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N. 106 • Autunno 2026
EProspettive SE FOSSE? o introspezione,
© Mariia Radkovska
la stagione giusta per riscoprirsi
SOCIETÀ EDITRICE Eidos Swiss Media Sagl Via Lavizzari 4 - 6900 Lugano Tel. 091 735 70 00 info@eidosmedia.ch SEDE DELLA REDAZIONE Via Lavizzari 4 - 6900 Lugano Tel. 091- 091 735 70 00 redazione@eidosmedia.ch DIRETTRICE Simona Manzione smanzione@eidosmedia.ch REDAZIONE Susanna Cattaneo (società e cultura) scattaneo@eidosmedia.ch
La felicità abita nei dettagli
Mirta Francesconi (arte) mfrancesconi@eidosmedia.ch Federico Introzzi (finanza) fintrozzi@eidosmedia.ch Maria Antonietta Potsios (lifestyle) mapotsios@eidosmedia.ch Andrea Petrucci (viaggi) apetrucci@eidosmedia.ch Eleonora Valli (tendenze) evalli@eidosmedia.ch HANNO COLLABORATO Carmen Carulli Carmela Fiorini François Germanier Emma Gritte Sarah Peregalli Mariia Radkovska Roberta Soldati Federico Tammaro GRAFICA E IMPAGINAZIONE Veronica Farruggio grafica@eidosmedia.ch COORDINAMENTO PRODUZIONE Roberto Musitano · rmusitano@eidosmedia.ch PUBBLICITÀ Coordinamento interno pubblicita@eidosmedia.ch · Tel. 091 735 70 00
Agenzia esterna Claus Winterhalter · winterhalter@ticino.com
Una selezione curata di oggetti per rendere unico ogni ambiente della casa
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CHIUSURA REDAZIONALE: 15 settembre 2026 © Riproduzione riservata
Via Pioda 6 | Angolo Via Frasca | Lugano atmosferedicasa.ch | info@atmosferedicasa.ch atmosferedicasa_lugano Orario estivo: martedì-sabato 9.30 - 13.30
EDITORIALE
Il tempo delle metamorfosi
L
’autunno ha il passo lento delle cose che maturano. Cambiano la luce, i colori, il ritmo delle giornate. E mentre la natura si prepara a una nuova stagione, anche noi ci troviamo, ancora una volta, a fare i conti con il cambiamento. Ovidio, nelle Metamorfosi, raccontava un mondo in cui nulla rimane davvero immobile: persone, natura e destino sono continuamente attraversati dalla trasformazione. Anche il tempo presente vive la sua metamorfosi, tra nuove tecnologie, instabilità geopolitiche, cambiamenti economici e ambientali. Uno scenario che richiede resilienza, non solo come ‘resistenza’ ma come capacità di trasformarsi senza perdere la propria identità. Un’idea che accomuna le storie delle donne protagoniste di questo numero. Donne manager, che affrontano nuove responsabilità e sfide con preparazione e determinazione. Imprenditrici, alcune delle quali hanno raccolto l’eredità di un’azienda familiare, mentre altre l’hanno costruita da zero e altre ancora l’hanno sviluppata trasformandola e portandola verso nuovi orizzonti. La creatività è il filo che lega anche le pagine dedicate a design, gioielli e orologi. Oggetti che raccontano il presente, ma spesso nascono da gesti antichi: scegliere una materia, darle una forma, cercare una proporzione, affidare un significato a un dettaglio. La creatività non è soltanto ciò che inventa il nuovo; è anche ciò che sa guardare l’esistente con occhi nuovi. Questo vale anche nel rapporto con noi stesse. Prendersi cura di sé è un atto dovuto, forse ancora di più quando il contesto sembra allontanarci da ciò che siamo e dai nostri bisogni. Significa ascoltarsi, dedicare attenzione alla prevenzione, all’alimentazione e a quelle pratiche che aiutano a riscoprire una diversa dimensione, di autentico benessere. Come la natura, anche noi attraversiamo stagioni e cambiamenti: lasciamo andare ciò che non ci appartiene più e facciamo spazio a ciò che ancora deve nascere. La metamorfosi non è una rottura, ma un passaggio, un movimento naturale verso una nuova forma di noi. È la possibilità di abitare il presente con maggiore consapevolezza, accogliendo ciò che cambia, ma restando fedeli alla propria essenza. Simona Manzione
MONTBLANC Maria Callas Special Edition Ruby-Coloured
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IN QUESTO NUMERO 18
Il valore di esserci
Banca e leadership in evoluzione di fronte alle sfide del settore.
SALVINI
ELEONORA CASTAGNETTA
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Velocemente, Audrey Werro
Record, vittorie e una corsa ... contro il tempo: l’atleta svizzera si racconta.
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JIL SANDER
Il senso delle cose
Oltre la forma: il design come materia, esperienza e racconto.
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Le Signore del Merlot © Marco Reggi
CHANEL
FONTANA ARTE
IN COPERTINA: Abito NOELL MAGGINI Guanti VALENTINO Scarpe ZARA Gioielli NADESA
Cinque interpreti femminili del mondo vitivinicolo ticinese.
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L’eleganza nell’estravaganza
L’equilibrio tra rigore tecnico, audacia estetica e savoir-faire.
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Prelibatezza dalle radici selvatiche
La cucina di Tanja Grandits in dialogo con paesaggio e natura.
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Farmacie, avamposto della salute Medicamenti, servizi e salute: il ruolo strategico delle farmacie.
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Taiji Quan, doppiamente presenti
Un’arte marziale che è anche cura, filosofia, meditazione e ascolto di sé stessi.
Un amore, che dura tutta la vita. Una volta Miele, per sempre Miele.
miele.ch/kitchen
MOOD
UNA STGIONE IN
DI ELEONORA VALLI
SOPRA, DA SINISTRA, HERMÈS COLLEZIONE A/I 2026-27 BUCHERER ANELLO CLASSIC COLLECTION BLOOM VACHERON CONSTANTIN OVERSEAS
Profondo, sofisticato, irresistibilmente intenso: questo autunno il burgundy aggiunge carattere anche ai look più essenziali SOPRA, BRUNELLO CUCINELLI OCCHIALI DA SOLE APHELEION A SINISTRA, VICTORIA BECKHAM MULES HARLOW IN SATIN
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BURGUNDY DALL’ALTO A SINISTRA IN SENSO ORARIO, LOOK MARNI F/W 2026-27 ORECCHINI VAN CLEEF & ARPELS LOOK GIORGIO ARMANI PRÊT-À-PORTER A/I 26-27 BOUCHERON FLÈCHE, BRACCIALE CHANEL BAGUE PREMIÈRE COCO GAME: DUE FACCE... DA SCOPRIRE. EDIZIONE LIMITATA A 5 PEZZI
AGENDA_EVENTI
SFUMATURE d’autunno © Foto Alo Zanetta
Quattro occasioni per scoprire il territorio con occhi nuovi, lasciandosi sorprendere da luoghi, storie, visioni e incontri capaci di aprire nuove prospettive
CASA BIANCHI A RIVA SAN VITALE, MARIO BOTTA, 1971-1973
Open House Ticino
24-25 ottobre, Svizzera italiana Circa 70 edifici e spazi distribuiti sul territorio cantonale
aprono gratuitamente le loro porte al pubblico per un weekend, offrendo la possibilità di scoprire attraverso visite guidate gratuite, luoghi e architetture del territorio ticinese. Nato a Londra nel 1992 e oggi diffuso in numerose città e territori del mondo, il movimento internazionale Open House per la sua seconda edizione in Ticino si estende verso nuovi poli, tra i quali Riva San Vitale, Ascona, Losone, Maggia e Biasca, contribuendo a costruire una rete sempre più capillare sul territorio cantonale.
Floating Notes Festival
30-31 ottobre, Teatro Sociale Bellinzona Artisti internazionali ed emergenti si incontrano in uno spazio immersivo dove l’ascolto diventa esperienza e scoperta. Curato da Kety Fusco e Michele Pennetta, il programma riunisce performance, live audiovisivi e momenti di dialogo che esplorano i linguaggi più innovativi della scena contemporanea, creando connessioni tra suono, tecnologia e visione artistica. Tra gli appuntamenti centrali, Jeff Mills presenta Cinemix Metropolis, nel centenario del capolavoro di Fritz Lang, in esclusiva svizzera.
Cuori liberi, cuori felici
LAURA NARDI
VLADIMIR LUXURIA
© Mali Lazell
24-25.10, 28.11, 2-3.12, Cinema Teatro, Chiasso
JULIA HAENNI
Vini in Villa
20-21 novembre, Villa Ciani, Lugano Un’occasione speciale per incontrare i produttori, scoprire le loro storie e degustare vini che raccontano la passione e la tradizione del nostro territorio. Dai grandi Merlot Ticino Doc alle etichette più sorprendenti, ogni calice saprà emozionare. Nella cornice di Villa Ciani, una quarantina di cantine presentano oltre 200 vini: un vero viaggio sensoriale tra i sapori del Ticino.
Tre storie, tre forme teatrali molto diverse, un filo comune: scegliere chi essere e come vivere. Laura Nardi riporta alla luce la figura di Irene Bernasconi che nel 1915 lascia Chiasso per portare scuola e dignità nell’Agro romano (24-25.10); Vladimir Luxuria in Princesa (28.11) narra la storia di Fernanda Faria De Albuquerque (che ispirò Fabrizio De André) riflettendo su identità, ferite e desiderio di riconoscimento; mentre La donna si cura di Julia Haenni (02-03.12) chiude la rassegna interrogando lo sguardo medico maschile sul corpo femminile.
13.09.26 - 15.11.26
www.sanpellegrinosaporiticino.ch
PUNTI DI VISTA
Roberta Soldati, avvocato, notaio e mediatrice FSA, deputata in Gran Consiglio e membra del comitato Faftplus
L
a violenza domestica è una piaga sociale anche alle nostre latitudini, con oltre 21mila reati in Svizzera nel 2025, e quasi mille interventi della Polizia in Ticino. Le cifre sono sempre riduttive, poiché dietro a ogni numero c’è una persona. Negli ultimi anni sono state adeguate diverse leggi per tutelare maggiormente le vittime, così come l’assistenza agli autori, la prevenzione e gestione delle minacce. Tuttavia, dobbiamo prendere atto che ciò non è ancora sufficiente, poiché il numero delle denunce costituisce ancora la “punta dell’iceberg”. È su questo che bisogna lavorare. Credo che l’appello alle vittime di denunciare l’autore sia riduttivo, poiché il tema è molto più complesso. La fiducia delle vittime nelle autorità è un elemento fondamentale, ma la fiducia di poter fare capo a leggi adeguate che le tutelano è altrettanto importante nella lotta contro ogni forma di violenza. Attualmente l’apparato legislativo è ancora lacunoso. Finalmente anche il Ticino si doterà di una legge cantonale contro la violenza domestica, che in altri Cantoni, ad esempio Neuchâtel, esiste dal 2004. Nella stessa dovranno essere codificati i vari tipi di violenza, poiché non esiste soltanto quella fisica, ma vanno prese in considerazione anche quella economica e psicologica che, al contrario di altri Paesi, non figurano ancora nel nostro codice penale. Oltre alla vittima e all’autore, possono esser coinvolti indirettamente
anche i bambini, spesso vittime di violenza assistita che crea enormi danni. Con l’entrata in vigore, pochi mesi fa, del reato di stalking, si è mancata un’occasione, poiché esso avrebbe dovuto essere codificato come un “reato di comportamento” e non di “risultato”. Infatti, già solo il perseguitare avrebbe dovuto costituire un atto punibile. Un altro aspetto sul quale siamo ancora carenti è il concetto di “credibilità della vittima” nel procedimento penale. La giurisprudenza è tuttora troppo ancorata ad assunti semplicistici e spero che le scoperte nel campo delle neuroscienze possano contribuire in questo ambito. Le procedure sono ancora troppo lunghe. Purtroppo oggi non siamo ancora attrezzati adeguatamente per affrontare i casi gravi che si verificano anche nel nostro territorio.
oltre la punta dell’ICEBERG
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La violenza domestica resta un fenomeno in larga parte sommerso e drammaticamente diffuso. Contrastarla richiede un approccio integrato e la codificazione di maggiori norme e misure di prevenzione, protezione e perseguimento
PUNTI DI VISTA
Sempre più efficienti, organizzate e impegnate, viviamo perennemente proiettate sulla scadenza successiva. E intanto gli anni passano. Ma stiamo davvero percorrendo il sentiero giusto per noi?
Carmela Fiorini, Esperta di Comunicazione e Mental Coach Fondatrice di Vertere, a Giubiasco
RALLENTARE per RITROVARSI
S
ettembre ha un ritmo tutto suo. Riprendono le scuole, il lavoro torna a pieno regime e tutte noi ricominciamo a correre, con la sensazione che il tempo sia sempre troppo poco rispetto alle cose da fare. Arriviamo a sera spuntando qualche voce dalla nostra to-do list, mentre i pensieri sono già proiettati su domani. Qualche giorno fa ho incontrato un’amica e le ho chiesto «Come stai?». «Sono stanca. Oggi in ufficio ho una giornata pienissima, poi porto i bimbi a calcio, nel frattempo faccio la spesa e corro in palestra…». Mentre parlava mi rendevo conto che mi stava raccontando tutto ciò che doveva fare, mentre di come stava, nemmeno l’ombra. Una scena che racconta bene le nostre giornate. Essere sempre protese verso ciò che viene dopo, ci porta a vivere il presente come un passaggio per arrivare altrove. Finisco questo, supero quello e poi finalmente... Quel “poi” però continua a spostarsi in avanti giorno dopo giorno, e così può capitare di ritrovarci
a pensare «Possibile che siano già passati 5, 10, 20 anni?», con la sensazione di non avere abitato fino in fondo il nostro tempo. Certo, abbiamo fatto molte cose e ottenuto risultati, eppure sentiamo un vuoto, come se non avessimo davvero vissuto. Quando un alpinista affronta una salita durissima, sa verso quale cima sta camminando ed è proprio quella meta a dare senso alla sua fatica. Se percorresse lo stesso sentiero senza sapere dove conduce, alla lunga perderebbe lo slancio e finirebbe per chiedersi che senso abbia continuare a camminare. Possiamo essere bravissime a far funzionare la nostra vita, occupandoci ogni giorno di tutto ciò che la tiene in piedi, e intanto perdere pian piano di vista la direzione e il senso che vogliamo darle. Qui acquista senso la lentezza, come spazio nel quale tornare consapevoli di noi e del sentiero che stiamo percorrendo. Provate a regalarvi ogni giorno quindici minuti senza dover portare a termine nulla e chiedetevi: «Oggi ho percorso il sentiero giusto per la vita che desidero vivere?».
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BOTTEGA LUGANO DAL 13 AL18 OTTOBRE
RITRATTI FOTOGRAFICI STAMPATI
IMAGO Art Gallery Via Nassa 46, Lugano - 6900 - Svizzera
INFO
PUNTI DI VISTA
Ogni rivoluzione tecnologica promette di renderci più efficienti. Questa, invece, ci costringe a chiederci chi siamo
Carmen Carulli, TEDX Speaker, autrice di libri e per 25 anni C-Level Executive in diverse multinazionali. Advisor su Leadership e Cambiamento Organizzativo, accompagna aziende e board a governare la complessità attraverso il proprio Human & Data Decision Framework™
Era il modo in cui funzionavano le cose. Oggi questo paradigma sta cambiando davanti ai nostri occhi. L’Intelligenza artificiale scrive, analizza, sintetizza, programma, elabora strategie. Ogni settimana compie un nuovo passo in avanti, e ogni passo sposta un po’ più in là il confine di ciò che credevamo esclusivamente nostro. Le competenze che ieri costruivano una carriera: la rapidità nell’analisi, la capacità di produrre un documento impeccabile, la padronanza tecnica di un dominio stanno diventando disponibili, istantanee, quasi gratuite. Se continuiamo a definire il nostro valore in base a ciò che sappiamo fare, stiamo entrando in una competizione destinata a diventare sempre più difficile. È una gara che non possiamo vincere, perché la stiamo correndo contro qualcosa che non si stanca, non dorme e migliora mentre dormiamo noi. Forse, allora, la domanda non è come diventare più bravi dell’algoritmo, ma quale parte di noi nessun algoritmo potrà mai sostituire? Negli ultimi mesi ho avuto il privilegio di confrontarmi con Ceo, imprenditori e manager di settori molto diversi. Persone preparate, competenti, capaci di guidare organizzazioni complesse e di reggere pressioni che raramente si vedono da fuori. Gente che ha costruito, che ha attraversato mercati difficili, che ha imparato a decidere anche quando i dati non bastavano. Eppure ho notato un tratto comune, quasi sempre lo stesso. Molti continuano a misurare la propria leadership attraverso ciò che fanno. Attraverso i risultati prodotti, le decisioni firmate, i problemi chiusi. Sempre meno attraverso ciò che fanno emergere negli altri: la crescita di chi lavora con loro, la qualità delle conversazioni che riescono a generare, la fiducia che lasciano nella stanza quando escono. È qui che, a mio avviso, si gioca la partita del futuro. Perché la leadership non coincide più con il controllo delle informazioni. Né con la capacità di avere sempre la risposta giusta. Quando l’informazione è ovunque e la risposta è a un prompt di distanza, il vantaggio di “sapere per primo” si assottiglia fino a scomparire. Ciò che non si automatizza è un altro ordine di cose.
oltre
l’ALGORITMO
N
egli ultimi mesi ho partecipato a numerosi incontri dedicati all’Intelligenza Artificiale. L’ultimo, durante l’Ai Swiss Week di Lugano, è stato ricco di visioni, dimostrazioni e scenari che fino a poco tempo fa sembravano appartenere alla fantascienza. Abbiamo parlato di agenti intelligenti, automazione, produttività e modelli sempre più sofisticati. C’era, in quella sala, un’energia particolare: l’entusiasmo di chi intravede una frontiera e la leggera vertigine di chi non sa ancora bene dove porti. Eppure, uscendo da quella sala, la domanda che continuava ad accompagnarmi era un’altra. Non riguardava la tecnologia, ma noi. Che cosa resterà profondamente umano quando quasi tutto il resto sarà automatizzabile? Per anni abbiamo costruito organizzazioni premiando soprattutto il sapere, la velocità, l’efficienza. Naturale, e giusto per il tempo in cui vivevamo. Il valore di un leader si misurava nella capacità di prendere decisioni più rapidamente degli altri, di accumulare esperienza, di risolvere problemi complessi prima che diventassero crisi. Chi sapeva di più, chi rispondeva prima, chi controllava più informazioni, guidava. Abbiamo formato così intere generazioni di manager.
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PUNTI DI VISTA
La leadership diventa la capacità di creare contesti in cui le persone possano pensare, collaborare e scegliere meglio. Non di pensare al posto loro, ma di costruire le condizioni perché il pensiero degli altri fiorisca. È un lavoro più silenzioso, meno visibile, e proprio per questo più difficile da imitare. Su questo punto vale la pena fermarsi, perché è facile fraintenderlo. L’Ai può liberarci da una quantità enorme di attività ripetitive. Può togliere dalle nostre giornate ore di lavoro meccanico, di reportistica, di elaborazione. Ma il vero valore non sarà il tempo risparmiato. Sarà ciò che decideremo di farne. Si apre un bivio che riguarda ciascuno di noi, molto più delle nostre aziende. Potremo riempire quel tempo di altre riunioni, altre e-mail, altri report. Potremo usare l’efficienza guadagnata per accelerare ancora, per aggiungere ancora, per rincorrere una produttività che non conosce mai un punto di arrivo. È la strada più semplice, perché non chiede di cambiare: chiede solo di fare la stessa cosa più in fretta. Oppure potremo investire quel tempo nell’unica attività che nessuna tecnologia potrà svolgere al nostro posto: coltivare la nostra umanità. Tornare a pensare con calma. Ascoltare davvero. Stare accanto alle persone quando serve, senza fretta e senza schermo. In un mondo dove il sapere diventa sempre più accessibile, il vero vantaggio competitivo sarà la qualità della presenza. E la qualità della presenza non è un concetto astratto: è fatta di gesti concreti, riconoscibili, che ogni leader può allenare. È la lucidità nelle decisioni, soprattutto quando i dati abbondano ma il significato scarseggia. L’algoritmo può offrirci scenari, probabilità, correlazioni ma non può dirci quale peso dare a ciascuna cosa, quale rischio vale la pena correre: questo discernimento resta nostro. È il coraggio di prendere posizione quando non esiste una risposta perfetta. Le decisioni che contano davvero raramente sono quelle in cui una colonna di numeri indica chiaramente la strada. Sono quelle in cui bisogna scegliere tra due cose giuste, o tra due cose difficili, e metterci la faccia. Nessun modello si assume quella responsabilità al posto tuo. È la capacità di generare fiducia. La fiducia non si calcola e non si delega: si costruisce nel tempo, con la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. È forse la valuta più preziosa di un’organizzazione, e resta interamente umana. È l’ascolto di ciò che non viene detto. Il non detto in una riunione, l’esitazione dietro un “sì”, la tensione che attraversa un team. Nessuno strumento coglie ciò che si nasconde nel silenzio: eppure è proprio lì che spesso si trova l’informazione più importante.
Ed è il discernimento tra ciò che è possibile e ciò che è giusto. La tecnologia amplia enormemente il campo del possibile. Ma la domanda su ciò che è giusto - per le persone, per l’organizzazione, per il tempo lungo non appartiene alla macchina. Appartiene a chi guida. Forse è questo il nuovo mandato della leadership: non fare di più, ma essere di più. Non aggiungere complessità. Ma generare chiarezza.
Non sostituire le persone con la tecnologia, ma usare la tecnologia per restituire alle persone il tempo di diventare più umane: si tratta di una scelta molto pratica, che si prende ogni giorno, tante volte. Ogni volta che liberiamo del tempo, decidiamo - consapevolmente o meno - se restituirlo alle persone o riempirlo di nuovo lavoro. Ogni volta che deleghiamo un compito a uno strumento, decidiamo se usare lo spazio che si apre per essere più presenti o solo più veloci. La cultura di un’organizzazione, alla fine, è la somma di queste scelte minime, ripetute nel tempo. Il futuro, forse, non dividerà le aziende tra chi utilizza l’Ai e chi no, tra chi avrà usato la tecnologia per aumentare l’efficienza e chi, invece, l’avrà utilizzata per aumentare la qualità degli aspetti umani. Perché il vero vantaggio competitivo non sarà l’algoritmo. Gli algoritmi, per definizione, saranno accessibili a tutti. Ciò che resterà scarso e quindi prezioso è la qualità dell’essere umano che li guida. E forse questa è la domanda che ogni leader dovrebbe porsi. Non una domanda tecnica, ma una domanda su di sé: ‘se domani la tua azienda colmasse ogni gap tecnologico, ciò che resterebbe di te sarebbe ancora sufficiente per ispirare le persone a seguirti?’.
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IN CONVERSAZIONE CON... DI SIMONA MANZONE
IL VALORE di ESSERCI
Quali sono oggi le principali sfide per il private banking in Svizzera e in Ticino? Sono due, e le terrei distinte. La prima è la rilevanza, e riguarda tutta la Svizzera. La Svizzera resta una delle Piazze di gestione patrimoniale più importanti al mondo, ma i clienti oggi sono più esigenti, più internazionali, più selettivi e molto più mobili di un tempo. Confrontano, mettono in discussione e si spostano quando non vedono valore. Stabilità, competenza, discrezione e padronanza delle tematiche transfrontaliere restano vantaggi reali, ma sono diventati il ‘biglietto d’ingresso’, non più l’elemento distintivo. Le banche che avranno successo saranno quelle capaci di unire questa eredità a velocità, innovazione, tecnologia e disciplina di esecuzione. La seconda sfida riguarda il Ticino, e intendo affrontarla con attenzione, avendo scelto in prima persona di costruire qui. È un luogo straordinario in cui vivere e lavorare. Inoltre, qui operano realtà che svolgono un lavoro capace di reggere il confronto con qualsiasi istituzione di Zurigo o Ginevra. Ma una Piazza finanziaria non può vivere soltanto di geografia e tradizione. Da sole, sono ottime ragioni per visitarla, non per affidarle il patrimonio della propria famiglia. Il Ticino deve essere attrattivo sia come luogo sia come proposta bancaria, e questa seconda dimensione è la più complessa. Molte delle difficoltà derivano dall’evoluzione del mercato italiano, storicamente molto importante per la Piazza ticinese e ormai da anni in
Solidità senza staticità, ambizione senza rigidità, tecnologia senza perdere l’umanità. Sonia Gössi, la sua idea di banca e di leadership in un settore e in un Paese animati da trasformazioni e sfide
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el momento in cui le è stato proposto di guidarla, non ha visto una realtà da amministrare, ma una piattaforma sulla quale costruire. Le fondamenta c’erano già: una licenza bancaria svizzera, la solidità del Gruppo e di Banca Generali, una presenza sulla piazza ticinese. Dal canto suo, una lunga esperienza di banca maturata tra Ginevra e Zurigo. Il futuro la stava aspettando. Che cosa ha pensato quando le è stato proposto di guidare BG Suisse Private Bank? Che non si trattava semplicemente di un altro passo professionale. Era l’occasione di prendere qualcosa che esisteva già e di portarlo al livello successivo, e di farlo in fretta. Non l’ho vista come un’operazione di manutenzione, che per me non sarebbe stata una sfida, ma come un progetto di costruzione. BG Suisse era già presente in Svizzera, ma la vera opportunità era accelerarne lo sviluppo, affinarne il posizionamento e costruire una piattaforma più solida. In definitiva, una combinazione rara su cui lavorare: la disciplina e la credibilità del private banking svizzero, insieme all’energia imprenditoriale, alla prossimità al cliente e alla solidità finanziaria di Banca Generali. Come prima cosa, ho ascoltato colleghi, clienti, partner, concorrenti e attori della Piazza, perché una diagnosi è onesta solo se si conosce il parere anche di chi guardava la banca dall’esterno molto prima che arrivassi io.
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Banca Generali crede fortemente nel Ticino e ha scelto di investire per rafforzarne l’attrattività nei confronti della clientela locale, italiana e internazionale, attraverso modelli di business responsabili
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significativa contrazione. Nonostante questo contesto, Banca Generali continua a credere fortemente nel Ticino e ha scelto di investire per rafforzarne l’attrattività nei confronti della clientela locale, italiana e internazionale, attraverso modelli di business responsabili e pienamente conformi alle regolamentazioni svizzere, italiane e di diversi altri Paesi di residenza dei nostri clienti. E questo principio lo applico prima di tutto alla nostra banca. BG Suisse dispone di una licenza, di un gruppo solido alle spalle e di una buona posizione di partenza. Nulla di tutto questo ci garantisce qualcosa. Dobbiamo guadagnarci il nostro posto su questa Piazza esattamente come hanno fatto tutti gli altri, e preferisco dirlo pubblicamente piuttosto che darlo per scontato in privato.
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IN CONVERSAZIONE CON...
Qual è il suo stile di leadership? Esigente, trasparente e imprenditoriale. Mi piacciono la chiarezza, la responsabilità e la rapidità. Non amo le ambiguità infinite e non credo che le organizzazioni migliorino evitando le conversazioni difficili. Allo stesso tempo, le persone rendono di più quando capiscono dove stiamo andando e perché è importante. Desidero che il team si senta parte del percorso, non destinatario di istruzioni. Non sono arrivata per gestire il presente, ma per costruire la prossima versione di questa banca. Il che significa prendere decisioni, a volte scomode, e insieme creare le condizioni perché le persone crescano. I leader non devono sparire quando le cose si fanno difficili. È proprio in quei momenti che
SONIA GÖSSI AMMINISTRATORE DELEGATO DI BG (SUISSE) PRIVATE BANK, LUGANO
devono esserci. Nel mio ruolo incontro clienti soddisfatti e clienti delusi. Ricevo complimenti, ma anche critiche. A volte devo spiegare decisioni difficili, altre volte chiedere scusa. Fa parte del lavoro che ho scelto e non mi sono mai sottratta a questa responsabilità. Credo che guidare una banca significhi anche metterci la faccia, soprattutto quando le cose non vanno come vorremmo. È così che intendo la leadership. La sua nomina ha anche un valore simbolico. Sente la responsabilità di rendere più inclusiva la leadership nella finanza? Se la domanda è se sento questa responsabilità perché sono una donna, la mia risposta onesta è che sento prima di tutto la responsabilità di condurre bene. È
IN CONVERSAZIONE CON...
su questo che sarò giudicata, ed è giusto che sia così. Ma non ho intenzione di fingere che la domanda non esista. L’inclusione, per me, non è uno slogan. Significa allargare l’accesso alle opportunità, costruire culture di performance in cui profili diversi possano avere successo, e fare in modo che la leadership si fondi su competenza, coraggio e contributo. Quello che ho osservato nel corso della mia carriera è che questo settore non perde le donne all’ingresso. Le perde a metà percorso, proprio nel momento in cui le richieste della carriera e della vita personale raggiungono contemporaneamente il loro peso maggiore. Non è un problema di ambizione. È un problema di come sono strutturate le organizzazioni, il sistema scolastico e il supporto alle famiglie nel nostro Paese. Io ho lavorato a tempo parziale per dieci anni. Ma non sono diventata meno ambiziosa in quei dieci anni. E d’altra parte, ho assunto donne in job sharing, e uomini e donne a tempo parziale; ho lavorato con banchieri di oltre settant’anni d'età che erano ancora eccellenti nel loro mestiere e portavano ancora valore. La persona giusta per un ruolo a volte si presenta in una forma che un’organizzazione rigida non riesce ad accogliere - e poi l’organizzazione lo chiama carenza di talenti. Quindi sì: se la mia nomina contribuisce a rendere questo settore più aperto e più rappresentativo, ne sono orgogliosa. Ma il messaggio vero è che
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La leadership non consiste nell'evitare il disagio. Consiste nell'assumersene le responsabilità
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leadership inclusiva e leadership ad alte prestazioni non sono opposti. Si rafforzano a vicenda. Io non ho mai dovuto scegliere tra le due. Qual è stata la decisione professionale più difficile che ha dovuto prendere? Le decisioni più difficili riguardano quasi sempre le persone. Nella leadership è chiaro quando un cambiamento è necessario, e che avrà conseguenze sugli individui, sui team e talvolta sulla cultura di un’organizzazione. Quello che ho imparato è che rimandare una decisione difficile raramente protegge qualcuno. Di solito crea più incertezza e peggiora la situazione. Ma il modo in cui si prendono quelle decisioni conta enormemente. La parte difficile non è prendere la decisione, quando ho la convinzione che sia giusta. La parte difficile è essere sicura di avere ascoltato abbastanza, di avere capito le conseguenze e di avere agito con rispetto. La leadership non consiste nell’evitare il disagio. Consiste nell’assumersene la responsabilità.
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Come si costruisce una cultura aziendale capace di attrarre e trattenere i migliori talenti? Il talento resta dove ci sono ambizione, equità e senso. Le persone vogliono sapere che l’organizzazione ha un futuro, che l’eccellenza viene riconosciuta e che la leadership è onesta con loro. In BG Suisse la proposta è particolare, perché non chiediamo alle persone di entrare in un’organizzazione statica. Chiediamo loro di aiutarci a costruirne una. Questo lascia spazio per contribuire, creare, migliorare le cose e vedere l’impatto del proprio lavoro - cosa che dentro una grande istituzione è più rara di quanto dovrebbe essere. Per un banchiere il punto è proprio la combinazione: la solidità di un grande gruppo europeo e l’energia imprenditoriale di una banca ancora in costruzione. Fondamenta solide, e ancora spazio per costruire. In questo settore, di solito, si chiede alle persone di scegliere l’una o l’altra. E il benessere organizzativo fa parte della stessa risposta, perché per me non significa abbassare gli standard, che restano invece alti. Significa un ambiente in cui le persone possano rendere in modo sostenibile, le priorità siano chiare, la collaborazione funzioni davvero e in cui la burocrazia non soffochi il servizio al cliente. Alte prestazioni e sostenibilità umana devono coesistere. Altrimenti si producono risultati per un po’, ma non si costruisce nulla che duri. Come stanno cambiando i bisogni dei clienti con il passaggio generazionale della ricchezza? La nuova generazione vuole continuità, ma non ripetizione. Rispetta ciò che è stato costruito prima di lei, e allo stesso tempo chiede più trasparenza, più accesso digitale, più formazione e un legame più forte tra patrimonio e scopo. Un passaggio generazionale raramente è solo un evento giuridico o finanziario. Di solito arriva accompagnato da domande più profonde. A cosa serve davvero questo patrimonio? Che cosa va preservato e che cosa va cambiato? Chi decide? Come vengono coinvolte le generazioni successive? In quei momenti, una governance familiare chiara conta più di qualsiasi singola decisione d’investimento. Per una banca questa è un’opportunità importante, e qui in Ticino, dove buona parte della ricchezza vive dentro imprese familiari, lo è in modo particolare. Possiamo accompagnare le famiglie non solo gestendo il patrimonio, ma aiutandole a strutturare le decisioni su governance, successione, imprenditorialità e obiettivi personali. La banca del futuro deve saper ascoltare e parlare al fondatore, al coniuge, ai figli e all’impresa di famiglia. Non sempre allo stesso modo, ma sempre con lo stesso livello di rispetto e di competenza.
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Che ruolo avranno la tecnologia e l’intelligenza artificiale nella consulenza finanziaria? La tecnologia e l’Ia non sostituiranno il consulente di fiducia. Renderanno più forti i migliori. Mi piace ricorrere a un esempio molto semplice. Le persone come me, con uno scarso senso dell’orientamento, sono diventate ‘aumentate’ il giorno in cui Google Maps è arrivato nei nostri telefoni. Non siamo diventate persone diverse. Siamo diventate solo più brave ad arrivare a destinazione. L’Ia può fare lo stesso per i banchieri, se usata bene. Può aiutarci a elaborare le informazioni più in fretta, a individuare prima i rischi, a personalizzare i portafogli, a migliorare l’efficienza operativa e a togliere di mezzo il lavoro amministrativo a basso valore. Quello che si guadagna davvero è tempo per le cose che contano. Ma il private banking resta profondamente umano. I clienti non hanno bisogno soltanto di dati. Hanno bisogno di empatia, discrezione e di qualcuno che ascolti davvero e che capisca la loro famiglia, la loro azienda, le loro paure e le loro ambizioni. I migliori consulenti non sono mai stati venditori di prodotti. Sono orchestratori di fiducia, che sanno quando parlare, quando ascoltare e quando chiamare un altro specialista. La tecnologia rende quel ruolo più prezioso, non meno. Il futuro non è l’uomo contro la tecnologia. È la consulenza umana, potenziata dalla tecnologia, al servizio del cliente. Pensando al futuro della banca, come lo immagina? Immagino BG Suisse come una delle piattaforme di private banking più attrattive della Svizzera per famiglie e imprenditori. Una banca che accompagna i clienti in ogni fase della loro vita, dalla crescita dell’impresa alla successione, unendo competenza, vicinanza e visione internazionale. Un luogo in cui i clienti si sentano compresi e le persone di talento possano costruire qualcosa di cui essere fiere. Una banca privata svizzera, con radici europee. Ancorata alla disciplina svizzera e alla protezione del cliente. Alimentata dal Dna imprenditoriale di Banca Generali - una cultura fondata sulla prossimità al cliente, sulla velocità e sull’attitudine a trattare i consulenti come imprenditori più che come dipendenti. E collegata a quasi due secoli di storia del Gruppo Generali. Solida, ma non statica. Tradizionale, ma non nostalgica. Ambiziosa, ma disciplinata. L’intelligenza artificiale non appartiene al futuro: è già nel presente e sta già trasformando il nostro settore. I servizi bancari stanno diventando sempre più accessibili, comparabili e standardizzati, e la tecnologia rende i migliori banchieri più informati e più rapidi. Ma proprio per questo, ciò che farà davvero la differenza non sarà la tecnologia.
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Dove buona parte della ricchezza fa capo ad imprese familiari, la banca del futuro deve saper ascoltare e parlare al fondatore, al coniuge, ai figli e all’impresa. Non sempre allo stesso modo, ma sempre con lo stesso livello di rispetto e di competenza
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Sarà la persona. Più il mondo si digitalizza, più aumenta il valore di ciò che non può essere digitalizzato. Nessun algoritmo infatti può sostituire completamente il giudizio, l’empatia, la sensibilità e la responsabilità che nascono da una relazione umana autentica. Paradossalmente, credo che in un mondo sempre più tecnologico saremo tutti più affamati di umanità. Anche nel private banking. Il nostro lavoro infatti non riguarda solo il denaro. Riguarda le persone, le loro storie, le loro paure, le loro ambizioni e ciò che desiderano lasciare alle generazioni future. Per questo immagino che anche nel futuro di BG Suisse il meglio della tecnologia si accompagnerà con qualcosa di molto più raro: relazioni umane profonde, competenza autentica e una vicinanza reale ai clienti. Perché alla fine, ciò che i clienti ricorderanno non sarà soltanto ciò che abbiamo fatto per loro, ma come li abbiamo fatti sentire. Qual è il lusso che considera indispensabile? Il tempo.Tempo per pensare. Tempo per ascoltare. Per respirare, leggere, viaggiare. Tempo per una conversazione vera invece dell’ennesima riunione; per prendere una buona decisione, e non semplicemente una decisione rapida. Tempo da spendere con intenzione, con le persone che contano, sulle cose che contano. Se potesse lasciare un messaggio, in una busta da aprire fra cinque anni, alla Ceo che sarà diventata, che cosa scriverebbe? Resta coraggiosa. Resta vicina alle persone. Non perdere l’energia imprenditoriale con cui hai iniziato. E, qualunque cosa accada, non abbandonare la visione che ti guida e la bussola morale che orienta le tue decisioni. Non misurare il successo solo con i numeri, anche se i numeri contano. Misuralo con la qualità di ciò che hai costruito: i clienti che si sono fidati della banca, le persone che sono cresciute qui, i partner che ti hanno scelta e la cultura che resta nella stanza quando tu non ci sei. E non metterti troppo comoda. Se BG Suisse è diventata un luogo in cui famiglie, imprenditori, banchieri e istituzioni partner vedono il proprio futuro, allora hai fatto qualcosa che conta. Ma continua a costruire. Il futuro non è mai un’opera finita. E assicurati che i gerani sul balcone dei nostri uffici in Piazza Riforma ricevano sempre abbastanza acqua da fiorire come meritano. Anche le cose più piccole raccontano chi siamo.
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VELOCEMENTE
DI SIMONA MANZIONE
Record, vittorie e una corsa ... contro il tempo: Audrey Werro è la nuova campionessa europea degli 800 metri. L’atleta olimpica svizzera racconta ambizioni, precisione e la mentalità che serve per spingersi sempre oltre
Gli 800 metri sono una gara in cui ogni centesimo conta, e il concetto di precisione e misurazione del tempo lega perfettamente l’atleta alla storia di Omega. È anche grazie alla presenza di Audrey Werro, con il suo mix di velocità, precisione, tattica e compostezza nel suo sport, che gli 800 metri femminili stanno diventando una delle discipline più interessanti dell’atletica attuale. Abbiamo incontrato Audrey Werro all’indomani della vittoria del titolo di campionessa europea degli 800. Con un tempo di 1:54.81 hai battuto un record che resisteva dal 1982. Solo poche settimane più tardi, al Weltklasse Zürich, hai realizzato uno straordinario 1:53.70, tuo record assoluto. Che cosa signif ica, a soli 21 anni, diventare campionessa europea degli 800 metri e infrangere un record che aveva resistito per oltre quattro decenni? Ero piuttosto sorpresa. I giorni precedenti erano stati un vero susseguirsi di emozioni, quindi sono arrivata in finale concentrandomi esclusivamente sulla vittoria. Rendo sempre al massimo quando sono io a dettare il ritmo della gara, quindi, una volta conquistata la testa, ho sentito di avere la fiducia necessaria per vincere. Ma quando ho tagliato il traguardo e ho visto il tempo finale sul tabellone Omega, alla felicità si è aggiunta una sensazione di sorpresa: non me l’aspettavo. Stando al cronometro, una prestazione come questa appare quasi “perfetta”. Ma che cosa si cela davvero dietro a quell’1:53.70? Quante ore di allenamento, quanti sacrifici, giornate difficili e momenti di dubbio? In quei pochi secondi c’è una vita intera. Ho iniziato a gareggiare a nove anni e, con il tempo, ho sentito che l’atletica sarebbe potuta diventare la mia professione. È stato allora che è iniziato il vero lavoro duro. Sono i dettagli a fare la differenza. Nel corso di una stagione devi lavorare su un’infinità di piccoli aspetti, cercando di guadagnare anche solo una frazione di secondo e migliorare, poco alla volta, i margini di una gara.
Audrey Werro
H
a iniziato a gareggiare giovanissima e, a 17 anni, nel 2021, è diventata campionessa europea U20 degli 800 metri. Nel 2022 ha poi conquistato l’argento ai Mondiali U20. Nel 2023 ha vinto nuovamente l’Europeo U20. In un percorso di crescita costante, Audrey Werro è passata dai titoli giovanili ai record nazionali e, nel 2026, al titolo europeo assoluto e a tempi che la proiettano nell’Olimpo mondiale della disciplina. A luglio 2026 è diventata Omega Brand Ambassador, entrando così nell’esclusiva famiglia di atleti legati al Marchio.
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Qual è stato l’elemento più importante della tua preparazione grazie al quale hai raggiunto questo risultato? Allenamento fisico, forza mentale, gestione della gara o, più semplicemente, la costanza del lavoro nel tempo? Tutti gli atleti lavorano duramente dal punto di vista fisico, ma credo che quest’anno sia stata soprattutto la sfera mentale a fare la differenza. Ho concluso gli studi e ho potuto concentrarmi completamente sulle gare degli 800 metri. La prima parte della stagione è andata molto bene e questo mi ha dato grande fiducia in vista dei Campionati Europei. Sono arrivata alla competizione credendo davvero nella mia capacità di offrire una prestazione da vittoria. Di recente sei diventata Ambassador di Omega, un brand per il quale precisione, disciplina e costante ricerca del miglioramento rappresentano valori fondamentali. Quale di questi senti più vicino al tuo modo di vivere la vita da atleta? Innanzitutto, Omega è un brand svizzero, quindi mi piace molto avere in comune le origini. Inoltre, è un marchio profondamente radicato nello sport a livello globale. Come atleti, riconosciamo il suo ruolo di Official Timekeeper e vediamo la dedizione, l’innovazione e l’esperienza che porta in ogni competizione. È una realtà che riesce a comprendere la vita di un atleta e quanto possa essere importante ogni frazione di secondo nello sport. Per me, questo rende la collaborazione con il Marchio una partnership assolutamente istintiva e autentica. Omega ha una lunga storia legata alla misurazione di alcune delle più grandi prestazioni sportive. Che cosa signif ica, per una giovane atleta, entrare ora a far parte di questa storia? La vivo come una grande opportunità. La storia è fatta per essere scritta. E per quanto mi riguarda, vedo all’orizzonte tanti eventi straordinari, tra cui i Giochi Olimpici di LA28. Sono questi i momenti a cui ambisco. So che, se rimango concentrata sulla vittoria, ci sarà sempre la possibilità di stabilire nuovi record. Omega misura il tempo, mentre tu lo insegui. Che cosa rappresenta per te questo rapporto così particolare con il tempo, considerando che nello sport può essere tanto un alleato quanto un avversario? Il tempo può avere molti significati per un atleta. Abbiamo anni davanti a noi per costruire una carriera, ma soltanto poche frazioni di secondo per lasciare il segno. Trascorriamo mesi ad allenarci, ma poi restiamo in pista per appena pochi minuti. Il rapporto con il tempo ha quindi moltissime sfaccettature. Quando però arriva il momento decisivo, tutto ciò che conta è il traguardo. Cerco di liberare la mente e lasciare che tutto accada nel modo in cui deve accadere.
© Julien Nuoffer
SOPRA, AUDREY WERRO, MEDAGLIA D'ORO NEGLI 800 METRI AI CAMPIONATI EUROPEI DI ATLETICA LEGGERA DI BIRMINGHAM 2026, LO SCORSO 14 AGOSTO. SOLO POCHI GIORNI DOPO, IN SVIZZERA, CON 1:53.70, HA STABILITO IL SUO RECORD PERSONALE NELLA PAGINA ACCANTO, AUDREY NELLA SUA VESTE DI BRAND AMBASSADOR DI OMEGA
Il successo cambia prima il modo in cui gli altri ti vedono o il modo in cui tu vedi te stessa? E quanto è diff icile separare Audrey, l’atleta, da Audrey, la persona? Più vinco, più le persone parlano. E più si alza il livello, più aumenta l’attenzione sui record. So che molti amano parlare anche della competizione che ho con altre grandi atlete, come Femke (Broeders-Bol). Ma, sinceramente, tutto questo non cambia chi sono. Mi fa piacere vedere che l’atletica stia ricevendo così tanta attenzione, anche grazie alle gare degli 800 metri, e penso che questo sia un momento straordinario per il nostro sport. Io sono ancora Audrey, una ragazza svizzera, e mi sto semplicemente godendo il momento. Hai già raggiunto risultati eccezionali, eppure sei solo all’inizio della tua carriera. Che cosa ti dà la forza per continuare a crescere: il desiderio di raggiungere traguardi ancora più ambiziosi, oppure la paura di non essere all’altezza delle aspettative, soprattutto delle tue? Non penso alla possibilità di non essere all’altezza. Per un atleta non è un’opzione: semplicemente, non fa parte della nostra mentalità. Le uniche aspettative che contano sono quelle che ho nei confronti di me stessa. So quali sono gli obiettivi che voglio raggiungere e la forza viene da dentro di me, ma anche dalla mia famiglia e dalle persone che mi sostengono. In questo momento corro con grande fiducia in me stessa, e questa consapevolezza mi sta dando una spinta enorme per continuare ad andare avanti.
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SENSO
IL DELLE COSE Oltre la forma: il design come materia, esperienza e racconto. Un dialogo sul valore degli oggetti e su un modo di progettare che guarda ai cambiamenti della società senza rinunciare alla ricerca di autenticità, qualità e significato
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’è un momento in cui la forma smette di essere il punto di partenza e diventa la conseguenza di qualcosa di più profondo. È lì che oggi si muove la ricerca della designer Federica Biasi: tra materia, memoria, artigianalità ed emozione. Un modo di progettare che non cerca semplicemente di dare forma alle cose, ma di capire perché abbiamo ancora bisogno di circondarcene. IN QUESTA PAGINA, SOTTO, CORA CHAIR PROGETTATA DALLA DESIGNER FEDERICA BIASI PER UNO PIÙ E A SINISTRA KIMONO,
© Claudia Zalla
PER DECORATORI BASSANESI
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IN CONVERSAZIONE CON... DI SIMONA MANZIONE
Il suo lavoro è spesso associato a un’estetica delicata ed essenziale. Come descriverebbe oggi la sua evoluzione progettuale? Credo che il filo conduttore sia da sempre la ricerca dell’essenzialità, intesa come “significato delle cose”. All’inizio ero molto concentrata sulla sottrazione formale e sulla ricerca di un mio stile personale, mentre oggi il mio approccio è più consapevole e stratificato. Ho trovato la mia cifra stilistica, che andando oltre la ricerca relativa alla forma, o la sottrazione, credo sia direttamente collegata alle mie esperienze, alla artigianalità, alla materia. La forma è solo una parte del processo. Più che cambiare linguaggio, penso di averne ampliato le possibilità. Nei suoi progetti emerge una forte attenzione all’atmosfera. Quanto conta l’emozione rispetto alla funzione? Queste due dimensioni, per me, non possono essere separate. Un progetto funziona davvero quando riesce a migliorare la vita quotidiana - se così si può ancora dire di un prodotto nel 2026. Ci sono sempre meno funzioni non assecondate che possiamo ancora affidare all’arredo; ciò che ci rimane davvero è la ricerca della bellezza e, possibilmente, dell’emozione. Come nasce un suo progetto: da un’immagine, da un materiale o da un’esigenza precisa? Ah! Il mio approccio cambia completamente da progetto a progetto: non credo che esista un metodo valido per tutto, ogni progetto infatti ha una storia diversa. A volte tutto parte da un materiale, da una
© Andrea Olivo
IN ALTO A DESTRA, LA DESIGNER FEDERICA BIASI E LA POLTRONA EDDA DA LEI FIRMATA PER IL MARCHIO DE PADOVA. SOTTO, KOYA PER INCALMI E A DESTRA, LOUNGE CHAIR OMEGA PER LEMA
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© Margherita Bonetti
sua qualità che apre una possibilità. Altre volte da un’esigenza concreta, altre ancora da un’intuizione puramente visiva, quasi istintiva. Quello che cerco, però, è sempre la stessa cosa: costruire una coerenza tra tutti gli elementi. La mia intenzione è realizzare un progetto che abbia una voce riconoscibile, che racconti qualcosa di me, ma che allo stesso tempo sappia rispondere alla funzione, all’industria e al cliente. Il cliente non è soltanto chi acquista il prodotto: sono tutte le persone che lo incontreranno, lo useranno e, in qualche modo, ci vivranno accanto. Che ruolo ha nel suo lavoro il colore? Non ha mai un ruolo fondamentale quanto la materia. Lo uso con grande parsimonia, perché credo sia uno degli elementi capaci di generare le emozioni più immediate e intense, ma anche contrapposte: può avvicinare l’utente, creare attrazione e curiosità, oppure allontanarlo. Proprio per questo trovo che il colore sia uno degli strumenti più complessi da utilizzare. Quando entra in un progetto, diventa oggetto di uno studio approfondito, perché anche una tonalità, una
IN BASSO, A SINISTRA, TAZZINA LUME DISEGNATA PER NESPRESSO, E TAVOLINI BRISE SIGLATI PER GERVASONI. NELLE DUE PAGINE, AI LATI ESTERNI, TAPPETO DELLA COLLEZIONE AURA (KORU)
sfumatura, una piccola variazione possono cambiare completamente la percezione di un prodotto. Occorre una cura meticolosa: in un progetto, del resto, nulla dovrebbe accadere per caso. La sostenibilità influenza il suo approccio? Sì, ma preferisco parlare di responsabilità progettuale. Credo che la sostenibilità non sia una scelta che appartiene esclusivamente al progettista, ma il risultato di una filiera che deve condividere la stessa consapevolezza. Significa scegliere con attenzione i materiali, lavorare con aziende che abbiano valori compatibili con i nostri e, soprattutto, progettare pensando al tempo in termini di durata. Per me, infatti, la longevità è una delle forme più autentiche di sostenibilità. Creare un oggetto che non abbia bisogno di essere sostituito, perché continua ad avere senso, valore e bellezza anche dopo molti anni: progettare per il futuro significa anche questo. Più in generale, quali tendenze contemporanee sente più vicine al suo modo di progettare? Più che seguire le tendenze, mi interessa osservare i cambiamenti culturali e capire come stiano trasformando il nostro modo di vivere e di percepire gli oggetti. Sento vicino un ritorno a un design più autentico, meno legato alla ricerca dell’effetto e più attento alla materia, all’artigianalità e alla qualità dell’esperienza. Mi interessa soprattutto tutto ciò che restituisce valore e significato alle cose: materiali che si possano riconoscere e apprezzare, lavorazioni che
© Alberto Strada
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raccontino una competenza, oggetti capaci di creare una relazione con chi li usa. Credo siano aspetti più profondi e duraturi di qualsiasi tendenza, perché non appartengono a una stagione, ma al modo in cui scegliamo di vivere. Qual è la sua def inizione di design? Credo che sia difficile dare al design una definizione univoca, perché è una disciplina in continua evoluzione, che cambia insieme alla società e al modo in cui viviamo. Per me, il design è prima di tutto una forma di responsabilità. Significa osservare le persone, i loro comportamenti, i loro bisogni - anche quelli che ancora non sanno di avere - e trasformare questa osservazione in oggetti e spazi capaci di migliorare la quotidianità. Quando riesce davvero nel suo intento, il design supera la semplice funzione e diventa quasi una forma di ricerca antropologica: non si limita a rispondere al modo in cui viviamo, ma può contribuire a cambiarlo. Può modificare la nostra percezione di un oggetto, il modo in cui abitiamo uno spazio e come entriamo in relazione con ciò che ci circonda. È evidente il ritorno a forme morbide e accoglienti: è una risposta a un bisogno reale o parte dei consueti cicli che caratterizzano le mode in ogni settore? Credo sia entrambe le cose. Le tendenze sono cicliche, ma raccontano anche il tempo in cui viviamo. In un periodo di incertezza, è naturale cercare forme e ambienti più morbidi, accoglienti, capaci di trasmettere comfort, equilibrio e una sensazione di protezione. Il ritorno alle forme morbide non è una semplice riproposizione del passato, ma una sua rilettura in
sintonia con le esigenze e la sensibilità del presente. Il minimalismo è ancora attuale? Oppure si sta trasformando in una mera ricerca intellettuale? Oggi il minimalismo sembra aver lasciato spazio a un design più ricco ed espressivo. Viviamo circondati da troppi stimoli e troppi oggetti, e prima o poi questo eccesso genera il bisogno di sottrarre. Per me, però, minimalismo non significa privazione: significa scegliere meglio, dare valore all’essenziale e lasciare spazio solo a ciò che ha davvero senso. Come immagina l’evoluzione dello spazio domestico e quale sarà il ruolo del designer in questo cambiamento? Credo che la casa sarà sempre più adattabile, capace di rispondere a esigenze diverse nell’arco della giornata e della vita. La tecnologia, importante, dovrà diventare sempre più discreta, quasi invisibile. Il compito del designer sarà proprio quello di fare sintesi: usare le nuove possibilità senza lasciare che la tecnologia prenda il sopravvento, mettendo al centro il comfort, l’identità e la qualità dell’esperienza. Cosa farebbe oggi Federica se non fosse una designer? Probabilmente la chef o la fotografa. Due passioni molto diverse, ma che condividono con il design la possibilità di costruire una visione e raccontarla attraverso immagini, materiali, atmosfere e sapori. Mi affascina tutto ciò che permette di esprimere qualcosa senza doverlo necessariamente spiegare. Non sono mai stata molto brava a raccontarmi con le parole. Forse, in fondo, il mio modo di raccontarmi è proprio questo: meno attraverso ciò che dico, e più attraverso ciò che creo.
IN QUESTA FOTO, KOKORO, SET DISEGNATO DA FEDERICA BIASI PER MANERBA
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L’eleganza
nell’estravaganza
IN QUESTE FOTO, DALLA LEGGENDARIA 21ST CENTURY COLLECTION AL FLAMBOYANT LINKS SAUTOIR WATCH DI COLORS OF EXTRALEGANZA, COLLEZIONE DI ALTA GIOIELLERIA 2026. A DESTRA, PENDENTE POSSESSION VIBRANT PALACE
© Brigitte Niedermair
Forme originali, oggetti seducenti e pietre spettacolari. Stéphanie Sivrière, direttrice creativa di Piaget, ne racconta l’essenza: un equilibrio tra rigore tecnico, audacia estetica e savoir-faire 28
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agli archivi degli anni Sessanta e Settanta alle pietre ornamentali, dagli Swinging Sautoir alla contemporanea Sixtie, la creatività della Maison nasce dal continuo dialogo tra patrimonio e modernità, in un equilibrio che non rinuncia mai all’emozione. «Un orologio Piaget è prima di tutto un gioiello»: nessuna frase meglio di quella di Monsieur Piaget racchiude l’identità della Maison, una storia nata nell’orologeria e progressivamente evolutasi verso l’alta gioielleria, dove la precisione della tecnica è da sempre al servizio della bellezza.
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IN QUESTA IMMAGINE, GEMS POP SAUTOIR WATCH, ORECCHINI E ANELLO (COLLEZIONE ALTA GIOIELLERIA 2026 COLORS OF EXTRALEGANZA)
SOPRA, STÉPHANIE SIVRIÈRE, A CAPO DELLO STUDIO CREATIVO DI PIAGET
È proprio da questa duplice anima che prende forma il lavoro di Stéphanie Sivrière, alla guida della creatività di Piaget. Nel suo approccio, intuizione e rigore non sono opposti, ma due dimensioni complementari di un medesimo processo. La natura, l’arte, le pietre e il patrimonio d’archivio diventano materia per una ricerca che guarda al passato senza lasciarsi imprigionare dalla nostalgia. Gli anni Sessanta e Settanta, con il loro gusto per il colore, la libertà e l’Extraleganza, rappresentano ancora oggi una fonte inesauribile di ispirazione. Ma è nella capacità di reinterpretare quei codici attraverso tecniche antiche, materiali sorprendenti e forme contemporanee che Piaget trova la propria attualità. Dallo Swinging Sautoir fino alla valorizzazione di pietre rare e apparentemente imperfette, ogni creazione nasce così dall’incontro fra memoria, innovazione ed emozione. Madame Sivrière, ha iniziato il suo percorso nel mondo della gioielleria da Piaget, all’interno di una Maison nata dall’orologeria. In che modo questo percorso influenza il suo lavoro? Storicamente, siamo orologiai diventati gioiellieri. La Maison unisce la meticolosa precisione dell’orologeria alla creatività illimitata dell’alta gioielleria. Innovazioni fondamentali, come i movimenti ultrapiatti 9P e 12P, introdotti rispettivamente nel 1957 e nel
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SOPRA, SCATTO REALIZZATO IN OCCASIONE DI UNA MOSTRA DELLE CREAZIONI PIAGET A MENTON A SINISTRA, DAL BASSO VERSO L'ALTO, TWIRLING SHIMMERY RING WATCH, NELLA VERSIONE DA POLSO (IN EDIZIONE LIMITATA A 8 PEZZI) E ANELLO. DELLA COLLEZIONE ALTA GIOIELLERIA 2026 COLORS OF EXTRALEGANZA
1960, sono state cruciali. Grazie a queste innovazioni tecniche, i nostri maestri orologiai dell’epoca hanno potuto spingersi oltre i limiti del design, in particolare integrando pietre ornamentali nei quadranti degli orologi e portando così il colore attraverso la materia. Questo impegno per l’autenticità e questa maestria artigianale sono percepiti dai clienti esigenti di oggi, ed è proprio questo a definire l’essenza stessa di Piaget. Dove si colloca, nel suo lavoro, il confine tra intuizione artistica e rigore tecnico? Questo confine è ciò che caratterizza Piaget, anche attraverso il concetto di Extraleganza, che ci è così caro. La tecnica per noi ha un ruolo ancellare rispetto all’estetica.
Piaget possiede un patrimonio creativo straordinario, legato in particolare agli anni ’60 e ’70. Come si evita il rischio della nostalgia quando si lavora con un patrimonio così importante? Per noi designer è naturale rivolgersi a questo patrimonio attingendo idee e motivi, o riscoprendo tecniche di lavorazione delle catene o di incisione ormai dimenticate. Mentre ogni nuova collezione porta con sé nuove fonti di ispirazione e creatività. Nello studio creativo, amiamo giocare con la grammatica stilistica della Maison per offrire sorpresa e coerenza. Un ottimo esempio di questa attitudine è il Décor Palace, una tecnica di incisione sull’oro che crea una superficie metallica scintillante. Questo motivo
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iconico, nato negli anni Sessanta, rimane ancora oggi una pietra angolare delle nostre collezioni. A definire lo stile della Maison ha contribuito anche l’uso audace delle pietre ornamentali, impiegate sia singolarmente sia accanto a pietre preziose o fini, dando vita a palette cromatiche armoniose e a contrasti sorprendenti. Per me, tutto risiede nel contrasto e nel potere cromatico delle pietre utilizzate. Mi piace lavorare con pietre che non sono necessariamente considerate prestigiose e magari sono ancora poco usate.
A SINISTRA, ANELLO BLUE ILLUSIONS CON ZAFFIRO DELLO SRI LANKA DI CIRCA 5 CARATI A DESTRA, SUNSET PRISM SAUTOIR, ANELLO E ORECCHINI. TUTTO DELLA COLLEZIONE ALTA GIOIELLERIA 2026 COLORS OF EXTRALEGANZA
Se dovesse scegliere una sola creazione storica di Piaget per incarnare lo spirito della Maison, quale sceglierebbe e perché? Sicuramente uno Swinging Sautoir, un altro modo di leggere il tempo. Nel 1969 Valentin e Gérald Piaget mandarono i designer della Maison a Parigi, per assistere alle sfilate di moda e lasciarsi ispirare. Un’idea originale.Al loro ritorno, disegnarono le loro creazioni direttamente sulle pagine delle riviste di moda. Nacque così la 21st Century Collection, con quei magnifici collier sautoir e quelle manchette così all’avanguardia per l’epoca. L’orologeria è nata per misurare il tempo, mentre il lusso sembra volerlo sospendere. È una contraddizione o una forma di poesia? Sicuramente una forma di poesia, quando riusciamo a farlo in modo armonioso. In Piaget, tutto è una questione di equilibrio: l’eleganza nell’estravaganza.
Alcuni oggetti invecchiano, altri acquistano fascino con il passare degli anni. Cosa rende un segnatempo veramente senza tempo? Credo che un orologio sia veramente senza tempo quando viene creato in modo autentico, rispettando i codici della Maison ma, al contempo, radicandosi nel presente. Penso in particolare al Sixtie, che abbiamo lanciato nel 2025. La forma trapezoidale del quadrante riprende i codici dello Swinging Sautoir dell’epoca e viene reinterpretata secondo il gusto contemporaneo, su un bracciale composto a sua volta da maglie trapezoidali intrecciate. A mio avviso, è al tempo stesso moderno e atemporale. Che ruolo occupa l’imperfezione in una creazione di alta fattura? Ogni frattura o imperfezione è un rischio, ma anche un’opportunità per rivelare qualcosa di unico. In Piaget, non consideriamo la rarità
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A SINISTRA, OROLOGIO DA POLSO 21ST CENTURY COLLECTION, 1969 E, SOTTO, UNA PUBBLICITÀ, ANCH'ESSA DEL 1969, DEL FOTOGRAFO ALBERTO RIZZO
rarità della natura. In secondo luogo, i nostri maestri artigiani possiedono un’abilità eccezionale nel tagliare le pietre fino a uno spessore di 0,4 mm, con una perdita minima di materiale. Questa maestria - perfezionata dal 1963 - ci permette di estrarre la bellezza da pietre che altri potrebbero scartare. Infine, accogliamo la rarità come espressione di esclusività. Non forziamo i volumi produttivi, ma lasciamo che siano le pietre a guidare la produzione. Un numero limitato di quadranti eccezionali crea naturalmente un valore più elevato e un legame emotivo più profondo con i nostri clienti. La rarità non è un problema da risolvere: è ciò che rende ogni pezzo degno di essere atteso. Cosa cercano oggi le donne nell’alta gioielleria? Credo che le donne cerchino diverse cose. Innanzitutto, un legame nuovo o rinnovato con la Maison e con la sua storia, che passa attraverso i valori, il patrimonio e l’artigianato. In secondo luogo, la possibilità di esprimersi indossando le nostre creazioni: è un modo per affermare sé stesse. È per questo che disegno gioielli indossabili e versatili. La trasformabilità è importante per Piaget. Creare un gioiello significa celebrare la bellezza. Creare un orologio significa celebrare il tempo. Quale delle due attività trova più affascinante? Sono entrambe affascinanti. Nel nostro studio creativo abbiamo designer di gioielli e designer di orologi: lavoriamo tutti fianco a fianco per creare gioielli e segnatempo che rispecchino la Maison. L’estetica è fondamentale, quindi è del tutto naturale trovare la bellezza in un orologio: nei dettagli dell’oro lavorato, nei godron o ancora nel quadrante in pietra ornamentale, espressione della nostra creatività. Dopo tutti questi anni trascorsi a guidare la creatività di Piaget, cosa le dà oggi il più grande senso di realizzazione? Lavorare in armonia con il mio team e vedere i giovani crescere all’interno della Maison. La trasmissione del savoir-faire è fondamentale per noi. Per questo, da diversi anni, Piaget e la Haute École d’Art et de Design di Ginevra hanno instaurato una partnership. Organizziamo diversi workshop legati all’universo della Maison, oltre a un “Prix Piaget Jeunes Talents”, che premia la creatività dei giovani studenti. È così che il patrimonio di Piaget rimane vivo: non come memoria, ma come impulso verso il futuro.
delle pietre ornamentali come un vincolo, bensì come la fonte stessa della loro desiderabilità. Il nostro approccio non consiste nell’industrializzare, ma nel selezionare con cura. Grazie a relazioni durature con fornitori di fiducia in tutto il mondo abbiamo un accesso privilegiato alle più belle pietre grezze. Non si tratta di una catena di approvvigionamento basata su semplici transazioni: è una partnership fondata sulla condivisione delle competenze e sul rispetto della
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from Switzerland, shaping international fashion
ww-mgmt.com
Le Signore del Merlot © Rossella Putino
Dalla tradizione familiare all’innovazione, dalla cura della terra alla comunicazione, dall’enologia alla convivialità: cinque interpreti femminili raccontano come sta cambiando il mondo vitivinicolo ticinese, senza perdere il legame con le proprie radici
Paola Maran-Matasci Comproprietaria e già Responsabile Marketing Matasci Vini
ARTE di famiglia
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ono passati 120 anni da quando il Merlot è arrivato in Ticino nel 1906, dopo che la filossera aveva devastato il patrimonio viticolo cantonale. Importato dalla Francia, si è adattato al territorio fino a diventare il principe dei vini ticinesi e costituire l’80% della superficie coltivata. La famiglia Matasci ha partecipato al suo sviluppo quasi dalle origini, da quando nel 1921 nonno Giuseppe ha fondato l’azienda. Un’arte enologica affinata di generazione in generazione, che ha portato il Merlot ticinese all’eccellenza. Un’eredità che, per restare vitale in un settore in difficoltà, deve sapersi raccontare in modi nuovi. Ne abbiamo parlato proprio con chi della sua immagine si occupa, Paola Maran-Matasci, che dal padre Mario ha ereditato la passione non solo per il vino, ma anche per l’arte.
rinunciare ai valori che ci distinguono. Il recente restyling del brand, sviluppato insieme al team, è stato un passaggio importante in questa direzione. Ha coinvolto tutta l’azienda, dalla produzione al marketing, con l’obiettivo di innovare restando fedeli all’identità Matasci. È un equilibrio delicato, ma credo sia proprio questa la strada per dare continuità a una storia: non conservarla semplicemente, ma farla evolvere. Oltre a essere sinonimo di vino, il vostro nome è legato al mondo dell’arte grazie alla passione di suo papà Mario - di recente scomparso - testimoniata dalla sua cinquantennale Collezione conservata al Deposito di Riazzino e dalle mostre presso lo Spazio Matasci Arte, sopra il negozio di vini a Tenero. Lei che è diplomata all’Accademia di Brera, come vive questo connubio? Durante i miei studi non avrei mai immaginato di lavorare nell’azienda di famiglia. A metà anni ’90 mio padre mi chiese di occuparmi di
Paola Maran-Matasci, quanto è complesso, in un’azienda familiare di tradizione secolare, innovare senza perdere la propria identità? Negli ultimi anni la mia missione è stata guidare l’azienda verso il futuro insieme ai miei colleghi. È una sfida complessa per ogni impresa familiare, soprattutto quando coinvolge più rami della famiglia. Oggi continuiamo a rinnovarci seguendo il mercato, ma senza
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IN CONVERSAZIONE CON...
© Elisa Colusso
© Elisa Colusso
DI SUSANNA CATTANEO
A SINISTRA, UN TUFFO NELLA STORIA CON IL MUSEO DEL VINO NELLA CANTINA A VOLTE DI VILLA JELMINI, PARTE DELLA PROPRIETÀ DELLA FAMIGLIA MATASCI A TENERO. A DESTRA, UNO SGUARDO AL FUTURO, CON LA NUOVA BARRICAIA
alcuni lavori grafici: erano gli anni dei primi Mac e di programmi come Photoshop e Illustrator. Ho iniziato quasi per curiosità e, poco alla volta, pur avendo ancora tre figli piccoli, mi sono lasciata coinvolgere sempre di più nel marketing. Vino e arte condividono bellezza, profondità e complessità. Ho sempre cercato di dare un volto ai nostri vini attraverso le etichette, perché spesso una bottiglia viene acquistata senza poterla degustare: è dunque visivo il primo contatto con il vino e l’etichetta deve saperne raccontare il carattere. In un mercato dove ogni anno compaiono migliaia di nuove etichette, distinguersi è fondamentale. Per questo abbiamo scelto di rafforzare il dialogo tra vino e arte, trasformandolo nel filo conduttore delle nostre nuove linee. È un linguaggio universale, capace di parlare a tutte le fasce d’età. Oggi le nuove linee interpretano anche la sensibilità della nuova direzione, composta da giovani, tra cui mio figlio. È un’evoluzione naturale, non una rottura. La vostra azienda conta diverse presenze femminili. Le donne stanno trovando più spazio nel settore? Per me sarebbe difficile immaginare un team senza la presenza di donne. Nel marketing la loro sensibilità contribuisce a creare una comunicazione più empatica e creativa, capace di intercettare il wine lover in modo autentico. Nella nostra azienda le donne hanno ricoperto anche ruoli dirigenziali. Non ci siamo mai sentite discriminate, probabilmente anche perché nelle imprese familiari contano e aiutano anche i rapporti affettivi, come quello tra padre e figlia. Credo comunque che oggi si stia assistendo a un cambiamento più ampio nel mondo del vino: le competenze, indipendentemente dal genere, stanno finalmente trovando sempre più spazio. È questo che conta.
Se dovesse descrivere il Merlot non in termini tecnici, ma attraverso un parallelismo con il mondo dell’arte, quale sceglierebbe? Direi un dipinto di Edward Hopper. Un bicchiere di Merlot condiviso con gli amici ha la capacità di sciogliere le distanze, favorire la convivialità e creare momenti di autentica condivisione. Quando invece lo si sorseggia in solitudine, può accompagnare uno stato di benessere che invita alla contemplazione e all’introspezione. È la stessa atmosfera sospesa che si respira nei dipinti di Hopper, il pittore del silenzio: opere che sembrano immobili, ma che in realtà raccontano emozioni profonde.
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FONDAZIONE MATASCI PER L’ARTE - IL DEPOSITO (RIAZZINO)
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Vino e arte condividono bellezza, profondità e complessità
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Raffaella Gialdi Co-Direttrice Gialdi Vini
Un futuro RADICATO parte vini da pasto, importati dall’Italia, anche se non mancava qualche etichetta di pregio. Poi, a metà anni Ottanta, il salto: abbiamo acquisito la prima cantina nel Sopraceneri e investito sulla qualità, anche attraverso l’affinamento in barrique, allora una novità. Il Merlot è stato protagonista di questa trasformazione: dal vino da bere al grottino si è arrivati a bottiglie importanti, capaci di ottenere prestigiosi riconoscimenti a livello internazionale. Oggi il mercato si sta destrutturando. È un fenomeno mondiale, non soltanto ticinese, e i consumi calano per un insieme di fattori. Bisogna dunque capire come adattarsi senza perdere la propria identità. Vini naturali, biodinamici, no-alcol possono essere soluzioni per seguire l’evoluzione del mercato? Sono tendenze da osservare, ma non significa che dobbiamo stravolgere la nostra filosofia per inseguirle. Ho l’impressione che nel mondo del vino ci sia troppa agitazione: tutti cercano una soluzione, dall’enoturismo alle nuove tecniche. Io credo invece che ogni tanto si possa anche aspettare che passi l’onda. La nostra è sempre stata un’azienda innovatrice, ma fedele alla sua tradizione. Abbiamo buone risorse, persone competenti, vini che funzionano. Il mio compito è continuare, aggiungendo la mia energia.
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l Merlot è il filo rosso che unisce la storia dell’azienda di famiglia alla sua infanzia, il lavoro dei viticoltori che le conferiscono le loro uve e il futuro che oggi Raffaella Gialdi è chiamata a immaginare. Una tradizione inaugurata nel 1953 dal nonno Guglielmo, che ha fatto di Gialdi Vini il primo produttore per volume del Cantone, con circa un milione di bottiglie l’anno e una qualità premiata da prestigiosi riconoscimenti. Raffaella Gialdi, la vostra azienda è protagonista del settore vitivinicolo in Ticino da oltre 70 anni. Quanto racconta la vostra evoluzione del cambiamento nel modo di produrre, consumare e vivere il vino? Quando ero bambina, negli anni Settanta, distribuivamo soprattutto fiaschi e damigiane, per la maggior
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GIALDI NON POSSIEDE VIGNE PROPRIE, MA COLTIVA RELAZIONI. NELLE SUE CANTINE A MENDRISIO E BODIO VINIFICA LE UVE CONFERITELE DAI VITICOLTORI, CON UN PATTO DI FIDUCIA CHE SI RINNOVA DI GENERAZIONE IN GENERAZIONE
Non c’è il rischio di non arrivare ai giovani? Non è necessario scoprire il vino a 20 anni. Spesso è un consumo che arriva più tardi, quando l’obiettivo non è più l’ebbrezza, ma bere un prodotto di qualità, per piacere personale e convivialità. Mi interpella piuttosto la demonizzazione del vino che è esposto alle offensive normative e alle campagne di salute pubblica, malgrado ci si batta per una cultura del consumo moderato e responsabile. Il vino fa parte della nostra cultura da più di duemila anni, non bisogna dimenticarlo. Da luglio è alla guida dell’azienda, insieme a Ettore Andrea Müller. Come è arrivato questo momento? A parte durante gli studi, sono sempre stata qui, ma senza assumere un ruolo primario. Mi occupavo soprattutto di marketing e clientela, organizzavo visite e seguivo mio papà Feliciano, imparando molto anche semplicemente osservandolo e ascoltandolo. Avere un ruolo fondamentale in cantina avrebbe richiesto una presenza continua, e io non volevo delegare a terzi la gestione della mia famiglia. Ora mia figlia ha 18 anni e mio padre ha sentito che era arrivato il momento di passare il testimone. La vostra azienda non ha vigneti propri, ma lavora con una vasta rete di viticoltori. Come gestite il rapporto? Abbiamo scelto di concentrarci sulla cantina, costruendo nel tempo un rapporto molto forte con chi coltiva le uve per noi. A volte sono oggi i nipoti a portare avanti il vigneto del nonno, già nostro fornitore. Fra Sopra e Sottoceneri ne contiamo 200. Loro hanno interesse a produrre uve buone, perché vengono pagati in funzione della qualità; noi a metterli nelle condizioni di lavorare bene. Un nostro enologo agro-
nomo li segue con consulenza, formazione e sostegno. È un rapporto che va oltre il semplice acquisto. Sentiamo una forte responsabilità sociale: diminuire la produzione significherebbe mettere in difficoltà persone che vivono di questo mestiere. È un sistema laborioso, perché dobbiamo seguire tante parcelle e vinificare separatamente le diverse zone, ma è anche una grande ricchezza. Quando c’è stata la grandinata a inizio stagione, la mattina eravamo già in azienda ad ascoltare i viticoltori, con i loro dubbi e la loro disperazione. Io stessa, vedendo i danni nel Mendrisiotto, mi sono messa a piangere. Non sono i miei vigneti, ma sono profondamente coinvolta. Cosa consiglierebbe a una ragazza interessata a entrare in questo settore? Soprattutto di costruirsi una credibilità forte. La competenza passa dalla formazione e dall’esperienza. Un percorso serio aiuta anche a sentirsi più sicure. La differenza tra uomini e donne esiste, ma non dobbiamo lasciare che diventi un pensiero che ci limita. E sua figlia? Potrebbe essere la quarta generazione? Non l’ho mai sollecitata. Ultimamente però, vedendomi portare avanti il lavoro di mio padre, mi ha detto che potrebbe studiare economia e magari un giorno venire a lavorare qui. Mi ha fatto molto piacere, anche se sarà libera di fare le sue scelte. Quanto a me, ce l’ho nel sangue. Il Merlot ha segnato tutta la mia vita. La storia della mia famiglia, della nostra azienda, il suo successo, sono costruiti proprio attorno a questo antico vitigno. La nostra vita si è sempre svolta al suo ritmo. Senza, chissà chi e dove sarei oggi? Ha attraversato tutta la mia esistenza e continuerà a orientarne il futuro.
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ESPRIMERE l’autenticità Cristina Monico
© Studiopagi
Enologa Moncucchetto
FONDAMENTALE, LA QUALITÀ DELLA MATERIA PRIMA, PROVENIENTE DAGLI 8 ETTARI DI VIGNA TRA MONCUCCHETTO, AGRA, BIOGGIO, BOSCHERINA, MORCHINO E CASTAGNOLA
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iù che imporre una direzione, per Cristina Monico il lavoro dell’enologa consiste nel far emergere il carattere del terroir, senza inseguire le mode. E, accanto alla tecnica, ha imparato ad amare anche il momento in cui il vino esce dalla cantina per incontrare chi lo beve. Fino a creare, oggi, un progetto tutto suo. Cristina Monico, che cosa ha trovato il Merlot nel territorio ticinese? Un clima particolarmente congeniale. A parte quest’anno, segnato da canicola e siccità intensa, il nostro territorio è caratterizzato da una stagione viticola umida e piovosa, condizioni che il Merlot apprezza e che permettono una maturazione lenta delle uve. Non otteniamo quindi vini necessariamente molto alcolici, ricchi e carichi, ma Merlot giocati soprattutto sull’eleganza e sulla freschezza, capaci di esprimere sfumature diverse anche all’interno dello stesso territorio. Una fortuna incredibile. E in cantina, per lei dove f inisce la tecnica e comincia la sensibilità? Una base tecnica è indispensabile, perché bisogna conoscere i processi di trasformazione e sapere come guidarli. Il mio approccio, però, è molto tradizionale: vinificazione in acciaio e affinamento in barrique. Punto soprattutto sulla qualità della materia prima. Se si parte da un’uva buona, il compito dell’enologo è rispettarla e lasciarla esprimere al meglio, senza intervenire più del necessario.
In 17 anni a Moncucchetto com’è cambiato il suo approccio? Quando sono arrivata cercavo soprattutto struttura e impronta del legno, vini molto carichi, pur mantenendo la freschezza. Con il tempo eleganza e finezza hanno acquisito un’importanza sempre maggiore. Ho avuto la fortuna di poter evolvere con grande libertà, grazie alla fiducia della proprietà, sviluppando i vini che ritenevo più interessanti per l’azienda. Siamo passati da 3 a 13 etichette e oggi produciamo circa 30-35 mila bottiglie l’anno. Eppure il suo incontro con il vino è stato quasi casuale. Al termine del liceo a Bellinzona non avevo idea di cosa fare. È stato mio papà a suggerirmi l’enologia. Mi sono poi subito appassionata, avendo avuto la fortuna di incontrare le persone giuste al momento giusto durante la formazione. Pur richiedendo tanta energia, è un mestiere straordinario, anche se oggi, con un mercato in difficoltà e i cambiamenti climatici, faccio fatica a consigliarlo a un giovane. Io, però, non lo cambierei con nessun altro. Il suo lavoro non finisce in cantina… All’inizio ero focalizzata sulla produzione. Con la crescita dell’azienda, ho iniziato a seguire il prodotto dalla vigna alla vendita e oggi non rinuncerei al contatto con il cliente. Permette di raccontare cosa c’è dietro una bottiglia: il lavoro, il sacrificio, il motivo per cui un vino ha un certo bouquet e un certo prezzo. Ed è gratificante scoprire
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IN CONVERSAZIONE CON...
LA TAVOLATA IN VIGNA, UNA CENA CONVIVIALE NELLA CORNICE DEL VIGNETO DI MONCUCCHETTO
quanto il vino possa entrare nella quotidianità e nei momenti importanti della vita di chi lo beve. Come avvicinare, invece, le nuove generazioni? Iniziative come “Cantine Aperte” aiutano a superare l’idea del vino come prodotto elitario. Vedo arrivare sempre più giovani: non semplicemente per bere, ma per conoscere il prodotto, fare domande, comprare una bottiglia, condividere un’esperienza. Non serve essere intenditori, ma curiosi. Anch’io ho dovuto imparare. Ed è così che si costruisce un consumo consapevole. Lei fa parte anche dell’associazione svizzera Nous Artisanes du Vin. Che ruolo hanno oggi le donne nel settore? La presenza femminile è sempre più importante, anche in Ticino dove siamo però ancora meno numerose. L’associazione ci permette soprattutto di confrontarci su problematiche quotidiane che una donna può vivere in modo diverso: conciliare azienda, famiglia e figli, per esempio. Credo anche che abbiamo un modo diverso di guardare alla professione. Come osservava un’amica, la vendemmia per noi è quasi una gestazione: in quel periodo diamo il cento per cento a ciò che stiamo creando. Poi tutto finisce, la cantina si svuota, l’adrenalina cala e si avverte quasi un senso di vuoto, prima che inizi un nuovo ciclo. Simile, ma ogni volta diverso.
Fra questi “figli” ce n’è uno ancora più speciale: Wabi Sabi. L’idea di produrre un vino tutto mio era già nata nel 2023. Il primo giorno della vendemmia di quell’anno ho però avuto un grave incidente, rischiando di perdere l’uso della mano destra. Mi sono dedicata con tutte le mie forze alla riabilitazione e, durante il recupero, ho voluto integrare questa esperienza nel progetto. Così è nato Wabi Sabi, nome che riprende il concetto giapponese dell’accettazione dell’imperfezione. L’etichetta riproduce la cicatrice sul mio polso e richiama il kintsugi, la tecnica che ripara le ceramiche con l’oro. La prima vinificazione è del 2024, con uve Merlot acquistate nel Mendrisiotto per tenerlo distinto dal mio lavoro a Moncucchetto, che ringrazio per aver acconsentito subito a questo mio progetto indipendente. È un vino tradizionale, vinificato in acciaio e affinato in barrique nuova, elegante e fresco, con una bella struttura tannica ma non troppo intensa. Solitamente sono molto critica con me stessa, ma questa volta sono davvero fiera del risultato: mi rispecchia completamente, dal vino al packaging.
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SUL COLLE MONCUCCHETTO, A LUGANO, UN PERFETTO CONNUBIO FRA LA GRANDE ARCHITETTURA E LE RADICI DELLA TRADIZIONE TICINESE: LA CANTINA DISEGNATA DA MARIO BOTTA PER LISETTA E NICCOLÒ LUCCHINI
Esperienze di VALORE Eliana Marcionetti Direzione commerciale & Marketing Cantina Settemaggio
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’è chi il vino lo coltiva, chi lo vinifica e chi ha il compito, altrettanto fondamentale, di farne capire il valore. Nella Cantina Settemaggio di Monte Carasso Eliana Marcionetti ha trovato il suo spazio tra il lavoro dei fratelli Nicola e Raffaele in vigna e cantina e il mondo di chi quel vino lo deve scegliere e apprezzare. Eliana Marcionetti, come descriverebbe il suo ruolo in azienda? Gli agricoltori e i viticoltori sono persone molto umili e assorbiti dal loro lavoro, è difficile che riescano a promuoversi da soli. Ho quindi portato in azienda le mie precedenti esperienze di marketing nel turismo e nell’industria farmaceutica, grazie alle quali ho imparato a riconoscere e comunicare il valore. All’inizio i miei fratelli pensavano non fosse necessario, ma oggi hanno capito che il prodotto lo devi anche commercializzare: le nostre competenze sono complementari. Cosa significa raccontare il lavoro della famiglia? Avvicinare le persone al vino significa prima di tutto non metterle in imbarazzo. Non uso termini che possano far sentire inadeguato chi non ha una formazione. Il vino è convivialità, spontaneità, storie autentiche. Racconto quello che succede nella vita quotidiana di una famiglia di agricoltori e viticoltori come la nostra, che ha ereditato la sua passione dai nonni Carolina ed Ettore. Il vino è un prodotto agricolo, nasce dalla natura, e forse negli anni lo abbiamo reso troppo complicato. Vorrei che tornasse a essere accessibile a tutti. Essere una cantina relativamente giovane, fondata nel 1999, può essere un vantaggio? Sicuramente. Abbiamo sempre amato sperimentare e diversificare anche oltre il Merlot, benché rimanga il nostro vitigno principale. Se non rischi, non puoi sapere cosa funzionerà. Lo vediamo anche con le varietà resistenti, che rispondono meglio al clima attuale e permettono di ridurre i trattamenti. E poi quando si lavora con la natura, non si può controllare tutto: bisogna entrare in sintonia con quello che porta ogni annata e sapersi adattare.
Quali forme di promozione funzionano meglio? Cerco di creare formule che uniscono vino, territorio e accoglienza per un’esperienza a 360 gradi. Non vendo solo il vino, vendo il mio Cantone, la sua cultura, la sua unicità. Il cliente può visitare la cantina e degustare, dormire in un luogo autentico, godersi lago e montagna, visitare altre attrazioni turistiche: tanti momenti che costruiscono un ricordo. E il digitale? Avevo creato il nostro online shop già 15 anni fa e, durante il Covid, abbiamo fatto un ulteriore passo con degustazioni in call-conference. Ma appena è stato possibile tornare in cantina, le persone sono arrivate in massa. Avevano voglia di condividere un’esperienza reale. È stata anche questa consapevolezza a spingerci a investire nell’accoglienza e nella nuova struttura di Giornico, dove vedo ancora molto potenziale. Per quanto debba districarmi ogni giorno tra social, web ed e-commerce, sono convinta che il nostro lavoro sia qualcosa di tangibile, autentico e umano. Il digitale può aiutarci a farci conoscere, ma è venendo in cantina, assaggiando il vino e incontrando chi lo produce che nasce un legame. E per una piccola cantina come la nostra, questo rimane uno dei valori più preziosi. Da questa voglia di creare relazioni nasce anche l’associazione Dodas, lanciata lo scorso marzo. Siamo dodici produttori, sei donne e sei uomini, da Giornico a Mendrisio. Produciamo vini di grande spessore, genuini, che rispecchiano il territorio ma anche la personalità di ciascuna realtà. Ci siamo uniti perché, in un momento non semplice, insieme abbiamo più forza. Vogliamo parlare di vino in modo fresco e stiamo lavorando a nuovi eventi e progetti.
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Una CULTURA da condividere
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opo la presidenza dell’Associazione Svizzera dei Sommeliers Professionisti per la sezione della Svizzera italiana, a fine 2025 Anna Valli ha fondato Usse (Unione Svizzera Sommelier e Enocultori), il progetto che sente più suo, attraverso il quale intende creare una comunità aperta attorno alla cultura enologica.
Anna Valli Sommelier, formatrice e Fondatrice di USSE
Anna Valli, Usse conferma la tua volontà di creare ponti e promuovere la cultura del vino in modo aperto e curioso. Come viene percepito oggi il Merlot ticinese? Gode di un’ottima reputazione anche oltre i nostri confini, perché ha un’esperienza consolidata e offre un’incredibile varietà di interpretazioni: dal Merlot spumante metodo classico al vinificato in bianco; dal vino “frutto”, giovane e fresco, alle versioni affinate in barrique o in anfora. Le sfumature dipendono dai microclimi e dalla mano del produttore. In tutte le
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Il Merlot è per me un vino fatto di ricordi, generoso e a tratti malinconico. Profuma di terra, di lavoro e di speranza. Ha il sapore della semplicità, della compagnia e del tempo che scorre senza fretta
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sue varianti è un prodotto che non stanca. Il prezzo può sembrare alto, ma bisogna ricordare che in Ticino la viticoltura è soprattutto manuale: vigne sui ronchi, terreni difficili, squadre di persone che lavorano con grande cura. Negli anni si è andati sempre più verso la qualità, perché è quella che alla fine ripaga gli sforzi. Sta cambiando anche il modo di raccontarlo? Sì, soprattutto nelle nuove generazioni di produttori osservo maggior dinamismo e una comunicazione più immediata. Anche la promozione sta dando loro più visibilità. Ho fondato Usse proprio per avvicinare chi lavora nel vino a chi lo ama e vuole conoscerlo. Avevo bisogno di fare qualcosa a mia immagine e somiglianza, continuando il mio percorso con serietà e professionalità, ma senza troppi dogmi. Il vino è un alimento conviviale: va bevuto e condiviso con attenzione e rispetto, ma anche con naturalezza, senza far sentire le persone ignoranti perché non conoscono un termine tecnico. Anche il rapporto con la terra è un modo per avvicinare le persone al vino? Assolutamente. Con Usse abbiamo iniziato a proporre incontri in vigna, ad esempio per la potatura invernale: avere le mani gelate, sperimentare quanto è difficile
tagliare una pianta, ti fa capire che un buon vino nasce prima di tutto in vigna. E oggi tanti giovani cercano proprio un rapporto più autentico con la natura. Qual è il ruolo delle donne nel settore? La loro presenza è sempre più forte e molto legata al territorio. Quando una donna entra in un ambito storicamente maschile, spesso lo vive come una missione. Penso alle viticoltrici, alle ristoratrici, ma anche alle giovani influencer. Inoltre proprio quest’anno abbiamo festeggiato i 20 anni di “Donne e Vino”: un gruppo che ci permette di incontrarci e parlare liberamente di vino, ma sempre con attenzione alla didattica. Per concludere, proporrebbe alle nostre lettrici un abbinamento gastronomico fuori dagli schemi con il Merlot? Volentieri. Da vegetariana, per un Merlot vinificato in bianco sceglierei un risotto delicato con ortaggi di stagione. Per un rosso importante, invece, una bella polenta di farina rossa macinata grossa, cotta al camino, con un sugo denso di cipolle e legumi. A dimostrazione che non occorrono carni per dialogare in modo eccellente con un Merlot strutturato.
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EDITORIAL_FASHION SERVIZIO DI MARIIA RADKOVSKA FASHION PHOTOGRAPHER
A touch of AUTUMN
L’autunno si racconta attraverso gesti naturali, silhouette femminili e tonalità calde, in un’atmosfera sospesa tra eleganza e libertà. Un momento lento, da vivere con la leggerezza di una stagione che cambia
Nella pagina accanto, Camicetta Liu Jo Gonna Donna Karan Scarpe Gucci Gioielli Nadesa In questa pagina, Abito Noell Maggini Guanti Valentino Scarpe Zara Gioielli Nadesa
MAKE UP Drunk Elephant D-Bronzi Anti-Pollution Sunshine Drops Chanel Accords Gourmands Inimitable Drunk Elephant Kamo Triple-Peptide Cover Drops Nars Notorious Mascara Infamous Brown
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Abito Andrea D’Agnese Gioielli Nadesa MAKE UP Nars Ombretto liquido sparkling seduction Living doll Nars Afterglow Lip Balm Midnight Swim 230 Nars Notorious Mascara Starstruck Nero
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Abito Laurentiu Sebastian Berar
Gioielli Nadesa
MAKE UP Chanel Duo De Baumes Stick Duo Multi-Usage Pure Glow Chanel Le Vernis Nail Colour 413 Party Girl
A destra, Abito Signorina Dress Gentile Milano Scarpe Laurentiu Sebastian Berar In basso, Camicetta Zara Nella pagina accanto, Abito Laurentiu Sebastian Berar Gioielli Nadesa
MAKE UP Chanel Rouge Coco Baume 772 Sparkling Pink Sisley L’Orchidée Highlighter, Polvere-gel illuminante
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FOTO MARIIA RADKOVSKA IG MARIIA_RADKOVSKA
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MAKE UP & HAIR STYLIST ANTONELLA MININNI IG ANTONELLA_MININNI_
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Non si tratta di nascondere ma di valorizzare, con leggerezza, ciò che già c’è. La bellezza, con la complicità di un make up curato seppur discreto, non è ricercata ma svelata. Quando il trucco quasi scompare, ciò che resta è la persona In Svizzera i numeri rispecchiano questa tendenza alla sobrietà. Secondo NielsenIQ , nei dati diffusi dall’Associazione svizzera dei cosmetici e dei detergenti (Skw), nel 2025 il make-up valeva 277,3 milioni di franchi, contro i 292,9 del 2023: con una contrazione di oltre il 5 per cento in meno in due anni; mentre il mercato cosmetico complessivo è rimasto sostanzialmente stabile, poco sopra i due miliardi. Quanto al settore cosmetico, la cura del viso valeva 363,4 milioni, quella del corpo 328: insieme, due volte e mezzo il trucco.
NUDE look essere, non correggersi
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© Chanel
opo anni di contouring, coperture e visi preparati per la fotocamera, il make-up cambia direzione: meno colore, più pelle, più luce. Il nuovo lusso è sembrare se stesse, ma con molta più cura. A lungo il make-up è stato incentrato su copertura piena, zigomi scolpiti, sopracciglia disegnate, labbra ridisegnate oltre il proprio contorno. Un linguaggio nato per gli schermi e la luce frontale. In video infatti funzionava benissimo. Alla luce di una finestra, molto meno. Il viso, ora, torna ad assomigliare… al viso: si vedono lentiggini e segni del tempo e degli eventi, l’ombra sotto gli occhi non viene cancellata ma appena attenuata. Non è una moda della semplicità. È uno spostamento dell’investimento: meno colore, più cura e soprattutto più tempo. A DESTRA, CLÉ DE PEAU BEAUTÉ, ROSSETTO (QUI NELLA TONALITÀ 111 HIGH ACHIEVER) CHANEL, ROUGE COCO HYDRA GLOSS (QUI NELLA TONALITÀ 442-ACCESSOIRE) E MATITA OCCHI WATERPROOF
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Sarebbe facile concludere che il denaro si sia semplicemente spostato dal colore alla cura. I dati, però, non lo dimostrano: nello stesso periodo anche la cura del viso è leggermente diminuita. La rilevazione riguarda retail e prestige, non estetica professionale, trattamenti dermatologici né gli acquisti oltre frontiera. Quello che dicono con chiarezza questi dati è un’altra cosa: il make-up arretra, e più rapidamente delle altre categorie. C’è poi una ragione meno glamour: oggi un viso attraversa nella stessa giornata luci molto diverse, dall’ufficio alla videochiamata, fino al tavolo di un ristorante accanto a una vetrata. Il trucco costruito male non sopporta questi passaggi. Quello che si limita a correggere, sì.
E la parte interessante è che l’effetto dipende spesso più dal gesto che dalla quantità di prodotti. Un discorso a sé va fatto per le mani. Si muovono mentre parliamo, restano sul tavolo durante un pranzo, finiscono nell’inquadratura di ogni videochiamata. E non si possono truccare. Le mani sono forse il vero esame di questa tendenza. Dicono quanto tempo si è investito, non quanto si è speso. Non stupisce allora il ritorno della manicure giapponese: niente smalto, semipermanente o ricostruzione. Una pasta a base di cera d’api, minerali e cheratina viene lavorata sulla lamina e lucidata fino a renderla naturalmente brillante. L’effetto dura qualche settimana. Non “rigenera” l’unghia, come talvolta si sostiene: ne sigilla e leviga la superficie. In fondo, è la stessa filosofia delle sei mosse sul viso: non costruire, ma rifinire. Non si può concludere questo discorso senza porsi una domanda: perché ci trucchiamo? Per anni la risposta implicita è stata: per correggere. Un colore spento, un’ombra, un’asimmetria, i segni dell’età. Insomma, il trucco come riparazione. Il nude look, se ha un significato che va oltre la moda, propone invece il contrario: ci si può truccare per piacere, non per farsi perdonare qualcosa. Dopo anni passati a costruire un altro volto, forse il vero lusso non è più somigliare a qualcun’altra. È restare riconoscibili. Il trucco più riuscito, in fondo, è quello che non ci rende diverse. Ci rende più noi stesse.
SEI ‘TRUCCHI’ per un trucco che sembra pelle 1. Fondotinta solo dove serve Non su tutto il viso, ma al centro: intorno al naso, sotto gli occhi, sul mento. Guance e tempie possono restare nude. L’incarnato è uniforme, ma non piatto. 2. Le dita al posto del pennello Il calore della mano scioglie la texture e la fa aderire alla pelle, invece di lasciarla appoggiata in superficie. Meno prodotto, meno effetto maschera. 3. La luce al posto del contouring Tre punti bastano: zigomo, arcata sopraccigliare, centro del labbro superiore. Texture satinata, non glitterata. La pelle idratata deve riflettere la luce, non annunciarla. 4. Un solo colore Pesca, rosa antico, mattone: uno stesso tono su guance, palpebre e labbra crea armonia senza dare l’impressione di averci lavorato troppo. Un prodotto, tre punti, due minuti. 5. Sopracciglia: pettinare, non disegnare Pettinate verso l’alto, gel e poco altro. Dove manca qualcosa, tratti brevi nel verso naturale e un tono leggermente più chiaro. Le sopracciglia troppo perfette tradiscono subito il trucco che vorrebbe sembrare spontaneo. 6. Il colore che resta Sulle labbra il rossetto si tampona con il dito, come se fosse rimasto dopo qualche ora. Il contorno resta quello naturale. Al massimo si definisce appena l’arco di Cupido e si sfuma subito.
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EDITORIAL_FASHION FOTO DI DAVIDE MACCHI STYLIST 6900 STUDIO MODELLA EMMA GRITTE LOCATION AUTODROMO DI MONZA _ IN COLLABORAZIONE CON KATEYAMA
YOU DRIVE ME crazy
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LA MODA SCENDE IN PISTA Una giornata nel cuore dell’Autodromo Nazionale Monza, durante i Professional Track Days di Kateyama, dove Formula 3, Formula 4, Ferrari GT e Lamborghini Super Trofeo si alternano in pista. Tra box, pit lane e motori, il leggendario Temple of Speed diventa lo scenario di un incontro inaspettato di moda e performance, attraverso lo sguardo di Emma Gritte, Fashion Strategist e appassionata di motori, che reinterpreta nel cuore del motorsport i look più interessanti delle ultime sfilate.
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DALLA PISTA ALL’UFFICIO I codici più classici del back to office cambiano scenario. Silhouette rigorose, stampe iconiche e accessori senza tempo lasciano l’ufficio per entrare in pista, dimostrando che l’eleganza funziona a qualsiasi velocità.
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rima ancora di entrare in cucina, la natura entra nello sguardo: nei colori delle stagioni, nei profumi del paesaggio, nella materia da conoscere e rispettare. Da questa esperienza plurisensoriale scaturisce una cucina fatta di equilibrio, intuizione e sperimentazione, nella quale gli ingredienti selvatici incontrano la tecnica e la memoria diventa ispirazione per il futuro.
È la cucina di Tanja Grandits, la chef 2 stelle Michelin titolare del ristorante Stücki di Basilea. Una cucina che non è soltanto una successione di piatti, ma un dialogo continuo con ciò che la circonda. Gli ingredienti selvatici diventano strumenti di ricerca e la memoria una bussola capace di orientare l’innovazione. La chef, ospite di S.Pellegrino Sapori Ticino, rassegna dell’autunno ticinese dedicata all’alta cucina, condivide con noi riflessioni su un’alta cucina che non vuole dominare la natura, ma imparare ad ascoltarla.
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PERCORSI_GUSTO
Tanja Grandits, 2 stelle Michelin, trasforma il paesaggio in ispirazione e la natura in una materia eloquente per tutti i sensi. Amalgama sapori e consistenze, ma anche tradizione mediterranea con influenze asiatiche. Ospite, a Lugano, di S.Pellegrino Sapori Ticino, la rassegna gastronomica autunnale che celebra l’alta cucina, la chef si racconta in questa intervista. Da gustare fino in fondo...
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C’è un paesaggio, un bosco o un giardino che continua ancora oggi a ispirarla? Sono sempre stata attratta dai luoghi in cui la natura si percepisce come qualcosa di vivo e presente. Giardini, boschi, sentieri, possiedono un’energia particolare, perché cambiano continuamente con il susseguirsi delle stagioni. Trovo ispirazione nei piccoli dettagli: un accostamento di colori, il profumo delle erbe, la consistenza di una foglia o l’atmosfera di un luogo particolare. Queste impressioni riaffiorano poi, spesso, quando sono in cucina. Esiste un ingrediente “selvatico” che rappresenta al al meglio la sua cucina e che continua a sorprenderla, nonostante gli anni di esperienza? Le erbe e le piante selvatiche mi hanno sempre affascinato, perché esprimono in modo molto puro l’ambiente dal quale provengono. Possono essere delicate,
IN FOTO, TANJA GRANDITS, CHEF 2 STELLE MICHELIN, E ALCUNE SUE CREAZIONI
In che modo la natura influenza il suo processo creativo? La natura è una delle mie più grandi fonti di ispirazione. Insegna l’equilibrio, il ritmo e la trasformazione. Le stagioni, i colori, le consistenze e l’incredibile varietà degli ingredienti influenzano il mio modo di pensare la cucina. Spesso è proprio un ingrediente a diventare il punto di partenza per una nuova creazione. Cerco di comprenderne il carattere e di trovare il modo migliore per valorizzarlo, anziché trasformarlo completamente con il rischio di snaturarlo.
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Se dovesse descrivere la sua cucina attraverso tre aromi, quali sceglierebbe? È difficile, perché la mia cucina si costruisce su molti livelli diversi. Sceglierei gli agrumi, per la freschezza e la luminosità; le spezie, per il calore e la complessità; e le erbe aromatiche, per il loro legame con la natura e la purezza. Quale tendenza culinaria la incuriosisce maggiormente e quale, invece, spera che scompaia presto? Il ritorno alla stagionalità e una maggiore attenzione agli ingredienti sono evoluzioni molto positive. Spero invece che le tendenze concentrate esclusivamente sull’apparenza o su effetti effimeri diventino meno importanti, lasciando a gusto e qualità un ruolo centrale. Quale sarà l’essenza del lusso gastronomico del futuro? Credo che il vero lusso gastronomico del futuro sarà sempre più legato a qualità, autenticità e consapevolezza: conoscere l’origine degli ingredienti, valorizzare l’artigianalità e utilizzare le risorse nella giusta maniera. La sostenibilità, infatti, non limita la creatività, ma può diventare una vera fonte di ispirazione. L’alta cucina nasce, a parer mio, da una visione capace di coniugare eccellenza e responsabilità, attraverso scelte che rispettino gli ingredienti, i produttori, la natura e le persone che contribuiscono a creare ogni piatto. Dopo aver raggiunto così tanti risultati eccellenti, che cosa la motiva a entrare in cucina ogni mattina? La curiosità. Ci sono sempre nuove idee, nuovi ingredienti e nuove possibilità da esplorare. La cucina è un viaggio che non finisce mai davvero, ed è proprio questo a renderla così stimolante. Finché rimane la curiosità, c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire. Quale emozione spera che provino i suoi ospiti quando assaggiano uno dei suoi menu? Curiosità, sorpresa e gioia. Un menu dovrebbe essere qualcosa di più di una semplice successione di piatti: dovrebbe creare un viaggio. Se potesse preparare una cena per un celebre personaggio, del passato o del presente, chi sceglierebbe e perché? Sceglierei una persona aperta alla scoperta di qualcosa di nuovo. Per me gli ospiti più interessanti non sono necessariamente quelli più famosi, ma quelli che si lasciano coinvolgere dall’esperienza e permettono al cibo di sorprenderli. Quando per lei un piatto è davvero “finito”? Un piatto è perfezionato quando tutti gli elementi sono in armonia. Sapori, consistenze, aromi e aspetto devono trovare il loro equilibrio. Ma esiste anche una componente emotiva: un piatto dovrebbe raccontare una storia e suscitare una sensazione. A volte un piccolo dettaglio trasforma il risultato finale.
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SOPRA, DUE PIATTI DELLA CHEF TANJA GRANDITS
sorprendenti e ricche di carattere. Anche dopo molti anni continuo a scoprire nuove sfumature in ingredienti che pensavo di conoscere già molto bene. Quale ingrediente ritiene sia generalmente sottovalutato rispetto al suo potenziale? Credo siano le verdure. Ancora troppo spesso sottovalutate, in realtà hanno un potenziale straordinario e possono esprimere complessità, eleganza ed emozione tanto quanto qualsiasi ingrediente considerato di lusso. Quando vengono trattate con rispetto e creatività, le verdure possono diventare l’anima di un piatto. Che ruolo hanno nei suoi piatti le spezie e gli aromi? Sono elementi essenziali della mia cucina. Creano profondità, contrasto ed emozione. Un singolo aroma può risvegliare un ricordo o trasportarci in un altro luogo. Amo lavorare con le spezie perché mi permettono di creare complessità mantenendo al tempo stesso equilibrio ed eleganza.
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WELLBEING & WELLNESS DI SUSANNA CATTANEO
FARMACIE
avamposto della salute Prossimità e consulenza qualificata fanno delle farmacie un presidio sanitario dal ruolo sempre più strategico nel nostro sistema di cura. Medicamenti, servizi e salute: ne parliamo con la farmacista cantonale Francesca Bortoli
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e varchiamo la soglia spesso di fretta, solo per ritirare un medicamento, ma dietro il banco delle farmacie possiamo trovare molto di più: servizi di controllo, vaccini, prevenzione e consulenza qualificata. Per approfondire il loro contributo di fronte alle sfide che pongono sotto pressione l’intero sistema sanitario e fare chiarezza su alcuni temi di stretta attualità, abbiamo chiesto “una consulenza” a Francesca Bortoli, che da luglio 2025 ha assunto il ruolo di farmacista cantonale. Francesca Bortoli, le farmacie sono chiamate a svolgere un ruolo sempre più centrale nella sanità. In che modo possono fare la differenza? Le farmacie rappresentano una componente essenziale del sistema sanitario grazie alla loro capillarità, all’accessibilità e alle competenze professionali dei farmacisti. Oggi il loro ruolo non si limita alla dispensazione dei medicamenti: contribuiscono alla consulenza, alla prevenzione (anche attraverso l’offerta di vaccinazioni) e al sostegno dell’aderenza terapeutica. In caso di penuria di medicamenti, collaborano inoltre con medici e altri professionisti per individuare alternative e garantire la continuità delle cure. Per valorizzarne appieno il potenziale è però fondamentale che siano sempre più integrate nei percorsi di cura, attraverso il rafforzamento della collaborazione con gli altri professionisti sanitari, nonché a strumenti che facilitino lo scambio di informazioni cliniche nel rispetto della protezione dei dati. L’obiettivo comune deve infatti rimanere quello di mettere il paziente al centro, garantendo un sistema più efficace, coordinato e sostenibile.
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Da qualche anno, anche in Svizzera siamo confrontati con la carenza di alcuni medicinali. Quali sono i più toccati e quali strategie si stanno mettendo in atto per sorvegliare il mercato? La produzione di molti principi attivi è concentrata in pochi stabilimenti, soprattutto in Asia, mentre modelli logistici just-in-time, che prevedono scorte minime lungo la filiera per ridurre i costi, hanno reso il sistema più vulnerabile a eventi come pandemie, conflitti geopolitici, restrizioni all’esportazione o problemi produttivi. In Svizzera incidono anche le dimensioni ridotte del mercato e alcune specificità regolatorie. La carenza riguarda soprattutto generici e farmaci a basso costo e hanno coinvolto, negli ultimi anni, in particolare antibiotici e vaccini, anche se recentemente la situazione sembra essere migliorata. Per le farmacie questo significa dedicare molto tempo alla ricerca di alternative terapeutiche, ai contatti con medici e grossisti e all’informazione dei pazienti. Nella maggior parte dei casi, però, la continuità delle cure può essere garantita. Per contenere i costi sanitari si consiglia il ricorso a generici e biosimilari: quanto sono diffusi oggi? I generici sono ormai una realtà consolidata: circa tre confezioni su quattro di farmaci originali vengono sostituite con il corrispondente generico, ovvero una copia identica di un medicamento il cui brevetto è scaduto. I biosimilari - versioni altamente simili di farmaci biologici di riferimento - rappresentano invece una delle principali opportunità per contenere la spesa sanitaria senza rinunciare a qualità, efficacia e sicurezza, con un potenziale di risparmio stimato fino a 300 milioni di franchi l’anno a livello nazionale. In Ticino è stata recentemente presentata un’iniziativa cantonale volta, laddove possibile, all’obbligo di sostituzione con generici e biosimilari e una campagna informativa congiunta del Dipartimento della sanità e della socialità e dell’Ordine dei Farmacisti del Cantone Ticino, realizzata nelle farmacie del territorio per sensibilizzare la popolazione sull’efficacia, la sicurezza e i vantaggi di questi medicamenti. Sempre più spesso si acquistano farmaci online. Come riconoscere i canali sicuri? La comodità dell’acquisto online non deve far dimenticare i rischi. I prodotti possono essere contraffatti, contenere dosaggi errati, principi attivi diversi da quelli dichiarati o addirittura sostanze tossiche. Il problema principale sono i siti esteri o le piattaforme prive delle necessarie autorizzazioni. Occorre inoltre diffidare delle piattaforme che rilasciano prescrizioni sulla base di semplici questionari. Una prescrizione sicura richiede un’adeguata valutazione del paziente,
SOPRA, FRANCESCA BORTOLI, FARMACISTA CANTONALE
della sua storia clinica, delle terapie concomitanti e delle eventuali controindicazioni. Swissmedic monitora costantemente il fenomeno e, insieme all’Ufficio federale della dogana e della sicurezza dei confini, sequestra ogni anno migliaia di importazioni illegali di medicamenti. Il consiglio è semplice: acquistare solo da canali ufficiali e, in caso di dubbi, chiedere consiglio al medico o al farmacista. Fra i prodotti sempre più ordinati online, anche gli integratori alimentari. Forse con un po’ troppa leggerezza? Il fatto che un prodotto venga presentato come “naturale” non significa automaticamente che sia sicuro o appropriato. Se acquistati da fonti non controllate, integratori alimentari e simili possono contenere principi attivi farmacologici non dichiarati, contaminanti o dosaggi imprevedibili. Inoltre possono interagire con altri medicamenti o ritardare una diagnosi e una terapia adeguate se utilizzati come alternativa ai trattamenti prescritti. È quindi consigliabile confrontarsi con il medico o il farmacista, soprattutto in presenza di patologie croniche o di altre terapie in corso. Negli ultimi anni si è osservata un’impennata della domanda di farmaci sviluppati per il trattamento del diabete ma utilizzati a scopo dimagrante. È un fenomeno che si riscontra anche in Ticino? I farmaci “agonisti del Glp-1” hanno suscitato grande interesse anche da noi, ma devono essere utilizzati esclusivamente secondo le indicazioni autorizzate da Swissmedic e sotto controllo medico, nell’ambito di
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Pillole di salute: cinque miti da sfatare un medicamento si può acquistare online, signi1. «Se f ica che è sicuro». Non necessariamente. Oltre al
rischio di acquistare prodotti contraffatti o di qualità insufficiente, una prescrizione sicura richiede un’adeguata conoscenza del paziente.
signif ica innocuo». Anche prodotti 2. «Naturale naturali e integratori alimentari possono causare effetti indesiderati, interagire con altri medicamenti o essere utilizzati in modo inappropriato.
generici e i biosimilari sono meno eff icaci o di 3. «Iqualità inferiore rispetto agli originali». Generici
e biosimilari devono soddisfare rigorosi requisiti di qualità, efficacia e sicurezza, sono intercambiabili con i preparati originali e rappresentano uno strumento importante per contenere i costi della salute.
antibiotici servono anche contro influenza 4. «Gli e raffreddore». Gli antibiotici agiscono contro i
batteri, non contro i virus. Utilizzarli quando non sono necessari non accelera la guarigione e contribuisce allo sviluppo dell’antibiotico-resistenza.
5. «Un medicamento che funziona per una perso-
na, può andare bene anche per un’altra». Ogni terapia deve tenere conto dell’indicazione e delle caratteristiche individuali del paziente. I farmaci agonisti del recettore del Glp-1 ne sono un esempio: non sono soluzioni “fai da te” e una terapia prescritta a un’altra persona non dovrebbe mai essere seguita di propria iniziativa.
un percorso terapeutico strutturato. Un uso improprio può causare effetti indesiderati e ridurre la disponibilità del farmaco per chi ne ha realmente bisogno. Attenzione inoltre alle offerte online “troppo belle per essere vere”: Swissmedic ha infatti segnalato negli ultimi anni la presenza di penne falsificate e di prodotti commercializzati come “Glp-1 naturali”, che possono contenere sostanze non dichiarate o dosaggi imprevedibili, con conseguenze potenzialmente anche molto gravi per la salute. Come genitori, invece, uno dei classici timori è quello della sovraprescrizione degli antibiotici… Gli antibiotici restano tra i farmaci più prescritti in pediatria, tuttavia ogni utilizzo non necessario favorisce infatti lo sviluppo di resistenze batteriche. È dunque fondamentale promuoverne un uso razionale e mirato, riservandolo ai pazienti che hanno un’elevata probabilità di trarne beneficio. Il farmacista già abitualmente svolge un ruolo essenziale in pediatria, poiché non tutti i medicamenti necessari ai bambini sono disponibili in formulazioni omologate e adatte per età, dose o modalità di somministrazione. In questi casi la farmacia può allestire preparazioni galeniche personalizzate oppure, nel rispetto di determinate condizioni sancite dalla legge, importare dall’estero formulazioni pediatriche adeguate, quando disponibili. Le difficoltà di approvvigionamento accentuano ulteriormente questa funzione. A ciò si aggiunge la consulenza ai genitori, ad esempio sulla corretta misurazione della dose, somministrazione e conservazione del medicamento. Da ormai più di un anno ha assunto l’incarico di farmacista cantonale, ancor più impegnativo in un territorio che primeggia per densità di farmacie, una ogni 1.700 abitanti (207 in totale) contro una media nazionale di una ogni 5.000 abitanti (1.830). Qual è la sua “ricetta” per ricaricare le energie? Ricoprire un incarico di responsabilità significa anche imparare a prendersi cura di sé. Cerco di mantenere un equilibrio tra lavoro e vita privata, anche se non è sempre facile. Nel tempo libero, l’attività fisica e i momenti trascorsi con la famiglia e gli amici mi aiutano a staccare e a ricaricare le pile.
L’ESPERTO RISPONDE
UN SOSTEGNO
per crescere meglio Non solo cura, ma anche prevenzione: la fisiokids accompagna il bambino nelle diverse fasi della crescita, aiutandolo a sviluppare postura, forza, mobilità e consapevolezza del movimento
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a fisioterapia pePerché è così importante inidiatrica si occuziare presto? pa non soltanto Le patologie posturali come della cura e della scoliosi possono avere dei la riabilitazione picchi di peggioramento di patologie già correlati alle fasi di maggior presenti, ma può crescita del bambino. Iniziasvolgere un ruolo re un percorso fisioterapico importante nella prevenzione, accomnelle corrette tempistiche, pagnando il bambino durante le fasi più quindi, è fondamentale per delicate dello sviluppo. Disturbi postuprevenire i peggioramenti, rali, sedentarietà e alcune problematiche monitorare le curve scoliomuscolo-scheletriche possono infatti tiche e incrementare le capaessere affrontati tempestivamente atcità collaterali come la forza traverso un percorso mirato, costruito e la mobilità. Inoltre uno sulle esigenze e sulle caratteristiche di FEDERICO TAMMARO, degli ambiti più importanti FISIOTERAPISTA E RESPONSABILE ogni giovane paziente. della fisioterapia pediatrica DELL’ACADEMY INTERNA DE IL CENTRO, Quali sono i benef ici della f isioterapia CON 4 SEDI IN TICINO è la prevenzione dei disturbi pediatrica in ottica di prevenzione? legati alla sedentarietà. Gli La fisioterapia pediatrica (Fisiokids) è di fondaanni della crescita sono fondamentali per inculcare mentale importanza perché promuove lo sviluppo nel bambino quella cultura e quell’amore per il moarmonico e fisiologico del bambino ed è di supporto vimento e per lo sport necessari al corretto sviluppo per la cura di diverse patologie. Negli ultimi anni psico-fisico e sociale di ogni individuo. la fisioterapia pediatrica si sta sspecializzando nella Come si svolge una seduta di f isioterapia che ha come prevenzione dei disturbi che potrebbero in futuro paziente un giovanissimo? colpire la persona adulta. Questi disturbi come le paI trattamenti sono specifici, scelti in base alla valutologie metaboliche e muscolo scheletriche possono tazione iniziale e agli obiettivi del percorso riabiliessere prevenuti attraverso un’inserimento all’attività tativo. Gli esercizi sono personalizzati e svolti nella sportiva adattato e specifico per ogni bambino. maggior parte dei casi in maniera ludico sportiva. Il In quali casi può essere utile? setting riabilitativo è molto importante soprattutto Le motivazioni per cui un bambino potrebbe iniziare in ambito pediatrico: è necessario che sia accogliente, un percorso fisioterapico sono diverse e coinvolsicuro e stimolante. La fisioterapia pediatrica non gono molti ambiti: dai disturbi posturali (scoliosi, può essere rivolta solo al bambino. Il coinvolgimeniperlordosi, ipercifosi) alle patologie respiratorie to della famiglia risulta un punto chiave sia per gli (asma, infezioni respiratorie ricorrenti, bronchiti); eventuali trattamenti domiciliari ma soprattutto per dalla sedentarietà alle problematiche ortopediche il mantenimento di uno stile di vita sano che perpostchirurgiche fino alle patologie neuro muscolari metterà al bambino di crescere nel modo corretto e neurologiche. sotto il punto di vista fisico, psicologico e sociale.
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WELLBEING & WELLNESS DI SUSANNA CATTANEO
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angiare meno. Muoversi di più. È l’esortazione che chi soffre di obesità si sente rivolgere più spesso. Sebbene l’Organizzazione mondiale della sanità la riconosca come una malattia cronica, progressiva, recidivante e multifattoriale, nell’immaginario collettivo continua a prevalere il preconcetto che sia soprattutto una questione di volontà. Anche in Svizzera il fenomeno è tutt’altro che marginale: quattro adulti su dieci sono in sovrappeso e la quota di persone obese (con un indice di massa corporea pari o superiore a 30) è più che raddoppiata negli ultimi trent’anni, raggiungendo il 12%. «Bisogna invece evitare di colpevolizzare chi non riesce a contenere il proprio peso. Si tratta di biologia, non solo di fattori comportamentali. Per spiegarlo ricorro spesso alla “teoria del mammut”: ancora oggi si attivano in noi i meccanismi ereditati dagli ominidi nostri antenati, che avevano sviluppato la predisposizione ad accumulare rapidamente calorie per sopravvivere ai lunghi periodi di carestia. Oggi non ci è però più necessario avere riserve di energia per procacciarci il pasto lanciandoci all’inseguimento di un mammut, viviamo infatti in un’epoca satura di cibo, spesso molto calorico ed elaborato», spiega il Dr. Francesco
Volonté, specialista Fmh in chirurgia con formazione approfondita in chirurgia viscerale. È anche il motivo per cui le diete drastiche spesso falliscono. «L’organismo le interpreta come un periodo di carestia, attivando meccanismi di difesa per risparmiare energia, agendo sugli ormoni dell’asse intestino-cervello che regolano l’assunzione di cibo e lo stimolo della fame, senza consumare tutte le riserve di grasso a discapito del tessuto muscolare. Non appena poi l’alimentazione torna normale, favorisce il rapido recupero del peso perso, spesso premunendosi da ulteriori “minacce” con qualche chiletto in più», illustra il Dr. Volonté. Quando il corpo non riesce più a sottrarsi a questo circolo vizioso, può rendersi necessario un intervento chirurgico. Non tanto per ragioni estetiche, ma perché l’obesità alimenta un più ampio squilibrio metabolico, ad esempio predisponendo allo sviluppo di diabete, ipertensione, malattie cardiovascolari, alcune forme di tumore e, nelle donne, sindrome dell’ovaio policistico e problemi di fertilità. Inoltre subentrano importanti ripercussioni anche sul piano sociale e psicologico, perché più si accumula peso, più si tende a isolarsi entrando in meccanismi patologici difensivi che portano a ingrassare ulteriormente. «Se una volta la chirurgia era considerata l’ultima spiaggia, oggi rappresenta l’inizio di un percorso molto più articolato, il cui obiettivo non è banalmente
Affrontare l’obesità non è solo questione di volontà e alimentazione, ma richiede un approccio multidisciplinare e personalizzato che accompagni il paziente nel tempo
da non UN PESO
portare da soli 62
perdere peso, ma guadagnare salute. L’intervento non rappresenta infatti una scorciatoia: se non è preceduto da una preparazione adeguata e seguito da un cambiamento stabile di abitudini alimentari e stile di vita, non potrà avere successo», avverte il chirurgo. Da questa sua visione è nato nel 2024 il Centro di cura dell’obesità della Clinica Sant’Anna, parte della rete di Swiss Medical Network, riconosciuto dalla Swiss Society for the Study of Morbid Obesity and Metabolic Disorders (Smob) come centro di primaria importanza. Un’équipe multidisciplinare che riunisce endocrinologo, gastroenterologo, dietista, chirurgo e psicologo prende a carico il paziente, accompagnandolo in tutte le fasi. «Grazie al nostro Centro il paziente entra in una rete. Il bilancio completo permette di individuare patologie concomitanti e stabilire se la soluzione più adatta sia comportamentale, medica o chirurgica. In caso di intervento, chi vive lontano dalla Clinica, successivamente può essere seguito nella quindicina di sedi di Centromedico di Swiss Medical Network distribuiti sul territorio. Un altro elemento distintivo è il coinvolgimento del medico di famiglia come figura di riferimento: condividiamo informazioni e decisioni, senza duplicare visite o accertamenti. È dunque il Centro ad andare verso il paziente, non il contrario», evidenzia il Dr. Volonté. Anche la chirurgia, nel frattempo, è evoluta. Soluzioni invasive come l’anello gastrico o interventi molto aggressivi, diffusi soprattutto oltreoceano, che riducono drasticamente l’assorbimento ma anche la qualità di vita, hanno lasciato spazio a procedure più equilibrate, come la sleeve gastrectomy (riduzione della sacca dello stomaco) e il bypass gastrico prossimale, studiato per preservare un assorbimento sufficiente di nutrienti e vitamine. «Oggi operiamo in laparoscopia, attraverso piccole incisioni, con una degenza breve e tassi di complicanze estremamente bassi. A rendere l’intervento sicuro, però, non è soltanto la tecnica: è soprattutto la preparazione del paziente e il fatto di intervenire prima che per anni abbia assunto medicamenti per tenere sotto controllo le disfunzioni metaboliche», osserva il chirurgo. Ma i nuovi farmaci agonisti Glp-1 impiegati nel trattamento dell’obesità, non potrebbero sostituire la chi-
SOPRA, IL DR. FRANCESCO VOLONTÉ, SPECIALIZZATO IN CHIRURGIA VISCERALE, FONDATORE E RESPONSABILE DEL CENTRO DI CURA DELL’OBESITÀ DELLA CLINICA SANT’ANNA (SWISS MEDICAL NETWORK), A SORENGO
rurgia? «Sono molto efficaci, ma nella maggior parte dei casi solo finché vengono assunti e ancora non ne conosciamo l’impatto a lungo termine. Possono invece essere un valido complemento temporaneo alla chirurgia, ad esempio quando il paziente ha già perso molto peso dopo l’intervento, ma il metabolismo tende a bloccarsi. Probabilmente il futuro sarà fatto di trattamenti multimodali, nei quali chirurgia e terapia farmacologica lavoreranno insieme». Il rischio, semmai, è il fai-da-te. «I social e il passaparola possono indurre a pensare che basti procurarsi uno di questi farmaci per risolvere il problema. Non è così. Serve sempre una valutazione specialistica, che sappia scegliere il trattamento più appropriato e intervenire tempestivamente in caso di effetti collaterali», conclude il responsabile del Centro di cura dell’obesità. Ricordando che il primo passo per affrontarla resta parlarne, senza vergogna, con la consapevolezza che non esistono ricette facili, né scorciatoie quando l’obiettivo non è solo ridurre per un po’ il numero sul display della bilancia, ma rimettere in forma la propria vita.
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WELLBEING & WELLNESS DI SIMONA MANZIONE
La cura
Più che una semplice risposta a un bisogno, è un percorso che intreccia salute, bellezza, equilibrio e prevenzione: le cure integrate guardano alla persona nella sua globalità, favorendo scelte consapevoli per una vita di qualità
cambia prospettiva
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i parla sempre più spesso di cure integrate. Perché? Perché oggi la medicina è straordinaria nella gestione del sintomo, ma ogni individuo porta molto di più: una storia, delle fragilità, un periodo di vita difficile, paure, relazioni, abitudini, un corpo che da tempo cerca di comunicare qualcosa. Prendersi cura a 360 gradi della propria salute significa ascoltare tutto questo, senza rinunciare alla medicina convenzionale, ma ampliandone lo sguardo. Il sintomo è importante, ma è solo una parte del tutto; una persona non coincide con la sua diagnosi. Ne abbiamo parlato con Elena Rossi, nutrizionista olistica funzionale e omeopata.
comprendere la persona, instaurare un rapporto di fiducia, creare un’alleanza terapeutica. L’ascolto deve essere attivo e non giudicante. Quando una persona si sente al sicuro racconta dettagli che spesso sono fondamentali per comprendere il quadro generale e costruire un intervento realmente personalizzato. Si parte sempre dalla richiesta della persona e si valuta complessivamente la sua situazione. Può essere una donna con endometriosi che desidera ridurre l’infiammazione attraverso la nutrizione o una paziente in perimenopausa che cerca un supporto naturale. Sempre più individui convivono con stress, insonnia e stanchezza cronica, fattori che incidono enormemente sullo stato di salute complessivo. Lo stress cronico modifica il funzionamento dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, altera il sonno, favorisce l’infiammazione e influenza anche il modo in cui percepiamo il dolore. Da quella richiesta e da quelle valutazioni, costruiamo un progetto condiviso, valutando quali strumenti possano essere più utili: alimentazione, omeopatia, agopuntura, riflessologia e biofeedback, magari abbinati a training autogeno o pilates, fino al rinvio a specialisti quando necessario. Non esiste un protocollo uguale per tutti. L’obiettivo non è eliminare un sintomo, ma aiutare l’organismo, quello specifico organismo, a ritrovare una migliore capacità di autoregolazione. Lei è omeopata e si occupa anche di alimentazione olistica. Come agiscono, interagendo, sul benessere generale? L’alimentazione rappresenta la base. È il materiale con cui il corpo costruisce cellule, ormoni, enzimi, neurotrasmettitori. Mi piace usare una metafora: ‘il cibo nutre l’humus’, il terreno nel quale affondano le nostre radici, mentre ‘l’omeopatia lavora sulla qualità di quel terreno’, rispettando l’unicità dell’individuo. In omeopatia non esiste il rimedio per una malattia, ma il rimedio per la persona che manifesta quella determi-
Perché sempre più persone chiedono un approccio globale, che non si limiti a trattare il singolo sintomo? Perché sentono il bisogno di essere accolte nella propria complessità. Non siamo semplicemente la somma dei nostri organi. Aristotele diceva che “il tutto è più della somma delle parti”, e oggi questa intuizione trova conferma nelle neuroscienze e nella psiconeuroendocrinoimmunologia. Sappiamo infatti che cervello, sistema immunitario, ormoni, microbiota e metabolismo dialogano continuamente. Lo stress modifica l’infiammazione, l’alimentazione influenza il microbiota, il sonno condiziona gli ormoni, le emozioni hanno effetti misurabili sulla fisiologia. È una rete, non una serie di compartimenti stagni. Per questo sempre più persone cercano professionisti capaci di leggere queste connessioni. Quanto conta il tempo dedicato all’ascolto nella costruzione di un percorso di salute personalizzato? Conta moltissimo. La prima terapia è l’ascolto. Nella costruzione di un percorso efficace serve tempo per
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A DESTRA, ELENA ROSSI, NUTRIZIONISTA OLISTICA FUNZIONALE E OMEOPATA, COFONDATRICE DEL CENTRO MED SALUTOGENESI, LUGANO
nata malattia. Due pazienti con la stessa diagnosi possono avere bisogno di percorsi completamente diversi. L’integrazione tra nutrizione e omeopatia permette di accompagnare la persona più efficacemente. In che modo le abitudini alimentari possono influenzare l’equilibrio dell’organismo e la qualità della vita? L’alimentazione fornisce i “mattoni” con cui il nostro organismo si costruisce e si rinnova continuamente. Durante la crescita è fondamentale per lo sviluppo corretto di ossa, cervello e sistema immunitario. Nell’età adulta diventa determinante per preservare massa muscolare, densità ossea, energia, equilibrio metabolico e capacità di adattarsi allo stress. Oggi però il panorama alimentare è profondamente cambiato: consumiamo molti prodotti ultraprocessati, poveri di nutrienti e ricchi di ingredienti che favoriscono infiammazione e squilibri metabolici. Educare a scegliere alimenti semplici, stagionali e ricchi di nutrienti rappresenta uno dei pilastri della prevenzione. Quali sono gli errori più frequenti che si riscontrano nello stile di vita delle persone con cui entra in contatto nell’ambito della sua professione? Più che di errori parlerei di abitudini che ci allontanano dalla salute. Siamo abituati a intervenire quando compare la malattia, mentre dedichiamo poco tempo a costruire la salute ogni giorno. Dormiamo poco, mangiamo in fretta, ci muoviamo meno di quanto il nostro corpo richiederebbe e viviamo spesso in uno stato di stress continuo, senza concederci momenti di recupero. A questo si aggiunge la ricerca della soluzione immediata, vorremmo stare meglio senza cambiare ciò che ci ha portati a perdere l’equilibrio. Mi piace molto un antico principio della medicina ippocratica: ‘La natura guarisce, il medico si prende cura’. Credo che racchiuda una verità ancora attuale.
Il nostro compito, come professionisti, è creare le condizioni perché la persona possa sviluppare, ritrovare e mantenere la propria salute, accompagnandola con gli strumenti più adatti, nei diversi ambiti, da alimentazione, movimento, sonno a gestione dello stress e qualità delle relazioni: il paziente non è uno spettatore, è il protagonista. Qual è il valore aggiunto della collaborazione tra professionisti con competenze diverse, come nutrizionisti, omeopati, agopuntori, esperti di biofeedback e insegnanti di Pilates? Il paziente non deve scegliere tra un approccio o un altro. Spesso chi arriva da noi (al Centro Med Salutogenesi di Lugano, ndr) ha già provato varie strade senza riuscire a mettere insieme i pezzi del puzzle. Lavorando in équipe possiamo confrontarci, integrare competenze diverse e costruire un percorso coerente, evitando che la persona debba fare da tramite tra un professionista e l’altro.Ogni operatore osserva la salute da una prospettiva diversa: chi attraverso l’alimentazione, chi attraverso i principi della medicina cinese, chi attraverso la risposta individuale dell’organismo. Quando queste competenze dialogano, la persona riceve una presa a carico più completa.
mente ad adattarsi agli stimoli dell’ambiente. È proprio in questa fase che l’omeopatia può offrire un sostegno prezioso, accompagnando il bambino nel suo percorso di crescita. Nei piccoli che si ammalano spesso, soffrono di allergie, hanno disturbi del sonno, della regolazione emotiva o del neurosviluppo, lavorare precocemente ‘sul terreno’ significa cercare di favorire il loro equilibrio mentre stanno ancora costruendo le basi della salute futura. Penso poi alle donne, dall’adolescenza alla menopausa, che affrontano problematiche come dolori mestruali, endometriosi, fertilità o i cambiamenti ormonali della perimenopausa. In questi casi integrare alimentazione, omeopatia, agopuntura e terapie complementari permette di accompagnare la donna nelle diverse fasi della sua vita. Anche gli uomini, spesso esposti a ritmi lavorativi intensi, stress cronico, disturbi metabolici o cardiovascolari, possono trarre beneficio da un percorso che non si limiti a controllare il sintomo, ma aiuti l’organismo a recuperare equilibrio. Più in generale, questo approccio è indicato per chi desidera comprendere il proprio corpo, prevenire anziché intervenire solo quando il problema è già presente e diventare parte attiva del proprio percorso di salute. Qual è il consiglio che darebbe a chi desidera iniziare un percorso di salute e/o benessere più consapevole? Di coltivare il ‘terreno’ della salute prima ancora di incontrare la malattia. La prevenzione non è un insieme di rinunce, ma un investimento quotidiano sulla qualità della vita. Pensa che il dialogo tra medicina convenzionale e discipline complementari sia destinato a crescere? Ne sono convinta. Credo nell’efficacia della prevenzione e delle medicine complementari, integrate con la medicina convenzionale. Noi collaboriamo quotidianamente con medici, fisioterapisti e altri professionisti della salute in un clima di rispetto reciproco. Quando ogni figura mette a disposizione le proprie competenze senza pregiudizi, il vero beneficiario è sempre il paziente. L’integrazione non significa sostituire una medicina con un’altra, ma costruire ponti.
SOPRA, OMEOPATIA, PILATES CON REFORMER E UN PROGRAMMA NUTRIZIONALE SU MISURA SONO ALCUNI PREZIOSI ALLEATI DI BENESSERE E METODI DI PREVENZIONE E DI CURA EVIDENZIATI DA ELENA ROSSI E PRATICATI NEL CENTRO DA LEI CO-FONDATO
Quale ruolo può avere il movimento, e in particolare il Pilates, all’interno di un percorso di benessere? Il Pilates si inserisce nel solco di questa filosofia. È uno strumento terapeutico che completa il percorso, perché un corpo che si muove bene, respira meglio e mantiene forza e mobilità, è un corpo che ha più risorse per stare in salute. Il movimento è prevenzione. Non serve solo a mantenere il peso corporeo, ma è uno degli strumenti più efficaci per preservare la salute del sistema muscolo-scheletrico, metabolico e anche del cervello. Il Pilates, in particolare, migliora forza, mobilità, equilibrio, coordinazione, respirazione e consapevolezza corporea. Insegna a muoversi con maggiore qualità, riduce le tensioni e aiuta a ritrovare un migliore dialogo con il proprio corpo. Dopo i quarant’anni diventa fondamentale preservare la massa muscolare e allenare la forza. Con l’avanzare dell’età, infatti, tendiamo fisiologicamente a perdere muscolo e questo influisce non solo sulla capacità di movimento, ma anche sul metabolismo, sulla salute delle ossa, sull’equilibrio e sull’autonomia futura. Oggi sappiamo che anche la forza di presa della mano è uno dei marker più affidabili di salute e longevità. Una presa debole è stata associata, in numerosi studi, a un maggiore rischio di fragilità, cadute, ricoveri, perdita di autonomia e mortalità. Non perché la mano sia il problema, ma perché la sua forza riflette molto bene lo stato di salute dell’intero sistema muscolare e la cosiddetta ‘riserva funzionale’ dell’organismo. Esistono tipologie di pazienti che possono beneficiare maggiormente di un approccio multidisciplinare? In realtà tutti possono trarne beneficio. Penso ai bambini. Quando un bambino cresce, cresce anche il suo ‘terreno’: il sistema immunitario matura, il sistema nervoso si sviluppa e l’organismo impara continua-
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ADVERTORIAL
Verso una nuova ERA
Una medicina senza confini, di spazio né di tempo. Tecnologia e umanità a supporto della longevità
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a sempre le persone attraversano i confini per motivi di salute: per trovare uno specialista, ottenere un secondo parere, accedere a competenze o trattamenti non disponibili nel proprio Paese o ridurre i tempi di attesa. Oggi si ricercano, inoltre, assistenza personalizzata e supporto lungo tutto il percorso: dalla consulenza al trattamento, dal recupero al follow-up e alla prevenzione. Con oltre 25 anni di esperienza in chirurgia plastica e ricostruttiva e una lunga attività con pazienti internazionali, nei vari studi in cui opera nel mondo incluso quello di Lugano - il Dr. Bülent Cihantimur condivide esperienze e riflessioni sulla longevità, sulla medicina personalizzata, sulla tecnologia e, soprattutto, sull’importanza dell’aspetto umano della guarigione. Perché sempre più pazienti attraversano i confini? I pazienti sono oggi più informati e desiderano partecipare attivamente alle decisioni sulla propria salute. Quando si cerca una risposta, una migliore qualità di vita o maggiore sicurezza nella propria scelta, la geografia passa in secondo piano. Cosa verificare prima di scegliere una clinica all’estero? Quando è in gioco la salute, sicurezza e trasparenza sono al primo posto. È importante che la struttura sia autorizzata, che i medici siano qualificati, che la sala operatoria sia adeguatamente attrezzata e, soprattutto, sapere chi seguirà il paziente fino alla fine dell’iter e cosa fare in caso di necessità di ulteriori cure una volta rientrati nel proprio Paese. La longevità è la prossima grande rivoluzione? È certamente uno dei temi centrali della medicina. Le persone vogliono rimanere indipendenti, mobili, lucide e attive, continuando a godere della famiglia, del lavoro e delle esperienze che danno significato alla vita. La vera rivoluzione della longevità non consiste nel combattere l’invecchiamento, ma nel comprenderlo meglio e aggiungere più anni di buona qualità alla vita.
BÜLENT CIHANTIMUR, CHIRURGO PLASTICO, CON STUDIO ANCHE A LUGANO
Cosa signif ica invecchiare in modo sano? Significa preservare buone condizioni di vita. Non basta mantenere una persona in vita: bisogna aiutarla a conservare forza, mobilità, indipendenza e dignità. Anche dopo una malattia o un infortunio. Quanto conta l’aspetto psicologico nella guarigione? Dietro ogni problema fisico c’è una persona con paure, speranze, aspettative e dubbi. Per questo l’ascolto da parte del medico è fondamentale. A volte un paziente non ha bisogno di ulteriori spiegazioni tecniche, ma di qualcuno che comprenda le sue preoccupazioni e risponda con sincerità. La medicina può curare il corpo, ma speranza, fiducia, comunicazione e relazione umana possono dare alla persona la forza necessaria per affrontare il percorso. Quale sarà il ruolo della tecnologia? Ha già e avrà un ruolo sempre più importante, soprattutto per prevenzione, diagnosi precoce e personalizzazione delle cure. Ma non sarà la tecnologia a definire il futuro della medicina. Il vero progresso è racchiuso nel suo potenziale di aiuto ai medici affinché possano comprendere meglio i pazienti, prendere decisioni più precise e offrire cure migliori. Il futuro della medicina… Il più grande traguardo non sarà semplicemente aiutare le persone a vivere più a lungo, ma permettere loro di rimanere sane, indipendenti, attive e pienamente presenti nella propria vita. Scienza, tecnologia, innovazione, dati e medicina personalizzata continueranno a trasformare il settore. Ma al centro del futuro della medicina resterà, sempre, la persona. Per informazioni Estetik International Via Nassa 7, 6900 Lugano estetikinternational.com
WELLBEING & WELLNESS DI SUSANNA CATTANEO
TAIJI QUAN
DOPPIAMENTE PRESENTI Alla scoperta di un’arte marziale che è anche cura, filosofia, meditazione e ascolto di sé stessi. Per ritrovare attraverso il movimento un equilibrio più profondo fra corpo, spirito e vita
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na delle leggende sulle sue origini racconta che il Taiji Quan sia stato ispirato al monaco taoista Zhang Sanfeng dal combattimento tra una gru e il serpente che, con i suoi movimenti sinuosi, ne schivava le stoccate del becco. Un’immagine che ben restituisce il principio fondante di questa disciplina: la vera forza non si manifesta con un’esplosione di potenza ma è chiarezza di spirito, non cerca l’offensiva ma è comprensione, come ci spiega Fanny Wang, fra le sue più autorevoli interpreti in Svizzera. Anche la nostra conversazione scorre armoniosa, le immagini prendono forma
gradualmente e ogni parola sembra trovare il proprio posto con naturalezza. A differenza dell’impressione che se ne potrebbe avere, il Taiji non è semplicemente una ginnastica dolce, né una sequenza di movimenti coreografici da eseguire la mattina in un parco. «Appartiene infatti alle cosiddette arti marziali “interne”: Taì significa supremo, estremamente; Jí significa la vetta, il culmine. Taìjí designa il principio supremo che genera la polarità Yin/Yang. Quan significa pugno, boxe. Il Taiji quan è dunque la “boxe della vetta suprema”, chiamata anche
IN FOTO, FANNY WANG . NEL SUO PERCORSO HA CONQUISTATO IL TITOLO DI VICECAMPIONESSA SVIZZERA DI TAIJI QUAN, DUE MEDAGLIE D’ARGENTO AI CAMPIONATI EUROPEI E MONDIALI DEL 2018 E UNA MEDAGLIA D’ORO AGLI © Dominic Steinmann / Artaichi
EUROPEI ONLINE DEL 2020. NEL 2019 È STATA CONSULENTE, COACH E INTERPRETE SOLISTA NELLA SCENA DELLA POTATURA DELLA VITE DURANTE LA FÊTE DES VIGNERONS A VEVEY, SOTTO LA DIREZIONE DI DANIELE FINZI PASCA. OGGI INSEGNA NELLA SVIZZERA FRANCESE, ORGANIZZANDO CORSI E STAGE CON LA SUA SCUOLA ARTAICHI
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WELLBEING & WELLNESS
© Fanny Wang / Artaichi
“boxe dell’ombra”, in riferimento alla tattica che consiste nell’adattarsi e assecondare i movimenti dell’avversario, per destabilizzarlo meglio. La lentezza di esecuzione è la caratteristica principale, al contrario delle arti marziali “esterne”, come il Kung Fu, che pongono l’accento su velocità di esecuzione, energia, preparazione fisica e potenza muscolare. Con il Taiji si coltivano invece altre qualità: il Qi, il soffio vitale; il Yi, l’intenzione che guida il gesto; il Song, il rilassamento; e il Rou, la capacità di accogliere la forza dell’altro senza opporvisi frontalmente», illustra Fanny Wang. Nel corso dei secoli la disciplina si è arricchita del pensiero taoista, della medicina tradizionale cinese e della riflessione di filosofi e letterati, trasformandosi in una pratica che coltiva insieme corpo e spirito. Ed è proprio questo binomio che talvolta si perde nelle versioni più superficiali approdate in Occidente. «Si pensa che basti eseguire movimenti lenti per entrare in uno stato meditativo. Ma se manca la comprensione della filosofia e, soprattutto, del nucleo marziale di questa disciplina, resta soltanto una successione di figure», sottolinea la maestra Wang, che conta tra i suoi obiettivi anche quello di sviluppare un percorso formativo riconosciuto in Svizzera, per garantire la qualità degli istruttori di Taiji quan, oggi abilitati all’insegnamento senza alcun titolo specifico. Per un occidentale il movimento del Taiji Quan può sembrare controintuitivo. «Siamo abituati a credere che il gesto parta dalle mani, che siano le braccia a guidarlo. Qui è l’opposto: il movimento nasce dai piedi, viene governato dal bacino e soltanto alla fine raggiunge le mani. Molti devono prima destrutturare il proprio modo di muoversi. È
un cambiamento profondo, che riguarda non solo il corpo ma anche il modo di percepirsi», chiarisce la maestra. Più il corpo smette di forzare, più il gesto diventa continuo, fluido, preciso. La lentezza non è un obiettivo estetico: è il presupposto che permette di percepire connessioni normalmente invisibili. Dopo circa tre mesi di pratica costante è possibile avvertire dei benefici significativi sul piano fisico, psicologico ed emotivo. Numerosi studi scientifici qualitativi, fra cui le ricerche dell’Harvard Medical School, documentano l’impatto positivo su equilibrio, forza degli arti inferiori, mobilità articolare, postura e coordinazione. Sono stati osservati benefici anche sul sistema cardiovascolare, qualità del sonno, regolazione dell’umore, riduzione dello stress e della pressione arteriosa. Alcune ricerche suggeriscono inoltre effetti favorevoli anche su depressione e malattie neurodegenerative come il morbo di Parkinson e, nelle donne che praticano con continuità, una possibile stabilizzazione della densità ossea, con un minor rischio di osteoporosi. «È una pratica con moltissimi benefici e pochissime controindicazioni. Sarebbe bene iniziare in tenera età per familiarizzarsi, ma non c’è un limite: il mio allievo più anziano ha 84 anni. A tutti cerco di trasmettere un semplice principio: bisogna ascoltare il proprio corpo e trovare il modo di abitarlo, che si abbia un dolore lombare, una protesi all’anca o che si attraversi un periodo di depressione». Perché il corpo non mente. Conserva
© Fanny Wang / Artaichi
serenità. Dopo un primo incontro, interrotto dagli studi, il richiamo è riemerso qualche anno più tardi. Da allora si è formata con maestri cinesi, ha conquistato titoli nazionali e internazionali, è stata coach e interprete solista delle sequenze di Taiji alla Fête des Vignerons del 2019, a Vevey. Oggi quel cammino sta aprendo una nuova direzione: accanto ai corsi e agli stage con la sua scuola Artaichi, a Châtel-Saint-Denis (Canton Friburgo), alla quale ora si dedica al 100% dopo aver in passato lavorato per anni come fisioterapista tradizionale, Fanny Wang sta scrivendo il suo primo saggio, nel quale raccoglie anni di pratica, studio e riflessione, presentando una sua versione del Taiji, lo Smart (Slow Mouvement Art), per aiutare i praticanti a dar forma alle emozioni personali e a guarire dai loro traumi. «Mentre nel Taiji standard si impara a riprodurre fedelmente figure codificate, vorrei aiutare i praticanti nella ricerca di una gestualità personale, che rispetti morfologia, capacità, esigenze e valori individuali. Un metodo di realizzazione olistica, in cui il corpo smette di performare per diventare una pulsazione spirituale, entrando in risonanza con l’equilibrio naturale», anticipa. Quando le chiedo quale sia la differenza più grande tra il lavoro che ha svolto per anni come fisioterapista e quello attuale, la risposta va oltre la tecnica: «In fisioterapia il cliente spesso arriva per prescrizione del medico e si affida più o meno passivamente al terapeuta, in attesa che sia lui a risolvere il problema. Chi invece sceglie il Taiji è protagonista del proprio percorso: sceglie in autonomia dopo essersi documentato ed è disposto a mettersi in gioco», osserva. Mentre la nostra conversazione si avvia alla conclusione, il discorso si sposta sul presente e sulla difficoltà di abitarlo davvero, fra distrazioni virtuali e un ritmo frenetico: viviamo sempre proiettati in avanti; vogliamo controllare, organizzare, prevedere tutto. «Ecco che attraverso una pratica di movimenti lenti come il Taiji Quan possiamo lavorare sulla presenza e grazie alla meditazione sviluppare la presenza della nostra mente. Se, integrandole, riusciamo a superare la dualità fra corpo e spirito, saremo doppiamente presenti. Tanto in tutte le nostre cellule corporee, quanto nella nostra mente. Allora non c’è più bisogno di voler agire o avere il controllo sulle cose perché, dal momento in cui sono interamente qui e ora, accetto questa realtà e mi lascio attraversare da questa sorta vibrazione naturale, tutto comincia a fluire con spontaneità», conclude Fanny Wang. In un’epoca che premia la velocità e la prestazione, il Taiji Quan invita controintuitivamente a rallentare, per ascoltarsi e muoversi al ritmo delle proprie emozioni.
memorie, tensioni, paure. Imparare ad ascoltarlo significa imparare qualcosa di sé. «Per me il Taiji è anche un modo per depurarsi poco alla volta dalle scorie del passato, dai traumi, da tutto ciò che continua a pesare dentro noi. È un lavoro di introspezione che cerca di rendere il movimento sempre più in sintonia con uno spirito limpido. È questo che rende la pratica così completa», osserva Fanny Wang, riferendosi anche alla sua storia personale che attraversa le due culture fra cui ha saputo creare un ponte. Nata a Seul e adottata in Svizzera a dieci mesi, è cresciuta con un’educazione occidentale.Da adulta, il bisogno di visitare il suo paese di origine e l’incontro con la famiglia biologica hanno innescato una svolta. «È stato come se per anni avessi guardato il mondo attraverso un vetro appannato e, all’improvviso, qualcuno lo avesse pulito. Qualcosa dentro me ha finalmente trovato contorni più nitidi. Da quel momento, ho iniziato a sentirmi sempre più pervasa dalla cultura orientale. Oggi sento di aver trovato un equilibrio fra Oriente e Occidente». Anche il Taiji Quan è entrato nella sua vita in un momento di fragilità, quando poco più che ventenne attraversava una grave depressione dopo una relazione tossica. Cercava dunque una pratica che le restituisse
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Scienza condivisa Divulgare con rigore, creatività e formati coinvolgenti per rendere la scienza accessibile a tutti è la missione di BrainCircle Lugano
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nche mentre sviluppiamo intelligenze artificiali sempre più potenti, l’organo da cui nasce quella umana continua a custodire molti dei suoi misteri. Fulcro di ogni moto del nostro corpo e del nostro animo, il cervello governa le funzioni vitali dell’organismo e ci permette di percepire, imparare, ricordare, esprimerci, creare. E anche di comprendere meglio il suo stesso funzionamento. Ogni progresso porta però con sé una sfida altrettanto importante: renderlo accessibile a chi non fa ricerca. Finché resta confinata nei laboratori, la conoscenza esprime solo una frazione del suo potenziale. Essenziale, la divulgazione. Quella di qualità, che senza banalizzare riesce a trasformare la complessità in curiosità. Dal 2019, BrainCircle Lugano ne ha fatto la propria missione. Nato dall’esperienza decennale di BrainCircle Italia - associazione no profit fondata dalla compianta Viviana Kasam, con il sostegno di Rita Levi Montalcini - il chapter ticinese ne raccoglie fedelmente l’eredità, sviluppandone la vocazione origi-
naria: avvicinare il grande pubblico alle neuroscienze attraverso un approccio multidisciplinare, di intrattenimento, ma senza compromessi sulla qualità di ospiti, contenuti e l’indipendenza delle scelte. «Cerchiamo di essere creativi nei format e di invitare relatori di altissimo livello, capaci di rendere comprensibile il loro campo di ricerca senza rinunciare alla profondità e, al contempo, di portare punti di vista inediti», spiega Antonietta Mira, presidente di BrainCircle Lugano. Professoressa di statistica all’Università della Svizzera italiana, dove ha cofondato e codirige, all’interno dell’Istituto Eulero, il Remedi Lab, è anche membro eletto del Consiglio della ricerca del Fondo nazionale svizzero. Antonietta ha raccolto il testimone di Viviana insieme alle vicepresidenti Carolyn Buckley ed Enrica Schueli Bia e a un gruppo di volontari che mettono competenze e passione a servizio dell’associazione. Due gli appuntamenti che scandiscono l’anno. In primavera un’intera settimana di incontri dedicati a grandi temi di attualità, dalle neuroscienze e la biomedicina, all’intelligenza artificiale e la silver economy. L’edizione 2026 ha ospitato anche il Premio Nobel
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SOCIETÀ DI SUSANNA CATTANEO
per la Chimica Aaron Ciechanover, protagonista della lectio magistralis inaugurale dell’Euler Colloquium, seguita da conferenze e tavole rotonde dedicate alla biologia dell’invecchiamento, alle neuroscienze, ai dati, all’intelligenza artificiale e alle nuove tecnologie applicate alla salute.Tra le novità più apprezzate, “Pizza&Science”, il format pensato per ragazzi dai 10 anni in su. «Non una lezione, ma un dialogo. I giovani hanno potuto rivolgere direttamente le loro domande a Ciechanover e a Giorgio Vallortigara, pluripremiato professore di neuroscienze e autore di numerosi libri divulgativi. È importante che possano incontrare gli scienziati e scoprire che dietro ogni grande risultato ci sono curiosità, dubbi, tentativi ed errori. È anche così che può nascere una passione destinata a cambiare una vita», osserva la Prof.ssa Mira. La divulgazione è del resto una cifra che le appartiene profondamente. Da anni porta nelle scuole e nei teatri spettacoli di “matemagia”, in cui illusionismo e statistica si intrecciano per mostrare quanto la matematica possa essere sorprendente, ed è stata anche ideatrice della mostra itinerante Diamo i numeri, con cui ha vinto la sfida di rendere intriganti e alla portata di tutti discipline altrimenti etichettate come complesse e inaccessibili. Anche il crescente successo delle iniziative di BrainCircle Lugano, con sale regolarmente esaurite e oltre duemila presenze negli ultimi due anni, conferma il forte interesse del pubblico per una divulgazione scientifica di qualità e intelligente. Un risultato reso possibile dal sostegno di sponsor e partner istituzionali che consentono di offrire gratuitamente la partecipazione agli eventi - che si completano in autunno con la rassegna Cervello&Cinema (vedi box) - radicando l’associazione sul territorio. «In questi primi sette anni di attività abbiamo potuto osservare quanto Lugano si stia dimostrando una città univer-
ANTONIETTA MIRA, PRESIDENTE DI BRAINCIRCLE LUGANO. È PROFESSORESSA DI STATISTICA ALL’UNIVERSITÀ DELLA SVIZZERA ITALIANA, DOVE HA COFONDATO E CODIRIGE, ALL’INTERNO DELL’ISTITUTO EULERO, IL REMEDI LAB
sitaria sempre più capace di aprire il proprio campus ai cittadini, trasformandosi in luogo d’incontro fra ricerca e società. Una vocazione che BrainCircle Lugano interpreta pienamente, facendo uscire la scienza da aule e laboratori per renderne partecipe il largo pubblico», conclude Antonietta Mira. Un obiettivo che richiede un costante sforzo di traduzione e la sinergia tra scienziati, istituzioni e divulgatori, uniti nella missione di democratizzare il sapere.
Ciak, si pensa! Anche quest’autunno torna Cervello&Cinema, la rassegna organizzata da BrainCircle Lugano e Fondazione Sir John Eccles. «Anziché trattare il cervello come un’astrazione, ogni serata prende le mosse da una sua regione (corteccia prefrontale, ippocampo, amigdala, ...) e da film che ne hanno raccontato le funzioni e i misteri: siamo davvero liberi di scegliere, coincidiamo con i nostri ricordi, cosa rimane di noi quando le parole ci abbandonano, da dove nasce la paura, vediamo il mondo o lo costruiamo?», osserva Beatrice Groh-Bellet de Tavernost, coordinatrice della rassegna. Ogni proiezione è preceduta da un dialogo fra due studiosi di discipline diverse: uno scienziato, che porta i dati, i
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limiti e la fisiologia, e un interlocutore proveniente da un altro sapere (la filosofia, la clinica, la psicologia, l’arte) che porta il senso, il dubbio e la storia. Sopra, i tre film protagonisti a novembre della prima parte della rassegna, al Cinema Art House di Massagno. Per maggiori dettagli e aggiornamenti sulla seconda parte, al Palacinema di Locarno, rimandiamo al programma completo, a breve disponibile: braincirclelugano.ch
SOCIETÀ DI SARAH PEREGALLI
La linfa sociale della
SVOLTA VERDE L’innovazione tecnologica non basta ad azzerare l’impatto ambientale: serve una transizione culturale. Le scienze sociali possono offrire la chiave per superare le resistenze locali e guidarci verso scelte energetiche sostenibili
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sono strettamente collegati tra loro. Il riscaldamento globale, infatti, sta mettendo sotto pressione anche fonti tradizionalmente considerate affidabili, come l’idroelettrico e il nucleare, a causa della crescente scarsità d’acqua. Le tecnologie per la transizione esistono già. Cosa manca ancora? Le nuove fonti rinnovabili hanno raggiunto un livello di sviluppo promettente e un costo competitivo rispetto alle fonti energetiche tradizionali. Anche gli interventi per migliorare l’efficienza energetica permettono di ridurre consumi e costi. Il vero punto critico non è tanto la disponibilità delle tecnologie, quanto il loro incontro con le persone. È qui che entrano in gioco le scienze sociali. Perché molte persone esitano ancora ad adottare soluzioni più sostenibili? Le ragioni sono diverse. Molte ricerche, tra cui alcune condotte all’Usi, evidenziano come le persone comuni abbiano spesso una certa inerzia nell’adottare i nuovi dispositivi per la riduzione dell’impatto ambientale
© iStock
ecnologie pulite,fonti rinnovabili e politiche climatiche: la transizione energetica è indubbiamente una questione di innovazione e obiettivi di sostenibilità, ma c’è un elemento spesso sottovalutato, senza il quale nessun cambiamento può compiersi: le persone. Alessandra Motz, ricercatrice dell’Istituto di ricerche economiche (Ire) dell’Università della Svizzera italiana, ci aiuta a capire perché gli aspetti sociali sono oggi determinanti tanto quanto quelli tecnologici. Negli ultimi mesi il tema dell’energia è tornato al centro dell’attualità. Dalla chiusura dello Stretto di Hormuz alle ondate di calore e agli incendi che hanno colpito l’Europa, quanto questi eventi hanno cambiato il modo in cui guardiamo alla transizione energetica? Le crisi energetiche e gli eventi climatici estremi degli ultimi anni evidenziano sia l’importanza di garantire un approvvigionamento energetico sicuro, economico e sostenibile, sia il fatto che questi tre obiettivi
UN EFFICACE ESEMPIO DI SFRUTTAMENTO DELL’ENERGIA DI ACQUA E VENTO IN LEVENTINA: LA STORICA DIGA DEL LUCENDRO (1942-48) E IL PARCO EOLICO DEL SAN GOTTARDO (2021), GESTITI DALL’AZIENDA ELETTRICA TICINESE (AET)
SOCIETÀ
della vita quotidiana, come i pannelli fotovoltaici, le pompe di calore, l’isolamento termico e così via. Esistono ostacoli concreti, come vivere in affitto o non disporre del capitale necessario per l’investimento iniziale. Ma ci sono anche fattori comportamentali quali la difficoltà di orientarsi tra le informazioni, la mancanza di tempo, il timore di tecnologie percepite come nuove o complesse. Anche l’esempio di amici, parenti o vicini di casa può influenzare le decisioni. Quanto contano le caratteristiche personali nelle scelte energetiche? Molto. L’età, il genere, la sensibilità ambientale, le convinzioni personali e perfino il modo in cui percepiamo i rischi possono incidere sulla propensione ad adottare nuove tecnologie. Chi è più preoccupato per la sicurezza degli approvvigionamenti o per la dipendenza energetica dall’estero, ad esempio, può essere più incline a investire in soluzioni alternative.
ALESSANDRA MOTZ, RICERCATRICE DELL’ISTITUTO DI RICERCHE ECONOMICHE DELL’USI
psicologia aiutano a costruire politiche più efficaci, campagne informative più mirate e sistemi di incentivazione capaci di raggiungere pubblici diversi. Non tutte le persone affrontano il cambiamento nello stesso modo, ed è importante tenerne conto, soprattutto quando si vogliono coinvolgere le fasce più vulnerabili della popolazione. Un altro aspetto critico è l’opposizione ai grandi impianti per le energie rinnovabili. Come interpretarla? Molto spesso queste reazioni vengono liquidate con l’etichetta di Nimby (“Not In My Back Yard”): si accusano i residenti di non voler sopportare un piccolo disagio in vista di un beneficio molto più grande per la comunità. La realtà, però, è più complessa. Le persone non si oppongono alla transizione energetica, ma a infrastrutture che percepiscono come intrusi. Piuttosto, chiedono di essere coinvolte nelle decisioni che riguardano il territorio in cui vivono. Trasparenza, partecipazione e dialogo sono elementi fondamentali per costruire consenso. La storia dell’industria energetica in Svizzera e in Ticino, del resto, offre già tanti spunti virtuosi, con l’esperienza delle prime cooperative idroelettriche nate nell’arco alpino all’inizio del secolo scorso e oggi diventate aziende energetiche locali. Qual è, in definitiva, la sfida più importante per la transizione energetica? La transizione non è soltanto una questione tecnologica. È anche un cambiamento sociale e culturale. Per essere davvero efficace deve essere equa, inclusiva e condivisa. La ricerca può contribuire proprio a questo: comprendere come accompagnare persone e comunità affinché possano diventare protagoniste del cambiamento, e non semplici destinatarie di decisioni prese altrove.
In che modo la ricerca può aiutare a superare queste resistenze? Studiare i comportamenti delle persone permette di progettare prodotti e servizi più semplici da utilizzare e più vicini ai bisogni reali, adattando l’offerta ai diversi tipi di consumatori e aiutando anche i più riluttanti a superare lo scoglio iniziale. Pensiamo, ad esempio, ai concessionari di auto elettriche che offrono anche l’installazione della colonnina di ricarica e, se necessario, dei pannelli fotovoltaici. Ridurre la complessità del percorso facilita la scelta e rende la transizione più accessibile. Quale contributo possono offrire le scienze sociali alle politiche pubbliche? Le conoscenze dell’economia comportamentale e della
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SOCIETÀ DI SIMONA MANZIONE
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no degli obiettivi dello Zonta International è costruire un mondo migliore per le donne e le ragazze attraverso l’istruzione, la leadership e le pari opportunità. Per questo da molti anni promuove anche borse di studio e premi internazionali dedicati alle giovani donne, come l’Amelia Earhart Fellowship, il premio Young Women in Leadership e i programmi per le donne nella leadership d’impresa. Organizzazione internazionale di servizio, lo Zonta in Svizzera e nel Liechtenstein è suddiviso in due regioni chiamate Distretti, con un totale di 23 Club regionali, composti da donne di tutte le età, con background professionali e culturali diversi. Uno di questi è lo Zonta Club Lugano, da cui è nata la Fondazione Zonta Club Lugano, che assegna dal 2001 borse di studio a studenti meritevoli. A parlarne è Vittoria Espeli, la prima borsista e oggi presidente della Fondazione. Un passaggio di testimone tra generazioni... Sono stata la prima borsista della Fondazione e oggi ne sono la presidente. Credo che non ci sia esempio migliore per raccontare quanto possa fare la differenza un’opportunità data al momento giusto. Ogni generazione ha la responsabilità di lasciare a quella successiva fiducia e strumenti per costruire il proprio futuro. Come Fondazione, in vista dell’assegnazione delle borse di studio, ogni anno riceviamo circa un centinaio di candidature. Oltre ai voti conseguiti nello studio e alla situazione economica della famiglia, chiediamo ai giovani di raccontarsi attraverso una lettera. Ne emergono storie, aspirazioni e difficoltà diverse, ma anche un desiderio comune: studiare, valorizzare il proprio talento e gettare le basi del proprio avvenire. Il nostro impegno come Fondazione significa esserci, con continuità, per chi parte con meno possibilità di altri. Una comunità cresce quando sa riconoscere e dare spazio ai propri talenti. E il talento non ha genere, proprio per questo - nonostante lo Zonta si concentri sul miglioramento della condizione femminile - quando è stata creata la Fondazione, si è scelto di sostenere ragazze e anche ragazzi. Sostenere le donne non significa infatti escludere gli uomini, ma contribuire a costruire una cultura delle pari opportunità, nella quale ogni giovane possa esprimere il proprio potenziale. Che sia donna o uomo.
Dare spazio ai TALENTI
Un’opportunità al momento giusto può cambiare il percorso di una vita. La Fondazione Zonta Club Lugano, legata ai valori dello Zonta International, sostiene non solo ragazze, ma anche ragazzi. Perché il talento non ha genere
IN FOTO, VITTORIA ESPELI, PRIMA BORSISTA (NEL 2001) E OGGI PRESIDENTE DELLA FONDAZIONE ZONTA CLUB LUGANO, CHE DA VENTICINQUE ANNI ASSEGNA BORSE DI STUDIO A STUDENTI MERITEVOLI
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Qual è il valore dell’investire nelle persone? Siamo orgogliosi di aver accompagnato nel tempo molti dei nostri borsisti e di averli visti trovare la propria strada. Alcune storie mi hanno colpito in modo particolare: quelle di chi ha dovuto interrompere gli studi, iniziare con una formazione professionale o affrontare difficoltà economiche e personali, per poi trovare il coraggio di ricominciare. Sono storie che dimostrano come il punto di partenza non determini necessariamente quello di arrivo. Con capacità, impegno e il sostegno giusto al momento giusto, si possono raggiungere i risultati sperati. Risiede in questo, a mio avviso, il valore più grande di una borsa di studio. Non di rado - ed è il caso di quelle assegnate dalla Fondazione - ‘colmano dei vuoti’. In Ticino esistono strumenti pubblici di sostegno, ma hanno criteri precisi. Ci sono quindi famiglie che, non rientrando nei parametri previsti, devono affrontare sacrifici significativi per permettere ai figli di studiare. In questa “zona grigia”, il ruolo delle associazioni e delle fondazioni può fare la differenza. Rileggendo le lettere dei candidati, ho trovato due parole che descrivono bene il nostro intervento: “un respiro” per le famiglie e “una motivazione” per gli studenti. Una borsa di studio non è quindi solo un aiuto economico: è anche un segnale di fiducia. Dice a una persona che il suo impegno viene visto e sostenuto, e che vale la pena continuare. La formazione è ancora uno strumento di emancipazione per le donne? Credo che oggi la formazione, nel nostro contesto, non sia più uno strumento di emancipazione, intesa come conquista di un diritto che prima non esisteva. La vera sfida è fare in modo che talento e preparazione delle donne si traducano in pari opportunità nel mondo del lavoro e nei luoghi dove si prendono le decisioni. Lo Zonta, fatto di donne che si impegnano per promuovere il ruolo della donna, può essere uno stimolo per le giovani a usare il proprio sapere e le proprie competenze per occupare il posto che meritano, anche nei settori dove le disparità uomo-donna sono ancora presenti. Che cosa significa oggi fare filantropia? Per me filantropia significa mettere a disposizione ciò che abbiamo per creare opportunità e contribuire al futuro della comunità. Non servono necessariamente grandi gesti. Una borsa di studio, un progetto, una rete di persone possono cambiare il percorso di qualcuno, a beneficio anche del territorio. Il mio invito alle donne che desiderano partecipare è quindi di non esitare ad avvicinarsi a Zonta o ad altre associazioni. Ognuna può contribuire con le sue capacità e sensibilità.
DA SINISTRA, VITTORIA ESPELI, PRESIDENTE DELLA FONDAZIONE ZONTA CLUB LUGANO, E NICOLE ROSSI, PRESIDENTE DELLO ZONTA CLUB LUGANO
Quali sono oggi le principali sfide sul fronte delle pari opportunità? Rispondo da tre prospettive diverse. Come cittadina, credo sia ancora importante aiutare le donne a sentirsi pienamente legittimate nei ruoli che ricoprono, senza vivere le proprie opportunità come una fortuna, ma riconoscendole come il risultato di capacità, impegno e competenza. Come socia Zonta, penso sia fondamentale continuare a parlare di temi come la disparità salariale, che esiste ancora anche in Ticino. Rispondo, infine, come professionista all’interno dell’Ente Ospedaliero Cantonale, dove ho una primaria donna: modelli femminili di successo aiutano altre donne a immaginarsi negli stessi ruoli. Il mio stesso percorso, fino a diventare viceprimaria, è stato possibile grazie a un ambiente capace di riconoscere competenze e valore. È anche questo il ruolo di Zonta: creare consapevolezza e contribuire allo sviluppo di una cultura in cui formazione e carriera non abbiano genere. Qual è l’auspicio per la Fondazione e per i futuri premiati? Il mio auspicio è che ci siano sempre donne disposte a mettersi in gioco per portare avanti la Fondazione e donatori che continuino a credere nella sua missione. Senza questo sostegno, non sarebbe possibile creare nuove opportunità. Inoltre, vorrei vedere i nostri valori sempre più “social”, condivisi e acquisiti da un numero crescente di persone. Mi piacerebbe, infine, che la filantropia potesse ispirare le nuove generazioni. E che i premiati di oggi, un domani possano a loro volta restituire qualcosa alla comunità, attraverso un’associazione, un progetto o semplicemente mettendo le proprie competenze al servizio degli altri. Per me il significato del nostro impegno è esserci, con continuità, perché, alla fine, una comunità ha sempre la stessa esigenza: dare spazio ai talenti, in ogni campo, affinché possano contribuire al suo futuro.
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Photo: Nat Farbman/The LIFE Picture Collection/Shutterstock Artwork © 2026 Ruth Asawa Lanier, Inc., Courtesy David Zwirner
PERCORSI_MOSTRE
tutto
SCORRE
DI SUSANNA CATTANEO
Tra natura e gesto artigiano, Ruth Asawa ha saputo intrecciare rigore geometrico e fluidità organica, presenza fisica e proiezione immateriale, scultura e disegno Alla Fondation Beyeler, la sua opera si rivela in tutta la sua delicatezza e forza visionaria IN FOTO, RUTH ASAWA (1926-2013) TRA ALCUNE SUE SCULTURE IN FILO METALLICO INTRECCIATO, NOVEMBRE 1954. NELLA PAGINA ACCANTO, UNA FORMA SOSPESA A CINQUE LOBI DELLO STESSO ANNO: SENZA TITOLO, S.573, FILO DI RAME SMALTATO E FILO DI FERRO, 161,3 x 50,8 x 50,8 CM,COLLECTION DEBORAH AND ANDY RAPPAPORT
© 2026 Ruth Asawa Lanier, Inc., Courtesy David Zwirner Photo: Sibila Savage, © 2015 Sibila Savage Photography
U
na forma fluisce ininterrotta nella successiva, l’esterno si ribalta in interno, la superficie disegna un volume senza definire lo spazio. Osmotiche, le sculture di Ruth Asawa (1926-2013) si lasciano attraversare dall’aria e dalla luce. Non lavora né per addizione di materia, né per sottrazione, ma intrecciando con paziente gesto artigiano un umile filo: svolge e avvolge la sua rete metallica, che sboccia e si ripiega su sé stessa per riaprirsi in un nuovo respiro. Ogni fine contiene un nuovo inizio. Così si può dire dell’intera opera di questa artista nippoamericana, sei decenni segnati da un’incessante sperimentazione nutrita dall’osservazione della natura: il groviglio di una pianta del deserto, la conchiglia a spirale di una lumaca, un ragno che ripara la sua tela all’alba, il sole attraverso le gocce d’acqua sospese sulle punte degli aghi di pino… forme botaniche e organiche che, lavorando un materiale impersonale e freddo come il filo di ferro industriale, riesce miracolosamente a sviluppare, duttili, flessuose, aeree nella loro leggerezza. Come crisalidi o nuvole, fluttuando sospese al soffitto, creano un tutt’uno con le mutevoli ombre che restituiscono la complessità geometrica della loro architettura, fondendo disegno e scultura. Determinanti nella sua formazione furono i tre anni trascorsi al Black Mountain College in North Carolina (1946-49), dove erano confluite molte menti brillanti del Bauhaus in fuga dal- l a G e r m a n i a nazista: Ruth Asawa stessa lo riconosceva, “a volte il bene nasce dalle avversità”. Per lei, che da adolescente era stata fra i 120mila nippoamericani internati dopo l’attacco di Pearl Harbor, la scoperta del disegno era proprio avvenuta incontrando fra i detenuti del campo gli animatori dei Walt Disney Studios: una passione che difficilmente, come figlia di agricoltori abituata sin da bambina a lavorare nei campi per contribuire a mantenere la famiglia, avrebbe avuto altrimenti occasione di coltivare. Nel dopoguerra, il Black Mountain College le si offre come la straordinaria esperienza che ne plasma l’approccio transdisciplinare, facendole maturare anche la consapevolezza della responsabilità, attraverso la propria voce artistica, di sfidare la società, influenzarne la cultura e plasmarne il futuro, come farà
con il suo impegno anche a favore dell’istruzione, dell’ambiente e della comunità. Quella San Francisco che, dal 1949 alla sua morte nel 2013, diventa casa per lei e Albert Lanier, architetto ed ex compagno di studi, con cui può finalmente sposarsi dopo l’abrogazione delle leggi che vietavano i matrimoni interrazziali in California. Vita familiare e creazione artistica diventano da allora inscindibili: la casa è il suo studio, dove, mentre cresce i sei figli, prendono vita le sue prime sculture, ispirate dalla tecnica di intreccio delle ceste appresa a Toluca durante un viaggio in Messico. Nel mezzo secolo successivo continua a esplorare le questioni fondamentali della forma, dello spazio e della materia con un’intima coerenza, testimoniata dalla prima retrospettiva postuma, nonché la prima antologica in Europa, che a un secolo dalla nascita di Ruth Asawa offre uno sguardo completo sul suo percorso artistico. Frutto di una partnership espositiva tra il San Francisco Museum of Modern Art e il Museum of Modern Art di New York, dal prossimo 18 ottobre al 10 gennaio 2027 arriva alla Fondation Beyeler di Riehen in una versione che aggiunge in esclusiva circa 15 opere per sottolineare ulteriormente lo stretto legame tra l’arte di Asawa e la natura, alle 200 già presentate nelle precedenti tappe internazionali della mostra, incluse le sue iconiche sculture in filo metallico e le complesse composizioni con fasci di filo legato realizzate dopo il 1962, le litografie, le fusioni in bronzo e un’ampia selezione di opere su carta. Uno sguardo di insieme che svela, sala dopo sala, come i disegni, le sculture e le stampe di Ruth Asawa non siano corpus autonomi, ma espressioni diverse di un approccio artistico coerente, che continua a rinnovarsi al nostro sguardo, trovando una cornice ideale negli spazi della Fondation Beyeler e rivelando tutta la sua attualità in un presente dove forme come queste parlano tanto di sostenibilità quanto, nella logica geometrica perfetta e fluida delle loro evoluzioni e involuzioni nello spazio, sembrano anticipare il design computazionale, codificando visivamente con un’intuizione puramente organica e manuale una complessità che oggi considereremmo architettata da un sistema algoritmico in grado di generare quel continuum strutturale in cui una forma fluisce ininterrotta nella successiva.
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Materializzazione di presenze e forze che sfuggono alla percezione umana, l’arte di Miwa Komatsu si offre come ponte verso la dimensione spirituale
© 2026 FUDO Miwa Komatsu
© Foto Tatsuya Azuma / 2026 FUDO Miwa Komatsu
DAR FORMA all’invisibile
IN ALTO, MIWA KOMATSU DOPO UNA PERFORMANCE AL KARUIZAWA NEW ART MUSEUM DI NAGANO AL CENTRO, LAKE KAWAGUCHI FOLKTALES, 2013, ACRILICO SU LEGNO, 130 × 324 CM; SOTTO, DAILY LIFE
© 2026 FUDO Miwa Komatsu
OF THE SPIRITS,2025, ACRILICO SU TELA, 227,5 × 227,5 CM
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nsolito avere l’impressione che non sia l’opera d’arte a offrirsi al nostro sguardo, ma che siano i suoi occhi a posarsi su di noi. Ipnotici, quelli delle creature immaginarie di Miwa Komatsu, più che esprimere le emozioni delle figure ibride alle quali appartengono, ci interpellano, entrando in risonanza con la nostra interiorità. L’impatto arriva insieme a quello del colore, un’esplosione quasi fisica: vibranti contrasti cromatici vorticano sulla tela creando un campo energetico pulsante. Beyond the Eyes, oltre gli occhi, è il titolo della prima personale europea di quest’artista giapponese, fra le più apprezzate della sua generazione. Curata da Nora Segreto e realizzata in collaborazione con Fudo Co., Ltd di Tokyo, riunisce al Museo delle culture - Musec di Lugano una trentina di opere, tra dipinti, sculture e installazioni, realizzate dal 2012 al 2026. Richiamandosi alla mitologia, al folclore e alla tradizione spirituale del suo Paese, Komatsu tenta di dar forma a ciò che normalmente sfugge alla rappresentazione diretta. All’opposto dell’estetica della sottrazione comunemente
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PERCORSI_MOSTRE DI SUSANNA CATTANEO
A DESTRA, STAIRWAY TO THE LIGHT, 2026, ACRILICO, 162 × 130,3 CM; IN BASSO HEAVEN AND EARTH KOMAINU, 2016, PORCELLANA DI ARITA, 30 × 18 × 35 CM; 32 × 21 × 35 CM, DUE FRA LE OPERE DI MIWA KOMATSU IN MOSTRA AL MUSEC DI LUGANO FINO AL 25 OTTOBRE
© 2026 FUDO Miwa Komatsu
associata all’arte orientale, sceglie una pittura debordante, stratificata e dinamica. Per comprendere l’origine di questa personalissima visione bisogna tornare all’infanzia di Miwa Komatsu, nella prefettura di Nagano, dove è nata a Sakaki nel 1984 e vive tuttora: un paesaggio montuoso lontano dall’immagine più tecnologica e urbanizzata del Giappone contemporaneo. Sin da bambina amava stare nella natura, di cui ha cominciato ad avvertire la dimensione sacrale, sviluppando un’acuta percezione della coesistenza fra il mondo dei vivi e le presenze ultraterrene che pure lo abitano. Formatasi in incisione alla Joshibi University of Art and Design di Tokyo, di cui resta traccia nella precisione di linee e dettagli dei suoi grandi acrilici, si è poi avvicinata alla pittura attratta dall’unicità di questa tecnica rispetto alla riproducibilità della stampa e dalla libertà dell’uso del colore, il cui potere simbolico le si è rivelato durante un’esperienza al Santuario di Izumo Taisha, fra i più antichi e sacri dello shintoismo. La meditazione è parte integrante della vita e della pratica artistica di Komatsu. Le sue opere non nascono da disegni preparatori, ma da un profondo stato di concentrazione che le permette di “farsi recipiente” per energie invisibili. È impressionante durante le sue live performance vederla, lei solitamente così delicata e posata, pervasa da un’irrefrenabile forza creativa, simile a una figura sciamanica capace di raccogliere energie collettive e restituirle sotto forma di immagini condivisibili. Anche se il suo linguaggio si richiama a simboli ancestrali e miti della tradizione giapponese, sa attraversare le barriere culturali e temporali, parlando anche al nostro presente occidentale. L’impegno di Miwa Komatsu nel sensibilizzare il pubblico sul rapporto tra essere umano e natura è stato riconosciuto anche dal Ministero dell’Ambiente giapponese, che l’ha nominata Ambasciatrice di Buona Volontà. Davanti alle sue creazioni si può avvertire una certa inquietudine, come quando ci si trova davanti a qualcosa che sfugge alle proprie categorie di comprensione. Una sensazione che è segno che l’opera sta agendo come una sorta di “medicina per l’anima”. La sua missione, come lei stessa spiega, non è tanto eliminare il conflitto quanto creare attraverso l’arte una condizione in cui gli opposti - esseri umani e natura,
© 2026 FUDO Miwa Komatsu
visibile e invisibile, vita e morte, passato e futuro, yin e yang - possano coesistere in armonia, riconoscendosi a vicenda ed entrando in sintonia senza perdere la propria individualità. Con Miwa Komatsu, il consolidato rapporto del Musec di Lugano con la cultura giapponese, coltivato in oltre vent’anni di studi, collezioni, mostre e collaborazioni istituzionali, entra nel presente, inscrivendosi nel ciclo “Global Aesthetics”, dedicato all’esplorazione del rapporto tra l’arte contemporanea e il contesto ideologico e culturale in cui essa si muove. Fra le opere in mostra, che proseguirà fino al prossimo 25 ottobre, anche i due acrilici realizzati dall’artista l’anno scorso quando, in visita a Lugano per lavorare al progetto, ha avuto l’occasione di connettersi allo spirito del luogo, che dice di aver trovato sorprendentemente affine a quello della sua Sakaki.
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PERCORSI_MOSTRE DI MIRTA FRANCESCONI
ASSENZE SCOLPITE
Photo © Laurent Edeline / Courtesy of the artist and Templo
© Justin Wieler
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© Elea Jeanne Schmitter
Raffigurate come dee, sante, eroine, amanti o figure di potere, molto più raramente le donne sono le autrici delle opere conservate nelle collezioni dei musei. A questa sproporzione risponde il progetto con cui, al Petit Palais di Parigi, Prune Nourry dà un volto a 18 scultrici dimenticate
a scelto il clamore del bianco Prune Nourry per denunciare un vuoto non visibile: quello lasciato dalle tante artiste misconosciute dalla storia dell’arte ed escluse dalle collezioni museali, anche quando erano riuscite a superare gli ostacoli di accesso alla formazione e alla professione. Un’assenza che si è sedimentata fino a smarrirne la memoria. Se si contano rarissime eccezioni come Camille Claudel e Sarah Bernhardt, chi si ricorda invece, ad esempio, di Käthe Kollwitz, Nancy Elizabeth Prophet, Hélène Bertaux, Jane Poupelet o Daria Gamsaragan? Su invito del Petit Palais di Parigi, Prune Nourry ha ridato un volto a 18 scultrici francesi vissute tra fine Ottocento e inizio Novecento. Con l’approccio che le è consueto, si è fatta affiancare da tre storiche dell’arte che hanno dedicato un anno alla raccolta di documenti, testimonianze e materiali d’archivio per ricostruirne le vicende e l’aspetto.
SOPRA, PRUNE NOURRY MENTRE LAVORA NEL SUO ATELIER AI BUSTI DI 18 SCULTRICI FRANCESI DIMENTICATE (A DESTRA, SELMA HORTENSE BURKE, 1900-1995), PROTAGONISTI DELLA SUA MOSTRA “VISIONNAIRES” AL PETIT PALAIS DI PARIGI (20 OTTOBRE 2026 – 24 GENNAIO 2027). GLI OCCHI SPALANCATI, IN MARMO BIANCO CON PUPILLE NERE, RICHIAMANO LA STATUARIA POLICROMA DELLE COLLEZIONI DEL MUSEO
Visionnaires è il titolo del progetto, che da questo 20 ottobre al 24 gennaio 2027 si dispiega negli spazi del museo: i diciotto busti intessono un dialogo visivo con le collezioni permanenti del Petit Palais, che contano soltanto il 4% di opere di artiste donne e appena quattro scultrici. Proprio come loro, umile e anonimo gesso il materiale principale scelto per rappresentarle, che a sorpresa è anche quello del 70% delle statue custodite dal museo - copie d’atelier sopravvissute alle pregiate versioni in bronzo - forse a suggerire che anche ciò che è stato relegato ai margini può diventare
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PRUNE NOURRY NEL SUO ATELIER ALLA STAZIONE DI SAINT-DENIS - PLEYEL DEL
© Aurelia Casse
GRAND PARIS EXPRESS
© Elea Jeanne Schmitter
protagonista. Le dimensioni variano dai 70 cm ai 3,5 metri di altezza, una pluralità di scale tipica di Prune Nourry, le cui opere precedenti vanno da 20 cm a 27 metri di lunghezza. In tutta la sua produzione il corpo femminile torna spesso al centro dell’indagine, insieme a questioni come la violenza sulle donne, le questioni bioetiche poste dalla selezione del sesso in Cina o le evoluzioni artificiali dell’essere umano, come testimonia anche in questa mostra una selezione di una ventina di altri suoi lavori, a partire dalla spettacolare Mothership, figura ibrida tra una donna incinta e lo scafo di una nave in metallo arrugginito, che sul piazzale del Petit Palais introduce simbolicamente la mostra, oppure le serie delle chimeriche Holy Daughters o delle multiformi Veneri. Residente fra New York e Parigi, dove è nata nel 1985, Prune Nourry lavora tra scultura, installazione, performance e video, dando vita anche a progetti complessi e di lungo respiro, come le sue Terracotta Daughters, un omaggio alle bambine cinesi mai nate, vittime della politica del figlio unico. Un’armata ispirata al celebre esercito di terracotta di Xi’an e costruita insieme ad artigiani esperti nella sua riproduzione. Dopo aver viaggiato tra il 2013 e il 2015 da Parigi a Zurigo, New York e Città del Messico, le 108 sculture a grandezza naturale sono state seppellite dall’artista in un luogo segreto della Cina continentale, dove saranno dissotterrate nel 2030: l’anno indicato dai demografi cinesi come quello dell’apogeo dello squilibrio tra uomini e donne nel Paese. Proprio come Visionnaires, denunciando un’assenza altrimenti invisibile.
L’ARTISTA MENTRE LAVORA AL BUSTO DI JANE POUPELET (1874-1932), PRIMA DONNA A ESSERE STATA AMMESSA ALLA SCUOLA DI BELLE ARTI DI BORDEAUX
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PROSPETTIVE_DESIGN DI SIMONA MANZIONE
CUCINA, che
carattere!
Dopo anni dominati da minimalismo, superfici impeccabili e composizioni quasi invisibili, il progetto torna a cercare materia, personalità e calore
L
a cucina cambia pelle. E le nuove tendenze non indicano un unico stile. Al contrario, mostrano una crescente libertà progettuale: materiali naturali accanto a superfici tecnologiche, colori intensi insieme a tonalità neutre, volumi scultorei alternati a dettagli artigianali. Il risultato è una cucina meno standardizzata e più vicina all’idea di un ambiente costruito intorno a chi lo abita. Al centro del progetto si collocano materia e texture. Il tatto diventa importante quanto l’aspetto visivo e le superfici lisce e uniformi lasciano spazio a venature, porosità, rilievi e finiture capaci di creare profondità. Il legno, ancora protagonista, viene interpretato in modo più contemporaneo: essenze naturali, tonalità medio-scure e finiture che lasciano percepire la struttura del materiale vengono accostate a pietre, metalli e superfici minerali. Anche la pietra viene proposta in interpretazioni sempre più architettoniche. Non viene utilizzata soltanto per il piano di lavoro, ma può rivestire l’isola, risalire sulle pareti o diventare parte integrante di volumi e nicchie. L’obiettivo non è imitare la natura, ma portarne nell’ambiente la varietà e l’imperfezione. I colori diventano più profondi e i neutri più caldi. Il bianco assoluto non scompare, ma la palette cromatica delle cucine si scalda e si fa più sofisticata. Beige, sabbia, greige, terracotta e marroni dialogano con verdi desaturati, blu profondi e tonalità ispirate alla terra. Il colore può interessare l’intera composizione oppure concentrarsi su un’isola, una colonna, una nicchia o un singolo elemento.
materia viva SOPRA E NELLA PAGINA ACCANTO, FALMEC BRERA SLIM A DESTRA, GIORGETTI TAVOLO FLORIA BY PIERRE-YVES ROCHON, SOTTO, MINOTTI TAVOLO BRUTALIST BY GIAMPIERO TAGLIAFERRI, IN BASSO DA SINISTRA, FAZEEK SET DI DUE BICCHIERI COUPE “WAVE”; NASONMORETTI FUNGO SET (CIOTOLA E DUE BICCHIERI) IN BASSO A DESTRA, MIELE STOVIGLIE DI COTTURA “M SENSE” E NUOVI PIANI COTTURA A INDUZIONE KM 8000
© Paola Pansini
NELLA PAGINA ACCANTO, FALMEC ICON
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dettagli preziosi IN ALTO A SINISTRA, RAK CERAMICS CALACATTA MACCHIA VECCHIA, SOPRA, VERSACE BY ROSENTHAL, PIATTO IN PORCELLANA I LOVE BAROQUE A SINISTRA, ABIMIS CUCINA EGO BY FIONA LAWRENSON, IN BASSO A SINISTRA, MEPRA PADELLA ATTIVA GOLD, IN BASSO A DESTRA, ASHANTI SET DI
© Colin Dutton
TRE COLTELLI DA FORMAGGIO
© Venjhamin Reyes
IN ALTO, OFFICINE GULLO SEASIDE BREEZE SOPRA, DIOR SET CALICI DA VINO IN CRISTALLO A SINISTRA,MINGARDO ELEMENTA BY ACCONCI-BASTIAN SOTTO,RAK CERAMICS WHITE GOLDEN MARBLE
La tendenza non è però quella di trasformare la cucina in un ambiente eccessivamente colorato. Piuttosto, il colore viene utilizzato per costruire atmosfera e gerarchie visive. La vista riguarda anche la tecnologia, che tende a scomparire: elettrodomestici integrati, illuminazione incorporata e soluzioni organizzative intelligenti permettono di mantenere composizioni estremamente pulite. Il risultato è una cucina minimalista non perché priva di oggetti, ma perché progettata per mostrare solo il suo carattere!
PROSPETTIVE_DESIGN DI SIMONA MANZIONE
Quattro giovani designer reinventano il letto come rifugio dal mondo contemporaneo
LUXURY cosmopolitan cocoon
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n un mondo iperconnesso dove il ritmo urbano non si ferma mai, in che modo il letto può tornare a essere la culla del riposo? È questa la domanda che gli Elite Design Awards 2026 hanno rivolto ai designer di tutto il mondo. E hanno risposto in 180, provenienti da 30 Paesi. Il Luxury Cosmopolitan Cocoon - tema dell’edizione 2026 del premio, la nona dalla sua creazione - è un riparo scelto, consapevole, sofisticato: uno spazio intimo che dialoga con il mondo esterno senza subirne la pressione. Un tema che risuona profondamente con le aspirazioni di una generazione che sta reinventando il proprio rapporto con il riposo, il lusso e il senso di casa.
Il Premio è stato creato da Elite, il marchio con sede ad Aubonne che dal 1895 realizza letti artiginali e la cui produzione è ancora oggi in Svizzera. In queste pagine, le tre proposte vincitrici dell’edizione 2026: Plume, Embrace e Dune. Plume, firmato Victoire Equine ed Emma Landauer, si è imposto per la sua disarmante semplicità. La testiera - due cuscini fuori misura - seduce per la sua spontaneità. Un discreto omaggio ai leggendari beanbag degli anni Sessanta, un minimalismo incisivo. SOPRA, VICTOIRE EQUINE ED EMMA LANDAUERE ACCANTO AL LETTO ‘PLUME’ DA LORO DISEGNATO
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Mélyna Baffert rompe gli schemi con Embrace. Autentica incarnazione del tema, questo letto dai generosi volumi arrotondati in velluto, che avvolgono il giaciglio quasi nella sua interezza, disegna uno spazio fluido e giocoso. A metà tra un nido protettivo e la casetta di cuscini dell’infanzia, questa creazione profondamente sensoriale segna una direzione nuova e inattesa per la Maison Elite. Il terzo premio è andato a Dune, la proposta di Alicja Stańczyk che reinterpreta il letto imbottito con elegante ironia.
SOPRA, DA SINISTRA, IL LETTO ‘EMBRACE’ E LA SUA DESIGNER, MÉLYNA BAFFERT A SINISTRA, ALICJA STAŃCZYK E IL LETTO ‘DUNE’ DA LEI FIRMATO
Tra la base in velluto arricciato e un cuscino oversize invece di testiera, coniuga sobrietà e raffinatezza internazionale: un design capace di trovare la propria dimensione tanto in un loft a Stoccolma quanto in una villa a Dubai. Se un lusso moderno è la possibilità di disconnettersi, il design, tra forme avvolgenti, materiali tattili e proporzioni generose, offre una forma concreta a questo bisogno.
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PROSPETTIVE_DESIGN DI SIMONA MANZIONE IN COLLABORAZIONE CON TURRI
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a villa è concepita come un’architettura in dialogo costante con il paesaggio: gli ambienti si susseguono con naturale continuità, lasciando che la luce, i panorami godibili dai vari lati e la vegetazione circostante diventino parte integrante della composizione. Gli spazi, ampi e fluidi, alternano aree dedicate alla convivialità e alla vita familiare ad
ambienti più raccolti e privati, in un equilibrio studiato tra apertura e intimità. Il progetto d’interni segue la stessa logica. Materiali preziosi, superfici e tonalità sofisticate costruiscono un’atmosfera contemporanea, nella quale ogni elemento contribuisce a definire un senso di comfort e armonia. La scelta degli arredi privilegia forme essenziali, proporzioni equilibrate e attenzione ai dettagli, creando un dialogo coerente tra architettura e interior design.
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IL LUSSO senza rumore
Tra la quiete del lago e il dinamismo della città, una villa contemporanea costruisce il proprio carattere attraverso luce, materia e proporzioni. Gli arredi completano gli ambienti con una presenza discreta e sartoriale
NELLA DOPPIA PAGINA, LA DIMORA SIGNORILE È IN DIALOGO CON IL CONTESTO PAESAGGISTICO. L’INSIEME PRODUCE UN EFFETTO DI QUIET LUXURY
Il patrimonio artigianale e il linguaggio contemporaneo di arredi che privilegiano il Made in Italy sono stati scelti tra i nuovi orizzonti e i modelli di stile di vita, seguendo un concetto di lusso più consapevole, capace di valorizzare la qualità dei materiali e l’approccio su misura. Il soggiorno rappresenta il cuore della casa: un ambiente pensato per accogliere, conversare e vivere il rapporto privilegiato con l’esterno.
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IN QUESTA PAGINA, LA ZONA GIORNO, CARATTERIZZATA COME IL RESTO DELLA CASA, DALLA SCELTA DI MATERIALI, ARREDI E ACCESSORI PREGIATI DECLINATI IN NUANCE DI COLORE ELEGANTI E PACATE
Ne è protagonista il divano modulare Blues, versatile e capace di adattarsi agli spazi generosi e a vista. Le ampie aperture amplificano la percezione dello spazio e portano all’interno la dimensione naturale del vicino lago, mentre gli arredi ne definiscono le diverse funzioni senza interromperne la fluidità. La zona notte assume invece un carattere più intimo e avvolgente, con una palette cromatica morbida e materiali scelti per accompagnare il riposo e restituire una sensazione di equilibrio. Anche gli ambienti più privati, come lo studio, sono stati progettati per coniugare eleganza e funzionalità. IN ALTO, SEDIE E TAVOLINO (CON LAMPADA INTEGRATA) ROMA (DESIGN MONICA ARMANI PER TURRI) E, A SINISTRA, CONSOLLE ZERO (DESIGN ANDREA BONINI PER TURRI)
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IN QUESTA PAGINA, LA CAMERA DA LETTO (IN PRIMO PIANO È LA PANCA ECLIPSE DI TURRI) E LO STUDIO (ELEMENTI D’ARREDO BLUES, DESIGN GIUSEPPE VIGANÒ PER TURRI)
Qui il design diventa più raccolto, mantenendo tuttavia la coerenza estetica che attraversa l’intera abitazione. Ogni dettaglio, dalla scelta dei colori alle finiture dei materiali, è il risultato di un interior che, anche mediante il ‘su misura’, riflette l’evoluzione del gusto contemporaneo, i valori condivisi e il know-how delle aziende italiane che, come Turri, hanno mantenuto l’eccellenza produttiva originaria sviluppando la capacità di trovare soluzioni attuali e affrontando aspettative sempre più esigenti di una comittenza che cerca l’esclusività. Ne emerge una villa in cui il lusso non
coincide con la quantità, ma con la qualità dell’esperienza: la possibilità di vivere spazi pensati intorno alle proprie esigenze, circondati da materiali, proporzioni e dettagli scelti con precisione. È in questo equilibrio tra natura e architettura, accoglienza e privacy, tradizione manifatturiera e sensibilità contemporanea che il progetto trova la propria identità. Una residenza pensata non soltanto per essere abitata, ma per assecondare in tutto lo stile di vita dei suoi proprietari, trasformando ogni ambiente in un’espressione discreta e personale del concetto di lusso contemporaneo.
PERCORSI_CULTURA PERCORSI_OUTDOOR
STAGIONEd’ORO
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© Switzerland Tourism /Andreas Gerth
LÖSCHENTAL
DELLA BINNTAL
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opo un’estate che ha reso sin troppo onore alla bella stagione, il desiderio dell’autunno si fa sentire ancora più intensamente. Quando a essere calda non è più la temperatura, ma la luce, che accende il paesaggio di tonalità morbide e dorate È il momento in cui i boschi cambiano abito, dal verde ai gialli, agli aranci e ai rossi, mentre sulle tavole arrivano i sapori del raccolto: uva e mosto, castagne, mele, pere, prugne, zucche. La Svizzera ne interpreta tutte le sfumature, offrendo esperienze che uniscono movimento e piacere: sentieri nel foliage, vigneti da esplorare, treni panoramici, laghetti di montagna, capanne alpine e tavole imbandite con i prodotti del territorio. L’autunno invita a rallentare, ma non a fermarsi: è il periodo ideale per camminare, pedalare, salire a bordo, raggiungere una capanna o semplicemente sedersi davanti a un paesaggio che cambia e riempirsi gli occhi di colore, respirare aria tersa e ascoltare il silenzio.
GRUNDSEE
PARCO NATURALE
Colori straordinari, sentieri immersi nella quiete, sapori della tradizione: l’autunno è il momento ideale per scoprire una Svizzera intima e genuina, esplorando anche destinazioni meno conosciute Le temperature elevate dell’estate hanno accelerato i ritmi della natura e in molte zone i primi segnali dell’autunno si sono fatti vedere in anticipo: vendemmie precoci, fogliame rosseggiante, giornate in cui la luce e l’aria suggeriscono che è tempo di cambiare passo. Invitandoci a non lasciarci sfuggire il piacere di questa stagione. Insieme a Svizzera Turismo abbiamo selezionato alcune destinazioni meno battute, dove assaporare questo momento speciale. OBERHALLAU KLETTGAU
© Schaffhauserland Tourismus / Seraina Keiser
© Landschaftspark Binntal/L. Fischer
DI SUSANNA CATTANEO DI MIRTA FRANCESCONI
Klettgau Ajoie Toggenburgo Parc Chasseral
Lötschental
Binntal
Val Müstair
© Switzerland Tourism / Colin Frei
Lumnezia Val di Blenio
Valle Onsernone
HIKING
Valle di Muggio
VAL DI BLENIO
Klettgau, tempo divino (SH/ZH) Regione più settentrionale della Svizzera, nel Klettgau si respira l’influenza del territorio tedesco che la circonda. Per scoprirla si può percorrere l’itinerario che dalla regione vinicola di Hallau, patria del Pinot Nero, porta a Sciaffusa percorrendo la strada alta Täufersteig -, la stessa che prendevano gli anabattisti ai tempi della Riforma per andare a celebrare di nascosto servizi religiosi proibiti, rischiando la vita. Da Beringen a Trasadingen, la Klettgauer Wein-Route attraversa gli splendidi vigneti della regione. Percorretela a piedi o in bici, con una sosta per assaggiare il Sauser, il vino giovane in fermentazione.
Parc Chasseral, natura incontaminata (BE/NE) Terrazza naturale del Giura svizzero, il Parc Chasseral si estende fra La Chaux-de-Fonds, Neuchâtel e Bienne. Il nome deriva dalla sua cresta, a 1.606 metri, dalla cui cima in autunno sembra di fluttuare sulla nebbia che sovrasta l’Altipiano, mentre nelle giornate terse la vista spazia dal Säntis al Monte Bianco, sulla regione dei Tre Laghi e, in lontananza, i Ballons des Vosges e la Foresta Nera. I molti itinerari escursionistici conducono fra pascoli e vigneti, gole selvagge e vallate. Dopo la camminata, cercate una delle dodici métairies (poderi agricoli tipici della zona) che propongono le “Assiettes Chasseral”, menu composti al 100% da prodotti regionali.
Ajoie, i frutti dell’autunno ( JU) All’estremo nord-ovest della Svizzera, questa pianura del Giura regala un autunno da respirare. Mele, pere e prugne maturano nei frutteti ad alto fusto. Camminare tra questi alberi, con il sottobosco che scricchiola sotto i piedi e le colline che sfumano nella foschia, restituisce una sensazione di pacifica abbondanza. E cittadine come Porrentruy invitano a prolungare la passeggiata con una sosta nelle distillerie artigianali. Dal 16 al 19 novembre arriva la sagra di San Martino, grande rito gastronomico dell’Ajoie. La tradizione vuole un menu pantagruelico di ben nove portate a base di maiale: un vero rito di fine stagione agricola, da affrontare senza fretta. © Switzerland Tourism / André Meier
Lötschental, fra ghiacci e leggende (VS) Chiusa tra gli imponenti massicci alpini vallesani e bernesi, la Lötschental in autunno è semplicemente maestosa. Duecento chilometri di sentieri escursionistici percorrono la valle e i suoi alpeggi baciati dal sole, parte del sito Unesco Alpi Svizzere Jungfrau-Aletsch. Una terra selvaggia e romantica, permeata di antiche leggende, da scoprire nell’itinerario tematico per famiglie, da Lauchernalp a Fafleralp. Il sentiero See and Understand racconta invece sui suoi 11 km la trasformazione del paesaggio glaciale. Una lezione di geologia a cielo aperto, nel momento in cui il cambiamento climatico è più visibile. PARC CHASSERAL
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PASSO DELLA GREINA
PARCO NATURALE DELLA BINNTAL
Il regno minerale della Binntal (VS) Celebre in tutta Europa per la sua incredibile varietà di minerali, la selvaggia Binntal in autunno ritrova la sua anima più misteriosa. I sentieri conducono in un paesaggio dove la geologia sembra affiorare a ogni passo. Binn, con le sue antiche architetture alpine, conserva un fascino romantico e appartato. Se programmate una visita entro il 18 ottobre, non perdete la mostra d’arte contemporanea en plein air nella gola di Twingi, che in ogni caso già di per sé offre un’esperienza paesaggistica spettacolare a ciclisti e pedoni, dando un assaggio dell’impervia strada che un tempo in inverno tagliava la Binntal fuori dal mondo. Toggenburgo, la melodia del bosco (SG) Incastonato tra le vette dei Churfirsten e il massiccio dell’Alpstein, il Toggenburgo offre un autunno prealpino rigenerante. La celebre Klangweg, il Sentiero dei Suoni, permette di attraversare il paesaggio ascoltandolo: installazioni e sculture sonore lungo il percorso trasformano la passeggiata in un’esperienza per tutti i sensi. Per ammirare il foliage da una prospettiva insolita, deviate verso Mogelsberg e il Baumwipfelpfad Neckertal: 500 metri sospesi tra le chiome della foresta di Toggenburgo, con una piattaforma panoramica a 55 metri d’altezza.
© Surselva Tourism AG
© Switzerland Tourism / Max Schmid
LUMNEZIA
Splendente Lumnezia (GR) Il suo nome non mente: ampia, soleggiata e protetta dalle correnti fredde, la Lumnezia è la “valle della luce”. Ogni passo sui sentieri che collegano borghi come Vrin e Morissen, punteggiati di rifugi alpini, chiesette e cappelle, sembra un invito alla contemplazione. E le giornate ancora tiepide sono perfette per salire verso il Bündner Rigi, con la sua vista spettacolare sulla gola del Reno. Il lago balneabile di Davos Munts, sopra Vattiz, in autunno diventa uno specchio immobile che riflette il cielo e i colori dei boschi. Non serve più il costume: basta una coperta, qualcosa di buono nello zaino e il tempo per fermarsi. Val Müstair, un santuario di pace (GR) Oltre il Passo del Forno, la Val Müstair sembra sospesa nel tempo. In autunno la Biosfera Unesco si accende di colori: i larici cambiano colore, i prati mantengono ancora il loro verde e, sullo sfondo, le cime possono già mostrarsi imbiancate. I villaggi conservano un’atmosfera di pace assoluta, mentre il torrente Rom accompagna il viaggio verso il confine italiano. Da non perdere il monastero di San Giovanni a Müstair, anch’esso patrimonio Unesco, fondato in epoca carolingia e custode di uno straordinario ciclo di affreschi risalenti anche all’VIII-IX secolo Per immergervi nella stagione, fermatevi al maso Pütschai Josom, sopra Santa Maria. Qui si può entrare nella quotidianità di una famiglia contadina, tra animali, prodotti locali e vita di fattoria. PARCO NAZIONALE SVIZZERO, BIKE TOUR
TOGGENBURGO
© Engadin Samnanun Val Müstair / André Meier
BAUMWIPFELPFAD NECKERTAL
© Baumwipfelpfad
VAL MÜSTAIR - VAL MORA
Valle di Muggio, un museo all’aria aperta Tra le pendici del Monte Generoso e del Bisbino, la valle più meridionale del Ticino si distingue per il particolare intreccio di natura, paesaggio e storia culturale, con oltre mille piante diverse, un terzo di quelle presenti in Svizzera, e costellata di testimonianze della vita rurale di un tempo, valorizzate dagli sforzi del Museo Etnografico locale. A chi arriva da fuori Cantone, l’Albergo Diffuso Monte Generoso offre soluzioni uniche dai charming bed & breakfast a rifugi immersi nella natura. Il percorso circolare di circa 8 km, che parte e arriva nel villaggio di Bruzella attraversando selve castanili, permette di scoprire le nevère, le antiche costruzioni in pietra dove un tempo la neve permetteva di conservare il latte, i ròccoli (torri per l’uccellagione) e le graa, gli edifici tradizionali destinati all’essiccazione delle castagne, testimonianze di un mondo contadino. Val Blenio, la terra del sole Grazie alla sua esposizione privilegiata, la “Valle del Sole” regala in autunno giornate luminose e un paesaggio dai contrasti magnifici: il grigio severo della pietra e dei nuclei antichi si scalda con il giallo dei castagneti e i colori dei vigneti terrazzati. È una terra da attraversare lentamente, lasciando che siano luce e paesaggio a dettare il ritmo. Salite fino alla chiesetta di San Carlo di Negrentino, sopra Leontica. Affacciata sul pendio che si apre su un vasto panorama è un capolavoro del romanico ticinese e lombardo. Custodisce affreschi straordinari di tre diverse epoche: dal Cristo cosmico bizantino alle opere dei Seregnesi e di Antonio da Tradate. Un luogo unico, dove storia e arte si fondono in un silenzio che parla al cuore.
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Il potere rigenerativo della Valle Onsernone In questa valle sospesa, amata in passato da artisti e scrittori, l’autunno si veste di una quiete contemplativa. Le due riserve forestali e i villaggi aggrappati alla montagna, con i tetti in sasso che brillano al sole, raccontano un territorio dove il silenzio è parte del paesaggio.Da visitare anche i mulini di Loco e di Vergeletto, testimoni della tradizione della valle che viveva dei frutti della segale e soprattutto dell’intreccio della paglia. Fra i numerosi itinerari nella natura incontaminata, il laghetto di Salei, una perla alpina. Si raggiunge a piedi o in 7 minuti con la funivia da Zott. Vi aspetta anche la Capanna Alpe Salei: sole, vista fino al Lago Maggiore e sapori genuini per ricaricarvi.
© Ticino Turismo / Parisiva.ch
Anche senza pianificare un weekend oltre Gottardo, l’autunno è il momento ideale per riscoprire il territorio ticinese, dove il clima mite permette di vivere la natura fino a stagione inoltrata. Vi consigliamo tre opportunità per godervi una giornata rigenerante a “chilometro zero”.
© Ascona Locarno Tourism _Alessio Pizzicannella
LAGHETTO DI SALEI VALLE ONSERNONE
© Switzerland Tourism / Dominik Baur
RONCAPIANO VALLE DI MUGGIO
LAGO DI CARASSINA VAL DI BLENIO
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