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M Il mostro di Dusseldorf

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M Il mostro di Düsseldorf Adattamento a fumetti del film del 1931 diretto da Fritz Lang di Andrea Cavaletto © Andrea Cavaletto per questo adattamento © Tutti i diritti riservati per le altre illustrazioni utilizzate © Francesco Massaccesi per la prefazione © 2026 Solone srl per questa edizione Collana: Horror, 30 Direttore Editoriale: Nicola Pesce Caporedattore: Stefano Romanini Ufficio Stampa: Gloria Grieco Cover design e progetto grafico: Sebastiano Barcaroli Impaginazione: Ruslan Viviano Illustrazione di copertina: Andrea Cavaletto Correzione bozze: a cura della redazione Stampato in Cina – OTTOBRE 2026 Edizioni NPE è un marchio in esclusiva di Solone srl Via Aversana, 8 – 84025 Eboli (SA) edizioninpe.it facebook.com/edizioninpe instagram.com/edizioninpe youtube.com/@edizioninpe_ #edizioninpe


Fritz Lang, genio e destino: l’immaginario e le tematiche di M di Francesco Massaccesi

Come solo pochissimi altri registi prima e dopo di lui, Fritz Lang rimane una figura imprescindibile per concepire o analizzare le basi fondanti della natura del cinema stesso, oltre che un titano capace di spezzare tante delle catene a cui il linguaggio cinematografico, sia esso narrativo o puramente visivo, era ancora legato agli inizi del secolo scorso.

Nato a Vienna nel 1890, figlio di un architetto associato con un’importante impresa edile, il giovane Lang cercò inizialmente di seguire le orme paterne, studiando architettura e ingegneria civile prima di dedicarsi all’arte. L’imposizione di intraprendere lo stesso percorso professionale del genitore, infatti, aveva reso Lang piuttosto disincantato nei confronti della classe borghese, portandolo a staccarsi, a poco a poco, dalla famiglia e dalle soffocanti convenzioni sociali in cui era cresciuto. Diventato praticamente un bohémien, la giovinezza del futuro regista si alternò tra i viaggi per il mondo e gli studi per perseguire le sue ambizioni pittoriche, interrotte dall’arruolamento volontario per servire nell’esercito austriaco durante la prima guerra mondiale. Sopravvissuto al conflitto con numerose cicatrici e un serissimo problema all’occhio destro, Lang cominciò a prendere in seria considerazione l’idea di lavorare nel cinema durante l’anno speso in convalescenza all’ospedale di Vienna, dove scrisse delle 5


sceneggiature che attirarono l’attenzione di un produttore tedesco: trasferitosi a Berlino, e dopo essersi anche concesso qualche prova attoriale sul palcoscenico, Lang iniziò a lavorare sempre più attivamente sia come sceneggiatore che come regista. Erano gli anni turbolenti e difficili della Repubblica di Weimar, nata dalle ceneri dell’impero tedesco distrutto dalla guerra e da pesanti tumulti interni. Una società ancora sconvolta dai suoi traumi più recenti, ma capace di ripartire e, in un certo senso, elaborare le proprie problematiche attraverso nuove forme, discipline e correnti artistiche e culturali. Insieme a Thea von Harbou, sua seconda moglie – dopo la misteriosa morte della precedente, apparentemente suicidatasi con un revolver appartenente a Lang – e sceneggiatrice di fiducia per anni, il regista attraversò

tutta l’età dell’oro della Repubblica di Weimar, sempre in bilico tra decadenza e sperimentazione, toccando vette artistiche altissime con capolavori del cinema muto come Il dottor Mabuse (Dr. Mabuse, der Spieler, 1922), I nibelunghi (Die Nibelungen, saga in due parti del 1924) e Metropolis (1927), per poi superare brillantemente la prova del passaggio al cinema sonoro con quello che è da molti ritenuto il suo capolavoro, M - Il mostro di Düsseldorf (M, 1931). Lang, in circostanze spesso romanzate e mai del tutto chiarite, lasciò la Germania proprio nei primi anni Trenta, in contrasto con il regime nazista che, con il suo nuovo cinema di propaganda, erediterà alcuni stilemi artistici e strategie produttive del periodo di Weimar. Il regista tornerà a lavorare in Germania solo molto tempo dopo, nei tardi anni 6


Seppur non sia ovviamente possibile tracciare un adeguato profilo di Lang in così poche righe, questa breve digressione sulla vita e sulla carriera del regista era necessaria per meglio inquadrare il suo cinema e, soprattutto, il periodo in cui M prese forma. Lang, come molti individui del suo tempo, era interessato agli studi frenologici di Cesare Lombroso, appassionandosi soprattutto alle sue teorie sul rapporto tra caratteristiche fisiche e tendenze antisociali; una delle massime lombrosiane, “non ci sono criminali, ma solo crimini”, d’altra parte, fu un concetto citato dal regista proprio come una delle basi su cui sviluppò M. M è, sotto certi aspetti, anche uno studio psicologico messo su pellicola, nonché uno sguardo su come la società, diciamo così, “normale”, provi spasmodico interesse nel

Cinquanta, quasi alla fine di una carriera proseguita soprattutto a Hollywood; un percorso tortuoso, tra alti e bassi, progetti appartenenti ai generi più disparati e frequenti liti, a volte umilianti, con produttori poco propensi a venire a patti con la testardaggine di ferro di un artista come Lang. Lang, come del resto anche Bertolt Brecht – con cui il regista ebbe rapporti prima amichevoli e poi burrascosi a causa di alcuni alterchi professionali – non aveva soltanto poca fiducia nella superficialità e negli eccessi consumistico-capitalistici della Hollywood in cui si era ricostruito una carriera dopo la fuga dalla Germania nazista, ma anche nella natura umana stessa, cosa che lo porterà a essere definito, di volta in volta, sia un misantropo anti-umanista che un nazionalista dai modi autoritari se non tirannici. 7


dai veri casi di cronaca nera su cui Lang e sua moglie si basarono per delineare il personaggio interpretato da Peter Lorre, un uomo comune, quasi invisibile, ma attanagliato da una forza oscura che lo spinge a uccidere piccoli innocenti. Non che ci fosse carenza dei suddetti casi di cronaca nera, tra l’altro. Forse cominciò da molto lontano il malessere che attanagliò la Germania dell’inizio dello scorso secolo, fino a sfociare nelle estreme conseguenze che, per almeno due volte, furono sul punto di bruciare il mondo: mentre l’impero moriva e la repubblica emetteva i suoi primi vagiti, la nazione venne sconvolta anche da un numero non trascurabile di serial killer, l’ultimo dei quali, Peter Kürten, era ancora a piede libero durante le riprese del film. Se lo si volesse riassumere con una singola frase, quindi, M potrebbe essere definito come un film nato sulla fascinazione della Repubblica di Weimar per i crimini violenti e

seguire i più efferati casi di cronaca nera. Per citare lo stesso Lang, sembrava che il pubblico tedesco dell’epoca, che fosse esso composto da lettori di giornali o spettatori cinematografici, avesse una “fascinazione latente” per l’omicidio, che fin dalla parola stessa era capace di scatenare nella gente un insieme di emozioni sommerse e represse. Fascinazione latente che inoltre porta a chiedersi, oggi, quale davvero sia stata l’ispirazione che portò Lang e Thea von Harbou a lavorare al film; lo stesso regista, peraltro, non diede mai una spiegazione definitiva, fornendo diverse versioni, se non contraddittorie, perlomeno piuttosto vaghe, a partire 8


la differenza tra la vita e la morte, tra l’essere vivi o l’essere caduti vittime di un maniaco che, per la prima parte del film, rimane solo un’ombra, come se, a modo suo, usasse lo spazio dell’inquadratura per nascondersi non solo agli occhi di chi gli dà la caccia, ma anche degli spettatori. Il mondo in cui vivono i personaggi di M è, profeticamente, quello in cui avrebbero vissuto i cittadini tedeschi di lì a poco, con la caduta della Repubblica di Weimar e l’avvento del Nazismo: una società in cui l’individuo vive nella paura può essere soltanto prossima al collasso, obnubilando le menti e rendendole facilmente malleabili e manovrabili, nella spasmodica attesa di uno stato (o, in questo caso specifico, di un dittatore) che possa riportare ordine e giustizia. Ma cos’è il concetto di giustizia e, soprattutto, quale stato può amministrarlo? In M, polizia e criminali sono, essenzialmente, due facce della stessa medaglia, entrambe

gli assassini seriali, una definizione che, però, sarebbe decisamente riduttiva. M è anche, del resto, il ritratto di una società malata e decadente, i cui cittadini/personaggi non hanno né virtù né, in contrasto con le sfavillanti ambientazioni di tanti altri film del periodo, vizi che rendano le loro esistenze meno grigie e tristi. La città in cui si muove il personaggio di Peter Lorre è, allo stesso tempo, un posto dove tutti possono spiare tutti, da ogni anfratto e da ogni angolo di strada, e in cui anche gli spazi più ampi sembrano, spesso, schiacciare o imprigionare sia vittime che carnefice. E, soprattutto, la città di M è un luogo sovente immerso nel silenzio che, attraverso l’uso del sonoro voluto da Lang, rendendolo indipendente dal film e dandogli la funzione di mediare tra pellicola e pubblico, scandisce 9


votate al raggiungimento dello stesso obiettivo, anche quando questo significa passare sopra ai principi fondamentali della legalità: come in alcuni lavori del già citato Brecht, anche M sottolinea i principi della Neue Sachlichkeit (Nuova oggettività), la corrente artistica – nata come reazione all’Espressionismo – che voleva rappresentare la realtà senza trucchi o abbellimenti, ma con lucidità, disincanto e cinismo. La realtà, nei film di Lang, è stata spesso considerata come parte di un’apparenza ingannevole, poiché non giudicabile attraverso i criteri standard del concetto di reale; se le sue opere sono state frequentemente analizzate a livello metaforico, anche la mancanza di punti di riferimento incontrovertibilmente reali rendono i suoi film un qualcosa in cui una connessione diretta con la realtà è sospesa tra la veridicità e il falso, portando gli spettatori a cercare di analizzare – o, appunto, metaforizzare – le immagini per trovarne un significato. Il cinema, per Lang, poteva essere letto come una metafora definitiva, anche del potere delle forme e del controllo, esibite

attraverso uno stile architetturalmente preciso, ma evitando di riprodurre pedissequamente la realtà di tutti i giorni. M è, dunque, costruito con uno schema preciso o, per citare una critica dell’epoca, “matematico”: gli spettatori non vengono catturati dal dipanarsi della trama in sé, ma da come viene districata, con un montaggio che, per l’appunto, in maniera matematica, incasella dei dettagli sonori e visivi in modo da svelare gradualmente le tracce lasciate dall’assassino. Come in un processo di calcolo, infatti, il crescente numero di indizi ed elementi viene analizzato, decifrato e ricostruito, quasi come se, invece che un efferato omicida, si cerchi di arrivare alla soluzione di un’espressione algebrica, come se si volesse ottenere un risultato che identifichi un uomo come un numero. 10


controllare, e la sua lotta contro i propri impulsi (omicidi, in questo caso) è persa in partenza, poiché già decisa dal destino, un destino dal quale neanche Lang stesso potrebbe salvarlo. Ancora oggi, a quasi un secolo di distanza dalla sua realizzazione, M rimane, forse soltanto alla pari di Metropolis, il film più conosciuto e celebrato di Fritz Lang, sia per la complessità della sua struttura narrativa, tanto originale quanto precisa nel delineare un meccanismo di crudeltà e calcolata ambiguità, sia per la complessità del suo impianto scenico, così avanti rispetto all’epoca della realizzazione da spiazzare anche i critici più celebrati del periodo. M rimane una pellicola che ha precorso i tempi, e l’eco della sua importanza ha tracciato il solco per tanti elementi fondamentali del cinema moderno, anche nel suo delineare il ritratto psicologico di un assassino e la

Se è già stata delineata l’importanza del sonoro nel film, anche i movimenti di macchina servono a modellare il senso dello spazio per amplificare o plasmare la tensione drammatica; per tornare alla definizione di schema matematico citata poco prima, i movimenti di macchina in M servono a delineare uno spazio sociale fluido, ricco, con dinamiche chiare, distinte e, soprattutto, narrativamente complesse. E, su tutto, c’è il tema del destino o, in maniera più precisa, dell’incapacità dell’essere umano di poter controllare quello che è, essenzialmente e invariabilmente, un fato tragico; una lotta futile, ma che Lang considerava tra gli scopi più importanti dell’esistenza umana. In M, come in molti altri film del regista, il protagonista/antagonista è un individuo preda di forze oscure che non riesce a 11


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reazione degli individui che lo circondano, capaci di ergersi a giudici, giuria e giustizieri. Circa due decenni dopo, il produttore di M, Seymour Nebenzal, scappato come Lang dalla Germania nazista, decise di produrre un remake del film, ambientando la storia negli Stati Uniti e trovando totale opposizione del regista, che considerava il proprio capolavoro intoccabile; determinato e inamovibile quanto Lang, Nebenzal riuscì nel proprio intento, nonostante le difficoltà nel trovare un regista all’altezza. Il remake di M venne diretto – nonostante qualche esitazione iniziale – da Joseph Losey, un altro dei grandi cineasti del Novecento, dalla storia e dalla carriera travagliate quasi quanto quelle di Lang; il suo M è ambientato nella Los Angeles del dopoguerra, con un protagonista, interpretato da David Wayne, allora conosciuto più per i ruoli brillanti che per quelli da cattivo.

Ma soprattutto, l’M di Losey faceva leva su altre paranoie, più precisamente sull’isteria collettiva dei movimenti anticomunisti attivi in America durante gli anni Cinquanta e ben descritti da pellicole di molto successive come Il prestanome (The Front, Martin Ritt, 1976) o Va’ e uccidi (The Manchurian Candidate, John Frankenheimer, 1962), a dimostrazione, come se ce ne fosse bisogno, che l’orrore, sia esso politico, sociale o semplicemente umano, poteva ancora trovarvi ovunque.

Francesco Massaccesi è uno sceneggiatore e scrittore di saggistica, narrativa e fumetti. Lavora principalmente tra Italia, Inghilterra e Stati Uniti, ma non disdegna il resto del mondo.

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scappa, scappa monellaccio, sennò viene l’uomo nero col suo lungo coltellaccio...

...per tagliare a pezzettini... proprio te!

bambini, smettetela! quante volte ve lo devo ripetere?

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Oh, lasciali in pace. Se cantano almeno sappiamo che stanno bene...

che succede?

si, mi sa che hai ragione! tieni... i tuoi panni...

non voglio più sentire quella orribile filastrocca...

ci vediamo. comunque mi dà in testa che continuano a cantarla, ancora e ancora...

già... come se non avessimo sentito abbastanza di quel mostro...

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Elsie non è con voi?

arrivo prima io! hi, hi!

no, signora beckmann!

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scegli un palloncino, elsie...

grazie, signore.

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edizione speciale! Un nuovo crimine in città! Edizione speciale!

“poichè la polizia non ha pubblicato la mia prima lettera, scrivo direttamente a voi della stampa...”

“...per dirvi che non ho ancora finito di uccidere!”

cristo, ci risiamo!

è scritto troppo piccolo! non riesco a leggere! ehi, tu, leggi più forte!

“le indagini portano a credere che si tratti dello stesso killer inarrestabile che ha già ucciso otto bambini...”

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Altri volumi della stessa collana pubblicati da Edizioni NPE:

L’uomo lupo – ISBN: 978-88-36270-84-2 Un chien andalou – ISBN: 978-88-36270-17-0 Freaks – ISBN: 978-88-36271-79-5 London after midnight – ISBN: 978-88-36272-81-5

La casa editrice del fumetto d’autore

edizioninpe.it


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