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Equilibri n. 76/77

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Periodico trimestrale del Consorzio Obbligatorio degli Oli Usati - Registrazione Tribunale di Roma - n. 374/89 del 21/06/1989 Anno XXIV - Numero 75/76 - ottobre 2012 / marzo 2013 - Poste Italiane SPA - Spedizione in abbonamento postale - 70% - DCB Roma

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EQUILIBRI sviluppo e ambiente

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WALL ST A GREEN ST

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L’economia verde inizia a fare sul serio


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INDICE EDITORIALE Se la Green Economy inizia a fare sul serio

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PRIMA PAGINA Prodotto interno verde

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INTERVISTE Edo Ronchi “Risorse, occupazione e progresso: all’Italia serve una svolta verde”

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Marco Frey “Semplificazione e norme chiare: le basi per investimenti duraturi” Pietro Colucci “Il futuro è l’internazionalizzazione ora le imprese italiane sono mature” DALL’ESTERO Stati Uniti, Obama tenta il rilancio il secondo mandato sarà più “green”

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ISTITUZIONI Arturo Siniscalchi “Road show a sostegno delle imprese per favorire uno sviluppo sostenibile”

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LIBRI Nuove professioni in un mondo più pulito il presente e il futuro dell’economia verde

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FIERE “Navighiamo pulito per l’ambiente” Il COOU sbarca a Big Blu il salone della nautica e del mare

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SCUOLE Gli alunni di Scuola Web Ambiente non vogliono lavarsene le mani!

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Periodico trimestrale del Consorzio Obbligatorio degli Oli Usati Registrazione Tribunale di Roma n. 374/89 del 21/06/1989 Direttore Responsabile: Paolo Tomasi Segreteria di redazione: Domenico Zaccaria Anno XXIV Numero 76/77 Ottobre 2012/Marzo 2013 Direzione, redazione, amministrazione: Consorzio Obbligatorio degli Oli Usati Via Virgilio Maroso, 50 – 00142 Roma Progetto grafico e realizzazione: eprcomunicazione Via Arenula, 29 – 00186 Roma Stampa: Piramide Comunication Roma Stampato nel mese di aprile 2013


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DA WALL STREET A GREEN STREET EDITORIALE

PRIMA PAGINA

INTERVISTE

DALL’ESTERO

ISTITUZIONI

NOTIZIE LIBRI

FIERE

SCUOLE

PRODOTTO INTERNO VERDE La Green Economy ha completato il suo processo di maturazione ma per mettere tutti d’accordo deve fare i conti con la crescita

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Serre solari fotovoltaiche a Merlino (Lodi)


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INTERVISTE

efinizioni di Green Economy se ne trovano tante, cambiano a seconda di chi le abbia coniate, se un economista o un ambientalista convinto. Ovviamente la sostanza è la stessa, cerchiamo di afferrarla. L’oggetto di base rimane il bene o il servizio, sempre di economia parliamo, ma si introduce un’idea: non ci interessa solo il suo effetto sul Prodotto Interno Lordo, ma il suo cammino e l’effetto che questo produce sul nostro pianeta. Il tutto necessariamente ragionando a una scala temporale più ampia, non per forza geologica, ma che tenga almeno conto delle generazioni future. Ci interessa il bene dal reperimento delle materie prime, passando per il ciclo di trasformazione e la realizzazione del prodotto finito, che sia materia o energia, senza trascurare – novità – tutto quanto concerne il suo smaltimento una volta esaurito il suo compito. Ci interessa conoscere gli effetti che tutto il processo ha sull’ambiente, sull’aria, sull’acqua e sulla vita del pianeta. Perché un effetto ce l’ha, e solo chi non ha voluto guardare non se n’è accorto. Possiamo quantificarlo sempre in termini di PIL, che diminuisce a causa delle ricadute su quelle attività che dipendono da una buona qualità dell'ambiente come agricoltura, allevamento, pesca, turismo, spese per la salute pubblica, danni dovuti a disastri naturali. Ma possiamo parlarne anche in termini di qualità della vita umana o di progressivo e inesorabile esaurimento delle risorse naturali. Fino a ora è stato facile, risorse a buon mercato da Paesi poveri e incapaci di una vera autonomia politica, ex colonie spesso... fornitori di materie prime e accumulatori di rifiuti a basso costo. Alcuni magari si sono svegliati lungo il cammino e, come i Paesi produttori di petrolio, hanno preso in mano parte dell’economia mondiale. Ma il picco del petrolio pare proprio sia stato superato, ossia il livello massimo di produzione petrolifera è passato e da ora in poi si può solo scendere. E si sa, diminuendo la disponibilità di un bene aumenta il suo prezzo, e l’oro nero è sempre meno conveniente. Contemporaneamente i Paesi emergenti cominciano ora a voler dire la

DALL’ESTERO

ISTITUZIONI

loro, la popolazione mondiale aumenta vertiginosamente (previsti 9 miliardi di cittadini per il 2050) e tutti vogliono il livello di benessere fino a poco fa prerogativa delle economie occidentali. Economie occidentali che dopo il crollo del sistema ideologico del blocco sovietico, che comunque mai si è posto il problema degli effetti ambientali della sua economia, si avviano verso il crollo del sistema economico/ideologico basato sul consumismo incontrollato, messe in crisi da un capitalismo fraudolento dai piedi d’argilla. E poi c’è l’evidenza dei fatti, non più solo materia di studio di scienziati, ma ormai dato di fatto per l’uomo comune. Il clima del pianeta cambia. Ci dicono che la colpa è in gran parte dell’uso dei combustibili fossili: petrolio e carbone. Il loro consumo produce anidride carbonica, che immessa in

Negli ultimi anni l’industria italiana è stata solo sfiorata dalle novità tecnologiche “green” anche per la mancanza di politiche chiare sugli incentivi atmosfera trasforma il pianeta in una serra, aumentando le temperature medie a livello globale e con gli effetti più vari e devastanti a livello locale. E ormai a questa evidenza si sono arresi tutti. Tanto da mettere in discussione il sistema tradizionale di pensare la produzione, il consumo e lo smaltimento. Pare però che se tutti se ne sono accorti molti fanno finta di non capire. Gli accordi internazionali

NOTIZIE LIBRI

FIERE

SCUOLE

sui cambiamenti climatici sono sostanzialmente fermi, Kyoto e Rio+20 quasi un nulla di fatto, i governi non pensano che in una fase di crisi economica sia il momento di prendere impegni economicamente vincolanti. Nessuno ha veramente sposato uno dei paradigmi di chi sostiene che un altro mondo è possibile: la crisi come opportunità! A voler rimanere appesi all’idea dell’economia di mercato si tratterebbe in sostanza di ottimizzare l’efficienza del sistema, ricorrendo a fonti di energia rinnovabili, i cui costi, a fronte di un investimento iniziale, sarebbero estremamente contenuti ed eliminerebbero gran parte della dipendenza dai Paesi fornitori di materie prime, nonché eliminando ogni spreco attraverso un sistema accurato di riciclaggio. Ma inutile dire che chi sostiene a pieno la Green Economy invita a considerare l’eventualità che il motore della produzione non sia il profitto fine a se stesso, che questo paradigma ideologico, questa presunta libertà, sia messa in discussione, non per contrapposizione ideologica, ma per necessità di sopravvivenza. Magari non nostra, ma già dei nostri figli. Ma cerchiamo di capire a questo punto di cosa stiamo parlando. Partiamo da uno dei punti più importanti, quello energetico. Per parlare di Green Economy dobbiamo avere alcuni indispensabili requisiti: fonti rinnovabili, infrastrutture legate alla produzione e alla distribuzione che non incidano in modo significativo sull’ambiente, nessuna produzione di scorie o rifiuti non riciclabili. E dato che parliamo di economia è indispensabile la loro accessibilità economica. In Italia è già sviluppato e stabile il settore idroelettrico, mentre sempre maggiore è la produzione da fonti quali eolico e fotovoltaico, tanto che per il 2013 è previsto un 35% della produzione nazionale elettrica da rinnovabili, contro un 24% dello scorso anno. Per quanto riguarda l’energia solare questa strada è stata intrapresa da anni e sovvenzionata dallo Stato tramite il Conto Energia, 6 miliardi di euro erogati dal 2005 a oggi secondo il Gestore Servizi Elettrici (GSE): ogni italiano in bolletta paga dal 1991 una


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INTERVISTE

DALL’ESTERO

ISTITUZIONI

NOTIZIE LIBRI

FIERE

SCUOLE

“Semplificazione e norme chiare: le basi per investimenti duraturi” VA RIPENSATO L’ORIENTAMENTO DEI SISTEMI DI INCENTIVAZIONE IN MODO CHE FAVORISCANO L’INNOVAZIONE DELLE AZIENDE Marco Frey, Direttore dell’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa

L’impressione è che su questi temi le imprese italiane restino sostanzialmente indietro rispetto al resto d’Europa. Ciò è dovuto a limiti palesati delle aziende stesse o alle scarse sponde che trovano nel sistema politico? Storicamente il nostro Paese risente dell’incapacità di dotarsi di una pianificazione di lungo periodo a tutti i livelli, e questo a causa della scarsa chiarezza delle prospettive e delle regole del gioco. Ciò si riflette inevitabilmente sui comportamenti dei diversi attori, dalle imprese alle istituzioni finanziarie. Il nostro sistema, inoltre, è basato soprattutto su piccole e medie imprese che – proprio per la loro natura – tendono ad

In un momento di profonda crisi come quello attuale, esistono dei settori della Green Economy che sono anticongiunturali, e che continuano a crescere nonostante il quadro economico sia così difficile? In realtà è quasi l’intero settore della Green Economy a essere anticon-

INDIA 44

BRASILE 50,3

RIPARTIZIONE DEGLI INVESTIMENTI MONDIALI SULLE ENERGIE RINNOVABILI IN MILIARDI DI DOLLARI

CINA 190,9

Per le imprese esiste anche un problema di accesso al credito. Ciò è dovuto al fatto che le banche, anche a causa della crisi, sono propense a finanziare i settori più conosciuti a discapito di quelli più innovativi della Green Economy? Il motivo è senz’altro questo. Le istituzioni finanziarie tendono a sostenere attività che presentano un buon livello di affidabilità, e la Green Economy sconta anche la scarsa conoscenza di gran parte del mondo finanziario riguardo ai rischi di investimento. Non bisogna però cadere nell’errore di generalizzare il discorso. Faccio un esempio emblematico, quello del meccanismo delle incentivazioni nel settore delle rinnovabili: quando il quadro normativo relativo agli incentivi era chiaro, il sistema bancario ha elargito risorse consistenti; ma se il quadro diventa più incerto, è inevitabile che questa disponibilità si riduca.

giunturale. A livello internazionale, gli investimenti in questo campo sono in crescita costante. Il 2012, a causa della crisi economica, è il primo anno che ha registrato una crescita minore rispetto al precedente, ma parliamo sempre di crescita in una fase di depressione globale.

USA 217,8

assumere un atteggiamento più tattico che strategico. Nonostante questi limiti, dal punto di vista della propensione verso le tematiche ambientali il quadro in Italia è molto più significativo di quanto possa apparire, e la crisi economica ha contribuito ad accentuare questo orientamento.

EUROPA 469.8

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i parla tanto di “green management”. Certo è che negli ultimi anni si sia assistito ad una decisa apertura delle aziende rispetto alle tematiche ambientali. A cosa è dovuto questo nuovo orientamento? Questo dipende da almeno tre fattori. In primo luogo, dalla crescente sensibilità rispetto alle tematiche “green” da parte di tutta una serie di attori istituzionali, che ha in qualche modo costretto le imprese a tenerne conto. In secondo luogo dalla regolamentazione: negli ultimi quarant’anni sono nate delle direttive rigide a tutela dell’ambiente come bene pubblico, soprattutto su spinta della legislazione dell’Unione Europea. E infine da ragioni competitive, perché le tematiche ambientali costituiscono per le imprese un elemento di differenziazione all’interno dei mercati in termini di reputation, di prodotto e di efficienza dei processi di produzione.

Dati del rapporto di Ernst&Young “Renewable energy country attractiveness indices”

Dagli Stati Generali della Green Economy di Rimini sono scaturite le 70 proposte per contribuire a far uscire l'Italia dalla crisi. Quale andrebbe realizzata per prima? Le proposte sono tutte valide, ma andrebbe realizzata immediatamente quella di carattere più generale, che riguarda la semplificazione e la chiarezza normativa. Il nostro Paese deve dotarsi di regole chiare e adeguatamente snelle, che consentano di tutelare l’ambiente come bene pubblico, e al contempo di sviluppare le innovazioni necessarie in questi ambiti, modificando l’orientamento dei sistemi di incentivazione da una logica di stimolo alla domanda verso uno stimolo all’innovazione.

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DALL’ESTERO

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NOTIZIE LIBRI

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SCUOLE

“Il futuro è l’internazionalizzazione ora le imprese italiane sono mature” POSSIAMO FORNIRE SOLUZIONI VALIDE A PAESI CHE CRESCONO E SANNO DI DOVER COLMARE UN GAP SUL FRONTE AMBIENTALE Pietro Colucci, imprenditore, Presidente di Sostenya e Kinexia

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a tempo si sostiene che la crisi economica può trasformarsi in un’opportunità per le aziende “verdi”. In che modo? Il sistema delle imprese italiane deve rendersi conto del fatto che modello industriale adottato dal Paese alcuni

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immediato sul calcolo del PIL. In questa prospettiva, l’energia rinnovabile può giocare un ruolo di primo piano perché consente di importare meno energia, con contributi benefici sulla bilancia commerciale del Paese e sulla capacità interna di creare indotto. Certo, nessuno spera di riuscire a

anno 2012

anni fa segna ormai il passo e va riscritto. Lo scorso novembre, agli Stati Generali della Green Economy di Rimini, sono emerse potenzialità che, se perseguite con convinzione, consentirebbero alle imprese di crescere in un futuro non così lontano. Basti pensare che in Italia, in questo campo, abbiamo registrato un livello di investimenti che ha superato i 35 miliardi di euro e ha creato nuovi posti di lavoro su tutto il territorio nazionale.

coprire l’intero fabbisogno energetico italiano con le rinnovabili. Non a caso, la strategia energetica nazionale varata dal Governo Monti ha profilato uno scenario di convivenza fra i due sistemi, quello fossile e quello rinnovabile. Il piano prevede di arrivare nel 2020 al 38% di energia prodotta da fonti rinnovabili, e si tratterebbe di un sorpasso storico: per la prima volta, quella “verde” sarebbe la prima fonte energetica del Paese.

Perché è ormai imprescindibile, per un Paese come il nostro povero di materie prime, puntare sulle energie rinnovabili? Quando Tremonti presentò il progetto sulla ri-nuclearizzazione del Paese, spiegò che l’importazione di energia dall’estero ha un impatto negativo

Quali sono i problemi che incontra un imprenditore che intende investire in questo settore in Italia? Fino a qualche mese fa il quadro normativo appariva incerto, mentre ora le imprese che vogliono investire nel campo della Green Economy hanno davanti uno scenario di contributi e

incentivi decisamente più chiaro. Resta però aperto il tema della burocrazia. La riforma del Titolo V della Costituzione, che ha assegnato alle Regioni una competenza esclusiva su alcune materie, continua a creare difficoltà alle imprese. E al contempo il nuovo sistema di concessione delle tariffe attraverso il Registro, rende complicate le stime sui tempi necessari alla realizzazione di un investimento, e ciò scoraggia l’arrivo di capitali, soprattutto dall’estero. Green Economy vuol dire anche nuove figure professionali e quindi nuovi posti di lavoro. In Italia siamo ormai alla soglia dei 300.000 addetti, con le rinnovabili – saldamente in testa – che hanno favorito la creazione di posti di lavoro soprattutto nel campo del fotovoltaico, con la riconversione di imprese che si occupavano di elettricità. Oggi però il discorso va ampliato: le nostre imprese hanno sviluppato un knowhow importante in questo campo e hanno iniziato a esportarlo all’estero. Perciò il grande tema del futuro non è tanto quello dell’occupazione finalizzata all’indotto nazionale, ma quello legato all’internazionalizzazione. Quali sono i Paesi più interessanti da questo punto di vista? Gli obiettivi importanti già raggiunti in Italia oggi sono alla portata in Cina, Brasile, Russia, Turchia o in Sudafrica: Paesi che crescono ad un ritmo spesso vertiginoso e sanno di dover colmare un gap sul fronte ambientale. Le imprese italiane attive nel campo della Green Economy possono dare una risposta a queste esigenze, ed è proprio questa la scommessa con la quale si può vincere in futuro.


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L A NAZIONALE ITALIANA DI PALLANUOTO HA DEVOLUTO IL COMPENSO AL FONDO TERREMOTO ABRUZZO DELLA PROTEZIONE CIVILE NAZIONALE.

SE GETTI VIA L’OLIO USATO DELLA TUA AUTO INQUINI UNO SPAZIO GRANDE COME SEI PISCINE OLIMPICHE. A volte basta poco per inquinare tanto: un cambio d’olio dell’auto gettato in un tombino o in un prato. Un gesto insensato che rischia di inquinare una superficie enorme di 5.000 metri quadri. Invece se raccolto correttamente l’olio usato è una preziosa risorsa perché con il riciclo diventa nuovo lubrificante. Così si risparmia sull’importazione del petrolio e anche l’ambiente ci guadagna. Aiutaci a raccoglierlo, non mandare a fondo il nostro futuro: numero verde 800.863.048. RACCOGLIAMO L’OLIO USATO. DIFENDIAMO L’AMBIENTE.


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