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Gianni Brunoro
Sostenevano che leggesse dei libri strani: da cui cavava tutte quelle parole che non vogliono dir nulla, o quasi nulla, ma servono come non altre ad accileccare gli sprovveduti, gli ignari. Carlo Emilio Gadda
Q uer pasticciaccio brutto de via Merulana.
Le creature di Sergio Toppi (intendendo l’insieme dei suoi fumetti) hanno contenuti tali da suscitare, a volte, rifessioni sulla natura stessa del medium; e gli episodi Algarve 1460 e Ipotesi 1492, compresi nel presente volume, vi si prestano in modo particolare. Però va fatta una distinzione preliminare. Per tutta la sua vita, Toppi ha disegnato sia fumetti scritti da altri sia racconti “d’autore”, vale a dire creazioni su testi propri. Ebbene, alla luce di tale prospettiva possiamo fare una osservazione abbastanza interessante.
Se ci si accosta ai meccanismi creativi di Sergio Toppi, potremo individuare in lui una delle menti più fertili del fumetto italiano, specie se guardiamo panoramicamente a tutta la sua ragguardevole produzione: è facile individuare sia un ampio flone dalla grafca, diciamo così, tradizionale, sia uno di creatività che si potrebbe defnire fantastica, nel quale, su testi propri, egli si lascia volentieri scivolare in canoni diversi, chiamati magari in poesia “voli pindarici”.
Occorre dunque fare una distinzione stilistica fra i due floni creativi del disegnatore.
Quando Toppi è chiamato a illustrare un testo e una sceneggiatura altrui, che in genere narra una vicenda realistica concreta – fatti accaduti o verosimili – egli adotta un criterio grafco tradizionale: la vicenda è narrata cioè secondo il metodo consueto, la successione regolare di vignette, beninteso rafgurate secondo il proprio stile grafco.

mente opposta, alterando in direzione demistifcatorio-distopica un evento che i secoli a venire avrebbero identifcato come grandioso (la scoperta dell’America, premessa allo sconvolgimento del mondo), trattandolo come una faccenduola destinata a estinguersi nel giro di qualche giorno.
I racconti ofrono dunque almeno due livelli di lettura. L’uno consiste nell’abbandonarsi al puro e semplice godimento della (fanta)storia; l’altro, nel lasciarsi suggestionare dai molteplici, sfaccettati rimandi che sono parte dei due racconti. Sono storie, innanzitutto, lontane nei rispettivi momenti creativi dell’autore: Algarve 1460 è del 1978 (uscita preliminare nel numero 12 di «Alter»); risale invece al 1992 Ipotesi 1492 (pubblicata la prima volta a febbraio, nel numero 88 della rivista «Comic Art»). È un bizzarro rapporto creativo, quasi tre lustri di diferenza, per due storie ambientate tuttavia in momenti vicini e signifcativi della Storia del Mondo: quasi che il secondo fosse, nella mente di Toppi, uno sviluppo logico del primo. (Ovviamente, non potremo mai accertare questa ipotesi, perché Toppi – Milano, 11 ottobre 1932/21 agosto 2012 – è ormai... assente giustifcato dalla scena del fumetto). Comunque, benché l’accostamento delle due storie in un unico volume potrebbe sembrare un’operazione arbitraria, tuttavia non è difcile individuare in esse un fl rouge unifcante. Esso consiste nell’atteggiamento del Toppi-autore, perché evidentemente le due vicende raccontate, pur abissalmente lontane per contenuto narrativo, sono invece idealmente accostabili, in relazione al citato atteggiamento (ludico) di Toppi, che si diverte a scombussolare la Storia.
1460: vita e sogni spezzati
Una volta impostata questa ampia premessa metodologica, si può passare all’analisi specifca dei due racconti, iniziando da Algarve 1490, nel quale Toppi esordisce con una didascalia dai contenuti bensì storici, che egli focalizza, esaltando però solo certi aspetti della Storia reale, come possiamo rilevare nella parte fnale della prima tavola: «una sola cosa gli importava: sapere cosa ci fosse dietro l’orizzonte, al di là di quell’oceano che nessuno osava afrontare. A questo scopo tutto ha sacrifcato, tempo e ricchezze: nel lento colare degli anni batte senza tregua la sua volontà su quell’ansia di sapere come l’onda lunga sulla costa dirupata dell’Algarve». È un’allusione di sapore poetico a un personaggio che nella realtà storica fu molto altro.
In efetti, Enrico il Navigatore è, a livello popolare, meno noto di altri Grandi del suo tempo: dal geniale artista/scienziato Leonardo da Vinci, al sommo scultore/pittore

Michelangelo Buonarroti, ai navigatori/esploratori Cristoforo Colombo e Ferdinando Magellano, al conquistatore Hernán Cortés e altri. Diventato inizialmente famoso nel 1415, conquistando Ceuta in Marocco (strappata ai musulmani), ebbe tuttavia una grande importanza storica, specie come pioniere delle esplorazioni geografche. A lui si deve la pianifcazione di numerosi viaggi di esplorazione, dei quali registrò gli esiti, benché non vi partecipasse personalmente. Oltre ai viaggi fu al centro di imprese scientifche e organizzative. Seppe riunire i mezzi e le conoscenze del suo tempo (a dire il vero, anche per fni di conquista); ed era inoltre spinto da una divorante curiosità di scoprire nuove terre, nonché dall’ansia di verifcare l’esistenza di regni leggendari. Per queste ma anche altre ragioni, Enrico di Aviz detto il Navigatore (1394-1460) fu in pratica il fondatore della potenza coloniale portoghese, divenendo un personaggio di grande importanza, quasi un eroe di rilievo mitologico.
Ma su questo gigante, così sfaccettato da farne un personaggio epico, Toppi preferisce alterare in qualche modo la Storia. Sceglie di farne un racconto il cui protagonista abbia requisiti quasi ascetici, insegua quasi religiosamente fni scientifci, attribuendogli insomma una entità onirica. Tanto da introdurre nel proprio testo una signifcativa allusione. Per parafrasare l’ansia di conoscenza di Enrico, Toppi vira il racconto a una specie di metafora di un capolavoro teatrale della letteratura spagnola, il dramma scritto nel 1635 La vita è sogno, di Pedro Calderón de la Barca, naturalmente senza nemmeno nominarlo. Eccone dunque la trama, nei suoi tre atti.



“quando si ridesta la sua barba è lunga, i vestiti logorati dalle intemperie”. E il marinaio, siamo alla conclusione della tavola 10, lo riconduce al senso della sua ricerca «È stato un lungo viaggio, infante Enrico, ma è giunto il momento che aspettavi: guarda oltre la nalmente saprai». E poi, tavola 11, «Guarda, infante Enrico, guarda cosa c’è oltre l’orizzonte...» e conclude «cosa non c’è: il mondo termina in baratro senza
È il nucleo concettuale e narrativo del capolavoro teatrale spagnolo. E anche qui, tavola 12, siamo di fronte a una grande illusione... il sogno dell’invisibile non è che ciò che – in metafora – esiste nella mente umana (verrebbe da dire: ecco il Toppi flosofo e fumettista mitopoietico). Ma il marinaio lo riporta alla realtà «Ti vedo triste, infante Enrico. Non ti basta la gloria del precursore? Aver iniziato un cammino che altri percorreranno. Non ti dà gioia sapere che tutto quanto andavi sognando esiste veramente?». : il risveglio al libero arbitrio, il passaggio sconvolgente della grazia, la necessità della caduta originaria, infne la violenza imposta per natura dal cielo all’uomo, paradossalmente equilibrata dalla violenza compiuta dall’uomo contro il cielo, nel breve intervallo di sogno. Così un’apparenza ; da secoli espone la pièce, intatta, a nuove letture e scoperte (e Toppi ne è uno dei testimoni), forse come l’unico dramma che da di rappresentare, in una sola immagine comprensiva, tutta l’estensione dell’esistenza. È anche il senso dell’omaggio fatto da Toppi al visionario Enrico, ronta temi flosofci profondi sulla libertà, il destino, la natura della realtà, esplorando se la vita è sogno o se abbiamo un controllo
Naturalmente noi oggi sappiamo che il dubbio di Enrico al momento di morire dipendeva dal suo sogno infranto, perché a quel punto non si era ancora realizzato. Ma dopo di lui Cristoforo Colombo e Ferdinando Magellano, per esempio, lo trasformarono in realtà. Solo i sogni di un uomo sono stati resi realtà dagli sforzi per realizertoci da Toppi col suo racconto. A lui interessava co dei pensieri di Enrico, in quanto divorato da un ideale, l’ansia di sapere. Ma quella sua ansia, elemento materialmente impalpabile, ha dato poi
Anche se poi Toppi non rinuncia – una volta enunciati i propri princìpi – a concluardo, se non addirittura un sarcastico commento del marinaio: «Sarà tutto vero o è tutto solo un sogno?». Osservazione metanarrativa in quanto, se pur relativa al dialogo fra i due personaggi del fumetto, tuttavia essa è rivolta contestualmente al lettore, proponendogli un dubbio di non semplice risoluzione.
1492: l’azzardata congettura
Con Ipotesi 1492 Toppi passa invece a un atteggiamento del tutto diverso, pur rimanendo nella prospettiva di un gioco con la realtà storica, dove l’ammiccante senso del gioco è molto più scoperto, perché il racconto – del tutto paradossale – usciva in rivista nel 1992, come befardo coinvolgimento nel contesto del gran chiacchiericcio mediatico di quel periodo, quando cioè nella realtà si celebrava il cinquecentenario del viaggio di Colombo e della scoperta “delle Indie”, ossia l’America. Il racconto si apre già in una prospettiva surreale. Toppi dà voce a un uccellaccio, un singolare narratore: il condor Zemì-Tawani, rammentatore per il suo Cacique, signore dell’isola in cui l’azione è ambientata. Il condor dichiara di ricoprire l’incarico di “rammentatore”: «Osservare tutto ciò che avviene nel corso delle stagioni… per rammentarlo poi a chi deve incidere i sacri pali della memoria». Egli è dunque il custode della memoria di un paese esotico, nel quale dobbiamo evidentemente immaginare una tribù primitiva, indigena di un paese al di là dell’oceano (sapremo poi, alla tavola 8, trattarsi dell’isola di Guanahani, che gli storici ritengono il primo approdo americano di Cristoforo Colombo, il 12 ottobre 1492). Conclude dunque il condor: «Un compito molto apprezzato dal mio signore. Ne ricavo prestigio, cibo e poca fatica». In relazione a quanto detto in precedenza sappiamo che proprio la Storia è la registrazione della memoria, ossia un’entità sacra – che, come ha ricordato Stefano Gorla nel contesto della presentazione di un volume su Toppi:
I primissimi dèi, i creatori del mondo, [la] ripartirono tra gli uomini e le donne che erano nel mondo. «La memoria è una cosa bella» dissero a loro e a sé stessi gli dèi più grandi, perché è lo specchio che aiuta a capire il presente e promette il futuro. I primissimi dèi misurarono con una coppa le quantità di memoria da ripartire, e tutti gli uomini e le donne andarono a ricevere la loro quota di memoria. Ma, a quanto pare, c’erano degli uomini e delle donne più grandi degli altri, e quindi la quantità di memoria dall’esterno non sem



E così avanti, fra battibecchi e dialoghi surreali il racconto prosegue e alla f ne, per nirà ucciso. Era l’unico superstite di coloro che intendevano scoprire le Indie. Scoperta che, grazie alla sua morte non sanisce qui, naturalmente, ma in ciò che Zemì-Tawani riferisce al suo nale tra il Cacique e il condor morto, signore, lo devo ricordare tra i fatti salienti degni di memoria?»; «No. È stato un evento trascurabile di nessuna importanza». Poi il Cacique ha un sussulto di curiosità e i due arriveranno a una concluarda: «Dimmi la verità. Te lo sei assaggiato? Com’era?»; e il condor, schermendosi, eccone la laconica risposta: «Niente di che, signore. Anzi, lievemente humour noir. In questo si conclude il caso che, se fosse successo, avrebbe totalmente cambiato la storia... L’evento “mancato” è la scoperta dell’America, che nella nostra realtà ha nzione distopica di Toppi si conclude invece con
A questo punto possiamo aggiungere una considerazione conclusiva, facendo nostro un parere espresso da Umberto Eco ad Antonio Gnoli (intervista uscita in «La Repubblica» il 9 luglio 2006), su un’ipotetica critica rivolta al proprio capolavoro Il
Come accade per altre opere, il mio romanzo può avere due o più livelli di lettura. Se io comincio dicendo: “Era una notte buia e tempestosa”, il lettore “ingenuo”, che non capisce il riferimento a Snoopy, godrà a un livello elementare, e la cosa ci può stare. Poi c’è il lettore di secondo livello che capisce il riferimento, la citazione, il gioco e dunque sa che si sta facendo soprattutto dell’ironia. A questo punto potrei aggiungere un terzo livello, da quando il mese scorso ho scoperto che la frase è l’incipit di un romanzo di Bulwer-Lytton, l’autore degli Ultimi giorni di Pompei. È ovvio che anche Snoopy [da me citato] stava probabilmente citando.
Evidentemente, è una tipologia di considerazioni applicabili a varie opere narrative e pertanto anche ai fumetti; e nella fattispecie, come abbiamo visto, si attaglia pure ad Algarve . Un autore non si deve auto-imporre dei limiti concettuali: per un creatore di storie vale un principio, il limite ignoto, se mi si permette un piccolo gioco di parole. Vale anche per gli autori di fumetti, naturalmente. Con buona pace di coloro che, fno agli medium incolto.


batte il vento di mare sul castello che enrico, infante del portogallo, si è fatto costruire sull’estremo lembo della terra conosciuta. è un principe saggio e valoroso l’infante enrico: ha conquistato ceuta agli infedeli e grandi cose lo attendono. ma a tutto ciò ha voltato le spalle perché una sola cosa gli importava: sapere cosa ci fosse dietro l’orizzonte, al di là di quell’oceano che nessuno osava affrontare. a questo scopo tutto ha sacrificato, tempo e ricchezze: nel lento colare degli anni batte senza tregua la sua volontà su quell’ansia di sapere come l’onda lunga sulla costa dirupata dell’algarve.
il principe ha raccolto attorno a sé i più grandi sapienti del suo tempo: non c’è alcuno tra di loro che non consideri un onore la sua chiamata.

la scienza è figlia del tempo e della pazienza, e anche i principi non devono scordarlo…
non lo scordo, amico, ma il tempo scorre veloce anche per i principi…
jafuda cresques, amico mio, le tue carte sono perfette, ma quando riempirai di certezza anche gli spazi vuoti su di esse?
se vuoi che affrontiamo acque ignote, signore, dacci navi nuove e più forti di quelle che abbiamo…

avrete le navi, ammiragli, avrete quanto chiedete…
tutti chiedono all’infante enrico: navi gli ammiragli, quercia stagionata i mastri d’ascia, oro gli intendenti…
c’è qualcuno che ti guarda, infante enrico, e non chiede nulla…
anche altre voci, che non siano quelle della scienza, ascolta il principe. tutto raccoglie per il suo fine come una formica…

...è un frammento, principe, della pianta qarmah che l’oceano trasporta dai suoi confini: in essa si formano le uova di grandi uccelli dai piedi d’oro. la brezza che spira dagli antipodi fa schiudere le uova e i grandi uccelli ritornano là dove è partito il vento che li ha generati. seguili con le tue navi e giungerai a quelle terre favolose…
sono le ossa del grande leviatano, queste che ti ho portato, principe. ho visto spesso i segni delle sue mascelle sui relitti che vagano per i mari…

ti ringrazio, amico, sarai generosamente ricompensato.
…non tentare l’ignoto, signore, l’oceano nasconde cose terribili che nemmeno puoi immaginare…
che avrà da mostrarti quell’uomo?… un dente di licorno marino, …una sirena?…
lunghe da passare sono le notti dell’infante enrico quando il dubbio lievita sinitro: ci sarà, dietro l’orizzonte, qualcosa che valga tutto quanto ha perduto, le gioie della vita, la gloria delle armi?

…e tu, uomo, che cosa mi vuoi dire?…

sento il tuo sguardo fisso su di me… mi segui e non parli… che cosa vuoi, uomo?
forse un umile che non ha il coraggio di parlare, pensa il principe. ordina che venga condotto alla sua presenza.

…da lungo tempo ti ho notato… parla, se hai qualcosa che mi vuoi dire…
se me lo chiedi, infante enrico…
so dell’ansia di sapere che ti divora: potrei esserti utile a questo proposito. vieni domani alla mia barca, e avrai modo di sapere, se vuoi.
dormono ancora gli uccelli della scogliera quando il principe giunge all’appuntamento.

eccomi, marinaio…
ti aspettavo, signore.
una barca modesta, questa tua, marinaio… basterà, infante enrico.
bevi da questa fiasca, signore; sarà un lungo viaggio e te lo renderà più leggero…

quando si ridesta la sua barba è lunga, i vestiti logorati dalle intemperie.
beve l’infante enrico e subito cade in un sonno profondo.
è stato un lungo viaggio, infante Enrico, ma è giunto il momento che aspettavi: guarda oltre la prora e finalmente saprai…
Volumi di Sergio Toppi
già pubblicati in questa collana:
Sharaz-de – ISBN: 978-88-88893-86-0
Blues – ISBN: 978-88-88893-94-5
Bestiario – ISBN: 978-88-88893-98-3
Lo spazio dentro il corpo – ISBN: 978-88-94818-66-6
Finché vivrai – ISBN: 978-88-94818-08-6
Il Collezionista – ISBN: 978-88-94818-16-1
Tanka – ISBN: 978-88-94818-39-0
Solitudinis Morbus – ISBN: 978-88-94818-48-2
Chapungo – ISBN: 978-88-36270-20-0
Ogoniok – ISBN: 978-88-36270-33-0
Il dossier Kokombo – ISBN: 978-88-36270-53-8
Dio Minore – ISBN: 978-88-36270-71-2
Myetzko – ISBN: 978-88-36270-87-3
Krull – ISBN: 978-88-36270-93-4
Isola gentile – ISBN: 978-88-36271-02-3
Il tesoro di Cibola – ISBN: 978-88-36271-09-2
La leggenda di Potosí – ISBN: 978-88-36271-43-6
Warramunga 1856 - M’Felewzi – ISBN: 978-88-36271-80-1
Colt Frontier – ISBN: 978-88-36272-05-1
Scene dalla Bibbia – ISBN: 978-88-36272-20-4
Sic transit gloria mundi – ISBN: 978-88-36272-40-2
Julia – L’eterno riposo – ISBN: 978-88-36272-33-4
Nick Raider – Senza respiro – ISBN: 978-88-36272-53-2
Martin Mystère – Questioni di famiglia – ISBN: 978-88-36272-75-4
Köllwitz 1742 – ISBN: 978-88-36272-82-2
Favola toscana e altre storie – ISBN: 978-88-36272-88-4
Viso nascosto – ISBN: 978-88-36272-94-5

