

PROMESSE
Verso nuovi orizzonti




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CHIUSURA REDAZIONALE: 8 giugno 2026 © Riproduzione riservata
La felicità abita nei dettagli

Una selezione curata di oggetti per rendere unico ogni ambiente della casa
Via Pioda 6 | Angolo Via Frasca | Lugano atmosferedicasa.ch | info@atmosferedicasa.ch atmosferedicasa_lugano
Orario estivo: martedì-sabato 9.30 - 13.30
SummerTIME

MONTBLANC
Meisterstück Romeo & Juliet
Doué Classique
C’è una qualità della luce estiva che non appartiene a nessun’altra stagione. Non è soltanto più intensa: è più rivelatrice. L’estate illumina ciò che durante l’anno resta in penombra. Desideri rimandati, progetti maturati lentamente, identità che smettono di chiedere permesso. Ogni estate porta con sé una promessa sottile: alleggerire. I vestiti diventano essenziali, le giornate più lunghe, le conversazioni più spontanee.
La leggerezza non è superficialità. È chiarezza. Chi sono, cosa scelgo?
La moda aiuta a rispondere. Le silhouette bridal del nostro editoriale parlano di tradizione e romanticismo, ma anche di identità e di consapevolezza. L’abito non traveste: esprime, accompagna.
I gioielli e gli orologi, anche. Raccontano. Linguaggio personale, archivio emotivo, dichiarazione estetica, questi accessori preziosi vanno in scena, in estate, sul più bello dei palcoscenici: la pelle dorata dal sole, il gesto scoperto di un polso, un raggio che illumina un orecchino o una memoria preziosa.
Anche il design, protagonista di questo numero, si muove nella stessa direzione. Con dimore che privilegiano luce naturale e materiali autentici, spazi pensati per favorire il benessere e restituire significato al tempo. Il lusso più desiderabile appare infatti sempre più legato a ciò che non si vede immediatamente: il comfort, il silenzio, la cura, le relazioni.
Le pagine di questo numero ospitano oggetti scelti e tante protagoniste. Incontrerete donne dalle traiettorie diverse, accomunate da una qualità rara: la capacità di trasformare visione, talento e determinazione in una presenza concreta nel mondo. Donne che interpretano il successo con autenticità, che esercitano la leadership senza rinunciare alla sensibilità, che vivono l’ambizione come espressione della propria individualità e non come adesione a modelli prestabiliti. Una delle rivoluzioni più eleganti del nostro tempo, finalmente, è non dover scegliere tra autorevolezza e grazia, tra disciplina e piacere, tra forza e leggerezza. È la possibilità di abitare pienamente la propria complessità trasformandola in valore.
La leggerezza non è superficialità.
È, semmai, una forma molto evoluta di profondità.
Buona estate
Simona Manzione

IN QUESTO NUMERO

La competenza non ha genere
20

L’indipendenza economica delle donne, tra meriti e responsabilità.
28

Protagoniste del cinema
Quattro professioniste, quattro interpretazioni della settima arte.

Arrivando in tempo
24 In tutti i sensi
Non si vede. Eppure è il nostro più fedele ambasciatore: il profumo.
36

Gioielli: identità e memoria
Alta gioielleria, un racconto personale destinato a resistere nel tempo.
50 58

Un ecosistema di puro benessere
Come si progettano i movimenti del futuro? Creatività, tecnica e...
60

Le cure nella cura
Riconoscere il ruolo centrale delle supportive care in oncologia.
Stare bene, e sicuri, nella prima Smart City online.



80

Fra le righe della vita
Trasformare ogni punto a capo dettato dal destino in un nuovo capitolo.

IN COPERTINA: Abito e accessori ISABELLA CAPOSANO Gioielli NADESA
BLANCPAIN
BVLGARI
CLIO PEPPIATT



SOPRA, DA SINISTRA, CUSCINO JUNGLE FEVER KARE, ANELLO BOHO OLE LYNGGAARD CON DOPPIO PAVÉ

IL LATO CHIC


DALL’ALTO IN SENSO ORARIO, SANDALO LIDIA FEATHER, TAZZA IN CERAMICA VERDE ORTIGIA, BORSA SHOPPING LARGE PRADA IN CROCHET CON DETTAGLI DI PELLE, SWAROVSKI BRACCIALETTO GEMA, OCCHIALI DA SOLE SAINT LAURENT SL 869




DELLA GIUNGLA
Texture organiche, colori intensi e dettagli ispirati ai paesaggi esotici. Un’estetica che unisce carattere e sofisticazione, sognando viaggi e libertà
DALL’ALTO IN SENSO ORARIO, ORECCHINI BUCCELLATI OPERA TULLE, LOOK JOHANNA ORTIZ SPRING 2026
READY-TO-WEAR COLLECTION




ARMONIE d’estate
Tra grandi interpreti, nuove prospettive e atmosfere uniche: una stagione di festival, scoperte ed emozioni

MONTREUX JAZZ FESTIVAL
3 - 18 luglio
Conclusa la ristrutturazione del Music & Convention Center, tutto è pronto per la 60ma edizione del Montreux Jazz Festival, con un programma che ne celebra radici e amicizie, accogliendo al contempo le nuove tendenze. Proprio in questo equilibrio risiede il segreto della sua identità unica e indipendente come alle sue origini. Un ponte tra generi, culture e generazioni.

classic ASCONA
18 settembre - 10 ottobre
Si apre un nuovo capitolo per le Settimane Musicali di Ascona, ribattezzate classicAscona. A cambiare non è solo il nome, ma struttura e profilo artistico: più compatto (3 settimane e 4 weekend) e con un programma che combina concerti di altissimo livello artistico, nuovi formati interdisciplinari e iniziative di mediazione. Per concludere in bellezza l’estate e cominciare su note positive l’autunno.
LAC EN PLEN AIR
26 giugno - 30 agosto, Lugano
Giunte alla nona edizione, le serate a ingresso gratuito negli spazi del Lac tornano con un formato rinnovato. Si parte dal 26 giugno al 4 luglio, con un itinerario tra jazz e sonorità dal mondo, dall’Italia al Brasile, per concludere dal 21 al 30 agosto con un’inedita esplorazione della musica popolare svizzera e delle espressioni contemporanee della Neue Volksmusik. Completano il programma cinque appuntamenti a luglio, dedicati alle realtà del territorio.

Menuhin Festival Gstaad 16 luglio - 5 settembre
Sotto il motto “Family Matters”, il nuovo direttore artistico Daniel Hope esplora le molteplici sfaccettature della famiglia: quella in cui si nasce e quella che si trova nella musica e nell’arte nel corso della vita. Vicinanza e distanza, appartenenza e frizioni plasmano il programma che riunisce interpreti fra i più influenti della musica classica internazionale e talenti come Edna Unseld, Maxim Lando e Hayato Sumino.





LLo STILE che trasforma l’energia in LIBERTÀ

Compatta, audace e high-tech, la nuovissima Leapmotor B05 rende la mobilità elettrica finalmente facile, accessibile e decisamente glamour

COMFORT PREMIUM

SPORTIVA E AERODINAMICA
Un’auto non si limita a portarti da un punto A a un punto B: entra nel tuo ritmo di vita, riflette il tuo stile, accompagna le tue giornate. Con il suo approccio espressivo e innovativo alla mobilità urbana, la nuovissima Leapmotor B05 unisce design emozionale, prestazioni dinamiche e versatilità. Compatta fuori, si rivela sorprendentemente capiente per i suoi 4,33 metri di lunghezza e 1,88 di larghezza, coniugando grinta sportiva e comfort premium.
Prima sportiva elettrica del marchio cinese, che sta conquistando sempre più conducenti anche in Europa e in Svizzera, la B05 cattura subito con le sue proporzioni armoniche e i volumi scolpiti che definiscono un’estetica urbana di tendenza. Tra i dettagli distintivi spiccano le portiere frameless, i cerchi aerodinamici Swift-Wing da 19”, la firma luminosa Led sul frontale e il gruppo ottico posteriore a tutta larghezza che le conferiscono un look distintivo, valorizzato dalla vibrante palette dei colori esterni.
Pensata per uno stile di vita dinamico, offre dimensioni ideali per la città, senza rinunciare allo spazio per qualche giorno di viaggio.
L’abitacolo accoglie con un’atmosfera luminosa ed essenziale, da lounge contemporanea. Al centro della plancia spicca l’ampio display da 14,6 pollici dedicato all’infotainment, affiancato da un cruscotto digitale compatto da 8,8”. Materiali di alta qualità, superfici morbide, sedili in ecopelle e il tetto panoramico, che lascia filtrare la luce naturale, contribuiscono a un elevato livello di benessere. L’ergonomia è pensata per offrire un ambiente intuitivo ma ricercato, con un design che comunica contemporaneità e funzionalità: dai 25 vani portaoggetti distribuiti in tutto l’abitacolo ai servizi connessi accessibili tramite la Leapmotor App per controllare da remoto funzioni chiave come chiusura porte, climatizzazione, programmazione della ricarica e preriscaldamento della batteria, oltre a monitorare in tempo reale stato e posizione del veicolo. Perché oggi il lusso vero è semplificare. Un concetto che si estende anche alla sicurezza avanzata di serie, con una struttura ad alta resistenza e 21 sistemi avanzati di assistenza alla guida supportati da sensori e telecamere.

CONNESSA ED ERGONOMICA

LUCE, SPAZIO E VERSATILITÀ
DESIGN AUDACE

E poi c’è la libertà. La B05 è disponibile con una batteria da 67,1 kWh, abbinata a 218 CV per una guida quotidiana efficiente e un’accelerazione fluida e brillante (0-100 km/h in 6,7 secondi), con un’autonomia dichiarata di 483 km nel ciclo WLTP per muoversi in spensieratezza, mentre la ricarica rapida fino a 150 kW consente di recuperare l’80% in circa 30 minuti. In sviluppo anche una variante ibrida Range-Extended Electric Vehicle, che al motore elettrico ne affianca uno termico utilizzato esclusivamente come generatore, ideale dove l’infrastruttura di ricarica è ancora in espansione. Più che sostenibile anche il prezzo, in vendita a partire da Chf 25.900.-, inclusi 5 anni o 200.000 km di garanzia e 8 anni sulla batteria.
Per domande su questa nuovissima B05 e altri modelli di Leapmotor, i due concessionari Auto Nec di Riazzino per il Sopraceneri e Garage Sport di Lugano per il Sottoceneri saranno felici di offrire la loro consulenza
Fondatrice

labollita RANA
Quante volte rimaniamo per anni in situazioni che ci fanno male? Restiamo in relazioni che non ci nutrono più, in lavori che ci hanno svuotato e arriviamo quasi a considerare tutto normale. Continuiamo a resistere anche quando il corpo è stanco, la mente è sotto pressione e dentro di noi sentiamo chiaramente che questo non è più vivere, ma sopravvivere.
La metafora della rana bollita racconta molto bene questo meccanismo.
Non tutto ciò che abbandoniamo è una sconfitta.
Imparare a riconoscere e lasciare andare ciò che ci logora può essere uno dei gesti più maturi e consapevoli di cura verso noi stesse
Una rana viene immersa in una pentola d’acqua posta su un fuoco acceso. Inizialmente l’acqua è tiepida e piacevole, nel frattempo però la temperatura sale poco alla volta, senza che la rana avverta immediatamente il pericolo; anzi, si abitua al calore crescente e continua a restare lì dentro, fino al momento in cui l’acqua diventa bollente. A quel punto però il corpo non ha più la forza necessaria per fare quel balzo fuori dalla pentola e mettersi in salvo, perché è spossato e stanco. Molte di noi vivono esattamente come la rana nella quotidianità, adattandosi lentamente a livelli di stress sempre più alti e, più il disagio cresce lentamente, più diventa difficile riconoscerlo, perché il nostro cervello possiede una straordinaria capacità di adattarsi anche a ciò che, nel tempo, ci fa male. Le relazioni tossiche ne sono un esempio, per non parlare dei burnout in crescita nel mondo del lavoro.
Una stanchezza cronica, il sonno disturbato o una forma di apatia silenziosa accompagnata da una sottile tristezza, sono segnali chiari che ci lancia il nostro corpo: fermati!
Eppure continuiamo a restare dove siamo perché il nostro giudice interiore ha imparato ad associare il lasciare andare al fallimento. Lasciare andare, però, non significa rinunciare, significa celebrare la sacralità della vita, con coraggio, compiendo azioni guidatecome suggerisce la parola - dal cuore.
Per fare questo, serve una sana consapevolezza, che ci consenta di guardarci dentro con sincerità. Dobbiamo comprendere che rimanere attaccate a quella corda troppo a lungo ci fa male e diventa sofferenza travestita da forza.
Forse la vera maturità nasce proprio qui, nella capacità di accorgerci per tempo che l’acqua sta diventando troppo calda e nella scelta consapevole di saltare fuori dalla pentola prima che le forze ci abbandonino.
Carmela Fiorini, Esperta di Comunicazione e Mental Coach
di Vertere, a Giubiasco

Monza - Forte dei Marmi - St. Moritz - Zurich
PUNTI DI VISTA
Carmen Carulli, TEDX Speaker, autrice di libri e per 25 anni C-Level Executive in diverse multinazionali. Advisor su Leadership e Cambiamento Organizzativo, accompagna aziende e board a governare la complessità attraverso il proprio Human & Data Decision Framework™

quel filo
è il tuo BRAND
Immagina una stanza piena di leader. Tutti competenti. Tutti capaci. Tutti con curriculum che parlano di successi, trasformazioni, risultati misurabili. Eppure, solo alcuni vengono ricordati. Non perché abbiano fatto o comunicato di più. Ma perché hanno trovato il coraggio di essere riconoscibili. Di avere una voce che non si dissolve nel rumore di fondo. Di costruire non solo una carriera, ma una presenza.
Questa è la promessa - e la vera sfida - del Personal Branding. Da non confondere con il marketing personale, che si sostanzia in un buon racconto - attraverso immagini e parole - di noi stessi. Il vero personal branding non nasce infatti da ciò che mostriamo, ma da ciò che siamo disposti a sostenere nel tempo, anche quando nessuno ci guarda o ci ascolta.
L’identità oltre il ruolo
Esiste ancora una confusione diffusa tra due concetti che sembrano sinonimi e non lo sono affatto: reputazione e brand personale. La reputazione è ciò che gli altri costruiscono su di noi nel tempo, attraverso la somma delle nostre azioni visibili. È retrospettiva. È il risultato. Il brand personale, invece, è prospettico. Nasce da una scelta consapevole su chi vogliamo essere, cosa difendiamo, perché facciamo ciò che facciamo. È il punto di origine, non il punto di arrivo.
Dall’identità professionale alla reputazione: perché oggi il valore di un nome può diventare il più importante degli asset.
E come il Personal Branding giochi un ruolo fondamentale verso l’autoaffermazione
Molti leader che accompagno nel percorso di crescita hanno una reputazione eccellente: sono rispettati, cercati, apprezzati. Ma quando chiedo loro “Qual è il tuo brand personale?”, la risposta più frequente è un silenzio eloquente. Oppure una lista di competenze. Oppure un ruolo. Ma nessuna di queste cose è un brand. Un brand personale è la risposta alla domanda più scomoda che ci portiamo dentro: Perché lo fai?
Non cosa. Non come. Perché.
Il Tuo ‘Perché’ è il Tuo ‘Brand’
Simon Sinek ha dedicato vent’anni a studiare il motivo per il quale alcune persone e alcune organizzazioni generino un impatto sproporzionato rispetto alle risorse che possiedono. La risposta che ha trovato, condensata nel suo ‘Golden Circle’, è tanto semplice quanto rivoluzionaria: i leader più influenti partono sempre dal ‘Perché’, non dal ‘Cosa’. Le persone, infatti, non si connettono a ciò che fai. Si connettono al motivo per cui lo fai. Questo vale per le aziende. E vale, in modo ancora più profondo, per le persone. Il tuo brand personale non è il tuo settore di competenza. Non è il tuo titolo. Non è nemmeno la tua esperienza, per quanto lunga e significativa possa essere. È la risposta alle domande più profonde: cosa ti ha spinto fin qui?
Cosa difenderesti anche a costo di perdere qualcosa?
Cosa, tolto tutto il resto, resterebbe come tua firma nel mondo? Rispondere significa andare al di là della performance, del curriculum e della competenza, per trovare il nucleo. Il filo rosso che unisce le scelte, le rinunce, le svolte. Quel filo è il tuo brand. E quando riesci ad articolarlo con chiarezza, smette di essere un elemento di comunicazione e diventa un atto di leadership.
Il coraggio di essere visti
Brené Brown, ricercatrice e autrice di Daring Greatly, ha trascorso un paio di decenni a studiare la vergogna, il coraggio e la vulnerabilità nelle organizzazioni. Una delle sue scoperte più controintuitive è che la vulnerabilità non è debolezza. È il punto di origine di tutto ciò che conta: creatività, connessione, fiducia.
E il personal branding autentico richiede esattamente questo: la disponibilità a essere visti anche quando l’esito non è garantito. Nel tempo costruiamo armature sofisticate: la perfezione come scudo, l’efficienza come distanza, la competenza come silenziatore dell’emozione. Lo facciamo spesso per sopravvivere in contesti ad alta pressione, dove mostrare incertezza viene letto come debolezza, indipendentemente dal genere. Ma quelle armature hanno un costo che raramente viene

calcolato: quando ci proteggiamo da ciò che ci fa paura, ci proteggiamo anche da ciò che ci rende umani. E quindi memorabili. Un brand personale costruito sull’armatura è un brand che stanca, perché richiede uno sforzo continuo di mantenimento, una vigilanza costante su ogni parola e ogni immagine. Un brand costruito sull’autenticità, invece, si autosostiene nel tempo, perché è coerente, non perché è perfetto.
Le Cinque Dimensioni
Ogni leader presidia cinque dimensioni fondamentali: fisica, mentale, emozionale, relazionale e spirituale. Nel contesto del personal branding, queste sono non solo ambiti di competenza, ma anche i cinque canali attraverso cui il tuo brand si esprime, ogni giorno, in ogni contesto. La dimensione fisica parla prima che tu apra la bocca. Postura, sguardo, tono della voce, scelte cromatiche: ogni elemento invia messaggi di posizionamento che precedono qualsiasi parola. Curare la propria presenza non è vanità, è invece assumersi la responsabilità del primo messaggio che si trasmette. La dimensione mentale si riflette nella chiarezza del pensiero e nella qualità delle conversazioni che si è disposti ad avviare, incluse quelle scomode. Un brand autorevole non evita la complessità: la abita, la nomina, la trasforma in valore. La dimensione emozionale è
ciò che rende un brand memorabile nel tempo. L’emozione che le persone provano quando entrano in contatto con noi - ispirazione, riconoscimento, fiducia - è parte integrante del posizionamento, spesso più di qualsiasi contenuto razionale. La dimensione relazionale si manifesta nella coerenza del comportamento attraverso i contesti: come si è nelle relazioni che non portano vantaggio diretto, come si gestisce il disaccordo, come ci si comporta quando nessuno ci

sta osservando. Questa coerenza è il vero fondamento della credibilità. La dimensione spirituale è il tuo ‘Perché’, ossia la visione che anima le scelte, il senso che permea il lavoro. È la dimensione più difficile da articolare e la più potente da comunicare, perché parla al livello più profondo dell’identità. È anche l’unica che non può essere imitata, perché appartiene solo a te. Il salto che fa la differenza
La maggior parte delle strategie di personal branding punta alla visibilità. Più contenuti, più presenze, più piattaforme. Ma la visibilità senza credibilità non è posizionamento: è rumore. La credibilità nasce invece dall’allineamento tra ciò che si dice e ciò che si fa. Chi conosce il proprio ‘Perché’, non ha paura di mostrare la complessità del percorso e mantiene coerenza tra identità privata e presenza pubblica, senza bisogno di costruire un’immagine. Ha già un brand. La domanda per ogni leader non è più come rendersi visibile. È come rendersi necessari. E per essere necessari - davvero, non solo funzionalmente - bisogna avere il coraggio di essere riconoscibili. Di avere un punto di vista. Di sapere perché si è qui, e di dirlo con chiarezza, anche quando fa paura.
Questo è il Personal Branding che conta. Non un esercizio di immagine. Un atto di leadership.
Giulia Petralli, Comitato Faftplus, Sindacalista Vpod, deputata in Gran Consiglio per i Verdi del Ticino

Chi si prende cura degli altri sostiene il benessere collettivo.
Riconoscerne il contributo e sostenerlo è necessario per evitare che il carico assistenziale continui a ricadere quasi interamente sulle donne, limitandone l’indipendenza economica e la crescita professionale e il tempo libero
il lavoro invisibile
che regge la SOCIETÀ
Il lavoro di cura non retribuito sostiene silenziosamente le società. Cucinare, pulire, accudire figli, assistere persone anziane o malate, organizzare la vita quotidiana sono attività indispensabili alla sopravvivenza collettiva, eppure ancora considerate “naturali” quando svolte dalle donne. Proprio per questo non vengono pagate, raramente vengono riconosciute, e quasi mai entrano nel calcolo della ricchezza nazionale. Eppure, senza questo lavoro invisibile, la nostra economia semplicemente non funzionerebbe.
Secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica, le donne dedicano mediamente molte più ore degli uomini al lavoro domestico e di cura. Anche quando lavorano a tempo pieno o parziale, continuano a sostenere il peso principale della gestione familiare. Questa disuguaglianza nasce da una struttura sociale che continua ad attribuire alle donne la responsabilità del “prendersi cura”.
Il lavoro di cura non retribuito genera importanti
conseguenze economiche, quali salari più bassi, carriere interrotte, pensioni ridotte, maggiore rischio di precarietà e dipendenza finanziaria.
In Svizzera, dove il costo della vita è altissimo e il sistema di welfare resta fortemente basato sulla famiglia, molte donne riducono il proprio impiego o rinunciano completamente al lavoro remunerato per supplire alle carenze dei servizi pubblici. Gli asili nido costosi, la scarsità di strutture accessibili e la pressione culturale verso la maternità intensificano questo squilibrio.
Il lavoro di cura, anche quello non remunerato, già al centro della giornata femminista di questo 14 giugno, tornerà protagonista nel 2027, quando è prevista una nuova grande mobilitazione nazionale.
Riconoscere questo lavoro non significa trasformare ogni gesto affettivo in merce, ma comprendere che la cura è una responsabilità sociale. Servono investimenti pubblici, congedi parentali equi, servizi accessibili e una redistribuzione reale del lavoro domestico tra i generi. Perché finché il lavoro di cura resterà invisibile, anche l’uguaglianza continuerà a esserlo.






La competenzanon ha GENERE
Libertà che genera valore, ascolto che genera fiducia. Un dialogo sull’indipendenza economica delle donne, tra meriti e responsabilità. Verso una società con meno slogan e più attenzione alle persone
Appartiene a quella categoria di donne che hanno costruito il proprio percorso con consapevolezza e determinazione. Affidandosi allo studio, alla competenza, alla coerenza e alla capacità di assumersi responsabilità.
Simona Genini, avvocato fiscalista, impegnata in politica e nella vita associativa, osserva i cambiamenti della società con uno sguardo pragmatico, lontano dalle contrapposizioni ideologiche e attento alle possibilità come alle conseguenze concrete delle decisioni pubbliche.
In questa conversazione si esprime su alcuni temi di attualità nel dibattito contemporaneo che anima anche il Ticino: il ruolo delle donne nei luoghi decisionali, il significato della parità oltre gli slogan, il valore dell’indipendenza economica e le sfide che attendono le nuove generazioni. Ne emerge una riflessione che mette al centro il merito e la libertà di scelta, ma anche la necessità di costruire una cultura capace di riconoscere il talento senza condizionarlo a stereotipi o appartenenze.
Con la convinzione che insegnare ai giovani e alle giovani una responsabile gestione delle finanze personali è imprescindibile affinché possano amministrare il presente e pianificare il futuro della loro vita all’insegna dell’autonomia. La scarsa conoscenza finanziaria, infatti, può generare problemi a livello personale, con possibili ripercussioni a livello della collettività.
SIMONA GENINI, AVVOCATO FISCALISTA, DEPUTATA IN GRAN CONSIGLIO, ATTIVA IN AMBITO ASSOCIATIVO
Per le donne, in particolare, nel percorso verso una effettiva uguaglianza di genere, essere in possesso di competenze in ambito finanziario è fondamentale. Uno studio piuttosto recente ha rivelato che il 68% delle donne svizzere considera l’indipendenza finanziaria un obiettivo primario, ma molte si sentono impreparate ad affrontare temi complessi come investimenti, fiscalità e previdenza.
Educare le giovani donne alla gestione responsabile delle proprie finanze rappresenta quindi un passo decisivo verso una vera uguaglianza di genere, che altrimenti rischia di rimanere solo una dichiarazione di intenti, o un desiderio inesaudito.
Quello della parità è un argomento che le sta a cuore.
Guardando al Ticino di oggi, a che punto è il cammino verso una effettiva uguaglianza?
Sono stati fatti importanti passi avanti, tuttavia, alcune differenze permangono. Non tanto sul piano dei diritti formali, quanto su quello delle opportunità concrete e delle aspettative sociali che ancora oggi pesano in modo diverso su uomini e donne. Penso sia tempo di uscire dalla narrazione uomini ‘contro’ donne e costruire una società in cui ciascuno possa esprimere il proprio talento e le proprie capacità, indipendentemente dal genere.
cambiamento effettivo nasce dall’educazione, dalla formazione, dall’indipendenza economica e da una cultura del merito. Per questo motivo ho sempre preferito investire sulle opportunità piuttosto che far leva sul sistema delle quote.
Quale ‘battaglia’ ritiene oggi davvero urgente per le donne?
Pongo l’accento sul tema dell’indipendenza economica. Una donna economicamente autonoma è una donna più libera nelle proprie scelte professionali, personali e familiari. Per questo considero fondamentali l’istruzione, la formazione continua e l’educazione finanziaria. Il rapporto con il denaro genera le premesse per il rapporto con la libertà, con l’autoaffermazione e con il futuro.
Quanto può dirsi raggiunto, in Ticino, l’obiettivo della piena autonomia finanziaria in capo alla popolazione femminile attiva?
«Considero l’educazione finanziaria una delle forme più concrete di empowerment femminile»
Il vero cambiamento culturale avviene quando le donne arrivano ai vertici o quando smettono di sentirsi ospiti nei luoghi decisionali?
Ho sempre pensato che chi porta idee, impegno e competenza abbia il diritto di partecipare a qualsiasi tavolo decisionale. E se personalmente non mi sono mai sentita un’ospite, allo stesso tempo è innegabile che per molte donne il percorso è stato, e talvolta è ancora, piuttosto complesso. Quando arriveremo al punto in cui una nomina femminile sarà considerata normale quanto una maschile, e non farà quindi più notizia, allora potremo dire di aver compiuto un vero passo avanti sul piano culturale. È questa, a mio avviso, la vera uguaglianza.
È con tale ambizione che sono nate le quote rosa. Strumento utile o soluzione imperfetta?
Non sono mai stata una convinta sostenitrice delle quote rosa. Ho sempre creduto che le persone debbano essere scelte per la loro sostanza, non per il loro genere. Comprendo le ragioni che hanno portato alla loro introduzione in alcuni contesti e riconosco che hanno contribuito ad accelerare taluni cambiamenti. Tuttavia, il vero obiettivo deve essere garantire pari opportunità di accesso, crescita e riconoscimento. Il
Non ancora del tutto. Molte hanno oggi carriere brillanti, dirigono aziende, esercitano professioni di responsabilità e gestiscono patrimoni importanti. Tuttavia persistono ancora differenze salariali, in alcuni settori e, soprattutto, interruzioni professionali legate alla maternità o alla cura dei familiari, che possono avere conseguenze sulla previdenza e sull’autonomia economica futura.
L’educazione finanziaria è ancora una sfida?
Assolutamente sì. L’indipendenza finanziaria nasce dall’educazione finanziaria, ossia imparare a distinguere tra desideri e bisogni, a pianificare, a risparmiare e a comprendere il valore delle proprie scelte. I giovani sono continuamente esposti a modelli di consumo che, attraverso i social media, mostrano una realtà spesso distorta, fatta di lusso e successo immediato, spronando ad acquisti impulsivi. La libertà economica non dipende soltanto da quanto si guadagna, ma anche dalla capacità di comprendere e gestire le proprie risorse. Per questo considero l’educazione finanziaria anche una delle forme più concrete di empowerment femminile.Oggi le giovani donne hanno molte più opportunità rispetto alle generazioni precedenti, ma sono anche sottoposte a richieste enormi. Devono essere brillanti, preparate, indipendenti, presenti sui social, fisicamente in forma e professionalmente di successo. Più che ambire alla perfezione - una chimera!- e rimanere paralizzate dal timore di essere giudicate, l’ideale è formarsi, essere consapevoli delle proprie capacità, come pure delle proprie debolezze, e su queste lavorare per rendersi più forti.


Che messaggio darebbe a una ragazza che vuole entrare in politica o nel mondo economico?
Di non aspettare il momento perfetto. Spesso le donne tendono a sentirsi pronte solo quando ritengono di sapere tutto. Gli uomini, invece, talvolta si candidano anche quando hanno qualche dubbio in più. Studiare, prepararsi e lavorare seriamente è fondamentale, ma bisogna anche avere il coraggio di fare il primo passo. Nessuno è pronto al cento per cento il primo giorno. Deputata in Gran Consiglio dal 2023, siede nella Commissione ‘Costituzione e leggi’ e in quella ‘Giustizia e diritti’. Dopo il segnale arrivato dalle urne nel 2026, si sta aprendo una nuova fase nel modo di intendere l’equità fiscale?
Credo che i cittadini abbiano espresso un’esigenza chiara: mantenere un sistema solidale che continui a sostenere chi si trova in difficoltà, ma prestando al tempo stesso maggiore attenzione al potere d’acquisto delle famiglie e del ceto medio. Troppo spesso si contrappongono equità e competitività fiscale, come se fossero obiettivi incompatibili. In realtà una società coesa ha bisogno di entrambe, quindi la sfida sarà trovare un equilibrio tra coesione sociale, attrattività economica e sostenibilità delle finanze pubbliche. Crede ci siano delle qualità femminili che servirebbero oggi alla politica ticinese?

E PROFESSIONALE. PER SIMONA GENINI ANCHE IL TEMPO LIBERO PUÒ DIVENTARE
UN’OCCASIONE PER IMPARARE, METTERSI ALLA PROVA E ARRICCHIRE IL PROPRIO SGUARDO SULLA REALTÀ
Più che qualità femminili, parlerei di qualità umane quali l’empatia, l’ascolto e la capacità di comprendere le conseguenze concrete delle decisioni pubbliche sulla vita delle persone. In una società sempre più polarizzata servono meno slogan e più disponibilità ad ascoltare prima di giudicare. Empatia significa saper comprendere punti di vista diversi, mettersi nei panni degli altri e cercare soluzioni che tengano conto della complessità della realtà. In commissione mi capita spesso di osservare come, in presenza di pareri discordanti, una domanda ben posta o un’osservazione pertinente possano chiarire posizioni apparentemente inconciliabili. Quella pazienza non è debolezza, è metodo. Prima o poi porta il risultato.
Da giovane sognava di fare l’archeologa, poi l’architetto, e oggi dice che, potendo scegliere, farebbe la fotografa. Tre mondi molto diversi ma che hanno tutti a che fare con il tempo, con le tracce e con lo sguardo sulle cose. Che cosa racconta questo percorso del suo modo di vedere la vita e della sua evoluzione?
La curiosità è il filo conduttore della mia vita: come l’archeologo che cerca di comprendere il passato, l’architetto che immagina il futuro e il fotografo che osserva e cattura il presente, ho sempre cercato di capire ciò che mi circonda, ascoltare le persone, cogliere i cambiamenti della società e confrontarmi con realtà diverse attraverso la mia professione di avvocato fiscalista, l’impegno politico e associativo, i viaggi, la cultura e il dialogo. Mi considero una donna indipendente e determinata, pronta ad assumersi responsabilità e ad esprimere le proprie idee senza rinunciare all’ascolto e al rispetto dei punti di vista altrui. Con gli affetti, l’amicizia e la famiglia come punti fermi. E proprio questa curiosità continua a spingermi a mettermi in discussione e a crescere.
E a guardare al futuro con entusiasmo, perché penso che il meglio debba ancora venire.
NON SOLO IMPEGNO PUBBLICO


tutti i IN SENSI
A differenza di un abito o di un gioiello, il profumo non si vede. Eppure è il nostro più fedele ambasciatore
Ha il potere di evocare ricordi, di accompagnare i cambiamenti della vita e di raccontare qualcosa di noi ancora prima delle parole. Il profumo. Emblema e strumento, da migliaia di anni. E oggi...

... Qual è il ruolo della profumeria di lusso?
È chiamata a costruire esperienze multisensoriali capaci di andare oltre la semplice composizione olfattiva. Dal design del flacone fino all’impiego di tecnologie avanzate di estrazione delle materie prime che compongono il profumo, tutto contribuisce a farne un oggetto del desiderio e un alleato di seduzione.
Ne abbiamo parlato con Amandine Pallez, Bvlgari Parfums Heritage and Creative Director, che ci ha accompagnato alla scoperta del processo attraverso il quale si realizza una nuova fragranza, del rapporto tra memoria e innovazione, della crescente affermazione della profumeria genderless e delle nuove frontiere tecnologiche che stanno ridefinendo il lavoro del profumiere. Tutto questo, a partire dall’ultima novità del marchio, Eau Parfumée Thé Impérial, che esprime una delle tendenze attuali della profumeria: la sintesi tra patrimonio culturale, innovazione e ricerca estetica. Le sue fragranze lavorano spesso sulla memoria senza mai diventare nostalgiche. Quale rapporto ha con il passato quando crea?

La storia del profumo ha alcune migliaia di anni. È affascinante osservare come la profumeria contemporanea utilizzi ancora molte delle materie prime già impiegate dalle civiltà mesopotamiche, continuando a perseguire la stessa ricerca della bellezza. Oggi però la ricerca scientifica e la chimica verde mettono a disposizione una tavolozza molto più ampia. Possiamo selezionare specifiche frazioni di una distillazione, isolare determinate molecole o co-distillare ingredienti differenti. Queste tecniche aprono possibilità praticamente infinite e consentono alla profumeria di essere profondamente contemporanea. Il nostro compito è reinventare, superare i confini ed esplorare con audacia.
Molte delle sue creazioni possiedono una firma olfattiva essenziale ma profondamente sensuale. L’eleganza nasce dalla sottrazione?
La firma olfattiva di Bvlgari è sfaccettata e plurale, ma da oltre trent’anni esiste un filo conduttore: il muschio. Negli ultimi quindici anni la palette si è notevolmente ampliata e arricchita. Il muschio ha la capacità di legare le note e di esaltarne la bellezza. Amo dire che il muschio sta al profumo come l’oro sta al gioielliere: valorizza e sublima le gemme della natura attraverso una sorta di incastonatura invisibile.
Una scrittura essenziale richiede una straordinaria attenzione alla qualità delle materie prime, al loro equilibrio, alle tecniche di distillazione e al dosaggio.
La nuova fragranza Eau Parfumée Thé Imperial è
SOPRA, AMANDINE PALLEZ, BVLGARI PARFUMS
HERITAGE AND CREATIVE DIRECTOR, E, NELLA PAGINA
ACCANTO, EAU PARFUMÉE THÉ IMPERIAL, NUOVA
CREAZIONE OLFATTIVA CHE COMPLETA L'ICONICA
COLLEZIONE EAU PARFUMÉE DI BVLGARI
un progetto in cui ritorna costantemente il dialogo tra Oriente e Occidente: il tè cinese e gli agrumi italiani, la contemplazione e la luminosità romana. Come si è arrivati ad armonizzare elementi così diversi?
L’aspetto più interessante è che, dal punto di vista botanico, entrambi gli ingredienti provengono originariamente dalla Cina. Duemila anni fa gli agronomi romani scoprirono il limone attraverso le rotte commerciali e se ne appropriarono, considerandolo il ‘frutto degli dèi’: una rarità preziosa che incarnava la quintessenza del lusso. Questi due ingredienti si integrano magnificamente. Da una parte gli agrumi, luminosi, freschi ed energizzanti; dall’altra il tè, più profondo, complesso, legnoso e talvolta affumicato. Insieme danno vita a un contrasto creativo ed elegante. Il flacone richiama sia le colonne romane sia le ceramiche celadon cinesi. Quanto conta oggi costruire un universo sensoriale che includa materia, colore, tatto e spazio oltre al profumo stesso?
Siamo esseri multisensoriali e l’esperienza dei sensi è fondamentale. È proprio questa capacità di coinvolgere più dimensioni percettive a distinguere la vera

eccellenza e il vero lusso da prodotti più semplici e puramente funzionali.
I profumi di lusso si rivolgono a un pubblico globale. Come si preserva un’identità forte senza diventare generici e prevedibili?
È fondamentale rimanere fedeli al proprio Dna e ai propri valori senza inseguire le tendenze del momento, che spesso finiscono per omologare il mercato. Bvlgari è sempre stata una Maison dalla forte personalità creativa. Come nella gioielleria, dove si abbinano pietre di colore, materiali a volte inaspettati e design audaci, anche nella profumeria cerchiamo di mantenere quello spirito romano fatto di eclettismo e continua reinvenzione. Per un creativo e per un profumiere è una straordinaria libertà.
A SINISTRA, ZAGARA, IL FIORE DEL LIMONE. DUEMILA
ANNI FA GLI AGRONOMI ROMANI SCOPRIRONO
IL LIMONE ATTRAVERSO LE ROTTE COMMERCIALI E SE
NE APPROPRIARONO, CONSIDERANDOLO IL 'FRUTTO
DEGLI DÈI': UNA RARITÀ PREZIOSA CHE INCARNAVA
LA QUINTESSENZA DEL LUSSO
Esistono discipline artistiche che sente particolarmente vicine alla profumeria?
La musica è probabilmente quella più affine. Utilizziamo persino lo stesso vocabolario: note, accordi, composizioni, armonie. Come la musica, anche il profumo è capace di evocare emozioni e ricordi. Entrambi richiedono creatività, intuizione e una profonda conoscenza delle rispettive ‘materie prime’. Sono forme d’arte che cercano di creare un’esperienza sensoriale memorabile.
Quando una fragranza può dirsi davvero conclusa?
Stabilire quando può dirsi conclusa è sempre un momento delicato. La tentazione di continuare a esplorare è fortissima. Immagino che un pittore viva lo stesso dilemma davanti alla propria tela. A un certo punto, dopo aver indossato il profumo per giorni o settimane, insieme al profumiere comprendiamo che l’equilibrio è raggiunto. Continuare significherebbe alterarne l’identità e trasformarlo in qualcosa di diverso. Non di rado, infatti, ci capita di fare un passo indietro dopo esserci spinti troppo oltre.
Un profumo deve riflettere chi siamo o permetterci di diventare qualcun altro?
Un profumo dovrebbe rivelarci, mai travestirci. Capita spesso di amare una fragranza sentita su qualcun altro e di scoprire che sulla propria pelle non produce lo stesso effetto. È come un abito che ti calza a pennello: deve valorizzarti e raccontarti. Quando indossiamo un profumo condividiamo qualcosa di molto intimo. È una firma personale che parla di noi in modo spesso più profondo di un vestito o di un accessorio. Il profumo appare, si trasforma e scompare. Esiste un legame tra questa natura effimera e la sua capacità di suscitare emozioni?
Proprio la sua natura effimera ne alimenta il potere emotivo. Come una melodia che l’orecchio non sente più ma che continua a risuonare nella memoria, il profumo attraversa il tempo in tre atti: le note di testa, il cuore e il fondo. Questa continua trasformazione spinge il cervello a fissare l’istante e l’emozione associata a ogni fase. È proprio perché è fugace che diventa prezioso. Non si impone: si rivela e poi si ritira, lasciando una traccia invisibile che rimane profondamente impressa nella memoria emotiva.

Protagoniste cinema del
C’è chi valorizza il Ticino come polo cinematografico e chi da qui è partita per approdare sui set internazionali, chi ha trovato in questo cantone la sua voce autoriale e chi ne sostiene le produzioni. Quattro professioniste, quattro interpretazioni complementari del cinema, unite da talento, determinazione e un legame speciale con il nostro territorio
-Nata a Locarno e cresciuta a Peccia.
-Abito a Minusio e il mio ufficio si trova al Palacinema a Locarno.
-Un momento decisivo per la mia carriera: la nomina a co-presidente della Switzerland Film Commission nel 2025.
-Un luogo ticinese che mi rappresenta: il Lago Mognola, in Val Lavizzara, dove con la mia famiglia trascorro buona parte dell’estate tra arrampicata sportiva e gite in montagna.
-Tre parole per descrivere come vivo la mia professione: passione, flessibilità, evoluzione
-Il mio consiglio a una giovane donna interessata a seguire le mie orme: “Credere nelle proprie competenze, essere curiosa e aperta verso un settore molto dinamico e in continua evoluzione. Costruire relazioni, fare rete e non smettere mai di imparare”

Ciak, Ticino!
Liza BarzaghiDirettrice della Ticino Film Commission
Dal turismo alla direzione della Ticino Film Commission, Lisa Barzaghi ha costruito un percorso professionale che unisce organizzazione, relazioni e passione per il territorio. Originaria della Val Lavizzara, oggi lavora per promuovere il nostro Cantone come set cinematografico e polo produttivo.
Lisa Barzaghi, il suo percorso professionale è iniziato nel turismo e nell’hôtellerie: cosa l’ha portata al cinema e alla promozione dell’audiovisivo?
In effetti non era una destinazione prevista. Dopo diverse esperienze nel settore alberghiero ho avuto l’opportunità di lavorare nell’ambito dell’ospitalità al Locarno Film Festival, capendo quanto mi appassionasse il mondo della cultura e degli eventi. Entrata alla

“FRONTALIERS SABOTAGE”, 2026, GIRATO FRA MENDRISIO E AIROLO
Ticino Film Commission occupandomi proprio dell’organizzazione di eventi e dell’accoglienza delle produzioni audiovisive, ho potuto approfondire sempre di più la conoscenza delle dinamiche della produzione cinematografica. Era già legata al territorio?
In realtà dopo la scuola dell’obbligo ho trascorso molto tempo fuori Cantone. Anche grazie al lavoro alla Film Commission, sono però tornata alle mie radici. Ho così riscoperto un territorio che considero un piccolo gioiello: ricco di paesaggi molto diversi tra loro, tradizioni e luoghi ancora da svelare.
Il Ticino è stato il primo Cantone svizzero a dotarsi di una Film Commission. Da cosa è nata questa opportunità?
Tutto è iniziato nel 2010 da uno studio commissionato a Supsi e Usi, che ha evidenziato come una Film Commission avrebbe potuto rafforzare la filiera audiovisiva e migliorare il coordinamento tra i diversi attori coinvolti. Il progetto ha preso poi forma grazie alla collaborazione tra varie istituzioni, organizzazioni e il finanziamento della Nuova politica regionale. Dall’avvio dell’attività, nel 2014, abbiamo accolto oltre 300 produzioni di vario tipo, che hanno generato più di 30 milioni di franchi di indotto economico diretto sul territorio. In cosa consiste il suo lavoro alla direzione della Ticino Film Commission, incarico che ricopre da inizio gennaio?
Già nel precedente ruolo di responsabile operativa avevo progressivamente assunto responsabilità simili alle attuali. Oggi coordino il team e supervisiono i diversi progetti e le richieste in corso. È un lavoro dinamico e stimolante: si alternano momenti in ufficio e home office, visite a set e location, anteprime o incontri con partner e istituzioni. Richiede una certa flessibilità, ma mi permette anche di conciliare al meglio vita professionale e familiare, avendo una bambina piccola. Qual è il potenziale del Ticino come set e polo produttivo?
In un territorio relativamente piccolo e facilmente accessibile si trovano location straordinarie e molto diversificate. Anche dal punto di vista professionale, pur essendo un settore di dimensioni contenute, il Ticino può contare su competenze qualificate e una rete di servizi validi. Il ruolo della Film Commission è proprio facilitare il lavoro delle produzioni: dalla ricerca delle location alla gestione delle autorizzazioni, fino al contatto con professionisti e fornitori locali. Per aumentare ulteriormente l’attrattività verso l’estero, è però fondamentale disporre di incentivi finanziari più consistenti e competitivi.


Qualche esempio di recente produzione e dell’impatto sul territorio?
A inizio anno scorso abbiamo ospitato il film per famiglie Mein Freund Barry, coproduzione tedesco-svizzera girata tra Vallese e Ticino, con tre settimane di riprese a Minusio: sono stati coinvolti numerosi professionisti locali e comparse, generando un indotto diretto di oltre 400mila franchi. Tra le produzioni di rilievo figurano anche Elisa di Leonardo Di Costanzo, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, e la serie televisiva La linea della palma di Fulvio Bernasconi, girata per oltre due mesi nel Luganese con circa 60 location coinvolte e più di 440mila franchi di indotto per il solo settore alberghiero. Sosteniamo anche progetti interamente ticinesi, come Frontaliers Sabotage di Alberto Meroni, realizzato tra Mendrisio e Airolo, oltre a numerosi video commerciali e promozionali che scelgono il Cantone per la qualità e la varietà dei suoi scenari.
Il Locarno Film Festival è tra i fondatori della Ticino Film Commission. Quali sono le attuali sinergie?
La collaborazione è sempre stata stretta e strategica, soprattutto nell’ambito di Locarno Pro, il programma dedicato ai professionisti del settore. Partecipiamo a panel tematici, organizziamo eventi e occasioni di networking tra professionisti locali e internazionali. Poter accogliere “a casa nostra” quest’ampia comunità di addetti ai lavori rappresenta un’opportunità unica per costruire relazioni, promuovere il territorio come set e creare nuove collaborazioni e prospettive di sviluppo.
GLI ESTERNI DI VILLA HELENEUM, FRA LE 60 LOCATION DELLA SERIE “LA LINEA DELLA PALMA”, 2026
“MEIN FREUND BARRY”, 2025, GIRATO FRA VALLESE E MINUSIO
© hugofilm features / RSI
Istinto ribelle
Carla Juri Attrice

Cresciuta ad Ambrì, prima di volare verso i set cinematografici Carla Juri ha costruito una carriera che sfugge alle etichette facili. Dal cinema d’autore alle produzioni internazionali, segue il suo istinto scegliendo personaggi che la mettano alla prova e storie capaci di suscitare domande più che offrire risposte.
Carla Juri, è partita presto dal Ticino per studiare recitazione a Los Angeles e, poi, Londra. Provenire da un territorio periferico rispetto all’industria cinematografica è stato un limite?
Personalmente trovo che provenire da un piccolo paese ti dà il vantaggio di essere abituata a essere una “outsider”. Non lavoro spesso in Svizzera né nella mia lingua madre. Ci si può sentire ribelli per tutta la
vita e conoscere questa condizione ti aiuta a navigare il mondo intero. Al contempo, non credo che ci sia bisogno di crescere in un grande centro culturale per sentire il bisogno di esprimersi artisticamente.
Da cosa è nato il desiderio di fare l’attrice?
È una passione che nasce dal desiderio di viaggiare, ma interiormente. Attraverso i personaggi si possono vivere altre vite, esplorare mondi altrimenti inaccessibili.
Come costruisce un personaggio?
Tutto comincia dalla sceneggiatura. Cerco di capire i fatti essenziali della storia e del personaggio, poi analizzo i dialoghi per cogliere il sottotesto e i temi universali nascosti tra le righe. Partendo da ciò che scopro, costruisco una biografia che mi aiuta a capirne le difficoltà, i bisogni, i segreti e a immedesimarmi nelle sue azioni e reazioni. Poi perdo il controllo e l’immaginazione prende il volo. Certi sviluppi del personaggio sono sorprendenti. È come piantare tanti semi: alcune idee germogliano, altre no. L’obiettivo è l’illusione di perdere la propria identità. Ad esempio per Von dem, was bleibt, da poco nelle sale svizzere, ho chiesto alla regista Lisa Blatter di darmi una scatola di oggetti personali di Selma, il personaggio che interpreto. Ricordi. Cimeli della sua vita. Per me era importante avere qualcosa di tangibile. Le sole parole non bastano. Sul set, però, bisogna poi essere pronti a lasciare andare tutto il lavoro fatto. È fondamentale esser ricettivi e veramente ascoltare gli altri personaggi e il regista. E ogni progetto è diverso, ogni volta cambia la chiave per accedere al proprio ruolo.
IDENTIKIT
- Nata a Locarno, cresciuta ad Ambrì.
- Vivo in Ticino, lavoro tra Europa e Stati Uniti.
- Un momento decisivo per la mia carriera: Sentirmi dire “chiunque scelga di interpretare questo ruolo è una vergogna”.
- Un luogo ticinese che mi rappresenta: il villaggio di Ambrì.
- Tre parole per descrivere come vivo la mia professione: senza rete di sicurezza.
- Il mio consiglio a una giovane donna interessata a seguire le mie orme: “Studiare le persone, non gli attori”.
© Lenara
Choudhury
SVIZZERA STINA WERENFELS IN UN INTENSO MOMENTO DELLE RIPRESE DI EACH OF US, ATTESO L’ANNO PROSSIMO NELLE SALE. UN RUOLO CHE UNA VOLTA DI PIÙ L’HA SPINTA A SFIDARE I SUOI LIMITI PER RIEVOCARE LA MEMORIA DEL CAMPO DI CONCENTRAMENTO FEMMINILE DI RAVENSBRÜCK

Cosa cerca nell’incontro con talenti emergenti come Lisa Blatter rispetto alle grandi produzioni internazionali?
L’intimità del film mi ha conquistato. È una sfida intensa recitare con pochi attori. Mi era piaciuto anche il precedente lavoro di Lisa, Sketches of Lou, ed ero quindi interessata a lavorare con lei. Inoltre desideravo
tutti toccati diversamente da questo passato molto doloroso.
Cosa guida oggi le sue scelte professionali? È sempre una combinazione fra personaggio, progetto e regista. Amo il cinema che lascia spazio alla sperimentazione, che non segue solo aspetti commer-















© Xavi
Farré

IN QUESTE PAGINE, ALCUNI MOMENTI
DAL SET DI REINAS (2024), TERZO
LUNGOMETRAGGIO
DI FICTION PER IL CINEMA DELLA
REGISTA SVIZZEROPERUVIANA
KLAUDIA REYNICKE, PREMIATO DA PRESTIGIOSI
RICONOSCIMENTI
INTERNAZIONALI
Uno sguardo autentico Klaudia Reynicke
Regista e sceneggiatrice
Il percorso di Klaudia Reynicke attraversa Perù, Svizzera e Stati Uniti, fino ad approdare in Ticino, dove la sua creatività ha trovato casa e forma. Regista e sceneggiatrice dallo sguardo attento alle sfumature dell’esperienza umana, con Reinas ha conquistato pubblico e critica. Al centro del suo lavoro, l’osservazione del reale e storie che nascono da una necessità profonda.

- Cresciuta tra Perù, Svizzera e Stati Uniti.
- Vivo a Lugano ormai da quasi 17 anni.
- Un momento decisivo per la mia carriera: il mio terzo lungometraggio, Reinas, in concorso al Sundance Film Festival: primo film svizzero in assoluto nella competizione internazionale fiction.
- Un luogo ticinese che mi rappresenta: ne amo troppi per sceglierne uno solo. Sicuramente, il lago.
- Tre parole per descrivere come vivo la mia professione: ne bastano due, non mollare
- Il mio consiglio a una giovane donna interessata a seguire le mie orme: : “Cercare di fare stage e stare il più possibile sui set, vivendo davvero i tournage. Le scuole sono un buon inizio, ma non rappresentano completamente il mestiere”.
Klaudia Reynicke, il suo percorso approda in Ticino una decina di anni fa. Che ruolo ha avuto il nostro territorio nella sua crescita personale e professionale?
Sono nata a Lima, dove ho vissuto fino ai 9 anni. Poi ci siamo trasferiti in Svizzera francese, dove sono rimasta fino ai 18, quando sono partita per gli Stati Uniti e, una volta rientrata, ho completato i miei studi a Losanna. Il mio arrivo in Ticino ha coinciso con una nuova fase molto importante della mia vita: ho incontrato mio marito e siamo diventati genitori del nostro primo figlio. È qui che ho iniziato davvero a fare cinema, grazie all’incontro con Tiziana Soudani di Amka Films, una produttrice straordinaria che mi ha dato la prima opportunità dopo gli studi e ha accompagnato i miei primi tre film.
© Simona Pampallona
© Simona Pampallona
Mi sono anche subito innamorata del paesaggio ticinese con le sue montagne così verticali, che danno carattere alla regione.
Al cinema è arrivata dopo studi in arte, antropologia e sociologia. In che modo questo background influenza il suo sguardo di autrice?
Penso sia importante vivere un po’ prima di lanciarsi nel cinema. Non avrei mai immaginato di fare questo mestiere: un desiderio maturato con il bisogno di esprimere qualcosa di intimo e necessario.
Prima ho studiato Belle Arti, poi mi sono avvicinata all’antropologia negli Stati Uniti, guidata dal desiderio di osservare il mondo e comprenderlo attraverso uno sguardo strutturato. Tornata in Svizzera, ho proseguito con Scienze sociali e politiche, laureandomi in Sociologia a Losanna. Al contempo ho sempre dipinto ed esposto in gallerie e musei, fino alla mia ultima mostra personale nel 2006: da quando ho preso in mano una macchina da presa non ho più dipinto, nonostante fino ad allora fosse stata una pratica quotidiana. Ho seguito un corso estivo intensivo alla Tisch School of the Arts della New York University. Si imparava a fare tutto: girare, montare, organizzare. Ho sentito che il cinema, con il suo carattere così completo e totale, mi chiamava. Anche la scoperta dell’opera di Agnès Varda è stata determinante per capire che era possibile realizzare film portatori di una visione e di una voce. Come nasce il suo lavoro tra scrittura e regia?
Ogni progetto ha una vita propria. Sono anche madre di due figli, un adolescente e una bambina di quasi dieci anni, quindi devo essere onesta: lavoro quando posso, spesso in modo un po’ disordinato, ma con una disciplina molto concreta: andare avanti il più possibile nel poco tempo a disposizione.
Al di là della scrittura, il set è uno dei momenti che amo di più. Mi piace il rapporto con gli attori e le attrici, vedere il testo prendere corpo, lavorare con il direttore della fotografia per costruire un’atmosfera... Dopo il successo di Reinas, avverte pressione?
Il successo di Reinas è stato una sorpresa: dal Sundance Festival - primo film svizzero selezionato in concorso - ai premi della giuria alla Berlinale e del pubblico a Locarno, fino al Quartz come miglior film svizzero del 2025. Tutto questo crea inevitabilmente una certa pressione. Dopo ho rifiutato diversi progetti. Sento il bisogno di restare fedele al mio percorso, al di là delle paillettes. Anzi, voglio spingere ulteriormente il mio linguaggio artistico, senza orientarmi verso il puro intrattenimento.
Che posto occupa il Locarno Film Festival nel suo percorso artistico e umano?
Il mio primo film di finzione, Il Nido, era in concorso nel 2016 nella sezione Cineasti del Presente: era l’anno di Carlo Chatrian e, in un certo senso, è stato lui a invitarmi a far parte di questa grande festa del cinema. Qualche anno dopo anche Love Me Tender (2019) ha avuto qui la sua prima europea In quell’occasione ho incontrato Lili Hinstin, di cui conservo un ricordo molto forte: aveva uno sguardo libero, attento a opere più singolari e ha sostenuto il film anche dopo il festival. La sua scomparsa lascia un grande vuoto. Rappresentava una vera apertura in un ambiente ancora spesso segnato da uno sguardo maschile. Infine, Reinas è stato presentato in Piazza Grande sotto la direzione di Giona A. Nazzaro, che stimo molto. A Locarno mi sento quindi di casa: è forse il festival più caloroso che conosca e uno dei pochi che continua a difendere con convinzione il cinema d’autore.

© Simona Pampallona

Radici future
Amel Soudani Produttrice
Guidare una delle case di produzione più importanti del panorama audiovisivo ticinese per Amel Soudani significa proseguire il lavoro iniziato dai suoi genitori, Tiziana e Mohammed Soudani, con Amka Films - nome che racchiude le sue iniziali e di sua sorella Karima - ma anche svilupparlo in nuove direzioni. Un lavoro fatto di competenze specialistiche e capacità manageriali, intuizione, relazioni e resilienza.
Amel Soudani, come figlia d’arte ha raccolto un’eredità importante : come è riuscita a trasformarla in visione personale? Sono cresciuta in un ambiente in cui il cinema era parte della quotidianità. Inizialmente, però, ho studiato Pubbliche relazioni e pubblicità, immaginando il mio futuro in quel settore, come poi è accaduto lavorando, tra l’altro, per Expo Milano 2015 a Presenza Svizzera o come Responsabile Comunicazione e membro di direzione per il Locarno Film Festival. Parallelamente, affiancando i miei genitori su alcuni progetti e fondando nel 2007 la casa di produzione “sorella” Cinédokké con Michela Pini, oggi al mio fianco anche in Amka, mi sono avvicinata alla produzione audiovisiva. Quando nel 2020 mia mamma Tiziana è mancata improvvisamente,
ho sentito di avere un mandato da raccogliere, personale oltre che professionale. Non è stato semplice: ho dovuto appropriarmi di aspetti tecnici e organizzativi del mestiere. Da subito mi sono impegnata a creare un equilibrio tra progettualità artistica e solidità aziendale, per assicurarne la sostenibilità.
La produzione rimane spesso invisibile agli occhi del pubblico. Come nasce un film?
Tutto parte da un soggetto o da una sceneggiatura. Non basta innamorarsi della storia: bisogna valutarne il potenziale e capire se esistono le condizioni per accompagnarla fino al pubblico. Lo sviluppo è una fase molto lunga: un documentario può richiedere 2 anni e mezzo, un lungometraggio o una serie anche 4 o 5. Più un progetto è solido in questa fase, maggiori sono le possibilità di realizzare un buon film e garantirne una distribuzione efficace. Occorre poi trovare i finanziamenti e i partner giusti: in Europa la coproduzione è spesso una necessità. Anche le collaborazioni con la Ticino Film Commission sono molto preziose per noi produttori della regione: non dispone dei mezzi di una Zürcher Filmstiftung o del Cinéforom, ma è molto cresciuta e rappresenta un sostegno fondamentale in termini di visibilità, scambi e comunicazione.
Quanto conta invece il Locarno Film Festival?
Oltre al prestigio internazionale, questo festival conserva una dimensione accessibile che favorisce gli incontri. È possibile confrontarsi con altri produttori, distributori e professionisti provenienti da tutto il mondo in modo spontaneo e diretto. E l’Industry office Locarno Pro svolge un lavoro eccellente creando occasioni concrete di networking e sviluppo dei progetti. Come produttrice, quali storie sente più urgente sostenere oggi?
Non abbiamo una linea editoriale rigida. Oltre alla sua ‘scuderia’ di registi, Amka riceve numerose proposte di coproduzione dall’estero, grazie al percorso costruito negli anni, accanto a nuovi contatti. A volte il potenziale emerge immediatamente, altre richiede un lavoro di accompagnamento più lungo, attraverso un percorso di crescita e confronto.
Quanto le sue origini e la sua storia familiare orientano il suo sguardo sul cinema?
Il mio background culturale ha contribuito a formare una mentalità aperta e curiosa. Una parte importante della mia infanzia non appar-
© Cinémathèque suisse / Miriam Theus


IL CANTO DEL RESPIRO












tiene solo a Locarno, ma anche ad Abidjan: tra i 6 e i 16 anni trascorrevo le estati in Costa d’Avorio, dove i miei genitori hanno iniziato il loro percorso nel cinema. Non significava soltanto stare su un set, ma conoscere persone, culture e modi diversi di guardare il mondo.
Tra i suoi progetti futuri, ce n’è uno che guarda alla valorizzazione del passato. Di cosa si tratta? È un tema al quale tengo molto. Amka custodisce un patrimonio importante, da preservare e condividere. Abbiamo avviato diversi progetti, dal restauro realizzato con la Cinémathèque suisse di Waalo Fendo (1997) di mio papà Mohammed, vincitore della prima edizione del Premio del cinema svizzero, a quello con l’Istituto Luce del pluripremiato Pane e tulipani (2000), riportato in sala per i 25 anni, alla digitalizzazione di Face Addict (2005) di Edo Bertoglio, appena presentato alle Giornate di Soletta.
Ma la mia visione va oltre la nostra Library: il Ticino possiede un patrimonio cinematografico diffuso che meriterebbe di essere valorizzato. Mi piacerebbe creare sinergie tra realtà diverse, condividendo la curatela dei progetti e diffondendoli oltre i confini attraverso piattaforme di nicchia.
SOPRA, TRE PRODUZIONI DI AMKA FILMS:
LA SERIE TV ALTER EGO (2023) DI ERIK BERNASCONI E ROBERT RALSTON, IN COPRODUZIONE CON RSI RADIOTELEVISIONE SVIZZERA; L’APPREZZATO DOCUMENTARIO IL CANTO DEL RESPIRO (2025) DI SIMONA CANONICA, COPRODOTTO CON REDIBIS FILM; ELISA (2025), ULTIMO LUNGOMETRAGGIO DI LEONARDO DI COSTANZO, COPRODOTTO CON TEMPESTA, RAI CINEMA E RSI
Un progetto che l’ha spinta a riprendere gli studi...
Quando si vuole restaurare o redistribuire un’opera, è necessario verificare la catena dei diritti, dai materiali d’archivio alle musiche. Per comprendere meglio le implicazioni legate alla gestione della proprietà intellettuale, ho quindi deciso di seguire un Mba in European Film Business and Law a Berlino.
Tanti impegni e una professione così intensa richiedono anche un equilibrio personale. Come lo trova?
A inizio carriera si ha l’energia per fare tutto. Con il tempo, però, ho capito che per essere resilienti è fondamentale stabilire dei limiti. Significa imparare a distinguere le vere urgenze da ciò che può aspettare, ritagliarsi spazi di riflessione e, quando necessario, a dire di no. Una lezione non solo per chi lavora nel cinema, ma per chiunque svolga una professione che richiede passione e coinvolgimento personale.
- Madre svizzera, padre algerino-svizzero.
- Vivo tra Svizzera e Croazia. Ufficio a Savosa, ma spesso anche a Zurigo per lavoro.
- Un momento decisivo per la mia carriera: quando sono stata scelta da Presenza Svizzera quale Responsabile della comunicazione digitale per il progetto Expo Milano 2015.
Da lì sono arrivati poi il Locarno Film Festival, la Fête des Vignerons e la Compagnia Finzi Pasca.
- Un luogo ticinese che mi rappresenta: la Maggia e il Lago Maggiore. Trovo la mia serenità vicino all’acqua.
- Tre parole per descrivere come vivo la mia professione: responsabilità, creatività, libertà. Un ossimoro solo apparente.
- Il mio consiglio a una giovane donna interessata a seguire le mie orme: “Credere nella propria visione, coltivare la resilienza e avere il coraggio di guardare fuori dagli schemi”.
Quasi a bilanciare un quotidiano sempre più digitale e fugace, si intensifica il desiderio di possedere qualcosa di autentico e duraturo. Per Nechami Guggenheim, fondatrice di Nadesa, l’alta gioielleria non è soltanto una questione di estetica: è un racconto personale, un simbolo di consapevolezza e una forma di memoria destinata a resistere nel tempo

C’ è qualcosa di paradossale nel successo che il gioiello continua ad avere nell’epoca della smaterializzazione.
Viviamo circondati da immagini che scorrono per pochi secondi, da relazioni mediate dagli schermi e da oggetti progettati per essere sostituiti rapidamente. Eppure, proprio mentre tutto sembra diventare temporaneo, cresce il desiderio di possedere qualcosa che resista.
Forse è anche per questo che il gioiello conserva un fascino particolare. Non sempre o non solo perché rappresenta un bene di lusso, quanto piuttosto perché appartiene a una categoria di oggetti sempre più rara: quelli capaci di accumulare significato nel tempo. Un anello, una collana o un paio di orecchini possono attraversare anni, cambiamenti, generazioni. Custodire ricordi e segreti, segnare traguardi, raccontare storie senza bisogno di parole.
Il loro valore non coincide necessariamente con quello dei materiali e delle pietre che li compongono. Risiede piuttosto nella capacità di trasformarsi in testimoni silenziosi della vita di chi li indossa, e di recuperare una dimensione più intima, quella dell’identità.
È attorno a questa idea di autenticità, memoria ed espressione personale che si sviluppa l’universo creativo di Nadesa, il marchio fondato a Zurigo da Nechami Guggenheim, gioielliera di terza generazione, che attraverso le sue collezioni riflette sul rapporto tra lusso, emozione e individualità.
A SINISTRA, OGNI ANELLO RACCONTA UNA
STORIA DIVERSA. DALLE LINEE CLASSICHE ED
ELEGANTI AI DESIGN PIÙ CONTEMPORANEI
E AUDACI, OGNI MODELLO ESPRIME UNO
STILE UNICO, VALORIZZATO DALLA LUCE DEI
DIAMANTI E DAL FASCINO MAGNETICO DELLE
PIETRE PREZIOSE DI COLORE

GIOIELLI
IDENTITÀ E MEMORIA
Quale visione ha ispirato la creazione del brand? Il marchio è nato nel 2008, a Zurigo. Pensavo da tempo a un brand di alta gioielleria che potesse trasmettere non solo bellezza ed eleganza, ma anche un senso di forza, indipendenza e individualità femminile. Volevo creare un marchio che incoraggiasse le donne a scegliere gioielli significativi per loro stesse, creazioni con le quali instaurare un legame autentico. Gioielli capaci di raccontare una storia personale, riflettere valori e rappresentare la loro identità. La cultura svizzera della precisione, dell’eccellenza e della qualità senza compromessi ne ha influenzato profondamente il Dna. L’intento è stato fin dagli inizi quello di unire innovazione tecnologica, maestria artigianale e design contemporaneo a un fascino senza tempo. Per me l’alta gioielleria è molto più di un bell’oggetto: è un simbolo di fiducia in sé stessi, di successo e, più in generale, dei momenti che contribuiscono a definire chi siamo. Se un tempo il gioiello era soprattutto simbolo di status o di valore, oggi parla sempre più di identità ed emozioni. Cosa cerca davvero chi lo sceglie?
Non semplicemente un accessorio di moda. Credo che una donna moderna sia attratta da creazioni capaci di comunicare in modo discreto ma autentico. Di rivelare chi siamo a chi è in grado di comprendere. Molto spesso un gioiello si lega a traguardi, cambiamenti e momenti di crescita personale, diventando parte integrante della narrazione individuale. I pezzi più significativi sono quelli che non sovrastano chi li indossa, ma che sembrano appartenere naturalmente alla sua fisionomia e presenza.
A caratterizzare le collezioni è un’estetica chiaramente riconoscibile. Qual è la scintilla creativa?
L’ispirazione principale nasce dall’universo femminile nelle sue molteplici sfaccettature: sensibilità, resilienza, determinazione. Sono sempre stata affascinata dall’equilibrio tra forza e grazia, ambizione e vulnerabilità. Questi contrasti sono il cuore di ogni creazione Nadesa. L’ultima collezione, The Milky Way, prende forma dall’osservazione di un cielo stellato e dalla sua associazione simbolica alle donne che brillano con luce propria. Diamanti e pietre preziose di colore vengono disposti per evocare il movimento delle stelle, creando

REGALARE
O REGALARSI UN GIOIELLO È UN DOLCE

un dialogo tra delicatezza artigianale e forza espressiva. Per me il gioiello non riguarda soltanto l’estetica, è un racconto, con una sua poetica.
In un’epoca dominata dalle tendenze veloci, ha ancora senso parlare di gioielli senza tempo?
Più che mai. I gioielli importanti o particolari superano il concetto stesso di moda. Non sono definiti dalle tendenze del momento, ma dalla qualità dei materiali e del design, dalla lavorazione e dal significato che acquisiscono nel corso della loro vita. Un pezzo ben realizzato dovrebbe accompagnare chi lo indossa per decenni e, idealmente, essere tramandato alle generazioni future. La dimensione della continuità e dell’eredità personale è centrale: un gioiello accumula ricordi, emozioni e significati che si stratificano negli anni.
Quanto contano la ricerca sui materiali e l’artigianalità nella creazione di un gioiello contemporaneo? E quanto è importante la personalizzazione?
Sono aspetti fondamentali. Un design eccellente è tale solo se supportato da una profonda conoscenza dei materiali e da una lavorazione impeccabile. Ogni dettaglio, dalla qualità delle gemme alla struttura della montatura fino alla ‘vestibilità’ dell’oggetto, una volta finito, contribuisce all’esperienza complessiva di chi indosserà quel gioiello. D’altro canto, è diffuso il desiderio di personalizzazione. Sono richiesti gioielli unici che riflettano l’individualità dei loro futuri proprietari oppure l’unicità del legame che lega chi regala e chi riceve l’oggetto.
Un gioiello può influenzare il modo in cui una persona percepisce sé stessa?
Assolutamente sì. Anche se la fiducia in sé stessi nasce dall’interno, alcuni oggetti possono diventare simboli capaci di ricordarci i nostri successi, le nostre aspira-

Abiti e accessori
Isabella Caposano Bride and Haute Couture
Gioielli Nadesa
Abiti e accessori
Isabella Caposano
Bride and Haute Couture
Gioielli
Nadesa

Nelle due pagine MAKE UP
L’Orchidée Highlighter, Polvere-gel illuminante
Ombretto Chanel
Les Beiges, Healthy Glow Natural Eyeshadow Palette
Sisley

Ci sono passioni che nascono nel silenzio. Altre invece nascono nel rumore.
Quella di Katharine Jane Marzi per il motorsport, è decisamente rombante.
Kate, sei in pista da sempre. Il motorsport è un contesto familiare...
Quando ero piccola, mio padre lavorava già nel settore automobilistico e gestiva un team di monoposto che gareggiava a livello internazionale. Sono cresciuta tra paddock, circuiti e gare. A pochi anni, conoscevo già i modelli delle auto, seguivo le competizioni e respiravo quelle atmosfere.Diventata adulta, lavorare in questo settore è stato un passaggio naturale. Oggi la vostra azienda si occupa di organizzare test privati per team e piloti professionisti. Un lavoro che spesso resta dietro le quinte, ma che è fondamentale per le prestazioni in pista.
Molti pensano che tutto inizi quando si spegne il semaforo rosso.
In realtà dietro ogni performance c’è un lavoro lungo, preciso, invisibile. Noi ci occupiamo proprio di questo: costruiamo le condizioni affinché team e piloti possano esprimersi al meglio nei test.
Come funziona, concretamente?
Pianifichiamo un calendario che va da gennaio fino ai primi di dicembre. Analizziamo i Campionati, individuiamo i circuiti più strategici e costruiamo una programmazione coerente con le esigenze sportive dei team. Non ci limitiamo a rispondere: anticipiamo, leggiamo i bisogni prima che arrivino. Siamo specializzati nei principali campionati italiani, ma operiamo a livello internazionale collaborando con team e piloti provenienti da tutta Europa. Organizziamo test per Formula 4, GT, Turismo e prototipi, fino a comprendere anche categorie come Formula 2 e Formula 3.
Dietro ogni giornata in pista, però, non c’è solo organizzazione: c’è una regia invisibile.
Proprio così. Siamo un punto di connessione tra il team e il circuito. Ci occupiamo di contratti, procedure, autorizzazioni, logistica, rapporti con i fornitori e coordinamento generale. Ogni autodromo ha regole diverse e spesso anche normative che variano da Paese a Paese.
Un lavoro che richiede competenze molto trasversali.
Servono precisione, visione d’insieme, capacità di gestione, relazione e problem solving. È un lavoro che non si improvvisa: si costruisce sul campo, giorno dopo giorno. È difficile trovare persone che conoscano già questo mestiere, quindi formiamo internamente gran parte del team.
A proposito di team: il vostro è composto per la maggior parte da donne. È una scelta?
Non è una scelta, è una conseguenza. Non selezioniamo in base al genere, ma alle competenze. Ciò che conta è la capacità
IN QUESTE PAGINE, KATHARINE JANE MARZI, CEO DI KATEYAMA,
MODELLA PER UN GIORNO, SUL CIRCUITO DI MISANO ADRIATICO.
KATEYAMA È UNA SOCIETÀ CON SEDE A LUGANO, SPECIALIZZATA
NELL'OFFERTA DI SERVIZI PROFESSIONALI AD ALTO CONTENUTO
TECNICO RIVOLTI A SCUDERIE E PILOTI PROFESSIONISTI

di reggere la complessità e la lucidità sotto pressione. Affidabilità, capacità di gestire più attività contemporaneamente e attenzione ai dettagli sono caratteristiche fondamentali nel nostro lavoro, indipendentemente dal fatto che a rivestire un ruolo o a svolgere un compito sia un uomo o una donna.
Ti è mai capitato di dover dimostrare il tuo valore più degli altri?
Sicuramente all’inizio sì. È successo che mi venisse chiesto, anche solo implicitamente, cosa potessi saperne io di motorsport. Credo però che oggi la presenza femminile nel settore sia diventata più normale rispetto al passato. Siamo ancora una minoranza, ma non siamo più un’eccezione.
Questa diffidenza ti ha frenata o ti ha dato maggiore determinazione?
Mi ha dato forza. Mi ha spinto a studiare, a prepararmi, a conoscere tutto nei dettagli. Alla fine i risultati sono più eloquenti di mille parole.
Essere in un ruolo di responsabilità richiede di costruirsi una sorta di corazza?
Non una corazza. Piuttosto equilibrio. La capacità di restare lucidi senza perdere la propria sensibilità. Non bisogna diventare altro: bisogna imparare a stare nel contesto.
Dopo tanti anni nel settore, immagini ancora il tuo futuro qui?

Sì, senza ombra di dubbio. È un mondo che mi appassiona, nel quale mi sento a mio agio e che conosco bene, avendone sperimentato nel tempo le diverse sfaccettature. Per quanto riguarda il settore nel suo insieme, sicuramente l’automotive è attraversato da grandi cambiamenti e nessuno sa di preciso come evolverà nei prossimi anni, ma il mio obiettivo resta quello di continuare a crescere professionalmente e di contribuire a far crescere questa realtà. Un episodio che racchiuda tutto questo percorso?
La volta in cui un cliente aveva scelto di affrontare un test molto impegnativo, che molti evitavano. Lo abbiamo seguito nella preparazione e quel lavoro ha contribuito a una vittoria importante. Poi è arrivato il riconoscimento da parte sua: il nostro contributo era stato decisivo. Sono soddisfazioni che non fanno rumore - queste no! - , ma restano.
Perché, in fondo, il motorsport non è fatto solo di piloti e vetture. È fatto anche di persone che lavorano lontano dai riflettori, affinché tutto sia pronto quando i semafori rossi si spengono.
@Emanuele Casale (Foto Snap Shot)
@ Paolo Pellegrini
LOOK H&M STUDIO
Arrivando inTEMPO
Ci sono persone che misurano il tempo e altre che lo costruiscono. Carole Forestier-Kasapi appartiene alla seconda categoria. Il suo nome è associato ad alcuni dei progetti più ambiziosi dell’orologeria svizzera contemporanea. Ingegnere, orologiaia e responsabile dello sviluppo di movimenti destinati a segnare il futuro del marchio Tag Heuer, Carole lavora oggi su orizzonti temporali che si misurano in anni, talvolta in decenni.
Eppure tutto è iniziato in modo semplice: tra i banchi dell’officina di famiglia. Da una curiosità infantile che l’ha portata fino ai vertici di un settore dove le donne restano ancora una minoranza, soprattutto nelle posizioni tecniche e decisionali.

Carole Forestier-Kasapi, tra le figure più influenti dell’orologeria contemporanea, racconta come si progettano i movimenti del futuro, perché l’innovazione richiede coraggio e cosa significa essere una donna in un settore ancora dominato dagli uomini
Ci siamo date appuntamento a Ginevra, durante Watches &Wonders, il più importante evento mondiale dedicato all’alta orologeria. È qui che, tra le novità, è stato presentato un cronografo rivoluzionario, frutto di cinque anni di ricerca e sviluppo. Ma la conversazione va ben oltre la tecnica: parliamo di creatività, diversità, ostacoli da superare e della forza di una passione capace di aprire porte che per molti restano chiuse.
Carole, il suo destino era già scritto tra gli ingranaggi?
In un certo senso, sì. Sono cresciuta in una famiglia di orologiai: i miei genitori lo erano, mio fratello lo è ancora oggi. Fin da bambina, osservavo con curiosità il loro lavoro. Ben presto, ho iniziato a smontare i meccanismi, cercando di capire come funzionassero; leggevo libri, facevo domande. Poi quella curiosità è diventata passione e la passione si è trasformata in una professione. Dopo la scuola di orologeria ho proseguito gli studi in ingegneria perché volevo fare di più: volevo comprendere non soltanto come funzionassero i movimenti, ma anche come crearli e migliorarli. Oggi coordina progetti che richiedono anni di sviluppo. Qual è il risultato di cui va più fiera?
Aver contribuito a costruire una visione strategica. Un movimento non nasce in pochi mesi. Servono anni di ricerca, sviluppo e validazione. Senza una strategia chiara e di lungo periodo si rischia di costruire prodotti eccellenti ma privi di una direzione comune. Per me il
A DESTRA, CAROLE FORESTIER-KASAPI, INGEGNERE, OROLOGIAIA E RESPONSABILE DELLO SVILUPPO DEI
MOVIMENTI OROLOGIERI DI TAG HEUER E, SOTTO, IL
CALIBRO TH80-00 CHE ANIMA IL NUOVO TAG HEUER
MONACO EVERGRAPH: RIVOLUZIONARIO
vero risultato è aver dato il mio apporto nella creazione di questa coerenza.
Qual è la novità più importante presentata quest’anno?
Il Monaco Split-Seconds Chronograph. È un progetto sul quale abbiamo lavorato per cinque anni. Siamo partiti da una domanda semplice: se oggi dovessimo reinventare completamente il cronografo, come lo progetteremmo? La risposta è stata ripensarlo da zero. Cosa lo rende così innovativo?
Per la prima volta abbiamo introdotto in produzione una spirale in carbonio completamente amagnetica. Inoltre l’intero sistema cronografico è stato progettato secondo una logica totalmente diversa da quella tradizionale. Non volevamo creare una novità fine a sé stessa. Volevamo migliorare aspetti fondamentali come precisione, affidabilità e durata nel tempo. L’innovazione ha senso soltanto se risolve un problema.
Dove trova gli spunti per i nuovi progetti?
Spesso lontano dall’ufficio. Le migliori idee non arrivano quando sono immersa nelle attività quotidiane. Si palesano quando riesco ad osservare le cose da una prospettiva diversa. Per esempio, durante i viaggi che faccio molto volentieri, in quanto mi aiutano a relativizzare un po’ tutto. Non solo perché quando ci si allontana dalla routine molti problemi che sembravano enormi ritrovano la loro giusta dimensione, ma anche per l’opportunità di incontrare persone diverse, culture diverse, modi diversi di vedere il mondo. Anche questo è un modo per alimentare la creatività.
Lei è una figura di rilievo in un settore storicamente maschile. È ancora una sfida?
Sì, lo è. L’orologeria industriale svizzera resta un ambiente molto conservatore. Ci sono stati grandi progressi, ma esistono ancora stereotipi difficili da eliminare. Recentemente un candidato mi ha confidato che era la prima volta nella sua vita professionale che discuteva di tecnica con una donna. Aveva oltre quarant’anni. Questo dà la misura del percorso che resta da fare. Eppure la diversità in un team che crea conta moltissimo. Se tutti ragionano nello stesso modo, il risultato sarà inevitabilmente limitato. L’innovazione nasce invece dall’incontro di prospettive differenti. La diversità non è un tema ideologico: è una ricchezza concreta per qualsiasi organizzazione.
Qual è stato il suo migliore alleato in questi anni?
La passione. È una forza straordinaria e spesso sottovalutata. Le competenze si acquisiscono, l’esperienza


si costruisce, ma la passione è ciò che permette di superare gli ostacoli e di continuare a crescere.
Che messaggio darebbe a una giovane donna che sogna una carriera tecnica?
Di non lasciarsi intimidire. Credo profondamente che, in qualsiasi settore, quando passione e competenza si incontrano, nessuno possa realmente fermarti. La strada non è sempre semplice. Ma è assolutamente possibile percorrerla. Il premio in palio è notevole.
L’ora APERITIVOdell’ Mediterraneo
Mare Nostrum

IN ALTO, A SINISTRA, CHARRIOL, ST- TROPEZ® HAUTE-COUTURE
IN ALTO, A DESTRA, TIFFANY & CO, PARADISE BIRD PARROT
A DESTRA, EBERHARD & CO. GILDA PEACOCK
REF. 61008.14 CP+QP
Un cocktail racconta una destinazione, un’atmosfera, un ricordo. Un momento.
Un orologio, con le sue linee, i suoi colori e la sua personalità, segna quel momento, affidandolo alle sue lancette



COCKTAIL
PROFILO fresco, agrumato, profumato
6 cl Gin
2,25 cl Succo di limone fresco
1 cl sciroppo di zucchero • 12 foglie di basilico •
BICCHIERE tumbler basso
GUARNIZIONE foglie di basilico
SENSAZIONE
Richiama il giardino e la terrazza attraversati dalla brezza marina



Tropici Golden Lagoon
COCKTAIL Mai Tai
PROFILO esotico, fresco
4 cl Rum chiaro • 2 cl Rum scuro •
1,5 cl Orange Curacao • 1,5 cl sciroppo di orzata • 1 cl succo di lime •
BICCHIERE highball
GUARNIZIONE
fetta di ananas, foglie di menta e scorza di lime
SENSAZIONE
Un’immagine caraibica e tropicale

IN ALTO, ROGER DUBUIS, RDDBEX1193 –EXCALIBUR LADY OF THE LAKE A SINISTRA, MARLI NEW YORK TIMEPIECE L23 ACCANTO, PIAGET G0A50396


DALL’ALTO, MARLI NEW YORK TIMEPIECE L35 SOTTO, ROGER DUBUIS, EXCALIBUR BROCÉLIANDE, DBEX1208
Riviera francese Côte d’Azur
COCKTAIL
French 75
PROFILO raffinato
3 cl Gin •
1,5 cl succo di limone (spremuto fresco) • 2 dash sciroppo di zucchero • 6 cl Champagne •
BICCHIERE flute cocktail
GUARNIZIONE Scorza di limone
SENSAZIONE
Richiama il giardino e la terrazza attraversati dalla brezza marina


A SINISTRA, JAEGER-LECOULTRE LA VALLÉE DES MERVEILLES
REVERSO ONE, ‘HIBISCUS ROSA’



SOPRA, DALL’ALTO, PIAGET:, SEGNATEMPO ANDY WARHOL E L’OROLOGIO PENDENTE SWINGING PEBBLES CON OCCHIO DI TIGRE
Italia Tramonti siciliani
COCKTAIL
Sicilian Sour
PROFILO
agrumato, inebriante, solare
45 ml vodka o gin • 20 ml liquore al mandarino • 20 ml succo di arancia rossa • 10 ml succo di limone • 10 ml sciroppo alle mandorle • Ghiaccio a cubetti •
BICCHIERE
Coppa Margarita o old fashioned
GUARNIZIONE
Scorza d’arancia e granella di pistacchio sul bordo
SENSAZIONE
Arancia rossa, mandorla e pistacchio evocano immediatamente la Sicilia

VAN CLEEF & ARPELS
AGGIUNGERE VALORE al lusso
Un marchio luxury propone più che un prodotto o un servizio: propone una visione, un insieme di valori, un immaginario capace di generare desiderio, appartenenza e riconoscibilità nel tempo. In questo processo sono le persone a fare la differenza

L’eccellenza di un brand non riguarda soltanto ciò che realizza, ma anche il modo in cui lo racconta. Trasformare heritage, savoir-faire, innovazione e identità in una narrazione coerente richiede competenze specifiche, sensibilità culturale e una profonda conoscenza dei mercati di riferimento.
Per avere successo occorre saper fare la differenza. E a fare la differenza sono le persone.
A Ginevra, ne abbiamo parlato con Nicole Boghossian, ticinese di nascita, che nella città sul Lemano ha maturato una ventennale esperienza nel segmento luxury. «Sono le persone a costruire relazioni, generare fiducia, interpretare i mercati e trasformare un marchio in un punto di riferimento per il suo target», esordisce Nicole, che sul ‘People make the difference’ ha basato la sua NBoghossian Consulting.
Forti di questa convinzione, molte aziende premium e luxury si avvalgono di consulenti e agenzie specializzate per costruire strategie integrate che spaziano dal branding alle relazioni pubbliche, dagli eventi alla comunicazione digitale.
A SINISTRA, NICOLE BOGHOSSIAN, FONDATRICE E CEO DI NBOGHOSSIAN CONSULTING, CON SEDE A GINEVRA. AGENZIA DI CONSULENZA, SUPPORTA I MARCHI DEL LUSSO E DEL LIFESTYLE NELL’ATTUAZIONE DI STRATEGIE EFFICACI DI MARKETING, COMUNICAZIONE E PUBBLICHE RELAZIONI IN SVIZZERA
«In un mercato sempre più competitivo e globale, la differenza tra avere un prodotto eccellente ed essere un marchio di successo risiede spesso proprio nella capacità di costruire relazioni, reputazione e desiderio», nota l’esperta, che prosegue: «In Svizzera, caratterizzata da elevati standard qualitativi, forte internazionalizzazione e una cultura delle relazioni fondata su fiducia, reputazione e discrezione, fare networking non significa semplicemente ampliare il proprio database di contatti, ma vuol dire entrare a far parte di ecosistemi professionali altamente qualificati, nei quali le relazioni si costruiscono nel tempo e rappresentano un vero capitale strategico», nota Nicole Boghossian, forte di vent’anni di esperienza maturati nei settori dell’hotellerie, del lifestyle, della gioielleria e dell’orologeria, prima di creare - nel 2024 - la società che porta il suo nome.
Per i marchi di lusso, la capacità di dialogare con interlocutori differenti - clienti, imprenditori, investitori, media, istituzioni e opinion leader - è spesso proprio ciò che li contraddistingue, determinandone la capacità di influenzare su larga scala. La visibilità, da sola, non basta: occorre essere presenti nei contesti giusti, attraverso connessioni autentiche e contatti autorevoli e ispirazionali. «Il mercato è diventato estremamente competitivo e complesso. Un consulente esterno porta una visione strategica, competenze trasversali e una conoscenza approfondita delle dinamiche locali e internazionali. Inoltre, garantisce coerenza tra tutti i punti di contatto del marchio. Oggi la reputazione si costruisce attraverso un insieme di dettagli che devono dialogare tra loro», prosegue Nicole.
Questo è tanto più vero in una realtà peculiare come quella svizzera: «È un Paese piccolo dal punto di vista geografico, ma estremamente sofisticato, caratterizzata com’è da una grande diversità linguistica e culturale e da un’elevata concentrazione di competenze, capitali e aziende internazionali. Costruire relazioni stabili e per questo efficaci richiede, oltre al tempo, la comprensione delle specificità delle diverse regioni. Richiede inoltre di adattare la comunicazione ai differenti interlocutori», precisa Nicole che, multilingue, ha il vantaggio di poter comunicare e avere un confronto diretto, senza che la lingua possa rappresentare un freno o una barriera nelle relazioni.
Anche per un marchio di alta gamma, a prescindere dalla fama e dalla riconoscibilità, «il networking è insomma essenziale. Attività e prodotto traggono un importante valore aggiunto proprio dall’incontro tra individui, contesti, idee e opportunità. Le relazioni (adeguate) rappresentano uno dei principali fattori di credibilità e crescita», sintetizza Nicole.
Oggi si parla molto di sostenibilità anche nel lusso. «Non è più una semplice tendenza ma una responsabilità per le aziende, e un label con cui si aumenta il proprio appeal sul mercato. I consumatori infatti sono sempre più attenti alla provenienza dei materiali, alle condizioni di produzione, all’impatto ambientale e al contributo sociale delle aziende. I marchi in grado di integrare questi valori nella propria strategia sono meglio preparati ad affrontare il futuro. Comunicare la sostenibilità in maniera efficace è dunque importante», aggiunge Nicole Boghossian che, dopo una lunga esperienza all’interno di alcune Maison del lusso, ha scelto la strada imprenditoriale.«La sfida più importante non è stata professionale, ma personale», racconta la titolare di NBoghossian Consulting. «Passare da una grande realtà ad un’attività in proprio, da un lato significa abbandonare alcune certezze strutturate - un ruolo definito, processi consolidati, una rete di supporto già costruita -, ma dall’altro permette di entrare in uno spazio più aperto, in cui è la propria identità a diventare centrale. E il riconoscimento da parte del mercato non è più automatico in quanto il proprio nome è associato ad un Brand famoso, ma nasce progressivamente, come affermazione personale, attraverso il valore delle proprie competenze, delle esperienze e della capacità di generare risultati concreti. È un percorso che richiede consapevolezza e fiducia, prima di tutto in sé stessi, ma che offre piena autonomia nel definire in direzione, ritmo e scelte del proprio lavoro. Una libertà che, quando è accompagnata da visione e determinazione, si traduce in crescita personale e soddisfazione professionale. Credendo in sé stessi e nella qualità di ciò che si propone, si fa veramente la differenza. E anche quelle risposte che all’inizio del progetto imprenditoriale possono sembrare lontane o incerte, in realtà pian piano, una dopo l’altra, arrivano tutte. Se a questo si aggiunge la dimensione familiare, il percorso si arricchisce ulteriormente. La gestione della complessità quotidiana da parte di chi è genitore sviluppa infatti competenze preziose, dalla gestione delle priorità al problem solving, che diventano risorse decisive anche nella costruzione di un progetto imprenditoriale. In questa prospettiva, l’imprenditorialità non rappresenta solo una scelta lavorativa, ma un’esperienza di crescita che integra professione e vita personale in un equilibrio nuovo e spesso sorprendente», conclude Nicole Boghossian. Che si tratti di un brand che desidera crescere o di un professionista che sceglie di mettersi in proprio, le storie di successo nascono sempre dalla capacità di trasformare competenze, esperienza, relazioni e visione in opportunità.
di puro BENESSERE UN ECOSISTEMA
È realtà. La
prima Smart City
online dedicata allo stare bene. Palazzi, ledwall e cittadini, ma anche consulenze, servizi, contenuti e prodotti...
tutto in un’unica piattaforma
Nasce dall’incontro tra tecnologia, etica e una profonda attenzione per la persona. È una piattaforma digitale dedicata al benessere e alla salute. «La mia passione è sempre stata l’essere umano», racconta Tiziana Tuci D’Alessandro, fondatrice e Ceo di Epinexa, la prima piattaforma digitale dedicata al benessere strutturata come una vera e propria Smart City online. «Un interesse, per l’essere umano, che affonda le radici nell’infanzia, quando sfogliavo i libri di psicologia di mio padre e mi interrogavo sulle emozioni e sul significato profondo delle scelte che guidano una vita». Da allora non ha mai smesso di cercare. Ha studiato il benessere in tutte le sue forme, dalla nutrizione al movimento, dalle terapie complementari alla crescita personale. Una sensibilità pionieristica che anticipava di molti anni l’attenzione che oggi riserviamo alla salute integrata.
Parallelamente si è sviluppato il suo percorso imprenditoriale. Insieme al marito ha costruito una realtà internazionale, accumulando competenze che spaziano dall’editoria alla distribuzione, dal retail al trading internazionale. Esperienze
«App sparse e servizi frammentati appartengono al passato. Oggi Epinexa li riunisce tutti in un’unica piattaforma innovativa, efficiente e sicura per il benessere a 360°»
diverse che, osservate oggi, appaiono come tasselli di un disegno più ampio. «Guardandomi indietro, mi rendo conto che ogni esperienza è stata una preparazione», spiega l’imprenditrice. «Anche ciò che sembrava distante dalla mia vera passione, stava contribuendo a costruire le competenze necessarie per ciò che avrei realizzato dopo».
La scintilla definitiva arriva da una serie di eventi che la portano a riflettere ancora più profondamente sul tema della salute. La malattia del padre, l’esperienza della pandemia e la crescente confusione generata dall’enorme quantità di informazioni disponibili online le fanno comprendere quanto sia difficile, per molte persone, orientarsi tra contenuti affidabili e promesse illusorie.
Da qui nasce l’idea Epinexa che, più di una semplice piattaforma tecnologica, è un ecosistema in cui professionisti, aziende, istituzioni e cittadini possono incontrarsi in un ambiente protetto, verificato e regolamentato. Una città virtuale nella quale convivono servizi diversi ma accomunati da criteri di qualità, trasparenza ed etica. «La tecnologia non è il fine, ma lo strumento», sottolinea la fondatrice. «La missione viene prima dell’innovazione. Oggi molti cercano risposte online soprattutto nei momenti più fragili della loro vita. Chi affronta una malattia, una situazione cronica o un momento di difficoltà può trovarsi davanti a informazioni contrastanti e offerte poco trasparenti. Per questo sentivo il bisogno di creare un ambiente affidabile».
Al centro del progetto c’è infatti la volontà di creare fiducia. I professionisti che entrano nella piattaforma vengono selezionati e sottoposti a verifiche. È previsto un codice etico, controlli sulle qualifiche dichiarate e un sistema che punta a tutelare sia gli operatori seri sia gli utenti finali. Trattandosi di salute e benessere sicurezza e serietà sono primarie.

L’infrastruttura tecnologica rappresenta uno degli elementi distintivi dell’iniziativa. «Sviluppata interamente con tecnologia proprietaria, integra strumenti digitali avanzati, servizi di collaborazione, marketplace, ambienti professionali virtuali e sistemi di intelligenza artificiale sviluppati internamente. Una scelta che risponde a una precisa filosofia: garantire la massima protezione dei dati e mantenere il controllo completo dell’ecosistema», spiega l’imprenditrice digitale. Non a caso, tutti i dati sono custoditi in Svizzera. «I dati appartengono ai clienti, ai professionisti e alle aziende. Non vengono utilizzati per altri scopi e non vengono ceduti a terzi».
La dimensione internazionale del progetto non è passata inosservata. Sono nate collaborazioni con esperti del settore wellness, della longevità e dell’intelligenza artificiale, aprendo prospettive che vanno ben oltre i confini svizzeri. La struttura tecnologica di Epinexa ha già ricevuto riconoscimenti a Dubai, dove la fondatrice è stata premiata per l’originalità e il potenziale innovativo della piattaforma. Eppure, nonostante la complessità tecnologica, il cuore del progetto resta profondamente umano. Anche il nome riflette questa visione: unione tra radici classiche
IN FOTO, TIZIANA TUCI D'ALESSANDRO, FOUNDER & CEO DI EPINEXA, LA PRIMA PIATTAFORMA DIGITALE
DEDICATA AL BENESSERE, STRUTTURATA COME
UNA VERA E PROPRIA SMART CITY ONLINE
e innovazione contemporanea, tra cultura, tecnologia e relazioni. Un richiamo all’idea di costruire qualcosa che metta le persone in connessione, superando le condizioni e le divisioni per generare valore condiviso. Guardando al futuro, la fondatrice non parla tanto di crescita quanto di community. L’obiettivo infatti è creare una rete internazionale di professionisti e utenti accomunati dalla ricerca di qualità e competenza.
Sul piano personale e umano, la sua storia è la prova che non esiste un’età giusta per realizzare un sogno. «Dopo decenni di esperienza imprenditoriale, è stata la passione originaria - di quella bambina affascinata dai misteri dell’anima umana - a indicare la direzione. Non conta quanto grande sia un progetto», conclude Tiziana Tuci D’Alessandro. «Conta dare forma a ciò che sentiamo autenticamente dentro di noi. È da lì che nasce l’energia capace di trasformare le idee in realtà».

ALe terapie oncologiche
sono sempre più sofisticate, ma anche le tossicità sono più eterogenee. Pioniera delle supportive care, la Prof.ssa Karin Jordan spiega perché occorre curare la persona nella sua interezza e non solo la malattia
nella CURA le CURE
lungo le cure di supporto in oncologia sono state considerate secondarie - certamente importanti, ma accessorie rispetto al trattamento “vero e proprio” del cancro. Tra le figure che più stanno contribuendo a ribaltare questo paradigma, la professoressa Karin Jordan, responsabile del Dipartimento di Ematologia, Oncologia e Medicina Palliativa dell’Ospedale Ernst von Bergmann di Potsdam. Il 16 maggio ha ricevuto a Lugano il Premio Fondazione San Salvatore, uno dei più importanti riconoscimenti svizzeri in ambito oncologico (dal valore di 50mila franchi), giunto alla 47esima edizione. Abbiamo colto l’occasione per approfondire con lei il tema

SOPRA, LA PROF.SSA KARIN JORDAN A LUGANO, LO SCORSO 16 MAGGIO, PER RICEVERE IL PREMIO FONDAZIONE SAN SALVATORE, FRA I PIÙ IMPORTANTI RICONOSCIMENTI IN SVIZZERA IN AMBITO ONCOLOGICO, CONSEGNATOLE DALLA PROF.SSA SOLANGE PETERS E DA STEFANO CODURI, PRESIDENTI RISPETTIVAMENTE DEL COMITATO SCIENTIFICO E DELLA FONDAZIONE, COSTITUITA A LUGANO NEL 1979 DAL BANCHIERE CARLO PERNSCH E DA SUA MOGLIE CÉLESTINE PERNSCH-VERNA
Prof.ssa Jordan, perché la centralità delle terapie di supporto fatica ad affermarsi in oncologia?
Per decenni l’oncologia si è concentrata soprattutto sulla sopravvivenza: la domanda principale era se fosse possibile controllare il tumore. Ma i pazienti non vivono mai il cancro in termini puramente biologici. Sperimentano affaticamento, paura, nausea, dolore, insonnia, difficoltà cognitive e isolamento sociale. Sintomi che influenzano direttamente la tollerabilità
© Photo Grabani

«I sintomi contano. La sofferenza emotiva conta. La qualità della vita conta.
Una buona oncologia deve vedere la persona intera, non solo la malattia»
delle cure e la possibilità di proseguirle. Inoltre, la medicina ha sempre attribuito più valore agli interventi altamente tecnici che alla comunicazione, alla gestione dei sintomi o all’assistenza psicosociale. Fortunatamente questa prospettiva sta cambiando.
C’è stata un’esperienza specifica che ha reso questa prospettiva centrale nel suo lavoro?
Il mio interesse è nato già durante gli studi di medicina, con una tesi di dottorato sull’emesi indotta dalla chemioterapia. Come giovane medico ero colpita dai progressi delle terapie antitumorali, ma anche dalla sofferenza causata dagli effetti collaterali. Ricordo pazienti che dicevano: “Non è la chemio a spaventarmi di più, ma la perdita di controllo”. Ho sentito una forte responsabilità di concentrarmi su questo bisogno insoddisfatto per garantire che un trattamento efficace del cancro non avvenisse al costo di una tossicità inaccettabile.
A volte un intervento relativamente semplice - una terapia antiemetica, la gestione del dolore, il supporto nutrizionale, l’assistenza psico-oncologica - possono fare un’enorme differenza. Questo mi ha convinta che le cure di supporto richiedano lo stesso rigore scientifico delle altre discipline e abbiano un impatto diretto sugli esiti clinici.
Oggi, presso l’Ospedale Ernst von Bergmann di Potsdam, dirige un dipartimento che integra ematologia, oncologia e medicina palliativa. Quanto è diffuso questo modello in Europa?
Sono stati compiuti progressi importanti, ma l’implementazione resta complessa. Quasi tutti oggi concordano sull’importanza di un approccio multidisciplinare; nella pratica, però, servono risorse, coordinamento, personale formato e una cultura condivisa.
Persiste inoltre l’equivoco secondo cui le cure palliative iniziano solo quando terminano le terapie oncologiche. In realtà dovrebbero accompagnare il paziente molto prima, spesso già dalla diagnosi di una malattia avanzata. Attraverso il suo lavoro ha contribuito a definire linee guida internazionali per le cure di supporto e palliative. Quanto è difficile sviluppare standard realmente applicabili nella pratica clinica?
È una sfida complessa. Le linee guida devono essere scientificamente solide, ma anche realistiche. Raccomandazioni impossibili da applicare nei contesti clinici reali hanno scarsa utilità.
Inoltre le cure di supporto evolvono rapidamente: immunoterapie, terapie mirate e coniugati anticorpo-farmaco hanno introdotto nuove tossicità che richiedono aggiornamenti continui. Per questo servono collaborazione internazionale, valutazione critica delle evidenze e attenzione alle differenze tra i sistemi sanitari. Va ricordato anche che misurare i sintomi, la qualità della vita e o lo stato funzionale è spesso più difficile che valutare gli endpoint oncologici tradizionali.
Quali sono oggi le sfide più urgenti nella prevenzione e gestione delle tossicità legate ai trattamenti oncologici?
La principale sfida deriva dalla crescente complessità. Le terapie sono sempre più personalizzate e sofisticate, ma anche gli effetti collaterali sono più eterogenei. Oggi osserviamo tossicità immunomediate, affaticamento
UN'ASSISTENZA DI SUPPORTO DI ALTA QUALITÀ PUÒ FARE UN'ENORME
DIFFERENZA. QUANDO I SINTOMI DEGLI EFFETTI COLLATERALI VENGONO INDIVIDUATI PRECOCEMENTE E GESTITI IN MODO PROATTIVO, I PAZIENTI SONO SPESSO IN GRADO DI PROSEGUIRE IL TRATTAMENTO IN SICUREZZA E DI MANTENERE PIÙ A LUNGO LA PROPRIA INDIPENDENZA

cronico, disturbi neurocognitivi, cardiotossicità, complicanze dermatologiche e oculari, oltre a problemi che possono persistere a lungo nei sopravvissuti.
Quali sintomi o dimensioni sono ancora sottovalutati?
L’affaticamento è tra i sintomi più frequenti e debilitanti, ma spesso viene poco riconosciuto perché meno visibile del dolore o del vomito. Anche il deficit cognitivo, la cosiddetta “nebbia mentale”, è ancora sottovalutato. Lo stesso vale per il disagio psicologico: ansia, depressione, paura e isolamento sociale possono influenzare profondamente la risposta alle cure e il recupero. Un’altra area critica è l’alimentazione: malnutrizione e perdita di massa muscolare compromettono la tolleranza ai trattamenti e aggravano altri sintomi.
Cosa servirebbe per compiere un ulteriore passo avanti?
È necessario un approccio multidimensionale che includa screening regolari dei sintomi, valutazione nutrizionale precoce, supporto psico-oncologico, fisioterapia, terapia del dolore e una stretta collaborazione tra oncologi, specialisti in cure palliative, infermieri, psicologi e nutrizionisti. Anche la comunicazione è fondamentale. Molti pazienti esitano a segnalare i sintomi per paura di dover interrompere il trattamento o di sembrare lamentosi. Dobbiamo invece incoraggiare un dialogo aperto. Anche gli strumenti digitali e i sistemi di monitoraggio basati sull’Ai possono aiutarci a identificare prima il peggioramento dei sintomi e a personalizzare gli interventi con cure di supporto di precisione. Ma la tecnologia da sola non basta. Ciò di cui i pazienti hanno più bisogno è la sensazione che la loro sofferenza sia riconosciuta seriamente e affrontata in modo completo.
Come riesce a proteggersi emotivamente restando così vicina alla sofferenza dei pazienti?
Non credo che la distanza emotiva sia la risposta. I pazienti percepiscono immediatamente l’autenticità.
Allo stesso tempo, i medici hanno bisogno di confini, momenti di riflessione e ambienti professionali di supporto.
Per me è essenziale il lavoro di squadra: l’oncologia non dovrebbe mai essere praticata in isolamento. È importante anche coltivare una vita al di fuori della medicina: famiglia, amici, passioni e momenti di quiete e indulgenza verso sé stessi non sono un lusso, ma strumenti necessari di recupero. E i pazienti, anche dopo molti anni, continuano a insegnarti l’umiltà. Ricevendo il Premio della Fondazione San Salvatore, lo ha definito un incoraggiamento a proseguire la sua “battaglia culturale” Qual è il messaggio più urgente che vorrebbe trasmettere ai pazienti? E ai giovani medici?
Ai pazienti direi: non sottovalutate mai l’importanza della vostra voce. I sintomi contano. La sofferenza emotiva conta. La qualità della vita conta. Una buona oncologia deve vedere la persona intera, non solo la malattia.
A giovani medici e studenti: siate curiosi dal punto di vista scientifico senza perdere la vostra umanità. L’oncologia sta avanzando a velocità straordinaria sul piano tecnologico, ma la medicina rimane una professione profondamente umana. L’eccellenza non consiste solo nel conoscere il trattamento più recente. Consiste anche nell’ascoltare bene, comunicare onestamente e accompagnare i pazienti con dignità.






Ne indossiamo tutti quasi 2 metri quadrati, il 15% circa del nostro peso corporeo. Non lo si pensa mai, ma la pelle è il nostro organo più esteso. Una frontiera fisica e biologica fra noi e il mondo, ma anche simbolica, attraverso la quale passano percezioni, relazioni e identità. Sempre più sotto la lente: le società di dermatologia avvertono come i tumori cutanei siano in costante aumento, anche fra i giovanissimi. Se una causa può essere individuata nell’esposizione ad agenti esterni diventati più aggressivi come sole, inquinamento o sostanze chimiche, dall’altra contribuisce anche - in positivo - l’accresciuta attenzione alla prevenzione. La Svizzera si colloca tra i Paesi con la più alta incidenza di casi: ogni anno 3.300 persone ricevono una diagnosi di melanoma e 25mila sviluppano altre forme di tumore della pelle.
La buona notizia è che, nella maggior parte dei casi, un intervento precoce cambia radicalmente la prognosi. Una questione organizzativa oltre che terapeutica: un neo sospetto non è mai un dettaglio che possa aspettare. «Per questo è fondamentale semplificare il percorso del paziente, altrimenti fra il momento in cui nasce il primo dubbio, la possibilità di trovare spazio nelle agende oberate dei dermatologi e l’intervento chirurgico, si rischiano di perdere mesi che, per alcune neoplasie, possono fare un’enorme differenza», avverte il Dr. Matteo Malacco, specialista in Chirurgia Plastica, Ricostruttiva ed Estetica, attivo presso la Clinica Sant’Anna, che fa parte della rete di Swiss Medical Network. Fra i due maggiori grup-

ALLEATI pelle
per la
La forza delle cure integrate: quando medico di famiglia, dermatologo e chirurgo plastico si uniscono in un percorso coordinato, diagnosi e trattamento dei tumori cutanei diventano più rapidi ed efficaci, mettendo al centro salute e serenità del paziente. Un approccio che il nuovo Centromedico Bellinzona Castello porta anche nel Sopraceneri
pi ospedalieri privati svizzeri, presente in 16 cantoni con 21 ospedali e cliniche, è pioniere nel proporre un modello multidisciplinare in cui medico di famiglia, dermatologo e chirurgo plastico collaborano attorno allo stesso paziente.
Un approccio che oggi, in Ticino, trova una nuova espressione anche nel Sopraceneri, con l’inaugurazione, a maggio, del Centromedico Bellinzona Castello. Una struttura sanitaria multidisciplinare i cui spazi accolgono due sale operatorie dedicate esclusivamente al day hospital, studi specialistici, diagnostica per im-

magini e fisioterapia riabilitativa. «Tutto è collegato in maniera molto fluida, affinché il paziente si senta seguito da diverse figure professionali contemporaneamente. L’obiettivo è intercettare il problema precocemente e risolverlo in maniera efficace ma anche elegante», sottolinea il Dr. Matteo Malacco. “Eleganza” che si traduce non solo nell’efficienza organizzativa di questo centro e nella cura del suo design, ma anche nell’attenzione al risultato estetico dell’intervento, coperto dalla cassa malati quando l’asportazione ha motivi medici (ad es. sospetta natura maligna o pericolo di trasformazione). Nel caso delle neoplasie cutanee, una cicatrice evidente lascia un segno visibile della malattia, rischiando di condizionare psicologicamente il recupero. Di qui il valore aggiunto della collaborazione fra dermatologo e chirurgo plastico, in particolare se sono interessate aree critiche come il volto, il décolleté o le gambe. Non una sovrapposizione, ma una complementarità di competenze che permette di creare valore aggiunto attorno al paziente: «Noi chirurghi plastici siamo formati proprio per cercare di restituire armonia e rendere il meno visibile possibile la cicatrice anche nel caso di resezioni oncologiche. Questi tipi di neoplasie vanno infatti rimossi con un margine di sicurezza rispetto alla lesione iniziale, ma tecniche specifiche di incisione e ricostruzione, insieme alla malizia della nostra arte, permettono di ottenere nella maggior parte dei casi risultati scarsamente visibili anche a distanza sociale», spiega il chirurgo plastico.
Grazie alla struttura del Centromedico Bellinzona Castello, il paziente non ha quasi la sensazione di essere ospedalizzato. Arriva, svolge la procedura e torna a casa in poche ore. «Questo non significa banalizzare il gesto chirurgico, ma renderlo meno traumatico. Non ha senso ricoverare una persona per una notte quando si può rientrare nel proprio ambiente dopo poche ore. Il day hospital è una soluzione che mette a proprio agio il paziente, semplifica la logistica degli spostamenti, favorisce il recupero ed è sostenibile per il sistema sanitario e vantaggiosa per la qualità com-


SOPRA, DR. MED. MATTEO MALACCO, SPECIALISTA IN CHIRURGIA PLASTICA, RICOSTRUTTIVA ED ESTETICA. ESERCITA PRESSO LA CLINICA SANT'ANNA E IL NUOVO CENTRO MEDICO BELLINZONA CASTELLO (NELLE FOTO IN ALTO), CHE PORTA NEL SOPRACENERI IL MODELLO DI CURE INTEGRATE DI SWISS MEDICAL NETWORK, CON INTERVENTI IN DAY HOSPITAL E UN'EFFICACE E RAPIDA COLLABORAZIONE FRA SPECIALISTI
plessiva delle cure», sottolinea il Dr. Matteo Malacco. Nel Bellinzonese era già attivo un eccellente servizio di dermatologia, ma mancava ancora un centro ambulatoriale chirurgico privato, costringendo i pazienti della città e delle valli afferenti di Blenio, Leventina, Riviera a sposarsi nel Sottoceneri. Nelle settimane successive il paziente può inoltre comodamente tornare per seguire protocolli personalizzati di medicazione e controlli della cicatrice, che nel caso della chirurgia plastica sono essenziali per l’esito estetico quasi quanto la mano del chirurgo.
Ancora in ritardo nella diffusione delle cure ambulatoriali rispetto al resto di Europa, la Svizzera ha bisogno proprio di soluzioni e infrastrutture intelligenti come questa per rispondere alle sfide più urgenti del sistema sanitario: contenimento dei premi, efficienza allocativa e cure di prossimità. Non limitandosi a intervenire per trattare la malattia, ma costruendo intorno al paziente una rete capace di intercettarla prima, accompagnarla meglio e restituire più rapidamente la normalità della vita quotidiana.
Molto più di un massaggio, attraverso la stimolazione e la compressione di specifiche zone dei piedi, relazionate energeticamente con organi e apparati, la riflessologia plantare sostiene il benessere psicofisico
ritrovare l’EQUILIBRIO

Fra sandali, infradito e sabbia, con la bella stagione i piedi tornano protagonisti, imponendo di prendercene cura. La footcare non dovrebbe però essere solo una prerogativa estiva dettata da regioni estetiche. Formati ciascuno da 26 ossa, 33 articolazioni, 114 legamenti, 20 muscoli e da un’infinità di recettori sensoriali, i nostri piedi a essere alla base del nostro equilibrio posturale, possono contribuire anche al benessere psicofisico generale. La riflessologia plantare li considera infatti un distretto sensitivo attraverso il quale è possibile comunicare con tutto il corpo grazie a una tecnica specifica che tratta zone e punti corrispondenti ai riflessi nervosi ed energetici di organi e apparati.
I benefici
L’interesse verso la riflessologia plantare, destato anche in ambito ospedaliero, sostiene sempre di più la validità di questa tecnica e i suoi benefici sull’intero organismo. Il suo contributo al benessere generale è stato certificato anche da diversi studi clinici. Agendo a beneficio dell’equilibrio psicofisico, rappresenta un valido sostegno in molteplici situazioni.

È utile sia in chiave preventiva sia come supporto a terapie concomitanti. Vantaggi ormai consolidati includono: insonnia, contratture muscolari specialmente nei piedi, gambe gonfie, emicranie e cefalee, irregolarità mestruali, alcuni disturbi della menopausa. Risulta particolarmente efficace contro i disturbi da stress e affaticamento: favorisce il rilassamento, supporta la normalizzazione delle funzioni organiche e dona un profondo effetto rigenerante.
Può essere esercitata su persone di qualsiasi età, perfino i neonati, ovviamente con digitopressioni mirate, estremamente soft.
Trattandosi di un approccio puramente manuale, richiede costanza e tempo per consentire al corpo di assimilare lo stimolo. La capacità di risposta e ricezione varia in base alle caratteristiche biologiche inidivuali.
CON LA CONSULENZA
DELLA DOTT.SSA IVANA
CARIDDI, OPERATRICE IN DERMORIFLESSOLOGIA
E TECNICHE MANUALI
OLISTICHE, PRESIDENTE
DELLA FEDERAZIONE
ITALIANA REFLESSOLOGIA
PLANTARE (FIRP)
«La riflessologia plantare lavora per il sostegno dell’energia vitale dell’individuo e per favorire il reclutamento delle naturali risorse di riequilibrio»


Un effetto multidimensionale
L’effetto benefico della riflessologia plantare è dovuto a un insieme di fattori che concorrono a creare una condizione che permette di reclutare le risorse di autoregolazione che il corpo naturalmente possiede.
• Sistema nervoso e pelle: il piede è ricco di terminazioni nervose che lo rendono un distretto ad alta WELLBEING &
Come si svolge una seduta
• Durante la prima seduta, il riflessologo esegue un’attenta indagine podalica unita a un colloquio conoscitivo, per comprendere le caratteristiche del cliente, le sue sofferenze principali e le aspettative. Sulla base di questa valutazione, il professionista individua i punti riflessi da stimolare e i relativi tempi di trattamento per ripristinare e mantenere il benessere psicofisico del paziente.
• Il trattamento viene eseguito attraverso specifiche manovre di digitopressione. La principale è il “passo del bruco”, tecnica che prende il nome dal caratteristico movimento flessorio del pollice, simile a quello del piccolo insetto, che può essere applicata in tutte le parti del piede e della gamba. Il massaggio viene poi integrato da altre manovre di contatto, calibrate per raggiungere l’effetto desiderato, come rotazioni, sfregamenti, digitopressioni, spremiture e altre tecniche di mobilizzazione.
• Una tipica seduta, di circa un’ora, include alcune manovre di “apertura”, seguite dal trattamento con le tecniche indicate sopra e da ulteriori manovre di “chiusura”.
• In media, servono da 6 a 7 incontri per un reale miglioramento.
ACCANTO, LA STIMOLAZIONE
È ESEGUITA PRINCIPALMENTE
MEDIANTE MOVIMENTO FLESSORIO DEL POLLICE ("PASSO DEL BRUCO"), DIGITOPRESSIONI, SPREMITURE E ALTRE TECNICHE DI MOBILIZZAZIONE

sensibilità e con un notevole grado di precisione nel decodificare gli stimoli che vengono trasmessi ed elaborati dal sistema nervoso molto velocemente.
• Ruolo degli ormoni: in risposta allo stimolo l’organismo rilascia ormoni regolatori, tra i quali le endorfine con effetto antidolorifico e rilassante.
• Stimolazione del sistema linfatico e circolatorio: la tecnica riflessologica e la spremitura della pianta del piede stimolano la Soletta di Lejars, una ricca rete
Una pratica millenaria
• Il beneficio derivato dalla manipolazione dei piedi è stato approfondito da molti ricercatori, dando vita a scuole di pensiero e tecniche differenti, non solo in Oriente. Anche in Occidente, la disciplina vanta una solida tradizione, legata alla medicina, con studi che ne hanno esaminato applicazioni ed effetti, definendone le modalità di utilizzo.
• Guardando alla storia moderna della disciplina, la paternità dei primi studi metodologici è da attribuire al medico americano William H. Fitzgerald (1872-1942). Le sue ricerche miravano ad alleviare il dolore esercitando forti pressioni sulle dita delle mani, portandolo a formulare una teoria valida ancora oggi: il corpo umano è percorso da dieci aree longitudinali parallele (cinque sul lato destro e cinque su quello sinistro) che partono dalle dita di mani e piedi per convergere nella testa. Nel piede si proiettano, in modo riflesso, tutte le zone psicosomatiche del corpo umano, integrandosi con un’ulteriore suddivisione in tre linee trasversali, che rappresentano veri e propri canali attraverso i quali scorre l’energia dell’individuo.

di formazione risulta fondamentale per garantire l’efficacia e la sicurezza della pratica. Tuttavia, sono necessarie anche intuizione e creatività, come in ogni situazione che ci pone in relazione con un altro essere umano.
Nelle giuste mani
• Questa tecnica si è poi evoluta nel 1938, quando la fisioterapista Eunice Ingham ha integrato agli studi di Fitzgerald le sue ricerche sui punti riflessi del piede, arrivando così di sviluppare una mappa zonale del piede completa di tutte le aree riflesse del corpo.
venosa tra l’epidermide e la struttura ossea sovrastante la pianta del piede, che agisce come una vera e propria pompa per il ritorno venoso e anche l’attivazione dei vasi linfatici periferici a livello del cavo popliteo, migliorando la circolazione e il drenaggio.
• Connessione tra sistemi: dal punto di vista fisiologico, il legame tra i sistemi nervoso, endocrino e immunitario autorizza a pensare che lo stimolo lanciato attraverso il sistema nervoso arrivi a quello immunitario creando un effetto di sostegno, utile anche in presenza di una patologia.
A cosa fare attenzione
Esistono alcune condizioni specifiche in cui il riflessologo deve muoversi con cautela, come in presenza di micosi, verruche, piede diabetico o di vasculopatie degli arti inferiori (es. flebiti, varicosi).
La riflessologia plantare non si sostituisce mai alla pratica medica. Proprio per questo, un percorso serio
Negli ultimi anni si sta assistendo a un aumento dell’interesse per le discipline olistiche. Sempre più persone cercano un approccio integrato tra la medicina tradizionale e le altre discipline. È però sempre bene verificare di affidarsi a professionisti qualificati. In diversi paesi sono stati elaborati standard di formazione e diplomi riconosciuti ufficialmente.
La Federazione Italiana Reflessologia del Piede (FIRP), guidata dalla presidente Ivana Cariddi, è stata fondata nel 1987 da Elipio Zamboni proprio per promuovere lo studio, la diffusione e lo sviluppo della riflessologia. Oggi, con più di 35 anni di esperienza, organizza corsi, convegni pubblicazioni, eventi, e soprattutto si occupa di formazione in riflessologia plantare, offrendo un percorso graduale in tre livelli, che bilancia teoria e pratica, con la possibilità per i professionisti che hanno già esperienza di frequentare anche i singoli moduli.
In Svizzera, le prestazioni dei terapeuti complementari specializzati in riflessoterapia possono essere rimborsate dalle assicurazioni complementari, a condizione che la formazione seguita sia riconosciuta dalla Fondazione svizzera per le medicine complementari (Asca) e/o che il terapeuta sia iscritto al Registro delle medicine empiriche (Rme). È inoltre rischiesto di seguire una formazione continua annuale. I riflessologi che esercitano in modo indipendente, nel proprio studio, sono soggetti alle legislazioni cantonali in vigore.
© FIRP
Mappa delle zone riflesse del piede
ESTATER
in forma
La stagione estiva invita a rallentare e a cambiare prospettiva, allentando le routine. Qualche consiglio pratico per conciliare relax, attività fisica e benessere mentale
L’estate porta con sé giornate più lunghe, ritmi diversi e una maggiore voglia di leggerezza. Ma il desiderio di prendersi una pausa dall’allenamento fisico convive con la paura di perdere i risultati conquistati durante l’anno. Federico Tammaro, fisioterapista e responsabile dell’Academy interna de il Centro, spiega come trasformare anche questa stagione in un’alleata del benessere psicofisico.
Quali semplici abitudini possono aiutarci a mantenere tono, postura e benessere anche durante l’estate?

TAMMARO, FISIOTERAPISTA
E
RESPONSABILE DELL’ACADEMY
INTERNA DE IL CENTRO
L’estate porta spesso a cambiare ritmi e allenamento, ma bastano poche accortezze per mantenere i benefici ottenuti durante l’anno. Innanzitutto, è utile variare attività: il corpo e la mente soffrono la ripetitività. Un’abitudine efficace è, ad esempio, svegliarsi una mezzora prima due o tre volte a settimana da dedicare a una camminata, seguita da 15-20 minuti di esercizi a corpo libero. Abbinare attività aerobica, esercizi di forza e stretching aiuta infatti a mantenere un buono stato di salute psicofisica, anche con soli due allenamenti settimanali. I tanti percorsi vita sul nostro territorio sono perfetti!
È inoltre importante adeguare l’alimentazione ai livelli di attività inferiori con la consulenza di un dietista e ritagliarsi momenti per ascoltare il proprio corpo, attraverso pratiche come yoga o mindfulness. Quali sono gli errori più comuni che rischiano di compromettere i risultati ottenuti durante l’anno?
Lo sbaglio principale è interrompere completamente
l’attività fisica senza pianificare un’alternativa. Inoltre si trascurano spesso preziose routine come l’alimentazione e il sonno, con effetti negativi sullo stato di benessere psicofisico.
L’estate può invece diventare un’opportunità per migliorare la forma fisica?
Certamente sì. La pausa estiva non deve essere vissuta in modo passivo, ma come l’occasione per sperimentare nuove attività sfruttando il lavoro svolto durante l’anno. Le giornate più lunghe e il clima favorevole invitano a nuotare, camminare in montagna o pedalare all’aria aperta. Cambiare ambiente e stimoli motori aumenta l’interesse e la motivazione, elementi essenziali per la continuità dell’attività fisica. Inoltre, un’esposizione controllata alla luce solare favorisce il buon umore, riduce lo stress e contribuisce all’assorbimento osseo.
Alimentazione, movimento e recupero: qual è il segreto per un’estate di benessere, senza stress e sensi di colpa? Un breve periodo di pausa o un cambio di attività sportiva non pregiudicano un percorso di allenamento ben strutturato. Anche gli atleti alternano cicli di carico intenso progressivo a fasi di scarico. Se durante l’anno si è lavorato con costanza, una pausa di 7-10 giorni non ha effetti negativi sulla performance. In conclusione, il segreto è farci stimolare da nuove attività sportive, sperimentandole in natura. Nei momenti di pausa ricordiamoci di ascoltare il nostro corpo traendo benessere dal riposo e da un’alimentazione equilibrata.
FEDERICO
WELLBEING & WELLNESS
DI SIMONA MANZIONE
Iperconnessi verso l’esterno, ma spesso lontani dal nostro mondo interiore. Ritrovare questa connessione è una ricerca che coinvolge un numero crescente di individui e che passa attraverso scelte quotidiane semplici ma profonde: un’alimentazione consapevole, il movimento del corpo, la meditazione e una pratica capace di favorire ascolto e presenza.
Lo dimostra il successo del Radiant Festival, il primo festival olistico della Svizzera italiana, che si è svolto questa primavera a Lugano, al Quartiere Maghetti e zone limitrofe: un'oasi spirituale nel cuore della città. Un evento che ha richiamato centinaia di visitatori interessati a scoprire strumenti e percorsi dedicati al benessere integrale della persona. Un riscontro così positivo da spingere gli organizzatori a lavorare già alla prossima edizione, prevista per la primavera del 2027. «Viviamo tutti, quasi sempre, in modalità automatica, guidati dagli impegni e dalle aspettative esterne», racconta Jessica Tirico, ideatrice del Festival, insegnante di Kundalini Yoga e facilitatrice certificata
di ThetaHealing. «Una modalità che risponde alle esigenze pratiche del quotidiano, ma non genera benessere interiore. Si fa quindi più urgente la necessità di ascoltarci davvero e di riportare attenzione al nostro mondo interiore». Secondo Jessica Tirico, il percorso verso questo benessere non è riconducibile a una singola pratica o a una formula universale. È piuttosto il risultato di un equilibrio tra diversi aspetti della vita. «L’alimentazione influenza il nostro stato fisico ed emotivo, il movimento mantiene il corpo vitale, la meditazione aiuta a sviluppare presenza e chiarezza mentale.Ognuno può trovare la pratica che sente più vicina alla propria sensibilità: yoga, respirazione, danza, contatto con la natura o altre discipline che favoriscano l’ascolto interiore». Tra queste, si annovera anche il Kundalini Yoga, che occupa un posto speciale nel percorso di Jessica Tirico, che è anche fondatrice di Ashri Boutique, a Lugano, un indirizzo in cui moda e pratiche di benessere convivono in armonia. Definito spesso ‘lo yoga della consapevolezza’, il Kundalini Yoga è una disciplina antica che combina movimento, respirazione, meditazione e suono in un lavoro

la connessione RITROVARE
Ci sono momenti in cui sentiamo il bisogno di spegnere il rumore di fondo. Di mettere in pausa la corsa quotidiana e tornare ad ascoltare ciò che accade dentro di noi. Pratiche che fanno bene...

che coinvolge contemporaneamente corpo, mente ed energia. «A differenza di altre forme di yoga maggiormente focalizzate sull’aspetto posturale, il Kundalini Yoga mira a sviluppare una maggiore consapevolezza di sé», spiega l’insegnante. «Attraverso sequenze specifiche chiamate kriya, tecniche di respirazione, mantra e meditazioni, la pratica aiuta a creare equilibrio e a liberare tensioni che possono accumularsi nella vita quotidiana. Il suo scopo principale è risvegliare l’energia Kundalini, un’energia vitale e creativa che giace addormentata alla base della colonna vertebrale». Il respiro riveste un ruolo centrale. Utilizzato in modi differenti a seconda degli obiettivi della pratica, diventa uno strumento per favorire concentrazione, energia e presenza. Anche il suono assume un’importanza particolare attraverso l’uso dei mantra, impiegati come supporto alla meditazione e alla focalizzazione mentale. «Molte persone che iniziano a praticare Kundalini Yoga riferiscono una maggiore lucidità, una migliore gestione dello stress e una sensazione di energia più armoniosa», osserva Jessica, basandosi sulla sua esperienza di insegnante, maturata attraverso incontri settimanali che tiene regolarmente negli spazi di Ashri Boutique. Accanto allo yoga, Jessica pone l’accento anche sul ThetaHealing, una tecnica meditativa e una filosofia spirituale ideata da Vianna Stibal e oggi diffusa in oltre 180 Paesi. Il metodo si basa sull’utilizzo di uno stato meditativo profondo associato alle onde

SOPRA, JESSICA TIRICO, INSEGNANTE DI KUNDALINI YOGA E FACILITATRICE CERTIFICATA DI THETAHEALING. È ANCHE LA FONDATRICE DI ASHRI BOUTIQUE, AL QUARTIERE MAGHETTI DI LUGANO
SOPRA, I CHAKRA SONO I SETTE CENTRI ENERGETICI PRINCIPALI DEL CORPO UMANO. REGOLANO IL FLUSSO DELL'ENERGIA VITALE. IL LORO EQUILIBRIO È FONDAMENTALE PER IL BENESSERE PSICOFISICO, POICHÉ INFLUENZANO LE NOSTRE EMOZIONI E LE FUNZIONALITÀ
DI MENTE E SPIRITO
cerebrali theta. Secondo questa filosofia, attraverso una connessione con il ‘ Creatore di tutto ciò che è’ è possibile esplorare convinzioni inconsce e schemi interiori che influenzano il modo di vivere, di percepire sé stessi e di relazionarsi con gli altri. «Spesso siamo guidati da convinzioni che abbiamo acquisito nel corso della vita senza rendercene conto», spiega Jessica. «Quando impariamo a riconoscerle, possiamo comprendere meglio le nostre reazioni, i nostri limiti e le nostre potenzialità. Questo processo porta maggiore chiarezza e consapevolezza». L’obiettivo del ThetaHealing è favorire un percorso di crescita personale attraverso meditazione, introspezione e visualizzazione. I praticanti descrivono questa esperienza come un’opportunità per sviluppare una connessione più profonda con sé stessi, lasciando emergere nuove prospettive e possibilità di cambiamento. Che si tratti di yoga, meditazione, ThetaHealing o di qualsiasi altra pratica orientata al benessere profondo, il filo conduttore è lo stesso: la ricerca di una connessione autentica. Una connessione che non si trova all’esterno, ma che nasce dalla capacità di ascoltare il proprio corpo, osservare i propri pensieri e accogliere le proprie emozioni. È questo il messaggio più significativo emerso dal Radiant Festival: il benessere non è una destinazione da raggiungere, ma un percorso da coltivare giorno dopo giorno. «Un percorso fatto di presenza, equilibrio e consapevolezza, che permette di ritrovare il contatto con la parte più autentica di sé e, da lì, con il mondo che ci circonda», conclude Jessica Tirico.
SPAZI di visibilità
Il modo in cui un’istituzione progetta i propri spazi ne attesta la capacità di rispondere ai bisogni concreti di chi li vive quotidianamente, garantendo inclusione e benessere


DALLE STUDENTESSE A COLLABORATRICI,
DOCENTI-RICERCATRICI E PROFESSORESSE:
MIGLIAIA DI DONNE FREQUENTANO
QUOTIDIANAMENTE I CAMPUS DELL’USI.
LA QUALITÀ DELL’ESPERIENZA
QUOTIDIANA DIPENDE ANCHE
DA DETTAGLI PRATICI SOCIETÀ

Per secoli interpretazioni culturali, religiose e sociali hanno connotato un processo fisiologico che accompagna ogni donna sana nella sua vita fertile, di una nota di vergogna, fragilità o impurità. Già nell’antichità, ad esempio, il sangue mestruale veniva descritto come misterioso e potenzialmente pericoloso; nel Medioevo le donne erano talvolta escluse da alcuni spazi sacri durante il ciclo e persino parte della medicina ottocentesca tendeva a patologizzare questa condizione.
La scienza moderna ha ribaltato la prospettiva, ridefinendo il ciclo mestruale come un processo biologico complesso e anche un importante indicatore dello stato di salute dell’organismo. Ciononostante, continua spesso a essere trattato come un tabù, mettendo a disagio molte donne e ragazze, fino ai casi di precarietà mestruale, ossia la difficoltà di accedere a prodotti igienici adeguati e a spazi sicuri e dignitosi.
È anche da questa consapevolezza che nasce la scelta dell’Università della Svizzera italiana (Usi) di introdurre le cosiddette “Menstrual Station” nei suoi campus universitari, ossia dispenser gratuiti di prodotti igienici nelle toilette femminili. Un’iniziativa che va letta non solo come un servizio, ma come un segnale culturale. In occasione della Giornata Internazionale dell’Igiene Mestruale del 28 maggio, ne abbiamo approfondito il significato con la Prof.ssa Maria Luisa Gasparri, ginecologa e senologa, Caposervizio

presso il Dipartimento di Ginecologia e Ostetricia dell’Ente Ospedaliero Cantonale (Eoc), Professoressa titolare presso la Facoltà di scienze biomediche dell’Usi e fondatrice e presidente dell’associazione Go Winners - Women in Research, Gyn&Ob, e con la Prof. ssa Stefania Rizzo, radiologa, Viceprimario presso la Clinica di Radiologia dell’Istituto di Diagnostica Integrata della Svizzera Italiana (Idisi) dell’Eoc, Professoressa titolare presso la Facoltà di scienze biomediche dell’Usi e membro del Comitato dell’associazione.
Perché parlare di salute mestruale in un’università?
Perché il modo in cui un’istituzione progetta i propri spazi racconta anche quali bisogni sceglie di riconoscere. Il ciclo mestruale è una realtà fisiologica che accompagna gran parte della vita di molte donne, ma a lungo è stato trattato come qualcosa di cui non parlare. Portarlo all’interno di un’università significa contribuire a cambiare prospettiva culturale. Non si tratta soltanto di salute, ma anche di partecipazione, qualità della vita e inclusione.
Perché è importante l’installazione delle “Menstrual Station” all’Usi?
Perché non è solo un intervento pratico. È un messaggio culturale. Fornire prodotti igienici nei campus significa riconoscere un bisogno reale e togliere invisibilità a qualcosa che troppo spesso viene considerato marginale o privato. È un modo concreto per tradurre in pratica il principio di equità. L’Usi dimostra attenzione non soltanto all’eccellenza accademica, ma anche alla qualità dell’esperienza quotidiana delle proprie studentesse e collaboratrici.
Quanto incidono ancora i tabù legati alle mestruazioni?
Più di quanto pensiamo. Il silenzio culturale può avere conseguenze reali anche sulla salute. Molte donne crescono con l’idea che dolore, disagio o difficoltà legate al ciclo debbano essere sopportati o minimizzati. Questo porta spesso a sottovalutare sintomi importanti e

a ritardare diagnosi. Anche nella ricerca medica, per molti anni, il corpo femminile è stato meno studiato o considerato “troppo complesso”.
Da questa idea che nasce l’associazione Go Winners?
Sì. L’associazione nasce per promuovere una ricerca più inclusiva e partecipata, capace di mettere in dialogo medici, ricercatrici, professioniste e pazienti. Crediamo in una divulgazione scientifica capace di rendere la conoscenza accessibile e utile nella vita quotidiana delle persone, e per questo accogliamo le esperienze e i bisogni delle pazienti. Il sostegno dell’Usi è stato importante, perché ha contribuito a creare un contesto aperto a una visione della medicina più interdisciplinare, attenta alle donne e alla relazione tra scienza e società.
Oggi si parla sempre di più anche della composizione dei prodotti mestruali. Perché il tema fa discutere?
Negli ultimi anni alcuni studi hanno evidenziato la presenza di sostanze potenzialmente problematiche in diversi prodotti commerciali. Per questo è importante promuovere maggiore trasparenza, informazione e consapevolezza. Anche questo rientra in un approccio più maturo alla salute femminile: permettere alle donne di fare scelte informate e riportare il tema del ciclo mestruale all’interno di un discorso pubblico normale, senza stigma o imbarazzo.
In conclusione, qual è il messaggio di questa iniziativa? Rappresenta l’idea che l’inclusione non sia soltanto un principio astratto, ma qualcosa che si costruisce attraverso scelte concrete. Normalizzare il tema delle mestruazioni e riconoscere bisogni spesso invisibili significa costruire un ambiente più consapevole, più rispettoso e più vicino alla realtà delle persone. Ed è forse proprio questo il messaggio più importante. Il progresso si misura anche nella capacità delle istituzioni di ascoltare i bisogni quotidiani e trasformarli in azioni coerenti.
PROF.SSA MARIA LUISA GASPARRI
PROF.SSA STEFANIA RIZZO

Ainizio anni Duemila, tra televisione, edicole e scaffali dei giocattoli, si affermano due fenomeni destinati a lasciare un segno ben oltre l’infanzia: Winx e Bratz. Apparentemente lontane, hanno contribuito a definire due modi di vivere la preadolescenza femminile in un momento storico in cui il “tween” diventava un target culturale preciso. Create in Italia da Iginio Straffi nel 2004, le Winx mescolano magia, moda e vita adolescenziale. Sono fate glamour che ibridano estetica giapponese e occidentale, ma soprattutto sono ragazze in trasformazione: crescono, sbagliano, costruiscono amicizie e scoprono i propri poteri.
Le Bratz arrivano invece dagli Stati Uniti nel 2001 come alternativa alla classica Barbie. Con look ispirati allo streetwear, una forte impronta multiculturale e corpi più estremi, mettono al centro lo stile. Qui il potere non nasce dalla metamorfosi, ma dalla capacità di occupare la scena e definire la propria immagine. Oggi colpisce la loro capacità di anticipare i tempi.
Le Winx parlavano di costruzione di sé attraverso il cambiamento; le Bratz intuivano una cultura sempre più visiva, in cui l’identità si cura e si mette in mostra. In modi diversi, parlavano alle ragazze senza più la mediazione degli adulti e senza imporre un canone, riconoscendole come un target.
Le critiche non sono mancate: eccessiva attenzione all’aspetto, consumismo precoce, sessualizzazione implicita, promozione di modelli irrealistici. Una lettura limitante: per molte preadolescenti, Winx e
Molto più di fenomeni commerciali, Winx e Bratz hanno insegnato alle preadolescenti il potere di definire la loro identità, anticipando i social
POWER Girl

Bratz sono state invece strumenti per sperimentare appartenenza e autonomia.
Oggi entrambe vivono una nuova stagione. Le Bratz hanno appena festeggiato i 25 anni in piena forma, cavalcando il ritorno dell'estetica Y2K (primi anni 2000) e l'Instagram face. Anche le Winx stanno conoscendo una seconda giovinezza grazie al rilancio globale per conquistare sia le nuove generazioni sia le young adults nostalgiche cresciute con loro: collaborazioni nel fashion e nel beauty, oltre a iniziative editoriali, giochi immersivi e un nuovo musical. Operazioni che però sembrano ormai basarsi su dinamiche puramente commerciali, tradendo in parte la forza originaria dei due brand, capaci di proporre i primi prodotti pop a suggerire che non bastava essere un personaggio scritto da altri. Bisognava imparare a costruirselo da sé.
Un vademecum collezionare L’arte del
Collezionare arte è un’avventura profondamente intima, e le motivazioni che la animano sono tanto numerose e singolari quanto le collezioni stesse. Al di là della dimensione materiale, costruire una collezione rappresenta un appassionante percorso di arricchimento personale. Ben più di un semplice atto d’acquisto, una collezione riflette personalità, sensibilità e i valori di chi la compone. Spesso, all’inizio, è l’opera a precedere la riflessione: può trattarsi di un colpo di fulmine improvviso, che segna l’avvio di un accumulo spontaneo e disordinato, oppure di un patrimonio ereditato inaspettatamente. Le origini di una collezione possono dunque essere molto diverse; tuttavia, man mano che l’insieme cresce e le acquisizioni si susseguono nel tempo, è la visione del collezionista a dover guidare le scelte, e non il contrario.
In un mercato che a volte intimidisce i non addetti ai lavori, superare le barriere d’ingresso e trovare il coraggio di iniziare può sembrare difficile. Da dove partire? E come procedere?
Ecco dieci consigli per muovere i primi passi.
1. Liberarsi dalle idee preconcette
Il mercato dell’arte può apparire inaccessibile ai neofiti, tanto sono numerosi i codici informali che lo regolano. Eppure è soprattutto un ambiente in cui curiosità e passione possono condurre a incontri e relazioni straordinarie. Osate, e abbandonate l’idea che occorra essere ricchi per iniziare una collezione.
2. Visitare musei, gallerie e fiere d’arte
È in questi luoghi che si affina la sensibilità e si forma il gusto nel tempo. Più lo sguardo si confronta con le opere, più si educa.
3. Costruire una rete di relazioni nel settore Galleristi, curatori, critici, collezionisti: il mondo dell’arte vive di relazioni. Esse possono aprire porte inattese e aiutarvi ad affinare il vostro gusto e il vostro giudizio.
4. Definire un budget e rispettarlo
Stabilire un limite economico impone strategia e rigore nel coltivare la propria passione. Si può iniziare senza esagerare: esistono opere splendide a ogni fa-

scia di prezzo. A contare davvero sono il metodo e la continuità.
5. Acquistare con il cuore
Scegliere ciò che vi emoziona sinceramente è la migliore garanzia per convivere felicemente con l’opera nel quotidiano. Non lasciatevi guidare da tendenze, mode o consigli puramente speculativi. In altre parole: acquistate con gli occhi, non con le orecchie.
6. Prendere informazioni, fare ricerca
Conoscere il mercato è fondamentale: osservare l’evoluzione delle tendenze e delle quotazioni nel lungo periodo, verificare le provenienze e approfondire la conoscenza dell’artista che vi interessa.
7. Pensare alla collezione nel suo insieme, vale a dire alla sua essenza
Ogni collezione possiede un’essenza, un filo conduttore: può essere una regione, una tecnica, una corrente artistica, un’epoca. E soprattutto, questo filo evolve nel tempo. Non bisogna dimenticare che una collezione coerente vale più della semplice somma delle sue singole opere.
8. Farsi affiancare da un consulente indipendente e di fiducia
Un colpo di fulmine non giustifica qualsiasi prezzo. Un’acquisizione dovrebbe rispecchiare i vostri gusti e la linea guida della vostra collezione, ma anche fondarsi sul buon senso e su una reale comprensione del mercato dell’arte.
9. Gestire con cura le proprie acquisizioni
Redigere un inventario, documentare le opere e garantire adeguate condizioni di conservazione sono elementi essenziali per valorizzare la collezione nel tempo.
10. Divertitevi
Laetitia Thetaz, Fondatrice e direttrice di teta., bureau de conseil in arte e gestione di collezioni

ALTROVE qui è
Sguardi che esplorano il presente e ne interrogano i mutevoli confini


PROFETICHE VISIONI

Pioniera nella creazione di universi digitali, Cao Fei (1978, Canton) ha influenzato un’intera generazione di artisti originari dell’Asia e non solo. Attraverso in particolare a installazioni video e simulazioni in realtà virtuale, da oltre due decenni cattura i cambiamenti fulminei che interessano la Cina e, soprattutto, il delta del fiume delle Perle, a partire dalla politica di riforma e apertura avviata nel 1978.
Paesaggi onirici e visioni del futuro che interrogano l’identità, la corporeità e la memoria, senza tuttavia scadere mai nel pessimismo. Questa è la sua prima mostra personale in Svizzera e la più ampia retrospettiva organizzata finora in Europa.
Cao Fei. Testimonies to the Near Future, Kunstmuseum Basel , fino all’11 ottobre 2026
STRATI ORGANICI
La stratificazione è centrale nel lavoro di Otobong Nkanga, sia nella materialità delle sue opere, sia nel suo modo di concepire le relazioni tra corpo e territorio, fatte di scambio e trasformazione reciproca. Attraverso una pratica multidisciplinare che include installazioni, arazzi, foto, video, ceramiche, performance, suoni e poesie approfondisce questioni legate all’uso delle ricchezze del suolo, affrontando al contempo la capacità riparatrice dei sistemi naturali e relazionali, tra ecologia, memoria e circolazione delle risorse.
Otobong Nkanga.I dreamt of you in colours, Musée cantonal des Beaux-Arts, fino al 23 agosto 2026


DUE OPERE (DETTAGLI) DI OTOBONG NKANGA: IN ALTO, L’INSTALLAZIONE LEAVING TRAILS IN THE DISTANCE, 2021, COLLEZIONE DELL’ARTISTA, SOTTO, UNO STILL DAL VIDEO REFLECTIONS OF THE RAW GREEN CROWN, 2014, 2’52’’


LOTOBONG NKANGA, SOCIAL CONSEQUENCES V: THE HARVEST, 2022, ACRILICO E ADESIVO SU CARTA, 42 × 29,7 CM, COLLECTION WIM WAUMANS. NATA NEL 1974 A KUNO (NIGERIA), L’ARTISTA VIVE FRA ANVERSA E UYO (NIGERIA)
© Etienne Malapert, MCBA
© Otobong Nkanga
/ Photo:
Courtesy of the artist
© Otobong
TEMPO RIFLESSO
Venezia

Le opere di Lotus L. Kang danno forma poetica a riflessioni su temi che spaziano dall’eredità all’impermanenza, dalla memoria alla traduzione. A Venezia, per il Padiglione Bvlgari, Partner Esclusivo della Biennale Arte fino al 2030, ha creato The face of desire is loss, un’installazione con cui prosegue la sua indagine sul tempo, inteso come elemento sfuggente, stratificato e non lineare: il fulcro sono una serie di pellicole fotografiche sospese a travi d’acciaio, come “pelli” di celluloide che, catturando la luce, l’umidità e la presenza dei visitatori, continueranno a evolvere nei prossimi mesi, riflettendo il “divenire”.

© Carolyne Loreé Teston
The face of desire is loss, Padiglione Bvlgari - Giardini Biennale, fino al 22 novembre 2026

SOPRA, L’ARTISTA LOTUS L. KANG. NATA A TORONTO (1975), VIVE E LAVORA A NEW YORK. CON LA SUA INSTALLAZIONE THE FACE OF DESIRE IS LOSS (SOPRA A SINISTRA) NELLO SPAZIO ESEDRA E CON LA MOSTRA DI MONIA BEN HAMOUDA E LARA FAVARETTO ALLA BIBLIOTECA MARCIANA, BVLGARI INAUGURA QUEST’ANNO LA SUA PARTNERSHIP ESCLUSIVA CON LA BIENNALE ARTE, FINO AL 2030

IL PADIGLIONE BVLGARI NEI GIARDINI DELLA BIENNALE: DALLE VETRATE SI INTRAVEDE L’INSTALLAZIONE CREATA DA LOTUS L. CHANG: ATTIVATA DA LUCE
E UMIDITÀ, LA PELLICOLA FOTOGRAFICA CHE NE È PROTAGONISTA (ACCANTO, UN DETTAGLIO) CONTINUA A EVOLVERE, COME MATERIA ORGANICA

BERTILLE BAK,BLEUS DE TRAVAIL, 2020, VIDEO HD, 10’ (VIDEOSTILL)
Al confine tra documentario sociologico e finzione, realismo e burlesco, con le sue opere Bertille Bak reinventa il quotidiano e offre una forma di resistenza poetica di fronte alla durezza della realtà. Al centro della sua ricerca l’essere umano e la questione del lavoro. Instaurando uno scambio libero diretto con comunità marginalizzate, immagina una narrazione alternativa utilizzando media quali il video, il disegno o l’installazione. In questa sua prima personale svizzera, intesse un coinvolgente dialogo con la collezione permanente del Museo Vincenzo Vela, in particolare con il capolavoro della sua maturità artsitica Le vittime del lavoro (1882-83).

RACCONTI SOTTERRANEI


SOPRA,BERTILLE BAK. NATA AD ARRAS (1983), VIVE E LAVORA A PARIGI IN ALTO E ACCANTO, DUE STILL DEL SUO VIDEO NATURE MORTE, 2023, 23’
Bertille Bak, Voci dalla terra , Museo Vincenzo Vela, fino al 10 gennaio 2027
© 2026, Prolitteris, Zurich
2026, Prolitteris, Zurich

fra lerighe della vita
Dalla Galizia alla Valposchiavo, dalle scienze all’impegno letterario: con la sua tenacia, Begoña Feijoo Fariña ha trasformato ogni punto a capo dettato dal destino nell’inizio di un nuovo capitolo della sua storia
Ci sono momenti in cui è la vita a scegliere per noi: il luogo in cui nasciamo, le decisioni prese quando siamo troppo piccoli per sottrarci, un licenziamento improvviso, un aiuto negato. Eppure, anche quando il corso degli eventi sembra trascinarci altrove, rimane uno spazio per interpretare ciò che ci accade e fare il passo successivo.
Ripercorrendo la traiettoria di Begoña Feijoo Fariña, appena insignita del Premio svizzero di letteratura 2026 per il suo quarto romanzo Come onde di passaggio (Gabriele Capelli Editore, 2024), emerge proprio la dialettica fra le fratture imposte dalla vita e la capacità di trasformarle in nuove opportunità.
Prima dimostrazione a 12 anni, quando dalla Galizia arriva in Ticino per ricongiungersi ai genitori emigrati dal paese prostrato dalla lunga dittatura. «L’impatto iniziale, non conoscendo una parola di italiano, è stato di spaesamento profondo. In Galizia ero abituata a essere fra i primi della classe. Ma appropriarmi di questa nuova lingua è stato un processo naturale, essendo una persona che ama comunicare. Tanto che a 18 anni il mio spagnolo aveva ormai una chiara inflessione italiana», racconta.
Lingua che è diventata quella della sua apprezzata penna. Ma la scrittura non nasce da una vocazione precoce. Al termine della scuola dell’obbligo, non ancora pronta per un percorso liceale, si orienta verso la formazione infermieristica. È la passione per matematica e scienze a spingerla più tardi verso la laurea in biologia. Per recuperare la maturità si rimette così sui banchi a 24 anni, sostenendosi economicamente da sola. «Avrei potuto desistere, ma ho accettato di conciliare studio e lavoro per arrivare al mio obiettivo», confessa.
Il 2015 cambia di nuovo le carte in tavola: Begoña perde il suo lavoro di entomologa nel Gruppo cantonale di lotta alle zanzare. La tentazione di compiangersi viene scacciata da un’altrettanto imprevista proposta di un’amica: trasferirsi da lei a Brusio, in Valposchiavo, dove ha una casa grande e vuota. Una pagina bianca che le offre ciò che fino a quel momento le era mancato: «Tempo. Tempo per leggere, tempo per seguire eventi culturali, tempo per scrivere il libro rimasto fino ad allora nel cassetto. Lontana dalla pressione delle aspettative. Un primo pezzo di libertà me lo ero già preso mettendo fine al mio primo matrimonio, quando mi sono resa conto che una vita troppo regolare, scandita dagli orari, non poteva funzionare per me. Devo essere libera di pranzare alle 15, andare a letto alle 2 oppure alzarmi alle 4 del mattino, come faccio quando scrivo».
Da quel momento prendono forma i progetti con cui ridefinisce la sua identità: pubblica il
PERCORSI_CULTURA DI
SUSANNA CATTANEO

primo libro e si immerge nel teatro fondando con Chiara Balsarini, l’amica che l'ha accolta a Brusio, la Compagnia inauDita, frutto della passione vorace nata qualche anno prima frequentando corsi di recitazione e regia.
I primi tempi economicamente difficili sono superati grazie alla solidarietà di alcuni cari amici. Finalmente potrà sdebitarsi nel 2018, altro anno di svolta: la borsa letteraria di Pro Helvetia e il sostegno del Cantone per il progetto di Per una fetta di mela secca, suo terzo romanzo; l’ingresso nella commissione di Casa Besta, centro culturale di Brusio, dove lancia la rassegna I Monologanti. Nel 2021 è la volta del festival Lettere dalla Svizzera alla Valposchiavo. «Si è presentata un’opportunità dopo l’altra. Forse perché avevo più tempo, forse perché ero più serena. Le cose hanno cominciato ad accadere», afferma con una modestia che tradisce una sindrome dell’impostore irrisolta malgrado i tanti successi raccolti.
Anche il suo carattere, fra esuberanza e riflessività, si è trovato a casa. «Forse perché la Valposchiavo, sotto molti aspetti, mi ricorda il luogo dove sono nata. I ritmi lenti, la prossimità della natura, le comunità in cui tutti si conoscono», osserva. Sorprende come sia riuscita a diventare una delle figure più attive del panorama culturale locale. «All’inizio, con un nome che dichiarava immediatamente origini lontane, era scontato incontrare un po’ di diffidenza da parte degli operatori culturali del posto. L’ultima arrivata che si lancia a organizzare una rassegna teatrale... Oggi però il mio lavoro è riconosciuto e apprezzato, c’è una bella rete e un’attitudine collaborativa», sottolinea. Riconoscimento anche da parte del pubblico, che risponde sempre numeroso alle sue proposte. Da una parte, il lavoro corale della promozione culturale e del teatro. Dall’altra, la pratica solitaria della scrittura. Due attività che Begoña riconduce alla stessa matrice etica. «Penso che qualunque atto creativo, nel momento in cui viene condivi-
so, diventi in qualche modo un atto politico», dichiara. Che si tratti di uno spettacolo, della presentazione di un autore al pubblico o delle pagine di un romanzo, ciò che le interessa è proporre opere che muovano qualcosa, che invitino a guardare il mondo da una prospettiva diversa. Anche attraverso un festival letterario nel quale le quattro lingue della Svizzera convivono senza traduzione degli incontri e il tempo della riflessione prevale sulla frenesia che spesso caratterizza la programmazione di

SOPRA, HENRI MICHEL YÉRÉ IN DIALOGO CON LA TRADUTTRICE CARLOTTA BERNARDONI JAQUINTA, FRA GLI INCONTRI DELLA SCORSA EDIZIONE DEL FESTIVAL "LETTERE DALLA SVIZZERA ALLA VALPOSCHIAVO", IDEATO E DIRETTO DA BEGOÑA FEIJOO FARIÑA

queste rassegne. Il ritmo è d’altronde fondamentale anche nei suoi testi. La stesura di ogni libro è accompagnata da un’apposita colonna sonora e si conclude con la rilettura ad alta voce: frasi, parole e punteggiatura vengono calibrate finché il testo non trova il suo suono. Un’accuratezza che, ancor prima, è quella della scrupolosa documentazione che precede la scrittura. «La maggior parte dei lettori non lo percepirà, ma tutto deve essere molto preciso. Dettagli storici o pratici come la durata di un tragitto, la verosimiglianza dei personaggi, l’architettura narrativa, diventata man mano più elaborata». L’approccio è quello che deriva dall’imprinting scientifico, che nel lavoro artistico contrasta il temperamento esuberante di Begoña con una disciplina indispensabile per non perdersi, «anche se non ne ho ancora quanta vorrei», ammette. Pur brevi per numero di pagine, i suoi libri riescono così a suggerire molto più di quanto non esplicitino. «Nonostante la densità narrativa cerco di lasciare al lettore lo spazio per immaginarsi altro, cogliendo le suggestioni che gli parlano», spiega l’autrice. Nel frattempo nuove storie già la abitano. La prossima - anticipa scherzando - «aspetta solo il tempo di una seduta dallo psichiatra, perché questa volta devo confrontarmi con comportamenti patologici e verificare che le reazioni che ho ipotizzato siano realistiche». Sono invece in fase avanzata due opere in versi, una in italiano, l’altra in spagnolo. «Malgrado i miei tentativi di tradurla, ha preteso di restare nella mia lingua d’infanzia, perché parla proprio di quella parte della mia vita. Una riflessione sul translinguismo e sulla costruzione dell’identità di chi, nel pieno dell’adolescenza, viene trapiantato da un Paese all’altro. In entrambi i testi parto da un vissuto intimo, ma
che spero possa diventare universale. Io stessa, come lettrice, cerco libri che mi aiutino a scoprire qualcosa di me che prima non sapevo».
Un ritorno alle origini l’ha vissuto di recente leggendo la traduzione in galiziano di Per una fetta di mela secca e volando in patria per presentarla, occasione anche per rivedere zie e cugini dopo una lunga assenza.
Un capitolo si chiude e uno nuovo se ne apre. «Certo, ci sono ancora molte cose da migliorare, anche se ad alcuni miei difetti sono ormai affezionata. Vorrei però riuscire a rimanere concentrata più a lungo. Ho la tendenza a seguire mille cose contemporaneamente e a non chiuderne nessuna a fine giornata. Però questa mia incostanza ha anche dei vantaggi: posso essere arrabbiata o disperata per qualcosa e dieci minuti dopo aver messo la musica e ballare», confessa. «Ma oggi, malgrado fatichi ancora ad accettare un complimento, perché ringraziando mi appare di ammettere che sia vero, posso dire di essere soddisfatta della donna che sono diventata. Negli ultimi anni sono fiera di aver acquisito maggiore coerenza fra pensiero e azione, senza più timore di prendere anche posizioni scomode per difendere una mia opinione e cercando di essere conseguente anche nelle piccole scelte quotidiane. Ecco, posso dire che l’idea di avere una persona come me nella mia vita, mi piacerebbe», conclude. Non è compiacimento, ma la consapevolezza di chi sta imparando a conoscersi lungo il cammino. Dopo aver attraversato confini geografici e linguistici (in programma anche lo studio del tedesco), professioni, fallimenti, ripartenze e successi, Begoña Feijoo Fariña continua a seguire l’istinto che l’ha guidata fin qui: accogliere ciò che la vita mette sul suo cammino e, fra le righe della Storia, scrivere la sua.
SOPRA, IL TEMA SCELTO PER L’EDIZIONE 2026 DI “LETTERE DALLA SVIZZERA ALLA VALPOSCHIAVO”, DAL 2 AL 4 OTTOBRE, È "LE PAROLE DEL CORPO", UN’INDAGINE SUL RAPPORTO TRA SCRITTURA E CORPOREITÀ CHE APRE A RIFLESSIONI TRASVERSALI, DALLA DIMENSIONE INTIMA ALLA COLLETTIVA
A i m A rgini - Disincanto e ostinazione

«Solitamente non leggo mai libri lunghi, ma questo malgrado le sue oltre 650 pagine è davvero volato.
Un David Copperfield riscritto ai nostri giorni e ambientato nel Sud degli Stati Uniti con i problemi della delinquenza, del lavoro minorile, della dipendenza e tanto altro ancora.
Ispirandosi nel dettaglio al capolavoro di Charles Dickens, con una scrittura bellissima che le è valsa il Pulitzer nel 2023 proprio per questo romanzo, Barbara Kingsolver dà voce alle vite marginali di coloro che altrimenti restano invisibili, ai quali va anche la mia attenzione di autrice e lettrice.
Una scrittrice alla quale mi accomuna una laurea in biologia e che da sempre usa la letteratura come strumento politico, in questo caso denunciando la diffusione incontrollata degli oppioidi nella regione rurale dell’Appalachia che si lascia dietro una generazione di orfani come Demon, un combattente dallo sguardo ironico che, ricalcando i passi di David nella Londra del primo Ottocento, sperimenta lo sfruttamento, la solitudine e la privazione»
A i m A rgini - Un’implacabile confessione

«Torniamo alle brevi lunghezze che mi sono familiari. Mi è capitato di leggere questo romanzo perché veniva messo in dialogo per affinità tematica con il mio romanzo Per una fetta di mela secca nelle presentazioni in Galizia. Quasi introvabile nella traduzione italiana uscita nel 2012, se non su una bancarella o in biblioteca, ma facilmente reperibile in inglese. Proprio il lavoro sulla lingua e lo stile è fondamentale. Mi ha colpito moltissimo la capacità della scrittrice, e di conseguenza anche della traduttrice, nel riprodurre il linguaggio di una ragazzina proveniente da una povera famiglia di contadini, che messa a servizio dal vicario del paese per accudirne la moglie malata impara a scrivere: nessuna maiuscola, poca punteggiatura, errori grammaticali, frasi semplici, ... Si svolge su quattro stagioni, dalla primavera del 1831. Ogni sezione si apre con la frase “questo è il mio quaderno ed è di mio pugno che lo scrivo”. Pian piano emerge la realtà terribile che la spinge a farlo. Di solito riesco a capire come finirà un libro, ma questo mi ha sorpresa fino all’ultima pagina».
CONSIGLI di lettura di Begoña Feijoo Fariña
ALLA NATURA Intrecciati
Luoghi pensati per accogliere il tempo lento dell’estate, tra design raffinato, natura e bellezza da assaporare all’aria aperta.

SOPRA, ETHIMO, COLLEZIONE PATIO DESIGN BY ZANELLATO/BORTOTTO
Trame naturali, colori ispirati alla terra, alla sabbia e alle sfumature del mare, echi dell’architettura e dello stile di vita mediterraneo, materiali autentici e una rinnovata attenzione per l’arte dell’intreccio sono tra le principali tendenze dell’arredo outdoor 2026. Legni, pietra, corde e tessuti tecnici dalle texture materiche si combinano con forme organiche e volumi generosi, creando spazi accoglienti e sofisticati.
Tra artigianalità e innovazione, gli ambienti esterni diventano luoghi da vivere con lentezza e benessere, dove natura, design e comfort sono in dialogo. Se per decenni il design ha celebrato la tecnologia come simbolo di progresso, oggi il cambio di paradigma è evidente. Le collezioni outdoor più interessanti non cercano di stupire attraverso la complessità, ma attraverso la capacità di creare armonia. Materiali e lavorazioni non rappresentano un ritorno nostalgico al passato, bensì una risposta contemporanea a un bisogno sempre più attuale: quello di abitare spazi che sappiano riconnetterci con il ritmo naturale delle cose. Più che una tendenza estetica, è un cambiamento culturale.


DESIGN BY KEIJI TAKEUCHI

DIVANO MODULARE CHELSEA OUTDOOR SVILUPPATO DA DORDONI STUDIO
A SINISTRA, POLTRONE ETHIMO, COLLEZIONE KILT, DESIGN BY MARCELLO ZILIANI
SOTTO, TAVOLO UNOPIÙ, COLLEZIONE VERSILIA
outdoor

SOTTO E A SINISTRA, DUE FRA LE POSSIBILI CONFIGURAZIONI
DELLA POLTRONA GIORGETTI, ALISEA
DESIGN BY GIANCARLO BOSIO, GIORGETTI R&D


SOTTO, CPRN HOMOOD, DIVANI PEDRO E TAVOLINO DA CAFFÈ FELIPE

IN FOTO, CPRN HOMOOD, DIVANI
CARLOS E CECIL POUF L E TAVOLINO DA CAFFÈ CALIPSO

DUE PROPOSTE DI ETHIMO PER L’ESTATE 2026:
SOPRA, POLTRONE NIDA, DESIGN BY CHIARA ANDREATTI A DESTRA, DIVANO OLEIA, DESIGN BY LUCA NICHETTO


SOPRA, ETHIMO, COPPE DESIGN BY STUDIOPEPE


Le atmosfere delle isole assolate, la luce intensa che accarezza le architetture costiere, il ritmo lento della vita all’aria aperta e il dialogo continuo tra paesaggio e abitazione ispirano molte delle nuove collezioni. Gli echi del Mare Nostrum si ritrovano nelle forme morbide e sinuose che ricordano il movimento delle onde, nei volumi generosi che invitano alla convivialità, nei dettagli architettonici ispirati ad archi, logge e schermature tipiche delle coste mediterranee. Le linee diventano fluide, organiche, accoglienti, pensate per favorire una fruizione rilassata e spontanea degli spazi.

SOTTO, ETHIMO, POLTRONCINA VENEXIA CLUB
DESIGN BY LUCA NICHETTO
QUI, ETHIMO, POLTRONA SOFIA
DESIGN BY PATRICK JOUIN
A DESTRA, MOLTENI&C, LETTINO SOLEVA, DESIGN BY VINCENT VAN DUYSEN

L’outdoor 2026 è anche sinonimo di versatilità. Divani modulari, poltrone lounge, tavoli conviviali, sedie pieghevoli di nuova generazione, sdraio ergonomiche, tavolini multifunzione, cucine mobili e pergole bioclimatiche permettono di personalizzare gli spazi in base alle esigenze e agli stili di vita contemporanei.


A SINISTRA, ETHIMO, OMBRELLONE
GINKO/PATIO BASKET
DESIGN BY ZANELLATO/BORTOTTO

QUI, DESALTO, TAVOLO SKIN
DESIGN BY MARCO ACERBIS E SEDIA SAND AIR
DESIGN BY POCCI+DONDOLI
SOTTO, DESALTO, SEDIE KOKI
DESIGN BY POCCI + DONDOLI
DESALTO, TAVOLO MAXI CLAY DESIGN BY MARC KRUSIN

Da sempre il mare occupa un posto privilegiato nell’immaginario umano. È promessa di altrove e ritorno, confine e apertura, contemplazione e movimento. I poeti lo hanno trasformato in metafora dell’infinito, gli
scrittori in luogo della memoria e del desiderio, gli architetti in un elemento progettuale capace di ridefinire il rapporto tra spazio e paesaggio. Le case affacciate sull’acqua esercitano un fascino particolare. Più che abitazioni, diventano punti di osservazione privilegiati sul tempo che passa. Il mare cambia continuamente, eppure resta uguale a sé stesso: una presenza che accompagna la vita quotidiana e ne dilata la percezione.
PROSPETTIVE_DESIGN
Un capriccio
MEDITERRANEO
Nel restyling di una villa anni Settanta, l’architettura si apre al paesaggio. Trasparenze, luce e continuità tra interno ed esterno amplificano l’affascinante dialogo con l’orizzonte

NELLE DUE PAGINE, LE GRANDI VETRATE DELLA
ZONA LIVING CATTURANO LA PROSPETTIVA
ESTERNA E LA RIFLETTONO ALL’INTERNO DELLA VILLA.
LUNGO IL PORTICO OMBREGGIATO, ARREDATO
CON MOBILI DESIGN, LA BREZZA MARINA È
IL PIÙ PIACEVOLE DEI COMPLEMENTI

Dovremmo avere tutti un orizzonte d’acqua e di cielo, per assaporare la vita con un piacere più lento. Come i fortunati proprietari della villa protagonista di queste pagine. «L’intervento di restyling è stato radicale, pur nel rispetto dell’identità originaria dell’edificio», spiega Andrea Guardo, dello studio d’architettura Lavica architecture|design che ha curato il progetto.


La volumetria della costruzione degli anni Settanta è rimasta invariata, così come alcuni dei suoi elementi più caratterizzanti: le ampie terrazze, i portici ombreggiati e quella naturale propensione verso l’esterno che appartiene alla migliore tradizione dell’architettura mediterranea.
«Il progetto ha invece ridefinito il rapporto tra interno e paesaggio. Grandi superfici vetrate sostituiscono le chiusure esistenti e trasformano il mare nel vero protagonista della casa. Da qualsiasi ambiente lo sguardo corre verso l’acqua e verso quella linea sottile che separa il cielo dal mare, l’orizzonte, elemento che più di ogni altro ha alimentato la fantasia di navigatori, artisti e scrittori», prosegue il progettista.
Al piano terra un ampio open space accoglie le funzioni conviviali e si apre con naturale continuità verso gli spazi esterni. Le zone living e dining dialogano costantemente con le terrazze, cancellando il confine tra dentro e fuori e lasciando che la luce mediterranea diventi parte integrante del progetto.
IN ALTO, LA CUCINA DAL DESIGN LINEARE E SOBRIO
A SINISTRA, UN TRATTO DISTINTIVO DI QUESTA DIMORA
È RAPPRESENTATO DALLE AMPIE TERRAZZE, DAI PORTICI
OMBREGGIATI E DALLA PROPENSIONE VERSO L’ESTERNO TIPICA DELL’ARCHITETTURA MEDITERRANEA


Il piano superiore ospita le camere da letto, concepite come luoghi di quiete e contemplazione, mentre il livello seminterrato si apre a nuove aree dedicate alla convivialità all’aperto. Da qui il percorso conduce al suggestivo “giardino di pietra”, un paesaggio essenziale che accompagna dolcemente la discesa verso il mare. L’intera abitazione è attraversata da un linguaggio progettuale coerente, dove materiali, finiture e arredi richiamano la cultura mediterranea senza indulgere nel folklore. Toni naturali, superfici materiche e det-

tagli essenziali costruiscono un’atmosfera elegante e rilassata. A ben guardare, la prerogativa di una casa come questa non risiede soltanto nella sua posizione. Risiede nella possibilità di vivere quotidianamente davanti a un orizzonte aperto.
Un concetto che l’architettura moderna ha spesso interpretato come sinonimo di libertà e che qui trova una delle sue espressioni più autentiche: trasformare la vista in esperienza e il paesaggio in parte integrante dell’abitare.


VIVAI DIFFUSI
PROGETTO DI CHIASSO, PIAZZALE SPAZIO OFFICINA

VIVAI DIFFUSI PROGETTO DI VEZIA, SALOTTO BOTANICO


VIVAI DIFFUSI PROGETTO DI MENDRISIO, PIAZZALE FFS
PROSPETTIVE_ARCHITETTURA
DI SUSANNA CATTANEO
COLTIVARE LO SPAZIO URBANO
Integrare la natura nelle città non è più una scelta estetica, ma un approccio progettuale necessario per contrastare gli effetti del cambiamento climatico, per migliorare la qualità della vita e favorire la coesione sociale

IN FOTO, L’ARCHITETTO FELICIA LAMANUZZI, IDEATRICE DEL PROGETTO VIVAI DIFFUSI. IL SUO ATELIER È BASATO A SAN PIETRO DI STABIO
Surriscaldamento climatico, impermeabilizzazione diffusa dei suoli e deterioramento dello spazio pubblico stanno impoverendo le città europee e la qualità della vita urbana. A risentirne è anche la dimensione sociale, con una crescente carenza di luoghi informali dedicati all’incontro, alla sosta e alla mobilità pedonale, essenziali per favorire il senso di appartenenza a una comunità e a un territorio. Se l’architettura è chiamata a rispondere ai bisogni di chi abita lo spazio costruito, su scala urbana la sfida è progettare andando oltre la sostenibilità intesa come scelta di materiali, tecniche costruttive e impatto economico, ripensando il rapporto tra natura e spazio urbano affinché il verde diventi infrastruttura per il benessere collettivo. Ne abbiamo parlato con l’architetto Felicia Lamanuzzi, che della qualità dello spazio pubblico ha fatto un filo conduttore della sua attività.

VIVAI DIFFUSI LABORATORIO CON LA SCUOLA ELEMENTARE DI VEZIA
Arch. Lamanuzzi, la natura è un biglietto da visita della Svizzera. In che misura, però, le nostre città sono toccate dal surriscaldamento e dalla cementificazione?
In Svizzera queste dinamiche sono forse meno evidenti che in altre realtà europee, ma proprio per questo rischiano di essere sottovalutate. Anche qui si osserva un’elevata densità costruita, una forte pressione sulle superfici libere e un modello di sviluppo che ha privilegiato l’efficienza funzionale. Le zone industriali, rappresentano uno dei contesti più fragili: spesso prive di verde, altamente mineralizzate e poco considerate nei processi di riqualificazione, pur essendo luoghi in cui molti trascorrono gran parte della giornata.
Le isole di calore sono una delle manifestazioni più evidenti della crisi climatica urbana. Quali strategie ritiene più efficaci e sostenibili per mitigarne gli effetti?
In primis è necessaria una presa di coscienza della responsabilità e della ricaduta delle nostre scelte: ogni piccolo passo conta e, forse soprattutto, come esempio. È poi importante distinguere tra interventi di lungo e di breve periodo. I primi richiedono di ripensare lo spazio urbano attraverso de-impermeabilizzazione dei suoli, aumento della copertura arborea, integrazione di sistemi di gestione delle acque e progettazione di infrastrutture verdi continue.
Nel breve e medio periodo, però, esiste un grande

IN QUESTE PAGINE, ALCUNI ESEMPI DELLE
INSTALLAZIONI TEMPORANEE DI ALBERI REALIZZATE IN TICINO GRAZIE AL PROGETTO VIVAVI DIFFUSI
margine d’azione, spesso sottovalutato. Per esempio, interventi temporanei, modulari e reversibili consentono di introdurre vegetazione anche in contesti complessi senza modifiche permanenti. Sono soluzioni che richiedono investimenti contenuti, riducono i tempi autorizzativi e permettono di testarne l’impatto prima di consolidarle. Inoltre favoriscono una maggiore sensibilità verso il tema e stimolano la partecipazione sia dei cittadini sia degli attori privati.
Come cambia lo sguardo progettuale quando si propone il verde non come elemento decorativo, ma come infrastruttura?
Il verde non è più un elemento accessorio, ma diventa una componente strutturale e funzionale, prima ancora che estetica. Questo significa progettare considerando anche i servizi ecosistemici: regolazione climatica, gestione delle acque, supporto alla biodiversità e benessere psicofisico. Significa anche ragionare in
Seminare il cambiamento
Il progetto Vivai Diffusi, nato da un’idea dell’architetto Felicia Lamanuzzi, si confronta con un paradosso: da un lato la crescente necessità di natura e qualità negli spazi urbani e periurbani, dall’altro la difficoltà concreta di intervenire in contesti ormai consolidati. Recentemente selezionato fra i 33 “Progetti modello per uno sviluppo sostenibile del territorio 2025-2030” (MoVo), programma con cui la Confederazione sostiene attori locali, regionali e cantonali che propongono nuovi approcci e metodi, Vivai Diffusi si è distinto proponendo un modello flessibile che, introducendo installazioni temporanee ispirate alla natura, avvia un percorso volto a produrre un cambiamento concreto, duraturo e tangibile a tutti: alberi e vegetazione introdotti in modo temporaneo, reversibile e scalabile, migliorano visibilmente e immediatamente la qualità degli spazi, testando soluzioni che possono evolvere nel tempo facilitandone la messa a dimora al suolo. Diversamente da esperimenti simili, Vivai Diffusi adotta temporaneamente piante a cui è già stata assegnata una destinazione permanente che andranno a occupare al termine dell’installazione.
A oggi, il progetto ha attivato collaborazioni con enti pubblici (in particolare, i Comuni di Chiasso e Vezia e le Ffs a Mendrisio), aziende e realtà locali. Le prospettive di sviluppo riguardano l’estensione del modello oltre i confini locali, il rafforzamento delle partnership pubblico-private e la strutturazione come piattaforma operativa per promuovere trasformazioni degli spazi urbani ispirate alla natura. Un percorso volto a produrre un cambiamento concreto duraturo e tangibile a tutti i livelli.
termini di continuità e connessioni, più che di singoli elementi isolati. Ogni intervento dovrebbe inserirsi in una visione olistica della trasformazione, fondata su un approccio interdisciplinare e su una prospettiva di lungo termine che sappia accogliere la natura con la sua componente dinamica.
Cosa rende uno spazio pubblico capace di generare comunità?
Uno spazio pubblico genera comunità quando le persone vi riconoscono qualcosa legato alla propria identità e al proprio bagaglio culturale, quando diventa sintesi e testimonianza di chi siamo, quando percepiamo quel quid che sentiamo esserci affine. Importanti sono anche accessibilità, gratuità e accoglienza: uno spazio pubblico è quello in cui si ha piacere di sostare, incontrarsi e trascorrere del tempo. Gli elementi che fanno la differenza sono spesso semplici: ombra, comfort climatico, presenza di natura, possibilità di sosta e di incontro. Sono condizioni che favoriscono la permanenza e, di conseguenza, le relazioni.
Il coinvolgimento dei cittadini è fondamentale, ma deve essere concreto e costruttivo. Le persone devono poter sperimentare i cambiamenti. In questo senso gli interventi temporanei sono strumenti efficaci: permettono di attivare gli spazi, raccogliere feedback e rafforzare progressivamente il senso di appartenenza. Da cosa ha avuto origine la sua sensibilità verso la dimensione umana dello spazio e la sostenibilità?
Più che da un singolo episodio, direi che è emersa da una progressiva presa di coscienza, maturata abitando in un luogo diverso da quello di origine e dal desiderio di sentirmene parte contribuendo, per deformazione professionale, alla sua incessante trasformazione. Mi ha sempre affascinato osservare come gli spazi influenzino il nostro modo di vivere, lavorare e relazionarci e, viceversa, come le nostre abitudini e il legame che instauriamo con essi ne condizionino la qualità. Guardando al 2050, quale ruolo dovrebbe avere la natura in una città davvero “intelligente”, accanto a infrastrutture e tecnologia?
Spero che entro il 2050 l’attenta osservazione della natura, che oggi riempie pagine fisiche e virtuali, ci aiuti a sviluppare una maggiore consapevolezza del fatto che siamo parte di un ecosistema strettamente interconnesso. Una città realmente intelligente non è quella più tecnologica, ma quella capace di integrare in modo equilibrato sistemi naturali e artificiali. La tecnologia può supportare, monitorare e ottimizzare, ma non sostituire le funzioni ecosistemiche. La sfida è soprattutto culturale: riconoscere che la natura non è un lusso, ma una condizione essenziale per la qualità della vita urbana.

Arte dal XIV al XIX secolo nelle collezioni pubbliche ticinesi. Uno sguardo d’insieme
Pinacoteca cantonale Giovanni Züst
Rancate Mendrisio
Dal 22 marzo al 23 agosto 2o26
Orari d’apertura: martedì–venerdì 1o–12, 14–17 sabato, domenica e festivi
1o–12, 14–18 lunedì chiuso
CHI • COSA • DOVE
MODA & ACCESSORI
Archivio Loiacono; Clio Peppiatt; H&M; Isabella Caposano; Johanna Ortiz; Paris Texas; Prada; Saint Laurent; Versace; Zimmermann
OROLOGI & GIOIELLI
Blancpain; Buccellati; Bvlgari; Cartier, Chanel, Charriol; Jaeger-LeCoultre; Marli New York; Nadesa; Ole Lynggard; Piaget; Roger Dubuis; Swarovski; Tag Heuer; Tiffany&Co; Tornaghi; Van Cleef & Arpels
BEAUTY
Bvlgari; Chanel; Dior; Hermès; Miamo; Nars; Sisley
ABITARE
Cprn Homood; Desalto; Elite; Ethimo; Giorgetti; Kare; Molteni&C.; Ortigia; Unopiù
BOUTIQUE & PUNTI DI VENDITA
Atmosfere di Casa, Via Pioda 6, Lugano • Bucherer, Via Nassa 56, Lugano • Cartier, Piazzetta Maraini 1, Lugano Charly Zenger, Via Borgo 49, Ascona • Gold Time, Via Luvini 4, Lugano e Piazza Indipendenza, Chiasso Gübelin, Via Nassa 27, Lugano • Hermès, Piazzetta Maraini, Lugano Mersmann, Via Nassa 5, Lugano • Montblanc, Via Nassa 54, Lugano • Nassadonna, Piazza Bernardino Luini 2, Lugano Rocca 1794, Via Nassa 4, Lugano • Somazzi, Via Nassa 36, Lugano • Tourbillon, Via Nassa 3, Lugano
LUOGHI
Centromedico Bellinzona Castello; Clinica Sant’Anna, Sorengo; Grand Hotel Villa Castagnola; Kunstmuseum Basel; il Centro; MASI Lugano; Musée cantonal des Beaux-Arts, Losanna; Museo Vincenzo Vela, Ligornetto; Padiglione Bvlgari - Giardini Biennale; Università della Svizzera italiana
in COPERTINA
abito e accessori Isabella Caposano Bride and Haute Couture
gioielli Nadesa make up Chanel, Hermès, Nars, Sisley modella Masha Zaytseva IG masha.zaytseva
photographer & creative director Marina Prinzi marinaprinzi.com IG marinaprinziphotography make up & hairstylist
Jennifer Ghezzi
IG jenniferghezzi.mkh retoucher
Mariya Vyazmikina IG maria.retoucher

PROMESSE
Verso nuovi orizzonti
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