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Il dizionario di medicina psicosomatica

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RIZA

ISTITUTO RIZA DI MEDICINA PSICOSOMATICA

Raffaele Morelli, Pietro Fornari, Vittorio Caprioglio

DIZIONARIO DI MEDICINA

PSICOSOMATICA

Uno strumento prezioso per comprendere il significato e il linguaggio nascosto dei disagi e delle malattie che ci colpiscono

dalla A alla Z

RIZA RIZA DIZIONARIO DI MEDICINA PSICOSOMATICA

Dizionario di Medicina Psicosomatica

Testi: Istituto Riza di Medicina Psicosomatica

Raffaele Morelli, Pietro Fornari, Vittorio Caprioglio

© 2026 Edizioni Riza S.p.A.

Via Luigi Anelli, 1 - 20122 Milano www.riza.it

Tutti i diritti riservati. Questo libro è protetto da copyright ©. Nessuna parte di esso può essere riprodotta, contenuta in un sistema di recupero o trasmessa in ogni forma e con ogni mezzo elettronico, meccanico, di fotocopia, incisione o altrimenti senza il permesso scritto dell’editore.

PREFAZIONE

Ascoltare il corpo per prendersi cura di se stessi

Il “Dizionario di psicosomatica” è un’opera fondamentale, la prima del genere in Italia. Raccoglie in un solo pratico volume, sintetico e facilmente consultabile, le conoscenze che Riza ha elaborato e approfondito nel corso degli anni e che possiamo sintetizzare in una formula: i nostri disturbi, anche quando apparentemente sono solo organici, esprimono sempre in un linguaggio misterioso e simbolico tutti i nostri disagi emotivi.

L’obiettivo del “Dizionario” è quello di comprendere questo codice simbolico, spiegando come interpretare i sintomi che ci affliggono e il loro significato più profondo. Il nostro

corpo è una foresta di simboli e ogni disturbo riguarda profondamente anche la nostra interiorità, il nostro modo di stare nel mondo.

Per superare i nostri malesseri fisici, quindi, non bisogna mai soffocare i sintomi con i farmaci, ignorando quello che ci vogliono dire. Se li ascoltiamo e li interpretiamo correttamente, possiamo imparare a prenderci cura di noi stessi in modo completamente nuovo e ottenere un’effettiva guarigione.

Il “Dizionario di psicosomatica” è una guida preziosa alla lettura e all’interpretazione delle malattie più comuni.

Un testo da consultare sempre, quando arriva un disturbo e vogliamo affrontarlo in modo rispettoso del mondo interiore, ma anche quando stiamo bene, per esplorare il grande mistero del corpo. Una guida pratica per prendersi cura di se stessi.

INTRODUZIONE

La malattia è un segnale

Quali forze ci abitano? Da dove nascono? Quale misterioso progetto cercano di realizzare? E poi: ci appartengono?

Possiamo toccarle, gestirle, aiutarle? E come dobbiamo viverle per stare bene? Quando un sintomo si affaccia nella nostra vita, subito sentiamo la sua duplice natura. Esso certamente fa parte del nostro corpo, nasce “in noi”, e tuttavia ci sembra che non nasca “da noi”: lo percepiamo come una presenza strana, addirittura nemica, che può destabilizzarci, a volte distruggerci. La sua comparsa interrompe il flusso esistenziale nel quale eravamo calati, altera un equilibrio, spezza un ritmo. La prima reazione è quella di cacciarlo via al più presto…

Senza dubbio la sensibilità di ognuno è molto differente: c’è chi si allarma per un lieve mal di testa, e chi invece comincia a preoccuparsi solo di fronte a una malattia conclamata.

Superata la soglia individuale di allerta, il sintomo si impone tuttavia alla coscienza e chiede attenzione. È in quel momento che sentiamo di essere abitati da forze che non siamo abituati ad ascoltare e sulle quali percepiamo di non avere alcun potere personale, sia che ci sembrino provenire dalle nostre profondità biologiche sia che giungano da un altrove non

meglio definibile. Un’esperienza forte, sgradevole, che ci fa attribuire al sintomo qualità non solo negative, ma anche paralizzanti, talora incontrollabili, oggi proprio come diecimila anni fa, nonostante le enormi differenze culturali, tecnologiche, umanistiche.

Ma ora finalmente abbiamo molti mezzi in più per riflettere su tali esperienze e segnare l’inizio possibile di un nuovo modo di viverle.

La salute immaginaria

Nel quotidiano infatti siamo soliti concepire la salute in modo limitato o, meglio, in una modalità di base, cioè come assenza di sintomi e di dolore.Vivere senza guai fisici: la bellezza pura e semplice del “funzionare bene”, del sentire che la macchinacorpo è a posto, così da poterci muovere nel mondo senza limitazioni, facendo quello che vogliamo o che dobbiamo fare. È un bene prezioso questa salute di base, una libertà immensa e cristallina, di cui spesso ci rendiamo conto solo quando ci ammaliamo.

E lì, nel momento in cui manca, essa ci si rivela anche nelle sue ulteriori valenze pratiche, racchiuse nella parola latina da cui deriva, salus: salvezza (dal dolore, dalla malattia, dal male) e conservazione (nel tempo, nello spazio, nell’azione). L’idea della non-malattia è alla base del nostro sentirci bene: una sensazione di pienezza, quando riusciamo a coglierla, e un desiderio – quello di “stare bene sempre” – istintivo e legittimo radicato in ognuno di noi. Eppure questa è di fatto una condizione che, per natura, non può essere costantemente presente. Non è la vera Salute: per quanto fondamentale, ne è solo una parte. Basta osservare la propria vita per vedere in atto l’alternanza di periodi senza alcun problema – anche molto lunghi – e di periodi fortemente sintomatici. Non c’è stata

forse neanche una singola esistenza, nella storia dell’Uomo, in cui la malattia non si sia manifestata almeno una volta nell’arco dell’intera esperienza individuale: lo rivelano i dati clinici attuali, i testi dell’antichità, gli scheletri dell’età della pietra. Sembra esserci una legge di natura per la quale prima o poi qualcosa debba giungere ad alterare il nostro equilibrio vitale, anche quando tentiamo di tutto per evitarlo. Questo qualcosa si chiama “crisi”.

La malattia: danno e opportunità

La malattia è un’interruzione del nostro vivere: arriva con la sua forza di rottura e separa il tempo in un “Prima”, dai tratti più svariati, e in un “Adesso”, doloroso e confuso. La nostra vita scorreva tranquillamente quando, all’improvviso, ecco un’influenza che ci butta a terra per una settimana o un’appendicite acuta che ci porta dritti in sala operatoria, oppure un’anemia che ci indebolisce e ci obbliga ad angosciose ricerche diagnostiche.

A volte, un’osservazione più attenta può rivelarci che la nostra vita non scorreva proprio del tutto tranquilla, e che, forse, non era del tutto nostra. Quel che conta è che ora stiamo male e ci sentiamo traditi perché la crisi, anche quando è preannunciata da mille segnali, ci coglie sempre di sorpresa. Il corpo ci ha giocato un brutto scherzo… il corpo può fallire… non è più una casa sicura. Anzi ci ostacola, ci rovina la giornata. Lontanissimi dall’idea che possa avere un qualsiasi senso, anche solo biologico, viviamo la caduta in crisi con dolore e disorientamento, con rabbia e frustrazione. E spesso con paura. Non potrebbe essere altrimenti.

Eppure l’evoluzione naturale non ha eliminato le possibilità di crisi e di malattia. Intere specie viventi si sono estinte, così come diversi organi e funzioni si sono atrofizzati nel corso di

milioni di anni per ricomparire, in forme diverse, in specie diverse. Ma la malattia no. Se questa fosse solo una dimenticanza o un errore, avrebbe già da tempo impedito la Vita nella sua multiformità.

E invece non è così. Anzi, tutto induce a credere il contrario e cioè che proprio attraverso la crisi – nei suoi vari aspetti – la Vita rimescoli la sua materia biologica e si affermi in modo sempre più complesso e consapevole.

Dunque la malattia, per quanto dolorosa e sofferta, costituisce un momento fondamentale del vivere individuale e collettivo, senza il quale paradossalmente non può esserci salute né evoluzione, sia della materia che della coscienza.

Solo così infatti la Natura spezza lo stato di cose precedente, il vecchio schema, e crea lo spazio per ricrearne un altro più adatto al presente. Il problema, per noi che la viviamo sulla nostra pelle, è che la crisi/malattia ci precipita nel disagio, senza darci suggerimenti diretti e leggibili sui cambiamenti da fare per star bene. E la patologia ci appare tanto più “muta e oscura” quanto più è grave, invalidante e talora mortale. «Ma come? – viene da chiedersi – Se essa arriva per farci stare meglio, perché ci fa così male? E come posso attribuire un senso a qualcosa che rischia di farmi morire?».

Lo sguardo limitato

Se vogliamo uscire dall’impasse, dobbiamo abbandonare questa comprensibile emotività, acquisendo una visione più ampia. L’uomo è un’entità dinamica e poliedrica, in cui la psiche e il corpo non sono solo collegati fra loro – che è il modo di intendere la psicosomatica da parte della medicina tradizionale – ma esprimono la stessa realtà su piani diversi: uno più sottile (mentale, psichico e talora anche spirituale) e uno più materiale (corporeo). La malattia e i sintomi si collocano su

questa complessità in movimento, e perciò per natura sfuggono all’indagine scientifico-razionale basata sui criteri di riproducibilità sperimentale.

Tutte le civiltà antiche lo avevano compreso e – anche perché ignare dei meccanismi fisiologici – curavano le patologie basandosi esclusivamente sulla lettura simbolica, impregnata della loro specifica cultura e della religione di riferimento. Lo sciamano guaritore non sapeva nulla del funzionamento del corpo, ma spesso sapeva cogliere i contenuti simbolici profondi di un disturbo. Agiva su questi secondo rituali che, in quel contesto, avevano un’indubbia valenza.

Molti morivano, ma la tribù si sentiva al sicuro… La medicina moderna, figlia della rivoluzione scientifica dei secoli scorsi, ha ribaltato questa impostazione: non ha alcuna considerazione dei simboli insiti nel corpo – che non sono “dimostrabili” secondo parametri scientifici – e si concentra solo sul suo funzionamento, privando così un sintomo della sua anima, e separando l’anima dal corpo. Si salvano molte vite eppure c’è tanto malessere e le patologie principali sono tutte in aumento. Entrambi questi approcci sono incompleti, perché non contemplano l’uomo nella sua compresenza di corpo e di anima, e il corpo nella sua doppia valenza di “macchina con automatismi” e di “materia ricca di senso”. E quando la medicina moderna mostra qualche apertura, lo fa sempre in modo riduttivo, ritenendo che sì, in effetti, ci sono malattie influenzate in qualche modo dalla psiche, ma solo alcune, e più che altro si tratta di stress.

L’importanza dei simboli

È proprio questo lo spirito della parola “simbolo”, che deriva dal greco e vuol dire “tenere insieme, nello stesso momento”. Un simbolo psicosomatico che cosa tiene insieme?

Tanti aspetti del nostro essere che secondo logica non potrebbero stare assieme.

Sappiamo tutti che mentre siamo al massimo della felicità può comparire la malinconia, che a volte sul fondo della disperazione compare la serenità, che si può essere grati alla vita e al contempo arrabbiati con il destino.

Allo stesso modo un sintomo è simbolico nel senso che, per esempio, può esprimere il desiderio e l’avversione per qualcosa, un bisogno di autonomia ma anche di dipendenza, la voglia di amare e l’urlo per non essere stati amati.

Il corpo, inteso come simbolo, ritorna così a essere la sede in cui gli opposti sono compresenti, come avviene, in modo sincronico, a livello psichico. E sincronicità è la parola, utilizzata per la prima volta da Jung, che meglio chiarisce questo aspetto: qualcosa che avviene non solo nello stesso tempo, ma che ha pure lo stesso senso. Così, se una persona soffre di gastrite, anche a livello psichico troveremo atteggiamenti che, per analogia, sono simili a quelli dello stomaco infiammato…

La dimensione d’organo e la guarigione

Ora, forse, appare più evidente quanto sia importante il modo in cui affrontiamo e curiamo una malattia. La crisi è un momento “sacro” nel quale dobbiamo fare le mosse giuste per sfruttare – ovviamente quando è possibile, e spesso lo è – l’opportunità offerta dal disequilibrio. Allontanare i sintomi con i farmaci, trascurarli, eccedere nel cercare un senso a tutti i costi durante la fase acuta: ecco solo alcuni degli atteggiamenti sbagliati che possono far restare una crisi soltanto tale, e non una rinascita. Serve perciò uno sguardo neutro e aperto, che rifugga da integralismi, e cerchi di cogliere di volta in volta l’atteggiamento migliore per quel sintomo, in quel momento.

Una visione davvero psicosomatica, e in tal senso olistica, deve sapersi plasmare sul dinamismo della realtà a cui si applica. Lo strumento di base, che quest’opera utilizza basandosi sugli studi clinici e sul lavoro di ricerca svolto dall’Istituto Riza in tanti anni di attività, si chiama “dimensione d’organo”.

Secondo questa chiave di accesso al corpo, ogni organo o tessuto è depositario di immagini arcaiche e di funzioni primarie, presenti in noi fin dalla notte dei tempi, che rappresentano un “modo di essere al mondo”: per esempio, la dimensione della pelle è quella della relazione con il mondo, quella dello stomaco è la disponibilità ad accogliere, quella del sistema immunitario è lo stato di allerta ecc.

Ognuno di noi possiede tutte queste dimensioni, ma crescendo “abita” preferenzialmente una o alcune di queste: uno può vivere in stato di allerta, un altro agisce in base alle sensazioni “a pelle”, e via dicendo. Ciò significa che chi è calato in una dimensione d’organo, quando ha un problema o un conflitto interiore inconscio potrà esprimerlo più facilmente a livello di questa funzione organica.

Al contempo, quando si presenta un sintomo, l’organo in cui esso insorge ci può “raccontare” diverse cose che la persona non sa di se stessa e che possono aiutare a trovare la giusta via di guarigione. Una guarigione, peraltro, che non va intesa solo come “sparizione di sintomi”, ma come l’approdo a un nuovo equilibrio più in sintonia con l’essenza della persona.

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