare la sorprendente soglia dei 10 minuti (il tempo medio complessivo dei suoi droni è di 3 minuti). Il finanziamento ha visto la partecipazione di diversi investitori di lungo corso e rimasti fedeli al progetto e nuovi, tra cui Fidelity Management & Research Company, Baillie Gifford, Valor Equity Partners e Tiger Global.
Il servizio di delivery dell’azienda, secondo quanto comunicato a gennaio, negli Stati Uniti è cresciuto di circa il 15% su base settimanale per sette mesi. Con l’avvio di nuovi mercati, la consegna
autonoma on-demand sta rapidamente passando dalla fase di adozione iniziale a infrastruttura di uso quotidiano. Lo scorso mese, inoltre, la società ha superato i 2 milioni di consegne commerciali, il che coincide con un dato superiore a tutte le altre aziende del settore messe insieme.
“La logistica autonoma è in fase di maturazione da oltre un decennio e l’ultimo anno ha reso inequivocabile che, quando le consegne sono più rapide, più pulite, più sicure e più economiche, la domanda non è solo elevata, ma cresce in modo
«I clienti apprezzano i risparmi di tempo e denaro: i droni possono costare molto meno per pacco rispetto ai mezzi tradizionali, grazie a minori costi di lavoro, energia/ carburante e assenza di traffico.
A molti piace anche l’idea di vedere il proprio ordine sganciato con paracadute dai velivoli a guida autonoma»
esponenziale”, ha tenuto a precisa Keller Cliffton, Ceo e co-fondatore di Zipline. Già nel 2026, con un buon anticipo, questo settore “diventerà un elemento della quotidianità di moltissime persone in diversi stati degli Stati Uniti”.
I clienti apprezzano i risparmi di tempo e denaro: i droni possono costare molto meno per pacco rispetto ai mezzi tradizionali, come furgoncini o bici, grazie a minori costi di lavoro, energia/carburante e senza traffico su strada. A molti piace anche l’idea e l’esperienza di vedere il proprio ordine sganciato con paracadute dai velivoli a guida autonoma direttamente
Alessandro Beggio, Ceo e fondatore di Vector Wealth Management.
davanti a casa, in giardino.
Zipline ha messo in evidenza anche la sicurezza, difatti ha consegnato “più di 20 milioni di articoli senza alcun infortunio grave. Il tutto contribuendo a salvare più di 10mila vite all’anno. A titolo di confronto, negli Stati Uniti percorrere 120 milioni di miglia su strada ha comportato quasi 600 incidenti, circa 100 feriti e almeno una vittima, almeno secondo i dati della Nhtsa».
Tra i concorrenti dell’azienda ci sono Flytrex, DroneUp, Amazon Prime Air e Wing. Quest’ultima, di proprietà di Alphabet, ha anche stretto una partnership con Walmart. Un’alleanza che è stata potenziata di recente. Il mese scorso, difatti, Walmart ha deciso di espandere il suo servizio di consegna con droni ad altri 150 negozi, con l’obiettivo di portare circa 40 milioni di americani nel suo raggio di volo quest’anno. Wing, che si occupa delle vendite al dettaglio, porterà così le spedizioni aeree ‘ultraveloci’ a Los Angeles, St Louis, Cincinnati, Miami e molte altre città ancora.
In combinazione con l’espansione già pianificata dell’azienda a Houston, Orlando, Tampa e Charlotte, nella Carolina del Nord, ciò porterebbe il numero di negozi che offrono il servizio di Wing a un totale di 270 entro la fine del 2027.
In generale, secondo Fortune Business Insight, la dimensione del mercato globale dei servizi di consegna con droni è stata valutata 3,47 miliardi di dollari nel 2025. E si prevede che salirà a 20,98 miliardi di dollari entro il 2034, registrando un tasso di crescita Cagr del 19,45%.
Il brand non decolla
Stando ad una recente analisi sul posizionamento comunicativo delle banche svizzere, i marchi avrebbero ancora molto da raccontare e da offrire, ma gli istituti non sembrano mostrare sensibilità verso l’argomento. Eppure, è proprio di questo che avrebbero bisogno.
Il Private Banking, mai come negli ultimi anni, è chiamato a confrontarsi con una serie di sfide che ne segneranno la storia futura prossima, e anche la fortuna.
Da un lato c’è l’evoluzione frenetica dei mercati finanziari, e il conseguente rapido diffondersi di ricorrenti crisi sistemiche; e c’è anche lo sviluppo tecnologico, che è indubbiamente un’opportunità d’investimento – seppur da maneggiare con cura –, la cui inevitabile integrazione nell’ambito della Gestione patrimoniale, tuttavia, altererà gli equilibri cristallizatisi nell’industria nell’ultimo mezzo secolo.
Dall’altro lato, si assiste al ricambio degli interlocutori, da entrambi i lati della scrivania: cambiano i gestori, ma inevitabilmente anche i clienti sono soggetti al medesimo destino, seppur per altre ragioni. Essere al centro di una tempesta perfetta pone enormi rischi ma, a patto di saperli gestire, schiude anche incredibili opportunità, tra cui l’affermarsi come punti di riferimento in un settore che questi cambiamenti uscirà trasformato.
Nel tempo questo settore, confrontato con un certo tipo di clientela, dalle esigenze spesso ‘particolari’, e in epoche storiche diverse, ha lasciato in fondo alla lista delle sue priorità molti aspetti relativi
«Oggetto dello Spbix 2026 sono le prime 58 banche svizzere, i cui ricavi siano fortemente dipendenti dalle attività di Private Banking, una fondamentale definizione alla luce dei risultati raggiunti»
al tema dell’immagine e della comunicazione. Un argomento non considerato, quindi, tra le priorità strategiche da parte della quasi totalità dei player dell’industria, a eccezione dei più grandi. Gruppi bancari, integrati verticalmente, e attivi a livello mondiale. Ossia pochissimi, anche in un panorama elvetico molto ricco e variegato.
La Piazza finanziaria svizzera rimane uno dei fiori all’occhiello della Confederazione, e dopo gli sviluppi degli ultimi anni anche la comunicazione dovrebbe assumere un altro ruolo.
La seconda edizione dello Swiss Private Banking Identity Index, lo Spbix 2026, ben cattura i ritardi, oltre ai progressi, accumulati dall’industria svizzera negli ultimi anni relativamente alla cura della propria immagine, e quindi alla forza del brand. Un tema sempre più sottile, ma fondamentale, anche per gli istituti più piccoli che non vogliano limitarsi a sopravvivere, ma che ambiscano - almeno moderamente - a crescere, rafforzando il proprio vantaggio competitivo, in un mercato affollato.
Oggetto dell’indagine sono le prime 58 banche svizzere, i cui ricavi siano fortemente dipendenti dalle attività di Private Banking, una fondamentale definizione alla luce dei risultati raggiunti. Brand Identity. Iniziando dalle buone notizie, rispetto all’edizione 2025 si registrano dei progressi diffusi in termini di gestione della Brand identity da parte dei singoli istituti. La valutazione media, pur rimanendo molto modesta, è infatti salita a 2,11 punti su un massimo di 5, rispetto allo sconfortante 1,84 precedente. Se dunque da un lato si marcia nella giusta direzione, dall’altro le distanze da colmare sono ancora siderali.
Ma cosa si intende con il termine Brand Identity? Una serie di quattro fattori determinano l’identità del marchio: la value proposition dell’istituto e gli elementi differenzianti rispetto al mercato; le compe-
tenze tecniche e la loro declinazione nella cultura aziendale; i valori fondamentali che guidano la strategia; e gli obiettivi che l’organizzazione persegue nel tempo. Anche concentrandosi solo sui ‘valori’, il quadro che ne emerge è molto vario. La comunicazione degli stessi risulta essere efficace nel 66% dei casi, con un significativo miglioramento, ciononostante solo il 26% del campione allinea correttamente valori e obiettivi, un problema che agli occhi del pubblico mina la credibilità e la fiducia nel marchio. Quanto meno nel 74% dei casi, laddove gli abbinamenti siano stati fatti correttamente, ci si limita a identificarne soltanto 4, il che contribuisce a rafforzarli. In peggioramento è invece la ‘consistency’ del marchio (1,9 di 5), ossia la coerenza tra identità, valori e obiettivi comunicati.
Brand activation. A patto dunque di avere un marchio ‘bene in arnese’, si tratta poi di attivarlo sul mercato, mettendolo al servizio dell’azienda, cercando anche di ricavarne un qualche beneficio. Ed è qui che la ‘consistency’ molto modesta fa da freno. La Cultura aziendale, ossia come le persone vivono i valori e l’azienda stessa, è uno degli elementi cardine atti a fare la differenza. Ma anche su questo fronte le banche non stanno facendo un buon lavoro: solo il 21% del campione, infatti, a livello di website, ha una pagina dedicata al tema, e il risultato medio tra questi è comunque di un modesto 3,33 di 5 rispetto all’efficacia delle informazioni riportate.
Top 10 Svizzera tedesca Ranking per forza del brand
Top 10 Private Bank - Svizzera Ranking per forza del brand
R. Brand 1 Pictet 2 Piguet Galland
3 Banque Heritage 4 Ubs
5 Pkb Private Bank
6 Vontobel
7 Zürcher Kantonalbank
8 Graubündner Kantonalbank
9 Lienhardt & Partner
10 Mirabaud
Fonte: Spbix 2026
Top 10 Private Bank - Ticino
Ranking per forza del brand
R. Brand
1 Pkb Private Bank
2 Axion Swiss Bank
3 Banca Zarattini
4 Banca del Sempione
5 Banca del Ceresio
6 Banca Credinvest
7 Società Bancaria Ticinese
Fonte: Spbix 2026
La comunicazione bancaria nel Private Banking
I risultati dello Spbix 2026, che vede coinvolte 58 banche svizzere (max. 5)
Una parte decisiva nel comunicare il brand nei confronti dell’esterno, dunque concorrenti, clienti attuali e potenziali, dovrebbe ricoprirla il Senior Management, cosa che avviene solo nel 17% dei casi. Al pari di molti altri ambiti, ‘metterci la faccia’ risulta decisivo nel comunicare al mercato l’autenticità del messaggio, e importante è la fiducia che gli stessi ‘ambasciatori’ vi ripongono. In questo caso non molta, almeno secondo i dati. Trovare il match. Queste due metà, identity e activation sono tra loro strettamente correlate, i successi della prima incidono in misura decisiva sull’efficacia della seconda, e dunque sui risultati che possono essere attribuiti al brand. Altrettanto evidente, ma meno problematica, è invece una scarsa activation a fronte di un brand forte, e consistente. Solitamente gli istituti più grandi, che ottengono dei punteggi sensibili su entrambi i fronti (superiori a 4), ricorrono a un sofisticato storytelling per veicolare il messaggio, e raggiungere il pubblico target. Integrare la ‘narrazione’ nel proprio marketing e nella strategia contribuisce a toccare emotivamente le persone, irrobustendo valori e obiettivi del brand, il che potrebbe rappresentare un vantaggio decisivo specie per gli istituti più piccoli. Si tratta del resto di compensare i mode-
Fonte: Spbix 2026
Stando ai risultati dello studio, le banche romande sono più efficaci nel valorizzare il proprio brand, mettendolo al servizio della banca. In Svizzera interna l’attenzione dedicata al marchio è inferiore, ma non gli investimenti, dunque potrebbero arrivare buone notizie nella prossima edizione. Bene il Ticino, pur con
I risultati parziali di alcune banche svizzere
Classifica di una scelta di istituti svizzeri per forza del brand
In testa alla classifica ticinese, e con risultati eccellenti a livello di categoria e nazionali, Pkb si distingue per il percorso che ha intrapreso, a iniziare da un rebranding di successo.
Fonte: Spbix 2026
Top 10 Big Private Bank
Ranking tra banche di grandi dimensioni
R. Brand
1 Pictet
2 Ubs
3 Vontobel
4 Zürcher Kantonalbank
5 Mirabaud
6 Efg
7 Rothschild& Co
8 UBP
9 Julius Bär
10 Lgt
Spbix 2026
sti budget destinati alla comunicazione, sviluppando una narrazione autentica, ma poco costosa, rispetto alle risorse che dovrebbero essere destinate a campagne marketing molto estese.
Qualche consiglio. Lo studio arriva ad alcune ragionevoli conclusioni, individuando una serie di semplici raccomandazioni, in parte di buon senso, per fare meglio da questo momento in poi. Un primo fondamentale passo è fare ordine a livello di identità del marchio, rifocalizzando laddove necessario valori e obiettivi, definendo una narrazione coerente in grado di amalgamarli. È l’elemento cardine per una corretta attivazione del brand. Nonostante gli sforzi profusi nel comunicarlo, in moltissimi casi il messaggio non arriva chiaro al mercato, anzi, confuso. Si tratta dunque di riuscire a colmare il gap, elaborando uno storytelling fatto di persone, umanizzando concetti che rischiano di rimanere distanti e molto astratti. In questo il Management potrebbe fare molto, mettendosi al servizio dell’istituto, a determinate condizioni.
Top 10 Mid Private Bank
Ranking tra banche di medie dimensioni
R. Brand
1 Piguet Galland
2 Banque Heritage
3
& Co.
Fonte: Spbix 2026
Il Private Banking è un’industria fatta di persone, al centro dovrebbe trovarsi il cliente. Non sempre è così nella pratica. Al netto di un sofisticato impianto analitico e finanziario, con numeri e grafici,
«Il Private Banking è un’industria fatta di persone. Al netto di un sofisticato impianto analitico, spesso alla base di tutto c’è una componente emozionale che cerca nel dato una semplice ‘giustificazione’ per motivare una decisione già presa. La narrazione del marchio va a insistere in quella dimensione psicologica»
spesso alla base di tutto c’è una componente emozionale e irrazionale che cerca nel dato una semplice ‘giustificazione’ per motivare una decisione già presa. La narrazione del marchio va a insistere in quella dimensione psicologica.
Nell’immediato futuro, quando la tecnologia sarà sempre più diffusa nel settore, che certo adotterà strumenti di Ia per raffinare il livello di personalizzazione dei servizi offerti, potenzialmente scalabili su centinaia di migliaia di clienti, sarà sfondamentale conservare la dimensione umana, almeno a livello di narrativa, per non confondere o spaventare il destinatario del messagio, oltre che del servizio. L’uomo deve rimanere al centro, pur lasciandosi affiancare dagli strumenti che lo sviluppo tecnologico già oggi mette a disposizione. E in questo il ricambio generazionale giocherà un ruolo decisivo, rispetto alle resistenze opposte attualmente da consulenti e clienti, di una certa età.
Osservando però i risultati dell’analisi, già sorprende la composizione di molte classifiche. L’idea che solo i più grandi, al costo di miliardi di franchi in investimenti marketing, possano fare bene è smentita dai numeri e nei fatti. La metà dei primi classificati sono infatti banche di modeste dimensioni (anche di origine ticinese), il che è una buona notizia (significa che si può fare bene, e qualcuno lo sta facendo) ma d’altro canto non è confortante pensare a come vengano destinati tali miliardari investimenti.
Nell’era dell’informazione, sempre più inflazionata dall’AI, in troppi casi tutto è ancora preso sotto gamba, ignorando i rischi d’immagine e reputazionali che, conseguendo a decisioni prese con leggerezza, potrebbero avere effetti nel corso di anni, se non decenni, arrivando addirittura a uccidere un brand. Situazione improbabile, ma non impossibile.
Nonostante la comunicazione sia una questione delicata e propria a ogni marchio, i fallimenti dell’uno possono molto facilmente ricadere sull’intera Piazza, locale o nazionale, da qui il ruolo di sensibilizzazione che le Associazioni di categoria dovrebbero svolgere, e che palesemente non stanno facendo, considerati i risultati complessivi, ma soprattutto il sentiment di mercato. Che non è dei migliori.
Giulio De Biase
Fonte:
Osservatorio
Faville e bagordi
La performance dei mercati si conferma delle migliori sul biennio, pur venendo da un 2023 già molto positivo. Ma dove si vuole andare con queste valutazioni?
Il mercato svizzero dei fondi ha chiuso il 2025, come prevedibile, con notevoli rialzi in termini di masse amministrate. In parte a fronte dell’ottimo risultato messo a segno dai mercati globali, tutti in forte progresso, sulla scia di un 2024 già scoppiettante, e in parte anche grazie a una raccolta che continua a essere fortemente positiva, con un net new money che nell’arco di 12 mesi ha sfiorato i 47 miliardi di franchi. Sull’intero biennio, 2024-‘25 la raccolta sfonda invece i 73 miliardi.
Fermo restando l’abilità dei gestori, che certo molto fa, e la fiducia degli investitori nelle singole Case (Ubs si aggira sui 642 miliardi di AuM, Swisscanto 209 e Pictet 192), i mercati continuano a fare la parte del leone. Nel 2025 a essersi segnalati, in particolare, sono stati gli Emergenti, con il relativo indice Msci in crescita del 34,4%, performance che non si vedeva dal 2017, anno altrettanto positivo. Non da meno, il +21,6% del Msci World, rispetto al già notevole +19,2 del 2024, e al +24,4 del 2023. Numeri da capogiro, che pur offrendo qualche giustificazione, restano alquanto dubbi in termini di sostenibilità. Non che gli Emergenti avessero fatto male, ben inteso, con un significativo +8,1 e +10,3 ancora nel 2023.
Guardando ai singoli indici il Msci Asia ex-Jp si segnala per un notevole +33%, per quanto il grande escluso, il Giappone, abbia comunque collezionato un buon +25,5 che fa rima con i precedenti +20,5 e 28,3. In tal senso più cauto risulta essere il Msci Europe ex-Uk in crescita del 20,1% e lo S&P 500 che colleziona un +17,9 arrivando da un +25 e un altrettanto sorpredente +26,3% del 2023. Tali risultati vanno anche rivisti alla luce dell’andamento del dollaro, che ha lasciato sul terreno nell’arco del solo 2025 molto.
Prosegue la corsa dell’oro, +65% in 12 mesi, rispetto al +147% dell’argento, al 125 del platino e al 42 del rame.
Il mercato dei fondi (Dati Morningstar in mln di franchi)
Raccolta
per Assett class (in milioni di franchi)
Osservatorio 4.0
Caro lettore, L’Osservatorioha sfondato la famosa terza dimensione, per essere sempre più completo e aderente all’evoluzione vorticosa dei mercati finanziari. Una parte dei contributi dei Partner che da anni contribuiscono alla sua ricchezza inizieranno a essere web-only, specie per quelle tematiche molto più ‘liquide’.
Gli Emergenti hanno chiuso un eccellente 2025, ma si preparano a fare molto anche nei prossimi 12 mesi. Tutte le premesse sono delle migliori, dunque... avanti tutta.
La più grande sorpresa del 2025 sono stati probabilmente gli Emergenti: le loro obbligazioni in valuta locale mostrano un rialzo di circa il 16% e il loro debito denominato in dollari un rialzo del 12%, superando di gran lunga i guadagni di appena il 3% del reddito fisso globale complessivo. In particolare, questa sovraperformance colpisce poiché giunge dopo un ‘decennio perduto’.
La forte performance del debito emergente deriva da diverse tendenze fondamentali. A pesare sono però cinque fattori chiave: la traiettoria dei tassi d’interesse, la forza del dollaro americano, le condizioni del commercio globale, i prezzi delle materie prime e la crescita economica in Cina. Quattro di questi fattori sono ora positivi, creando così le condizioni più favorevoli degli ultimi vent’anni per le obbligazioni dei mercati emergenti. (R)allentamento monetario. La politica delle Banche Centrali emergenti è restrittiva ma in fase di normalizzazione, una combinazione generalmente favorevole per le obbligazioni. Sebbene il tasso me-
dio ponderato della politica monetaria sia sceso al 6,3% (il più basso dal 2003-2008), rimane comunque ben superiore al tasso neutrale stimato a circa il 5,5%.
La crescita economica vicina al potenziale (circa il 4%) e il ritorno dell’inflazione al 3%, spinge a una progressiva normalizzazione monetaria, di buon auspicio per le obbligazioni. Inoltre, i tassi reali medi sono superiori al 3%, un livello storicamente associato a periodi di forte performance per gli emergenti. Debolezza del dollaro. Il biglietto verde è sceso del 9% rispetto a un paniere di valute ponderato per gli scambi commerciali, una debolezza che dovrebbe proseguire. La crescita è in rallentamento, la Fed sta riducendo i tassi e i premi per il rischio sono in discesa. Ma il dollaro è indebolito anche da tendenze strutturali. Come illustrato nel nostro Secular Outlook, il mondo sta passando da un sistema dominato dagli Stati Uniti a uno multipolare, portando il dollaro a perdere parte della sua egemonia. Dal 2014, la quota del dollaro nelle riserve di valuta estera globali è scesa dal 66% al 58, l’utilizzo
Patrick Zweifel, Capo economista di Pictet Asset Management.
degli asset statunitensi come arma ne ha infatti intaccato l’attrattiva e spinto alcuni Paesi (specie in via di sviluppo) a cercare alternative. Le sanzioni e le minacce di esclusione da Swift hanno abbassato di molto il grado di sicurezza delle riserve in dollari rispetto al passato. Le recenti politiche del presidente Trump non hanno fatto altro che esasperare questa tendenza. Se si prende in considerazione questo contesto di populismo economico e instabilità istituzionale, probabilmente la valutazione del dollaro è persino troppo alta: secondo l’analisi, è scambiato a quasi due deviazioni standard al di sopra del suo valore fondamentale, mentre le valute dei mercati emergenti rimangono sottovalutate dall’8 all’11%. Un ulteriore deprezzamento sembra quindi probabile e a beneficiarne saranno proprio gli asset dei mercati emergenti.
Il commercio globale resiste. I dazi e le tensioni geopolitiche hanno gettato un’ombra sulle prospettive del commercio internazionale. Tuttavia, queste preoccupazioni si sono dimostrate finora infondate e le esportazioni globali hanno superato i livelli pre-Covid. Ciò è in parte dovuto al fatto che le importazioni statunitensi costituiscono solo il 13% del commercio globale, una percentuale insufficiente per influenzare la tendenza generale. Secondo le previsioni, l’innalzamento medio dei dazi statunitensi al 18% comporterà una riduzione del volume dell’import di soli 2 punti percentuali.
Questo calo è ancora meno significativo a fronte della crescita degli scambi tra Emergenti: quasi il 46% delle loro
esportazioni è ora indirizzato verso altri Paesi in via di sviluppo (era il 23% nel 2000). Altrettanto incoraggiante è il fatto che continui a crescere il numero di accordi di libero scambio, con in testa l’Unione Europea, che ha recentemente sottoscritto accordi con l’Indonesia e ne sta attualmente negoziando altri con l’India, il blocco commerciale sudamericano del Mercosur e diversi Paesi del sud-est asiatico. Il commercio globale, quindi, si sta rimodellando anziché restringersi. Materie prime in ripresa. I prezzi delle materie prime sono in fase di rimbalzo, in aumento di circa il 5% su base annua, trainati principalmente dai metalli preziosi e industriali. Questa tendenza è sostenuta dall’indebolirsi del dollaro, dalla ripresa del manifatturiero globale e dalla transizione energetica (ad esempio il rame. Gli ampi investimenti in infrastrutture ad alta intensità energetica e metalli finalizzati a sostenere il boom dell’AI rafforzano ulteriormente questa tendenza. Per gli esportatori di materie prime, molti dei quali nei Paesi emergenti, l’ambiente è doppiamente favorevole: l’aumento dei prezzi migliora le condizioni commerciali, mentre gli sforzi di diversificazione economica nel Golfo (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti) riducono la dipendenza dal petrolio e la volatilità macroeconomica propria delle economie meno diversificate.
Unico neo: la Cina. È l’unico dei cinque fattori a risultare neutrale piuttosto che positivo per le obbligazioni dei mercati emergenti, sebbene anche qui vi sia ottimismo. L’economia si sta normalizzando in seguito a un primo semestre robusto. Gli investimenti industriali stanno rallentando, ma è intenzionale e dipendente dalle cosiddette politiche ‘anti-involuzione’ che mirano a ridurre la sovracapacità e a ripristinare la redditività aziendale. Sebbene l’impatto immediato sia un rallentamento della crescita, i vantaggi a medio termine sono tangibili: un’economia meno dipendente dai sussidi e potenzialmente in grado di consentire salari più elevati, e quindi prezzi più alti. Questo cambiamento, per quanto modesto, darebbe un po’ di respiro ai margini dei produttori sudcoreani e di altre economie asiatiche esposte alla concorrenza cinese, con ripercussioni positive sui mercati globali. Inoltre, l’economia cinese dovrebbe beneficiare del sostegno fiscale alle famiglie, con alcune misure già
annunciate e altre suggerite all’interno dell’ultimo piano quinquennale.
I mercati emergenti stanno quindi finalmente uscendo da un lungo periodo in purgatorio. La loro recente sovraperformance non è un rimbalzo tecnico, bensì il riflesso di un mutamento più profondo della dinamica. Ciò potrebbe segnare l’inizio di un nuovo regime, in cui gli emergenti smettono di essere un semplice riflesso del mondo sviluppato per tornare a essere nuovamente la sua forza trainante.
Opportunità concrete. Nell’ambito del reddito fisso dei mercati emergenti, si respira al momento un forte ottimismo nei confronti delle obbligazioni in valuta locale e del credito societario.
Apprezzabili sono gli sforzi di riforma in Paesi come l’Argentina (dove il partito del presidente ha ottenuto una vittoria schiacciante nelle elezioni di metà mandato, aprendo la strada a cambiamenti più positivi), la Nigeria e la Costa d’Avorio.
Per quanto riguarda le obbligazioni in valuta locale, si vede un forte potenziale in regioni dove i tassi reali sono parti-
Se da un lato le prospettive e i fondamentali macro della galassia Emergenti restano particolarmente positivi, il calo atteso dei tassi direttori medi degli istituti centrali dell’area potrebbero dare ulteriore slancio a mercati azionari già molto tonici, ampliando l’interesse degli investitori. Se il 2025 è stato un anno eccellente, il 2026 farà meglio?
colarmente elevati e le Banche Centrali hanno ancora margine per allentare in modo significativo la politica monetaria (in alcune parti di Asia e America Latina, nonché Sud Africa).
Nell’ambito del credito societario, sono attualmente nel mirimo aziende solide in settori che possano beneficiare della crescita domestica. Tra queste figurano aziende di torri di comunicazione dell’Africa subsahariana (che vantano solidi fondamentali, bassa leva finanziaria e valutazioni interessanti), utility e banche messicane, nonché produttori di gas e miniere d’oro in Uzbekistan.
Fonte: Pictet 2026
Tagli in arrivo
dei policy rate delle Banche Centrali emergenti (media in %)
Em policy rate Media
Em ex-Cina e Turchia
Premio al rischio eccessivi?
Confronto tra rapporti Msci 12m forward P/E negli Emergenti
Fonte: Gavekal 25
La strada è ancora lunga
Il 2025 è stato segnato dal costante indebolirsi del dollaro americano, ma la corsa non è finita, e proseguirà nei prossimi mesi. È utile saperlo, ma come prepararsi?
Dopo un periodo rialzista durato 14 anni per il dollaro statunitense, la tendenza si è definitivamente invertita. Dall’inizio del 2025, la valuta si è indebolita e il calo potrebbe continuare.
La forza del dollaro derivava dall’‘eccezionalità’ degli Stati Uniti in termini di crescita economica, dalla solida performance del suo mercato azionario e dal vantaggio in termini di rendimento reale. Questi punti di forza si basavano su una forte fiducia nel quadro istituzionale che protegge i detentori di attività in dollari. Alcuni di questi fondamenti sono però cambiati. Di conseguenza, il dollaro dovrebbe continuare a indebolirsi gradualmente, anche se alcuni scenari potrebbero portare a movimenti più caotici.
L’eccezionalismo. Dato che il dollaro è ciclico, non esiste un punto di partenza evidente, ma la maggior parte degli analisti guarda alla sovraperformance della crescita statunitense. Dopo il 2008, l’economia americana ha generalmente sovraperformato le altre grandi regioni, come l’Eurozona e il Giappone. La rivoluzione
dello shale ha avvicinato di molto gli Stati Uniti all’indipendenza energetica, rendendo la loro economia meno vulnerabile agli shock energetici.
Non solo l’economia americana nel suo
«Non solo l’economia americana ha registrato risultati migliori ad altri Paesi, ma anche le aziende tecnologiche americane hanno prosperato grazie a nuove innovazioni come l’intelligenza artificiale. Molte di queste aziende hanno contribuito alla significativa sovraperformance degli indici azionari americani»
Tilmann Galler, Global Market Strategist di J.P. Morgan Asset Management.
La Fed è stata anche in grado di mantenere tassi di interesse più elevati rispetto alle sue controparti del G7. L’Europa, dopo la crisi del debito sovrano, e il Giappone, intrappolato in un regime deflazionistico, hanno dovuto ricorrere addirittura a tassi negativi.
La sovraperformance in termini di crescita, i tassi di interesse più elevati e la solidità delle istituzioni hanno attirato capitali globali negli Stati Uniti, consentendo di finanziare prestiti alle famiglie, alle imprese e al Governo federale americano. Questo capitale ha consentito un aumento della spesa, stimolando ulteriormente la crescita interna e sostenendo la domanda di beni e servizi provenienti da altre regioni del mondo. Qual è il prossimo passo per il dollaro? Con valutazioni già elevate, il ciclo virtuoso del biglietto verde è ora in fase di stallo sotto diversi aspetti. L’obiettivo dichiarato del presidente Trump di riportare la produzione manifatturiera negli Stati Uniti ha giocato un ruolo centrale nel recente calo del dollaro.
complesso ha registrato risultati migliori, ma anche le aziende tecnologiche americane hanno prosperato grazie a nuove innovazioni come l’intelligenza artificiale. Molte di queste aziende hanno contribuito alla significativa sovraperformance degli indici azionari americani.
Almeno nel breve termine, la riduzione delle importazioni deve, per definizione, coincidere con un calo del consumo di beni e servizi, sia esso da parte delle famiglie, delle imprese o del Governo. I sostenitori dei dazi diranno che questo riequilibrio ridurrà semplicemente la spesa statunitense in beni e servizi stranieri, ma ciò non è realistico dato il ruolo chiave delle importazioni nella produzione americana. Il calo della domanda statunitense di beni e servizi stranieri costringerà i Paesi
A fronte del progressivo, e non troppo lento, indebolirsi del dollaro anche hedgiare la posizione sta diventando molto costoso, non farlo potrebbe però vanificare del tutto il senso dell’investimento. Ma un dollaro più debole cosa ha comportato in passato in termini di azionario? I cicli non sono una novità.
che ne dipendevano ad accettare una crescita più debole o a stimolare la propria economia. La Cina e la Germania stanno reagendo con misure di stimolo interno, con un cambiamento particolarmente significativo nella politica fiscale tedesca. Queste misure di stimolo significano che questi Paesi investiranno maggiormente il loro capitale internamente piuttosto che inviarlo negli Stati Uniti.
Esposizione valutaria. A causa della sovraperformance degli asset statunitensi, l’esposizione al dollaro è aumentata notevolmente in molti portafogli.
La ponderazione del dollaro in un portafoglio classico 60:40 composto dall’Msci Acwi e dall’indice Bloomberg Global Aggregate Bond è passata dal 44% all’inizio del 2011 al 57 a fine ottobre 2025, secondo Bloomberg e Msci.
Gli investitori devono prestare maggiore attenzione all’esposizione valutaria in tutte le classi di attivi. Nonostante il deprezzamento del dollaro quest’anno, rimane fondamentalmente una valuta cara. A lungo termine, il dollaro è ancora del 7% al di sopra del suo valore equo rispetto all’euro e dell’8% rispetto alla sterlina britannica.
Un potenziale freno ai rendimenti azionari. Dalla fine degli accordi di Bretton Woods, un dollaro forte è stato generalmente accompagnato da una sovraperformance delle azioni statunitensi rispetto al resto del mondo. Nei periodi di debolezza del dollaro, si è verificato il contrario. Ciò è intuitivo, l’attrattiva dei rendimenti azionari attira i capitali globali e influenza i movimenti del dollaro.
Gli investitori devono quindi prestare attenzione alle esposizioni non hedgiate e al modo in cui i movimenti valutari possono amplificare qualsiasi sottoperformance relativa se il mercato azionario statunitense dovesse indebolirsi nel corso dei prossimi mesi. Il 2025 ricorda che, nel breve termine, queste fluttuazioni possono essere anche molto significative. In
Costo di hedging per un investimento in dollari (annualizzato, in pp)
Azionario e dollaro
I cicli del dollaro e la performance dell’azionario (var annua %)
valuta locale, lo S&P 500 è cresciuto del 18% nell’anno fino alla fine di novembre, mentre per gli investitori non hedgiati in euro e sterline, l’indice è cresciuto solo del 5% e dell’11% rispettivamente.
«Dalla fine degli accordi di Bretton Woods, un dollaro forte è stato generalmente accompagnato da una sovraperformance delle azioni statunitensi rispetto al resto del mondo. Nei periodi di debolezza del dollaro, si è verificato il contrario, il che è abbastanza intuitivo»
Il valore rifugio del dollaro potrebbe non essere più quello di una volta. Nell’ultimo decennio, gli investitori hanno accettato una maggiore esposizione al dollaro per la protezione aggiuntiva che offriva loro in periodi di volatilità dei mercati. Dal picco della crisi finan-
ziaria globale, la correlazione biennale del biglietto verde con la performance dell’S&P 500 è stata quasi continuamente negativa. Ciò significava che l’esposizione al dollaro poteva compensare parte del rischio azionario. Ciò era particolarmente evidente durante le crisi al di fuori degli Stati Uniti, come la crisi del debito sovrano nell’Eurozona e lo scoppio della guerra in Ucraina.
Tuttavia, questo status di bene rifugio non sembra più così solido. La correlazione del dollaro con il mercato azionario è aumentata notevolmente nel 2025. Se le politiche statunitensi si rivelassero inflazionistiche e destabilizzanti, il dollaro rischierebbe di perdere i suoi effetti positivi di diversificazione.
Trovare il giusto equilibrio del rischio di cambio nel portafoglio è essenziale per il successo degli investimenti futuri. L’aggiunta di strategie di copertura valutaria e una gestione attiva del rischio di cambio, insieme a un’ampia diversificazione internazionale, possono attenuare i rischi legati a un ulteriore calo del dollaro, sia esso ordinato o disordinato.
Faglie in movimento
Il quadro globale resta particolarmente fluido, molti i focolai da cui potrebbe arrivare la prossima crisi, ma non mancano i potenziali indicatori che lasciano ben sperare.
Sfaccettare geopolitiche Riserve di terre rare per Paese (mln di T. accertate)
L’approccio alla politica estera del Governo statunitense, le divisioni della Nato su Groenlandia e Ucraina, le tensioni tra Cina e Giappone e l’Iran delineano un mondo meno prevedibile, e meno ‘globale’.
Sebbene l’impatto delle crisi geopolitiche sui mercati azionari storicamente sia stato breve e contenuto, i focolai sono molteplici ed escalation e sanzioni rappresentano rischi anche sul piano economico.
La Groenlandia è improvvisamente salita alla ribalta; le ultime notizie fanno pensare a un accordo che consenta agli Stati Uniti libero accesso a livello militare senza trasferimenti di sovranità.
L’incertezza per gli Stati Uniti non riguarda però solo la politica estera. Restano infatti le incognite sulla leadership della Fed mentre per gli americani è sempre più importante il tema del potere d’acquisto: un sondaggio di Politico a fine 2025 ha evidenziato che il 56% degli americani lo considera uno dei principali problemi.
Di conseguenza, è possibile che vengano annunciate nuove iniziative economiche (carte di credito) in vista delle elezioni
di novembre. Sempre in tema di potere d’acquisto, l’amministrazione Trump non ha fatto mistero di auspicare una riduzione del prezzo del petrolio.
Nonostante tutti questi dossier aperti, l’economia globale tiene, gli Stati Uniti in particolare stanno andando meglio del previsto e l’impatto inflativo dei dazi è stato inferiore a quanto si temesse.
A livello globale, la ricerca di indipendenza strategica alimenterà gli investimenti in semiconduttori, terre rare, energia e difesa: gli Stati Uniti hanno appena siglato un accordo con Taiwan che prevede investimenti per 500 miliardi di dollari per trasferire la produzione. Nel frattempo, Pechino spinge per lo sviluppo di modelli domestici di AI.
Analoghi sforzi si registrano anche su energia e difesa. Trump ha richiesto un budget militare di 1500 miliardi di dollari per il 2027, rispetto ai 901 del 2026, mentre l’Europa ha varato ReArm Europe.
Le risorse che verranno movimentate peseranno sulle finanze pubbliche ma, almeno nel breve, sosterranno la crescita. Molte Banche Centrali potrebbero am-
Matteo Ramenghi, Cio di Ubs Wealth Management Italia. A lato, la vexata quaestio della Groenlandia.
morbidire le proprie politiche monetarie per facilitare la raccolta di capitali, creando così un contesto potenzialmente favorevole per i beni reali, azioni in primis. Il rally degli ultimi anni è stato fortemente concentrato su pochi titoli. Negli Stati Uniti, i cosiddetti ‘Mag7’ hanno segnato un +200% in tre anni, circa cinque volte la crescita del resto dell’S&P 500.
In presenza di rivoluzioni tecnologiche, le società che costruiscono l’infrastruttura inizialmente sovraperformano, ma in una fase successiva gli investitori normalmente si concentrano sulle società che riescono a generare ricavi nella pratica.
Seguendo questo schema, l’interesse potrebbe spostarsi dai semiconduttori verso le applicazioni per consumatori e imprese. In questa fase è bene essere positivi sul settore dei consumi discrezionali e la farmaceutica negli Stati Uniti. In Europa, invece, le borse dovrebbero beneficiare di politiche fiscali più espansive: dopo tre anni di stagnazione degli utili, ci si aspetta un +7% nel 2026.
Gli sviluppi tecnologici e fiscali dovrebbe sostenere le azioni cinesi. Il probabile lancio del nuovo modello DeepSeek di febbraio sarà seguito con attenzione. Nel frattempo, la correzione dei titoli di Stato a lunga scadenza statunitensi e giapponesi evidenzia il rischio che la politica fiscale finisca sotto i riflettori. Detto ciò, se la correzione dovesse proseguire, non si potrebbe escludere un intervento delle Banche Centrali. Pur favorendo l’azionario l’effetto collaterale potrebbe essere una maggiore volatilità valutaria.
Superare i limiti
La rapida diffusione dell’intelligenza artificiale segna una svolta strutturale per l’economia globale, accelerando il passaggio verso un modello di crescita ad alta intensità di capitale.
Corporate america
Crescita attesa dei ricavi delle aziende americane al 2030 (usd trl)
Tuan Huynh, Chief Investment Strategy Germania, Svizzera, Austria, ed Est Europa di BlackRock Investment Institute. A lato, la crescita attesa dei ricavi delle Big Corporate America e il ruolo dell’AI.
Da tempo è in atto una svolta strutturale a livello globale, guidata da alcuni megatrend: la frammentazione geopolitica, la transizione energetica e la trasformazione del sistema finanziario. È tuttavia nell’intelligenza artificiale che questa mutazione si manifesta con la maggiore evidenza, data la rapidità della sua diffusione e la sua portata senza precedenti.
Il passaggio verso un regime di crescita ad alta intensità di capitale sta ridefinendo in profondità il panorama degli investimenti e mette sotto pressione i tradizionali equilibri fisici, finanziari e sociopolitici. Un numero limitato di forze macroeconomiche strutturali implica necessariamente un numero ristretto di motori azionari dominanti. L’attuale concentrazione dei mercati riflette dunque una concentrazione economica più profonda, una realtà alla quale gli investitori non possono sottrarsi.
Gli investimenti destinati all’intelligenza artificiale hanno raggiunto dimensioni vertiginose. Ciò che nasce a livello microeconomico si afferma progressivamente come un motore macroeconomico di pri-
mo piano e costituisce il pilastro centrale del più probabile scenario 2026. Le prospettive di ricavi aggiuntivi potrebbero giustificare questi ingenti investimenti, sebbene la distribuzione del valore tra i diversi attori tecnologici resti incerta.
In questo contesto, tali imprese mantengono un margine di flessibilità strategica e potrebbero ricalibrare le proprie ambizioni man mano che migliora la visibilità sulla redditività, o qualora emergessero vincoli significativi sul fronte dell’offerta energetica. Tali vincoli potrebbero rallentare l’espansione dell’Ai, ma al contempo aprire nuovi ambiti di investimento. È dunque bene mantenere un orientamento pro-rischio, con un’esposizione superiore alla media alle azioni statunitensi legate all’Ai. Per gli investitori attivi in grado di anticipare i futuri beneficiari di questa dinamica, il contesto attuale appare particolarmente favorevole.
Le imprese coinvolte nello sviluppo dell’Ai stanno parallelamente aumentando il ricorso alla leva finanziaria, che rappresenta il secondo asse dell’analisi. È un’evoluzione necessaria, gli investimenti
devono infatti precedere la generazione dei ricavi. In combinazione con livelli già elevati di debito pubblico, tale dinamica contribuisce a un sistema finanziario più indebitato e quindi più sensibile agli shock, in particolare a un aumento dei rendimenti obbligazionari in un contesto in cui le Banche Centrali sono chiamate a bilanciare il processo di disinflazione con la sostenibilità delle finanze pubbliche. Il credito privato dovrebbe essere un canale chiave per il finanziamento delle infrastrutture, mentre sottopesare tatticamente i Treasury a lunga scadenza potrebbe dare qualche soddisfazione.
Infine, il terzo asse, che mette in discussione un principio ampiamente condiviso: la diversificazione. Allocazioni concepite per diluire il rischio possono, nei fatti, trasformarsi in esposizioni attive e concentrate. Le analisi sulle azioni statunitensi mostrano che, una volta neutralizzati i fattori tradizionalmente utilizzati per spiegare le performance azionarie, come value o momentum, una quota crescente dei rendimenti dipende da un unico motore. Di conseguenza, gli investitori dovrebbero ridurre una dispersione meccanica del rischio e assumerlo in modo più consapevole, adottando un approccio decisamente più attivo. I portafogli dovrebbero integrare scenari alternativi, dimostrare un’elevata agilità e privilegiare fonti di performance idiosincratiche, in particolare nei mercati privati.
Fonte: BlackRock 2026
Ricavi derivanti da AI
Ricavi incrementali necessari per ottenere un buon ritorno (9-12%)
Previsione bottom-up della crescita dei ricavi
Metallo... volatile?
Nel 2025 l’oro ha registrato il suo più forte aumento annuale dal 1979. La corsa dovrebbe continuare nei prossimi mesi, ma è bene prepararsi a una volatilità più elevata.
Il metallo giallo Riserve in oro della Banca Centrale (in T)
Usa Germania
Fonte: EdR 2026
Con un apprezzamento superiore al 64% nel 2025 e un aumento del 136% in tre anni, l’oro sembra smentire tutte le correlazioni stabilite negli ultimi decenni dal 2022. Un tempo principale rifugio nei periodi di incertezza, un bene senza rendimento che ha avuto sottoperformance in ambienti di tassi di interesse elevati, spesso in movimento inverso del dollaro, l’oro ora sta salendo alle stelle, indipendentemente dal mercato.
La principale spiegazione di questo costante aumento è l’incremento dei programmi di acquisto d’oro da parte delle Banche Centrali emergenti dal 2022. Tale tendenza coincide con lo scoppio del conflitto in Ucraina. Le sanzioni imposte alla Russia, in particolare il congelamento delle riserve di valuta estera e l’esclusione di alcune banche russe dal circuito Swift, hanno limitato la capacità del Paese di sostenere il rublo e di effettuare pagamenti in dollari.
Raffreddati da queste sanzioni, alcuni Emergenti hanno cercato di ridurre la loro dipendenza dal dollaro e rafforzare la credibilità delle loro valute. Questo
processo di de-dollarizzazione si è materializzato nella diversificazione delle riserve delle Banche Centrali, che hanno ridotto la loro quota in dollari americani e acquistato massicciamente oro.
Così, dal 2022, le Banche Centrali hanno più che raddoppiato il volume annuo di acquisti d’oro. Nel 2024, per il terzo anno consecutivo, ne hanno acquistato più di 1.000 tonnellate, più del doppio del volume medio annuo degli anni 2010. Tra i principali acquirenti? Polonia e Cina.
In un mercato con volumi disponibili relativamente limitati rispetto ad altre asset class, tali importi di acquisto hanno un forte impatto sui prezzi.
Sebbene le prospettive per il dollaro sembrino meno negative rispetto all’inizio dell’anno (attrattività degli asset statunitensi, resilienza della crescita), si prevede che l’apprezzamento dell’oro continuerà nel medio-lungo termine, nonostante i livelli attuali.
L’intervento militare in Venezuela, segnato dall’arresto di Maduro, sancisce il ritorno dell’interventismo americano.
Le numerose incertezze geopolitiche che ne derivano (Iran, Groenlandia, ecc.)
Benjamin Dubois, Global Head of Overlay Management, di Edmond de Rothschild Asset Management. A lato, il metallo giallo è una reliquia del passato, o almeno lo si pensava sino a pochi anni fa, quando sono tornati forti acquisti. L’incidenza che ha sulle riserve è notevole, ma soprattutto in aumento, leggasi Cina e Polonia.
dovrebbero rafforzare la determinazione dei Brics a porre fine all’egemonia del dollaro. Tuttavia, oggi nessuna valuta offre un’alternativa credibile:
- L’euro soffre della mancanza di coesione tra i Paesi europei e di alcuni rischi politici che gravano sulla valuta;
- Sebbene lo yuan abbia visto rafforzarsi il suo peso nelle transazioni globali, è ancora troppo controllato dalla Banca Centrale cinese;
- Il franco svizzero e lo yen hanno troppo poco peso negli scambi internazionali;
- La creazione da parte dei Brics di una moneta comune, che è stata un vero serpente marino per anni, sembra un obiettivo lontano e irraggiungibile nel breve termine a causa degli interessi divergenti dei Paesi rispetto agli Stati Uniti.
Per diversificare le proprie riserve, le Banche Centrali non hanno altra scelta che rivolgersi all’oro. Soprattutto considerando che la sua quota nelle riserve della Banca Centrale cinese è tutt’altro che aver raggiunto livelli estremi. Per esempio, l’oro rappresenta solo il 7,7% delle riserve, al di sotto del livello dei suoi pari (15,17% per l’India).
Tuttavia, i dati del World Gold Council pubblicati nel 2025 offrono interessanti spunti sulla domanda di oro.
Sebbene questa percentuale sia ancora
in aumento (+3% su base annua, con un terzo trimestre record), si è registrato un cambiamento significativo nelle dinamiche a seconda del settore.
Le Banche Centrali hanno leggermente rallentato il ritmo degli acquisti e il volume totale alla fine del 2025 dovrebbe essere inferiore a 1.000 tonnellate, una prima volta dal 2022;
Il forte aumento del metallo giallo sta influenzando la domanda del settore della gioielleria con una contrazione annua del 19%, che segue diversi anni consecutivi di declino. Concentrata principalmente in Cina e India, questa domanda è storicamente stata la principale fonte di domanda fisica globale.
D’altra parte, i flussi di investimento in oro tramite prodotti finanziari come gli Etf sono aumentati drasticamente, raggiungendo 619 tonnellate dall’inizio dell’anno, il livello più alto dal 2020 e dalla crisi Covid.
Dall’inizio dell’anno, la domanda da parte degli investitori, sia istituzionali che individuali (tramite veicoli di investimento o acquisto di oro fisico), ha rappresentato oltre il 40% della domanda totale.
Cresce la domanda
Domanda di oro (in tonnellate) per settore (dati 2025) Q1 - 2025 Q2 - 2025
Le tensioni commerciali e il movimento ormai inevitabile di de-dollarizzazione continueranno a spingere l’oro verso nuovi massimi. Tuttavia, con la domanda ora dominata dagli investitori, l’evoluzione dei prezzi probabilmente si comporterà in modo più irregolare rispetto al passato.
Con flussi più volatili rispetto ai movimenti strutturali legati a gioielli e acquisti da parte delle Banche Centrali, l’oro dovrebbe essere più esposto a periodi di correzione al ribasso violenta, soprattutto
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A fare il lavoro sporco, e sostenere la domanda a questi prezzi, sono investitori a fini d’investimento, e soprattutto le Banche Centrali, molto meno sensibili al prezzo.
durante le fasi di presa di profitti. I rapidi cali registrati alla fine dell’anno (circa -10% in una settimana alla fine di ottobre) segnano probabilmente l’inizio di un periodo più turbolento per il metallo giallo.
Fonte: EdR 2026
La scoperta dei dividendi
Molti equilibri che in passato reggevano i mercati emergenti sono ormai del tutto tramontati, popolazione, aziende e Paesi sono cambiati. Le opportunità non mancano più.
Dividendi emergenti
Total return (2000-25) degli indici dei Paesi emergenti in valuta locale (%)
Paola Bissoli, Director di Aberdeen Investments Svizzera. A lato, il contributo che i dividendi stanno dando alla performance dei mercati emergenti. Non più una rarità.
Gli investimenti in Emergenti vengono tradizionalmente inseriti nei portafogli per due motivi: la diversificazione e il potenziale di crescita. Ciò che spesso passa inosservato è uno sviluppo che si profila da anni e che ha ormai assunto un carattere strutturale. Sono diventati una destinazione interessante per gli investitori orientati al reddito, combinando dividendi elevati con una crescita robusta. I dividendi. La distribuzione di dividendi è un segnale chiaro. Indica un orientamento del management favorevole agli azionisti e una gestione del capitale disciplinata. In molti mercati emergenti questa visione si è ormai affermata. Dal 2001 il numero delle società che pagano dividendi è aumentato sensibilmente, allineandosi alla media dell’85% delle economie avanzate, e in molti casi con rendimenti oltre al 3%, in forte crescita.
Altrettanto interessante è la distribuzione di questi ‘dividend yield’ elevati o in crescita. Tali rendimenti si possono trovare in numerosi comparti e regioni rispetto a essere confinati in settori specifici.
Negli ultimi due decenni le distribuzioni di dividendi sono cresciute con un tasso medio annuo di quasi il 12%. Flussi di cassa in aumento, bilanci solidi e ‘payout ratio’ in crescita hanno contribuito a rendere questo flusso una componente essenziale del rendimento complessivo. Dal dicembre 2000 i ‘dividend yield’ dei mercati emergenti rientrano tra i più elevati nel confronto con altre regioni. Al centro della strategia. Accanto ai dividendi, la crescita degli utili e dei corsi azionari rappresenta il secondo motore. Dipende dalla crescita dei flussi di cassa, e ne attesta la solidità finanziaria.
Nonostante le tensioni commerciali, gli Emergenti partecipano ad una trasformazione strutturale che apre opportunità significative nel medio-lungo periodo. Al centro vi sono tre pilastri di investimento: tecnologia, infrastrutture e marchi locali. Gli investimenti. La tecnologia funge sempre più da piattaforma. In particolare, le aziende hardware come i produttori di semiconduttori beneficiano degli investimenti significativi in telecom, nuovi computer, e applicazioni di genAi.
Il secondo settore economico che sta ricevendo un forte impulso è quello delle infrastrutture, fondamentali per sostenere l’espansione economica e per abilitare sviluppi tecnologici come la robotica e la guida autonoma. Questo comporta investimenti significativi in data center e nella modernizzazione delle reti energetiche. Analogamente anche la cantieristica si trova in una fase di forte accelerazione, cavalcando tra le altre l’onda Difesa; o il nucleare, al centro di molti interessi. Gli Emergenti sono ben posizionati per beneficiare di queste tendenze, grazie alla proprietà di tecnologie e al ruolo di fornitori a basso costo di risorse e metalli. I consumi. Con lo sviluppo economico aumenta anche il livello del reddito nazionale in questi Paesi. Una classe media in crescita modifica le proprie abitudini di consumo e incrementa la domanda di prodotti e servizi di qualità, di marchi riconosciuti. Ne beneficiano in particolare le aziende leader locali, che si sono costruite negli anni una posizione solida nei rispettivi mercati e che sempre più spesso distribuiscono regolari dividendi. I mercati emergenti si sono trasformati: oggi non sono solo mercati di crescita, ma sempre più orientati anche al reddito. Per gli investitori che cercano sia crescita sia rendimento, offrono un mix interessante. In un portafoglio diversificato, questo si traduce in opportunità di total return sostenibili, a patto che la selezione avvenga in modo attivo e ben differenziato.
Fonte: Aberdeen 2026 (reinvestimento dei dividendi)
Evolvi, o muori
Corrono inarrestabili i mercati, o perdono progressivamente terreno le valute? È il ritorno dell’inflazione, fedele alleato dei Governi, chiamati a barcamenarsi in oceani di debito.
Effetto inflazione
Crescita dello S&P 500 a confronto per unità (I-2020: 100)
Avolte i mercati mandano segnali che sembrano contraddittori, e il 2025 appartiene a questa categoria di “anni strani”: azionario e oro si sono mossi nella stessa direzione, l’economia americana ha continuato a sorprendere, i rischi geopolitici si sono moltiplicati e, allo stesso tempo, il debito sfonda nuovi record. Il post Covid. La fine del decennio dei tassi zero ha di fatto chiuso un’epoca e ne ha aperta un’altra, in cui l’inflazione torna a essere scomoda protagonista. Un’epoca segnata dalla fiscal dominance: i Governi, in particolare gli Stati Uniti, hanno scelto di usare la leva fiscale come strumento politico e strategico, spingendo la domanda e sostenendo la crescita anche a costo di un debito pubblico sempre più ingombrante. La politica monetaria, invece, si è ritrovata progressivamente meno libera, costretta a convivere con deficit strutturalmente elevati e con la necessità di mantenere stabile un mercato dei Treasury che non può permettersi cedimenti.
La geopolitica amplifica tutto questo. Le tensioni fra Stati Uniti e Cina, le guer-
re in Medio Oriente e in Ucraina, il riarmo accelerato e la frammentazione delle catene globali hanno richiesto più spesa pubblica, più investimenti strategici, più incentivi industriali. Ogni nuovo ciclo di spesa si traduce in deficit più ampi e in una maggiore offerta di titoli di Stato, che la Banca Centrale è costretta a sostenere per evitare tensioni sistemiche. È un circolo vizioso che, storicamente, tende a sfociare in livelli di inflazione più alti. Con debiti così elevati, inoltre, prestare allo Stato diventa meno ‘sicuro’: il premio al rischio cresce, e i rendimenti anche.
In questo regime l’inflazione non è quindi più un’anomalia o un nemico, ma un ingrediente inevitabile del nuovo quadro macro. Anzi, un alleato dei Governi per ridurre il valore reale dei debiti.
Una prova concreta? Se si guarda all’indice S&P 500 in dollari dal 2020 si nota una performance brillante; se lo si mette in relazione al prezzo dell’oro, il ‘bene scarso’, l’immagine cambia radicalmente. Cosa significa? Che una parte rilevante di quella crescita non è il mercato che corre, quanto piuttosto valuta che si svaluta.
Nicola Lampis, Senior Investment Analyst di Brightside Capital. A lato, la performance dello S&P 500 è notevole, ma di chi è il merito?
Non è tanto il numeratore a crescere, ma il denominatore a diminuire. Il debasement monetario, il meccanismo per cui la moneta perde intrinsecamente di valore, funziona così. Non lo si percepisce giorno per giorno, ma nel tempo erode in modo silenzioso e costante il potere d’acquisto. Il punto centrale per gli investitori è che, in questo contesto, il classico portafoglio 60-40 non può più contare sul meccanismo che l’ha reso famoso. Il mondo in cui i Treasury salivano quando l’azionario scendeva, offrendo protezione automatica, non è più scontato e il 2022 lo ha mostrato con brutalità: azioni e bond in caduta rumorosa e simultanea.
Come fare quindi per proteggersi in questo nuovo paradigma? La difesa passa per tre pilastri: asset reali, capaci di apprezzarsi in un regime inflattivo e sopravvivere al debasement monetario; strumenti decorrelati dal ciclo; esposizioni che beneficiano della volatilità del conteso. L’obiettivo non è battere l’inflazione trimestralmente, ma costruire portafogli che resistano all’erosione silenziosa del potere d’acquisto e alla fragilità crescente del credito sovrano. In un mondo dove azioni e oro salgono insieme, questo non è un paradosso: è il nuovo contesto. Ecco allora che viene in aiuto un grande investitore, Ray Dalio, che nel suo Principles non lascia alternative rispetto alla necessità di continuare a modificare la propria prospettiva per avere successo: il suo slogan “evolve or die”, diventa monito per tutti gli attori del mondo finanziario.
Fonte:
I motori dei mercati
Sta rapidamente cambiando la cornice entro cui si muovono mercati e investitori, come mostrano molti indicatori, tra cui le tensioni sulla liquidità, l’avanzata dell’Ia, e il caso Giappone.
Galleggiare sui debiti
Tipologie di debiti globali a confronto (trl usd)
Tra tensioni sulla liquidità, esplosione del debito e aumento dei tassi in Giappone, l’economia mondiale sta attraversando una fase di rapido ma intenso riassestamento. La liquidità. Dopo oltre un decennio di allentamento quantitativo (Qe) volto a sostenere la ripresa dell’economia in tutte le principali macro regioni, nel 2022 la Federal Reserve ha invertito la tendenza varando un Quantitative Tightening, ossia la riduzione graduale del proprio bilancio, drenando liquidità dal sistema.
L’obiettivo dichiarato era quello di riportare il bilancio a circa 6 trilioni di dollari, rispetto ai quasi 9 raggiunti al picco. Tuttavia, a fine ottobre la Fed ha annunciato la chiusura anticipata del programma, pur vantando ancora un bilancio da 6,7 trilioni. La decisione è stata motivata dalle tensioni osservate sui mercati monetari e da quelle relative alla liquidità in generale.
Ciò si traduce in una forte volatilità nelle aspettative di un taglio dei tassi durante la riunione della Fed di dicembre. A fine ottobre, i mercati prevedevano una pro-
babilità vicina al 100% di un taglio dello 0,25%. Questa probabilità è poi scesa a meno del 30, prima di risalire all’81% a fine novembre. Come atteso il costo del denaro è sceso di altri 25 bps, assestandosi tra il 3,5 e il 3,75%.
L’AI . Queste tensioni sulla liquidità e le incertezze sulla politica monetaria statunitense hanno conseguenze ancora più sostanziali in un mondo fortemente indebitato e sempre più dipendente dai mercati dei capitali privati, ora stimati a 16 trilioni di dollari.
Allo stesso tempo, il fabbisogno di finanziamenti non è mai stato così elevato. I soli investimenti in Intelligenza Artificiale, ad esempio, potrebbero spingere a emettere nei prossimi 5-10 anni prestiti per circa 5 trilioni.
Questa pressione si sta già facendo sentire, come dimostra il caso di Oracle, che sta investendo massicciamente in data center. I suoi Cds, ovvero il premio annuale per proteggersi dal rischio di insolvenza, è triplicato dall’estate, superando i 120 bps. Un aumento che fa lievitare i suoi costi di finanziamento e che accen-
Gianluca Lobefalo, senior analyst di Varenne Capital. A lato, continua a crescere la sete di finanziamento delle imprese, anche senza considerare il necessario per rendere possibili i ‘miracoli’ promessi dall’Ai. Le dimensioni assunte oggi dai mercati superano di diverse volte il Pil globale, e ogni minima variazione provoca pericolose tensioni.
de il faro sulla redditività effettiva di tali investimenti.
Il Sol levante. L’economia nipponica sta attraversando una fase singolare, unica negli ultimi anni, in cui la politica fiscale e quella monetaria sembrano procedere lungo sentieri contrapposti. Mentre la Banca del Giappone (BoJ) procedeva a una normalizzazione molto graduale delle sue politiche ultra espansive, l’arrivo del nuovo Governo ha cambiato le carte in tavola. Tokyo ha infatti svelato un piano di stimoli di ampia portata, non che sia una novità, pari al 3% del Pil. Si tratta di uno stimolo fiscale destinato a sostenere le famiglie più fragili, ma che complica le intenzioni della Banca Centrale.
Sui mercati obbligazionari, tuttavia, l’aumento dei tassi non tarda ad arrivare.
Il tasso del decennale giapponese è già salito all’1,8%, superando per la prima volta il suo equivalente cinese. Gli investitori sembrano quindi dubitare della sostenibilità del percorso di bilancio del Paese e prevedono che la BoJ sarà costretta ad aumentare ulteriormente i tassi per contrastare un’inflazione che al momento è la più alta tra i Paesi occidentali. Una tale evoluzione potrebbe rallentare le strategie di carry trade e, in ultima analisi, offrire sostegno allo yen.
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Longevity
I protagonisti dell’approfondimento
Ricerca, finanza, cultura, wellness e ospitalità: voci autorevoli per approfondire sfide e opportunità della Longevity e dell’Healthy Aging, al centro del focus presentato nelle prossime pagine, che per i contenuti scientifici si avvale della collaborazione con Ibsa Foundation, per cui si ringrazia la Direttrice Silvia Misiti.
p. 89
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Peter Adams Direttore del Cancer Genome and Epigenetics Program
Fabrizio d’Adda di Fagagna
Principal Investigator presso l’Ifom
p. 92
Petr Cejka Recombination
Mechanisms Group Leader all’IRB
p. 94
p. 91
Andrea Alimonti Direttore dello IOR e di LongLife-CH
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Fabiana Nyffeler
Direttrice di THE FLAG Lugano
Alyssa Cornuz Portfolio Manager della Robeco Healthy Living strategy
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p. 96
Andrea Matteucci
Ceo di Fimex, distributore esclusivo di Technogym per la Svizzera
Luigi Di Corato
Direttore della
Divisione Cultura della Città di Lugano
Longevity speciale
Nel 2035, il 7,7% della popolazione svizzera avrà 80 anni o più. Già oggi un cittadino su cinque è over 65. L’aumento della speranza di vita – tra le più elevate al mondo, passata nell’ultimo secolo da circa 60 a oltre 84 anni – insieme all’immigrazione e al calo della natalità, sta trasformando in profondità la struttura demografica del Paese. Una dinamica che accomuna sempre più le economie avanzate e, progressivamente, anche alcune emergenti. Buona parte dell’Asia si prepara a fare i conti con il proprio inverno demografico: secondo le stime, entro il 2050 la popolazione over 65 raddoppierà, raggiungendo 1,6 miliardi di persone, con la Cina in prima linea. Una contrazione della forza lavoro che potrà forse essere in parte compensata dai progressi dell’intelligenza artificiale, ma che pone sfide enormi ai sistemi previdenziali e sanitari. Con l’avanzare dell’età, infatti, crescono in modo esponenziale il fabbisogno di cure e assistenza, i costi e, non da ultimo, la carenza strutturale di personale qualificato.
Diabete, cancro, patologie cardiovascolari e neurodegenerative, malattie respiratorie croniche e disturbi muscoloscheletrici diventano sempre più diffusi. In Svizzera, l’Ufficio federale di statistica stima in 10,8 anni per gli uomini e 14,2 per le donne la differenza tra l’aspettativa di vita complessiva e quella in buona salute. Non è un caso: la mag -
gior parte delle malattie dell’adulto ha nell’invecchiamento il principale fattore di rischio, che rappresenta anche la causa singola più rilevante di perdita di funzione, fragilità, cronicità e morte.
Accanto alle pressioni sulla sostenibilità dei sistemi di welfare, la terza e la quarta età stanno però diventando anche un potente motore economico. Attorno alla silver economy ruotano settori come Pharma, Bio- e MedTech, ma anche alimentare, real estate, turismo, intrattenimento, wealth management (i baby boomer sono la generazione più ricca), wellness, beauty e servizi alla persona. A livello globale, questo ecosistema vale già circa 15mila miliardi di dollari di spesa annua e crescerà rapidamente con il raddoppio della popolazione over 60, che dovrebbe superare i 2,1 miliardi entro metà secolo. Già nel 2030, il mercato globale dell’anti-aging - tra farmaci, biotecnologie, wellness e skincare - potrebbe passare dagli attuali 85 a oltre 120 miliardi di dollari.
Alla base di queste dinamiche restano i progressi della scienza, chiamata non solo ad allungare la durata della vita (lifespan), ma soprattutto a estendere gli anni vissuti in buona salute (healthspan), evitando che la longevità si traduca in una prolungata fase di sopravvivenza, sofferenza e dipendenza. È su questo terreno che si gioca oggi una delle sfide scientifiche, sanitarie ed economiche più rilevanti del nostro tempo.
A cura di Susanna Cattaneo
Nuove prospettive terapeutiche per invecchiare meno e meglio
Soffiare su 120 o più candeline?
Forse fra non molte generazioni sarà possibile. Studiato a lungo soprattutto nelle sue conseguenze, come processo fisiologico ineluttabile, oggi l’invecchiamento viene sempre più indagato dalla ricerca scientifica come un fenomeno attivo e regolato da meccanismi biologici molecolari su cui è possibile intervenire. L’obiettivo non è tanto prolungare la durata della vita, ma estendere gli anni in buona salute, riducendo l’incidenza delle malattie croniche legate all’età. È in questo cambio di prospettiva che si sviluppa il crescente interesse per le senoterapie, una delle frontiere più promettenti della medicina della longevità.
«Diverse cause di stress molecolare sia interne che esterne alla cellula - come l’accorciamento dei telomeri, l’attivazione di oncogeni o i danni al Dnapossono arrestare in modo irreversibile la proliferazione delle cellule», spiega il Dr. Peter Adams, Direttore del Cancer Genome & Epigenetics al Sanford Burnham Prebys Medical Discovery Institute di San Diego. «Queste cellule non muoiono, ma smettono di rigenerarsi e iniziano a secernere fattori infiammatori che alterano il comportamento delle cellule vicine, inducendo disfunzioni nei
Il mercato della longevità
Nanotech Ricerca sui biomarcatori dell’invecchiamento
AI per diagnostica
Terapie anti-aging
Terapia genica e cellulare
Wellness e prevenzione Wearbles e robotica
Politiche pubbliche e regolamentazione
Age-tech Reverse aging
Deloitte
tessuti».Di per sé, la senescenza non è un processo negativo. Ad esempio, è un potente meccanismo oncosoppressore e, attraverso l’infiammazione, può attivare il sistema immunitario favorendo l’eliminazione di cellule danneggiate o potenzialmente maligne. Tuttavia, nel lungo periodo, espone alla probabilità di sviluppare malattie tipiche dell’invecchiamento: «Da una parte, infatti, le cellule senescenti smettono di contribuire alla sostituzione delle cellule danneggiate e morte; dall’altra parte il loro accumulo nei tessuti genera uno stato di infiammazione cronica, che contribuisce allo sviluppo di diverse malattie legate all’età,
L’aumento dell’aspettativa di vita spesso non coincide con anni in buona salute. L’invecchiamento rimane il principale fattore di rischio per malattie croniche come quelle cardiovascolari e per i tumori, con una pressione crescente sui sistemi sanitari. Dallo studio della singola patologia la ricerca si sta orientando all’analisi dei meccanismi biologici dell’aging e su interventi multisistemici per prevenire o ritardare l’insorgenza delle malattie legate all’età. Fra le frontiere più promettenti, le senoterapie.
Fonte:
Il mercato della longevità cresce rapidamente investendo in innovazioni tecnologiche e terapeutiche, mentre la spesa sanitaria in prevenzione resta invece ancora marginale rispetto ai costi di cure e assistenza, nonostante il suo potenziale nel ridurne l’aumento.
quali l’artrite reumatoide, patologie epatiche, arteriosclerosi, sarcopenia e cancro», sottolinea Peter Adams. Ecco dunque che la ricerca ha individuato nelle cellule senescenti un bersaglio terapeutico per nuovi trattamenti. «Le senoterapie comprendono farmaci,
Fonte:
Longevity
Direttore e professore del programma di Genoma del cancro ed epigenetica presso il Sanford Burnham Prebys Medical Discovery Institute (La Jolla), il Prof. Peter Adams è anche primo ricercatore presso il San Diego Tissue Mapping Center, parte di un consorzio finanziato dal national institute of aging (NIH) che si occupa di mappare la distribuzione spaziale e il fenotipo molecolare della senescenza in tessuti murini e umani. Grazie ai suoi studi è in prima linea nella ricerca che esplora la biologia dell’invecchiamento, l’accumulo di cellule senescenti e il loro impatto su malattie come il cancro, l’Alzheimer e il diabete. È inoltre membro dell’Academy for Health and Lifespan Research.
telomeri si accorciano - ad esempio a ogni replicazione del Dna - o si danneggiano, essendo porzioni particolarmente vulnerabili del genoma. Poiché le cellule non sanno riparare danni in questa regione del Dna, attivano un allarme molecolare che ne arresta le normali funzioni e ne induce la senescenza».
vaccini, cellule Car-T e altre strategie capaci di modificare il fenotipo secretorio delle cellule senescenti (senomorfici) oppure di eliminarle (senolitici), prevenendone o ritardando gli effetti dannosi responsabili delle malattie croniche e migliorando il periodo di vita in buona salute», sottolinea il ricercatore.
Sebbene il potenziale sia elevato, le sfide restano notevoli. «Un aspetto problematico è che le cellule senescenti sono rare - pochi punti percentuali nei tessuti anziani - e difficili da caratterizzare; inoltre non sono tutte uguali. Per sviluppare senoterapie efficaci dobbiamo quindi colpire selettivamente solo quelle “cattive”, senza compromettere funzioni di quelle “buone” come la prevenzione del cancro o la guarigione delle ferite», spiega il Dr. Adams. Orizzonte in cui si inscrive ad esempio il vasto progetto di mappatura delle cellule senescenti in tessuti umani e murini da lui coordinato presso il San Diego Tissue Mapping Center.
C’è dunque ancora moltissimo da scoprire e, soprattutto, da trasferire dal laboratorio alla sperimentazione clinica, fino all’eventuale approdo sul mercatodopo aver dimostrato efficacia, sicurezza e conformità alle normative. Un percorso che potrebbe essere rallentato dal fatto che l’invecchiamento, in quanto tale, non sia riconosciuto come una malattia dai principali enti regolatori.
«Un “limite” che nella pratica viene superato concentrando la ricerca su singole
patologie croniche, con la speranza, non troppo remota, che le scoperte possano dimostrare un impatto positivo anche su altre malattie legate all’età e, potenzialmente, sulla longevità nel suo complesso», osserva il Dr. Fabrizio d’Adda di Fagagna, principal investigator dell’Ifom di Milano. Il suo campo di specializzazione è la biologia dei telomeri, le piccole porzioni di Dna che proteggono le estremità dei cromosomi e impediscono l’erosione del materiale genetico. «I telomeri rappresentano un tipico tallone d’Achille», spiega. «Semplificando: invecchiamo perché le nostre cellule invecchiano, e le cellule invecchiano perché i
Il gruppo di Fabrizio d’Adda ha chiarito i meccanismi alla base dell’attivazione di questo allarme e ha individuato la possibilità di inibirlo, sviluppando una nuova classe di agenti terapeutici basati su Rna. Da queste ricerche è nata anche una biotech, Tag Therapeutics, oggi impegnata nella raccolta di fondi per avviare i primi trial clinici di queste molecole brevettate. Il target iniziale è la fibrosi polmonare, tipicamente associata a un marcato accorciamento dei telomeri. I test preclinici condotti su modelli animali e su cellule umane in vitro hanno già confermato una risposta al trattamento.
«Riteniamo però che il potenziale sia molto più ampio», prosegue il biologo cellulare. «Nei modelli murini anziani abbiamo dimostrato che, oltre a trattare la fibrosi polmonare, possiamo correggere disfunzioni del sistema ematopoietico e immunitario, per esempio migliorando la risposta vaccinale. Su cellule umane in vitro abbiamo inoltre osservato segnali di efficacia su alcune malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer». La differenza, spiega, sta nell’approccio. «Un farmaco fibrolitico agisce in modo mirato sul polmone ed è improbabile che influisca
Orizzonti di ricerca su longevità e healthy aging: i forum scientifici di Ibsa Foundation
Ai più recenti progressi delle senoterapie, è stato dedicato lo scorso 30 giugno, a Lugano, il Forum Senotherapeutics Revolution: Transforming Aging and Cancer Therapy. Una giornata di approfondimento, organizzata dalla Fondazione dell’azienda farmaceutica Ibsa che, attraverso informazione di qualità, eventi divulgativi e supporto a formazione e ricerca, si impegna a rendere accessibile la scienza e favorirne il dialogo con la cultura umanistica. Tra le attività più rilevanti, i suoi forum scientifici internazionali riuniscono ricercatori e clinici di primo piano per discutere di tematiche di frontiera. In particolare, negli ultimi anni ha sviluppato in diverse città svizzere ed europee un percorso di conferenze e incontri proprio attorno ai temi della longevità e dell’healthy aging, approfondendo i meccanismi biologici dell’invecchiamento, il rapporto tra aging e cancro, le differenze di genere, l’impatto dei fattori ambientali e culturali. Un punto di riferimento anche per i contenuti scientifici di questo “Speciale Longevity” , che per offrire una visione aggiornata, critica e interdisciplinare sulla scienza della longevità, ha intervistato proprio alcuni fra gli esperti intervenuti ai Forum di Ibsa Foundation.
Direttore del Cancer Genome and Epigenetics Program presso il Sanford Burnham Prebys
Peter Adams
sull’invecchiamento dell’intero organismo. Il nostro intervento, invece, agisce a monte, sulla disfunzione telomerica da cui derivano a cascata molte patologie legate all’età, e può quindi avere un impatto sistemico».
Le prime evidenze, non ancora pubblicate, sembrano andare in questa direzione: «Nei topolini anziani sani trattati con le nostre molecole siamo riusciti ad estendere la longevità di circa due mesi. Rapportato a una speranza di vita di 2,5 anni, si tratta di un incremento significativo», rivela il professore. In questa prospettiva, il termine “ringiovanimento”, spesso abusato in modo demagogico, può trovare una base scientifica: non eterna giovinezza, ma il recupero della piena funzionalità di un tessuto o di un organo, con benefici per lo stato di salute nel suo complesso.
Lo stesso approccio terapeutico basato su Rna potrebbe inoltre trovare applicazione in ambito oncologico, in partico lare per una classe di tumori particolar mente aggressivi e resistenti alle terapie convenzionali: i tumori Alt (Alternative Lengthening of Telomeres), come il glio blastoma o l’osteosarcoma. «La loro so pravvivenza dipende da un meccanismo peculiare di mantenimento dei telomeri», spiega il ricercatore. «Ancora una volta, intervenire su un processo apicale apre la strada a possibili applicazioni in più dire zioni, anche per neoplasie che, pur poco note al di fuori della comunità scientifica, rappresentano circa il 10–15% dei casi».
Biologo cellulare esperto nello studio dei processi di invecchiamento delle cellule, il Dr. Fabrizio d’Adda di Fagagna dirige l’unità di ricerca “Risposta al danno al Dna e senescenza cellulare” presso l’stituto di Oncologia Molecolare di Fondazione Airc a Milano, dedicandosi allo studio dell’invecchiamento cellulare come barriera contro il cancro. È inoltre Dirigente di Ricerca presso l’Istituto di Genetica Molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pavia, alla guida di un laboratorio sul mantenimento della stabilità genomica.
Fabrizio d’Adda di Fagagna
Principal Investigator presso l’Istituto di Oncologia Molecolare di Fondazione Airc (Ifom) di Milano
12 biomarcatori dell’invecchiamento
La piramide della longevità Strategie, dalla prevenzione alla ricerca
Resta tuttavia un punto fermo. «Al di là di quanto si sviluppa in laboratorio, la vera wonder drug della longevità rimane l’esercizio fisico, insieme a una dieta equilibrata, astensione da fumo, alcol e droghe, gestione dello stress, sonno e una vita sociale attiva. È ormai solidamente supportato da studi e statistiche», sottolinea d’Adda di Fagagna. «Alcuni trial clinici mostrano che, negli anziani, l’attività più efficace è il ballo: è fisica, sociale e stimola anche la coordinazione».
Da quando si è compreso che l’invecchiamento non è solo un processo fisiologico passivo, ma un fenomeno biologico attivo e regolato, potenzialmente modulabile a livello cellulare e molecolare, le sperimentazioni sono esplose, con una crescita logaritmica di studi e pubblicazioni. Eppure, la ricerca sull’aging resta
Al terazi o n e pigeneti c eh Perdita proteostas i Diminuzione macroautofag
ancora relativamente sotto-finanziata. «Come disciplina “giovane”, cresce più rapidamente di settori consolidati, ma mancano ancora programmi e finanziamenti dedicati», osserva il biologo cellulare. «Ma soprattutto, per competere con gli Stati Uniti che al momento detengono la leadership del settore, a livello europeo mancano istituti nazionali che si occupino - magari anche in maniera molto ampia e interdisciplinare, dal sociodemografico al molecolare - di studiare i processi dell’invecchiamento».Un ulteriore passo fondamentale sarebbe poi che questi enti si mettessero in rete, per condividere expertise e risorse. «Non solo per cogliere un’enorme opportunità scientifica e di investimento, ma perché l’invecchiamento della popolazione diventerà presto un’emergenza sanitaria, economica e sociale
Se tecnologie avanzate e strategie sperimentali si collocano al vertice della piramide della longevità, fondamentale ne resta la base: uno stile di vita sano supportato da diagnosi accurate.
con cui la politica dovrà confrontarsi», conclude Fabrizio d’Adda di Fagagna. Una condizione necessaria affinché il Vecchio Continente possa rendere onore alla propria veneranda età. Anche perché, all’orizzonte, si profila un terzo grande incomodo: la Cina, che per affrontare la propria crisi demografica sta investendo massicciamente e, quando decide di lanciare programmi nazionali, di ostacoli non ne incontra.
Susanna Cattaneo
Fonte: Cell
Fonte: Martinovic et al.
Diagnostica e analisi
Stile di vita
Integratori
Misure farmacologiche e non
Terapie
Investire nel futuro: il cluster svizzero
per l’eccellenza nell’invecchiamento
Con epicentro in Ticino, dove si integrano competenze uniche su cancro, senescenza cellulare, malattie cardiovascolari, immunologia, biomedicina e Ai, il progetto dello Swiss Cluster of Excellence in Aging Biology and Related Diseases riunisce istituti e ricercatori d’alto profilo, mirando ad accelerare la traduzione clinica di strategie terapeutiche innovative, per posizionarsi come leader internazionale nell’healthy aging.
Le principali opportunità di un cluster sull’aging per la Svizzera
di conoscenze sui meccanismi fondamentali dell'invecchiamento e le loro applicazioni traslazionali
Affrontare gli aspetti biologici e traslazionali dell’invecchiamento è essenziale non solo per estendere la speranza di vita, ma anche - e soprattutto - per migliorare le condizioni di salute in cui si affronta il tempo guadagnato: oggi è infatti purtroppo vero che per molte persone l’ultima decade è segnata da malattie croniche, comorbidità e ospedalizzazioni.
Se ormai ampio è il consenso sulla priorità assoluta della sfida e si moltiplicano gli investimenti in healthy aging guidati da fondazioni private, filantropi e investitori lungimiranti, le iniziative attuali lasciano lacune significative, in particolare evidenziando la necessità di istituti nazionali e di programmi dedicati, che concentrando l’attenzione sui fenotipi dell’invecchiamento, permettano di ottenere un maggiore impatto complessivo, di condurre studi in vivo più traslazionali e testare nella clinica l’effetto di nuove terapie su pazienti anziani.
Anche la Svizzera è oggi priva di un centro che coordini in modo integrato gli studi sull’invecchiamento a livello nazionale. A colmare questo vuoto sta provando un consorzio di istituti di ricerca,
la Svizzera come leader mondiale
scientifica che si occupa di aging
atenei e laboratori clinici che ha il suo epicentro in Ticino. Non (sol)tanto perché è il cantone più attempato della Svizzera e fra le regioni più longeve d’Europa, ma perché sul suo territorio concentra competenze scientifiche complementari sui meccanismi biologici dell’invecchiamento e le malattie a esso associate.
«Si potrebbero dunque unire le diverse anime della ricerca sul territorio: noi all’Istituto di Ricerca Oncologica
(Ior) di Bellinzona già ci occupiamo di senescenza e tumori, anche insieme all’Istituto Oncologico della Svizzera Italiana (Iosi) e ai ricercatori Eoc dell’Istituto di Ricerca Traslazionale (Irt) specializzati in malattie cardiovascolari, con cui cerchiamo, ad esempio, di capire come sottoporre un soggetto anziano a terapie antineoplastiche senza che, come spesso accade, nel portargli un beneficio inducano però un invecchiamento precoce. All’Istituto di Ricerca in Biomedicina (Irb) nel laboratorio del Prof. Petr Cejka si lavora invece sui meccanismi del danno al Dna, un altro dei filoni fondamentali della ricerca di base sull’aging», osserva il Prof. Andrea Alimonti, direttore dello Ior. È stato lui il primo fautore dello Swiss Cluster of Excellence in Aging Biology and Related Diseases (LongLife-CH). Un’iniziativa che, oltre alla forte componente ticinese, vede confermata la sua attrattività dall’adesione dei due Politecnici federali, con diversi professori dell’Eth di Zurigo e dell’Epfl di Losanna, insieme a una rete di laboratori di ricerca
Aumentano gli anni... aumentano i costi
Da 2 miliardi di franchi (4,5% del Pil) nel 1960, la spesa sanitaria svizzera dovrebbe aver oltrepassato i 100 nel 2025 (ca. 12% del Pil). La ripartizione per fascia d’età evidenzia l’impennata, in particolare dopo gli 80 anni, con il moltiplicarsi di malattie invalidanti e croniche che richiedono ospedalizzazioni, trattamenti e assistenza.
Aumento costi sanità Svizzera, dal 1960
Spesa sanitaria mensile
Svizzera, Pro capite, per fascia d’età, migliaia Chf, 2022
“Big killer”over 65
Svizzera, 2023
Malattie cardiovascolari
Ustat
Fonte:
Fonte: UFSP
Fonte: LongLife-CH
Sviluppo di misure di healthy aging e strumenti per predire il decorso dell’invecchiamento
Nuovo stabile per la ricerca (9.000 mq) a Bellinzona
Acquisizione
Nuovi dottorati di ricerca, nuove cattedre e promozione della parità di genere
Affermare
nella comunità
Ricerca Nuove misure
Formazione e specializzazione
Infrastrutture Networking
e clinici. In totale una ventina di realtà, fra cui sette istituzioni di primo piano, per un team interdisciplinare altamente qualificato in genomica, epigenetica, malattie cardiovascolari, cancro e Ai, composto da 14 principal investigator, tra cui 6 beneficiari di grants Erc.
«In precedenza, con un gruppo più ampio, avevamo risposto al bando del Fondo nazionale di ricerca per la creazione della nuova serie di Centri nazionali di competenza in ricerca (Nccr), proponendoci sull’aging. Benché alla fine il nostro progetto per un soffio non sia stato fra i sei selezionati, convinti delle sue potenzialità abbiamo deciso di proseguire e, dopo aver affinato ulteriormente la proposta sulla base dei feedback ricevuti, stiamo ora dialogando con una serie di fondazioni private cantonali e nazionali che si stanno dimostrando molto interessate», spiega il direttore dello Ior.
«Per massimizzare l’impatto e ridurre al minimo l’inefficienza delle risorse, abbiamo deciso di focalizzarci sulla biologia dell’invecchiamento, applicando lo studio dei suoi meccanismi fondamentali a due principali famiglie di patologie legate all’età: malattie cardiovascolari e cancro, i big killer dell’invecchiamento: le principali ragioni per cui si muore sono infatti infarto e tumori», prosegue il Prof. Alimonti, che guida l’iniziativa come direttore di LongLife-CH, affiancato dal Prof. Petr Cejka come vice-direttore.
Altro atout del cluster, il ruolo centrale dell’intelligenza artificiale, con la possibilità di appoggiarsi all’enorme potenza di calcolo alimentata dall’ottavo supercomputer al mondo, Alps, al Centro Nazionale di Calcolo Scientifico (Cscs), che ha la sua sede proprio a Lugano. Software basati su Ai per l’identificazione di nuovi target permetteranno una significativa accelerazione nella scoperta di piccole molecole, anticorpi e biomarcatori.
«Ad esempio, nell’ambito della senescenza cellulare di cui mi occupo, in Ticino abbiamo ormai anni di esperienza nello sviluppo di sostanze, naturali e non, in grado di eliminare le cellule senescenti o riprogrammarle bloccandone la produzione di fattori infiammatori, che provocano disfunzioni negli organi alla base di molte malattie legate all’invecchiamento, cancro incluso, come pure possono indurre nel tempo la resistenza alle tera-
Direttore dell’Istituto di Ricerca Oncologica (Ior) di Bellinzona, dove è responsabile del Gruppo di Oncologia Molecolare, il Prof. Andrea Alimonti si concentra con la sua ricerca pionieristica su biologia del cancro, senescenza e microambiente tumorale, con particolare attenzione al carcinoma della prostata. I suoi innovativi contributi allo studio della progressione tumorale e della resistenza alle terapie sono stati sottolineati da prestigiosi riconoscimenti. È professore al Politecnico di Zurigo e all’Università della Svizzera italiana e all’Università degli Studi di Padova, inoltre siede nel board scientifico di Ibsa Foundation.
pie oncologiche favorendo lo sviluppo di recidive. Già collaboriamo con case farmaceutiche, come di recente Ibsa, ma il contributo dell’Ai potrà permetterci di sfruttare meglio la mole di dati da elaborare, facilitando e accelerando l’identificazione di nuovi pathway fondamentali per l’invecchiamento e nuovi target terapeutici, per poi sviluppare dei composti che possano bloccarli», auspica il Prof. Alimonti, pioniere nell’identificazione di nuove terapie per la cura del tumore alla prostata. Il progetto auspica anche una presenza industriale non solo lato pharma. Ad esempio, altre applicazioni potrebbero nascere in collaborazione fra industria alimentare ed Eth, specializzato in quelli che si chiamano nutraceutici o cibi funzionali: soluzioni nutrizionali per sostenere la salute metabolica e la forza muscolare che subiscono un de-
Resta spazio alla Svizzera per profilarsi fra i programmi nazionali e privati che affrontano le sfide dell’aging, colmandone le lacune con una strategia mirata e orientata alla traslazione.
clino con l’invecchiamento. Si tratta di un’importante area di innovazione, ad esempio, per un leader svizzero come Nestlé, che negli ultimi anni ha lanciato diversi prodotti con nutrienti bioattivi e continua a svilupparne. «Un’idea sarebbe dunque di testare, prima a livello preclinico e poi clinico per soddisfare tutte le garanzie di sicurezza, qualità e i requisiti normativi, sostanze che riescano a prevenire processi come la senescenza cellulare o il danno al Dna garantendo i benefici tangibili per la salute», anticipa il direttore dello Ior.
Principali programmi e studi nazionali dedicati all’aging
Direttore dello IOR e di LongLife-CH
Andrea Alimonti
Longevity
Danni al Dna e invecchiamento: una correlazione da studiare e riparare
Petr Cejka
Recombination Mechanisms
Group Leader all’Istituto di Ricerca in Biomedicina (IRB)
Mentre allo Ior il Prof. Andrea Alimonti si concentra sulla senescenza cellulare, all’Irb il Prof. Petr Cejka affronta con il suo gruppo di ricerca un altro fattore centrale dell’invecchiamento: il graduale accumulo di danni nel materiale genetico. «Il nostro Dna contiene le istruzioni che permettono alle cellule e ai tessuti di funzionare correttamente. Tuttavia, è costantemente esposto ad agenti dannosi come luce solare, radiazioni, tossine ambientali ed errori che si verificano durante i normali processi cellulari. Per questo le cellule dispongono di sistemi di riparazione altamente sofisticati, in grado di individuare e correggere il danno spesso nel giro di pochi minuti, essenziali per mantenere la stabilità del genoma e prevenire le malattie», spiega il Prof. Cejka, il cui laboratorio studia questi meccanismi a livello molecolare.
Con l’invecchiamento, però, tali sistemi diventano meno efficienti. «Danni che un tempo sarebbero stati riparati rapidamente possono persistere, portando a mutazioni, instabilità genomica e perdita della capacità di divisione cellulare», nota il ricercatore. Non a caso, difetti nella riparazione del Dna sono alla base di rare sindromi di invecchiamento precoce, come la sindrome di Werner o la
progeria, esempi estremi del legame stretto fra integrità del genoma e aging. Particolarmente vulnerabili sono i telomeri, le regioni terminali dei cromosomi, che si accorciano a ogni divisione cellulare fino a innescare la senescenza, che blocca la capacità delle cellule di riprodursi e rigenerarsi. «È un processo che, attivando uno stato infiammatorio, contribuisce a disfunzioni tessutali e a malattie legate all’invecchiamento», osserva Cejka, «ma che rappresenta anche un potente meccanismo di protezione contro il cancro, impedendo alle cellule danneggiate di proliferare in modo incontrollato». Negli ultimi anni è però emerso un paradosso: «Molti tumori riescono a superare questa barriera iperattivando o dirottando i percorsi di riparazione del Dna, sopravvivendo nonostante danni estesi o telomeri criticamente corti. Per questo le proteine coinvolte nella riparazione del Dna rappresentano bersagli promettenti per la terapia oncologica», osserva il ricercatore dell’Irb.
Comprendere come gli stessi meccanismi possano proteggere dal cancro nelle prime fasi della vita, ma favorirne lo sviluppo più avanti, è una delle grandi sfide della ricerca su invecchiamento e oncologia. «La nostra attività di ricerca all’Irb si concentra proprio sulla riparazione del Dna alle estremità dei cromosomi e sui legami molecolari fra invecchiamento, senescenza e cancro. Le sinergie con lo Ior, ulteriormente rafforzabili grazie a LongLife-CH, offrono un’opportunità unica per tradurre scoperte fondamentali in strategie clinicamente rilevanti», conclude il Prof. Petr Cejka.
Non a caso i due Istituti, che dal 2021 condividono già lo stesso stabile a Bellinzona e hanno consolidato le loro collaborazioni attraverso l’associazione Bios+, stanno progettando un secondo edificio destinato a raddoppiare gli spazi (9.000 mq) e a portare i loro ricercatori, complessivamente, da circa 250 a 500 e oltre, creando nuovi ambienti in cui lavorare fianco a fianco, anche proprio su temi come l’invecchiamento.
Un ultimo aspetto che interessa LongLife-CH è lo sviluppo di nuovi biomarcatori dell’invecchiamento, in grado di valutare l’età biologica rispetto a quella cronologica, non sempre coincidenti. «Esistono già degli “orologi biologici” basati sulla metilazione del Dna, ma servono marcatori sempre più affidabili e predittivi. Qui ad esempio, grazie all’apporto dell’Eth, si potrebbero testare altre modificazioni del Dna, sia in soggetti sani sia in pazienti con patologie cardiovascolari o oncologiche, per ottenere nuovi biomarcatori per lo studio e la valutazione dell’efficacia di terapie mirate di riprogrammazione cellulare», indica Andrea Alimonti.
Il Swiss Cluster of Excellence in Aging Biology and Related Diseases ha invece lasciato cadere l’idea originaria di effettuare un studio longitudinale-epidemiologico sulla popolazione ticinese, tra le più longeve in Europa, considerato che avrebbe richiesto un notevole impegno finanziario per coinvolgere quasi 3mila partecipanti sul territorio, ma senza probabilmente apportare avanzamenti distintivi rispetto ai tanti studi di questa tipologia altrove già esistenti. «Avendo fatto tesoro dei feedback raccolti dalla commissione dei Nccr, con valutazioni eccellenti sulla parte biologica e traslazionale, oggi il cluster è più focalizzato, più snello e pronto a partire non appena raccolti i fondi necessari. Poiché molte di queste attività di ricerca già, gli uni o gli altri membri del cluster, le svolgono all’interno delle proprie strutture, un investimento nemmeno troppo impegnativo, nell’ordine di 15 milioni di franchi, sarebbe sufficiente per il primo quadriennio. Questo primo ciclo potrebbe poi fungere da volano per attrarre fondi industriali nelle fasi successive in cui sviluppare i composti», conclude il Prof. Andrea Alimonti.
Il potenziale è evidente: consolidare ciò che già esiste, rafforzare il “terzo piede” della ricerca traslazionale clinica e creare le condizioni per attrarre start up e aziende biotech e pharma verso il Sud della Svizzera. La longevità, da sfida scientifica e sanitaria, può così diventare anche una leva di sviluppo economico e di posizionamento strategico per il Ticino e la Svizzera, affermandosi come leader nella comunità scientifica che si occupa di ricerca sull’invecchiamento.
Susanna Cattaneo
Senior Living: autonomia e dinamismo
Dove la gioia di vivere viene prima di tutto: THE FLAG Lugano
Quali servizi offre THE FLAG Lugano?
Vivere in modo autonomo, all’interno di una comunità dinamica: questa è la visione della prima residenza Senior Living di THE FLAG in Svizzera, a Lugano. Un luogo in cui ognuno può vivere secondo le proprie regole - con la certezza che ci sarà sempre qualcuno su cui contare, quando serve.
Con una lunga esperienza nell’ambito dell’ospitalità e dell’assistenza agli ospiti, la direttrice Fabiana Nyffeler, da oltre 30 anni in Ticino, presenta spirito e caratteristiche di questo progetto innovativo.
Signora Nyffeler, in cosa consiste concretamente questo nuovo concetto abitativo? I nostri residenti vivono in appartamenti moderni, luminosi, privi di barriere architettoniche, dotati di angolo cottura e terrazza. Offriamo unità da uno, due o tre locali, con superfici che vanno da 38 a 88 metri quadrati, disponibili arredate o non arredate. Il secondo edificio sarà completato entro fine marzo 2026 e le due strutture saranno collegate formando un piccolo quartiere vivo nel cuore di Massagno.
Vogliamo rendere la vita quotidiana più semplice, ma anche più ricca. Offriamo un servizio ristorante con cucina stagionale, programmi di benessere e longevità, consulenze mediche e coordinamento con servizi infermieristici, fisioterapia, yoga e massaggi. A questo si aggiungono servizi pratici come lavanderia, pulizie, spesa assistita, accompagnamento, supporto amministrativo e, su richiesta, l’intermediazione per servizi di assistenza. Gli spazi comuni includono lounge, biblioteca, sale per attività, un giardino con orti, parcheggio sotterraneo e colonnine di ricarica per veicoli elettrici. Cosa le sta più a cuore nel suo ruolo di direttrice?
Per me è fondamentale che nessuno si senta solo. Desidero che i nostri residenti si ispirino a vicenda, che ridano insieme e, perché no, che nascano nuove amicizie. Quando passeggio per la struttura e vedo persone che mangiano insieme o si godono un caffè sulla terrazza panoramica, so che stiamo andando nella direzione giusta. Per me, Senior Living significa godere del meglio di due mondi: vivere in modo indipendente e autonomo, ma non
Fabiana Nyffeler
Direttrice di THE FLAG Lugano
isolati. Offriamo il contesto ideale per una vita piena, sana e ricca di relazioni. Qui si può continuare a essere curiosi, sperimentare, restare attivi. Non si parla di tranquillità della vecchiaia, ma di voglia di fare, gioia di vivere e condivisione. In cosa THE FLAG Lugano si distingue da una casa di riposo?
Non siamo una casa di riposo né una struttura per persone non autosufficienti. Qui vivono persone attive e autonome - i cosiddetti “Best Ager” - che vogliono restare protagonisti della propria vita. Chi ha bisogno di assistenza può accedere a servizi esterni su richiesta, ma la non autosufficienza non è parte del nostro concetto. I nostri residenti apprezzano la loro indipendenza e decidono autonomamente quanto supporto desiderano nella quotidianità. THE FLAG Lugano è sinonimo di gioia di vivere, incontri e comfort. È una casa che ispira i nostri ospiti, non che li limita.
Per informazioni:
Via Morena 7, 6900 Massagno
Tel. +41 91 950 13 40
senior.lugano@the-flag.ch
senior.the-flag.de/it/lugano
Alyssa Cornuz,
Portfolio Manager della Robeco Healthy Living strategy
Il mondo sta invecchiando a un ritmo mai visto prima: si prevede che la percentuale della popolazione mondiale over 60 raggiungerà il 22% entro il 2050, rispetto a un modesto 5% che era nel 1950 e al nutrito 12% già raggiunto nel 2015. L’allungamento dell’aspettativa di vita nei Paesi Ocse, da poco meno di 70 anni nel 1970 a oltre 80 anni, unita al cronico calo dei tassi di natalità a livello globale, ha portato a un cambiamento nella demografia mondiale, che troppo spesso viene descritto in modo negativo. Il fatto che, in media, la maggior parte delle persone vivrà più a lungo rispetto alle generazioni precedenti è un risultato unico e straordinario nella storia dell’umanità. Assume spesso una connotazione negativa, che deve dunque essere rivista.
Con una persona su sei che avrà più di 65 anni entro il 2050, la vera sfida che oggi si pone è come garantire una longevità sana, non semplicemente una vita più lunga. Il diffondersi di malattie croniche rischia di allungare il periodo di cattiva salute, a meno che i sistemi di assistenza e i comportamenti individuali non si adattino a tali mutate circostanze. Senza passare dalla cura alla prevenzione, le società rischiano di mantenere le persone in vita più a lungo, ma non più sane, con un forte aumento dei costi finanziari e sociali a livello di sistema. Infatti, la spesa sanitaria degli Stati Uniti supera già l’intero Pil del Giappone. Fondamentalmente, l’innovazione nel
Nodi e opportunità: capitalizzare la sfida
L’allungarsi dell’aspettativa di vita pone nuove sfide, e dunque anche alcune opportunità, che bisogna riuscire a cogliere, sia in qualità di investitori, che a livello di sistema Paese.
La partecipazione al mondo del lavoro
Evoluzione dei tassi occupazionali (2000-2024) totali e di genere per età (in pp)
settore biofarmaceutico e MedTech, accelerata in particolare dall’Intelligenza Artificiale, sta cambiando l’economia e le possibilità di prevenzione, diagnosi e trattamento di molte malattie.
L’AI abbrevia i tempi di sviluppo dei farmaci, migliorando l’accuratezza dell’imaging, i flussi di lavoro delle patologie e accelerando la diagnostica. Nuovi ambiti terapeutici stanno trasformando la salute delle persone; ad esempio le terapie oncologiche di nuova generazione e i trattamenti dell’obesità con Glp-1.
I comportamenti dei consumatori stanno rafforzando questo cambiamento: le preferenze dei consumatori per alimenti ‘più salutari’ stanno ridefinendo intere catene del valore e hanno già dato origine a categorie di prodotti completamente nuove, mentre il fitness è diventato un elemento identitario per quasi il 60% dei Millennial e della Gen Z.
La longevità vissuta in buona salute non è solo una sfida medica o una tendenza di benessere, ma è profondamente legata a effetti di natura sociale ed economica molto più ampi. Le popolazioni più anziane sono già oggi la principale fonte di crescita della forza lavoro nei mercati sviluppati, dimostrando che una vita più lunga può migliorare, e non appesantire,
Negli ultimi anni si lavora di più, e in più persone: specie le donne, molto più partecipi che in passato.
il dinamismo economico quando gli individui rimangono sani.
A sostegno di ciò, un recente rapporto del Fondo Monetario ha ben evidenziato che una persona di 70 anni nel 2022 avesse le medesime capacità cognitive di un 53enne nel 2000. Oltre alla buona salute, le società devono quindi riprogettare i meccanismi del mondo del lavoro, dell’apprendimento e soprattutto la riqualificazione professionale.
La ricerca di una vita non solo più lunga, ma anche più sana e produttiva va ben oltre le scelte più o meno dipendenti da uno stile di vita del singolo individuo, anzi sta diventando un imperativo sociale ed economico che interessa la collettività. Il risultato è un potente volano: l’aspettativa di vita si allunga; vite più lunghe e più sane rimodellano le esigenze della società e queste esigenze alimentano l’innovazione che, a sua volta, sostiene una vita più sana. Dunque, un circolo virtuoso.
La longevità non è un ostacolo, ma un vantaggio strutturale per chi rende la vita più lunga, più sana e più produttiva.
A patto di saper scegliere,
l’interesse è dei più composti
Secondo una recente indagine di Vontobel l’invecchiamento della popolazione crea diverse possibilità per esporsi al megatrend, senza correre eccessivi rischi. Alcuni segmenti di quella che viene definita ‘economia della longevità’ nei prossimi anni non potranno che crescere, e necessitano di capitali.
Meglio, e più a lungo
Evoluzione dell’aspettativa di vita in Europa e Nord America
Le persone nate 125 anni fa sarebbero mediamente vissute circa la metà di quelle nate oggi. È un primo dato che molto dice, senza dire nulla. Nel 2024 un bambino nato in Germania ha un’aspettativa di vita di 78,5 anni, nel caso di una bambina di ben 83,2. Meglio fa la Svizzera, secondo l’ufficio di statistica federale un bambino ambirebbe a raggiungere gli 82,4 anni mediamente, mentre una bambina sfiorerebbe gli 86. Discorso estendibile alle economie avanzate, e una tendenza destinata ad aumentare ancora.
I motivi alla base di questa dinamica, seppur in rallentamento, sono molteplici, ma tutti riconducibili a un minimo comun denominatore: il benessere raggiunto e diffuso in queste regioni del mondo. Ma un investitore come può beneficiarne? Stando a una recente indagine di Vontobel ci sarebbero buoni margini per capitalizzare questo fenomeno, strappando degli interessanti rendimenti, senza esporsi a eccessivi rischi.
Tutte quelle aziende attive per far vivere più sane e più a lungo le persone fanno parte di quella che si definisce ‘economia della longevità’, un settore composto da segmenti di aziende che beneficiano del benessere della popolazione
più anziana, lavorando per fornirglielo, lungo l’intera catena del valore. AI. Il mercato delle piattaforme di assistenza virtuale, strumenti clinici basati su dati e applicazioni intelligenti, si stima possa raggiungere la significativa dimensioni di 110 miliardi di dollari entro il 2030, rispetto ai già significativi 14,9 miliardi che ha raggiunto nel 2025, con dunque un Cagr annuo del 38,6%. Genomica. L’editing del genoma, e la riprogrammazione cellulare sono tra le promesse del settore, ed è dove dovrebbero nascere le maggiori opportunità. I ricercatori si stanno infatti concentrando su registrazione e analisi del materiale genetico, sfruttando i dati raccolti per rilevare precocemente le malattie, adattando le terapie ai singoli pazienti, consentendo nuovi approcci di trattamenti biomedici. Se oggi è ancora agli albori, si stima che il settore riuscirà a mantenere un Cagr annuo del 12,6% sino al 2030. Imaging medico. È quel segmento che include i fornitori di sistemi e tecnologie diagnostiche avanzate, che consentono diagnosi precoce, monitoraggio e valutazione delle malattie legate all’età e patologie croniche. Se già nel 2024 il mercato valeva 41,6 miliardi ci attende sfondi la soglia dei 60 entro cinque anni.
L’aspettativa di vita alla nascita nei Paesi Occidentali continua a crescere, bruciando ogni anno nuovi record. Questo non è un dettaglio, ma nasconde profondi riflessi.
Dispositivi medici. Questa categoria è relativamente ampia. Le aziende che producono dispositivi impiantabili, indossabili e chirurgici sono considerate particolarmente promettenti. Questi dispositivi consentono il trattamento, il monitoraggio continuo e miglioramenti della qualità della vita dei pazienti in tutte le aree dell’assistenza sanitaria. I produttori sono sempre più tenuti a integrare servizi digitali, analisi dei dati e connettività. Di conseguenza, i dispositivi indossabili, il monitoraggio remoto e i dispositivi connessi intelligenti stanno diventando fattori chiave della crescita perché sono più vicini ai pazienti e consentono cure preventive.
A fronte dei progressi tecnologici, dell’aumento della spesa sanitaria e dell’invecchiamento della popolazione, le previsioni di Kpmg suggeriscono che il volume del mercato dei dispositivi medici potrebbe crescere di circa il cinque-sei per cento all’anno e quindi raggiungere un volume di mercato di oltre 700 miliardi di dollari entro il 2030. Prevenire è curare. Secondo un rapporto del National Institutes of Health (Nih) degli Stati Uniti, entro il 2035 circa il 36% della popolazione americana di età pari o superiore a 50 anni avrà almeno una malattia cronica. Le aziende che offrono prodotti nutrizionali, integratori alimentari, soluzioni per la salute comportamentale o programmi di benessere personalizzati potranno contribuire a un’assistenza sanitaria preventiva e a uno stile di vita più sano.
Achille Barni
Fonte: Onu, Vontobel 2026
Longevity
L’allenamento che aggira la biologia
Il movimento non serve a sfidare il tempo, ma a negoziare con lui. Non allunga la vita per accumulo di anni, bensì per sottrazione di fragilità: muscoli che restano forti, metabolismo che migliora, mente che rimane vigile. Allenarsi, oggi, è forse il gesto più concreto di lungimiranza: un investimento quotidiano che paga interessi sotto forma di qualità della vita.
Negli ultimi decenni, la durata media della vita è aumentata in modo significativo. La longevità moderna si fonda su un approccio integrato che coinvolge corpo, mente e ambiente. Oltre ad un’alimentazione equilibrata, è il movimento quotidiano a giocare un ruolo essenziale. Non si parla di sport estremi, ma di camminare, mantenersi attivi e integrare il movimento nella vita di tutti i giorni. La longevità non è un obiettivo distante o riservato a pochi fortunati. È piuttosto il risultato di scelte quotidiane, piccoli gesti ripetuti nel tempo, che costruiscono un futuro più lungo, ma soprattutto più sano e significativo.
Di allenamento e longevità abbiamo parlato con Andrea Matteucci, Ceo di Fimex, distributore esclusivo Technogym per la Svizzera.
Technogym è spesso definita un ecosistema. Qual è la sua filosofia, parlando di longevity? Al centro di tutto c’è la persona. La longevità, per noi, non è un obiettivo astratto, ma la conseguenza naturale di uno stile di vita attivo. Muoversi con regolarità significa prendersi cura di sé oggi, per vivere meglio domani. Il concetto di wellness, introdotto oltre quarant’anni fa, nasce proprio da questo presupposto. Quanto la personalizzazione basata sui dati può allungare la vita attiva di una persona? Può farlo in modo significativo. La personalizzazione infatti rende il movimento più efficace, più sicuro e soprattutto sostenibile nel tempo. È possibile valutare in pochi minuti parametri fondamentali come forza, mobilità, equilibrio, composizione corporea e persino aspetti cognitivi, ottenendo una fotografia reale dello stato funzionale della persona. Questi dati
Cardio, forza, allenamento funzionale, con l’ausilio di macchine all’avanguardia (in foto, Sand Stone di Technogym). Ma per gettare le basi della longevità ciò che conta è la costanza, anche con un movimento leggero, purché regolare.
reperibili con strumenti come Technogym Checkup, permettono di superare l’allenamento standardizzato e di costruire percorsi realmente su misura, che si adattano all’età biologica e non solo a quella anagrafica. Quando l’allenamento è calibrato sulle reali capacità dell’individuo, il rischio di infortuni diminuisce, l’efficacia aumenta e la motivazione cresce. È questo che consente alle persone di continuare a muoversi nel tempo. In termini di longevità, il valore non sta tanto nello spingere di più, ma nell’allenarsi meglio e più a lungo. La personalizzazione trasforma l’attività fisica in uno strumento di prevenzione concreta, aiutando le persone a mantenere autonomia, funzionalità e qualità della vita negli anni.
La tecnologia ci allontana dal corpo o ci aiuta ad ascoltarlo?
Aiuta ad ascoltarlo meglio. Il corpo manda continuamente segnali, ma spesso non abbiamo gli strumenti per interpretarli correttamente. La tecnologia rende questi segnali più leggibili, trasformando sensazioni soggettive in informazioni oggettive. Quando dati, intelligenza artificiale e movimento lavorano insieme, la tecnologia diventa un mezzo di consapevolezza: aiuta a capire quando è il momento di spingere, quando recuperare e come adattare l’allenamento alle diverse fasi della vita. In questo senso, non sostituisce il rapporto con il corpo, ma lo rafforza.
Come cambia l’allenamento quando diventa misurabile nel tempo?
Smette di essere un gesto occasionale e diventa un percorso. La misurazione introduce continuità, consapevolezza e responsabilità: permette di capire come il corpo evolve, come risponde agli stimoli e come adattare il movimento. Non si tratta più solo di valutare la singola prestazione, ma di osservare il progresso nel lungo periodo. La misurabilità nel tempo trasforma l’allenamento in uno strumento di prevenzione e di benessere duraturo, perché aiuta le persone a costruire abitudini sane, sostenibili e personalizzate, che accompagnano il corpo lungo tutto l’arco della vita.
L’allenamento diventa dunque un’infrastruttura della long life society?
Sì, quando non è più visto come un’attività “extra”, riservata a chi ha tempo o interesse, ma come un elemento strutturale della vita quotidiana, accessibile a tutti e integrato nei contesti sociali e lavorativi. In una società che invecchia, la sfida non è solo vivere più a lungo, ma vivere meglio e con autonomia. L’allenamento, se progettato in modo inclusivo e personalizzato, è uno dei pochi strumenti in grado di mantenere funzionalità fisiche e mentali nel tempo. Per questo deve essere considerato alla stregua di un servizio pubblico: un’infrastruttura che sostiene la salute, riduce la fragilità e sostiene la partecipazione sociale.
Per renderlo reale, servono spazi, cultura, educazione e modelli organizzativi che facilitino il movimento: aziende che promuovono il benessere dei dipendenti, comunità che mettono a disposizione strutture e percorsi, città che incentivano mobilità attiva, e sistemi sanitari che riconoscono l’attività fisica come prevenzione. In questo senso, l’allenamento diventa una “infrastruttura” perché sostiene la società nel suo complesso: più movimento significa meno fragilità, meno costi sanitari, più autonomia e una migliore qualità della vita per tutti. Quanto l’esercizio fisico incide sull’healthspan? L’esercizio fisico incide in modo decisivo sull’healthspan, cioè sulla qualità della vita negli anni, più che sulla sola durata. Oggi sappiamo che mantenere un corpo attivo e funzionale è uno dei fattori più efficaci per ridurre il rischio di fragilità, malattie croniche e declino cognitivo, e per preservare autonomia e benessere. Muoversi regolarmente non è solo “fare sport”: si-
gnifica mantenere forza, equilibrio, mobilità, metabolismo e resilienza mentale. In questo senso, la personalizzazione basata sui differenti dati diventa un elemento chiave. Strumenti come l’epigenetic check permettono di comprendere meglio come lo stile di vita influisce sull’espressione genetica e, di conseguenza, su invecchiamento e salute nel tempo. Questo tipo di analisi rende possibile intervenire in modo mirato, trasformando l’attività fisica in un presidio preventivo ancora più efficace.
Come va ripensata oggi l’idea di allenamento? Va inteso come uno strumento di cura quotidiana, volto non solo a migliorare l’aspetto fisico, ma a mantenere il corpo efficiente, prevenendo problemi e sostenendo la qualità della vita nel tempo. Se l’attività fisica fosse un farmaco, quale sarebbe il suo principio attivo più potente?
La costanza. Non esiste una singola “pillola” o un esercizio miracoloso: il vero beneficio nasce dalla ripetizione nel tempo. È la regolarità del movimento, anche moderato, che produce cambiamenti strutturali nel corpo e nella mente, sostenendo salute metabolica, forza muscolare, equilibrio e resilienza. È questo il principio attivo più potente per la longevità: muoversi con continuità, perché il corpo risponde alla costanza e alla cura, non ai picchi di intensità, e trovare un equilibrio compatibile con la propria vita. E con l’avanzare dell’età, la costanza diventa più determinante dell’intensità. Non perché quest’ultima non sia importante, ma perché il corpo cambia e ha altre necessità e altri tempi. L’intensità può rimanere un elemento utile, ma deve essere calibrata e progressiva: non si tratta di “spingere di più”, ma di muoversi in modo intelligente. Quanto più una persona è matura, tanto più è efficace mantenere una pratica regolare, con esercizi di forza, equilibrio e mobilità, piuttosto che fare attività intensa in modo sporadico. Insomma, la costanza costruisce la longevità, mentre l’intensità, se non gestita, può diventare un limite o addirittura un rischio. La formula giusta è determinata da una regolarità sostenibile, che permetta al corpo di rimanere attivo e autonomo nel lungo periodo. Nei Paesi più longevi, ossia dove la vita media è più elevata rispetto ad altri Paesi e si contano inoltre diversi centenari o quasi- centenari che ruolo ha il movimento quotidiano? È fondamentale. Il movimento non è confinato alla palestra, ma fa parte della gior-
In foto, Andrea Matteucci, Ceo di Fimex, distributore esclusivo di Technogym per la Svizzera.
nata: camminare, muoversi, restare attivi. L’allenamento strutturato completa, ma non sostituisce, uno stile di vita dinamico. Serve una nuova educazione al corpo adulto?
Sì, serve insegnare alle persone che il corpo va accompagnato, non forzato. Un’educazione al movimento che metta al centro il benessere e la durata, non solo la prestazione.
Quale innovazione avrà il maggiore impatto sulla longevità attiva?
Quelle che aiutano le persone a muoversi meglio e con più consapevolezza, rendendo il movimento accessibile, guidato e sostenibile nel tempo.
Che tipo di corpo dovremmo desiderare guardando alla maturità?
Un corpo che ci permetta di vivere bene ogni giorno. Non da esibire, ma da abitare con piacere, autonomia e libertà di movimento.
In conclusione, tre aggettivi per definire l’allenamento ideale per la longevità... Assiduo, ragionevolmente intenso, personalizzato.
Simona Manzione
Longevity
Arte su ricetta medica
E se, oltre ai farmaci, i medici iniziassero a ‘somministrare’ anche attività artistiche?
A Lugano, un progetto pilota esplora l’impatto del cultural prescribing sulla salute e sul benessere della popolazione over 65 affetta da patologie croniche legate allo stile di vita.
Vedersi prescrivere dal medico di famiglia un’attività artistica potrebbe sorprendere. Eppure il nesso fra cultura e salute è ormai ampiamente documentato. Già nel 2019, prima che la pandemia riportasse al centro il tema del benessere individuale e della coesione sociale, l’Organizzazione mondiale della sanità, analizzando vent’anni di letteratura scientifica, evidenziava come la pratica regolare di attività artistiche contribuisca a migliorare la salute generale, riduca il rischio di depressione e isolamento e rallenti il declino cognitivo associato all’invecchiamento. Fattori chiave per aumentare l’aspettativa di vita in buona salute e, non secondariamente, per alleggerire la pressione su sistemi sanitari sempre più sollecitati: in Svizzera, oltre metà dei costi sanitari è infatti generata dagli ultrasessantenni, che rappresentano però meno di un quarto della popolazione.
Cogliendo questi spunti, Lugano ha lanciato un innovativo progetto pilota per valutare l’impatto della prescrizione culturale sulla propria popolazione over 65 - un’iniziativa che trova il contesto ideale nella città che registra la più alta percentuale di anziani in Svizzera ed è tra le più longeve d’Europa.
«In linea con le riflessioni maturate da molte città europee e con lo sviluppo
dell’offerta culturale di Lugano, dentro e fuori dal Lac, da tempo ci interroghiamo su quale contributo una politica culturale più consapevole possa offrire alla salute e al benessere dei cittadini», spiega Luigi Di Corato, direttore della Divisione Cultura della Città di Lugano, promotrice dell’iniziativa insieme a Ibsa Foundation. Una partnership che si è consolidata negli ultimi anni attorno al progetto Cultura e Salute, avviato nel 2020 per sensibilizzare sia la comunità scientifica sia il grande pubblico sulle connessioni tra questi due ambiti, attraverso il Corso universitario di Cultura e Salute - realizzato con la Facoltà di scienze biomediche dell’Usi - e iniziative come forum annuali ed eventi con speaker internazionali.
«Con questo progetto sul campo abbiamo voluto fare un passo ulteriore, cercando di misurare anche gli effetti concreti di un consumo culturale attivo su persone over 65 con malattie croniche», prosegue Luigi Di Corato. Non si tratta di assistere passivamente a un concerto o visitare una mostra: i partecipanti saranno coinvolti in prima persona in pratiche artistiche come laboratori creativi, arti performative, danza o canto. «L’obiettivo è capire se persone over 65 affette da patologie legate allo stile di vita - come obesità, diabete, ipertensione, ansia o depressione, spesso associate anche a una
La prescrizione culturale introduce un nuovo modello di cura che integra attività artistiche creative nel percorso sanitario, con la consulenza di un link workerlo specialista che affianca il medico di famiglia per strutturare un programma personalizzato in base a interessi e bisogni del paziente. A Lugano verrà sperimentato sugli over 65 grazie a un progetto pilota promosso dalla Città insieme a Ibsa Foundation e all’Istituto di Medicina di Famiglia dell’Usi, in collaborazione con il Lac Lugano Arte e Cultura.
condizione di isolamento sociale accentuata dopo il pensionamento - possano trarre beneficio dai momenti di socializzazione offerti dalla cultura e se una quotidianità più attiva e aperta agli altri possa incidere positivamente sullo stato di salute generale», spiega il direttore della Divisione Cultura della Città di Lugano. Il progetto, realizzato grazie alla partnership con l’Istituto Medici di Famiglia dell’Usi, capitanato dal Prof. Luca Gabutti che coordinerà la parte medica dello studio, disporrà di un budget complessivo di 250mila franchi. Le attività artistiche e culturali saranno invece selezionate nell’ambito di LacEdu, il programma di mediazione culturale del Lac, che vanta una lunga esperienza in questo campo. Lo studio beneficerà inoltre della consulenza del Social Biobehavioural Research Group dell’University College London, punto di riferimento internazionale sul social prescribing, nato e sviluppatosi proprio nel Regno Unito, per poi diffondersi ad esempio anche in Canada, a Singapore o nei Paesi scandinavi, come la Finlandia. Ma cosa può aggiungere una città di dimensioni contenute come Lugano a un ambito in cui, altrove, le sperimentazioni sono già sistematiche e in alcuni casi integrate stabilmente nei sistemi di cure primarie? «La nostra scala è in realtà un vantaggio», osserva Di Corato. «Ci
consente di sperimentare con maggiore agilità e di costruire un modello misurabile e potenzialmente replicabile anche su contesti più ampi. Inoltre, la nostra popolazione over 65 è particolarmente eterogenea e longeva, anche perché molte persone scelgono Lugano per rendere ancora più piacevole l’ultima fase della loro vita. Questo ci offre l’opportunità - e la responsabilità - di capire come migliorare ulteriormente il benessere sia di chi arriva sia di chi ha la fortuna di esserci nato e cresciuto».
Proprio in questo periodo è in corso il reclutamento dei 100 partecipanti allo studio: 80 seguiranno un percorso composto da 25 attività, della durata di una o due ore settimanali per sei mesi, mentre una ventina costituirà il gruppo di controllo. I risultati sono attesi nel 2027, considerando che lo studio avrà una durata complessiva di 18 mesi con tre momenti di valutazione (iniziale, a 6 e a 12 mesi), basati su esami clinici, dati raccolti tramite dispositivi biometrici indossabili, questionari e interviste a partecipanti, medici e operatori. «Adotteremo un approccio rigorosamente evidence based, per restituire al mondo della ricerca e alla cittadinanza un contributo concreto», spiega Luigi Di Corato. «È inoltre prevista una strategia di follow-up per consentire ai partecipanti di proseguire le attività che avranno dimostrato effetti positivi, facilitando il collegamento con associazioni già attive sul territorio».
Un altro aspetto particolarmente interessante del progetto è l’introduzione della figura professionale del link worker: un operatore socioculturale che funge da ponte tra medico di famiglia e paziente, costruendo un percorso personalizzato a partire dai bisogni percepiti e dagli interessi dei soggetti Una ‘terapia’ che nasce dall’ascolto. Nel Regno Unito, dove il National Health Service ha avviato il più vasto programma pubblico di prescrizione sociale, sono già stati creati circa mille posti di lavoro per link workers. In assenza di una formazione specifica alle nostre latitudini, agli operatori coinvolti nel progetto di Lugano è stato richiesto, oltre a una solida esperienza nella mediazione culturale e competenze relazionali, di frequentare il Corso universitario di Cultura e Salute, che nella sua quinta edizione (2025) ha approfondito proprio il tema della prescrizione sociale nella sua accezione più ampia: non solo cultura, ma
«L’obiettivo del nostro progetto di prescrizione culturale, primo in Svizzera, è capire se persone over 65 affette da patologie legate allo stile di vita possano trarre beneficio dai momenti di creatività e socializzazione offerti dalla cultura e se una vita più attiva e aperta possa effettivamente migliorarne le condizioni di salute generale»
Luigi Di Corato, Direttore della Divisione Cultura della Città di Lugano
Fasce di età della popopazione della città di Lugano
Per fascia di età e genere
Fonte: Lugano Statistica, 31.12.2024
Over 65 nelle città svizzere in % pop residente permanente, 2022
Fonte: Ust
anche sport, natura e volontariato, rivolti alle diverse fasce sensibili della popolazione. Un approccio più olistico alla cura, che si basa sulle relazioni con la comunità locale e che aiuta a demedicalizzare l’offerta dei servizi sanitari.
Resta da comprendere quanto il modello dell’Art on prescription sia percorribile nel contesto assicurativo svizzero, diverso da quello di paesi con una forte
Città con la maggior percentuale di over 65 in Svizzera, Lugano è stata anche la prima nel 2024 a unirsi alla rete internazionale Cities of Longevity.
partecipazione statale, dove il social prescribing ha già dimostrato benefici significativi per la salute pubblica e per l’economia. «Uno degli obiettivi del progetto pilota è proprio quello di contestualizzare questa pratica nella nostra realtà. Se i risultati confermeranno le ipotesi, potrà diventare il punto di partenza per una riflessione più ampia che coinvolga tutti gli attori del sistema a livello nazionale, in vista di una possibile integrazione della cultura nelle politiche sanitarie cantonali e federali», conclude Luigi Di Corato. Intanto, il progetto sta già suscitando interesse ben oltre i confini nazionali: dagli Stati Uniti a Singapore, diverse città hanno iniziato a contattare Lugano, invitando i promotori a presentare l’iniziativa e a condividere le future esperienze.
Susanna Cattaneo
cultura /alta orologeria
Le ore al galoppo
Il cavallo è da sempre simbolo di forza, eleganza, libertà e velocità: valori che dialogano in modo naturale con l’alta orologeria. Non sorprende quindi che diversi marchi svizzeri, nell’anno in cui è protagonista
del calendario cinese, abbiano scelto di celebrarlo attraverso edizioni speciali, reinterpretandolo ciascuno secondo il proprio dna. Incisioni artistiche sui fondelli, quadranti smaltati, micromosaici, rilievi scolpiti o raffinati guilloché
Emblema di eleganza, potenza e movimento controllato, il cavallo è un soggetto ideale per raccontare il tempo come equilibrio tra forza meccanica e grazia estetica.
In occasione dell’Anno del Cavallo dello zodiaco cinese, diversi marchi elvetici lo celebrano attraverso edizioni dedicate, ciascuna coerente con la propria identità.
In questa pagina, Perpetual Moon 41.5 Red Gold ‘Year of the Horse’ di Arnold & Son, in oro rosso: una serie limitata a otto pezzi, dedicata all’anno del cavallo.
trasformano il cavallo in un elemento narrativo, mai puramente decorativo. In queste creazioni il soggetto non è fine a sé stesso, ma diventa espressione coerente della filosofia della Maison, contribuendo a rafforzarne identità e posizionamento.
Longines lo racconta attraverso un linguaggio di eleganza classica, avallato dallo storico legame con il mondo equestre. Swatch ne offre una lettura contemporanea, pop e accessibile, capace di parlare a un pubblico trasversale e di avvicinare nuove generazioni all’orologeria svizzera. Jaeger-LeCoultre propone un’interpretazione colta e discreta, in cui il tema affiora come dettaglio prezioso, quasi intimo, destinato a chi sa osservare. Arnold & Son lo sublima in autentica opera d’arte grazie a incisioni e smalti realizzati a mano:
«Per l’Anno del Cavallo, giocando con i materiali e le arti decorative, abbiamo utilizzato un quadrante in avventurina nera, un cavallo in oro 18 carati inciso a mano e un dipinto in miniatura che compone uno sfondo fiabesco. Questo paesaggio si illumina al buio, insieme alla luna, creando una scena quasi magica», racconta Pascal Béchu, Ceo di Arnold & Son. «Ci è sembrato naturale scegliere il Perpetual Moon per questa serie, poiché incarna sia la nostra identità orologiera sia una forte dimensione poetica: quella della luna, che è al centro del calendario cinese. Inoltre, il nostro movimento mostra le fasi lunari con una precisione astronomica notevole, con uno scarto di un solo giorno ogni 122
anni. Ma al di là della meccanica, abbiamo voluto raccontare una storia attraverso ogni pezzo. Ogni edizione è un’opera d’arte a sé, pensata come omaggio alla cultura cinese, ma anche come espressione del nostro savoir-faire orologiero e artistico».
A prescindere dall’interpretazione che ogni marchio sceglie di dare, il valore dell’orologio non risiede soltanto nell’immagine, ma nell’equilibrio tra forma, contenuto e meccanica. Il simbolo diventa così un filo conduttore che guida il progetto, senza mai prevalere sulla funzionalità o sulla qualità costruttiva. Che a dominare sia la potenza del gesto o la grazia del movimento, la tradizione orologiera svizzera riesce a fondere forza tecnica e sensibilità estetica, dimostrando come l’emozione
tage. Le edizioni celebrative privilegiano un’eleganza misurata, lontana da eccessi decorativi, in cui il simbolo si inserisce armoniosamente in proporzioni classiche e soluzioni meccaniche affidabili. È una scelta che riflette una visione del tempo improntata alla continuità e alla sobrietà, più che alla ricerca dell’effetto.
Swatch sceglie invece un registro opposto ma complementare. Il cavallo diventa segno grafico, colore ed energia visiva. Le collezioni dedicate allo zodiaco cinese dimostrano come anche l’orologeria industriale, se progettata con intelligenza, possa veicolare cultura, ironia e creatività, senza rinunciare alla qualità svizzera e a un forte riconoscimento stilistico.
Più meditativa è la proposta di Arnold & Son, marchio che fa dell’incontro tra
possa nascere anche dalla precisione. Queste creazioni non si rivolgono esclusivamente al mercato asiatico, tradizionalmente legato allo zodiaco cinese, ma parlano a una platea globale. Raccontano infatti una verità più ampia: l’alta orologeria è un linguaggio universale, capace di assorbire riferimenti culturali lontani e tradurli in artigianalità, rigore progettuale e durata nel tempo. Ogni cavallo inciso o dipinto racchiude ore di lavoro manuale, competenze tramandate e una profonda conoscenza dei materiali, trasformando il segnatempo in una testimonianza concreta di savoir-faire.
Per Longines, il cavallo rappresenta una naturale estensione del proprio heri-
L’omaggio di Jaeger-LeCoultre allo zodiaco cinese è sublimato da un’eccezionale incisione e smaltatura ‘Grand Feu’: il Reverso Tribute Enamel ‘Horse’, limitato a 10 pezzi, con il suo cavallo maestoso, la cui incisione ha richiesto 80 ore di lavoro manuale.
arte decorativa e alta meccanica la propria cifra distintiva. Qui il cavallo prende forma attraverso incisioni, sculture e smalti realizzati a mano, trasformando il segnatempo in un oggetto quasi museale. Il tempo non è solo misurato, ma raccontato, reso visibile attraverso superfici che invitano alla contemplazione.
Con Jaeger-LeCoultre il discorso si fa ancora più sottile. Le Maison della Vallée de Joux hanno spesso utilizzato lo zodiaco come terreno di sperimentazione
In alto, da sinistra: Year of the Horse Limited Edition di Oris. 88 pezzi per un orologio rivestito da un bagliore cremisi e Longines, che presenta un’edizione speciale della sua celebre Master Collection: in collaborazione con il Peon Art Museum di Chongqing, in Cina, la maison ha inciso sul rotore dorato del calibro il celebre motivo del cavallo al galoppo tratto dal dipinto Galloping Horse dell’artista Peon Xu.
artistica, soprattutto tramite smalti e micro-incisioni. In questi modelli il cavallo non domina la scena, ma si rivela progressivamente, come un dettaglio pensato
Creato da Swatch in collaborazione con Yu Wenjie, artista residente allo Swatch Art Peace Hotel, questo orologio ‘Riding the Coulds’ incarna la forza fiammeggiante del fuoco, simbolo di passione indomabile, e l’energia portafortuna del cavallo, resiliente, dinamico, indipendente.
gio svizzero non corre per ostentazione, ma avanza con sicurezza, equilibrio e carattere.
Per i collezionisti, le edizioni legate allo zodiaco cinese esercitano un fascino particolare: quello della ciclicità. Ogni anno introduce un nuovo animale, ma il racconto prosegue, creando un dialogo continuo tra passato, presente e futuro. Possedere più segnatempo appartenenti allo stesso ciclo significa seguire l’evoluzione stilistica e tecnica di una Maison, costruire una collezione coerente ma mai statica, attribuendo al tempo un valore simbolico oltre che cronologico.
per instaurare un rapporto personale e duraturo con chi lo indossa.
A unire tutte queste interpretazioni è una filosofia comune: nell’orologeria svizzera il tema non è mai un semplice pretesto decorativo. In un’epoca dominata dalla velocità digitale e dall’obsolescenza programmata, questi segnatempo ricordano che il lusso autentico nasce da ritmo lento, controllo e coerenza. Sono oggetti pensati per attraversare il tempo, non per inseguire le tendenze. Come un cavallo ben addestrato, un grande orolo-
L’annualità non genera monotonia, ma aspettativa. Ogni nuova interpretazione rafforza il legame emotivo con il marchio. In definitiva, gli orologi dedicati all’Anno del Cavallo non sono semplici esercizi celebrativi, ma manifesti silenziosi di una cultura del tempo fondata su misura, durata e significato. Come il cavallo, emblema di energia disciplinata, anche l’orologeria svizzera continua a muoversi con passo sicuro: non inseguendo il tempo, ma governandolo. Simona Manzione
Case d’asta, oltre l’incanto
Le case d’asta restano acceleratori di liquidità e informazione, ma le vendite del 2025 hanno reso evidente che il mercato premia la disciplina più che l’ottimismo.
Nel mercato dell’arte l’asta è più di un rito mondano: è un dispositivo economico che trasforma un bene per natura illiquido e ‘opaco’ a livello di informazioni (opera unica, attribuzione, provenienza, condizioni) in una transazione misurabile. Le case d’asta svolgono così una funzione quasi infrastrutturale: aggregano offerta, generano informazione (cataloghi, expertise, condition report), attirano domanda internazionale e stabiliscono un prezzo pubblico, utilizzato poi come riferimento anche per assicurazioni, pianificazione patrimoniale e talvolta finanziamenti garantiti da opere.
Tre dimensioni, tre ruoli. Le case boutique e specialistiche lavorano su prossimità e focus: stime accessibili, cataloghi mirati, rapporto diretto con collezionisti e famiglie, spesso con un canale online molto reattivo. Sono efficienti nel dare liquidità a patrimoni diffusi, ma con un bacino di domanda più limitato. Le realtà di fascia media combinano specializzazione e scala: dipartimenti verticali, processi più standardizzati e una crescente integrazione tra aste e private sales (utile quando serve discrezione, rapidità o una soglia di prezzo più controllata). I grandi operatori globali, infine, agiscono da piattaforme multiservizio: oltre alle evening sales offrono advisory, logistica, talvolta art financing e soprattutto strumenti di gestione del rischio (garanzie interne e offerte irrevocabili di terzi), che aiutano a ‘costruire’ l’esito della vendita ma spostano parte della dinamica fuori dalla piena visibilità del pubblico.
Pro e contro. Il vantaggio chiave è la definizione del prezzo: la competizione, quando reale, riduce asimmetrie informative e rende più leggibile un mercato
frammentato. A questo si aggiungono accesso (bidding da remoto), standardizzazione contrattuale e tempi rapidi. I costi, però, sono elevati (buyer’s premium e seller’s commission), il risultato è spesso binario (venduto/invenduto) e la reputazione è sensibile: una riserva troppo alta può ‘bruciare’ un’opera. Inoltre, garanzie
e accordi di ripartizione del rischio stabilizzano il venditore, ma possono ridurre la trasparenza percepita della formazione del prezzo. In parallelo, restano cruciali i rischi specifici del settore (autenticità, restituzioni, compliance), dove la qualità della due diligence fa spesso la differenza tra liquidità e contenzioso. Il 2025 in sette ‘battute’. L’anno scorso il mercato si è mostrato selettivo, accendendosi sui lotti davvero unici. A marzo, da Christie’s, M.F. Husain con Untitled (Gram Yatra) del 1954 ha raggiunto 13,8 milioni di dollari, portando per la prima volta un’opera South Asian Modern oltre
Adriano A. Sala, avvocato e socio dello Studio legale e notarile Olgiati Ghiringhelli Sala di Lugano, specializzato in diritto del mercato dell’arte. Sotto, nel 2025 record per un dipinto d’arte moderna, il Ritratto di Elisabeth Lederer di Klimt, battuto a 236 milioni di dollari da Sotheby’s New York.
i 10 milioni. In primavera, anche i grandi hanno rivelato fragilità: a Sotheby’s il bronzo di Giacometti Grande tête mince (1955), proposto a oltre 70 milioni Usd, è rimasto invenduto; e nella sessione Riggio di Christie’s il Mondrian atteso come record si è fermato a Usd 47,6 milioni, mentre l’operazione complessiva ha evidenziato tensioni tra aspettative, garanzie e assorbimento della domanda. Sul fronte Old Masters, un Canaletto veneziano ha segnato un record con 31,9 milioni di sterline (43,9 mio Usd) a Londra. A ottobre, vendite top a Parigi: Modigliani da Sotheby’s ha sorpreso con Elvire en buste a 27 milioni di euro (oltre tre volte la stima) e Raymond a 10,6 milioni. A novembre, Sotheby’s ha inaugurato la nuova sede i New York con la cifra astronomica del Bildnis Elisabeth Lederer di Klimt: 236,4 milioni di Usd (ben oltre la stima di 150), fissando record e fungendo da catalizzatore per la fiducia del mercato, anche all’interno della vendita “white-glove” della collezione Leonard A. Lauder. Per operatori e investitori la lezione è economica prima che estetica: scegliere una casa d’asta significa scegliere una struttura di costi, un set di incentivi e un canale di liquidità. In un mercato più selettivo, vince chi combina qualità dell’opera, chiarezza documentale e strategia di vendita (timing, riserva, eventuali garanzie) coerente con il profilo di rischio.
Burle architettate
ad arte
Immagini satiriche e umoristiche hanno commentato nei secoli le trasformazioni architettoniche e urbane in maniera originale e irriverente: uno sguardo alternativo per riflettere su che cosa davvero significhino le parole progettare e abitare.
TSopra, Francesco Babina, a sua volta architetto, si è divertito trasformando nella sua serie Archicards 12 maestri in caricature di carte da gioco, con simboli che ne sintetizzano lo stile progettuale (come Le Corbusier con il Modulor).
Sotto, la maquette di Villa Arpel, ricostruita dagli studenti dell’Accademia di Mendrisio. Sullo sfondo, la locandina e alcune sequenze del film di cui la casa è co-protagonista, Mon Oncle di Jacques Tati (1958). Sulla sinistra, alcuni disegni dedicati da JeanMarc Reiser a Mario Botta su Charlie Hebdo e altre riviste (1980-83).
alvolta sottile, talaltra feroce. Può essere canzonatoria o dissacrante, moraleggiante o trasgressiva. Ma sempre, se degna del suo nome, è intelligente. Perché l’obiettivo della satira non è mai semplicemente quello di far ridere, né di indignare o proporre soluzioni ma, mettendo in ridicolo, di offrire un diverso punto di osservazione per far riflettere. Tra le illustri ‘vittime’ su cui ha esercitato la sua mordacità, anche una professione fra le più celebrate e solenni: l’architetto. Una figura che evoca un potere demiurgico, tanto che numerose sono le illustrazioni a raffigurare Dio come architetto impegnato a tracciare l’universo con il suo compasso. Così, a chi dà forma allo spazio del nostro vivere quotidiano, da quello domestico alla pianificazione urbana e territoriale, non poteva non appuntarsi l’arma dell’ironia. Accanto a manuali di storia dell’architettura, riviste specialistiche, monografie, medaglie commemo-
rative, banconote e copertine patinate, ecco che maestri grandi e meno hanno trovato più scomoda dimora in caricature, vignette, cartoons, film, fotomontaggi e oggi persino meme virali, con cui la satira e i suoi compari - umorismo, ironia, parodia,… - ne hanno commentato vizi, vanti, illusioni, storture, assurdità, ipocrisie e aberrazioni.
Offrire una prospettiva anticonvezionale sulla professione attingendo a questo vastissimo repertorio, che va dal Rinascimento ai giorni nostri, è l’obiettivo della stimolante e curiosa mostra in corso al Teatro dell’architettura Mendrisio fino al 29 marzo. I molti materiali presentati provengono sia dalla Biblioteca dell’Accademia che da collezioni private, fra cui quella del curatore stesso, Gabriele Neri, che in questa mostra ha sfoderato tutta la sua competenza di storico dell’architettura e la sua ‘ossessione’ per questo particolare genere di illustrazione (è autore anche di diverse pubblicazioni sul tema, l’ultima edita proprio in occasione dell’esposizione, Satira dell’architetto, Controstoria di una professione attraverso la caricatura, Edizioni Casagrande, Mendrisio Academy Press), condividendo alcune chicche fra le ormai migliaia di pezzi che ha raccolto in anni di appassionate ricerche, spingendosi dall’Australia fino all’ex Unione Sovietica. Lo stesso Mario Botta, quando ha saputo del tema della mostra, ha aperto i suoi archivi, condividendo i disegni delle sue case ideati dal celebre fumettista francese Jean-Marc Reiser, storica penna di Charlie Hebdo, che al maestro ticinese riservava però una grande stima - contraccambiata - fra i pochi che risparmiasse dalla sua mordace critica all’architettura.
Sopra, una selezione di “archisatire” in mostra. A sinistra, Albert Levering, The Future of Trinity Church, “Puck”, 6 marzo 1907, Courtesy Library of Congress, Prints and Photographs Division. Al centro, Saul Steinberg gioca con l’assurdità del reale in uno dei suoi ingegnosi esperimenti (Chest of Drawers Cityscape, 1950). A destra, Mino Maccari scaglia dalle pagine de Il Selvaggio i suoi strali contro l’indigestione di razionalismo dell’Italia fascista (1936), Courtesy Eredi Mino Maccari.
Il percorso proposto da Gabriele Neri si articola in quattro sezioni: L’architetto in caricatura; Scandali urbani; La casa irrazionale e Caricature d’architetto (speculare rispetto all’apertura, in questo caso con l’architetto autore e non soggetto di parodia). Il tutto giocato su un doppio registro - come vuole una controstoria che si rispetti - accostando documenti e angolazioni diverse, glorificazioni e dissacrazione, gravitas e levitas, riferimenti immediati e citazioni colte, boutade volgari e raffinatissime stoccate.
Molti i temi affrontati: le violente trasformazioni delle città ‘sventrate’ dagli architetti; il dibattito pubblico scatenato da edifici hors norme; la rivoluzione dei modelli abitativi; il rapporto tra forma e funzione nel design moderno; i risvolti psicologici e sociali dell’urbanistica; la transitorietà delle mode; l’asservimento al potere,… Dai toni più bonari a quelli più crudeli, tra attacchi ad personam e condanne all’intera categoria, ne emerge un’alternativa alla critica architettonica titolata. Ve ne offriamo un assaggio in queste pagine.
Il percorso espositivo comprende anche spezzoni di film, documentari e cartoons. Gustosissima l’animazione realizzata da Vitaly Peskov (1971) che con il sorriso ri-
Una geniale vignetta restituisce con ironia lo sdegno dei viennesi di fronte alla nudità della facciata dell’edificio progettato davanti all'Hofburg da Adolf Loos, in aperto contrasto con il gusto storicista dell’epoca. L’architetto è ritratto mentre, dopo un lungo peregrinare, trova infine ispirazione in un banalissimo tombino industriale. Il tutto coronato dal calembour del titolo, "Los von der Architektur", che significa “Liberi dall’architettura”, ma allude anche, con sottile ambiguità, al nome del suo protagonista.
corda come l’architettura sia spesso un atto politico: così il brutalismo sovietico, con la standardizzazione dei suoi prefabbricati, smantella lo sfarzo dell’estetica stalinista
un orpello dopo l’altro. E sempre in tema di prefabbricati, ma volando oltreoceano, esilarante Buster Keaton, novello sposo, alle prese con le istruzioni di montaggio per il suo dolce nido, scompaginate dal vendicativo rivale in amore sconfitto, che danno forma a un’improbabile casa dalle geometrie cubiste (in One Week, suo primo capolavoro del 1922). Non poteva poi mancare una rievocazione della leggendaria Villa Arpel, la casa-trappola che assurge a vero e proprio personaggio in Mon Oncle (1958), permettendo a Jacques Tati di ironizzare sulle contraddizioni del modernismo ultrafunzionale e tecnologico che affascinava la borghesia dell’epoca (chissà cosa gli ispirerebbe la domotica intelligente odierna?). Un bel cimento anche per gli studenti dell’Accademia di architettura dell’Usi, chiamati a ricostruire la maquette della casa a partire dalla pellicola. Non solo a chi oggi si sta formando alla professione, ma a chiunque sia curioso, una mostra come questa offre un’importante lezione, invitando a uno sguardo critico verso l’architettura e ricordandone il ruolo pubblico e sociale. Perché lo specchio della satira, con le sue deformazioni, restituisce un’immagine su cui è bene riflettere.
Il Musée d’ethnographie de Genève ha trovato nella Responsabilità Sociale delle Organizzazioni il metodo per strutturare un impegno già inscritto nella sua consapevolezza dell’interdipendenza tra culture umane ed ecosistemi. La direttrice Carine Ayélé Durand ne racconta il percorso.
L’attenzione del Meg - Musée d’ethnographie de Genève alle questioni di sostenibilità e responsabilità sociale è stata formalizzata in modo strutturato a partire dal piano strategico 2020-24, sotto la guida del mio predecessore, Boris Wastiau. In questa prima fase ci si è focalizzati essenzialmente sulla dimensione ambientale, con l’obiettivo di misurare e ridurre l’impronta ecologica del museo. Da un’analisi approfondita abbiamo constatato che il Meg già attuava alcune buone pratiche, come il riutilizzo e il riciclo dei materiali espositivi, senza tuttavia averle mai inserite in una cornice concettuale esplicita. Lo slancio iniziale ha progressivamente assunto una portata più ampia grazie al lavoro di Cendrine Hostettler, allora assistente di direzione e oggi al 100% dedicata alla Responsabilità Sociale delle Organizzazioni (Rso). In collaborazione con un’esperta a Ginevra, Delphine Avrial, è stato sviluppato un sistema di indicatori e uno standard normativo adatto alle istituzioni culturali, che ha permesso al Meg di sottoporsi a un primo audit e di conseguire il label internazionale Thqse: primo museo europeo e prima organizzazione svizzera a
Come museo di etnografia, il Meg si interroga costantemente sul proprio ruolo nel contesto coloniale e alimenta il confronto con le comunità di origine delle sue collezioni. Un'identità che rimanda a un metodo basato su osservazione, ascolto, dialogo e analisi delle pratiche sociali e culturali, per comprendere il passato e affrontare le sfide socio-ecologiche del presente.
ottenerlo. Da allora, la Rso è diventata per noi un approccio sistemico, che integra dimensione ambientale, sociale e governance, rispecchiato dalla nuova Strategia 2030.
Indubbiamente, essere un museo di etnografia ha favorito il nostro impegno. È ormai almeno dagli anni Ottanta che i musei di etnografia sono chiamati a confrontarsi con la propria storia, con le modalità di costituzione delle collezioni e le loro comunità di origine. A differenza di un museo di storia naturale, noi dialoghiamo direttamente con i discendenti di chi ha creato gli oggetti conservati: ci pongono domande non solo su come ne siamo entrati in possesso, ma anche sul loro statuto, talvolta considerandoli antenati o entità inscindibili dal contesto umano e naturale di origine e non oggetti inerti. Proprio questo confronto costante ci dimostra che questioni ambientali e sociali sono interdipendenti. Tutto è intrecciato. E la Rso rappresenta il metodo di lavoro che ci permette di affrontare in modo strutturato una realtà complessa e interconnessa.
Sul piano curatoriale, se in passato l’accento era posto prevalentemente sulla funzione e sull’uso rituale degli oggetti, oggi il museo si interroga su ciò che è avvenuto nel momento in cui sono stati sottratti al loro contesto. Un lavoro di ricerca che viene svolto sempre più spesso coinvolgendo i discendenti delle comunità d’origine. Ne emerge una doppia narrazione: da un lato la storia museale dell’oggetto, dall’altro quella della sua assenza dove è stato creato. Le mostre diventano così il momento in cui tradurre in parole e nello spazio queste informazioni, ma non sono che il tassello di una ricca programmazione culturale fatta di incontri, conferenze, spettacoli e dibattiti, che permettono di collegare passato e presente.
La risposta del pubblico a questo approccio è diversificata. Una parte dei visitatori chiede esplicitamente che il museo
affronti questioni legate al colonialismo o alla provenienza delle collezioni, soprattutto in seguito al movimento Black Lives Matter. Altri, invece, avvertono una certa saturazione, oppure lamentano una rilettura anacronistica della storia. Il museo si colloca consapevolmente in questa zona di tensione, considerandola parte integrante del dibattito pubblico. Non sempre tutto funziona come si era immaginato: può capitare che malgrado l’impegno a essere il più imparziali possibile, alcuni visitatori percepiscano dei bias nel modo in cui presentiamo gli oggetti o scriviamo i testi di sala. Siamo quindi chiamati costantemente a metterci in discussione e imparare. Oggi condividiamo la nostra esperienza Rso mettendo a disposizione di altre istituzioni risorse e metodologie. In questi ultimi cinque anni ho visto emergere moltissime iniziative da parte di tutte le istituzioni comunali. Un impegno sostenuto dalla Città di Ginevra e dal Cantone, che ad esempio hanno dichiarato l’emergenza climatica nel 2019. Anche a livello svizzero e internazionale, tanti colleghi si pongono molte domande e cercano soluzioni. A fare la differenza è però la presenza di attività di coordinamento tra le istituzioni: attraverso associazioni museali nazionali o direttive cantonali o statali, a seconda dei paesi. Solo quando c’è un allineamento tra volontà politica, visione delle istituzioni culturali e persone impegnate sul campo, le buone pratiche possono prendere forma. Altrimenti i progetti si esauriscono rapidamente. La Rso implica infatti veri cambia-
Ritratto del museo
Temi come la decolonizzazione e la sostenibilità socio-ambientale sono al centro della visione del Meg - Musée d’ethnographie de Genève, che affronta le principali questioni sociali e ambientali a livello globale. Fondato dalla Città di Ginevra nel 1901, conserva collezioni le cui origini risalgono anche a due secoli prima: complessivamente oltre 75mila oggetti e 200mila libri e documenti, che lo mettono in relazione con le culture dei cinque continenti. Simbolo della sua unicità, l’edificio in cui ha sede dal 2014, è diventato un’icona architettonica della città.
«Questioni ambientali e sociali sono interdipendenti, come ci dimostra il confronto costante con i discendenti di chi ha creato gli oggetti conservati dal nostro museo. Tutto è intrecciato. E la Responsabilità Sociale delle Organizzazioni rappresenta il metodo di lavoro che ci permette di affrontare in modo strutturato una realtà complessa e interconnessa»
Carine Ayélé Durand, direttrice del MEG
Carbon footprint Emissioni di gas serra, in tCO2e, 2022
menti nelle pratiche professionali, si basa sul confronto, su un continuo adattamento per assicurarsi che tutti parlino la stessa lingua. Il che richiede tempo.
Nel 2024 abbiamo ricevuto anche la certificazione EcoEntreprise, standard svizzero di riferimento per lo sviluppo sostenibile e la responsabilità sociale d’impresa, inoltre siamo accreditati Swisstainable III leading, livello più esigente del programma di sostenibilità di Svizzera Turismo. Sforzi che continueremo a monitorare con appositi indicatori.
Altri progetti in corso riguardano la riduzione dei consumi energetici per la climatizzazione, la mobilità dei visitatori e l’inclusione di persone con disabilità e minoranze. La nostra visione si fonda sull’idea che un’istituzione culturale sia radicata in un territorio: ne è nutrita e, a sua volta, lo nutre. Per questo è essenziale lavorare con le associazioni locali e i residenti, senza creare steccati. Allo stesso modo, sono fondamentali collaborazioni con altri musei, ad esempio come tra il 2020 e il 2024 con il progetto finanziato dell’Ufficio federale della cultura per una ricerca fra 8 musei svizzeri sulla provenienza di oggetti saccheggiati a fine Ottocento dal Regno di Benin City, in Nigeria. Non da ultimo, la strategia Rso del Meg - Musée d’ethnographie de Genève si estende alla qualità della vita lavorativa dei nostri dipendenti, attraverso programmi di formazione continua, misure di adattamento nei periodi di canicola e un lavoro su valori e cooperazione tra i team, per rispecchiare al nostro interno ciò che vorremmo vedere realizzato nella società.
Museo Nazionale Palazzo Besta Vette. Storie di sport e montagne
Uno sguardo storico, sociale e culturale sulla montagna come spazio di sfida, trasformazione e costruzione dell’immaginario collettivo: la mostra del Museo nazionale Palazzo Besta di Teglio (Sondrio) guarda oltre la ribalta olimpica per proporre un progetto culturale meditato, coerente con l’identità del magnifico luogo che lo accoglie e radicato nel territorio che vi fa da cornice. Una riflessione sulle relazioni tra spazio naturale e antropizzato, resa oltremodo avvincente dalle epopee sportive nel segno degli antichi valori dell’olimpismo, cornice etica e sociale di immutata attualità.
Fino al 30 agosto
Sopra, uno scatto dai Giochi
Invernali di Cortina del 1956, che ritrae la pattinatrice statunitense
Fondation Beyeler
Cézanne
«L’esposizione intende mostrare come Cézanne metta a nudo le strutture dei suoi dipinti, invitando a osservare il suo processo pittorico e a prendervi parte. Risulta particolarmente evidente nelle opere che appaiono incompiute: l’artista si prende la libertà di lasciare alcune parti della tela vuote, raggiungendo una nuova armonia proprio attraverso questo non-finito»
Ulf Küster
Senior Curator
Fondation Beyeler
Fondazione Luigi Rovati I Giochi Olimpici™.
Una storia lunga tremila anni
Un’occasione per esplorare come lo sport abbia modellato le società nel tempo. Il percorso affianca reperti archeologici e materiali dei Giochi moderni, mettendo in relazione pratiche sportive, ruolo dell’atleta, disciplina, premi e cerimoniali. Le competizioni antiche e contemporanee rivelano un filo conduttore che lega sport, cultura e ritualità collettiva. Dalle corse di Olimpia alla torcia che attraversa i continenti, il visitatore è guidato in un racconto che unisce memoria, identità e partecipazione. Un progetto reso possibile dalla collaborazione fra la Fondazione Luigi Rovati, il Museo Olimpico e il Musée cantonal d’archéologie et d’histoire di Losanna. Fino al 22 marzo
Teatro dell’architettura Mendrisio Stefano Graziani. Reality Show
Carol Heiss davanti all’hotel Cristallo. Al centro, Cézanne, La montagne Sainte-Victoire vue des Lauves, 1904 circa, olio su tela, 54 x 65 cm, Collezione privata, Derbyshire. A destra, in alto, una sala della mostra dedicata alla storia dei Giochi olimpici dalla Fondazione Luigi Rovati di Milano, in coproduzione con il Museo olimpico e quello archeologico di Losanna. In basso, Stefano Graziani, Tuffatrice, Trieste 2024.
Per la prima volta nella sua storia, la Fondazione Beyeler dedica una mostra monografica a Paul Cézanne, figura centrale della propria collezione. Riunendo circa 80 opere, si concentra sull’ultima e più significativa fase del lavoro del pittore francese, all’apice della sua arte: ritratti enigmatici, figure paradisiache di bagnanti, paesaggi provenzali di intensa forza evocativa e, infine, il suo motivo prediletto, la montagna Sainte-Victoire, raffigurata in vedute sempre rinnovate. La mostra restituisce l’immagine di un artista che ha reinventato la pittura, nel suo atelier nel sud della Francia. Fino al 25 maggio
In parallelo alla mostra Archisatire, il Teatro dell’architettura Mendrisio dedica il suo secondo piano a Stefano Graziani. La mostra propone una selezione di lavori del fotografo italiano, in parte inediti. Architetture, oggetti, natura, città e persone compaiono come elementi di una trama complessa e stratificata. Graziani costruisce le sue opere come quadri aperti che inducono alla dispersione, alla proliferazione di narrazioni laterali, alla fuga. Una riflessione sulla fotografia contemporanea, tra documentazione e simulazione della realtà. Fino al 29 marzo
Una serie di 10 libri ispirata alle immagini di una collezione privata di oltre mezzo secolo de La Domenica del Corriere
Già disponibili su Amazon i primi quattro: Anno 1900, 1901,1902 e 1906
Versione italiana
Eva & Ettore Accenti Viaggio nel tempo
English edition
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La scommessa vincente
Nata in un periodo di crisi economica e industriale, la Maserati Biturbo fu l’intuizione geniale di Alejandro De Tomaso per rilanciare il marchio. Design elegante, motore V6 biturbo innovativo e interni lussuosi ne decretarono subito il successo.
Era un periodo difficile quello che l’industria attraversava alla fine degli anni Settanta che avevano messo a dura prova l’economia e la società. Crisi petrolifera, inflazione alle stelle, tensioni politiche estreme, c’erano tutti gli ingredienti per rendere pessimisti gli imprenditori. Tranne qualcuno, come il geniale Alejandro De
Guzzi, Benelli, Maserati e Innocenti, i cui impianti di Lambrate, all’epoca sottoutilizzati, furono destinati all’assemblaggio della nuova 2 porte.
La carrozzeria, ancora oggi moderna e bellissima, uscì dalla matita di Pier Angelo Andreani del centro stile Maserati così come fu progettato internamente il favoloso motore 2 litri, 6 cilindri con doppio
Sopra, Maserati Biturbo: eleganza senza tempo e anima sportiva, simbolo del rilancio del Tridente negli anni Ottanta.
Tomaso, imprenditore argentino, modenese di adozione, che intuì con tempismo perfetto il cambiamento dei tempi con la imminente ripresa economica e il ritorno dell’ottimismo. Fu lui l’ideatore della Maserati Biturbo, che riuscì a far coincidere la sua idea di rilancio di un marchio molto prestigioso, un po’ appannato, con le esigenze industriali del conglomerato a partecipazione statale che raggruppava Moto
turbocompressore che erogava 180CV, ben al di sopra dei 130CV della BMW 320i che era il benchmark della categoria e che fu abbinato alla trazione posteriore e al cambio sportivo ZF 5 marce; una combinazione perfetta per gli amanti della guida sportiva. Gli interni, ricchi e lussuosi, segnarono un nuovo livello di finitura interna mai visto prima in una berlina di quella categoria, con impiego di pelle, radica e tessuti firmati Missoni e con quel tocco di classe dell’orologio analogico al centro della plancia, ideato da un giovane progettista modenese, e che diventò un dettaglio di culto per gli appassionati.
La presentazione del 1981 fu un successo clamoroso e gli ordini arrivarono rapidamente, complice anche un prezzo di lancio molto allettante, appena sotto i venti milioni di lire.
La produzione iniziò a ritmo incessante obbligando ad organizzare il lavoro degli operai su tre turni e raggiungendo il picco di 45 vetture al giorno contro un piano industriale di 30. Ma non furono solo rose e fiori. I primi esemplari scontarono, in termini di scarsa affidabilità, sia la complessità meccanica legata all’innovazione assoluta delle due turbine (la cui temperatura di funzionamento superava i mille gradi) sia la rapidità con la quale si volle lanciare la vettura sul mercato per non perdere quel timing che De Tomaso aveva colto.
La Casa del Tridente corse ai ripari adottando numerose modifiche migliorative del progetto, a partire dalla sospensione anteriore passando in seguito per una nuova testata a quattro valvole per cilindro con fusione realizzata in collaborazione con la Cosworth, l’adozione dell’intercooler, il nuovo sistema di iniezione elettronica, dando vita nel corso di un decennio a una serie di modelli che crebbero in affidabilità rispetto alla prima serie ma anche in prestazioni, arrivando alla ragguardevole potenza di oltre 300CV e regalando emozioni di guida davvero uniche a chi la comprava preferendola alle concorrenti tedesche.
Oggi la Biturbo non ha quotazioni alte e rappresenta una bella opportunità di poter assaporare il gusto di quella guida sportiva, pura ed entusiasmante, proprio come lo furono quei meravigliosi anni Ottanta.
Marco Betocchi
MERCATO DEL LAVORO IN SVIZZERA
Strategie, tendenze e prospettive dalla direzione di Gi Group
gestione aziendale.
Mendrisio
Gi 05.03.2026
ore 17:30 - 20:00
Qualità competitiva senza compromessi
Negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia, i prezzi delle auto hanno accelerato, ma ci sono ancora dei modelli che sanno offrire molto a ottime condizioni, sia per tecnologia e design all’avanguardia, che per prestazioni e affidabilità nel tempo.
modello Leapmotor C10 è un Suv familiare elettrico del segmento D, lungo 4,74 metri, con 217 cavalli e un’autonomia di 420 km nel ciclo misto o 574 km in città, che in versione ibrida con range extender diventano 970 km. Da ferma a 100 km/h impiega 7,5 secondi fino a una massima di 170 km/h. La plancia ha una forma moderna senza alcun tasto fisico, tutto passa attraverso il display da 14,6 pollici posizionato al centro, mentre il cruscotto misura 10,25 pollici. I materiali sono di buona fattura e gli accoppiamenti ben realizzati. Offre ampio spazio fino a 5 persone, baule da 435 a 1410 litri e uno scomparto frontale da 32 litri. In vendita a partire da 35.900.- franchi in versione elettrica o Reev da 215 Cv, inclusi 5 anni o 200mila km di garanzia e sulla batteria addirittura 8 anni.
C10
una versione a trazione integrale con due motori elettrici, uno per asse, che sviluppano 598 Cv con ben 720 Nm di coppia, quota mai toccata prima da nessuna auto elettrica di Stellantis, di cui la Casa cinese fa parte. Ad alimentare i due motori, un pacco batterie Lfp (litio-ferro-fosfato) da 81,9 kWh che, grazie all’architettura a 800 Volt, si ricarica dal 30 all’80% in soli 22 minuti grazie a una potenza massima di 180 kW.
Dacia Bigster
Dopo il successo della Duster, anche la nuova Dacia Bigster promette davvero bene: un grande Suv che sfida il mercato con robustezza pragmatica, design moderno e solido, interni funzionali, motorizzazioni elettrificati e imbattibile rapporto qualità-prezzo. A prima vista spicca il frontale alto e verticale, i fari anteriori e posteriori alle estremità, il cofano
orizzontale ma nerboruto per la massima visibilità. Tutto è pensato per durare, non per stupire. Tipicamente Dacia anche i dettagli, un mix tra ruvidità e stile postglam, tra robustezza funzionale e un’eleganza da giacca denim e scarpe lucide. La finitura Bi-Tono del tetto, i cerchi da 19’’ le conferiscono un look molto accattivante. All’interno, il design riprende le linee essenziali dell’esterno con plancia verticale, schermi da 10’’ ben integrati e tanto spazio reale. Tessuti resistenti, vani refrigerati, ricariche wireless, non manca nulla.
La vera rivoluzione, oggi, passa per la semplificazione intelligente e Dacia questo lo ha capito prima degli altri. Con i suoi 4,57 metri, Bigster arriva in un segmento affollato, quello dei C-Suv, con una proposta che non si misura solo con il prezzo ma in valore percepito, concreto, misurabile. Il claim Best value for money cioè il miglior valore per il denaro speso è una sintesi perfetta poiché offre tutto quello che conta: abitabilità ai vertici della categoria, un bagagliaio che arriva a 702 litri (a seconda della motorizzazione) con accesso intelligente, modularità, climatizzazione bizona, sistemi multimediali connessi, tecnologia Adas
Leapmotor
completa. I lunghi viaggi in famiglia o i weekend ritornano a essere un’esperienza funzionale e rilassata, anche per budget più modesti. Dacia ha inserito equipaggiamenti finora inediti, tetto panoramico apribile o portellone elettrico, sempre in coerenza con il proprio approccio: niente gadget inutili, solo soluzioni che migliorano l’esperienza d’uso. Emblematico il sistema YouClip, una sorta di lego per adulti che permette di fissare accessori in punti strategici dell’abitacolo. Molto pratico nella sua semplicità, con seduta alta, il bracciolo con vano refrigerato, i tessuti facili da pulire o curati a seconda dell’allestimento.
La nuova hybrid 155 - da noi provata - è il punto più avanzato: un motore 4 cilindri da 1,8 litri e due motori elettrici per un totale di 155 Cv, cambio elettrificato senza frizione, consumi ed emissioni ridotti con consumo medio di 4,8 litri, quindi oltre 1000 km con un pieno di benzina. Tra l’altro, bisogna considerare che si può viaggiare in modalità Ev full electric, soprattutto in città, fino all’80% del tempo. Accanto a lei, le versioni mild hybrid 140 e la versione 4x4 per gli amanti del fuo-
ristrada sobrio. Dacia Bigster hybrid 155 è disponibile negli allestimenti Essential, Expression, Journey ed Extreme a partire da 29.790.- franchi.
Suzuki Vitara
La Suzuki Vitara è sul mercato da tanti anni, ma mai con una generazione così efficiente come l’attuale, con motore 1.4 eBooster ibrido. Su questo Suv squadrato e tradizionale, compatto fuori ma con un abitacolo davvero spazioso, si viaggia bene anche in cinque e il bagagliaio è generoso. Fra i punti di forza il 1.4 turbo, che non solo è brillante in ripresa ma anche molto parco nei consumi. Bene la tenuta di strada, discreto il comfort e molto generosa la dotazione. La Suzuki Vitara è l’unica crossover compatta (419 cm di lunghezza) mild hybrid e 4x4, anche lontano dall’asfalto si muove agile e offre un buon grip. Nata nel 2015, è stata aggiornata più volte; l’ultima quest’anno,
migliorando l’aerodinamica (nuovi il paraurti anteriore, la mascherina, i cerchi e lo spoiler). Il 1.4 da 129 Cv, supportato da un motorino elettrico a 48 volt, se la cava molto bene nello sprint e in ripresa con 11 secondi nello scatto 0-100 km/h fino a una massima di 180 km/h. Il tutto con un consumo medio di 5,9 litri, con trazione integrale. Anche la versione meno costosa rispetto a quella provata, ha il nuovo infotainment con navigatore, sedili riscaldabili, retrocamera e cerchi in lega: insomma, tutto quello che serve su un’auto di questo genere. I comandi, in gran parte di tipo fisico con tasti e pomelli, sono pratici e il nuovo infotainment ha una grafica più moderna e leggibile, grazie anche a finestre virtuali da organizzare a piacimento e offre di serie Android Auto e Apple CarPlay senza cavo. Il condizionatore automatico assicura un funzionamento impeccabile e preciso. Una telecamera fra le bocchette centrali sorveglia l’attenzione di chi guida. Il bagagliaio offre una capacità di carico da 362 litri a 1119 litri abbattendo gli schienali. In listino a partire da 31.450.- franchi.
Claus Winterhalter
Suzuki Vitara
Dacia Bigster
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