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FUTURO SOSTENIBILE
le risposte eco-sociali alle crisi in europa
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Si ringraziano per il sostegno a questo libro:
associazione degli amici del wuppertal institut
ONLUS
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LE RISPOSTE ECO-SOCIALI ALLE CRISI IN EUROPA
FUTURO SOSTENIBILE WUPPERTAL INSTITUT a cura di Wolfgang Sachs e Marco Morosini
Edizioni Ambiente
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Wuppertal Institut, a cura di Wolfgang Sachs e Marco Morosini FUTURO SOSTENIBILE le risposte eco-sociali alle crisi in europa Zukunftsfähiges Deutschland in einer globalisierten Welt. © 2008 Fischer Taschenbuch Verlag in der S. Fischer Verlag GmbH, Frankfurt am Main. committenti
EED, Evangelischer Entwicklungsdienst; www.eed.de Brot für die Welt; www.brot-fuer-die-welt.de BUND, Bund für Umwelt und Naturschutz Deutschland; www.bund.net realizzazione editoriale
Edizioni Ambiente srl; www.edizioniambiente.it per l’edizione tedesca redazione complessiva: Wolfgang Sachs; coordinamento: Michael Kopatz; rilettura: Manfred Linz, con Dorle Riechert adattamento del manoscritto per l’italia, revisione della traduzione: Marco Morosini traduzione: Maria Telma Fiore Unland, Paola Zanacca coordinamento redazionale: Anna Satolli autori: Adelheid Biesecker, Susanne Böhler, Reinhild Bode, Claudia von Braunmühl, Manfred Fischedick, Justus von Geibler, Andre Holtrup, Wolfgang Irrek, Kora Kristof, Michael Kopatz, Manfred Linz, Rainer Lucas, Fred Luks, Hans-Jochen Luhmann,Stephan Moll, Marco Morosini, Thomas Orbach, Hermann E. Ott, Birthe Paul, Barbara Richard, Oscar Reutter, Wolfgang Sachs, Isabel van de Sand, Tilman Santarius, Gerhard Scherhorn, Julia Schlüns, Helmut Spitzley, Mark Starmanns, Nikolaus Supersberger, Uta von Winterfeld progetto grafico: GrafCo3 Milano immagine di copertina: © Oliviero Toscani
© 2011, Edizioni Ambiente, via Natale Battaglia 10, 20127 Milano Finito di stampare nel mese di maggio 2011 presso Genesi Gruppo Editoriale – Città di Castello (Pg) Stampato in Italia – Printed in Italy Questo libro è stampato su carta riciclata 100% i siti di edizioni ambiente
www.edizioniambiente.it www.nextville.it www.reteambiente.it www.verdenero.it
Si ringrazia Oliviero Toscani per la foto della copertina.
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sommario
prendersi cura dei beni comuni dei partner di Terra Futura: Acli, Adescoop - Agenzia dell’Economia Sociale, Arci, Caritas, Cisl, Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Legambiente, Fiera delle Utopie Concrete
15
prefazione dei committenti bund, eed, brot für die welt origine e contesto di futuro sostenibile di Marco Morosini
27 31
1. introduzione
33 36 38 41
chi si muove e chi no le tesi del libro la struttura del libro
parte prima 2.
situazioni di partenza
caos climatico, picco del petrolio e crisi della biodiversità
47
homo industrialis come fattore climatico l’atmosfera nell’era industriale un cambiamento sottovalutato la punta dell’iceberg
47 48 49 50
la natura finita di petrolio e gas naturale al culmine della produzione
50 50
crisi dei combustibili fossili e biodiversità declino accelerato sicurezza alimentare in pericolo
53 54 54
politica al bivio la via fossile e centralistica la strategia solare, decentrata e interconnessa
57 57 61
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3.
un mondo in rimonta
65
inseguimento verso il precipizio l’esempio della cina ascesa dei paesi emergenti non senza carbone né colonie la strettoia globale delle risorse
66 66 67 70 71
declino del mondo povero polarizzazione delle nazioni opportunità di sviluppo minacciate
72 73 74
globalizzazione di ricchezza e povertà polarizzazione interna espansione della classe transnazionale dei consumatori diritti all’esistenza minacciati
75 76 76 79
conflitti per le risorse conflitti per il potere economico conflitti per la sussistenza quotidiana
80 80 82
l’ecologia è giustizia e sicurezza
83
4.
crescita o benessere
85
una società del più
85
crescita e decrescita reddito nazionale flussi di materiali qualità della vita
86 87 88 88
dalla crescita economica alla crescita antieconomica logoramento del capitale naturale logoramento del capitale sociale crescita antieconomica
89 90 90 91
la svolta obbligatoria verso il meno disaccoppiamento relativo o assoluto? disaccoppiamento grazie ai cambiamenti strutturali uscire dalla crisi ambientale grazie alla crescita? riduzione e rebound limiti del disaccoppiamento oltre il disaccoppiamento
91 92 93 94 95 96 97
ma la crescita mantiene le sue promesse? piena occupazione: una fata morgana benessere in ristagno
99 99 100
sviluppo invece di crescita
102
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parte seconda 5.
idee guida
diritto d’ospitalità per tutti
perché prendersi cura dei poveri? il movente dell’aiuto il movente della sicurezza il movente del cosmopolitismo povertà come controversia miseria e potere crescita sopravvalutata false vie dell’aiuto allo sviluppo
107 108 108 109 110 111 112 113 115
diritti umani per i cittadini del mondo la costituzione mondiale incompiuta solidarietà fondata sui diritti dell’uomo doveri extraterritoriali degli stati doveri transnazionali delle imprese
117 117 118 119 122
governare con spirito cosmopolita porre fine alla sudditanza del debito vincolare i crediti a obblighi giuridici dare priorità ai diritti all’esistenza rispetto alle liberalizzazioni ridurre l’impronta ecologica
123 123 124 125 127
6.
benessere ecologico
131
dematerializzazione prodotti leggeri processi efficienti servizi intelligenti
132 133 135 136
compatibilità con la natura sole e fotosintesi localismo e interconnessione
139 140 143
autolimitazione quanto denaro serve alla felicità? decelerazione regionalismo arte di vivere
144 145 147 151 154
7.
società della partecipazione
partecipazione come diritto dell’uomo situazioni bloccate il lavoro la sicurezza sociale i servizi pubblici
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159 159 161 161 162 163
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la partecipazione politica e lo spazio pubblico la migrazione
164 164
dalle potenzialità bloccate a un’equa partecipazione eliminare le esclusioni un nuovo contratto sociale
165 166 167
strategie politiche il lavoro politica sociale come infrastruttura salvaguardare i servizi pubblici rendere possibile la partecipazione politica riconoscere i diritti agli stranieri
168 168 170 171 172 172
8.
l’economia intera
175
una regolazione sostenibile della concorrenza non scaricare su altri i propri costi no all’appropriazione gratuita no alla gonfiatura dei valori concorrenza senza intaccare la sostanza
177 177 178 179 180
rivalutare la natura la natura come produttrice di servizi limitare e distribuire (cap & share) dare statuto e voce ai beni pubblici
182 182 184 186
dare valore all’“economia della vita” cosa fa parte dell’economia della vita? significato dell’economia della vita un pilastro nascosto dell’economia nazionale
187 188 188 189
economia di mercato al servizio della vita riforma della governance aziendale privilegi e doveri delle aziende
191 192 192
parte terza cambio di rotta per l’europa 9.
cambiare le basi: passare all’economia solare
strutture e materiali post-fossili ... negli edifici … nei serbatoi dei veicoli ... nell’elettricità ... nei materiali ... nell’utilizzo a cascata
197 198 198 200 203 204 205
vantaggi e condizioni delle energie rinnovabili
206
impianti centralizzati, decentralizzati? o entrambi?
210
una via da percorrere – ma non automatica
213
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10.
più ecoefficienza
tre strategie per l’ecoefficienza ridurre la domanda anziché ampliare l’offerta considerare l’intero ciclo di vita dei prodotti ottimizzare l’utilità invece di moltiplicare i prodotti
215 216 216 216 217
tendenze nel consumo di risorse
219
i potenziali per più ecoefficienza
220
la riduzione dei costi
222
le difficoltà della messa in pratica colmare le lacune del know-how realizzare reti di supporto per le aziende acquistare con saggezza creare un quadro legislativo e combinare vari strumenti il programma c’è già
224 225 226 228 228 232
11.
dare forma ai mercati: il primato della politica
233
la politica oltre lo stato mercati come azioni collettive importanza della società civile
234 234 235
guard-rail per la concorrenza standard per i prodotti: l’approccio top runner limitare le quantità: il commercio dei diritti di emissione
237 238 239
riforma fiscale ecologica per una “verità dei costi” riforma delle sovvenzioni europee riforma fiscale: tassare le risorse, non il lavoro investire nei beni comuni: l’esempio dell’agricoltura
243 243 244 246
porre le basi per i mercati futuri politica industriale: innovazioni ecologiche chiave penetrazione nei mercati: la legge sulle energie rinnovabili acquisti: lo stato come equo e solidale
247 247 248 249
rallentare i mercati finanziari limiti all’accumulazione: resistenza alla massimizzazione della rendita limiti alla speculazione: resistenza contro il capitalismo d’azzardo
251 252
12.
creare circuiti locali: la rinascita delle regioni
255 259
disuguaglianze e fuga dalle realtà locali
261
nuove prospettive per città e campagna obiettivo 1: tutela della natura, agricoltura ecologica e turismo ecocompatibile obiettivo 2: economia delle brevi distanze
263 263
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obiettivo 3: sicurezza di approvvigionamento grazie alla proprietà pubblica e all’autoproduzione obiettivo 4: cultura regionale – reti per un nuovo benessere
264
scoprire fonti di materie prime locali urban mining: gli edifici diventano miniere riutilizzo di olio alimentare materie prime rinnovabili gestione regionale dei flussi di materiali
265 266 267 268 269
costruire e abitare in modo sostenibile e locale risparmio di suolo risanamento energetico degli edifici adattare la politica edilizia
270 270 271 272
agricoltura biologica con radici locali
273
cambio di rotta per la politica locale
275
13.
distribuire equamente il lavoro: verso una società delle molteplici attività
279
declino del lavoro convenzionale elevata disoccupazione precarizzazione orari di lavoro più brevi
280 280 281 281
distribuire equamente il lavoro retribuito cosa sarebbe successo se...? orario di lavoro e cambiamenti demografici tempo pieno breve per tutti
281 282 284 285
vantaggi del tempo pieno breve miglior equilibrio tra lavoro e vita privata rendere la crescita meno necessaria cultura dell’orario di lavoro flessibile
287 288 289 290
il lavoro intero lavoro di assistenza lavoro per sé lavoro per il bene comune
291 291 293 293
per una nuova politica delle molteplici attività, retribuite e non formazione e qualificazione politica salariale innovativa una retribuzione sufficiente salario minimo imposta negativa sul reddito e reddito di cittadinanza bene comune e lavoro di assistenza non retribuito
294
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reddito di cittadinanza nuovi equilibri nella società delle molteplici attività
299 300
parte quarta nuovi patti globali 14.
dare valore ai beni comuni: l’ambiente, cardine di una “politica interna del mondo”
305
politica estera in un mondo finito nel cuore della crisi climatica
305 306
politica del clima: vie d’uscita dalle trappole dei negoziati elementi di un’equa politica del clima un’alleanza tecnologica tra il sud e il nord adattarsi all’inevitabile
307 310 312 315
biodiversità: salvaguardia della rete della vita la convenzione sulla biodiversità: tra tutela e utilizzo
317 318
le sfide dei prossimi negoziati le foreste vergini: punti nevralgici per la tutela della biodiversità e del clima
320 321
politica estera come politica della terra nuovo orientamento delle banche per lo sviluppo le organizzazioni ambientali delle nazioni unite un fondo globale per il clima politica interna del mondo
323 323 325 325 326
15.
creare più valore: responsabilità lungo la catena produttiva globale
329
i costi alti dei prezzi bassi elevato consumo di risorse e carichi ambientali condizioni di lavoro indegne disuguglianza nelle opportunità di partecipazione
330 331 332 334
cos’è la creazione di valore equa ed ecologica? qualità complessiva prezzi e salari ecologicamente e socialmente equi opportunità di sviluppo a lunga scadenza condizioni quadro eque ed ecologiche
336 336 336 337 337
il commercio equo: un modello? cosa rende equo il commercio going mainstream? la prova del fuoco del movimento fairtrade
338 338 339
anche le imprese hanno doveri civici l’ambivalenza della responsabilità sociale d’impresa iniziative multi-stakeholder
341 342 343
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quadri normativi per una gestione ecologica ed equa delle aziende fissare obiettivi sostenibili creare istituzioni democratiche concordare regole vincolanti
344
il potere dei consumatori marchi di qualità dei prodotti l’importanza della formazione e dell’educazione continue strutture di incentivazione
347 347 348 348
16.
cambiare le regole: equità nel commercio mondiale
344 345 345
351
reinventare l’organizzazione mondiale del commercio tutelare i diritti dell’uomo e il diritto allo sviluppo qualificare la concorrenza con regole ecologiche e sociali promuovere un equilibrio delle bilance commerciali favorire gli stati economicamente deboli impedire i monopoli e i cartelli
351 352 353 354 356 357
concepire in cooperazione gli accordi bilaterali dagli accordi sul libero scambio ai patti paritari per lo sviluppo condividere diritti e doveri
359 360 363
rivedere la politica del commercio estero orientare gli acquisti pubblici in base a criteri equi ed ecologici integrare economia, cooperazione allo sviluppo e ambiente
364 364 365
democratizzare la politica commerciale deficit democratici a tutti i livelli non c’è equità ed ecologia senza trasparenza e apertura
368 368 369
parte quinta impegno locale 17.
i cittadini trasformano i comuni
373
strategie per settori d’intervento locali energia trasporti biodiversità un solo mondo
373 374 374 375 375
domandare la partecipazione
376
esigere la sostenibilità
379
contrastare i progetti distruttivi
381
contribuire con competenze specifiche
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impegnarsi personalmente per la sostenibilità agire localmente per i paesi in via di sviluppo 18.
il privato è politico: vivere con attenzione
388 391 395
consumare in modo strategico il buon cibo il boom del biologico commercio equo
396 397 398 398
a casa finanza sostenibile autoprodurre per se stessi e in gruppi solidali
400 404 405
su quattro o due ruote automobili automobili piÙ efficienti: non le vogliono i clienti? o non le vogliono i produttori? il potere fatale dei simboli car-sharing: condividere le automobili bicicletta
406 406 407 407 408 409 410
scoprire un nuovo benessere la giusta misura ricchezza di tempo indipendenza interiore 19.
prospettive
verso un’economia solare ed efficiente
verso un’economia mondiale ecologica ed equa
412 412 413 414 417 418 420
un nuovo contratto sociale
422
note
427
bibliografia
445
autori
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prefazione dei committenti
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origine e contesto di futuro sostenibile Futuro sostenibile. Le risposte eco-sociali alle crisi in europa è l’adattamento ai paesi europei e all’Italia dello studio Germania capace di futuro in un mondo globalizzato (Zukunftsfähiges Deutschland in einer globalisierten Welt, 2008), redatto da un’équipe di 30 autori del Wuppertal Institut e di alcune università tedesche coordinati da Wolfgang Sachs. Lo studio, commissionato e finanziato dalla maggiore associazione ambientalista tedesca, il Bund (Bund für Umwelt und Naturschutz Deutschland), e dalle due istituzioni della Chiesa evangelica per la cooperazione allo sviluppo, Eed (Evangelischer Entwicklungsdienst) e Brot für die Welt, è lo strumento di un’articolata campagna di queste tre organizzazioni per contribuire a rendere la Germania ecologicamente e socialmente sostenibile sia nel contesto locale ed europeo, sia soprattutto nelle sue interazioni economiche e ambientali con i paesi in via di sviluppo. La campagna consta di un migliaio d’iniziative (conferenze, seminari, convegni), di fascicoli, quaderni, documentari (Dvd) e manifesti per il lavoro nelle scuole e di una mostra itinerante.5 Questo secondo studio del Wuppertal Institut attualizza ed espande i temi del suo primo studio Germania capace di futuro. Un contributo a uno sviluppo globalmente sostenibile (Zukunftsfähiges Deutschland. Ein Beitrag zu einer global nachhaltigen Entwicklung)6 la cui versione internazionale Greening the North: A Post-Industrial Blueprint for Ecology and Equity 7 fu pubblicata in Italia come Futuro sostenibile. Riconversione ecologica, NordSud, nuovi stili di vita.8 Quel primo studio fu commissionato e finanziato dal Bund e da Misereor, la maggiore organizzazione della Chiesa cattolica per la cooperazione allo sviluppo ed ebbe una notevole influenza sulla società tedesca, anticipando alcuni dei temi e dei provvedimenti della politica locale e nazionale. Alla sua presentazione nel 1996 partecipò attivamente Angela Merkel, allora ministra dell’Ambiente. Der Spiegel scrisse: “Germania capace di futuro ha buone chances di diventare la ‘bibbia verde’ del passaggio di millennio”. Lo studio fu per diversi anni lo strumento di un’intensa campagna delle due organizzazioni committenti della quale fecero parte una decina di libri satelliti, per esempio per
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futuro sostenibile
i giovani e per le scuole, più di mille eventi tra presentazioni, seminari, convegni, due documentari televisivi, alcune tesi di laurea e di dottorato. Ispirandosi a quell’opera, un gruppo di studiosi italiani coordinati da Gianfranco Bologna realizzò lo studio Italia capace di futuro,9 dedicato alle peculiarità e alle possibili soluzioni per una politica della sostenibilità in Italia. Marco Morosini Curatore dell’edizione italiana
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1.
introduzione
La marea si è invertita. Ai vertici della politica e dell’economia hanno cominciato a vacillare certezze di lunga data. Sono finiti i giorni d’euforia neoliberista e di trionfante globalizzazione. Una rimozione durata anni sembra terminare. L’uragano Katrina, gli iceberg che si sciolgono, le ondate di caldo ricorrenti e gli uccelli migratori disorientati sembrano suggerire ai popoli e ai loro leader: la natura restituisce i colpi che subisce. Fino a quando sembrava che l’economia mondiale minacciasse soltanto la stabilità del clima, si poteva lasciare questa preoccupazione agli ambientalisti. Quando però nel 2006 il “Rapporto Stern”,1 commissionato dal governo britannico, spiegò che i cambiamenti climatici minacciano anche la stabilità dell’economia mondiale, i primi campanelli di allarme hanno iniziato a squillare. Eppure, finito il tempo della rimozione collettiva, sembra però propagarsi ora una schizofrenia collettiva. Molti segnali indicano che siamo davanti a un periodo di ambiguità: siamo provvisti di conoscenze, ma incapaci di agire. Da un lato la società si è risvegliata alla consapevolezza che la minaccia del caos climatico richiede un’inversione di marcia. D’altro canto, molto va avanti come al solito. Gli aeroporti prevedono un aumento di traffico e si espandono, alcune imprese ferroviarie mirano a diventare imprese di logistica globale, le grandi compagnie elettriche vogliono costruire decine di nuove centrali a carbone o atomiche, le compagnie aeree a basso costo si rafforzano fondendosi con altre e si attrezzano per il traffico intercontinentale, davanti ai ristoranti proliferano le stufe a gas all’aperto, sulle strade di uscita dalle città fioriscono discount
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futuro sostenibile
e outlet. Di fronte alla decrescita causata dalla crisi finanziaria si moltiplicano le sollecitazioni ai cittadini perché consumino di più e la logica intrinseca di ogni singolo settore vanifica quello che dovrebbe essere l’obiettivo comune. Ciò che tutt’al più finora procede bene, è una diversificazione dell’offerta per corrispondere all’emergente sensibilità ecologica: in qualche aeroporto circolano i primi autobus a idrogeno, le compagnie elettriche vendono in segmenti di nicchia anche elettricità “verde”, alcune compagnie ferroviarie noleggiano biciclette, le compagnie aeree a basso costo fanno pubblicità di vacanze ecologiche, d’inverno, sotto le stufe a fungo sui marciapiedi, vengono serviti alimenti dell’agricoltura biologica. Ma nel complesso domina la schizofrenia: nel dibattito pubblico e nei media quasi tutti sembrano favorevoli a una politica per il clima; nel mondo della produzione materiale, però, l’uso di energia e combustibili fossili continua ad aumentare. Eppure non solo la natura, ma anche la globalizzazione si ritorce contro di noi. La crescita delle economie emergenti, specialmente di Cina e India, è un grande evento storico. Con ciò si compie per queste nazioni quella promessa che aveva accompagnato per più di mezzo secolo il Sud del mondo: raggiungere un giorno i paesi occidentali. Tuttavia all’esultanza della sbornia segue ben presto il mal di testa, perché la rincorsa allo sviluppo aumenta ulteriormente la pressione sulla biosfera. L’atmosfera, che già trabocca delle emissioni climalteranti dei paesi ricchi, viene ulteriormente appesantita dalle galoppanti emissioni dei paesi emergenti. Mentre la retorica ufficiale è piena di preoccupazioni, i paesi industrializzati continuano a essere tra le principali minacce per l’ambiente globale. Negli anni della rimozione, infatti, le loro élite economiche si sono date abbondantemente da fare per espandere a livello mondiale un’economia di rapina ecologica. Supportate dalla locale ambizione allo sviluppo, le imprese dei paesi dell’Ocse hanno aiutato la Cina e altre nazioni emergenti a conquistare un posto nella serie A dei paesi che minacciano il clima. Quando nelle nazioni emergenti ci sono lavoro a basso costo e nuovi mercati, gli azionisti sperano in forti guadagni. E i consumatori sono felici di dover spendere molto meno per tanti loro acquisti. Inoltre
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1. | introduzione
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i governi favorevoli alla liberalizzazione hanno impostato le condizioni economiche mondiali in modo che l’economia basata sui combustibili fossili – per esempio l’edilizia, l’agroalimentare e l’industria automobilistica – goda in tutti i paesi delle massime facilitazioni. In confronto con la reale globalizzazione praticata dai paesi ricchi, sono lacrime di coccodrillo quelle che vengono versate sui crescenti carichi ambientali causati dalla Cina. L’ascesa delle economie emergenti ha reso drammaticamente visibile l’incompatibilità tra l’integrità della biosfera e il modello di sviluppo tradizionale. “Che succede se tutti i cinesi vogliono l’automobile?”. Mentre alcuni decenni fa solo una minoranza d’ecologisti bisbigliava questa domanda, oggi essa è divenuta l’incubo dell’intera élite globale più istruita. Nessuno vuole negare agli abitanti del Sud l’uscita dalla povertà, ma al tempo stesso tutti temono le imminenti crisi ambientali. Anno dopo anno il conflitto tra speranze di sviluppo e limiti ecologici si inasprisce, ma poiché i limiti della natura non sono eliminabili, il modello di sviluppo dominante giunge al capolinea. Che la rincorsa allo sviluppo non contribuisca a una maggiore giustizia nel mondo era chiaro da tempo. Ma è con l’incipiente caos climatico che a ciò si aggiunge la minaccia di un aumento della povertà. Sono in particolare i paesi dell’emisfero Sud del mondo, e al loro interno soprattutto gli strati più poveri, quelli che toccano con mano le dure conseguenze del cambiamento climatico. Proprio gli innocenti saranno le prime vittime. Questa è non solo una clamorosa ingiustizia, ma anche un attacco all’obiettivo più sacro nella retorica della comunità internazionale: la sconfitta della povertà. Decenni di campagne contro la povertà, compresi gli ultimi “Obiettivi di sviluppo del Millennio” (Mdg)2 delle Nazioni Unite, diventano cartastraccia, se a causa del riscaldamento globale centinaia di milioni di poveri devono lottare contro nuove alluvioni e siccità, mancanza di cibo o malattie. Quindi una politica di sviluppo per il Sud è in primo luogo una politica del clima nel Nord. Cercare di mitigare la povertà senza voler mitigare la ricchezza non è altro che ipocrisia.
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futuro sostenibile
chi si muove e chi no Nel 1996, Bund (Lega per l’ambiente e la protezione della natura in Germania) e Misereor (Organizzazione della Chiesa cattolica tedesca per la cooperazione allo sviluppo) commissionarono al Wuppertal Institut e pubblicarono lo studio Zukunftsfähiges Deutschland, (adattato per l’Italia come Futuro sostenibile, Wuppertal Institut, 1997). Suscitò scalpore che un’associazione ambientale e un’organizzazione ecclesiale per l’aiuto allo sviluppo elaborassero insieme un progetto realistico e dettagliato per il futuro sostenibile di un paese industriale. Questa alleanza fu la conseguenza della Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente e lo sviluppo (Unced) di Rio de Janeiro del 1992. Senza ambiente, niente sviluppo e senza sviluppo niente ambiente: era questo il messaggio di Rio. Il destino della natura e il raggiungimento della giustizia internazionale furono riconosciuti come intrecciati l’uno con l’altro. Fu naturale quindi provare a descrivere insieme degli obiettivi e dei percorsi di uno sviluppo sostenibile per un paese industrializzato. Il libro Futuro sostenibile delineò il concetto di spazio ambientale globale e formulò obiettivi di politica ambientale e cooperazione allo sviluppo per i paesi industriali, proponendo una combinazione di efficienza e di sufficienza. Soprattutto ribadì che la parola “sostenibilità” deve essere sillabata non solo per amore della natura, ma anche come opzione per i poveri. Che effetti ha avuto quel libro? La risposta è difficile, perché libri e campagne non lasciano tracce chiare nella storia. Eppure appare a posteriori che quel libro ha fatto parte di quel cambiamento sotterraneo che ha permesso alla Germania di diventare uno dei precursori nel settore delle tecnologie e delle politiche rispettose delle risorse in Europa e nel mondo. Quel libro e l’intensa campagna di Bund e di Misereor a esso correlata furono parte di un processo di trasformazione transnazionale, che a partire da minoranze sta facendo nascere pratiche e idee per rispondere alle sfide del XXI secolo. Chiari mutamenti nella pubblica opinione perfino in paesi come gli Usa, l’Australia e la Cina, indicano che questa trasformazione è in corso in molti luoghi. Questo cambiamento non è guidato dai governi. Fino a poco tempo fa
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nessuno stato, e neppure l’Europa, aveva preso sul serio le risoluzioni di Rio. È stato un decennio perso. Fortunatamente, però, scienziati, imprenditori, gruppi della società civile e associazioni hanno prodotto in molti paesi pratiche e conoscenze per far diventare più verdi e più giuste società ed economia. I conflitti in queste cose sono la regola: manifestazioni contro centrali nucleari e a carbone, controversie su progetti di produzione nei reparti di ricerca e sviluppo delle grandi aziende, catene umane durante i vertici dell’economia mondiale, controdocumenti sulla riforma del commercio mondiale, sviluppo di settori economici equi ed ecologici, dibattiti nei parlamenti. Con l’espansione delle energie rinnovabili, è cresciuto in Germania un nuovo ramo dell’economia, innumerevoli aziende sperimentano una progettazione e una produzione ecoefficiente, diversi comuni provvedono alla moderazione del traffico e al risanamento energetico degli edifici. Il commercio equo e solidale, l’agricoltura biologica e l’industria alimentare dei prodotti ecologici hanno guadagnato molto terreno e, grazie all’opposizione dei consumatori, i generi alimentari sugli scaffali sono rimasti in gran parte liberi dall’ingegneria genetica. In molti campi, sono cresciute alternative in piccolo formato, che attendono di essere applicate a più grandi dimensioni. Eppure a tutto ciò si contrappone un’alleanza tra indifferenza e interessi personali. Mentre la prima rappresenta un muto ostacolo al cambiamento, i secondi entrano in scena ben organizzati. Così molte lobby industriali operano per impedire l’espansione di soluzioni sociali e tecnologiche alternative, come nel caso dei giganti del settore elettrico, che difendono ostinatamente il loro monopolio. E ciò è chiaro a ogni lettore di giornali che segua il comportamento dell’industria automobilistica tedesca, la quale potenzia invariabilmente il suo segmento di mercato dei veicoli di lusso e ad alta velocità. Lo stesso vale per le industrie chimiche a livello europeo, che non vogliono lasciarsi imporre le spese per le ricerche che comprovino l’innocuità delle loro sostanze. Infine, questo lobbismo è proverbiale nell’industria agroalimentare e tra i rappresentanti degli agricoltori, che nella richiesta di abbandonare fertilizzanti chimici e pesticidi vedono solo l’anticamera del loro declino economico. In questo contesto non sorprende che una svolta energetica ecologi-
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ca non proceda speditamente, che non si veda traccia di svolta nei trasporti e che la nuova politica agraria si insabbi. In fin dei conti quando si tratta a Bruxelles presso l’Unione europea, oppure a Ginevra presso l’Organizzazione mondiale del commercio, le lobby sono ben d’accordo di rafforzare la posizione delle industrie del Nord contro le economie del Sud del mondo. Le forze in gioco sono tante. Da un lato c’è la concorrenza capitalistica, che costringe le imprese a perseguire la rendita sul capitale investito. Per le società quotate in borsa gli unici soggetti che contano davvero sono gli azionisti, non i dipendenti, e certamente non la società nel suo insieme né le generazioni future. Le aziende devono fare ciò che rende, non ciò che è giusto; e non raramente rende fare la cosa sbagliata. Inoltre le strutture consolidate producono spesso vincoli di fatto, perché risultano da un passato che ha già messo fuori gioco possibili opzioni alternative. Basti pensare alla rete autostradale, da cui dipende la divisione del lavoro sulle grandi distanze, o al dilagare degli insediamenti intorno ai centri urbani che costringe all’uso dell’automobile, oppure alla disgregazione delle forme famigliari tradizionali che aumenta la domanda di superficie abitabile pro capite. Infine c’è anche una certa impotenza culturale, poiché la soddisfazione dei bisogni basati sull’uso dei combustibili fossili è ancora radicata fisicamente ed emotivamente nelle persone. Ciò è evidente nel modo di soddisfare i bisogni di illuminazione, servizi igienici, climatizzazione e mobilità, ma incide anche nei piaceri del quotidiano, come lo shopping o l’andare al ristorante. le tesi del libro Molti lo sospettano, ma pochi lo dicono: il cambiamento climatico richiede un cambiamento di civiltà. Il passaggio a una civiltà post-fossile sarà l’impegno determinante di questo secolo, soprattutto per le società industrializzate. Esso comprende in primo luogo una sfida tecnologica, cioè la riorganizzazione dell’hardware sociale in tecnologie econome di risorse e rispettose della natura: dagli edifici fino alle centrali elettriche e
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alla produzione industriale e agricola. In secondo luogo occorre un progetto istituzionale, cioè l’edificazione di norme e di istituzioni che garantiscano il rispetto dei diritti umani e mantengano la dinamica di sviluppo dell’economia entro i limiti di rigenerazione della biosfera. Questa impresa epocale sarà un gran cimento per le scienze economiche e politiche, ma sarà soprattutto tema di confronto, discussione e decisione nella politica e nei parlamenti. In terzo luogo un tale cambiamento richiede idee guida sia per l’azione, sia come riferimento esistenziale: dallo stile di vita personale all’etica professionale, fino alle priorità della collettività. Queste idee guida dovranno permettere di percepire la realtà nel suo insieme e dovranno ruotare intorno al giusto equilibrio tra uomo e natura. Saranno ispirate da una responsabilità cosmopolita e collegheranno lo stile di vita personale al contesto globale. Una tale prospettiva deve liberarsi da un’incuria concettuale: nel cosiddetto “triangolo della sostenibilità”, crescita economica, sicurezza sociale e compatibilità ambientale sono considerati di pari importanza. Ma questa equiparazione non riconosce la natura assoluta né dei limiti ecologici né dei diritti umani. Per questo una politica della sostenibilità rispetterà prioritariamente i limiti della capacità di carico degli ecosistemi. Solo a partire da lì verranno poi formulati i principi guida per l’economia e la sicurezza sociale, quasi come guard-rail che impediscano alla civiltà umana di sconfinare negli spazi della natura. Una simile rivendicazione di assolutezza spetta ai diritti umani: il dovere cosmopolita di garantirli non può essere compensato da altri obiettivi quali la competitività o la salvaguardia dei diritti acquisiti. Mantenere le dinamiche economiche all’interno dei guard-rail del rispetto dell’ambiente e dei diritti umani è il programma centrale della sostenibilità. Un tale programma non è evidentemente compatibile con la rivendicazione che l’economia sia il motore dello sviluppo sociale. In ogni caso il cambiamento di rotta verso la sostenibilità esige l’addio definitivo al neoliberismo. Lo storico Eric Hobsbawm ha evidenziato come l’idea guida di un contratto sociale tra economia e stato, che aveva caratterizzato la storia del dopoguerra, sia stata sostituita a partire dagli ultimi anni Settanta dal principio della deregolamentazione delle attività economi-
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che. Nel contesto di questo mutamento l’efficienza economica è diventata più importante di altri obiettivi sociali, come ecologia o giustizia. La liberalizzazione dei mercati e la privatizzazione dei servizi pubblici di base dominano la nostra epoca, regalando soprattutto alle multinazionali un enorme aumento di potere. Ora, dopo quasi 30 anni, questa costellazione ideologica si è esaurita. Un importante motivo di ciò è la sua comprovata impotenza di fronte alle crisi globali della povertà e dell’ambiente. La forza del mercato è nell’indurre i suoi partecipanti, tramite la concorrenza, a badare costantemente al miglior impiego possibile di capitale, materiali, persone e tempo. È questo il meccanismo che dovrebbe garantire l’allocazione ottimale delle risorse economiche. Ma il mercato non garantisce l’adempimento degli altri due compiti di un’economia funzionale: non è in grado né di mantenere il consumo delle risorse naturali a un livello opportuno, né di produrre un’equa distribuzione dei beni. Il mercato è cieco sia in materia di ecologia che di giustizia. In questi campi è quindi la politica che deve stabilire le regole. Il bene comune prima del mercato: senza questa priorità è impossibile sia far operare i guard-rail ecologici, sia garantire a ognuno una partecipazione sociale, così come è parimenti impossibile dare a questi due obiettivi la precedenza sull’obiettivo della competitività. Tra l’altro queste nuove priorità offrono anche nuove opportunità per il mercato. Infatti, nuove regole del gioco spingono le innovazioni in una nuova direzione, aprono nuovi ambiti di concorrenza, possono addirittura conferire all’economia una nuova credibilità. Eppure sono passati i tempi in cui da una maggiore crescita economica ci si poteva attendere una vita migliore, almeno nei paesi ricchi. Anche se non è mai stato saggio confondere un elevato volume di produzione con una società civilizzata, l’imperativo della crescita è diventato ora un pericolo pubblico. Il punto non è solo che la crescita è in gran parte degenerata in un fine in sé e che commercializza per lo più soluzioni per bisogni che nessuno provava prima. Piuttosto si moltiplicano i segni che la crescita produce più svantaggi che vantaggi, che quindi complessivamente i costi marginali della crescita aumentano più velocemente della sua utilità marginale, cioè dei suoi benefici. La destabilizzazione
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del clima e la frammentazione sociale di molte società sono gli esempi emergenti di questo fenomeno. Perciò l’imperativo della crescita è in contraddizione con la sostenibilità. Solo se la crescita viene retrocessa a un’opzione tra le altre, ci si può aspettare un capitalismo con plusvalore sociale e ambientale. Inoltre, non si potrà salvaguardare la biosfera senza congedarsi dalla posizione d’egemonia del Nord nella politica mondiale. È ovvio che una politica di ordinamento mondiale può riuscire in materia di ecologia solo in uno sforzo comune dei paesi ricchi e poveri. Finora, però, è fallita una seria collaborazione tra Nord e Sud nella politica ambientale perché il Nord continua a far pesare a svantaggio del Sud il suo potere strutturale nella politica finanziaria, commerciale e di sviluppo. Siccome poi i più forti spesso e sistematicamente non rispettano gli accordi, il Sud si vede messo con le spalle al muro e risponde con diffidenza e desideri di rivalsa. Quindi una politica ambientale che non è allo stesso tempo politica di solidarietà rimarrà senza successo. La bomba a orologeria della povertà globale potrà essere disinnescata solo se una politica di solidarietà diverrà il punto centrale delle relazioni internazionali. Incentivazione dello sviluppo, non dell’economia: questo deve contraddistinguere l’architettura della società globale. Senza una svolta nella politica d’egemonia, soprattutto su debiti, brevetti e accordi commerciali, non c’è da aspettarsi una seria cooperazione dei paesi del Sud per l’uscita dall’economia basata sui combustibili fossili. la struttura del libro Il libro è diviso in 19 capitoli, organizzati in sei parti. Figure e box con casi concreti di eccellenza suffragano le tesi proposte. Nei capitoli si trovano inoltre una ventina di “Finestre sul 2022”, cioè piccole storie di successi nel cammino verso un futuro sostenibile, miniscenari descritti come se fossero realtà nel 2022. Queste finestre invitano il lettore a usare la sua forza d’immaginazione.
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La prima parte, “Situazioni di partenza”, riassume il momento storico attuale, in cui il conflitto tra ecologia e giustizia palesa la sostenibilità come vero e proprio programma di sopravvivenza, perché la drammatica alternativa è: sostenibilità o autodistruzione. La destabilizzazione del clima è iniziata in modo ormai innegabile, la fine del petrolio a buon mercato si avvicina, habitat naturali come foreste, mari e zone umide sono compromessi. Emerge così il dilemma della giustizia su un pianeta limitato: il desiderio di sviluppo dei paesi meno industrializzati si scontra con la finitezza della biosfera. In questa situazione i paesi industrializzati offrono un’unica ricetta universale: scatenare le forze della crescita economica. Nella seconda parte, “Idee guida”, si formulano concetti, fin qui spesso inespressi, che possano mettere le ali all’impegno per un mondo sostenibile. Vengono proposte quattro idee guida: una cosmopolita, che mira a realizzare i diritti dei cittadini del mondo, una ecologica, che traccia i contorni di un benessere rispettoso delle risorse e compatibile con la natura, un’idea politico-sociale, che si occupa di partecipazione e di influenza di tutti i cittadini nella società, e infine una politico-economica che abbozza l’ordinamento istituzionale per un’economia olistica. Nella terza parte, “Cambio di rotta per l’Europa”, vengono concepite prospettive di riforma per la politica e l’economia in Europa. Esse spiegano soprattutto il cambio di paradigma necessario nella gestione dei sistemi di produzione di beni e servizi. A tal fine si presentano direzioni e vie da percorrere verso un’economia rispettosa delle risorse e compatibile con la natura. Questa riorganizzazione richiede nuove priorità in politica. Mentre negli anni Novanta deregolamentazione e globalizzazione erano le parole d’ordine, la sostenibilità esige invece regolamentazione e regionalizzazione. Un’architettura di regolamentazione del mercato deve mirare principalmente a impedire alle imprese di esternalizzare i costi ecologici e sociali. Essa inoltre porrà in una direzione favorevole al bene comune i guard-rail per le dinamiche del mercato. La regionalizzazione punta a fondare su base locale la circolazione di molte risorse, a creare un’economia che riduca il bisogno di lunghi trasporti e a rafforzare
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l’economia regionale. In definitiva, una politica ambientale che non si occupi al tempo stesso di politica sociale non avrà successo, perché una seria inversione di marcia richiede un’elevatissima capacità di cooperazione della società. Per questo divengono urgenti una nuova politica del lavoro e della partecipazione, nonché misure per la ridistribuzione dei redditi e dei patrimoni. La quarta parte, “Nuovi patti globali”, affronta la questione delle relazioni internazionali. Il passaggio a un tipo di economia ecologica ed equa non è attuabile senza cooperazione multilaterale, anzi, esso ha bisogno di iniziative e di strategie parallele in molti punti nel mondo. Proprio un continente potente e prospero come l’Europa deve prendere coscienza della sua responsabilità nella tutela sia della biosfera sia dei diritti umani e civili anche al di fuori del suo territorio. Ciò sfida l’Europa principalmente in tre arene. Nella politica ambientale internazionale molto dipenderà dalla capacità dell’Europa di mantenere o meno il suo ruolo di pioniere e di trainare il mondo su un percorso di condivisione dei doveri. Per le aziende europee ciò significa adempiere i propri doveri civici transnazionali e lavorare per la progettazione di catene di produzione globali fondate sull’ecologia e sull’equità. Infine, nella politica economica estera è necessario che l’Europa desista dai suoi bisogni d’egemonia e che impari la virtù della moderazione e della cooperazione in favore dei più deboli. La quinta parte, “Impegno nelle situazioni locali”, esamina l’azione a livello locale, indicando le possibilità dei cittadini di dare forma al loro ambiente di vita. Infatti, o ci sarà un forte impegno della società civile, oppure la svolta verso la sostenibilità non avrà luogo. Accanto al lavoro politico in senso più stretto è necessario accelerare confronti e riflessioni sulle questioni dell’energia, dei trasporti e della protezione della natura per ridurre così l’impronta ecologica dei comuni. Anche con azioni a livello comunale, l’impegno per i paesi in via di sviluppo e per il commercio equo permette di aprire finestre locali sulle interdipendenze globali. Rispetto invece allo stile di vita personale, è com-
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provato che scelte di acquisti strategicamente impegnate possono modificare i mercati. Non pochi cittadini sperimentano inoltre stili di vita che cercano un nuovo equilibrio tra benessere materiale e immateriale. Vivere bene invece di possedere molto: è questa la parola d’ordine per una svolta verso il meno. Nella sesta e ultima parte, “Prospettive”, si riassumono le argomentazioni del libro per definire la direzione di un percorso di riforma in Europa. Creare una “società a 2.000 watt”3 è il primo campo di impegno. Il secondo è affermare nell’economia mondiale relazioni rispettose dell’ambiente e della giustizia. In entrambi i campi si scontrano gli interessi dei capitali finanziari e quelli della società civile, ma si delineano anche i contorni di un nuovo contratto sociale che potrebbe far sperare di vivere dignitosamente questo secolo.
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