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Anteprima Come smettere di tormentarti

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DIALOG HI TERAP EUT I CI

COME SMETTERE DI TORMENTARTI

«Ogni dolore dell’anima è fatto per andare via: è la tua ostinazione che lo trattiene. Elimina la causa, non commentarlo, guardalo e basta. Il dolore non va combattuto né spiegato, va accolto, perché possa svolgere il suo compito: staccarti da una parte di te che appartiene al passato»

RIZA

D I A LO G H I T E RA P E UTIC I

DIALOGHI TERA PEUTICI

RAFFAELE MORELLI

COME SMETTERE DI TORMENTARTI Cosa dico alle persone per aiutarle a stare bene

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D IALOGH I TERAPEU TIC I

RAFFAELE MORELLI

COME SMETTERE DI TORMENTARTI Cosa dico alle persone per aiutarle a stare bene

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SOMMARIO INTRODUZIONE•••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••• 6 CAPITOLO 1 Le ferite dell’anima si rimarginano se non interferisci•••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••• 9 Perché questo dolore dura così a lungo?•••••••••••••••••••••••••••••••••••••• 10 Percepisci il dolore puro, senza la sua storia••••••••••••••••••••••••••••••••• 30 CAPITOLO 2 Come si sta col dolore•••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••• 39 Se lo guardi senza agitarti se ne andrà per conto suo••••••••••••••••• 40 Smetti di combattere•••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••• 52 Guardare senza spiegare••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••• 60 CAPITOLO 3 Qualcosa dentro di te ti sta curando••••••••••••••••••••••• 71 A tua insaputa••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••• 72 Non disturbare il lavoro che è già cominciato••••••••••••••••••••••••••••••• 82 Stai cambiando pelle••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••• 91 CAPITOLO 4 Le emozioni che ci fanno soffrire•••••••••••••••••••••••••• 101 Sono energie che hanno uno scopo••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••• 102 La buona tristezza: andare a fondo per ritrovarsi••••••••••••••••••••••• 112 Le forze che chiamiamo peccati•••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••• 122 CAPITOLO 5 Attraversare i grandi dolori••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••• 131 Quando l’amore finisce•••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••• 132 Restare soli e sentirsi falliti••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••• 142 Piangi anche una parte di te che ti ha lasciato•••••••••••••••••••••••••• 151

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INTRODUZIONE

Da oltre vent’anni, a Milano, si tengono i Giovedì di Riza, incontri terapeutici di gruppo in cui una ventina di persone, arrivate da tutta Italia, si raccolgono intorno a Raffaele Morelli: lui chiede loro come stanno, che cosa le ha condotte lì quella sera; ascolta, osserva, risponde. Le pagine che seguono riportano quei dialoghi così come sono avvenuti: ovvero il suo modo di intendere la cura dell’anima, visto all’opera dal vivo. Le domande sono comuni e danno voce a disagi che molti conoscono: un pensiero fisso che non concede tregua, un rapporto che fa soffrire, un malessere di cui non si trova la ragione. Le risposte, invece, ribaltano il punto di vista consueto, aprono una breccia negli atteggiamenti mentali che tengono in vita la sofferenza. I dolori dell’anima, ripete Morelli, non vengono per farci del male ma per farci svoltare, per staccarci da parti di noi ormai logore, alle quali restiamo aggrappati. In apertura di ogni capitolo è lo stesso Morelli a esporre il suo modo di vedere rispetto al tema trattato. Seguono i dialoghi, dove quella visione prende corpo, tradotta in risposte a casi concreti. Comple6

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tano i capitoli le frasi emblematiche evidenziate nel testo, i consigli pratici al termine dei dialoghi e le Immaginate, gli esercizi immaginativi che Morelli propone spesso durante gli incontri. Il tema di questo volume è il dolore emotivo: perché a volte non passa («Come mai un episodio lontano anni continua a farmi soffrire?») e come lasciarlo andare. I dialoghi, raggruppati per argomento, disegnano un percorso in cinque capitoli: le ferite emotive e la mente che le riapre; come comportarsi davanti al dolore senza combatterlo; le energie che operano in noi per guarirci; le emozioni che fanno male; i dolori più grandi, dagli addii alla perdita di chi amiamo. I nomi dei partecipanti sono di fantasia, a tutela della loro riservatezza; le parole di Morelli sono riportate con assoluta fedeltà. Leggendo, immaginate di sedervi anche voi in quella sala: le storie che ascolterete appartengono ad altri, ma le domande potrebbero essere le vostre. E tra le risposte, forse, ce n’è una che aspettavate da tempo senza saperlo. L’Editore 7

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PRIMO CAPITOLO

Le ferite dell’anima si rimarginano se non interferisci I dolori non sono fatti per durare, ma noi li teniamo in vita tornandoci sopra ogni giorno, ricordando, ragionando e cercandone le cause. L’anima saprebbe guarire da sola, con la stessa intelligenza silenziosa con cui il corpo forma una cicatrice. Quello che prolunga il dolore non è la gravità di ciò che è accaduto, ma l’attaccamento a una versione di noi stessi che deve lasciar posto a qualcosa che dentro di noi sta già germogliando

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PRIMO CAPITOLO

Perché questo dolore dura così a lungo? La nostra epoca ha un’idea sola del dolore: che vada eliminato a ogni costo. Lo chiamiamo benessere, e intendiamo una vita senza scosse, un mare sempre calmo. Ma un mare sempre calmo non è vita. L’etologo Konrad Lorenz lo aveva visto bene: a furia di voler evitare ogni sofferenza appiattiamo gli alti e bassi dell’esistenza in una pianura grigia e uniforme, e chi non sopporta più nessuna pena perde, insieme, anche la capacità di gioire. Solo che, in qualche momento della vita, un dolore arriva comunque, e a quel punto evitarlo non è più possibile; tutti allora cercano di cacciarlo via. C’è chi riempie le proprie giornate perché non avanzi il tempo di sentirlo, e c’è chi ci pensa dalla mattina alla sera, come se a forza di rigirarlo nella mente dovesse consumarsi. Ma un dolore combattuto non arretra: si irrigidisce. E a furia di ripensarci finiamo per imprimercelo addosso come un marchio; da quel giorno non siamo più la persona a cui è capitato qualcosa, ma siamo la persona tradita, o quella abbandonata, oppure fallita. È un timbro che ci mettiamo da soli, e che rende permanente la sofferenza. 10

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Le ferite dell’anima si rimarginano se non interferisci

Il dolore non va combattuto o spiegato, va accolto, perché non arriva per una causa ma per uno scopo: viene a portare alla luce qualcosa di noi che non vediamo, a ricordarci quali risorse abbiamo dentro e che le stiamo soffocando. Non per punirci, ma per spingerci più avanti. Eseguito questo compito, il dolore, se non lo tratteniamo, si scioglie da solo. L’unico modo per far sì che non si trascini a lungo è lasciarlo andare, invece di fermare ogni giorno il dolore per chiedergli da dove viene. Qualunque cosa accada, dentro di noi si attivano da sole le energie che ci curano, se non interferiamo. È la stessa intelligenza con cui il corpo cicatrizza una ferita e rinsalda un osso rotto, senza che nessuno glielo abbia insegnato; allo stesso modo il cervello sa produrre da sé le sostanze che cicatrizzano le ferite emotive. Non sono i ragionamenti a far passare il dolore, ma uno sguardo nitido, posato su di esso senza commento. E non è vero che esistono ferite più profonde e ferite meno profonde: è la mente a stabilire la graduatoria, a etichettare certe perdite come incancellabili. Un dolore lasciato vivere ha invece un suo corso, come un fiume: nasce, percorre il suo tratto e si perde nel mare. Dura quanto deve durare, poi se ne va. Quando una sofferenza si trattiene a lungo, dunque, non è più un dolore naturale: è il segno di un’ostinazione, 11

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PRIMO CAPITOLO

dell’attaccamento a un lato di noi che non c’è più. Più ci aggrappiamo a quello, più il tormento si rinsalda e ritorna. A rimettere le cose a posto, in fondo, è una forza che non governiamo, la stessa che gli antichi affidavano a un dio: Ermes, il signore alato della dimenticanza, la medicina che cura di notte, nel sonno che cancella. Quando dormiamo, in un certo senso moriamo: muore quello che siamo stati durante il giorno, e al mattino ci svegliamo nuovi. La mente non se ne accorge, perché vorrebbe che ci ritrovassimo identici a com’eravamo quando siamo andati a letto. Ma non siamo mai gli stessi. E nemmeno il dolore di ieri è il dolore di oggi: se torna, è perché siamo noi a richiamarlo.

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Da che cosa capisco, quasi sempre già al primo incontro, che una persona ce la farà a guarire da un dolore emotivo? Ha smesso di farsi troppe domande, di dettare tempi e condizioni. E allora, puntualmente, accade qualcosa che la aiuta: un incontro, un libro, una coincidenza, un percorso che non aveva mai ipotizzato.

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Le ferite dell’anima si rimarginano se non interferisci

Il corpo sa guarire e l’anima anche Agli incontri di psicoterapia che tengo le persone vengono a parlarmi dei loro dolori. Si lamentano perché durano da troppo tempo e non riescono a liberarsene. Una sera interviene per la prima volta Roberta, che va dritta al punto raccontando il proprio tormento. Roberta: «Il mio compagno mi ha lasciata un anno fa. Non faccio che pensarci, e non riesco a darmi pace. Non capisco perché continuo a soffrire; il dolore è ancora qui. Mi sveglio la mattina e c’è. Vado a lavorare e c’è. La sera prima di dormire c’è». Morelli: «E continui a stare male per qualcosa che è successo un anno fa?» Roberta: «Sì». Morelli: «Quello che è accaduto tempo fa, è ormai accaduto. È finito. Non sta più succedendo. Ciò che continua a farti stare male non è quello che ti è capitato: è il pensiero che ci ritorna sopra. Sei tu che, ogni mattina, ogni sera, riapri la ferita, che altrimenti si chiuderebbe. È una cosa che il corpo sa fare, e che l’anima saprebbe fare allo stesso modo. Quando ti ferisci, cosa fa il corpo? Vasocostrizione, le piastrine arrivano, si forma la crosta. Nessuno lo 13

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PRIMO CAPITOLO

ha insegnato al corpo. Lo stesso vale per i dolori dell’anima. Ma se gratti la crosta, ti rimetti a sanguinare. Cosa puoi fare se soffri per un abbandono? Pensarci? Così lo riattivi. L’abbandono è avvenuto ed è passato. Il pensiero che torna sull’abbandono lo ricrea». Roberta: «Quindi non dovrei pensarci?» Morelli: «Non è che non devi pensarci. È che, ogni volta che lo fai, lo tieni in vita. È una scelta. Tu, ogni mattina, scegli di grattare la crosta. Poi ti meravigli che la ferita sanguini ancora». Qualche settimana dopo, durante un incontro, un’altra donna solleva un problema simile: sta vivendo una separazione recente, e la sofferenza le sembra qualcosa che accade nel presente, benché l’evento sia ormai concluso. Morelli: «È già passato! Lui ti ha lasciato, è finita! È così semplice, ma noi complichiamo le cose semplici. Creiamo la permanenza del problema: lui ti ha lasciato un mese fa, non ieri e nemmeno oggi». Non è solo per l’abbandono che ci comportiamo così: la stessa permanenza nel dolore la costruiamo intorno a una decisione presa e ormai alle spalle. Una sera Claudia torna su una scelta fatta in passato: se ne pente da un anno. 14

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Le ferite dell’anima si rimarginano se non interferisci

Morelli: «Cosa insegnavano gli antichi? Come l’intestino tutti i giorni si scarica, il cervello fa lo stesso: scarica ricordi, scarica pensieri. Quale Claudia stai criticando? Quella di un anno fa, di un mese fa, o quella di adesso? La Claudia che ha preso la decisione un anno fa non è la Claudia di adesso. La permanenza di Claudia è un’idea che ti sei costruita tu». Fissarsi su un’immagine di sé, che sia quella del passato o quella che si vorrebbe raggiungere, è all’origine di una sofferenza inutile. Ester racconta di non riuscire ad accettarsi, di sentirsi inadeguata. Ester: «Mi vedo in un modo che non mi piace. Non sono come vorrei essere». Morelli: «Hai costruito nella tua mente due versioni di te stessa: un’Ester che va bene e un’Ester che non va bene. Quando giudichi di te qualcosa che va bene e qualcosa che non va bene, distruggi la tua esistenza, perché quello che non va bene sarà sempre un nemico, e quello che va bene sarà sempre inseguito inutilmente. C’è qualcosa di te che sta cercando di venire fuori, al di là del tuo parere, e tu glielo impedisci, perché lo paragoni all’altro, al modello che ti sei messa in mente. Quando smetti di dirti come devi essere, allora il mondo interno comincia a portare avanti la partita». 15

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COME SMETTERE DI TORMENTARTI

«Ogni dolore dell’anima è fatto per andare via: è la tua ostinazione che lo trattiene. Elimina la causa, non commentarlo, guardalo e basta. Il dolore non va combattuto né spiegato, va accolto, perché possa svolgere il suo compito: staccarti da una parte di te che appartiene al passato»

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