www.barillacfn.com info@barillacfn.com Advisory Board Barbara Buchner, Claude Fischler, Mario Monti, John Reilly Gabriele Riccardi, Camillo Ricordi, Umberto Veronesi In collaborazione con The European House-Ambrosetti Coordinamento editoriale e redazione Codice Edizioni Progetto grafico e impaginazione adfarmandchicas Il costo del cibo e la volatilitĂ dei mercati agricoli: le variabili coinvolte (ottobre 2011) Immagini National Geographic Image Collection Corbis Images Immagine di copertina: Kenneth Garrett/National Geographic Stock
Gina Martin/National Geographic Stock
C
aro Lettore, il costo del cibo e i mercati agricoli sono stati interessati nell’ultimo quinquennio da significativi incrementi e da una forte volatilità.
È un fenomeno per molti versi nuovo, che desta preoccupazione perché, con ogni probabilità, l’attuale situazione di volatilità è destinata a permanere nel tempo, mettendo sotto pressione l’intero sistema agroalimentare, se non verranno trovate e condivise soluzioni efficaci. Non si tratta di un fatto meramente economico o di una preoccupazione esclusiva degli attori della filiera agroalimentare; difatti, questa maggiore instabilità ha drammatiche conseguenze soprattutto per gli abitanti dei Paesi più poveri del mondo. La Banca Mondiale ha stimato che l’aumento dei prezzi registrato tra il 2010 e il 2011 ha spinto 44 milioni di persone in più al di sotto della soglia di povertà. Al contrario, il mantenimento di prezzi di equilibrio significa solidità delle filiere, adeguata remunerazione dei fattori produttivi – a partire dal lavoro – e possibilità di pianificazione degli investimenti. Data l’importanza del tema, il Barilla Center for Food & Nutrition ha deciso di indagarne a fondo le cause, cercando di comprendere quali siano le ragioni di questa discontinuità rispetto agli andamenti registrati nel recente passato, analizzando in particolare i fattori in gioco e le principali dinamiche di correlazione. Quello che vi presentiamo è il primo dei documenti che intendiamo dedicare a questo complesso argomento, nella speranza di aiutare a comprenderne la rilevanza e gli aspetti tecnici essenziali, illustrati in forma accessibile e chiara. Altri lavori seguiranno, a partire dal prossimo anno, poiché vogliamo contribuire a mantenere alta l’attenzione su questi importanti temi, che toccano la qualità della vita di miliardi di persone nei diversi Paesi del mondo. Buona lettura, Guido Barilla
La visione deL BariLLa Center for food & nutrition
Shivji Joshi/National Geographic Stock
offrire una moLtepLiCità di ContriButi ad aLto Contenuto sCientifiCo e diventare neL tempo un prezioso strumento di servizio aLLe istituzioni, aLLa Comunità sCientifiCa, ai media e aLLa soCietà CiviLe; punto di inContro tra Chiunque aBBia a Cuore L’aLimentazione, L’amBiente, Lo sviLuppo sosteniBiLe e Le sue impLiCazioni suLLa vita deLLe persone.
La visione deL BariLLa Center for food & nutrition
Shivji Joshi/National Geographic Stock
offrire una moLtepLiCità di ContriButi ad aLto Contenuto sCientifiCo e diventare neL tempo un prezioso strumento di servizio aLLe istituzioni, aLLa Comunità sCientifiCa, ai media e aLLa soCietà CiviLe; punto di inContro tra Chiunque aBBia a Cuore L’aLimentazione, L’amBiente, Lo sviLuppo sosteniBiLe e Le sue impLiCazioni suLLa vita deLLe persone.
VolatilitĂ dei mercati agricoli: i fattori in gioco
Il futuro dell’alimentazione cresce insieme a noi
Il Barilla Center for Food & Nutrition
I
l Barilla Center for Food & Nutrition (BCFN) è un centro di analisi e proposte dall’approccio multidisciplinare che ha l’obiettivo di approfondire i grandi temi legati all’alimentazione e alla nutrizione su scala globale. Nato nel 2009, il BCFN si propone di dare ascolto alle esigenze attuali emergenti dalla società, raccogliendo esperienze e competenze qualificate a livello mondiale, favorendo un dialogo continuo e aperto. La complessità dei fenomeni oggetto di indagine ha reso necessario adottare una metodologia che vada oltre i confini delle diverse discipline, e da qui nasce la suddivisione delle tematiche oggetto di studio in quattro macro aree: Food for Sustainable Growth, Food for Health, Food for All, Food for Culture. Le aree di analisi coinvolgono scienza, ambiente, cultura ed economia; all’interno di questi ambiti, il BCFN approfondisce gli argomenti di interesse, suggerendo proposte per affrontare le sfide alimentari del futuro.
FOOD FOR SUSTAINABLE GROWTH Con riferimento all’area Food for Sustainable Growth, il Barilla Center for Food & Nutrition si propone di approfondire il tema del migliore impiego delle risorse naturali all’interno della filiera agroalimentare. Più nello specifico, le analisi svolte hanno permesso di segnalare le criticità esistenti, di valutare l’impatto sull’ambiente delle attività di produzione e consumo di cibo e di formulare un complesso di proposte e raccomandazioni inerenti gli stili di vita personali e collettivi capaci di incidere in modo positivo sull’ambiente e sulle risorse naturali.
FOOD FOR HEALTH Nell’area Food for Health, il Barilla Center for Food & Nutrition ha deciso di avviare il suo percorso di studio analizzando il rapporto esistente fra l’alimentazione e la salute. In modo approfondito ha analizzato le molteplici raccomandazioni formulate dai più autorevoli istituti di alimentazione mondiale, oltre agli approfondimenti sul tema emersi nei diversi momenti aperti di discussione con alcuni esperti più qualificati a livello internazionale, fornendo così alla società civile un quadro sintetico ed efficace di proposte concrete volte a facilitare l’adozione di uno stile di vita corretto e un’alimentazione sana.
FOOD FOR ALL Nell’area Food for All, il Barilla Center for Food & Nutrition affronta il tema dell’accesso al cibo e della malnutrizione con l’obiettivo di riflettere su come favorire un miglior governo del sistema agroalimentare su scala globale, al fine di rendere possibile una più equa distribuzione del cibo e favorire un migliore impatto sul benessere sociale, sulla salute e sull’ambiente.
FOOD FOR CULTURE Nell’area Food for Culture, il Barilla Center for Food & Nutrition si propone di descrivere il rapporto dell’uomo con il cibo. In particolare, il BCFN ha voluto ripercorrere le tappe più importanti del percorso che ha accompagnato lo sviluppo della relazione uomo-cibo, riportando al centro dell’attenzione, attraverso momenti di confronto, il ruolo fondamentale della “mediterraneità” e delle sue dimensioni rilevanti. In linea con questa impostazione, le attività del BCFN sono guidate dall’Advisory Board, un organismo composto da esperti appartenenti a settori diversi ma complementari, che propone, analizza e sviluppa i temi e successivamente formula su di essi raccomandazioni concrete. Per ogni area sono stati quindi individuati uno o più advisor specifici: Barbara Buchner (esperta di energia, climate change e ambiente) e John Reilly (economista esperto di tematiche ambientali) per l’area Food for Sustainable Growth; Mario Monti (economista) per l’area Food For All; Umberto Veronesi (oncologo), Gabriele Riccardi (nutrizionista) e Camillo Ricordi (immunologo) per l’area Food for Health; Claude Fischler (sociologo) per l’area Food for Culture. Nei suoi primi due anni di attività il BCFN ha realizzato e divulgato numerose pubblicazioni scientifiche. Guidato dalle scadenze istituzionali e dalle priorità presenti nelle agende economiche e politiche internazionali, in questi primi anni di ricerca ha rafforzato il proprio ruolo di collettore e connettore tra scienza e ricerca da un lato, e decisioni politiche e azioni governative dall’altro. Il BCFN ha inoltre organizzato eventi aperti alla società civile, tra i quali l’International Forum on Food & Nutrition, un importante momento di confronto con i più grandi esperti del settore giunto alla sua seconda edizione. Il BCFN continua per il suo terzo anno il suo percorso di analisi e condivisione, rendendo accessibili i propri contenuti al maggior numero possibile di interlocutori e ponendosi come punto di riferimento sui temi dell’alimentazione e della nutrizione. Nell’area Food for All, il Barilla Center for Food & Nutrition ha approfondito finora due filoni di studio principali: da un lato, l’accesso al cibo, la scarsità delle risorse agroalimentari, le relative esigenze emergenti e i fenomeni da queste indotti; dall’altro, la definizione di un indice di benessere in grado di fornire indicazioni puntuali e orientare efficacemente i comportamenti individuali e collettivi verso condizioni di maggior benessere oggettivo. Il documento che vi presentiamo riguarda l’approfondimento di un tema di forte attualità, che ha destato l’attenzione globale dei policy-maker e dei principali attori della filiera agroalimentare per le sue conseguenze in termini di accesso al cibo e impatti economici. Si tratta dell’andamento dei prezzi delle commodity alimentari, che hanno ripreso ad aumentare molto rapidamente, e del fenomeno della crescente volatilità che si sta registrando su questi mercati. L’obiettivo del documento è quello di individuare ed esaminare i principali fattori che sottendono tali dinamiche, nell’ottica di comprenderne le principali relazioni e gli effetti, ai fini di una corretta comprensione del problema e della possibilità di proporre misure di policy efficaci.
Jonathan Blair/National Geographic Stock
indice
Executive Summary
14
1. L’incremento dei prezzi delle commodity agricole e della volatilità di questi mercati e le sue conseguenze 23 1.1 La crescente attenzione mondiale sul tema 24 1.2 La dinamica dei prezzi delle materie prime alimentari 25 1.3 Il fenomeno della volatilità dei prezzi delle materie prime alimentari 29 1.4 Gli impatti della volatilità dei prezzi sull’economia e sull’accesso al cibo 31 1.4.1 Le conseguenze dal punto di vista “macro” 31 1.4.2 Le conseguenze dal punto di vista “micro” 33 2. I fattori che determinano l’andamento dei prezzi delle commodity alimentari e la loro volatilità 37 2.1 Il modello interpretativo del BCFN 38 2.2 Dinamiche demografiche, crescita economica nei Paesi emergenti e modifica delle scelte alimentari 40 2.3 Livello delle scorte 44 2.4 Produzione agricola e limitatezza delle risorse 48 Box La scarsità dell’acqua, oggi e domani 50 Box Il degrado dei suoli 51 2.5 Produzione di biocarburanti 54 Box La Cina e il caso della cassava 60 Box La jatropha, una nuova pianta energetica 61 2.6 Cambiamento climatico 62 2.7 Costo dell’energia e prezzo del petrolio 66 2.8 Politiche commerciali 71 Box Il caso del prezzo del riso tra il 2007 e il 2008 74 2.9 Mercato dei cambi 76 2.10 Speculazione sui mercati delle commodity alimentari 78 Box Il mercato dei futures e il Chicago Board of Trade: origini ed evoluzione 82 2.11 Dinamiche geopolitiche 84 3. Considerazioni conclusive e raccomandazioni Note e riferimenti bibliografici
89 99
Š Corbis
Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte
2.1 Il modello interpretativo del BCFN
N i molteplici fattori che incidono sul livello e sulla volatilità dei prezzi alimentari
38
el precedente capitolo sono stati illustrati in dettaglio l’andamento storico e lo scenario attuale dei prezzi delle commodity alimentari. Sono state, inoltre, descritte le conseguenze – sulla sicurezza alimentare delle famiglie (in particolare quelle a basso reddito) e sulla stabilità economia e politica dei Paesi (in particolare quelli in via di sviluppo) – del fenomeno dell’aumento della volatilità e dei repentini incrementi dei prezzi a cui stiamo assistendo recentemente. In questo secondo capitolo verranno individuati ed esaminati i principali fattori che sottendono tali dinamiche, al fine di comprenderne le principali relazioni ed effetti. A tal scopo, il BCFN ha elaborato un modello interpretativo illustrato nella figura 2.1. Offrendo una visione sistemica dei molteplici elementi che concorrono a definire l’andamento dei prezzi delle commodity alimentari, questo modello evidenzia anzitutto i fattori riconducibili al lato della domanda (livello delle scorte dei prodotti, fattori demografici, crescita economica dei Paesi emergenti, scelte alimentari) e a quello dell’offerta
Figura 2.1. Il modello interpretativo dei fattori che incidono sul livello e sulla volatilità dei prezzi alimentari
Demografia Crescita della popolazione Urbanizzazione
Mercato dei cambi
Politiche commerciali
Dinamiche geopoplitiche
DOMANDA
PREZZI
OFFERTA
Limitatezza delle risorse naturali Suolo coltivabile Acqua
Crescita economica dei Paesi emergenti Livello delle scorte
Produttività Tecnologia/innovazione Sprechi e perdite
Biocarburanti
Stili alimentari Aumento delle calorie consumate “Occidentalizzazione” della dieta
Produzione agricola
Mercati finanziari (speculazione)
Prezzo del petrolio e dell’energia
Fonte: elaborazione di The European House-Ambrosetti, 2011.
Cambiamento climatico Incremento delle temperature Variazione delle precipitazioni Eventi climatici avversi
Fattori legati alla domanda, all’offerta e fattori trasversali
Tipologia di effetto generato sui prezzi e orizzonte temporale di riferimento
fattori modificabili solo nel medio-lungo termine e quelli su cui intervenire nel breve periodo
Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte
(produzione agricola, limitatezza delle risorse naturali, produzione di biocarburanti, effetti riconducibili al cambiamento climatico). Si tratta di fattori endogeni a cui è possibile associare anche fattori trasversali esogeni, che incidono direttamente o indirettamente sui prezzi delle commodity alimentari. Tra questi, il modello interpretativo proposto prende in considerazione i mercati finanziari e quello dei cambi, il prezzo del petrolio e dell’energia, le politiche commerciali internazionali e le dinamiche geopolitiche. L’esigenza di schematizzare tale modello in una rappresentazione grafica ha imposto la scelta di collocare i vari fattori nel lato della domanda, in quello dell’offerta o tra i fattori trasversali. Tuttavia, siamo ben consapevoli dei limiti di tale semplificazione, poiché consci del fatto che nella realtà molti di questi fattori esercitano interazioni molto più complesse nella relazione domanda/offerta delle commodity alimentari. Inoltre, va detto anche che esistono numerose interconnessioni tra i fattori stessi, che si è pertanto tentato di evidenziare attraverso delle linee tratteggiate. Nei prossimi paragrafi si cercherà di individuare e descrivere le relazioni tra ognuna delle variabili individuate e l’andamento dei prezzi delle commodity alimentari e la loro volatilità1. Tutti gli elementi individuati e rappresentati nel modello interpretativo sopra descritto possono anche essere suddivisi a seconda della tipologia dell’effetto generato sui prezzi e del relativo orizzonte temporale di riferimento. Nei paragrafi seguenti, oltre a cercare di comprendere in dettaglio le relazioni tra le variabili individuate e i prezzi, si cercherà, infatti, di chiarire se l’impatto generato riguarda maggiormente l’incremento della volatilità dei prezzi nel breve termine e/o l’aumento del livello dei prezzi nel medio-lungo termine. Da queste valutazioni ne deriva anche che gli effetti di alcuni fattori sono modificabili solo nel medio-lungo termine e possono trovare risposta in processi di adattamento del sistema a mutate condizioni strutturali della domanda e dell’offerta: è il caso, ad esempio, della crescita demografica ed economica dei Paesi emergenti, che induce un significativo aumento della domanda di beni alimentari, del fenomeno dell’urbanizzazione, dell’innalzamento della temperatura causato dal cambiamento climatico, del progressivo accentuarsi della limitatezza delle risorse naturali. Come verrà analizzato più dettagliatamente nel Capitolo 3, riferendosi a questi temi appare necessario un processo molto ampio di cambiamento dei comportamenti e stili di vita e di adattamento e mitigazione degli effetti del cambiamento climatico, così come investimenti e innovazioni che aumentino la produttività agricola. Al contrario, ci sono i fattori su cui è possibile intervenire nel breve periodo, come per esempio sulla gestione delle riserve di materie prime alimentari, sugli incentivi alla produzione di biocarburanti, sugli eccessi di speculazione finanziaria sui mercati delle commodity agricole e delle politiche commerciali.
39
Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte
2.2 Dinamiche demografiche, crescita economica nei Paesi emergenti e modifica delle scelte alimentari
L
40
l’Aumento del reddito porta a maggiori consumi e diversificazione della domanda
la popolazione mondiale aumenterà di un terzo entro il 2050
a crescita della popolazione mondiale e la sua progressiva urbanizzazione, lo sviluppo economico dei Paesi emergenti e il conseguente spostamento delle scelte alimentari verso prodotti alimentari più complessi rappresentano sfide di enorme portata per il sistema agroalimentare mondiale, che nel medio-lungo termine dovrà cercare di far fronte a un incremento costante della domanda che causerà molto probabilmente crescenti tensioni sul fronte dei prezzi delle commodity alimentari. Ad esempio, secondo le proiezioni di medio termine realizzate dall’OECD e dalla FAO2, nel decennio 2010-2020 i prezzi dei cereali e dei derivati dall’allevamento del bestiame saranno più elevati di quelli del decennio precedente rispettivamente del 20 e del 30%3. I prezzi di carne e prodotti caseari, da una parte, e di cereali e oli vegetali, dall’altra, si influenzano a vicenda attraverso una serie di relazioni dirette e indirette. Pertanto, cambiamenti nella domanda di carne e prodotti caseari influenzano anche la domanda (e i prezzi) delle colture necessarie all’allevamento del bestiame. Viceversa, poiché cereali e oli vegetali sono tra le principali voci di costo per l’allevamento del bestiame, un aumento del prezzo di tali commodity determina un innalzamento del prezzo della carne. L’aumento del reddito disponibile, la migrazione dalle campagne alle città e la modifica delle scelte alimentari nei Paesi emergenti sono fenomeni che spiegano un innalzamento nella domanda di beni alimentari da parte di queste economie che si stanno affacciando sempre di più sui mercati internazionali, a scapito dell’autoproduzione. È importante sottolineare che l’aumento del reddito pro capite di una fetta così importante della popolazione mondiale non si riflette direttamente solo su un aumento dei consumi, ma anche su una diversificazione della domanda e su una minore sensibilità alle variazioni del prezzo. La minore elasticità della domanda è uno dei fattori che favoriscono l’innalzamento dei prezzi poiché si riduce la portata dell’effetto sostituzione, che prevede un aumento del prezzo di una determinata commodity e porta i consumatori ad acquistare beni con caratteristiche simili a prezzi inferiori. Alcuni dati sui fenomeni sopra citati possono aiutare a comprendere meglio la portata di tali sfide. La maggior parte dei Paesi in via di sviluppo ha sperimentato una forte crescita economica negli ultimi anni. In Asia, soprattutto in Cina e in India, si sta verificando una sostenuta crescita economica, con il Pil reale della zona in aumento del 7,3% su base annua tra il 2006 e il 2011. La stessa Africa sub-sahariana ha raggiunto un tasso di crescita del Pil reale del 4,5% nello stesso periodo. Questa forte crescita, unita all’influenza che essa esercita sui consumi, rappresenta un fattore chiave per comprendere il graduale cambiamento della domanda alimentare mondiale. Per quanto riguarda l’incremento demografico, secondo le stime della FAO nel 2050 la popolazione mondiale aumenterà di un terzo, raggiungendo i 9,1 miliardi rispetto ai 6,9 miliardi attuali, e di conseguenza la domanda di cibo potrebbe aumentare tra il 70 e il 100%4.
Anche nel prossimo futuro, come del resto è già successo nel recente passato (figura 2.2.), ad aumentare sarà soprattutto la popolazione dei Paesi (mercati) emergenti, che già oggi costituisce il 60% della popolazione mondiale. Tra il 1980 e il 2010 la popolazione di questi Paesi è cresciuta a un tasso medio annuo del 6% rispetto al 2,5% dei Paesi industrializzati. Figura 2.2. Popolazione residente nei Paesi industrializzati e nei mercati emergenti (1980-2020, Mld)
3,0
1,2
1,1
1,1
1980
1990
1,3
1,2
2000
2010
Paesi industrializzati
2020
Mercati emergenti
Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati USDA (United States Department of Agriculture), 2010.
Un altro fenomeno demografico che sta avendo un forte impatto sulla domanda di cibo è quello dell’urbanizzazione5 in corso nei Paesi in via di sviluppo, in quanto alla migrazione dalle campagne verso le città generalmente segue una modifica delle abitudini alimentari verso una dieta più diversificata. L’aumento del reddito pro capite e l’urbanizzazione sono due fattori che portano alla graduale modifica della composizione del paniere alimentare dei Paesi emergenti, con il passaggio da una dieta composta prevalentemente da cereali a una dieta più ricca di frutta, verdura, carne e pesce. I consumatori urbani, specialmente in Asia, stanno sperimentando in modo crescente la dieta occidentale, riducendo il consumo di cibi tradizionali. La figura 2.3. mostra il valore medio giornaliero di calorie assunte nei Paesi in via di sviluppo e nei Paesi industrializzati nel periodo 1964-2030. Nei Paesi in via di sviluppo si nota un trend di crescita più che doppio rispetto ai Paesi industrializzati (lo 0,55% medio annuo rispetto allo 0,24%), dovuto alla cosiddetta “occidentalizzazione della dieta”, ovvero la graduale sostituzione di cibi poveri con alimenti derivati da lavorazioni più complesse.
Aumento del reddito pro capite e urbanizzazione modificano la composizione del paniere alimentare dei Paesi emergenti
1974-1976
1984-1986 Paesi in via di sviluppo
Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAO, 2010
1997-1999 Paesi industrializzati
2015
3500
2980
3440 2850
3380 2681
2450
3065 2152
2947 2054 1964-1966
3206
Figura 2.3. Consumo pro capite di cibo (kcal giornaliere) nei Paesi in via di sviluppo e nei Paesi sviluppati (1964 – stime al 2030)
2030
Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte
4,2
3,6
5,3
4,8
41
Figura 2.4. Consumo di carne pro capite (kg), in Cina, Brasile, Corea del Sud nel 1990 e nel 2011 94
Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte
56
60
54
26
23
Brasile
Corea del Sud
Cina 1990
2001
Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAPRI (Food and Agriculture Policy Research Institute), 2011.
La diversificazione della dieta comporta un maggior consumo di prodotti dell’allevamento
42
Più in particolare, la diversificazione della dieta comporta un aumento del consumo dei prodotti a più alto contenuto calorico e proteico come la carne e i derivati del latte6. La figura 2.4. mostra il consumo medio pro capite di carne in Cina, Brasile e Corea del Sud nel 1990 e nel 2011, evidenziando la forte crescita che si è registrata negli ultimi 20 anni. Inoltre, in questi Paesi si può osservare anche un aumento costante della produzione e del consumo di prodotti caseari. La figura 2.5. mostra il caso della Cina per quanto riguarda il burro e il formaggio. Con l’aumento del consumo di carne e prodotti caseari cresce la domanda dei cereali necessari per la nutrizione del bestiame da allevamento. Tale incremento è esponenziale: per produrre 1 kg di carne di pollo occorrono circa 2 kg di cereali, per 1 kg di carne di maiale circa 4 kg di cereali e per 1 kg di carne di manzo tra 7 e 8 kg di cereali. Il consumo pro capite di carne della Cina ha ormai raggiunto i livelli europei (figura 2.6.). Figura 2.5. Produzione e consumo di burro e formaggio in Cina (2000–2011, migliaia di tonnellate)
385
+3% NELLA PRODUZIONE E +3,16% NEI CONSUMI
330 275 220 165 110
+2,45% NELLA PRODUZIONE E +2,88% NEI CONSUMI
55 0 2000
2001
2002
2003
2004
2005
2006
2007
2008
2009
Produzione di burro
Produzione di formaggio
Consumo di burro
Consumo di formaggio
2010
Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAPR, World Agricultural Outlook 2011.
2011
Figura 2.6. Consumo pro capite di carne in Cina, Europa, India e Stati Uniti (kg) 140 120 100 80
40 20
Europa
Cina
India
2011
2010
2009
2008
2007
2006
2005
2004
2003
2002
2001
2000
1999
1998
1997
1996
1995
1994
1993
1992
1991
1990
0
Stati Uniti
Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAPRI, World Agricultural Outlook 2011.
È interessante osservare come, per questo motivo, la Cina sia diventata uno dei maggiori importatori mondiali di semi di soia e oli vegetali, usati in allevamento come integratori proteici all’interno dei mangimi. L’importazione di olio di semi e oli vegetali destinati all’allevamento è infatti aumentata tra il 1990 e il 2007 rispettivamente del 16,2 e del 8,9% su base annua. Anche in India si è registrato un aumento delle importazioni di olio di semi del 72% a partire dal 1990. I cambiamenti nei modelli di consumo alimentare che si stanno verificando in questi anni a livello globale saranno sempre più netti in futuro. Ad esempio, mentre il consumo pro capite di riso nel Sud-est asiatico è atteso in calo del 4% tra il 2000 e il 2050, i consumi di frutta, verdura e prodotti caseari cresceranno del 70% e quelli di uova, carne e pesce raddoppieranno a causa di un reddito in continua crescita (+6,1% medio su base annua).
La Cina è diventata uno dei maggiori importatori mondiali di semi di soia e oli vegetali a causa dell’aumento del consumo di carne
Figura 2.7. Importazioni cinesi di olio di semi e oli vegetali (1990–2007, migliaia di tonnellate) 35.042
10.199
2739
2710 1990
2007 Oli vegetali
Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAO, 2007.
Oli di semi
Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte
60
43
presa tra il 15 e il 35% degli attuali prelievi d’acqua per irrigazione in futuro non sarà più sostenibile17. Considerando che la resa delle terre coltivate è 2-3 volte superiore in quelle irrigate (il 20% circa della superficie mondiale a seminativo) – che garantiscono il 40% della produzione mondiale – rispetto a quelle che sfruttano esclusivamente l’apporto idrico pluviale (l’80% delle terre), appare ancora più evidente la criticità del fenomeno della scarsità dell’acqua. Il rapporto fra acqua e produzione agricola resta, dunque, una delle sfide più difficili per il futuro del genere umano, in quanto sarà di fondamentale importanza evitare un ulteriore peggioramento della già critica e inaccettabile situazione della denutrizione e della sete nel mondo. Considerato che la grande problematica della scarsità di risorse idriche (che già colpisce più di 1,2 miliardi di persone e ne interesserà oltre 1,8 miliardi nel 2025), appare indispensabile una riflessione approfondita finalizzata all’individuazione di un modello di crescita strutturale che dovrà essere perseguito con approcci intersettoriali e internazionali, soprattutto in funzione della sostenibilità della produzione agricola futura.
Figura 2.13. Il prelievo delle risorse idriche per tipologia di settore: le prospettive future Totale di acqua utilizzata Uso agricolo Uso industriale
Fonte: WBCSD, Facts and Trends - Water, cit.
2030
2020
2010
2000
1990
1980
Uso domestico
1960 1970
50
Complessivamente, il nostro pianeta dispone di circa 1,4 miliardi di km3 d’acqua. Si stima, però, che solo poco meno di 45.000 km3 d’acqua (pari allo 0,003% del totale) siano teoricamente fruibili e solo 9-14.000 (pari a circa lo 0,001% del totale) siano effettivamente disponibili per l’utilizzo da parte dell’uomo, poiché di sufficiente qualità e a costi accessibili. Al momento, l’agricoltura irrigua impiega da sola circa il 70% dei consumi mondiali di acqua dolce15. L’attuale domanda d’acqua, già molto elevata, crescerà costantemente in futuro, provocando una progressiva scarsità, soprattutto in alcune aree del pianeta, e gravi conseguenze alla filiera agroalimentare. Come si può notare dalla figura 2.13., infatti, si stima che nel 2030 l’agricoltura rappresenterà ancora il comparto con il maggiore assorbimento di risorse idriche mondiali16. I dati relativi all’accesso all’acqua per il futuro non sono rassicuranti in quanto, a causa della crescita demografica, dell’elevato costo delle tecniche di irrigazione che spesso eccede le possibilità economiche dei piccoli agricoltori di molti Paesi in via di sviluppo, del permanere di pratiche di irrigazione inefficienti e della crescente competizione per l’utilizzo delle risorse idriche, si stima che una quota com-
1950
Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte
La scarsità dell’acqua, oggi e domani
Il degrado dei suoli
Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte BCFN Index 2011
Il degrado del suolo è un processo degenerativo di lungo termine della funzione e della produttività degli ecosistemi18. Si tratta di un impoverimento del terreno dal punto di vista della fertilità, che si manifesta principalmente attraverso fenomeni quali la desertificazione, l’erosione (esportazione graduale di suolo), la salinizzazione e la presenza di agenti inquinanti. Il processo di formazione e rigenerazione del suolo è molto lento e, per questo motivo, è considerato una risorsa essenzialmente non rinnovabile. Tra le principali cause del land degradation troviamo: il disboscamento e la deforestazione, l’estrazione delle sostanze nutritive del terreno agricolo, la conversione urbana, l’irrigazione e l’inquinamento. Inoltre, il degrado delle terre coltivabili è causato anche dall’inadeguata gestione del territorio, dallo sfruttamento intensivo dei terreni e dalle inadeguate tecniche d’irrigazione. Alcuni studi19, che hanno osservato il fenomeno lungo un arco temporale di 20 anni, sostengono che il degrado del territorio sia in continuo aumento e si stia progressivamente propagando in molte parti del mondo. Attualmente tale fenomeno interessa oltre il 20% di tutte le superfici coltivabili, il 30% delle foreste
e il 10% delle praterie. Inoltre, secondo altri studiosi20, ogni anno 20.000-50.000 km2 di terreni divengono inutilizzabili, con perdite 2-6 volte maggiori in Africa, America Latina e in Asia rispetto al Nord America e all’Europa. In conclusione, dunque, come è possibile notare dal grafico riportato nella figura 2.14., la quota di terreni destinati all’agricoltura ha subito un fortissimo ridimensionamento, generando notevoli ripercussioni sull’intera filiera alimentare. Le ripercussioni maggiori riguarderanno sempre più la produttività agricola; è importante ricordare infatti come erosione, desertificazione e salinizzazione abbiano impatti diretti sulle rese agricole. A seguito di tali fenomeni, infatti, la produttività di alcune aree si è ridotta del 50%. Ad esempio, in Africa, il continente più severamente colpito dal fenomeno21, le perdite variano in un range compreso tra il 2 e il 40%, con una perdita media stimata dell’8,2%, calcolata sull’intero territorio. A livello globale, poi, le ripercussioni del fenomeno hanno causato una perdita di produttività compresa in un range dell’1-8%, pari a una perdita annua di 400 miliardi di dollari22, ossia circa 70 dollari a persona.
51
Terreni agricoli (% sul totale dei terreni disponibili a livello globale) Fonte: FAO, http://faostat.fao.org/site/377/default.aspx
2008
Terreni agricoli (ettari pro capite)
Ettari pro capite
0,6 2004
33 2000
0,8
1996
34
1992
1,0
1988
35
1984
1,2
1980
36
1976
1,4
1972
37
1968
1,6
1964
38
1961
% sul tot dei terreni disponibili
Figura 2.14. La quota dei terreni agricoli ha raggiunto il picco
70
Figura 2.29. Impatto del prezzo del petrolio e dei principali additivi fertilizzanti sul prezzo dei cereali secondo i dati FAO (1991–2011) $ 900
$ 250
$ 800 $ 200
$ 700 $ 600
$ 150
$ 500 $ 400
$ 100
$ 300 $ 200
$ 50
$ 100
Azoto $/tonn
Cereal Price Index
Fosforo $/tonn
2011
2010
2009
2008
2007
2006
2005
2004
2003
2002
2001
2000
1999
1998
1997
1996
1994
1993
1992
$0 1991
$0 1995
Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte
l’andamento del prezzo del petrolio influenza anche la convenienza della produzione di biofuel
Il grado di correlazione tra l’indice dei prezzi dei cereali e i prezzi a valori reali di azoto e fosforo appare molto elevato (indice di correlazione = 0,91), poiché per propria natura la coltivazione di cereali richiede un ampio utilizzo di questi elementi. Una simile considerazione può essere fatta anche nel caso dell’Oil Price Index: la correlazione del prezzo di azoto e fosforo con il prezzo del petrolio è rispettivamente pari a 0,93 e 0,88. Anche la produzione di biocarburanti (come si è visto Paragrafo 2.5) è strettamente legata all’andamento del prezzo del petrolio. Le biomasse rappresentano, infatti, una delle possibili alternative per attenuare la dipendenza dalle fonti fossili per la produzione di energia, poiché possono essere portate allo stato liquido e utilizzate come carburante sostitutivo del petrolio. La produzione di biofuel innesca un effetto a catena legato all’andamento del prezzo del petrolio: quando aumenta il prezzo del petrolio, diventa più conveniente investire nella produzione di biofuel. A sua volta, la crescita della produzione di biofuel spinge la domanda di colture destinate a tale scopo (mais, canna da zucchero, colza, soia ecc.), amplificando così il fenomeno dello spostamento da colture destinate all’alimentazione umana e animale verso quelle di prodotti agricoli finalizzati alla produzione di biocarburanti e, allo stesso tempo, il fenomeno del cambiamento nel mix di coltivazioni. Se si considera, ad esempio, la produzione di bioetanolo, l’aumento della domanda di questo carburante fa crescere la domanda di mais e determina un aumento – in modo diretto – del prezzo dell’etanolo e del mais stesso. Tuttavia, gli effetti si trasmettono in modo indiretto anche sul resto della filiera agroalimentare, poiché la variazione del prezzo del mais induce aggiustamenti negli altri mercati/filiere agricoli (come, ad esempio, quella del grano, con cui il mais concorre per l’uso della terra, e dei prodotti degli allevamenti), generando infine una sistemica variazione dei prezzi dei prodotti agricoli e alimentari. Infine, appare opportuna una considerazione sul legame tra l’andamento del prezzo del petrolio, la ricchezza dei principali Paesi produttori (in primis, di quelli appartenenti all’OPEC41) e gli impatti sulla domanda globale di cereali. Quando il prezzo del petrolio aumenta, le nazioni in cui si concentrano le riserve di petrolio sono, infatti, in grado di influenzare significativamente la domanda acquistando ingenti quantità di prodotti alimentari sia per accrescere le proprie riserve, che per logiche speculative, oppure, come accaduto nel caso dell’“Arab Spring” (si veda il Paragrafo 2.11), per far fronte a disordini interni scatenati dall’aumento dei prezzi dei beni alimentari.
Oil Price Index
Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati USDA 2011, Oil Price Index 2011 e FAO, 2011.
2.8 Politiche commerciali
alcune politiche commerciali possono avere effetti distorsivi sul livello dei prezzi delle commodity alimentari
Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte
B
arriere commerciali e non commerciali (quali, restrizioni qualitative di natura fittizia, oppure controlli eccessivamente lunghi), politiche agricole e sussidi possono rappresentare un fattore distorsivo delle dinamiche tra domanda e offerta sul mercato delle commodity alimentari. Sul lato dell’offerta, ad esempio, negli ultimi anni i maggiori Paesi produttori di cereali (Cina, Unione Europea, Stati Uniti e India) si sono spesso orientati verso la riduzione dei quantitativi scambiati sui mercati internazionali. Tale scelta ha generato una significativa riduzione dell’offerta alimentare mondiale, che ha contribuito a incrementare sia la volatilità che il livello dei prezzi sul mercato. Inoltre, questo tipo di interventi, politici, è per lo più imprevedibile e porta di conseguenza all’aumento del livello di incertezza sull’andamento dei mercati. Anche altre politiche creano condizioni di restrizione dei flussi commerciali internazionali. Si pensi, per esempio, a tutte quelle attività volte a proteggere il proprio mercato domestico (dazi doganali, contingentamento delle importazioni e/o delle esportazioni) o, al contrario, a sostenerlo sullo scenario globale (sussidi alle esportazioni, accordi). L’imposizione di dazi/sussidi sulle importazioni (tasse/sussidi sui beni importati) o sulle esportazioni (pagamenti/prelievi fiscali ai produttori nazionali che vendono un bene all’estero) generalmente non ha lo scopo di influenzare le ragioni di scambio42 del Paese. Le motivazioni di simili interventi governativi, infatti, sono spesso legate a preoccupazioni relative alla distribuzione del reddito, alla protezione di settori ritenuti particolarmente importanti o all’equilibrio della bilancia dei pagamenti43. Ciò che caratterizza dazi e sussidi è il fatto che essi stabiliscono una differenza tra i prezzi a cui i beni sono scambiati sul mercato internazionale e i loro prezzi all’interno del Paese che li impone. Risulta chiaro quindi come queste politiche, attuate prevalentemente in risposta agli alti prezzi del cibo, siano volte a generare benefici diretti per il mercato domestico, ma al tempo stesso, vista la forte interrelazione tra i mercati, hanno la capacità di generare effetti e squilibri di breve termine sulle quotazioni mondiali. Inoltre, tali politiche generano spesso forti oscillazioni non prevedibili nel reddito dei produttori agricoli provocando, con un effetto a catena, ulteriori squilibri nell’offerta. Prezzi bassi portano benefici alla domanda (anche se spesso non vengono trasmessi ai consumatori e alimentano così soltanto opportunità speculative), ma deprimono la produzione agricola. Al fine di comprendere la relazione tra l’adozione di certe politiche commerciali e l’andamento dei prezzi, la figura 2.30. mostra l’andamento del FAO Cereal Price Index tra ottobre 2007 e aprile 2011 e alcune tra le azioni di politica commerciale messe in atto dai principali Paesi importatori ed esportatori di cereali.
71
politiche locali possono determinare squilibri sui mercati globali
Figura 2.30. Politiche commerciali internazionali e FAO Cereal Price Index (ottobre 2007– aprile 2011) La Cina elimina i sussidi alle esportazioni
Restrizioni qualitative sulle esportazioni: Argentina, Ucraina, India e Vietnam
72
Riduzione delle tasse sulle importazioni: India, Indonesia, Serbia, Tailandia, Unione Europea, Corea Nuovo dazio alle e Mongolia esportazioni di grano in Russia
Acquisti a prezzi elevati: Marocco e Venezuela
apr 2011
feb 2011
dic 2010
diminuzione del rapporto stock-to-use
giu 2010
feb 2010
ott 2009
ago 2009
giu 2009
apr 2009
feb 2009
aumento del rapporto stock-to-use
dic 2008
ott 2008
ago 2008
giu 2008
apr 2008
feb 2008
dic 2007
diminuzione del rapporto stock-to-use
apr 2010
50 0
La Turchia riduce l’imposta sull’importazione privata di grano dal 130% a 0
Vendite di cereali record negli Stati Uniti
dic 2009
100
Tasse sulle esportazioni: Cina, Argentina, Russia Kazakistan, Malesia e Indonesia
Russia sospende tasse sulle importazioni
ott 2010
200
ago 2010
250
ott 2007
Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte
300
150
L’Algeria acquista 800.000 tonnellate di grano a 380$ alla tonnellata
L’Unione Europea sospende le imposte sulle importazioni di grano e orzo
Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su ricerca USDA e Cereal Price Index (FAO).
la risposta dei Paesi esportatori all’aumento dei prezzi
le politiche protettive dei Paesi importatori
Nell’autunno del 2007, a seguito di aspettative di ribasso dei futuri raccolti e di rialzo del livello internazionale dei prezzi, alcuni Paesi esportatori hanno modificato la direzione delle proprie politiche commerciali in modo da scoraggiare le esportazioni e favorire il commercio e il consumo interno. L’obiettivo è stato quello di aumentare l’offerta domestica e limitare l’effetto interno dell’aumento globale dei prezzi alimentari. Alcuni esempi44 di queste politiche commerciali sono l’eliminazione dei sussidi alle esportazioni, cosa che è avvenuta in Cina, per esempio, dove sono stati eliminati i rimborsi sulla tassazione sul valore aggiunto dei cereali esportati e prodotti. Altri riguardano l’inserimento di tasse all’esportazione: - la Cina, dopo aver eliminato i rimborsi delle tasse sul valore aggiunto, ha imposto una tassa sull’esportazione di cereali; - l’Argentina ha aumentato le tasse sull’esportazione del grano, mais, semi di soia, farina e olio di soia; - Russia e Kazakistan hanno aumentato le tasse sull’esportazione del grano; - Malesia e Indonesia hanno imposto tasse sull’esportazione di olio di palma. Altre misure di questo tipo sono rappresentate dalle restrizioni quantitative alle esportazioni (tetti volumetrici alle esportazioni) e dai divieti assoluti (ad esempio, Ucraina, Serbia e India hanno vietato le esportazioni di grano). All’inizio del 2008, anche i Paesi importatori hanno iniziato ad adottare politiche protettive, al fine di difendersi dall’aumento globale dei prezzi alimentari. Il loro obiettivo è stato quello di assicurarsi un livello sufficiente di scorte in modo da contenere l’aumento dei prezzi interni. Anche in questo caso sono elencabili alcune politiche adottate a tal fine. Alcuni Paesi hanno ridotto i dazi doganali alle importazioni: - India (farina); - Indonesia (semi di soia e grano); - Unione Europea (cereali); - Serbia (grano).
dopo la crisi del 2008 stiamo assistendo di nuovo a politiche commerciali distorsive
Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte
Paesi come Marocco e Venezuela inoltre hanno acquistato commodity a prezzi elevati e sussidiato la loro distribuzione ai consumatori. Questi interventi di politica commerciale hanno condotto a un aumento generalizzato della domanda di commodity alimentari, che ha inciso sul livello dei prezzi già in ascesa. Specularmente, le politiche di restrizione delle esportazioni da parte dei Paesi esportatori, al fine di ridurre l’inflazione sui prezzi alimentari, hanno continuato a ridurre l’offerta mondiale. In questo modo, gli importatori hanno avuto meno risorse a disposizione e sono stati costretti a pagare prezzi sempre più elevati per garantire un sufficiente livello di scorte interne. Questo squilibrio tra domanda e offerta è stato una delle cause del picco dei prezzi alimentari durato fino all’aprile del 2008. Anche nel secondo periodo di forte incremento dei prezzi (giugno 2010-aprile 2011) numerosi Paesi hanno adottato politiche agricole e commerciali adattive, tra cui: - la fissazione di restrizioni alle esportazioni: la Russia, il settimo esportatore di grano al mondo nel 2010, il 4 agosto 2010 ha imposto un dazio alle esportazioni di grano a causa di scarsi raccolti e dell’aumento dei prezzi; - la riduzione o sospensione delle barriere alle importazioni: l’Unione Europea ha ridotto le imposte sull’importazione di grano e orzo e la Turchia ha azzerato la tassa sulle importazioni di grano del settore privato; - i sussidi al consumo di determinati beni: l’Algeria, primo importatore di grano al mondo, ha acquistato grandi quantità di grano a prezzi elevati, per poi rivenderle internamente a prezzi più bassi. Il fenomeno algerino, in parte dettato dalle sommosse interne, causate anche dalla crescente difficoltà di accesso al cibo, è noto come “Aggressive Buying Practices”45. In condizioni di incertezza sul futuro dell’offerta e dei prezzi dei beni alimentari globali, i Paesi importatori si trovano a doversi assicurare il giusto livello di risorse alimentari, contrattandone maggiori quantità con i Paesi esportatori. Quando la Russia, ad esempio, ha imposto restrizioni alle importazioni di grano, in un periodo di prezzi in crescita, gli importatori hanno iniziato a contrattare maggiori quantità. Ciò suggerisce che in condizioni di equilibrio, gli importatori contrattano quantità sufficienti in un orizzonte di breve periodo; mentre quando aumenta l’instabilità e l’incertezza, l’intervallo temporale aumenta. Un ulteriore esempio degli impatti negativi delle restrizioni dei mercati deriva dalle negoziazioni in corso del Doha Round. Si stima che un accordo di riduzione delle barriere al commercio internazionale sui prodotti agroalimentari genererebbe un incremento di circa 40 miliardi di dollari annui nelle esportazioni a favore dei Paesi in via di sviluppo. Tuttavia, se da un lato un’apertura al commercio internazionale di tutti i Paesi rappresenta una scelta auspicabile e necessaria per alleviare gli effetti distorsivi di sussidi e misure protezionistiche, dall’altro non è in sé sufficiente, ma va accompagnata da politiche parallele di carattere economico e sociale che limitino i rischi di tale apertura, specialmente per le fasce più vulnerabili delle popolazioni. Durante la crisi dei prezzi alimentari del 2007-2008, le economie più colpite in termini di accesso al cibo sono state, infatti, quelle più aperte, proprio a causa dell’assenza di sufficienti reti di sicurezza economiche e sociali. Pertanto, un profondo ripensamento delle politiche commerciali, agricole e sociali a livello locale, nazionale e internazionale risulta essere di fondamentale importanza.
73
Durante la crisi dei prezzi alimentari del 2007-2008 le economie più colpite in termini di accesso al cibo sono state quelle più aperte
Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte
Il caso del prezzo del riso tra il 2007 e il 2008
74
Il caso del riso è stato al centro dell’attenzione dei policy-maker asiatici nel periodo compreso tra il 2007 e il 2008. Una serie di eventi e decisioni di politica interna hanno portato a un aumento record delle quotazioni del cereale, causando seri problemi di accesso al cibo nei Paesi del Sud-est asiatico46. All’origine della crisi del prezzo del riso furono le preoccupazioni dei governi riguardanti le aspettative inflazionistiche
sui prezzi delle principali commodity alimentari. A luglio 2007, il Vietnam, secondo esportatore mondiale di riso, proibisce le esportazioni di riso a causa della scarsità delle scorte. Pochi mesi più tardi, il ministro delle finanze indiano annuncia il blocco delle esportazioni di riso non-Basmati (la migliore qualità di riso) per favorire il consumo interno e la ricostituzione delle scorte.
Figura 2.31. Volume delle esportazioni e livello dei prezzi del riso (1999–2011) Il riso “tenero” filippino supera i 700$/tonn 17.000
13.000
Il governo indiano sussidia il consumo interno di riso al posto del grano
9000
7000
3000
Il Vietnam riapre alle esportazioni
L’India vieta l’esportazione di riso non-Basmati
11.000
5000
* *
L’India restringe le esportazioni di riso Basmati
15.000
* * * *
Il Vietnam vieta nuove vendite
* * *
L’India raggiunge il livello di stocks record di 30M di tonn e riapre al commercio internazionale
$ 600
*
$ 500
*
*
$ 700
$ 400
$ 300
$ 200
$ 100
1000
-1000
$0 99/00
00/01
India
01/02
02/03
Pakistan
03/04
04/05
05/06
Tailandia
06/07
07/08
Vietnam
Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAPRI.
08/09
*
09/10
10/11
Prezzo medio del riso
disponibilità di beni alimentari primari nei propri mercati interni, adottando politiche di acquisto “aggressive”, mentre gli esportatori saranno preoccupati di limitare il rischio di crescita sui prezzi interni attraverso politiche di esportazione “conservative” (dazi o quote all’esportazione). Quando l’offerta globale si attesterà ai livelli di equilibrio, gli importatori non sentiranno il bisogno di acquistare extra-volumi a scopi precauzionali e i prezzi inizieranno a scendere. Minori acquisti ridurranno la domanda mondiale di importazioni e il livello dei prezzi, come si è verificato appunto dopo la crisi del 2008. Inoltre, è opportuno verificare che i prezzi di mercato all’origine siano sempre sufficientemente remunerativi da stimolare la produzione agricola sia in relazione ai costi di produzione che in relazione a coltivazioni concorrenti.
Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte BCFN Index 2011
Nei mesi successivi si registrano da parte dei Paesi importatori (in questo caso principalmente Cina, Filippine, Bangladesh ed Egitto) acquisti a prezzi elevati, che hanno contribuito a fare crescere il prezzo delle diverse tipologie di riso. A marzo 2008 il Ministro del Commercio tailandese annuncia che i prezzi avrebbero raggiunto la quota di 1000 $/tonnellata, scatenando politiche aggressive di acquisto da parte dei Paesi importatori. La crisi si è conclusa soltanto quando sia India che Vietnam hanno raggiunto la quota di riserve strategiche prestabilite e hanno abolito le restrizioni sulle esportazioni. Il caso del riso suggerisce una riflessione: fino al momento in cui l’offerta globale delle principali commodity alimentari non si attesterà a livelli ottimali (in grado di corrispondere la domanda a prezzi di equilibrio), gli importatori saranno preoccupati di assicurare la
75
N
Il dollaro americano è la moneta di scambio prevalente nel commercio agricolo mondiale
el commercio agricolo mondiale la moneta di scambio prevalente risulta essere ancora il dollaro americano. La moneta americana recentemente si è deprezzata significativamente nei confronti delle altre valute. La quotazione del dollaro ha favorito l’importazione delle materie prime alimentari per quei Paesi che hanno beneficiato degli apprezzamenti della propria moneta nazionale. Questa situazione, grazie anche al forte sviluppo delle economie emergenti, ha innescato una maggiore domanda di cibo da parte di questi Paesi e, successivamente, un rialzo dei prezzi dei generi alimentari nel medio termine da parte dei produttori agricoli. Si consideri, ad esempio, che a marzo 2011 gli Stati Uniti hanno esportato 8,5 milioni di tonnellate di grano, più del doppio della media degli ultimi 5 anni. In particolare, poiché gli Stati Uniti sono i principali esportatori di commodity agricole del mondo e molti prezzi sono denominati in dollari, il deprezzamento della valuta statunitense comporta un aumento del potere d’acquisto dei Paesi importatori che si traduce in una
Il deprezzamento del dollaro CAUSA crescita della domanda E rialzo dei prezzi dei generi alimentari
76
Figura 2.32. Tasso di cambio ¤/$ e Cereal e Food Price Index (marzo 2006–giugno 2011) 250
0,85 0,8
200 0,75 150
0,7 0,65
100
0,6 Tra marzo 2006 e novembre 2007, le esportazioni di cereali americane aumentano del 46%
50
A seguito del recente deprezzamento del dollaro le esportazioni americane crescono del 56%
Tra luglio 2008 e luglio 2009, le esportazioni di cereali americane calano del 29%
Food Price Index
Cereal Price Index
Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati USDA, OECD e FAO.
$/¤
5/2011
3/2011
1/2011
9/2010
11/2010
7/2010
5/2010
3/2010
1/2010
9/2009
11/2009
7/2009
5/2009
3/2009
1/2009
9/2008
11/2008
7/2008
5/2008
3/2008
1/2008
11/2007
9/2007
7/2007
3/2007
1/2007
11/2006
9/2006
7/2006
5/2006
3/2006
0 5/2007
Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte
2.9 MERCATO DEI CAMBI
0,55 0,5
Il denaro a basso costo tende a spingere al rialzo i prezzi alimentari e a innescare fenomeni speculativi
Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte
crescita nella domanda di importazioni, contribuendo allo squilibrio tra domanda e offerta internazionale e a un surriscaldamento dei prezzi. La figura 2.32. mostra chiaramente la relazione inversa tra andamento valutario del dollaro e l’indice dei prezzi di tutte le commodity agricole e quello dei cereali47 tra marzo 2006 e giugno 2011, periodo che ha visto l’alternarsi di svalutazioni e rivalutazioni della moneta americana. Inoltre, non si può non tenere conto degli impatti dell’enorme volume di liquidità immessa dalla Federal Reserve nel sistema economico mondiale nell’ultimo decennio, attraverso le politiche di espansione quantitativa. Il denaro a basso costo, infatti, tende a spingere al rialzo i prezzi alimentari e a innescare fenomeni speculativi, dato che il cibo può essere considerato una commodity perfetta, in un mercato in disequilibrio. Per di più, tale liquidità si è diretta verso i Paesi emergenti, in Cina ad esempio, dove l’impatto inflazionistico è maggiore per via del cambio fisso.
77
Emory Kristof/National Geographic Stock