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Un pezzo alla volta - ESTRATTO

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A ALISA STRADA

La giovane

Mary She ey alle prese con l’horror

LE ORME: sui passi dei grandi classici

È una serie editoriale nata con l’obiettivo di avvicinare giovani lettori e lettrici ai generi narrativi attraverso i grandi classici della letteratura.

Gli spunti biografici autentici vengono sviluppati in storie avventurose e fantastiche, seguendo, nella composizione, gli stilemi del genere al quale quell’autore o quell’autrice appartiene.

Un’appendice finale curata da esperti propone esercizi di scrittura e analisi relativi al genere specifico rappresentato dal libro.

Storie autoriali, coinvolgenti e fresche, in una foliazione agile e con illustrazioni uniche, per risucchiare i giovani lettori nella storia.

SALTALAPAGINA…

SE VUOI!

Ciao!

Abbiamo intitolato questa parte Saltalapagina perché spesso, all’inizio di un libro, ci sono delle pagine che spiegano cosa succederà più avanti, ma che nessuno o quasi ha voglia di leggere. Così, se sei anche tu uno di quelli che temono di annoiarsi a leggere un’introduzione, sei autorizzato a saltarla.

Se invece hai deciso di restare, allora ti racconto un paio di cose.

Questo libro fa parte di una serie che si chiama Le Orme: sui passi dei grandi classici .

Prima di tutto, cosa sono i classici? Sapresti rispondere?

Secondo noi sono dei libri sempre attuali, non tanto perché le vicende si svolgono ai nostri giorni (anzi, molti classici sono stati scritti diversi anni fa, a volte più di cento, e quindi si ambientano in altre epoche e in altri Paesi), quanto perché raccontano storie nelle quali ci possiamo rispecchiare anche noi, che viviamo in Italia nel Ventunesimo secolo.

A volte questi classici ci appaiono difficili, perché il linguaggio usato a quel tempo è diverso da quello che utilizziamo oggi, oppure perché il ritmo della storia è lento o ci sono troppe descrizioni. Però, sarebbe

un vero peccato perdere o dimenticare queste grandi storie, capaci di superare il tempo e le generazioni.

Abbiamo quindi pensato di proporti non i classici originali, ma storie nuove, scritte da autori e autrici contemporanei, che prendono spunto da fatti accaduti agli scrittori classici . Abbiamo immaginato che le loro esperienze (vissute o magari solo fantasticate) abbiano avuto un peso determinante nella produzione delle loro opere future.

Ogni scrittore o scrittrice, che lo voglia o meno, trasferisce sulle pagine delle proprie opere esperienze personali, sogni, ambizioni, speranze, trasformando e camuffando tutto ciò in storie fantastiche o incredibilmente avventurose.

Degli esempi?

Jules Verne fuggì di casa a undici anni per imbarcarsi su una nave diretta nelle Indie; il suo sogno romantico era regalare alla cugina di cui era innamorato una collana di coralli.

Mark Twain diventò pilota di battelli fluviali e viaggiò su e giù per il Mississippi immaginando le avventure di un ragazzino ribelle chiamato Huckleberry Finn.

Agatha Christie credeva che la madre fosse una medium capace di parlare con gli spiriti.

Robert Louis Stevenson trascorse l’infanzia spostandosi da un’isola all’altra, poiché suo padre era un costruttore di fari.

Virginia Woolf diede vita a un giornaletto domestico che raccontava situazioni di vita familiare e trascorreva le estati in Cornovaglia vivendo avventure nella natura incontaminata.

Tutti i libri, compresi i grandi capolavori della letteratura dedicata ai più giovani, sono stati ispirati da fatti, pensieri o desideri cullati dalle menti dei loro autori quand’erano ancora dei bambini o degli adolescenti.

I classici, poi, possono essere avventurosi, gialli, horror, fantasy, umoristici. Esistono tanti generi, tutti diversi e tutti, a loro modo, affascinanti.

Tu, quanti ne conosci?

E qui sta il gioco nel quale vorremmo coinvolgerti: sperimentare attraverso queste storie i vari generi e appropriartene con attività laboratoriali divertenti, non tanto per diventare uno scrittore o una scrittrice (be’, anche questo se proprio lo desideri), ma per trasformarti — se già non lo sei — in un lettore curioso e attento, un innamorato delle storie come lo siamo noi!

Il cab avanzava lento.

Il cavallo era vecchio e stanco, ma la pioggia battente avrebbe convinto a rallentare anche un animale ben più giovane.

Il cocchiere faceva schioccare in continuazione la frusta e da ore lanciava incitamenti rivolti in parti uguali al cavallo e a se stesso. Nemmeno lui era più giovane, e la cerata in cui si era avvolto lo riparava ben poco. Imbozzolato in quel mantello lucido pareva un bizzoso pipistrello appeso per la parte sbagliata.

Il cielo cupo sembrava contenere una scorta inesauribile di acqua da riversare sulla terra sottostante. Mary guardava fuori dal finestrino, per quanto le consentivano i vetri appannati e solcati da rivoli abbondanti.

Era l’inizio di settembre, ma quello non era un rovescio che annunciava l’autunno. Era una pioggia eterna che durava da mesi. Quell’anno, l’estate non si era nemmeno affacciata. In molti dicevano che fosse una punizione dal cielo che il Regno si era meritato. Colpa o caso, bizze del tempo o di una divinità vendicativa, Mary non avrebbe saputo dirlo. Si accontentava di considerare i fatti. Il prezzo del cibo era schizzato alle stelle e mettere in tavola un pasto decente era diventata un’impresa titanica: gli ortaggi erano annegati nella melma, gli alberi aveva-

no faticato a lignificare e così della frutta si era persa la traccia, se si escludeva quella proveniente dalle colonie, che però aveva raggiunto le quotazioni di un gioiellino per signorine. Uova e carne scarseggiavano, e la loro qualità risentiva della scarsità di foraggio con cui le bestie erano state nutrite. Nessuno vive di sola acqua, nemmeno i pesci; e così Mary affidava le proprie timide speranze alla possibilità che al collegio le cucine fossero meglio rifornite.

Avrebbe dovuto essere a destinazione già da ore, ma di quel passo niente le assicurava di raggiungere la meta prima di sera. L’acqua aveva scavato pozzanghere grandi quanto l’intera carreggiata e il resto era pantano.

Il suo bagaglio le stava accanto ed era lo specchio delle misere condizioni della ragazza: una valigia di cartone su cui aveva appoggiato i piedi e un piccolo baule di legno dagli spigoli rinforzati con il ferro che le si conficcavano nel fianco a ognuno dei troppi scossoni.

Che il viaggio lo avrebbe affrontato da sola era stato scontato fin dall’inizio. Era già una fortuna che suo padre avesse trovato il modo di mandarla a studiare in collegio.

Arrivare in ritardo poteva essere una buona occasione per non dover vedere le altre ragazze accompagnate dalle famiglie al gran completo. Lei aveva una madre morta nel darla alla luce, una sorella, un

padre che faceva discutere per le sue idee e la nuova compagna del padre.

A Mary le opinioni di suo padre parevano interessanti e sagge: liberavano le donne da un sacco di costrizioni, ma comportavano anche conseguenze che non le andavano molto a genio, come quella di ritenere che fosse già abbastanza grande per entrare in collegio senza che lui vigilasse sui suoi passi d’ingresso.

Un improvviso arresto la riscosse dai suoi pensieri. Che si fossero di nuovo impantanati?

Aprì lo sportellino e uno scroscio le si riversò addosso. Si passò la mano sugli occhi e urlò: «Ci sono problemi?».

Le rispose il cocchiere, rauco per quanto si era sgolato: «Il cancello è chiuso!».

L’uomo scese faticosamente dalla cassetta, la barba grondante, gli occhietti cupi luccicanti tra le occhiaie profonde. Aprì la bocca con i pochi denti marci e gridò: «Vado a farmi aprire!».

Mentre la pioggia continuava il suo interminabile canto, Mary gli rivolse un ringraziamento che lui non udì. Si era già allontanato.

II

«Quella è la porta della sua stanza. Tra un’ora verrà servita la cena. Le raccomando di essere puntuale» disse la signora Finger, la vicaria del direttore.

Mary non capì se quel tono aspro fosse destinato solo a lei oppure esprimesse il carattere di quella donna dal viso severo e i capelli acconciati in maniera semplice e austera. Di sicuro, essere arrivata per ultima le aveva conferito una posizione di indesiderata visibilità.

Lungo il corridoio del secondo piano echeggiavano le voci delle altre collegiali che si stavano sistemando. Qualcuna rideva. Due litigavano a proposito di una federa.

Mary appoggiò la mano alla maniglia e si augurò di condividere la camera con una compagna incapace di alzare la voce per la biancheria del letto.

Prima di entrare attese qualche istante: da dietro il battente non arrivava nessun rumore. Che ci fosse qualcuna più in ritardo di lei? Lo sperò.

Prese slancio e spalancò la porta. Spinse avanti il baule con il piede e avanzò trascinando la valigia.

La prima cosa che vide fu un materasso nudo su cui era ripiegato un copriletto color ocra.

Ebbe un sussulto quando si accorse che, seduta sull’altro letto, c’era una ragazza dai capelli biondi e con l’incarnato pallido. Silenziosa e immobile, reggeva sulle ginocchia una grossa bambola come altri avrebbero tenuto in braccio una sorellina e la fissava con i suoi grandi occhi cerulei.

Mary aspettò che dicesse qualcosa ma, visto che quella taceva, si presentò: «Ciao, mi chiamo Mary

Wollstoncraft Godwin e credo di essere la tua compagna di stanza».

La seconda affermazione era un’ovvietà per cui le venne voglia di mordersi la lingua: lei detestava ribadire fatti evidenti.

La ragazza si alzò, tenendosi stretta al petto la bambola, e finalmente parlò: «Sono Elizabeth. Benvenuta». Allungò una mano come si fa per mostrare qualcosa che va notato. «Quello è il tuo letto».

Mary sorrise, confortata dal fatto che le ovvietà si stavano sprecando da una parte e dall’altra. Però era stata colpita da quella voce sottile eppure sicura, che le era arrivata all’orecchio come una melodia lontana.

Elizabeth tornò a sedersi e sistemò la bambola in modo che il volto di porcellana su cui spiccavano gli occhi verdastri fosse rivolto verso Mary, che cercò di ignorare entrambi gli sguardi, quello vivo e quello di vetro, che seguivano i suoi gesti con immotivata attenzione.

Era un po’ imbarazzata all’idea di mostrare la miseria del proprio guardaroba. Quando arrivò a sistemare la biancheria, cercò di riporla arrotolata come era nel baule, per nascondere i rammendi e il bianco un po’ ingrigito.

Concentrata a difendere la propria riservatezza, non si accorse che la sua compagna si era alzata. A rivelarle lo spostamento fu il rumore della sedia

della scrivania, che Elizabeth aveva urtato mentre si avvicinava alla porta.

Con inattesa cordialità, la ragazza le sussurrò: «Ci vediamo giù. Il refettorio è al pianterreno, in fondo al corridoio di destra. Non fare tardi».

Mary non fece in tempo a replicare che la compagna era già uscita.

Ora, a fissarla, c’era solo la bambola. Il suo vestito color smeraldo si stagliava sullo sfondo rosso sangue di una calda coperta di lana.

III

La nottata non fu facile.

Mary si girò e rigirò a lungo nel letto senza trovare pace.

Appena riusciva ad assopirsi, la sua mente metteva in scena brandelli del viaggio e della prima cena al collegio, in un miscuglio fantastico che la costringeva a riaprire gli occhi e a ricominciare da capo la caccia al sonno.

Il pasto era stato deludente, niente più di quel che avrebbe potuto sperare di trovare in tavola a casa propria. Unica consolazione, il pane tostato ben caldo su cui il velo di burro si scioglieva a vista d’occhio.

Le venti collegiali si erano concentrate sullo stare composte a tavola e gli scambi tra loro si erano limitati alla pura cortesia. Del resto, la signora Finger non

«Ebbe un sussulto quando si accorse che, seduta sull’altro letto, c’era una ragazza dai capelli biondi e con l’incarnato pallido. Silenziosa e immobile, reggeva sulle ginocchia una grossa bambola e la fissava con i suoi occhi cerulei»

Leggi le sinistre avventure della giovane Mary Shelley e poi immergiti nelle attività finali, per scoprire caratteristiche e curiosità del genere horror.

Sui passi dei grandi classici: storie originali e attività coinvolgenti per avvicinare giovani lettori e lettrici ai generi narrativi attraverso i classici della letteratura. www.erickson.it € 13,50

LE ORME a cura di Guido Sgardoli

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