illustrato da
Pinocchio illustrato da Paolo Mottura di Paolo Mottura Adattamento ispirato al romanzo Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino di Carlo Collodi (Testi di), Firenze, 1883. © 2021 dell’Autore per i testi © 2021 degli aventi diritto per le immagini utilizzate. © 2021 Edizioni NPE per questa edizione. Volume realizzato in co-produzione con Associazione La Nona Arte Attività con fini culturali e ricreativi Presidente: Paolo Rinaldi info@associazionelanonaarte.it Tutti i diritti riservati. Collana: L’Arte delle Nuvole, 39 Direttore editoriale: Nicola Pesce Ordini e informazioni: info@edizioninpe.it Caporedattore: Stefano Romanini Ufficio Stampa: Gloria Grieco ufficiostampa@edizioninpe.it Coordinamento editoriale: Valeria Morelli Progetto grafico: Luca Baldi Coordinamento progetto: Vanni Varalda Correzione bozze: Cristina Fortunato Copertina e quarta di copertina: Paolo Mottura Stampato tramite Tespi srl – Eboli nel mese di novembre 2021 Edizioni NPE è un marchio in esclusiva di Solone srl Via Aversana, 8 – 84025 Eboli (SA) edizioninpe.it facebook.com/EdizioniNPE twitter.com/EdizioniNPE instagram.com/EdizioniNPE #edizioninpe
illustrato da
INDICE 6
INTERVISTA A PAOLO MOTTURA di Vanni Varalda
13 CAPITOLO I
43 CAPITOLO XIV
72 CAPITOLO XXVII
14 CAPITOLO II
46 CAPITOLO XV
76 CAPITOLO XXVIII
15 CAPITOLO III
48 CAPITOLO XVI
77 CAPITOLO XXIX
18 CAPITOLO IV
49 CAPITOLO XVII
84 CAPITOLO XXX
19 CAPITOLO V
54 CAPITOLO XVIII
88 CAPITOLO XXXI
20 CAPITOLO VI
55 CAPITOLO XIX
90 CAPITOLO XXXII
20 CAPITOLO VII
57 CAPITOLO XX
94 CAPITOLO XXXIII
24 CAPITOLO VIII
58 CAPITOLO XXI
96 CAPITOLO XXXIV
25 CAPITOLO IX
59 CAPITOLO XXII
104 CAPITOLO XXXV
32 CAPITOLO X
60 CAPITOLO XXIII
109 CAPITOLO XXXVI
33 CAPITOLO XI
64 CAPITOLO XXIV
118 BIOGRAFIA PAOLO MOTTURA
38 CAPITOLO XII
67 CAPITOLO XXV
39 CAPITOLO XIII
70 CAPITOLO XXVI
PAOLO MOTTURA A CURA DI VANNI
VARALDA
Il suggestivo studio di casa Mottura immerso interamente nei dipinti di Pinocchio.
Ricordo bene il giorno in cui alcuni amici mi proposero di illustrare Pinocchio. Eravamo a Viareggio in visita al museo dei carri allegorici di quella città. Ci aggiravamo tra le sale, in mezzo a figure grottesche di cartapesta e giganteschi pupazzi meccanici. Tra gli altri personaggi ci imbattemmo nientemeno che in una ciclopica riproduzione del burattino di legno, quasi a suggello della proposta che mi era appena stata fatta. Guardandolo, pensavo a quanto in effetti quel piccolo personaggio, nato un po’ per caso dalla penna di Collodi, fosse progressivamente diventato sempre più grande, grazie a un successo maturato col passare dei decenni, fino a diventare un classico conosciuto in tutto il mondo. Come è noto, una miriade di artisti si è confrontata con questa pietra miliare della letteratura, anche se nella mia mente risuonavano per lo più la versione disneyana del 1940, e quella dello sceneggiato Paolo Mottura presso la Cittadella del Carnevale di Viareggio con, alle sue spalle, un particolare di un carro allegorico dedicato a Pinocchio. 6
televisivo del 1972, con le splendide musiche composte da Fiorenzo Carpi. Ora però occorreva riportare alla memoria altri modelli, anche se la materia era talmente vasta che non sapevo da dove partire. Di solito, quando cerco materiale per una storia a fumetti, comincio a scaricare dalla rete immagini che possano fornire spunti di ispirazione. Poi, in un secondo momento, messe da parte le immagini, aspetto che nella mia mente prenda forma un’idea, che di solito è una sintesi delle varie informazioni raccolte, filtrate attraverso la mia personale sensibilità. Mentre aspettavo che quell’idea prendesse forma, successe un fatto abbastanza particolare, che vale la pena di raccontare.
Le illustrazioni contenute nel volume erano opera di Giuseppe Porcheddu, un eccellente illustratore dal tratto spigliato e grottesco che, utilizzando due o tre colori su cartoncini color beige, riusciva a dare una straordinaria forza espressiva ai suoi disegni. Mi limitai a fotografare un paio di quelle pagine e poi rimisi il volume nella busta e proseguii il mio giro. Ma mentre camminavo mi rendevo conto che quei disegni stavano facendo breccia nella mia mente, forse più di tutte le immagini che avevo messo da parte fino a quel momento. Decisi quindi di tornare a comprare quel volume, prima che qualcun altro avesse la mia stessa idea. Il mercatino era piuttosto affollato e ci volle parecchio tempo prima di giungere alla mia bancarella, cosicché, quando arrivai a destinazione, non potei che constatare che il mio libro era già stato preso da qualcun altro. Mi dissero che l’aveva acquistato un collezionista di libri antichi che viveva in quella zona, e che era abbastanza conosciuto tra i venditori dei mercatini. Mi fornirono una descrizione di quell’uomo: un signore distinto, sulla settantina, spesso vestito da dandy di fine Ottocento, con cappello e panciotto e una bella barba appuntita.
Mi trovavo in un mercatino delle pulci, in una piccola cittadina in provincia di Vicenza. Sugli scaffali di una bancarella, posai l’occhio su una vecchia versione di Pinocchio, un’edizione dei primi anni Quaranta. Chiesi al proprietario della bancarella di poter vedere il volume, che, come tutti i libri preziosi, era chiuso all’interno di una busta trasparente. Con un po’ di timore iniziai a sfogliare il libricino, sotto lo sguardo attento e un po’ sospettoso del venditore.
Copertina e una illustrazione interna tratta dal Pinocchio di Giuseppe Porcheddu
7
Facendo il giro delle bancarelle venne fuori anche il suo nome, tale Amedeo Mazzuccato di Castelfranco Veneto. In quei giorni ero in soggiorno in quella zona, che stavo visitando senza una meta precisa, e soprattutto senza limiti di tempo. Così decisi di includere la bella cittadina di Castelfranco tra le mie mete future. Un paio di giorni dopo ero davanti alla casa signorile del signor Amedeo. Esitai a lungo prima di suonare il campanello, non sono solito fare questo tipo di intrusioni nella vita degli sconosciuti, però una
sorta di richiamo o di misterioso intuito mi spinse a pigiare quel bottone. Fu il signor Amedeo ad aprire la porta: in pochi istanti cercai di inquadrare il personaggio, così da assumere il tono giusto per evitare di indisporlo. In realtà fu tutto estremamente naturale e in pochi minuti eravamo già seduti a conversare in una sala che aveva più l’aria di un museo o di una biblioteca, piuttosto che di un comune soggiorno. Tra i numerosi cimeli, oggetti meravigliosi acquistati nell’arco di una vita intera, c’era anche
8
Sempre a onore del vero, incalzava Amedeo, la prima illustrazione realizzata pare raffigurasse Pinocchio impiccato, a firma Ugo Fleres. Infatti, il racconto doveva inizialmente terminare con la morte di Pinocchio alla grande quercia e fu solo per l’insistenza di Ferdinando Martini, fondatore ed editore del «Giornale per i bambini», che Collodi decise di far risuscitare Pinocchio e continuare il romanzo. Continuando avidamente la mia ricerca, mi saltò all’occhio la stampa realizzata, nei primi del Novecento, da Bemporad e illustrata da Carlo Chiostri, utilizzando la tecnica a penna e acquarello, purtroppo in parte annichilita dalla riproduzione xilografica delle immagini. Un altro tomo che catturò la mia attenzione fu la pubblicazione del 1911, sempre di Bemporad, illustrata da Attilio Mussino, il quale utilizzò per la prima volta il colore. Il pittore e fumettista piemontese iniziò a lavorarvi nel 1908, presentando poi la sua opera all’Esposizione internazionale di Torino del 1911 nella quale ottenne, per le sue tavole illustrate, il diploma d’onore e la medaglia d’oro. Amedeo mi disse che nonostante questa edizione fosse la più ristampata e venduta in assoluto, trovarne una copia in buone condizioni è evento assai raro.
uno scaffale dedicato interamente a Pinocchio: una serie di splendidi burattini scolpiti in varie epoche, e alcuni oggetti a tema, di grande pregio, come la miniatura di un teatrino delle marionette o un fermacarte in bronzo con la testa di Pinocchio come impugnatura. Poi c’era un gran numero di edizioni delle avventure di Pinocchio, alcune rarissime e molto antiche.
Ero letteralmente perso in mezzo a tutti quegli oggetti meravigliosi, quando Amedeo iniziò a parlarmi di come era nata la sua passione per quel romanzo. Inizialmente pensavo che le ragioni fossero legate a una spontanea attrazione per quella storia, che aveva catturato così tanti lettori nel corso delle generazioni. In realtà la sua motivazione era più complessa e, per quello che potevo capire, legata a un suo personalissimo trauma adolescenziale, che gli aveva fornito una particolare interpretazione della storia, assimilandola al suo vissuto. Tralasciando gli aspetti autobiografici del suo racconto, emergeva una visione del romanzo che trovai piuttosto originale: Pinocchio ne usciva come un bambino
Tra i tanti libri protetti con cura, spiccava Le Avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, la prima edizione in volume, pubblicato dalla libreria editrice Felice Paggi nel lontano 1883, e illustrato da Enrico Mazzanti, amico e collaboratore di Collodi. Anche se, in realtà, mi raccontava il signor Amedeo mostrandomi alcune rarissime pagine ingiallite dal tempo, il racconto del celeberrimo burattino nacque a puntate nel «Giornale per i bambini», periodico in seguito diretto dallo stesso Carlo Lorenzini, il vero nome del Collodi, tra il 1881 e il 1883.
9
continuamente forzato nella sua natura ribelle, punito da una società bacchettona e moralista, che non accettava un animo anticonformista e fuori dagli schemi, seppur frivolo ed egoista. La sua matrigna, camuffata da fata turchina, ricordava molto le suore del collegio in cui Amedeo aveva trascorso troppi anni della sua infanzia. Le tentazioni che la fata/matrigna metteva sulla strada di Pinocchio erano in realtà dei trabocchetti che avevano sempre un caro prezzo: l’emarginazione dalla società, l’allontanamento dai genitori naturali, l’internamento in prigione...
Il risultato di questo indottrinamento punitivo poteva solo produrre una trasformazione drastica e irreversibile. Infatti, Pinocchio a un certo punto cambia pelle, la materia di cui è composto si trasforma e lascia il posto a un bambino in carne e ossa. Ma nel gioco delle metafore indicato da Amedeo, il bambino rappresenta l’adulto, mentre il burattino di legno è il vero bambino. In questo modo, il senso del racconto viene completamente ribaltato e il lieto fine diventa l’epilogo di un dramma esistenziale: la spensieratezza lascia il posto al senso di responsabilità, La fantasia lascia
10
il posto all’omologazione, il fanciullo muore per lasciare spazio all’adulto. Questa interpretazione così atipica del racconto di Collodi mi colpì al punto di decidere di realizzare alcune illustrazioni esterne al racconto, una in particolare, in cui si vede Pinocchio all’interno di un teatro di posa. Il Pinocchio bambino si specchia, e nel riflesso viene restituita l’immagine del burattino che appare frammentato a causa delle crepe presenti sullo specchio, a significare che la società ha guadagnato l’animo responsabile di un adulto, ma ha perso l’animo libero di un bambino. L’incontro con il signor Amedeo fu per me una rivelazione, sia per la grande quantità di immagini prese in prestito dalla sua collezione, sia per la bella conversazione con un uomo di grande sensibilità.
Rimase un piccolo rimpianto: ero entrato in quella casa per recuperare il volume che avevo lasciato sul bancone del mercatino, e invece ero tornato a casa a mani vuote. Ma ero così eccitato per l’incontro appena fatto che presto nella mia testa iniziarono a prendere forma le idee che avevo a lungo inseguito, e fu così che senza indugio, mi gettai con grande entusiasmo nell’impresa dell’illustrazione delle avventure di Pinocchio che state per leggere.
CAPITOLO I Come andò che Maestro Ciliegia, falegname, trovò un pezzo di legno che piangeva e rideva come un bambino.
Questa volta maestro Ciliegia restò di stucco, cogli occhi fuori del capo per la paura, colla bocca spalancata e colla lingua giù ciondoloni fino al mento, come un mascherone da fontana. Appena riebbe l’uso della parola, cominciò a dire tremando e balbettando dallo spavento: «Ma di dove sarà uscita questa vocina che ha detto “ohi”?… Eppure qui non c’è anima viva. Che sia per caso questo pezzo di legno che abbia imparato a piangere e a lamentarsi come un bambino? Io non lo posso credere. Questo legno eccolo qui; è un pezzo di legno da caminetto, come tutti gli altri, e a buttarlo sul fuoco, c’è da far bollire una pentola di fagioli… O dunque? Che ci sia nascosto dentro qualcuno? Se c’è nascosto qualcuno, tanto peggio per lui. Ora l’accomodo io!». E così dicendo, agguantò con tutt’e due le mani quel povero pezzo di legno e si pose a sbatacchiarlo senza carità contro le pareti della stanza. Poi si messe in ascolto, per sentire se c’era qualche vocina che si lamentasse. Aspettò due minuti, e nulla; cinque minuti, e nulla; dieci minuti, e nulla! «Ho capito», disse allora sforzandosi di ridere e arruffandosi la parrucca, «si vede che quella vocina che ha detto ohi, me la sono figurata io! Rimettiamoci a lavorare». E perché gli era entrata addosso una gran paura, si provò a canterellare per farsi un po’ di coraggio. Intanto, posata da una parte l’ascia, prese in mano la pialla, per piallare e tirare a pulimento il pezzo di legno; ma nel mentre che lo piallava in su e in giù, sentì la solita vocina che gli disse ridendo: «Smetti! Tu mi fai il pizzicorino sul corpo!». Questa volta il povero maestro Ciliegia cadde giù come fulminato. Quando riaprì gli occhi, si trovò seduto per terra. Il suo viso pareva trasfigurato, e perfino la punta del naso, di paonazza come era quasi sempre, gli era diventata turchina dalla gran paura.
C’era una volta… «Un re!» diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno. Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze. Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome mastr’Antonio, se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza, come una ciliegia matura. Appena maestro Ciliegia ebbe visto quel pezzo di legno, si rallegrò tutto e dandosi una fregatina di mani per la contentezza, borbottò a mezza voce: «Questo legno è capitato a tempo: voglio servirmene per fare una gamba di tavolino». Detto fatto, prese subito l’ascia arrotata per cominciare a levargli la scorza e a digrossarlo, ma quando fu lì per lasciare andare la prima asciata, rimase col braccio sospeso in aria, perché sentì una vocina sottile che disse raccomandandosi: «Non mi picchiar tanto forte!». Figuratevi come rimase quel buon vecchio di maestro Ciliegia! Girò gli occhi smarriti intorno alla stanza per vedere di dove mai poteva essere uscita quella vocina, e non vide nessuno! Guardò sotto il banco, e nessuno; guardò dentro un armadio che stava sempre chiuso, e nessuno; guardò nel corbello dei trucioli e della segatura, e nessuno; aprì l’uscio di bottega per dare un’occhiata anche sulla strada, e nessuno! O dunque?… «Ho capito», disse allora ridendo e grattandosi la parrucca, «si vede che quella vocina me la sono figurata io. Rimettiamoci a lavorare». E ripresa l’ascia in mano, tirò giù un solennissimo colpo sul pezzo di legno. «Ohi! Tu m’hai fatto male!» gridò rammaricandosi la solita vocina.
13
CAPITOLO II Maestro Ciliegia regala il pezzo di legno al suo amico Geppetto, il quale lo prende per fabbricarsi un burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirar di scherma e fare i salti mortali. Finito il combattimento, mastr’Antonio si trovò fra le mani la parrucca gialla di Geppetto, e Geppetto si accorse di avere in bocca la parrucca brizzolata del falegname. «Rendimi la mia parrucca!» gridò mastr’Antonio. «E tu rendimi la mia, e rifacciamo la pace». I due vecchietti, dopo aver ripreso ognuno di loro la propria parrucca, si strinsero la mano e giurarono di rimanere buoni amici per tutta la vita. «Dunque, compar Geppetto», disse il falegname in segno di pace fatta, «qual è il piacere che volete da me?» «Vorrei un po’ di legno per fabbricare il mio burattino, me lo date?» Mastr’Antonio, tutto contento, andò subito a prendere sul banco quel pezzo di legno che era stato cagione a lui di tante paure. Ma quando fu lì per consegnarlo all’amico, il pezzo di legno dette uno scossone e sgusciandogli violentemente dalle mani, andò a battere con forza negli stinchi impresciuttiti del povero Geppetto. «Ah! Gli è con questo bel garbo, mastr’Antonio, che voi regalate la vostra roba? M’avete quasi azzoppito!…». «Vi giuro che non sono stato io!». «Allora sarò stato io!…». «La colpa è tutta di questo legno…». «Lo so che è del legno, ma siete voi che me l’avete tirato nelle gambe!». «Io non ve l’ho tirato!». «Bugiardo!». «Geppetto, non mi offendete, se no vi chiamo Polendina!…». «Asino!». «Polendina!». «Somaro!». «Polendina!». «Brutto scimmiotto!». «Polendina!». A sentirsi chiamar “Polendina” per la terza volta, Geppetto perse il lume degli occhi, si avventò sul falegname, e lì se ne dettero un sacco e una sporta. A battaglia finita, mastr’Antonio si trovò due graffi di più sul naso, e quell’altro due bottoni di meno al giubbetto. Pareggiati in questo modo i loro conti, si strinsero la mano e giurarono di rimanere buoni amici per tutta la vita. Intanto Geppetto prese con sé il suo bravo pezzo di legno, e ringraziato mastr’Antonio, se ne tornò zoppicando a casa.
In quel punto fu bussato alla porta. «Passate pure» disse il falegname, senza aver la forza di rizzarsi in piedi. Allora entrò in bottega un vecchietto tutto arzillo, il quale aveva nome Geppetto; ma i ragazzi del vicinato, quando lo volevano far montare su tutte le furie, lo chiamavano col soprannome di Polendina, a motivo della sua parrucca gialla che somigliava moltissimo alla polendina di granturco. Geppetto era bizzosissimo. Guai a chiamarlo Polendina! Diventava subito una bestia e non c’era più verso di tenerlo. «Buon giorno, mastr’Antonio», disse Geppetto. «Che cosa fate costì per terra?» «Insegno l’abbaco alle formicole». «Buon pro vi faccia!». «Chi vi ha portato da me, compar Geppetto?» «Le gambe. Sappiate, mastr’Antonio, che son venuto da voi, per chiedervi un favore». «Eccomi qui, pronto a servirvi», replicò il falegname, rizzandosi su i ginocchi. «Stamani m’è piovuta nel cervello un’idea». «Sentiamola». «Ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino di legno, ma un burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali. Con questo burattino voglio girare il mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bicchier di vino; che ve ne pare?» «Bravo Polendina!» gridò la solita vocina, che non si capiva di dove uscisse. A sentirsi chiamar Polendina, compar Geppetto diventò rosso come un peperone dalla bizza, e voltandosi verso il falegname, gli disse imbestialito: «Perché mi offendete?» «Chi vi offende?» «Mi avete detto Polendina!…». «Non sono stato io». «Sta un po’ a vedere che sarò stato io! Io dico che siete stato voi». «No!». «Sì!». «No!». «Sì!». E riscaldandosi sempre più, vennero dalle parole ai fatti, e acciuffatisi fra di loro, si graffiarono, si morsero e si sbertucciarono. 14
CAPITOLO III Geppetto, tornato a casa, comincia subito a fabbricarsi il burattino e gli mette il nome di Pinocchio. Prime monellerie del burattino. Appena finite le mani, Geppetto sentì portarsi via la parrucca dal capo. Si voltò in su, e che cosa vide? Vide la sua parrucca gialla in mano al burattino. «Pinocchio! Rendimi subito la mia parrucca!». E Pinocchio, invece di rendergli la parrucca, se la messe in capo per sé, rimanendovi sotto mezzo affogato. A quel garbo insolente e derisorio, Geppetto si fece triste e melanconico, come non era stato mai in vita sua, e voltandosi verso Pinocchio, gli disse: «Birba d’un figliuolo! Non sei ancora finito di fare, e già cominci a mancar di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male!». E si rasciugò una lacrima. Restavano sempre da fare le gambe e i piedi. Quando Geppetto ebbe finito di fargli i piedi, sentì arrivarsi un calcio sulla punta del naso. «Me lo merito!» disse allora fra sé. «Dovevo pensarci prima! Ormai è tardi!» Poi prese il burattino sotto le braccia e lo posò in terra, sul pavimento della stanza, per farlo camminare. Pinocchio aveva le gambe aggranchite e non sapeva muoversi, e Geppetto lo conduceva per la mano per insegnargli a mettere un passo dietro l’altro. Quando le gambe gli si furono sgranchite, Pinocchio cominciò a camminare da sé e a correre per la stanza; finché, infilata la porta di casa, saltò nella strada e si dette a scappare. E il povero Geppetto a corrergli dietro senza poterlo raggiungere, perché quel birichino di Pinocchio andava a salti come una lepre, e battendo i suoi piedi di legno sul lastrico della strada, faceva un fracasso, come venti paia di zoccoli da contadini. «Piglialo! piglialo!» urlava Geppetto, ma la gente che era per la via, vedendo questo burattino di legno, che correva come un barbero, si fermava incantata a guardarlo, e rideva, rideva e rideva, da non poterselo figurare. Alla fine, e per buona fortuna, capitò un carabiniere, il quale, sentendo tutto quello schiamazzo e credendo si trattasse di un puledro che avesse levata la mano al padrone, si piantò coraggiosamente a gambe larghe in mezzo alla strada, coll’animo risoluto di fermarlo e di impedire il caso di maggiori disgrazie. Ma Pinocchio, quando si avvide da lontano del carabiniere che barricava tutta la strada, s’ingegnò di
La casa di Geppetto era una stanzina terrena, che pigliava luce da un sottoscala. La mobilia non poteva essere più semplice: una seggiola cattiva, un letto poco buono e un tavolino tutto rovinato. Nella parete di fondo si vedeva un caminetto col fuoco acceso; ma il fuoco era dipinto, e accanto al fuoco c’era dipinta una pentola che bolliva allegramente e mandava fuori una nuvola di fumo, che pareva fumo davvero. Appena entrato in casa, Geppetto prese subito gli arnesi e si pose a intagliare e a fabbricare il suo burattino. «Che nome gli metterò?» disse fra sé e sé. «Lo voglio chiamar Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il più ricco di loro chiedeva l’elemosina». Quando ebbe trovato il nome al suo burattino, allora cominciò a lavorare a buono, e gli fece subito i capelli, poi la fronte, poi gli occhi. Fatti gli occhi, figuratevi la sua maraviglia quando si accorse che gli occhi si muovevano e che lo guardavano fisso fisso. Geppetto, vedendosi guardare da quei due occhi di legno, se n’ebbe quasi per male, e disse con accento risentito: «Occhiacci di legno, perché mi guardate?» Nessuno rispose. Allora, dopo gli occhi, gli fece il naso; ma il naso, appena fatto, cominciò a crescere: e cresci, cresci, cresci, diventò in pochi minuti un nasone che non finiva mai. Il povero Geppetto si affaticava a ritagliarlo; ma più lo ritagliava e lo scorciva, e più quel naso impertinente diventava lungo. Dopo il naso, gli fece la bocca. La bocca non era ancora finita di fare, che cominciò subito a ridere e a canzonarlo. «Smetti di ridere!» disse Geppetto impermalito; ma fu come dire al muro. «Smetti di ridere, ti ripeto!» urlò con voce minacciosa. Allora la bocca smesse di ridere, ma cacciò fuori tutta la lingua. Geppetto, per non guastare i fatti suoi, finse di non avvedersene, e continuò a lavorare. Dopo la bocca, gli fece il mento, poi il collo, le spalle, lo stomaco, le braccia e le mani. 15
passargli, per sorpresa, frammezzo alle gambe, e invece fece fiasco. Il carabiniere, senza punto smoversi, lo acciuffò pulitamente per il naso (era un nasone spropositato, che pareva fatto apposta per essere acchiappato dai carabinieri), e lo riconsegnò nelle proprie mani di Geppetto; il quale, a titolo di correzione, voleva dargli subito una buon tiratina d’orecchi. Ma figuratevi come rimase quando, nel cercargli gli orecchi, non gli riuscì di poterli trovare: e
sapete perché? Perché nella furia di scolpirlo, si era dimenticato di farglieli. Allora lo prese per la collottola, e, mentre lo riconduceva indietro, gli disse tentennando minacciosamente il capo: «Andiamo a casa. Quando saremo a casa, non dubitare che faremo i nostri conti!». Pinocchio, a questa antifona, si buttò per terra, e non volle più camminare. Intanto i curiosi e i bighelloni principiavano a fermarsi lì dintorno e a far capannello. Chi ne diceva una, chi
un’altra. «Povero burattino!» dicevano alcuni «Ha ragione a non voler tornare a casa! Chi lo sa come lo picchierebbe quell’omaccio di Geppetto!». E gli altri soggiungevano malignamente: «Quel Geppetto pare un galantuomo! ma è un vero tiranno coi ragazzi! Se gli lasciano quel povero burattino fra le mani, è capacissimo di farlo a pezzi!…». Insomma, tanto dissero e tanto fecero, che il carabiniere rimise in libertà Pinocchio e condusse in prigione quel pover’uomo di Geppetto.
Il quale, non avendo parole lì per lì per difendersi, piangeva come un vitellino e nell’avviarsi verso il carcere, balbettava singhiozzando: «Sciagurato figliuolo! E pensare che ho penato tanto a farlo un burattino per bene! Ma mi sta il dovere! Dovevo pensarci prima!…». Quello che accadde dopo, è una storia da non potersi credere, e ve la racconterò in quest’altri capitoli.
CAPITOLO IV La storia di Pinocchio col Grillo-parlante, dove si vede come i ragazzi cattivi hanno a noja di sentirsi correggere da chi ne sa più di loro.
«Povero grullerello! Ma non sai che, facendo così, diventerai da grande un bellissimo somaro e che tutti si piglieranno gioco di te?» «Chétati, Grillaccio del mal’augurio!» gridò Pinocchio. Ma il Grillo, che era paziente e filosofo, invece di aversi a male di questa impertinenza, continuò con lo stesso tono di voce: «E se non ti garba di andare a scuola, perché non impari almeno un mestiere, tanto da guadagnarti onestamente un pezzo di pane?» «Vuoi che te lo dica?» replicò Pinocchio, che cominciava a perdere la pazienza. «Fra tutti i mestieri del mondo non ce n’è che uno solo, che veramente mi vada a genio». «E questo mestiere sarebbe?…». «Quello di mangiare, bere, dormire, divertirmi e fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo». «Per tua regola» disse il Grillo-parlante con la sua solita calma «tutti quelli che fanno codesto mestiere finiscono sempre allo spedale o in prigione». «Bada, Grillaccio del mal’augurio!… se mi monta la bizza, guai a te!». «Povero Pinocchio! Mi fai proprio compassione!…». «Perché ti faccio compassione?» «Perché sei un burattino e, quel che è peggio, perché hai la testa di legno». A queste ultime parole, Pinocchio saltò su tutt’infuriato e preso sul banco un martello di legno, lo scagliò contro il Grillo-parlante. Forse non credeva nemmeno di colpirlo: ma disgraziatamente lo colse per l’appunto nel capo, tanto che il povero Grillo ebbe appena il fiato di fare crì-crìcrì, e poi rimase lì stecchito e appiccicato alla parete.
Vi dirò dunque, ragazzi, che mentre il povero Geppetto era condotto senza sua colpa in prigione, quel monello di Pinocchio, rimasto libero dalle grinfie del carabiniere, se la dava a gambe già attraverso ai campi, per far più presto a tornarsene a casa; e nella gran furia del correre saltava greppi altissimi, siepi di pruni e fossi pieni d’acqua, tale e quale come avrebbe potuto fare un capretto o un leprottino inseguito dai cacciatori. Giunto dinanzi a casa, trovò l’uscio di strada socchiuso. Lo spinse, entrò dentro, e appena ebbe messo tanto di paletto, si gettò a sedere per terra, lasciando andare un gran sospirone di contentezza. Ma quella contentezza durò poco, perché sentì nella stanza qualcuno che fece: «Crì-crì-crì!». «Chi è che mi chiama?» disse Pinocchio tutto impaurito. «Sono io!». Pinocchio si voltò e vide un grosso Grillo che saliva lentamente su su per il muro. «Dimmi, Grillo: e tu chi sei?» «Io sono il Grillo-parlante, e abito in questa stanza da più di cent’anni». «Oggi però questa stanza è mia» disse il burattino «e se vuoi farmi un vero piacere, vattene subito, senza nemmeno voltarti indietro». «Io non me ne anderò di qui» rispose il Grillo «se prima non ti avrò detto una gran verità». «Dimmela e spìcciati». «Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori e che abbandonano capricciosamente la casa paterna! Non avranno mai bene in questo mondo; e prima o poi dovranno pentirsene amaramente». «Canta pure, Grillo mio, come ti pare e piace: ma io so che domani, all’alba, voglio andarmene di qui, perché se rimango qui, avverrà a me quel che avviene a tutti gli altri ragazzi, vale a dire mi manderanno a scuola e per amore o per forza mi toccherà studiare; e io, a dirtela in confidenza, di studiare non ne ho punto voglia e mi diverto più a correre dietro alle farfalle e a salire su per gli alberi a prendere gli uccellini di nido». 18
CAPITOLO V Pinocchio ha fame e cerca un uovo per farsi una frittata; ma sul più bello, la frittata gli vola via dalla finestra.
cuocessi a uso uovo da bere? No, la più lesta di tutte è di cuocerlo nel piatto o nel tegamino: ho troppa voglia di mangiarmelo!». Detto fatto, pose un tegamino sopra un caldano pieno di brace accesa: messe nel tegamino, invece d’olio o di burro, un po’ d’acqua: e quando l’acqua principiò a fumare, tac!… spezzò il guscio dell’uovo, e fece l’atto di scodellarvelo dentro. Ma invece della chiara e del torlo, scappò fuori un pulcino tutto allegro e complimentoso, il quale, facendo una bella riverenza, disse: «Mille grazie, signor Pinocchio, d’avermi risparmiata la fatica di rompere il guscio! Arrivederla, stia bene e tanti saluti a casa!». Ciò detto, distese le ali e, infilata la finestra che era aperta, se ne volò via a perdita d’occhio. Il povero burattino rimase lì, come incantato, cogli occhi fissi, colla bocca aperta e coi gusci dell’uovo in mano. Riavutosi, peraltro, dal primo sbigottimento, cominciò a piangere, a strillare, a battere i piedi in terra, per la disperazione, e piangendo diceva: «Eppure il Grillo-parlante aveva ragione! Se non fossi scappato di casa e se il mio babbo fosse qua ora non mi troverei a morire di fame! Oh! che brutta malattia che è la fame». E perché il corpo gli seguitava a brontolare più che mai, e non sapeva come fare a chetarlo, pensò di uscir di casa e di dare una scappata al paesello vicino, nella speranza di trovare qualche persona caritatevole che gli avesse fatto l’elemosina di un po’ di pane.
Intanto cominciò a farsi notte, e Pinocchio, ricordandosi che non aveva mangiato nulla, sentì un’uggiolina allo stomaco, che somigliava moltissimo all’appetito. Ma l’appetito nei ragazzi cammina presto; e difatti dopo pochi minuti l’appetito diventò fame, e la fame, dal vedere al non vedere, si convertì in una fame da lupi, una fame da tagliarsi col coltello. Il povero Pinocchio corse subito al focolare, dove c’era una pentola che bolliva; fece l’atto di scoperchiarla, per vedere che cosa ci fosse dentro, ma la pentola era dipinta sul muro. Figuratevi come restò. Il suo naso, che era già lungo, gli diventò più lungo almeno quattro dita. Allora si dette a correre per la stanza e a frugare per tutte le cassette e per tutti i ripostigli in cerca di un po’ di pane, magari un po’ di pan secco, un crosterello, un osso avanzato al cane, un po’ di polenta muffita, una lisca di pesce, un nocciolo di ciliegia, insomma di qualche cosa da masticare: ma non trovò nulla, il gran nulla, proprio nulla. E intanto la fame cresceva, e cresceva sempre: e il povero Pinocchio non aveva altro sollievo che quello di sbadigliare: e faceva degli sbadigli così lunghi, che qualche volta la bocca gli arrivava fino agli orecchi. E dopo avere sbadigliato, sputava, e sentiva che lo stomaco gli andava via. Allora, piangendo e disperandosi, diceva: «Il Grilloparlante aveva ragione. Ho fatto male a rivoltarmi al mio babbo e a fuggire di casa… Se il mio babbo fosse qui, ora non mi troverei a morire di sbadigli! Oh! che brutta malattia che è la fame!». Quand’ecco gli parve di vedere nel monte della spazzatura qualche cosa di tondo e di bianco, che somigliava tutto a un uovo di gallina. Spiccare un salto e gettarvisi sopra, fu un punto solo. Era un uovo davvero. La gioia del burattino è impossibile descriverla: bisogna sapersela figurare. Credendo quasi che fosse un sogno, si rigirava quest’uovo fra le mani, e lo toccava e lo baciava, e baciandolo diceva: «E ora come dovrò cuocerlo? Ne farò una frittata?… No, è meglio cuocerlo nel piatto!… O non sarebbe più saporito se lo friggessi in padella? O se invece lo 19
CAPITOLO VI Pinocchio si addormenta coi piedi sul caldano, e la mattina dopo si sveglia coi piedi tutti bruciati.
Per l’appunto era una nottataccia d’inferno. Tuonava forte forte, lampeggiava come se il cielo pigliasse fuoco, e un ventaccio freddo e strapazzone, fischiando rabbiosamente e sollevando un immenso nuvolo di polvere, faceva stridere e cigolare tutti gli alberi della campagna. Pinocchio aveva una gran paura dei tuoni e dei lampi, se non che la fame era più forte della paura: motivo per cui accostò l’uscio di casa, e presa la carriera, in un centinaio di salti arrivò fino al paese, colla lingua fuori e col fiato grosso, come un cane da caccia. Ma trovò tutto buio e tutto deserto. Le botteghe erano chiuse; le porte di casa chiuse; le finestre chiuse; e nella strada nemmeno un cane. Pareva il paese dei morti. Allora Pinocchio, preso dalla disperazione e dalla fame, si attaccò al campanello d’una casa, e cominciò a suonare a distesa, dicendo dentro di sé: «Qualcuno si affaccerà». Difatti si affacciò un vecchino, col berretto da notte in capo, il quale gridò tutto stizzito: «Che cosa volete a quest’ora?» «Che mi fareste il piacere di darmi un po’ di pane?» «Aspettami costì che torno subito», rispose il vecchino, credendo di aver da fare con qualcuno di quei ragazzacci
rompicollo che si divertono di notte a suonare i campanelli delle case, per molestare la gente per bene, che se la dorme tranquillamente. Dopo mezzo minuto la finestra si riaprì e la voce del solito vecchino gridò a Pinocchio: «Fatti sotto e para il cappello». Pinocchio si levò subito il suo cappelluccio, ma mentre faceva l’atto di pararlo, sentì pioversi addosso un’enorme catinellata d’acqua che lo annaffiò tutto dalla testa ai piedi, come se fosse un vaso di giranio appassito. Tornò a casa bagnato come un pulcino e rifinito dalla stanchezza e dalla fame: e perché non aveva più forza di reggersi ritto, si pose a sedere, appoggiando i piedi fradici e impillaccherati sopra un caldano pieno di brace accesa. E lì si addormentò; e nel dormire, i piedi che erano di legno, gli presero fuoco e adagio adagio gli si carbonizzarono e diventarono cenere. E Pinocchio seguitava a dormire e a russare, come se i suoi piedi fossero quelli d’un altro. Finalmente sul far del giorno si svegliò, perché qualcuno aveva bussato alla porta. «Chi è?» domandò sbadigliando e stropicciandosi gli occhi. «Sono io», rispose una voce. Quella voce era la voce di Geppetto.
CAPITOLO VII Geppetto torna a casa, e dà al burattino la colazione che il pover’uomo aveva portata per sé.
Il povero Pinocchio, che aveva sempre gli occhi fra il sonno, non s’era ancora avvisto dei piedi, che gli si erano tutti bruciati, per cui, appena sentì la voce di suo padre, schizzò giù dallo sgabello per correre a tirare il paletto; ma invece, dopo due o tre traballoni, cadde di picchio tutto lungo disteso sul pavimento.
E nel battere in terra, fece lo stesso rumore che avrebbe fatto un sacco di mestoli, cascato da un quinto piano. «Aprimi!» intanto gridava Geppetto dalla strada. «Babbo mio, non posso», rispondeva il burattino piangendo e ruzzolandosi per terra. «Perché non puoi?» 20
«Se volete che le mangi, fatemi il piacere di sbucciarle». «Sbucciarle?» replicò Geppetto meravigliato «Non avrei mai creduto, ragazzo, mio, che tu fossi così boccuccia e così schizzinoso di palato. Male! In questo mondo, fin da bambini, bisogna avvezzarsi abboccati e a saper mangiare di tutto, perché non si sa mai quel che ci può capitare. I casi son tanti!». «Voi direte bene, soggiunse Pinocchio, ma io non mangerò mai una frutta, che non sia sbucciata. Le bucce non le posso soffrire». E quel buon uomo di Geppetto, cavato fuori un coltellino, e armatosi di santa pazienza, sbucciò le tre pere, e pose tutte le bucce sopra un angolo della tavola. Quando Pinocchio in due bocconi ebbe mangiata la prima pera, fece l’atto di buttar via il torsolo, ma Geppetto gli trattenne il braccio, dicendogli: «Non lo buttar via: tutto in questo mondo può far comodo». «Ma io il torsolo non lo mangio davvero!» gridò il burattino, rivoltandosi come una vipera. «Chi lo sa! I casi son tanti!» ripeté Geppetto, senza riscaldarsi. Fatto sta che i tre torsoli, invece di essere gettati fuori dalla finestra, vennero posati sull’angolo della tavola in compagnia delle bucce. Mangiate o, per dir meglio, divorate le tre pere, Pinocchio fece un lunghissimo sbadiglio e disse piagnucolando: «Ho dell’altra fame!». «Ma io, ragazzo mio, non ho più nulla da darti». «Proprio nulla, nulla?» «Ci avrei soltanto queste bucce e questi torsoli di pera». «Pazienza!» disse Pinocchio, «se non c’è altro, mangerò una buccia». E cominciò a masticare. Da principio storse un po’ la bocca; ma poi, una dietro l’altra, spolverò in un soffio tutte le bucce: e dopo le bucce, anche i torsoli, e quand’ebbe finito di mangiare ogni cosa, si batté tutto contento le mani sul corpo, e disse gongolando: «Ora sì che sto bene!». «Vedi dunque» osservò Geppetto «che avevo ragione io quando ti dicevo che non bisogna avvezzarsi né troppo sofistici né troppo delicati di palato. Caro mio, non si sa mai quel che ci può capitare in questo mondo. I casi son tanti!».
«Perché mi hanno mangiato i piedi». «E chi te li ha mangiati?» «Il gatto», disse Pinocchio, vedendo il gatto che colle zampine davanti si divertiva a far ballare alcuni trucioli di legno. «Aprimi, ti dico!» ripeté Geppetto «se no quando vengo in casa, il gatto te lo do io!». «Non posso star ritto, credetelo. O povero me! povero me che mi toccherà a camminare coi ginocchi per tutta la vita!». Geppetto, credendo che tutti questi piagnistei fossero un’altra monelleria del burattino, pensò bene di farla finita, e arrampicatosi su per il muro, entrò in casa dalla finestra. Da principio voleva dire e voleva fare, ma poi quando vide il suo Pinocchio sdraiato in terra e rimasto senza piedi davvero, allora sentì intenerirsi; e presolo subito in collo, si dette a baciarlo e a fargli mille carezze e mille moine, e, coi luccioloni che gli cascavano giù per le gote, gli disse singhiozzando: «Pinocchiuccio mio! Com’è che ti sei bruciato i piedi?» «Non lo so, babbo, ma credetelo che è stata una nottata d’inferno e me ne ricorderò fin che campo. Tonava, balenava e io avevo una gran fame e allora il Grilloparlante mi disse “Ti sta bene; sei stato cattivo, e te lo meriti” e io gli dissi “Bada, Grillo!” e lui mi disse “Tu sei un burattino e hai la testa di legno” e io gli tirai un martello di legno, e lui morì, ma la colpa fu sua, perché io non volevo ammazzarlo, prova ne sia che messi un tegamino sulla brace accesa del caldano, ma il pulcino scappò fuori e disse “Arrivedella… e tanti saluti a casa” e la fame cresceva sempre, motivo per cui quel vecchino col berretto da notte, affacciandosi alla finestra mi disse “Fatti sotto e para il cappello” e io con quella catinellata d’acqua sul capo, perché il chiedere un po’ di pane non è vergogna, non è vero? Me ne tornai subito a casa, e perché avevo sempre una gran fame, messi i piedi sul caldano per rasciugarmi, e voi siete tornato, e me li sono trovati bruciati, e intanto la fame l’ho sempre e i piedi non li ho più! Ih!… Ih!… Ih!… Ih!». E il povero Pinocchio cominciò a piangere e a berciare così forte, che lo sentivano da cinque chilometri lontano. Geppetto, che di tutto quel discorso arruffato aveva capito una cosa sola, cioè che il burattino sentiva morirsi dalla gran fame, tirò fuori di tasca tre pere, e porgendogliele, disse «Queste tre pere erano per la mia colazione, ma io te le do volentieri. Mangiale, e buon pro ti faccia».
21
CAPITOLO VIII Geppetto rifà i piedi a Pinocchio, e vende la propria casacca per comprargli l’Abbecedario.
«Bravo ragazzo!». «Ma per andare a scuola ho bisogno d’un po’ di vestito». Geppetto, che era povero e non aveva in tasca nemmeno un centesimo, gli fece allora un vestituccio di carta fiorita, un paio di scarpe di scorza di albero e un berrettino di midolla di pane. Pinocchio corse subito a specchiarsi in una catinella piena d’acqua e rimase così contento di sé che disse pavoneggiandosi: «Paio proprio un signore!». «Davvero» replicò Geppetto «perché, tienlo a mente, non è il vestito bello che fa il signore, ma è piuttosto il vestito pulito». «A proposito» soggiunse il burattino «per andare alla scuola mi manca sempre qualcosa, anzi mi manca il più e il meglio». «Cioè?» «Mi manca l’Abbecedario». «Hai ragione: ma come si fa per averlo?» «È facilissimo: si va da un libraio e si compra». «E i quattrini?» «Io non ce l’ho». «Nemmeno io» soggiunse il buon vecchio, facendosi tristo. E Pinocchio, sebbene fosse un ragazzo allegrissimo, si fece tristo anche lui: perché la miseria, quando è miseria davvero, la intendono tutti, anche i ragazzi. «Pazienza!» gridò Geppetto tutt’a un tratto rizzandosi in piedi e infilatasi la vecchia casacca di fustagno, tutta toppe e rimendi, uscì correndo di casa. Dopo poco tornò, e quando tornò aveva in mano l’Abbecedario per il figliuolo, ma la casacca non l’aveva più. Il pover’uomo era in maniche di camicia, e fuori nevicava. «E la casacca, babbo?» «L’ho venduta». «Perché l’avete venduta?» «Perché mi faceva caldo». Pinocchio capì questa risposta a volo, e non potendo frenare l’impeto del suo buon cuore, saltò al collo di Geppetto e cominciò a baciarlo per tutto il viso.
Il burattino, appena che si fu levata la fame, cominciò subito a bofonchiare e a piangere, perché voleva un paio di piedi nuovi. Ma Geppetto, per punirlo della monelleria fatta, lo lasciò piangere e disperarsi per una mezza giornata, poi gli disse: «E perché dovrei rifarti i piedi? Forse per vederti scappar di nuovo da casa tua?» «Vi prometto» disse il burattino singhiozzando «che da oggi in poi sarò buono». «Tutti i ragazzi, quando vogliono ottenere qualcosa, dicono così», replicò Geppetto. «Vi prometto che anderò a scuola, studierò e mi farò onore». «Tutti i ragazzi, quando vogliono ottenere qualcosa, ripetono la medesima storia». «Ma io non sono come gli altri ragazzi! Io sono più buono di tutti e dico sempre la verità. Vi prometto, babbo, che imparerò un’arte e che sarò la consolazione e il bastone della vostra vecchiaia». Geppetto che, sebbene facesse il viso di tiranno, aveva gli occhi pieni di pianto e il cuore grosso dalla passione di vedere il suo povero Pinocchio in quello stato compassionevole, non rispose altre parole ma, presi in mano gli arnesi del mestiere e due pezzetti di legno stagionato, si pose a lavorare di grandissimo impegno. E in meno di un’ora, i piedi erano bell’e fatti; due piedini svelti, asciutti e nervosi, come se fossero modellati da un artista di genio. Allora Geppetto disse al burattino: «Chiudi gli occhi e dormi!». E Pinocchio chiuse gli occhi e fece finta di dormire. E nel tempo che si fingeva addormentato, Geppetto, con un po’ di colla sciolta in un guscio d’uovo, gli appiccicò i due piedi al loro posto, e glieli appiccicò così bene, che non si vedeva nemmeno il segno dell’attaccatura. Appena il burattino si accorse di avere i piedi, saltò giù dalla tavola dove stava disteso, e principiò a fare mille sgambetti e mille capriole, come se fosse ammattito dalla gran contentezza. «Per ricompensarvi di quanto avete fatto per me» disse Pinocchio al suo babbo «voglio subito andare a scuola». 24
CAPITOLO IX Pinocchio vende l’Abbecedario per andare a vedere il teatro dei burattini.
«Bravo bue! Allora te lo leggerò io. Sappi dunque che in quel cartello a lettere rosse come il fuoco c’è scritto: gran teatro dei burattini». «È molto che è incominciata la commedia?» «Comincia ora». «E quanto si spende per entrare?» «Quattro soldi». Pinocchio, che aveva addosso la febbre della curiosità, perse ogni ritegno, e disse senza vergognarsi al ragazzetto col quale parla: «Mi daresti quattro soldi fino a domani?» «Te li darei volentieri» gli rispose l’altro canzonandolo «ma oggi per l’appunto non te li posso dare». «Per quattro soldi, ti vendo la mia giacchetta», gli disse allora il burattino. «Che vuoi che mi faccia di una giacchetta di carta fiorita? Se ci piove su, non c’è più verso di cavartela da dosso». «Vuoi comprare le mie scarpe?» «Sono buone per accendere il fuoco». «Quanto mi dai per il berretto?» «Bell’acquisto davvero! Un berretto di midolla di pane! C’è il caso che i topi me lo vengano a mangiare in capo!». Pinocchio era sulle spine. Stava lì lì per fare un’ultima offerta, ma non aveva coraggio, esitava, tentennava, pativa. Alla fine disse: «Vuoi darmi quattro soldi per quest’Abbecedario nuovo?» «Io sono un ragazzo, e non compro nulla dai ragazzi», gli rispose il suo piccolo interlocutore, che aveva molto più giudizio di lui. «Per quattro soldi l’Abbecedario lo prendo io» gridò un rivenditore di panni usati, che s’era trovato presente alla conversazione. E il libro fu venduto lì su due piedi. E pensare che quel pover’uomo di Geppetto era rimasto a casa, a tremare dal freddo in maniche di camicia, per comprare l’Abbecedario al figliuolo!
Smesso che fu di nevicare, Pinocchio col suo bravo Abbecedario nuovo sotto il braccio, prese la strada che menava alla scuola e, strada facendo, fantasticava nel suo cervellino mille ragionamenti e mille castelli in aria, uno più bello dell’altro. E discorrendo da sé solo diceva: «Oggi, alla scuola, voglio subito imparare a leggere, domani poi imparerò a scrivere e domani l’altro imparerò a fare i numeri. Poi, colla mia abilità, guadagnerò molti quattrini e coi primi quattrini che mi verranno in tasca, voglio subito fare al mio babbo una bella casacca di panno. Ma che dico di panno? Gliela voglio fare tutta d’argento e d’oro, e coi bottoni di brillanti. E quel pover’uomo se la merita davvero: perché, insomma, per comprarmi i libri e per farmi istruire, è rimasto in maniche di camicia… a questi freddi! Non ci sono che i babbi che sieno capaci di certi sacrifizi!». Mentre tutto commosso diceva così, gli parve di sentire in lontananza una musica di pifferi e di colpi di grancassa: pì-pì-pì, pì-pì-pì zum, zum, zum, zum. Si fermò e stette in ascolto. Quei suoni venivano di fondo a una lunghissima strada traversa, che conduceva a un piccolo paesetto fabbricato sulla spiaggia del mare. «Che cosa sia questa musica? Peccato che io debba andare a scuola, se no…». E rimase lì perplesso. A ogni modo, bisognava prendere una risoluzione: o a scuola, o a sentire i pifferi. «Oggi anderò a sentire i pifferi, e domani a scuola. Per andare a scuola c’è sempre tempo» disse finalmente quel monello, facendo una spallucciata. Detto fatto, infilò giù per la strada traversa, e cominciò a correre a gambe. Più correva e più sentiva distinto il suono dei pifferi e dei tonfi della grancassa: pì- pì-pì, pì-pì-pì… zum, zum, zum, zum. Quand’ecco che si trovò in mezzo a una piazza tutta piena di gente, la quale si affollava intorno a un gran baraccone di legno e di tela dipinta di mille colori. «Che cos’è quel baraccone?» domandò Pinocchio, voltandosi a un ragazzetto che era lì del paese. «Leggi il cartello, che c’è scritto, e lo saprai». «Lo leggerei volentieri, ma per l’appunto oggi non so leggere». 25
Edizioni NPE e Associazione La Nona Arte hanno il piacere di presentare l’intramontabile classico di Carlo Collodi illustrato per la prima volta dall’artista Paolo Mottura, una visione del tutto originale dell’opera rispetto a quelle del passato, in cui l’approccio classico delle illustrazioni di Mottura si fonde con le diverse soluzioni tecniche adottate per l’occasione: dai pastelli agli acquerelli, sino agli oli ricchi di ricercati effetti materici. Ogni pagina è una suggestione visiva ricca di dettagli, nel pieno rispetto del capolavoro letterario collodiano.
ISBN: 978-88-36270-66-8
edizioninpe.it Edizioni NPE euro 19,90