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La sorella crudele - ESTRATTO

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CRISTINA BRAMBI A

LE ORME a cura di Guido Sgardoli

La giovane

agatha Christie alle prese con il giallo

LE ORME: sui passi dei grandi classici

È una serie editoriale nata con l’obiettivo di avvicinare giovani lettori e lettrici ai generi narrativi attraverso i grandi classici della letteratura.

Gli spunti biografici autentici vengono sviluppati in storie avventurose e fantastiche, seguendo, nella composizione, gli stilemi del genere al quale quell’autore o quell’autrice appartiene.

Un’appendice finale curata da esperti propone esercizi di scrittura e analisi relativi al genere specifico rappresentato dal libro.

Storie autoriali, coinvolgenti e fresche, in una foliazione agile e con illustrazioni uniche, per risucchiare i giovani lettori nella storia.

SALTALAPAGINA…

SE VUOI!

Ciao!

Abbiamo intitolato questa parte Saltalapagina perché spesso, all’inizio di un libro, ci sono delle pagine che spiegano cosa succederà più avanti, ma che nessuno o quasi ha voglia di leggere. Così, se sei anche tu uno di quelli che temono di annoiarsi a leggere un’introduzione, sei autorizzato a saltarla.

Se invece hai deciso di restare, allora ti racconto un paio di cose.

Questo libro fa parte di una serie che si chiama Le Orme: sui passi dei grandi classici .

Prima di tutto, cosa sono i classici? Sapresti rispondere?

Secondo noi sono dei libri sempre attuali, non tanto perché le vicende si svolgono ai nostri giorni (anzi, molti classici sono stati scritti diversi anni fa, a volte più di cento, e quindi si ambientano in altre epoche e in altri Paesi), quanto perché raccontano storie nelle quali ci possiamo rispecchiare anche noi, che viviamo in Italia nel Ventunesimo secolo.

A volte questi classici ci appaiono difficili, perché il linguaggio usato a quel tempo è diverso da quello che utilizziamo oggi, oppure perché il ritmo della storia è lento o ci sono troppe descrizioni. Però, sarebbe

un vero peccato perdere o dimenticare queste grandi storie, capaci di superare il tempo e le generazioni.

Abbiamo quindi pensato di proporti non i classici originali, ma storie nuove, scritte da autori e autrici contemporanei, che prendono spunto da fatti accaduti agli scrittori classici . Abbiamo immaginato che le loro esperienze (vissute o magari solo fantasticate) abbiano avuto un peso determinante nella produzione delle loro opere future.

Ogni scrittore o scrittrice, che lo voglia o meno, trasferisce sulle pagine delle proprie opere esperienze personali, sogni, ambizioni, speranze, trasformando e camuffando tutto ciò in storie fantastiche o incredibilmente avventurose.

Degli esempi?

Jules Verne fuggì di casa a undici anni per imbarcarsi su una nave diretta nelle Indie; il suo sogno romantico era regalare alla cugina di cui era innamorato una collana di coralli.

Mark Twain diventò pilota di battelli fluviali e viaggiò su e giù per il Mississippi immaginando le avventure di un ragazzino ribelle chiamato Huckleberry Finn.

Agatha Christie credeva che la madre fosse una medium capace di parlare con gli spiriti.

Robert Louis Stevenson trascorse l’infanzia spostandosi da un’isola all’altra, poiché suo padre era un costruttore di fari.

Virginia Woolf diede vita a un giornaletto domestico che raccontava situazioni di vita familiare e trascorreva le estati in Cornovaglia vivendo avventure nella natura incontaminata.

Tutti i libri, compresi i grandi capolavori della letteratura dedicata ai più giovani, sono stati ispirati da fatti, pensieri o desideri cullati dalle menti dei loro autori quand’erano ancora dei bambini o degli adolescenti.

I classici, poi, possono essere avventurosi, gialli, horror, fantasy, umoristici. Esistono tanti generi, tutti diversi e tutti, a loro modo, affascinanti.

Tu, quanti ne conosci?

E qui sta il gioco nel quale vorremmo coinvolgerti: sperimentare attraverso queste storie i vari generi e appropriartene con attività laboratoriali divertenti, non tanto per diventare uno scrittore o una scrittrice (be’, anche questo se proprio lo desideri), ma per trasformarti — se già non lo sei — in un lettore curioso e attento, un innamorato delle storie come lo siamo noi!

Per molti giorni eravamo rimasti in balia del maltempo. Quella mattina, invece, quando mi ero svegliata, il mondo era verde, luminoso e lucido. Mi ero alzata di ottimo umore, avevo preso da sotto il letto il vecchio lenzuolo tutto rammendato che Nuttie mi aveva concesso di usare e dopo colazione mi ero precipitata in giardino. George Washington non la smetteva di correre avanti e indietro: voleva giocare, ma io non avevo tempo per il mio cagnolino e lo ignorai. Dopo un po’ si rassegnò a sgranocchiare un osso, lasciandomi in pace. Con il lenzuolo, due rami lunghi e parecchi sassi montai una tenda rudimentale. Con l’aiuto di un pezzo di spago e molta pazienza appesi un cartello coperto da una sfilza di geroglifici inventati da me e che avrebbero dovuto dire al mondo: CASA DI AGATHA. GIRARE AL LARGO! SCIÒ!

In quel periodo, era il 1901, il mio sogno era viaggiare per il mondo in lungo e in largo attraverso la Grecia, l’Egitto, la Siria e la Persia, con un adeguato seguito di bauli e attendenti vestiti di lino bianco e sempre pronti a offrirmi una tazza di tè. Sognavo di visitare le maestose capitali sepolte dalla sabbia del tempo, di vivere in mezzo agli scavi, dedicarmi all’archeologia e allo studio sul campo delle antiche civiltà ormai ridotte a suggestive rovine. Avrei percorso le distanze maggiori a bordo di treni lussuosi, ovviamente in prima classe.

Purtroppo le mie difficoltà scolastiche lasciavano presagire un insuccesso clamoroso nello studio di tutte le lingue morte, manchevolezza a cui sopperivo con generose dosi di immaginazione. I miei temi erano pieni di errori anche in inglese, perciò era evidente che non avessi molte speranze di diventare una studiosa. Un’archeologa donna, poi, che stramberia! Il mio piano quindi consisteva nello sposare un archeologo e quello, in fin dei conti, era nelle mie possibilità. Il mio fisico era decisamente mingherlino, d’accordo, ma non dubitavo che nel giro di qualche anno mi sarebbero spuntati dal nulla due prorompenti e generosi seni. In base all’osservazione di mia sorella, ciò accadeva più o meno come per i funghi a settembre, quindi c’era ancora tempo. E comunque ero dotata di una massa di capelli biondi che, a insindacabile giudizio di Nuttie, avrebbero fatto di me una fanciulla più che appetibile per un buon partito. Sempre che la smettessi di ingozzarmi di costolette d’agnello, camminare sui cornicioni e dire stupidaggini. Avrei anche dovuto procurarmi una salute cagionevole, dote che ai tempi rendeva una donna molto affascinante. Un principio di tisi o una qualche febbre reumatica, qualcosa che giustificasse lunghi e languidi pomeriggi sdraiata sul divano, a lamentarsi in compagnia di altre signore ugualmente afflitte da un’elegante indisposizione. Purtroppo anche da quel punto di vista ero manchevole. Da che avevo memoria mi ero procurata solo un mal

di pancia, anni prima, per colpa di un’indigestione di mele acerbe. Una generosa dose di ipecacuana aveva sistemato tutto. Non che mi piacesse il gusto né l’effetto dello sciroppo emetico, che non mancava mai nel dispensario di una casa di campagna, specie con tre ragazzini, ma era sempre meglio dell’olio di ricino che minacciava Nuttie. Comunque, quella mattina di inizio estate mi auguravo che sedere per ore sull’erba fradicia potesse garantire uno di questi seducenti malanni, ma allo stesso tempo avrei di sicuro sporcato la gonna e ottenuto una ramanzina con conseguente interdizione dal giardino per il resto della giornata. Ragione per cui stesi la vecchia cerata che nessuno usava più da quando mio fratello aveva smesso di farla a letto e che anni dopo era ancora impermeabile. L’avevo disinfettata con la liscivia e puzzava da morire ma pazienza, sempre meglio della prospettiva di sedere sulla pipì invecchiata di Monty. Magari anche la pipì con il tempo guadagnava in personalità, come dicevano del brandy, ma non avevo intenzione di scoprirlo. Nemmeno per le scienze dimostravo un vero e proprio talento, in effetti. Inventare storie, quello sì mi veniva benissimo! Perciò mi sistemai a gambe incrociate sulla cerata, estrassi dalla borsa matita e quaderno e iniziai a scrivere.

Avevo in mente una storia ambientata nell’antico Egitto, con il dio Anubi che raccontava e il fantasma di un faraone bambino che scagliava ogni sorta di ma-

ledizione sugli archeologi colpevoli d’averne violato la tomba. L’idea era di leggerla quella sera stessa a mio padre, gravemente ammalato e allettato da giorni. Ero sicura che si sarebbe divertito e che mi avrebbe riempito di complimenti. Comunque sarebbe stato sempre meglio che assistere a una delle rappresentazioni di Cenerentola che mettevo in scena arruolando tutto il personale di servizio nel ruolo della matrigna e delle sorellastre, con la mamma nella parte della fata madrina e Monty in quella del principe. Sapevo, anche se mio padre fingeva di trovare le mie esibizioni spassose, che si annoiava a morte. Forse perché si trattava della quarta o quinta replica. Ecco perché avevo deciso di cambiare forma di espressione artistica, dedicandomi al romanzo invece che al teatro. Sembrava molto più facile, specie perché mi evitava il dover supplicare la servitù d’imparare tutte le battute. Stavo proprio attaccando la scena in cui il faraone bambino si accaniva sulla discendenza dell’archeologo, quando la voce di Nuttie squarciò l’aria pulita e profumata di caprifoglio.

«Signorina Agatha!» chiamò, in barba alle raccomandazioni di mia madre che imponevano il più rigoroso silenzio fino a mezzogiorno, per non disturbare il riposo di papà. «Signorina Agatha! In cucina, subito!». Nuttie era la governante di casa e, a causa delle ristrettezze economiche in cui versava la mia famiglia, anche la cameriera personale della mamma. La realtà

era che Nuttie era il «capo», la cui autorità veniva subito dopo quella di mia madre. Specie nei giorni in cui la vera padrona di casa era impegnata in qualche commissione o seduta spiritica. E quando il capo chiamava, io dovevo correre. Poiché la voce proveniva dalla cucina, c’era la recondita speranza che mi aspettasse qualcosa da mangiare. Un biscotto un po’ bruciacchiato, e quindi inservibile, oppure la ciotola della crema da ripulire. A undici anni mangiavo tutto quello su cui riuscivo a mettere le mani. Non era un segreto che quel «vizio» fosse qualcosa da correggere prima che arrivassi in età da marito, quando la mia salute di ferro e il mio appetito vorace sarebbero stati giudicati «inappropriati», se non peggio. Mia sorella Margareth, per tutti Madge, era costretta a piluccare il cibo come un uccellino da che si era fidanzata con il bel James. Un ottimo partito, che ciascuno di noi, eccetto la futura sposa, trattava con deferenza.

Aspettavamo il ritorno di Madge da un momento all’altro, prima che la dipartita di papà, cosa cui mi rifiutavo categoricamente di credere, si verificasse. Ecco perché infilai la matita nella tasca del grembiule (George Washington riduceva in trucioli tutto quello che trovava rosicchiabile) e mi catapultai verso casa.

Casa nostra sorgeva alla fine di una stradina sterrata, molto tranquilla. Al di là dei cespugli fioriti crescevano su entrambi i lati alti alberi, le cui chiome in estate proiettavano una rinfrescante ombra scura.

Da lontano la prima cosa che si notava era l’araucaria che faceva a gara in altezza con il tetto; la porta era verniciata di rosso e circondata da rose rampicanti che raggiungevano il comignolo. Di solito la casa, arretrata rispetto agli alberi, era inondata di luce. Purtroppo, quel giorno vidi che le tende erano tirate e mi si strinse il cuore: quello era un altro segno della malattia di papà. La luce, secondo la mamma, nuoceva alla sua ripresa. Il papà adorava la vita all’aria aperta, la passeggiate, le partite a cricket e le merende con i panini dolci farciti di crema. Afferrai la maniglia, ma la porta era chiusa. Oltretutto non c’era traccia di automobile. Come aveva fatto ad arrivare Madge? A piedi dalla stazione era altamente improbabile, ristrettezze o no. Una signorina non cammina per chilometri. Forse in taxi, mi risposi, mentre mi spostavo sul retro diretta all’ingresso di servizio.

Spalancai la porta e mi precipitai in cucina, dove venni accolta dal profumo di un bel… niente. Invece della teglia di biscotti al burro che mi aspettavo, trovai Nuttie e la nostra cuoca, la signora Smith, insieme a una ragazza che non avevo mai visto prima.

«Signorina Agatha» disse Nuttie. «Lascia che ti presenti Lucy Hardman, la nostra nuova sguattera».

Che disdetta , mi ritrovai a pensare. Proprio quando avevo deciso di abbandonare le repliche di Cenerentola , mi piombava in casa l’attrice perfetta per interpretare un topolino.

Il fatto che mia sorella fingesse di essere un’altra e per di più un’altra imprevedibile e pericolosa mi gettava nel terrore più totale.

Eppure… il piacere che provavo nell’avere così tanta paura era indescrivibile.

Leggi la misteriosa avventura della giovane Agatha Christie e poi immergiti nelle attività finali, per scoprire caratteristiche e curiosità del genere giallo.

€ 13,50

www.erickson.it

Sui passi dei grandi classici: storie originali e avvincenti attività per avvicinare giovani lettori e lettrici ai generi narrativi attraverso i grandi classici della letteratura. LE ORME a cura di Guido Sgardoli

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