I conti devono tornare

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Sovranità digitale: un ecosistema rossocrociato
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Cambiano i linguaggi, con fascinazioni asiatiche
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Dalla rivoluzione materica
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Sostenibilità demografica, ma i limiti strutturali?
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La forma del tempo: le ore girano al quadrato
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Emanuele Pizzatti epizzatti@eidosmedia.ch
Maria Antonietta Potsios mapotsios@eidosmedia.ch
Eleonora Valli evalli@eidosmedia.ch
Hanno collaborato a questo numero
Ettore Accenti, Michele Barchi, Alessandro Beggio, Marco Betocchi, Ignazio Bonoli, Marco Martino, Simone Oltolina, Frank Pagano, Pier Paolo Pedrini, Stelio Pesciallo, Gloria Plebani, Rocco Rigozzi, Diego Rizzello, Adriano A. Sala, Saskia Schenker, Riccardo Stegmüller, Fabio Veiga Sequeira, Andrea Ziswiler
Progetto e coordinamento grafico
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Chiusura redazionale: 23 marzo 2026

Nuovi alibi cercansi

con la puntualità di un orologio svizzero, e a distanza di pochi anni dall’ultima, ecco delinearsi una nuova crisi energetica nel Vecchio Continente. Ma gli estremi c’erano tutti. Nonostante altisonanti proclami e promesse - di fatto - marinaresche, nulla infatti era nel frattempo cambiato. La sfortuna (?) ci ha visto bene. Dicono.
Come ripercorso in queste pagine poche settimane fa, ogni qual volta emerge un problema il miraggio delle rinnovabili e della transizione verde svanisce, mentre ritardi e paralisi, frutto del chiacchiericcio, tornano alla luce senza significative differenze: Svizzera, Eurozona, Regno Unito… minimo comune denominatore europeo. Si potrebbe dunque concludere che centinaia di miliardi di euro siano stati del tutto sprecati, se questi sono i risultati della costosa lezione ucraina.
Peraltro, e non è un dettaglio, questi miliardi sono tutti a debito, al pari di altre diverse migliaia, per la precisione 100 trilioni di dollari, che gli Stati hanno emesso nel corso degli anni, per fare tutto, ma anche nulla. Sottile questione: saranno mai estinti? A estinguersi saranno probabilmente (prima) gli attuali sottoscrittori, in parte persino ignari della loro condizione e prospettiva.
I debiti pubblici, per definizione, non sono mai ripagati. Troppo costoso, in termini politici e sociali. Dunque? Si tratta di gestirli, al minor costo possibile, con la compiacenza dei banchieri centrali, sfoderando un formidabile arsenale di strumenti e meccanismi tutti tesi a celare la mano invisibile dello Stato. È quella che in gergo si definisce ‘repressione finanziaria’. Due gli ingredienti: un pizzico d’immaginazione, indispensabile ma facilmente reperibile; e un mix, ancorato alla realtà e storicamente testato, di inflazione, normative, moral suasion e credibilità. In pratica, gli alfieri del prossimo decennio.
MONTBLANC
Masters of Art
Homage to Henri Matisse LE 4810
Il trucco sta tutto nel saper vendere la più credibile delle storie: stabilità dei prezzi, resilienza del sistema bancario, supporto alla crescita, prevenzione di una nuova crisi sistemica… alibi, tutti alibi, in presenza di carnefici, consapevoli e loro malgrado disponibili (le banche), e vittime disponibili seppur inconsapevoli (i risparmiatori). Occhio non vede, cuore non duole; ma qualcuno questi debiti dovrà pur servirli!
Federico Introzzi

Cover story
La repressione finanziaria è un’arte sottile che affascina gli Stati da secoli. Nulla è cambiato.
Eureka
La sezione dedicata all’innovazione, alla tecnologia e al Venture Capital.
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Economia
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Osservatorio
La rubrica di approfondimento finanziario si amplia.
Speciali
La sezione dedicata a tutti gli Speciali degli ultimi mesi.

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Purity Moissanite Curvy Tourbillon
La moissanite, un carburo di silicio di origine cosmica, viene introdotta nell’alta orologeria da ArtyA per creare un innovativo orologio-cristallo. Questo materiale estremamente duro e luminoso amplifica la luce, trasformando la cassa in una lente ottica che esalta il movimento interno. Il risultato è un segnatempo unico, in cui design curvilineo e tourbillon si fondono in un gioco spettacolare di luce e meccanica.
La perfetta guida dell’internauta. Un vivace dialogo è iniziato, da un lato Ticino Management cartaceo dall’altro suo fratello minore digitale, l’obiettivo? Che siano sempre più connessi. Tra l’uscita di un’edizione e la successiva tutti gli articoli del cartaceo saranno pubblicati a cadenza regolare, insieme a contenuti studiati appositamente per essere nativamente digitali.
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Guarda come ti reprimo!


Esistono molti modi per gestire il debito pubblico nel corso del tempo. Alcuni più espliciti, e dunque costosi, altri più sottili, e meno evidenti, che sono anche quelli più usati. Si definiscono in gergo 'repressione finanziaria’; una buona prassi.
Opinioni
12 Ettore Accenti. Energie rinnovabili certo, ma in questi giorni si percepisce cosa accadrebbe senza le altre.
14 Michele Barchi . P rotezione dei dati? Stati Uniti ok, ma con qualche timore.
16 Stelio Pesciallo. Declassare un fondo a zona non edificabile? Fattibile, ma il giusto risarcimento?

18 Ignazio Bonoli. A Berna si discute di come contenere la spesa federale: il Parlamento non vuole collaborare.
20 Rocco Rigozzi. La legislazione in materia di investimenti collettivi e i club d’investimento sono compatibili?
20 Saskia Schenker. Libera scelta dell’assicuratore, e compensazione dei rischi: il modello funziona.
22 Francesco Pagano (in foto). Intelligenza Artificiale e industria sanitaria: l’inizio di un sodalizio?
Economia
44 Internazionale. Il Medio Oriente esplode, le ripercussioni arrivano anche in Europa, e in Svizzera. Diversificare l’import di energia?
46 Immobiliare. La sostenibilità può dare ulteriore valore aggiunto al mattone nei portafogli dei Family Office.
50 Immobiliare L’iniziativa per limitare la popolazione svizzera a 10 milioni quali conseguenze avrebo.


Da sinistra, Gian Marco Salcioli, Strategist di Assiom Forex; Donatella Principe, Director di Fidelity International; Jérôme Legras, Head of Research di Axiom Ai; e Raffaele Fink, Portfolio Manager di Wmm Gestioni Patrimoniali.
Osservatorio
82 Strategie . Molteplici i ruoli che gli Hedge Fund hanno nel portafoglio.
84 Commento . Gli shock energetici hanno sempre strascichi culturali notevoli.
85 Commodity (in foto, Maria Paola Toschi). La performance dell’oro come evolverà nei prossimi anni? E l’ultimo triennio?

87 Scenari Shock macroeconomico analogo al passato? I rischi oggi potrebbero essere molto diversi.
88 Mercati. Oltre quelli Emergenti, è in quelli di Frontiera che qualcosa si sta infine smuovendo.
92 Settori. L’impatto dell’Ai sul settore del software si sta già manifestando, ma l’onda lunga deve ancora arrivare.
93 Commodity. Geopolitica e materie prime non sono molto amici, e non solo in ambito energetico.
Eureka
64 Gli esperti. Comunicazione e persuasione dalle sue origini.
65 Marketing. Nel corso del tempo evolvono linguaggi ed estetiche, specie se si guarda alle NextGen.
66 Design. Al via, a Modena, la mostra The Greatest Hits, nel museo del cavallino più famoso al mondo.
70 Studenti. I configuratori online di auto che effetti psicologici hanno?
71 Studenti. L’espansione e il successo di Polytrick, una singola piattaforma ma con molte finalità.
74 Innovazione. Una giovane realtà olandese attiva nei semiconduttori promette grandi successi.
Finanza
76 Indipendenti. Sottovalutata e non molto conosciuta, la flessibilità dei piani 1E offre diversi vantaggi.
L’alternativa elvetica
Nell’era degli hyperscaler d’Oltreoceano, in Svizzera prospera una valida alternativa sovrana, tutta nazionale, etica e sostenibile. Dunque qualcosa si pùo fare! A lato, Boris Siegenthaler, fondatore e Cso di Infomaniak.
p. 40

Intermediazione ipotecaria p. 52

Anche in Svizzera cresce la consulenza ipotecaria indipendente: non solo in grado di offrire il miglior tasso, ma di accompagnare con trasparenza e un approccio olistico in un mercato complesso. A lato, Romain Dequesne, Ceo di Resolve.
Orizzonti sportivi p. 72
Il padel continua la sua corsa globale e conquista anche la Svizzera, dove in pochi anni è passato da sport sconosciuto a fenomeno in piena espansione. A lato, Rico Jacober, che ha fondato nel 2006 la Swiss Padel Association.

78 Analisi. L’azionario svizzero è in grado di offrire una straordinaria diversificazione settoriale, geografica e valutaria, a patto di saper leggerla.
86 Commento. Non va ignorato il ruolo che la psiche gioca anche in materia d’investimento.
89 Settori. Evolve l’industria sportiva, e il suo potenziale commerciale.
90 Alternativi. Il ruolo del Private Equity nei portafogli istituzionali.
Speciale Mice da p. 56
La Svizzera conferma di avere le risorse per interpretare l’evoluzione del Mice: eventi più mirati, misurabili, sostenibili e coinvolgenti. Dai congressi, ai meeting, agli incentive: destinazioni all’insegna di connessioni autentiche.

Segnatempo audaci p. 94

Un viaggio tra segnatempo storici e nuove interpretazioni che ridefiniscono il concetto di forma al polso. Eleganza vintage e design contemporaneo accomunati da una maestria al quadrato. A lato, Patek Philippe
Valorizzare le Collezioni p. 100
Un esempio che mostra come un museo possa indagare il suo patrimonio da prospettive inedite, dando vita a progetti espositivi “pieni di vita”. A lato, Anne Christine Strobel, curatrice della Collezione del Kunstmuseum Bern.
Cultura&Lifestyle
98 Design. Ricorre il centenario di un personaggio che nell’arco della sua vita è riuscito a rivoluzionare il mondo del design, e dei colori.
103 L’esperto. Italia e Svizzera in ambito di beni e sovranità culturale adottano politiche molto diverse, con risultati altrettanto differenti.
104 Mostre. Alla Züst una ricognizione tra XIV e XIX secolo.

106 Mostre. Un progetto fuori dalle ricorrenze e dagli schemi riporta a casa Borromini.
110 Auto. La Fiat 124 Sport Spider incarnò appieno l’eleganza e il piacere degli anni Sessanta in Italia.
Rubriche
10 Ceo Confidential
108 Appuntamenti
112 Auto
... in un LAMPO
Una concatenazione di dieci news per decriptare l’attualità. C’è molto tech, ovviamente, e molta umanità. È imperativo rimanere aggiornati e ‘sul pezzo’, ma anche riuscire a cogliere i segnali deboli, quelli che rimangono sottotraccia in mezzo a ‘tanto rumore’. Non solo per proteggere aziende e marchi dai rischi di oggi ma anche per anticipare i trend di domani. CEO Confidential
Ancora su Questa è forse la sorpresa più grande: mercati e indicatori ufficiali ancora in crescita. Il Pil degli Usa è a +2,2% rispetto all’anno scorso (100 punti base in meno rispetto al mese precedente); il Pil dell’Ue a +1,2% rispetto al 2025, con tutti i mercati in positivo. L’inflazione rimane sotto controllo, almeno per ora. Mercati azionari negativi, in calo dopo le notizie della crisi iraniana, sia negli Usa che nell’Ue. I tassi di interesse (obbligazioni a 10 anni) sono alti: 4,2% per gli Usa, 2,9% per l’Ue (in lieve aumento, dato il calo del mercato azionario). Il sentiment generale si trasforma in cautela. I Ceo dovrebbero preoccuparsi di un nuovo stress-test delle supply chain delle loro aziende.
AI
L’intelligenza artificiale domina le notizie di tutto il mondo, ovviamente. Dopo Fei-Fei Li, è il turno di Yann LeCun, ex guru di Meta AI e fondatore di Advanced Machine Intelligence (Ami), che ha raccolto poco più di 1 miliardo di dollari (con una valutazione stimata di 3,5 miliardi), per sviluppare sistemi intelligenti e affidabili in grado di apprendere rappresentazioni astratte del mondo reale. Cari Ceo, l’Ai punta a tutta la vostra catena del valore. La società, con base in Europa, riapre le possibilità dell’Ue di giocare un ruolo nella corsa globale dell’Ai.

Iran
Alla fine di febbraio, il mondo assiste a una nuova crisi con l’Iran, bombardato da Usa e Israele, con l’Iran che risponde, attaccando obiettivi selezionati in tutta la regione mediorientale. Non è questo il luogo per commentare le strategie politiche globali. I Ceo devono tenere d’occhio i potenziali impatti su supply chain e costi delle materie prime, oltre a una contrazione dei mercati mediorientali. Questa non sarà una guerra rapida.
Ancora IA
Anthropic, guidata da Dario Amodei e antagonista di Open Ai, è tornata sulle prime pagine di tutti i media, rifiutandosi di permettere al Pentagono l’utilizzo dei suoi modelli per scopi militari e per il controllo di dati e persone. Amodei è stato così escluso dai contratti pubblici Usa ($200 milioni di appalti, si dice) e ha ricevuto rimproveri pubblici da Washington. I concorrenti non staranno a guardare, e risponderanno alle richieste della Casa Bianca, a partire da Open Ai. Amodei ha sottolineato il grado di nonprontezza degli strumenti di Ai attuali, il che è preoccupante sia dal punto di vista tecnologico che etico per settore pubblico e privato.
Nuove leggi dall’Ue
Il nuovo Regolamento Ue sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio (Ppwr) entrerà in vigore da agosto 2026. Impone regole severe sulla sostenibilità per ridurre i rifiuti di imballaggio, inclusa la raccolta obbligatoria del riciclo entro il 2030, la riduzione dello spazio vuoto nelle spedizioni e obiettivi crescenti per il riutilizzo. Particolarmente interessanti sono i divieti di Pfas, un particolare tipo di plastica, e delle dosi monouso, utilizzate ad esempio nella ristorazione. Come etichettiamo e confezioniamo i nostri prodotti dovrà essere sempre più eco-friendly. Ceo del mondo, prendete nota.
Il lungo inverno delle cripto Bitcoin e compagni sono ancora deboli. L’inverno delle criptovalute non è ancora finito. Il fondatore della stablecoin numero uno al mondo, Usdt (emessa da Tether), Giancarlo Devasini, ha fatto notizia diventando l’uomo più ricco d’Italia, secondo Forbes, collocandosi al 22° posto a livello globale tra le persone più ricche del mondo. Le criptovalute sono in calo, ma le stablecoin sembrano essere un caso d’uso destinato a rimanere.

La saga Warner Bros Paramount (in particolare l’entità guidata da David Ellison) sta acquisendo Warner Bros Discovery per circa 110 miliardi di dollari, dopo una guerra di offerte contro Netflix. Netflix ha perso la gara e si è orientata verso la tecnologia, acquisendo la startup cinematografica AI di Ben Affleck - famoso attore di Hollywood, InterPositive, per 600 milioni di dollari, per potenziare la sua produzione tecnologica. A voi la scelta: usare contenuti noti, oppure farli creare all’Ai, se non riesci a farli tuoi.
Non chiedere al tuo Ceo di farlo
Il video di Chris Kempczinski, Ceo di McDonald’s, mentre prova il nuovo ‘prodotto’ - così lo ha definito - il Big Arch burger, è stato duramente criticato online per la sua aria forzata e aziendale. Il video ha scatenato una serie di assaggi e sessioni di prova da parte dei Ceo dei concorrenti, che hanno mostrato bocconi più grandi, affamati e apparentemente più autentici. Tutto appariva, in realtà, molto corporate e autoreferenziale. Il mondo ha bisogno di cibo migliore e meno logiche aziendali. Il re è nudo.
Il tuo lavoro, su Roblox Roblox, una delle piattaforme di gaming più utilizzate al mondo, con oltre 140 milioni di utenti attivi giornalieri (Dau) e quasi 11 miliardi di account registrati, ha creato nuovi strumenti di incubazione, per consentire ai creatori di sviluppare e, si spera, monetizzare il loro ingegno. Gli utenti trascorrono quasi 3 ore al giorno sulla piattaforma. Sono principalmente giovani, tra i 17 e i 24 anni. Si sente spesso dire che il lavoro del futuro sarà digitale. I super-creatori troveranno modi per arricchirsi rapidamente, già in giovane età. Qualunque cosa riservi il futuro, i brand devono tenere d’occhio luoghi come Roblox, Minecraft e Fortnite. I loro futuri fan provengono da lì. E vogliono co-creare con i brand e ricevere una parte del denaro degli eroi con cui collaborano.
Parla al tuo mondo
Ora puoi parlare con Google Maps, grazie ovviamente all’IA. Il principale progetto AI di Google, Gemini, sta rivoluzionando il modo in cui cerchiamo destinazioni, chiediamo informazioni su luoghi e opportunità per massimizzare esigenze e desideri, ovunque ci troviamo. La ricerca e la localizzazione sono solo un piccolo, pratico esempio di cosa può fare l’interazione tra IA e world intelligence, per guidarci dove vogliamo e aumentare le vendite. I brand vogliono essere lungo il percorso dei fan, mentre si muovono nel mondo. Get on the map!
opinioni / l’esperto di tecnologia
Il rubinetto di Hormuz
Il mondo di oggi resta saldamente ancorato ai combustibili fossili, farne a meno? Possibile, ma una piccola parte delle conseguenze si stanno palpando in questi giorni. Avanti così?
Malesseri energetici
Consumi energetici e importazioni dei principali Paesi
Paese/Area Energia Primaria 2024 TWh Import. totali 2024, TWh/g Volumi via Hormuz 2024,TWh/g Quota via Hormuz su Tot Import Quota via Hormuz su primaria Osservazioni
Cina 49.000 18,77 8,13 43,3% 6,1%
Primo importatore mondiale; forte esposizione al Golfo, ma più diversificata di Giappone e Coreal del Sud. India 11.333 8,30 3,21 38,7% 10,3% Dipendenza elevata dal Golfo, in parte compensata dall’aumento degli acquisti dalla Russia.
Corea del Sud 3.611 4,69 2,94 62,7% 29,7%
Esposizione strutturalmente alta a Hormuz per la forte dipendenza dal greggio mediorientale.
Giappone 4.806 3,94 2,58 65,5% 19,6% Tra i Paesi più esposti: gran parte del greggio importato arriva dal Medio Oriente.
Europa 21.889 15,81 1,22 7,7% 2,8% Area aggregata con volumi rilevanti, ma incidenza bassa grazie alla forte diversificazione delle forniture.
Stati uniti 26.528 11,22 0,82 7,3% 1,1% Dipendenza limitata: il grosso del greggio importato arriva da Canada e Messico, non da Hormuz.
Fonte: Iea, Bp 2026
In queste pagine ho spesso affrontato i temi energetici con un approccio rigorosamente quantitativo, basato sui numeri reali e non su affermazioni ideologiche o semplificazioni fuorvianti. Già in TM Ottobre 2024 erano state ricostruite in dettaglio l’andamento dei consumi energetici mondiali per area geografica tra il 2019 e il 2023, accompagnando quei dati con i valori delle emissioni di Co2. Il quadro che emergeva era molto chiaro: nonostante le numerose conferenze internazionali sul clima, gli obiettivi dichiarati di contenimento del cambiamento climatico non risultavano raggiunti nei fatti, mentre le ipotesi di una rapida riduzione strutturale dell’uso delle fonti fossili apparivano, almeno nel breve e medio termine, poco realistiche.
I numeri mostravano infatti che, dal 2019 al 2023, il consumo mondiale di energia era aumentato di 9.933 TWh, mentre nello stesso periodo l’incremento complessivo delle rinnovabili, intese come solare, eolico, geotermico, biomassa e rifiuti, era stato pari a 5.005 TWh.
Ciò significa che, pur crescendo rapidamente, le rinnovabili non erano riuscite nemmeno a inseguire integralmente l’aumento della domanda energetica globale, figurarsi a sostituire in tempi brevi la base fossile del sistema. Questo è il punto centrale che spesso viene omesso nel dibattito pubblico: il problema non è soltanto aumentare la produzione da fonti alternative, ma farlo con velocità sufficiente a compensare una domanda mondiale che continua a crescere.
L’Europa rappresenta un caso particolarmente emblematico. Da un lato ha ridotto in misura rilevante le proprie emissioni; dall’altro ha accentuato la propria vulnerabilità industriale e strategica. Tra il 2013 e il 2023 l’Europa ha ridotto le emissioni di Co2 di circa 889 milioni di tonnellate l’anno, mentre nello stesso periodo le emissioni mondiali sono comunque aumentate annualmente di 2.428 milioni di tonnellate, soprattutto per effetto della crescita di altre aree economiche con cui l’Europa compete. È quindi legittimo domandarsi quale sia il risultato effettivo

Ettore Accenti, esperto di tecnologia. https://ettoreaccenti.blogspot.com Situazione delle vulnerabilità energetiche (colonna in rosso) delle nazioni nel caso di chiusura dello stretto.
di questo sforzo, se esso comporta perdita di competitività industriale senza produrre una riduzione globale delle emissioni. In altre parole, l’Europa ha fatto sacrifici importanti, ciononostante il bilancio mondiale resta negativo.
In questo contesto, lo stretto di Hormuz assume un valore decisivo. Esso non è un semplice passaggio marittimo regionale, ma uno dei principali colli di bottiglia del sistema energetico globale. Una quota enorme del petrolio e del gas naturale liquefatto esportati dal Golfo Persico attraversa infatti questo stretto prima di raggiungere Asia, Europa e altri mercati internazionali. Quando si parla di Hormuz, dunque, non si parla soltanto di geopolitica mediorientale, ma della stabilità energetica dell’intero pianeta.
Seguendo quotidianamente (al 20 marzo 2026) i commenti sugli eventi in corso, si ha spesso avuto l’impressione di ascoltare valutazioni scollegate dalla realtà fisica dell’energia. Si sentono capi di Governo sostenere che non vi sarebbero particolari problemi di approvvigionamento, oppure che il sistema potrebbe riorganizzarsi rapidamente attraverso rotte alternative. In realtà, chi ha familiarità con i numeri sa che le infrastrutture energetiche non si sostituiscono con dichiarazioni politiche. Oleodotti, terminali, flotte, raffinerie, contratti di fornitura e capacità di rigassificazione hanno limiti materiali, tempi
Stretto di Hormuz: si trova tra il
Golfo Persico il Golfo di Oman e il
Mar Arabico. Nel punto più stretto misura 34 km: vi si affaccia a nord l’Iran ed a sud gli Emirati Arabi Uniti (Oman, ecc.)
tecnici e costi elevatissimi. L’energia non è una ‘semplice opinione’: è una questione di volumi, logistica, tempi e continuità fisica delle forniture.
Per rendere più comprensibile la portata del problema, si possono trasformare in terawattora i volumi di energia che transitano quotidianamente attraverso Hormuz, in modo da confrontarli con i consumi energetici nazionali e con l’energia primaria complessivamente usata dalle principali economie. Si ricordi che 1 TWh equivale a un miliardo di chilowattora e, in termini di petrolio, corrisponde a circa 0,59 milioni di barili equivalenti. Questa conversione permette di leggere il problema in termini più intuitivi e comparabili, soprattutto per chi ragiona abitualmente su elettricità, consumi nazionali o bilanci energetici.
La conclusione è semplice: se Hormuz venisse chiuso o anche solo fortemente limitato, il danno non sarebbe affatto uniforme. Alcuni Paesi subirebbero contraccolpi molto più gravi di altri. Le economie asiatiche fortemente dipendenti dall’import energetico del Golfo sarebbero tra le più esposte, ma anche l’Europa, pur con una dipendenza indiretta e differenziata da Paese a Paese, resterebbe vulnerabile. Non si tratta soltanto dell’aumento del prezzo del greggio o del gas: sarebbe colpita l’intera catena produttiva, dai trasporti all’industria chimica, dalla generazione elettrica ai fertilizzanti, fino ai costi agricoli e alimentari.
Su quest’ultimo punto è utile ricordare qualcosa che nel dibattito pubblico viene spesso trascurato. Il petrolio e il gas non servono soltanto a far muovere automobili o a riscaldare edifici. Sono alla base di una parte fondamentale della chimica moderna: fertilizzanti, plastiche, solventi, prodotti industriali intermedi, componenti farmaceutici e una grande quantità di materiali senza i quali il sistema economico contemporaneo semplicemente non funzionerebbe.
Senza petrolio e gas non verrebbe meno, seppur temporaneamente, solo una quota della mobilità o della produ-

zione elettrica, ma una parte essenziale della struttura produttiva mondiale e, indirettamente, anche della produzione alimentare.
Mentre scrivo, il conflitto che coinvolge l’area di Hormuz non consente ancora una valutazione definitiva degli effetti quantitativi finali. Sarebbe quindi prematuro compilare una colonna conclusiva sugli impatti effettivi a crisi terminata. Tuttavia una considerazione può già essere fatta. Ogni seria minaccia alla continuità del traffico energetico in quell’area ha immediatamente un effetto sui mercati, sui premi assicurativi, sui costi del trasporto marittimo, sulle aspettative degli operatori e quindi sui prezzi dell’energia. In un mondo che consuma quantità crescenti di energia primaria, basta il timore di una riduzione dell’offerta per generare onde d’urto economiche globali.
Esiste poi un paradosso che merita di essere segnalato. Da anni si invoca una riduzione dell’uso delle energie fossili per motivi ambientali, ma quando tale riduzione si profila per effetto di una crisi geopolitica improvvisamente nessuno ne sottolinea le implicazioni teoriche. È ovvio che una contrazione delle forniture ottenuta attraverso guerre, tensioni militari o instabilità internazionale non rappresenta affatto una soluzione desiderabile, perché produce sofferenza umana, recessione, insicurezza e nuovi squilibri. Tuttavia, questo paradosso dimostra una verità elementare: il mondo moderno non ha ancora costruito un sistema alternativo capace di sostituire rapidamente e senza traumi la centralità delle fonti fossili.
Ed è proprio questo il punto più scomodo ma anche più importante. La transizione energetica non si realizza con slogan,
ma con capacità produttiva reale, reti robuste, accumuli, investimenti colossali, tempi industriali lunghi e disponibilità di materie prime. Se una crisi come quella di Hormuz provoca allarme immediato nei mercati e nei Governi, significa che la dipendenza dal petrolio e dal gas è ancora profonda. Significa anche che, al di là delle dichiarazioni ufficiali, il sistema mondiale continua a poggiare su equilibri energetici fragili.
Per questo gli eventi legati a Hormuz dovrebbero essere letti come una lezione concreta di realismo energetico. All’atto pratico, si sta verificando cosa significherebbe non poter disporre, anche solo parzialmente o per qualche settimana, delle quantità di fonti fossili che il pianeta consuma ogni giorno. E poiché la domanda globale di energia continua ad aumentare, è molto probabile che queste tensioni finiscano per spingere nuovi investimenti in esplorazione e produzione: nel Mediterraneo, nell’Artico, nel Golfo del Messico e in altre aree strategiche. Non perché il mondo abbia rinunciato agli obiettivi ambientali, ma perché la sicurezza energetica, quando viene minacciata, torna immediatamente a prevalere su ogni altra considerazione.
In conclusione, Hormuz non è solo un punto sulla carta geografica. È uno specchio della fragilità energetica che continua a conservare il mondo contemporaneo. Chi osserva i numeri sa che le economie moderne restano ancorate in misura decisiva ai combustibili fossili e alle infrastrutture che li trasportano. Ignorarlo significa non capire né la geopolitica né l’energia. E senza capire l’energia, oggi, è impossibile comprendere davvero il mondo, o sperare di farlo.
Privacy made in Usa
Gli Stati Uniti figurano ormai nella lista del Consiglio federale dei Paesi che offrono garanzie adeguate in materia di protezione dei dati. Ma non tutti i timori sono fugati.
Nel 2023 è entrata in vigore in Svizzera la nuova Legge federale sulla protezione dei dati. Da allora privati e, soprattutto, aziende hanno dovuto verificare il loro trattamento dei dati personali e adottare nuove misure, in particolare organizzative e di sicurezza informatica, per conformarsi alla nuova normativa, ben più severa ed esigente in materia di privacy. Si tratta, in buona sostanza, di raccogliere unicamente le informazioni necessarie relative a qualsiasi terza persona, in conformità al proprio scopo, il tutto in maniera trasparente. Inoltre, occorre prestare particolare attenzione a eventuali fughe di dati o alla trasmissione degli stessi a persone non autorizzate. Quantomeno sulla carta, le responsabilità e i rischi non sono indifferenti: un’eventuale violazione può portare all’apertura di un procedimento sia amministrativo sia penale, con possibili multe, oltre a un danno reputazionale. Bisogna pertanto essere vigili, dal momento che ogni giorno trattiamo dati personali, per esempio, chiedendo le generalità, l’indirizzo o il numero di telefono di una persona, oppure scattando una fotografia - magari del proprio figlio alla recita scolastica insieme ad altri bambini - oppure ancora ricevendo per e-mail il conteggio dello stipendio di un proprio cliente. Sottostà infatti alla normativa qualsiasi trattamento, ossia qualsiasi operazione relativa a dati personali, indipendentemente dai mezzi e dalle procedure impiegati, segnatamente la raccolta, la registrazione, la conservazione, l’utilizzo, la modificazione, la comunicazione, l’archiviazione, la cancellazione o la distruzione di dati concernenti una persona fisica identificata o identificabile. L’attuale rigorosa normativa non nasce
dal nulla, ma è la naturale conseguenza di gravi violazioni dei dati che hanno fatto le prime pagine dei giornali. Si pensi allo scandalo Cambridge Analytica, nel quale sono stati ceduti illegalmente dati di 87 milioni di utenti Facebook per influenzare elezioni e votazioni in America ed Europa, come l’elezione di Trump e il voto sulla Brexit. Oppure ancora allo scandalo Ashley Madison, sito online di incontri per persone sposate hackerato rendendo pubblici i profili di 36 milioni di clienti.
Sino a poco fa, paesi terzi come gli Stati Uniti non offrivano a giudizio del Consiglio federale garanzie sufficienti e analoghe a quelle di Svizzera ed Ue.
Tutto ciò potrebbe apparire non poi così importante, a meno di non rendersi conto che un semplice gesto divenuto ormai quotidiano, come inviare un’e-mail o un sms, significa trasmettere dati potenzialmente anche sensibili all’estero, spesso - se non quasi sempre - negli Usa, dove sono situati i server delle note aziende e applicazioni.
La buona notizia è che, dal 15 settembre 2025, questi gesti sono ormai - a determinate condizioni - conformi tanto alla normativa svizzera quanto a quella europea in materia di protezione dei dati personali, benché ciò non significhi ancora che sia garantita una sicurezza effettiva dei dati. A ogni modo, a seguito della sottoscrizione degli accordi Swiss-U.S. ed Eu-U.S. Data Privacy Framework, la comunicazione di dati personali a organizzazioni e aziende certificate risulta adeguata e conforme. Occorre pertanto consultare un apposito registro, dove sono elencate le organizzazioni certificate, per comprendere se una determinata comunicazione oltreoceano arrischi di mettervi nei guai oppure no. A onor del vero, si tratta in realtà di un

Michele Barchi, avvocato, partner studio legale Barchi Nicoli Trisconi Gianini SA, Lugano.
meccanismo di autocertificazione, sulla cui base le aziende statunitensi si impegnano a rispettare diversi obblighi in materia di protezione dei dati personali, fra cui i principi di legalità e proporzionalità del trattamento (limitandolo allo scopo perseguito), nonché quelli di trasparenza e sicurezza dei dati, garantendo la corretta conservazione degli stessi ed evitando la loro condivisione con soggetti terzi non autorizzati. L’accesso ai dati ai fini del perseguimento penale oppure della sicurezza nazionale, per il tramite di enti di intelligence, è stato anch’esso ritenuto conforme e sufficientemente regolamentato. Sono inoltre previste garanzie procedurali, con vie di ricorso imparziali e indipendenti in caso di violazione, nonché il controllo del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, che elaborerà le domande di certificazione - della durata di un anno, rinnovabile - e verificherà periodicamente, mediante controlli a campione, il rispetto dei requisiti. Tutto bene, verrebbe da dire. Quel che è certo è che, da un lato, l’accordo siglato dal Vecchio Continente con la superpotenza americana rappresenta un passo nella buona direzione, concretizzando l’impegno a rispettare i principi più fondamentali in materia di protezione dei dati personali e garantendo così maggiore serenità a privati e aziende svizzere. D’altro canto, è altrettanto vero che legittimi timori - sull’effettiva protezione dei dati e sul rischio che le gravi violazioni del passato possano ripetersi - non si sono dissipati.


























Indennità per dezonamento
L’esistenza del diritto al pieno risarcimento in caso di esproprio materiale per declassamento di un fondo a zona non edificabile deve essere giudicato secondo criteri oggettivi.
In questi anni è aperta la discussione sulla necessità di adeguare le zone edificabili all’evoluzione e alle necessità edificatorie future che la Legge Federale sulla Pianificazione del Territorio stabilisce in un periodo di 15 anni. In quest’ottica, sono stati inviati agli enti locali espliciti inviti ad adeguareleggasi ridurre - zone edificabili ritenute troppo ampie (sovradimensionate), inviti considerati vincolanti e ai quali i Cantoni devono pertanto adeguarsi.
Qualora si renda necessario un dezonamento e, quindi, un fondo sito in zona edificabile venga retrocesso a zona non edificabile, tale operazione equivalente a un’espropriazione materiale implica l’obbligo di un risarcimento integrale del pregiudizio subito.
Trattandosi di fondi non edificati o parzialmente edificati, il presupposto all’indennizzo è che sia esistita secondo parametri oggettivi un’alta probabilità di una futura realizzazione urbanistica. Secondo una recente decisione del Tribunale Federale (caso “Melligen”, dal nome del comune nel quale sono situati i fondi in questione) riportata e criticata in un contributo a firma Renata Trajkova pubblicato sul numero di Marzo 2026 della “Schweizerische Juristenzeitung”, la massima istanza giudicante elvetica non si è però fatta guidare da questo principio dei parametri oggettivi, ma ha applicato parametri soggettivi che l’hanno portata a negare il diritto al risarcimento a seguito di esproprio materiale.
Da distinguere dai dezonamenti, che di principio danno diritto a un indennizzo per esproprio materiale, è la mancata attribuzione a zona edificabile, che non dà diritto a risarcimento, che si verifica secondo un espediente giuridico sviluppato dal
Tribunale Federale qualora al momento dell’introduzione della legislazione sulla pianificazione un fondo non venga assegnato a una zona edificabile. E ciò si è verificato anche per zone che sono entrate in vigore con la Legge sulla Pianificazione del Territorio del 22 Giugno 1979, ma che non adempiono ai principi pianificatori federali.
Il diritto al pieno risarcimento in caso di esproprio materiale è stabilito al fine di garantire il rispetto della garanzia della proprietà così come statuito nella nostra Costituzione. Questo diritto si verifica qualora la misura pianificatoria sia giuridicamente valida, ossia adempia ai principi legali che devono essere osservati qualora vengano toccati i principi fondamentali garantiti dalla Costituzione. Questi principi sono: l’esistenza di una base legale; l’esistenza di un interesse pubblico; la proporzionalità della misura allo scopo che si intende raggiungere. Solo a fronte di tali presupposti si può parlare di un dezonamento che dia diritto al pieno risarcimento.
Se queste condizioni sono rispettate e il dezonamento comporta per il proprietario toccato un pregiudizio grave non compatibile con la garanzia della proprietà, in quanto viene privato dello sfruttamento attuale o futuro del suo fondo, si deve esaminare se la possibilità edificatoria di cui viene privato era molto probabile
Sinora il Tribunale Federale per giudicare l’esistenza del presupposto della probabilità edificatoria applicava criteri oggettivi. Ossia si riferiva alle circostanze sia giuridiche che fattuali che al momento potevano influenzare le possibilità edificatorie consistenti nello stato della pianificazione comunale e cantonale, nella localizzazione e nelle caratteristiche del

Stelio Pesciallo, avvocato e notaio presso lo Studio 1896, Lugano.
fondo, nella presenza delle infrastrutture di base atte a permettere l’edificazione e nell’esistenza di uno sviluppo edificatorio nelle vicinanze. La necessità che vengano adottate ulteriori misure di valorizzazione del comparto in questione non per questo deve portare però a negare un risarcimento, in quanto determinati solo le circostanze che definiscono ogni singolo caso. In quello “Melligen” il Tribunale Federale avanza due argomenti per negare il diritto al risarcimento. Dapprima ritiene che un proprietario che in un orizzonte pianificatorio di 15 anni non ha intrapreso alcuna misura concreta e verificabile atta a rendere possibile l’edificazione del proprio fondo non abbia diritto in caso di dezonamento a un risarcimento per esproprio materiale. Ma senza aver approfondito ulteriormente questo criterio, la massima istanza giudicante svizzera poggia su un altro argomento per sostenere l’inesistenza del diritto risarcitorio, e cioè che il proprietario ricorrente non aveva espresso alcuna intenzione edificatoria per decenni e che a seguito di disaccordi con l’altro comproprietario non avrebbe potuto comunque procedere in tal senso. Questi costituiscono però criteri di giudizio soggettivi che hanno implicazioni sul valore in quanto tale della proprietà fondiaria e che potrebbero influenzare negativamente il valore di mercato dell’immobile, e quindi il principio della sicurezza giuridica. Resta da sperare che questi criteri rimangano confinati al caso singolo in esame e non costituiscano una modifica della prassi giudiziaria nelle fattispecie di esproprio materiale.


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Spese senza freni
Il Parlamento ha fortemente ridimensionato le iniziative proposte dal Governo per frenare l’aumento della spesa federale, senza però proporre grandi alternative.

Il difficile momento finanziario, poi aggravato dalla sempre più delicata situazione mondiale, avevano indotto in tempi non sospetti, ossia a metà dell’anno scorso, la ministro delle finanze a presentare un coraggioso piano di risparmi pluriennali. Accettato dal Governo è poi passato nel marzo 2026 dalle Camere federali, subendo notevoli ridimensionamenti e battute d’arresto non così imprevedibili.
Rispetto ai 2,4 miliardi di risparmi proposti già a partire dal primo anno disponibile, ossia il 2027, e agli ulteriori 3,1 miliardi di franchi per l’immediato futuro, il piano uscito dal dibattito parlamentare prevede attualmente risparmi tra 1,4 e 2 miliardi complessivi. I risparmi proposti scendono così tra il 38% e il 42% rispetto alle intenzioni originarie del Governo. Sorpresa? Non proprio.
Fin dall’inizio del piano, ma soprattutto dopo le consultazioni svoltesi con i cantoni, il malcontento era apparso evidente. Per esempio, le risposte del Canton Tici-
no, in eccellente compagnia di anche altri cantoni) erano state quasi tutte contrarie alle misure proposte. Eppure il Governo aveva chiaramente precisato che, in assenza di interventi mirati, a partire dal 2027 i deficit strutturali delle finanze federali avrebbero già superato i 2 miliardi e sarebbero rapidamente saliti a oltre 4 miliardi già entro il 2029.
In altre parole, sarebbe possibile frenare l’attuale tendenza deficitaria soltanto con un aumento dell’Iva di 0,8 punti percentuali. E questo senza tener conto che altre spese potenzialmente importanti si stanno affacciando celermente: in particolare per il finanziamento della 13esima mensilità dell’Avs e per gli armamenti, in entrambi i casi la caccia alle coperture è in corso. E infatti, a distanza di pochi giorni, il ministro della difesa ha annunciato investimenti per oltre 4 miliardi di franchi già a partire dal prossimo anno, dunque non tra un decennio.
Si sa comunque che, anche con il previsto pacchetto, le spese ordinarie au -

Ignazio Bonoli, economista.
A Berna si è conclusa la discussione sul pacchetto di misure, previste dal Consiglio federale, per il risanamento delle finanze della Confederazione. Nonostante qualche malcontento, sembra che il ventilato referendum sulle spese che comportano modifiche di leggi non si farà.
menteranno di un considerevole 14% dal 2025 al 2029, passando dagli attuali circa 86 miliardi annui a previsti oltre 98. Il 90% delle riduzioni previste si farà dal lato delle uscite, mentre solo 340 milioni mediante aumento delle entrate.
Come sempre il discorso diventa più concreto e pragmatico, ma anche molto più difficile da discutere, quando scende nei particolari delle singole misure allo studio o già adottate. E qui il Parlamento ha dato un serio scossone alle intenzioni del Governo, accettando però all’atto pratico soltanto il principio generale, e condivisibile da molti, di ridurre le spese e non aumentare le entrate.
Gettando uno sguardo sulle principali riduzioni, quello che salta immediatamente all’occhio è una diminuzione di 400 milioni all’anno nel settore dell’integrazione degli asilanti, già presenti in Svizzera. Nell’aiuto allo sviluppo e alla cooperazione internazionale si blocca la spesa almeno fino al 2030, limitandola a 2,5 miliardi (includendo in tale cifra anche gli aiuti all’Ucraina). Si tratta di un taglio pari a 230 milioni.
Non passa incolume, e anzi subisce riduzioni importanti, anche la spesa per la protezione dell’ambiente. E altri 100 milioni in meno all’anno arriveranno dai tagli al fondo per il traffico, provocando
il rinvio di progetti importanti per strade e ferrovie.
Nella formazione e ricerca, ambito molto sensibile e attenzionato, il Parlamento ha limitato a 20 milioni le riduzioni previste, bloccando la spesa totale a 9 miliardi di franchi all’anno. Si tratta delle 45 misure più importanti che non toccano né il sociale, né il militare.
Con una maggioranza di centro-destra, il Parlamento ha generalmente respinto, o fortemente ridotto, i tagli alle spese previste dal progetto governativo, ma ha anche limitato considerevolmente i tentativi di aumentare le imposte. È il caso di un’imposta sul capitale prelevato che può essere prelevata dal fondo delle pensioni. Sono però sopravvissuti i 70 milioni (in crescita tendenziale) destinati ai cantoni per la perequazione finanziaria. Anche le diverse proposte di riduzione dei sussidi
di migliorare le entrate, con non troppa fantasia, poiché le decisioni parlamentari comporteranno ancora nei prossimi anni disavanzi fra i 600 milioni (stando ai dati del preventivo 2027) e diversamente sti-
«Si sa che, anche con l’attualmente previsto e accettato pacchetto, le spese ordinarie aumenteranno di un considerevole 14% dal 2025 al 2029, passando dagli attuali circa 86 miliardi di spesa federale annua a previsti oltre 98. Il 90% delle riduzioni previste si farà dal lato delle uscite, mentre solo 340 milioni mediante aumento delle entrate»
nistro della difesa con l’aumento di 0,8 punti percentuali per il finanziamento dell’armamento. Questo si traduce però in un aumento di spesa secco e pari a 3 miliardi di franchi all’anno per famiglie e consumatori.
Altra questione pendente, il prossimo mese di giugno, dunque non tra molto, il Parlamento affronterà la discussione sul finanziamento della 13esima Avs, con la proposta, per inciso molto poco gradita, di un altro aumento dell’Iva altri 0,4 punti, ma anche dei contributi, dunque per metà a carico delle aziende.
In entrambi i casi sarà comunque d’obbligo anche il voto popolare. Il pacchetto previsto di risparmi, quale che sia e quali che siano le singole voci, è solo una tappa intermedia nel discusso risanamento delle finanze federali. Il resto seguirà nei prossimi mesi, con cantoni e comuni già

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Club di investimento
In linea di principio è possibile strutturare un club di investimento quale società anonima. Tuttavia la compatibilità fra questa forma giuridica e le esigenze di partecipazione richieste dalla normativa sugli investimenti collettivi pone alcune criticità da esaminare.
Nell’articolo “Investimenti condivisi” pubblicato nell’edizione dello scorso febbraio, abbiamo voluto fornire una panoramica generale sulle strutture di investimenti congiunti nel mercato immobiliare, strutture che permettono di accedere a portafogli diversificati e di ridurre i costi di investimento.
Nello specifico, è stato individuato, nella legislazione svizzera sugli investimenti collettivi di capitale (LICol), il rischio di incorrere nell’obbligo di autorizzazione e nell’assoggettamento alla sorveglianza da parte dell’Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari Finma, nella misura in cui tali strutture vengano qualificate quali investimenti collettivi di capitale. Tale legislazione prevede un’eccezione al proprio campo di applicazione per i cosiddetti “club di investimento”, nella misura in cui i loro membri siano in grado di tutelare personalmente i propri interessi patrimoniali. A tal fine, l’art. 1a della relativa Ordinanza sugli investimenti collettivi (OICol) ha definito una serie di criteri e condizioni che, a prescindere dalla forma giuridica, un club di investimento deve adempiere: (i) i diritti dei soci devono essere dettagliati nel documento costitutivo determinante per la forma giuridica prescelta; (ii) i soci o una parte di essi adottano le decisioni di investimento; (iii) i soci sono regolarmente informati sullo stato degli investimenti; (iv) il numero di soci non deve superare le 20 persone.
Né la LICol né la OICol impongono una specifica struttura societaria per l’organizzazione di un club di investimento. Di principio, può dunque essere costituito in qualsiasi forma societaria (fra cui società di persone o società a garanzia
limitata/Sagl), purché vengano rispettate le condizioni previste dalla normativa. Tuttavia, la scelta di strutturarlo quale società anonima (Sa) presenta alcune criticità ed è oggetto di frequenti discussioni tra giuristi.
In linea di principio, nel sistema della società anonima, gli azionisti – che in questo caso corrispondono ai soci, ossia agli investitori nel club di investimento costituito come Sa – sono esclusi dalla gestione operativa della società. Secondo alcuni autori, tale mancata partecipazione nella gestione operativa non permetterebbe di adempiere alla condizione posta all’art. 1a lett. b OICol, secondo cui tutti o (almeno) dei membri debbano essere direttamente coinvolti nelle decisioni di investimento. Da questa prospettiva, alcuni autori si interrogano se i diritti di partecipazione necessari per definire un club di investimento (non soggetto alla LICol) siano compatibili con i compiti indelegabili e inalienabili del CdA di una società anonima (cf. art. 716a del Codice delle obbligazioni).
Inoltre, l’art. 1a lett. a OICol richiede che i diritti di partecipazione dei membri siano indicati nel documento costitutivo determinante per la forma giuridica scelta – nel caso della società anonima, ciò corrisponderebbe a una regolamentazione inserita negli statuti. Alla luce dell’ordinamento delle competenze previsto nel diritto della società anonima, una parte significativa della dottrina ritiene che la gestione operativa non possa essere attribuita all’assemblea generale –quest’ultima non potrebbe quindi avere una competenza statutaria per prendere decisioni di investimento (ciò che non permetterebbe di adempiere alla condizione richiesta dall’art. 1 lett. a OICol).

Rocco Rigozzi, avvocato, LL.M., notaio, partner dello Studio Bär & Karrer (Zurigo e Lugano), autore di questo contributo insieme all’Avv. Andrea Ziswiler, LL.M., partner dello Studio Bär & Karrer (Lugano).
Altri esperti ritengono invece possibile la strutturazione di un club di investimento quale società anonima. Essi considerano infatti che nei club di investimento strutturati quali società anonime sia ad ogni modo possibile garantire la partecipazione diretta di tutti i membri alle decisioni sugli investimenti a condizione che tutti gli azionisti rivestono al contempo anche il ruolo di membri del consiglio di amministrazione. Ciò accade sovente nelle realtà di piccole dimensioni, dove la coincidenza tra azionisti e amministratori permette una gestione condivisa. Attraverso un contratto vincolante tra azionisti, come ad esempio un patto parasociale, si può in effetti implementare una struttura che rispetti i criteri previsti dalla legge al fine di non essere soggetti alla legislazione sugli investimenti collettivi di capitale, assicurando che tutti i membri siano regolarmente informati e che possano partecipare alle decisioni, senza dover attribuire formalmente all’assemblea generale la competenza sugli investimenti. Sebbene vi siano quindi buoni argomenti in favore della strutturazione di un club di investimento quale società anonima, occorre sempre verificare con attenzione tale struttura, in particolare il suo impatto su statuti, patto parasociale e composizione del CdA, al fine di evitare che tale struttura possa essere qualificata quale investimento collettivo di capitale sottostante alle restrizioni della LICol.





















































Concorrenza regolamentata
La libera scelta dell’assicuratore - pilastro del modello svizzero - controbilanciata dal meccanismo di compensazione dei rischi ha il vantaggio di incentivare efficienza, qualità, innovazione e un accesso più rapido alle cure.
La sanità svizzera è tra le migliori al mondo grazie a uno specifico equilibrio tra solidarietà, responsabilità individuale e concorrenza regolamentata nell’assicurazione obbligatoria delle cure medico-sanitarie (Aoms). Un modello che garantisce un rapido accesso alle cure e che crea incentivi all’efficienza e all’innovazione. Uno dei suoi pilastri è la libertà di scelta. Ogni assicurato è libero di cambiare ogni anno assicuratore malattia e di optare tra diversi modelli, come ad esempio il medico di famiglia, le reti Hmo (Health Maintenance Organization), la consulenza in farmacia o la telemedicina. Questa flessibilità consente di scegliere la soluzione più adatta alla propria situazione e induce la concorrenza tra gli assicuratori: offrire servizi migliori, premi competitivi e modelli di presa a carico più efficaci.
La concorrenza nell’assicurazione di base è rigorosamente regolamentata. Gli assicuratori malattia sono obbligati ad accettare ogni assicurato, indipendentemente dal suo stato di salute. A sostegno, la cosiddetta “compensazione dei rischi” redistribuisce i fondi tra assicuratori per evitare squilibri legati alla composizione della clientela. In altre parole: nessun assicuratore è incitato a scegliere tra assicurati più o meno sani. La competizione si svolge invece su offerte innovative, qualità dei servizi ed efficienza gestionale.
È proprio qui che l’assetto svizzero dimostra la sua efficacia. La pressione concorrenziale spinge gli assicuratori malattia a ottimizzare i processi e a contenere i loro costi amministrativi. Nel 2024 questi rappresentavano appena il 4,6% delle spese dell’Aoms, una quota in costante diminuzione. Per confronto, altre assicurazioni sociali come la Suva e
l’Ai, registrano percentuali superiori fino al doppio. Parallelamente, il controllo sistematico delle fatture emesse dai fornitori di prestazioni effettuato dagli assicuratori malattia consente di evitare spese indebite per oltre il 10% dei costi, ossia quasi 4 miliardi di franchi a oggi. Il bilancio per la collettività è chiaro: la gestione concorrenziale tra assicuratori genera risparmi.
«La pressione concorrenziale spinge gli assicuratori malattia a ottimizzare i processi e a contenere i loro costi amministrativi»
La concorrenza tra assicuratori malattia innalza efficienza e innovazione. Quando diversi attori competono per guadagnarsi la fiducia degli assicurati, emergono nuovi modelli di presa a carico, come le reti di cure integrate. Anche in Ticino si moltiplicano tali iniziative, per esempio la Rete Sant’Anna (modello Viva) offerta da Visana con le cliniche del gruppo

Saskia Schenker, direttrice di prio.swiss, l’associazione degli assicuratori malattia svizzeri.
Swiss Medical Network e altri attori, o la rete sanitaria Ticino sviluppata dalla Css con il gruppo Moncucco e numerosi altri partner. Questi modelli, che puntano su percorsi di cura coordinati e una migliore gestione del paziente, innalzano la qualità dell’assistenza e riducono gli sprechi permettendo anche riduzioni sui premi. Sul fronte dell’innovazione nasce poi la collaborazione tra Helsana, Sanitas, Kpt e l’Ente Ospedaliero Cantonale (Eoc), con l’obiettivo di preparare la sanità ticinese alla riforma del finanziamento uniforme, che favorisce il passaggio verso cure ambulatoriali, meno costose e più apprezzate dai pazienti.
Il principio è semplice: una concorrenza regolamentata porta innovazione ed efficienza. Gli assicuratori malattia sono oggi tra i pilastri del miglioramento continuo della sanità in Svizzera.
Assicuratori malattia responsabili e impegnati per il futuro
Studi dell’Oms e dell’Ocse illustrano come i sistemi sanitari che combinano regolamentazione pubblica e concorrenza ottengono risultati migliori rispetto ai modelli interamente statali o liberalizzati. La Svizzera lo dimostra con indicatori solidi: alta aspettativa di vita, ampia offerta di cure e tempi di attesa molto brevi. Per perpetuare questo vantaggio, prio.swiss, l’associazione mantello degli assicuratori malattia, sostiene riforme mirate. Tra queste figura il finanziamento uniforme delle prestazioni ambulatoriali e stazionarie (Efas), che favorirà il trasferimento verso cure ambulatoriali più efficienti, e una pianificazione ospedaliera sovraregionale più coordinata volta a garantire qualità e contribuire a contenere i costi nel lungo periodo. Preservare l’equilibrio tra solidarietà, responsabilità e concorrenza resta la chiave per una sanità sostenibile.

Tra salute e assistenza
Il diffondersi dell’Ai sta già scuotendo molti equilibri dell’industria sanitaria, spianando la strada a un miglioramento delle cure, e un ampliamento della platea raggiungibile.
L’Ai è davvero dalla nostra parte?
L’Ai può aiutare a far evolvere una delle attività più strategiche che rimangono in qualità di comunità globale, ovvero l’assistenza sanitaria? Il settore è valutato oggi oltre 20mila miliardi di dollari ed è probabilmente una di quelle attività umane che possono davvero cambiare la vita di milioni, se non miliardi, di persone, poiché riguarda la loro salute. La tecnologia aiuterà a essere tutti più sani e, soprattutto, più premurosi, quando si arriverà a distribuire progressi come la GenAi e gli agenti Ai in tutti i luoghi in cui si pratica e si celebra l’assistenza sanitaria, dagli ospedali ai centri di ricerca?
Per questo motivo, si è incontrato il responsabile dell’innovazione di uno dei più importanti produttori di dispositivi sanitari, Philips, un’azienda leader nelle tecnologie sanitarie da oltre 18 miliardi di dollari, la cui offerta spazia dal B2B al B2C. Questa è la sintesi del nostro scambio, avvenuto durante Viva Tech Parigi, una delle più importanti fiere tecnologiche a livello globale. Chi è e cosa fa nella vita?
fare un lavoro manuale. Quello che faccio oggi implica la sperimentazione, quindi non sono così lontano dai miei sogni di bambino.
Quali possono essere un paio di casi reali di utilizzo dell’Ai applicata alla sua offerta e come questa stia cambiando il mondo della sanità?
L’intelligenza artificiale può fare molte cose, perché è intelligente. Le farò due esempi in cui l’Ai può automatizzare le cose e aumentare le capacità umane.

Frank Pagano, azionista di Tokenance, Senior Partner di Jakala. Sotto, Shez Partovi, Chief Innovation Officer e Chief Business Leader per l’informatica sanitaria di Philips.
20 minuti al massimo. Le parti noiose e a basso valore aggiunto dell’esame vengono eseguite meglio e in modo più efficiente da una macchina, così da poter eseguire più esami al giorno, e senza aumentare esponenzialmente il carico di lavoro dei medici.

Mi chiamo Shez Partovi, sono Chief Innovation Officer di Philips e Chief Business Leader per l’informatica sanitaria. Sono stato medico praticante e professore universitario, poi ho lavorato in Amazon (Aws), prima di entrare in Philips, dove ho trascorso gli ultimi quattro anni e mezzo. Che lavoro voleva fare da bambino?
Da piccolo amavo usare le mani. Ho sempre avuto un’inclinazione tecnica, facendo ad esempio molti lavori in legno. Volevo
Cominciamo con l’automazione. Prendiamo i dispositivi a ultrasuoni per il cuore. Oggi ci vogliono 20 minuti per scansionare il cuore di una persona, poi il medico deve esaminare le scansioni, trovare le immagini giuste, cliccare sui risultati della macchina, delineando le parti del cuore di interesse per l’esame medico. È come fare photoshop, se vogliamo, e ci vogliono altri 20 minuti. Questo è un esempio perfetto di come l’intelligenza artificiale possa automatizzare e velocizzare il processo, riducendo l’intera operazione a
Un secondo esempio è un caso di incremento. Un radiologo deve esaminare immagini, ad esempio scansioni Tc (tomografia computerizzata) del torace, alla ricerca di macchie tumorali. L’intelligenza artificiale è in grado di trovare tali macchie in modo più rapido e migliore e le indica al radiologo. Si tratta di una visualizzazione avanzata, che tra le altre cose è almeno il 26% più veloce nell’individuare le aree cancerose, con l’ulteriore capacità di identificare le lesioni più facilmente, ma soprattutto più precocemente.
Continueremo ad applicare l’intelligenza artificiale a tutto il nostro portafoglio. È una cosa che stiamo già facendo. I nostri spazzolini da denti sono alimentati dall’intelligenza artificiale. Questo è ciò che stiamo facendo da molto tempo. Philips ha presentato la sua prima soluzione arricchita di intelligenza artificiale (in grado di fare il gioco tip tap toe, per esempio) già nel 1957, quindi per noi non è una sostanziale novità.
Che cos’è l’innovazione per voi?
Innovazione significa risolvere problemi clinici. Si parte dal letto del paziente, ascoltando i medici e i pazienti. Il nostro obiettivo è risolvere i problemi critici per i nostri clienti. L’innovazione è un antidolorifico, più che una vitamina. L’innovazione è sperimentazione. Implica un notevole sforzo per spingere le nostre conoscenze verso l’ignoto. La vera innovazione è in grado di scalare e di avere un impatto significativo ed esteso.
In Philips, l’innovazione avviene all’interno delle varie unità aziendali. L’80% dei nostri programmi di innovazione è un esercizio di co-creazione all’interno di ogni unità aziendale, quindi è molto vicino alle esigenze del business e del mercato. Ci lavoriamo costantemente, per migliorare l’offerta in ciascuna delle linee di business. Si tratta di innovazione integrata nel rapporto con i clienti.
Il restante 20% è costituito dall’innovazione radicale, più lungimirante. È l’innovazione a cui nessuno ha pensato o che nessun paziente ha chiesto. Abbiamo investito oltre 1,7 miliardi di dollari in questa parte del programma di innova-
zione. Si tratta di un’attività che coinvolge molto l’intelligenza artificiale e lo sviluppo di soluzioni di software, di cui circa il 50% è incentrato su software e scienza dei dati, e che viene svolta da un team centrale, che è globale, ma disperso in tutto il mondo.
«Un radiologo deve esaminare immagini, ad esempio scansioni Tc del torace, alla ricerca di macchie tumorali. L’Ai è in grado di trovarle in modo più rapido e migliore e le indica al radiologo. Si tratta di una visualizzazione avanzata, almeno il 26% più veloce, con l’ulteriore capacità di identificare le lesioni più facilmente, e precocemente»
È ottimista o pessimista riguardo al futuro, sapendo dove andranno l’Ai e la tecnologia?
È un momento straordinario per essere vivi. Abbiamo avuto quattro rivoluzioni nella nostra storia umana: agricola, in-
Fare impresa è un viaggio d’avventure da una generazione
Per un’imprenditoria forte
dustriale, digitale e ora la rivoluzione dell’intelligenza. Un computer può fare per noi, oltre che con noi, ed è questo da non sottovalutare, un lavoro che non avremmo mai immaginato e nemmeno sperato. Sono estremamente ottimista. C’è molta incertezza, certo, ma possiamo cambiare le cose. Possiamo cambiare l’assistenza sanitaria.
Possiamo far evolvere l’assistenza sanitaria e la nostra salute, almeno così sembra, se prestiamo la giusta attenzione al modo in cui utilizziamo la tecnologia in uno dei settori più delicati che abbiamo creato. L’intelligenza artificiale, in particolare, può automatizzare e aumentare, rendendo ogni dispositivo, esame, trattamento ed esperienza medica migliore, più veloce e d’impatto.
Non si discute, i medici saranno ancora necessari per assicurarsi che queste esperienze continuino a essere umane, non secondariamente che l’accesso sia consentito a un numero sempre maggiore di persone e che l’allocazione delle risorse a nostra disposizione, destinate comunque a rimanere limitate per definizione, non sia iniqua, o discriminatoria.

Sempre efficiente, sempre affidabile

Fino a 900 km di autonomia? Nessun problema per la nuova Leapmotor B10 Hybrid EV con motore benzina che funge da generatore per la batteria, permettendo di combinare la comodità di un rifornimento rapido con i vantaggi dell’elettrificazione.
Brand emergente nel panorama dei veicoli a propulsione elettrica, Leapmotor continua ad accelerare per guidare la transizione alla mobilità sostenibile.
Visto il successo della B10 Bev lanciata l’anno scorso, ma anche l’incertezza di molti conducenti nell’optare per un veicolo 100% elettrico, al recente Salone dell’auto di Bruxelles è stata presentata in anteprima europea la versione ibrida. Come già la Leapmotor C10, prevede un Range Extender, motore 4 cilindri 1,5 litri da 68 Cv con funzione di generatore che ricarica automaticamente la batteria nei viaggi più lunghi. La Leapmotor B10 Hybrid EV permette così di raggiungere fino a 90 km in modalità elettrica grazie alla batteria 18,8 kWh, per poi proseguire con il Range Extender che ricarica la batteria in viaggio, offrendo un’autonomia combinata fino a 900 km. Le quattro modalità di guida – EV, EV+, Fuel e Power+ – consentono al conducente di adattare prestazioni ed
efficienza alle proprie esigenze, dagli spostamenti in città alle prestazioni in condizioni impegnative. Raggiunge una potenza massima di 218 Cv, ma va considerato che la B10 Hybrid EV è spinta esclusivamente dal motore elettrico, mentre l’unità benzina entra in funzione solo come generatore per ricaricare la batteria in marcia. Basta mezzora per passare dal 30 all’80% di carica. Lo scatto da ferma a 100 km/h avviene in 7,5 secondi, fino a una velocità massima di 170 km/h bloccati elettronicamente.
Per il resto, la versione ibrida è identica alla Leapmotor B10 elettrica: lunga 4,53 metri, larga 1,88, con un passo di 2,73 e un’altezza di 1,65 si inserisce perfettamente nel segmento delle C-Suv.
Le linee pulite, i fari full Led e il profilo aerodinamico le donano una presenza moderna ma sobria. All’interno dell’abitacolo, illuminato dal tetto panoramico di serie, spiccano l’impostazione razionale e la cura
Tetto panoramico di serie e massimo comfort per i passeggeri, grazie agli interni spaziosi e versatili

Sedili completamente reclinabili per trasformare l’abitacolo in uno spazio rilassante.

La Leapmotor B10 Hybrid EV viene proposta sia nella versione Life, che include pompa di calore, Apple CarPlay e Android Auto, navigazione connessa, display da 14,6’’ e pacchetto Adas 2, sia nella versione Design che aggiunge elementi come sedili anteriori riscaldati, ventilati e regolabili elettricamente, portellone posteriore elettrico e volante riscaldato.
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dell’assemblaggio. Il sistema d’infotainment con grande display centrale da 14,6 pollici domina la plancia e controlla ogni funzione del veicolo. Il cablaggio ridotto e la gestione elettronica centralizzata testimoniano un approccio ingegneristico avanzato, con l’obiettivo di coniugare semplicità e sicurezza, garantita da 17 sistemi Adas, scocca in acciaio ad alta resistenza e un sistema di telecamere a 360 gradi, che ha ottenuto la prestigiosa valutazione di sicurezza a 5 stelle Euro Ncap. E grazie agli aggiornamenti regolari, il veicolo continua a migliorare prestazioni

L’ampio display HD 2.5K da 14,6 pollici del sistema infotainment, alimentato dal chip Qualcomm Snapdragon 8155
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Repressione finanziaria

La gestione di un debito pubblico ingente sarebbe una delle attività più costose in termini sociali e politici, dunque si è soliti evitare di parlarne, o di adottare correttivi espliciti. Nel corso dei secoli sono stati sviluppati meccanismi molto più sottili, ma altrettanto efficaci per farlo, che in gergo si definiscono ‘repressione finanziaria’. Lo Stato lascia che siano altri a intervenire per suo conto, drenando risorse dal sistema e dai risparmiatori, pareggiando i conti. La differenza? Come ‘vestire’ sempre la stessa ricetta: inflazione e tasse.
Tra tante urgenze, e crescenti necessità, fronteggiando un’ampia gamma di emergenze, gli ultimi anni si sono dimostrati impegnativi per tutti, da un punto di vista economico, finanziario e sociale. Più di altri, a essere stato coinvolto nella loro gestione, pur con diverse intensità, è lo Stato e più in generale le istituzioni, che se da un lato hanno maturato un importante bagaglio di esperienze, dall’altro ne sono anche uscite molto appesantite in termini finanziari.
Sino a prima dell’emergenza pandemica le grandi sfide delle economie avanzate erano: demografia, dunque sanità e previdenza; clima e transizione ecologica; istruzione e finanza pubblica per qualche Paese mediterraneo. La Cina correva, e la geopolitica non spaventava. Pochi anni più tardi, si parla ancora di energia, ma
ricorrentemente del come procurarsela; di sanità ma perché c’è stata una pandemia; di finanza pubblica, ma in quasi tutti i Paesi; di Washington, Pechino e tensioni geopolitiche che allarmano; con Ai e Difesa al centro del dibattito.
Se le pressioni su come e quanto lo Stato dovrebbe occuparsi di tutti questi problemi, in aggiunta ai precedenti, non accennano a diminuire, anzi, aumenta anche l’urgenza di trovare risposte e soluzioni circa le fonti di finanziamento. Lo spazio fiscale non sembra più infinito, i margini per aumentare l’imposizione non troppo generosi, e i bilanci delle Banche Centrali non così scarichi… dunque? Ecco giungere in soccorso la Storia.
In passato, la soluzione più immediata e facile era ‘stampare moneta’, emetterne di più, ma di minore valore. Se a determinarlo era il contenuto di metallo prezioso,
ossia il ‘titolo’, era sufficiente diluire oro o argento con leghe metalliche molto meno preziose, a parità di valore nominale, almeno nell’immediato. Emblematici diversi secoli di storia del denario romano. È al 211 a.C. che risale la prima emissione del denario d’argento (termine da cui deriva ‘denaro’), dunque gli anni tormentati della II Guerra Punica, e di Annibale in Italia, che da quel momento rimase l’unità di conto del mondo romano per i successivi cinque secoli. Inizialmente constava di 4,55 g. di argento quasi puro, ossia con un titolo del 95%, e un valore nominale di 10 assi. A parità di purezza dell’argento, intorno al 142 a.C. il peso fu limato a 3,9 g. e un valore di 16 assi. Tali equilibri sopravvissero alle riforme monetarie di Augusto, e rimasero invariati sino al 64 d.C. quando Nerone ne portò il peso a 3,4 g., pur conservandone
la purezza al 90%. Un secolo più tardi, da Marco Aurelio il peso fu portato a 2,36 g. di cui il 75% d’argento, mentre con Settimio Severo, dunque a cavallo tra II e III secolo, arrivò a pesare solo 1,7 g. il cui 50% era ancora metallo prezioso. Intorno al 250 d.C. spirò infine, tagliando l’infausto traguardo di 0,17 g. e dello 0,5% d’argento rimasto. Ma i prezzi?
Ai tempi di Augusto un centurione percepiva circa un denario al giorno, con diversi altri benefit in natura; ancora nel I secolo con 1 asse si portavano a casa 542 g. di grano, un quarto di vino, o mezzo kg. di pane. Un semplice legionario, invece, con Augusto riceveva 225 denarii annui, e con Domiziano, un secolo dopo, circa 300; erano invece 500 quelli distribuiti ai legionari di Settimio Severo, e 750 a quelli di suo figlio, Caracalla.
Molto più stabile era invece la monetazione in oro, il cui valore aveva tenuto abbastanza sino alla fine del II secolo; per quanto il metallo giallo non fosse parte della quotidianità delle persone, ma legato a scambi internazionali, o trattative immobiliari importanti, ambito in cui aveva un ruolo determinante la moneta scritturale, tipica di un ambiente finanziariamente molto evoluto.
Dunque perché questi ‘giochi’ d’argento? Era un modo, più semplice di altri, di far quadrare i conti di un impero ormai grande e non più in espansione, con centinaia di migliaia di stipendi da pagare (non solo soldati, ma funzionari), e opere pubbliche da mantenere, distribuite in tre continenti. Era semplicemente un’antesignana forma di repressione finanziaria, simile a quella europea pre-2019, mista a inevitabile inflazione, poi scappata di mano, nonostante le buone intenzioni. Mali moderni. Come sempre, e in molte cose, una prima esiziale domanda da porsi è ‘perché’, le ragioni per cui vi siano tanti parallelismi tra affanni dell’Impero Romano e la stretta attualità di oggi, a distanza di diversi secoli, a cui si risponde con sempre la solita ricetta, seppur rivisitata e debitamente aggiornata. «Nonostante sia ormai qualche tempo che il termine ‘Covid’ è scomparso dai titoli dei giornali, e dal dibattito pubblico, una delle sue derivate prime gli sopravvive, ed anche egregiamente. La magnitudo dei debiti pubblici ereditati dagli Stati, generalmente avanzati, dall’emergenza pandemica, sino a un decennio fa sarebbe stata del tutto inimmaginabile, il
La conquista del Mediterraneo

Hispania
Mauretania
Gallia
RaetiaNoricumPannoia Dalmatia
Italia
Sicilia
AfricaProconsularis
Il Denario d’argento
Regnum Bospori
Colchis Iberia
Pontus Exinus
Moesia
Thracia Macedonia
Dacia CappadociaArmenia
Galatia
Cilicia Lycia Syria
Creta
Cyrenaica
Cyprus
Arabia Petrae Mesopotamia
Aegyptus
Variazione della purezza d’argento nel corso del tempo (in % del peso totale)
che pone un insistente quesito: come dovrebbero essere gestiti? Fermo restando un consenso unanime nel voler evitare le soluzioni più drastiche e impopolari, come austerità, aumenti della tassazione, e instabilità finanziaria», esordisce così Thomas Wille, Lecturer dell’Università delle scienze applicate di Zurigo (Zhaw). Certo, il dibattito potrebbe essere molto articolato sul quanto bene siano state impiegate queste ingenti risorse, ma un chiaro e inequivocabile effetto l’hanno sortito. Almeno uno. «In più d’un caso sono livelli di debito che non si vedevano dalla fine del secondo conflitto mondiale, e da cui anche all’epoca era stato molto impegnativo uscire. Nonostante la sorprendente resilienza dell’economia, che ha continuato a stupire negli ultimi anni, il tema della sostenibilità finanziaria dei conti pubblici non può essere ignorato, ed è in tale contesto che si ripresentano vecchi rimedi, mai dimenticati, tra cui la repressione finanziaria», evidenzia Raf-
Una prima forma di repressione finanziaria, gestione del debito tramite mezzi alternativi, fu avviata in tempi antichi lesinando sulla purezza del metallo prezioso nelle monete di uso corrente, emesse dallo Stato. Era nata l’inflazione, vera.
faele Fink, Portfolio Manager di Wmm Gestioni Patrimoniali.
A discolpa, va detto che non è stato un lustro particolarmente facile, specie in Europa. Gli shock sono stati molti, e di non trascurabile entità, ma cosa cambia del risultato? «È vero, si è verificata una pandemia, ma anche una crisi energetica altrettanto costosa, e solo la volontà degli Stati ne ha assorbito buona parte dei contraccolpi, che in caso contrario si sarebbero scaricati interamente su famiglie e imprese. Il debito pubblico medio degli Stati del G7 si attesta intorno al 126% del Pil, con impegni notevoli calendarizzati

Bretton Woods Gli Stati Uniti tra il 1944 e il 1980 (in %)
«Stando alle proiezioni Ocse il debito pubblico medio degli Avanzati raggiungerà nel 2027 il 113% del Pil. La domanda ricorrente è: come verrà ripagato il debito pregresso? Si ignora che nella maggior parte dei casi, se pubblico, non venga mai davvero estinto»
Elena Guglielmin, Cio di Ubs Wealth Management
Bretton Woods Uk tra il 1944 e il 1980 (in %)
Fonte: Imf 2025
Imf 2025
Un secolo di debiti
Evoluzione del rapporto debito pubblico/Pil in alcuni Paesi (in %, dal 1925)
Regno Unito Germania Grecia Stati Uniti Italia
Imf 2025
Nel corso degli ultimi 100 anni l’evoluzione dei rapporti di debito pubblico e Pil sono stati molto ondivaghi, e spesso frutto di cause di forza maggiore, a partire da crisi più o meno grandi, e soprattutto guerre. Anche negli anni di Bretton Woods le dinamiche di mercato all’opera non erano delle più trasparenti, e una gelida manina un aiutino di tanto in tanto doveva darlo.
anche nel prossimo futuro. Pur al netto dell’ultima emergenza in Medio Oriente, auspicabilmente transitoria, transizione energetica, invecchiamento demografico e Difesa restano a oggi le priorità dell’agenda di molti Stati, da qui la necessità di soluzioni», rileva Jérôme Legras, Managing Partner e Head of Research di Axiom Ai.
Antiche origini. Al netto degli ultimi anni, in termini finanziari la vulgata non
è molto cambiata, semplicemente mutate sono le dimensioni del problema, da qui l’accelerazione nell’impiego degli strumenti a disposizione. «Pur non parlandone apertamente, sono ormai 15 anni che viviamo in uno stato semi-permanente di repressione finanziaria, andata man mano intensificandosi. A partire dal 2008, l’epoca dei subprime, la ricetta a ogni crisi è stata sempre la stessa, a dosi crescenti: liquidità, e tassi zero o negativi. Nel biennio di Lehman Brothers, quando è iniziata questa stagione, le principali Banche Centrali tagliarono i tassi 313 volte; nell’ultimo biennio, 2024-25, ben 325 volte, pur in assenza di una grave recessione mondiale, o di una crisi finanziaria sistemica. È sufficiente questo dato a dimostrare la dimensione della ‘put’ dei banchieri centrali oggi su economia e mercati globali», chiarisce Donatella Principe, Director Market and Distribution Strategy di Fidelity International. Il peccato originale, pur passando gli anni, rimane sempre lo stesso, e riemerge ciclicamente. Per quanto si potrebbe discutere se sia o meno volontario. «Cambiano i tempi e trascorre il tempo, ma i nodi non vengono sciolti. La colpa è sempre in capo a Lehman, o a chi non ha saputo gestire il 2008, la cui onda lunga è ancora tra noi. Di per sé il problema non è aver fatto fallire una banca per dare il buon esempio alle altre, quanto di averle private della sacrosanta libertà di poter fallire, l’essenza stessa del capitalismo, senza innescare un effetto domino sistemico. Questo ha reso possibile o necessario l’interventismo delle Banche Centrali che da allora comprano titoli di ogni genere, comprimendo artificialmente i rendimenti, alimentando la macchina del debito, pubblico e privato; andata a sommarsi, nel caso dell’Europa, all’introduzione dell’euro», enfatizza Gian Marco Salcioli, Strategist di Assiom Forex. Se il G7 galleggia molto appesantito, allargando l’orizzonte alle economie sviluppate, la situazione non migliora. C’è anzi estensione della problematica. «Stando alle proiezioni Ocse, il debito pubblico medio degli Avanzati raggiungerà nel 2027 il 113% del Pil, con lo Stato che resterà particolarmente sollecitato, il che alimenta qualche preoccupazione. Attualmente viene ancora molto sottostimato l’impatto che la IV Rivoluzione Industriale, e il diffondersi dell’Ai, avranno sugli equilibri delle società avanzate nei
prossimi anni. Gli Stati saranno chiamati a sostenere finanziariamente le fasce più deboli, e scegliere tra maggiori entrate o nuovo debito. La domanda ricorrente tra Media, investitori, e in alcuni casi Politica, è: come verrà ripagato il debito pregresso? Si ignora che nella maggior parte dei casi, se pubblico, non venga mai davvero estinto», chiosa Elena Guglielmin, Cio di Ubs Wealth Management. La via maestra. Il debito pubblico, specie nelle economie avanzate, è tra le poche certezze degli investitori, insieme alle tasse, e al Natale. Per quanto non si sia soliti estinguerlo, quali sono gli strumenti più lineari a disposizione per ridurlo, se necessario? «Pur trattandosi di un’estrema semplificazione, le opzioni per le autorità non sono molte, principalmente quattro: ridurre la spesa, che è anche la strada più politicamente complessa; far crescere il Pil, impossibile per decreto; lasciare il lavoro sporco all’inflazione, con effetti pesanti per tutti; la repressione finanziaria, il meccanismo più discreto. È un termine curioso, nato nel 1973 in Corea del Sud, allora molto meno performante di quella del Nord, proprio per l’eccessiva forza di politiche dirigiste in materia di tassi d’interesse, e allocazione del capitale, il mix di componenti che oggi qualifica tale ‘repressione’», sintetizza il responsabile di Axiom.
All’atto pratico un minimo di fantasia e calibrazione a dipendenza del contesto è indispensabile. Non esiste un’unica formula di repressione finanziaria, ma diverse analoghe. «Consiste nella riduzione dei tassi d’interesse direttori, allo scopo di limitare la spesa per interessi sul debito, creando incentivi perché i privati lo sottoscrivano. L’obiettivo è evidentemente ridurre i tassi reali, dunque al netto dell’inflazione, e per farlo si possono adottare politiche convenzionali, il taglio di quelli nominali, o non convenzionali, come il Qe. Nel caso delle prime, i risultati sono spesso osservabili dopo alcuni anni, nel caso delle seconde molto più in fretta», riflette Sergio Rossi, Professore ordinario di macroeconomia e di economia monetaria all’Università di Friburgo. Ma che cos’è, e come si concretizza poi nell’immediata operatività? «È una forma di tassazione implicita attuata per il tramite del sistema finanziario, grazie a misure che possono variare, ma che si riassumono in: controllo della curva dei rendimenti o dei tassi; restrizioni nor-
«A partire dal 2008 la ricetta a ogni crisi è stata sempre la stessa: liquidità, e tassi zero o negativi. Nel biennio di Lehman Brothers, le Banche Centrali tagliarono i tassi 313 volte; nell’ultimo biennio, 2024-25, ben 325 volte, pur in assenza di recessione mondiale, o crisi sistemica»
Donatella Principe, Director Market and Distribution Strategy di Fidelity International

Debiti a stelle e strisce
Debito federale americano (dimensioni e rendimento per fasi, in %)
National Banking Era 1865: 1919 Tra le due guerre mondiali 1920:1941 Yield Curve Control 1942:1951
Dopoguerra (bassa infl.) 1952: 1964, 1991-2007
Dopoguerra (alta inflazione) 1965:1990 Post 2008: 2024
di mercato del debito rispetto al Pil
Fonte: Convenience Yields and Financial Repression 2025
Consolidamento non proprio fiscale
Fonte: Deutsche Bank 2025
mative per il mercato domestico; e inflazione. Esistono opzioni dirette, come il controllo sui capitali o sui tassi, e altre più sottili, come gli interventi sul mercato della Banca Centrale, o le norme prudenziali sulle riserve del sistema bancario. Lasciar correre volutamente l’inflazione è un’ulteriore leva d’azione. Ciò che le accomuna è la modellazione del sistema finanziario affinché una parte del risparmio sia ‘catturata’ dal debito pubblico, a
Il consolidamento del debito, dunque una sua riduzione significativa, nonostante i casi non siano mancati nell’ultimo secolo, è altresì vero che hanno sempre scontato una componente fiscale molto meno forte di quanto non si sarebbe soliti pensare. Ai Governi non piace tassare, è estremamente costoso per tutte le parti coinvolte, dunque? Molta fantasia, e altri mezzi.

condizioni più favorevoli», sottolinea Vladimir Gorshkov, Macro Policy Strategist, State Street Investment Management. Più gli interventi si fanno sottili, più la narrazione diventa importante, e i dettagli decisivi. «Storicamente si è concretizzata in tassi d’interesse artificiosamente bassi, requisiti regolatori stringenti per incentivare banche, assicurazioni e fondi pensioni a detenere titoli pubblici, o controlli più o meno espliciti sui movimenti di capitale. L’obiettivo dichiarato solitamente è stabilizzare il sistema, e ridurre i costi di finanziamento per lo Stato, quello implicito è di tassare indirettamente il rispar-
«Seppur consapevoli, il supporto che obtorto collo i sistemi bancario e parabancario offrono allo Stato è del tutto involontario, sono infatti la chiave del meccanismo di trasmissione alla clientela reale dei costi della finanza pubblica, ma a loro volta vittime, come nel caso di Basilea III»
Jérôme Legras, Managing Partner e Head of Research di Axiom Ai
mio privato, trasferendo parte dell’onere del debito dai contribuenti ai detentori di capitale, e dunque dei titoli di debito», precisa l’esperto di Wmm.
A dipendenza dell’abito potrebbe non essere quindi una soluzione così odiosa, e forse meno peggiore di molte altre, ma… «È il sostituto politicamente meno costoso di un puro consolidamento fiscale. Alternativamente, è un modo per mobilitare risparmio con un obiettivo specifico. Si tratta dunque di un semplice strumento, a patto di essere d’accordo sulle finalità e sul suo costo/opportunità. Ad esempio, avere un sistema bancario resiliente è
Passivi, ma anche attivi
L’attenzione è solitamente calamitata su un semplice indicatore, il rapporto debito pubblico/Pil, con una puntigliosa disamina del numeratore. Ma è davvero sempre un problema? «Il Giappone è stato per tanti anni un caso emblematico di gestione corrente del debito pubblico. Nel 2021 il rapporto ha sfondato la soglia del 231%, senza destare particolari tensioni sui mercati. La ragione è semplice: l’88% di tale debito è detenuto da investitori domestici. Fermo restando che per valutare un debitore vada considerato l’intero stato patrimoniale, attivi e passivi», riflette il Cio di Ubs. L’attivo dovrebbe godere di una maggior attenzione, pur resistendo alle conseguenti facili pulsioni di uno Stato sempre bisognoso. «Si è soliti dibattere del debito dei Paesi, ma mai della loro ricchezza. In termini assoluti il debito non è mai troppo, né dovrebbe essere origine di repressione finanziaria, dipende dall’uso che si fa di queste risorse, e dall’effetto moltiplicativo che ha sulla ricchezza privata; potrebbe anche creare benessere!», riflette l’esperto di Assiom Forex. Se gli Stati sono spesso poverelli, non si può dire lo stesso di molti dei loro abitanti. «Secondo le nostre stime la ricchezza privata mondiale, rispetto al Pil, è ai massimi storici. Il rapporto debito/Pil può in molti casi apparire elevato, ma quello debito pubblico/ricchezza personale è molto più contenuto, le risorse per finanziarlo dunque non mancano. Si tratta di stime e modelli teorici, non verificabili, e dunque pone un limite ai Governi che
positivo per tutti; dunque spalleggiare il debito pubblico e disincentivare investimenti speculativi non è deprecabile. Lo diventa allorquando raggiunga l’eccesso, la regolamentazione, e soffochi altre attività. Similmente, ci sarebbe consenso popolare nel destinare parte del risparmio nazionale alle ‘priorità’ del Paese, laddove non anche locali; altra questione è individuarle e maturare il necessario supporto», prosegue l’esperto di State Street.
E poi ovviamente spazio alla creatività, con molta fantasia, propria del legislatore. «Il formidabile calo del rapporto debito/ Pil nel Dopoguerra, in Stati Uniti e Regno Unito, fu in ampia misura merito proprio della repressione, che negli anni è andata raffinandosi. Il più semplice incentivo ad acquistare debito pubblico è di natura fiscale, ad esempio veicolato tramite i libretti di risparmio postale. I depositi sono interamente investiti in buoni del Tesoro. Negli Stati Uniti, analogamente, il reddito dei titoli delle municipalità è in genere esentasse. Le lotterie di Stato, il cui premio non è tassato, sono un’altra forma di repressione, che nel Regno Unito è stata ibridata nel sistema dei ‘premium bond’. O ancora, la regolamentazione delle istituzioni finanziarie. Sono tutti esempi in cui lo Stato sparisce
Classifica Paesi - Debito totale non finanziario / PIL
Posizione Paese Debito
1 Giappone 410/420%
1 Francia 330/350%
3 Canada 300/320%
4 Cina 300/320%
5 Paesi Bassi -300%
6 Regno Unito 280/300%
7 Corea del Sud 280/290%
8 Stati Uniti 260/280%
9 Italia 250/260%
10 Spagna 240/250%
11 Australia 230/240%
12 Svezia 220/230%
13 Belgio 210/220%
14 Germania 200/220%
15 Svizzera -200%
volessero mobilitare tale ricchezza in maniera efficiente, ma non per questo non esiste, o interessa solo il Top 1% degli abitanti», prosegue Guglielmin. Ma anche semplicemente aggregando i dati emergono sorprese. «Pur senza addentrarsi in valutazioni della ricchezza nazionale, ma guardando al debito totale non finanziario di un Paese, ossia la somma di pubblico, privato e Corporate, è interessante notare come i rapporti cambino. La Svizzera si conferma in basso nella classifica, con un debito/Pil inferiore al 200%, l’Italia si stabilizza su un discreto 250, migliore del 260 degli Stati Uniti, rispetto al 410% del Giappone. Altri numeri, ma sempre rispetto al Pil», conclude Salcioli.
agli occhi dell’opinione pubblica, ma si garantisce un finanziamento agevolato», riferisce il Cio di Ubs.
Repressione 4.0. Nell’era tecnologica, e in un contesto internazionale sempre più fluido, come si relaziona tale pratica con il suo recente passato? «Globalizzazione e finanziarizzazione non sono due elementi neutri dell’equazione. L’elevata mobilità di capitali, persone e società ha ridotto il margine di discrezionalità con cui lo Stato può ricorrere a tali pratiche. Idealmente non ci si dovrebbe ritrovare nella situazione di averne bisogno; la creazione di nuovo debito dovrebbe essere limitata agli investimenti produttivi; in quel caso le Banche Centrali non avrebbero problemi nel supportare i Sovrani nel collocamento dei titoli, anche sul mercato primario, liberando risorse per altre voci della spesa corrente, non finanziabili tramite questo canale privilegiato», puntualizza il professore di Friburgo.
Le circostanze in cui spesso lo Stato è chiamato a intervenire sono del resto precipitosamente evolute, in molti casi in maniera del tutto imprevedibile. «Sta evolvendo il modello di capitalismo, i Governi non è più insolito siano coinvolti o promotori di scelte strategiche il cui impatto è nazionale o regionale, e nel farlo hanno riflessi sul mercato, e sulle aziende. Le motivazioni sono variegate, e spaziano da interesse a sicurezza nazionale, da autonomia tecnologica a competitività globale… Rispetto al passato, i mercati dei capitali sono più integrati, e gli investitori meno timorati dall’uscire dai confini nazionali, al tempo stesso le Banche Centrali si sono conquistate l’indipendenza, e godono di ampi margini di discrezionalità circa le loro azioni. Tutti questi elementi complicano dunque il quadro, anche nella gestione del proprio debito», evidenzia Fink.
Seppur indipendenti, i banchieri centrali non vivono però su Marte, e questo ha conseguenze sempre più evidenti. «I meccanismi con cui la repressione dispiega i suoi effetti sono diventati più sottili, e in larga misura rientrano nel perimetro della politica monetaria. La vulgata ufficiale è spesso che politiche più accomodanti siano indispensabili per le più disparate ragioni, quali sostenere la crescita, stabilizzare i mercati o prevenire la deflazione; l’effetto è sempre lo stesso: i tassi restano bassi, spesso al di sotto dell’inflazione, e i Governi continuano a emettere debito
«Si è soliti dibattere del debito dei Paesi, ma mai della loro ricchezza. In termini assoluti il debito non è mai troppo, né dovrebbe essere origine di repressione finanziaria, dipende dall’uso che si fa di queste risorse, e dall’effetto moltiplicativo che ha sulla ricchezza privata»
Gian Marco Salcioli, Strategist di Assiom Forex

Un mondo debiti
Debito totale globale (in % Pil, 1950-2024; medie ponderate)
Fonte: Ocse 2025
Un mondo di debiti
Debito pubblico globale (in
medie ponderate)
Fonte: Ocse 2025
a un costo molto gestibile. Risultato? Il valore reale delle passività pubbliche si erode inerzialmente, e si va avanti», chiarisce il docente di Zurigo.
Non per questo lo Stato ha perso molte delle sue prerogative, anche in questo specifico ambito. «La repressione moderna è molto più mirata e mascherata. Un mix molto diffuso prevede ad esempio: regole macroprudenziali bancarie, un leggero risanamento fiscale (più qua -
Si è soliti porre l’accento e la pressione sull’evoluzione del debito pubblico, che però non è il solo debito al mondo, anzi. Negli ultimi anni a stare esplodendo è anche quello privato, ma di quello si è soliti parlare meno. Parimenti a volare è la ricchezza privata, in una fase storica di passaggio della stessa tra generazioni tra loro molto eterogenee. Cosa
dei debiti?

Credito sì, ma da chi?
«Nel Dopoguerra molte economie avanzate uscirono dalla trappola del debito di guerra con un mix di crescita economica, inflazione moderata, e tassi reali spesso negativi. L’erosione dei rendimenti degli investitori può però dare adito a un fenomeno insidioso noto come search for yield»
Raffaele Fink, Portfolio Manager di Wmm Gestioni Patrimoniali
Fonti di finanziamento dei singoli debitori per tipologia (in % del Pil)
Centrale
Fonte: Bis 2024
I movimenti del 2025
Scomposizione dei contributor alla variazione del rapporto debito/Pil (in pp.)
Come lo Stato finanzi l’emissione dei suoi titoli è abbastanza chiaro, chi poi sia chiamato a pagare davvero questo debito non è affatto scontato. Il sistema finanziario è spesso la lunga mano in tutte le pratiche non convenzionali, ma estremamente frequenti, tramite cui lo Stato si finanzia effettivamente. Nel 2025 chi ha ‘finanziato’ il debito pubblico? Tanti diversi contributor.
lità nella spesa), strumenti di debito che condividano il rischio, come le garanzie governative. La regolamentazione è ormai parte dell’operatività quotidiana, ed è in capo esclusivamente alle istituzioni pubbliche, che servendosene plasmano a piacimento i portafogli istituzionali, con un costo diverso dal passato. Un coordinamento implicito tra politica fiscale e monetaria offre vantaggi per lo Stato, uno troppo esplicito mina la credibilità del So-
vrano, e della Banca Centrale, sortendo gli effetti opposti a quelli desiderati, ad esempio un rialzo dei rendimenti», sintetizza Gorshkov.
Il problema potrebbe essere molto più grave di quanto solitamente preventivato. Servono anni a costruirsi una reputazione, ma pochi minuti per infrangerla. «Una delle grandi conquiste dell’era moderna era stata l’indipendenza delle Banche Centrali, i cui effetti erano notevoli: controllo dell’inflazione, e ancora di più delle sue aspettative. In 20 anni molto è cambiato, e non in positivo, a fronte di diversi episodi di mala interpretazione dei fenomeni in atto, ed errori. Dal 2008 i loro bilanci sono divenuti progressivamente degli strumenti di monetizzazione dei deficit pubblici, toccando il fondo durante la pandemia; ossia proprio quello che non dovrebbero essere. Le porte girevoli con la Politica, come nel caso di Yellen, Draghi e Carney, non hanno certo aiutato, e si sta ormai affermando il retropensiero che non essendo percorribile la strada di un default, o di una profondissima depressione, l’unico modo per gestire l’enorme debito mondiale sia proprio l’inflazione», riflette la responsabile di Fidelity. Pro e contro. Non è tutto oro quel che luccica, ma certamente ci sono degli aspetti positivi da considerare anche in questo caso. «Nel Dopoguerra, tra i Quaranta e i Sessanta, molte economie avanzate uscirono dalla trappola del debito di guerra con un mix di crescita economica, inflazione moderata, e tassi reali spesso negativi. L’erosione dei rendimenti degli investitori può però dare adito a un fenomeno noto come search for yield, ossia l’esposizione ad attività più rischiose, dunque più remunerative, per mantenere le stesse rendite. A livello sistemico questo potrebbe portare instabilità, e maggiore vulnerabilità, specie se su archi temporali prolungati, e a dipendenza della natura dei sottoscrittori», nota l’esperto di Wmm. Breve e lungo periodo sono due piani distinti che devono essere però attentamente calibrati. «Distorcere gli equilibri di mercato, e dirottare parte dei risparmi sul debito pubblico, è rischioso nella misura in cui potrebbe compromettere investimenti e competitività di intere filiere, e dunque crescita economica e produttività. Come si è visto nel 2010, un legame troppo stretto o vizioso tra sistema bancario e debito pubblico può dar luogo a rischi, e in presenza di un catalizzatore
casuale innescare crisi importanti. Lasciar correre l’inflazione potrebbe portare alla fuga dei capitali, al formarsi del mercato nero, una perdita di fiducia nel sistema finanziario, e da ultimo a forti tensioni sociali. Si tratta di effetti collaterali attesi, le cui misure di sterilizzazione hanno a loro volta degli altri effetti altrettanto indesiderati, se non peggiori», rileva l’esperto di State Street.
I tassi della Banca Centrale non sono del resto a uso e consumo esclusivo dello Stato: incidono su tutti gli agenti economici. «Una maggiore fragilità finanziaria è il risultato, osservabile dopo circa un decennio, di tassi reali troppo bassi. Le bolle di debito che solitamente si originano non sono limitate al perimetro pubblico, ma interessano anche finanza, aziende e famiglie, sin tanto che non esplodono, come accaduto nel 2008. Si inizia aumentando i requisiti di liquidità bancaria, e i fondi propri, si alzano i tassi per frenare l’inflazione, sino a che la Banca Centrale è costretta a intervenire, solitamente dopo un evento sistemico importante, come Lehman», precisa Rossi.
E il presente quanto è diverso dal recente passato? «Sembrerebbe non molto, le cause sono le stesse. Sullo sfondo di Hormuz già affioravano i primi interrogativi sul settore del software e dell’Ai, e sulla facilità delle ultime emissioni di nuovo debito. Il figlio della repressione è da sempre l’azzardo morale, la convinzione che le autorità monetarie ‘se necessario’ interverranno comunque. Teorizzato nel 1987 da George Soros, va anche considerato il principio della Reflexivity: percezioni e aspettative degli operatori influenzano la realtà economica, e il mercato. Un tempo i fondamentali delle aziende determinavano le tendenze finanziarie, specie in ambito Equity; oggi accade l’opposto, i consumi si finanziano con l’enorme liquidità che affluisce sui mercati, inflazionandoli e influenzandoli», riflette l’esperto di Assiom Forex. Vittime e carnefici. Specie a fronte delle ultime evoluzioni degli strumenti di repressione privilegiati, un ruolo fondamentale lo ricopre l’industria finanziaria. «Seppur consapevoli, il supporto che obtorto collo bancario e parabancario offrono allo Stato è del tutto involontario, sono infatti la chiave del meccanismo di trasmissione, ma a loro volta vittime. Basilea III incentiva le banche a detenere ingenti volumi di debito pubblico, mentre
«La repressione finanziaria è una forma di tassazione implicita attuata per il tramite del sistema finanziario, grazie a misure che possono variare, ma che si riassumono in: controllo della curva dei rendimenti o dei tassi; restrizioni normative per il mercato domestico; e ovviamente inflazione»
Vladimir Gorshkov, Macro Policy Strategist di State Street Investment Management
Servizio del debito Spesa per interessi (in % del Pil)

Banche Centrali
Quota di debito detenuta (in % tot)
Fonte: Reinhart 2025
Fonte: Ocse 2025
Corsa in avanti Rendimento nominale del decennale di alcuni Paesi (in %)
le politiche monetarie le costringono a trasformare i depositi in riserve onerose presso l’istituto centrale, lasciando che siano le stesse a trasferire parte dei costi alla clientela, e dunque all’economia reale, in un gioco perverso a geometria variabile tra vincitori e vinti», chiarisce Legras. Nulla è come sembra, e il diavolo sta puntualmente nei dettagli. «Onere e contributore dipendono molto dal singolo strumento. Nel caso dei libretti postali
Dopo anni di rendimenti dei decennali di molti Paesi ridicoli, laddove non negativi, nell’ultimo lustro qualcosa è cambiato, a fronte di una fiammata inflativa significativa che ha costretto le Banche Centrali ad intervenire, apparentemente con la mano pesante. Poi in realtà? I rendimenti reali si sono mossi, ma nemmeno troppo. Come potrebbero con questo ammontare di debiti?

Interessi reali a breve
«Globalizzazione e finanziarizzazione non sono due elementi neutri dell’equazione. L’elevata mobilità di capitali, persone e società ha ridotto il margine di discrezionalità con cui lo Stato può ricorrere a tali pratiche. Idealmente non ci si dovrebbe ritrovare nella situazione di averne bisogno»
Sergio Rossi, Professore ordinario di macroeconomia all’Università di Friburgo
reali a lungo
Fonte: Reinhart 2025
Convergenze inflative Evoluzione dei
■ Standad deviation dell’inflazione annua (dx)
Una gestione abbastanza efficace ed ordinata dell’inflazione negli ultimi decenni ha avuto quale primo significativo risultato quello di stabilizzare, al ribasso, i rendimenti reali a breve e lungo termine per i risparmiatori, finanziatori ignari delle bizzarrie della spesa pubblica. Ma del resto qualcuno questi debiti dovrà pur finanziarli... meglio se in maniera inconsapevole.
e delle lotterie di Stato incanalare tali risorse verso il debito pubblico non è negativo, si tratterebbe di piccoli risparmi o giacenze di conti correnti privi di rendimento, e dunque improduttivi. Nel caso di investimenti diretti, ad esempio i titoli delle municipalità, dunque con investitori professionisti, potrebbe alzare il costo della raccolta per le banche, e il costo di finanziamento per le imprese, dunque l’effetto non sarebbe positivo. Abbassare
i rendimenti dei risparmiatori, ad esempio di quelli non più attivi, li espone ad altri rischi, a investire in mercati meno regolamentati, come lo shadow banking, o ridurre il proprio potere d’acquisto, e dunque i consumi», rileva Guglielmin. La progressiva finanziarizzazione dell’economia, e la dominanza che ormai i mercati hanno sull’economia non è del resto priva di conseguenze. «È uno dei risultati del supporto continuativo delle Banche Centrali. I capitali fluiscono sui mercati e lì rimangono, arrivando al paradosso di aziende che emettono debito per fare buyback e staccare dividendi. Negli Stati Uniti, dove il 68% del Pil sono i consumi privati, siamo già a livelli estremi. Circa metà della spesa è ascrivibile al 10% delle famiglie più benestanti, mentre nel 2008 questo 10% e l’80% meno abbiente contribuivano pariteticamente con un 4243%. In 15 anni l’apporto del Top 10% è cresciuto di 5 punti percentuali, e del Bottom 10% diminuito di 5 punti. Su 30 anni il movimento è di 13 e 11 punti. Attualmente il 10% più ricco spiega un terzo della crescita del Pil americano, e finanzia il proprio stile di vita non certo con i salari», enfatizza Principe. La vecchia guardia. Paese che vai, distorsioni che trovi. Altrove la situazione è ancora molto lontana dai livelli americani, ma non per questo molto migliore. «Le performance delle borse non sono partecipate da ogni persona in egual misura, e questo è ancora più vero fuori dagli Stati Uniti, dove anche la middle class è solita investire in azioni. La repressione finanziaria, a partire dal suo alfiere, l’inflazione, nel corso degli anni ha aumentato la ricchezza di chi già l’aveva, e impoverito progressivamente il cedo medio di tutti i Paesi europei, con pesanti conseguenze politiche. I populismi e lo scivolamento a destra degli elettorati non sono frutto del caso, ma il risultato della repressione finanziaria dell’ultimo ventennio, e dell’inflazione, che rimane la vera grande tassa dei poveri, da loro interamente sopportata», sottolinea Salcioli.
Del resto è da sempre l’autostrada per risolvere molti problemi. Non sorprende che continui a esserlo. «Gioca un ruolo molto importante, che fa comodo a molti. Mentre si difende pubblicamente la stabilità dei prezzi, un’inflazione moderata è estremamente conveniente per Stati fortemente indebitati. Ogni volta che supera i tassi nominali, il valore reale del
debito diminuisce, senza dover fare nulla, se quindi unita a politiche che limitino i costi di finanziamento, è la soluzione politicamente meno indolore per risolvere il problema. Per questo è inevitabile che molto presto l’attuale obiettivo del 2% diventerà un lontano ricordo», nota Wille. Ovviamente qualcosa sta già succedendo, sotto i riflettori, e non in uno scantinato. «Al netto di nuovi slogan, il tentativo disperato dei banchieri è cercare di riancorare le aspettative d’inflazione, non riuscirci sarebbe un enorme fallimento. In quest’ultimo ciclo la Fed ha tagliato i tassi di 175 bp, nonostante l’inflazione sia sopra il 2% da ormai 59 mesi, e mediamente al 4,6. Il target d’inflazione americano è stato nel frattempo corretto e rivisto, il Fait non è più un obiettivo preciso, ma un valore medio, e per non sbagliare non è stato comunicato media di cosa e su che orizzonte temporale. La Bce, nel frattempo, sta imboccando pur con maggiori resistenze la stessa strada», chiosa la responsabile di Fidelity. Dunque, come si inserisce l’inflazione nella cassetta degli attrezzi? «È un’importante leva d’azione, ma rispetto ad altri è uno strumento grossolano, che funziona rapidamente ma comporta rischi enormi in termini di destabilizzazione politica e sociale. Le altre forme di repressione sono più mirate, ma ripartiscono i costi su meno individui, in genere molto più consapevoli, ma da non sottovalutare è l’impronta psicologica che lascia su un Paese l’iperinflazione. Influisce sulla fiducia che gli agenti ripongono nelle capacità delle autorità di gestire le risorse pubbliche, il che contribuisce a un’elevata dollarizzazione del sistema economico, mettendo in grande difficoltà in primis il sistema finanziario nazionale, e poi a cascata il resto», rileva Gorshkov. Emozioni e percezioni. In ambito economico e finanziario, in un’economia capitalistica, dove dunque la fiducia è tutto, la dimensione psicologica non può essere trascurata. «Ancora negli Ottanta, nei libri di testo si era solito descrivere minuziosamente un fenomeno noto come Crowding out, l’effetto spiazzamento che un’eccessiva cattura di risorse da parte dello Stato, per servire il proprio debito, genera sul resto dell’economia. Si profetizzava che la diabolica macchina statale avrebbe causato un rallentamento globale, e poi una paralisi. All’epoca trapelava una certa agitazione al riguardo, lo strangola-
«I meccanismi con cui la repressione dispiega i suoi effetti sono diventati più sottili, e rientrano nel perimetro della politica monetaria. La vulgata ufficiale varia negli anni, l’effetto è sempre lo stesso: i tassi restano bassi e i Governi continuano a emettere debito a un costo molto gestibile»
Thomas Wille, Lecturer della University of Zurich of Applied Sciences

Il ritorno della medicina
Interessi reali negativi al netto dei rendimenti dei decennali del Tesoro
Fonte: Reinhart 2025
Il ritorno della medicina
Diffusione degli interessi reali negativi nelle economie avanzate (prime 20)
■ Quota di Paesi con rendimenti reali negativi (sx)
■ Numero di Paesi con rendimenti reali negativi (dx)
Fonte: Reinhart 2025
mento del pubblico sul privato sembrava questione di poco tempo, che l’apocalisse fosse prossima, e che non ci fosse soluzione. Guardando ai decenni successivi parrebbe che così non sia poi andata», rileva l’esperto di Assiom Forex. Ogni Paese vive una sua realtà economica, con tare culturali potenzialmente molto importanti, ricche di riflessi pratici. «In molte culture il risparmio è considerato una virtù, al pari della ‘casa di
Il diffondersi della piaga degli interessi reali negativi, e quella più recente di anche quelli nominali, è la naturale conseguenza di oltre un secolo di finanza pubblica allegra. I Paesi coinvolti e l’intensità del fenomeno varia nel corso del tempo, per quanto si evidenzi una chiara tendenza di lungo periodo, con un ritorno di fiamma del fenomeno, in linea con i fasti del Dopoguerra.
Vola il debito
Evoluzione del rapporto debito pubblico/Pil nelle economie avanzate (1900-2024, in %)
All’armi!
Tra le nuove necessità di spesa, la Difesa ha certo una rilevanza. Dunque, nuova repressione? «Mobilitare i capitali inutilizzati sarebbe una via migliore, alternativa. Una maggiore integrazione dei mercati dei capitali europei abbasserebbe i costi della raccolta, mentre gli Stati potrebbero elaborare ‘incentivi’ per una sottoscrizione volontaria di bond ‘a progetto’. In quanto destinati solo alla Difesa, in fase di collocamento il rendimento proposto potrebbe essere inferiore ad altri titoli, lasciando il resto al mercato», rileva l’esperto di State Street. Che effetto macro ha investire in un settore specifico? «A lungo termine la Difesa non sostiene o rilancia l’economia. Gli investimenti nel settore, pubblici o privati, dovrebbero concentrarsi in ambito R&D, così da favorire innovazione e progresso tecnico, con un ruolo di facilitatore attribuibile anche allo Stato. Potrebbe essere parte attiva del processo, o sostenerlo con incentivi fiscali, ferme restando le sue responsabilità pubbliche», prosegue Rossi. Eppure, le ambiguità non mancano, anche rispetto alla distribuzione di compiti e ruoli. «Gli appalti della Difesa sono fortemente condizionati dallo Stato, e dunque meno efficienti di altre industrie, ciononostante è un settore che potrebbe avere un impatto positivo sulla formazione di nuovo capitale umano, o di aziende leader, in grado di trasferire parte delle risorse sull’economia civile. Si tratterebbe di sviluppare un modello di cooperazione ottimale, in cui lo Stato definisce il ‘cosa e quanto’, il privato elabora il ‘come’», conclude Gorshkov.
famiglia’, dunque tutte quelle politiche che vadano a sfiorarli sono socialmente costose. Mobilitare il risparmio, se non ricorrendo alla repressione finanziaria, potrebbe dunque dimostrarsi particolarmente complesso, laddove non impossibile. Eppure, elevati livelli di debito pubblico e l’accumulazione crescente di ricchezza da parte delle élite, sono spesso direttamente correlati dalla maggior parte della popolazione, seppur non accertati, il che potrebbe alimentare tensioni sociali. Ancora, in ambito d’investimento, il ‘dispiacere’ di dover sopportare una perdita psicologicamente pesa il triplo di un potenziale guadagno, il che incide su molte decisioni», nota il Cio di Ubs. Se la psiche ha dunque i suoi perché,
a questi va sommata una buona dose di ideologismo, tipico di ogni teoria che si rispetti. «Ogni fenomeno economico si ammanta di mistificazione ideologica che può alterarne i contorni, e appiattirne le sfumature. Il consensus è la madre di molti errori di lettura, grandi e piccoli; lo short-termism impone spesso decisioni sub-ottimali, alimentando gigantesche inefficienze. Le borse bruciano centinaia di miliardi ogni volta che scendono, ma mai ne creano quando salgono, mentre la globalizzazione si estingue a intermittenza, e il debito pubblico è fuori controllo per definizione, ma il debito in aggregato non è mai troppo. Se guardiamo ai dati, però, si stima che nella sola Europa vi siano 11 trilioni di euro di capitali inattivi
Senza grande clamore, o comunque meno che in passato, il debito pubblico delle economie avanzate è tornato sui livelli del Dopoguerra. Dunque? Le stesse ricette per tenerlo a bada, e farlo scendere, forse.
nei conti correnti, rispetto a solo 2 negli Stati Uniti», prosegue Salcioli. Domanda e offerta. Nonostante la repressione sia quindi una pratica consolidata, e in essere con variabile intensità da un buon ventennio, quali sono stati i risultati? «Nonostante pochi anni fa ci sia stata una parentesi in cui i rendimenti nominali di 18 trilioni di dollari di obbligazioni erano negativi, la corsa al debito non si ferma, e la disponibilità delle Banche Centrali ha sortito l’effetto opposto di quanto desiderato. Secondo il Fondo Monetario, nel 2030 si sarebbe tagliato il traguardo dei 100 trilioni di debito pubblico mondiale, i dati dimostrano sia già successo a metà 2025. Intanto a livello aggregato, non sono gli unici a far debito, ci sono in circolazione 348 trilioni di dollari di passività. Gli Stati si arrabattano come possono per servire questo debito, negli Stati Uniti la spesa per interessi ha superato quella della Difesa, e continuano a crescere gli ambiti attenzionati, con relative risorse: energia, clima, sicurezza, previdenza…», evidenzia Principe. Dunque, il problema è il depotenziamento della repressione? «Nel medio termine l’inflazione non è detto riduca i rapporti di debito. Passato un biennio in cui si concede ai Governi il beneficio del dubbio, rispetto all’inflazione inattesa, gli investitori sono soliti richiedere un premio aggiuntivo per l’incertezza, il che in genere spinge in alto il costo reale del finanziamento, rallentandone la riduzione. La repressione agisce solo sul mercato dei titoli pubblici, lasciando tutti i rischi in capo ai privati. Una raccolta più costosa per gli intermediari è solita tradursi in un rallentamento della crescita potenziale, e dunque renderebbe incerta la riduzione del rapporto debito/Pil, quello che interessa allo Stato», circostanzia Guglielmin.
A dipendenza dei casi la situazione può assumere diverse sfumature di allarmismo. «Ci si concentra spesso sull’Eurozona, bassa crescita, alto debito e molto risparmio, ma i principali rischi sono altrove, in Asia. Il Giappone è un caso di studio molto interessante. La BoJ ha
tenuto i tassi a zero, e acquistato bond per 30 anni, costringendo le banche ad accumulare posizioni notevoli in obbligazioni a lunga duration. La normalizzazione finanziaria iniziata nel 2024 sta rivelando l’ampiezza delle fragilità accumulate, con minusvalenze colossali latenti, confermando i timori di molti. La Svizzera è in una situazione comunque delicata, l’elevato risparmio e il franco forte espongono gli investitori a forme più discrete di trasferimento di ricchezza, cavalcando tassi reali persistentemente bassi», chiarisce l’esperto di Axiom.
L’Europa presenta anche qui una buona varietà. «Oltre alla Svizzera, anche Danimarca e Norvegia vantano un indebitamento pubblico contenuto, diversamente da Italia e Francia, molto più bisognose di nuove risorse. Se il nuovo debito dovrebbe essere destinato solo a investimenti produttivi, lo Stato potrebbe valutare di aumentare l’imposizione dell’ingente risparmio inutilizzato. A livello aggregato l’effetto sarebbe positivo, renderebbe non necessaria una politica monetaria troppo lassista, eviterebbe dunque il formarsi di bolle di debito privato, e non innescherebbe nuove crisi sistemiche», puntualizza il professore di Friburgo.
Eppure, può davvero bastare tutto questo? Sino a che punto si può sperare essere risolutiva? «In buona sostanza la repressione finanziaria è un complesso meccanismo utile a guadagnare tempo nei momenti di forte pressione, ma ben difficilmente può rappresentare una soluzione strutturale a un grosso problema dello Stato, il suo debito. Il rischio è che diventi un trasferimento silenzioso di risorse, senza sciogliere i nodi di fondo. La sostenibilità fiscale del debito dipende in larga misura dalla capacità di un Paese di crescere, innovare e attrarre capitali esteri, è per questo che le risorse disponibili dovrebbero essere destinate a migliorare il contesto d’investimento, dunque infrastrutture, formazione, energia, oltre a un quadro regolatorio chiaro e stabile, non solo finalizzato a ‘catturare’ il risparmio privato, ma anche a facilitare l’attività economica», eccepisce Fink.
Più sottilmente si pone però anche un’altra questione: chi sarebbe disponibile a metterci la faccia per iniziare un vero percorso di consolidamento?
«Considerando la nuova fase che si sta aprendo per il Vecchio Continente, fronteggiabile quasi certamente solo al
Aiutini dai banchieri indipendentisti
Quota di debito detenuta dalle Bc e del rapporto debito/Pil (%, 1989-2024, exc B)
Reinhart 2025
suon di nuove emissioni straordinarie di debito, poter contare su condizioni di finanziamento favorevoli non sarà solo auspicabile, ma essenziale. Situazione che, seppur sfumata, arriverà a tangere anche la Svizzera, e i suoi investitori. Laddove però si ritenesse la repressione il frutto di un grande disegno politico si sbaglierebbe, è una soluzione pragmatica a un problema strutturale: elevato debito, e scarsa propensione della Politica a un consolidamento. Il prossimo decennio sarà all’insegna di inflazione e repressione, solo insieme sarebbero sufficienti, sarà dunque indispensabile ricalibrare i portafogli d’investimento, tenendo conto della nuova realtà, e facendosi trovare preparati. La repressione è una soluzione comoda per la Politica, e una tassa silenziosa per risparmiatori e investitori con cui convivere», conclude Thomas Wille. L’errore di fondo è del resto sempre lo stesso: paga lo Stato, dunque non paga nessuno. Lo Stato deve farsi carico di questo, di quell’altro; la lista delle priorità è cambiata, ma quelle nuove si sommano semplicemente e sempre alle precedenti,
Fonte: Reinhart 2025 Debito americano
Il ruolo ricoperto dalle Banche
Centrali negli ultimi anni è stato determinante nelle dinamiche della finanza pubblica, ma quello che sarebbe dovuto essere un supporto temporaneo, è diventato una cronica monetizzazione del deficit. Evidente il caso americano, in un Paese che non vede recessione. Chissà perchè.
senza sostituirle. C’è una guerra? Arriva lo Stato. C’è una pandemia? Avanti c’è posto. Manca l’energia? Avanti ancora... Lo Stato fa debito, ma non lo estingue, cosa succederebbe se lo facesse? I problemi sarebbero molto superiori a quanto già non siano, in primis per il sistema finanziario, e dunque anche per tutti gli altri agenti economici. Eppure, nessuno è disponibile a essere esplicitamente tassato... dunque? Meglio imboscare la polvere sotto al tappeto, e proseguire per qualche altro decennio. Passano gli anni, ma il denario continua a perdere il suo argento, semplicemente hanno entrambi cambiato nome. Come ovvio. ❏
Etico e sovrano: l’alternativa c’è

La dipendenza europea dagli hyperscaler d’oltreoceano costituisce un fattore di vulnerabilità sempre più critico. Accanto alle normative per promuovere la sovranità digitale, l’esempio di un pioniere svizzero di soluzioni web e servizi cloud, da oltre 30 anni impegnato a garantire una totale indipendenza giuridica, economica e tecnologica, senza compromessi su etica ed ecologia.
Nel giro di pochi anni, la trasformazione digitale è passata dall’essere una leva operativa a rappresentare il sistema nervoso centrale dell’economia. Cloud, capacità computazionale, intelligenza artificiale e connettività non sono più semplici strumenti: costituiscono infrastrutture critiche, al pari dell’energia o delle reti di trasporto. E proprio come per queste ultime, il controllo determina il grado di autonomia strategica di un continente
Troppo a lungo sottovalutata, la questione della sovranità digitale è oggi al centro del dibattito dopo aver assunto una dimensione economica e geopolitica tangibile. Secondo uno studio della società di consulenza francese Asterès, circa l’80% della spesa europea in software e servizi cloud - pari a circa 260 miliardi di euro l’anno (l’1,5% del Pil dell’Ue) - è destinata a fornitori statunitensi. Anche il valore aggiunto generato da questi servizi resta per quattro quinti negli Usa, con un impatto complessivo, diretto e indiretto, equivalente a circa due milioni di posti di lavoro. A ciò si aggiunge una forte concentrazione del mercato: gli hyperscaler americani controllano circa l’80% del cloud europeo e una quota dominante della capacità dei data center (7 opertori
Sopra e a fianco, il data center D4 di Infomaniak a Ginevra. A pieno regime entro il 2028, ospiterà circa 10mila server. Tutta l’elettricità consumata (server, inverter, ventilatori, ecc) verrà convertita in calore, fornendo tramite rete di teleriscaldamento l’equivalente di energia per riscaldare seimila abitazioni all’anno o consentire a 20mila persone di fare una doccia di 5 minuti al giorno.

sui maggiori 10, secondo la recente ricerca degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano).
Ma il tema non è solo economico. È anche giuridico e politico. Normative extraterritoriali come il Cloud Act statunitense implicano che dati archiviati in Europa da fornitori americani restino accessibili alle autorità Usa. In un contesto geopolitico sempre più instabile, questo elemento introduce un rischio sistemico che molte organizzazioni hanno iniziato a percepire concretamente. Episodi recenti - dalle interruzioni di servizi pubblici in Europa ai blocchi improvvisi di piattaforme digitali a seguito di decisioni unilaterali - hanno
contribuito a trasformare una questione teorica in una priorità operativa. Mentre l’Unione europea corre ai ripari con Ai Act, Digital Services Act e Digital Markets Act, e anche il Consiglio federale ha dimostrato la propria sensibilità adottando a fine 2025 il rapporto “Sovranità digitale della Svizzera”, c’è chi invece già dimostra come una tecnologia etica, sostenibile e senza compromessi su privacy e sicurezza non sia utopica, ma possa tradursi in un modello altamente competitivo. Principale sviluppatore svizzero di soluzioni web e servizi cloud, Infomaniak rappresenta oggi una delle più mature alternative indipendenti e pienamente
sovrane ai giganti americani del cloud. «Le nostre soluzioni sono sviluppate internamente e gestite nei nostri data center proprietari, garantendo coerenza tecnologica, sicurezza e assenza di dipendenze da fornitori extra-europei. Controlliamo l’intera catena, dall’infrastruttura fisica ai software utilizzati quotidianamente. Per Infomaniak, il rispetto della privacy è un principio non negoziabile», spiega il Ceo Marc Oehler, entrato in azienda nel 2004 come operatore del servizio di assistenza. «Oltre alla tecnologia, il nostro modello si basa su un supporto tecnico internalizzato, situato esclusivamente in Svizzera, accessibile e competente. I clienti non devono rivolgersi a piattaforme anonime o catene di subappalto: interagiscono direttamente con team capaci di intervenire rapidamente e comprendere le loro esigenze. Per molte organizzazioni, questa vicinanza operativa costituisce un vantaggio decisivo».
Con un fatturato di 56 milioni di franchi nel 2025, oltre 300 collaboratori e milioni di utenti in Europa, l’azienda fondata nel 1994 a Ginevra come club di informatica ha iniziato a decollare un paio di anni dopo con l’hosting web e la posta elettronica, agli albori del web per il grande pubblico. Il salto arriva all’inizio degli anni 2010, quando Infomaniak decide di costruire la propria infrastruttura cloud basata su OpenStack. «Siamo così passati dal ruolo di hoster a quello di operatore di infrastrutture. Ma il vero punto di svolta è stato il 2017, con una decisione radicale: reinvestire integralmente gli utili in ricerca e sviluppo. Da quel momento abbiamo accelerato davvero la diversificazione dell’ecosistema, oggi composto da oltre 20 soluzioni interconnesse, che rendono l’azienda estremamente resiliente», sottolinea Boris Siegenthaler, fondatore e direttore strategico di Infomaniak. Questa evoluzione si è realizzata senza cambiamenti nel controllo azionario, il che spiega una continuità strategica rara nel settore tecnologico. Sin dalla sua creazione, Infomaniak si è sviluppata con una governance stabile. L’intero capitale è detenuto per il 10% dai suoi collaboratori: «L’indipendenza è la garanzia fondamentale della totale assenza di influenze esterne sugli orientamenti industriali e tecnologici, premessa per non esser mai costretti a far concessioni su sicurezza, riservatezza dei dati e rispetto della privacy. Ed è anche ciò che ha reso possibile la no-
«L’indipendenza è la garanzia fondamentale di Infomaniak. È l’unica che consente di non scendere mai a compromessi in materia di sicurezza, riservatezza dei dati e rispetto della privacy. Un cloud etico infatti non analizza i dati, ha un quadro giuridico trasparente ed è il più virtuoso possibile dal punto di vista ecologico, sociale e dell’economia locale»
Boris Siegenthaler, Fondatore e Direttore strategico di Infomaniak

L’ecosistema di Infomaniak in numeri Streaming
56 milioni Chf nel 2025 (+50% di crescita in tre anni)
316 a marzo 2026, tutti con sede in Svizzera (x3 dal 2019)
Fatturato Partner
Europa, apparente leader di servizi informatici
Energia
100% rinnovabile certificata (30% da autoproduzione solare)
Certificazioni
ISO 14001, ISO 50001, ISO 9001 ISO 27001, B Corp
Investimenti previsti
200 milioni di CHF (data center IA, assunzioni R&S)
oltre 6.000 emittenti radiofoniche e televisive in CH e UE
I fornitori di servizi cloud Usa dominano il mercato europeo
‘05 ‘06 ‘07 ‘08 ‘09 ‘10 ‘11 ‘12 ‘13 ‘14 ‘15 ‘16 ‘17 ‘18 ‘19 ‘20 ‘21 ‘22
Servizi informatici, mld Usd:
Export (sx)
UE Irlanda USA
Saldo commerciale (dx)
Fonte: Asterès, Wto
UE Irlanda USA
stra politica ecologica. Scegliere pannelli solari Meyer Burger fabbricati in Europa invece che in Asia, costruire data center capaci di valorizzare il 100% della loro energia per riscaldare le abitazioni, alimentare tutte le nostre infrastrutture con elettricità rinnovabile certificata: sono decisioni impegnative e costose, che chi deve sottostare a obiettivi nel breve periodo non potrebbe permettersi di prendere», evidenzia Boris Siegenthaler.
Fonte: Synergy Research Group
A prima vista, l’Ue appare leader del commercio internazionale dei servizi informatici e gli Usa secondari, ma i dati sono distorti dalla posizione molto particolare dell’Irlanda. In realtà il mercato europeo è colonizzato dai Big statunitensi. Con sua visione di sovranità digitale, protezione della privacy e l’approccio etico, la ginevrina Infomaniak è stata pionieristica nel proporre un’alternativa.
Dove si concentrano i data center
Data center per mio di abitanti
Consumo elettricità data center
Consumo energetico totale dei data center in diversi Paesi altamente digitalizzati
Indipendenti ed ecologici dalle origini

L’inaugurazione del datacenter D4 di Infomaniak a Ginevra, nel gennaio 2025.
Quando nel 2007 Boris Siegenthaler ha iniziato a preoccuparsi dell’impatto ambientale di Infomaniak, il tema era ancora marginale nel settore: il mercato era embrionale e nessuno anticipava l’esplosione del consumo energetico dei data center odierno. «Eppure, avevo le idee in chiaro: il senso della vita è realizzare cose durevoli, almeno per un’azienda. Per Infomaniak, l’ecologia è stata innanzitutto una scelta, diventata solo in seguito un argomento di vendita», ricorda. L’approccio si è costruito per tappe coerenti: alimentazione al 100% con elettricità rinnovabile locale certificata, principalmente idroelettrica integrata dal solare, e abbandono già nel 2013 del condizionamento tradizionale nei data center, raffreddati senza gruppi frigoriferi classici, ma ad aria esterna con un’efficienza energetica molto elevata (Pue < 1,1). Ma ottimizzare i consumi non basta. Un principio fisico resta ineludibile: ogni watt elettrico consumato da un server diventa un watt di calore. Il passo più significativo in questa direzione è il data center D4, inaugurato nel 2025: «Tutta l’elettricità consumata viene trasformata in calore, recuperato e immesso nella rete di teleriscaldamento di Ginevra. Equivale al riscaldamento di seimila abitazioni in inverno o a ventimila docce al giorno d’estate», spiega il fondatore. Il sistema funziona a circuito chiuso, senza consumo d’acqua, ed è stato documentato in open source con partner accademici per favorirne la replicabilità. «Se tutti i data center funzionassero in questo modo, potrebbero riscaldare le città ed evitare i sistemi a gas o a pellet», sottolinea con orgoglio il direttore strategico. Intanto, Infomaniak è già alla ricerca di reti di teleriscaldamento per i suoi futuri data center. «Abbiamo già 1,1 mW pronti per essere immessi in una rete di teleriscaldamento ed entro il 2028 sarà necessario un nuovo data center di almeno 3,3 mW. Il principio è semplice: acquistiamo l’elettricità localmente e offriamo gratuitamente il nostro calore di scarto decarbonizzato», spiega Boris Siegenthaler. Inoltre, coerentemente ai suoi valori, l’azienda utilizza pannelli solari europei (con un’impronta di carbonio della fabbricazione inferiore del 36% a quelli asiatici), prolunga la vita dei server fino a 15 anni, privilegia componenti ricondizionati e compensa il 200% delle emissioni residue di CO2 in Svizzera e a livello internazionale.
Due i pilastri strategici dell’offerta: il primo è un’infrastruttura IaaS basata su OpenStack, arricchita da servizi gestiti come Kubernetes, database, backup, Gpu e soluzioni di intelligenza artificiale. Il secondo è kSuite, piattaforma collaborativa che integra mail, archiviazione, videoconferenza, strumenti di produttività e assistente Ai. «La complementarità tra i due livelli è centrale: da un lato l’infrastruttura It che consente alle aziende di rilocalizzare le applicazioni nel cuore dell’Europa, dall’altro gli strumenti quotidiani per collaborare in un ecosistema interamente sovrano», osserva il Ceo di Infomaniak.
L’azienda offre anche soluzioni streaming radio e video e servizi per gli organizzatori di eventi, oltre alla registrazione di nomi di dominio (è accreditata Icann), utilizzati come porta d’ingresso al proprio ecosistema. «Poiché i domini sono principalmente un prodotto “esca”, le nostre tariffe di registrazione sono molto competitive, non solo il primo anno», nota Marc Oehler. Non è l’unico caso in cui Infomaniak sorprende per l’equità dei prezzi, anche con servizi gratuiti di alta qualità come SwissTransfer. Spontaneo chiedersi come un’azienda che, senza compromessi su qualità e sicurezza, fa tutto in un paese costoso come la Svizzera, con 300 persone in sede, possa proporre formule così vantaggiose. «Innanzitutto, possiamo contare su importanti economie di scala: le nostre infrastrutture sono utilizzate da milioni di utenti in Europa, il che permette di ammortizzare i costi di sviluppo su una base molto ampia. Inoltre, il fatto di essere tutti insieme in sede è fondamentale: niente riunioni dall’altra parte del mondo in lingue diverse. Quando uno sviluppatore ha una domanda, va a parlare con il collega. Soprattutto, condividiamo le nostre tecnologie: il motore di archiviazione dietro SwissTransfer è lo stesso di kDrive e di Swiss Backup. Invece, presso i concorrenti che lavorano a silos, ogni dipartimento “reinventa la ruota da solo”. In terzo luogo, è determinante il controllo completo della catena: sviluppiamo internamente con tecnologie open source e i nostri data center sono gestiti senza intermediari. Non abbiamo così costi di licenza da scaricare sui clienti», spiega il direttore strategico di Infomaniak. La rivoluzione dell’intelligenza artificiale rischia di amplificare ulteriormente la dipendenza europea. Infomaniak ha
scelto di affrontarla con un approccio coerente con il proprio Dna e dal 2024 offre servizi di Ai per aziende e sviluppatori basati su modelli open source che girano nei suoi data center, garantendo che i dati non vengano trasferiti verso piattaforme terze né riutilizzati per l’addestramento. La stessa logica ha guidato il lancio, nel dicembre 2025, di Euria, un assistente Ai gratuito per il grande pubblico che copre l’enorme maggioranza degli usi professionali e privati, inclusa la trascrizione audio. Dinamismo, qualità e valori sono premiati dai risultati (+50% di crescita negli ultimi tre anni), trainati dai mercati europei, con una dinamica particolarmente forte in Germania (+69%), Francia e Belgio (+19%), Svizzera (+14%) e Italia (+59%). Anche il resto del mondo cresce (+24%), confermando l’espansione oltre i mercati storici. L’organico riflette questo cambio di scala: dai 43 collaboratori del 2015 ai 316 di marzo 2026, tutti operativi in Svizzera, con 80 assunzioni nell’ultimo anno. L’azienda contribuisce inoltre all’economia locale con la scelta di partner e fornitori, nonché alla formazione, collaborando con istituzioni accademiche come l’École 42 di Losanna e l’Epfl Digital Extension School.
«Per accelerare la traiettoria di crescita, stiamo preparando una raccolta di fondi nell’ordine di 200 milioni di franchi nei prossimi anni, destinato a rafforzare le nostre capacità di innovazione e infrastruttura, sia a livello di data center di nuova generazione che di infrastrutture dedicate all’Ai. Questa iniziativa si inscrive rigorosamente nel nostro quadro storico: preservare la nostra indipendenza, mantenere un radicamento locale e garantire che la nostra governance e i nostri impegni in materia di sovranità, protezione dei dati ed ecologia restino intatti», anticipa Boris Siegenthaler.
«Le nostre soluzioni sono sviluppate internamente e gestite nei nostri data center proprietari, garantendo coerenza tecnologica, sicurezza e indipendenza dai fornitori extra-europei. Controlliamo l’intera catena, dall’infrastruttura fisica ai software al supporto tecnico. Per Infomaniak, il rispetto della privacy è un principio non negoziabile»
Marc Oehler, CEO d’Infomaniak



Nonostante la crescita, l’azienda mantiene una forte impronta identitaria e un radicamento al territorio che si esprime anche - controintuivamente per un protagonista del cloud - nella cura degli spazi dell’headquarter a Ginevra e della sede di Zurigo, con tanto di supereroi, come Hulk e Spiderman a grandezza naturale: due fra le tante chicche che rendono l’am-
biente di lavoro veramente piacevole e familiare. «Infomaniak è prima di tutto un’avventura umana. Si passa la maggior parte della propria vita al lavoro: è fondamentale che le persone si sentano bene», afferma il Ceo. «La gerarchia serve alla direzione strategica, ma nel quotidiano le responsabilità sono assunte da chi porta avanti i progetti. “Lavorare seriamente senza prendersi troppo sul serio” resta il nostro motto», conclude.
In un contesto geopolitico e tecnologico sempre più instabile, la capacità di offrire alle organizzazioni europee un’in-
Infomaniak è di proprietà del suo fondatore e di una parte dei suoi collaboratori, modello che oltre a garantire stabilità strategica, favorisce l’engagement. L’organico conta 316 collaboratori a marzo 2026 (triplicati negli ultimi 7 anni per alimentare la crescita), tutti con in Svizzera, tra l’HQ di Ginevra e la sede a Zurigo. Grande attenzione anche agli ambienti, per favorire un clima di lavoro piacevole.
frastruttura digitale strategica, sovrana, competitiva e sostenibile, in grado di sostenerne la crescita e tutelare la riservatezza dei dati è cruciale. Colmare il divario con gli Stati Uniti in termini di scala, investimenti e capacità industriale resta una sfida sistemica, ma proprio esempi come quello di Infomaniak dimostrano che la sovranità digitale non è solo un obiettivo politico o normativo, ma che già esistono modelli alternativi di successo, in grado di unire qualità ed etica.
Susanna Cattaneo
Dipendenza ad alta tensione
Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente si riflettono su prezzi, inflazione e sicurezza economica, esortando chi come la Svizzera dipende fortemente dalle importazioni di energia a diversificare fonti e tecnologie per diminuire la propria vulnerabilità.
L’escalation militare tra Iran, Stati Uniti e Israele scoppiata a marzo dimostra ancora una volta quanto la geopolitica possa incidere direttamente sull’economia. Non si tratta soltanto di un conflitto regionale, ma di un evento capace di produrre conseguenze concrete anche per Paesi lontani dal teatro di guerra. La Svizzera non fa eccezione. In un’economia aperta e fortemente integrata come la nostra, gli effetti di queste crisi si trasmettono spesso in modo indiretto ma rapido. Le tensioni sui mercati energetici possono influenzare le aspettative, le decisioni di investimento e la fiducia di imprese e consumatori, contribuendo a creare un clima di maggiore prudenza che può pesare sulla crescita economica complessiva.
Al centro delle tensioni attuali vi è lo Stretto di Hormuz, uno dei punti più sensibili del sistema energetico mondiale, da cui transita circa un quinto del petrolio globale e una quota significativa del gas naturale liquefatto. È sufficiente che questo passaggio venga minacciato o reso insicuro perché i mercati reagiscano immediatamente. Ed è esattamente ciò che abbiamo osservato: prezzi del petrolio in aumento, forte volatilità e rinnovati timori inflazionistici.
Nelle settimane che hanno seguito lo scoppio del conflitto, il prezzo del greggio è cresciuto in modo sensibile e, qualora le tensioni dovessero protrarsi, ulteriori rincari non sarebbero affatto improbabili. Il meccanismo è noto: il petrolio non è una semplice materia prima, ma uno dei principali fattori di costo dell’economia moderna. Quando il suo prezzo aumenta, lo stesso fanno i costi di trasporto, di produzione industriale e di approvvigionamento energetico. Una dinamica che in
breve tempo finisce per riflettersi anche sui prezzi al consumo.
Per la Svizzera il rischio è tutt’altro che teorico. Il nostro Paese importa quasi integralmente le proprie fonti fossili ed è quindi strutturalmente esposto alle oscillazioni dei mercati internazionali. Un aumento duraturo dei prezzi dell’energia si traduce inevitabilmente in costi più elevati per le imprese e per le famiglie. Nel breve periodo la Svizzera dispone comunque di un certo margine. Nei momenti di forte incertezza internazionale il franco tende infatti a rafforzarsi, attenuando almeno in parte l’impatto dell’inflazione importata. Ma sarebbe un errore considerare questo effetto come una protezione permanente. Se la crisi dovesse ulteriormente protrarsi o se le tensioni nello Stretto di Hormuz dovessero intensificarsi oltremodo, l’aumento dei costi energetici e logistici finirebbe inevitabilmente per gravare pesantemente sulla nostra economia. Questo conflitto ricorda una verità spesso sottovalutata: la sicurezza energetica è una componente essenziale della sicurezza economica. Paesi fortemente dipendenti dalle importazioni di energia sono inevitabilmente più vulnerabili alle crisi geopolitiche che colpiscono le principali rotte di approvvigionamento. E in un mondo sempre più instabile, queste crisi rischiano di diventare più frequenti. Per la Svizzera, questa consapevolezza dovrebbe tradursi in una politica energetica pragmatica e orientata alla resilienza. Ridurre la dipendenza dalle importazioni non significa inseguire l’illusione dell’autosufficienza nei combustibili fossili. Significa piuttosto rafforzare la produzione interna di energia e costruire un sistema capace di assorbire meglio gli shock esterni.

Marco Martino, Responsabile economiesuisse per la Svizzera italiana.
In questo contesto, il principio dell’apertura tecnologica assume un valore strategico. L’espansione delle energie rinnovabili resta una colonna portante della transizione energetica. Ma per garantire sicurezza dell’approvvigionamento e stabilità della rete elettrica, soprattutto nei mesi invernali, non è sufficiente affidarsi a una sola soluzione. Occorre valutare con pragmatismo tutte le opzioni disponibili, comprese le nuove tecnologie di produzione di energia nucleare. I reattori avanzati attualmente in sviluppo promettono livelli di sicurezza più elevati, maggiore flessibilità operativa e una gestione più efficiente delle scorie rispetto al passato. Anche se il nucleare non può certo sostituire il petrolio nei trasporti, può contribuire in modo decisivo a stabilizzare il sistema elettrico, riducendo la pressione complessiva sull’economia in caso di crisi internazionali.
La lezione che emerge dalla guerra in Medio Oriente è chiara: la politica energetica non può essere guidata da considerazioni ideologiche. In un contesto geopolitico instabile, la diversificazione di fonti e tecnologie non è una questione di opinioni politiche, ma una scelta di prudenza economica. Garantire un approvvigionamento energetico sicuro, diversificato e affidabile significa rafforzare la resilienza dell’economia svizzera, proteggere il potere d’acquisto delle famiglie e creare condizioni più stabili per le imprese. Se è vero che le guerre nascono lontano, è altrettanto vero che i loro effetti arrivano molto vicino. Spesso, direttamente nel portafoglio di cittadini e imprese.

Empower Europe.
Family Office, proprietà più verdi
I Family Office sono nella posizione ideale per promuovere la sostenibilità in ambito immobiliare da obbligo normativo a leva di valore finanziario. Un’asset class che si sposa alla perfezione alla sensibilità della loro clientela, permettendo di coniugare preservazione del patrimonio, orizzonte multigenerazionale e impatto positivo.

Grazie ai molteplici vantaggi offerti, fra cui rendimento stabile, copertura contro l’inflazione, apprezzamento del capitale a lungo termine, diversificazione e significativi benefici fiscali, l’immobiliare ha storicamente occupato un posto privilegiato nei portafogli dei Family Office. Che sia detenuto a puro scopo di investimento o per ragioni personali, il mattone è parte integrante della preservazione del patrimonio delle famiglie facoltose, sposandosi alla perfezione con un orizzonte di investimento multigenerzionale: la proprietà non si misura infatti in giorni o mesi, ma in decenni. Una quota che continua a crescere: in un ambiente segnato da incertezza, pressioni inflazionistiche e valutazioni talvolta eccessive in altre asset class, gli immobili sono sempre più visti come beni reali e stabili. «Contemporaneamente, la
loro funzione nel portafoglio si evolve. Gli immobili non servono più esclusivamente alla conservazione del capitale, ma stanno diventando sempre più una piattaforma per la creazione attiva di valore», osserva Andrea R. Boschetti, manager di Wüest Partner, che a inizio anno ha dedicato un approfondimento al tema. «I Family Office perseguono un approccio ampio, che va dagli investimenti indiretti in fondi internazionali allo sviluppo attivo e alla trasformazione di singoli oggetti. Questo cambio di paradigma è accompagnato da uno spostamento di capitali dalla liquidità e da investimenti a basso rendimento verso asset reali con potenziale di apprezzamento del valore a lungo termine», prosegue.
Secondo l’ultimo Global Family Office Report di Ubs, all’interno di un’allocazione tipica del 40% o più in alternativi, l’immobiliare rappresenta in media il 10%
dei portafogli, quota ridottasi di qualche punto percentuale negli scorsi anni (era al 14% nel 2019) a fronte del temporaneo innalzamento dei tassi di interesse per frenare l’inflazione. Le fluttuazioni regionali possono però essere considerevoli a seconda delle dinamiche dei mercati immobiliari locali, ad esempio nel 2024 si andava dal 18% degli Stati Uniti al 4% del Sud-Est asiatico (12% per la Svizzera). Nonostante la crescente propensione dei Family Office a optare per fondi che diversificano i portafogli immobiliari a livello geografico, la concentrazione su proprietà locali rimane una componente tradizionalmente apprezzata dalle famiglie facoltose, in quanto consente un controllo più diretto sulla gestione e sulla leva finanziaria, nonché per l’accesso a opportunità e capitali attraverso fonti di finanziamento consolidate.
Proprio l’orizzonte di investimento di lungo periodo richiede un approccio particolarmente selettivo a fronte di requisiti normativi sempre più stringenti in materia di sostenibilità. Nello specifico, la Strategia energetica svizzera prevede di neutralizzare entro il 2050 l’impronta carbonica del parco immobiliare nazionale, attualmente responsabile di circa un terzo delle emissioni di CO2, e di portare a 65 TWh il consumo di energia contro gli attuali 90 TWh (quasi il 40% del consumo nazionale di energia finale). La questione ecologica è dunque in primo piano.
«L’efficienza energetica influenza oggi direttamente aspetti chiave per il valore immobiliare come il livello e la stabilità dei costi operativi, l’attrattiva per gli inquilini, la conformità normativa futura, nonché i tassi di sconto applicati nelle valutazioni», sottolinea Andrea R. Boschetti.
«Di conseguenza, la sostenibilità modifica strutturalmente il profilo rischio/rendimento degli immobili. Non rappresenta più un fattore di costo aggiuntivo, ma una leva per ottimizzare il cashflow, i premi di rischio e la possibilità di exit. Questo effetto assume particolare rilevanza proprio nel mercato immobiliare, per sua natura illiquido, dove la qualità tecnica e la conformità normativa sono determinanti per la quotazione sul mercato».
I Family Office sembrano posizionati in modo eccellente per realizzare il potenziale degli investimenti immobiliari sostenibili. Rispetto agli investitori istituzionali hanno infatti una struttura organizzativa che consente una flessibilità operativa nettamente superiore. «I processi decisionali meno formalizzati permettono di cogliere più rapidamente le opportunità di mercato, ad esempio con interventi di sostituzione dell’impianto di riscaldamento oppure ristrutturazioni complete. In secondo luogo, i Family Office hanno accesso a capitale paziente, che consente di tollerare la volatilità di mercato a breve termine per puntare alla valorizzazione nel lungo periodo. Inoltre, il loro spirito imprenditoriale offre la possibilità di intervenire attivamente nella trasformazione degli immobili», illustra l’esperto. Questi fattori si traducono in una maggiore focalizzazione su strategie Value-Add e Opportunistic. Di conseguenza, i rendimenti target si situano tipicamente tra l’8% e il 14% annuo, nettamente al di sopra degli obiettivi di rendimento di molti istituzionali (6-8%). «Proprio questa disponibilità ad assumersi la complessità operativa crea le basi per l’attuazione di strategie immobiliari sostenibili», sottolinea il manager di Wüest Partner, che nel suo studio propone un’eloquente analisi empirica della redditività delle diverse misure energetiche su immobili residenziali nell’area Dach. La sostituzione dei sistemi di riscaldamento fossili si dimostra particolarmente interessante, con un Roi medio intorno al 47%. I driver di valore sono attribuibili quasi per il 60% all’aumento dei futuri canoni locativi e per circa il 20% alla riduzione del tasso di sconto grazie alla migliore efficienza energetica e, rispettivamente, un altro 20% alla sostituzione di misure di manutenzione altrimenti necessarie. Tuttavia senza sovvenzioni e sgravi fiscali, il valore aggiunto netto si riduce drasticamente.
«I Family Office presentano caratteristiche strutturali particolarmente favorevoli per promuovere ristrutturazioni energetiche degli immobili in portafoglio che portino non solo a miglioramenti ambientali, ma anche a creare valore economico misurabile. È però necessario un approccio di investimento selettivo, basato sui dati e orientato al lungo termine»
Andrea R. Boschetti, Manager di Wüest Partner
Strategie di investimento dei Family Office
Core ■ Core Plus
Opportunistic

Asset Allocation dei Family Office in Europa
istituzionali
Wüest Partner,
Preferenze Esg dei Family Office
Azioni
UBS
Sondaggio 70 Single Family Office svizzeri (25% circa di quelli attivi)
Generare cambiamenti concreti e orientati ai risultati
Affrontare attivamente il cambiamento climatico
Contrastare la perdita di biodiversità
Ridurre i rischi reputazionali legati all'ESG
Rafforzare l'immagine del Family Office
Migliorare il punteggio ESG del portafoglio ■ Estremamente importante ■ Molto importante
Fonte: Swiss Single Family Office Landscape
La situazione appare invece più complessa nel caso delle ristrutturazioni energetiche integrali, che includono anche l’involucro dell’edificio: la struttura dei driver di valore è simile, ma meno efficace rispetto all’entità dell’investimento, con un Roi medio per oggetto solo dell’1,3% circa. Possono però esserci ampie oscillazioni: la redditività dipende fortemente da fattori specifici dell’oggetto e regionali, in particolare dai regimi di sovvenzione,
Abbastanza importante
Gli immobili guadagnano crescente importanza nei portafogli dei Family Office europei, dai Reit internazionali alle proprietà locali. Proprio nel settore immobiliare, poco liquido, la sostenibilità diventa uno strumento centrale nella gestione patrimoniale, con un’influenza diretta su rischio, cashflow e valore: migliore efficienza energetica, minori costi di esercizio, maggiore attrattiva sul mercato.
Aumento valore mercato con sostituzione riscaldamento migliaia Chf
Evoluzione valore mercato
■ Contributi ■ Sgravio fiscale ■
■
(al
■ Valore aggiunto ristrutturazione
■ Plusvalore tasso di sconto inferiore
■ Valore attuale dei futuri canoni locazione
Aumento valore mercato con ristrutturazione completa migliaia Chf Costi investimento
Evoluzione valore
■ Contributi ■ Sgravio fiscale
■ Costi investimento (al lordo dei contributi)
■ Valore aggiunto ristrutturazione
■ Plusvalore tasso di sconto inferiore ■ Valore attuale
Fonte: Wüest Partner
Contributo ecologico
Emissioni Scope 1, 2, 3.1, kg CO2eq/m² Ebf anno, Analisi su 20 proprietà
Aumento valore mercato con sostituzione riscaldamento - Roi Analisi su 20 proprietà
■ Status Quo ■ Dopo ristrutturazione
Fonte: Wüest Partner
dal quadro fiscale e dallo stato iniziale dell’immobile.
«L’analisi evidenzia che la creazione di valore sostenibile nel settore immobiliare non discende da interventi radicali, bensì da decisioni di investimento selettive. Le strategie di successo si distinguono in particolare per la focalizzazione su misure con elevata leva di valore, l’integrazione sistematica di sovvenzioni ed effetti fiscali, la gestione professionale degli asset e del
Aumento valore mercato con ristrutturazione completa - Roi
Analisi su 20 proprietà
portafoglio, nonché una prospettiva coerentemente orientata al lungo termine. Per i Family Office la sostenibilità non è esclusivamente una categoria finanziaria, ma parte di un orientamento strategico più ampio che collega aspetti economici, ecologici e intergenerazionali», osserva Andrea R. Boschetti.
Le ristrutturazioni analizzate da Wüest Partner confermano inoltre un significativo impatto ecologico: il consumo energetico si riduce di circa il 93%, mentre le emissioni di CO2 (Scope 1 - 3.1) diminuiscono circa dell’85%. Risultati che confermano come decarbonizzazione e valorizzazione economica non siano in contraddizione, ma possano rafforzarsi a vicenda in condizioni quadro adeguate. «Sebbene i rating Esg non abbiano ancora la massima priorità per molti Family Office, stanno acquisendo un’importanza strategica crescente. Soprattutto nel contesto di processi di successione, ristrutturazioni di portafoglio e transazioni, la qualità energetica e i rating Esg influenzano la liquidità, i tempi di commercializzazione e i livelli di valutazione
Creare valore finanziario con progetti per aumentare la sostenibilità ambietale degli immobili richiede di selezionare i progetti giusti. Mentre la sostituzione dell’impianto di riscaldamento dà di norma un contributo netto al valore chiaramente positivo e Roi interessante, il vantaggio economico delle ristrutturazioni integrali dipende fortemente da fattori come standard dell’edificio, valore di mercato, accesso a sovvenzioni e aliquote fiscali.
degli immobili. Gli oggetti non sostenibili comportano infatti il rischio di svalutazioni e di una ridotta fungibilità, mentre gli immobili ottimizzati energeticamente aprono ulteriori opzioni strategiche», evidenzia Andrea R. Boschetti.
Se l’orizzonte di investimento a lungo termine, la flessibilità operativa e la logica decisionale imprenditoriale pongono i Family Office nella posizione ideale per realizzare il potenziale degli investimenti immobiliari sostenibili con una strategia differenziata e orientata all’impatto, determinante per il successo rimane il rigore nella selezione dei progetti. «Laddove gli investimenti vengono gestiti in modo mirato, sulla base di dati concreti e con un approccio strategico si crea un solido connubio tra rendimento, resilienza e trasformazione ecologica», conclude il manager di Wüest Partner.
Per quanto gli obiettivi di sostenibilità delle agende nazionali possano essere posticipati o rimessi in discussione da nuove priorità geopolitiche e crescenti pressioni economiche, oltre che da una tecnologia sì in esponenziale sviluppo ma non ancora abbastanza matura per democratizzare la decarbonizzazione, è ormai chiaro che il rendimento nel settore immobiliare è intrinsecamente legato all’efficienza energetica e, più in generale, all’allineamento ai più elevati standard di sostenibilità. Per le famiglie facoltose, la prospettiva di ottenere profitti interessanti si sposa con quella - altrettanto rilevante in questo caso - di investire in linea con i propri valori e generare un impatto positivo: l’occasione dunque per preservare e sviluppare il proprio patrimonio nel lungo termine, costruendo un’eredità familiare sempreverde.
Susanna Cattaneo


Un tetto vincolante
Fra i rischi più evidenti dell’Iniziativa per la sostenibilità demografica, c’è la forte limitazione della disponibilità di manodopera. Ma altrettanto interessante è soffermarsi sulle ripercussioni che potrebbe avere sul mercato immobiliare, contraddittorie rispetto all’intenzione di aiutare gli inquilini.

Con una popolazione di 9,14 milioni, la Svizzera potrebbe sfondare la simbolica soglia dei 10 milioni di abitanti nel 2045 secondo lo scenario di riferimento dell’Ufficio federale di statistica (Ust)o addirittura già nel 2033 a dipendenza delle condizioni congiunturali, che hanno un notevole impatto sullo sviluppo del saldo migratorio. È infatti soprattutto la differenza fra immigrati ed emigrati a trainare la crescita demografica, mentre il saldo naturale fra nascite in calo e decessi stabili va di poco a vantaggio delle prime (6.200 nel 2024). In particolare, si calcola che dall’entrata in vigore della libera circolazione delle persone nel 2002, l’arrivo di cittadini stranieri sia stato di quasi 150mila unità all’anno, con un saldo migratorio di circa 70mila persone, per il 65% provenienti dall’Unione Europea. I timori per le ripercussioni di questo afflusso su infrastrutture, ambiente, approvvigionamento, prosperità, sanità e assicurazioni sociali e identità culturale hanno spinto a presentare un’iniziativa popolare (“No a una Svizzera da 10 milioni!”, detta “Iniziativa per la sostenibilità”) su cui gli svizzeri saranno chiamati a esprimersi il prossimo 14 giugno.
Fra le diverse sfide legate all’evoluzione demografica alle quali la proposta dichiara
di voler rispondere, vi è anche l’aumento dei prezzi degli affitti e la scarsità di alloggi. Mentre infatti da un lato negli ultimi anni si è assistito a una continua contrazione della quota di sfitto, dall’altro i canoni locativi e i prezzi delle proprietà abitative sono costantemente aumentati. È dunque legittimo domandarsi come rendere disponibili abitazioni adeguate a condizioni sostenibili per una popolazione che aumenta, invecchia e diventa sempre più individualizzata. È interessante chiedersi come l’Iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni!” impatterebbe sul mercato immobiliare.
Effetti a breve e medio termine. Né per gli affitti né per i prezzi delle abitazioni di proprietà sarebbe da attendersi una correzione a breve termine. L’accettazione della proposta non frenerebbe infatti immediatamente l’immigrazione. Contribuirebbe però a creare una crescente incertezza economica. Analogamente a quanto avvenuto con l’Iniziativa sulle abitazioni secondarie e con quella sull’immigrazione di massa, gli investitori si muoverebbero con maggior cautela e richiederebbero un premio di rischio più elevato rispetto a quello odierno, sceso a valori storicamente bassi a causa della massiccia domanda e delle condizioni di finanziamento favorevoli degli ultimi anni.
L’iniziativa in dettaglio
Il testo dell’Iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni!” chiede di ancorare come nuovo articolo costituzionale lo “sviluppo demografico sostenibile”. Qualora venisse accolta, il Consiglio federale e il Parlamento sarebbero chiamati a mantenere sotto il tetto dei 10 milioni la popolazione residente permanente della Svizzera fino al 2050, adottando misure contenitive già a partire da 9,5 milioni di persone. Sulla base delle statistiche si può calcolare che si tratterebbe di mantenere un saldo migratorio nell’ordine di 50mila persone l’anno, dunque circa 20mila in meno della media dell’ultimo ventennio (70mila). Se il limite di 10 milioni venisse superato e, dopo due anni, non si fosse ancora riusciti a negoziare clausole di eccezione o protezione per rispettarlo, l’accordo sulla libera circolazione delle persone andrebbe disdetto.
Dopo il 2050 il Consiglio federale potrebbe invece adeguare annualmente il limite tramite ordinanza in base al saldo naturale.
Al contempo, porre un tetto alla popolazione residente minaccia di erodere l’attrattiva della Svizzera per le multinazionali. Le aziende che pianificano una sede europea ragionano infatti su un orizzonte temporale pluriennale. La sola ipotesi di maggiori difficoltà di reclutamento di personale specializzato potrebbe essere sufficiente a far ritenere Zurigo o Ginevra meno interessanti e affidabili rispetto a città come Amsterdam, Dublino o Monaco. Ciò si rifletterebbe in un minor numero di contratti di locazione per superfici uso ufficio in zone centrali e nel calo della domanda per appartamenti in affitto, in particolare quelli di standard elevato.
Effetti a medio e lungo termine. Già alle condizioni attuali si prevede che entro il 2050 la popolazione attiva diminuirà in circa metà dei Cantoni, una contrazione che risulterebbe ulteriormente accentuata da una politica di immigrazione più restrittiva. Sul mercato immobiliare, determinerebbe una debolezza della domanda a lungo termine: meno lavoratori significa meno famiglie nuove, minor potere d’acquisto e una domanda di superfici in calo anche nel segmento commerciale. Nessun segmento ne resterebbe dunque immune.
Al contempo, l’iniziativa non risolverebbe il problema strutturale della carenza di alloggi nei centri urbani: chi contingenta l’immigrazione deve infatti fare i conti anche con la diminuzione di lavoratori edili - e quindi con costi di costruzione più elevati.
Nel complesso, la segmentazione geografica del mercato si accentuerebbe notevolmente. Grandi centri come Zurigo, Ginevra e Basilea, così come i centri regionali più importanti dovrebbero cavarsela decisamente meglio della periferia. Infatti, nelle località marginali, dove le pubbliche amministrazioni, sotto la pressione fiscale derivante dal calo demografico, sono costrette a ridurre gli investimenti in trasporti, istruzione e servizi di base, la qualità dell’ubicazione peggiora. Senza un’immigrazione elevata e costante, si rischia una spirale di emigrazione causata dal calo della domanda immobiliare, dalla diminuzione dell’attrattiva del territorio e dalla contrazione della base imponibile, con conseguenti ripercussioni sui valori immobiliari.
La garanzia di crescita praticamente sicura offerta oggi agli investitori dal mercato immobiliare svizzero grazie alla
«Il mercato immobiliare svizzero offre agli investitori una garanzia di crescita praticamente certa grazie alla libera circolazione delle persone. Uno status costruito su decenni di stabilità politica, sulla forza del franco e su una crescita affidabile che l’Iniziativa sulla sostenibilità demografica metterebbe in discussione»
Matthias Holzhey, Economista UBS Svizzera

Il tetto a 10 milioni accentuerebbe il calo regionale della popolazione attiva
Variazione della popolazione attiva fino al 2050 per cantone nello scenario “saldo migratorio negativo”
■ In base all’Ininziativa In base alle condizioni attuali
Immigrazione e mercato del lavoro Immigrazione netta e variazione occupazione (Etp), in migliaia
Saldo migratorio ■ Crescita occupazione
Limitare l’immigrazione per contenere la crescita della popolazione avrebbe consueguenze non solo sul mercato del lavoro, ma anche su quello immobiliare.
libera circolazione delle persone sarebbe quindi messa in discussione. Tuttavia, va riconosciuto che anche senza il contingentamento previsto dall’iniziativa, la crescita demografica finora registrata
ai minimi storici
Rendimento da distribuzione dei fondi immobiliari
Media dal 2013
Rendimento netto iniziale per mercato prime diretto (residenziale e uffici)
Media dal 2013
Fonte: Six, Wüest Partner, Ubs
non ha durata illimitata. Nel “worst case scenario” - ovvero la disdetta dell’accordo sulla libera circolazione delle persone, extrema ratio se a due anni dal superamento del limite di 10 milioni non si riuscisse a trovare una soluzione - la Svizzera rischierebbe di perdere il suo status di porto sicuro per il capitale immobiliare internazionale, costruito su decenni sulla stabilità politica, sulla forza della sua valuta e su una crescita affidabile.
Intermediare più della miglior offerta
Ancora marginale rispetto ad altri Paesi, la consulenza ipotecaria indipendente prende slancio anche in Svizzera, spinta dalla crescente complessità del mercato, dall’inasprimento dei criteri di credito e dalle differenze nei tassi offerti dai prestatari. Un modello che risponde alla domanda di competenze specialistiche, trasparenza e di una lettura integrata tra credito, fiscalità e previdenza.
Tassi regionali mediani e revisione della concorrenza
Esperti Resolve
Fonte: Resolve
La presenza ancora relativamente limitata dell’intermediazione ipotecaria indipendente in Svizzera ha cause in gran parte storiche. Tradizionalmente, le banche di riferimento hanno dominato il mercato grazie a relazioni stabili con la clientela e a una trasparenza dei prezzi limitata. Si spiega così che, mentre in Paesi come Germania o Regno Unito i broker ipotecari mediano rispettivamente circa il 50% e il 70% delle transazioni, in Svizzera la quota si aggira ancora attorno al 4%. «Tuttavia, con l’aumentare della complessità del mercato, della pressione normativa e delle differenze nei tassi di interesse tra i fornitori, la domanda di consulenza specialistica indipendente è in forte aumento. I mediatori svolgono infatti un ruolo cruciale creando trasparenza, confrontando sistematicamente le offerte e guidando efficacemente i clienti verso il partner di finanziamento più adatto», esordisce Romain Dequesne, Ceo di Resolve.
Fondata nel 2018 a Ginevra, oggi è il principale broker ipotecario indipendente in Svizzera (15% del mercato). La crescita degli ultimi anni, che l’ha portata a una rete di 13 uffici in 11 Cantoni e a una cinquantina di collaboratori (+40% negli ultimi 18 mesi), è culminata nel 2025 con un miliardo di franchi di volume intermediato e una crescita del fatturato del 38%.
Regolamentati dalla Finma come intermediari assicurativi non vincolati, i mediatori ipotecari beneficiano del contesto sfidante quando dispongono delle necessarie competenze specialistiche e di un’ampia rete di partner finanziari - una settantina nel caso di Resolve, tra banche cantonali, istituti privati, assicurazioni, casse pensioni e prestatori specializzatifra i quali selezionare la miglior offerta. Ogni singolo istituto applica infatti criteri propri: la sostenibilità viene calcolata con parametri teorici (come il tasso al 5%), mentre l’integrazione con secondo e terzo pilastro, le strategie di ammortamento e l’ottimizzazione fiscale richiedono com-
I tassi mediani nascondono una marcata segmentazione tariffaria, cruciale per il mutuatario che individuando la miglior offerta può beneficiare di notevoli risparmi. Ad esempio, nel residenziale a uso proprio, sulla base di un prestito di Chf 900mila, si arriva a economizzare 6.480 all’anno.
petenze trasversali. Oltre ai risparmi economici, i benefici della consulenza indipendente si traducono anche in un significativo guadagno di tempo e nella semplificazione amministrativa. Il contesto attuale resta comunque segnato da una minore propensione al rischio dei prestatari, determinata da requisiti normativi e pratiche di concessione del credito più selettive.
«L’introduzione di Basilea III e di criteri di prestito più rigorosi ha disciplinato in modo tangibile il mercato ipotecario svizzero. Le banche hanno dovuto ottimizzare l’allocazione del capitale e valutare i rischi in modo più selettivo, portando a un esame più scrupoloso, in particolare per i rapporti prestito-valore più elevati e per le situazioni reddituali più complesse. Per i clienti, ciò si traduce in processi decisionali più lunghi e requisiti più stringenti in termini di sostenibilità finanziaria e capitale proprio», osserva il Ceo di Resolve.
Gli equilibri del mercato risentono ancora dell’uscita di scena di un protagonista del finanziamento ipotecario come Credit Suisse. «Sebbene banche, istituti cantonali e fornitori di capitale alternativi siano stati in grado di assorbire una larga parte
dei volumi, ciò non è avvenuto senza aggiustamenti alle politiche di rischio. Oggi osserviamo un mercato in cui la domanda è strutturalmente superiore all’offerta effettivamente disponibile, con una selezione più rigorosa e condizioni meno favorevoli per i profili di mutuatari meno attraenti», precisa Romain Dequesne.
Nonostante ciò, la concorrenza fra prestatari resta marcata e si traduce in una forte frammentazione tariffaria, che nel quarto trimestre del 2025 presentava un divario dello 0,72% nel segmento residenziale tra la migliore offerta all’1,33% e quella meno competitiva al 2,05%, che sale allo 0,80% per gli stabili a reddito (1,35-2,15%). «Queste disparità riflettono fonti di rifinanziamento, propensioni al rischio e obiettivi strategici diversi. Le banche più solide possono offrire condizioni più competitive, mentre altre gestiscono i margini in modo più selettivo. Anche la segmentazione gioca un ruolo chiave, premiando clienti a basso rischio e immobili di alta qualità, mentre i casi più complessi comportano premi di rischio tangibili. Molti finanziatori perseguono anche strategie di pricing selettive, competendo deliberatamente in modo aggressivo solo in specifiche scadenze, regioni o segmenti di clientela», prosegue il Ceo di Resolve.
Dopo aver privilegiato le residenze primarie, nel quarto trimestre 2025 le banche hanno iniziato a rientrare anche nel segmento degli immobili a reddito. Parallelamente, si segnala il ritorno delle casse pensione, spesso più aggressive delle assicurazioni essendo sottoposte a minori vincoli sulla quota di portafoglio allocabile nel mattone. «Tuttavia alcune compagnie di assicurazione stanno rientrando selettivamente nel mercato. I confini sono fluidi, poiché molte gestiscono anche schemi pensionistici collettivi. Questo movimento è guidato dalla persistenza di tassi di interesse bassi, che porta gli istituzionali a cercare rendimenti stabili e a lungo termine. Per il 2026 ci aspettiamo quindi un’espansione graduale delle attività sia di casse pensioni che delle assicurazioni», prevede Romain Dequesne.
L’inasprimento dei criteri di concessione delle ipoteche riguarda anche la qualità degli immobili e l’efficienza energetica, con in prospettiva il rischio di una polarizzazione fra asset prime e il resto del mercato. «Attualmente la domanda resta differenziata e fortemente influenzata
«Con l’aumentare della complessità del mercato, della pressione normativa e delle differenze nei tassi tra i fornitori, la domanda di consulenza specialistica indipendente è in forte crescita. I mediatori svolgono un ruolo cruciale creando trasparenza, confrontando le offerte e guidando i clienti verso il partner di finanziamento più adatto»
Romain Dequesne, Ceo di Resolve

ipoteche erogate
Fonte: Resolve
dei tassi ipotecari
di interesse per nuove ipoteche
ipotecario svizzero
vs Tasso fisso10 anni, trimestrale,
Bns, Raiffeisen Economic Research
dalla localizzazione. Le micro-posizioni prime rimangono molto richieste, mentre gli immobili meno attrattivi sono valutati in modo più selettivo. L’efficienza energetica gioca ancora un ruolo secondario, ma la sua importanza è destinata a crescere, mettendo sotto pressione soprattutto gli edifici più datati. A oggi comunque i fattori chiave rimangono la location, la sostenibilità finanziaria e la qualità dell’immobile», afferma Dequesne.
Fonte: Resolve
Il volume dei nuovi prestiti nel quarto trimestre del 2025, in ripresa, ha superato la soglia di 23,62 miliardi di Chf (+11,91% QoQ) e il numero di transazioni è aumentato del 9,43% (24.526), dimostrando che il mercato poggia su basi solide, nonostante la scarsità dell’offerta immobiliare. Il vantaggio del finanziamento variabile del tasso Saron rispetto al fisso a 10 anni rimane rilevante.
Gli effetti di Basilea III sulle strategie dei prestatori
Analisi dei finanziatori e della concorrenza
Tipo di proprietà
Residenziale
Proprietà da investimento (residenziale)
Fonte: Resolve
Intermediare soluzioni. Resolve interpreta da leader queste tendenze grazie al suo modello, un unicum che combina tecnologia, competenze specialistiche e relazioni i personali. Se la piattaforma ipotecaria altamente avanzata che ha sviluppato le consente di confrontare efficientemente le offerte, strutturare i processi e creare trasparenza nel mercato, permettendo un posizionamento rapido e preciso delle soluzioni di finanziamento, limitarsi a definirla una fintech sarebbe improprio. «La tecnologia svolge un ruolo di supporto, ma al centro del nostro modello c’è la relazione personale: sia nella consulenza ai nostri clienti sia nelle interazioni con i partner di finanziamento», evidenzia il Ceo. Lo dimostrano anche gli investimenti nella sua Academy, che forma consulenti ipotecari indipendenti in un settore privo di percorsi standardizzati. Benché la domanda sia in aumento, sul mercato ci sono relativamente pochi profili “già pronti”. La fase di cambiamento strutturale attraversata dal settore svizzero dei servizi finanziari a fronte di integrazioni e ristrutturazioni di ampia portata - tra le quali Ubs-Credit Suisse e Helvetia-Baloise - potrebbe rappresen-
tare un’opportunità per attrarre sia professionisti esperti alla ricerca di maggiore autonomia sia giovani talenti. Il potenziale è notevole, con una domanda stimata di 5000 esperti contro i 1000 attuali. Resolve conferma la sua indipendenza anche nella scelta di una struttura azionaria aperta ai dipendenti. «Chi partecipa al successo dell’azienda tende a identificarsi nel suo sviluppo e pensare a lungo termine. Il che si riflette nella qualità della consulenza e rappresenta un chiaro vantaggio competitivo, sia nell’attrarre talenti sia nello sviluppo sostenibile dell’azienda», sottolinea Romain Dequesne. Sul fronte strategico, Resolve prevede circa 25 nuove assunzioni e fino a 10 ulteriori franchise nei prossimi anni, secondo un modello che consente a consulenti locali di operare con spirito imprenditoriale a livello locale beneficiando al contempo dell’infrastruttura centralizzata di Resolve. L’espansione internazionale non è per ora nel mirino: «La priorità strategica va all’ulteriore rafforzamento della nostra posizione sul mercato interno. Allo stesso tempo, stiamo lavorando per espandere l’offerta in modo mirato, con servizi aggiuntivi, analisi più approfondite e nuovi prodotti nel finanziamento immobiliare», illustra il Ceo di Resolve. Non è un caso che nel 2022 l’azienda abbia abbandonato il nome ePotek con cui era nata - troppo focalizzato su digitale e credito - per chiarire il suo posizionamento: l’obiettivo è infatti supportare i clienti in modo più completo lungo l’intera catena del valore del finanziamento ipotecario, con soluzioni su misura, tenendo conto di tutti gli aspetti influenzati dalla decisione di acquistare o rifinanziare un immobile, comprese previdenza e fiscalità.
Dalla fondazione nel 2018, la società ha intermediato 5 miliardi di Chf di ipoteche, di cui uno solo lo scorso anno. «Il
L’entrata in vigore degli accordi di Basilea III con requisiti prudenziali rafforzati ha profondamente segmentato il panorama dei finanziatori. Anche i margini bancari si stanno ulteriormente segmentando e stabilizzando: più compressi sul residenziale a uso proprio per effetto della forte concorrenza, rimangono invece più elevati sugli immobili a reddito per compensare l’alto profilo di rischio.
nostro modello consente una crescita sia verticale che orizzontale. Da un lato, abbiamo rafforzato la presenza nelle sedi già attive e aumentato la produttività per area di mercato; dall’altro ci siamo espansi in nuove regioni. Lo slancio più forte si è registrato nei centri urbani e nelle aree circostanti, dove la domanda rimane strutturalmente elevata. Significativo che la crescita sia stata raggiunta mantenendo la redditività», sottolinea Romain Dequesne. Fra le prime sedi create al di fuori della Svizzera romanda, in questi anni il Ticino si è sviluppato fino a diventare un mercato consolidato e performante.
Il modello di Resolve combina servizi B2C per privati e B2B per intermediari, promotori immobiliari, banche e gestori patrimoniali. «I nostri modelli di compenso non sono definiti dal canale di distribuzione, ma dalla complessità del caso. Lavoriamo sia con commissioni tradizionali sia con consulenza a parcella, offrendo ogni volta la struttura più appropriata. Questa flessibilità garantisce la nostra indipendenza e ci consente di agire nel migliore interesse del cliente», conclude il Ceo di Resolve.
La consulenza ipotecaria indipendente si sta così affermando in risposta al cambiamento nelle aspettative dei mutuatari che non cercano più semplicemente un tasso ipotecario competitivo, ma un partner che li accompagni con un approccio olistico, perché un progetto immobiliare si inserisce in una riflessione di insieme sulla situazione finanziaria che tocca liquidità, requisiti di capitale proprio, previdenza e strategia a lungo termine. In quest’ottica, broker e istituti di credito non sono alternative in concorrenza, ma attori complementari di un ecosistema sempre più complesso.
Susanna Cattaneo


M!ce
Connessioni autentiche
L’universo Mice evolve e ridefinisce il valore dell’incontro. Nelle pagine che seguono, un’analisi dei trend e la proposta di location del territorio che, dalle vette alle isole, interpretano nelle quattro stagioni le molteplici anime del settore: congressi, meeting e incentive. Tra natura, innovazione e nuovi format, emerge una capacità di sorprendere che trasforma ogni destinazione in un palcoscenico di relazioni, idee e connessioni autentiche.
Qui,

eventi ad alto
valore aggiunto
Eventi più mirati, misurabili, sostenibili e coinvolgenti. Per fare business, costruire relazioni e condividere esperienze memorabili. Il Mice evolve in leva di valore per le imprese. Focus sulla Svizzera, tra eccellenza consolidata e sfide di competitività.
Dopo anni di profonde trasformazioni, il settore Mice (Meetings, Incentives, Conferences and Exhibitions) sembra aver trovato un nuovo equilibrio: da un lato il ritorno deciso alla presenza fisica, dall’altro l’evoluzione degli eventi in strumenti strategici sempre più integrati nelle logiche aziendali. Un rinnovato slancio, che si accompagna però a un contesto più esigente. L’aumento dei costi, la pressione sulla sostenibilità e l’innalzamento delle aspettative da parte di aziende e partecipanti impongono scelte sempre più mirate.
Il Mice cresce, ma diventa anche più complesso: meno standardizzazione, più progettazione; meno quantità, più rilevanza. Le aziende richiedono format più allineati ai loro obiettivi di business, con brief dettagliati, Kpi chiari e una forte integrazione con marketing, comunicazione e vendite. La misurazione diventa infatti imprescindibile: partecipazione qualificata, qualità dei lead, coinvolgimento reale e impatto complessivo sono indicatori ormai centrali.
In questo scenario, la Svizzera si conferma una destinazione Mice di primo piano, capace di interpretare - e in alcuni casi anticipare - le principali traiettorie del settore.
Dopo la fase di assestamento post-pandemica, il mercato elvetico ha mostrato una ripresa significativa. «In particolare si assiste a un chiaro ritorno di congressi internazionali, conferenze ed eventi aziendali. Allo stesso tempo, il settore si è evoluto diventando più innovativo e adattabile: i formati digitali e ibridi sono ormai standard e gli organizzatori pongono maggiore enfasi sulla sostenibilità e sulla qualità dell’esperienza dei partecipanti», osserva Martin Troxler, Direttore generale della Swiss LiveCom Association Expo Event.
Se in passato l’eccellenza organizzativa era sufficiente a garantire il successo di un evento, oggi non basta più. «I clienti cercano soprattutto un’esperienza coinvolgente per i partecipanti. Interattività, storytelling e contenuti di alta qualità assumono un ruolo sempre più importante», sottolinea Martin Troxler.
Swiss LiveCom Association Expo Event
È l’organizzazione di riferimento per il settore della live communication in Svizzera, che riunisce agenzie, fornitori, location e professionisti attivi negli eventi e nella comunicazione dal vivo. Si impegna a garantire condizioni quadro ottimali per il settore e il riconoscimento della sua importanza economica e culturale da parte della politica, amministrazione e opinione pubblica. I suoi servizi comprendono eventi di networking (come lo Xaver Award, che da oltre 20 anni premia i pionieri dell’innovazione nel settore) nonché offerte formative e iniziative nell’ambito della sostenibilità.
I suoi oltre 180 membri sono aziende svizzere leader che operano a livello nazionale e internazionale, con un fatturato complessivo di 3,85 miliardi di franchi e 5.500 addetti.
MICExperts DERTOUR Suisse
È un’agenzia svizzera specializzata nell’organizzazione di viaggi incentive e viaggi ricreativi di gruppo (50/50) su misura per aziende, associazioni e gruppi privati. Con uffici a Zurigo, Losanna e in Ticino, opera a livello nazionale e internazionale, offrendo programmi personalizzati che combinano logistica, creatività e conoscenza delle destinazioni.
A seconda del tipo di richiesta, la dimensione media del gruppo va da 10 a 100 partecipanti. Gli incentive organizzati in Europa durano in media da 3 a 6 giorni; i viaggi per gruppi privati da 7 a 10 giorni. Le destinazioni scelte dalla clientela della sede ticinese si suddividono fra Svizzera (30%), Europa (60%) e lungo raggio (10%).
Quest’evoluzione riflette un cambiamento più profondo: l’evento diventa uno spazio di relazione e significato, dove il valore si costruisce attraverso l’engagement e la partecipazione attiva. Non a caso, cresce anche l’attenzione alla sostenibilità, ormai percepita non solo come obbligo normativo ma come criterio di scelta e fattore competitivo. «La sostenibilità è diventata un elemento decisivo, sia nella selezione delle location che nell’esecuzione degli eventi», aggiunge il direttore generale della Swiss LiveCom Association Expo Event, che con l’introduzione di una certificazione basata sulla norma ISO 20121 (Event Sustainability Management Systems) ha fatto del Mice svizzero un pioniere a livello internazionale, incrementando anche l’attrattiva per i committenti.
Accanto alla qualità dell’esperienza, emerge con forza il tema dell’integrazione tra fisico e digitale. Se i grandi eventi ibridi tipici della pandemia hanno perso centralità, si affermano oggi formati più flessibili, in cui la dimensione virtuale completa quella in presenza. Un equilibrio che risponde sia a esigenze di efficienza sia a una crescente sensibilità verso l’impatto ambientale e i costi.
In questo contesto, la Svizzera può contare su un posizionamento particolarmente solido. «Diversi i punti di forza chiave: un’infrastruttura eccellente, l’alta qualità del servizio, la stabilità politica e la posizione centrale in Europa. La Svizzera offre brevi distanze di viaggio, un elevato livello di sicurezza e un’accessibilità internazionale eccezionale. Altrettanto importante è la combinazione di fornitori di servizi per eventi professionali, centri congressi moderni e destinazioni attraenti. Fattori che sommandosi creano un ambiente altamente apprezzato dagli
«Gli investimenti in infrastrutture digitali, formati sostenibili e tecnologie innovative per gli eventi diventeranno ancora più cruciali. Ciò include, location energeticamente efficienti, nuovi concept di mobilità e piattaforme per eventi ibridi. Allo stesso tempo, le destinazioni e gli stakeholder devono continuare a investire in centri congressi moderni e spazi flessibili»
organizzatori di eventi internazionali», osserva il direttore della Swiss LiveCom Association, evidenziando anche il ruolo chiave della collaborazione: «L’organizzazione e l’esecuzione di eventi internazionali richiedono una forte rete di organizzatori, agenzie, location, destinazioni e partner tecnologici. Attraverso la cooperazione, possiamo mettere in comune le competenze, sviluppare soluzioni innovative e presentarci a livello internazionale come un fronte unito. Una collaborazione coordinata non solo rafforza la competitività del settore, ma consolida anche la posizione della Svizzera come destinazione leader per congressi e grandi eventi». A livello nazionale, fra fiere, fornitori e agenzie si calcola che oggi siano un migliaio le aziende coinvolte, per un totale di 58mila addetti tra interni e freelance.
Tuttavia, il contesto competitivo si fa più stringente e richiede investimenti

continui. «In futuro, gli investimenti in infrastrutture digitali, formati sostenibili e tecnologie innovative per gli eventi diventeranno ancora più cruciali. Ciò include, ad esempio, location energeticamente efficienti, nuovi concept di mobilità e piattaforme per eventi ibridi. Allo stesso tempo, le destinazioni e gli stakeholder devono continuare a investire in centri congressi moderni e spazi flessibili. La chiave sarà combinare l’innovazione tecnologica con strategie di sostenibilità efficaci», prevede Troxler. Se il segmento congressuale e fieristico evidenzia una crescente sofisticazione strategica, quello degli incentive offre una prospettiva complementare, in cui il fattore umano emerge con ancora maggiore forza. «Oggi le aziende desiderano creare maggiore significato, rafforzare la cultura interna e valorizzare l’aspetto umano al centro delle loro strategie», spiega Diana Richner, Head of MICExperts Ticino. «Il

viaggio deve dunque essere progettato per diventare una leva di motivazione duratura, che si tratti di cultura aziendale, di un legame emotivo, del miglioramento della coesione del team, della stimolazione dell’innovazione e della creatività, oppure della fidelizzazione dei talenti e della valorizzazione del personale», prosegue la specialista.
Il successo di un viaggio incentive non si misura dunque più solo in termini di partecipazione o soddisfazione immediata, ma nel tempo. «Il Roi di un’esperienza incentive si misura soprattutto in termini di impatto umano: motivazione ritrovata, coesione rafforzata ed energia nuova all’interno del team. Un’azienda lo percepisce negli scambi, nella dinamica del gruppo… talvolta anche dal mutamento del comportamento di un collaboratore che si apre ai colleghi», esemplifica Diana Richner. Risultati che richiedono una progettazione impeccabile: perfetta
Come sono cambiate le attese dei partecipanti negli ultimi 5 anni?
«Le destinazioni classiche, come una città europea, offrono sicurezza organizzativa, quelle emergenti portano sorpresa e autenticità. Il compito di un bravo organizzatore è trovare la soluzione che rispetti i vincoli posti dal cliente ma crei comunque un effetto “wow”, offrendogli il maggior valore possibile: un’esperienza che tocca, unisce e rimane nella memoria»
conoscenza delle destinazioni, una rete di partner affidabili e un solido knowhow operativo sono requisiti imprescindibili per garantire coerenza, alta qualità e fluidità dei programmi. «Oltre a una logistica perfetta, un incentive diventa davvero indimenticabile quando riesce a far vibrare i partecipanti: un momento sorpresa, un’attività significativa, un incontro ispirante, un ambiente eccezionale, un ritmo armonioso, una storia che dà senso al viaggio», osserva l’esperta.
Anche nel segmento incentive emergono chiaramente le grandi direttrici del Mice odierno. La sostenibilità, ad esempio, orienta sempre più le scelte verso destinazioni accessibili e a basso impatto ambientale, spesso nel caso della Svizzera raggiungibili in treno. Allo stesso tempo, cresce la domanda di esperienze personalizzate, capaci di riflettere l’identità dell’azienda e di creare un legame autentico con i partecipanti. «Può essere
Sfide per l’organizzazione di eventi nel 2026
una serata privata in un luogo esclusivo, un atelier di cioccolato, un’esperienza gastronomica o una navigazione privata nei fiordi norvegesi o tra le isole croate. Molto apprezzate sono anche le esperienze immersive o con momenti dedicati a sé stessi o al gruppo, all’insegna della ricerca di benessere e significato. Alcuni esempi: esperienze di bagni caldi/freddi in Islanda, o un bagno sonoro al termine di una giornata in Toscana», illustra la responsabile di MICExperts Ticino.
Tutto ruota attorno all’equilibrio tra budget, fattibilità e impatto emotivo: «Le destinazioni classiche, come una città europea, offrono sicurezza organizzativa, quelle emergenti portano sorpresa e autenticità. Il compito di un bravo organizzatore è trovare la soluzione che rispetti i vincoli posti dal cliente ma crei comunque un effetto “wow”, offrendogli il maggior valore possibile: un’esperienza che tocca, unisce e rimane nella memoria».
In quest’ottica, la Svizzera si qualifica come una meta ideale. «Riceviamo regolarmente richieste anche da aziende straniere attratte dall’affidabilità del Paese, dalla qualità delle infrastrutture, dalla sicurezza e dai paesaggi eccezionali», conferma la responsabile di MICExperts Ticino. Le destinazioni più richieste dai clienti esteri dell’agenzia sono la Svizzera centrale, Zurigo e Ginevra, ma anche il Lavaux e il Vallese. «Al contempo dopo il Covid si è rafforzata la domanda di aziende svizzere che desiderano organizzare un viaggio incentive sul territorio nazionale. I nostri colleghi basati a Zurigo e Losanna organizzano spesso programmi in Ticino», conclude.
Nel complesso, il quadro che emerge è quello di un settore sempre più orientato alla qualità, alla coerenza progettuale e alla capacità di generare valore nel tempo. La crescita della domanda si accompagna a una maggiore sofisticatezza dell’offerta, in cui tecnologia, sostenibilità e centralità dell’esperienza umana si intrecciano in modo sempre più stretto. Per la Svizzera, la sfida sarà quella di continuare a innovare integrando i propri punti di forza con i nuovi trend per consolidare un posizionamento premium in un mercato globale sempre più competitivo.
Susanna Cattaneo
Puntare alla Vetta
Organizzare un meeting in quota non è solo una scelta logistica, ma una mirata strategia di posizionamento.

Portare un meeting in quota significa uscire dai codici tradizionali dell’evento aziendale per entrare in una dimensione in cui spazio, luce e paesaggio contribuiscono attivamente alla qualità dell’esperienza nel suo insieme.
In questo scenario, il Monte Generoso si distingue come una delle proposte più interessanti del panorama Mice svizzero. Qui, l’evento non si limita a svolgersi in una location, ma si costruisce attorno a essa. Il contesto naturale, con i suoi panorami aperti e la sensazione di distacco dalla quotidianità, favorisce concentrazione, creatività e connessione tra i partecipanti. Elementi sempre più centrali per aziende che cercano format evoluti, capaci di coniugare produttività e coinvolgimento.
Fulcro dell’offerta è il Fiore di pietra, l’iconica struttura progettata da Mario Botta, che si impone come landmark architettonico e simbolo della destinazione.
La sua identità forte, unita alla posizione panoramica, lo rende uno spazio unico per meeting, conferenze e presentazioni di alto livello. Non sorprende quindi il riconoscimento ottenuto agli Swiss Location Award, dove ha conquistato per il quinto anno consecutivo il sigillo “Eccezionale” con un punteggio di 9.2 su 10, affermandosi come la migliore location per eventi aziendali in Ticino e conquistando il terzo posto tra le eccellenze a livello nazionale. Dal punto di vista operativo, il Fiore di pietra risponde pienamente alle esigenze del segmento Mice contemporaneo. Gli spazi sono moderni, modulabili e adatti a diverse configurazioni, dalla riunione ristretta al meeting più strutturato; le dotazioni tecnologiche garantiscono supporto a presentazioni e format ibridi; mentre il servizio, curato e flessibile, consente una gestione su misura dell’evento. A fare la
differenza è però l’esperienza complessiva: la luce naturale, l’apertura verso il paesaggio e la sensazione di esclusività trasformano ogni incontro in qualcosa di più memorabile.
Accanto agli spazi meeting, la componente gastronomica gioca un ruolo sempre più strategico nella progettazione degli eventi. In questo ambito, anche il Buffet Bellavista rappresenta un significativo valore aggiunto. Premiato, alla sua prima candidatura, come una delle migliori location culinarie del Ticino con il sigillo “Eccellente”, contribuisce insieme al Ristorante gourmet del Fiore di pietra a definire un’offerta coerente e di qualità, dove cucina e territorio dialogano in modo autentico. I momenti conviviali diventano così occasioni di networking informale, fondamentali per rafforzare relazioni e dinamiche di gruppo.
La capacità del Monte Generoso di integrare l’evento in un’esperienza più ampia, si traduce in attività all’aria aperta, momenti di relax e contatto diretto con la natura che permettono di costruire programmi incentive o team building per completare e arrichire il meeting. Un approccio che risponde perfettamente alle esigenze del mercato Mice, sempre più orientato verso format ibridi che combinano lavoro, benessere e scoperta del territorio. In un contesto in cui le aziende cercano luoghi capaci di trasmettere valori - autenticità, sostenibilità, unicità - il Monte Generoso si posiziona come una scelta strategica. Per l’efficienza delle sue infrastrutture, ed anche per la capacità di offrire un ambiente che stimola nuove prospettive. Scegliere questa destinazione significa quindi ripensare il concetto stesso di evento: non più semplice occasione operativa, ma esperienza condivisa capace di lasciare un impatto duraturo.


Il contesto architettonico e paesaggistico e la proposta gastronomica diventano parte integrante dell’evento business.
Ferrovia Monte Generoso SA Via Lüera 1- 6825 Capolago T. +41 (0)91 630 51 11 montegeneroso.ch
Un sogno botanico nel Mediterraneo alpino
Un luogo dove natura, storia e cultura si intrecciano in un equilibrio raro.
Nel cuore del Lago Maggiore, a pochi passi dal confine tra Svizzera e Italia, le Isole di Brissago sono uno dei giardini botanici più affascinanti del Paese. Custodiscono una storia sorprendente che le ha trasformate in una destinazione d’eccellenza anche per il settore Mice.

In foto, le Isole di Brissago: Isola Grande e Isola Piccola.
Sono due. L’Isola Grande (Isola di San Pancrazio) e l’Isola Piccola (Isola di Sant’Apollinare o Isola dei conigli) e rappresentano un’incantevole cornice naturale, aperta al pubblico da marzo a novembre. L’Isola Grande ospita un giardino botanico con oltre duemila specie, sorto alla fine del XIX secolo, e la Villa Emden, un edificio in stile neoclassico costruito negli anni Venti, sede oggi di un hotel e un ristorante.
La storia moderna delle Isole di Brissago inizia nel 1885, quando Richard e Antoinette Fleming St. Léger le acquistarono allo scopo di abitarvi. Visionaria e amante della natura, la baronessa Antoinette trasformò questo angolo selvaggio in un giardino botanico unico, introducendo specie esotiche provenienti da tutto il mondo. «Grazie al clima particolarmente mite del Lago Maggiore, fu possibile coltivare piante subtropicali e mediterranee in pieno territorio svizzero: palme, bambù, eucalipti e piante rare che ancora oggi caratterizzano il paesaggio. Specie tipiche dell’emisfero sud e altre
dell’emisfero nord: musa basjoo, bambù e ginkgo ad evocare l’Estremo Oriente; magnolie, agavi, cipressi, jucca di origine sudamericana, salvia, rosmarino o sughero a rappresentare il Mediterraneo», spiega Alessio Maccagni, dal 2021 responsabile scientifico delle Isole.
Nel 1928, la proprietà passò nelle mani di Max Emden, imprenditore tedesco che contribuì ulteriormente al loro sviluppo, trasformandole in un luogo di incontro per personalità illustri dell’epoca. La casa presente sull’Isola Grande venne sostituita da un grandioso palazzo (oggi Villa Emden) costruito con i più nobili materiali: dai marmi di Carrara della Sala degli specchi e degli scaloni, al pavimento fiorentino intarsiato della Sala rossa.
È nel 1950 che le Isole aprono al pubblico. Vendute dagli eredi di Max Emden, passarono in mani pubbliche e furono destinate alla conservazione e alla divulgazione delle bellezze naturali, a scopi culturali, scientifici e turistici. Nacque l’allora Parco Botanico del Cantone Ticino, che aprì al pubblico il 2 aprile 1950.
Dal 2020 le Isole sono il Giardino botanico cantonale, nel frattempo divenuto di proprietà del Cantone Ticino, un patrimonio naturale e culturale di grande valore, gestito con attenzione alla conservazione e alla sostenibilità. Unico giardino botanico insulare in Europa, le Isole fanno parte della rete Gardens of Switzerland.
Oltre al loro valore naturalistico, le Isole di Brissago si distinguono anche come una location esclusiva per eventi aziendali e privati. Il contesto è unico: una realtà immersa nella quiete del lago, raggiungibile solo via battello, che garantisce privacy e un’atmosfera fuori dal tempo. Questo la rende ideale per meeting aziendali, eventi incentive e feste private, conferenze e workshop. Le infrastrutture presenti permettono di coniugare, con versatilità, natura e comfort. Organizzare un evento qui significa offrire molto più di una semplice location.
Gli ospiti possono vivere esperienze immersive: visite guidate nel giardino botanico, percorsi sensoriali tra piante esotiche, momenti di relax con vista sul Lago
Maggiore, attività nella natura. Questo approccio esperienziale è uno dei punti di forza delle Isole nel panorama Mice, sempre più orientato a creare connessioni autentiche, coinvolgenti e memorabili.
L’apertura al settore eventi rappresenta un’opportunità concreta per valorizzare questo patrimonio in modo responsabile, mantenendo un equilibrio tra accessibilità e tutela. In questo contesto, ogni evento non è semplicemente organizzato, ma inserito in un ambiente che favorisce lentezza, relazione e consapevolezza.
Le Isole, oltre la definizione di giardino botanico, incarnano un modello virtuoso di evoluzione, capace di far coesistere identità storica e apertura al futuro. La gestione pubblica gioca un ruolo centrale, garantendo la protezione della biodiversità e del valore culturale del sito, senza rinunciare a forme di innovazione.
E mentre, oggi, molti luoghi naturali oscillano tra sovra- e sotto-sfruttamento, qui emerge una terza via: quella dell’equilibrio. L’integrazione del settore Mice non si limita a generare valore economico, ma contribuisce a una visione più ampia, in cui ogni iniziativa fornisce un proprio apporto alla sostenibilità complessiva del luogo. Gli eventi diventano così strumenti - e non obiettivi - capaci di rafforzare la conservazione e diffondere una maggiore sensibilità ambientale.
È proprio questa sintesi tra tutela, fruizione e innovazione a rendere le Isole un caso interessante anche sul piano


Un arcipelago di eventi, nel Maggiore
L’Isola Grande, con una superficie di 25.568 metri quadrati, e l’Isola Piccola, che si estende per 8.186, emergono solo di pochi metri sopra il livello medio del Lago Maggiore: rispettivamente di 6,50 metri e 6,90 metri. Dal punto di vista geologico, le due isole si trovano nella parte più settentrionale delle Alpi insubriche, all’interno della cosiddetta zona kinzigitica, caratterizzata dalla presenza di gneiss kinzigitici. Questo substrato roccioso affiora in diversi punti, soprattutto lungo le rive dell’Isola Piccola, mentre altrove è ricoperto da una sottile coltre di origine morenica.
Le isole rappresentano in realtà le sommità di un’antica collina modellata dall’erosione, situata lungo la storica linea spartiacque tra le valli del Ticino e della Maggia. Questa origine conferisce loro una struttura geologica tanto discreta quanto significativa.
Le acque del Lago Maggiore, che accumulano calore durante l’estate e lo rilasciano nei mesi invernali, unite alla protezione offerta dalla catena alpina e a un’elevata esposizione al sole, creano condizioni climatiche eccezionalmente miti. Il clima può essere definito, a tutti gli effetti, subtropicale - una peculiarità che ha reso possibile lo sviluppo del celebre giardino botanico delle isole.
strategico: un bene pubblico in grado di produrre valore economico, sociale ed educativo.
In un panorama che cerca modelli replicabili di gestione sostenibile, le Isole di Brissago dimostrano che proteggere e valorizzare possono procedere insieme. La loro forza sta nell’essere non solo una destinazione, ma un esempio concreto di come il patrimonio pubblico possa evolvere restando fedele alla propria natura. In tutti i sensi.
Dipartimento del territorio
Isole di Brissago
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Lugano Region
La partita di Lugano tra crescita e investimenti
Il turismo congressuale, leva strategica per il futuro del luganese, richiede ora nuove strutture all'avanguardia, capaci di supportare l'espansione sia quantitativa sia qualitativa del settore. Per il solo 2025, infatti, la stima dell'impatto economico diretto per la destinazione ha raggiunto, considerato l'indotto complessivo, i 33,4 milioni di franchi.
Il turismo congressuale si conferma una leva strategica per lo sviluppo di Lugano e della sua regione, delineando uno scenario in cui impatto economico, competitività internazionale e investimenti infrastrutturali si intrecciano in modo sempre più evidente. I dati più recenti restituiscono una fotografia chiara della rilevanza del comparto. Nel 2025, il Palazzo dei Congressi ha ospitato ventiquattro eventi, tra regionali, nazionali e internazionali.
Boni, direttore dell'Ente Turistico del Luganese, «Lo sviluppo del settore congressuale rappresenta senza dubbio una direzione solida e credibile: si tratta infatti di un comparto capace di attrarre un pubblico qualificato, che soggiorna sul territorio, consuma e genera valore per l’economia locale. Inoltre, il turismo congressuale contribuisce a destagionalizzare i flussi, garantendo un’occupazione della regione durante tutto l’arco dell’anno». Il turismo congressuale contribuisce in
consolidata e competitiva, grazie a una combinazione efficace di infrastrutture, servizi e qualità della destinazione.
Più complessa, invece, la sfida legata al turismo congressuale internazionale, in ordine al quale il Ticino Convention Bureau opera in stretta collaborazione con Lugano Convention & Exibition, con la consapevolezza che le caratteristiche dell’attuale Palazzo dei Congressi evidenziano alcuni limiti strutturali: la doppia funzione di spazio civico e congressuale,

L’analisi di una selezione significativa di questi appuntamenti evidenzia un impatto economico diretto pari a 18 milioni di franchi, cifra che raggiunge i 33,4 milioni considerando l’indotto complessivo. Numeri che confermano la capacità del settore di generare valore diffuso, con ricadute tangibili su ospitalità, ristorazione, commercio e servizi. Non si tratta solo di volumi, ma di qualità dei flussi. «Dopo la fine del segreto bancario, Lugano ha bisogno di una nuova visione strategica», esordisce Massimo
modo determinante anche al posizionamento strategico della destinazione, rafforzando il ruolo di Lugano come punto di connessione tra Nord e Sud delle Alpi. Un posizionamento che, nel contesto competitivo europeo, rappresenta un vantaggio distintivo.
In questo ecosistema, il Ticino Convention Bureau svolge un ruolo centrale nella promozione e nello sviluppo di tutti i segmenti MICE, con un focus su eventi aziendali, viaggi incentive e meeting. Ambiti in cui l’offerta territoriale risulta già
la limitata modularità e i vincoli logistici riducono infatti la possibilità di ospitare eventi in simultanea o di grande scala. Elementi che rischiano di incidere sulla capacità di competere con altre destinazioni dotate di infrastrutture più flessibili e performanti. Nonostante ciò, le attività di acquisizione e promozione continuano a generare risultati concreti. La presenza qualificata nei principali appuntamenti di settore e il rafforzamento del network territoriale – attraverso l'Ambassador Program, che coinvolge attualmente oltre
cento esponenti del mondo accademico, medico ed economico cantonale – rappresentano strumenti fondamentali per attrarre nuovi congressi e consolidare il posizionamento della destinazione.
Guardando al futuro, la visione strategica si concentra sul progetto del Polo turistico congressuale al Campo Marzio Nord, destinato a rappresentare un punto di svolta per l’intero comparto. L’obiettivo è dotare Lugano di un’infrastruttura moderna, flessibile e pienamente integrata con l’offerta alberghiera e urbana, capace di rispondere alle esigenze di un mercato in evoluzione e di rafforzare
ulteriormente la competitività a livello nazionale e internazionale. Il che significa investire nello sviluppo economico, turistico e occupazionale del territorio, creando valore duraturo.
Il turismo congressuale emerge così non come un comparto accessorio, ma come un vero motore di sviluppo economico. Per Lugano e la sua regione, la sfida non è più dimostrarne il valore, ma creare le condizioni per sostenerne la crescita nel lungo periodo, trasformando il potenziale in una leadership consolidata nel panorama delle destinazioni congressuali (almeno) europee.


Massimo Boni, direttore dell'Ente Turistico del Luganese.

Cinquant'anni di manifestazioni
Sopra, da sinistra, una delle tre sale meeting affrescate dell’hotel Bigatt e Villa Ciani.

Mezzo secolo di vita e di onorato, ininterrotto, servizio. Inagurato il 6 dicembre 1975, il Palazzo dei Congressi (in foto) di Lugano ha ospitato da allora decine di migliaia di eventi, contribuendo alla crescita del turismo d'affari e al prestigio internazionale della Città. La storia di questo sito prende avvio in un passato decisamente remoto: la trasformazione dell’area, infatti, ha attraversato diverse epoche, fasi e funzioni. Dal castello sforzesco demolito nel 1517 alla struttura congressuale attuale, passando per la Villa Beroldingen poi Ciani con le sue scuderie, la celebre fiera del bestiame, le casermette dei pompieri e il Kursaal.
Il Palazzo dei Congressi, il più grande centro congressuale del Ticino, è gestito oggi da Lugano Convention & Exhibition. Più in generale, dal 2023 il settore MICE & Incoming di Lugano Region è integrato all'interno del Ticino Convention Bureau, un centro di competenza cantonale per il turismo d'affari che si occupa della gestione delle richieste MICE e Incoming.
Ente Turistico del Luganese
Via Giovanni Nizzola 2
6901 Lugano
Tel +41 58 220 65 00
info@luganoregion.com www.luganoregion.com
eureka / gli esperti
Ti ho convinto?
Leader moderni, antiche strategie: la comunicazione politica non cambia. Riconoscere questi meccanismi è essenziale anche per difendersi dalle influenze automatiche, distinguendo tra chi replica schemi e chi li interpreta con spirito critico.
Saper esercitare influenza sugli altri è sempre stato utile, e non solo in ambito lavorativo. La persuasione è infatti un fenomeno presente in qualsiasi relazione.
Spesso siamo inconsapevoli di essere condizionati e di condizionare a nostra volta con parole e gesti. Il ritmo veloce della vita e la quantità di stimoli che riceviamo non ci lasciano il tempo per riflettere a fondo su ciò che vediamo e sentiamo, di conseguenza per decidere usiamo dei programmi automatici che nascono soprattutto dall’abitudine, ossia dall’esperienza. Ci crediamo razionali, tuttavia per orientare l’attenzione e per semplificare le nostre scelte ci affidiamo all’istinto e alle sensazioni viscerali perché suggeriscono semplici regole di scelta ed evitano calcoli complessi.
Soprattutto nelle condizioni di incertezza, cerchiamo schemi che offrano stabilità e familiarità per formarci un’impressione su chi incontriamo e su ciò che accade. Tali schemi, detti scorciatoie mentali o euristiche, li usiamo ogni volta che elogiamo o critichiamo, difendiamo o attacchiamo un’idea, tentiamo di persuadere noi stessi o gli altri. Tutti ne facciamo uso, anche se talvolta conducono ad errori perché approssimativi e permeati di affettività.
Non fanno eccezione le comunicazioni e i discorsi dei politici, spesso costruiti con parole di circostanza e con stratagemmi retorici e persuasivi già teorizzati dai classici. Molti, infatti, palesano una scarsa cultura comunicativa e sottovalutano il fatto che uno dei ruoli significativi della comunicazione consiste nell’esprimere la propria identità: “io sono ciò che dico”, ammoniva Martin Heidegger. I messaggi devono catturare l’attenzione, la simpatia e infine il consenso, ma l’uso di schemi conosciuti produce un “effetto marmellata” in cui tutti si assomigliano.
Ne derivano messaggi poco spontanei e forse nemmeno sinceri, costruiti con tecniche ricorrenti: chi lo dice o lo pensa? Tutti, con poche distinzioni.
Eppure le parole hanno sempre un impatto su chi ascolta. L’intelligenza linguistica suggerisce di privilegiare termini ad alta energia per aumentare la capacità persuasiva. Numerose discipline – dalla psi-

cologia sociale alla comunicazione, dalla pubblicità all’economia comportamentale - hanno contribuito allo studio della persuasione e al perfezionamento delle sue tecniche.
Oggi i partiti si affidano a consulenti esperti che conoscono questi meccanismi e li usano per orientare l’opinione pubblica e consolidare il consenso. L’importanza di saper convincere si è accentuata nel secolo scorso, ma il tentativo di provocare cambiamenti negli altri è sempre esistito. Le sue radici teoriche coincidono con la retorica che, secondo Aristotele, è “l’arte di scoprire in ogni argomento ciò che è in grado di persuadere”.

Pier Paolo Pedrini, docente, consulente di comunicazione e autore del libro Slogan e campagne elettorali.
I suoi elementi fondamentali sono l’ethos, il logos e il pathos: credibilità dell’oratore, qualità dell’argomentazione e capacità di coinvolgere emotivamente il pubblico. L’ ethos include il successo professionale e la familiarità con l’argomento perché “una persona competente è più facilmente comprensibile”. Il logos considera le argomentazioni logiche, che devono essere adeguate alle credenze del pubblico (detto duemila anni prima che le ricerche di mercato nascessero è semplicemente stupefacente). E il messaggio va costruito con vocaboli semplici: “pensate da uomini saggi, ma parlate come la gente comune”. Con il pathos si deve dimostrare di condividere i valori e le emozioni del pubblico.
Nella tradizione romana Cicerone per primo curò lo stile e la scelta delle parole, mentre Quintiliano introdusse l’importanza del linguaggio del corpo e valorizzò la forza dell’emozione perché “se si vuole ottenere il consenso nelle assemblee politiche o nei tribunali, l’argomentazione razionale, il ragionamento logico si rivelano armi poco efficaci: troppo lunghe per essere adeguatamente svolte in pubblico, troppo complesse e sottili per essere comprese”. Questi principi restano validi ancora oggi, sia per le persone sia per le aziende. In definitiva, per conquistare e mantenere il consenso del pubblico, ciò che conta è quello che si dice e soprattutto come lo si dice. La vera distinzione è tra chi si limita a reagire a schemi noti e chi, con acuto senso critico, li riconosce e interpreta. Per difendersi.

Ecco le nuove estetiche
Passano gli anni, cambiano i tempi, evolvono gli stili del linguaggio, e con essi l’estetica. I più giovani sono già andati oltre, molti dei brand più attenti già si stanno adeguando.
Era il 2002 quando James Murphy cantava Losing My Edge . Un brano, diventato poi cult, che raccontava con molta (auto-)ironia la sensazione di invecchiare e perdere così rilevanza culturale, mentre ragazzi più giovani (kids coming up from behind) diventano i nuovi tastemaker, portando nuove mode e nuove energie.
L’eterno conflitto tra ‘vecchia guardia’ e ‘nuove leve’ è chiaramente visibile anche nel campo della comunicazione e, entrando nel merito di questa pagina, in quello dell’immagine.
È infatti evidente come una grande parte dei responsabili marketing, artistici o creativi abbia ancora una netta preferenza per immagini pulite, lucide, estremamente studiate. Vale per le campagne pubblicitarie, le immagini e i video pubblicati sui social, il design di siti e altri luoghi digitali.
Premesso che tale estetica, almeno per alcuni brand, potrebbe risultare ancora oggi quella giusta, sarebbe bene essere quantomeno al corrente del cambiamento in atto.
‘Cambiamento’ che ovviamente ha avuto degli antesignani: su tutti, il ‘New Ugly’ di riviste come 032c, fatto di colori sporchi e violenti, layout affollati, tipografie ‘sbagliate’. Allora (sempre intorno ai primi Duemila) era uno stile di nicchia, una forma di anti-design troppo lontana dalle sensibilità del mainstream. Oggi, a distanza di 20-25 anni, le cose sono molto cambiate.
tano è fatto di interfacce caotiche, Ui sovrapposte, feed velocissimi.
I marketer più furbi ovviamente si sono già appropriati di questo linguaggio: l’esempio più famoso è la cover di Brat, l’album di Charli Xcx. Guardando ad ambiti più commerciali, si è già citata in queste pagine la campagna di Guess Jeans realizzata da Travel Agency (il loro profilo Instagram è quasi un bignami di questa estetica) ma si potrebbe anche aggiungere

Simone Oltolina, Ceo di Merchants of Ideas, società di brand e communication consulting. Sotto, un recente lavoro di Travel Agency.
principali retailer online, e TikTok diventa il social media di punta, le influenze culturali di matrice asiatica non possono più essere ignorate. Lo ricorda anche un recente trend virale, You met me at a very Chinese time in my life, che segnala una collettiva fascinazione verso l’estetica, gli stili di vita e i brand cinesi. Una sorta di neo-orientalismo.

Partiamo dai “giovani”. Dalla Gen Z, per dirla in linguaggio marketing. Il loro modo di comunicare (postare) si basa su contenuti grezzi, non ritoccati, relazionali più che aspirazionali. L’editing è minimo o ironico. Il mondo digitale che frequen-
Princess Polly o uno dei tanti tween retailer americani. Insomma, non è più di nicchia, soprattutto nel caso dei ai marchi che si rivolgono a un pubblico giovane.
C’è un altro vento, fortissimo, che spinge verso il caos visivo…e soffia dall’Asia. In un mondo dove manga, webtoons e anime sono uno dei principali consumi culturali, Temu e Shein figurano tra i
Ed è proprio la Cina il laboratorio estetico più interessante: fotografia commerce fatta con mezzi minimi (mentre quando i mezzi ci sono, con uno styling che ricorda la fan art), contesti surreali e buffi, lookbook pieni di stimoli, lo-fi, densità informativa e iper-creatività. Esiste un progetto artistico che racconta molto bene la parte ‘bassa’ del fenomeno (Wow Taobao, di Ruben Lundgren e Mtajz Tancic) mentre per delle applicazioni più alte una buona reference può essere Eng.
Gen Z e Cina (per non dire dell’Asia, in senso più allargato) sono i due principali alfieri del cambiamento estetico in atto. O meglio, i portatori di una nuova corrente, che ogni brand dovrà valutare ed, eventualmente, fare propria. Anche scegliendo quali elementi, tra i tanti, applicare: la fotografia (fintamente) grezza? I layout sgrammaticati? La tipografia rumorosa? Il vernacolare digitale? I cambiamenti si possono assecondare, interpretare in modo più personale o anche rifiutare. L’unico vero errore sarebbe rimanerne inconsapevoli.


La velocità incontra il ritmo
Non si tratta solo di auto famose o di strumenti musicali: è un dialogo tra due mondi creativi, accomunati dalla stessa tensione verso la perfezione e l’innovazione. Al Museo Enzo Ferrari di Modena la mostra “The Greatest Hits” esplora l’accattivante legame tra rombo e suono.
La creatività è movimento. Non si limita a un gesto o a un’idea isolata: è un flusso che attraversa forme, suoni e percezioni, come le curve di un’auto iconica o le note di una melodia indimenticabile.
La mostra The Greatest Hits al Museo Enzo Ferrari di Modena esplora proprio questo dialogo tra due mondi apparente-
mente distanti, ma profondamente affini: quello delle vetture leggendarie e quello della musica internazionale.
Entrambi nascono dall’equilibrio tra disciplina e istinto, rigore e libertà, e mirano a emozionare, sorprendere, trasformare la percezione del tempo e dello spazio. Le auto esposte - dalla 250 Gto di Nick Mason alla 512 TR di J Balvin,
In foto, in alto da sinistra, la Ferrari di Jay Kay (frontman di Jamiroquai) e la F40 di Luciano Pavarotti.


fino alla nuovissima SF90 XX di Swizz Beatz - non sono semplici oggetti quanto piuttosto tracce di identità, compagne di viaggio e strumenti di ispirazione per artisti che vedono nel design automobilistico una forma di espressione personale.
Allo stesso modo, la musica diventa colonna sonora di uno stile di vita, dialogando con il mondo delle quattro ruote e amplificando la sensazione di movimento, ritmo e libertà.
Il percorso espositivo invita a percepire l’auto come spazio emotivo, la musica come esperienza corporea. Le vetture e le note diventano un unico organismo, in cui forma, velocità e armonia sonora interagiscono. Ogni curva, ogni accelerazione, ogni accordo contribuisce a creare un’esperienza totalmente coinvolgente in cui il visitatore è al tempo stesso spettatore e partecipe. Ma la mostra offre anche
uno spunto di riflessione più profondo: il design e la musica, quando pensati come sistemi integrati, evidenziano la creatività come ecosistema in cui la percezione, l’emozione e la tecnica si incontrano, trasformando oggetti, suoni e spazi in strumenti capaci di raccontare identità e visioni. In questa sinfonia di metallo e suoni, ogni vettura è una nota, ogni artista un compositore, e il visitatore si ritrova immerso in un paesaggio dove forma e melodia si fondono, rivelando che il vero movimento è quello dell’ispirazione.
Simona
Manzione
In foto, dall’alto verso il basso la 275 Gts di Gino Paoli e la 250 GT Lusso di Herbert von Karajan.
Configurare le aspettative
I configuratori online per auto non hanno solo un’utilità pratica, ma influenzano anche psicologicamente il periodo tra l’ordine e la consegna, accrescendo rilevanza del prodotto e valore percepito.
Se recarsi in concessionaria rimane d’obbligo per effettuare un test drive, si può invece ormai configurare nel minimo dettaglio la propria nuova auto comodamente online. Dai primi strumenti 2D introdotti dalle case automobilistiche si è ormai passati a web-app che permettono visualizzare in tempo reale l’anteprima di interni ed esterni del veicolo in alta definizione, personalizzando allestimento, motori e optional in tempo reale. È così possibile mettere a confronto con pochi intuitivi clic diverse varianti, calcolando immediatamente il preventivo.
I configuratori online hanno però anche un altro importante effetto psicologico, in grado di valorizzare il periodo che intercorre fra ordine e consegna. Quanto accade può essere descritto rifacendosi alla teoria Immagination-Tension-Prediction-Response-Appraisal (Itpra) con cui il musicologo cognitivo David Huron analizza come le aspettative musicali influenzino le risposte emotive degli ascoltatori (2006). In particolare, sono rilevanti le due fasi che precedono l’evento: immaginazione e tensione. La prima è la simulazione mentale dell’esperienza futura: immaginarsi mentre si usa il prodotto provando in anticipo le emozioni legate a quello scenario. La tensione è invece uno stato di attivazione e attenzione che aumenta quando l’esito della prestazione è importante e non del tutto certo. Nel caso dell’acquisto di un’auto, i configuratori possono rafforzare l’immaginazione fornendo indizi concreti come visualizzazioni, opzioni e condizioni che aiutano a costruire un’idea vivida della propria auto “personale”. Possono anche incrementare la rilevanza percepita: scegliere e fissare certe caratteristiche rende
l’esito più importante e individuale. Allo stesso tempo, il ritardo di consegna conta: l’anticipazione cambia nel tempo ed è sensibile all’incertezza, alle aspettative che si modificano e alle nuove informazioni che il cliente apprende dopo l’ordine. Il meccanismo principale che collega l’uso del configuratore all’anticipazione è la proprietà psicologica (psychological ownership): la sensazione che un prodotto sia “mio” anche prima del possesso fisico o legale. La proprietà psicologica aumenta quando le persone percepiscono controllo sull’oggetto, vi investono tempo ed energie, acquisiscono conoscenza e sentono una forte congruenza con le proprie preferenze. Fattori che i configuratori attivano in modo naturale: l’utente sceglie, esplora, impara e costruisce un risultato che riflette i suoi gusti. Il prodotto futuro diventa così più rilevante per il cliente, poiché la confugurazione lo porta a sviluppare immagini mentali pre-consumo, ad esempio come lo userà, aumentando così l’anticipazione durante l’attesa.
Ma un’elevata psychological ownership può avere anche un “lato oscuro”: stimolando comportamenti più “territoriali” o difensivi. Per evitare che il coinvolgimento diventi stress o rigidità, conviene progettare il configuratore con scelte reversibili e policy trasparenti, così da aumentare engagement e senso di controllo senza creare reazioni difensive.
Le ricerche sulla mass customization rendono plausibile questa catena. L’effetto “I Designed It Myself” e risultati collegati alla maggiore valutazione dovuta allo sforzo (spesso associati all’“Ikea effect”) indicano che il self-design può aumentare il valore percepito e l’attaccamento, soprattutto quando il configuratore offre una libertà di design significativa e produ-

ce un buon preference fit. Più il risultato è auto-espressivo e calzante, più è probabile che venga vissuto come psicologicamente posseduto e che sia facile immaginarne l’uso futuro in modo coinvolgente. Il design dell’interfaccia può amplificare questi effetti migliorando l’adattamento del configuratore all’utente. Strutture diverse, ad esempio scegliere attributo per attributo oppure partire da alternative/pacchetti, possono cambiare fluidità e soddisfazione a seconda dello stile di elaborazione delle informazioni; un miglior “fit” aiuta a mantenere controllo percepito e coinvolgimento, sostenendo proprietà psicologica e anticipazione. Un’altra leva importante è l’allineamento con l’esperienza: i principianti beneficiano spesso di un’interfaccia “needs-based”, ovvero esprimere obiettivi e ricevere suggerimenti, mentre gli esperti preferiscono avere il controllo, dunque l’interfaccia “parameter-based” che permette di impostare direttamente i parametri tecnici e le specifiche del prodotto, invece di partire da bisogni generali. I suggerimenti algoritmici possono ridurre la fiducia se percepiti come fallibili (algorithm aversion), quindi sono importanti trasparenza e possibilità di ignorare delle raccomandazioni.
Un limite della ricerca odierna è la mancanza di misurazioni più chiare in contesti reali: tracciare il comportamento effettivo nel configuratore e misurare direttamente l’anticipazione lungo tutto il periodo di attesa chiarirebbe quali funzionalità generano un’anticipazione duratura e non solo un entusiasmo momentaneo.
Orientarsi al “Poly”
Nato per aiutare gli studenti ticinesi di ingegneria meccanica al Politecnico di Zurigo, Polytrick è diventato in pochi anni una piattaforma di riferimento trasversale alle diverse facoltà per orientarsi, condividere risorse e costruire nuove relazioni.
Fondato da Giacomo Mastroddi nel 2021 in collaborazione con Student Project House, Polytrick è nato con un obiettivo semplice e concreto: offrire sostegno a chi si affaccia per la prima volta alla realtà accademica zurighese. Passare dal contesto ticinese, dove la cosa più esotica era il compagno di classe dialettofono, a un ambiente più internazionale, dove la competizione è estremamente elevata e si salta continuamente dal tedesco all’inglese può rivelarsi una sfida considerevole. In un contesto simile, piccoli consigli pratici (tricks) fanno la differenza: dritte, riassunti, link di video esplicativi, vecchie tracce di esami e altro ancora. Per molti, soprattutto nei primi semestri del Bachelor in ingegneria meccanica, questo supporto ha rappresentato un vero miglioramento nell’adeguamento alla vita a Zurigo.
Quando nel 2024 Giacomo ci ha passato il testimone, abbiamo voluto puntare su un’espansione strutturata. L’idea era aprirsi a più facoltà possibili frequentate da ticinesi - ormai già undici. Polytrick è così rapidamente evoluto da sito internet per un singolo indirizzo a una rete che punta a servire l’intera comunità studentesca ticinese al Politecnico di Zurigo. Oltre alla presenza online, Polytrick ha rafforzato quella sul territorio del Canton Ticino. Negli ultimi semestri abbiamo partecipato attivamente alle giornate autogestite nei vari licei, prendendo parte anche a eventi come OrientaTI a Lugano. L’obiettivo è far conoscere ai liceali ticinesi le opportunità degli atenei zurighesi, come funziona il sistema universitario, quali indirizzi esistono qui sulla Limmat, quali (s)vantaggi li attendono e come prepararsi ai primi passi, spesso decisivi per vivere l’esperienza con meno incertezze.
Novità più recente, lanciata in questo semestre primaverile, una serie di Talks in lingua italiana. Ospiti provenienti dal settore privato, dal mondo accademico, e chissà se in futuro, anche dallo sport, sono invitati a portare qui a Zurigo un tema di discussione o a raccontare le proprie esperienze. L’obiettivo non è solo informativo: si vuole creare un punto di ritrovo per i ticinesi, facilitare nuovi contatti, mettere in dialogo indirizzi diversi e aprire spazi per confrontarsi su temi di attualità.
La comunità a cui ci rivolgiamo è ampia: a Zurigo si contano oltre mille ticinesi tra studenti, dottorande e professori. In questo contesto, iniziative che uniscono lingua, orientamento e networking, rispondono a un bisogno reale, ovvero quello di sentirsi parte di una rete, senza rinunciare all’apertura internazionale.
Guardando al futuro, Polytrick punta a consolidare ulteriormente il proprio ruolo. Tra le priorità c’è innanzitutto il continuo perfezionamento del sito, con informazioni sempre aggiornate, nuovo materiale didattico e contenuti utili. Parallelamente, il progetto mira a estendere il modello di supporto e di condivisione delle risorse anche agli studenti dell’Università di Zurigo.

Il core team di Polytrick: da sinistra, Riccardo Stegmüller, Gloria Plebani e Fabio Veiga Sequeira. In questo articolo illustrano sviluppo e prospettive della piattaforma dedicata agli studenti ticinesi all’Eth.
Polytrick vorrebbe inoltre diventare un punto di riferimento riconosciuto nell’orientamento scolastico intensificando la collaborazione con i licei ticinesi, affinché chi vuole studiare a Zurigo possa essere indirizzato verso la nostra piattaforma e verso la rete di mentori che negli anni si sarà creata attorno al progetto. In questo modo, il sostegno potrebbe iniziare ancora prima dell’arrivo all’università, accompagnando le future matricole già nella fase di decisione.
Infine, un altro obiettivo è rafforzare la dimensione degli eventi, organizzando sempre più incontri a Zurigo, invitando anche aziende ticinesi interessate a presentare il proprio lavoro e a entrare in contatto con studenti e laureati. In prospettiva, questo potrebbe evolvere in veri e propri momenti di incontro e reclutamento, creando un ponte diretto tra la comunità dei talenti ticinesi a Zurigo e il mercato del lavoro del nostro Cantone.
Ingegno ticinese al Politecnico di Zurigo
Da questa edizione, la sezione di Eureka di Ticino Management accoglierà le testimonianze di studenti ticinesi del Politecnico di Zurigo, con l’obiettivo di offrire ai lettori una finestra sugli orizzonti di ricerca di uno degli atenei scientifici più prestigiosi d’Europa attraverso l’esperienza diretta di giovani talenti provenienti dal nostro Cantone. Polytrick ha subito accolto con grande entusiasmo e disponibilità la proposta, dimostrandosi così non solo una piattaforma di supporto tra pari, ma anche una lente capace di valorizzare competenze e storie dei suoi membri. Ringraziamo in particolare i coordinatori Fabio, Gloria e Riccardo, che hanno individuato le diverse iniziative innovative da presentare nelle prossime edizioni.
Sale la febbre svizzera

In questi ultimi anni il padel è tragli sport in più rapida espansione al mondo. Nato in America Latina e diffusosi soprattutto in Spagna, conta oltre 35 milioni di praticanti in più di 150 Paesi, con una crescita costante di club, tornei e federazioni nazionali.
Oggi il circuito professionistico è dominato dalla coppia formata dallo spagnolo Arturo Coello e dall’argentino Agustín Tapia, numeri uno del ranking internazionale e vincitori delle Premier Padel Finals, uno dei titoli più importanti del circuito mondiale.
Nel panorama mondiale femminile, tra le giocatrici si distingue la spagnola Gemma Triay, già al primo posto del ranking mondiale nel circuito professionistico.
Ad alimentare la crescita del padel professionistico ha contribuito il circuito Premier Padel, sostenuto dalla International Padel Federation, che riunisce i migliori giocatori del mondo.
La Svizzera non è rimasta immune a questo fenomeno, anzi. In poco più di un decennio il padel è passato da attività quasi sconosciuta a disciplina sportiva sempre più diffusa, praticata in numerosi centri sportivi e club. Pur non avendo ancora un proprio giocatore stabilmente tra i primi del ranking mondiale, il movimento nazionale è in forte crescita. Tra i migliori giocatori svizzeri spicca Robin Amacker, più volte campione nazionale e presenza costante nella nazionale svizzera in occasione delle competizioni internazionali. Accanto a lui, nel circuito nazionale si stanno affermando nuovi talenti che partecipano anche a tornei del circuito internazionale Fip, segno di un livello tecnico in continuo miglioramento.La crescita è evidente anche a livello locale. In Ticino, si sta registrando un vero boom: otto centri con una quarantina di campi distribuiti sul territorio, segno di una domanda in costante aumento tra giocatori di livello ed età vari.
Da disciplina di nicchia a fenomeno sportivo in rapida espansione: club, tornei, giocatori in aumento e nuovi campi in tutta la Confederazione. Il fondatore della federazione svizzera di padel ripercorre due decenni di sviluppo e guarda alle sfide future.

A guidare questo sviluppo è stata anche l’attività della federazione nazionale, fondata nel 2006 e oggi punto di riferimento per la struttura competitiva, la formazione di allenatori e arbitri e la presenza della Svizzera nelle competizioni internazionali. Proprio nel 2026 la Swiss Padel Association celebra il suo 20° anniversario. Tracciamo un bilancio con Rico Jacober, fondatore della federazione nazionale. Quali sono le principali tappe raggiunte dalla federazione?
Dal 2006 uno dei traguardi più importanti è stato inserire il padel in Svizzera all’interno di un quadro nazionale strutturato. Nel 2007 siamo entrati a far parte della Federazione Internazionale di Padel, il che ha permesso alla Svizzera di partecipare all’ecosistema mondiale di questo sport. Da allora abbiamo sviluppato le strutture delle competizioni nazionali, permesso alle squadre svizzere di competere a livello internazionale e sostenuto l’organizzazione di tornei internazionali
nel Paese. In vent’anni il padel è passato da attività di nicchia a disciplina in rapida crescita.
Quali fattori spiegano questo successo?
La sua accessibilità e il suo carattere sociale sono fondamentali. Il padel è facile da imparare, adatto a tutte le età e favorisce naturalmente l’interazione grazie al formato di gioco in doppio. Inoltre, la visibilità internazionale e le competizioni professionistiche hanno aumentato l’interesse. In Svizzera la collaborazione tra club, operatori privati e federazione ha avuto un ruolo importante nel favorire questa crescita. Quando il padel è arrivato
in Svizzera si giocava solo in poche strutture. Negli anni abbiamo assistito a uno sviluppo costante, con un’accelerazione significativa negli ultimi tempi grazie all’apertura di nuovi club e campi. Parallelamente è cresciuto anche il numero di giocatori e tesserati.
Quali strategie avete adottato per sviluppare lo sport nelle diverse regioni linguistiche della Svizzera?
Il nostro ruolo è coordinare lo sviluppo a livello nazionale. Collaboriamo con club, organizzatori e attori regionali nelle aree germanofone, francofone e italofone. Garantendo comunicazione, competizioni

Nella pagina accanto: le racchette usate nel padel sono pensate per ottimizzare controllo, maneggevolezza e gioco strategico, più che per la pura potenza. Non hanno corde, ma la superficie è piena (in fibra di vetro o carbonio), e dotata di fori che ne riducono il peso e migliorano aerodinamica e controllo dei colpi. Hanno un laccetto da polso obbligatorio per evitare che la racchetta voli via. Più corte e senza manico lungo, per favorire il gioco rapido vicino alla rete e sulle pareti.
e programmi di sviluppo accessibili in tutte le regioni, puntiamo a una crescita equilibrata.
Che ruolo ha avuto Swiss Padel Association nello sviluppo delle infrastrutture?
La federazione non costruisce né gestisce direttamente i club, ma fornisce linee guida strategiche, regolamenti e buone pratiche. L’obiettivo, sotto questo aspetto, è garantire che lo sviluppo delle infrastrutture sia sostenibile e coerente con la crescita a lungo termine dello sport. Quali programmi di formazione offrite?
La formazione è una delle nostre respon-

Sopra, Rico Jacober, fondatore, nel 2006, della Swiss Padel Association e a sinistra, il team svizzero di padel.
sabilità principali. La proposta verte su programmi strutturati per allenatori, arbitri e ufficiali di gara, fondamentali per garantire professionalità e qualità all’interno del movimento.
Come sostenete lo sviluppo del settore giovanile e il padel femminile?
L’affermarsi del padel tra i giovani è una delle priorità per i prossimi anni, con l’offerta di percorsi strutturati, competizioni e opportunità di allenamento. Intendiamo aumentare la partecipazione femminile sostenendo tornei e iniziative dedicate. In che rapporto siete con le federazioni internazionali?
In virtù di una stretta collaborazione, fin dal 2007, con la comunità internazionale del padel, la Svizzera partecipa alle competizioni con le proprie squadre nazionali e ospita tornei internazionali. Essere parte della federazione mondiale significa anche seguire standard comuni e contribuire allo sviluppo globale di questo sport. Quali obiettivi vi ponete per i prossimi 5–10 anni?
Puntiamo a rafforzare ulteriormente l’ecosistema del padel in Svizzera. In sintesi, il focus è su programmi giovanili, misure volte ad incentivare il padel femminile, sulla crescita delle infrastrutture e sul consolidamento dei programmi di formazione e delle competizioni. È importante che lo sviluppo rimanga strutturato e sostenibile. Un grande obiettivo della comunità internazionale, che condividiamo appieno, è vedere il padel diventare disciplina olimpica.
Simona Manzione
Volata europea
Una realtà molto giovane e promettente, attiva nella produzione di semiconduttori in Olanda, promette faville in ambito Ai e ha già attirato l’interesse di grandi investitori.
Un produttore europeo di chip, fondato da un italiano ma con sede in Olanda, si è dato una mission particolare: sviluppare semiconduttori a basso consumo energetico per eseguire modelli di Ai dopo la fase di addestramento.
Per questo, nel primo trimestre dell’anno, ha annunciato un round da oltre 250 milioni di dollari guidato dal fondo di Venture Capital Innovation Industries. Tra gli investitori figurano anche BlackRock e Samsung Catalyst.
Si tratta del più grande investimento mai realizzato nell’ambito di un’azienda europea di semiconduttori per l’intelligenza artificiale.
In particolare, Axelera Ai realizza chip per l’inferenza, ovvero il processo che consente ai modelli di intelligenza artificiale di operare in applicazioni reali (es. rispondere a domande). Sebbene gran parte dell’inferenza avvenga ancora nel cloud, questa può essere eseguita anche localmente su dispositivi come telecamere di sicurezza o smartphone. I chip dell’azienda sono progettati proprio per le applicazioni ‘edge’ (sul dispositivo locale appunto), con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dai grandi data center alimentati da Gpu, come accade invece nel caso di Nvidia.
Se i chip del colosso americano restano i prodotti dominanti per l’addestramento e l’esecuzione dei modelli di Ai, il mercato dell’inferenza è in rapida espansione. Tuttavia, va ricordato che Nvidia, lo scorso anno, ha raggiunto un accordo di licensing con la startup Groq, che produce chip a bassa latenza simili a quelli su cui punta Axelera.
La società olandese dispone di “un ampio pipeline di opportunità che ri-
chiedono investimenti e che è in continua crescita”, ha dichiarato il Ceo, Fabrizio Del Maffeo, in un’intervista a Bloomberg. I clienti cercano maggiore accessibilità alla capacità di calcolo, efficienza e modi per ridurre la spesa in infrastrutture Ai costose, ha aggiunto.
Tra i vantaggi c’è poi il fatto di essere meno energivora, poiché l’inferenza può essere eseguita su un’architettura di chip decentralizzata. In una nota stampa, Maffeo ha detto che “i data center stanno raggiungendo i limiti in termini di
«Axelera Ai realizza chip per l’inferenza, ovvero il processo che consente ai modelli di intelligenza artificiale di operare in applicazioni reali. Sebbene gran parte dell’inferenza avvenga ancora nel cloud, questa può essere eseguita anche localmente su dispositivi come telecamere o smartphone»
alimentazione e raffreddamento e, man mano che l’analisi dei dati si avvicina al luogo in cui questi vengono generati, le soluzioni di Ai edge devono operare nel rispetto di rigidi vincoli energetici e di larghezza di banda”.
Il manager ha poi specificato: “Abbiamo progettato la nostra architettura da zero per superare questi ostacoli. Il nostro approccio edge-first non riguarda solo l’efficienza; si tratta di rendere l’implementazione dell’Ai economicamente sostenibile su larga scala per le applicazioni del mondo reale, proteggendo al contempo i dati e la privacy attraverso l’elaborazione locale

Alessandro Beggio, Ceo e fondatore di Vector Wealth Management.
delle informazioni dei clienti”.
Altro non dettaglio: Axelera ha sede nella regione olandese di Eindhoven, dove si trova anche il colosso delle macchine per semiconduttori Asml Holding.
Secondo un report di MarketsandMarkets, il mercato dell’inferenza Ai dovrebbe crescere dai 106,15 miliardi di dollari del 2025 fino a 254,98 miliardi di dollari entro il 2030, prevedendo un Cagr del 19,2% nel periodo.
La ricerca ha evidenziato che il mercato dell’inferenza sta crescendo grazie al boom dell’Ai generativa e dei modelli linguistici di grandi dimensioni (Llm), che richiedono solide capacità di inferenza per applicazioni in tempo reale come i chatbot e la creazione di contenuti. L’aumento dei volumi di dati e la necessità di soluzioni convenienti ed efficienti dal punto di vista energetico stanno stimolando l’innovazione nei chip.
Inoltre, l’ascesa delle reti 5G consente una trasmissione dei dati più veloce, supportando l’inferenza Ai in tempo reale nelle ‘città intelligenti’, nei veicoli autonomi e nell’automazione industriale, creando nuove opportunità di espansione del mercato.
Come riporta Repubblica, secondo Mario Branciforti, responsabile del fondo large ventures di Cdp Venture Capital (tra gli investitori della prima ora di Axelera Ai) “il momento non potrebbe essere migliore per supportare soluzioni di inferenza altamente performanti che garantiscano una maggiore privacy dei dati e sostengano la ricerca europea di soluzioni di intelligenza artificiale sovrane”.




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Flessibilità previdenziale
I Piani 1E sono uno strumento spesso sottovalutato, ma potenzialmente interessante per le aziende per attrarre capitale umano specializzato. Ma come usarli?
1E all’opera
Le condizioni quadro dei piani in un caso standard
Parte sovraobbligatoria soluzione1e
Parte sovraobbligatoria
Chf 907’200
Soglia d’entrata Chf 136’080
Chf 136’080
Chf 90’720
Deduzione di coordinamento Chf 26’460
Nel sistema svizzero della previdenza professionale, i piani 1E rappresentano una soluzione destinata alla parte sovraobbligatoria della Lpp. Si tratta di modelli previdenziali che permettono agli assicurati con redditi elevati di scegliere una strategia d’investimento aderente al proprio profilo rischio in cui investire il proprio avere di previdenza, introducendo un livello di personalizzazione maggiore rispetto alle Casse pensioni tradizionali.
Dal punto di vista normativo, i piani 1E sono disciplinati dall’articolo 1e dell’Ordinanza sulla previdenza professionale (Opp2). Possono essere applicati esclusivamente alla componente salariale che supera una volta e mezza il limite massimo previsto dalla Lpp. In pratica, la soluzione riguarda salari attualmente superiori alla soglia di 136.080 franchi, limite a partire dal quale la parte eccedente può essere assicurata tramite una strategia d’investimento individuale.
All’interno di un piano 1E, la fondazione di previdenza può offrire fino a dieci strategie d’investimento, tra cui almeno

Chf 771’120 Salario assicurato
Chf 45’360 Salario assicurato
Chf 64’260 Salario assicurato
una a basso rischio. Ogni assicurato sceglie una sola strategia per l’intero avere previdenziale, che viene gestito tramite una relazione individuale di conto e deposito. L’assicurato diventa così attore della previdenza. Contributi, prestazioni di libero passaggio e rendimenti vengono così attribuiti direttamente al patrimonio personale dell’assicurato.
Questo modello implica anche un diverso approccio al rischio rispetto alla previdenza tradizionale. Nelle soluzioni 1E non esiste infatti una garanzia minima di rendimento né una garanzia di mantenimento del valore del patrimonio: il risultato dipende dalla strategia scelta e dall’andamento dei mercati finanziari. Il rischio d’investimento è quindi assunto direttamente dall’assicurato
Per imprenditori, dirigenti e professionisti con redditi elevati, un aspetto particolarmente rilevante riguarda l’ottimizzazione fiscale. Tali piani consentono infatti anche di effettuare riscatti volontari, che possono risultare interessanti nell’ambito della pianificazione previdenziale e fiscale personale. Questo in quanto i riacquisti
Michel Maconi, Consulente di Lg Swiss Broker. A lato, un tipico caso di un piano previdenziale 1e, destinato alla parte sovraobbligatoria della Lpp. Si contraddistinguono per essere uno strumento flessibile, e facilmente personalizzabile, utile alle aziende quale benefit.
di anni mancanti di contribuzioni vengono dedotti interamente dal reddito imponibile.
Per datori di lavoro e imprenditori questo tema assume una dimensione ancora più significativa. A differenza dei dipendenti, che generalmente non hanno possibilità di intervenire sulla struttura della propria Cassa pensione, queste figure possono contribuire attivamente alla definizione del piano previdenziale. La previdenza professionale diventa quindi non solo uno strumento di sicurezza per il futuro, ma anche una leva di pianificazione finanziaria e fiscale nel lungo periodo.
Dal punto di vista degli assicurati, tali piani offrono ulteriore maggiore trasparenza nella gestione del capitale previdenziale e la possibilità di trasferire l’avere su un conto di libero passaggio in caso di uscita dal piano. Per le aziende rappresentano invece una soluzione flessibile e attrattiva per quadri e collaboratori con redditi elevati, senza redistribuzioni tra assicurati e senza contributi di risanamento legati alle oscillazioni dei mercati. In sintesi, i piani 1E rappresentano un’evoluzione della previdenza professionale nella componente sovraobbligatoria, combinando previdenza collettiva e gestione patrimoniale individuale, con interessanti opportunità anche in termini di pianificazione fiscale.
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La qualità è struttura
Un mercato complesso, aziende leader mondiali, e forza strutturale della valuta: è il mercato svizzero. Le analogie sono però tutte da vagliare, mantenendo saldamente la rotta.
Chi ha fatto meglio?
■ Sovraperformance Usa ■ Sovraperf. Ch
Differenza perf. azioni Us-Ch per fase XII.71-XII.78XII.78-XII.84XII.84-XII.95XII.95-II.02II.02-VII.11VII.11-I.25 I.25-III.26
Il mercato azionario svizzero occupa un posto speciale nei portafogli globali. Combina leader di mercato mondiali, un quadro istituzionale stabile e una valuta che si è solo apprezzata in termini reali nel corso dei decenni. In questo contesto, investire in azioni svizzere richiede più di una semplice esposizione passiva alle caratteristiche difensive. Un approccio basato sulla convinzione cerca di identificare quelle aziende che possono generare valore in modo sostenibile in contesti di mercato mutevoli.
Fondamentalmente, un approccio di questo tipo parte dalla chiarezza sulla sostenibilità degli utili. Le aziende meritano capitali solo quando c’è una forte fiducia nella loro capacità di aumentare i flussi di cassa attraverso i cicli. Ciò richiede una comprensione dettagliata del perché i margini sono sostenibili e di come viene generata la crescita, sia attraverso l’innovazione, il miglioramento del mix di prodotti, l’eccellenza operativa o l’esposizione alle tendenze strutturali della domanda.
Le aziende con un chiaro potere di de-
Azioni svizzere Evoluzione dell’indice (1925: 100)

Illya Lebedynets, Lead Portfolio Manager del fondo Swiss Equities
High Conviction di Dws Svizzera. A lato, a dipendenza delle fasi storiche anche rispetto agli indici americani, lo Spi svizzero ha registrato solide sovraperformance, andate però quietandosi nel corso del tempo. L’anno è iniziato bene, grazie agli scompensi dell’Ai negli Stati Uniti.
Fonte: Dws 2026
terminazione dei prezzi, un forte posizionamento competitivo nella loro nicchia e un’allocazione disciplinata del capitale tendono a distinguersi. In un quadro di allocazione concentrata, ogni partecipazione deve essere significativa. La convinzione si esprime non solo nella dimensione della posizione, ma anche nella volontà di mantenere gli investimenti durante i periodi di volatilità, a condizione che il caso d’investimento fondamentale rimanga intatto. La crescita a lungo termine raramente è lineare; la pazienza e la disciplina sono alcune delle componenti essenziali della convinzione.
Guardare oltre le etichette.Il mercato svizzero è spesso associato a ponderazioni significative nei settori sanitario e dei beni di consumo di base. Anche se a prima vista ciò potrebbe suggerire una concentrazione settoriale, gestire il rischio esclusivamente attraverso limiti settoriali può essere fuorviante. Ciò che conta di più è l’esposizione economica.
Le società raggruppate nello stesso settore spesso differiscono in modo sostanziale per quanto riguarda i mercati
finali, le strutture dei costi e i motori di crescita. Nel settore sanitario o dei beni di consumo di base, alcune aziende sono orientate all’innovazione e diversificate a livello globale, mentre altre sono principalmente generatrici di flussi di cassa difensivi. La vera diversificazione non risiede quindi nell’assegnazione di etichette, ma nei modelli di business sottostanti.
Un quadro basato sulle convinzioni pone l’accento sull’identificazione dei fattori di rischio sovrapposti, come la sensibilità alla crescita globale, le fluttuazioni valutarie o i costi dei fattori di produzione, e sulla loro gestione attraverso un dimensionamento ponderato delle posizioni. Concentrandosi sui motori economici piuttosto che sui vincoli settoriali meccanici, gli investitori possono trarre vantaggio dai punti di forza strutturali del mercato svizzero senza concentrare involontariamente rischi simili. La selezione dei titoli. Nel corso del tempo, la selezione dei titoli ha tendenzialmente rappresentato il driver dominante dei risultati delle azioni svizzere. L’allocazione settoriale e l’esposizione stilistica possono influenzare periodicamente i rendimenti, ma la performance sostenibile è più strettamente legata all’identificazione di società in grado di
generare una crescita degli utili superiore alle aspettative di mercato.
Nei periodi in cui la crescita diventa più scarsa, la dispersione della performance spesso aumenta. La capacità di distinguere tra le aziende che generano realmente rendimenti composti e quelle che beneficiano di un momentum temporaneo diventa particolarmente importante. Un processo di ricerca disciplinato, incentrato sulla solidità del bilancio, sul rendimento del capitale investito e sulle opportunità di reinvestimento, supporta questa differenziazione.
L’obiettivo non è quello di prevedere i cambiamenti macroeconomici, ma di concentrarsi sulle società con caratteristiche di crescita autonoma. Le aziende in grado di reinvestire con rendimenti interessanti e di espandere i propri vantaggi competitivi nel tempo sono in una posizione migliore per generare rendimenti resilienti a lungo termine.
Il franco come filtro di qualità. Le dinamiche valutarie sono parte integrante della storia azionaria elvetica. Il franco svizzero si è apprezzato in termini reali effettivi nel corso dei decenni, riflettendo la stabilità istituzionale, la competitività e la solidità della bilancia dei pagamenti. Anziché considerare la forza della valuta come una distorsione temporanea, essa può essere intesa come una caratteristica strutturale del mercato.
Le aziende svizzere operano da molti anni in presenza di questo persistente vento contrario. In pratica, il continuo apprezzamento della valuta agisce come un test di pressione continuo. Solo le aziende con un solido potere di determinazione dei prezzi, prodotti ad alto valore aggiunto e flessibilità operativa sono in grado di difendere i margini e reinvestire attraverso i cicli. Nel tempo, ciò ha rafforzato il profilo di qualità del panorama aziendale.
Considerare il rischio valutario a livello aziendale, piuttosto che affidarsi esclusivamente a coperture, consente agli investitori di concentrarsi sulla resilienza strutturale. Le aziende con ricavi diversificati a livello globale, costi adattabili e la capacità di compensare gli effetti valutari attraverso aumenti dei prezzi o della produttività sono in una posizione migliore in un contesto di valuta forte. In questo contesto, la volatilità valutaria può fungere da ulteriore filtro che evidenzia la forza competitiva. Opportunità in un contesto incerto.
Volano le borse
Performance azionaria a confronto (2000: 100)
Un indice ad hoc
Performance di un indice azionario svizzero attivo (total return in %)
Con l’evoluzione dei mercati, spesso emergono opportunità in cui l’incertezza a breve termine contrasta con fondamentali solidi a lungo termine. Alcune aziende industriali e tecnologiche selezionate, così come le società in fase di transizione operativa o strategica, possono offrire punti d’ingresso interessanti quando le valutazioni non riflettono appieno il loro potenziale strutturale.
Allo stesso tempo, la disciplina di valutazione rimane fondamentale. Alcune società svizzere di alta qualità hanno prezzi che riflettono una crescita molto stabile, lasciando un margine di errore limitato. La pazienza e la selettività sono quindi essenziali per mantenere un profilo di rischio/rendimento equilibrato.
Per gli investitori con passività in franchi, le azioni domestiche offrono un’esposizione ad aziende competitive a livello globale i cui modelli di business sono strutturalmente adattati a una valuta forte e in apprezzamento. Nelle fasi in cui le valutazioni estere sono elevate o gli effetti valutari creano venti contrari, le azioni svizzere possono offrire un modo
Anche restando nel mercato domestico, gli indici svizzeri offrono interessanti alternative ad aziende straniere più note e attive in settori più evidenti. Il problema sta tutto nell’etichettare bene, quello che in realtà le azioni svizzere offrono.
per ridurre il drag valutario, mantenendo al contempo l’accesso all’innovazione, al potere di determinazione dei prezzi e al rendimento composto a lungo termine.
Un approccio basato sulla convinzione nei titoli azionari svizzeri si fonda in ultima analisi su un quadro coerente: concentrarsi sulla sostenibilità degli utili, sul vantaggio competitivo e sull’allocazione disciplinata del capitale; gestire il rischio attraverso l’esposizione economica e il dimensionamento delle posizioni; e affidarsi principalmente alla selezione dei titoli per ottenere risultati a lungo termine. In un mercato caratterizzato da resilienza strutturale e competitività globale, la qualità non è secondaria, ma è intrinseca al suo stesso disegno.
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Osservatorio
Prima del botto
Le prime settimane dell’anno si erano dimostrate tutto sommato positive a livello di mercati finanziari, o comunque molto migliori rispetto a quanto seguito.
Il mese di gennaio ha visto un ulteriore sensibile incremento delle masse in gestione dell’industria svizzera dei fondi d’investimento, con il gestito che si è spinto sopra gli 1,746 trilioni di franchi, e una raccolta netta superiore ai 9,8 miliardi.
L’anno era iniziato all’insegna di qualche problema, e qualche tensione, soprattutto sui titoli tecnologici americani, con un marcato affanno vissuto dal Nasdaq, ma al netto di molto rumore di fondo le prospettive erano relativamente positive, se non rosee.
I dati macro per gli Stati Uniti si erano dimostrati migliori delle attese, con un mercato del lavoro ancora positivo, e un’inflazione stabile intorno al 2,8%. La Germania era infine e finalmente uscita dalla recessione, sulle ali dei maxi piani d’investimento voluti da Merz, mentre la Spagna proseguiva serena nella sua corsa. Più in chiaroscuro la situazione di Francia, a pesare l’incognita politica, e la Svizzera, alle prese con diversi malesseri, leggeri ma comunque persistenti.
Domande persistenti, ma senza risposta: sino a che punto gli annunciati investimenti in Ai, annunciati dalle BigTech americane, saranno sostenibili? A pesare e porre dubbi è l’esplosione delle emissioni di nuovo debito del settore, primo emettitore del mercato americano.
Per quanto il mese di febbraio sarebbe comunque stato ancora relativamente sereno, non molto lasciava presagire (almeno in termini di indici), l’exploit e non in positivo che l’inizio delle ostilità in Medio Oriente avrebbe scatenato sui mercati sin dai primi di marzo. Che la dipendenza energetica fosse un problema era noto, che Hormuz fosse un potenziale grosso problema era risaputo da decenni, ciononostante la sorpresa e le indesiderabili conseguenze che a distanza di un mese proseguono. Ora, a livello mondiale, con i primi razionamenti.
Il mercato dei fondi (Dati Morningstar in mln di franchi)
Raccolta per Assett class (in milioni di franchi)
Osservatorio 4.0
Caro lettore, L’Osservatorioha sfondato la famosa terza dimensione, per essere sempre più completo e aderente all’evoluzione vorticosa dei mercati finanziari. Una parte dei contributi dei Partner che da anni contribuiscono alla sua ricchezza inizieranno a essere web-only, specie per quelle tematiche molto più ‘liquide’.
Buona meta-lettura
FI
L’Angolo dell’investitore: (Luxury, Tech, Energy; Isin):
▲ Hermès International (FR0000052292)
▲ Kering (FR0000121485)
▲ Lvmh (FR0000121014)
▲ CapGemini (FR0000125338)
▲ Sap (DE0007164600)
▲ Repsol (ES0173516115)
▲ Chevron (US1667641005)
▲ Asm International (NL0010273215) ▲ Bp Plc (GB0007980591)
Scavallare la volatilità
Spesso è sottovalutato, ma i compiti che gli Hedge Fund possono ricoprire all’interno di un portafoglio sono molteplici, e molto interessanti anche nelle fasi di mercato più fluide.

La recente volatilità dei mercati, innescata dalla guerra in Iran, sottolinea perché la diversificazione e la protezione dal ribasso siano fattori essenziali da considerare nella costruzione di un portafoglio d’investimento. Detto altrimenti, perché bisognerebbe sempre destinare una parte del proprio capitale agli Hedge Fund.
Gli Hedge Fund svolgono numerosi ruoli in un portafoglio diversificato. Possono aumentarne il rendimento, preservare il capitale quando i mercati sono volatili e generare un alpha che vada oltre la portata dei fondi long-only, sfruttando le trasformazioni aziendali, come le M&A. L’aumento del rendimento è una considerazione particolarmente importante in questa fase della congiuntura.
Il bisogno di rendimento non può più essere pienamente soddisfatto dai fondi del monetario a basso rischio. Inoltre, con un generalizzato calo dei tassi d’interesse, anche i rendimenti obbligazionari nei mercati sviluppati hanno perso almeno una parte del loro interesse.
Molti investitori sono ora alla ricerca
«Il bisogno di rendimento non può più essere pienamente soddisfatto dai fondi del monetario a basso rischio.
Inoltre, con un generalizzato calo dei tassi d’interesse, anche i rendimenti obbligazionari nei mercati sviluppati hanno perso almeno una parte del loro interesse»
di nuove fonti per raggiungere i propri obiettivi. Alcuni potrebbero essere tentati di inseguire il rendimento a qualsiasi costo. Così facendo potrebbero assumersi rischi aggiuntivi, se non nuovi, all’interno del portafoglio, come una ridotta liquidità o una maggiore complessità.
Un approccio più efficace potrebbe essere invece quello di allocare parte del capitale in Hedge Fund selezionati. I fondi market neutral offrono accesso a un’ampia gamma di strumenti e tecniche d’investimento, possono combinare posizioni lunghe e corte e sono in grado

Steve Huguenin-Virchaux, Head of Total Return Equities Cpm e Business Strategy di Pictet Asset Management.
di controllare la volatilità attraverso una gestione attiva del rischio di ribasso.
Gli investitori ne stanno prendendo sempre più coscienza: secondo un recente sondaggio di Goldman Sachs, gli Hedge Fund sono la strategia più ricercata tra gli allocatori, superando le strategie longonly e gli asset privati.
Alternativa ai mercati azionari volatili. Oltre alla pur importante ricerca di rendimento, stanno anche montando le preoccupazioni rispetto a mercati cresciuti annualmente e per un triennio del 20%.
C’è poco margine di errore per le azioni, non da ultimo a causa dell’incertezza geopolitica, come dimostra il conflitto in Medio Oriente. L’imprevedibile politica commerciale degli Stati Uniti e l’espansione vertiginosa dell’Ai complicano ulteriormente le cose.
Gli investitori sono quindi alla ricerca di un sostituto del beta, ovvero di un’alternativa all’esposizione al mercato in generale, nel tentativo di proteggere i guadagni accumulati.
Le strategie azionarie long/short offrono un approccio più flessibile, con rendimenti dettati dall’abilità del gestore (alpha) piuttosto che dall’andamento generale del mercato (beta), e con margini per una certa protezione dal ribasso. Sfruttare l’aumento dell’attività sui mercati. Gli Hedge Fund offrono inoltre la possibilità di ottenere rendimenti superiori a quelli raggiungibili dai tradizionali fondi azionari long-only.
L’aumento delle operazioni di mercato e delle ristrutturazioni societarie, qua-
Le operazioni di finanza straordinaria stanno tornando ad accelerare, dopo un progressivo raffreddamento sperimentato nell’ultimo triennio.
Imprese e investitori tornano a parlarsi, complice anche il normalizzarsi dei tassi d’interesse.
li M&A, ipo e spin-off, favoriscono una particolare categoria di questi fondi nota come strategie event-driven. Queste mirano a trarre vantaggio da eventi societari annunciati e anticipati che influenzano la valutazione di un titolo, sia in modo positivo che negativo.
Il volume globale delle operazioni di M&A è aumentato del 40% nel 2025 e si prevede che la dinamica continui. Ciò è dovuto principalmente all’allentamento delle difficoltà di finanziamento e normative, oltre al fatto che i CdA delle società utilizzano tali operazioni per adattarsi ai cambiamenti legati ad Ai, tecnologia e catene di approvvigionamento.
È interessante notare che l’Asia è emersa come il mercato event-driven più dinamico a livello globale. In Giappone, ad esempio, l’attivismo degli azionariati ha raggiunto livelli storici, guidando trasformazioni aziendali e miglioramenti tangibili nell’efficienza del capitale. Nel 2025, l’attività di M&A in Giappone è salita a livelli record. Analogamente, la Corea del Sud ha attuato le riforme di Corporate Governance più complete della sua storia, ridefinendo i diritti degli azionisti e le responsabilità dei board. Hong Kong, nel frattempo, ha riconquistato la sua posizione di hub leader mondiale dei mercati dei capitali azionari, classificandosi al primo posto a livello globale per fondi raccolti tramite Ipo, 286 miliardi di HkUsd. Diversificazione in un periodo di forti correlazioni. La flessibilità offerta dagli Hedge Fund è particolarmente preziosa in periodi di volatilità dei mercati, quando la necessità di diversificazione e gestione del rischio diventa più pressante.
I recenti eventi geopolitici ricordano che, in periodi di turbolenza, asset class apparentemente decorrelate possono muoversi all’unisono. Le correlazioni instabili tra azioni e bond rendono meno efficaci i tradizionali schemi di diversificazione, in particolare in periodi di accresciuti timori di inflazione; lo si era visto nel 2022, e lo si vede ora.
Gli investitori che cercano principal-
Finanza straordinaria
Operazioni annunciate di M&A annue globali (in trl usd)
Tassi di deposito
Tassi d’interesse attuali e attesi dei 4 istituti centrali a confronto (in %)
mente la diversificazione dovrebbero concentrarsi dunque su strategie di Hedge Fund i cui rendimenti mostrano una correlazione minima o nulla con quelli delle azioni e delle obbligazioni. In questo segmento si trovano approcci multi-strategy e market neutral azionari. Quali sostituti di azioni e obbligazioni. L’altro ruolo che gli Hedge Fund possono svolgere è quello di sostituti degli investimenti tradizionali. Alcuni tipi di strategie possono sostituire efficacemente una parte degli investimenti azionari (o obbligazionari) migliorando al contempo il profilo di rischio/rendimento; tutte caratteristiche che attraggono i preoccupati per le valutazioni elevate o coloro che cercano un’alternativa meno volatile all’esposizione diretta alle azioni.
I fondi azionari direzionali long/short rientrano in questa categoria. Questi mirano a offrire rendimenti simili a quelli dei mercati azionari, ma con minore volatilità e drawdown limitati. I dati dell’ultimo lustro mostrano che gli investitori avrebbero ottenuto una performance migliore e rendimenti corretti per il rischio più
elevati (Sharpe ratio) sostituendo parte del loro tradizionale portafoglio composto per il 60% da azioni e per il 40% da obbligazioni con un’allocazione in fondi direzionali long/short.
Allo stesso modo, una strategia long/ short focalizzata principalmente su Cina, Hong Kong e Taiwan potrebbe offrire una valida alternativa agli investitori che intendano trarre vantaggio dalle rinnovate opportunità che stanno emergendo in Cina. I gestori della strategia potrebbero concentrare gli investimenti in società innovative, pur nella consapevolezza della volatilità che tipicamente accompagna gli investimenti nei mercati emergenti.
I fondi multi-strategy conservativi possono anche essere utilizzati in sostituzione delle obbligazioni, migliorando il profilo di rischio/rendimento di un’allocazione nel reddito fisso.
Nei mercati volatili di oggi, gli Hedge Fund possono quindi svolgere un ruolo chiave nell’aiutare gli investitori a diversificare il loro portafoglio e a gestirne il rischio, sia come complemento che come sostituto degli investimenti tradizionali.
Tra shock e metamorfosi
Le dinamiche dei mercati energetici in passato sono state spesso il motore di profondi cambiamenti delle società avanzate, potrebbe essere anche questo il caso?
La guerra in Iran ha reso estremamente volatile il petrolio che oscilla tra le molte dichiarazioni e notizie riguardo le infrastrutture energetiche e il transito di petroliere.
Il collo di bottiglia dello Stretto di Hormuz e la presenza di infrastrutture critiche, come quelle sull’isola di Kharg, in alcuni casi già danneggiate, manterranno elevata la volatilità dei prezzi energetici finché continueranno le ostilità.
Guardando in prospettiva la situazione attuale, le crisi energetiche sono sempre state catalizzatori di cambiamenti. Ogni shock ha generato risposte diverse: da politiche monetarie espansive a restrittive, da accelerazioni della transizione Green a temporanei ritorni al carbone, fino a misure sociali straordinarie.
Nel 1973 l’embargo petrolifero dell’Opec, risposta al sostegno occidentale a Israele, fece quadruplicare il prezzo del petrolio, portando alla stagflazione e a misure come le domeniche a piedi in Italia e il limite di velocità in Germania. Le Banche Centrali, da accomodanti finirono per alzare i tassi per domare l’inflazione.
In seguito alla rivoluzione iraniana e alla guerra Iran-Iraq (1979-80) ci fu una nuova crisi petrolifera, con un raddoppio dei prezzi e nuove ondate di inflazione e recessione. In molti Paesi si verificarono razionamenti, spingendo la ricerca di fonti alternative e politiche di risparmio energetico che sono rimaste.
Più di recente, tra il 2006 e il 2009, le dispute tra Russia e Ucraina e il boom delle materie prime portarono il petrolio a 147 dollari e causarono interruzioni delle forniture di gas verso l’Europa, lasciando diversi Paesi a secco in pieno inverno.
Questi episodi hanno accelerato la diversificazione di fonti e rotte, mettendo
in luce già allora la vulnerabilità della dipendenza dal gas russo. La Bce rispose nel luglio 2008 alzando i tassi dal 4 al 4,25% per contrastare l’inflazione energetica, ma la tempistica si rivelò sfortunata e l’istituto dovette rapidamente invertire la rotta dopo il fallimento di Lehman Brothers. Anche i disastri nucleari hanno contribuito a modificare le politiche energetiche. In seguito a Chernobyl nel 1986, l’Italia decise di chiudere le centrali, mentre la Germania e altri Paesi introdussero limiti alla costruzione di nuovi reattori.
«Nel 1973 l’embargo petrolifero dell’Opec, risposta al sostegno occidentale a Israele, fece quadruplicare il prezzo del petrolio, portando alla stagflazione e a misure come le domeniche a piedi in Italia e il limite di velocità in autostrada in Germania»
L’incidente di Fukushima, nel 2011, spinse la Germania ad accelerare l’uscita dal nucleare, con effetti sul mix energetico europeo e sulla sicurezza degli approvvigionamenti, aumentando la dipendenza sia dalle rinnovabili sia dalle fossili, come si è reso evidente un decennio più tardi. Infatti, l’invasione russa dell’Ucraina, nel 2022, ha innescato un nuovo shock, con prezzi del gas a livelli record e razionamenti. In un contesto di tassi in aumento, la domanda di elettricità industriale in Europa è scesa di oltre il 3% per due anni consecutivi, ai minimi dal 2010, portando anche alla chiusura di impianti energivori (chimica, acciaio, carta, fertilizzanti).
Per garantire la sicurezza energetica, la

Matteo Ramenghi, Cio di Ubs Wealth Management Italia.
Germania ha aumentato l’uso del carbone (dal 24 al 34% della produzione elettrica), la fonte più inquinante. Dal 2022, l’Unione europea ha diversificato le forniture, aumentando l’import da Stati Uniti, Medio Oriente e Norvegia. Il gas resta molto importante per l’Europa, che lo utilizza per produrre il 20–22% dell’elettricità.
A medio termine è possibile che questa situazione favorisca un nuovo slancio verso l’elettrificazione e la riduzione della dipendenza dai fossili, con maggiori investimenti in rinnovabili, nucleare (spingendo i Paesi che l’hanno abbandonato a riconsiderare la propria posizione) e nelle reti. Questa tendenza all’elettrificazione, del resto, è già in atto per via dello sviluppo dell’Ai e della mobilità elettrica.
Inoltre, una delle lezioni dal passato è che, messi alle strette, i Governi danno precedenza alla sicurezza energetica rispetto alle politiche ambientali. Il clima mite viene in aiuto dell’Europa, ma le riserve di gas sono circa al 30% e non si può escludere un cambiamento temporaneo del mix energetico verso fonti poco pulite.
A breve termine, l’inflazione e le dichiarazioni delle Banche Centrali restano osservate speciali per i mercati. Nonostante il complesso contesto geopolitico, le borse si trovano su valutazioni elevate, giustificate dalle attese di una buona dinamica degli utili e di tassi d’interesse stabili nelle principali economie avanzate e in calo negli Stati Uniti. Se l’aumento dei prezzi di gas e petrolio dovesse indurre le Banche Centrali ad attuare politiche più restrittive, verrebbe meno uno degli assunti alla base delle attuali valutazioni.
La frenesia dell’oro
La straordinaria performance dell’ultimo triennio qualche perplessità la solleva, come si muoverà nell’immediato futuro il metallo giallo? Cos’è cambiato rispetto al passato?
corre?
Dopo un rally spettacolare, il 29 gennaio l’oro ha raggiunto un nuovo record storico, superando i 5.500 dollari l’oncia. In tre anni, il suo valore è quasi triplicato, superando l’azionario globale in forte espansione (+70%). Il mini-crollo dell’oro a fine gennaio ha tuttavia seminato dubbi e alimentato il timore di una precoce fine del ciclo. È ancora interessante entrare ai livelli attuali?
Dalla fine del gold standard, l’oro ha vissuto tre fasi di boom. La protezione dall’inflazione era in primo piano negli anni Settanta, boom interrotto dall’arrivo del falco Paul Volcker alla Fed. La lotta vittoriosa contro l’inflazione negli anni successivi ha avuto conseguenze catastrofiche per il prezzo dell’oro, entrato in un ventennale mercato ribassista.
Il secondo boom, tra il 2002 e il 2012, era solo parzialmente legato all’inflazione. L’aumento del debito pubblico, sostenuto da un orientamento sempre più espansivo della politica monetaria, con forti riduzioni dei tassi e Qe, ha portato sui mercati a un calo dei tassi di interesse reali, talvolta
fino a valori negativi. Poiché l’oro non paga né interessi né dividendi, il ‘costo/ opportunità’ aumenta quando i tassi reali salgono. Al contrario, il calo dei tassi reali segnala o che le Banche Centrali allentano la lotta contro l’inflazione, o che acquistano obbligazioni, il che accresce la necessità di protezione contro l’inflazione e il deprezzamento monetario, solitamente per il tramite del metallo giallo.
Lo stretto legame tra tassi reali e oro ha tuttavia trovato una fine temporanea con l’attacco della Russia all’Ucraina nel 2022. Le sanzioni che ne sono seguite, combinate con un aumento dei rischi geopolitici, hanno suscitato una forte domanda di oro da parte delle Banche Centrali. Tre anni e mezzo fa, sono iniziate le ristrutturazioni delle riserve valutarie in Europa e Asia.
La quota di oro nelle riserve è quasi il 27% a livello mondiale, superando l’euro. Nell’attuale rally, la domanda delle Banche Centrali ha un ruolo decisivo, notevolmente superiore negli ultimi quattro anni alla media degli ultimi 15.
Nel 2025 la domanda degli investitori privati ha ricevuto un nuovo forte im-

Maria Paola Toschi, Global Market Strategist, J.P. Morgan Am.
pulso. I ‘regali fiscali’ del nuovo Governo americano, combinati con le notevoli pressioni esercitate sulla Fed affinché abbassi i tassi, hanno riportato all’ordine del giorno la questione dell’indipendenza conquistata, e dunque della stabilità monetaria. Gli acquisti di oro fisico e di Etf/ Etc hanno raggiunto un nuovo record. La stabilità monetaria e la geopolitica sono, di conseguenza, i motori del rally attuale. Finché non ci sarà un ritorno a una politica fiscale e monetaria orientata alla stabilità, il vento favorevole per l’oro persisterà. Ma agli attuali prezzi, i rischi aumentano. La propensione all’acquisto da parte delle Banche Centrali è già diminuita notevolmente; anche nel settore della gioielleria, l’oro viene sempre più sostituito da altri metalli. L’alto prezzo potrebbe anche essere un segnale per gli istituti occidentali di ridurre parte delle ingenti riserve auree e di realizzare profitti: la quota di oro nelle riserve di Stati Uniti, Germania, Italia e Francia è aumentata di dieci punti percentuali dal terzo trimestre del 2022, ora è circa l’80%. Nell’ottica di rendere il proprio portafoglio di investimento più resiliente agli shock geopolitici e al deprezzamento monetario, il metallo prezioso può continuare a fornire un contributo di valore. Ma gli investitori devono essere consapevoli che le forze di gravità si applicano anche all’oro: l’altezza della caduta è aumentata a causa del vertiginoso rialzo. Attualmente è possibile ottenere una protezione dall’inflazione a un costo inferiore attraverso attività reali quali infrastrutture, trasporti oppure immobili.
Conosco, dunque evito
La psicologia gioca un ruolo spesso decisivo anche in materia d’investimenti, saperlo è la base per agire diversamente, e più razionalmente. Regole e numeri possono molto, ma non tutto.

In teoria l’essere umano è Homo Sapiens, cioè razionale. Nella pratica, e anche negli investimenti, agisce spesso in modo emotivo o influenzato dagli altri. Tre fenomeni comportamentali sono particolarmente rilevanti: comportamento gregario, eccesso di fiducia e distorsioni cognitive. Riconoscerli è fondamentale per agire meglio.
Gli individui prendono decisioni tramite due sistemi: uno razionale e riflessivo e uno intuitivo e impulsivo. Daniel Kahneman li ha descritti nel suo libro Thinking, Fast and Slow. L’intuizione era utile nella preistoria per reagire rapidamente ai pericoli, ma oggi può portare a decisioni finanziarie poco razionali.
Perdere un’opportunità. Il comportamento gregario nasce spesso dalla Fomo (Fear Of Missing Out). Gli investitori seguono la massa e acquistano asset già molto cari. Un esempio storico è la bolla dei tulipani nei Paesi Bassi nel XVII secolo. Fenomeni simili si sono verificati con la bolla del ‘29, quella immobiliare giappo-
nese degli anni ’80, la DotCom degli anni ’90 e più recentemente con titoli ‘hype’ o criptovalute. Nei mercati euforici gli investitori comprano troppo tardi e nei momenti di crisi vendono per paura. Eccessiva fiducia. Molti sopravvalutano le proprie conoscenze, fenomeno noto come effetto Dunning-Kruger. Un esempio aziendale è Eastman Kodak: pur avendo inventato la fotocamera digitale nel 1975, l’azienda ignorò l’innovazione per proteggere il business delle pellicole, perdendo competitività.
Nei mercati finanziari il successo viene spesso attribuito alle proprie capacità, soprattutto durante lunghi periodi di rialzo. Negli anni 2023-24, ad esempio, il forte entusiasmo per l’Ai ha spinto molti investitori verso le grandi società tecnologiche statunitensi. In questi contesti l’eccesso di fiducia può far sottovalutare i rischi.
Un fenomeno collegato è il confirmation bias: le persone tendono a cercare informazioni che confermano le proprie convinzioni e ignorano quelle contrarie.

Michael Heldmann, Cio Azioni di Allianz Global Investors.
Nell’era dei social media questo effetto è amplificato. Per evitarlo è utile cercare attivamente opinioni e dati che mettano in discussione le proprie ipotesi. Distorsioni cognitive. Il cervello semplifica le informazioni, ma questo può generare spesso errori sistematici. Due esempi frequenti sono il bias domestico e l’effetto ancoraggio. Il bias domestico porta gli investitori a privilegiare i mercati del proprio Paese. Uno studio Barclays del 2023 ha mostrato che gli investitori britannici allocavano circa il 25% del portafoglio in azioni nazionali, mentre il Regno Unito rappresenta solo circa il 4% della capitalizzazione globale. Ciò riduce la diversificazione.
L’effetto ancoraggio si verifica quando determinate cifre o record influenzano il giudizio. Ad esempio, soglie simboliche degli indici azionari o capitalizzazioni record attirano molta attenzione, anche se non forniscono necessariamente informazioni reali sul valore degli asset. Agire in modo sistematico. Una possibile soluzione è l’uso di strategie d’investimento sistematiche basate su dati e ricerca. Questi approcci seguono regole chiare, misurano il rischio e riducono l’influenza delle emozioni. Le decisioni di acquisto o vendita avvengono solo quando determinati criteri sono soddisfatti.
Tuttavia, i modelli quantitativi non sono perfetti: i dati possono essere incompleti e i modelli contenere errori. Per questo il controllo umano rimane essenziale. L’approccio più efficace non è scegliere tra uomo e macchina, ma combinare disciplina sistematica e giudizio umano.
Fuorvianti parallelismi
Rievocare analogie con shock macroeconomici dell’ultimo triennio lascia il tempo che trova, e anche rispetto al passato il contesto è diverso. I rischi sembrano essere oggi superiori.

dei tassi della Bce e dell’inflazione
Gli eventi in Medio Oriente hanno riportato al centro il tema energetico, con crescenti timori che il contesto geopolitico possa portare a shock inflattivi di ampia portata. Molti osservatori hanno ipotizzato dinamiche molto simili a quelle del 2022, quando lo scoppio della guerra in Ucraina determinò una crisi energetica in Europa, con un tasso di inflazione arrivato in doppia cifra e numerosi rialzi dei tassi da parte della Bce.
Qualora un duraturo aumento del prezzo di petrolio e gas dovesse realmente verificarsi, si teme una nuova spirale al rialzo sui salari e sulle aspettative di inflazione, forzando la Banca Centrale a intervenire con una stretta sul costo del denaro. Le condizioni macroeconomiche differiscono però in modo significativo, rendendo il parallelismo decisamente forzato.
A inizio 2022 le principali economie mostravano chiari segni di surriscaldamento: prima del conflitto ucraino infatti, i tassi di inflazione anno su anno si assestavano già al 5% in Europa e al 7% in Usa, sull’onda dei massici stimoli fiscali
del biennio precedente, e dell’eccesso di domanda che tali deficit avevano indotto in un’economia poco in grado di espandersi sul lato dell’offerta.
Il mercato del lavoro, inoltre, stava attraversando un periodo di forte espansione, con carenza di forza lavoro che spinse le aziende ad alzare i salari e ridiede ai lavoratori un potere negoziale che non si vedeva da decenni. Tutto ciò avvenne in un contesto di tassi di interesse tenuti a zero (o negativi) a lungo da parte delle Banche Centrali, che riconobbero il problema inflativo con molti mesi di ritardo.
Lo shock energetico a seguito del conflitto andò a deteriorare ulteriormente la situazione, e spinse il Cpi europeo a un massimo del 10,6% nell’ottobre 2022, un livello ritenuto impensabile per un’area economica che da un decennio si trovava a gestire una crescita dei prezzi perennemente sotto il target della Bce.
Oggi, a quattro anni di distanza, le economie sono in una situazione di maggiore equilibrio. Seppur in presenza di una crescita che rimane solida, lo stato dei consumatori, soprattutto americani,
Giorgio Bertoli, Senior Portfolio Manager di Banca del Sempione. A lato, variazione di tassi di riferimento e inflazione nell’Eurozona.
e del mercato del lavoro sono molto più fragili. Nonostante bilanci pubblici ancora espansivi, i tassi di inflazione appaiono sotto controllo, in particolare nell’area euro. Dopo anni di assunzioni, le aziende stanno sfruttando le nuove tecnologie per aumentare la produttività e contenere gli organici, togliendo in aggregato potere negoziale alla forza lavoro.
Uno shock energetico in un contesto di questo tipo avrebbe probabilmente effetti recessivi, e per quanto inflativo nel complesso, con pochi effetti sulla componente Core dei prezzi, che subirebbe il calo della domanda aggregata dovuta al minor potere d’acquisto dei consumatori. Tale situazione ricorderebbe maggiormente gli eventi del 2008 e del 2011, quando la Bce intervenne con rialzi dei tassi in presenza di inflazione energetica, per poi riconoscere l’errore a distanza di pochi mesi a recessione già iniziata.
Un fattore che potrebbe riavvicinare lo scenario attuale al 2022 sarebbe rappresentato da un ritorno a massicci stimoli fiscali tramite sussidi alle aziende e spesa pubblica; il mercato obbligazionario tuttavia è oggi in condizioni molto più fragili, e in presenza di manovre fiscali irresponsabili richiederebbe rendimenti più elevati, limitando i margini dei Governi. Considerando il quadro macro attuale, quindi, qualora i prezzi dell’energia dovessero mantenersi molto elevati a lungo ci si attende una stretta monetaria di portata e durata molto contenuta, sempre che questo abbia effettivamente luogo.
Frontiera di opportunità
Considerato un costante miglioramento dei bilanci nazionali, i mercati di frontiera si segnalano per le interessanti opportunità dell’obbligazionario in valuta locale. Un’idea, per alcuni!
Quest’anno, i mercati valutari locali dei Paesi di frontiera hanno acquistato particolare rilevanza. Con il continuo restringimento degli spread creditizi, molti investitori hanno progressivamente spostato le loro allocazioni da asset in valuta forte, oggi relativamente costosi, ad altri in valuta locale, dove valutazioni e condizioni macroeconomiche appaiono attualmente più interessanti. Nella maggior parte dei casi, gli Stati hanno attuato riforme necessarie e non più rinviabili. Di conseguenza, i rendimenti nominali e reali risultano elevati e le valute non sono più considerate sopravvalutate.
Gli investitori possono accedere a questi mercati sia tramite strumenti onshore (obbligazioni locali) sia tramite strutture offshore, come note legate al credito o obbligazioni sovranazionali che offrono esposizione ai mercati locali ma sono denominate in dollari americani. Entrambi gli approcci differiscono in termini di liquidità, rendimento e gestione operativa.
Alla luce di tali considerazioni, ecco cinque mercati e cosa li identifica. Ghana – Oro. Ha beneficiato in modo significativo del forte aumento del prezzo dell’oro (60%) lo scorso anno. Il Governo ha inoltre migliorato la modalità di integrazione nel sistema ufficiale dell’oro proveniente dalla produzione artigianale e su piccola scala aumentando così la trasparenza degli afflussi di valuta estera. Questo, unito a un deficit di bilancio contenuto e a una ripresa del saldo commerciale estero, ha rafforzato la fiducia nel Cedi. L’oro continuerà a rappresentare un pilastro chiave per la stabilità macroeconomica del Paese nel 2026. Nigeria – Disinflazione. L’inflazione mostra una chiara tendenza al ribasso ed
è recentemente scesa al 15,1% rispetto al 33,7% degli inizi 2024. Anche se si tratta di una lettura retrospettiva, il tema della disinflazione resta determinante.
Con i rendimenti reali ancora a doppia cifra, la Banca Centrale nigeriana dispone di margini per avviare un ciclo di riduzione dei tassi, sostenendo così le obbligazioni in valuta locale. La credibilità della politica economica resta fondamentale, ma si osservano segnali incoraggianti. Pakistan – Rimesse. La stabilizzazione del Paese dipende in larga misura dalle rimesse, ossia i fondi trasferiti dai lavoratori all’estero in patria, che sono aumentate
«Con i rendimenti reali ancora a doppia cifra, la Banca Centrale nigeriana dispone di margini per avviare un ciclo di riduzione dei tassi, sostenendo così le obbligazioni in valuta locale. La credibilità della politica economica resta però fondamentale»
significativamente da inizio 2024. Sono una fonte importante e relativamente stabile di valuta estera, spesso più resiliente rispetto all’export. Gli afflussi mensili, in alcuni casi superiori a tre miliardi di dollari, rappresentano ormai un pilastro importante per la stabilità della Rupia. Inoltre, la prevista inclusione del Pakistan in un importante indice obbligazionario locale di JpMorgan entro la fine dell’anno potrebbe attirare ulteriori afflussi. Nonostante il miglioramento della liquidità, la quota degli investitori stranieri nel mercato rimane contenuta, creando spazio per una rivalutazione con

Paola Bissoli, Director Business Development Aberdeen Investments Svizzera.
il progressivo rafforzamento della partecipazione e del sentiment.
Zambia – Rame. Dopo il crollo della produzione e dei prezzi a fine 2023, entrambi hanno registrato una significativa ripresa, confermando la storica correlazione tra i prezzi del rame e la stabilità del Kwacha. Si ritiene che il rialzo dei prezzi possa aver contribuito a un surplus del conto corrente fino a fine 2025, mentre la posizione fiscale è rimasta stabile.
Per un’economia di frontiera fortemente legata alle materie prime, la combinazione di prezzi del rame in aumento e disinflazione potrebbe continuare a sostenere la forza della valuta locale. Egitto – Fpi. Ha registrato nell’ultimo anno un significativo afflusso di capitali esteri, che ha mantenuto relativamente stabile la sterlina egiziana. Con tassi reali di interesse più alti, si prevede per il 2026 un ciclo di riduzione dei tassi graduale, poiché la Banca Centrale punta a un tasso reale del 4-5% (oggi 8,1%).
Tuttavia, a causa dei persistenti doppi deficit, l’allentamento monetario dovrebbe procedere con cautela, per tutelare l’interesse di investitori esteri e locali.
I mercati di frontiera in valuta locale offrono quindi opportunità diversificate e dinamiche. Ciò che accomuna questi cinque Paesi non è un profilo macroeconomico omogeneo, bensì la presenza di un fattore dominante sufficientemente forte da influenzare i rendimenti in valuta locale e offrire driver di performance differenziati. Questo consente di accedere a dinamiche spesso sottorappresentate nei portafogli emergenti tradizionali.
Dal fuorigioco al cloud
L’onda lunga di tecnologia e Ai investe l’industria sportiva, con nuove sfide all’orizzonte. Il ‘prodotto’ non è più l’evento sportivo, ma tutto ciò che è costruito intorno.
I diritti sportivi
Evoluzione del mercato globale dei Media rights dello sport (in mld usd)

Andrea Midolo, responsabile Sport Division di Lfg+Zest. A lato, cresce il mercato mondiale dei diritti sportivi.
E Wimbledon conferma: grazie a una partnership con Ibm, e strumenti come Match Chat e Likelihood to Win, nel 2025 ha raggiunto oltre 20 milioni di fan, con un incremento del 16% dell’engagement sulle piattaforme digitali.
Dalla sensoristica in campo all’Ai, lo sport non è più solo una competizione da trasmettere: è un prodotto costruito da dati, software e interfacce. Da dietro le quinte, oggi la tecnologia è sempre più all’interno del prodotto sportivo, nel modo in cui una partita viene arbitrata, raccontata, distribuita e monetizzata. In altre parole, lo sport non vende più soltanto un evento, ma un’esperienza costruita anche grazie a dati, sensori, cloud e Ai. I diritti. La trasformazione tecnologica non è solo operativa, è un cambiamento del modello di business. Il valore sta nella capacità di un evento di diventare più preciso, interattivo e monetizzabile. Tale dinamica si riflette nel mercato globale dei diritti mediatici, che negli ultimi anni ha mostrato una crescita strutturale e ha superato i 60 miliardi di dollari. Se il loro valore aumenta, cresce anche quello di tutto ciò che rende il prodotto sportivo più coinvolgente, differenziabile e difendibile sul piano commerciale. Dal campo allo schermo. Un primo livello riguarda il gioco in senso stretto,
cioè la qualità e la leggibilità della competizione. Nel calcio, Uefa ha portato a Euro 2024 il pallone connesso Adidas e il sistema di fuorigioco semi-automatico basato su dieci telecamere dedicate e sul tracking di 29 body points per giocatore.
A Women’s Euro 2025 in Svizzera, tale logica si è ulteriormente istituzionalizzata. Fifa, guardando al Mondiale 2026, ha già annunciato un pacchetto che comprende Football Ai Pro, avatar 3D dei giocatori per rendere più leggibili le decisioni di offside e una nuova Referee View stabilizzata dall’Ai. La tecnologia, quindi, non resta più nel backstage: entra nella rappresentazione ufficiale del gioco. Il valore dei dati. Il secondo livello riguarda invece media, distribuzione e fan experience. Per decenni il prodotto sportivo è stato essenzialmente una diretta; oggi diventa un’interfaccia. La Nba, con Aws, ha lanciato Nba Inside the Game, una piattaforma che usa miliardi di datapoint per generare insight e nuove esperienze per broadcast, App, sito e social. Il dato diventa un layer editoriale che aumenta il valore percepito del contenuto.
C’è poi un terzo livello, meno visibile ma altrettanto rilevante. L’Nfl, con il Digital Athlete adottato da tutti i 32 club, usa Ai e simulazione per stimare il rischio infortuni, personalizzare i carichi di lavoro e testare modifiche regolamentari. La lega ha dichiarato di aver simulato 10mila stagioni per valutare l’impatto del nuovo Dynamic Kickoff. Qui la tecnologia non modifica solo il racconto del gioco, ma anche il modo in cui viene fatto evolvere.
Il driver del cambiamento è quindi lo stack tecnologico complessivo: sensoristica, computer vision, cloud, data infrastructure, automazione editoriale. L’Ai è il layer che rende tutto questo più leggibile e monetizzabile, ma il valore nasce dall’integrazione dell’intera filiera. Chi controlla dati, interfaccia e capacità di spiegare il gioco in tempo reale aumenta la qualità percepita del prodotto e quindi il suo potenziale commerciale.
Per quanto più la tecnologia diventa visibile, più cresce il costo reputazionale dell’errore e più pesano Governance, trasparenza e supervisione umana. Ma proprio qui si misura la maturità del settore, nella capacità di trasformare la tecnologia in un vantaggio competitivo credibile. In fondo, la vera evoluzione dell’industria è questa: la partita resta al centro, ma il prodotto intorno diventa sempre più digitale.
Da passivi a promotori
Le Casse pensioni potrebbero giocare un ruolo importante nel dare slancio all’economia svizzera, a patto si interessino maggiormente al Private Equity. Il problema? Culturale.
Lo S&P 500
Probabilità che l’investimento sia positivo per orizzonte (performance ultimi 15y)

Eric Deram, Managing Partner e Ceo di Flexstone Partners. A lato, guardando al lunghissimo periodo l’azionario rimane la migliore delle soluzioni, soprattutto in termini di performance. Le aziende però si quotano sempre meno, dunque avanti con i mercati privati.
Quotazioni no grazie
Evoluzione delle valutazioni di alcune aziende
Le aziende restano sempre più a lungo private
Si pone dunque il tema di come investire nelle aziende più promettenti al mondo
Le aziende hanno smesso di quotarsi: è spesso problematica la relazione con gli investitori cui è stato aperto il capitale
Non tutti gli investitori sono dunque ammessi in aziende che spesso non ne hanno davvero bisogno: reputazione e relazione sono la chiave
Fonte: Baillie Gifford 25 (dati al 31-XII-24)
Le Casse pensioni svizzere continuano a mantenere un’allocazione strategica eccessivamente conservativa, in netto ritardo rispetto alle migliori pratiche internazionali, in particolare quelle adottate in Paesi come l’Australia e il Canada.
Nella fattispecie, rimangono infatti sovraesposte a obbligazioni e immobili, in un contesto macroeconomico, soprattutto rispetto a un mercato svizzero sensibilmente complesso, ma soprattutto sempre meno favorevole a queste classi di attivo.
Amazon Fondata 1994
Google Fondata 1998
Spotify Fondata 2006
Facebook Fondata 2004
Stripe Fondata 2010
Bytedance Fondata 2012
Space X Fondata 2002
Quotata 1997
0,4 mld usd
Quotata 2004 23 mld usd
Quotata 2018 30 mld usd
Quotata 2012 104 mld usd
Valutazione da non quotata 70 mld usd
Valutazione da non quotata 300 mld usd
Valutazione da non quotata 350 mld usd
«Il quadro normativo sta evolvendo, l’adeguamento dell’Ordinanza sulla previdenza professionale (Opp 2) favorisce una maggiore integrazione degli investimenti alternativi nei portafogli delle Casse pensioni, prevedendo anche una quota specifica, pari al 5%, destinata al Private Equity svizzero»
Al contrario, gli investimenti in azioni e in alternativi risulterebbero ancora significativamente sottopesati, nonostante i passi in avanti compiuti negli ultimi anni, che hanno comunque migliorato la situazione complessiva.
Eppure, queste istituzioni dispongono di un vantaggio strutturale unico: un orizzonte d’investimento che si estende su più decenni, con rari eguali tra investitori di altro genere. Questo permette, o comunque permetterebbe a patto di strutturarsi di conseguenza, di attraversare i cicli economici e di beneficiare pienamente dei premi per il rischio offerti dai mercati azionari. Su orizzonti di dieci, venti o trent’anni, l’evidenza storica è chiara: le azioni, a prescindere siano esse quotate o non quotate, hanno sistematicamente offerto il miglior profilo rischio/rendimento rispetto alle altre classi di investimento. Con l’invecchiamento della popolazione e l’allungamento della speranza di vita, le Casse pensioni hanno sempre più bisogno di un ‘terzo contribuente’ capace di generare rendimento nel lungo periodo, e disponibile a farlo. In questo contesto, il Private Equity, ovvero l’investimento in imprese non quotate, rappresenta un’opportunità ancora troppo poco sfruttata. Per sua natura illiquido, ma fortemente orientato alla creazione di valore nel tempo, si adatta perfettamente agli orizzonti
L’industria del Private Equity negli ultimi anni ha fatto bene, riscuotendo un certo successo tra gli investitori, per quanto abbiano perso slancio nell’ultimo biennio, anche a causa dei rendimenti molto interessanti dell’obbligazionario quotato. Nel lungo periodo restano però una via.
di lungo periodo propri della previdenza, delle istituzioni attive in questo ambito, oltre che degli assicurati, che si ‘interesseranno’ del capitale solo a distanza di decenni.
Investire in Private Equity significa accedere a segmenti del mercato difficilmente raggiungibili tramite le borse: Pmi in forte crescita, innovazioni tecnologiche, progetti legati alla transizione energetica. Queste esposizioni consentono di ridurre la dipendenza dalle fluttuazioni dei mercati pubblici e di rafforzare la resilienza complessiva dei portafogli, contribuendo al contempo ad affrontare le grandi sfide generazionali, garantendo preziose risorse, che in prospettiva rivestiranno un ruolo sempre più importante, specie se in un contesto di finanza pubblica su base tendenziale fortemente sotto pressione. Al di là dei rendimenti, altro capitolo, il Private Equity ha il vantaggio di introdurre una diversificazione strutturale fondamentale per garantire gli impegni di lungo periodo.
Un esempio recente illustra bene questo ruolo. La società Ecorobotix, spin-off dell’Epfl, ha potuto compiere un salto decisivo grazie al sostegno di capitali istituzionali. Secondo il suo Ceo, Dominique Mégret, senza l’investimento delle Casse pensioni in una fase critica dello sviluppo, l’azienda non sarebbe mai nata. In pochi
anni, Ecorobotix si è affermata come protagonista dell’agricoltura di precisione, contribuendo alla creazione di oltre mille posti di lavoro diretti e indiretti altamente qualificati in Svizzera. Le sue tecnologie, basate prevalentemente sull’intelligenza artificiale e su sistemi di irrorazione ad altissima precisione, consentono di ridurre drasticamente l’uso di prodotti fitosanitari e di favorire la rigenerazione della biodiversità. Questo dimostra come il Private Equity possa sostenere innovazioni con un impatto economico, sociale e ambientale concreto e tangibile, direttamente sul territorio, e non solo nel mondo dell’alta finanza.
Anche il quadro normativo sta evolvendo in questa direzione. L’adeguamento dell’Ordinanza sulla previdenza professionale (Opp 2) favorisce una maggiore integrazione degli investimenti alternativi, prevedendo anche una quota specifica, almeno per il momento pari al 5%, destinata al Private Equity svizzero. Si tratta di un’opportunità strategica per le Casse: partecipare più attivamente al finanziamento dell’economia reale, sostenere l’ecosistema dell’innovazione nato dalle università svizzere e rafforzare la competitività della Piazza economica nazionale in generale.
Per lungo tempo centrata sulla protezione e sulla gestione prudente, la previdenza svizzera è oggi chiamata a reinventarsi. Il Private Equity offre una via concreta, e opportunità preziose ancora tutte da cogliere: le Casse pensioni non si limitino dunque a preservare il capitale, ma diventino anche attori della crescita elvetica, finanziando l’innovazione e contribuendo attivamente alla costruzione dell’economia del domani! Possibile? Sì, a patto di volerlo fare.

Investire in valore non in licenze
Rivoluzione nel software
L’accelerata nello sviluppo dell’Ai sta portando a una drastica revisione delle prospettive per molte società software i cui servizi rischiano di rivelarsi... oggi superflui. Che fare?
Già nell’estate del 2025 sono emerse due tesi d’investimento centrali che avrebbero influenzato le valutazioni dei mercati tecnologici nei mesi successivi: in primo luogo, che i fornitori di infrastrutture Ai beneficiano strutturalmente del crescente utilizzo dell’intelligenza artificiale. In secondo luogo, che i progressi nella codifica basata sull’Ai avrebbero esercitato una notevole pressione sui modelli software classici, in particolare sulle applicazioni SaaS a livello di applicazione. La SaaSpocalypse. Nel quarto trimestre del 2025 questa tesi ha iniziato a concretizzarsi. Con il rilascio di Claude Sonnet 4.5 è apparso chiaro per la prima volta che gli agenti di Ai non solo sono in grado di generare codice, ma anche di pianificare ed eseguire autonomamente compiti complessi. Gli investitori hanno quindi iniziato a rivalutare seriamente tutte le implicazioni a lungo termine per le società di software.
A partire dalla fine di ottobre, il settore del software ha registrato una fase di vendite marcata. Mentre il Nasdaq 100 ha guadagnato circa il 3% nel quarto trimestre, l’Etf software Igv ha perso circa il 7%. La vendita è stata rapidamente definita ‘SaaSpocalypse’ nel settore.
Al centro delle preoccupazioni non c’era la scomparsa del software, ma la sua crescente replicabilità. Molti prodotti SaaS semplici, come gli strumenti di gestione dei progetti o del flusso di lavoro, potranno essere sviluppati o sostituiti molto più rapidamente in futuro grazie all’Intelligenza Artificiale. Ciò ha messo sotto pressione le ipotesi centrali sulla crescita e la stabilità dei margini. Tuttavia, la reazione del mercato è stata molto meno differenziata del previsto. Sono stati
venduti sia segmenti di alta qualità come la sicurezza informatica che applicazioni facilmente replicabili.
All’inizio del 2026 la pressione si è ulteriormente intensificata: nelle prime sei settimane le azioni del settore software hanno perso circa il 25%. I nuovi strumenti di Ai per i flussi di lavoro d’ufficio, come Claude Cowork di Anthropic o soluzioni simili di OpenAi, hanno accentuato i timori di disruption e hanno portato
«Il mercato sta attualmente scontando una contraddizione notevole. Gli stessi modelli di Ai che si ritiene possano rivoluzionare interi sottosettori del software richiedono enormi capacità di calcolo, memoria e rete. Chi crede nel potere trasformativo dell’Ai generativa non può allo stesso tempo mettere in discussione il fabbisogno strutturale di potenza di calcolo»
a una seconda ondata di vendite che ha, almeno temporaneamente, coinvolto anche altri settori.
Tra vendite e fondamentali. A febbraio, i movimenti di mercato sono stati aggravati dalla rotazione dei fattori da parte dei grandi investitori sistematici. Le strategie momentum sono state ridotte rapidamente e in misura significativa; i singoli movimenti dei fattori hanno raggiunto oscillazioni superiori a 20 deviazioni standard. La conseguente pressione tecnica di vendita ha colpito molti titoli tecnologici e di crescita, indipendentemente dai loro dati fondamentali.

Marcel Oldenkott, Ceo e co-Cio di Bit Capital.
Poiché queste vendite erano prevalentemente motivate da fattori tecnici, le aziende sono state considerate in modo aggregato e vendute in blocco. La dinamica ha finito per contagiare anche settori meno orientati alla tecnologia, come i servizi finanziari o industriali. I movimenti dei prezzi hanno quindi rispecchiato principalmente i meccanismi di mercato, non una rivalutazione fondamentale dei singoli modelli di business.
‘Non si può avere tutto’. Il mercato sta attualmente scontando una contraddizione notevole. Gli stessi modelli di Ai che si ritiene possano rivoluzionare interi sottosettori del software richiedono enormi capacità di calcolo, memoria e rete. Chi crede nel potere trasformativo dell’Ai generativa non può allo stesso tempo mettere in discussione il fabbisogno strutturale di potenza di calcolo.
È quindi prevedibile che proprio quei progressi negli strumenti di Ai che hanno aumentato la pressione sul software accelereranno ulteriormente la domanda di infrastrutture. Gli agenti Ai aumentano ulteriormente il consumo di token per ogni attività, ampliando il mercato potenziale e spingendosi oltre chat e programmazione, il che se implementato anche a livello aziendale può portare a un aumento permanente e costante della domanda di potenza di calcolo.
Con la normalizzazione dei flussi di capitale, l’attuale compressione delle valutazioni dovrebbe attenuarsi e si dovrebbe assistere a una differenziazione più chiara tra modelli di business strutturalmente in difficoltà e vincitori sostenibili.
Tornado dal Medio Oriente
Mentre l’energia torna a correre, trainata da gas e petrolio, i metalli cedono terreno, scontando i crescenti rischi recessivi. Il rischio geopolitico colpisce intanto tassi e valute.
Gli European Union Allowance
Evoluzione del prezzo in eur del futures (Ecx Eua Dec6 1d)

La crisi geopolitica mediorientale continua a ridisegnare i flussi di rischio globali. Il comparto energetico è sotto pressione rialzista, mentre i metalli preziosi hanno accusato significative prese di profitto e il rame ha toccato il 23 marzo un nuovo minimo annuale a 11.700 usd/T.
Il Brent ha formato una figura tecnica di doppio massimo in area 120 usd/barile, con i picchi registrati il 9 ed il 19 marzo. L’elevata volatilità rende complessa la definizione di livelli operativi netti, ma la struttura del mercato offre comunque riferimenti utili. Sul lato dei supporti, il minimo del 12 marzo a 96 coincide con il ritracciamento del 38,2% del range compreso tra 59 e 120 usd; seguono il 50% a 89 e il 61,8% a 82. In area 128–130 si colloca la prima resistenza significativa, soglia che precede il massimo storico di marzo 2022 a circa 140 usd/barile. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha amplificato la backwardation sulla curva a termine, con uno spread di circa 4 dollari per contratto tra scadenze consecutive. Sul gas naturale europeo il quadro è di-
verso per natura e profilo di rischio. Il Ttf ha registrato un’accelerazione rialzista verso 70 euro/Mwh, salvo poi ritracciare in area 50. Il livello chiave da monitorare rimane 60 euro: una chiusura settimanale al di sopra di questa soglia, accompagnata da volumi sostenuti, aprirebbe la strada verso gli 80, scenario che riconsegnerebbe l’Europa a una condizione di emergenza energetica con ricadute dirette su inflazione e competitività industriale.
A differenza del Brent, gli acquisti sul Ttf hanno interessato l’intera curva in modo uniforme, segnale che il mercato sta prezzando un rischio strutturale di lungo periodo. La view prevalente è che la crisi del gas possa protrarsi almeno fino a dicembre 2026. Il caro energia si trasmette rapidamente all’inflazione, e le principali Banche Centrali stanno già rivedendo le proprie traiettorie di politica monetaria. I forward rate prezzano rialzi per quasi tutte le principali istituzioni: Bce e Bank of Japan guidano il repricing con rispettivamente 45 e 48 punti base attesi, coerentemente con la loro maggiore esposizione al problema energetico.

Andrea Guarneri, Head of Derivates Sales di Kommodities Partners. Sulle voci di una possibile ricalibrazione del mercato europeo degli Ets, come chiesto da Germania e Italia, a fronte degli sviluppi in Medio Oriente, il prezzo degli Eua è precipitato nelle ultime settimane, dopo i record che aveva invece raggiunto sulla fine del 2025.
Anche la Fed, per cui il mercato scontava due tagli da 25 bp nel 2026, registra ora un’alta probabilità implicita di rialzo entro fine anno.
La direzione del rischio è definita: un Brent oltre 130 dollari o un Ttf oltre 80 euro costringerebbero le Banche Centrali a un cambio di rotta più brusco, con effetti a cascata su tassi, obbligazioni, valute e crescita globale.
Le quote europee di Co2 hanno vissuto un anno di estremi. L’Eua aveva raggiunto i 94 euro, toccando i massimi dal 2024, prima di subire un crollo di circa il 33%.
Il sell-off è stato innescato dalle dichiarazioni di Germania, Italia e larga parte dei membri dell’Unione europea, che hanno manifestato l’intenzione di riformare il mercato Ets tramite il rilascio di quote gratuite aggiuntive o l’introduzione di un price cap.
Da segnalare in particolare la seduta del 12 febbraio, in cui il prezzo è sceso di 7 eur/T in una singola giornata, con i fondi impossibilitati a liquidare integralmente le posizioni rialziste accumulate nel range 65–75 euro. I due minimi successivi a 68 confermano che l’obiettivo dei grandi operatori è completare la chiusura del book long per poi virare strutturalmente al ribasso.
Quando la maestria è al quadrato

L’alta orologeria non è semplicemente lusso: è la sintesi tra complessità meccanica, finiture artigianali e tradizione. Tecniche come smaltatura, incisione e decorazione manuale dei movimenti sono elementi distintivi di questo universo.
In questo contesto, la forma quadrata diventa una sfida tecnica oltre che estetica. Inserire un movimento complesso in una cassa non circolare richiede soluzioni ingegneristiche più sofisticate rispetto alla classica architettura rotonda. Secondo studi di settore, circa l’80% degli orologi prodotti è rotondo, lasciando alle forme quadrate e rettangolari il ruolo di dichiarazione stilistica forte. Non si tratta solo di estetica: scegliere un orologio quadrato significa abbracciare una diversa filosofia del tempo.
Nel panorama dell’alta orologeria, dominato da casse tonde, l’orologio quadrato rappresenta una scelta controcorrente. Intellettuale. Eppure, proprio questa ‘deviazione dalla norma’ lo rende uno degli oggetti più affascinanti e identitari per collezionisti e appassionati.


Nessun discorso sugli orologi quadrati può iniziare senza citare Cartier, pioniere della forma. Con modelli come il Tank e il Santos, la Maison ha ridefinito il design orologiero nel XX secolo.
Il Santos, in particolare, ha introdotto una geometria moderna e industriale, rompendo con la tradizione degli orologi da tasca rotondi. Le sue linee nette e le viti a vista lo rendono ancora oggi un simbolo di eleganza urbana.
L’evoluzione, di matrice sportiva, rispetto alla proposta classy di Cartier è arrivata da Tag Heuer: il quadrato sportivo per antonomasia. È nel 1969, che Tag Heuer rivoluziona il settore con il Monaco, uno dei primi cronografi automatici e impermeabili con cassa quadrata. Reso celebre da Steve McQueen, questo modello rappresenta l’incontro tra innovazione tecnica e design audace, diventando un’icona culturale oltre che orologiera.
In alto, da sinistra, lo spirito audace di Cubitus di Patek Philippe, qui nella versione bicolore in acciaio e oro rosa, con un tocco vintage e quadrante blu soleil e nella versione in platino, ornato da un diamante a baguette incastonato sulla lunetta a ore 6. La cassa di 45 mm si declina in forma quadrata con angoli stondati, dalla geometria inedita.
A sinistra, Santos-Dumont di Cartier: numeri romani, viti a vista, corona perlata e cabochon blu: un omaggio ad eleganza e spirito pionieristico del modello originale, creato nel 1904.

In queste pagine, pur dedicate alla rivoluzione ‘quadrata’ con le sue specificità e i suoi appassionati, il discorso della forma rivoluzionaria può inglobare un marchio che, sebbene ancorato al rettangolo più che al quadrato vero e proprio, ha comunque il pregio di aver creato e traghettato attraverso - già - otto decenni un segnatempo che è una dichiazionale ‘formale’ il Reverso di Jaeger-LeCoultre. Un segnatempo dall’ eleganza reversibile, rettangolare (spesso assimilato al mondo delle forme “quadrate”) nato per i giocatori di polo.


Ci sono Marchi che attorno al quadrato hanno costruito la propria identità. È il caso di Bell & Ross, un universo creativo che può essere racchiuso in una definizione tanto semplice quanto ricca: l’estetica tecnica. I suoi modelli, infatti, ispi-

A sinistra, Swatch, collezione Bioceramic What If?, in quattro versioni cromatiche, qui nella tonalità Lemon. Bordi robusti e squadrati e cassa da 33 mm.
Sopra, Gerald Charles, Masterlink Perpetual Calendar.
Sopra, a sinistra Hermès H08: geometrico e versatile; la cassa a cuscino dai bordi sottili si misura audacemente con le forme, i materiali – come titanio e ceramica – e le finiture orologiere – satinate, con motivo soleil e lucidate a specchio. Sopra, a destra, Bell&Ross: una decina di anni dopo la sua creazione, il Marchio nel 2025 ha introdotto il rivoluzionario BR-01, che si ispira agli strumenti aereonautici. Il tondo nel quadrato diventa così la sua signature.
rati agli strumenti di bordo aeronautici, adottano una configurazione unica: un cerchio inscritto in un quadrato.Questa scelta crea un linguaggio visivo immediatamente riconoscibile e fortemente contemporaneo.
Hermès ha esplorato la geometria con il Carré H, definito “l’orologio dell’architetto”. Qui il quadrato non è rigido ma reinterpretato con angoli smussati e giochi di luce, dimostrando come la forma possa essere addolcita senza perdere identità.
Domanda: perché scegliere un orologio non rotondo? In cosa risiede il fascino del quadrato? Gli orologi quadrati non sono per tutti. E forse è proprio questo il punto. Con la loro identità forte: si distinguono immediatamente al polso, possono spesso vantare un’eredità storica: molti modelli infatti sono icone del design del

In alto, Alpina: Alpiner Heritage
Carrée Automatic e, accanto, Tetra di Nomos Glashütte, in quattro varianti di colore.

A beneficio di chi è pronto a compiere una scelta colta e meno convenzionale, infatti oggi sia le grandi Maison storiche sia Marchi più giovani o indipendenti reinterpretano la forma quadrata.
Alcuni lo fanno con approcci classici, altri con design futuristici o sperimentali.
una visione più consapevole, spesso più colta e meno convenzionale del tempo.
Sotto, Tag Heuer, il quadrato sportivo per antonomasia.
XX secolo; affascina il modo in cui risolvano con una vittoria la sfida tecnica: la forma richiede soluzioni meccaniche più complesse e il risultato non puìo che affascinare. Infine, della forma quadrata colpisce l’estetica architettonica: linee pulite, moderne, spesso più “grafiche”.
Chi lo sceglie? In un settore dove la rotondità domina, il quadrato diventa una scelta consapevole, quasi intellettuale.
L’alta orologeria contemporanea dimostra che il quadrato non è un limite, ma un territorio creativo. Un modo per “rompere il cerchio” - letteralmente e simbolicamente. Gli orologi quadrati incarnano una visione alternativa del tempo: meno convenzionale, più audace, spesso più personale. Nel mondo dell’alta orologeria, dove ogni dettaglio conta, la forma diventa linguaggio.
E il quadrato, con i suoi quattro lati perfetti, continua a raccontare una storia di innovazione, stile e identità.
Gli orologi quadrati nell’alta orologeria non sono semplicemente una variazione estetica: rappresentano una presa di posizione. In un settore dove la tradizione tende naturalmente verso la cassa rotonda, scegliere il quadrato significa abbracciare

Le grandi Maison come Cartier o Tag Heuer hanno dimostrato che questa geometria può diventare iconica, trasformando un vincolo formale in un terreno fertile per innovazione tecnica e sperimentazione stilistica. Al tempo stesso, marchi contemporanei come Bell & Ross continuano a reinterpretare il quadrato in chiave moderna, mantenendone intatta la forza espressiva.
Dal punto di vista collezionistico, gli orologi quadrati occupano una posizione particolare: spesso meno diffusi, ma proprio per questo più distintivi. Non sono orologi “di passaggio”, bensì oggetti che costruiscono un rapporto duraturo con chi li indossa. La loro presenza al polso è eloquente, comunicando una sensibilità estetica precisa. C’è poi un aspetto più sottile, quasi filosofico. Il cerchio, da sempre simbolo di perfezione e continuità, rappresenta il tempo ciclico e naturale. Il quadrato, invece, introduce una dimensione più razionale, umana, progettata. Indossare un orologio quadrato significa, in un certo senso, scegliere una visione del tempo più strutturata, più “costruita”, meno legata alla tradizione e più vicina all’idea di design.
In una fase storica in cui l’alta orologeria cerca continuamente nuovi linguaggi per rinnovarsi senza tradire le proprie radici, la forma quadrata si conferma come uno dei territori più interessanti. Non è solo una questione di stile: è un equilibrio tra rigore geometrico e libertà creativa, tra storia e contemporaneità.E forse è proprio qui che risiede il suo fascino più autentico: nel dimostrare che, anche in un mondo fatto di ingranaggi circolari, c’è ancora spazio per pensare - e misurare - il tempo da un’altra angolazione.
Simona Manzione


EColore e visione: Verner Panton
Anticonvenzionale, Verner Panton ha trasformato il design in un’esperienza sensoriale totale. Nato in Danimarca un secolo fa e svizzero d’adozione, il suo universo di colore, luce e forma continua a influenzare il modo in cui viviamo gli spazi. Vitra e Vitra Design Museum, in collaborazione con Verner Panton Design, ne celebrano il genio con una mostra, eventi e riedizioni di pezzi iconici.
A sinistra, la Panton Chair: la prima sedia a sbalzo della storia in polimero, prodotta in un unico pezzo da un solo materiale.
ntrando in uno spazio firmato Verner Panton, c’è un momento in cui la percezione cambia: il colore avvolge, le forme si muovono, l’ambiente smette di essere solo funzionale e diventa esperienza.
Nel 2026, a un secolo dalla nascita, il mondo del design celebra un architetto e designer fuori dagli schemi. Visionario e radicale, Panton ha ridefinito il rapporto tra forma, colore e spazio, anticipando un’estetica immersiva che oggi appare
più attuale che mai. Dalla leggendaria Panton Chair - la prima seduta a sbalzo in polimero monoblocco - fino a progetti come Living Tower o Amoebe e molti altri progetti, tra cui lampade e tessuti, il suo lavoro ha sempre proposto un’idea di

abitare libera, fluida ed emotiva. La collaborazione con Vitra, avviata negli anni Sessanta proprio per sviluppare la Panton Chair, ha dato vita a una delle icone più riconoscibili del design del XX secolo. Un dialogo che continua ancora oggi con l’azienda di famiglia Verner Panton Design e che si traduce in riedizioni e nuove interpretazioni dei suoi progetti.
Parallelamente, il Vitra Design Museum conserva una delle collezioni più importanti dedicate al designer. Il Museo ospiterà da maggio 2026 un’importante mostra, realizzata in stretta collaborazione con la Verner Panton Design, invitando i visitatori a riscoprire un designer visionario, tra Pop, utopia e mondi organici di colore. A raccontarlo è la figlia, Carin Panton von Halem, che restituisce il ritratto di una personalità per cui creare era una necessità vitale: «Essere artista non era un lavoro: era la sua identità. Creava senza sosta. Anche una semplice passeggiata poteva trasformarsi in un’idea». Il colore, elemento centrale della sua ricerca, era per lui molto più di una scelta estetica: «Credeva che i colori facessero parte della gioia di vivere e potessero migliorare la qualità della vita», prosegue Carin Panton, sottolineando che il design del suo celebre genitore è sempre stato slegato dalle mode: «Amava mostrare nuove possibilità e incoraggiare l’immaginazione».
Se la Panton Chair resta una delle sedute più celebri di sempre - «unica e sorprendentemente confortevole», come sottolinea Carin - già la Cone Chair, alla fine degli anni ’50, introduceva il suo linguaggio formale fatto di geometrie pure e volumi scultorei. Negli anni Sessanta e Settanta, questa visione si espande fino a coinvolgere l’intero spazio: Living Tower diventa architettura abitabile, Amoebe esplora forme organiche e avvolgenti, mentre Visiona Stool e Heart Cone Chair traducono comfort e sperimentazione in oggetti quotidiani. Accanto a questi, i Panton Cubes introducono un sistema modulare aperto e ludico, capace di generare infinite configurazioni tra design e scultura. Per il centenario, Vitra celebra Verner Panton con edizioni speciali: una nuova Panton Chair in colori vibranti, prodotta in serie limitata, e una Heart Cone Chair bicolore che esalta il dialogo cromatico tanto caro al designer. Ma più delle riedizioni, è il suo pensiero a restare attuale.Verner Panton continua a esercitare un’influenza concreta e misurabile sul progetto contemporaneo, non soltanto attraverso le sue icone, ma soprattutto attraverso un approccio sistemico al design. La sua idea di “ambiente totale” anticipa infatti una concezione integrata dello spazio, in cui arredo, luce, colore, materiali e percezione sensoriale concor-


rono a definire un’esperienza unitaria. Il suo lavoro può essere letto oggi anche in chiave tecnica: dalla sperimentazione sui polimeri e sui processi industriali - resa emblematica dalla Panton Chair - fino all’uso consapevole del colore come dispositivo psicologico e spaziale, capace di alterare la percezione delle superfici, dei volumi e delle profondità. Panton ha introdotto un linguaggio progettuale in cui la forma non è mai isolata, ma sempre parte di un sistema immersivo. In questo senso, il suo lascito dialoga direttamente con le ricerche contemporanee sull’interior design esperienziale, sul well-being e sulla progettazione multisensoriale. La sua visione suggerisce che lo spazio non debba limitarsi a rispondere a esigenze funzionali, ma possa diventare uno strumento attivo di relazione tra individuo e ambiente. Più che un’estetica, quella di Panton è dunque una metodologia: un invito a superare la neutralità del progetto per costruire ambienti dinamici, identitari e capaci di generare emozioni.
Una prospettiva che oggi, tra innovazione tecnologica e rinnovata attenzione alla qualità della vita, si rivela non solo attuale, ma necessaria.
Simona Manzione
Collezioni che (ri)prendono vita

Veduta della mostra La vita nella sua pienezza.
Maestri antichi, da Duccio a Liotard, fino al 27 settembre al Kunstmuseum Bern. Al centro, uno dei protagonisti, l'artista bernese Niklaus Manuel, con la pala d'altare I santi eremiti Paolo e Antonio, 1518-20.
Il Kunstmuseum Bern apre i forzieri del suo fondo d’opere d’arte antica: un esempio di valorizzazione della propria collezione che mostra come un museo possa indagare il suo patrimonio da prospettive inedite, dando vita a progetti espositivi “pieni di vita”.
Alungo utilizzate dai musei principalmente per stabilizzare il numero di ingressi annuali rispetto ai picchi di affluenza delle esposizioni temporanee di grande richiamo, negli ultimi anni le mostre basate sulle collezioni permanenti stanno invece guadagnando crescente spazio nelle programmazioni. Una strategia di valorizzazione del proprio patrimonio motivata dalla ricerca di una maggiore sostenibilità economica e scientifica: da un lato la riduzione dei costi sempre più proibitivi di prestiti, movimentazione delle opere e relative assicurazioni, dall’altro la volontà di promuovere l’identità della propria istituzione.
E dunque spazio a mostre che attraverso riallestimenti tematici, approfondimenti scientifici o percorsi immersivi rendono finalmente giustizia a opere penalizzate da un concetto espositivo datato o conservate di solito nei depositi, dandone una nuova lettura grazie ad analisi scientifiche e ricerche storiche. Nuove tecnologie e narrazioni contribuiscono inoltre a ren-
dere questo patrimonio più accessibile e accattivante anche per nuovi target di pubblico, trasformando l’esperienza museale da passiva a coinvolgente.
Su capolavori della sua collezione permanente si basa la nuova mostra in corso fino al prossimo 27 settembre al Kunstmuseum Bern. Fra i musei d’arte più antichi della Svizzera, è nato nel 1849 dalla confluenza fra la collezione d’arte dello Stato e quella Società bernese degli artisti. Un nucleo che ha continuato ad ampliarsi fino a raggiungere gli odierni circa quattromila dipinti e sculture, nonché quasi 70mila disegni, stampe, video, installazioni e fotografie, con insiemi di opere significativi di diverse epoche storiche, dal tardo Medioevo ai giorni nostri, espressione del suo rapporto storico con Berna e di una specifica storia collezionistica. La mostra La vita nella sua pienezza. Maestri antichi, da Duccio a Liotard, con una selezione di circa 70 dipinti e alcune opere su pergamena, ne presenta il fondo di opere d’arte antica, dal tardo Medioevo fino all’epoca barocca. La sfida duplice era quella di
far parlare queste opere a diversi target di pubblico, non solo appassionati, e di trovare un filo conduttore fra i contrasti di epoche, scuole e soggetti che nella loro eterogeneità riflettono l’esistenza in tutta la sua ampiezza: il martirio affianca l’autocelebrazione borghese, l’ascesi il fasto, la morale la voluttà. A guidarci fra le sale e dietro le quinte, la curatrice Anne Christine Strobel.
Il Kunstmuseum Bern custodisce una delle collezioni di antichi maestri più importanti della Svizzera. Che cosa rende questo corpus particolarmente distintivo? A rendere unica la collezione è il gruppo di immagini devozionali, altari domestici e frammenti di altari realizzati da celebri pittori senesi e fiorentini tra il XIII e il XV secolo, senza eguali in Svizzera. La collezione si distingue inoltre per il più ampio nucleo al mondo di opere dell’artista bernese Niklaus Manuel. Un’altra peculiarità è rappresentata dal gruppo di opere di Joseph Werner il Giovane, che ebbe una carriera internazionale: tra l’altro, realizzò
raffinatissime miniature molto richieste alla corte del re di Francia, dimostrando la propria maestria anche come ritrattista e come autore di grandi allegorie in stile barocco opulento.
La mostra riunisce immagini religiose e mitologiche, ritratti autocelebrativi dell’élite e personificazioni allegoriche. Quale narrazione ha permesso di collegare generi così diversi?
L’idea di base è offrire una panoramica dei nostri capolavori più significativi e, al tempo stesso, di temi e convenzioni rappresentative delle diverse epoche. Ne è emerso uno scenario di aspetti contrastanti, emblematico della vita nelle sue tensioni e contraddizioni. L’architettura dello storico edificio Stettler in cui è stata allestita la mostra ha a sua volta influenzato l’impostazione tematica. La generosa sala principale, con la sua forma simmetrica, l’alto soffitto a cupola e la scansione delle pareti, si è imposta quasi naturalmente per la presentazione delle pale d’altare. I piccoli cabinet ai lati offrono invece una cornice intima: da un lato per le immagini devozionali di piccolo formato, un tempo destinate alla fruizione privata; dall’altro per le scene mitologiche barocche, incentrate su sensualità, desiderio e violenza sessuale.
Molte opere sono di artisti attivi a Berna. Cosa rivelano riguardo alla città come centro culturale ed economico tra tardo Medioevo e Barocco?
Per secoli, solo un’élite della potente e prospera città-stato di Berna ha potuto permettersi di commissionare e possedere arte. Lo vediamo in diversi gruppi di opere. Alla fine del XV secolo, numerosi polittici vennero donati da famiglie benestanti alla cattedrale appena terminata e ad altre chiese come oggetti di valore pubblico e investimento per la salvezza dell’anima. La crescente domanda dell’epoca contribuì all’insediamento di botteghe pittoriche, dando luogo a una prima fioritura artistica in città. Così, le pale d’altare dei Maestri dei Garofani attivi intorno al 1500 e, poco dopo, quelle di Niklaus Manuel testimoniano la ricchezza degli arredi delle chiese bernesi. Nel periodo barocco, la ricchezza della città-stato si manifesta poi nei ritratti solenni dei patrizi bernesi realizzati da Johannes Dünz
«La Collezione riflette la storia della nostra istituzione, strettamente intrecciata con quella di Berna e del nostro paese. Non deve però essere un arsenale polveroso e immobile. Occorre interrogarla continuamente, osservarla da diverse prospettive e metterla in relazione con temi rilevanti per la società, come fertile punto di partenza delle mostre temporanee»
Anne Christine Strobel, curatrice della Collezione del Kunstmuseum Bern
o nelle nature morte di grande formato di Albrecht Kauw, in cui i committenti facevano mettere in scena con orgoglio il ricco raccolto e i prodotti agricoli delle loro tenute.
Come è giunto invece al Kunstmuseum Bern un capolavoro come la Maestà di Duccio di Buoninsegna?
L’opera è entrata nella collezione del museo nel 1902 come parte dell’eredità di Adolf von Stürler, un pittore di storia e collezionista d’arte originario di Berna. Il suo lascito comprende oltre 1600 disegni e opere di grafica di contemporanei (tra cui Jean-Auguste-Dominique Ingres,


di cui fu allievo e amico) e di sua mano, nonché 61 dipinti e studi a olio realizzati da lui. La sua attività di collezionista fu senza precedenti, specialmente nel campo della pittura italiana antica. La sua raccolta di immagini devozionali, altari domestici e frammenti di grandi pale d’altare di pittori senesi e fiorentini dal XIII al XV secolo costituisce un punto di forza specifico della nostra collezione. Da quando la collezione Thyssen-Bornemisza ha lasciato il Ticino nel 1992, la raccolta di primitivi italiani del Kunstmuseum Bern rappresenta la migliore collezione museale svizzera in questo ambito.

Fra le peculiarità della collezione di Maestri di arte antica del Kunstmuseum Bern, il gruppo di opere di pittori senesi e fiorentini tra XIII-XV secolo donato da Adolf von Stürler, che ha un suo pezzo forte nella Maestà di Duccio di Buoninsegna, 1290-95 (a sinistra), opera più antica qui conservata, e il più ampio nucleo al mondo di opere dell'artista bernese Niklaus Manuel (a destra, Decapitazione di Giovanni Battista, 1514).
La Riforma protestante rappresentò una svolta cruciale. A Berna, come ha impattato sulla produzione artistica?
Anche a Berna l’arte è stata a lungo principalmente al servizio della Chiesa. Con la Riforma vennero meno le committenze in ambito sacro e la produzione artistica diminuì drasticamente. Nel XVII secolo si registra tuttavia una nuova fioritura nella pittura bernese, questa volta in ambito profano e principalmente per uso privato: la ricca élite commissionava ritratti rappresentativi per le gallerie degli antenati, sontuose nature morte per ornare le sale da pranzo o scene mitologiche come piacere visivo sensuale ed erotico. Nacquero inoltre composizioni allegoriche che, negli spazi pubblici, come i municipi, fungevano da guide morali.
Una delle figure più affascinanti della mostra - l’abbiamo già nominato - è l’artista bernese Niklaus Manuel. Chi era e perché è considerato una figura pionieristica?
Niklaus Manuel non fu solo pittore e illustratore, ma anche poeta, mercenario e infine statista. In quest’ultima veste svolse un ruolo chiave nell’introduzione della Riforma a Berna, impegnandosi anche per la rimozione delle decorazioni figurative dalle chiese. Oltre alla sua straordinaria biografia, anche la sua produzione artistica è eccezionale: affonda le radici nella tradizione dell’arte tardo-medievale, ma si distingue per originalità, spazi prospettici e paesaggi dal realismo sorprendente.
Ma non solo questo lo identifica come pittore sulla soglia del Rinascimento: anche la sua nuova consapevolezza di artista, che si manifesta nell’inserimento del proprio monogramma e autoritratto nel San Luca dipinge la Madonna
Le ricerche per la mostra hanno portato anche a nuove scoperte?
Nel corso della preparazione della mostra, tre tavole d’altare dei Maestri dei Garofani e quattro tavole di un ciclo della Giustizia sono state esaminate con la più recente tecnica di riflettografia infrarossa che permette di vedere sotto lo strato pittorico e, dunque, studiare il pro-

Da ammirare in mostra anche colori e maestria delle miniature barocche di Joseph Werner il Giovane, esposte raramente essendo dipinte su pergamena, fragile e sensibile alla luce (sopra, Flora davanti a una fontana, 1666). Nello stesso periodo, la ricchezza dei committenti si manifesta anche nelle nature morte di grande formato di Albrecht Kauw, mettendo in scena i prodotti delle loro tenute (sotto, Dispensa con gallo e gallina, 1678).

cesso esecutivo e analizzare stato di conservazione, fornendo anche indicazioni preziose per l’attribuzione. In mostra presentiamo le scoperte della nostra capo-restauratrice che ha condotto l’analisi.
Quanto è importante oggi per i musei reinterpretare e riattivare le proprie collezioni, invece di fare affidamento principalmente su mostre temporanee di grande richiamo?
La collezione è il nostro patrimonio e costituisce gran parte della nostra identità. In essa si riflette la storia della nostra istituzione, strettamente intrecciata con la storia di Berna e del nostro paese. La collezione non deve però essere un arsenale polveroso e immobile di oggetti. Occorre interrogarla continuamente, osservarla da diverse prospettive e metterla in relazione con temi rilevanti per la società. È quindi un fertile punto di partenza del nostro lavoro, anche per quanto riguarda le mostre temporanee. Come curatrice, cosa si augura che possa portarsi a casa dalla mostra il pubblico che solitamente non frequenta l’arte di questo periodo?
Spero che tutti i visitatori scoprano che queste opere “antiche” ci riguardano ancora. I temi rappresentati tornano, fino ai giorni nostri. La galleria degli antenati del Barocco nella prima sala, ad esempio, ci mostra che l’autorappresentazione - oggi comune sui social media - era già di grande rilevanza nel XVII secolo. Come mettersi abilmente in scena? Persino frutta e verdura allestite nelle nature morte potrebbero essere considerate precorritrici delle “food pic”, in linea con il motto “siamo ciò che mangiamo”. D’altro canto, nel Barocco troviamo molte rappresentazioni di racconti della letteratura antica, che trattano di desiderio sfrenato, dominazione maschile e aggressioni sessuali. Temi che fanno parte della nostra storia culturale. Dopo #MeToo sono tornati maggiormente alla coscienza pubblica e, con i file Epstein, sono nuovamente di stretta attualità. La mostra non impone però questi collegamenti con il presente, che possono essere rintracciati autonomamente dai visitatori.
Susanna Cattaneo
L’economia della tutela
Mentre l’Italia predilige una politica di sovranità culturale su beni di interesse pubblico, la Svizzera antepone la regolazione della circolazione delle opere e l’affidabilità della sua piazza artistica.
L’acquisto del Ritratto di Monsignor Maffeo Barberini attribuito a Caravaggio, annunciato dal Ministero della Cultura italiano lo scorso 10 marzo, va letto per ciò che realmente è: non una semplice operazione museale, ma un atto di politica pubblica. Il comunicato ufficiale parla di atto di acquisto, concluso dopo oltre un anno di trattative e per un corrispettivo di 30 milioni di euro; aggiunge che l’opera, già esposta a Palazzo Barberini dal novembre 2024 sino alla fine della mostra Caravaggio 2025, entrerà stabilmente nel patrimonio dello Stato. La vicenda, dunque, non riguarda l’esercizio della prelazione, bensì un’acquisizione diretta.
La distinzione non è puramente terminologica. Nel sistema italiano, la prelazione culturale presuppone una vendita tra privati già conclusa e denunciata all’amministrazione, rispetto alla quale lo Stato può subentrare alle medesime condizioni economiche. Nel caso Barberini, invece, le informazioni ufficiali descrivono una compravendita negoziata dal Ministero. Il punto è decisivo perché consente di cogliere la natura del modello italiano: la tutela non opera solo come (discutibile) limite al mercato, ma anche come facoltà dello Stato di intervenire nel mercato quando ritenga che un’opera debba essere ricondotta alla sfera pubblica.
Qui affiora la logica profonda dell’ordinamento italiano. L’art. 9 della Costituzione e il Codice dei beni culturali costruiscono intorno al bene culturale uno statuto speciale, nel quale la proprietà privata resta pienamente riconosciuta, ma non esaurisce il significato giuridico del bene. L’opera d’arte di rilevanza culturale è, per definizione, portatrice di un interesse pubblico: da qui vincoli, controlli
sulla circolazione, obblighi di denuncia, limiti all’uscita dal territorio nazionale e poteri acquisitivi pubblici. L’acquisto del Caravaggio Barberini mostra dunque una tutela “positiva”: non solo impedire la dispersione, ma far entrare stabilmente un capolavoro nel patrimonio collettivo.

Il Ritratto di Monsignor Maffeo Barberini attribuito a Caravaggio.
Vista dalla Svizzera, questa impostazione colpisce per contrasto. La Costituzione federale adotta infatti una grammatica diversa: l’art. 69 affida il settore culturale in primo luogo ai Cantoni, mentre l’art. 78 impone alla Confederazione, nell’adempimento dei propri compiti, di avere riguardo anche ai “monumenti naturali e culturali”. Ne deriva un assetto meno centralizzato di quello italiano e, sul piano federale, meno orientato a una politica unitaria di acquisizione pubblica di opere simboliche. La Confederazione sostiene, coordina e disciplina; non si presenta, invece, come il fulcro di una strategia na-

Adriano A. Sala, avvocato e socio dello Studio legale e notarile Olgiati Ghiringhelli Sala di Lugano, specializzato in diritto del mercato dell’arte.
zionale di ampliamento delle collezioni pubbliche paragonabile a quella che il caso Barberini porta oggi in evidenza. La differenza emerge con particolare chiarezza nella Legge federale sul trasferimento internazionale dei beni culturali. Il suo baricentro è la circolazione lecita dei beni: importazione, esportazione, transito, rimpatrio, obblighi di diligenza per gli operatori del commercio d’arte e delle aste, tenuta dei registri e conservazione dei documenti giustificativi per trent’anni. La stessa garanzia di restituzione per i prestiti museali, prevista dalla legge e regolarmente applicata dall’Ufficio federale della cultura, conferma questa impostazione. La Svizzera federale tutela soprattutto la provenienza, la tracciabilità e la liceità del movimento delle opere; l’Italia, quando lo ritiene necessario, compie un passo ulteriore e usa la mano pubblica per determinarne la destinazione.
È per questo che il caso Barberini interessa: ricorda che il diritto dell’arte non disciplina soltanto la circolazione della ricchezza culturale, ma ne orienta anche l’allocazione. In Italia, l’acquisto pubblico (diretto o per il tramite della prelazione) resta uno strumento di sovranità culturale. In Svizzera, la leva federale si esprime soprattutto nella regolazione della circolazione internazionale e nella protezione dell’affidabilità della piazza artistica. In entrambi i casi, la tutela non è mai neutrale: decide, in ultima analisi, a chi un’opera debba appartenere e in quale spazio pubblico debba continuare a vivere.

A sinistra, Maestro della tela jeans, Madre mendicante con due bambini, ca. 1650-1665, olio su tela, appena entrata nella Collezione della Pinacoteca cantonale Giovanni Züst, Rancate, grazie alla donazione della Fondazione Dr. Joseph Scholz. Accanto uno dei capolavori conservati dal museo, San Pietro in carcere di Giovanni Serodine, ca. 1628-30, olio su tela.

La lezione del passato
Dopo la donazione di Giovanni Züst che sessant’anni fa le ha dato origine e nome, la Pinacoteca cantonale di Rancate ha continuato ad accrescere il suo patrimonio non solo grazie ad acquisti, ma anche tramite ulteriori lasciti e depositi, diventando un punto di riferimento per la conservazione, lo studio e la valorizzazione di opere di artisti attivi sul territorio ticinese dal XVII al XIX secolo. Fresca di inizio anno, la donazione di un importante dipinto che si inserisce nel filone della “pittura della realtà” in voga nel Seicento in tutta Europa, realizzata da un autore ancora anonimo, ma che negli ultimi anni ha goduto di crescente attenzione da parte della critica. Il curioso soprannome con cui viene identificato, Maestro della tela jeans, indica la presenza in una decina delle sue opere a noi giunte del tessuto oggi comunemente definito jeans: probabilmente una storpiatura anglofona di “Blue de Gênes”, espres-
Con la sua nuova mostra, la Pinacoteca cantonale Giovanni Züst di Rancate offre una panoramica sull’arte fra il XIV e XIX secolo nelle collezioni pubbliche ticinesi, che vuole anche essere un invito a riflettere sulla futura valorizzazione di questo patrimonio del territorio.
sione usata per indicare il fustagno che i genovesi adoperavano per le vele delle navi e che già dal Cinquecento veniva spedito in Inghilterra (ben prima di Levi Strauss). Mentre due delle tre più importanti opere del “Jean Genius” messe in vendita lo scorso anno dalla Galleria Canesso - che è stata centrale nella riscoperta di questo autore - hanno preso la strada di importanti destinazioni museali estere che saranno svelate prossimamente, Madre mendicante con due bambini ha trovato casa a Rancate grazie alla generosità della Dr. Joseph Scholz Stiftung, che da anni contribuisce ad arricchire le raccolte dei principali musei svizzeri e che questa volta ha scelto una collocazione a pochi chilometri da dove l’opera è stata conservata per secoli (inscritta negli inventari di Villa Airoldi ad Albiate dal 1665) e dall’area lombarda dove probabilmente il pittore fu attivo. La si può scoprire nella nuova mostra che apre la programmazione del 2026 della Pinacoteca Züst, la prima sotto
la gestione integrale del nuovo direttore Elio Schenini che raccoglie il testimone dall’esemplare Mariangela Agliati Ruggia. Lo “sguardo di insieme” offerto dalla rassegna appena inaugurata, in corso fino al 23 agosto, vuole essere una ricognizione sull’arte fra il XIV e XIX secolo nelle collezioni pubbliche ticinesi, a partire dalla quale riflettere su come gestire e ulteriormente valorizzare questo patrimonio.
Alla soglia dell’importante intervento di ristrutturazione e ampliamento in programma a fine 2027, la Pinacoteca Züst ha sentito infatti l’esigenza di interrogarsi sulla propria “collocazione” anche in senso più ampio. Ha dunque voluto riunire alcune delle opere più significative risalenti al periodo compreso tra il tardo Medioevo e la seconda metà dell’Ottocento, integrando pezzi della sua collezione con prestiti di dipinti e sculture conservati presso il Museo d’arte della Svizzera italiana, l’Archivio di Stato, il Museo di Casa Rusca, il Museo Vela,
Alcune fra le opere in mostra alla Pinacoteca Züst da collezioni pubbliche ticinesi.
Da sinistra, in senso orario, Joos de Momper, Paesaggio con viandanti, ca. 1600-30, olio su tela, Fondazione Monte Verità, Donazione Eduard von der Heydt. Antonio Ciseri, L’Italia risorta, 1859, olio su tela, Collezione Città di Locarno. Ignoto (attributo a Francesco Casella), Adorazione dei magi, ca. 1510, olio su tavola, Pinacoteca Züst, Rancate. © Foto

il Museo d’arte di Mendrisio, il Museo di Villa dei Cedri, il Museo storico etnografico della Valle di Blenio e alcuni edifici ecclesiastici. Oltre a capolavori dei due principali esponenti della pittura seicentesca ticinese, Giovanni Serodine e Pier Francesco Mola, fra il centinaio di opere esposte figurano dipinti e sculture di Bernardino Luini, Tommaso Rodari, Domenico Fetti, Giuseppe Antonio Petrini, Angelika Kauffmann, Carlo Bossoli, Vincenzo Vela e Antonio Ciseri, ma anche autori esteri, quali i paesaggisti fiamminghi confluiti nelle raccolte pubbliche ticinesi grazie a collezionisti privati originari del Nord Europa insediatisi in Ticino. Il percorso, che segue un ordinamento cronologico per raggruppamenti tematici e di genere, tratteggia così gli snodi principali dell’arte ticinese durante i secoli in esame, testimoniando come abbia saputo proiettarsi ben oltre i confini regionali sulla scia dell’emigrazione delle maestranze artistiche, che portò schiere di lapicidi, stuccatori, capomastri e poi architetti, pittori e scultori nelle principali città d’Italia e del Nord Europa, fino alla Russia. Vitale, sin dal Medioevo, l’intenso rapporto con la Lombardia e, più in generale, con la penisola italiana, sino ai moti risorgimentali che trovano espressione in opere come lo Spartaco del Vela e L’Italia risorta del Ciseri, al centro della nona ampia sezione dedicata all’Ottocento che chiude la rassegna. Anni in cui la frequentazione dell’Accademia di Brera era un passaggio obbligato per gli artisti ticinesi che spesso rimanevano poi a Milano.
Al di là della piacevolezza della visita, come anticipato la mostra lancia una ri-

flessione sul ruolo che la Pinacoteca Züst potrà svolgere in un panorama culturale cantonale profondamente evoluto rispetto alle sue origini. Se all’epoca della sua istituzione i musei del territorio si contavano sulle dita di una mano, oggi ci si confronta infatti con un’offerta variegata che affianca realtà come il Masi Lugano e il Museo d’arte di Mendrisio, alle collezioni pubbliche nate dalla libera iniziativa di artisti e collezionisti (in particolare, Spartaco Vela, Antonio Caccia, Marianne von Werefkin, Jean Arp, Emilio Sacchi, Adolfo Rossi e Max Huber, oltre ovviamente a Giovanni Züst), affiancate da istituzioni cantonali prestate alla conservazione di dipinti e sculture pur senza esser veri e propri musei, quali l’Archivio di Stato o la rete dei musei etnografici e i numerosissimi edifici ecclesiastici. Un’eterogeneità che se da un lato è arricchente, dall’altro evidenzia la mancanza di una regia unitaria nella politica culturale cantonale che ha determinato uno sviluppo non sempre organico e coerente. Di qui la necessità di definire con un approccio più razionale l’identità e la missione delle diverse realtà museali, in un’ottica di complementarità

che, senza intaccarne l’autonomia, possa anche suggerire sinergie, sempre benvenute quando si sa che i fondi a disposizione della cultura non largheggiano. Già annunciata anche l’esposizione autunnale, una monografica dedicata a uno degli artisti di cui già la presente mostra offre un assaggio, trattandosi di un protagonista del Settecento lombardo e italiano: Giuseppe Antonio Petrini (16771759). Il suo nome è legato a Carona dove nasce nel 1677 e, dopo la formazione tra Genova e la Torino sabauda, e successivamente l’avvio di carriera in Valtellina e Piemonte, rientra non tardando a imporsi sulla scena artistica locale. A oltre trent’anni dall’ultima monografica a Lugano, sarà l’occasione per fare il punto sugli studi dedicati a quest’artista di straordinaria qualità pittorica affiancando ai quindici dipinti conservati dalla Pinacoteca Züst importanti prestiti.
La mostra attualmente in corso troverà invece l’anno successivo un suo pendant in una rassegna complementare con focus sulle collezioni private. Un secondo capitolo che avrà anche l’obiettivo di stimolare ulteriormente famiglie, fondazioni o altre realtà che conservano opere d’arte antica del territorio meritevoli a condividere il loro patrimonio rivolgendosi a istituzioni che possano custodirle e studiarle, mettendole in dialogo con il loro contesto e contribuendo alla loro valorizzazione.
Susanna Cattaneo
Bentornato a casa, Borromini!

Sottraendosi alla logica delle iniziative culturali che spesso tallonano le grandi ricorrenze con un concentrato di eventi, il progetto Borromini 2026 ha volutamente scelto un anno privo di date simboliche per proporre un percorso di approfondimento dedicato a vita, opera ed eredità dell’architetto ticinese, fra i maggiori interpreti del Barocco europeo. «Per alcune personalità di capitale importanza non sempre è possibile attendere le celebrazioni rituali dei centenari. Per Borromini (Bissone1599Roma 1667) lo si è fatto, a livello federale e cantonale, nel 1967 e poi nel 1999, di cui ricordiamo ancora la riproduzione del San Carlino di Mario Botta sul lago di Lugano. Ma a volte si impone l’esigenza di una nuova messa a fuoco», spiega lo storico dell’arte Nicola Soldini, curatore del progetto nato da una sua iniziativa.
Se Francesco Borromini sin dalla sua epoca ha suscitato reazioni divisive tra chi ne esaltava il genio e chi lo accusava
Un progetto fuori dalle ricorrenze e dagli schemi che unisce istituzioni, territorio e linguaggi per rileggere un assoluto protagonista del Barocco europeo, riportandolo nella sua terra di origine.

di eresia estetica, oggi il progetto a lui dedicato fa invece l’unanimità, qualificandosi come un modello di collaborazione tra istituzioni culturali: il Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport del Cantone Ticino, il Comune di Bissone, la Biblioteca cantonale di Lugano, l’Archivio del Moderno dell’Accademia di Architettura di Mendrisio, la Biblioteca Salita dei Frati e il Teatro Sociale di Bellinzona, con il sostegno di Mendrisiotto Turismo. Una coralità che ha permesso di costruire un programma variegato, diffuso sull’intero territorio, con un dispendio contenuto di risorse. A garantirne la coerenza, la regia di Nicola Soldini.
La mostra alla Biblioteca cantonale di Lugano, Borromini in stampa , dedicata alla ricezione critica dell’architetto dal Seicento a oggi e costruita su un ricco materiale bibliografico proveniente da numerose istituzioni ticinesi e svizzere, ha offerto il punto di partenza per strutturare in parallelo alla sua durata, fino al

Sopra, il genio innovativo di Borromini si dispiega nella chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane (1634-1641), fra i capolavori dell’architettura barocca che progettò a Roma.
19 maggio, una serie di appuntamenti che coinvolgono l’intero territorio. «A complemento di questa mostra che, senza pretese di spettacolarizzazione, propone un approccio più filologico e riflessivo, basato su libri, incisioni e materiali originali a stampa, ho voluto sviluppare il progetto come un mosaico di eventi per presentare Borromini attraverso la pluralità di punti di vista e linguaggi, riprendendo una forma di “cultura diffusa”. In particolare, sono previste sei conferenze che escono dalla riflessione accademica per rivolgersi a un pubblico ampio e curioso. L’adesione di nomi di grande prestigio, a partire da Joseph Connors, massimo studioso dell’architetto, che ha accolto con grande
piacere l’invito a raggiungerci da Boston per parlare di tre opere geniali come il San Carlino, Sant’Ivo e Palazzo Falconieri, è emblematica dell’entusiasmo suscitato dal progetto», sottolinea Nicola Soldini. Lui stesso terrà una conferenza sul giovanissimo Borromini (21.04), seguita dal focus di Richard Bösel (23.04) sulla progettazione del San Carlino, a partire dai disegni - in gran parte conservati all’Albertina di Vienna, di cui è stato direttore - per comprendere la genesi di un’architettura tanto stupefacente. Le successive tre conferenze affronteranno aspetti tematici più specifici: l’originalissima ma incompiuta chiesa di Santa Maria dei Sette Dolori (05.05); la passione dell’architetto per le scienze naturali che nutre chiaramente i suoi progetti (12.05); infine, il confronto con la “storia” nel restauro conservativo di San Giovanni in Laterano, di matrice opposta rispetto all’approccio adottato nel cantiere della Basilica di San Pietro, cui aveva partecipato al seguito di Carlo Maderno (19.05).
Oltre ad aprire il 14 aprile il ciclo di conferenze all’Accademia di Architettura, Joseph Connors il giorno successivo sarà protagonista anche di una fra le due conversazioni pubbliche previste a Bissone, momenti più informali che esplorano modalità di narrazione storica. «Uno degli obiettivi del progetto è proprio far tornare a casa Borromini. Non sappiamo se sia mai rientrato da Roma nel suo paese natale. La mia impressione è che un architetto così celebrato ne sentisse meno l’urgenza rispetto ai suoi conterranei che facevano i pendolari dai cantieri europei ai quali fornivano manodopera specializzata. Va anche precisato che il villaggio di Bissone, annesso alla Confederazione svizzera dal 1515, ma compreso, come gran parte del Ticino, nella diocesi di Como, e lombardo nell’essenza culturale. Così nei documenti romani è detto mediolanensis, indicando un’appartenenza più ampia lombarda, coerente con una condizione comune, storica, dell’arco prealpino, e consolidata dalla sua prima formazione milanese», spiega Nicola Soldini.
Il programma si estende anche ad altri linguaggi: il teatro, con la pièce Lettere a Bernini di Marco Martinelli al Sociale di Bellinzona, capace di restituire un Seicento sorprendentemente contemporaneo; e la musica barocca, con il concerto del trio guidato da Luca Pianca nella chiesa di San Carpoforo, dove l’artista fu battezzato.
Sotto, uno spaccato dell’Oratorio dei Filippini (1637-50) verso l’altare e la libreria alzata, e accanto una veduta della facciata della Chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza (1642-60), rispettivamente tratti dall’Opus Architectonicum di Borromini e dall’Opera, pubblicazioni fondamentali per illustrare le invenzioni borrominiane. Interrotto dalla sua morte, il grande progetto editoriale voluto dall’architetto stesso per spiegare “dall’interno”, attraverso apparati illustrativi e scritti, la sua visione, venne realizzato a inizio Settecento dall’editore Sebastiano Giannini.


Borromini 2026 si inserisce così nella fioritura di studi degli ultimi decenni che hanno restituito nuove chiavi di lettura, delineando un’immagine rinnovata dell’architetto: più complessa e, per certi aspetti, più affascinante, non riducibile né alla rivalità con Gian Lorenzo Bernini né alla formazione da semplice lapicida. «Il suo fu certamente un carattere non facile, ma andando oltre gli stereotipi emerge un intellettuale di grande, più complessa cultura. Alla sua morte lasciò circa un mi-
gliaio di libri, un numero del tutto eccezionale per un architetto dell’epoca, che testimonia la pluralità dei suoi interessi e il suo continuo confronto con altri campi del sapere. Accanto a una natura incline agli scatti d’ira, vi era poi anche una straordinaria capacità di amicizia con un ristretto gruppo di interlocutori colti e ricettivi. E, nonostante il conflitto che lo opponeva a Bernini esisteva tra i due anche una consonanza profonda: forse erano gli unici capaci di cogliere pienamente la grandezza reciproca», conclude il curatore. Una grandezza alla quale Borromini 2026 permette a un pubblico più ampio di avvicinarsi, con un’impostazione che, evitando l’effetto inflazionistico delle celebrazioni, restituisce con maggiore efficacia la singolarità di questa monumentale personalità, ancora capace di parlare al presente.
Ne emerge anche un modello replicabile: iniziative leggere sul piano finanziario ma dense sotto il profilo scientifico e culturale, capaci di attivare reti istituzionali e produrre valore territoriale. In questo senso, Borromini 2026 va oltre l’occasione puntuale, disegnando un’“architettura” che potrebbe ispirare altri progetti.
Susanna Cattaneo
DAVOS

Kirchner Museum Davos
Kirchner. Picasso
“Aspetto una mostra internazionale in cui Picasso e io dovremmo essere esposti fianco a fianco”, scriveva nel 1933 Kirchner. Quasi cent’anni dopo, questa visione diventa realtà. Un dialogo tra due artisti attivi nella stessa epoca ma che mai si incontrarono. Insiemi tematici rivelano punti in comune. Nonostante posizioni diverse, Kirchner e Picasso reagiscono a sconvolgimenti storici simili, ciascuno con il proprio linguaggio. Kirchner segue con attenzione l’evoluzione di Picasso. La mostra illustra anche come questo scambio influenzi la produzione tardiva di Kirchner senza comprometterne l’indipendenza. La sua opera della maturità appare così non come un ritiro nel mondo alpino, ma come una presa di posizione consapevole all’interno della modernità internazionale.
Fino al 5 maggio
Sopra, Kirchner, Sitzende Dame (Erna Kirchner), 1926, olio su tela, 120x90 cm, Kirchner Museum Davos, donazione Benvenuta Family Foundation 1996. Al centro, Giotto, Madonna di San Giorgio alla Costa, tempera su tavola, 180x90 cm, Firenze, Museo Diocesano di Santo Stefano a Ponte. A destra, in alto da sinistra, Jean-Frédéric Schnyder, Die Rigi, 17.12.2024, olio su tela, e rote Blume, 2024, olio su tela. In basso, diverse opere in maiolica e in gres di Petra Weiss, 2015-2024.
Galleria nazionale dell’Umbria
Giotto e san Francesco Una rivoluzione nell’Umbria del Trecento
«Così come Francesco trasforma il rapporto dell’uomo con il creato, riconoscendo la sacralità della natura, Giotto, con il tratto del suo pennello, restituisce carne e umanità al divino, inscrivendo l’eterno nel volto degli uomini»
Alessandro Giuli, Ministro italiano della Cultura

PERUGIA
L’Umbria celebra l’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi con un grande evento espositivo al quale è stata conferita la medaglia del Presidente della Repubblica. La rassegna si sofferma sul momento epocale in cui il carisma di Francesco incontra il genio di Giotto segnando la nascita dell’arte moderna, con un linguaggio capace di imbrigliare e restituire la realtà e i suoi affetti con una coerenza e una credibilità fino ad allora del tutto inedite. Una stagione straordinaria ripercorsa attraverso oltre 60 opere, realizzate da Giotto, Simone Martini e Pietro Lorenzetti. Fino al 14 giugno


Masi Lugano
Jean-Frédéric Schnyder
La pittura 2024/25
Considerato tra gli artisti più originali e influenti della scena svizzera, in oltre 60 anni di attività Jean-Frédéric Schnyder (Basilea, 1945) ha dato vita a una produzione originale, mantenendo un profilo al contempo discreto e centrale nel panorama internazionale. Ironia, poesia e sperimentazione si fondono nella sua opera che, attraversando generi e stili diversi, esplora la realtà quotidiana con uno sguardo sempre libero e personale.
La mostra al Masi riunisce un nuovo ciclo di dipinti realizzati negli ultimi due anni, tra cui piccoli paesaggi en plein air eseguiti in regioni montane della Svizzera, accanto a cui vengono presentate due creazioni iconiche, la serie Billige Bilder (Quadri economici, 2000-19) e il monumentale Stilleben (Natura morta, 1970). Fino al 9 agosto
Spazio Officina
Petra Weiss. La bellezza esiste
Oltre 150 lavori in ceramica, grès, marmo, bronzo e vetro documentano l’importante ricerca di Petra Weiss (Cassina d’Agno, 1947) sulla materia, in 60 anni di intensa attività. Le sue opere, caratterizzate da forme quasi ieratiche e da una ricerca cromatica sofisticata, invitano al silenzio e alla contemplazione.
È una bellezza che si manifesta nella sintesi degli elementi naturali e che vive nello spazio espositivo quasi come una partitura musicale visiva, dalle piccole forme alle grandi stele verticali.
Fino al 19 aprile

Cecilia Toscanelli
Ricercatrice post-dottorale, Dipartimento di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni, Università di Berna


Il sogno della Spider 124
Nata nel clima di entusiasmo degli anni Sessanta, la Fiat 124 Sport Spider incarnò l’eleganza e il piacere di guida accessibile, diventando un’icona anche grazie alla versione Abarth e al successo internazionale.
Esattamente sessanta anni fa, l’Europa viveva nel pieno di un’epoca irripetibile, fatta di benessere economico e di entusiasmo e l’Italia ne era il fulcro, con il suo stile di vita ma anche con la sua produzione industriale in cui tutto ciò si traduceva.
La linea era un bellissimo esempio di eleganza, quasi leggiadra, opera del giovane designer americano Tom Tjaarda che all’epoca lavorava per Pininfarina e che rimase a lungo in Italia disegnando anche la mitica De Tomaso Pantera. Alcuni particolari, come la bella strumentazione sportiva identica alla Dino, ne im-

Sopra, la Fiat 124 Sport Spider che, nella sua lunghissima carriera, è stata oggetto di continue evoluzioni.
La Fiat era uno dei più grandi costruttori mondiali e poteva permettersi di essere presente in tutti i segmenti, dalle utilitarie fino alle ammiraglie, passando per le auto sportive: la 124 Sport Spider fu l’esempio perfetto di come si poteva rispondere alla voglia del pubblico di divertirsi al volante, partendo dalla base di una normale berlina da famiglia, con cui condivideva la semplice meccanica e il pianale, opportunamente accorciato come anche nel caso dell’Alfa Romeo Duetto, la sua rivale di sempre.
preziosivano l’immagine a discapito della motorizzazione di lancio di soli 1400cc, perciò poco incline all’uso sportivo, che venne però sostituita tre anni dopo dalla versione 1600cc con doppio carburatore e due belle “gobbe” sul cofano, versione che rimase a mio avviso una delle più riuscite. Fu proprio un esemplare così, bianca con interni neri, scovata in un garage di Milano, con già quindici anni di strada sulle spalle, che mi fece perdere la testa e mi convinse, per averla a dare in permuta la Golf, regalo dei miei genitori. Ricordo ancora lo sconcerto di mio padre quando tornai a casa annunciando l’acquisto, ma ricordo anche i tanti giorni felici che quella vecchia 124 Spider mi seppe regalare.

Le note vicende relative alla crisi energetica dei primi anni Settanta mortificarono temporaneamente le ambizioni di sviluppo del modello di serie, ma la bella scoperta torinese dimostrò di avere ancora molto potenziale da esprimere dando vita al progetto della leggendaria 124 Abarth, cattivissima versione sportiva che veniva venduta solo in tre colori, rigorosamente con i cofani neri opachi antiriflesso, e che diede inizio all’epoca d’oro delle vittorie Fiat e Lancia nei rally internazionali. Il successo commerciale fu grande anche nel mercato americano, per il quale fu preparata un’apposita versione, e che diede l’impulso all’ultima serie, costruita negli stabilimenti Pininfarina e venduta nei primi anni Ottanta anche nel vecchio continente con la denominazione Spidereuropa. Il canto del cigno fu la raffinata versione Volumex, oggi molto ambita dai collezionisti, con i suoi bellissimi colori metallizzati, gli interni in pelle e il motore da 2 litri con compressore volumetrico che tornava ad avere prestazioni di assoluto rilievo con i suoi 136 Cv e che uscì di produzione definitivamente nel 1985. Ma la storia non finì e ci piace ricordare che, nel 2016, la Fiat, guidata in quel momento da Sergio Marchionne, lanciò la nuova 124 Spider, basata sul pianale della Mazda Miata, nell’ambito del progetto che diede vita a una serie di nuovi modelli del Gruppo Fca.
La macchina era piacevole e richiamava lo stile della sua antenata, anche in versione Abarth, ma non riuscì a rinverdire i fasti di quell’epoca irripetibile in cui l’idea di una semplice gita al mare con i capelli al vento era il sogno di ognuno di noi, appassionati automobilisti.
Marco Betocchi
Scuola, lavoro, impresa
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domande intelligenti

In un contesto di euforici entusiasmi una lettura di sano realismo sulle molte contraddizioni che strumenti tecnologici sempre più potenti nascondono. Come formulare domande, per ottenere risposte tecnologicamente intelligenti?
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Un concentrato di spirito urbano
Attente alla spaziosità nonostante le dimensioni compatte: le nuove citycar puntano su interni flessibili per assicurare capienza, insieme a dotazioni tecnologiche al passo con i tempi, motorizzazioni efficienti e stile da vendere.

Renault 4E-Tech
Dopo il successo di Renault 5, Clio e Twingo, non poteva mancare la mitica Renault 4, ora in chiave moderna, con tanta tecnologia e motore elettrico. Un omaggio all’antenata lanciata negli anni Sessanta assieme alla 2 cavalli. Come crossover compatta, alta 18 cm da terra, offre anche lei uno stile originale, sia fuori che dentro, con tante chicche di design che sorpendono il conducente, compreso un simpatico portabaguette in paglia accanto al tunnel fra i sedili anteriori. Oltre ad avere uno stile originale, dentro è spaziosa e con un baule capiente e ben accessibile.
Iconico il frontale caratterizzato da un elemento orizzontale trasparente che integra i fari full e il logo della casa illuminato, ricordando l’ampia mascherina montata nella 4 a partire dal 1967. Lo stile della “vecchia” 4 si ritrova pure nel terzo finestrino trapezoidale, nel portellone inclinato e nei fanali a forma di “pastiglia” ai lati del
portellone. Le tre vistose linee orizzontali scolpite nella carrozzeria sono un omaggio alle protezioni in plastica della Renault 4 Gtl, riprese anni fa già dalla Cactus. A differenza della “base” Evolution, la Techno e la più “ricca” Iconic hanno le barre sul tetto di serie. In un secondo momento arriverà la Plein Sud, ispirata alla Plein Air sempre degli anni ’60 con tetto motorizzato in tessuto lungo 92 cm e largo 80 cm. Gli interni hanno un aspetto tecnologico e sono ben assemblati, con zona della plancia davanti al passeggero rivestita in ecopelle con cuciture a contrasto, proprio come una volta. Ampi e ben posizionati gli schermi del cruscotto e dell’infotainment, il primo di 10,3” (di 7” nella “base” Evolution) fornisce parecchie informazioni ed è personalizzabile. Quello dell’impianto multimediale è di 10,2” e orientato verso il guidatore. È reattivo, facile da usare e basato su Android Automotive. Comodi i tasti a sfioramento nel volante che è anche ri-

scaldabile. Intuitive le levette per regolare il clima automatico monozona, di serie per tutte le versioni. Per riscaldare l’abitacolo, il clima sfrutta una pompa di calore, sistema più raffinato, che consuma meno energia rispetto alle classiche delle resistenze elettriche. L’abitacolo è luminoso e offre generoso spazio ai passeggeri davanti; l’Iconic ha sedili riscaldabili e quello del conducente con supporto lombare regolabile elettricamente. Dietro due adulti di media corporatura hanno molto agio per testa e ginocchia. Non male la capienza del bagagliaio e l’accessibilità è ottima grazie alla soglia di carico di appena 61 cm da terra, in opzione pure il portellone motorizzato.
Davvero facile e pratica da guidare, incassa bene anche le buche oltre a essere molto maneggevole, lunga 414 cm. Propone una batteria 40 kWh e 120 cavalli con 300 km di autonomia oppure 52 kWh e 150 cavalli per 400 km di autonomia. Alle colonnine a corrente alternata servono circa 5 ore per il fare il pieno, in corrente consente di passare dal 15 all’80% di carica in 30 minuti (in condizioni ottimali). Viene proposta nelle tre versioni Evolution, Techno e Iconic a partire da Chf 29.500.-.

Kia Stonic
Fresca di un profondo restyling estetico e tecnologico con dotazione più ricca, la Kia Stonic 2026 si presenta con il nuovo family feeling Kia, mantenendo però la semplicità meccanica che l’ha resa un successo nel segmento delle B Suv. Il restyling ha portato in dote il linguaggio stilistico Opposites United già visto sulla EV9. Il frontale sfoggia la nuova firma luminosa Star Map con luci diurne a forma di T. Le dimensioni rimangono contenute, rendendola perfetta per l’uso urbano senza sacrificare l’abitabilità.
La vera rivoluzione è all’interno, con doppio display panoramico da 12,3 pollici che abbraccia quadro strumenti e infotainment in un’unica cornice. La plancia è minimalista ma con assemblaggi ben fatti e tra i plus per la categoria, le luci ambiente personalizzabili e il cassetto illuminato.
Sotto il cofano pulsa un tre cilindri turbo benzina 1.0 T-GDi a iniezione diretta mild hybrid a 48V di 115 cavalli, più che sufficienti per muoversi con disinvoltura in qualsiasi situazione. La batteria agli ioni di litio da 48V collegata a un motogeneratore elettrico recupera energia in frenata e rilascio, consente uno start&stop più fluido rispetto ai sistemi a

12V e veleggiamento a velocità costante con motore termico spento. In accelerazione e ripartenza, l’energia accumulata assiste il motore termico riducendo consumi e carico di lavoro. Nel test consumi sul percorso standard di Automoto. it, la media si è attestata su 6 litri ogni 100 km. Qualche limite emerge invece sulle strade extraurbane, dove alle alte velocità lo sterzo perde un po’ di precisione.
La dotazione Adas di livello 2 comprende cruise control adattivo, blind spot, limitatore di velocità e frenata d’emergenza automatica. Il tallone d’Achille è il mantenimento di corsia, piuttosto invadente con continue correzioni che disturbano la guida, mentre gli altri sistemi risultano ben calibrati. Kia Stonic è disponibile a partire da Chf 27.450.- per la versione Urban con motore 1.0 da 100 Cv. La GT-Line provata con il 1.0 mild hybrid da 115 Cv e cambio automatico Dct raggiunge Chf 33.950.-.

Hyundai Inster
Il modello più compatto della Casa coreana è 100% elettrico: un prezzo d’attacco inferiore ai 25mila franchi (24.490.- per la versione 97 Cv e da 28.500-. per la 115 Cv) e un’autonomia dichiarata vicina ai 400 km, ne fanno una delle baby elettriche più interessanti degli ultimi anni. Dotata di tante soluzioni per massimizzare l’abitabilità, la piccola Hyundai ha dimensioni compatte e adattissime alla città, lunga 3,82 m e larga solo 1,61 m, che la rende adatta anche alle vie e ai parcheggi più stretti. Anche a bordo, la Inster sfrutta al massimo gli spazi, garantendo notevole capacità di carico in rapporto alle dimensioni e anche spazio per le gambe e la testa. Il design della plancia è gradevole, ma ci sono diverse plastiche dure anche nelle parti più in vista. C’è comunque qualità negli assemblaggi e nella solidità complessiva degli interni. La dotazione tecnologica si compone di due schermi da 10,25” ciascuno. I pulsanti principali sono concentrati nella console centrale: bisogna farci l’abitudine per azzeccare quelli del climatizzatore.



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Audi Q3 SUV e-hybrid da CHF 379.– / mese incl. vantaggio di prezzo PMI del 14,3%
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Audi Q3 SUV e-hybrid 200 kW, 272 CV, S tronic 6 marce, 1,7 l/100 km, 13,9 kWh/100 km, 39 g CO₂/km, cat. C. Prezzo normale CHF 55 300.–, dedotto vantaggio di prezzo per PMI CHF 7900.– (composto da bonus premium CHF 1820.– e sconto EnterprisePlus CHF 6080.–), sconto totale 14,3%, prezzo di acquisto in contanti CHF 47 400.–. Tasso d’interesse annuo effettivo di leasing: 2,01%, durata: 48 mesi (10 000 km/anno), pagamento straordinario: CHF 9480.–. Rata di leasing: CHF 379.–/mese, assicurazione casco totale obbligatoria esclusa. Modello raffigurato: Audi Q3 SUV e-hybrid 200 kW, 272 CV, cambio S tronic 6 marce, 1,7 l/100 km, 13,9 kWh/100 km, 39 g CO₂/km, cat. D. Bianco Ghiaccio Metarizzato, esterni S line, pacchetto esterni nero, Tech, chiave comfort senza Safelock, proiettori a LED plus e luci posteriori a LED pro, cerchi Audi Sport a 5 razze a W in nero a contrasto opaco, torniti a specchio, 8,5 J × 20, pneumatici 255/40 R20, vetri parasole oscurati. Prezzo normale CHF 67 030.–, dedotto vantaggio di prezzo per PMI CHF 9580.– (composto da bonus premium CHF 2210.– e sconto EnterprisePlus CHF 7370.–), sconto totale 14,3%, prezzo di acquisto in contanti CHF 57 450.–, pagamento straordinario: CHF 11 490.–. Rata di leasing: CHF 499.–/mese. La concessione del credito è vietata se porta a un eccessivo indebitamento del consumatore. Finanziamento tramite AMAG Leasing SA. Promozione valida sui contratti stipulati tra l’1.3. e il 30.6.2026 o fino a revoca. Con riserva di modifiche. Offerta valida per tutti i veicoli importati tramite AMAG Import AG. Prezzi raccomandati non vincolanti dell’importatore AMAG Import AG. EnterprisePlus: promozione commerciale, valida solo con iscrizione nel registro di commercio e immatricolazione ad azienda.