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MOST, MORE-STUDIO.IT VALENTINA ARDIA, TERESA BELLEMO, BENEDETTA ALBIERO, VITTORIA MARTINOTTI ELENA PAPAGEORGHIOU, GIOVANNI CAVALLERI, CECILIA BIANCHINI GRAFICA NAPPA
AN NUA RIO 2025
Indice Visioni in movimento
Editoriale di GIUSEPPE INCHINGOLO
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1. FS: un viaggio lungo un anno Intervista con Stefano Antonio Donnarumma
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Gli highlight del 2025
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2. Incontri Luca Zingaretti
La Freccia, aprile 2025 di FRANCESCA VENTRE
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Claudio Santamaria
La Freccia, maggio 2025 di FRANCESCA VENTRE
26
Vittoria Puccini e Giorgio Panariello
La Freccia, giugno 2025 di CECILIA MORRICO
30
Maura Delpero
La Freccia, luglio 2025 di FRANCESCA VENTRE
34
Giacomo Ferrara
La Freccia, agosto 2025 di DAVIDE GAROFALO
38
Adriano Giannini
La Freccia, settembre 2025 di CECILIA MORRICO
40
Carolina Crescentini
La Freccia, ottobre 2025 di CECILIA MORRICO
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INDICE
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Carlo Verdone
La Freccia, novembre 2025 di MICHELA GENTILI
52
Monica De Gennaro
La Freccia, gennaio 2025 di DAVIDE GAROFALO
58
Mattia Furlani
La Freccia, agosto 2025 di DAVIDE GAROFALO
62
Marc Màrquez
La Freccia, settembre 2025 di FLAVIO SCHEGGI
66
Alessandro Michieletto
La Freccia, settembre 2025 di DAVIDE GAROFALO
70
Sofia Goggia
La Freccia, dicembre 2025 di FRANCESCA VENTRE
74
Björn Larsson
La Freccia, febbraio 2025 di ALEX A. D’ORSO
78
Lorenzo Cherubini
La Freccia, marzo 2025 di CECILIA MORRICO
82
Simone Cristicchi
La Freccia, marzo 2025 di GASPARE BAGLIO
88
BigMama
La Freccia, maggio 2025 di GASPARE BAGLIO
92
Chiara Francini
La Freccia, luglio 2025 di SANDRA GESUALDI
94
Roberto Abbado
La Freccia, agosto 2025 di SANDRA GESUALDI
98
Loredana Lipperini
La Freccia, settembre 2025 di SANDRA GESUALDI
102
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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La Niña
La Freccia, ottobre 2025 di GASPARE BAGLIO
106
Bianca Guaccero
La Freccia, febbraio 2025 di GASPARE BAGLIO
108
Alberto Angela
La Freccia, aprile 2025 di ANNA PARRELLA
114
Elena Sofia Ricci
La Freccia, giugno 2025 di FRANCESCA VENTRE
120
Stefano De Martino
La Freccia, luglio 2025 di GASPARE BAGLIO
124
Emanuela Fanelli
La Freccia, agosto 2025 di GASPARE BAGLIO
130
3. Il 2025 in 25 fatti Timeline
138
INDICE
6
4. Luoghi Grand Tour
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Gorizia
La Freccia, marzo 2025 di FRANCESCA VENTRE
148
Venezia
La Freccia, agosto 2025 di ANNA PARRELLA
150
Roma
La Freccia, maggio 2025 di CECILIA MORRICO
152
Cilento
La Freccia, luglio 2025 di ALEX A. D’ORSO
154
Agrigento
La Freccia, gennaio 2025 di IRENE MARRAPODI
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Dal finestrino
testo originale di ENRICO DAL BUONO e foto di DIEGO MAYON
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LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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Visioni in movimento Giuseppe Inchingolo Chief Corporate Affairs, Communication & Sustainability Officer di Ferrovie dello Stato Italiane
Il 2025 si è aperto con l’avvio del Piano strategico del Gruppo FS, che si svilupperà per i prossimi cinque anni. Un programma concreto di rinnovamento che prevede oltre 100 miliardi di euro di investimenti per rafforzare la rete ferroviaria e stradale, migliorare la qualità del servizio, supportare il completamento delle infrastrutture e promuovere una mobilità sempre più sostenibile. Un disegno basato su coraggio e visione che ha l’obiettivo di consegnare al Paese un sistema ferroviario all’avanguardia capace di garantire i più elevati standard di puntualità, comfort e sostenibilità. Ci siamo impegnati a informare i nostri viaggiatori sulle attività degli oltre 1.200 cantieri operativi su tutto il territorio nazionale e non abbiamo nascosto i possibili disagi. Abbiamo chiesto pazienza, la qualità più autentica di una comunità che guarda con fiducia al cambiamento. Abbiamo messo l’accento sulla visione di sistema: ogni opera è parte integrante del progetto di trasformazione che vuole colmare i divari infrastrutturali tra Nord e Sud, rafforzare i collegamenti regionali, estendere l’alta velocità e valorizzare l’intermodalità per aumentare i benefici per i territori attraversati. Abbiamo lanciato una campagna istituzionale con lo spot L’emozione di essere italiani. Un omaggio al nostro Paese – forte, tenace e resiliente come il ferro – e alla comunità di donne e uomini del Gruppo FS che ne condividono i valori, costruendo connessioni e opportunità per milioni di persone. Inoltre, abbiamo voluto celebrare i 120 anni delle Ferrovie dello Stato con la mostra Le Ferrovie d’Italia – 1861-2025, raccontando la nascita e l’evoluzione della rete come specchio del Paese. Un percorso che parte dall’Unità e arriva ai giorni nostri, tra sogni, fatiche e trasfor-
EDITORIALE
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mazioni. Perché il Gruppo FS non si limita a garantire la mobilità, ma contribuisce alla diffusione della cultura e alla valorizzazione del patrimonio italiano. Per questo abbiamo deciso di realizzare un annuario a partire dalle storie narrate sulla nostra rivista di bordo, La Freccia, che nel corso del 2025 si è rinnovata con l’obiettivo di offrire ai viaggiatori un’esperienza di lettura sempre più coinvolgente tra viaggi, cultura e libri. Un restyling grafico e di contenuti che si è espresso attraverso un design più moderno, ispirato ai linguaggi digitali, e nuove rubriche che arricchiscono la lettura con leggerezza, curiosità e attualità. Al magazine è stato riconosciuto il premio Ascai 2025 come Best customer media, con questa motivazione: «Una
«Abbiamo messo l’accento sulla visione di sistema: ogni opera è parte integrante del progetto di trasformazione che vuole colmare i divari infrastrutturali tra Nord e Sud, rafforzare i collegamenti regionali, estendere l’alta velocità e valorizzare l’intermodalità per aumentare i benefici per i territori attraversati»
pubblicazione di alto livello professionale, ricca e autorevole nei contenuti, capace di mantenere un dialogo costante e di qualità con il proprio pubblico. La sapiente miscela di temi corporate, di costume e di viaggio la rende un punto di riferimento capace di tradurre in ispirazioni di viaggio i desideri del lettore-viaggiatore». Valorizzando storie, persone e territori, la rivista è stata capace di declinare in forma di racconto anche gli obiettivi strategici del Gruppo FS e di rendere accessibile a tutti la visione che ci accompagnerà anche nel 2026. Un anno cruciale, in cui saremo Mobility Premium Partner dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina, promuovendo una mobilità sostenibile attraverso l’utilizzo del treno e del trasporto intermodale. Perché oggi l’Italia deve affrontare sfide decisive: accelerare la transizione ecologica e digitale dando piena attuazione agli investimenti strategici del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. E il contributo del Gruppo FS è fondamentale per accompagnare il Paese verso un futuro più connesso, inclusivo e competitivo.
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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FS: un viaggio lungo un anno
Il 2025 ha visto il Gruppo FS protagonista di un’intensa fase di trasformazione: interventi strategici legati ai grandi appuntamenti dell’anno – su tutti il Giubileo e i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026 – investimenti in internazionalizzazione e infrastrutture, come sottolinea nell’intervista l’Amministratore Delegato e Direttore Generale del Gruppo Stefano Antonio Donnarumma. Un’evoluzione industriale, ma anche simbolica: gli highlight dell’anno raccontano infatti il treno come strumento di connessione, luogo di incontri e opportunità, elemento identitario. LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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Al lavoro per «una mobilità che migliori la vita delle persone e riduca l’impatto sul pianeta» Dialogo a tutto campo con Stefano Antonio Donnarumma, Amministratore Delegato e Direttore Generale del Gruppo FS Italiane: tra rinnovo della flotta, potenziamento dell’infrastruttura, intermodalità, puntualità dei servizi, sostenibilità e rigenerazione del patrimonio in disuso. Entro il 2029, con investimenti per oltre 100 miliardi di euro, il Gruppo FS punta a consolidare ulteriormente la propria reputazione di pilastro nella trasformazione e nella crescita dell’Italia. In parallelo intende continuare a essere un protagonista della mobilità europea, con la prospettiva di contribuire a realizzare «una vera e propria metropolitana d’Europa». A raccontarlo, in questa intervista, è l’ingegnere Stefano Antonio Donnarumma, Amministratore Delegato e Direttore Generale del Gruppo FS Italiane, dettagliando i contenuti del Piano Strategico dell’azienda. Nel giugno 2024 ha assunto l’incarico di Amministratore Delegato e Direttore Generale delle Ferrovie dello Stato Italiane. Quali identificherebbe tra i principali obiettivi del suo mandato? Senza dubbio la messa a terra degli investimenti da 100 miliardi di euro previsti dal Piano Strategico 2025-2029 che abbiamo presentato a dicembre 2024 e aggiornato l’11 dicembre 2025, con l’obiettivo di rafforzare la resilienza della rete ferroviaria e stradale, migliorare la qualità del servizio, supportare il completamento delle infrastrutture e promuovere una mobilità sempre più sostenibile. La strategia si concentra sul potenziamento infrastrutturale: nuove linee AV e +30% di popolazione servita, miglioramento della puntualità, espansione internazionale, efficientamento dei costi e sostenibilità.
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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INTERVISTA
«Essere Mobility Premium Partner dei Giochi significa per noi assumere un impegno strategico: garantire collegamenti efficienti e affidabili durante un evento che coinvolgerà tre regioni e milioni di persone»
Guardando proprio all’arco temporale 2025-2029, quali cambiamenti significativi attendono il Gruppo per quanto riguarda sia i servizi offerti ai cittadini che le professionalità interne? Da qui al 2029, il Gruppo FS trasformerà l’infrastruttura in una rete efficiente e ancora più sicura e affidabile. Il rinnovo della flotta, dai nuovi Frecciarossa 1000 ai treni del Regionale e Intercity, e l’adozione di tecnologie avanzate come ERTMS, che garantisce una maggiore affidabilità dell’infrastruttura e un miglioramento della regolarità della circolazione, restituiranno servizi più puntuali, confortevoli e sostenibili. L’integrazione tra infrastrutture, sistemi digitali e mezzi moderni migliorerà l’esperienza di viaggio e sosterrà la crescita del Paese con una mobilità innovativa e di qualità. Sono oltre 100 i milioni di nuovi passeggeri attesi su Trenitalia e 95 milioni quelli previsti per Busitalia, sempre nei prossimi cinque anni. Numeri che inducono a riflettere sulle esigenze dei viaggiatori: come stanno cambiando? L’aumento dei passeggeri previsto conferma che la mobilità è sempre più centrale nella vita delle persone che oggi cercano esperienze integrate, sostenibili e digitali, con servizi affidabili e flessibili. Per questo investiamo in nuovi treni e autobus a basso impatto ambientale, nella digitalizzazione dei servizi e nella modernizzazione della rete, trasformando ogni viaggio in un’esperienza comoda, sicura e sostenibile. Il viaggio in treno è effettivamente spesso scelto perché in grado di rispondere alla crescente richiesta di mobilità sostenibile. Come definirebbe l’impegno del
FS: UN VIAGGIO LUNGO UN ANNO
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«Le linee ferroviarie – come racconta la mostra Le ferrovie d’Italia (1861-2025) – hanno cucito la geografia dell’Italia, contribuendo alla costruzione di una nuova idea di collettività e sviluppo»
Gruppo, nei suoi vari ambiti, sul fronte della sostenibilità ambientale? La sostenibilità è al centro dei valori aziendali e guida le nostre decisioni in tutti i segmenti del Gruppo. Puntiamo a ridurre emissioni e consumi, rinnovare la flotta, promuovere l’intermodalità e incrementare la produzione energetica con l’installazione di oltre 1 GW di capacità rinnovabile entro il 2029, e di circa 2 GW entro il 2034. Nei progetti immobiliari privilegiamo la rigenerazione, nella logistica favoriamo lo shift modale verso il ferro, nei servizi passeggeri investiamo in nuovi treni sempre più sostenibili. La nostra visione è chiara: una mobilità che migliori la vita delle persone e riduca l’impatto sul pianeta. Citava la rigenerazione. Il Gruppo FS è impegnato nella rigenerazione del patrimonio immobiliare non più funzionale al servizio ferroviario: quali sono i progetti più ambiziosi in questo senso? La rigenerazione del nostro patrimonio è una leva strategica per creare nuove centralità urbane da consegnare alle collettività. A Roma Trastevere abbiamo recentemente concluso gli interventi per l’apertura del fronte sud della stazione, che ricuce la connessione con il quartiere Gianicolense. A Napoli, con Porta Est, lavoriamo alla realizzazione di un nuovo hub intermodale nell’area dell’ex scalo merci di Corso Lucci e Porta Nolana, accompagnato dalla rigenerazione di circa 180.000 m2 di tessuto urbano. Interventi diversi, un’unica visione: trasformare aree ferroviarie non più operative in luoghi che generano valore per le città e per le persone. Il Gruppo sarà Mobility Premium Partner dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina. In che modo avete interpretato questo coinvolgimento?
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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INTERVISTA
«Stiamo lavorando alla riqualificazione di numerose stazioni e al potenziamento della rete ferroviaria in Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige, con interventi che resteranno come eredità duratura sui territori»
Essere Mobility Premium Partner dei Giochi significa per noi assumere un impegno strategico: garantire collegamenti efficienti e affidabili durante un evento che coinvolgerà tre regioni e milioni di persone. Stiamo lavorando alla riqualificazione di numerose stazioni e al potenziamento della rete ferroviaria in Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige, con interventi che resteranno come eredità duratura sui territori. Inoltre, rafforzeremo i collegamenti ferroviari e su gomma, con hub intermodali e soluzioni logistiche innovative. Il Gruppo FS muove 253 milioni di persone oltre l’Italia. Per quanto riguarda quindi l’internazionalizzazione, verso quali territori l’azienda sta orientando la propria azione? Il Gruppo FS ha attivato collegamenti con Parigi, Lione e Marsiglia e nel prossimo futuro si vuole raggiungere Monaco di Baviera, Berlino e anche Londra. Nel 2024, su un totale di 16,5 miliardi di ricavi, le operazioni internazionali hanno contribuito per 3 miliardi di euro, e l’obiettivo è incrementare del 40% i passeggeri all’estero nei prossimi cinque anni: numeri e dati che rafforzano l’idea di creazione di una vera e propria “metropolitana d’Europa”. A Roma, tra il Vittoriano e il Giardino grande di Palazzo Venezia, la mostra Le ferrovie d’Italia (1861-2025) racconta centoventi anni di storia del Gruppo FS e del suo contributo al Paese, con uno sguardo al futuro. Ripercorre, in quattro sezioni, l’evoluzione del Paese e oltre un secolo di storia ferroviaria, tra trasformazioni sociali, innovazioni tecnologiche e grandi sfide. Le linee ferroviarie hanno cucito la geografia dell’Italia, contribuendo alla costruzione di una nuova idea di collettività e sviluppo.
FS: UN VIAGGIO LUNGO UN ANNO
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Gli highlight del 2025 gennaio IL NUOVO PIANO STRATEGICO 2025-2029 Nei prossimi cinque anni il Gruppo FS sarà impegnato nell’attuazione del Piano Strategico 2025-2029, il documento che definisce le direttrici di crescita e le priorità di intervento per il futuro immediato. Resilienza, potenziamento infrastrutturale, personalizzazione dell’esperienza di viaggio e internazionalizzazione rappresentano le parole chiave della visione. «Un Piano destinato a incidere in maniera determinante anche sul Sistema Paese», ha sottolineato Tommaso Tanzilli, Presidente di Ferrovie dello Stato Italiane.
14 gennaio
PIAZZA DEI CINQUECENTO RESTITUITA ALLA CITTÀ Completata la riqualificazione complessiva di uno degli spazi più iconici e strategici della Capitale: piazza dei Cinquecento, porta d’accesso alla Stazione Termini e area estesa quanto otto campi da calcio, è tornata fruibile dal pubblico dopo il restyling degli spazi e dei materiali.
6 febbraio IL TRICOLORE SULLA STAZIONE CENTRALE DI MILANO Per accompagnare il countdown ai Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali 2026, il Gruppo FS ha illuminato la facciata della Stazione Centrale di Milano con i colori della bandiera italiana. L’installazione luminosa, attiva dal 6 all’8 febbraio, ha simbolicamente segnato l’avvicinarsi dell’evento. La collaborazione con il Comitato Olimpico, avviata nel 2023, prevede il rafforzamento dei collegamenti ferroviari e stradali verso i territori olimpici e un potenziamento dei servizi di assistenza e logistica, in un’ottica di mobilità sostenibile e condivisa.
IL GIUBILEO 2025 E GLI INTERVENTI SU ROMA Nel 2025 il Gruppo FS ha contribuito in modo determinante all’organizzazione del Giubileo, lavorando insieme alle istituzioni per migliorare la mobilità ferroviaria e stradale della Capitale e restituire alla cittadinanza spazi e infrastrutture rinnovati. Tra gli interventi completati figura il sottovia di piazza Pia, ultimato nel dicembre 2024.
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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HIGHLIGHT
10.000 577mln Il numero di passeggeri trasportati in Italia
Il numero di treni in circolazione al giorno
20 marzo
8 aprile
15 giugno
RIAPRE IL PONTE DELL’INDUSTRIA È tornato transitabile il ponte dell’Industria, noto come ponte di Ferro, dopo un importante intervento di ristrutturazione che ne ha valorizzato il carattere storico e adeguato l’impianto alle esigenze di mobilità odierne, riallacciando così Ostiense e Marconi.
MILANO DESIGN WEEK: PENSIERO BINARIO Alla Milano Design Week 2025 il Gruppo FS ha presentato Pensiero Binario, l’installazione firmata da Giulio Iacchetti e Luca Madonini ed esposta all’ADI Design Museum. L’opera racconta l’iconica forma “a fungo” dei binari italiani e riflette sul valore trasformativo delle grandi opere infrastrutturali finanziate dal PNRR.
NUOVI COLLEGAMENTI FRECCIAROSSA PARIGI-MARSIGLIA Dal 15 giugno sono attivi gli otto collegamenti Frecciarossa che uniscono Parigi e Marsiglia in tre ore e venti minuti. Le nuove corse ampliano l’offerta internazionale di Trenitalia.
1 aprile RIPARTE IL COLLEGAMENTO MILANO-PARIGI IN FRECCIAROSSA Dopo quasi due anni di sospensione, è tornato operativo il collegamento ferroviario MilanoParigi. Il Frecciarossa è partito dalla Stazione Centrale alle 6.25 del 1° aprile, raggiungendo la capitale francese dopo circa sette ore, con fermate a Torino, Oulx, Modane, Saint-Jean-de-Maurienne, Chambéry e Lione. Sono quattro le corse giornaliere previste, due per ciascuna direzione, per un totale di 1.840 posti disponibili.
FS: UN VIAGGIO LUNGO UN ANNO
23 giugno
17 maggio CONCORSO LETTERARIO A/R ANDATA E RACCONTO Giunto alla terza edizione, il concorso organizzato dal Gruppo FS insieme al Salone del Libro di Torino ha premiato i testi dedicati al tema della leggerezza, interpretato secondo la visione calviniana. Sul podio i finalisti Maurizia Di Stefano, Franco Revello, Riccardo Grasso ed Edoardo Maresca.
CAMPAGNA ISTITUZIONALE L’EMOZIONE DI ESSERE ITALIANI Dal 23 giugno è on air la campagna istituzionale 2025 del Gruppo FS, declinata su tv, cinema, digital e social. Al centro della narrazione il valore della missione del Gruppo e il lavoro di una comunità che connette il Paese. La campagna è firmata da Tobia Passigato, con Andrea Bocelli e la voce narrante di Adriano Giannini.
18
17.000
I chilometri di linee ferroviarie gestiti dal Gruppo FS
settembre
+2mln I passeggeri trasportati quotidianamente
22 ottobre
11 dicembre
FESTA DEL CINEMA DI ROMA: ANDATA E RITORNO Alla Festa del Cinema di Roma il Gruppo FS ha presentato il documentario Andata e ritorno: sei storie intrecciate che raccontano il treno come metafora di vita e simbolo di connessione. Il docufilm è stato realizzato da Gruppo Creativo Multimedia per FS Italiane, con la regia e la scrittura di Roberto Campagna ed Elena de Rosa.
AGGIORNAMENTO DEL PIANO STRATEGICO FS Il Gruppo FS presenta l’aggiornamento del Piano Strategico 2025-2029 dopo un primo anno segnato da investimenti record, oltre 18 miliardi, e dal miglioramento della puntualità con più di 35mila treni riportati in orario. Crescono i passeggeri in Italia e all’estero, prosegue il rinnovo della flotta con l’arrivo del nuovo Frecciarossa 1000 e nasce FS Energy per accelerare la decarbonizzazione dei consumi. Il Piano conferma l’impegno per una mobilità integrata, sostenibile e sempre più europea. «Il primo anno del Piano dimostra la capacità del Gruppo FS di tradurre la visione industriale in risultati tangibili», ha dichiarato l’Amministratore Delegato Stefano Antonio Donnarumma.
7 novembre
PRESENTATI IL FRECCIAROSSA 1000 DI NUOVA GENERAZIONE E IL REGIONALE A 200 KM/H A settembre è entrato in servizio il Frecciarossa 1000 di nuova generazione, progettato per offrire un’esperienza di viaggio ancora più confortevole, affidabile e digitale. Trenitalia ha presentato il nuovo treno Regionale: velocità massima di 200 km/h, oltre il 96% di materiali riciclabili e consumi ridotti del 35% grazie a innovativi sistemi di efficienza energetica.
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
MOSTRA LE FERROVIE D’ITALIA – 1861-2025 Inaugurata il 7 novembre e promossa da FS Italiane insieme a VIVE - Vittoriano e Palazzo Venezia, la mostra ripercorre 120 anni di storia ferroviaria italiana, dalle origini post-unitarie all’epoca contemporanea. Articolata in quattro sezioni, l’esposizione mette in luce il ruolo delle ferrovie come infrastruttura, patrimonio culturale e collante sociale.
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2 Incontri Cinema, sport, musica, letteratura e spettacolo: sono questi gli ambiti che, nel corso dell’anno, i diversi numeri de La Freccia hanno esplorato attraverso le voci e le testimonianze dei protagonisti intervistati. In questa selezione li ritroviamo, per rivivere alcuni dei momenti più significativi del 2025: un viaggio composto da tappe da ricordare. Dai trionfi nelle competizioni sportive ai grandi eventi culturali, passando per le storie raccontate sul piccolo e grande schermo. LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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La Freccia, aprile 2025 di FRANCESCA VENTRE
CINEMA
Luca Zingaretti Presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma nell’ottobre 2024, La casa degli sguardi segna il debutto alla regia di Luca Zingaretti. Uscito nelle sale lo scorso 10 aprile, il film racconta una storia di dolore e rinascita. Per il regista fondamentale è stato rimettere al centro l’empatia dei «piccoli gesti», trasformando il cinema in uno specchio per guardare chi cade e decide di rialzarsi.
Attore e regista, Luca Zingaretti è conosciuto al grande pubblico per il ruolo del Commissario Salvo Montalbano nell’omonima serie televisiva. Tra i suoi film più noti: • Alla luce del sole, per cui è stato candidato nel 2005 al premio David di Donatello come Miglior Attore Protagonista • Il figlio più piccolo e La nostra vita, entrambi del 2010, per i quali ha vinto due Nastri d’Argento come Miglior Attore Non Protagonista
È da molti anni sul set e a teatro. Sceglie i ruoli da interpretare per il fascino della loro complessità. E ora con La casa degli sguardi, di cui è anche sceneggiatore, Luca Zingaretti affronta la sua prima regia. In uscita il 10 aprile nelle sale, il film – in cui interpreta il padre del protagonista – è tratto dal romanzo omonimo di Daniele Mencarelli. Cosa hai imparato dietro la macchina da presa per la prima volta?
È stato un viaggio che desideravo fare da anni e si è rivelato anche più bello di quello che mi aspettavo. Nei film di qualsiasi genere mi commuove sempre il momento in cui l’essere umano esce dal tunnel, anche se dopo gravi difficoltà. Ed è il regista a sottolineare i passaggi opportuni. Quando ho letto il libro di Mencarelli ho capito che quella storia era l’occasione giusta per fare il grande passo. Com’è andata con il cast?
Sono convinto che la capacità più importante di chi dirige è sapere ascoltare, senza inorgoglirsi. Oltre alla preparazione e alla capacità di decidere, il rapporto con gli attori e le attrici è fondamentale. Il set è un luogo magico, dove succedono cose impreviste, e il regista è lo stregone. Nel film il giovane protagonista, interpretato da Gianmarco Franchini, vive una crisi tra alcol e depressione. Quali altri temi affronta la pellicola?
← Foto di Oskar Cecere
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
Racconta un forte disagio, ma anche la capacità di rimettersi in piedi. L’amicizia, la poesia e l’amore sono salvifici. Si parla poi del dolore, di cui la nostra società ha paura, ma
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La Freccia, aprile 2025 di FRANCESCA VENTRE
← Zingaretti sul set de La casa degli sguardi. Foto di Duccio Giordano
CINEMA
di mafia. Cosa ti spinge ad accettare certi ruoli?
Sono interessanti dal punto di vista attoriale, non solo portatori di valore morale, come nel caso di Paolo Borsellino. In più stanno al centro di storie meravigliose: nella serie tv Il re, per esempio, il protagonista è un direttore di carcere, che a sua volta, però, si perde. Sul set sei stato anche Giorgio Perlasca, che riuscì a salvare dallo sterminio nazista migliaia di ebrei, e Adriano Olivetti, imprenditore innovativo. Quale altro personaggio ti piacerebbe interpretare?
Pur sapendo che è irrealizzabile, perché il progetto sarebbe troppo costoso, il mio sogno è portare sullo schermo Giuseppe Garibaldi. Spesso lo si ricorda per l’impresa dei Mille. Invece ha fatto molto di più. Per un forte senso di giustizia, andando in guerra in altre nazioni, ha combattuto per la libertà di tutti. Quest’anno ricorrono i cento anni dalla nascita dello scrittore Andrea Camilleri: vi lega il commissario Montalbano, il suo personaggio più iconico che tu hai interpretato a lungo sullo schermo. Hai qualcosa in programma per l’anniversario?
Premetto che mi manca il suo particolare sguardo sul mondo, da intellettuale di grande finezza. Grazie al rapporto che ho con le figlie, dal 24 al 26 luglio, alla Festa del Teatro a San Miniato, vicino a Pisa, porto per la prima volta in assoluto sul palco un suo testo postumo, Autodifesa di Caino. Replicherò a Gibellina, nel Trapanese, e poi forse in autunno nei teatri italiani. Hai detto che quando ti chiedono se ti reputi un sex symbol rispondi di sì perché sei stufo della domanda. Ti piace essere ironico?
che è necessario per la felicità. Per il filosofo Nietzsche è il fratello della gioia: insieme devono diventare grandi. Il film, infine, affronta anche la questione del lavoro, che serve per identificare e radicare la persona. E poi emerge il tema del rapporto tra genitori e figli. Cosa ne pensi della situazione di oggi?
Ritengo che l’amore materno sia immutabile, perché parte da un legame naturale. Invece il ruolo del padre cambia con i tempi. Quando ero piccolo io, gli si doveva obbedire senza obiettare. Oggi credo che un uomo debba dimostrare con le proprie azioni come vivere. Il genitore del film, per esempio, non ha molti mezzi per gestire il disagio del figlio, ma è sempre disponibile. Nella sceneggiatura, diversamente dal libro, il padre è un autista di tram. Viaggiando sempre per la città lungo i binari potrà incontrare, neanche tanto casualmente, il figlio. Gli sguardi del titolo sono quelli dei pazienti ricoverati all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, dove il ragazzo lavora. Tu sei testimonial per iniziative a favore dei piccoli?
Ci sono sempre per queste cause. Ho seguito per quattro anni le iniziative della Fondazione Telethon, sono vicino a Medici senza frontiere e a Save the Children. Hai interpretato personaggi che si muovono in realtà sociali complesse, come il carcere o gli ambienti
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
Premetto che se una donna mi si presentasse come sex symbol mi calerebbe qualsiasi desiderio (ride, ndr). Penso ci sia bisogno di maggior autoironia e leggerezza, di sapersi prendere un po’ in giro. E anche di essere meno narcisisti. Le dichiarazioni d’amore una volta si facevano nel chiuso di una stanza, non davanti a uno stadio pieno. Che rapporto hai con il treno?
Per circa 15 anni ho avuto tournée teatrali in tutta Italia. E guidavo l’auto in qualsiasi condizione, nella nebbia fitta, con i rischi della pioggia o della grandine. Poi mio padre mi ha raccontato che si muoveva spesso con il treno per il suo lavoro in banca. Ho provato e, da allora, l’ho scelto per la vita. Hai sposato Luisa Ranieri a Donnafugata nel 2012, sul set siciliano di Montalbano. Ma all’epoca non hai avuto tempo per il viaggio di nozze. Dove vi piacerebbe andare?
Nel Sud-Est asiatico, che ho imparato ad amare proprio grazie a Luisa. Senza tralasciare il soggiorno al mare, mi piacerebbe andarci con lei e le bambine, per una ventina di giorni, e girare per conoscere i villaggi più autentici.
Insieme a Luisa hai anche una società di produzione che sta andando molto bene. Avete portato sullo schermo Le indagini di Lolita Lobosco, ora su cosa puntate?
Sto seguendo un lavoro sulle vicende della scuola Francesco Morano di Caivano, vicino a Napoli: una realtà complessa. Lo porto avanti da sette anni con la preside Eugenia Carfora, una civil servant che ha trasformato l’istituto in un luogo di educazione alla legalità.
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La Freccia, maggio 2025 di FRANCESCA VENTRE
CINEMA
Claudio Santamaria Dal 3 all’8 giugno scorsi si è tenuta la prima edizione del Milano Film Fest, che ha segnato il debutto di Claudio Santamaria alla direzione artistica. La manifestazione dedicata al mondo dell’audiovisivo si è distinta per il suo carattere multidisciplinare e trasversale. Santamaria, all’inaugurazione del palinsesto del festival, parlava non a caso di un «manifesto culturale diffuso nel cuore della città».
Attore, doppiatore e regista italiano, Claudio Santamaria ha recitato, tra gli altri, in: • Romanzo criminale (2005) • Diaz – Don’t Clean Up This Blood (2012) • Lo chiamavano Jeeg Robot (2015), per il quale gli è stato assegnato il David di Donatello come Miglior Attore Protagonista nel 2016
Nel 2005 ha vinto il Nastro D’Argento come miglior attore per il film Romanzo Criminale, nel 2016 il David di Donatello con Lo chiamavano Jeeg Robot. Un’ascesa professionale che ha portato oggi Claudio Santamaria a ricoprire il ruolo di direttore artistico del Milano Film Fest, dal 3 all’8 giugno. Un evento sul cinema e non solo con appuntamenti e mostre anche in piazze, giardini e luoghi insoliti del capoluogo lombardo. Cosa ha di diverso rispetto ad altri festival dedicati alla settima arte?
← Foto di Luca Oldani
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
Oltre ad avere lungometraggi e corti in concorso, premia la serie tv dell’anno. Rappresenta un’opportunità di ricerca su linguaggi contemporanei, che guardino all’inclusione e alla diversità, e consente di scoprire realtà poco conosciute di
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La Freccia, maggio 2025 di FRANCESCA VENTRE
CINEMA
altri Paesi. Sono poi previste proiezioni di opere prime, panel e masterclass pensate per un pubblico giovane e un’area didattica per i più piccoli. Il clou si svolge nel Piccolo Teatro, ma ci sono scintille sparse per la città, eventi e proiezioni anche in periferia. Come si sente nel ruolo di direttore artistico?
È una grande responsabilità che mi crea un po’ di ansia, ma prevalgono l’entusiasmo e la voglia di divertirsi e di farne un’occasione di incontro. Alfred Hitchcock diceva: «Il cinema non è un pezzo di vita, ma di torta». Io punto su questo. L’evento è ideato dalla Fondazione Milano Film Fest, che unisce quattro realtà cittadine. Chi sono i suoi compagni di lavoro?
Persone che amano il cinema indipendente, motivate e appassionate, con esperienza anche nella produzione e nella distribuzione. Collaboriamo con il Comune di Milano e con Germi LdC, il laboratorio artistico di Manuel Agnelli che propone un’originale rassegna musicale dal titolo Carne fresca. Milano per cosa si distingue?
È la più europea delle città italiane, anche come spirito. È snella, ha un’energia newyorkese, consente di spostarsi facilmente da una parte all’altra. In occasione del Fest, allestiamo una mostra con immagini che la ricordano, come set di molti film. Lei è romano ma vive qui da diversi anni: che quartieri preferisce?
I Navigli, dove abito. E poi ci sono angoli nascosti che sorprendono, splendidi cortili, e posti come Brera e i parchi. È diversa da Roma, che è un museo a cielo aperto. Le manca la Capitale con il suo spirito sornione?
Ci lavoro ancora e spesso. È una città che fa molte promesse e non sempre le mantiene. Per fortuna ora non ci devo più combattere, ma posso solo amarla. Perché la sua è una bellezza dormiente e struggente. Si sposta in treno tra le due città?
Molto spesso. Per promuovere il film di Paolo Genovese, Follemente, nei mesi scorsi l’ho preso due o tre volte a settimana. È il mio ufficio: in viaggio lavoro, leggo i copioni e le sceneggiature. Una delle sue passioni è la fotografia. Ha pubblicato sul suo sito immagini di posti lontani…
Grazie alla mia professione viaggio molto: ad aprile sono stato in Marocco per presentare Il nibbio di Alessandro Tonda, poi andrò ad Addis Abeba in Etiopia. E a settembre sarò in Sudamerica. Mi piace scattare foto, anche se i cellulari hanno tolto in parte l’impegno che serve per realizzare una bella immagine. Ma ho avuto anche l’occasione di cimentarmi con un altro tipo di obiettivo, quello della macchina da presa, girando il cortometraggio The Millionairs nel 2016. Che futuro ha il cinema italiano?
Può avere uno sviluppo positivo solo con un aiuto concreto da parte delle istituzioni e una serie di leggi a sostegno. È un’industria con migliaia di lavoratori che vanno tutelati. Da doppiatore, pensa che l’ingresso dell’intelligenza artificiale in questo settore sia un pericolo?
← Santamaria sul set di Follemente
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
Nessuno di noi può fermare il tempo e bisognerà adattarsi ai cambiamenti. Per questo, appunto, serve un sostegno all’occupazione.
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La Freccia, giugno 2025 di CECILIA MORRICO
CINEMA
Vittoria Puccini Giorgio Panariello Il film Incanto, con i due attori protagonisti, è arrivato nelle sale italiane lo scorso 3 luglio. Al centro della pellicola una favola visiva sull’immaginazione e sulla lotta per proteggere i più deboli, costruita – come ci hanno rivelato allora in anteprima Puccini e Panariello – con magia e speranza.
Volto del piccolo e grande schermo, Vittoria Puccini ha preso parte ai set, tra gli altri, di: • Tutto l’amore che c’è (2000) • Baciami ancora (2010) • Tutta colpa di Freud (2014) • 18 regali (2020) • Follemente (2025)
Un circo magico, di felliniana memoria, che mette al centro il mondo dell’infanzia. È una delle immagini chiave del film Incanto, in uscita il 3 luglio, che ha come protagonisti Giorgio Panariello e Vittoria Puccini. Una favola sospesa nel tempo con due personaggi in antitesi, un clown bianco e una tutrice oscura.
Attore, comico e showman, Giorgio Panariello ha recitato nei film: • Bagnomaria (1999) • Al momento giusto (2000) • Ti amo in tutte le lingue del mondo (2005)
[VP] È stata una bella sfida: non avevo mai interpretato la cattiva. Sono Felicia, perfida direttrice di un orfanotrofio che vessa bambini e bambine per impadronirsi del patrimonio di una di loro. Non è stato facile mantenere la freddezza sul set perché i piccoli erano dolcissimi, mi abbracciavano e mi stavano vicino. Con il regista, Pier Paolo Paganelli, ci siamo ispirati alle malvagie della Disney, come la matrigna di Cenerentola e Crudelia De Mon, regalando al personaggio un aspetto un po’ ironico e sgraziato.
Vittoria, per la prima volta hai un ruolo negativo. Come è andata?
Mentre per Giorgio è un ritorno al cinema, che cosa ti ha convinto?
← Foto di Riccardo Ghilardi
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
[GP] Mi sono sempre dedicato più al teatro e alla televisione, per fare un film ci vuole una certa devozione e anche
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La Freccia, giugno 2025 di CECILIA MORRICO
CINEMA
screzio. Non lascerei fuori nessuno, insomma. E coglierei l’occasione per ricucire rapporti o costruirne di nuovi con chi non mi apprezza particolarmente. [VP] Ingresso libero a tutti i bambini e le bambine. Hanno quell’energia, spontaneità e freschezza da cui dovremmo imparare. Lascerei fuori chi sovrasta il prossimo senza rispettare le opinioni e le diversità. Parlando di fiabe, a quale siete più affezionati?
[GP] Siamo entrambi toscani e non possiamo che rispondere Pinocchio. Anche se negli anni ho scoperto che molte favole sono dark e alcune raccontano storie al limite della legalità, come Pollicino che parla dell’abbandono di un minore. Persino Pinocchio ha lati oscuri ma insegna diverse cose, come la cautela e l’impegno nello studio. Aveva il compito di darci una lezione, anche se lo faceva enfatizzando le nostre paure. Quando ero piccolo mio nonno mi diceva: «Fai il bravo, altrimenti ti do all’Uomo Nero». Un monito che poi ho esorcizzato conoscendo Carlo Conti (ride, ndr). [VP] Confermo Pinocchio, il primo racconto che ho trasmesso a mia figlia Elena. Con lei mi sono anche divertita a inventare storie con una bambina come protagonista, così che potesse identificarsi. Le sue avventure mi sono servite per insegnarle il rispetto verso il prossimo e l’accettazione di sé stessi. Vittoria, sei presidentessa dell’associazione U.n.i.t.a., l’Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo. In che cosa ti stai impegnando con l’associazione?
l’attesa. Ho deciso di aspettare una sceneggiatura che mi interessasse ed è arrivata. Il personaggio che interpreto mi è affine: sono Charlie, un clown bianco, un ruolo abbastanza attinente a quello che faccio nella vita sul palco. Certo mi sono dovuto preparare, ho avuto l’aiuto di una coach, Maria Chiara Giordano, per calarmi nella parte. E poi sono un amante delle favole, ne parlo molto anche nei miei spettacoli, sono la metafora della vita. In questo film c’è un circo che vola e atterra vicino a un orfanotrofio dove i bambini sono tristi per alleviare le loro sofferenze. Sarebbe bello se succedesse anche nella realtà. Cosa vi ha aiutato a entrare nella parte?
[VP] L’introspezione psicologica: capire il personaggio, comprendere le sue motivazioni e cosa lo spinge a compiere certe azioni. Felicia ha una cicatrice sul volto che le è stata inflitta da un padre violento. In quella ferita risiede l’origine della sua malvagità. [GP] Cerco sempre di dare un’anima a chi interpreto. Lo sceneggiatore scrive le battute, appunta sul copione frasi come «si commuove» o «sorride». Ma poi sono io che devo trasmettergli la linfa vitale. Lo faccio anche nel cabaret, mi è successo di eliminare personaggi che avevo inventato io stesso perché non riuscivo a dar loro un’anima. In questo circo magico si può entrare solo se si viene invitati. Chi o che cosa faresti entrare e chi, invece, lasceresti fuori?
[GP] Sicuramente porterei dentro gli affetti più stretti. Ma visto che è un luogo fatato, dove Charlie riesce a sconfiggere il male, inviterei anche le persone con cui ho avuto uno LA FRECCIA ANNUARIO 2025
[VP] Supportiamo soprattutto la parità di genere, uno dei princìpi fondanti del nostro statuto. Organizziamo iniziative per sostenere le attrici, ma anche le sceneggiatrici e le registe, e abbiamo presentato al Ministero della Cultura un progetto finalizzato a promuovere il lavoro della donna nel cinema. Anche se c’è già un cambiamento in atto e lo abbiamo visto agli ultimi David di Donatello, che hanno registrato un’importante presenza femminile. È stata premiata per la prima volta una donna, Maura Delpero, per la Miglior Regia. E nella cinquina finale per questa categoria c’erano anche Valeria Golino e Francesca Comencini, insieme a Paolo Sorrentino e Andrea Segre, con un rapporto tra donne e uomini di tre a due. Siamo sulla strada giusta. Giorgio, in autunno porterai a teatro lo spettacolo E se domani, un tuo personale viaggio nel futuro. Quanto è importante l’immaginazione?
[GP] È fondamentale. In questo show parlo ironicamente di viaggi sulla Luna, carne stampata in 3D e cani robot, ma mi interrogo anche su che cosa stiamo lasciando alle nuove generazioni. Mi chiedo che mondo sarà, quanti altri cambiamenti porterà la tecnologia, visto che già adesso vediamo tanti adolescenti chiusi nelle loro camere o nel metaverso. Preparando lo show mi sono confrontato con l’intelligenza artificiale, che fa passi da gigante di mese in mese. Mi viene spontaneo pensare ai più deboli e mettermi dalla loro parte. Sono animalista e ho a cuore gli anziani perché ho vissuto con i miei nonni, tra l’altro ormai lo sono anche io (ride, ndr). Non sono padre ma penso spesso ai più piccoli, soprattutto quando vedo i figli dei miei amici. Non mi capacito del fatto che nel mondo ci sia qualcuno capace di usare un carrarmato contro i bambini durante una guerra. E allora, sì, desidero un tendone magico che porti speranza e salvezza a chi ne ha bisogno.
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La Freccia, luglio 2025 di FRANCESCA VENTRE
CINEMA
Maura Delpero Dopo il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria all’81esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia per Vermiglio, la regista ha trionfato anche ai David di Donatello 2025: è stata infatti la prima donna a vincere i riconoscimenti per Miglior Film e Miglior Regia. La pellicola è stata premiata in altre cinque categorie, a conferma di una sensibilità autoriale e d’esecuzione ricercatissime.
Regista e sceneggiatrice italiana, Maura Delpero ha realizzato, tra gli altri, i film: • Maternal, nel 2019 • Vermiglio, nel 2024, rappresentante italiano agli Oscar 2025 nella sezione Miglior Film Internazionale
È stata la prima donna regista a vincere il David di Donatello nella categoria Miglior film con Vermiglio. Ma il viaggio di Maura Delpero è ancora lungo. La regista, che ha cominciato dai documentari per poi arrivare al cinema di finzione, è affascinata dai comportamenti umani e sempre in continua ricerca.
← Foto di Fabrizio de Blasio
Sono un’autodidatta. Ho preso la laurea in Lettere, gli studi in Cinema sono arrivati a posteriori, quando avevo già iniziato a girare. Credo che guardare film alla Cineteca di Bologna sia stata la mia vera scuola. È nato tutto da una necessità di espressione che non mi lasciava in pace. Così ho comprato una camera e iniziato ad autoprodurre i miei primi documentari. Per fortuna sono stati selezionati e premiati nei festival e questo mi ha consentito di andare avanti. Ma è stato un cammino in salita.
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
Qual è stato il suo percorso professionale?
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La Freccia, luglio 2025 di FRANCESCA VENTRE
← Delpero sul set di Vermiglio. Foto di Leonardo Guerra Seràgnoli
CINEMA
realtà, l’ispirazione per Vermiglio è stata per lo più documentaria, legata ai luoghi della mia famiglia paterna. A questo si sono uniti echi letterari che vanno da Natalia Ginzburg alle poesie dei Crepuscolari e spunti pittorici presi dalle opere di Giovanni Segantini, degli artisti fiamminghi e dei Romantici. È stata la prima regista donna a vincere il David di Donatello nella categoria Miglior Film. Per lei che significato ha?
Credo che sia toccato a me perché ormai i tempi sono maturi. Fino a poco tempo fa il cinema era profondamente elitista, con grandi differenze di genere e di estrazione socioeconomica. Si faceva molta più fatica ad accedere all’industria e si rischiava di non riuscirci mai. Ora il sistema è un po’ più democratico. L’obiettivo è arrivare a numeri che non facciano più notare se un premio va a una donna o a un uomo. Perché anche se per me è stato tutto più difficile, ciò che mi tiene sveglia la notte sono comunque problemi di casting o di sceneggiatura, esattamente come succede a un mio collega di sesso maschile. E sarà bellissimo quando nelle interviste le donne potranno parlare, come loro, solo di questioni squisitamente cinematografiche. Non le piace sentirsi una “donna che ce l’ha fatta”?
In generale, sento questo concetto lontano da un cammino autoriale che è una continua ricerca, con i suoi alti e i suoi bassi, la sua costante indeterminatezza. I premi sono importanti per essere sostenuti, ma il lavoro di chi crea non ha porti sicuri. È importante proteggere le autrici e gli autori in questo percorso affinché continuino a esplorare, non puntino solo a farcela. Un breve ricordo di una donna della sua vita?
Com’è avvenuto il passaggio dai documentari al cinema di finzione?
Penso spesso a mia nonna, una donna paziente e resiliente che ha partorito dieci figli lungo vent’anni e non è mai uscita dalla sua cucina. Se mi vedesse mentre giro un film o lo presento a un pubblico, non capirebbe cosa sto facendo e perché non sono in una cucina. Com’è nato Vermiglio?
È successo dopo aver girato Nadea e Sveta, la storia di due donne moldave emigrate in Italia. Indagavo da un po’ il limite tra il cinema del reale e quello di finzione, sentendolo permeabile. Ho sempre realizzato i documentari con senso etico, ma a un certo punto ho accusato il peso emotivo del coinvolgimento nelle vite altrui. Desideravo una relazione più chiara con i protagonisti e le protagoniste dei miei lavori. E poi mi sono accorta che avevo sempre più bisogno di intervenire drammaturgicamente sulla narrazione. Ma il passaggio è stato organico, tant’è che in molti hanno avvertito un sentore di cinema di finzione in Nadea e Sveta e spunti di realtà in Maternal, il mio primo lungometraggio. Può sembrare paradossale, ma in realtà è stato un percorso di vasi comunicanti con un punto in comune: la fascinazione per la realtà, comunque la si racconti.
Da un sogno in cui ho visto mio padre bambino, a circa sei anni, che correva nei prati di Vermiglio, paese trentino omonimo del film, con le mie zie e i miei zii. Seguire i loro giochi in quei tempi di guerra è stato come scoprire un mondo. Inizialmente ho pensato che scrivere partendo da quell’immagine sarebbe stato un balsamo privato per affrontare la sua mancanza. Invece, quel bimbo sdentato, con le gambette da stambecco, era arrivato per portarmi questo film.
È vero che amo questo grande maestro di cinema e di umanità. Ma credo che il riferimento a L’albero degli zoccoli sia nato soprattutto dal fatto che sono pochi i film che hanno raccontato il nostro Nord rurale con un’attenzione quasi etnografica e il coinvolgimento delle persone del luogo. In
Una residenza cinematografica dove incontrerò colleghi bravissimi. È un grande piacere farla, ma non è una vacanza. Ecco, il rischio di fare ciò che si ama è quello di non smettere mai di lavorare. Sarà importante, prima o poi, ritrovare la sana abitudine di andare in vacanza.
Molti hanno visto in Vermiglio diversi richiami a L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi. Si è ispirata a questo film?
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
Le piace prendere il treno? Che cosa fa a bordo?
Il treno è un microcosmo che mi fa sentire contemporaneamente contenuta e libera di isolarmi. Poiché gran parte del mio impegno è immaginare, il mio sguardo vola spesso fuori dal finestrino oppure ripara dentro, nel paesaggio umano, osservando come si muovono le persone, come parlano, come stanno in silenzio. I mezzi pubblici sono una straordinaria occasione per studiare i comportamenti umani. Il suo prossimo viaggio?
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La Freccia, agosto 2025 di DAVIDE GAROFALO
CINEMA
Giacomo Ferrara Lo scorso agosto su Netflix è uscita la commedia Ogni maledetto Fantacalcio, in cui l’attore veste i panni di Simone, sceneggiatore trentenne che con l’amico d’infanzia Gianni porta avanti da anni una lega di Fantacalcio. Una storia di speranze, aspettative, fragilità e desideri mai abbandonati.
Giacomo Ferrara è un attore italiano noto al grande pubblico per il ruolo di Alberto “Spadino” Anacleti in Suburra. Tra i suoi film più noti: • Suburra (2015) • Ghiaccio (2022) • Grazie ragazzi (2023) • Animali randagi (2024)
← Foto di Maddalena Petrosino
Tra gli attori più promettenti del cinema italiano, Giacomo Ferrara torna sullo schermo con un ruolo da protagonista nella commedia targata Netflix Ogni maledetto Fantacalcio, in uscita sulla piattaforma il 27 agosto. Diretto da Alessio Maria Federici, il film si preannuncia come un appuntamento imperdibile non solo per gli appassionati del gioco sociale, ma anche per gli amanti delle storie ironiche e surreali, capaci di intrecciare umorismo, tensione narrativa e riflessione sui rapporti umani. Che cosa ti ha colpito di questo progetto?
Sono stato attratto subito dalla sceneggiatura: è una commedia che racconta una storia di amicizia. Io non ho mai partecipato al Fantacalcio, ma chi ci gioca mi ha confermato che le dinamiche raccontate nella pellicola sono le stesse che si creano nella realtà. Il film tocca anche temi generazionali, come le fragilità e le ambizioni dei trentenni. Pensi che il pubblico si identificherà con queste dinamiche?
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
La commedia descrive bene la disillusione di una generazione che ha smesso di sognare e spesso non sa bene cosa vuole dalla vita. Potrebbe davvero essere la storia di ciascuno di noi. Come ti sei trovato a lavorare con un cast così ricco, che include tra gli altri anche Silvia D’Amico e Caterina Guzzanti?
Si è creato un gruppo bellissimo. Alla fine delle riprese c’era un po’ di malinconia, perché ci siamo davvero divertiti insieme. È stato un onore recitare con Caterina Guzzanti. Con Silvia D’Amico, la protagonista femminile del film, ho lavorato molto bene fin da subito. Inoltre, sfatiamo un mito, non sono solo gli uomini a giocare al fantacalcio. Alessio, il regista, è stato molto generoso con noi, lasciandoci spesso la libertà di improvvisare e di interpretare i personaggi secondo il nostro sentire. Sono sicuro che, nel film, si percepirà il feeling che avevamo sul set. Hai interpretato ruoli molto diversi nella tua carriera. Come scegli i progetti e quanto ti spingi fuori dalla tua zona di comfort?
In tutto quello che faccio parto sempre da un presupposto: il personaggio mi deve fare paura. Deve essere una sfida continua, perché questo vuol dire che dovrò spingermi oltre, sia artisticamente sia umanamente. Fare l’attore significa indossare altre scarpe e guardare il mondo da un punto di vista diverso. Per questo mi piace molto variare. Ma un filo rosso unisce tutti i miei personaggi: il senso di inadeguatezza, parte del mio carattere, che porto nei ruoli che ricopro. I miei personaggi, in fondo, si trovano sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato. Hai già lavorato per Netflix con Suburra. Come vedi l’evoluzione del cinema italiano nell’era dello streaming?
In Italia ormai numerose produzioni vengono realizzate con il supporto delle piattaforme, perché così si può andare oltre l’uscita in sala e arrivare a un pubblico molto più vasto grazie allo streaming.
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La Freccia, settembre 2025 di CECILIA MORRICO
CINEMA
Adriano Giannini Il 2025 è stato un anno intenso per Adriano Giannini: a gennaio è uscita, su Netflix, la serie tv ACAB; a marzo il libro per bambini Piro, che ne ha segnato il debutto letterario; tra giugno e luglio ha lavorato sul set de L’estranea, il nuovo film di Paolo Strippoli, previsto nelle sale per il prossimo anno. Voce narrante dello spot FS L’emozione di essere italiani, ha parlato di fragilità, sfide e di come sia possibile provare empatia anche nei confronti dei personaggi più oscuri.
Adriano Giannini è un attore, doppiatore e regista italiano, impegnato tra cinema e televisione. Tra i suoi ruoli più noti: • Le conseguenze dell’amore (2004) • Baciami ancora (2010) • Lacci (2020) • Tre piani (2021)
È in vacanza dopo aver concluso l’ultimo ciak del film diretto da Paolo Strippoli L’estranea, nelle sale nel 2026. Un po’ raffreddato perché, come racconta, ogni volta che finisce di lavorare ha un calo di tensione e si ammala. Adriano Giannini, attore e doppiatore nonché voce narrante dell’ultimo spot del Gruppo FS L’emozione di essere italiani, è attivo nel mondo del cinema da quando aveva 18 anni. Dopo il recente successo della serie ACAB, andata in onda su Netflix e l’uscita del libro per bambini Piro, a marzo, si appresta a chiudere il 2025 con due film da protagonista: Breve storia d’amore di Ludovica Rampoldi e Separazioni di Stefano Chiantini. Ama creare un coinvolgimento con lo spettatore anche quando interpreta personaggi tenebrosi. E non nasconde le proprie fragilità: «Ero leggermente dislessico e dopo la pandemia da Covid-19 lo sono diventato ancora di più. Penso che questo virus abbia tirato fuori le debolezze di molte persone». Hai appena finito di girare L’estranea, con Valeria Bruni Tedeschi e Jasmine Trinca. Com’è andata?
← Foto di Daniele Barraco
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
Abbiamo girato in Puglia e mi sono divertito perché amo i progetti nuovi e un po’ sfidanti. Paolo è un regista giovane che ha voglia di raccontare storie diverse. Spazia dall’horror al thriller, generi poco diffusi in Italia. È talentuoso e ha un immaginario molto vivido che riesce a trasmettere sia agli attori sia al pubblico. Credo che sia venuto fuori un prodotto interessante e inusuale per il nostro cinema. E poi ho ritrovato anche Jasmine, con cui sono amico.
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CINEMA
Chiudi l’anno con due film: Breve storia d’amore, accanto a Pilar Fogliati, e Separazioni con Barbora Bobulova. Ci parli di questi progetti?
Breve storia d’amore è il primo film di Ludovica, che è una sceneggiatrice affermata. La conosco personalmente da parecchi anni, mi pare dalle Conseguenze dell’amore di Paolo Sorrentino, dove io recitavo e lei era assistente di regia. Ci siamo incontrati in vari progetti e ora, finalmente, debutta alla regia con una pellicola che riesce a miscelare con fluidità diversi generi: romance, thriller e commedia. Anche in questo caso ho trovato un’attrice simpatica e bravissima come Pilar. Separazioni è più duro e drammatico, invece: racconta la storia di due genitori che perdono i figli durante un’escursione in montagna perché travolti da una slavina e aspettano loro notizie. L’abbiamo girato in Abruzzo, a Campo Imperatore, dove siamo rimasti molto tempo tra le montagne. È stato affascinante perché amo la natura e la dimensione del viaggio. Poi c’era anche Barbora, una delle attrici con cui ho lavorato di più. Abbiamo girato insieme due stagioni del telefilm In Treatment, dove eravamo una coppia in crisi sul divano dello psicologo Sergio Castellitto. In questi film ricopro ruoli molto diversi tra loro ed è una fortuna perché mi piace esplorare. Hai viaggiato tanto per lavoro?
Sì e spesso fuori dagli itinerari turistici. Non è una vacanza, ma si lavora in mezzo alle persone del luogo. Era una cosa che adoravo già quando facevo l’operatore di ripresa, tra questo mestiere e quello di attore sono stato in giro per mesi. Sommando i vari progetti, sono stato più di un anno in Sicilia, ma anche in Marocco e in Tunisia. Mi ricordo anche di un film in Transilvania, mai uscito in Italia, tra il 2003 o il 2005: ero l’unico attore italiano in mezzo a ungheresi e rumeni, giravamo sui Carpazi, dove avevano ricostruito una cittadina. Ero partito da Roma in auto perché avevo dietro uno dei miei cani, che mi accompagnano sempre quando giro. In pratica, ho fatto lo stesso viaggio del mio personaggio, dall’Occidente civilizzato a un mondo fantastico e selvaggio. Mi sono ritrovato davanti a paesaggi bellissimi, in uno dei posti più freddi d’Europa, sospeso nel tempo, lontano dalla vita reale. Orsi e lupi ogni tanto distruggevano il set, che la mattina dopo doveva essere ricostruito. È un tipo di viaggio che ho sempre amato e, infatti, se mi dicono che devo girare per tre mesi a Roma un po’ mi dispiace (ride, ndr). Eppure, il legame tra la Capitale e il grande schermo è indissolubile.
Assolutamente sì: Roma è il cinema. Quando ho iniziato come operatore a Cinecittà avevo 18 anni. Era il 1989 e accanto al teatro in cui lavoravo c’erano i set dei film Il padrino. Parte III e Che ora è, di Ettore Scola, con Massimo Troisi e Marcello Mastroianni. Quando andavo a mensa o al bar per una pausa mi trovavo immerso in un’atmosfera felliniana, tra cowboy, centurioni romani o attori come Al Pacino. Era un luogo magico e come operatore avevo accesso anche ai laboratori in cui si sviluppavano le pellicole: enormi piscine piene di acidi da cui poi uscivano fuori capolavori. Hai lavorato dietro all’obiettivo per undici anni. Quante evoluzioni hai visto?
La più grande è stata, naturalmente, l’avvento del digitale, ma io stavo già cambiando mestiere. Resto comunque un
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La Freccia, settembre 2025 di CECILIA MORRICO
Nella pagina precedente: Adriano Giannini nel film L’estranea di Paolo Strippoli con Jasmine Trinca e i due piccoli protagonisti. ← Giannini sul set di ACAB. Foto di Marco Ghidelli. Courtesy: Netflix
nostalgico, perché le nuove tecnologie hanno tanti vantaggi ma si è perso un certo alone di mistero. Così come sono andati persi i segreti della professione: il grande schermo ha proporzioni totalmente diverse rispetto alla televisione o al pc e il primo piano di un protagonista, una volta, era più grande di quattro metri. L’operatore si trovava in una postazione privilegiata per capire davvero la magia del cinema: dietro di lui la realtà, davanti la visione dei grandi autori. E poi c’è stato il salto professionale con la recitazione.
Un salto mortale, forse (ride, ndr). Ancora adesso non ho ben capito come ci sono arrivato, perché in realtà volevo provare con la regia. Come dicevo, sono andato a lavorare subito dopo il liceo e, dopo tanti anni da tecnico, sentivo di dover riprendere a studiare. Volevo imparare a interagire con gli interpreti e a capire come mettere in scena quello che una persona ha in mente. Così, mi sono iscritto all’accademia di teatro e, da lì, sono passato alla recitazione. Il primo ciak come è stato?
Avendo svolto per tanto tempo un altro tipo di lavoro, la mia memoria fisica e mentale mi portava istintivamente ad agire come operatore. Tra l’altro, mi sono trovato davanti molti ex colleghi con cui una volta prendevo in giro gli attori per gioco: ora ero io il bersaglio. Insomma, all’inizio è stato complesso ma poi è diventato tutto naturale e, anzi, aver fatto quell’esperienza tecnica mi ha aiutato tantissimo. Mi impegno per capire che tipo di linguaggio il regista sta usando perché mi piace intonarmi al progetto. Sono sempre al servizio del film, anche se ci metto del mio, perché penso che per fare un buon prodotto tutto debba essere armonico. Tra i tuoi ultimi personaggi, ci sono il carabiniere corrotto Vasco nel film Adagio di Stefano Sollima, Tommaso, fratello di Rocco Siffredi, nella serie Supersex e il poliziotto riformista Michele in ACAB. Tutti con sfaccettature complesse, anche oscure, ma capaci comunque di suscitare empatia. Come mai hai accettato questi ruoli?
Credo che il compito dell’attore sia ricercare quell’empatia a prescindere dal personaggio che interpreta. Bisogna trovare il modo di coinvolgere chi guarda, altrimenti un cattivo resta tale e basta. Un attore deve riuscire a mostrare quel conflitto interiore che poi diventa leggibile per il pubblico. Come Anthony Hopkins nel Silenzio degli innocenti che, pur vestendo i panni di un assassino e cannibale, esibisce quella LA FRECCIA ANNUARIO 2025
CINEMA
genialità che affascina. Sono molto attento a stabilire un contatto con il pubblico. Penso alla figura di Tommaso che in ogni scena di Supersex fa cose atroci: in realtà, ha una grande capacità di amare, anche se lo dimostra in maniera sbagliata per i traumi vissuti. Nel film di Sollima intuisci che Vasco è un diavolo, un terminator impazzito, ma compie ogni azione per i suoi figli. E anche Michele, in ACAB, si trasforma soprattutto per quello che succede alla figlia. Ecco, se riesci ad accompagnare il personaggio nel suo percorso magari non lo giustifichi ma lo capisci e questo può diventare coinvolgente. Bisogna trovare la giusta chiave per avvicinare lo spettatore e dargli la possibilità di colmare quel vuoto emotivo che rende un cattivo tale. È difficilissimo e coinvolge tutti i componenti del progetto: attore, attrice, regista, direttore della fotografia, responsabile musicale. A marzo hai pubblicato con Valentina Edizioni il libro per bambini Piro. Come è nato questo progetto?
È una storia che mi è venuta in mente durante un viaggio, mentre osservavo un campo di girasoli. Erano tutti rivolti verso il sole e ho pensato che questi fiori non si guardano mai in faccia tra loro. Da lì l’idea: se due di loro l’avessero fatto e si fossero innamorati come Romeo e Giulietta? Ho inventato e raccontato per anni questa storia a figli d’amici e poi, durante la pandemia, l’ho scritta ed è diventata un libro. Ora mi emoziona tantissimo pensare che bambini e bambine possano leggere una mia favola, perché io stesso sono molto legato a quelle che mi raccontavano da piccolo. Mi piace l’idea di alimentare ancora quella fantasia che poi si perde da adulti. Ti è mai mancata la paternità?
Negli anni sì, adesso non più. In alcuni momenti ci ho pensato, ora sinceramente no.
Sei anche un noto doppiatore. Hai dato la voce, tra gli altri, all’alieno simbionte Venom interpretato da Tom Hardy, al Joker di Heath Ledger e a quello di Joaquin Phoenix. Cosa ti piace di questa professione?
È un lavoro diverso, ma ha sempre a che fare con la recitazione, perché hai un microfono e devi seguire un attore che interpreta un ruolo. A me è venuto abbastanza semplice fin dall’inizio. Mio padre e mia madre sono stati due grandi doppiatori ma io non ho frequentato le sale di doppiaggio da bambino. Ero già adulto quando ho deciso di provare per la prima volta. Ho pensato che se avessi girato dei film in inglese avrei dovuto doppiarmi da solo e così sono andato a scuola. Per primo mi volle Pedro Almodóvar per La mala educatión, poi sono arrivati lavori importanti come dare la voce a Christian Bale in The Fighter e ai già citati Joker. Non è facile riprodurre la recitazione di un grande interprete in un altro idioma: bisogna studiare come si muove, i suoi respiri e i suoi silenzi. Sei anche la voce narrante dello spot targato FS Italiane. Che rapporto hai con il treno?
Negli ultimi dieci anni ho preso innumerevoli Frecciarossa tra Roma e Milano: ormai mi sembra di essere a casa mia, in famiglia. Appena salgo a bordo mi lascio cullare e mi appisolo, anche perché dormo pochissimo durante la notte. Se non devo studiare, spengo il telefono e faccio finta di leggere un libro, ma crollo alla prima riga. Sono un viaggiatore dormiente, in pratica.
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La Freccia, ottobre 2025 di CECILIA MORRICO
CINEMA
Carolina Crescentini Carolina Crescentini è la protagonista della miniserie Mrs Playmen, presentata lo scorso ottobre alla Festa del Cinema di Roma e uscita su Netflix il 12 novembre. Nel ruolo di Adelina Tattilo, pioniera dell’emancipazione femminile e fondatrice di Playmen, l’attrice affronta temi ancora attuali: libertà, corpo, giudizi collettivi e paradigmi culturali.
Attrice, Carolina Crescentini è attiva tra cinema, televisione e teatro. Tra le sue produzioni più note: • Boris (2007-2010) • Notte prima degli esami - Oggi (2007) • 20 sigarette (2010) • A casa tutti bene (2018)
Che tipo di donna è?
Cattolica, tradizionalista, madre di due figlie e moglie di un uomo che è in realtà un manipolatore, (interpretato da Francesco Colella, ndr). Il marito è un mitomane affascinante che la mette in una serie di guai ma lei inizialmente lo perdona perché è innamoratissima. Oggi parleremmo di relazione tossica. A un certo punto si trova davanti a un bivio: abbandonarsi al dolore o rimboccarsi le maniche per rialzarsi. Sceglie la seconda ipotesi e ne esce a testa alta. Come affronta la gestione di Playmen?
In un’Italia che relegava le donne al silenzio, Adelina Tattilo riuscì a far sentire la sua voce. L’imprenditrice sfidò il perbenismo degli anni Settanta fondando la più nota rivista erotica dell’epoca e aprendo un dialogo sul piacere femminile. Ora la sua storia arriva su Netflix e a interpretarla c’è Carolina Crescentini. L’attrice è protagonista della miniserie Mrs Playmen, presentata alla Festa del Cinema di Roma, dal 15 al 26 ottobre, e poi disponibile sulla piattaforma streaming dal 12 novembre. Un ruolo che ha voluto fortemente, capace di far riflettere sulla condizione femminile di ieri e di oggi. Come sei arrivata a questo progetto?
Dopo aver sostenuto tanti provini. Ho lottato per interpretare Tattilo perché mi interessava moltissimo. E quando ho avuto la parte mi sono buttata a capofitto nello studio, per comprendere non solo la sua vita, ma anche il contesto storico in cui si è inserita. La vicenda si svolge tra il 1965 e il 1970, ma a livello di mentalità e apparato giuridico l’Italia di quel periodo era ferma agli anni Cinquanta, con il matrimonio riparatore, il delitto d’onore, gli aborti illegali e il divorzio negato. Era l’Italia della follia, in cui la violenza sessuale era solo un reato contro la morale pubblica, non contro la persona. E in tutto questo si fa strada una figura incredibile come Adelina Tattilo. LA FRECCIA ANNUARIO 2025
È una donna devota che si trova a condurre una pubblicazione erotica nell’epoca della buon costume, lavorando in una redazione di soli uomini. Ci riesce grazie alla sua competenza, al guizzo intellettuale e al coraggio. Con il suo lavoro avvia una rivoluzione sottolineando per la prima volta che l’eros non appartiene soltanto all’uomo ma anche alla donna come soggetto attivo. Parla del piacere al femminile, cosa impensabile per un’epoca in cui anche una foto in costume era scabrosa. E assume una posizione critica nei confronti della società. Per esempio, sulle pagine del magazine pubblica il concorso Divorzia con Playmen, in cui offriva assistenza legale a chi volesse separarsi e raccontare la propria storia. Ha dovuto lottare non solo contro i pregiudizi degli uomini ma anche contro quelli delle donne cresciute in un mondo maschilista. Ma riuscì a scardinare l’idea che Playmen fosse un giornaletto da nascondere alle mogli. Il suo intento era che venisse condiviso nella coppia. Dentro, infatti, c’erano molti articoli di intellettuali, come Alberto Moravia per esempio. Voleva arrivare a tutte le persone, anche le meno erudite, di entrambi i sessi. Cosa hai provato quando ti sei documentata sui fatti dell’epoca?
Ho letto vicende di cronaca davvero raccapriccianti. A un certo punto mi sono imbattuta nel caso dell’omicidio Casati Stampa, il marchese che, nell’agosto del 1970, uccise la moglie e l’amante per poi togliersi la vita. All’epoca fu uno
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La Freccia, ottobre 2025 di CECILIA MORRICO
Nella pagina precedente: Carolina Crescentini nei panni di Adelina Tattilo in Mrs Playmen. Foto di Camilla Cattabriga. Courtesy: Netflix ← Crescentini insieme a Francesco Colella in una scena di Mrs Playmen. ↙ Crescentini nei panni di Adelina Tattilo. Nella pagina seguente: Crescentini insieme a Lidia Vitale e Francesca Colucci. Foto di Beniamino Ziccardi. Courtesy: Netflix
CINEMA
scandalo enorme, perché dietro c’era una vicenda di erotismo torbido e di violenze. Così, mi sono trovata davanti a un altro grande tema, quello del potere maschile sul corpo e sulla libertà delle donne. E ciò che mi ha colpito di più è stato vedere quanto tutto questo risuoni ancora oggi, a distanza di cinquanta anni. Recentemente, ho letto di un femminicidio in cui non è stata inflitta la pena massima perché, secondo il giudice, la vittima avrebbe in qualche modo provocato l’assassino. C’è un problema di fondo, lo stesso che emerge nel caso dello stupro di gruppo a Palermo, dove ho sentito commenti del tipo: «Però lei era ubriaca». Siamo ancora al punto in cui una donna non può essere libera di vivere senza essere giudicata, persino quando subisce una violenza. E mentre continuavo a studiare la storia di Tattilo e di chi è morta per essere ricorsa a un aborto clandestino ho provato paura. Perché ho l’impressione che stiamo tornando indietro. Quali sono, secondo te, le azioni da intraprendere?
Innanzitutto, bisogna avere il coraggio di parlare anche assumendosi dei rischi. Non possiamo rimanere intrappolate nella paura, abbiamo il diritto e dovere di esprimere dissenso e dire di no, perché il corpo ci appartiene. È fondamentale costruire una rete di sostegno che ci tuteli. Quando qualcuna denuncia devono essere presi subito provvedimenti, come l’applicazione di un braccialetto elettronico per impedire che lo stalking degeneri in omicidio. Serve poi l’educazione al consenso e al rispetto del rifiuto: se una donna dice che non vuole fare sesso, nessuno può pensare di poter procedere comunque. Tutte abbiamo subito almeno una molestia nella vita. Ma se ci uniamo e facciamo sentire la nostra voce prima o poi ci dovranno ascoltare. Dalla presa di coscienza della sessualità femminile, si è arrivati alla mercificazione del corpo. Come è successo?
È uno step avvenuto successivamente e non ha nulla a che fare con Tattilo. Succede negli anni Ottanta, quando si sviluppa la pornografia, e poi con l’avvento della televisione e di trasmissioni come Colpo grosso. Alle redini della comunicazione c’erano solo uomini. Ora, con il web, stanno emergendo fenomeni ancora più allarmanti. Un esempio è la pagina Facebook Mia moglie, in cui sono state condivise foto intime di donne senza il loro consenso.
Un episodio davvero allucinante e surreale. Il mondo digitale sta favorendo comportamenti pericolosi e spesso è difficile persino individuare i responsabili. Se non fosse stato per il coraggio e la determinazione di alcune donne che si sono unite per far chiudere quella pagina, probabilmente sarebbe ancora attiva. È vero che la società ha conosciuto dei progressi da questo punto di vista, ma ora rischia di sprofondare ancora. La storia, purtroppo, tende a ripetersi ciclicamente.
La miniserie Mrs Playmen viene presentata alla Festa del Cinema di Roma. Allo stesso evento hai partecipato nel 2023 con il cortometraggio Unfitting, di Giovanna Mezzogiorno, sul tema del body shaming. Un altro tema che coinvolge profondamente le donne.
Sono stata chiamata direttamente da Giovanna, che stimo moltissimo. Mi ha raccontato il progetto e ho scelto immeLA FRECCIA ANNUARIO 2025
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CINEMA
diatamente di farne parte perché la sua battaglia sui pregiudizi riguardo il corpo e l’età delle attrici è anche la mia. Dopo la proiezione del corto, durante la conferenza stampa, abbiamo raccontato i commenti che una donna è costretta a subire e si è creato il gelo in sala. In quel momento, ho pensato che avevamo centrato l’obiettivo. In quattro minuti abbiamo messo a disagio una platea di giornalisti e addetti ai lavori, gli stessi che, spesso, fanno sentire a disagio le attrici. A te è mai capitato di essere al centro di critiche per l’aspetto fisico?
In tantissime occasioni. Fare l’attrice significa confrontarsi continuamente con il proprio aspetto: dalle prove costume per i film agli abiti per i red carpet, dai servizi fotografici alle copertine delle riviste. Nessuno ti critica mai in maniera diretta, ma spesso ti fanno sentire a disagio, poi dipende da te come affrontare la situazione. Per quanto mi riguarda, ho usato spesso l’autoironia ma a volte sarebbe stato meglio rispondere a tono. E poi ci sono le domande sulla vita privata che i giornalisti rivolgono solo alle donne. Sembra quasi che esista una sorta di vademecum su ciò che dovremmo fare o essere e se non raggiungiamo certi obiettivi allora abbiamo un problema. La pressione sociale è fortissima e spesso ci si ritrova esposte ai giudizi non richiesti di chiunque. Ma, alla fine, la vita è mia e sono io a decidere come affrontarla, magari non voglio cambiare perché sto bene così. A proposito di scelte, nel 2009 hai posato per Playboy. Come ricordi quell’esperienza?
All’inizio mi ha imbarazzato molto. Poi ho pensato che un giorno, a ottant’anni, rivedendo quelle foto avrei detto a me stessa: «Però, non ero mica male». E poi avevo dettato una condizione: avere il fotografo Fabio Lovino, un mio amico. Sapevo che mi avrebbe tutelata e non mi avrebbe resa un pezzo di carne davanti agli sguardi altrui. E, infatti, sono scatti molto eleganti. Oggi lo rifaresti?
Non credo. Ma non te lo so dire con certezza, perché ogni volta che ho pensato di non fare più una cosa poi è andata diversamente, quindi chissà. I tuoi prossimi impegni professionali?
Ho iniziato a lavorare su un nuovo set, di cui non posso parlare. E a fine gennaio esce Le cose non dette, di Gabriele Muccino, un regista con cui adoro lavorare. Mi piace il modo in cui dirige attori e attrici: con fermezza ma, al tempo stesso, coccolandoli. Tra i tuoi progetti quali ricordi con più affetto?
Sono un po’ tutti un pezzetto di cuore. Uno a cui tengo particolarmente è La bambina che non voleva cantare di Costanza Quatriglio, sulla storia di Nada: mi sono battuta per ottenere quel ruolo. E poi Boris, lo farei per tutta la vita. Mi fa sempre tanto ridere, lo trovo geniale e sogno di interpretare Corinna anziana. Con quali registi vorresti lavorare?
Da romana mi piacerebbe fare un film con Carlo Verdone, anche se temo di ridere troppo con lui. Ma vorrei anche essere diretta da Paolo Virzì e Silvio Soldini, entrambi molto bravi con le storie al femminile. Poi mi auguro una nuova stagione di Mrs Playmen, perché c’è ancora tanto da raccontare. E, infine, adorerei avere un ruolo come quello di Anna Magnani nel film L’onorevole Angelina, una combattente del popolo e delle donne. LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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La Freccia, novembre 2025 di MICHELA GENTILI
CINEMA
Carlo Verdone Carlo Verdone è tornato sul piccolo schermo con la quarta e ultima stagione di Vita da Carlo, disponibile da novembre su Paramount+. A 75 anni racconta sé stesso, Roma e le sue nevrosi con autoironia e verità, in attesa dell’uscita del prossimo film, Scuola di seduzione, previsto per il 2026.
Regista, attore e sceneggiatore, Carlo Verdone è considerato uno dei maestri della commedia italiana. Tra i suoi film più noti: • Borotalco (1982) • Acqua e sapone (1983) • Manuale d’amore (2005) • Grande, grosso e… Verdone (2008) • Io, loro e Lara (2010)
Tra i vicoli di Trastevere, dove l’ingenuità di Leo scivola sui sanpietrini insieme a una bottiglia d’olio. Su una terrazza vista Gazometro, da cui Oscar sogna Hollywood e i suoi lustrini. Nel salone di un attico in via della Farnesina, che per Sergio diventa la banchina di «un cargo battente bandiera liberiana». Sul palcoscenico eterno di Roma, si aggirano ancora i personaggi ideati da Carlo Verdone, regista e attore che ha saputo raccontare in modo emblematico l’Italia e i suoi figli. Dopo una carriera passata a rappresentare malinconie e nevrosi altrui, il maestro della commedia ha scelto di indossare la maschera più complessa: sé stesso. È nata così Vita da Carlo, prodotta da Luigi e Aurelio De Laurentiis, la cui quarta e ultima stagione è disponibile su Paramount+ dal 28 novembre. La serie mette in scena la quotidianità di Verdone, tra guai familiari e amicizie famose, intrecciandola alle vicende della sua città. Quella Roma che il 17 novembre, per i suoi 75 anni, lo rende sindaco per un giorno – proprio come è successo nella prima stagione della serie – grazie a un’iniziativa del primo cittadino Roberto Gualtieri. In tv va in scena davvero la sua vita, quindi?
← Verdone sul set di Scuola di seduzione. Courtesy: Paramount+/Filmauro
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Magicamente, abbiamo anticipato eventi che poi si sono avverati. Con Gualtieri è nato tutto spontaneamente, forse perché in qualche modo rappresento questa città. Mi ha detto: «Ho pensato di farti un bel regalo, per 24 ore il sindaco di Roma sei tu. Ti lascio la fascia, tu mi dai qualche consiglio e
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← Verdone durante la lavorazione della terza stagione di Vita da Carlo. Nella pagina seguente: Verdone sul set della quarta stagione di Vita da Carlo. Courtesy: Paramount+/Filmauro
CINEMA
per un essere umano è perdere la memoria, perché il ricordo è sempre una grande carezza. Per me si trova nella casa dove sono nato, vicino a Ponte Sisto: è un toccasana guardare le vecchie fotografie e ripensare all’atmosfera che c’era. Che cosa le manca della Roma di un tempo?
Le persone che parlavano tra loro, da finestra a finestra, e la vita di quartiere così teatrale, poetica. Poi, da metà degli anni Ottanta, hanno cominciato a chiudere le mercerie, gli alimentari, i calzolai, le ferramenta. E tutto è cambiato. Ma la città è migliorata in qualcosa da allora?
È più curata, sono state realizzate belle piazze grazie ai lavori per il Giubileo. Penso a com’è ora la zona tra San Pietro, Castel Sant’Angelo e piazza Risorgimento. E anche a come sarà la nuova piazza Venezia: adesso c’è una gran confusione, ma quando i cantieri saranno chiusi le auto scorreranno meglio. Il suo luogo del cuore?
Piazza Navona, dove mia madre mi portava a prendere il gelato da piccolo. Nel periodo di Natale si riempiva di bancarelle con i giochi, lo zucchero filato, gli zampognari e si potevano anche affittare le biciclette. Ora di giorno è infrequentabile, zeppa di gente. Ma di notte, quando torno dal set, mi fermo a guardarla, accendo una sigaretta e, improvvisamente, rivedo il film della mia giovinezza. In Vita da Carlo si sente spesso schiacciato dalle aspettative. Quanto ha contato, nella realtà, il giudizio degli altri?
Molto. Ma per me è importante soprattutto essere considerato una brava persona, non un grande attore o un buon regista. Le critiche non le hanno mai pesato?
io cerco di metterlo in pratica». Ma davvero molte vicende raccontate nella serie sono poi avvenute. In questa stagione, c’è anche Alvaro Vitali nel ruolo di un burattino che recita un monologo sulla morte. Insomma, ci siamo detti: stiamo attenti a quello che scriviamo, nel bene e nel male, visto che poi tutto si verifica. Che significa per Verdone interpretare Carlo?
Avevo esaurito i caratteri da rappresentare. E quando mi hanno proposto di essere me stesso mi è sembrato di vestire un ruolo nuovo. Nella serie ho messo tutto: insicurezze, ossessioni, ansie, premure. C’è una percentuale di romanzato, ma faccio le stesse battute di tutti i giorni. Non ho avuto remore a mostrarmi, in fondo la mia casa ha sempre avuto pareti di vetro. Fra poco compie 75 anni. Come vive il tempo che passa?
Non me lo chieda. L’ultimo decennio è volato, non so nemmeno come sia successo. Che cos’è per lei la nostalgia?
Qualcosa di immutabile che vive nei ricordi. La cosa peggiore LA FRECCIA ANNUARIO 2025
Di stroncature vere e proprie ne ho avuta solo una, tanti anni fa, che distrusse il film Gallo cedrone in modo violento. Mio padre, leggendo il commento, disse: «Ecco, questo è l’esempio di come un critico non dovrebbe mai scrivere». Non ho mai capito il perché di tanta acredine, anche se so che non si può piacere a tutti. Ma vorrei si sapesse che non faccio film per soldi, continuo perché il pubblico mi segue. Se fosse stato per me, avrei lasciato già cinque o sei anni fa. Ho dedicato la vita al lavoro, da 48 anni invento storie, scrivo, interpreto, cambio registro. Ecco perché poi ho bisogno di andare in campagna: per me è un premio. Un po’ come succede nella serie, quando scappa a Nizza dopo il Festival di Sanremo?
Sì, anche se lì ci sono andato perché deluso di aver perso la stima del pubblico dopo una battuta sbagliata. Che cos’è per lei il politicamente corretto?
Guardi, è un po’ una gabbia. Tutti i giorni, mentre giravamo la serie, dovevamo fermarci perché qualcosa non si poteva dire o fare. E ogni volta perdevamo tre quarti d’ora per riscrivere la scena. Sono d’accordo su alcuni limiti, per carità. Ma oggi non potrei più fare pellicole come Compagni di scuola o Viaggi di nozze. E molti film italiani degli anni Sessanta sarebbero considerati scorretti. Poi sento anche dire che alcune tragedie di Shakespeare andrebbero bruciate perché sono patriarcali e istigano alla violenza. E lì, francamente, si va un po’ oltre. Ora è sul set del suo nuovo progetto, Scuola di seduzione, che uscirà nel 2026 su Paramount+. Lì come sta andando?
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È un film corale, in cui sei personaggi si rivolgono a una love coach per superare i loro problemi personali. Proprio ieri mi è arrivato un foglio con alcune regole da rispettare per girare in una location: non posso dire una parolaccia né fumare una sigaretta e devo eliminare una battuta perché sembra iettatoria. Il fatto è che così si rischia di diventare meno divertenti. Certe volte l’ironia è anche esagerazione, follia. Bisogna essere un po’ scorretti, ma non in maniera offensiva. Esiste un comico scomodo, oggi?
Forse Checco Zalone, anche se la butta sul farsesco per riuscire a far passare quello che dice. Com’è cambiato il senso dell’umorismo?
Siamo diventati meno comici. O forse la realtà lo è sempre meno. Cerchiamo di far ridere sulle nevrosi dell’umanità. Ma le persone sono sempre più scontente. Non siamo negli anni Sessanta, quando avevamo davanti un orizzonte pieno di speranza. Ora viviamo in un momento terribile dal punto di vista morale, etico e politico. Che cosa la fa ridere oggi?
(Fa una lunga pausa, ndr) I racconti che ascolto la mattina al bar, dal panettiere o dal benzinaio. Soprattutto quelli sulle sciagure, perché il romano ha la qualità dell’ironia. Che ruolo ha la fede nella sua vita?
Penso che i cattolici di professione non siano persone affidabili. Per me avere fede significa rincorrerla continuamente. Credo a chi la perde e la riacquista, a chi ha mille dubbi ma non molla nella ricerca. Personalmente, ogni tanto vacillo, ma spero di tenermela stretta. Senza la fede tutto sarebbe una grande presa in giro. Nell’ultima stagione della serie lei insegna al Centro Sperimentale di Cinematografia. Chi sono, oggi, i migliori registi italiani?
Direi Matteo Garrone, Paolo Sorrentino, Giuseppe Tornatore, Gianfranco Rosi. E anche Valeria Golino: ho apprezzato molto L’arte della gioia. C’è un personaggio che deve ancora interpretare?
Mi toccherà fare il nonno, è evidente. E sarebbe un bel modo per chiudere il cerchio. Che rapporto ha con il treno?
È sempre stata una passione: ai tempi del ginnasio, ero un collezionista. Avevo un plastico meraviglioso del trenino Marklin e poi locomotive, vagoni, binari, scambi. Oggi è legato soprattutto al lavoro: la maggior parte dei miei viaggi sono sul Roma-Milano. La cosa più curiosa che le è successa a bordo?
Una volta un capotreno si è sentito male. Serviva un medico e i passeggeri, conoscendo la mia passione per la materia, mi hanno spinto a farmi avanti. Sono andato a vedere cosa avesse e sembrava un attacco di panico, anche se alla fine ho scoperto che aveva problemi con la moglie. Comunque, gli ho detto: «Mi faccia una cortesia, apra la bocca». E gli ho buttato dentro una compressa di benzodiazepine. Poi ho aggiunto: «Ci rivediamo tra quaranta minuti, mi venga a trovare, sono nella carrozza uno». Dopo oltre mezz’ora è tornato dicendo: «Ma lo sa che mi sento proprio meglio?». Solo che l’ha riferito a tutto il treno e a un certo punto avevo la fila di persone dietro le spalle: «Potrei avere la stessa pasticca che ha dato al capotreno?».
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La Freccia, gennaio 2025 di DAVIDE GAROFALO
SPORT
Monica De Gennaro Nel 2024 Monica De Gennaro ha coronato una carriera leggendaria vincendo l’oro olimpico a Parigi con la Nazionale italiana di pallavolo. Quando l’abbiamo intervistata a febbraio, stava preparando la nuova stagione con l’Imoco Conegliano e puntava alla Coppa Italia Frecciarossa – trofeo poi vinto, un altro successo nel suo straordinario palmarès. Lo scorso settembre ha conquistato l’oro ai Campionati Mondiali, annunciando, poche settimane dopo, a ottobre, il ritiro dalla squadra azzurra, dopo quasi vent’anni di carriera.
Monica De Gennaro è considerata una delle migliori pallavoliste della storia italiana. Con l’Imoco Conegliano, nel ruolo di libero ha vinto: • otto scudetti • sette Coppe Italia • nove Supercoppe • tre Campionati mondiali per Club • tre Champions League Con la Nazionale italiana, invece, ha conquistato: • un oro europeo nel 2021 • tre primi posti nella Volleyball Nations League nel 2022, 2024 e nel 2025 • un oro olimpico nel 2024 • un oro mondiale nel 2025
← Foto di Nicola Mastronardi/Alamy
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
Cercando sul web, si scopre che in alcune tribù native americane, come i Navajo, il nome Moki viene associato a una persona rispettata e di grande valore. Questa descrizione si adatta perfettamente a Monica De Gennaro, una delle figure più iconiche della pallavolo mondiale, conosciuta affettuosamente con questo nickname. Nata nel 1987, gioca come libero nella Prosecco Doc Imoco Volley Conegliano e ha saputo conquistare il cuore degli appassionati con il suo talento, ma anche con la sua umiltà e dedizione al lavoro. È un modello per le giovani generazioni, capace di dimostrare che passione, disciplina e perseveranza possono portare a risultati straordinari. Ad agosto 2024 ha probabilmente raggiunto il punto più alto della sua carriera, vincendo l’oro olimpico a Parigi con la Nazionale italiana. E in questa stagione sarà tra le protagoniste della Coppa Italia Frecciarossa, la Final Four in programma nel weekend dell’8 e 9 febbraio, dove cercherà di conquistare il suo settimo titolo, raggiungendo così l’ex compagna di squadra Robin de Kruijf, attuale detentrice del record di Coppe Italia vinte in carriera.
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La Freccia, gennaio 2025 di DAVIDE GAROFALO
← Foto di Filippo Rubin
SPORT
guardavo erano l’azzurra Paola Cardullo e la statunitense Stacy Sykora. Mi piacevano entrambe, una per la tecnica e l’altra per l’atteggiamento in campo.
In estate, con un palmarès già ricchissimo, è arrivato anche l’oro olimpico di Parigi. Un sogno diventato realtà?
Sul podio, quando ho sentito l’inno con le mie compagne, mi è passata davanti tutta la carriera ed è stato molto emozionante. Era la mia quarta Olimpiade, non avevo mai conquistato una medaglia e la volevo con tutta me stessa. Ce la meritavamo ed è arrivata, una gioia immensa e il coronamento di tanto lavoro. In caso di successo nella Frecciarossa Final Four raggiungeresti il record di De Kruijf per numero di Coppe Italia vinte in carriera. Che effetto ti fa pensare di poter ottenere questo risultato?
Sarebbe importante. Tra l’altro Robin è una grande amica, è rimasta a Conegliano con noi tanti anni. Mi dispiace non sia ancora qui per migliorare il suo record, ma si è ritirata quest’estate e quindi con piacere cercherò di raggiungerla in questa speciale classifica. A 38 anni continui a giocare a livelli altissimi, qual è il tuo segreto?
Tanto lavoro, tanto allenamento e motivazione sempre alta. Non mi accontento mai e mi diverto ancora a sudare in palestra. E poi la fame di vittoria: quella non passa mai ed è lo stimolo più grande. Hai qualche consiglio per i giovani che vogliono intraprendere una carriera nella pallavolo?
Divertirsi e appassionarsi in primis, poi lavorare ogni giorno per inseguire i propri obiettivi. Senza sacrifici non si arriva ad alti livelli, non basta il talento, ci vogliono impegno e passione. Dove ti vedi in futuro?
Ormai è vicino il momento in cui dovrò lasciare la pallavolo, l’anagrafe non si inganna, ma non ho ancora ben deciso cosa farò, ci sto pensando. Il tuo attuale allenatore, Daniele Santarelli, è anche il tuo compagno. Come riesci a conciliare la tua vita professionale con quella personale?
Cercando di parlare poco o nulla di lavoro quando siamo a casa. In questo modo abbiamo creato un equilibrio che sta durando da parecchi anni. Comunque, anche se in palestra è lui che comanda, nella vita privata lo scettro ce l’ho io. Partendo dagli albori, quando hai scoperto la tua passione per la pallavolo?
Molto presto. Sono nata in un paese della Costiera sorrentina e mia madre mi portava agli allenamenti di mia sorella più grande. Ho sempre avuto una predilezione per gli sport di squadra perché mi piace condividere con un gruppo felicità e sconfitte, quindi mi sono subito appassionata. Sono andata via di casa a 15 anni e ho ricevuto una chiamata dalla Vicenza Volley: in quel momento ho capito che la pallavolo sarebbe stata la mia professione. Se sono arrivata a giocare ad alti livelli lo devo soprattutto alla mia famiglia, che mi ha sempre sostenuta nelle scelte. A chi ti sei ispirata nella tua crescita come giocatrice?
Quando ho iniziato a giocare nel ruolo di libero i nomi a cui LA FRECCIA ANNUARIO 2025
La pallavolo ti ha portata a viaggiare molto. C’è un posto in particolare, tra quelli che hai visitato, che ti è rimasto nel cuore?
Giriamo tanto, ma abbiamo poco tempo per visitare i luoghi e le città. Anche d’estate, i pochi giorni che mi rimangono tra i mille impegni preferisco passarli a casa con la mia famiglia e i nipoti. Mi rifarò quando smetterò di allenarmi: mi piacerebbe visitare la California e il Sudamerica. Spesso vi muovete in treno per andare in trasferta. Come trascorri il tempo del viaggio?
Mi piace leggere, scelgo libri leggeri per distrarmi e concedermi un po’ di relax. Poi faccio cose semplici come ascoltare la musica con le cuffie o seguire alcune serie tv che mi appassionano. Inoltre, visto che in squadra abbiamo un bel feeling, durante le trasferte c’è sempre spazio per chiacchierare o scherzare con le compagne.
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La Freccia, agosto 2025 di DAVIDE GAROFALO
SPORT
Mattia Furlani Oro mondiale ai Campionati di atletica leggera che si sono tenuti a Tokyo lo scorso settembre e già bronzo olimpico a Parigi la scorsa estate, Mattia Furlani è il nuovo fenomeno dell’atletica italiana. A soli vent’anni ha riscritto la storia del salto in lungo, combinando talento, disciplina e maturità, come ci ha raccontato in quest’intervista, realizzata poco prima della partenza per il Giappone.
Nato nel 2005 a Marino, in provincia di Roma, Mattia Furlani è specialista di salto in lungo. Ha vinto: • il bronzo alle Olimpiadi, a Parigi nel 2024 • il Titolo mondiale Indoor, a Nanchino nel marzo 2025 • l’oro ai Campionati mondiali, a Tokyo nel settembre 2025
← Foto di Aflo Co. Ltd./Alamy
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
Ad appena vent’anni, Mattia Furlani non è soltanto un talento cristallino, ma una colonna portante dell’atletica leggera italiana. Con un palmarès che impressiona per precocità e qualità – su tutti, il bronzo olimpico conquistato a Parigi 2024 – e con margini di crescita ancora enormi, questo ragazzo originario di Marino, nel cuore dei Castelli Romani, sembra destinato a scrivere altre pagine importanti nella storia dello sport azzurro. A partire dai Campionati del mondo di atletica leggera in programma a Tokyo, in Giappone, dal 13 al 21 settembre. Soprannominato “spiderman” per l’eleganza con cui sembra librarsi nell’aria e una somiglianza con il carismatico Miles Morales, l’Uomo Ragno afroamericano della galassia Marvel, Mattia sembra davvero nato per sfidare la gravità. Ma dietro a quei voli che incantano il pubblico non ci sono superpoteri. C’è il lavoro quotidiano e rigoroso di chi ha
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La Freccia, agosto 2025 di DAVIDE GAROFALO
← Foto di Francesca Grana. Courtesy: FIDAL
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salita alle lunghe sessioni in palestra, fino ai trattamenti dal fisioterapista. La varietà è importante anche per mantenere alti gli stimoli mentali. Per arrivare alla forma ottimale bisogna seguire un percorso preciso, è come preparare una torta: prima devi mettere insieme gli ingredienti, poi accendere il forno e, alla fine, se tutto è al posto giusto, il dolce prende vita. Ed è buonissimo. Il salto in lungo richiede una combinazione di tecnica, forza e precisione. Qual è l’aspetto che trovi più sfidante?
Direi la tecnica: è fondamentale saper gestire le ritmiche e rispettare i tempi per saltare nella maniera più efficiente possibile.
A soli 19 anni hai conquistato il bronzo ai Giochi di Parigi 2024 con un salto di 8,34 metri. Cosa hai provato quando hai capito di essere sul podio?
Quelle Olimpiadi sono state quasi irreali. Per molto tempo ho faticato a credere di aver vinto una medaglia. Partecipare ai Giochi è il sogno di ogni atleta. Arrivare lì nella forma migliore e tornare a casa con un bronzo è qualcosa che non si può immaginare in anticipo. Avevo tutta la famiglia con me, mi sentivo a casa. Questo mi ha aiutato a dare il massimo quando sono sceso in pedana. Sei il secondo italiano ad aver una medaglia olimpica nel salto in lungo maschile dopo Giovanni Evangelisti nel 1984: che effetto fa essere parte della storia?
È un onore. Ho gestito bene la gara, sono rimasto concentrato e, alla fine, ho conquistato il bronzo con il salto più lungo mai fatto per quella medaglia. È stato leggendario, ma nulla accade per caso: avevo lavorato bene e sapevo di poter competere con i migliori.
iniziato a correre e saltare sotto lo sguardo attento della madre allenatrice Khaty Seck, la cura maniacale per ogni dettaglio tecnico e una fame di vittoria sorprendente per un ragazzo della sua età. Furlani non è solo un atleta di talento ma un’esplosione di energia ed emozioni. Il volto nuovo di chi non ha paura di sognare in grande, il portabandiera di una generazione che vuole prendersi il mondo, un salto alla volta.
Quando e come hai scoperto la passione per il salto in lungo?
La mia carriera è iniziata con il salto in alto, anche perché sono un figlio d’arte: mio papà era un altista. Poi, quasi per caso, sono passato al salto in lungo. Era il 2022 e stavo partecipando ad alcune gare per migliorare il punteggio in graduatoria e provare a entrare nelle Fiamme Oro. Ne feci una di salto in lungo e atterrai a 7,47 metri, sfiorando il record italiano. Così ho capito di essere particolarmente portato per questa specialità, grazie alla mia velocità di base e alle mie caratteristiche fisiche, esplosive ed elastiche. Nelle Fiamme Oro hai tutto il supporto necessario per prepararti al meglio. Come si svolge la tua giornata tipo in vista dei Mondiali?
Lo sport occupa praticamente tutta la mia giornata e non trascuro mai i dettagli: lunghe sedute di stretching prima di andare a letto, i giusti integratori prima e dopo ogni pasto. Le mie giornate sono molto varie: passo dalle ripetute in LA FRECCIA ANNUARIO 2025
Il bronzo di Parigi 2024 è stato il coronamento di un anno straordinario, con l’argento ai Mondiali indoor e agli Europei. Come hai vissuto il percorso che ti ha portato alla medaglia olimpica?
Durante la preparazione invernale, io e i miei allenatori avevamo capito che ero in ottima forma. Le gare indoor erano andate bene e avevamo sensazioni molto positive. L’obiettivo era chiaro: arrivare al top della condizione per le Olimpiadi. Ho partecipato a poche gare, ma ben distribuite, e questo mi ha permesso di mantenere la forma. È stato un viaggio perfetto, pianificato con precisione. Prima di un salto importante hai qualche rituale o una strategia mentale che ti rassicura?
Quando entro in pedana penso solo a migliorare me stesso, senza guardare gli altri. Se ogni tassello va al suo posto, il risultato arriva, a prescindere dagli avversari. Quando non ti alleni, come passi il tempo?
Il mio hobby preferito è il gaming, sono cresciuto a pane e videogiochi. Mi piace molto giocare alla PlayStation o al pc. È anche un modo per restare in contatto con i miei amici, soprattutto quando sono lontano: giochiamo online o semplicemente chiacchieriamo su Discord, una piattaforma di comunicazione pensata per i videogiocatori. Viaggi molto per ragioni professionali. Che rapporto hai con il treno?
È il mio mezzo preferito: lo trovo più comodo dell’aereo o dell’automobile. Posso rilassarmi e giocare ai videogame. E poi, anche se le Frecce vanno molto veloci, sono silenziose e a bordo non si sente praticamente nulla.
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La Freccia, settembre 2025 di FLAVIO SCHEGGI
SPORT
Marc Márquez Nel 2025 Marc Márquez ha riconquistato la vetta della MotoGP, laureandosi campione del mondo per la settima volta. Il percorso verso la vittoria è stato ricco di emozioni, dal trionfo in Thailandia, nella gara di apertura della stagione, alla conquista del primo posto lo scorso giugno al Gran Premio d’Italia, nell’iconico circuito del Mugello. A settembre, alla vigilia del GP di San Marino a Misano, ci raccontava la sensazione di avere davanti a sé lo sprint decisivo per il titolo.
Marc Márquez è conosciuto come uno dei più grandi piloti della storia del motociclismo nonché uno dei più titolati della MotoGP. Ha vinto: • nel 2010 il titolo di Campione del Mondo 125 cc • nel 2012 il titolo di Campione del Mondo Moto2 • il titolo di Campione del Mondo MotoGP per ben sette volte (2013, 2014, 2016, 2017, 2018, 2019, 2025)
← Foto di SOPA Images Limited/Alamy
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
C’è uno sportivo spagnolo che, a metà stagione, domina la MotoGP. Indossa una tuta rossa e guida una Ducati: il suo nome è Marc Màrquez. A fine agosto guidava la classifica mondiale con 175 punti di vantaggio sul secondo, il fratello Alex. Al terzo posto, con 227 punti di distacco, Francesco “Pecco” Bagnaia, che sta dando tutto se stesso per contenere i due fratelli. Marc e Alex hanno condiviso più volte anche il podio della classe regina e questo non succedeva da Imola 1997, quando i fratelli Nobuatsu e Takuma Aoki, con la Honda, arrivarono secondo e terzo dietro a Mick Doohan. Dopo la sfida in Catalunya a inizio settembre, i centauri della MotoGP si preparano a tornare in Italia domenica 14 per il Gran Premio Red Bull di San Marino e della Riviera di Rimini a Misano Adriatico, sulla costa romagnola. Su un tracciato pianeggiante lungo poco più di quattro chilometri, i Màrquez sono pronti a sfidare – oltre a Bagnaia – gli italiani Fabio Di Giannantonio, Franco Morbidelli e Marco Bezzecchi. Per Marc, che ha vinto otto mondiali – uno nella classe 125, uno in Moto2 e sei in MotoGP – le cose durante la carriera sportiva non sono andate sempre bene. Nel luglio 2020 a Jerez, durante il Gran Premio di Spagna, una caduta gli ha provocato la frattura dell’omero destro. E a questo incidente sono seguite tre stagioni da incubo. Ha subito diversi interventi e affrontato la diplopia, una malattia che porta a vedere doppio. Un viaggio negli abissi in cui il pilota ha anche pensato di smettere con le corse in moto. Ma non l’ha fatto e la sua tenacia è stata premiata.
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La Freccia, settembre 2025 di FLAVIO SCHEGGI
← Foto di FALEPHOTO/Alex Farinelli
SPORT
ni risultati e l’altro meno o, un po’ prima, uno vinceva in MotoGP e l’altro era ancora in Moto2. Ora siamo entrambi al massimo livello di questo sport e lottiamo per il podio ogni fine settimana. So bene l’orgoglio che provano, ma ciò che dà loro più soddisfazione è che, nonostante la rivalità, il nostro rapporto sia rimasto intatto. Non sempre le cose sono andate bene. Hai detto che superare l’infortunio al braccio è stata la sfida più complicata della tua vita. Come sei uscito da quel momento?
Con dolore e sofferenza, ma soprattutto con passione e amore per questo sport. È ciò che mi ha motivato a lottare, a non arrendermi, a cercare soluzioni per tornare competitivo. Nessuno ti insegna come uscire da situazioni così difficili, semplicemente hai bisogno di sentire che ne vale la pena. Come ti senti al comando della MotoGP?
Molto bene. Non tanto perché sono primo, ma perché è la conferma che stiamo facendo le cose per bene. Per fortuna conosco questo tipo di pressione, l’ho vissuta durante tutta la mia carriera. Ma ora, vestito con i colori del team ufficiale Ducati e dopo un lungo periodo molto complicato, la soddisfazione è totale. Tuttavia, non significa che il lavoro sia finito, ma semplicemente che siamo sulla strada giusta. In questo momento sei il pilota da battere, alcuni giornali dicono addirittura che «fai un altro sport».
I complimenti sono sempre ben accetti, ma non servono a molto: non ti fanno vincere le gare, né i Mondiali. Per me la chiave di tutto è divertirmi e mantenere la motivazione al massimo. È questo che mi tiene attivo e competitivo.
Correre con una Ducati ha cambiato il rapporto con i tifosi italiani?
Con gli anni ho capito che non posso piacere a tutti e questo non è mai stato il mio obiettivo. Ho sempre detto che il giorno in cui smetterò di correre vorrei essere ricordato come un pilota che ha dato tutto in pista. Se poi questo viene apprezzato non dipende da me. In ogni caso, sono due anni che corro per team italiani – nel 2024 con Gresini e ora con il Ducati Lenovo Team – e mi trovo davvero molto bene. Anche lo scorso anno, quando ho partecipato al World Ducati Week, mi sono sentito molto amato e questo è ciò che conta per me. Il primo avversario è tuo fratello Alex, al momento secondo in classifica. Come si vive questa rivalità in casa Màrquez?
È una cosa incredibile, inaspettata, unica. E vi posso assicurare che entrambi ce la stiamo godendo tantissimo. Quando al Gran Premio di Germania 2024, sul circuito del Sachsenring, siamo saliti insieme sul podio è stato speciale. Quest’anno la cosa si è ripetuta più volte ed è stato davvero un regalo. Entrambi, il sabato e la domenica, facciamo tranquillamente la siesta sullo stesso divano nel motorhome e, poco dopo, gareggiamo a più di 300 chilometri orari. La cosa più bella è che questa rivalità ci ha uniti ancora di più. Tuo padre e tua madre come gestiscono tutto questo?
Loro soffrono sempre, com’è normale, ma ho la sensazione che adesso si stiano godendo tutto come mai era successo prima. Ci sono stati anni in cui uno dei due otteneva buoLA FRECCIA ANNUARIO 2025
Tuo nonno, a cui eri molto legato, ti aveva consigliato di smettere. Tu invece hai continuato. Cosa gli diresti adesso?
Ora non c’è più ma vorrei fargli sapere che, nonostante siano stati anni molto duri fisicamente e mentalmente, continuo a pensare che ne sia valsa la pena. Perché l’infortunio mi ha fatto crescere come sportivo e come persona.
Che rapporto hai con il tuo compagno di squadra Bagnaia?
Pecco non è solo un grande pilota, ma anche un vero signore. Lo pensavo già prima di conoscerlo e mi è stato confermato quando siamo diventati compagni di squadra. Il nostro rapporto è cordiale e di assoluto rispetto, come dovrebbe sempre essere tra compagni di team. Abbiamo condiviso momenti anche fuori dalla pista e questo ci ha consentito di conoscerci un po’ di più. A poco a poco, stiamo guadagnando fiducia reciproca. La cosa più importante è che entrambi comprendiamo perfettamente i nostri ruoli: lavoriamo per il bene comune della squadra e poi ognuno fa la sua gara per cercare di vincere. Il 14 settembre corri a Misano, sulla costa romagnola, terra di motori. Che rapporto hai con questo circuito?
È una pista bellissima. In quella zona si respira motociclismo al 100%, molti piloti italiani sono cresciuti sui circuiti dell’Emilia-Romagna. E poi proprio qui, l’anno scorso, ho vinto la mia prima gara con Ducati, nel team Gresini. Era un obiettivo che stavamo inseguendo da tempo e raggiungerlo a Misano, con una squadra italiana, in ricordo di Fausto (Gresini, ndr), è stato davvero speciale. Quando è nata la passione per questo sport?
La mia prima moto è stata un regalo di Natale. Avevo tre anni e mio padre mi iscrisse a una gara con ragazzi più grandi. Io feci un giro, mentre gli altri bambini ne avevano già finiti due. Quando arrivammo al traguardo dissi a mio padre che volevo farne un altro anche io. Questa passione me l’ha trasmessa lui: ci portava sui circuiti di motocross nella zona di Lleida, in Spagna, e lì mi sono innamorato delle due ruote. Cosa ti piace fare nel tempo libero?
Sono molto casalingo. Adoro passare il tempo a casa: allenarmi, mangiare bene, rilassarmi e riposare. Ammetto che a volte faccio fatica a uscire perché mi piace troppo stare tranquillo con la mia ragazza e gli amici. Penso che la mia vita sia normale, molto più di quanto le persone possano immaginare.
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La Freccia, settembre 2025 di DAVIDE GAROFALO
SPORT
Alessandro Michieletto Lo scorso settembre Alessandro Michieletto ha guidato la Nazionale maschile di pallavolo alla conquista del quinto titolo mondiale durante la 21esima edizione dei Campionati di specialità, firmando una prestazione da protagonista assoluto. Quando l’abbiamo incontrato si preparava alla manifestazione con energia e concentrazione; poche settimane dopo, a Manila, nelle Filippine, sollevava la coppa e veniva premiato come miglior giocatore del torneo, confermandosi tra i talenti più luminosi della pallavolo internazionale.
Schiacciatore della Nazionale dal 2019 e della Itas Trentino dal 2020, Alessandro Michieletto è uno dei talenti più brillanti della pallavolo mondiale. Ha vinto, con il club: • due Campionati italiani • una Supercoppa italiana • una CEV Champions League Con la Nazionale: • un campionato europeo • una Volleyball Nations League • due campionati mondiali
Alessandro Michieletto non è solo una promessa mantenuta, è il simbolo di una Nazionale che ha saputo rinnovarsi, ripartire e tornare a vincere. Infatti, al prossimo Campionato mondiale di pallavolo, dal 12 al 28 settembre 2025 nelle Filippine, lo schiacciatore del Trentino Volley è chiamato a difendere il titolo iridato conquistato dalla squadra azzurra nel 2022. Michieletto è il volto giovane di uno sport che chiede sempre più spazio ed è la dimostrazione che talento e lavoro, quando viaggiano insieme, possono davvero fare la differenza. A 23 anni ha già conquistato numerosi trofei, sia con il club sia con la Nazionale, ma non si accontenta: con una consapevolezza sempre più solida e una qualità di gioco in costante sviluppo, vuole migliorarsi stagione dopo stagione. Punta in alto, non solo con la sua statura impressionante di 2,10 metri, ma nella crescita personale, prima come uomo e poi come atleta. Il prossimo obiettivo? Riconquistare il mondo, a patto che l’impresa, come lui stesso ammette, non diventi un’ossessione. Come ti stai preparando fisicamente e mentalmente per i Mondiali?
← Courtesy: FIPAV
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
Abbiamo da poco concluso la Volleyball Nations League,
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La Freccia, settembre 2025 di DAVIDE GAROFALO
← Courtesy: FIPAV
SPORT
un’esperienza che ci ha dato molto e ci ha fatto crescere come squadra. Ora stiamo lavorando per arrivare nelle Filippine con la migliore forma possibile e stiamo spingendo parecchio, sia sul piano fisico sia su quello tecnico, concentrandoci sugli aspetti da migliorare, a livello individuale e collettivo. Come schiacciatore, quale ruolo hai nel gioco di squadra?
Sono coinvolto in tantissime fasi: la ricezione, la battuta, il muro e, naturalmente, l’attacco. Grazie alla mia altezza e alla potenza cerco sempre di essere incisivo in attacco, ma so di poter fare la differenza anche in battuta, mettendo in difficoltà gli avversari. Sei tra i leader del team, come vivi questa responsabilità verso i compagni?
Lavoriamo insieme da tanto tempo e abbiamo trovato il giusto equilibrio. So di poter essere un trascinatore, mi sento più maturo e responsabile rispetto a qualche anno fa, ma la forza della squadra è la compattezza: in ogni partita c’è sempre stato un leader silenzioso che, con i suoi gesti, ci ha guidati alla vittoria. Ed è proprio questa caratteristica che può portarci lontano al Mondiale. Sentite una maggiore pressione in quanto campioni del mondo in carica?
Sinceramente no. Negli ultimi anni non abbiamo vinto quanto avremmo voluto: siamo arrivati secondi all’Europeo e quarti alle Olimpiadi. Siamo consapevoli delle nostre capacità e vogliamo ripeterci, ma senza trasformare tutto in un’ossessione. Vogliamo solo dare il massimo. Con chi vi contendete la corsa al Titolo mondiale? C’è una Nazionale che vi preoccupa particolarmente?
Sicuramente Francia e Polonia sono tra le più forti. Anche il Brasile, negli ultimi tempi, ha dimostrato grande solidità. E gli Stati Uniti hanno atleti esperti che possono fare la differenza. Sono tutte squadre di altissimo livello: dovremo giocarcela fino alla fine. C’è un giocatore avversario che ammiri particolarmente o ritieni possa fare la differenza in questo Mondiale?
Quando ero più giovane avevo tanti idoli, uno su tutti lo schiacciatore Osmany Juantorena. Oggi, invece, preferisco studiare punti di forza e debolezze dei giocatori per capire come affrontarli. Tra i grandi della pallavolo sicuramente ci sono Wilfredo León della Polonia, Earvin N’Gapeth della Francia e Ricardo Lucarelli del Brasile: li guardavo in tv e ora ho la fortuna e la responsabilità di affrontarli in campo. Sei diventato un punto di riferimento anche fuori dal campo. Quale messaggio vorresti dare ai giovani che ti seguono e si ispirano a te?
Quello di pensare, prima di tutto, a divertirsi. Da ragazzo andavo in palestra per stare bene, per passare il tempo con i miei compagni, condividere gioie e delusioni. Poi, certo, serve anche un pizzico di fortuna per emergere, ma la passione viene prima di tutto. Sei spesso in viaggio tra partite e allenamenti: qual è il tuo rapporto con il treno? Lo prendi volentieri?
Sì, viaggio molto in treno, soprattutto con la Nazionale. È un mezzo comodo e veloce, che ci consente di spostarci con facilità. Speriamo solo che in futuro ci siano sedili più spaziosi per chi, come me, è alto due metri e dieci! (ride, ndr). LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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La Freccia, dicembre 2025 di FRANCESCA VENTRE
SPORT
Sofia Goggia Bergamasca, classe 1992, Sofia Goggia è una delle più grandi velociste della storia dello sci alpino italiano. Con quattro Coppe del mondo, un oro e un argento olimpici vinti in discesa libera, la campionessa si racconta in vista delle prossime Olimpiadi Invernali di Milano Cortina, tra il significato di velocità, il valore del dolore – sia fisico che mentale – i rituali pre-gara a cui non rinuncia e la forza che riesce a trarre dalla montagna.
Sofia Goggia è una delle sciatrici italiane più titolate di sempre, specialista della discesa libera e del supergigante. Nel corso della sua carriera, in discesa libera, ha conquistato: • un oro olimpico, a Pyeongchang 2018 • un argento olimpico, a Pechino 2022 • quattro Coppe del Mondo (2018, 2021, 2022, 2023)
ll freddo e gli infortuni l’hanno resa forte, la forza di volontà non la abbandona mai, così come la rigorosità tipica dei campioni. L’effetto velocità le trapassa il pettorale quando scia, mentre dentro di lei pulsano le emozioni di un paesaggio straordinario e qualche dolore da gestire. Ha carattere Sofia Goggia e lo ha dimostrato nel tempo, conquistando l’oro a Pyeongchang nel 2018, l’argento a Pechino nel 2022 (poco tempo dopo un infortunio grave) e quattro Coppe del mondo, tutti premi ottenuti nella discesa libera. Dal 6 a 22 febbraio, la attendono le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026, di cui il Gruppo FS è Mobility Premium Partner. Che emozioni ti dà affrontare la sfida dei cinque cerchi a casa tua?
Come dico a tutti, ci penserò a qualificazioni finite. Fino a quel momento mi concentro su ogni gara, a partire dalla Coppa del mondo. Ma di certo gareggiare in Italia è un sogno per noi atleti e per chi assiste alle competizioni.
In quale tipo di gara sei più competitiva e perché?
← Foto di Pentaphoto/Alessandro Trovati
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
A Cortina sono sempre andata forte nella discesa libera. La pista delle Tofane è molto completa, presenta parti tecniche
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La Freccia, dicembre 2025 di FRANCESCA VENTRE
← Foto di Foto di Pentaphoto/Alessandro Trovati ↙ Goggia con Brignone e Vickhoff sul podio della Coppa del Mondo a gennaio 2025, a Cortina d’Ampezzo. Foto di Foto di Pentaphoto/Alessandro Trovati
SPORT
tendo a ripetere alcuni gesti in modo abituale per creare una comfort zone, ho una routine che funziona e in cui mi rifugio. Tra gli sportivi prevale il miglioramento di sé stessi o la rivalità con gli altri?
In generale, ogni atleta è concentrato su di sé. Io la gara la faccio pensando a quello che posso dare. Il miglioramento, però, passa attraverso il confronto con l’altro. Nel momento in cui qualcuno mi batte, osservo cosa fa di diverso. Fai parte del Gruppo Sciatori Fiamme Gialle, che ha compiuto cento anni. Cosa rappresenta per te?
Sono con loro da 14 anni: ho iniziato che ne avevo 19. Per me rappresentano una grande famiglia. Nel gruppo ho stretto legami personali indissolubili e sono grata per il supporto che ho sempre ricevuto. Che futuro vedi per il tuo sport?
Sarà fondamentale capire quanti fondi arriveranno dopo le Olimpiadi. Mi auguro che le vittorie femminili siano uno stimolo per lo sviluppo di questa disciplina. Lo sci è democratico, il cronometro parte da zero per tutti, ma a livello di costi sta diventando uno sport non affrontabile. Non tutte le famiglie se lo possono permettere, tra viaggi, attrezzatura e skipass. Ti piacerebbe insegnarlo?
e ripide, curvoni lunghi o stretti, tratte ad alta velocità, salti e dossi. Ma anche nel super G e nello slalom gigante punto a dare il meglio di me. Su quali dettagli ti concentri per migliorare?
Nello sport non si finisce mai di imparare, ci sono sempre dei passi da fare. La filosofia dell’atleta è la devozione al miglioramento. Cos’è la velocità per te?
È una condizione esistenziale, senza la quale non riuscirei a vivere. E sugli sci mi piace in particolare sentire l’aria che trapassa il pettorale e la tuta da gara. Amo la posizione aerodinamica, mi piace sfrecciare. È chiaro che chi è più rapido vince. Ma la velocità si consolida anche nella lentezza della vita normale e nella fase di preparazione. La stagione degli sciatori va da fine ottobre a fine marzo: il resto dei mesi lo passiamo ad aspettare il nuovo inizio allenandoci al meglio. Cosa ti piace fare lentamente?
Come tutti, sono continuamente bombardata da impegni e messaggi. Quando posso, cerco di staccare per un giorno e mezzo il cellulare. Non essere raggiungibile è il mio lusso. Hai affrontato più volte il dolore fisico. Per esempio, a St. Moritz, tre anni fa, ti sei fratturata una mano ma hai continuato a gareggiare. E il giorno successivo, dopo l’operazione a Milano, eri di nuovo in Svizzera sugli sci. Come fai ad avere questa forza di volontà?
A dire la verità, in quell’occasione la mano non mi faceva male, anche se avevo capito di essermela rotta. Il dolore fisico mi ha forgiata e mi ci sono abituata. Ho affrontato tanti ostacoli e forse altri, al mio posto, avrebbero interrotto il percorso. Ma fa più male il dolore dell’anima, perché non si vede ma pulsa dentro. Quello di una gara non andata bene, per esempio, lo posso sentire solo io con intensità. Cosa fai prima di una gara?
Ho i miei riti, che non sono scaramanzie. Più che altro LA FRECCIA ANNUARIO 2025
Zero. Io sono maestra di sci, con le vittorie ottenute lo sarei diventata anche ad honorem. Ma non ho la capacità di insegnare. Mentre tanti atleti, seppur campioni mancati, sono ottimi allenatori perché riescono a suggerire agli allievi i limiti da superare, proprio quelli che non hanno consentito a loro di raggiungere determinati risultati. Altri sport che ti piace praticare?
Mi diverte molto andare in montagna con la bici da enduro. E poi mi piace il tiro con l’arco: per una testa come la mia è un’attività distensiva. Non devo muovermi in anticipo per prendere le curve giuste, come nello sci, ma mi consente di respirare, è un momento liberatorio. In quale periodo vai in vacanza?
Di solito mi riposo a maggio, come tutti gli sciatori. E poi mi prendo tre weekend lunghi d’estate, uno al mese. A settembre sono già in Argentina ad allenarmi, perché lì è ancora inverno. Come si sta trasformando la montagna con il cambiamento climatico?
I ghiacciai su cui sciavo d’estate a otto anni sono scomparsi o si sono notevolmente ridotti. Una volta, ad agosto, potevo arrivare in fondo al Passo dello Stelvio con gli sci. Ora alcuni skilift sono stati rimossi perché non c’è ghiaccio per sostenerli. In Svizzera, il 50% della neve è ormai sparata dai cannoni. I paesaggi montani che adori?
Mi piacciono tutti i panorami innevati. Un posto bellissimo, dove ora non si gareggia più, è in Canada, nelle Rocky Mountains, tra grandi distese di pini. Il Paese è sinonimo di vastità in assoluto. Lassù si gelava a -40°, faceva un freddo becco, ma sotto potevi ammirare l’immensità. E poi Cortina, il mio posto del cuore. In ogni occasione, che sia una gara o un allenamento, mi sento predisposta nell’anima a coglierne la bellezza. Alle 8, quando prendo la vecchia seggiovia a tre posti, i raggi del sole illuminano di arancione Le Tofane. Vedo la conca dall’alto e mi sento davvero grata alla vita.
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La Freccia, febbraio 2025 di ALEX A. D’ORSO
MUSICA E LETTERATURA
Björn Larsson Quando l’abbiamo incontrato a febbraio, Björn Larsson si è definito «un pendolare d’amore», che trascorre un mese in Svezia e uno in Italia, dove vive la sua compagna. E proprio sul fenomeno antropologico di chi viaggia con frequenza ha scritto il suo ultimo libro, Filosofia minima del pendolare, in libreria dallo scorso gennaio.
Scrittore e accademico svedese, Björn Larsson è autore di romanzi e saggi. Tra i suoi titoli più conosciuti: • Il cerchio celtico (1992) • La vera storia del pirata Long John Silver (1995) • Il porto dei sogni incrociati (1999) • Bisogno di libertà (2006)
← Foto di Marco Destefanis/Alamy
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
La luce del Nord Europa illumina le pareti ricoperte di libri. Alcuni sono in inglese, altri in francese, in un angolo i testi studiati per scrivere La vera storia del pirata Long John Silver, il romanzo che l’ha reso famoso in Italia. «Quando ho preso questo appartamento mi sono assicurato che non ci fossero troppe finestre: mi serviva spazio per montare quante più librerie possibili». Per lo scrittore svedese Björn Larsson leggere è un punto fermo. L’altro, mi confida, sono i viaggi: quelli in barca a vela che lo hanno portato in giro per il mondo, ma anche i tragitti in treno, autobus, traghetto e aereo tra Danimarca, Svezia e Italia, dove vive la sua compagna. Durante le traversate ha avuto modo di osservare le abitudini e le nevrosi di chi si sposta per lavoro, studio e amore. Un’umanità variegata che ha trovato spazio nel suo ultimo libro, Filosofia minima del pendolare, uscito per Iperborea.
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La Freccia, febbraio 2025 di ALEX A. D’ORSO
← Foto di Bianca Rizzi
MUSICA E LETTERATURA
zione che potrebbe essere più vicina alle persone. Poi, qui ho trovato amici e affetti. A dirla tutta, sono un pendolare d’amore. Mi dica di più.
Trascorro un mese in Svezia in cui mi dedico in solitudine alla scrittura. Poi uno in Italia, nel Milanese, dove vive la mia compagna salentina. Fare il pendolare d’amore è emotivamente faticoso: si è sempre divisi tra la gioia di arrivare e la tristezza di andare via. Ma il nostro legame va avanti da tredici anni, nonostante la distanza. E questo mi dà la misura dell’intensità del sentimento. I suoi libri sono molto amati in Italia. Come mai?
Forse perché raccontano possibilità di vita, emozioni e pensieri che mancano un po’ ai lettori. Mi definirei uno scrittore che viaggia ma, in effetti, un paio dei miei titoli potrebbero essere considerati letteratura di viaggio e, da quello che so, non è un genere particolarmente esplorato da voi. Mi sono accorto che non avete scritto molti romanzi d’emigrazione, per esempio. È invece forte il tema del ritorno. Siamo a corto di avventure?
Cosa fanno le persone in viaggio?
Per molti il tempo tra la partenza e l’arrivo è un vuoto da riempire. Molti sono concentrati sul proprio smartphone, chiusi in un mondo inaccessibile dall’esterno. La sensazione che quelle ore siano perse mi sembra piuttosto diffusa. Non è così per lei?
Qualsiasi spostamento può essere un’occasione per entrare in contatto con il mondo e chi lo abita. Il pendolarismo, in particolare, si presta a questo slancio. Si tratta di un vero e proprio fenomeno di massa, eppure nessuno sembra prenderlo sul serio dal punto di vista antropologico. Perciò ha deciso di scrivere questo libro?
Più che altro volevo suggerire che fare il pendolare in maniera attiva, evitando la meccanicità dell’azione, è possibile. Per farlo ho raccontato quello che ha attirato la mia attenzione a bordo di treni, autobus e traghetti in tutti questi anni. Passa il tempo a osservare le persone?
Sì. E prendo appunti, perché arriva il momento in cui qualcosa torna utile. La prima annotazione risale a 25 anni fa, credo. E l’ultima?
È recente: sulla metro, a Milano, ho notato una ragazza che parlava al cellulare, gesticolando senza tregua. Mi sono chiesto che senso avesse muoversi così tanto dal momento che il suo interlocutore non avrebbe potuto vederla. Com’è fare il pendolare in Italia?
Ho dovuto imparare l’arte della pazienza per gestire gli imprevisti. È una bella scuola: mi ha insegnato ad accettare, con un po’ di stoicismo, che la vita non è sempre prevedibile e che anche l’inaspettato ha un suo valore. Che rapporto ha con questo Paese?
Ottimo, direi, ma sono un privilegiato. Sono straniero e riesco quindi a evitare le frustrazioni di un’amministraLA FRECCIA ANNUARIO 2025
L’Italia è un Paese con una storia lunghissima e radici profonde. Magari gli autori e le autrici subiscono, direttamente o indirettamente, questa forma di staticità. È un fatto culturale, evidente in alcuni libri che ho letto. La casa e la famiglia, l’intimità come spazio chiuso da proteggere sono sempre molto presenti. Anche nei romanzi di Dacia Maraini, che conosco personalmente, i segreti da custodire trovano spesso spazio sullo sfondo. Viviamo più dentro che fuori, secondo lei?
Forse avete un po’ di pudore nel mostrarvi. A Sedriano, dove abita la mia compagna, le finestre hanno sempre le tende chiuse, anche su strade poco esposte. In Danimarca vivevo al piano terra, senza tapparelle. Quando, qualche anno fa, gli operatori di una troupe Rai mi raggiunsero per realizzare un documentario, rimasero molto colpiti dal fatto che chiunque, passando, potesse guardare dentro casa mia. Ha uno scrittore italiano preferito?
No, perché è quasi impossibile amare tutti i libri di un autore o un’autrice. Ho trovato molto originale Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati. Devo ancora leggere I promessi sposi, però. Le è mai capitato di vedere in giro qualcuno con un suo romanzo?
Si, alla stazione di Milano Centrale. Mi sono avvicinato e ho domandato se fosse un bel libro. Per fortuna la risposta è stata positiva. Mentre una volta, al Salone del Libro di Torino, davanti allo stand della mia casa editrice, una persona mi ha chiesto se avessi letto l’ultimo lavoro di Larsson. «L’ho scritto», ho risposto (ride, ndr). Come nascono i suoi libri?
Comincio appuntando qualcosa a matita su un quaderno, poi ricopio il testo al computer e, una volta salvato, lo cancello dal foglio con la gomma. È un processo di elaborazione che mi consente di scrivere un romanzo di 500 pagine su un solo taccuino. In questo momento sta lavorando a qualcosa?
Mi piacerebbe scrivere un romanzo sui migranti del Mediterraneo. Potrei approfondire temi a me cari come l’identità, il confine, l’avventura. Ma sto cercando il personaggio adatto alla storia. O meglio, aspetto che lui trovi me.
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La Freccia, marzo 2025 di CECILIA MORRICO
MUSICA E LETTERATURA
Lorenzo Cherubini Dopo il grave incidente in bicicletta del 2023, Lorenzo Cherubini – per tutti, Jovanotti – è tornato sulla scena con l’album Il corpo umano – Vol. 1, uscito lo scorso gennaio, e il PalaJova Tour 2025, partito a marzo con quattro date a Pesaro. Quando l’abbiamo incontrato nel suo studio a Milano, poco prima dell’inizio del tour, ci ha raccontato la rinascita dopo mesi di stop forzato, il rapporto con la paura, la famiglia e il viaggio, da sempre fonte inesauribile di ispirazione per la sua musica.
Cantautore, produttore, DJ, Jovanotti è tra gli autori più influenti della musica italiana dagli anni Novanta in poi. Tra i suoi album più venduti e certificati figurano: • Lorenzo 1994 – disco d’oro • Lorenzo 2015 CC. – disco triplo platino • Oh, vita! – disco doppio platino
← Foto di Ghidini
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
Ci incontriamo nello studio del suo ufficio stampa, a Milano. Da un lato, spicca un vero set televisivo con luci e telecamere. Dall’altro, solo un tavolo con sopra una chitarra. Jovanotti, al secolo Lorenzo Cherubini, si muove qua e là con i suoi tipici saltelli che sembrano una danza e fanno dimenticare a chi lo guarda i mesi trascorsi a letto, dopo l’incidente in bici del 2023 a Santo Domingo, le due operazioni, la fisioterapia e le stampelle. L’artista è tornato con un nuovo album, Il corpo umano – Vol. 1, uno dei più autobiografici. E si prepara a portarlo in giro per l’Italia nel tour PalaJova, che parte da Pesaro il 4 marzo e si chiude all’Arena di Verona con cinque concerti, il 15, 16, 18, 19 e 21 maggio. Tra un morso a una tavoletta di cioccolata, condivisa con la moglie Francesca Valiani, e un abbraccio alla figlia Teresa, viene a sedersi vicino a me. Gli mostro un suo vecchio cd del 2002, Il quinto mondo, e lui mi ricorda il live che fece quell’anno a Roma: «Ero allo Stadio Flaminio, progettato da Pier Luigi Nervi, che ora è in stato d’abbandono. Già all’epoca cadeva a pezzi, eppure me lo ricordo con piacere. Io stesso da ragazzino ci vidi i Duran Duran e i Genesis. All’epoca mi sembrava uno spazio enorme anche perché,
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La Freccia, marzo 2025 di CECILIA MORRICO
← ↙ Foto di Maikid Lugaresi
MUSICA E LETTERATURA
pronti a partire con un tour, avevamo costruito una grande macchina e io ho fermato il motore: mi sentivo responsabile per tutte le persone che stavano con me. Allora ho cercato di capire come risolvere la situazione e quale poteva essere il mio margine di miglioramento. Sono tornato in piedi, anche se il professore che mi ha operato mi ha detto che sentirò dolore ancora per qualche mese. Ma continuo a fare fisioterapia e ginnastica. Ti sei concentrato sul lavoro fisico. E la parte artistica?
In realtà, appena mi sono rimesso in piedi ho avuto subito voglia di buttar giù una canzone. Tutti i miei successi nascono dai testi e scrivere è una cosa che non ho mai smesso di fare. Anche in ospedale prendevo appunti, ascoltavo tantissima musica e leggevo. Durante l’ultimo anno, visto che le mie mani erano a posto, ho suonato molto la chitarra e mi sono esercitato. Non ho viaggiato fisicamente ma l’ho fatto con la testa. La traccia Fuorionda, che ha anticipato l’album, inizia con una sorta di cronaca dell’incidente.
Esattamente. Non avrei mai pensato di scrivere una canzone così ma è successo. Per me i brani nascono sempre dalle esperienze, altrimenti risultano deboli. Hanno davvero forza se riescono a raccontare qualcosa, devono registrare la verità, altrimenti le persone se ne accorgono. Fuorionda è un singolo molto particolare, può sembrare un po’ schizofrenico perché racchiude due anime che danzano insieme: accanto a una ritmica che fa volare con leggerezza e al mio «oh yeah», c’è un testo che contiene parole gravi. Canti una frase che dice: «Mi chiedi come va e ti aspetti che risponda». Parli della degenza?
Sì, mi chiedevano come stavo e io non volevo dire: «Male». Anche se era così. I miei genitori mi hanno insegnato a rispondere sempre che va tutto bene, perché è quello che le persone vogliono sentire. Non è nelle mie corde rispondere in modo negativo e così ho tentato di raccontare questa cosa in maniera onesta. quando ho iniziato, non erano molto frequenti i concerti negli stadi». Quell’album contiene la famosissima Ti sposerò, in cui c’è un verso dedicato proprio alla bicicletta «che va sopra la collina a faticar e poi giù come a planar tra mille girasoli». Il suo sguardo si accende di consapevolezza: «Ma la sai una cosa? In tutta la mia carriera quello è l’unico pezzo in cui parlo di una bici, anche se ho percorso centinaia di migliaia di chilometri su due ruote». Proprio una bicicletta ha messo temporaneamente in stop la tua carriera.
Ho imparato che bisogna stare attenti alle cose che ami. Anche se l’incidente non mi ha fatto cambiare atteggiamento nei confronti della bici. Sono caduto tante volte, ma al massimo avevo rimediato un paio di costole rotte. Non avevo messo in conto di farmi così male. E invece ti sei dovuto fermare, proprio tu che sei abituato a ballare sempre. Come è stato?
L’ho vissuta male. Ho avuto paura e mi sono sentito in colpa per la mia famiglia e per aver messo a repentaglio il lavoro di tutti quelli che si muovono intorno a me. Nel 2023 eravamo LA FRECCIA ANNUARIO 2025
Nel singolo Montecristo parli dell’estate del 1976 e fai: «Quando dissi a me stesso: “Ehi, diventa quello che sei. Non come vogliono loro”». A cosa ti riferisci?
Non è una data lapidaria ma metaforica. Nel 1976 avevo dieci anni, questa frase in realtà me la sono detta un po’ dopo, nell’adolescenza. Racconto il momento in cui ho capito che la mia passione per lo spettacolo era forte e avrei dovuto assecondarla. L’adolescenza è un’età difficile perché si dà molta importanza al giudizio degli altri, ma avere questo grande amore per la musica è stata una fortuna. Chi erano gli altri per te?
Le persone che abitavano il mio mondo di ragazzo. I coetanei a scuola che mi spingevano verso il conformismo, i miei genitori che, per amore o paura, non credevano che potessi avere una carriera nella musica. Ora faccio quello che mi piace, ma non vuol dire che sia stata una passeggiata. Il percorso l’ho scelto io ma ci sono voluti impegno e sacrificio per portarlo avanti. Nel brano Celentano parli di due episodi che ti sono successi intorno al mondo. Che rapporto hai con il viaggio?
È la mia prima passione, supera anche quella per la musica.
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La Freccia, marzo 2025 di CECILIA MORRICO
MUSICA E LETTERATURA
Mi piace il mondo del viaggio in tutte le sue sfaccettature: la letteratura di genere, le carte geografiche, i mappamondi, le storie dei grandi esploratori, da Marco Polo a Cristoforo Colombo, e quelle degli astronauti. Mi affascina questa dimensione, vorrei essere nello stesso tempo il navigatore Antonio Pigafetta e l’esploratore Magellano e circumnavigare il globo. Ho girato tanto ma mai come turista: amo immergermi nei posti che non conosco, in luoghi sconosciuti di cui non parlo la lingua. Sembra quasi che per te sia un’esperienza spirituale.
Sì, è come un pellegrinaggio. Mi pongo un obiettivo: punto una città o un luogo sul mappamondo e ci voglio arrivare.
A proposito di pellegrinaggio, il 2025 è anche l’anno del Giubileo. Quando verrai a Roma ad aprile attraverserai una Porta santa?
Assolutamente sì. È già successo nel 1975. Quell’anno mio padre, che lavorava per il Vaticano, era impegnato nell’organizzazione del Giubileo. L’estate prima, chiusa la scuola, mi aveva messo ad arrotolare i poster realizzati per l’occasione che poi sarebbero stati venduti in tutto il mondo. Ricordo le mie mani di bambino mentre chiudevano questi manifesti firmati da un artista contemporaneo. Papa Paolo VI era un grande amante dell’arte, al contrario di Giovanni Paolo II: a lui importava poco e infatti smise di finanziare quel tipo di iniziative. E di papa Francesco che ci dici?
È attento al mondo della comunicazione, più che a quello dell’arte. Ha un approccio divulgativo. A proposito del tour: prevede già 45 date in tutta Italia, un numero impegnativo, come ti senti?
Era tutto già programmato un anno fa, ma abbiamo ritardato per stare più sicuri. Alle prevendite si è registrata un’affluenza entusiasmante e sono lusingato dal fatto che la mia band e il mio pubblico desiderassero così tanto il mio ritorno. Mi dà ancora più carica. Quindi, meno male, direi! Quali successi ascolteremo?
Sarà un concerto con le hit più famose perché voglio che il pubblico canti con me. Ho inserito tante canzoni romantiche degli anni Novanta che erano state messe da parte durante i Jova Beach Party. Per ora ho tolto dalla scaletta Ciao mamma, mentre ci sarà Ragazzo fortunato, con cui chiudo sempre i live. Per me è un rito, una tradizione. Sono previsti ospiti?
Tendenzialmente vorrei fare uno spettacolo senza altre presenze sul palco. Qualcosa di intimo con la mia band, un concerto dedicato alla nostra storia. Poi, se a Bologna volesse passare Gianni Morandi, per me sarebbe una benedizione e non potrei dirgli di no. Nel 1992 hai lanciato Sai qual è il problema, che affrontava con lucidità il tema dell’Aids. Oggi un’operazione simile avrebbe senso?
Era una canzone di servizio, volevo rendermi utile e dire la mia su una questione che in quegli anni era centrale. Per me, oggi, la musica non ha più quel compito perché sono subentrati altri media. All’epoca un pezzo aveva una forza specifica, ora bastano un tweet o un meme fatto bene per una comunicazione più sintetica e rapida, in grado di raggiungere tantissime persone. Alle canzoni resta l’energia poetica e il potere di trasmettere emozioni vere che i social non possono darti. LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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La Freccia, marzo 2025 di GASPARE BAGLIO
MUSICA E LETTERATURA
Simone Cristicchi Dopo l’exploit a Sanremo 2025 con il brano Quando sarai piccola, classificatosi quinto, Simone Cristicchi è stato in tournée con lo spettacolo Dalle Tenebre Alla Luce – Summer Tour 2025, che lo ha visto impegnato nei teatri italiani da luglio a novembre.
Simone Cristicchi è un cantautore, autore teatrale e scrittore italiano. Ha vinto: • nel 2007 la 57esima edizione del Festival di Sanremo, con il brano Ti regalerò una rosa, Premio della Critica “Mia Martini” e Premio della Sala Stampa “Lucio Dalla” • il Premio della Sala Stampa “Lucio Dalla” al Festival di Sanremo 2025, per il brano Quando sarai piccola
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
Questa canzone mi sta portando tantissimo amore e me ne accorgo nel mondo reale, più che sui social». Simone Cristicchi racconta così il successo di Quando sarai piccola, presentata a Sanremo e vincitrice del Premio della sala stampa Lucio Dalla, di quello per il miglior componimento musicale dedicato a Giancarlo Bigazzi e del Lunezia. Uomo di teatro, oltre a promuovere il nuovo album Dalle tenebre alla luce, l’artista è in tournée con gli spettacoli Torneremo ancora – Concerto mistico per Battiato e Franciscus – Il folle che parlava agli uccelli.
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La Freccia, marzo 2025 di GASPARE BAGLIO
Nella pagina precedente: foto di Giorgio Amendola ← Simone Cristicchi in scena con Franciscus – Il folle che parlava agli uccelli. Foto di Edoardo Scremin
MUSICA E LETTERATURA
Nel tuo percorso si intravede molta fede.
La definirei una ricerca, la mia. Non sono approdato a una religiosità canonica o canonizzata. Sono un appassionato di filosofia e delle domande che portano a interrogarsi sui grandi temi dell’esistenza. Mi sono avventurato nel mondo dell’invisibile, qualcosa di intangibile che riguarda la sfera interiore. Ho iniziato con il tema della felicità scrivendo il libro HappyNext, a cui sono seguiti uno spettacolo e un documentario omonimi. Per l’occasione ho intervistato suore di clausura, sacerdoti, buddisti, monaci zen. Ho allargato il tema a tutte le religioni. E hai capito cos’è la felicità?
Qualcosa di fuggevole. Secondo i grandi mistici è il sentimento della gioia, quello che San Francesco definiva la perfetta letizia. Un punto fermo in mezzo alla tempesta degli eventi. Quando le cose non vanno per il verso giusto, mantenere dentro di sé una particella di gioia consente di vedere tutto con una prospettiva di speranza. Parafrasando la title track del tuo album, quando sei passato dalle tenebre alla luce?
«Il mio guru è il dolore», ha detto un amico. Entrando a contatto con la sofferenza capisco qualcosa di me. Quando avevo dieci anni mio padre si è ammalato ed è morto all’età di quarant’anni. Ho cercato di affrontare questa cosa non diventando violento verso me stesso: una parte di me era arrabbiata e ancora un po’ è così. Come ne sei uscito?
Mi sono chiuso nella mia stanza a disegnare. L’arte mi è venuta in soccorso, è stata curativa.
Nel 2013 tua mamma è stata colpita da un’emorragia cerebrale che l’ha resa disabile al 100%. Che insegnamento hai ricavato da questa esperienza tanto dura?
Ho relativizzato i fastidi superficiali che ci accadono. Le persone sofferenti insegnano la filosofia dell’accettazione. Invece di maledire la vita per quello che le è successo, mia madre continua a sorridere. Tra le canzoni del nuovo disco è molto interessante Cerco una parola. Che valore assume, per te, la parola?
È una frequenza, come dico anche nel testo. Ho citato Andrea Camilleri, secondo il quale le parole che dicono la verità hanno una frequenza diversa dalle altre. Quelle dei religiosi carismatici, nella loro semplicità, avevano una forma trasformativa. Meglio poche parole, ma potenti. In questo frastuono del nulla di cui è pieno il mondo, ne basterebbe una in grado di cambiare la realtà. Porti in scena uno spettacolo su Franco Battiato e San Francesco: hanno qualcosa in comune?
La nostalgia dell’infinito, la ricerca incessante verso la matrice divina. Battiato era un ricercatore spirituale a 360 gradi: ha abbracciato la mistica, radice di tutte le religioni spesso osteggiata perché prevede un contatto con il divino senza intermediazioni. San Francesco, invece, è un Alter Christus, un secondo Gesù che vive il Vangelo sine glossa, cioè alla lettera: lo mette in pratica senza speculazioni ideologiche. È l’alfiere del messaggio di Cristo. Dopo tutti questi studi, chi è oggi Simone Cristicchi?
Un ricercautore. Tutte le cose che faccio sono frutto di una ricerca personale. LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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La Freccia, maggio 2025 di GASPARE BAGLIO
MUSICA E LETTERATURA
BigMama BigMama aveva già conquistato il pubblico a Sanremo 2024 per poi farlo innamorare definitivamente registrando ascolti record come commentatrice all’Eurovision dello scorso maggio. L’abbiamo incontrata durante la manifestazione, mentre preparava la sua tournée estiva, BigMama Live 2025, che l’ha vista protagonista in festival e arene tra giugno e agosto.
Marianna Mammone, in arte BigMama, è una rapper e cantautrice italiana, attiva nella scena rap dal 2018. Ha partecipato: • nel 2024 alla 74esima edizione del Festival di Sanremo con il brano La rabbia non ti basta Ha pubblicato: • l’album Sangue (2024) • il singolo Mezzo Rotto di Alessandra Amoroso (2024), certificato Platino da FIMI • e il nuovo singolo Bubble Gum ( 버블검 ) (2025)
← Foto di Roberto Graziano Moro
Dopo oltre un anno di successi partito con la partecipazione al Festival di Sanremo 2024, ha ricevuto la chiamata per l’Eurovision Song Contest: BigMama è la commentatrice, insieme a Gabriele Corsi, della kermesse europea che si tiene a Basilea dal 13 al 17 maggio. Per la rapper classe 2000 – al secolo Marianna Mammone – è una conferma delle sue doti di performer dopo l’uscita del nuovo singolo San Junipero, la conduzione del Concerto del Primo Maggio. E in attesa dei live estivi che partiranno il 2 giugno da Bologna per finire il 31 agosto a San Benedetto dei Marsi (L’Aquila). Se ti dico Eurovision?
Sono fan dell’evento da sempre, per la musica, i messaggi che trasmette e perché gli artisti riescono a esprimersi con tanta ironia. Adoro chi non si prende troppo sul serio, dietro le canzoni ci deve essere il divertimento di chi le ascolta e di chi le compone. LA FRECCIA ANNUARIO 2025
Tra i partecipanti in gara chi ti piace di più?
Con la cantante maltese Miriana Conte e la sua Serving abbiamo le stesse vibe. Poi adoro l’estone Tommy Cash e il suo Espresso macchiato, un brano che mi ha fatto impazzire già prima di diventare virale. Ma nel cuore ho, ovviamente, gli italiani: Lucio Corsi e Gabry Ponte in quota Repubblica di San Marino. Ci faranno fare un figurone. Dividi la conduzione con il veterano Gabriele Corsi. Che mi dici di lui?
È una delle persone più spontanee della televisione italiana. Ha talento e lo vedi che non è mai costruito, non fa il personaggio. Si definisce un uomo del popolo ed è assolutamente vero: nel quotidiano è esattamente come nel piccolo schermo. Gli voglio già benissimo. Non è che adesso vuoi cambiare mestiere e fare l’anchorwoman?
Voglio essere un’artista a 360 gradi, il mio sogno è diventare una showgirl. Mi piacerebbe essere in grado di scrivere, suonare, ballare, presentare, recitare. Sto studiando parecchio per questo. Faccio riferimento a una grande che, solo a nominarla, mi fa venire i brividi: Raffaella Carrà. Mi è sempre stata d’ispirazione e spero di realizzare anche solo un briciolo di quello che ha fatto lei. Nel frattempo c’è un tour alle porte…
Nei live mi collego al pubblico, guardo in faccia i fan, capisco chi sono e immagino i prossimi step musicali. Mi lascio ispirare dalle persone. Chi partecipa ai miei concerti ha bisogno di divertirsi ma anche di ascoltare parole inclusive e di incoraggiamento. Può sembrare stupido, ma quello che facciamo può cambiare la vita e la prospettiva a qualcuno. Tu invece di che parole hai bisogno?
Quelle che mi fanno più bene in assoluto sono: «Marianna vai, sei brava, stai facendo bene il tuo percorso, ascolta meno le persone cattive, perché ce ne sono tante e sanno come ferirti. Invece non c’è niente di male nell’essere sé stessi, non condannarti per quello che sei». Chi ti dice queste parole?
Mia mamma, la mia fidanzata, mio padre e la mia psicologa.
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La Freccia, luglio 2025 di SANDRA GESUALDI
MUSICA E LETTERATURA
Chiara Francini Il 2025 ha visto Chiara Francini tornare in libreria con il suo ultimo romanzo, Le querce non fanno limoni, uscito lo scorso maggio, due anni dopo l’autobiografia Forte e Chiara, da cui nel 2024 è stato tratto un adattamento televisivo e uno spettacolo teatrale, che la performer porterà nei principali palchi italiani nel corso della stagione 2025/2026.
Attrice, scrittrice e conduttrice fiorentina, Chiara Francini si muove tra cinema, teatro, letteratura e televisione. Ha pubblicato, tra gli altri, i libri: • Il cielo stellato fa le fusa (2020) • Forte e Chiara. Un’autobiografia (2023) • Le querce non fanno limoni (2025)
È un fiume in piena. Risponde andando al nocciolo, perché prima si mangia, a pieni morsi, la polpa. Come fa con la vita, senza fare e farsi sconti. Chiara Francini è in tour con il suo ultimo romanzo Le querce non fanno limoni, nel quale riscostruisce alcuni episodi della Resistenza partigiana e degli anni Settanta, quelli del terrorismo e delle lotte studentesche. Quattrocento pagine pullulanti «di memoria, spine, scintille e una malinconia ostinata», come le definisce l’autrice. Ma anche di donne forti e chiare. Scrivere è un lavoro o un modo di stare al mondo?
← Foto di Danilo Falà
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
È la mia forma di disobbedienza. È come dormire in trincea: sei tra il riposo e l’allarme. Sempre in bilico. Scrivo per difendere chi non ha voce, ma anche per parlare con quella parte di me che resta indietro, ogni volta. È l’unico modo per stare al mondo senza farmelo spiegare da qualcun altro.
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La Freccia, luglio 2025 di SANDRA GESUALDI
← Foto di Maria La Torre
MUSICA E LETTERATURA
Tra le pagine ci sono le lotte per la giustizia sociale e la voglia irrefrenabile di mettersi in gioco per raddrizzare il mondo. Oggi cos’è la rivoluzione?
Non è gridare più forte. È restare complessi quando tutto spinge a una semplificazione che non vuole spiegare la realtà, ma manipolarla per strumentalizzarla. È non vergognarsi di provare pietà. È mantenersi puri. È spostare il proprio baricentro: un centimetro, ogni giorno, verso il prossimo. Il romanzo è ambientato a Firenze e a Campi Bisenzio, nella sua provincia, dove sei cresciuta. Questa cittadina, in particolare, è un luogo da cui fuggire per emanciparsi o un posto del cuore e della nostalgia?
Campi è casa. È il luogo che mi ha fatto essere ciò che sono. E la riconoscenza è il valore in cui credo di più. Qui mi è stato trasmesso il messaggio: «Non sei speciale, ma se resisti puoi diventarlo». Ci sono molti dettagli e ricostruzioni storiche: che tipo di ricerche hai fatto e con quali fonti?
Ho camminato tra le carte come su un campo minato. Le fonti non sono neutre. Ho letto documenti, ascoltato interviste, pianto leggendo lettere. Ma ho capito solo quando ho smesso di cercare una verità e ho trovato una voce. Le madri, nelle tue pagine, sono figure che tracciano cammini…
Sì, ma non come mappe, come fenditure. Non sono sante, non sono simboli. Sono creature imperfette che amano come possono: a volte troppo, a volte male. Ma è nel modo in cui amano, o non riescono a farlo, che si apre lo spazio per le figlie. E in quello stesso spazio – pieno di silenzi, errori, strappi – le figlie imparano a camminare. Magari storte, ma libere. Chi vorresti leggesse questo tuo intenso lavoro?
Quando e come lo fai?
Mai la sera. Scrivo la mattina e ovunque: sul bordo di un letto, per terra, in piedi in cucina. Non ho un luogo sacro, rispondo a un’urgenza. E quando arriva, scrivo come se dovessi afferrare qualcosa che sta per cadere. Con tutta me stessa. Senza chiedere permesso. Da dove arriva il titolo Le querce non fanno limoni?
Da una frase di mia madre. Sembra semplice ma non lo è. Vuol dire che certe nature sono inascoltate, certe intelligenze sradicate, certe figlie nate in giardini sbagliati. Ma capaci di resistere. Descrivi una vicenda di dirompente libertà. In due periodi diversi, ma intrecciati, della storia italiana.
Ho raccontato cosa significa avere un’idea e pagarla. Cosa succede quando il corpo delle donne entra nella storia e non solo nella cronaca. Ho narrato due momenti in cui scegliere ha fatto la differenza tra vivere e sopravvivere. Delia è la protagonista. Un personaggio potentissimo, sinossi di lotta, consapevolezza, coraggio, cura. E?
Inadeguatezza. Eccesso. Perdita. Delia è una donna che non si fa bastare la sopravvivenza. Non vuole essere una statua né una martire. Vuole fare la cosa giusta. E custodirla.
Chi si sente fuori posto. Chi ha avuto paura di parlare. Chi ha visto da vicino l’ingiustizia.
Scrittrice di successo, attrice, produttrice, conduttrice tv. Sei arrivata dove avresti voluto?
Sono dove non devo più chiedere il permesso di essere complessa. Ma la verità? Non arrivo mai, mi sposto. Cosa tieni sul comodino?
La prima copia del mio Le querce non fanno limoni. E un libro di Vittorio Reta, Visas e altre poesie. L’unico che ha scritto. La lettura che ti ha sconvolta, nel bene o nel male?
La condizione umana, di André Malraux. Perché mostra che si può essere eroici e disperati nello stesso gesto. Mi ha insegnato che resistere non serve a vincere, ma a restare umani. Chi sono i tuoi o le tue maestre?
Non le ho scelte, le ho riconosciute. Arrivavano ferite, splendide, scomode. E mi indicavano una strada, senza nemmeno voltarsi. Sono le persone che mi hanno lasciata sbagliare. Chi mi ha fatto spazio. Chi ha lottato prima che io potessi capire perché. A cosa non rinunceresti mai?
Alla possibilità di cambiare idea o vita. Al cambiamento, quando è rivoluzione e quindi progresso. Come inizi la giornata?
Le fai dire: «Mi sento un tramonto che nessuna alba avrebbe accolto». Che cosa significa?
Con la sensazione che mi sia dimenticata qualcosa. E forse è vero.
È la frase di chi ha dato tutto prima che arrivasse il tempo di raccogliere. È la voce di chi ha amato senza applausi, di chi si è battuta per un futuro che non vedrà mai intero.
Non rinunciare alla complessità. E non avere paura di dire, a voce alta: «Mi fa male».
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Un consiglio per essere forti e chiare?
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La Freccia, agosto 2025 di SANDRA GESUALDI
MUSICA E LETTERATURA
Roberto Abbado Lo scorso aprile Roberto Abbado ha festeggiato la nomina come Direttore artistico della Korean National Symphony Orchestra di Seoul. L’abbiamo incontrato qualche mese dopo, ad agosto, quando è tornato in Italia per dirigere l’opera Otello, in occasione della 25esima edizione del Festival Verdi di Parma, confermando il suo ruolo di ambasciatore della cultura musicale italiana nel mondo.
Direttore d’orchestra di fama internazionale, è salito sui podi delle principali orchestre europee e internazionali. Ha diretto: • il Teatro Municipal di Santiago del Cile dal 1987 al 1989 • l’Orchestra della Radio di Monaco dal 1991 al 1998 Ha vinto: • nel 2008 il Premio Franco Abbiati della critica musicale italiana per il miglior direttore dell’anno • nel 2012 lo stesso premio per Mosè in Egitto, messo in scena al Rossini Opera Festival di Pesaro
Ogni autunno, tra Parma e Busseto, la musica di Giuseppe Verdi risuona come un’eredità viva e coinvolgente. Il festival dedicato al compositore, dal 20 settembre al 19 ottobre nelle sue terre natali, compie 25 anni e celebra il legame tra il maestro e il drammaturgo inglese William Shakespeare. Tra i protagonisti dell’evento il maestro Roberto Abbado che il 26 settembre, con repliche il 5, 11 e 19 ottobre, porta sul palco del Teatro Regio di Parma una delle partiture più tormentate e liriche di Verdi, Otello, tratta dall’omonima tragedia shakespeariana. In punta di bacchetta, il direttore conduce il pubblico tra le pieghe drammatiche dell’opera: un viaggio musicale che insieme è arte, memoria e visione.
← Foto di Marco Destefanis/Alamy
Per mettere in scena Otello bisogna trovare il giusto equilibrio tra il sontuoso suono dell’orchestra – la più screziata e avvolgente dell’intero teatro di Verdi – e l’espressione lirica del canto. Il fasto musicale di questa partitura non deve
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Maestro Abbado, quali sono le principali sfide che si è trovato ad affrontare in questa nuova produzione?
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PERSONAGGI
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La Freccia, agosto 2025 di SANDRA GESUALDI
← Foto di AGENZIA SINTESI/Alamy
MUSICA E LETTERATURA
nel definire l’identità culturale del nostro Paese.
Nel dirigere lavori come questo, quale equilibrio cerca tra fedeltà al testo originale e interpretazione personale?
La fedeltà al testo è sempre il punto di partenza, ma è impossibile prescindere da una propria visione, dalla lettura soggettiva di un’opera d’arte. L’interprete, a mio avviso, non è un mero esecutore delle volontà di un autore – ammesso che sia possibile stabilire con certezza quali siano – ma dev’essere il miglior avvocato del suo lavoro, trovando la strada migliore per far arrivare al pubblico l’essenza del suo messaggio, con libertà e creatività. Può raccontarci un episodio o un ricordo legato a una sua esperienza significativa con un’opera di Verdi?
Sono moltissimi, ma se dovessi rievocare un momento davvero speciale penso che sia inevitabile rammentare il Macbeth in forma di concerto al Parco Ducale di Parma nel settembre del 2020. Ritrovare il pubblico dopo lo choc del lockdown fu un’emozione indescrivibile, anche se suonavamo all’aperto, senza scene né costumi. Anche in condizioni d’emergenza, condividere la bellezza della musica verdiana dal vivo, con gli spettatori seduti ad ascoltare, è stato come rinascere. Non dimenticherò mai l’impressione di quelle serate. Come imposta il lavoro con i cantanti e i musicisti per trasmettere al meglio la sua visione?
È molto semplice: credo nel lavoro e chiedo il maggior numero possibile di prove, soprattutto con i cantanti. Non conosco altra strada che l’impegno per arrivare a un vero risultato artistico. Qual è il ruolo fondamentale della musica, di quella classica in particolare, nella società contemporanea?
soffocare il canto, ma esaltare la forza emotiva di personaggi dall’anima terribilmente grande, nel bene e nel male.
Come si distinguono le scelte interpretative e registiche della sua versione?
Personalmente, è la prima volta che dirigo quest’opera e ho cercato di formarmi una mia idea, pur rispettando profondamente i grandi artisti che mi hanno preceduto. Da un punto di vista più generale, questo allestimento è basato sull’edizione critica della partitura curata da Linda Beard Fairtile e pubblicata da The University of Chicago Press e Casa Ricordi. La musica sarà dunque riportata all’originaria purezza di suono, così com’è stata concepita da Verdi per la prima rappresentazione alla Scala di Milano nel 1887. Come colloca l’opera all’interno del festival e della tradizione verdiana?
Otello e Falstaff sono il punto d’arrivo del teatro di Verdi, che in oltre cinque decenni di attività è riuscito a rinnovarsi costantemente, trovando sempre nuovi stimoli per esprimere la propria personalità artistica in un mondo che andava cambiando profondamente. Quando il maestro ha iniziato a scrivere opere, la Scala era illuminata con le candele. Quando ha realizzato l’ultima, in teatro c’era l’illuminazione elettrica. Non ha soltanto raccontato sé stesso, ha incarnato l’anima di un intero popolo. E il festival a lui intitolato testimonia lo spirito collettivo del suo teatro, la sua necessità LA FRECCIA ANNUARIO 2025
Non so se la bellezza salverà il mondo, come dice il principe Myskin nell’Idiota di Dostoevskij, ma la musica si fonda su una parola che oggi servirebbe molto: armonia. Per suonare bene in un’orchestra bisogna imparare ad ascoltarsi reciprocamente e questo sarebbe un grande insegnamento anche per i politici che oggi governano il mondo. La musica può ancora essere considerata un linguaggio universale, capace di costruire ponti tra culture?
Viene eseguita, amata e ascoltata in ogni parte del mondo, quindi è evidente che parli a tutti, indipendentemente dalle differenze politiche, culturali, religiose, linguistiche. Sono stato di recente nominato direttore musicale della Korean National Symphony Orchestra, che per i prossimi tre anni avrà quindi un maestro italiano con cultura, sensibilità e gusti provenienti da una realtà lontana e molto diversa. A mia volta, io sto imparando a conoscere un mondo sorprendentemente ricco e composito, che senz’altro influenzerà il mio modo di sentire e pensare un’opera. Ecco un esempio molto concreto di musica come ponte tra culture diverse. Infine, quale messaggio vorrebbe che il pubblico portasse con sé dopo aver ascoltato una sua interpretazione?
Vorrei che uscisse da un mio concerto con la stessa sensazione che ho provato io tante volte ascoltando un musicista capace di toccarmi il cuore con la sua arte: felice e appagato.
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La Freccia, settembre 2025 di SANDRA GESUALDI
MUSICA E LETTERATURA
Loredana Lipperini Lo scorso marzo Loredana Lipperini ha pubblicato Le parole sono uno sciame d’api, un’opera corale che indaga il linguaggio e la narrazione della violenza di genere attraverso diverse voci femminili. L’abbiamo raggiunta qualche mese dopo l’uscita del volume per dialogare del potere delle parole e del loro ruolo come strumenti in grado di generare consapevolezza e resistenza.
Voce storica di Radio3, Loredana Lipperini è una scrittrice e giornalista romana, autrice di saggi e romanzi. Tra cui: • Ancora dalla parte delle bambine (2007) • “L’ho uccisa perché l’amavo”. Falso! con Michela Murgia (2013) • Magia nera (2019) • Il segno del comando (2024)
← Foto di Marco Destefanis/Alamy
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
La parole possono essere uno strumento di cambiamento, ma anche di resistenza. Soprattutto rispetto al tema della violenza di genere. Ne è convinta Loredana Lipperini, scrittrice, giornalista e conduttrice radiofonica che nel suo ultimo libro ha riunito sotto un titolo evocativo e potente, Le parole sono uno sciame d’api, una polifonia di voci femminili. Quanto sono importanti le parole per affrontare una piaga sociale come quella del femminicidio?
Sono la base, ma purtroppo quelle che usiamo risultano sempre meno adeguate. Ne scriviamo e pronunciamo molte, senza accorgerci che con le parole possiamo costruire un immaginario pericoloso. Se è vero che la violenza di genere è una questione culturale, proprio l’educazione, le parole e lo studio sono strumenti necessari per sviscerare il fenomeno e comprenderne origini e possibili soluzioni. Pensiamo a come vengono raccontati i femminicidi. E, ancor prima,
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La Freccia, settembre 2025 di SANDRA GESUALDI
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MUSICA E LETTERATURA
to non ha senso, perché non è aumentando le pene che i crimini diminuiscono. Si prova a risarcire in qualche modo chi muore, ma non si fa nulla per proteggere e salvare le donne quando sono ancora vive. Occorre un cambiamento culturale e politico, aumentando, per esempio, il sostegno ai centri antiviolenza. In questo senso, che ruolo potrebbe avere la scuola?
Fondamentale, viene detto da anni. Ma non può fare tutto da sola. E soprattutto non con la proposta di organizzare corsi che non si sa bene a chi saranno affidati e come verranno gestiti. Per informare e formare i ragazzi e le ragazze, bisogna saperlo fare. Sono rimasta esterrefatta quando dopo l’uscita della miniserie tv Adolescence, improvvisamente, tutti si sono accorti di quanto gli adolescenti siano smarriti. È prioritario educare i più giovani sul tema della violenza di genere?
Il discorso è amplissimo. E bisogna considerare anche la solitudine dei giovani uomini che si sentono inadeguati rispetto alle ragazze, perché loro, nel frattempo, sono andate avanti grazie a due generazioni di pratiche femministe. I modelli maschili pubblici e sociali, invece, oggi sono abbastanza infelici, basati sul machismo diffuso sui social. Bisogna lavorare sul futuro e capire che le generazioni adulte continuano a offrire, anche politicamente e istituzionalmente, modelli fuori tempo. a come sono accolte e considerate le scrittrici – e penso a Michela Murgia – che li hanno analizzati da un’altra prospettiva, quella della donna.
Hai curato un’opera corale insieme a letterate, psicologhe e storiche dell’arte. Che cosa cercavi da ognuna di loro?
Ho messo insieme un gruppo di donne che avevano qualcosa da dire, perché volevo una pluralità di sguardi, diverse risposte che suscitassero altrettante domande. Ci sono una sociolinguista come Vera Gheno, un’antropologa come Giulia Paganelli, le scrittrici Romana Petri e Melissa Panarello, Chiara Volpato, che è una delle più brave psicologhe sociali italiane, solo per citarne alcune. Tutte diverse per età, formazione e competenze, con punti di vista anche lontani, ma unite per riflettere su un tema che accomuna tutte. È vero che se ne parla sempre di più, ma i femminicidi non diminuiscono. Chi ha la maggiore responsabilità nella diffusione o nel mantenimento di una narrazione distorta riguardo alla violenza di genere?
Anche chi si occupa di cultura e di comunicazione, perché ancora si tende a rendere il racconto tossico e morboso. Quando con Michela scrivemmo, dodici anni fa, il libro “L’ho uccisa perché l’amavo”. Falso!, prendemmo il titolo da uno pubblicato davvero su un giornale. Le cronache, spesso, finiscono con l’assolvere l’omicida. Per questo bisogna imparare a parlare di femminicidio. Tutti, non solo i media. Anche noi. Dobbiamo trovare le parole adeguate. Con la sua rassegna stampa su instagram, giorno dopo giorno, Michela ha fatto un grandissimo lavoro in termini di consapevolezza. Ancora oggi si tende a dare molta più attenzione alla storia di chi commette un femminicidio che a quella della vittima. Anche la discussione avvenuta intorno alla proposta di legge che prevede l’ergastolo per questo reaLA FRECCIA ANNUARIO 2025
È cambiato il modo in cui le persone si approcciano alle parole?
C’è poca consapevolezza nell’uso che se ne fa e, in questo senso, proprio i social hanno agito in modo impressionante. Come se avessero tolto ogni freno inibitore e quindi si scrive, ancor prima di dire, ogni cosa che passa per la mente, senza pensare che esista una responsabilità in questo gesto. Mi sono sempre battuta affinché la cultura fosse accessibile a tutti e non un patrimonio elitario. Ma non lo si fa con una scrittura semplificata che tende a usare sempre i soliti vocaboli: questo crea un impoverimento lessicale molto forte, non un accesso alla cultura. Non serve leggere e basta, alcuni testi sono poverissimi. Quali sono i tuoi libri importanti?
Il saggio di Simone de Beauvoir Il secondo sesso, che mi ha dato un punto di vista sui femminismi. Pur con tutte le critiche possibili a un testo che ha quasi ottanta anni, Simone è stata la prima a dire certe cose. Poi, La montagna incantata di Thomas Mann, che ha saputo meravigliosamente raccontare la tempesta della guerra descrivendo il microcosmo di un sanatorio, preso a metafora. E, ovviamente, tutta la letteratura fantastica di Stephen King, di cui sono appassionata. Una parola da lasciare in eredità?
Come gesto di responsabilità, direi futuro. Ragioniamo a breve termine, senza guardare in avanti. C’è un passaggio bellissimo di Italo Calvino nel libro Le città invisibili che parla di questo: «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni». Passiamo da un’indignazione all’altra velocissimamente, senza agire. Dove trovi i tuoi lemmi e le definizioni che usi?
In quello che leggo, ascolto e osservo nei momenti in cui riesco ad avere tempo per i miei pensieri. Soprattutto nel paese delle Marche dove scappo da Roma per scrivere. È il mio posto della parola.
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La Freccia, ottobre 2025 di GASPARE BAGLIO
MUSICA E LETTERATURA
La Niña Carola Moccia, in arte La Niña, ha scelto il napoletano come lingua per esprimere la sua ricerca tematica e musicale: nel corso di quest’anno ha portato Furèsta, il suo ultimo album, in un tour estivo e dallo scorso ottobre, come ci ha raccontato nel corso di questa conversazione, ha inaugurato Furèsta Europa, tour tra club italiani ed europei.
Cantautrice e attrice, La Niña è tra le voci più innovative del panorama musicale alternativo italiano. Ha pubblicato album e singoli come: • Eden (2021) • Vanitas (2023), apprezzato dalla critica come progetto emergente del pop napoletano • Furèsta (2025), per cui ha vinto il Premio Lunezia Elite ← Foto di Alfredo Maddaluno
Le radici, la tradizione, la sperimentazione, l’ibridazione. La Niña, al secolo Carola Moccia, classe 1991, ha un progetto chiaro come cantautrice e produttrice: trasformare la sua voce in uno strumento d’avanguardia capace di dialogare con il passato, buttando il cuore oltre l’ostacolo per raggiungere il futuro. Motivo per cui l’artista ha deciso di esprimersi in napoletano, l’evocativa lingua della sua città. Dopo il grande successo del tour estivo legato al disco Furèsta, dal 9 ottobre partono i live europei da Berlino a Barcellona, passando per Bruxelles, Londra e Madrid. Non solo: per soddisfare la grande richiesta dei fan, il 6 novembre da Firenze comincerà una session di concerti nei club italiani che in quel mese toccherà Milano (12), Bologna (20 e 21) e Napoli (26). Proseguendo a dicembre con le tappe di Padova, l’11, Venaria Reale (Torino), il 13, Roma, il 17, e Molfetta (Bari), il 19. Che cosa significa cantare in napoletano?
Il valore di una lingua minoritaria risiede nell’essere nata dall’incontro di culture diverse. Porta con sé una maggiore storia e contaminazione dal punto di vista culturale e geografico, perché frutto delle tante popolazioni che hanno vissuto a Napoli. Questo idioma mi collega con le mie sorelle e i miei fratelli in Messico, Spagna, Egitto e nei Paesi arabi. Come mai?
La radice di questo parlare è comune, da tanti punti di vista. Anche di pensiero: il Sud sta iniziando, in questo momento storico, a pensare a sé stesso in maniera totalmente autonoma, non più in relazione a un Nord. Un aspetto fondamentale. La tua capacità di rielaborare la musica popolare conquista anche le nuove generazioni.
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
La tradizione non è qualcosa di passato, ma si muove, cambia continuamente, connette le culture che hanno abitato la nostra, di cultura. Un po’ per questioni storiche, un po’ per qualcosa in comune che non ci è dato svelare e rimane un mistero. Nel brano Sanghe duetti con lo scrittore e cantautore egiziano Abdullah Miniawy e affronti il tema della guerra in maniera poetica. Cos’hai provato a intrecciare il tuo cantato con l’arabo?
È stato molto bello esaudire questo desiderio di sperimentazione. Il brano è una riflessione filosofica e poetica sulla guerra, con un artista che è un grandissimo pensatore, oltre che un eccellente cantante e musicista. Ci si interroga sulla banalità del male, su tanti aspetti che, almeno alla luce dei fatti, pare non trovino una risposta. Il mondo della musica deve esporsi anche su temi caldi?
Non confonderei la musica con l’attivismo. Molto spesso si dà agli artisti una carica morale ed etica, una responsabilità che non hanno. Bisogna fare solo belle canzoni. Cos’è bello per te?
Parlare di cose che riguardano il mondo e la mia quotidianità come essere umano: la sofferenza, l’ingiustizia, così come, appunto, quella che si consuma su tanti fronti, dalla guerra alla disparità di genere e socioeconomica tra Nord e Sud. Quindi come deve essere l’arte?
Per me non va moralizzata. Nel momento in cui succede non è più arte. L’arte deve far nascere domande, non essere coperta di risposte. A proposito della disparità di genere, Figlia d’ ‘a Tempesta è una canzone contro l’oppressione delle donne. L’hai sperimentata?
Ogni giorno. È endemica, appartiene al Dna emotivo dell’intera popolazione mondiale. Nessuna generazione è salva da questo tipo di visione totalmente disparitaria. Non ho una risposta a riguardo, non so se ci sarà un miglioramento. Nel dubbio dico quello che, secondo me, andrebbe detto. Arriviamo ai live, cosa dobbiamo aspettarci?
Dopo quasi quaranta concerti voglio rendere l’esperienza ancora più emozionante, aggiungere qualche chicca in più. Non amo ripetermi sul palco, ogni concerto è un qualcosa di veramente nuovo.
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La Freccia, febbraio 2025 di GASPARE BAGLIO
SPETTACOLO
Bianca Guaccero Nella stagione 2024/2025 Bianca Guaccero è tornata sul piccolo schermo: prima ha vinto l’edizione 2024 di Ballando con le stelle, poi ha condotto, con Nek, Dalla strada al palco, Techeteche Top Ten e, insieme a Gabriele Corsi e Mariasole Pollio, il PrimaFestival. Quando l’abbiamo incontrata, a febbraio, ci ha raccontato del suo percorso di rinascita professionale e personale.
Attrice e conduttrice televisiva, Bianca Guaccero ha preso parte a programmi di intrattenimento, serie tv e film. Tra le sue partecipazioni televisive più note: • Tutte donne tranne me (2007) • Liberi tutti (2020) • Detto Fatto (2018-2022)
una cosa positiva. Bisogna cercare di non venire a noia. La base di tutti i rapporti è creare novità.
Quando Milly Carlucci ti ha chiesto di partecipare a Ballando hai accettato subito?
Ho detto immediatamente di sì con un urlo. Il ballo è tra le mie grandi passioni, pur non essendo una professionista come qualcuno, in più occasioni, ha tentato di sottolineare. Certe affermazioni non corrispondono al vero e sono ingiuste nei confronti di chi ha speso l’intera esistenza a studiare danza. Poi, certo, se mi identificano come una che ha studiato danza per tanto tempo mi lusinga. Il segreto della tua vittoria qual è stato?
Semplicemente, ho avuto un grande maestro (il ballerino Giovanni Pernice, ora suo compagno anche nella vita, ndr). Mi ha fatta lavorare duramente, senza tralasciare alcun dettaglio e puntando in alto per ottenere il meglio. Questa stagione televisiva ha il merito di aver fatto brillare nuovamente una stella di talento rimasta, per troppo tempo, oscurata dalle nuvole che, a volte, offuscano il cielo dello showbiz. Bianca Guaccero è tornata. E lo ha fatto alla grande: prima la vittoria dell’edizione record di Ballando con le stelle, poi la conduzione con Nek del talent show Dalla strada al palco e quella in solitaria del programma radiofonico e televisivo Techeteche Top Ten. Last but not least, dall’8 al 15 febbraio è al timone del PrimaFestival con Gabriele Corsi e Mariasole Pollio. Un boom meritato se si pensa che Guaccero è una delle poche artiste complete in circolazione. Sembra che il pubblico ti abbia ritrovata dopo Ballando con le stelle.
Il bello di questo lavoro è sentirsi eternamente dei debuttanti. Ma lo vivo un po’ come un’occasione per scoprire e riscoprire me stessa. Ah sì?
Siamo esseri in continua evoluzione. Per quel che mi riguarda, si è chiuso un ciclo e se n’è aperto un altro. Vedere come la gente mi percepisca sempre nuova rappresenta, per me, LA FRECCIA ANNUARIO 2025
Dopo Ballando è arrivata la conduzione del talent show Dalla strada al palco, un altro successo.
Per prima cosa, sono contenta della promozione ottenuta da Nek e da tutta la squadra: dopo tre edizioni su Rai2, quest’anno il programma è passato alla rete ammiraglia. I risultati lusinghieri della prima puntata, a gennaio, ci hanno spronati: abbiamo lavorato cuore a cuore per migliorare sempre di più, amalgamandoci per portare qualcosa che fosse gradito al pubblico. Lo show porta in tv artisti che normalmente si esibiscono in strada. Che tipo di storie hanno?
Ho pianto spesso vedendo le clip con le loro presentazioni. Come mai?
Perché hanno il sapore della rivalsa: sono persone che, grazie all’arte, hanno trovato la salvezza da situazioni complesse. Trasmettono tutto il coraggio di chi ha saputo trasformare la sofferenza in qualcosa di costruttivo. E poi gli artisti di strada hanno una genuinità unica. Tu hai mai provato un senso di rivalsa?
Quando ho perso qualcosa di importante ho cercato di trasformare quella mancanza in una presa di coscienza che
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La Freccia, febbraio 2025 di GASPARE BAGLIO
SPETTACOLO
Nella pagina precedente: foto di Iwan Palombi ← Courtesy: Ufficio Stampa Rai
non fosse autodistruttiva. Federica Pellegrini, proprio in una clip di Ballando, ha dichiarato quanto perdere sia un grande insegnamento. Ed è vero: se si è consapevoli che le cose ottenute possono scomparire da un momento all’altro si vive tutto con la giusta distanza, in modo sano. Stai adottando questo approccio?
Adesso vivo tutto così, intensamente, come se fosse l’ultima volta. Sono una che ringrazia sempre troppo, mi dicono. È vero, ma lo faccio perché non do nulla per scontato. Se si capisce questo si vive al 100% il presente, coltivandolo affinché nascano i fiori del futuro. Ti sei mai sentita sottovalutata?
A volte l’ho pensato, ma sbagliavo. Perché?
Tutto dipende da noi. Ognuno ha un talento: c’è chi riesce a stare sempre sul pezzo e chi è bravo nelle pubbliche relazioni. Non relego la riuscita di qualcuno alla fortuna o alla sfortuna, all’amicizia o alla raccomandazione. E poi nella mia carriera ho avuto grandi soddisfazioni. Non posso lamentarmi. A questo si aggiunge ciò che mi ha restituito Ballando. Vale a dire?
Con grande sensibilità e tatto, mi è stata ridata una profonda fiducia in me stessa. E devo dire grazie, in particolare, a Milly Carlucci, al mio maestro Giovanni e a Svevo Tognalini, l’autore che ci seguiva. E a tutta la squadra del programma. Prima di questa esperienza, sembrava che certe cose non si realizzassero: mi sentivo ferma nello stesso punto, non riuscivo a raggiungere chi volevo essere. Chi vuoi essere?
Una persona che si ama e vive in maniera serena. Voglio credere fino in fondo ai miei sogni, senza chiedere più il permesso per esistere.
Quali erano gli scogli da superare o gli errori commessi, a tuo avviso?
I miei genitori mi hanno insegnato un grande rispetto dei ruoli che a volte mi ha frenata. Ho sempre chiesto il permesso, invece bisogna semplicemente legittimare i propri sogni. Desidero avere la possibilità di dire la mia: se ami quello che fai diventi convincente, ma ci deve essere un cambiamento interiore reale. La nostra anima è un proiettore verso l’esterno. Bisogna sempre domandarsi cosa si sta sbagliando: se qualcosa non va, dobbiamo risolverla con noi stessi. La vita non è giusta o ingiusta, la vita ci risponde. Sei molto saggia.
I momenti no capitano a tutti, non voglio demonizzarli. Ci aiutano a fermarci per curare noi stessi. Sono battaglie a cui dobbiamo prestare attenzione senza disperarci: ci danno gli strumenti per imparare, ognuno con i propri tempi e modi. Se si comprende il momento down, la vita restituisce cose belle. LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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La Freccia, febbraio 2025 di GASPARE BAGLIO
SPETTACOLO
← Foto di Iwan Palombi
A te ha restituito Sanremo dopo 17 anni, visto che conduci il PrimaFestival.
È bellissimo. Tornare lì è come rivivere la magia di quando avevo 27 anni, ma con la maturità di oggi. Cosa ricordi del Festival di Sanremo che hai condotto nel 2008 con Pippo Baudo, Piero Chiambretti e Andrea Osvart?
Il momento in cui mi hanno portata a provare i vestiti, aprendo davanti ai miei occhi armadi giganti con abiti mai visti in vita mia. Sembrava di essere in una favola. Per fortuna avevo l’incoscienza e la spensieratezza dell’età; mi sono divertita tanto. In che modo?
Per il mio debutto all’Ariston non sono scesa dalla scalinata, ma mi sono presentata con un impermeabile inscenando con Pippo il mio ripensamento sulla conduzione del festival. Gli dicevo che avrei visto la kermesse in camerino, mangiando un panino. È stato un modo per rompere il ghiaccio in maniera dissacrante, era un’edizione molto sperimentale della kermesse. Poi ovviamente la scalinata l’ho fatta. Il tuo compagno di avventura a Sanremo sarà Gabriele Corsi.
Sia lui sia Nek sono persone stupende e sane. Pensa che proprio Gabriele, dietro le quinte di un programma, anni fa, mi dimostrò vicinanza regalandomi un cornetto. Si è meravigliato che mi ricordassi di quel momento. È un artista energico e attivo, con un mondo importante alle spalle. Ci divertiremo, abbiamo tante idee malsane in testa (ride, ndr). Che mi dici di Techeteche Top Ten?
È il mio orgoglio perché è un format nato con me. Il suo successo è stato un piccolo miracolo. Spero cresca, come progetto. Dovremmo registrare altre puntate. E dopo?
Non lo sa ancora nessuno, ma ho il sogno di scrivere e creare un varietà sulla scia di Fantastico, Milleluci, Canzonissima. Non voglio avere una targa per aver riportato questo genere di programmi sul piccolo schermo. Ma desidero provare a realizzare il mio one-woman show. Una bella impresa…
Per questo è opportuno fare un percorso di preparazione: sto lavorando con un gruppo di autori a uno spettacolo teatrale che sarà in scena nella stagione 2025/2026. Ho voglia di incontrare il pubblico che mi sostiene da anni con un affetto indescrivibile. Ti aiuterà Giovanni?
Sarebbe fantastico se fosse il direttore artistico. Il suo show The Last Dance gira l’Inghilterra a suon di sold out. Lui lavora tantissimo, è un perfezionista, non lascia nulla al caso e ama molto quello che fa. È la dimostrazione che nella vita le cose si ottengono solo con l’impegno. E oggi, dopo la tua evoluzione, chi è Bianca Guaccero?
Una persona innamorata della vita. LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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La Freccia, aprile 2025 di ANNA PARRELLA
SPETTACOLO
Alberto Angela Lo scorso aprile Alberto Angela si preparava all’uscita delle nuove quattro puntate del programma Ulisse – Il piacere della scoperta e della terza stagione di Noos – L’avventura della conoscenza. Con il suo stile appassionato, ci ha descritto l’eredità del padre Piero, la lunga storia di Passaggio a Nord Ovest e la sua missione: suscitare meraviglia e curiosità in ogni generazione.
Paleoantropologo, scrittore e divulgatore scientifico, Alberto Angela è uno dei più noti conduttori e autori televisivi italiani. Tra i suoi programmi più noti: • Il pianeta dei dinosauri, 1993 • Superquark, dal 1995 al 2022 • Passaggio a Nord Ovest, dal 1997, per oltre 25 stagioni • Stanotte a…, dal 2015 • Noos – L’avventura della conoscenza, dal 2023
← Foto di Barbara Ledda
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
Arriva un po’ trafelato, dopo aver salito a piedi tre piani di scale, perché «bisogna sempre tenersi allenati». Entra in redazione e le sue collaboratrici lo accolgono con un caffè. Poi mi guarda, ci scambiamo una stretta di mano, qualche battuta e l’atmosfera diventa subito familiare, calda, accogliente. In un soleggiato pomeriggio romano, nella redazione del programma Rai Ulisse – Il piacere della scoperta, incontro Alberto Angela, paleoantropologo e divulgatore scientifico. Figlio di Piero Angela, laureato in Scienze naturali con il massimo dei voti, ha frequentato diversi corsi di specializzazione nelle più prestigiose università statunitensi. Per oltre dieci anni ha partecipato a spedizioni paleoantropologiche in Africa e Asia. La notorietà è arrivata negli anni Novanta, quando ha iniziato a scrivere libri – per ora sono 23, di cui otto firmati con il padre – e condurre programmi televisivi documentaristici.
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La Freccia, aprile 2025 di ANNA PARRELLA
← Angela sul set di Ulisse – Il piacere della scoperta e di Passaggio a Nord Ovest. Foto di Barbara Ledda
SPETTACOLO
racconteremo Londra attraverso la musica. Dodici luoghi della capitale inglese per altrettante canzoni di artisti indimenticabili: dai Beatles a David Bowie, da Freddie Mercury ad Amy Winehouse. A fine giugno, sempre su Rai1, partirà poi la terza edizione del programma di divulgazione scientifica Noos – L’avventura della conoscenza.
Ne sono orgoglioso, perché continua la tradizione di Quark e Superquark, programmi ideati da mio padre. Quando è venuto a mancare lui ho pensato che ci fosse un grande veliero al porto, con un equipaggio straordinario e delle rotte bellissime davanti, ma senza il comandante. Mi sono chiesto se avesse senso lasciarlo fermo lì, come se fosse un ricordo. Poi, insieme al gruppo di lavoro, ho deciso di continuare la tradizione, puntando soprattutto a un pubblico giovane. È una vittoria – e ogni volta una grande sfida – andare in onda il sabato in prima serata parlando di neutrini, dinosauri e vita su pianeti lontani. Il centro di produzione Rai di Torino è intitolato a suo padre. Che effetto le fa vedere sulla facciata dell’edificio un murale che lo ritrae tra libri e tv?
Per me, che frequento da anni quell’edificio perché ospita la redazione di Passaggio a Nord Ovest, è stato emozionante arrivare la prima volta e vedere mio padre, con la mano tirata su, che saluta tutti e sembra dire: «Non abbiate paura, affronteremo assieme il futuro che arriva». Passaggio a Nord Ovest è la sua trasmissione più longeva. Come è nata?
È cominciato tutto per caso o lo ha fortissimamente voluto?
Sono in primis un naturalista: nasce tutto da lì. Fin da piccolo ho amato l’oceanografia e il mondo del passato: al mare indossavo la maschera per guardare i fondali, per me era come entrare in un documentario. La mia prima tv a colori è stata un acquario, lì scoprivo i comportamenti dei pesci. Da grande ho focalizzato il mio interesse sull’uomo preistorico e per dieci anni ho fatto ricerca sul campo. Sono stato in Africa, in Asia, nelle savane. Mentre i miei coetanei andavano in vacanza, io ero alla ricerca di resti preistorici. Studiavo nella pratica il metodo scientifico, le sue dinamiche. Quello che faccio ora come divulgatore tv è trasmettere questo pensiero, che è semplicemente un distillato del buonsenso. Dal 7 aprile, su Rai1, è in onda la nuova edizione di Ulisse – Il piacere della scoperta. Di cosa parleranno le nuove puntate?
In questa nuova edizione raccontiamo la vita di Vincent van Gogh, il pittore che ha incantato il mondo con la luce e i colori, attraverso i luoghi che hanno ispirato i suoi quadri più celebri. Andremo a Istanbul per scoprire le meraviglie di una città che fu capitale dell’Impero romano e di quello ottomano. Ripercorreremo la storia di Lucrezia Borgia, una delle donne più controverse del Rinascimento, e cercheremo di capire cosa c’è di vero nella sua leggenda nera. Infine, LA FRECCIA ANNUARIO 2025
È partita in un modo casuale, come una piccola scialuppa, e ora ha superato i 25 anni. È stato il mio primo programma e non avrei mai immaginato che durasse così a lungo. Ha avuto diverse collocazioni e orari, eppure ha sempre trovato consenso. Una delle puntate che ricordo con più soddisfazione era dedicata proprio ai treni. E ripercorreva la storia dell’Italia partendo dal Museo nazionale ferroviario di Pietrarsa, che custodisce le prime locomotive. Se pensiamo a quanta gente si è spostata per il Paese, a quanti cuori hanno viaggiato sui vagoni e a quanti abbracci sono stati dati prima di salire, si capisce perché l’Italia intera veda nel treno un compagno di vita. A proposito, qual è il suo rapporto con questo mezzo di trasporto?
Mi piace molto. Nella vita ho usato davvero di tutto: automobili, aerei, caccia, dirigibili, sottomarini, mongolfiere. Ma il treno è il mezzo che mi trasmette più tranquillità. Lo sceglierei sempre perché mi consente di fare tante cose a bordo, come riposare, chiacchierare o alzarmi per sgranchire le gambe. Soprattutto, mi aiuta a pensare e a entrare in sintonia con me stesso: basta guardare fuori dal finestrino mentre il mondo passa. Un viaggio in treno che ricorda in modo particolare?
Ce ne sono tanti. A partire dai primi che ho fatto da solo negli anni Ottanta: per i ragazzi della mia generazione il treno, oltre che un compagno di vita, era un modo per scoprire la geografia. Ricordo i lunghi viaggi tra Roma e Milano, su vagoni affollatissimi, con le persone addossate l’una sull’altra. Eppure, si facevano nuove amicizie e ci si scambiava i numeri di telefono. Oggi questo non succede quasi più. Indimenticabili, poi, gli Interrail con gli amici: abbiamo girato l’Europa in un mese, arrivando anche in
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La Freccia, aprile 2025 di ANNA PARRELLA
← Angela davanti al murale del padre Piero sulla facciata della sede Rai a Torino. Foto di Barbara Ledda
SPETTACOLO
Marocco. Dovevamo prendere un treno per Meknes ma era in ritardo, in stazione era scritto tutto in arabo e non capivamo nulla. Per fortuna, abbiamo incontrato un ragazzo marocchino che ci ha ospitati a casa sua. Con lui abbiamo girato la città dei cento minareti, facendo il bagno nelle terme romane riscaldate. Il treno è un modo per scoprire il mondo e fare incontri che possono anche cambiare la vita: un mio operatore, per esempio, ha conosciuto sua moglie sulla tratta tra Roma e Napoli. Con quale personaggio storico le piacerebbe fare un viaggio?
Più che un protagonista del passato, sarebbe bello scegliere una persona del futuro per mostrarle il mondo com’era prima che cambiasse e farglielo apprezzare di più. È commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana, oltre che cittadino onorario di Napoli e Pompei. Le sono stati dedicati un asteroide e una rara specie marina che vive nelle acque della Colombia. Ha ottenuto innumerevoli riconoscimenti, tra cui un dottorato e cinque lauree honoris causa. Qualcosa ai comuni mortali pensa di lasciarla?
In realtà, fra poco riceverò la sesta laurea (ride, ndr). Ma quello che mi regala più soddisfazione è riuscire a far amare la scienza. Un giorno, a Londra, sono stato avvicinato da un giovane italiano: era un paleontologo in procinto di partire per la Mongolia che, per chi fa quel mestiere, è un po’ come Wimbledon per un giocatore di tennis. Mi ha raccontato di aver deciso di studiare gli animali preistorici a tre anni, vedendo me e mio padre scendere in un canyon durante una puntata della serie Il pianeta dei dinosauri. Guardando la tv, aveva detto alla mamma: «Da grande voglio fare quello». Lei gli comprò un dinosauro e da lì partì tutto. Il mio obiettivo è stimolare amore per la materia. A Sanremo ha ricordato tra le sue canzoni preferite Vita spericolata di Vasco Rossi. Nell’anno in cui il brano gareggiò al festival, lei aveva 21 anni. Che cosa faceva?
Nel 1983 ero in Congo per uno scavo. Per raggiungere il Paese presi diversi aerei scassati, al limite della sicurezza. Arrivai nella capitale Kinshasa e da qui fino a Goma con un volo di chissà quale compagnia, pieno di formiche. Poi, per raggiungere la savana, attesi sulla pista un altro velivolo, altrettanto vecchio. Per la prima volta nella vita, mi ritrovai ad aprire il finestrino su un aereo e a mettere la mano fuori mentre sorvolavo i vulcani. Una volta a terra, iniziò una nuova avventura a contatto con iene, ippopotami, etnie cannibali. All’epoca viaggiavo molto e in modo avventuroso, poi tornavo a casa e studiavo. Periodo bellissimo. Sui social viene definito «il divulgatore scientifico più sexy della tv italiana». Ed è sempre più amato da giovani e giovanissimi. Qual è il suo segreto?
Instillare curiosità. Le persone vengono attratte da ciò che dici: se sei noioso è finita. Il resto è casuale. Non do molto peso a tutto questo, vado avanti pensando che sia importante risvegliare nella testa delle persone un interesse per le cose, più che per gli argomenti. L’essenziale è il pensiero razionale, costruito sul ragionamento, un distillato del buonsenso, come ho già detto. Come un maestro a scuola, bisogna saper interessare gli studenti, generare voglia di approfondire. Questo è il vero obiettivo. LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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La Freccia, giugno 2025 di FRANCESCA VENTRE
SPETTACOLO
Elena Sofia Ricci Alla vigilia del premio alla carriera Excellence Award all’Italian Global Series Festival, che si è tenuto lo scorso giugno tra Rimini e Riccione, Elena Sofia Ricci ha ripercorso una carriera segnata da ruoli iconici – da I Cesaroni a Che Dio ci aiuti – e da interpretazioni di figure storiche come Rita Levi-Montalcini e Giulia Spizzichino. Nell’intervista ci racconta la forza delle fiction, il legame con i suoi personaggi più amati, il ritorno ne I casi di Teresa Battaglia e l’evoluzione personale che il mestiere di attrice continua a regalarle.
Elena Sofia Ricci è attrice di cinema, televisione e teatro. Nel corso della sua pluridecennale carriera ha vinto: • 3 David di Donatello: nel 1988 per Io e mia sorella, nel 1990 per Ne parliamo lunedì e nel 2019 per Loro • 3 Nastri d’Argento: nel 1988 per Io e mia sorella, nel 2010 per Mine vaganti e nel 2018 per Loro ← Foto di Maddalena Petrosino
Nella sua lunga carriera ha vestito i panni di personaggi storici o di rilievo, tra cui la scienziata Rita Levi-Montalcini e Giulia Spizzichino, ebrea romana sfuggita alle deportazioni. Ma ha interpretato anche ruoli di finzione diventati iconici, come Lucia Liguori nella serie I Cesaroni e suor Angela in Che Dio ci aiuti. Elena Sofia Ricci non si risparmia e con la sua voce inconfondibile racconta di sé e del suo percorso professionale. In attesa di ricevere il premio alla carriera Excellence award all’Italian Global Series Festival, dal 21 al LA FRECCIA ANNUARIO 2025
28 giugno a Riccione e Rimini, manifestazione dedicata al mondo delle serie tv di cui il Gruppo FS è partner. Perché, secondo te, le fiction hanno tanto successo?
All’inizio erano considerate un genere di serie B. Ma quando sono arrivate le serie internazionali il riconoscimento è stato unanime. Per me è un motivo di grandissima gioia, perché ho sempre sostenuto questa forma di intrattenimento, che si tratti di film tv, miniserie o fiction più lunghe, anche su piattaforma. Consentono di arrivare al cuore delle persone e conoscere storie vere, regalando emozioni e divertimento. Penso alle serie su Giovanni Falcone e Giorgio Perlasca oppure a quella dedicata a Caravaggio. E, per quanto mi riguarda, sono fiera di essere stata protagonista dei tv movie La farfalla impazzita, che racconta la storia di Giulia Spizzichino, e Rita Levi-Montalcini, sulla grande scienziata. Ma vorrei ricordare anche Orgoglio, che ha avuto un successo spaziale, e Caro maestro, con cui sono cresciute le giovani generazioni. In occasione del festival viene presentato il ritorno sul piccolo schermo de I Cesaroni. Tu non ci sarai, perché questa scelta?
Il mio ruolo si era esaurito. È stata un’esperienza fantastica, soprattutto nelle prime due stagioni. Ho avuto colleghi eccezionali, veri fuoriclasse che ricordo con affetto, soprattutto Antonello Fassari, che ci ha lasciati da poco.
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La Freccia, giugno 2025 di FRANCESCA VENTRE
← Ricci nel ruolo di Giulia Spizzichino nel film La farfalla impazzita. Foto di Angelo Turetta ↙ Ricci sul set della fiction I casi di Teresa Battaglia. Foto di Fabrizio de Blasio
SPETTACOLO
di avere. Per esempio, quando ho portato a teatro Vetri rotti di Arthur Miller mi sono resa conto, con stupore, che io ero Sylvia. Una donna che aveva passato trenta anni in punta di piedi, senza essere mai stata vista. Credevo di non avere affinità con lei, avendo scelto una professione che regala visibilità. Ma mentre recitavo ho capito che nella vita privata anche io avevo paura di disturbare, di far capire cosa mi faceva male. E questo era sbagliato. Al cinema hai interpretato te stessa in Volare di Margherita Buy e Diamanti di Ferzan Ozpetek. Come ti sei trovata?
Nel primo film mi sono divertita tanto: io e Margherita ci siamo prese in giro a vicenda. Ferzan mi ha regalato un’emozione, come sempre, una bellissima pennellata nel suo film, dove ha rappresentato il femminile in modo straordinario. Le donne stanno acquistando sempre più visibilità, sullo schermo e dietro la macchina da presa, come è successo a Paola Cortellesi, Margherita Vicario, Valeria Golino e Maura Delpero. Cosa ne pensi?
Anche la serie Che Dio ci aiuti, da due anni vede solo alcune tue fugaci apparizioni nei panni di Suor Angela.
Francesca Chillemi è bravissima e se l’è cavata molto bene. Anche lei ha accanto un bravissimo fuoriclasse come Giovanni Scifoni che recita nel ruolo dello psichiatra. Quando è nata la serie, hai dato tu il nome alla suora protagonista, scegliendo quello di tua nonna Angela. Come mai?
Da piccola vivevo con lei a Firenze perché mia madre, prima donna scenografa italiana, era molto impegnata. La ricordo come una donna molto dolce e fragile, ma capace anche di insegnarmi le regole. All’epoca facevo danza: mi era stato consigliato dall’ortopedico perché avevo i piedi storti. In quell’occasione è nata in me la passione per il palcoscenico. Intorno ai sette anni costringevo i miei cugini a esibirsi con me di fronte a parenti e amici, nel salone di casa. Lei morì a 56 anni, quando io ne avevo 14: un lutto terribile, perché per me era quasi una mamma. Così, tanti anni dopo, quando mi hanno proposto il ruolo di Suor Carla ho chiesto che si chiamasse Angela. Ti piacerebbe vivere in una casa-famiglia, come nella fiction?
Abbiamo sempre fatto fatica a emergere, soprattutto nei ruoli da regista, ma anche come attrici non siamo trattate alla pari degli uomini. Per esempio, veniamo pagate meno, come ha denunciato persino Meryl Streep. Ora, però, le nostre idee stanno venendo fuori. In questi anni abbiamo più cose da dire e, forse, lo sappiamo fare anche meglio. Le storie che raccontiamo sono narrate sotto un’altra lente, è un modo diverso di guardare la realtà a cui ci dobbiamo ancora abituare. E tu hai mai pensato di dirigere un film?
Per il cinema non saprei. Ma ho curato due regie teatrali: Mamma mia bella, divertente commedia musicale, e Fedra, tragedia di Seneca, uno dei massimi autori e filosofi, molto impegnativo, che ha rappresentato per me una sfida entusiasmante. Poi, nel 2021, durante l’emergenza per il Covid-19, ho diretto insieme a Elisa Barucchieri e Stefano Mainetti il documentario Grido per un nuovo Rinascimento, per dare visibilità al settore della cultura intesa come teatro, cinema, danza e circo. Gli artisti e le maestranze hanno patito molto la pandemia, ma anche adesso non va molto meglio. Per trovare soluzioni e instaurare un dialogo costruttivo con le istituzioni, ci vorrebbero buon senso e la capacità di sedersi a un tavolo insieme. Il vasto mondo dello spettacolo è un’industria da rispettare, perché è il nutrimento delle nostre anime. Gli artisti hanno uno sguardo più profondo sulle cose, come ci ha detto anche Papa Francesco incontrandoci in udienza. Ami viaggiare e sei una chiacchierona. Qualche simpatica conversazione in treno che ricordi?
Direi di no (ride, ndr). Sarebbe bellissimo, ma ora sono troppo grande, non ho le energie di una volta e ho bisogno di prendermi cura di me. E non riesco più a farlo per tanti altri.
Da piccola, prendevamo il treno da Firenze per andare a trovare mia madre a Roma. All’andata, già ad Arezzo i viaggiatori dello scompartimento sapevano tutti i fatti miei. E, al ritorno, succedeva a Orte. L’area silenzio non esisteva e nessuno si poteva salvare.
Mi attira la protagonista del crime I casi di Teresa Battaglia, che riprendo a girare ai primi di giugno. È una donna ruvida, che non manda a dire le cose. Io sono più tranquilla e attenta a quel che dico e, invece, sto imparando da lei. In alcuni casi, proprio recitando ho scoperto parti di me che non sapevo
Di recente ho letto un post di Rocco Papaleo che mi ha fatto molto ridere. Ha confessato che quando si arrabbia lo fa in dialetto. E ho pensato a me. Direi che inizio con il toscano e finisco in romano: è più diretto.
Quale dei personaggi che non ti somigliano saresti voluta essere?
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
Una pendolare vera. Quanto ti senti romana e quanto fiorentina, visto che usi espressioni di entrambe le città?
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La Freccia, luglio 2025 di GASPARE BAGLIO
SPETTACOLO
Stefano De Martino Nell’ultima stagione televisiva Stefano De Martino ha trovato la sua piena consacrazione come conduttore di punta della Rai, grazie al successo di Affari Tuoi. Quando l’abbiamo incontrato, si preparava a tornare nei teatri con il suo spettacolo Meglio stasera! – Summer Tour 2025, un “quasi one man show” portato in giro per l’Italia per circa trenta date.
Ballerino, conduttore televisivo e showman, Stefano De Martino ha preso parte, tra gli altri, a programmi come: • Made in Sud (2019) • Stasera tutto è possibile (2019) • Bar Stella (2021) • Tim Summer Hits (2022)
La stagione tv appena conclusa ha visto una stella brillare più delle altre: Stefano De Martino. Il ballerino e showman ha cominciato a seminare il suo talento oltre vent’anni fa grazie a una borsa di studio presso il Broadway Dance Center di New York, lo ha innaffiato in quella fucina di talenti che è Amici di Maria De Filippi e nutrito continuando a danzare in giro per il mondo con il Complexions Contemporary Ballet. Fino a sbocciare anche come personaggio tv e conduttore in show di grande successo: da Made in Sud a Tim Summer Hits fino a Bar Stella, Stasera tutto è possibile e Affari tuoi, game show di Rai1 che lo ha consacrato nell’olimpo dei presentatori. In attesa di essere nuovamente timoniere del format dei pacchi, a settembre, De Martino torna anche a teatro con il summer tour di Meglio stasera!, il one man show diretto da Riccardo Cassini che riparte il 15 luglio da Napoli per poi girare l’Italia, da Porto Recanati (Macerata) a Roma, da Palermo a Reggio Calabria, fino al gran finale fissato a Cagliari il 31 agosto. Stefano, questa stagione tv è proprio stata la tua consacrazione…
Ho vissuto un bell’anno, sì. Posso andare in vacanza sazio di soddisfazioni.
Quando hai preso le redini di Affari tuoi avevi dei dubbi, immagino. Come ti sei approcciato a un programma tanto amato dal pubblico?
← Foto di Manuel Bifari
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
Sì, c’erano tante incertezze, anche riguardo al fatto di affidare a me un format così strutturato, in un orario dove ci sono sempre stati grandi professionisti, quelli che io chiamo
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La Freccia, luglio 2025 di GASPARE BAGLIO
← Foto di Raffo Marone
SPETTACOLO
che mette a disposizione questo programma, cioè le venti persone che rappresentano tutta l’Italia, e ho provato ogni sera a esercitare il più possibile l’empatia, con curiosità, entusiasmo, voglia di conoscere persone e storie nuove. Da lì ho trovato gli spunti per fare spettacolo. Direi che l’obiettivo è stato raggiunto.
Quella è stata la chiave che mi ha confortato. Rispetto a cosa?
Be’, sai, tutti dicevano: «De Martino ha sempre una compagnia di comici o una compagnia di giro, adesso che è da solo vediamo cosa si inventerà».
E cos’hai capito, dopo questa esperienza in solitaria?
La verità è che non si è mai da soli quando si fa questo mestiere: ci si relaziona sempre con qualcuno. Questa volta non solo con coloro che fanno lo stesso lavoro, ma anche con le persone comuni e la loro imprevedibilità. Magari un tabaccaio che si ritrova davanti alle telecamere offre più spunti di racconto rispetto a un attore. Affari tuoi ha sbancato lo share. E i programmi concorrenti sono partiti all’attacco. Come hai vissuto le punzecchiature del dirimpettaio Striscia la notizia, su Canale 5?
Prima di essere un conduttore sono un vorace telespettatore, quindi so che certi fenomeni di successo si portano dietro onori e oneri. È difficile che uno show dai tanti consensi passi inosservato e nessuno abbia qualcosa da ridire. Il punzecchiamento dei dirimpettai è un effetto collaterale dovuto: se il programma non fosse andato così bene probabilmente non avremmo avuto tutta quella dose di critica. i senatori. Il programma dell’access prime time è la cassaforte della televisione e mi sono trovato lì solo perché si era creato un vuoto. Devo dire che la Rai, spesso identificata come un’azienda molto tradizionale, in realtà ha fatto una scelta super pop affidando a me questo prodotto. Come ti sei sentito quando è arrivata la chiamata?
Avevo un carico di responsabilità molto alto, non sapevo come sarebbe andata. Anche se, tra le trasmissioni storiche, Affari tuoi era l’unico game show che immaginavo di condurre. Ah sì?
Ogni volta che facevo delle simulazioni mentali rispetto al futuro, vedevo questa affinità con Affari tuoi. Così, quando ho iniziato a pensare a come lo avrei condotto, mi sono visualizzato in quello studio, mi sono visto urlare, scherzare e lanciare i pacchi, come poi è successo. Ma non sapevo quale potesse essere il percorso, la strada più giusta per entrare in quella condizione che mi consente di fare televisione un po’ a modo mio. Quella è stata la parte più difficile: capire come entrare in punta di piedi in un game show con uno storico tanto importante senza destabilizzare lo spettatore e l’editore. Chi ti ha aiutato ad affrontare questa avventura?
Le persone. Io non sono un solista, faccio sempre squadra. Mi piace nutrirmi dell’umanità, anche al di là dei professionisti che lavorano con me da anni. Ci spieghi meglio?
Per quanto si voglia lavorare con anticipo, Affari tuoi si crea sul campo. È quasi come fare radio: è un programma che va in onda tutti i giorni e ogni volta bisogna far succedere qualcosa di diverso. Quindi mi sono nutrito dell’umanità LA FRECCIA ANNUARIO 2025
Maria De Filippi ti ha chiamato per complimentarsi del successo?
Lei è una costante della mia vita. Ci siamo sentiti prima, durante e dopo aver accettato di lavorare ad Affari tuoi. Mi confronto spesso con lei: da grande donna di televisione, ha un istinto da cui ho la fortuna di abbeverarmi ogni volta. E cosa ti ha detto relativamente alla possibilità di condurre la trasmissione?
Che avrei potuto farlo bene, ma avrei dovuto trovare la mia quadra. Ha sottolineato quanto un programma quotidiano fosse un esercizio importante per chi vuole fare questo mestiere: essere in onda tutti i giorni è un altro campionato. Che cos’altro ti piacerebbe fare in tv?
Vorrei provare a portare in onda dei formati originali: sono un promotore della scrittura e degli autori, in Italia abbiamo grandi penne e una creatività su cui potremmo investire un po’ più spesso. Dovremmo sperimentare piuttosto che comprare in giro per il mondo format scritti e collaudati da altri. Spesso, nel riadattare un programma per la nostra cultura dobbiamo cambiare così tante cose che sarebbe meglio scriverlo da zero. La mia ambizione, quindi, è quella di dare voce e vita alle idee di persone che lavorano con me. Ha più senso ed è anche più divertente. Il 15 luglio, proprio dalla tua Napoli, parte il summer tour di Meglio stasera!, lo spettacolo scritto insieme a Cassini, un tuo autore storico che ne cura anche la regia. Come concili il teatro con la televisione?
Cerco sempre di alternare il lavoro in tv, in cui sono al servizio delle persone, con quello in teatro, in cui riprendo il ruolo naturale di performer che mi porto dietro dalla danza.
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La Freccia, luglio 2025 di GASPARE BAGLIO
← Foto di Raffo Marone
SPETTACOLO
Queste vie si incontrano?
Sono due rette parallele e tendo a tenerle separate per avere una sorta di doppia vita. Questa cosa mi garantisce respiro nel lavoro che faccio: quando sono a teatro ho proprio voglia di scrivere e sperimentare ed è la prova più difficile per chi fa questo lavoro. In televisione ti scontri con i dati, in teatro ti rapporti con il parere di una persona che è uscita di casa, ha pagato il biglietto e pretende – giustamente – di essere intrattenuta. È proprio un’altra cosa, c’è uno scambio diverso. Quindi non porterai Meglio stasera! in tv, mi sembra di capire.
C’è questa tendenza a prendere gli spettacoli teatrali, registrarli e portarli in televisione. Chissà, forse potrebbe succedere anche con il mio. Proprio per questo ogni sera, sul palco, cerchiamo di cambiare qualcosa, anche solo un dettaglio, perché quella magia che si crea dal vivo – fatta di sguardi, respiri, emozioni condivise – è qualcosa che nessuna telecamera potrà mai restituire davvero. Il teatro è unico perché irripetibile, ogni replica è diversa dalla precedente. E poi trovo divertente mostrarmi in un’altra veste, più diretta e autentica, a chi mi conosce solo per il piccolo schermo. A chi devi dire grazie?
A tantissime persone. A Maria, la prima a credere in me, poi a Carlo Freccero, che quand’era direttore di Rai2 mi ha voluto alla conduzione di Made in Sud. Da lì ho avuto un susseguirsi di occasioni. Qual è la tua vocazione?
Stare tra la gente. Non potrei lavorare lontano dalle persone. Tutto quello che faccio è sempre votato a mischiarmi con l’umanità. Hai iniziato come concorrente nel talent Amici di Maria De Filippi e il pubblico non ti hai mai abbandonato.
È la mia grande fortuna: non mi sento mai da solo e ho una spinta da parte degli spettatori. Cominciare presto a fare tv significa crescere sotto gli occhi di tutti, per i primi dieci anni di carriera ero esposto senza strumenti, senza essere a fuoco. Poi ho capito che cosa volevo essere. Da parte delle persone percepisco un senso di appartenenza: mi incoraggia e mi riveste di responsabilità. Ti sei mai sentito davvero solo?
Da piccolo mi spaventava la solitudine, adesso è un rifugio. Con il mio lavoro sono continuamente esposto al contatto umano e stare da solo mi consente di ricaricare le batterie sociali. È un modo per riorganizzare le idee. Non la vedo più come una cosa malinconica. Prima era così?
Ho sempre vissuto a stretto contatto con la mia famiglia, che aveva un bar. E in un contesto del genere non ero mai realmente solo. Abitavo sopra il locale di mio nonno, ricordo mio padre dietro al bancone, i miei che lavoravano, un via vai di buongiorno e caffè. Quindi, le prime volte lontano da casa per me sono state destabilizzanti. Se ti dovessi descrivere, chi è Stefano De Martino?
Uno scugnizzo. L’animo da scugnizzo me lo porto dietro, anche se nel lavoro sono stacanovista con un grande senso di responsabilità. Ma il mio approccio è quello del ragazzino che ha appena finito i compiti e vuole giocare a pallone in piazzetta. Ed è quello spirito, quel modo di divertirsi che porto in scena. LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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La Freccia, agosto 2025 di GASPARE BAGLIO
SPETTACOLO
Emanuela Fanelli Nel 2025 Emanuela Fanelli è diventata la prima conduttrice della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, accompagnando il pubblico durante le serate di apertura e chiusura dell’82esima edizione. Quando l’abbiamo incontrata ad agosto, qualche settimana prima dell’inizio della manifestazione, si preparava al debutto in Laguna dopo anni di successi tra cinema e televisione.
Attrice e autrice comica romana, Emanuela Fanelli è una delle interpreti più originali del cinema italiano. Tra i suoi ruoli più noti: • Siccità (2022) • C’è ancora domani (2023), per il quale ha vinto il David di Donatello e il Nastro d’Argento come Miglior Attrice Non Protagonista • Follemente (2025)
Quest’anno a Venezia si cambia. All’82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica non c’è più una madrina ma arriva la figura della conduttrice. La scelta è ricaduta su Emanuela Fanelli, talentuosa attrice e comica che ha saputo alternare piccolo e grande schermo, raggiungendo il successo con pellicole come Siccità di Paolo Virzì, C’è ancora domani di Paola Cortellesi e Follemente di Paolo Genovese. Sarà lei a guidare la serata di inaugurazione del festival, il 27 agosto, e quella di chiusura, il 6 settembre. Sei la prima a ricoprire questo ruolo, come ti senti?
Almeno fino all’anno prossimo sarò la migliore.
In cosa si differenzia rispetto a quello della madrina?
Mi hanno chiesto di sfruttare la componente autoriale, di portare me e la mia scrittura. Non so se questo sarà l’inizio della tragedia.
← Foto di Roberta Krasnig. Abiti: Giorgio Armani. Make-up: Alessia Mazzarino
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
Nel 2020 eri in tv con il cult Una pezza di Lundini, nel 2025 sei a Venezia come uno dei volti più rappresentativi del cinema italiano. In cinque anni sono cambiate molte cose.
In realtà, non mi sento molto diversa nell’approccio alle
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La Freccia, agosto 2025 di GASPARE BAGLIO
← Fanelli sul set di C’è ancora domani. Foto di Luisa Carcavale ↙ Fanelli sul set di Follemente. Foto di Maria Marin
SPETTACOLO
farò, comunque. A me piace il lavoro a prescindere, che sia cinema o tv. Dipende da cosa mi viene proposto, se mi fa venire o meno quel “friccicore” che mi spinge ad accettare. Mai pensato di tornare a teatro, invece?
Mi piace tanto, vorrei fare uno spettacolo mio, ma se ci penso mi viene un po’ di ansia. E mi fa ridere parlare di ansia proprio ora che sto per condurre la cerimonia di apertura e chiusura della Mostra del cinema. Oltre a questo, la conduttrice avrà altri compiti?
Non lo so, ma già che sono a Venezia voglio vedere molti film. E vivere pienamente questo evento. Be’, sarà anche una buona occasione per conoscere registi internazionali. Magari da cosa nasce cosa…
Ovviamente. E in quel contesto I improve my english per dire due parole a qualcuno ogni tanto e non fare figuracce. Ma, poi, si dice madrina o the godmother? Ora c’è la conduttrice, quindi host.
Io però preferivo godmother perché faceva più Marlon Brando, tipo Il padrino di Francis Ford Coppola. Comunque, ora posso dire: «Non sono più the godmother, now I am the host». Pensa quanto saranno interessati gli ospiti a questa cosa. E lo dirò pure a Paolo Sorrentino, che apre la mostra con La grazia. Ti piace la sua visione del cinema?
È bravissimo. E sono felice che sia un film italiano ad aprire questa edizione. Lo proietteranno subito dopo la cerimonia di apertura: se non avrò fatto una figuraccia e se non mi portano via le guardie spero di potermelo vedere rilassata. situazioni o per come le vivo. In questa occasione così importante non ho intenzione di arrivare e fare per forza la più simpatica di tutti: voglio trovare un giusto compromesso tra la cerimonia e me. Mi viene chiesto di scrivere e di portare quella che sono artisticamente e creativamente e proprio Una pezza di Lundini mi ha consentito di far emergere per la prima volta questi aspetti. Ricordi quella trasmissione con molta gratitudine.
Il programma, realizzato con Giovanni Benincasa e Valerio Lundini, rimane la mia esperienza lavorativa più importante: da lì è partito tutto e sono stata guardata in modo diverso. È difficile sopire il fatto di essere un’autrice quando reciti in film scritti da altri?
No, poi a volte mi è stato chiesto anche di partecipare alla scrittura. Paolo Virzì, per esempio, dopo avermi voluta in Siccità con una parte non prettamente comica, per Un altro Ferragosto mi ha chiesto di proporre idee, visto che apprezzava il mio modo di scrivere. E per il monologo catastrofico del mio personaggio, Daniela, ho potuto ragionare insieme a Paolo e agli altri sceneggiatori, Carlo Virzì e Francesco Bruni. Però amo anche leggere un copione e, semplicemente, mettermi totalmente a servizio come interprete delle parole scritte da altri. Pensi di ritornare in tv?
Non lo so. Ho avuto questa esperienza con Lundini ma credo che la televisione non sia proprio così, di solito: quante volte può capitare di andare in uno studio con un amico e mettere in scena le cose che fanno ridere entrambi? Noi lo abbiamo fatto e ogni tanto ci domandavamo se ci avrebbero davvero mandato in onda. Non penso molto a cosa LA FRECCIA ANNUARIO 2025
Hai vinto due David di Donatello come migliore attrice non protagonista per Siccità e C’è ancora domani. Cosa ti hanno detto Virzì e Cortellesi quando hanno saputo che avresti condotto Venezia?
Virzì mi ha mandato messaggi su Whatsapp consigliandomi di dire le cose più retoriche sulla piazza. E poi mi ha inviato alcune foto di top model sul red carpet suggerendomi le pose da fare. L’ha buttata sull’ironia, insomma. E Cortellesi?
Con Paola c’è un rapporto molto stretto e l’ha saputo prima dell’annuncio. Mi ha detto le cose carine che dicono le amiche. Ho ricevuto molto sostegno. Cosa le devi?
Tanto. Quando ero alle medie, o nei primi anni del liceo, e sognavo di fare questo mestiere non perdevo una puntata di Mai dire gol: lei mi ha mostrato un modo non canonico di fare tv. Ha contribuito alla mia formazione umoristica, insieme a programmi comici come L’ottavo nano, della famiglia artistica di Serena Dandini e Corrado Guzzanti. Con il suo talento, Paola mi ha aiutata a capire cosa potessi fare di non troppo usuale ma che mi somigliasse. Poi l’ho conosciuta, è diventata mia amica e mi ha fatto il grande regalo di chiamarmi per il suo film. Come mai parli di regalo?
Perché è riuscita a farmi distaccare dalle piccolezze di questo mestiere, come le aspettative personali sulle performance. Quando un film diventa così grande ci si sente un pezzettino in qualcosa di enorme. Noi andavamo a salutare il pubblico nei cinema e, alla fine della proiezione, le persone ci omaggiavano, commosse, con racconti di famiglia ed esperienze di vita anche molto private. Le immagini avevano toccato delle corde intime.
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La Freccia, agosto 2025 di GASPARE BAGLIO
← Foto di Roberta Krasnig. Abiti: Giorgio Armani. Make-up: Alessia Mazzarino
SPETTACOLO
E i riconoscimenti ottenuti lo dimostrano. Ma ora ti tocca vincere pure il David di Donatello come Miglior Attrice Protagonista.
Eh, prima devo fare la protagonista e là si vede la magagna (ride, ndr). Prossimo film?
Non ne posso parlare. Faccio come certe attrici navigate che dichiarano: «Ho firmato un contratto capestro e, se dico qualcosa, rapiscono i miei parenti di primo grado. È previsto così nella clausola». E che mi dici di Sanremo? Ogni volta che parte il toto nomi il tuo c’è sempre.
Lo scopro dai giornali, come tutti. A oggi non c’è stato un avvicinamento. Ma quest’anno sono andata lì per promuovere Follemente. Stare nel backstage è divertentissimo: una macchina enorme piena di fermento, putiferio e tante persone che urlano in romano. Mentre sul palco Carlo Conti, con grande serenità, annuncia chi dirige l’orchestra o ringrazia il sindaco. Oggi come ti vedi?
Non mi sento molto cambiata. È ovvio che la vita professionale ha subito un’evoluzione, ho avuto belle soddisfazioni, sono maturata. Ora do il giusto valore alle cose, le vivo con sano distacco e questo mi fa pensare che stia andando tutto bene. Spesso la professione tende a definire chi sei. Da quando il lavoro ha ingranato, ho percepito che forse era arrivato il momento di non circoscrivere tutto solo a quello. Il mio mestiere è parte di quello che faccio quotidianamente, ma non può dare la misura di quanto io sia una donna di successo o meno. E poi una persona non può essere ritenuta interessante unicamente per il suo lavoro. Mi sembra un pensiero giusto.
A me è sempre bastato vivere della mia professione, poter pagare l’affitto e fare la spesa. Rispetto a quando facevo la maestra d’asilo mi sento fortunata perché non ho conti in sospeso e non devo pensare a cosa inventarmi per arrivare a fine mese. Posso anche togliermi qualche sfizio e questa per me è la serenità. Lo dico sapendo che tante persone oggi fanno fatica. Porterai qualche portafortuna con te a Venezia?
Una maglietta che mi hanno regalato i miei amici isolando un titolo di giornale. In pratica, quando è uscita la notizia della mia presenza al festival ho postato una cavolata su Instagram scrivendo che quest’anno non ci sarebbe stato il ruolo di madrina forse perché temevano, scegliendomi, che potessi approfittare del gancio per accompagnare la news con il messaggio: disponibile anche per battesimi e cresime. Questo post è stato tradotto da alcune testate con il titolo: «Non sarò madrina, temevano le mie battute sui battesimi». Pensa cosa potrebbero dire i tuoi amici se andassero su Wikipedia inglese, dove c’è scritto che sei actress e model.
Cioè, invece di mettere actress and clown hanno messo actress and model? Lo cerco e lo mando a tutti. Cosa ti aspetti da questo impegno in Laguna?
Non penso al salto hollywoodiano, ma intanto sto improving my english. Che ne sai che succede dopo? Perché tanto quando dico la cosa di godmother e host qualcuno lo conquisto sicuro. LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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3 Il 2025 in 25 fatti L’anno che volge al termine è stato ricco di appuntamenti per l’Italia, attraversato da eventi capaci di unire sport, cultura e partecipazione collettiva. Dalle competizioni internazionali che hanno acceso l’entusiasmo del pubblico alle rassegne culturali che hanno animato ancora una volta città e territori, il Paese si è raccontato attraverso momenti condivisi, che ne hanno sottolineato l’energia, il talento e la visione. Ecco i più significativi. LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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TIMELINE
Gennaio
Febbraio
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FOTO DI CAL SPORT MEDIA/ALAMY
Battendo in finale Alexander Zverev, Jannik Sinner si conferma nuovamente campione agli Australian Open In occasione del Giubileo della Speranza viene aperta la Porta Santa della Basilica di Santa Maria Maggiore
Con la cerimonia One Year To Go inizia il countdown ufficiale ai Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026 L’8 febbraio si tiene la cerimonia di inaugurazione per l’evento GO! 2025, Nova Gorica/Gorizia Capitale Europea della Cultura L’11 febbraio prende il via la 75esima edizione del Festival di Sanremo, che verrà vinta da Olly
IL 2025 IN 25 FATTI
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Marzo
Aprile
FOTO DI SHAWN.CCF/ALAMY
FOTO DI ZUMA PRESS, INC/ALAMY
A Sun Valley, nell’Idaho, Federica Brignone si laurea Campionessa del mondo di sci alpino, vincendo anche le coppe di specialità in slalom e discesa
A Osaka apre Expo 2025: il tema del Padiglione Italia, progettato da Mario Cucinella, MCA – Mario Cucinella Architects, è L’Arte Rigenera la Vita
Durante le celebrazioni del Giubileo viene aperta a Palazzo Barberini l’esposizione Caravaggio 2025, con un eccezionale numero di dipinti autografi, opere poco note e recenti scoperte
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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TIMELINE
Maggio
Giugno
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FOTO DI NURPHOTO SRL/ALAMY
Vermiglio di Maura Delpero vince il David di Donatello come Miglior Film alla 70esima edizione della manifestazione
Gennaro Gattuso viene nominato Commissario Tecnico della Nazionale italiana di calcio
Il 108esimo Giro d’Italia comincia a Durrës, in Albania Il Salone Internazionale del Libro di Torino celebra la sua 37esima edizione, dal titolo Le parole tra noi leggere
IL 2025 IN 25 FATTI
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LOREM IPSUM
Luglio
Agosto
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FOTO DI INSIDEFOTO/ALAMY
A Singapore prende il via la 22esima edizione dei Campionati mondiali di nuoto. La Nazionale italiana conquista due medaglie d’oro, undici d’argento e sei di bronzo
Inaugura la 82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia
L’anniversario di Andrea Bajani vince la 79esima edizione del Premio Strega Jannik Sinner vince la finale di Wimbledon 2025 contro Carlos Alcaraz
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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TIMELINE
Settembre
Ottobre
FOTO DI IMAGO/ALAMY
FOTO DI FRANCESCA GRANA. COURTESY: FIDAL
A Tokyo prende il via la 20esima edizione dei Mondiali di atletica. L’Italia conquista una medaglia d’oro, tre d’argento e tre di bronzo Il 7 settembre la Nazionale femminile di pallavolo vince il Campionato mondiale, battendo in finale la Turchia
La Festa del Cinema di Roma, in programma dal 15 al 26 ottobre, festeggia le sue prime venti edizioni Il Padiglione Italia vince il primo premio assoluto nella categoria Theme Development a Expo 2025
21 giorni dopo la Nazionale maschile di pallavolo ripete lo stesso risultato, vincendo in finale contro la Bulgaria
IL 2025 IN 25 FATTI
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LOREM IPSUM
Novembre
Dicembre
FOTO DI ZUMA PRESS, INC./ALAMY
FOTO DI ZUMA PRESS, INC./ALAMY
La 113esima edizione della Coppa Davis prende il via a Bologna. La Nazionale italiana conquista il terzo titolo consecutivo, il quarto nella storia
A due mesi dall’inizio ufficiale della manifestazione, comincia da Roma il viaggio verso i Giochi della Fiamma Olimpica
Alla Casa delle Armi del Foro Italico vengono consegnati i Collari d’oro del CONI agli atleti che si sono contraddistinti durante l’anno per meriti sportivi. Tra i premiati: Simone Anzani, Carlotta Cambi, Mattia Furlani, Flora Tabanelli Dal 9 al 16 novembre Torino ospita nuovamente le Nitto ATP Finals
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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4 Luoghi Viaggiando in treno sono i luoghi a venire incontro a chi sceglie di attraversarli. I paesaggi scorrono dal finestrino insieme alle storie che custodiscono. È da questa prospettiva che La Freccia ha raccontato l’Italia nel corso dell’anno. Questa sezione ne raccoglie alcuni degli itinerari, in un percorso tra il Nord e il Sud della penisola, tra città, borghi e scenari raggiungibili su rotaia. A completare il tutto, le parole di Enrico Dal Buono e gli scatti di Diego Mayon, che ci portano alla scoperta di un Abruzzo inedito. LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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Grand Tour
Gorizia Venezia Roma Cilento Agrigento DESTINAZIONE
LUOGHI
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Da Gorizia, Capitale Europea della Cultura 2025, ad Agrigento, città che ne condivide il riconoscimento a livello italiano. Nel mezzo, una Venezia da set cinematografico, una Roma dai dettagli nascosti e un Cilento dal ricchissimo patrimonio naturalistico. Sono queste le località toccate dal percorso concepito ad hoc per La Freccia Annuario 2025, attraverso alcuni degli itinerari proposti dal magazine durante l’anno.
MOTIVO DEL VIAGGIO
TRENO
Gorizia e la vicina Nova Gorica hanno condiviso nel 2025 il titolo di Capitale europea della cultura. L’anno è stato animato da visite guidate, mostre e concerti che hanno permesso di scoprire due città di frontiera dalla storia intrecciata.
La Freccia marzo 2025
Un itinerario tra i luoghi della Laguna che hanno fatto la storia del cinema (e non solo), seguendo le suggestioni del critico cinematografico Paolo Mereghetti.
La Freccia agosto 2025
Dall’ecomurale di Garbatella al nuovo ponte dell’Industria: alla scoperta dei lati meno noti della Capitale con i consigli di Carolina Venosi, founder dell’account e store Rome is more e autrice di una guida sulla città.
La Freccia maggio 2025
Dal fascino mitico di Velia e Palinuro alle atmosfere senza tempo di Agropoli, Acciaroli e Pioppi, un viaggio nel cuore del Cilento, tra mare cristallino, cultura millenaria e tradizioni gastronomiche.
La Freccia luglio 2025
La città siciliana è stata nominata Capitale italiana della Cultura 2025. Acqua, aria, terra e fuoco sono i temi intorno a cui hanno ruotato gli eventi realizzati durante l’anno.
La Freccia gennaio 2025
LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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PAGINA DI PARTENZA
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Gorizia La Freccia, marzo 2025 di FRANCESCA VENTRE
Gorizia e la vicina Nova Gorica hanno condiviso nel 2025 il titolo di Capitale europea della cultura. L’anno è stato animato da visite guidate, mostre e concerti che hanno permesso di scoprire due città di frontiera dalla storia intrecciata.
In alto: le città di Nova Gorica e Gorizia attraversate dal fiume Isonzo Courtesy: GECT GO Nella pagina a fianco: il Castello di Gorizia Foto di Mateja Pelikan
LUOGHI
Una barriera solcata dal filo spinato costruita nel 1947, dopo il Trattato di Pace di Parigi, divise in due Gorizia. Si stabilì che il confine tra l’Italia e la neonata Jugoslavia dovesse correre proprio lungo la città, separando il centro storico – che rimaneva al nostro Paese – dall’entroterra che diventava straniero. In questa zona, tra la stazione ferroviaria Transalpina e la periferia, fu costruita Nova Gorica, oggi in territorio sloveno. Il muro crollò nel 2004, con l’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea, creando un’area che rappresenta un luogo importante e strategico per entrambi gli Stati. Ora Gorizia e Nova Gorica si riuniscono simbolicamente nello slogan GO! 2025 per accogliere insieme la nomina di Capitale Europea della Cultura transfrontaliera. Per la prima volta, infatti, questo titolo viene attribuito a centri urbani che appartengono a due Stati diversi. Simbolo dell’evento culturale è piazza della Transalpina, che nel 1947 fu divisa fisicamente in due da un limite tracciato con il gesso dai soldati, su cui poi venne edificato il muro. Una targa metallica, che riporta sul pavimento l’ex linea di confine, consente a chi vuole di tenere un piede in Italia e uno in Slovenia.
A collegare le due città ora ci sono diversi ponti, fisici e culturali. Primo fra tutti quello di Salcano – frazione di Nova Gorica – realizzato tra il 1904 e il 1905 sul fiume Isonzo per collegare Gorizia e Jesenice: è il ponte ferroviario con l’arco in pietra più grande del mondo, che ha un’apertura di 85 metri. Nella stessa località, è stata costruita nel 2022 una scenografica passerella ciclopedonale, punto di partenza per escursioni sul territorio. Il 2025 è stata l’occasione migliore per scoprire due città, da molti e a torto, poco conosciute. L’immagine più nota di Gorizia è quella del castello risalente all’XI secolo situato sull’altura che sovrasta la località. Qui, le case Dornberg e Tasso ospitano i musei del Medioevo goriziano, della Grande Guerra e della Moda e delle arti applicate (quest’ultimo temporaneamente chiuso per lavori). Piazza della Vittoria, a poca distanza, è il cuore del centro storico. Vi campeggiano la Chiesa di Sant’Ignazio del 1600, riconoscibile da due slanciati campanili con cupola a cipolla, e la cinquecentesca Casa Torriana – oggi sede della Prefettura – dove soggiornò anche lo scrittore veneziano Giacomo Casanova. Sempre in centro, una passeggiata nel mercato
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coperto, esempio di architettura liberty degli anni Venti, è un viaggio tra prodotti locali come il radicchio rosa, i vini del Collio e i formaggi. Tra i banchi si trova tutto l’occorrente per preparare piatti gustosi come il gulasch, la lasagna bianca, il cotechino con i crauti e la gubana, tipico dolce friulano. Per chi volesse girare la città con una guida, PromoTurismo FVG organizza due tipologie di visita. La prima, dal titolo Atmosfere goriziane – Tour classico, si snoda tra palazzi asburgici, il Collio, la zona del Brda, il fiume Isonzo e i tre rilievi delle battaglie della Grande Guerra: Calvario, Sabotino e San Michele. La seconda, Gorizia – Una storia di frontiera, porta i visitatori al confine, teatro di tragiche storie nel Novecento che raccontano i sotterfugi adottati dai contrabbandieri e quello che accadde nella cosiddetta “domenica delle scope”, il 13 agosto 1950. Entrando in Slovenia, a Nova Gorica merita una visita piazza Bevk, che simboleggia l’unità e l’integrazione europea. Caratterizzata da fontane e ampi spazi in cui si svolgono eventi culturali e manifestazioni, è l’ideale per una sosta rilassante tra caffè, ristoranti e negozi. Di storico, nei dintorni, c’è il castello-museo di Kromberk a Moncorona, circonLA FRECCIA ANNUARIO 2025
dato da un bellissimo parco con un teatro per spettacoli e concerti. Deve la struttura originaria del XIII secolo al conte Enrico di Dornberg e fu poi arricchito da elementi barocchi. All’interno si può visitare il Museo del Goriziano, con opere che spaziano dal Medioevo al Rinascimento e testimonianze di archeologia, storia ed etnologia. L’anno della cultura è stato anche l’occasione per partecipare a eventi organizzati per celebrare l’eccezionale riconoscimento. A un letterato protagonista della Grande Guerra è stata dedicata la mostra Ungaretti poeta e soldato. Il Carso e l’anima del mondo. Poesia pittura storia, al Museo di Santa Chiara fino al 4 maggio. È terminata nello stesso giorno l’esposizione Andy Warhol. Beyond Borders, di tutt’altro genere, nello storico Palazzo Attems Petzenstein. L’estate è stata invece la stagione dei concerti, con artisti di fama mondiale come il gruppo rock alternativo statunitense Thirty Seconds to Mars, che si è esibito il 3 luglio nell’Arena di Casa Rossa, un’area riqualificata dove un tempo stazionavano i mezzi pesanti al confine. E grazie a GO! 2025 & Friends, il programma che ha offerto iniziative di respiro internazionale in tutto il Friuli-Venezia Giulia, il 9 luglio,
a Villa Manin (Udine), si è svolto il concerto di Sting, mentre il 17 allo stadio Nereo Rocco di Trieste è andato in scena l’unico live italiano di Robbie Williams.
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Venezia La Freccia, agosto 2025 di ANNA PARRELLA
Un itinerario tra i luoghi della Laguna che hanno fatto la storia del cinema (e non solo), seguendo le suggestioni del critico cinematografico Paolo Mereghetti.
In alto: l’Hotel Excelsior Foto di Alex Friedel/Alamy Nella pagina a fianco: la sala degli Uomini illustri al Caffè Florian Courtesy: Archivio Florian
LUOGHI
Sorseggiare un caffè in una location con oltre 300 anni di storia. Ritrovarsi a girovagare tra le sale che hanno accolto ricevimenti esclusivi di registi hollywoodiani. O passeggiare sulla stessa battigia resa indimenticabile da una delle scene più malinconiche del film C’era una volta in America. È Venezia, signori. La Laguna, ammirata da tutto il mondo, offre luoghi esclusivi, resi più affascinanti dallo stretto legame con il mondo dello spettacolo e della cultura. In occasione dell’82esima Mostra internazionale d’arte cinematografica, dal 27 agosto al 6 settembre, il critico Paolo Mereghetti – che al Lido è di casa con oltre quaranta partecipazioni – diventa una guida d’eccezione per scoprire le location che hanno fatto la storia della settima arte. «Sembrerà quasi inverosimile, ma la vita di un critico cinematografico non è assolutamente mondana», esordisce. Ma poi ricorda di aver partecipato, lo scorso anno, al ricevimento organizzato dalla famiglia Nonino in onore di Simon Brook, figlio del regista Peter, che si è tenuto all’Albergo Quattro fontane, al Lido di Venezia. A due passi dal Palazzo del Cinema, l’hotel «ha ospitato per l’occasione diverse personalità dello spettacolo che avevano partecipato alla
proiezione della versione restaurata del film Il Mahabharata di Peter Brook, con Vittorio Mezzogiorno». Fondato nel Cinquecento come “ridotto”, cioè un luogo adibito a conversazioni colte e incontri tra aristocratici, tre secoli dopo si è trasformato in un’osteria frequentata da letterati e poeti internazionali. Tra il 1905 e 1926 divenne un albergo e nella ristrutturazione, che s’ispirava alla tipologia dei cottage inglesi, vennero inglobate alcune parti come il camino con le mensole a foggia leonina e le quattro colonne della sala da pranzo. Di quel periodo l’albergo conserva ancora le boiserie a spalliera, i cassettoni decorati da rosette, i fregi, le torciere e i lampadari a ruota. Oggi è un luogo di ritrovo per intellettuali, registi e professionisti che amano soggiornare in un ambiente bohémien e rilassato. Per chi arriva al Lido, soprattutto nei giorni patinati e convulsi della kermesse, è d’obbligo una tappa all’Hotel Excelsior, dove la Mostra del Cinema prese vita 93 anni fa. Era il 1932 quando, proprio nel giardino dell’Excelsior, vennero proiettati quaranta film in lingua originale selezionati dalle case produttrici. Alla visione delle pellicole era presente un pubblico illustre, tra cui i fratelli Auguste e Louis Lumière, il principe di Piemonte Um-
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berto II di Savoia e la principessa Maria José, come si legge nella guida dei Locali storici d’Italia 2024-2025. «La stessa location fece da sfondo a una delle scene più iconiche del film C’era una volta in America, diretto da Sergio Leone», racconta Mereghetti. La scena in questione è quella della lussuosa cena che il gangster Noodles, interpretato da Robert De Niro, organizza per Deborah, la donna amata che ha il volto di Elizabeth McGovern, riservando per l’occasione l’intero ristorante ricostruito nella sala degli stucchi. E si trova al Lido di Venezia anche la spiaggia su cui i due attori recitano sdraiati. In un tour che si rispetti attraverso i luoghi storici della città non può mancare Florian, il caffè più antico della storia d’Italia, sotto i portici di piazza San Marco, a metà delle Procuratie Nuove. Inaugurato nel 1720 con due soli spazi senza vetrine, nell’800 fu restaurato e ampliato. Oggi comprende sei sale: quella del Senato, la Cinese, l’Orientale, la sala Liberty, quella delle Stagioni e la sala degli Uomini illustri. Rimasto aperto anche in tempo di guerra, ha attraversato varie fasi della storia veneziana, dalla caduta della Repubblica della Serenissima al dominio francese e austriaco, fino ai moti del 1848. Ai suoi tavolini si sono avvicendati intelLA FRECCIA ANNUARIO 2025
lettuali, attrici, politici, filosofi, turiste e cittadini: un incontro di personalità che da oltre 300 anni rende il Florian uno dei luoghi più sofisticati della Laguna. Gli ambienti del caffè hanno ispirato registi come Steven Zaillian, che lì ha girato la miniserie tv Ripley, uscita nel 2024 e tratta dal romanzo di Patricia Highsmith Il talento di mister Ripley. Alcuni anni prima, nel 1999, il regista e sceneggiatore Anthony Minghella aveva diretto nelle sale del Florian un film sulla stessa storia, affidando a Matt Damon il ruolo del giovane Tom Ripley e a Gwyneth Paltrow quello della fidanzata Marge. Gli spazi senza tempo del locale hanno fatto da sfondo anche ad altre pellicole tra cui Summertime del 1955, con Katharine Hepburn e Rossano Brazzi, ed Effie Gray, del 2014, diretto da Richard Laxton e interpretato da Dakota Fanning. Spostandosi verso il Ponte dell’Accademia, poco distante da San Marco, si trova l’Antica Locanda Montin. Da qui sono passati ospiti illustri, dall’artista Amedeo Modigliani all’attore e regista Robert De Niro, dal poeta statunitense Ezra Pound al violinista Uto Ughi. Negli anni ‘70, sotto il pergolato del giardino, furono girate alcune scene cult del film Anonimo Veneziano, diretto da Enrico
Maria Salerno, con Florinda Bolkan e Toni Musante. Nei giorni caldi della Mostra del cinema, la cucina veneziana dell’Antica Locanda Montin è molto apprezzata da attori e registi internazionali. Chi non ama il glamour, invece, nelle ore convulse del festival può trovare rifugio nella tranquillità di Malamocco, quartiere situato nella parte meridionale dell’isola del Lido. «Mi è capito di incontrare qui la coppia formata dal regista e attore Luca Zingaretti e dall’attrice Luisa Ranieri», confida Mereghetti. «Lontani dalla folla e dal caos, li ho visti godersi la serenità del posto e cenare al Ponte di Borgo con un’ottima pasta alla malomocchina», una specialità gastronomica condita con sugo di pomodoro e cozze. La trattoria, che offre ai suoi ospiti pesce preso a Pellestrina, una delle isole della Laguna, e una scelta di cicchetti come polpette, mozzarelle e fritti, è allestita con schizzi originali del fumettista Hugo Pratt, padre di Corto Maltese. L’artista scelse di vivere buona parte della sua vita proprio a Malamocco, al riparo dallo sguardo indiscreto dei forestieri, e tra le sue stradine ambientò alcune avventure del misterioso marinaio.
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Roma La Freccia, maggio 2025 di CECILIA MORRICO
Dall’ecomurale di Garbatella al nuovo ponte dell’Industria: alla scoperta dei lati meno noti della Capitale con i consigli di Carolina Venosi, founder dell’account e store Rome is more e autrice di una guida sulla città.
In alto: vista di via Margutta Foto di Nikreates/Alamy Nella pagina a fianco: la fontana delle Anfore Foto di Zoonar GmbH/Alamy
LUOGHI
«L’essenza della Capitale siamo noi romani che con le nostre contraddizioni, nel bene e nel male, creiamo l’atmosfera di questa grande città.» Parola di Carolina Venosi, architetta e fondatrice del marchio Rome is more, che dal 2018 racconta sui social in modo ironico il dialetto e la cultura romanesca. L’imprenditrice ha scritto ora per Rizzoli la guida Romamania, con le illustrazioni di Lucia Catellani, l’ultimo volume di una collana che comprende altre città d’Europa come Londra e Parigi. «Fare un vademecum della Città eterna è complicatissimo. È come scoperchiare un vaso di Pandora pieno di storia e bellezza: la selezione non è facile», spiega Venosi, che ha pensato la guida non solo per i turisti ma anche per gli abitanti. «Vista la vastità del territorio, infatti, anche i romani non conoscono bene la città. Ma offrire un itinerario unico è impossibile: ho preferito ragionare per argomento e per zone, così in qualsiasi punto si apra la guida si trova un contenuto finito. Oltre ai grandi monumenti essenziali come il Colosseo o il Pantheon, ci sono tante indicazioni legate a luoghi meno noti per scoprire ciò che non è canonico o leggendario.»
Proprio un itinerario fuori dai classici giri turistici è quello che la scrittrice traccia per La Freccia. «Si può partire da una passeggiata a Tor Marancia, quartiere popolare che nel 2015 è stato trasformato grazie al progetto di street art Big City Life: 22 artisti internazionali hanno reso uniche le facciate delle case popolari dello storico Lotto 1. Non molto distante da lì c’è Garbatella, dove ancora si può scoprire la Roma più autentica, chiacchierando al bancone di un bar o mangiando la tipica pizza bianca. Arrivando in metropolitana alla fermata omonima, si può ammirare l’ecomurale a terra As Above So Below dell’artista Michela Picchi.» L’opera, promossa dal brand di gelati NUII e dall’associazione non-profit Yourban 2030, contribuisce anche a migliorare la qualità dell’aria grazie all’utilizzo di pitture fotocatalitiche e purificatrici che hanno un impatto ecologico pari a circa dodici alberi piantati. Tra i rioni che hanno rubato il cuore a Venosi, il primo posto è occupato da Testaccio: «Anima verace della Capitale, è noto per lo storico mercato, dove lavorava anche mio nonno paterno. Ultimo tra undici fratelli, aveva un bancone del pesce che poi è diventato la sua
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azienda. Uno dei simboli del rione è la Fontana delle Anfore, costruita nel 1927 in travertino utilizzando un elemento simbolo del quartiere. Già dal II secolo a.C., infatti, in questa zona si trovavano i depositi delle anfore di terracotta contenenti vino e olio che venivano trasportate via fiume. L’accumulo dei resti di questi recipienti ha dato vita al Monte Testaccio, dal latino testa, che significa appunto coccio, che ha poi dato il nome al quartiere». La storia antica a Roma si unisce alle grandi opere realizzate per il Giubileo: «Noi romani abbiamo vissuto un periodo difficile con i vari cantieri aperti. Era da tanto che non si facevano lavori così diffusi, anche perché spesso il fatto di essere una zona ricca di reperti archeologici diventa un vincolo e finisce per ostacolare il progresso e la vivibilità della città». Oltre alla nuova piazza Pia, grande area pedonale tra via della Conciliazione e Castel Sant’Angelo inaugurata alla fine del 2024, a marzo è stato restituito alla città il Ponte dell’Industria, che collega i quartieri Ostiense e Marconi, grazie alla ristrutturazione di Anas, società del Gruppo FS: «Dopo l’incendio che l’aveva colpito nel 2021, era stato riaperto con un transito limitato e poi chiuso LA FRECCIA ANNUARIO 2025
nel 2023 per lavori di riqualificazione. Oggi è di nuovo percorribile ed è stato anche allargato con il montaggio di un camminamento per pedoni e ciclisti. E presto sulla struttura verranno riposizionati anche gli archi originali che ora sono in fase di restauro». E per i social addicted quali sono i posti più instagrammabili? «L’affaccio sul Tevere da Ponte Sisto è uno dei più fotografati, rigorosamente al tramonto. Anche la terrazza del Gianicolo ha un altissimo livello di condivisione sul web, come via Margutta, che è a due passi da piazza di Spagna ma rimane una piccola strada riservata dal grande fascino. Infine, per qualcosa di più originale, uno scatto del Gazometro, esempio di archeologia industriale urbana in zona Ostiense, visto da Monte Testaccio.» Chi viene a visitare Roma, poi, non può prescindere da un’esperienza culinaria. «La carbonara è il simbolo della Capitale e sono tanti i ristoranti che la propongono. Per una scelta originale consiglio di provare quella di SantoPalato, nel quartiere San Giovanni, cucinata dalla chef abruzzese Sarah Cicolini. A chi ama i sapori forti consiglio le frattaglie, come la pajata da Oio a Testaccio o la trippa da Tanto pè magnà a Garbatella.
Ma anche le polpette di bollito o l’immancabile carciofo, alla romana o alla giudia, da Flavio al Velavevodetto a Testaccio o in uno dei ristoranti al ghetto ebraico.» Infine, per chi vuole fingersi romano, sono tre gli intercalari da imparare. «Daje, cioè un sì convinto, aò, che il più delle volte corrisponde a un ciao con confidenza, e ciao còre, perfetto per quando si aspetta l’autobus senza avere così tanta speranza che arrivi.»
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Cilento La Freccia, luglio 2025 di ALEX A. D’ORSO
Dal fascino mitico di Velia e Palinuro alle atmosfere senza tempo di Agropoli, Acciaroli e Pioppi, un viaggio nel cuore del Cilento, tra mare cristallino, cultura millenaria e tradizioni gastronomiche.
In alto: Palinuro, frazione di Centola Foto di Stefano Valeri/Alamy Nella pagina a fianco: il porto di Acciaroli, nel comune di Pollica Foto di Steve Cartier/Stockimo/Alamy
LUOGHI
Terra di miti e leggende, patria della scuola filosofica eleatica e della dieta mediterranea, il Cilento ha attirato negli ultimi anni l’attenzione di chi cerca rotte lontane dal turismo di massa. Trascorrere le vacanze in questa zona può essere un’esperienza sostenibile a partire dal viaggio. L’area del Salernitano, nei suoi tratti meno impervi, è infatti collegata con il Regionale Veloce diretto in Calabria e il servizio Cilento Link e con le Frecce in partenza da Torino, Milano, Reggio Emilia, Bologna, Firenze e Roma. Scendendo ad Agropoli, il servizio FrecciaLink consente di raggiungere le località di San Marco di Castellabate e Santa Maria di Castellabate. Mentre con un cambio a Vallo della Lucania si arriva ad Acciaroli, Pioppi e Marina di Casal Velino. Agropoli, un borgo con vista Considerata la porta del Cilento, Agropoli è la località più grande di questo territorio. Il nome deriva dal greco Acropolis, città posta in alto, e infatti il suo centro storico – a circa 15 minuti a piedi dalla stazione – è arroccato su un rilievo roccioso che si affaccia sul porto sottostante. Per entrarci si passa sotto un portale seicentesco aperto nella cinta
muraria, alla fine di una salita di scaloni. La fatica può farsi sentire, ma è alleviata dalla vista del mare sul lato sinistro, da ammirare facendo piccole soste. Superato il varco, ci si trova nel borgo che è dominato dal castello angioino aragonese, di origine bizantina. Non mancano le spiagge dove rinfrescarsi: Trentova, che alterna ciottoli e punti sabbiosi, e la Licina, particolarmente cara agli abitanti del posto, entrambe Bandiera blu. Mare e cultura a Pioppi e Acciaroli Il riconoscimento è stato assegnato per il 2025 anche a due frazioni del comune di Pollica, Acciaroli e Pioppi, dove il mare bagna spiagge dall’aspetto variegato, tra distese di sassi levigati e calette. La prima località – un borgo marinaro con il caratteristico porto – ha ospitato negli anni Cinquanta lo scrittore statunitense Ernest Hemingway, ispirando, secondo la leggenda, la stesura del romanzo Il vecchio e il mare. Anche Pioppi vanta importanti connessioni: qui soggiornò il biologo Ancel Keys per portare avanti le sue ricerche sulla dieta mediterranea. Un’eredità che rivive nell’omonimo museo, al primo piano di Palazzo Vinciprova, e nelle iniziative che omaggiano la cultura culinaria
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del posto. Tra queste spicca la Sagra del pesce azzurro, a settembre, organizzata dalla pro loco e costruita attorno a tre eccellenze: le alici, la pasta e l’olio, un must del regime alimentare cilentano. A Velia, per un salto in Magna Grecia Il mare è protagonista anche ad Ascea, con la lunghissima spiaggia che parte dalla scogliera di punta del Telegrafo e arriva fino al porto di Casal Velino Marina. Qui però ci si va soprattutto per Velia, l’antica Elea, polis della Magna Grecia. Il sito, parte del Parco archeologico di Paestum e Velia, conserva l’area portuale, le terme ellenistiche e quelle romane, l’agorà, l’acropoli, due porte, il quartiere meridionale e il quartiere arcaico. La città fu anche sede della scuola filosofica eleatica e passeggiando tra le sue rovine, affacciate sulla distesa d’acqua blu, si può immaginare il presocratico Parmenide intento a ragionare su natura e conoscenza. Tra palinuro e Marina di Camerota seguendo il mito Il suo nome deriverebbe dal nocchiero di Enea che qui, secondo il poema di Virgilio, sarebbe caduto in mare per poi essere ucciso a riva dagli indigeni. Le LA FRECCIA ANNUARIO 2025
origini di Palinuro, nel comune di Centola, sono avvolte nel mito. Storie affascinanti riguardano anche le grotte marine dell’omonimo Capo, raggiungibili in barca partendo dal porto. Quella dei monaci ha stalagmiti di colore marrone, simili nelle forme ai religiosi in preghiera, mentre la grotta del sangue deve il suo nome al colore delle pareti che rende rossastre le acque marine all’interno. A pochi chilometri di distanza, Marina di Camerota è famosa per la spiaggia degli Infreschi e Cala Bianca, con le loro acque limpidissime e la natura incontaminata, ma altrettanto peculiare è la grotta della Cala, a pochi metri dal mare, inserita nella lista del Patrimonio dell’umanità e abitata già 45.000 anni fa. Qui pure i sapori sono antichi: nella frazione di Lentiscosa si coltiva il maracuoccio, un legume della famiglia delle cicerchie per secoli impiegato come alimento per il bestiame e oggi usato per diverse preparazioni. Da assaggiare poi l’acquasale cilentana, un piatto fresco e veloce, perfetto per l’estate: pomodori, aglio, olio e pane biscottato che i pescatori, in origine, bagnavano direttamente nell’acqua del mare.
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Agrigento La Freccia, gennaio 2025 di IRENE MARRAPODI
La città siciliana è stata nominata Capitale italiana della Cultura 2025. Acqua, aria, terra e fuoco sono i temi intorno a cui hanno ruotato gli eventi realizzati durante l’anno.
In alto: la Valle dei Templi Foto di imageBROKER.com/Alamy Nella pagina a fianco: la cattedrale di San Gerlando Foto di mauritius images GmbH/Alamy
LUOGHI
Empedocle, filosofo del V secolo a.C. nato ad Akragas, l’odierna Agrigento, individuò come principio di tutte le cose quattro elementi naturali, impersonificati da altrettante divinità dell’antica religione greca. Persefone, regina dell’oltretomba, rappresentava l’acqua, mentre l’aria coincideva con la sovrana dell’Olimpo Era. La terra era l’elemento del signore degli Inferi Ade, mentre Zeus, dio della luce celeste, dominava il fuoco. Amore e odio, due forze opposte ma complementari, attivavano un movimento ciclico consentendo alle quattro archè di dare forma al cosmo. Dopo circa 2.500 anni, i quattro elementi tornano a essere centrali nella storia culturale di Agrigento. Sono infatti i temi intorno a cui si sono sviluppate le iniziative organizzate per celebrare la nomina della città siciliana a Capitale Italiana della Cultura 2025. Fondata come colonia greca, tra le pietre nasconde ancora le tracce delle popolazioni che hanno percorso le sue strade, dai cartaginesi agli antichi romani, dagli arabi ai normanni. Risale al periodo ellenico la Valle dei Templi, dal 1997 Patrimonio dell’umanità, che ospita ancora gli imponenti edifici sacri alle divinità greche. Tra questi, il
Tempio di Era Lacinia e quello dedicato a Zeus, il Tempio della Concordia e il santuario intitolato a Ercole, il più antico di tutti. Plurisecolari sono anche gli ulivi dei giardini di Bonamorone e della Kolymbethra, all’interno della valle, circondati da agrumeti che affacciano direttamente sui templi. Poco distante dal Tempio di Ercole si trova la Villa aurea, che da gennaio a giugno è diventato spazio espositivo per il ciclo di mostre I tesori d’Italia. Tra le opere Il trovatore di Giorgio De Chirico, Attese di Lucio Fontana e la Natura morta di Giorgio Morandi. Anche il centro storico di Agrigento è ricco di punti di interesse che rendono la città degna del suo titolo, come la cattedrale di San Gerlando del XII secolo, la vicina chiesa di Santa Maria dei Greci e il monastero medievale di Santo Spirito. Gli appassionati di letteratura, poi, possono visitare la città e i dintorni sulle tracce di Luigi Pirandello, partendo dalla sua casa natale, oggi trasformata in museo, per arrivare alla biblioteca che porta il suo nome e conserva lettere, manoscritti e cimeli dello scrittore premio Nobel. Proprio all’autore è intitolato il teatro in cui, il 18 gennaio, si è celebrata la
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cerimonia che ha inaugurato l’anno di Agrigento come Capitale Italiana della Cultura 2025. Tra gli invitati anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Nel corso dei mesi, in città hanno avuto luogo 44 progetti, di cui 17 internazionali, che indagavano la relazione tra gli esseri umani e l’ambiente in una prospettiva di convivenza pacifica. Durante la primavera, per esempio, l’orchestra da camera austriaca Klangforum Wien si è esibita in vari spazi culturali e sociali della città, come il Teatro Pirandello, il Teatro dell’Efebo e il Giardino Botanico, oltre a chiese, musei, piazze e scalinate. Tra gli spettacoli, tutti di musica contemporanea e legati al tema dell’acqua, è stato realizzato anche il Symposion, un concerto della durata di sette ore ispirato a Platone, durante il quale è stato anche possibile degustare del vino. L’artista libanese Nathalie Harb ha portato invece nella Valle dei Templi, da giugno a dicembre, il progetto The silent room, legato al tema della terra. Con la collaborazione di artisti locali, la designer ha progettato un luogo di assenza sensoriale, pensato per annullare il sovraccarico di informazioni visive e sonore tipico degli ambienti urbani. LA FRECCIA ANNUARIO 2025
Una riflessione architettonica e artistica sul bisogno di silenzio nella frenesia contemporanea, ma anche uno spazio di incontro che al termine dell’anno è stato donato alla comunità. È invece legata al fuoco la pratica della Sisters Academy, progetto performativo danese che attraverso l’arte cerca di ricreare una “società sensuale” basata su princìpi poetici, offrendo un’alternativa sostenibile e sensibile all’attuale ordine sociale, economico ed ecologico. Il pubblico partecipa come se fosse uno studente dell’accademia sensoriale, vivendo per almeno una giornata all’interno della manifestazione e sperimentando insieme agli artisti un’alternativa alle regole moderne della vita in comunità. E poi ancora concerti, incontri, spettacoli teatrali e presentazioni hanno acceso l’intero anno di Agrigento coinvolgendo anche Lampedusa e i comuni circostanti, e alimentando un territorio già ricco di fascino e cultura.
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Dal finestrino Da Milano all’Abruzzo in treno. Lo scrittore Enrico Dal Buono e il fotografo Diego Mayon hanno attraversato la regione in treno, immortalandone “dal finestrino” i paesaggi, le caratteristiche storiche e quelle d’urbanistica, le attitudini degli abitanti. Il risultato è un reportage – a parole e per immagini – che scorre seguendo il ritmo dei binari, tra banchine, stazioni, piazze e frammenti di vita quotidiana.
LA PARTENZA, OVVERO LA LENTEZZA DEL MONDO È una domenica mattina di novembre e di sole in città. Alla partenza dalla stazione di Milano Centrale il futuro, allo sbocco della galleria, è un semicerchio azzurro incorniciato nel ferro. Le operazioni per prendere posto assomigliano a un balletto di plissé e allungamenti per riporre le valigie tra i sedili e nella cappelliera, la gente si esibisce in contorsioni per liberare il passaggio. Si possono immaginare i passi di questo balletto anche a occhi chiusi: «le chiedo scusa», «io sarei lì», «la aiuto con la valigia?», «mi perdoni ma non ci passo», «prego». La danza termina quando si sente l’incastro sordo delle porte automatiche, poi il fischio del capotreno, infine il caracollare della vettura sulle giunture dei binari. Riaprendo gli occhi, ecco i palazzi di Milano che corrono all’indietro, le gru che svettano al di sopra dei tetti. I movimenti delle persone sui terrazzi danno un’impressione di indolenza perché dal finestrino di un treno in corsa il mondo là fuori è tutto più lento. Nella carrozza c’è chi digita sul cellulare con le cuffie nelle orecchie, chi legge un libro con lo zaino appoggiato sopra le cosce, chi osserva con le braccia incrociate i propri casuali compagni di viaggio, chi scambia qualche parola con il vicino. Gli accenti dei passeggeri suggeriscono quali di loro stiano partendo e quali tornando – verso l’Emilia-Romagna o l’Adriatico centromeridionale. LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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Quando, fuori dal calore metropolitano, la nebbia sale, si intravedono solo i cavi tra i tralicci della corrente che luccicano di umidità, le sagome scheletriche dei pioppi spogli. E poi, costeggiando l’A1, il Frecciarossa supera le auto che corrono verso sud ma che sembrano procedere appena in seconda. Spunta un sole pallido, quegli alberi che sono ancora carichi di foglie secche si accendono di giallo e tornano a stagliarsi i pennacchi grigi sopra le ciminiere delle industrie. A Bologna il grigio della nebbia pare condensarsi nelle nuvole che incombono sui colli, crepate di luce e di blu. Finché nelle Marche, alla sinistra del treno, si allarga a perdita d’occhio l’Adriatico, color carta da zucchero sotto il mezzogiorno d’autunno. Lunghe file di scogli, troppi regolari per essere frutto di umori geologici, riparano il litorale dalle mareggiate. Per un fenomeno ottico chiamato parallasse di movimento, le onde vicine sembrano infrangersi nevroticamente, quelle lontane, nell’orizzonte sfumato, sono più lente, quasi scolpite. L’uniformità dei toni freddi è spezzata solo da qualche boa rossa, come se tutti i colori caldi fossero stati risucchiati dagli alberi dell’entroterra. Le numerose palme si piegano nel vento e dal treno in corsa sembrano strutturalmente inclinate. A destra si alzano le prime colline: morbide, basse, gli sgoccioli degli Appennini. La velocità della corsa elenca alla svelta stabilimenti balneari di cui si riescono a leggere giusto alcune lettere, i pini marittimi come colti in un gesticolio di rami, i canneti fitti, i bilancioni dei pescatori, le poche roulotte rimaste nei campeggi dopo l’estate. VERSO IL CUORE DELL’ABRUZZO Dopo San Benedetto del Tronto, il Frecciarossa entra in Abruzzo. Le distese di ulivi allontanano i binari dal mare e i tetti piatti danno già al paesaggio un aspetto meridionale, alludono a siccità estive. Il livello delle tende, che schermano i finestrini dalla luce esterna, riassume in sé un intrico di variabili, è un accordo più o meno tacito tra quattro passeggeri, tutto sommato un compromesso politico: il fatto che non ce ne sia una allo stesso livello di un’altra è un inno alla libertà e all’imprevedibilità dell’esistenza. Il regionale che da Pescara porta a Sulmona è compatto, grigio e verde. Qui, rispetto al Frecciarossa, le dimensioni delle valigie rimpiccioliscono, i bagagli perdono le ruotine, i trolley sono rari. Le gocce di pioggia si allungano sul finestrino in senso contrario a quello di marcia. Le fermate si fanno più frequenti. Dopo appena quattro minuti il treno frena a Pescara P.N. Mentre rallenta, sulla banchina c’è chi si srotola la sciarpa dal collo, chi bacia un amore in partenza. Questo è un elettrotreno e non c’è uno stacco netto tra la cabina di guida, che quindi non è tecnicamente definibile locomotiva, e gli altri vagoni. Il macchinista, o agente di condotta, al di qua degli enormi tergicristalli che lavorano sul parabrezza, è un signore con gli occhiali che fa questo mestiere da 39 anni: «A differenza dell’auto, qui il viaggio è programmato», dice. «Io ho tutto indicato: i punti in cui accelerare, rallentare, fermarsi. LUOGHI
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Ma l’intelligenza ce la metto ancora io, che devo valutare pure gli eventuali imprevisti. Il vantaggio è che non c’è traffico. Negli anni Novanta guidavamo mezzi preistorici, questi qui sono dei giocattoli», accarezza i comandi. «Mi sento un signorino.» Nonostante si proceda a una velocità ridotta rispetto al Frecciarossa, dalla cabina di guida si ha la sensazione di viaggiare più spediti. Sotto i binari si distende una ghiaia rosso-giallastra, avanziamo tra gli alberi, a ogni galleria ci si stupisce recidivamente della precisione millimetrica con cui la imbuchiamo. Si susseguono stazioni dai nomi articolati, evocativi, fiabeschi: Popoli-Vittorito, Pratola Peligna, Torre de’ Passeri. Prima di ripartire, dopo ogni sosta, il macchinista apre il finestrino trapezoidale alla sua sinistra e mette la testa di fuori: deve controllare che il segnale per la partenza si illumini di verde e assicurarsi che il capotreno sia risalito. A Sulmona ormai è sera e si cambia per l’Aquila. Questo secondo regionale sprofonda nel buio appenninico, dentro una vegetazione in cui si aggirano volpi, cervi, tassi, cinghiali. Gli edifici si fanno di pietra, le luci barbagliano sui rilievi. Appena fuori dalla stazione dell’Aquila, che ha l’aspetto di un ritrovo sociale con tanto di postazione per le fototessere e macchina per pescare i peluche con il gancio meccanico, nelle narici e sulle guance si avverte subito aria di montagna. L’AQUILA, UNA CITTÀ DA ASCOLTARE La mattina è tornato il sole sull’Aquila, che nel 2026 sarà Capitale Italiana della Cultura. La fontana delle 99 cannelle dista appena sei minuti a piedi dalla stazione. I mascheroni dalle cui bocche sgorga l’acqua sono uno diverso dall’altro: facce cornute, feline, dionisiache, coronate, incappucciate. Ma i 99 getti si somigliano tutti e scrosciano all’unisono: la voce dell’acqua in stereofonia. La città si sviluppa in altezza. Probabilmente considerata la forza cinetica necessaria per vincere le complicazioni gravitazionali, la navetta che da valle si inerpica verso il centro è gratuita. Se però si preferisce impiegare comunque le gambe, con una camminata di dieci minuti per la strada che dalla fontana sale verso il centro storico, si incappa nel convento di Santa Chiara (L’Aquila). All’ombra di un albero di cachi, al di sopra di un pollaio di galline livornesi – secondo fra Luca, barbuto e corpulento, scelte «perché sono più resistenti e fanno più uova» – si apre un terrazzamento che dà sulla stazione là in basso, a un dislivello di circa centocinquanta metri: le rotaie si allargano per un tratto prima di incunearsi di nuovo tra i monti. Il convento è stato restaurato nel 2016, dopo il terremoto devastante del 2009. Ma è fin dalla fondazione della città, nel 1254, che l’Aquila viene tormentata dalla tettonica a placche. Spesso nei suoi monumenti si sovrappongono tre stili: medievale, rinascimentale, barocco. Salire al centro storico significa attraversare epoche, devastazioni e ricostruzioni, rimedi architettonici dell’uomo allo strapotere tellurico della natura. La città ha LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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l’aspetto di un Arlecchino cronologico, dove le toppe cucite sul vestito non sono per forza di un colore diverso ma di certo sono di un tempo diverso. Ovunque cantieri, gru, impalcature, in una ricostruzione perpetua. L’Aquila, per capirne spirito e storia, va più che altro ascoltata. In sottofondo vibrano martelli pneumatici che però qui suonano meno molesti, hanno il timbro della caparbietà. Sulle mura di molti edifici, ricoperti da teloni bianchi di plastica, cioè impacchettati per il futuro, campeggiano i cartelli intestati all’Assessorato alla ricostruzione. Allo sbocco delle vie strette i monti sono visioni rettangolari a tre strati: sotto verdi di erba, in mezzo bruni di roccia, in cima bianchi di neve. Fino a che non si arriva in piazza Duomo e irrompe la luce al di sotto di un cielo blu elettrico di montagna. Qui il rumorio dei cantieri è sovrastato dai rintocchi delle campane delle due chiese che si affacciano sulla piazza: quelli del Duomo, più rotondi, e quelli della chiesa di Santa Maria del Suffragio, più acuti. L’Aquila è chiamata anche città delle 99 chiese, per quante ce ne sono, ognuna con il proprio personale timbro di rintocco. Il Forte, simbolo della dominazione spagnola, fu costruito a partire dal 1534 per ordine di Carlo V: il suo scopo non era tanto difendere la città dagli invasori esterni quanto controllare la popolazione interna. È incombente, massiccio, di pietra calcarea locale, dalle sfumature rosate, contornato da pini neri e cedri dell’Atlante. Sullo sfondo delle montagne, nel cinguettare dei passeri, pare a sua volta una concrezione naturale, come se il potere spagnolo non fosse che una declinazione di quello geologico. Le svariate fontane che scrosciano ai bordi delle vie e delle piazze ricordano però che esiste anche una metà generosa della natura aquilana, che ha benedetto il territorio con un reticolo cristallino di fonti naturali. SENTIERI SELVAGGI, DIREZIONE SULMONA Ormai è pomeriggio. Il regionale, modello Swing, corre tra i campi di grano Solina a cinque o seicento metri sul livello del mare, verso sudest, Sulmona è il suo capolinea. Il treno si lascia a destra il piano del monte Cagno e poi il Monte Sirente, a sinistra la catena brulla del Gran Sasso. Campo Imperatore sembra un piedistallo per le nuvole. Davanti, i monti sono tagliati dal tramonto: le cime giallo ocra, le pendici blu petrolio. Sui sedili gli alpini della caserma dell’Aquila lisciano la piuma del loro cappello, gli studenti di ingegneria che dalla città tornano al paese sottolineano il manuale di scienza delle costruzioni. Dopo la stazione di Fagnano Campana, superati gli archi di pietra di un ponte romano del I secolo, si entra nella valle Subequana, in antichità chiamata Ruris super æquor, cioè «terre oltre la piana» per sottolineare la posizione sopraelevata rispetto alla vicina conca Peligna. Le rotaie seguono il corso del fiume Aterno, costeggiato da salici che, indifferenti al variare delle stagioni, continuano a piangere le loro cascate verdi. Ci si inoltra tra i cerreti, boschi di querce dalle cortecce rossastre e dalle chiome ingiallite. A parte la ferrovia, sono rare le tracce umane. Dentro questa gola le giornate invernali possono raffreddarsi al punto da ricoprire i rami di cristalli e calaverne. LUOGHI
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A sinistra svetta il campanile di Goriano Valli, a destra una torre d’avvistamento medievale che domina una piana frequentata dai cervi in amore nelle albe autunnali. Il macchinista, giovane e con la coda di cavallo, si chiama Giuseppe. Spiega: «Se sui binari passa un cinghiale, conviene suonare perché il cinghiale scappa. Se invece passa un cervo, mai suonare perché il cervo con la paura si immobilizza». Il capotreno, Tarcisio, dice: «Bella la natura che si gode dal finestrino, certo, ma soprattutto la linea ferroviaria Aquila-Sulmona è più breve e meno tortuosa della strada d’asfalto». In effetti è vero: in generale i binari vanno più dritti delle strade, le loro curve sono più rare e necessariamente più dolci. Non esistono tornanti su rotaia, il suo ferro sembra cercare le valli come fa l’acqua. Il regionale entra ed esce da gallerie prive di luci. «Non ce n’è bisogno» spiega Giuseppe, «e pure i fanali della nostra vettura servono più che altro per farsi vedere dagli altri». Fuori da un tunnel, ancora prima di riabituarsi alla luce, dietro il Monte Morrone spunta tra le nuvole il massiccio della Maiella. Superata la stazione di Raiano, superato un maneggio di cavalli bianchi e marroni che brucano il fieno menando le code, si passa nella Valle Peligna, da pelagus («fangoso, limaccioso»). Sulmona sta in mezzo alla conca, tra il torrente Vella e il fiume Gizio, a ovest della Maiella e del Morrone, che giganteggiano sulla città. Del resto Ovidio, nato a Sulmona, ha scritto: «Si narra che i Giganti, aspirando al regno celeste, ammassassero i monti gli uni sugli altri fino alle stelle». UN GIARDINO DI CONFETTI Il complesso dell’Annunziata, il monumento nevralgico di Sulmona, ha una dimensione da cattedrale ficcata in una geometria da paese, con gli edifici sul lato opposto di corso Ovidio ad appena 25 metri di distanza: per fare il verso al poeta romano, è come se l’edificio raccontasse la storia di un gigante nascosto tra i vicoli dei mortali. Già dichiarato monumento nazionale nel 1902, già ospedale civile fino al 1960, oggi ospita il Museo Civico, un auditorium e una chiesa, restaurata in stile barocco dopo il terremoto del 1706. È stata riaperta al culto nel 2012, dopo la chiusura in seguito a un altro sisma, quello del 2009. L’ambiente che al tempo dell’ospedale era una farmacia è stato convertito in ufficio turistico: ci sono ancora armadiature e cassettiere di noce intarsiate. Lungo corso Ovidio, attorno a cui si sviluppa il centro storico, si susseguono negozi che a una prima occhiata possono essere scambiati per fiorai. I petali luccicano sotto il sole. Luccicano troppo per essere petali. Perché in realtà sono corolle di confetti, disposti per imitare tulipani, margherite, fiori di campo. Il confetto, nella sua forma moderna, è nato proprio a Sulmona nel XV secolo. Fuori da una confetteria sono affisse pagine di quotidiani che titolano: «I confetti per le nozze del royal wedding tra Harry e Meghan arrivano da Sulmona». Dentro un altro negozio, Francesco Di Carlo, discendente della più antica famiglia di confettieri di Sulmona, già pasticcieri di casa Savoia LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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nel Settecento, dice: «Vengono preparati con piccole betoniere caricate a mandorle e nocciole e poi smaltati con glassa di sciroppo di zucchero. La ragione di questa industria è che un tempo qui attorno c’erano molte piantagioni di mandorle. La lavorazione a fiore è cominciata nei conventi delle monache clarisse di Santa Chiara». Corso Ovidio, lastricato di sampietrini, si allarga, al di là dei venti archi a sesto acuto dell’acquedotto medievale, su piazza Garibaldi: le montagne aspre del comprensorio ricalcano gli edifici neoclassici che la incorniciano. Si può giocare – piegare le ginocchia e inclinare il collo – per trovare l’angolo di osservazione da cui l’arco di pietra calza come un cappello per il picco di Monte Morrone. L’edicola sul corso in corrispondenza della piazza pare ancora il fulcro della vita sociale, quantomeno degli uomini, che si ritrovano a parlare e a fumare novecentesche sigarette a combustione con il giornale arrotolato in mano o con l’indice infilato tra le pagine di una rivista per tenere il segno. Il corso principale lambisce piazza XX Settembre dove una statua riproduce Ovidio in atteggiamento pensoso, e poi termina con i due due archi a sesto acuto, uno sopra l’altro, di porta Napoli, che segna il confine sudoccidentale della città antica. Questa porta è uno degli ultimi resti della cinta muraria, per lo più frantumata dai terremoti e inglobata dalle abitazioni. RITORNO ALL’ADRIATICO A lato della stazione di Sulmona, rinata nell’Ottocento proprio grazie al suo snodo ferroviario, sotto una fila di pioppi neri è esposta una locomotiva a vapore di Ferrovie dello Stato. Risale agli anni Trenta del XX secolo, è di acciaio scuro, con le ruote rosse. Davanti alla stazione si staglia un edificio moderno, ispirato al romanico abruzzese, con un rosone a raggiera sulla facciata. È una chiesa dedicata alla Madonna Pellegrina, protettrice di chi viaggia in cerca dell’assoluto, forse di tutti quelli che viaggiano davvero. Il regionale per Pescara delle 12.58 è un modello Pop, 85 metri di treno elettrico: nella cabina di guida, vari monitor, pulsanti, leve e levette; negli scompartimenti, prese elettriche per ricaricare i dispositivi. Le mountain bike degli escursionisti sono appese in verticale alle rastrelliere tra i vagoni. Il treno taglia la Valle Peligna che, fedele al proprio etimo, offre un terreno adatto ai pioppi, ora ingialliti e fragili. Verso Popoli, le montagne si abbassano e s’inverdiscono. Il blu del cielo perde di intensità. La temperatura si alza. Il capotreno Andrea, originario di Pistoia, dice che quando si è trasferito in Abruzzo nel 2019 si è sentito di dieci anni più giovane perché è come se qui il tempo scorresse più lento. I binari incrociano il Tirino, considerato il fiume più limpido d’Europa. Le sue acque sgorgano dal Gran Sasso e a valle ancora rilucono sotto il sole come filoni di smeraldi e di zaffiri. Si costeggia l’autostrada A25. Sul lato opposto baluginano le sfumature azzurrastre degli uliveti. Dietro, fanno ancora capolino alcune cime spolverate di neve, le montagne con i loro veli da sposa. LUOGHI
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Poi ecco i primi canneti, i borghi sulle colline. Le montagne vere sono quasi scomparse là dietro, e poi scompaiono anche le colline e l’orizzonte torna visibile per quanto lo permettono la qualità dell’aria e la curvatura terrestre. Aumenta la densità abitativa attorno ai binari. È come se la pietra, dalle sue altezze selvatiche, fosse precipitata a valle per condensarsi attorno alla vita umana. Prima di arrivare a Chieti si alzano ancora alcuni calanchi, panneggi d’argilla, colpo di coda dell’orografia. Dopodiché, finalmente i pini marittimi, ambasciatori mediterranei. A Pescara, prendendo uno dei frequenti cambi per Giulianova si può fare in tempo a godersi il tramonto sul suo porticciolo. Sopra le carrozze volteggiano i gabbiani. Sulla banchina della stazione di Montesilvano, quattro ragazzini con le maglie da calcio celesti giocano con una palla immaginaria. Alla stazione di Silvi, i lampioni sono già accesi, i comignoli dei caseggiati fumano. Poi, al di là delle ombre delle pinete con i loro tronchi ritorti, ecco il mare ancora splendente di sole. Campi da calcio che sconfinano in spiagge, canali oscuri, piccoli moli. Percorrendo a ritroso con il regionale la stessa tratta già percorsa con il Frecciarossa, ci si accorge della differenza prospettica: adesso il finestrino è un quadro realistico, dai contorni definiti, mentre a bordo dell’alta velocità era un quadro impressionista, dove tutto si faceva colpo d’occhio. PESCARA, LA STORIA NELLA STAZIONE L’attuale stazione di Pescara, inaugurata nel 1988, ha otto binari, la sua facciata di specchi riflettenti misura venti metri in più di Roma Termini, contiene perfino un coworking. La stazione precedente, una palazzina del 1863 color crema, a duecento metri da quella nuova, si specchia nella sua reincarnazione tardonovecentesca. Sopra la versione antica, ora sede dell’ICRANet (International Center for Relativistic Astrophysics Network), se ne sta appollaiato un orologio fermo, giù in basso il portone si apre tra due magnolie. Lì accanto è esposta una locomotiva a vapore da 117 tonnellate, fabbricata a Napoli nel 1921, nera e luccicante sotto il sole mediterraneo. Uno dei motivi per cui Pescara nel 1943 fu bombardata dagli Alleati fu proprio questo: era già un importante scalo ferroviario, a metà Adriatico, tra Ancona e Bari. Tanto che negli anni Dieci del Novecento, su corso Vittorio Emanuele II, era nato il Ferrhotel, l’albergo dei ferrovieri. «Con gli anni, con i cambiamenti delle abitudini di viaggio, e quindi del lavoro del personale di Ferrovie dello Stato, si era trasformato in un dopolavoro ferroviario, i suoi campi da tennis erano i più centrali della città» dice Marzio Maria Cimini, responsabile delle politiche giovanili della Regione Abruzzo. «Poi il dopolavoro fu traslocato altrove e oggi stanno ristrutturando il Ferrhotel per adibirlo a studentato». Dalla stazione antica il mare è ad appena un chilometro di distanza. Ti metti sulle punte dei piedi e vedi il blu tra le due file di aceri e frassini di corso Umberto I. LA FRECCIA ANNUARIO 2025
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La sabbia è adriatica, cioè beige. Costeggiando il lungomare verso sud si arriva al fiume Pescara, che divide l’antica Piscaria, sull’altra sponda, da Castellammare Adriatico, a nord: i due nuclei urbani sono stati accorpati nella città attuale soltanto nel 1927. A piedi o in bici si passa dall’altra parte del fiume attraverso il Ponte del Mare, sinuoso e ricurvo, con i tiranti d’acciaio che partono dal pilone centrale leggermente inclinato. Dando le spalle al mare si vedono i picchi innevati del massiccio della Maiella. Nel risalire il corso del fiume si incrociano dei pescatori che vendono pesce azzurro, gamberi e sogliole all’ombra della torre del Palazzo di Città: giusto sopra la banchina, fu il primo edificio che i pescaresi ricostruirono con mattoni rossi e marmo bianco dopo la guerra. Il vicino e solenne Palazzo del Governo, progettato da Cesare Bazzani, pare costruito attorno al grande quadro di Francesco Paolo Michetti, La figlia di Iorio, ispirato all’omonima tragedia pastorale di Gabriele D’Annunzio, il pescarese più popolare della storia. Il dipinto a tempera è chiuso a chiave in una stanza apposita, custodito dietro un sipario rosso. Vinse la prima Biennale di Venezia, nel 1895, e riassume in 550 centimetri per 280 lo spirito dell’Abruzzo arcaico: sullo sfondo della Maiella innevata, una donna attraversa la scena, i pastori la guardano e schiamazzano tanto che lei si copre il capo con la veste. Sulla riva meridionale del fiume, Pescara vecchia è delimitata dal Bagno borbonico, quasi sotto l’antico ponte della ferrovia: ora pedonale, tra le losanghe d’acciaio si stagliano il Monte Camicia e il Corno Grande del Gran Sasso. Il Bagno borbonico, ciò che resta della fortezza costruita per ordine di Carlo V, è un unico edificio lungo qualche centinaio di metri che ospitava carceri e militari e dove ha tutt’ora sede il comando dell’esercito, oltre a bar diurni e notturni. A un paio di minuti a piedi si trova la casa natale di D’Annunzio, oggi museo. Lo scrittore la visitò per l’ultima volta nel 1917, in occasione della morte di sua madre, e già nel 1921 iniziarono i lavori di monumentalizzazione. Anche i lavori di monumentalizzazione della persona iniziarono nello stesso anno: a D’Annunzio fu intitolato un viale quando era ancora in vita. Su questo viale sorge la Cattedrale di San Cetteo, che ricalca le chiese romaniche tradizionali abruzzesi, con rosoni e archi a tutto sesto, in pietra bianca della Maiella. Dentro, sotto un San Francesco del Guercino, il corpo della madre di D’Annunzio, donna Luisetta, è conservato in un sarcofago di marmo che ne riproduce la figura idealizzata e vegliata da una approssimativa croce di legno proveniente dai resti di un trabaccolo naufragato.
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