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Pesaro IN Magazine 02 2025

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LUIGI GALLO

NUOVO RINASCIMENTO

STEFANIA CAMPANELLI OLTRE LA CURA

DAVIDE LOMMA

CINEMA TRA ASCOLTO E VISIONE

p e s a r o

n.2 2025 w w w. i n m a g a z i n e . i t


EDITORIALE

34 04 PILLOLE NOTIZIE DALLA PROVINCIA

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La copertina di questo numero è dedicata a Luigi Gallo, curatore di progetti museali e direttore del Palazzo Ducale di Urbino, recentemente restaurato. Entrando nel cuore della rivista, incontriamo: la naturopata Stefania Campanelli e il suo progetto di salute integrata; Davide Lomma, regista che narra storie vere con una visione antropologica; Michele Alberto Sereni, fotografo che immortala gli artisti nel loro creare; la foodblogger Elisa Venturi, un concentrato di divertimento in cucina; e il campione del mondo di kite surf Riccardo Pianosi. Ci addentriamo poi negli spazi della dimora d’arte RiBo104 a Mondaino, nella storia del Palazzo del Seminario, tra le pagine del romanzo di Gianluca Spadola e, infine, ripercorriamo l’evento The Power of Play, il festival che celebra i videogames come strumento didattico. Buona lettura! DI ANDREA MASOTTI

Edizioni IN Magazine s.r.l. Via Napoleone Bonaparte, 50 - 47122 Forlì | T. 0543.798463 www.inmagazine.it | info@inmagazine.it Anno XIX N.2 dicembre/gennaio Reg. di Tribunale di Forlì il 20/02/2006 n.6 Direttore Responsabile: Andrea Masotti Redazione centrale: Clarissa Costa Coordinamento di redazione: Deborah Papisca Artwork e impaginazione: Francesca Fantini Ufficio commerciale: Gianluca Braga, Laura De Paoli Stampa: La Pieve Poligrafica Villa Verucchio (RN) Chiuso per la stampa il 12/12/2025 Collaboratori: Fabio Fraternali, Elisabetta Marsigli, Alice Muri, Serena Onofri, Giovanna Patrignani, Silvia Sinibaldi. Fotografi: Laura De Paoli, IKA Media, Tommaso Morosetti, Claudio Ripalti, Rossano Ronci, Michele Sereni, Luca Toni. Errata corrige – Nella versione cartacea di Pesaro IN Magazine n. 2/2025, a pagina 28, nel titolo del promoredazionale di Isopak Adriatica la data di fondazione corretta è 1975; a pagina 24, l’articolo Sguardo sull’opera menziona erroneamente Fulco Pratesi: il nome corretto è Ludovico Pratesi. Tutti i diritti sono riservati. Foto e articoli possono essere riprodotti solo con l’autorizzazione dell’editore e citando la fonte. In ottemperanza a quanto stabilito dal Regolamento UE 2016/679 (GDPR) sulla privacy, se non vuoi più ricevere questa rivista in formato elettronico e/o cartaceo puoi chiedere la cancellazione del tuo nominativo dal nostro database scrivendo a privacy@inmagazine.it

34 SOCIAL LA GIOIA IN CUCINA

37 LUOGHI DIMORA D’ARTE

08 PROFILI

41 STORIA

LUIGI GALLO

IL PALAZZO DEL SEMINARIO

14 SALUTE

44 LIBRI

OLTRE LA CURA

SCRIVERE D’AMORE

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18 CINEMA ASCOLTO E VISIONE

22 FOTOGRAFIA SGUARDO SULL’OPERA

22

46 SPORT VENTO DI VITTORIA

49 EVENTI IL VALORE DEI VIDEOGAMES


PILLOLE

CARNEVALE D’INVERNO FANO | Il Carnevale più antico d’Italia scalda l’attesa con un fitto calendario che anticipa la festa: laboratori per bambini, incontri sulla storia della manifestazione e visite ai capannoni dove i maestri carristi modellano la cartapesta come un’arte viva e collettiva. Il percorso sfocia nelle quattro sfilate ufficiali del 25 gennaio, 1, 8 e 15 febbraio 2026, quando carri imponenti, musica e l’immancabile ‘getto’ di caramelle e dolciumi animeranno le vie del centro. Un evento che rappresenta l’anima più autentica di Fano e un modo coinvolgente per vivere il Carnevale da protagonisti, scoprendone il cuore creativo e la sua energia senza tempo. L’ingresso è gratuito. Il programma completo è consultabile sul sito: carnevaledifano.com

IL BORGO SI ANIMA PER LE FESTE GRADARA | Fino al 6 gennaio 2026, Gradara indossa il suo abito più suggestivo con ‘Castello di Natale’, un percorso emozionale capace di trasformare la Rocca e le vie medievali in una fiaba luminosa. Luci, videoproiezioni, performance in costume e piccoli racconti teatrali animano il borgo, ogni domenica di dicembre e nei giorni festivi, creando un’atmosfera intima e romantica, ideale per coppie e famiglie. Un evento diffuso che trasforma ogni vicolo in scenografia, ogni scorcio in una fotografia in movimento. Un’occasione per immergersi nell’atmosfera più bella dell’anno e nella calda accoglienza delle comunità locali, un’esperienza immersiva che celebra la magia delle feste dentro uno dei borghi più iconici d’Italia. Per tutte le informazioni e prenotazioni: gradara.org

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IL CARAVAGGIO DI PISCAGLIA PESARO | Giovanni Piscaglia, regista pesarese da sempre attento al dialogo tra cinema e arti visive, torna a confrontarsi con uno dei grandi miti della storia dell’arte: Caravaggio. Il suo ultimo film, proiettato il 1° dicembre scorso a Pesaro, evita la semplice biografia per addentrarsi nei chiaroscuri dell’uomo e dell’artista, restituendo un ritratto intenso e umano. Piscaglia sceglie uno sguardo intimo e contemporaneo, capace di far dialogare immagini e silenzi, lasciando emergere la forza rivoluzionaria di Caravaggio senza cadere nel didascalico. Un lavoro che conferma la sensibilità del regista nel trasformare l’arte in esperienza narrativa e nel raccontare i grandi maestri con uno sguardo vivo e attuale.


PILLOLE DAMIANI E BARTORELLI: AL CUORE DELL’ECCELLENZA PESARO | Ci sono storie che scintillano come diamanti, fatte di mani sapienti, di tradizioni, di generazioni che tramandano un sapere antico. La storia di Damiani è una di queste: un secolo di maestria italiana, nata a Valenza, che continua a illuminare il mondo con creazioni che sono più di gioielli. Sono promesse, memorie, simboli. Nel 2024, la Maison celebra cento anni di creatività, un secolo in cui tre generazioni hanno reinterpretato la bellezza con lo stesso spirito: dare forma all’eccellenza unendo arte, intuizione e un savoir-faire che non teme il tempo. Essere Damiani significa restare artigiani pur dialogando

con il lusso internazionale, continuando a creare ogni gioiello a mano. Nel centenario, la Maison condivide con il pubblico una collezione di cento opere uniche, pietre straordinarie riportate alla vita dai maestri orafi valenzani. Fino all’8 dicembre, Pesaro ospiterà una selezione di queste creazioni negli spazi della Gioielleria Paolo Bartorelli, in via Giovanni Branca 15, un viaggio nell’universo Damiani accanto alle collezioni più iconiche: Margherita - L’Amore, ispirata alla Regina Margherita, celebra l’amore in tutte le sue sfumature; Mimosa - La Forza, un omaggio alla resilienza femminile; Belle Époque - L’Energia, gioielli dinamici che richiamano l’arte e il fermento della Parigi novecentesca. Accogliere Damiani a Pesaro significa far incontrare due storie che parlano la stessa lingua: tradizione, passione, eccellenza. La Gioielleria Bartorelli affonda le radici nel 1882, quando Lorenzo Lorenzi iniziò a vendere piccoli gioielli nell’entroterra romagnolo. Da allora quattro generazioni hanno custodito quella vocazione, trasformandola in un marchio sinonimo di qualità ed eleganza. Dalla prima gioielleria di Cattolica alla sede di Riccione, fino alla boutique di Pesaro inaugurata nel 1990, Paolo Bartorelli ha mantenuto il calore dell’accoglienza e la cura sartoriale per ogni cliente. Dal 2010 è concessionario autorizzato Damiani, riconoscimento che riflette un percorso comune fatto di ricerca, design e attenzione ai dettagli. Un secolo di Damiani e oltre un secolo di Bartorelli: due storie che si incontrano nel cuore di Pesaro per celebrare ciò che rimane immortale. La bellezza.

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PROFILI

LUIGI GALLO

VERSO UN NUOVO RINASCIMENTO PER PALAZZO DUCALE

DI FABIO FRATERNALI

FOTO CLAUDIO RIPALTI

Urbino conserva il fascino inconfondibile delle città di provincia dal carattere senza tempo. Il suo simbolo è il Palazzo Ducale, reggia per eccellenza del Rinascimento e scrigno di opere, storie e personaggi. Un tempo cuore pulsante della corte dei Duchi di Urbino e approdo delle menti più brillanti dell’epoca, oggi il palazzo continua a essere un luogo di idee, di memorie e di confronto sotto la direzione di Luigi Gallo, già curatore di importanti progetti museali e attuale direttore della Galleria Nazionale delle Marche e della Direzione Regionale Musei. Com’è raccogliere, in un certo senso, l’importante eredità di Federico da Montefeltro? Un personaggio iconico e straordinario che riuscì a creare una corte perfetta, un palazzo perfetto… “In realtà non sento un vero e proprio peso. Forse in passato lo è stato per la dinastia successiva, i Della Rovere, per i Legati pontifici, che hanno cercato di stemperare la sua presenza e affievolire la sua forte impronta 8

lasciata attraverso cambiamenti e manomissioni; ma questa impronta è troppo potente, la ritroviamo nelle cifre scolpite sui portali, nei raffinatissimi emblemi che ornano ogni angolo del Palazzo. Il Palazzo è Federico da Montefeltro; così come questo principe del Rinascimento ha un’anima doppia, di condottiero e di umanista, così la sua dimora è castello e palazzo allo stesso tempo. È la sintesi della figura di Federico, una prodezza d’ingegneria e una straordinaria macchina politica.” Lei viene da una città come Roma e ha studiato anche in Francia, a Parigi. Che cosa la affascina di Urbino? “Le realtà che ho vissuto sinora sono state e sono tutte magnifiche a loro modo, ma ricordo bene il mio primo incontro con Urbino anni fa, ai tempi dell’Università, quando la visitai con un amico marchigiano, Valter Curzi: era inverno e rimasi senza parole, fui travolto dalla bellezza silenziosa del luogo, da questa ‘Città ideale’ avvolta nel freddo pun-


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PROFILI

gente. Per me, come storico dell’architettura, visitare il Palazzo fu un’emozione unica. Inoltre, non esiste altro luogo come questo in cui i mutamenti delle stagioni ti danno dei veri e propri appuntamenti: alla fine di novembre la luce dell’alba illumina il Duomo e il Palazzo di un arancione irripetibile, l’arancione che ritrovo nei dipinti di Federico Barocci, poi dopo la nebbia e il freddo torna il tepore con le rondini. La bellezza di Urbino è una bellezza pura. Ma Urbino è come un’isola, è fatta di momenti di attesa a cui non è semplice adattarsi. Queste pause, tuttavia, ci permettono di avere gli strumenti per capire il luogo e, in un certo senso, sei portato a diventare un tutt’uno con la città. Io ho legato il mio essere a Urbino, ed è stata un’emozione incommensurabile ricevere la cittadinanza onoraria.” In questi anni, sotto la sua direzione siamo stati testimoni di una vera e propria tra-

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SOTTO LA GUIDA DI LUIGI GALLO, DIRETTORE DELLA GALLERIA NAZIONALE DELLE MARCHE E DELLA DIREZIONE REGIONALE MUSEI, IL PALAZZO DUCALE È STATO OGGETTO DI IMPORTANTI INTERVENTI DI RESTAURO CHE HANNO PORTATO A UNA RILETTURA DEGLI SPAZI, RESTITUENDOLI ALL’ARMONIA ORIGINARIA.

sformazione del Palazzo, con grandi lavori di restauro e nuovi allestimenti. Quali sono state le difficoltà? “Quelle che riscontriamo in tutti i grandi musei italiani, ovvero quella di far convivere un edificio, che è un’opera d’arte a sé stante, con le collezioni che contiene, le quali spesso non nascono per quegli spazi. Occorre, ovviamente, mediare, poiché c’è un evidente ‘doppio registro’ entro cui il museo è portato a raccontare più storie. Già i miei illustri predecessori – come Venturi, Serra, Rotondi, Dal Poggetto – si erano confrontati con questa tematica, affrontandola con la visione della loro epoca, passando da un allestimento di gusto storicistico a uno più razionale. Oggi il Palazzo Ducale, la Galleria Nazionale delle Marche, grazie ai fondi del PNRR è stato oggetto di importanti interventi di restauro, è stato dotato di una nuova impiantistica all’avanguardia e abbiamo cercato di creare percorsi chiari per il pubblico, con la realizzazione di nuovi allestimenti, di brevi schede ragionate, creando poi anche zone di confort per permettere ai visitatori di vivere questi spazi in maniera diversa e di prendersi del tempo per contemplare le collezioni.” I lavori hanno portato a una rilettura di alcuni ambienti e a qualche sorpresa… “Il lavoro del team del museo è stato incredibile, uno studio rigorosamente scientifico che ha portato a una rilettura degli spazi cercando quanto più possibile di restituirli all’armonia originaria. Come, ad esempio, il rimontaggio del grande lavabo della camera da letto del Duca, un monumentale elemento lapideo smembrato nell’Ottocento, i cui pezzi erano stati riutilizzati in altri ambienti in maniera impropria e che, oggi, sono stati riuniti insieme. Un caso a parte è lo Studiolo di Federico, quella summa di Corpo, Anima e Spirito del Duca: qui le tarsie sono state interessate da un importante intervento volto a bloccare l’azione dei tarli, il soffitto è stato completamente ripulito e oggi mostra una cromia splendida; si è resa poi necessaria una rilettura dell’allestimento dei ritratti degli


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PROFILI

Uomini Illustri, che ha comportato l’asportazione della trabeazione lignea, aggiunta nell’Ottocento, per consentire di collocare queste effigi rispettando le giuste distanze che dovevano avere in origine. Quella degli Uomini Illustri è purtroppo una situazione irrimediabilmente compromessa a seguito dell’asportazione barberiniana nel Seicento, quando i ritratti furono rimossi e decurtati. Si è poi scelto di sostituire il fondo in legno su cui erano esposti i ritratti (un fondo che aveva sostituito già il precedente riallestimento di gusto storicistico di inizio Novecento), con una pannellatura dal colore neutro. Oggi lo Studiolo è tornato in una veste che consente la lettura chiara dei tre elementi che lo compongono: le tarsie, la serie dei ritratti, il soffitto con le imprese federiciane.” Non sono mancati anche una serie di importanti eventi espositivi… “Sì, sono state tutte mostre che ponevano Urbino come centro, che hanno valorizzato il sito, come Urbino crocevia delle Arti, la mo-

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“IL PALAZZO DUCALE È STATO DOTATO DI UNA NUOVA IMPIANTISTICA ALL’AVANGUARDIA,” AFFERMA GALLO. “E ABBIAMO CERCATO DI CREARE PERCORSI CHIARI PER IL PUBBLICO, CON NUOVI ALLESTIMENTI E ZONE DI CONFORT PER PERMETTERE AI VISITATORI DI PRENDERSI DEL TEMPO PER CONTEMPLARE LE COLLEZIONI.”

stra sui depositi, fino a quelle dedicate alle potenti figure di Federico Barocci e, in ultimo, a Simone Cantarini. Per il 2026 stiamo già lavorando a una mostra particolare, un’esposizione dedicata ai lavori che in questo periodo sono stati fatti a Palazzo.” Oltre alla direzione della Galleria Nazionale delle Marche, lei fa capo anche alla Direzione Regionale Musei Marche, per i quali sono già stati fatti dei grandi passi in avanti… “Stiamo riallestendo tutti i musei statali della Regione con importanti interventi volti all’abbattimento delle barriere architettoniche. Ogni museo è in fermento, ci sono lavori ovunque! Devo ringraziare tutti i miei collaboratori per quello che si sta facendo e per gli importanti risultati raggiunti e che si raggiungeranno nel breve periodo. Federico Zeri affermava che ‘le Marche sono il giardino d’Italia’, e io sono onorato di ricoprire il mio ruolo in questa splendida regione polifonica.”


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SALUTE

OLTRE LA CURA IL PROGETTO DI SALUTE INTEGRATA E ASCOLTO DI STEFANIA CAMPANELLI

DI ELISABETTA MARSIGLI

È Stefania Campanelli la fondatrice del gruppo Therapeia, coworking di medici, professionisti sanitari e operatori del ‘ben-essere’, dove al centro non c’è la malattia ma la persona, con il suo corpo, la sua mente, la sua storia, la sua anima. “Sono laureata in Giurisprudenza e per anni ho lavorato nella tutela dei diritti umani, anche attraverso un progetto editoriale internazionale. Therapeia è nata da un’esperienza personale, da un tempo di amore e di fragilità vissuto accanto a mio padre durante la sua malattia oncologica. È stato lui a insegnarmi che la cura non è solo un atto medico, ma una relazione che custodisce la dignità della persona. Essere caregiver mi ha fatto comprendere quanto la salute sia un diritto che include non solo la dimensione clinica, ma anche quella umana, emotiva, spirituale.” E così Therapeia è diventata la risposta a un bisogno ancora troppo spesso inascoltato? 14

STEFANIA CAMPANELLI È LA FONDATRICE DEL GRUPPO THERAPEIA, COWORKING DI MEDICI, PROFESSIONISTI SANITARI E OPERATORI DEL ‘BEN-ESSERE’. “LA SALUTE È UN DIRITTO CHE INCLUDE NON SOLO LA DIMENSIONE CLINICA, MA ANCHE QUELLA UMANA, EMOTIVA, SPIRITUALE.”

“Si tratta di mettere davvero la persona al centro, in ogni fase del percorso di salute, non solo nel momento della malattia. Therapeia, in greco, significa cura, ma anche servizio, accompagnamento, attenzione alla persona nel suo cammino di rie-

quilibrio. Credo profondamente che scienza e umanità debbano incontrarsi. Per questo, parliamo di salute e ‘ben-essere’ integrativo: un approccio che valorizza l’evidenza scientifica della medicina convenzionale, ma la integra in un dialogo continuo con la medicina complementare, la psicoterapia, la fisioterapia e la riabilitazione, il movimento corporeo e consapevole, le discipline naturali o filosofie integrate (approcci olistici), compresi corsi di formazione.” La cura quindi come relazione per costruire percorsi di salute integrati, personalizzati e non frammentati? “Ho imparato, come figlia e come donna, quanto la comunicazione sia parte integrante della cura. Una parola chiara, gentile, continua, può essere tanto terapeutica: perché non frammenta, ma accompagna; perché aiuta la persona a non perdersi nel labirinto della malattia, ma a ritrovare un senso e una direzione. E


IN ALTO, STEFANIA CAMPANELLI, NATUROPATA E FONDATRICE DI THERAPEIA.

mi piace pensare al paziente non come qualcuno da curare, ma come una persona che partecipa attivamente al proprio processo di guarigione o al miglioramento della sua qualità di vita.” Therapeia è anche casa editrice con quattro collane: medicina complementare, discipline

naturali, Ribelli creativi (per i giovani tra i 14 e i 18 anni) e crescita personale-pensiero positivo. “La scrittura come strumento di consapevolezza, come ponte tra mente, anima e corpo. Quattro collane, una missione: divulgare, ispirare, accendere coscienze. Il

progetto nasce dalla mia personale esperienza con l’allora casa editrice Neftasia Editore, che si è contraddistinta in ambito nazionale e internazionale con il progetto Autori Vittime della Penna, a tutela della libertà di espressione e di stampa dei giornalisti e scrittori perseguitati. Ho una lettera di complimenti dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Scrivere è come aprire una porta invisibile tra ciò che siamo e ciò che possiamo diventare.” La cura comincia dunque dall’ascolto silenzioso: il suo essere naturopata è importante in questo percorso? “Non sono un medico, ma accompagno le persone come ‘intermediaria consapevole’ tra la loro esperienza, la malattia, e i professionisti della salute. Il mio compito è ascoltare, orientare, educare al ben-essere. L’ascolto del sintomo è nel mio lavoro un messaggio. È il corpo che parla: attraverso la pelle, il respiro, il 15


IN QUESTA PAGINA, GLI AMBIENTI DELLO STUDIO DI STEFANIA CAMPANELLI.

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battito, la digestione, il dolore. Ogni disturbo è un tentativo della psiche di comunicare qualcosa che non è ancora emerso alla coscienza.” E come gestisce il tempo, tra cura della persona e delle persone a lei care? “Il mio percorso lavorativo non è mai stato separato dalla mia vita familiare: sono moglie, madre e figlia. Ho una mamma di 82 anni che richiede attenzione e presenza, ma non è sempre semplice tenere insieme tutto: il carico emotivo, le esigenze quotidiane,

la pressione silenziosa dell’essere sempre all’altezza. Sono sfide che ti mettono alla prova nel profondo. Eppure, ciò che mi ha sostenuta è stato un ordine interiore, una bussola chiara che non ho mai tradito: prima la mia famiglia, poi il lavoro. Non come rinuncia, ma come orientamento essenziale e ciò mi ha permesso di non sentirmi divisa o sopraffatta, ma di vivere ogni ruolo come un gesto di dono. È così che ho imparato a mantenere un equilibrio vivo, fatto di presenza, ascolto e consapevolezza.”


Katja ha aperto il suo salone a Pesaro 26 anni fa, da allora la sua missione è stata chiara: offrire il meglio alle proprie clienti. Fin dal primo giorno si è dedicata ad un costante aggiornamento nelle migliori accademia in Italia. Questo le ha permesso di rimanere sempre all’avanguardia di tagli e colorazioni che seguono le tendenze moda senza abbandonare i classici intramontabili. La specializzazione non si è limitata solo alle tecniche di taglio e colore ma si è estesa nel mondo della tricologia. Ed è per questo che in salone dopo un attenta consulenza con la tricocamera si consiglia il percorso più adatto per ogni tipologia di cute e capelli. Usiamo tutti trattamenti Vegani e a base di olii essenziali. IL NOSTRO OBIETTIVO È QUELLO DI FAR VIVERE IN ESPERIENZA DI RELAX ALLA NOSTRA CLIENTE, NON SOLO PER FARLA BELLA MA PER FARLA STARE BENE.

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CINEMA

ASCOLTO E VISIONE L’AUTENTICA NARRAZIONE DEL REALE DEL REGISTA DAVIDE LOMMA

DI DEBORAH PAPISCA

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C’è una generazione di giovani registi che non nasce sui set, ma nelle pieghe più intime delle storie. Davide Lomma appartiene a questa categoria silenziosa e magnetica: classe 1989, originario di Pesaro, uno sguardo che osserva più che affermare, una sensibilità che si muove tra antropologia, disciplina in cui è laureato, immagine e ascolto. La sua carriera non somiglia a una scalata, ma a un percorso naturale: il fluire di un talento che cresce senza ostentazione, mettendo al centro la verità delle persone e il rispetto dei loro vissuti. Da giovanissimo trova nella scrittura e nella musica i suoi primi strumenti espressivi, poi scopre che il cinema li contiene tutti: la parola, il ritmo, la relazione, l’immagine. Oggi guida la Lomma Factory, casa di produzione pesarese nata dalla sua visione, ed è stato recentemente nominato Presidente della CNA Cinema e Audiovisivo di Pesaro e Urbino, l’organismo di riferimento che rappresenta e sostiene i professionisti del settore sul territorio. Un ruolo che riconosce il suo percorso e rafforza il legame tra la sua crescita artistica e la comunità creativa locale. Il suo rapporto con il cinema

DAVIDE LOMMA, REGISTA PESARESE, VUOLE CREARE STORIE CHE VADANO OLTRE L’INTRATTENIMENTO E CHE LASCINO QUALCOSA ALLO SPETTATORE. NEL FILM L’ULTIMA ISOLA RACCONTA L’IMMIGRAZIONE CON UN TAGLIO ANTROPOLOGICO, ATTRAVERSO GLI OCCHI DI UN GRUPPO DI RAGAZZI.

affonda le radici negli anni del liceo, quando alcuni professori lo coinvolgono in progetti scolastici che si trasformano in veri e propri laboratori creativi. A quindici anni dirige diversi lungometraggi, forse senza immaginare che quella passione extracurricolare sarebbe diventata il suo mestiere. Una vocazione che cresce in silenzio, insieme al suo modo di osservare il mondo e di raccontarlo attraverso la mac-

china da presa. Il suo modo di girare nasce proprio da questa attitudine: mettere al centro ciò che accade, senza forzare, senza sovrascrivere. Nei suoi set si respira un’attenzione rara per il ritmo naturale delle cose, per la spontaneità delle persone, per l’autenticità dei luoghi. Non stupisce che molti dei suoi collaboratori parlino di lui come di un ‘regista che ascolta’ prima ancora che di un ‘regista che dirige’. È una qualità che lo accompagna da sempre e che oggi rappresenta una firma riconoscibile del suo stile. “Creo storie che lasciano qualcosa allo spettatore,” afferma. “Non devono essere solo intrattenimento.” Una visione che trova piena espressione in L’Ultima Isola, il suo lungometraggio uscito al cinema nel 2024. Raccontare l’immigrazione senza cadere né nel moralismo né nella spettacolarizzazione del dolore è una sfida complessa, che Lomma affronta con delicatezza e rigore. “Ho cercato un taglio antropologico,” spiega. “Osservare prima di giudicare, ascoltare prima di interpretare. La mia idea era raccontare il naufragio attraverso gli occhi di un gruppo di ragazzi che 19


CINEMA

NEI SUOI SET SI RESPIRA UN’ATTENZIONE RARA PER IL RITMO NATURALE DELLE COSE, PER LA SPONTANEITÀ DELLE PERSONE, PER L’AUTENTICITÀ DEI LUOGHI. “ORA STO LAVORANDO A UN FILM DEDICATO A ENRICO MATTEI.”

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si è trovato in mezzo a un mare ricoperto di persone e ha cercato di salvarne quante più possibile. Dal trauma può nascere una forza nuova. Volevo trasmettere un messaggio di rinascita.” Per lui, Lampedusa è stata anche una trasformazione personale. “Mi ha permesso di approfondire un modo diverso di dirigere: ritmi lenti, inquadrature lunghe, una dimensione contemplativa completamente opposta al film precedente, L’amore fuggente. È stato un linguaggio inedito e molto istruttivo.” Il film continua a viaggiare fuori dall’Italia, con proiezioni in Francia e una selezione a Tokyo, dove a dicembre verrà presentato a un festival e proiettato anche per l’Istituto Italiano di Cultura. “Mi piace che il tema

risuoni anche in culture lontane dalla nostra,” aggiunge. Oggi Lomma è già immerso in nuovi progetti. “Sto lavorando a un film dedicato a Enrico Mattei, in particolare al suo legame con le Marche. È nato ad Acqualagna e ha vissuto a Matelica. Voglio raccontare l’infanzia e la parte privata di questo personaggio, meno conosciuta. Le riprese sono già iniziate.” E sorride quando parla del futuro: “Confesso che sto lavorando ad altre idee, ma per ora… top secret.” In un’epoca che corre, Davide Lomma sceglie la profondità. E continua a ricordarci che il cinema, quando è sincero, non mostra: rivela. E in quella rivelazione, spesso, troviamo anche un pezzo di noi.

IN QUESTE PAGINE, IL REGISTA DAVIDE LOMMA SUL SET DEI SUOI FILM.


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FOTOGRAFIA

SGUARDO SULL’OPERA IL DIALOGO DELL’ARTE NEGLI SCATTI DI MICHELE ALBERTO SERENI

DI SILVIA SINIBALDI

“La mattina mi alzavo alle 5, salivo in macchina e raggiungevo posti molto lontani per fotografare una farfalla. Perché sapevo che in quel luogo, in quella fase della stagione, a quella specifica temperatura la farfalla che stavo cercando avrebbe spiccato il volo. Poi attendevo di vederla e la fotografavo.” Conoscenza, pazienza e poesia sono alla base della fotografia di Michele Alberto Sereni, uno dei professionisti dell’obiettivo più eleganti e versatili della scena italiana, che mantiene un legame indissolubile con la sua città. La Pesaro che è terra di quattro generazioni di Sereni, partiti dall’Abruzzo verso le Marche all’indomani dell’Unità d’Italia. Oggi le farfalle fotografate negli anni della giovinezza compongono una preziosa collezione e sono state oggetto di una mostra organizzata con l’indimenticato naturalista Massimo Pandolfi. La sua ultima mostra L’opera in sé. Fotografie d’arte e ritrat-

FIN DA RAGAZZO, TRA BOTTEGHE E CAMERA OSCURE, SERENI TRASFORMA LA CURIOSITÀ IN UNA FOTOGRAFIA FATTA DI PAZIENZA, POESIA E INCONTRI. SEGUE GLI ARTISTI NEL LORO CREARE, RACCONTANDO OPERE E LUOGHI CON UNO SGUARDO CHE UNISCE DEDIZIONE E SENSIBILITÀ.

ti d’artista dal 1990 al 2024, presso la chiesa del Suffragio, si è conclusa recentemente a novembre. “Un omaggio alla mia città che, nonostante le tante occasioni e iniziative organizzate in altri contesti, resta centrale

FOTO MICHELE SERENI

per la mia creatività. L’opera in sé è una mostra importante che nasce dalle costole dell’omonimo libro edito da Magonza che sto presentando in luoghi di cultura di tutto il Paese.” La passione per la fotografia nasce da ragazzo: “Lavoravo nella bottega artigiana di mio padre, che dal mio bisnonno è arrivata fino ai nostri giorni. Un negozio storico, premiato dall’ex sindaco Giovanelli per la sua longevità e per essere, da oltre 100 anni, un punto di riferimento per la spesa di qualità dei pesaresi. Mio padre aveva l’hobby della fotografia e la mia curiosità è nata osservandolo. All’epoca, a dire il vero, le mie passioni erano tante: la musica, la natura e in generale una grande voglia di scoprire il mondo. Però, intorno al 1973, quando avevo 15 anni, finita la scuola mi sono offerto di lavorare nella bottega di Maurizio, noto fotografo con il suo laboratorio sempre lungo il Corso. Mi affidò la camera oscura insegnandomi a 23


IN APERTURA, MICHELE ALBERTO SERENI. IN QUESTA PAGINA, ALCUNE IMMAGINI DELLA MOSTRA DI SERENI, L’OPERA IN SÉ.

24

sviluppare le fotografie, che allora erano rigorosamente in bianco e nero.” Così il giovanissimo Michele, alla luce di una lampadina rossa, ha visto comporsi ed emergere dal liquido di sviluppo le prime immagini. “Poi ho conosciuto Beatrice,” riavvolge il nastro Sereni ricordando sua moglie, Beatrice Barbuio, fotografa, cantante e attrice, scomparsa ancora giovane, “e ho scoperto il teatro. E così la passione per la fotografia si è consolidata diventando una professione. Un passaggio che non è piaciuto a mio padre che già mi vedeva succedergli dietro il bancone del negozio. Ma io avevo già fatto la mia scelta. In quegli anni la mia attività era

variegata: mi occupavo di fotografia industriale, di riproduzioni d’arte antica, di cataloghi d’arte, strenne natalizie per enti e società, fino al 1986, quando ho dedicato una mostra ad Alessandro Gallucci allestita nel Salone Metaurense di Palazzo Ducale. Si intitolava Topoi e luoghi, progettata da Valerio Morpurgo e curata da Grazia Calegari.” Qui l’arte entra prepotente nella produzione e nelle tematiche di Michele Sereni. “Ma la vera svolta è legata a Eliseo Mattiacci, all’inizio degli anni Novanta, quando la mia fotografia d’arte è uscita dai contesti museali, diventando una narrazione artistica delle opere. Lunghe giornate seguendo lo scultore nel suo

creare, osservandolo al lavoro in luoghi, circostanze e ambienti diversi, spogliandomi della mia visione d’artista per rendere la volontà e il pensiero di Mattiacci. Dunque, al centro del mio lavoro non c’era la fotografia dell’opera ma una visione d’insieme dell’opera e dell’artista. L’obiettivo di restituire, attraverso il dialogo, l’azione dell’artista senza invadere il suo spazio. Un po’ come accade quando scatti foto in teatro.” La sua storia professionale è anche una storia di incontri: “Certo, gli incontri, gli scambi sono fondamentali nel lavoro come nella vita, perché di una cosa sono certo: da soli non siamo nulla. Per questo mi impegno a mettere in rete i luoghi d’arte e le opere degli artisti, promuovendo scambi e contaminazioni.” Torna alla mente la mostra di Sereni del 2013, curata da Ludovico Pratesi, in cui il fotografo realizzò una lunga striscia composta di volti delle persone che parteciparono all’inaugurazione di alcuni eventi. Un allestimento nell’allestimento che è rimasto nella memoria di tanti. “Però non è che vado in giro a fotografare la gente, io uso la macchina fotografica solo se c’è una motivazione, un progetto.” E sull’intelligenza artificiale? “Non mi fa paura,” sorride, preparando la battuta, “io esercito la ‘deficienza naturale’.”


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RATTI BOUTIQUE 80 ANNI DI STILE PER IL SUO 80° ANNIVERSARIO, LA STORICA BOUTIQUE SI TRASFORMA IN UN PERCORSO MUSEALE IN CUI OGNI AMBIENTE È UN RACCONTO CHE ATTRAVERSA EPOCHE E ACCOGLIE RICORDI.

C’è un indirizzo, a Pesaro, che da ottant’anni racconta la moda molto prima che la moda imparasse a raccontare sé stessa. È Ratti Boutique e dal 1945 – ‘Vêtements chic pour messieurs et pour dames’, ovvero ‘Abbigliamento elegante per uomo e donna’, recitava l’insegna – è quel luogo dove il gusto diventa memoria, e la memoria si trasforma in futuro.

Per celebrare l’80° anniversario, la famiglia Ratti ha scelto di non fare una semplice festa: ha costruito un percorso multisensoriale, un viaggio che parte dal 1945 e arriva a oggi, attraversando epoche, maison, rivoluzioni estetiche e piccoli segreti custoditi tra dettagli d’epoca, tessuti e storie di famiglia. Alle origini di quest’eleganza in-

ternazionale ci sono Pietro e Licia Ratti, i due fondatori visionari: furono fra i primi in Italia a portare Hermès e Chanel, intuendo un desiderio di bellezza ancora prima che il Paese si ritrovasse nel dopoguerra. La loro idea, un luogo fatto di cura, attenzione e sartorialità, è diventata negli anni una destinazione globale, frequentata da protagonisti dell’imprenditoria, del teatro, della musica, dell’arte: da Dario Fo a Luciano Pavarotti, da Marta Marzotto a Marina Ripa di Meana, fino alle star internazionali e ai piloti della MotoGP. Per l’anniversario, ogni ambiente della boutique di via Rossini è stato ripensato come una tappa narrativa, un racconto che vive di stanze, profumi e ricordi. L’illustratrice Teresa Cherubini ha firmato la ‘mappa d’artista’ che guida gli ospiti all’interno del percorso. Si entra in ‘Ester Memory’, un salotto sospeso nel tempo dove gli oggetti sembrano riaccendersi da soli, riportando alla luce frammenti di vita. Si attraversa ‘Echoes’, un giardino vivo che profuma di radici, cambiamento, continuità. Si passa attraverso sale che uniscono l’intimità di una casa d’epoca con l’impatto scenografico di una galleria contemporanea. Tra un dettaglio couture e un gioco di luci studiato al millimetro, tra una selezione iconica e un allestimento che sembra un attraente set fotografico, prende forma


QUELLA DI RATTI BOUTIQUE È STORIA AL FEMMINILE CHE ATTRAVERSA TRE GENERAZIONI. PER L’ANNIVERSARIO, OGNI AMBIENTE DELLA BOUTIQUE DI VIA ROSSINI È STATO RIPENSATO COME UNA TAPPA NARRATIVA, CHE PARTE DAL 1945 E ARRIVA A OGGI, ATTRAVERSANDO EPOCHE, MAISON E RIVOLUZIONI ESTETICHE.

un mosaico che appartiene solo a Ratti: un universo dove ogni pezzo dialoga con il successivo, creando un racconto fluido, elegante, quasi cinematografico. Maison come Dior, Valentino, Celine, Bottega Veneta, Prada, Saint Laurent, Brunello Cucinelli, Miu Miu, Gucci, McQueen e molte altre hanno omaggiato la storia di Ratti con installazioni site-specific, trasformando la boutique in un piccolo museo del presente. E poi c’è lo spazio più emozio-

nante: la ‘Time Capsule’. Un cuore pulsante di immagini, video, archivio e ricordi privati: le foto del primo negozio del ’45, le sfilate degli anni Ottanta nel cortile di Palazzo Ratti (quelle in cui sfilavano Pat Cleveland e Benedetta Barzini), i volti delle donne che hanno guidato la storia dell’azienda, da Licia a Silvana, fino a Matilde Ratti, oggi CEO. Quella di Ratti Boutique è storia femminile, una leadership che attraversa tre generazioni: “Festeggiare 80 anni insieme a chi

ha contribuito a scrivere questa storia è un orgoglio immenso,” racconta Matilde D’Ovidio Ratti. Una boutique diventata famiglia, un’azienda che abbraccia collaboratori, clienti, brand e partner come parte di un unico ecosistema creativo. Oggi Ratti è una realtà al femminile con tre boutique a Pesaro – Uomo, Donna, Kids – una presenza a Bologna con Folli Follie, oltre 150 designer, un ecommerce da più di 200 brand e persino un Pop-Up firmato

Ratti Boutique Via Rossini 71 Pesaro | Shop online: Rboutique.com

Iginio Massari. Ottant’anni dopo, la stessa promessa è ancora intatta: accogliere le persone con l’eleganza di sempre. Perché in realtà Ratti non vende solo abiti, racconta storie e continua, da tre generazioni, a farlo con quella grazia discreta che appartiene solo alle icone vere.

IN APERTURA, DA SINISTRA, SILVANA RATTI INSIEME ALLA FIGLIA MATILDE D’OVIDIO RATTI. IN ALTO, GLI AMBIENTI DELLA BOUTIQUE.


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ISOPAK ADRIATICA DAL 1975, ECCELLENZE DELL’IMBALLAGGIO

L’AZIENDA PESARESE SPECIALIZZATA NEL SETTORE DEGLI IMBALLAGGI E DELLA COMPONENTISTICA FESTEGGIA 50 ANNI DI ATTIVITÀ, DI PERSONE E INNOVAZIONE COSTANTE.

Cinquant’anni di attività non si raccontano soltanto attraverso numeri e risultati, ma attraverso le persone che li hanno resi possibili. La storia di Isopak Adriatica, azienda pesarese fondata nel 1975 e oggi tra le realtà più solide nel settore degli imballaggi in polistirolo espanso, è prima di tutto una storia familiare. Una storia fatta di continuità, fiducia e senso di appartenenza. Per Alessandra Baronciani, che guida l’azienda guardando al futuro con la stessa concretezza di chi l’ha fondata, Augusto Baronciani, l’eredità più preziosa costruita in questi cinquant’anni è proprio il clima umano che si respira in azienda. “All’inizio eravamo un piccolo nucleo, oggi una vera famiglia allargata,” racconta. E il recente anniversario lo ha dimostrato: collaboratori con oltre trent’anni di lavoro alle

spalle, il ‘veterano’ da quarantuno anni premiato simbolicamente con una coppa, e perfino il primo operaio e la prima impiegata tornati per festeggiare. “Se erano lì, significa che hanno un buon ricordo.” Un patrimonio immateriale che vale quanto qualsiasi investimento tecnologico.La capacità di Isopak Adriatica di rimanere competitiva nel tempo nasce da scelte strategiche chiare: qualità costante, innovazione continua, attenzione all’ambiente e massima cura per la sicurezza sul lavoro. A questi elementi si aggiunge un valore che la titolare definisce fondamentale: l’onestà. “Me lo ha insegnato mio padre: lavora onestamente, è un percorso più lungo ma nel tempo ti ripaga. È ciò che trasmetto a mia figlia Giulia Serafini.” Una visione etica che, nel tempo, è diventata

un tratto distintivo dell’azienda. Il tema del passaggio generazionale, spesso complesso nelle imprese familiari, in Isopak Adriatica ha assunto una forma armonica. “Non amo parlare di cambio generazionale,” spiega Alessandra Baronciani. “Io e mio padre abbiamo lavorato molti anni fianco a fianco, coniugando le idee di due generazioni.” Nessuna rottura, ma un’evoluzione naturale, fatta di confronto quotidiano e di equilibrio tra esperienza e nuove prospettive. Negli ultimi anni, la crescita di Isopak Adriatica ha confermato l’importanza di un metodo che non ha mai tradito la sua essenza: lavorare bene, con rigore e trasparenza. È una filosofia operativa che Alessandra riconduce direttamente all’insegnamento paterno e che oggi guida ogni decisione, dagli investimenti tec-


ALESSANDRA BARONCIANI GUIDA L’AZIENDA GUARDANDO AL FUTURO CON LA STESSA CONCRETEZZA DI CHI L’HA FONDATA: CLIMA UMANO, QUALITÀ E INNOVAZIONE, ATTENZIONE ALL’AMBIENTE, MASSIMA CURA PER LA SICUREZZA SUL LAVORO E ONESTÀ.

nici alla gestione quotidiana. “Le basi che abbiamo costruito nel tempo sono solide,” sottolinea. E la presenza in azienda di collaboratori con competenze specifiche su ambiente e sicurezza è la prova concreta di un percorso che non si improvvisa. L’obiettivo è continuare a evolversi senza snaturarsi, mantenendo quella coerenza che in cinquant’anni ha consolidato la fiducia di clienti, fornitori e delle persone che ogni giorno rendono possibile la storia di Isopak Adriatica. Oggi Isopak Adriatica guarda a un futuro che richiede responsabilità e visione. L’azienda dispone di collaboratori altamente specializzati dedicati esclusivamente alle tematiche ambientali e alla sicurezza, è certificata 14001 e si prepara a ottenere entro l’anno

la 231. Tutti gli immobili sono dotati di pannelli fotovoltaici, mentre nuovi impianti e macchinari ad alta efficienza garantiscono risparmi energetici significativi e un approccio sempre più orientato al riciclo. Sul fronte dei mercati, gli investimenti negli impianti per prodotti in EPP, sia in Italia che all’estero, aprono nuove opportunità e rafforzano il posizionamento dell’azienda in settori strategici e in continua evoluzione. Cinquant’anni rappresentano un traguardo importante, ma per Isopak Adriatica sono soprattutto una promessa: continuare a crescere rimanendo fedele ai valori che l’hanno resa ciò che è. Un’impresa che guarda avanti con la solidità del passato e l’ambizione di costruire, ogni giorno, un futuro migliore.

25 1975 - 20

Via dell’Industria 84, Chiusa di Ginestreto (PU) | Tel. 0721 48531 | www.isopakgroup.com


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ELETTROIMPIANTI MENGHI UNA STORIA DI IMPRESA E RESILIENZA

CINQUANT’ANNI DI STORIA, LAVORO E FAMIGLIA. L’AZIENDA DI PESARO FESTEGGIA MEZZO SECOLO DI ATTIVITÀ… E DI NOZZE D’ORO.

Cinquant’anni di storia imprenditoriale e familiare. È il traguardo che celebra oggi Elettroimpianti Menghi, l’azienda fondata nel 1975 da Valerio Menghi, allora appena ventenne, e divenuta negli anni un riferimento nel settore degli impianti elettrici industriali. A raccontare questa lunga avventura, fatta di lavoro, amicizia e resilienza, è l’ingegnere Athos Giulio Polidori, testimone diretto dei primi passi e dell’evoluzione della famiglia Menghi. Tutto comincia a Mondaino, in via Roma. Ragazzo autodidatta con qualche esperienza alle spalle, Valerio apre la sua impresa affrontando fin da subito un affitto importante di 10.000 lire al mese. Il primo impianto realiz-

zato è a Montefiore Conca, per la società di Leo Polidori e Tino Ottaviani. Da qui nasce la collaborazione con i fratelli Polidori della Fass, azienda emergente dell’epoca, e allo stesso tempo un’amicizia destinata a diventare famiglia: Athos, Gianni e Valerio, coetanei, condividono lavoro, tempo libero e le tavolate nella casa dei genitori di Valerio, Umberto e Maria, che li accolgono come figli, complice la loro condizione di orfani. Sono anni difficili ma pieni di calore: Maria cucina come una volta, con prodotti dell’orto e animali da cortile, mentre Umberto produce un vino strepitoso. Nel 1975, mentre nasce l’azienda, Valerio e Gabriella si sposano e ar-

riva anche il primogenito Omar. Le risorse sono poche, tanto che una sera, per riuscire a pagare una semplice pizza con gli amici, Valerio racconta di aver trovato per caso 50.000 lire rovistando in un armadio. Un piccolo miracolo domestico che rimane scolpito nella memoria di tutti. Con il boom economico degli anni Ottanta, Valerio trasferisce l’impresa presso la propria abitazione. Iniziano gli anni della crescita: cabine elettriche, impianti industriali e lavori in tutta Italia. Nel 1986 nasce il secondogenito Fabio. La famiglia e l’azienda avanzano insieme, mentre il gruppo di amici condivide passioni come la caccia altre avventure. Poi, nel 1989, la fami-


TUTTO COMINCIA A MONDAINO: VALERIO, VENT’ANNI, AUTODIDATTA CON QUALCHE ESPERIENZA ALLE SPALLE, APRE LA SUA IMPRESA. DALLA CRESCITA NEGLI ANNI DEL BOOM ECONOMICO, ALL’INGRESSO DI NUOVE GENERAZIONI NEGLI ANNI DUEMILA, OGGI L’AZIENDA RAGGIUNGE IL TRAGUARDO DEI 50 ANNI.

glia Menghi affronta un grande dolore: la scomparsa del padre Umberto a 67 anni. Ma il lavoro prosegue, sostenuto dalla determinazione di Valerio e dall’unità familiare. L’inizio degli anni Novanta porta una pesante crisi economica causata da un’azienda dell’urbinate, tanto da far vacillare Valerio. È Gabriella, come sempre al suo fianco, a dargli la forza per non arrendersi. Arriva poi un decisivo sostegno economico: lo zio di Gabriella, Mario, e l’amico Giuseppe credono nel progetto e aiutano la famiglia a rialzarsi. La ripartenza è vigorosa: Menghi comincia a lavorare con grandi realtà come Unieuro, Toto Arredamenti, Italmec, Fork Italia, Gruppo Asa San Marino, Incom, Pazzaglini Iveco e Formula Servizi, realizzando impianti elettrici per capannoni oltre i 100.000 mq. Parallelamente nasce anche un team per far correre in moto

i figli Omar e Fabio. Gli anni Duemila sono gli anni delle nuove generazioni e di nuove prove. La solidità conquistata permette a Valerio e Gabriella di investire in immobili. Nel 2006 scompare anche la mamma Maria, figura fondamentale nella storia familiare. Intanto i figli crescono, si sposano e formano nuove famiglie: Omar oggi è padre di Matteo, Maria e Francesco; Fabio di Cristell e Axel. Nel 2018 Valerio si trova anche a combattere la battaglia più difficile, quella contro la malattia. La supera grazie al coraggio e al sostegno costante di Gabriella. Il 2025 segna non solo il cinquantesimo anniversario di Elettroimpianti Menghi, ma anche le nozze d’oro di Valerio e Gabriella: due percorsi paralleli, entrambi costruiti su forza, sacrificio e amore. “Dove c’è un grande uomo c’è una grande donna,” ricorda Athos Polidori, sottolineando un

legame indissolubile che ha retto negli anni tutte le prove. Il tempo passa, portando con sé nostalgia e ricordi: abbracci che non si possono più dare, persone che vivono ormai nel cuore. Ma resta la storia di una famiglia che è stata, e sarà sempre, un esempio di unione, dedizione e capacità di costruire.

A LATO, LA FAMIGLIA MENGHI. IN ALTO, VALERIO MENGHI E LA MOGLIE GABRIELLA FESTEGGIANO I 50 ANNI DELL’AZIENDA E LE LORO NOZZE D’ORO.

Via della Repubblica 22, Morciano di Romagna (RN) | T. 0541 987905 | www.elettroimpiantimenghi.it


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MARCELLO BECCI 50 ANNI DEDICATI ALLA BELLEZZA

NEL 2025 LO STORICO HAIRSTYLIST PESARESE FESTEGGIA MEZZO SECOLO DI ATTIVITÀ, UN ARTISTA E IMPRENDITORE CHE MANTIENE INTATTA LA SUA PASSIONE.

Cinquant’anni possono raccontare molte cose. Possono segnare il passo del tempo, oppure, come nel caso di Marcello Becci, per tutti semplicemente Marcello, possono trasformarsi in un lungo racconto d’amore verso la bellezza, l’eleganza e l’arte del prendersi cura degli altri. A Pesaro, il suo nome è diventato quasi un sinonimo di stile. Un punto fermo. Un riferimento che attraversa generazioni. La sua storia comincia nel 1967 quando, come giovane apprendista, entra nel salone di un altro gigante dell’artigianato locale, Virgilio della Costanza. Lì, Marcello impara il mestiere: apprende, ascolta, osserva, anticipa. Inizia a vedere la bellezza come un dialogo tra mani esperte e identità da valorizzare. Sono anni intensi, di apprendistato e dedi-

zione, fino a quando Virgilio gli affida l’attività. È il 1975: Marcello apre le porte del suo salone in viale della Repubblica e da quel momento non si fermerà più. Da quelle poltrone, negli anni, è passata una città intera. Donne e uomini, professionisti, studenti, modelle, cantanti, attori. Marcello li accoglie con lo stesso sguardo lucido e la stessa precisione di sempre: ogni taglio è una conversazione, ogni colore è una scelta pensata, ogni trasformazione è un piccolo gesto di fiducia restituita. Oggi, a 76 anni compiuti, festeggiati non a caso durante la serata dedicata ai 50 anni del suo salone, Marcello mantiene intatta la sua passione che continua a contagiare chi lavora con lui. Dirige due saloni, in viale della Repubblica e in viale Trieste,

dove 14 professionisti operano sotto la sua guida costante. Un luogo dove il mestiere artigiano incontra una sensibilità contemporanea, capace di rileggere tendenze e stili senza mai snaturare l’identità delle persone. Da sempre associato alla CNA, Marcello è considerato un esempio cristallino di ciò che significa essere artigiano oggi: custodire le radici ma guardare avanti, con rigore e creatività. “Artigiani come Marcello Becci,” sottolinea Antonio Bianchini, segretario CNA Pesaro e Urbino, “sono un patrimonio della nostra comunità. In lui convivono tecnica, professionalità, eleganza e uno stile inconfondibile.” Una conferma arriva anche dalle parole di Moreno Bordoni, segretario CNA Marche: “Marcello è stato il nostro acconciatore ufficiale per CNA ‘Idee in Moda’, le sfilate in piazza del Popolo. È la dimostrazione vivente di come un artigiano possa essere, allo stesso tempo, un artista e un grande imprenditore.” Cinquant’anni non sono solo un traguardo: sono un passaggio di testimone tra ciò che è stato e ciò che continua a essere. Nel suo salone, Marcello lavora con lo stesso entusiasmo del ragazzo che nel 1967 ha mosso i primi passi tra i bigodini e le prime forbici. E forse è proprio questo il segreto del suo successo: non aver mai smesso di vedere, in ogni persona che entra, una storia da valorizzare e un’idea di bellezza da far emergere. Con eleganza, maestria e quella naturalezza che solo i veri artigianiartisti possiedono. Cinquant’anni dopo, Marcello non festeggia un mestiere ma una vocazione.

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SOCIAL

LA GIOIA IN CUCINA GENTILEZZA, DIVERIMENTO E AMORE: LA RICETTA DI ELISA VENTURI

DI ELISABETTA MARSIGLI

L’allegria e il brio che Elisa Venturi, classe ‘73, mette nel suo straordinario e seguitissimo blog di cucina vengono dal cuore. Una fantasia e una creatività che Elisa riesce a esprimere grazie alla sua passione culinaria, nata da bambina cucinando insieme alla nonna, che oggi è diventata ‘virale’ e seguitissima da migliaia di fan. Elisa è una nota ottica di Pesaro, ma l’idea di diventare una foodblogger è nata durante il lockdown insieme al marito, principalmente per gioco, per movimentare le giornate di un periodo così cupo, ma il suo blog è cresciuto in maniera esponenziale grazie alla sua simpatia e semplicità. “E pensare che non sono nemmeno una fanatica di social, non mi ci vedevo proprio dentro quella ‘scatolina’, ma mio marito insisteva e così una domenica gli ho detto: ‘ok, proviamo’. Era il 21 novembre del 2020. All’inizio facevo solo le dirette e, devo dire, ero un semi-disastro, ma il mio obiettivo era non solo cucinare, ma divertire le persone mentre lo facevo. Le prime dirette duravano tantissimo, alcune anche 45 minuti di chiacchiere e cucina, ed erano solo su Facebook.” 34


Elisa non ci credeva assolutamente, ma oggi i suoi follower sono 110.000 su Facebook, 285.000 su Instagram e 220.000 su TikTok, mentre sul canale YouTube, aperto da poco, ci sono 7.000 iscritti. Dopo essere stata seguita per oltre un anno da un’agenzia specializzata di Milano, Elisa ha ripreso a fare da sola: “Desidero sentirmi libera di fare e dire ciò che voglio, perché nei miei video c’è sempre un messaggio verso la gentilezza, il prendersi cura l’uno dell’altro, insomma la cucina come ‘cura’ e non solo per se stessi. Certo, chi mi guarda con un occhio più superficiale vede solo una matta (ride, Ndr.) che balla e canta mentre cucina, ma ci sono davvero tante persone che mi vogliono bene a cui faccio compagnia e riesco a strappare un sorriso: ed è questo il mio obiettivo, mentre le agenzie ragionano solo in base al guadagno.” La gioia e l’ironia di Elisa sono contagiose e lo scorso 23 novembre è partito anche il primo corso a casa sua dal titolo Oltre il soffritto, rigorosamente con la fascia tra i capelli, suo elemento distintivo: “Ho delle follower che vengono da lontano, fin da Torino e Bolzano. La fascia l’ho

RICETTE SEMPLICI E TANTO DIVERTIMENTO: QUESTO È IL SEGRETO DI ELISA VENTURI, OTTICA PESARESE CHE, DURANTE IL LOCKDOWN, SI È REINVENTATA FOODBLOGGER. “UNA CUCINA FATTA CON GIOIA FA VENIR VOGLIA DI CUCINARE ANCHE A CHI NON CE L’HA, A CHI È SOLO, A CHI PENSA DI NON SAPER FARE.”

fatta mettere anche alle americane durante un corso online.” Fascia nei capelli e una serie di occhiali colorati e bellissimi: “Molti non sanno che sono un’ottica. A volte, nelle ricette che richiedono più tempo, inizio con un occhiale e finisco con un altro. Un giorno ne ho ‘sfornati’ quattro per una sola ricetta.” Il suo segreto? Ricette semplici e tanto divertimento: “Non ho

mai pensato di essere bella, ma simpatica sì e con me la gente due risate se le fa sempre. Una cucina fatta con gioia fa venir voglia di cucinare anche a chi non ce l’ha, a chi è solo, a chi pensa di non saper fare. Adotto anche la politica del non spreco e spesso suggerisco cosa fare degli avanzi in frigo.” Un uso dei social a scopo sociale: “Cucinare è un atto d’amore e vorrei trasmettere leggerezza, da non confondere con la superficialità.” La community che si è creata è molto solida e molto attiva, “proprio perché quello che comunico deve andare oltre la ricetta. La cucina è il mio vero divertimento e sono felice delle tante adesioni che ho ricevuto per gli stage a casa mia. Tutti devono avere un obiettivo nella vita, per darle un senso, e io ho sposato questa missione: cercare di far capire prima di tutto che cucinare è un atto d’amore e che per cucinare non occorre essere degli chef. Tornare a casa ed essere in grado di cucinarsi qualcosa di buono in meno di mezz’ora è fondamentale, per la propria autostima, per sentirsi bene con se stessi e per farsi anche una coccola, che non guasta mai.” 35


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LUOGHI

DIMORA D’ARTE

LE OPERE CONTEMPORANEE S’INCONTRANO A MONDAINO: LA STORIA DI RIBO104

DI SERENA ONOFRI

FOTO TOMMASO MOROSETTI

Ambrogio Borsani, visionario mecenate originario di Varese, ha trovato a Mondaino il luogo ideale per dare forma a ciò che ha sempre vissuto come un incontro profondo: quello con la bellezza dell’arte contemporanea. Il suo spazio, RiBo104, nome creato dalle iniziali del cognome suo e della moglie Daniela Rigotti, con l’aggiunta del numero civico della strada dove sorge in via Roma, nasce per mettere in relazione artisti contemporanei, gente del luogo e non, con il territorio, offrendo loro un luogo di incontro e di creazione. Quella che per lui era una passione, dal 2022 è diventata realtà: far dialogare le opere contemporanee con lo spazio storico rinnovato della sua dimora. Ambrogio, partiamo dall’inizio: da dove nasce la tua passione per l’arte contemporanea e quando hai sentito il bisogno di farne una parte concreta della tua vita? “Tutto comincia negli anni Ottanta. Viaggiavo molto tra Africa, India e Sud America e la curiosità mi ha portato a conoscere la Galleria Armanti di Varese, dove vivevo. Lì ho iniziato a frequentare artisti contemporanei, i quali venivano spesso a

casa mia: cenavamo e parlavamo d’arte. Mi si è aperto un mondo, che mi ha spinto ad approfondire la conoscenza degli artisti e delle loro opere.” Dopo una lunga carriera in banca, cosa ti ha spinto – insieme a Daniela – a intraprendere un progetto così diverso, dedicato all’arte?

“Abbiamo sempre avuto il desiderio di creare qualcosa che potesse essere condiviso con gli altri, non solo con gli artisti. Così, nel 2011, siamo arrivati a Rimini con l’idea di riproporre l’esperienza di Varese, ma ci mancava il luogo giusto. Lo abbiamo poi trovato a Mondaino. Il nostro bagaglio di conoscenze 37


AMBROGIO BORSANI E LA MOGLIE DANIELA RISTRUTTURANO UN ANTICO EDIFICIO TRASFORMANDOLO IN UN VERO SPAZIO D’ARTE CHE METTE IN RELAZIONE ARTISTI CONTEMPORANEI E TERRITORIO, OFFRENDO UN LUOGO DI INCONTRO E DI CREAZIONE.

IN APERTURA, AMBROGIO BORSANI INSIEME ALLA MOGLIE DANIELA RIGOTTI, FONDATORI DI RIBO104. IN ALTO, UN ALLESTIMENTO PRESSO LA DIMORA D’ARTE.

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e il patrimonio accumulato negli anni ci hanno spinto a cercare una dimora capace di diventare un vero spazio d’arte.” Come descriveresti RiBo104? Perché avete scelto proprio Mondaino come sede? “RiBo104 è insieme un luogo di produzione, d’incontro e di ricerca di emozioni legate all’arte. L’arte è presente sia nel contenitore che nel contenuto, grazie alla progettualità e alla cura con cui vengono realizzati gli allestimenti. La scelta doveva ricadere su un luogo storico, raccolto e non dispersivo. Mondaino ci ha conquistato proprio per questo: gli artisti sono attratti dal suo contesto autentico, immerso nella natura e intriso di storia. La dimora infatti sorge in un edificio davanti all’ex convento delle Clarisse risalente al diciassettesimo secolo.” Dalla nascita di RiBo104 a oggi, quali sono stati momenti o incontri di rilievo per la vostra crescita? “Dall’inaugurazione del 22 ot-

tobre 2022, quando le sette sale hanno ospitato una mostra permanente, RiBo104 ha dato vita a una serie di allestimenti dedicati all’arte e alle tematiche sociali. Tra questi Armonie in Amore di Lorenzo Luini, sul tema del femminicidio, realizzata anche con il contributo di Sandro Sardella, già ospitato in una delle sale della dimora. Poi il 10 maggio scorso si è tenuto il convegno Natura, Arte e Storia a Mondaino, dove per l’occasione è stata allestita una mostra di sculture linee dell’artista bassanese Toni Venzo ispirata alla natura, cui ha fatto seguito un allestimento presso le serre ottocentesche dell’Orto Botanico dell’Università di Urbino, dove ora si può ammirare l’opera donata dall’artista. Non si tratta ancora di vere e proprie residenze d’artista – anche se non lo escludiamo in futuro – ma le relazioni che abbiamo instaurato hanno generato scambi ricchi e profondi. Cerchiamo sempre di offrire agli artisti il tempo e lo spazio per lavorare in libertà

durante gli allestimenti.” Quali sono i criteri di selezione e come può un artista proporsi per una residenza a RiBo104? “Gli artisti vengono selezionati in base al progetto presentato: la scelta è sempre legata a una tematica e a un’idea precisa. Ci interessa il contenuto e il messaggio dell’opera.” Cosa bolle in pentola per il futuro? “Stiamo avviando nuove collaborazioni con istituzioni e personalità del mondo culturale di Urbino e non solo, che ci permetteranno di ampliare le attività di RiBo104 e di creare nuove sinergie sul territorio.” In che modo vedi il ruolo dell’arte oggi, in una società che corre così veloce? “Il nostro scopo è la sensibilizzazione. Vogliamo coinvolgere le persone e invitarle a fermarsi di fronte a un’opera d’arte, a una poesia o a una musica. L’arte ci chiede di pensare, riflettere, emozionarci e, quando possibile, comprendere.”


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STORIA

IL PALAZZO DEL SEMINARIO LA STORIA DI PALAZZO LAZZARINI CONTINUA A VIVERE

DI GIOVANNA PATRIGNANI

In via Rossini 53, proprio di fronte al sagrato della Cattedrale, si affaccia un grande palazzo che per secoli ha formato generazioni di giovani destinati al sacerdozio: l’ex Seminario diocesano. La sua storia comincia nel Cinquecento, quando il Concilio di Trento, in ottemperanza al decreto ‘De Seminariis clericorum’(1563), stabilì che ogni diocesi dovesse avere un seminario stabile per la preparazione spirituale e temporale dei chierici al sacerdozio. Fu il vescovo di Pesaro Giulio Simonetta a decidere l’istituzione del Seminario, di cui fino ad allora la Chiesa pesarese era priva, assegnando in data 21 aprile 1575 la rendita di vari redditi patrimoniali diocesani alla costruzione, iniziata solo nel 1586 dal vescovo Cesare Benedetti, che la condusse a termine nel 1607. Tale Seminario, nella stessa posizione dell’attuale, era a tre piani, con tetto a capanna e retrostante giardino con alberi, come si può vedere nella particolareggiata pianta prospettica di Pesaro stampata nel 1663 dal cartografo olandese Joan Blaeu. Già nella prima metà del Settecento si poneva il problema di un ampliamento del vecchio Se-

minario, ridotto in precarie condizioni e ormai insufficiente alle necessità. Nel 1782 il vescovo Rocco Maria Barsanti decise di ricostruirlo, affidando l’incarico del progetto al canonico Giovanni Andrea Lazzarini, noto pittore e architetto pesarese, di cui ancora conserva il nome.

FOTO LUCA TONI

Contribuì per tale fabbrica la ricca Compagnia di Sant’Andrea dapprima con 1.000 scudi e poi altri 5.000 al tempo del vescovo Giuseppe Maria Luvini, il quale ottenne ulteriori finanziamenti dal pontefice Pio VI grazie alla bolla papale del 1786 che prevedeva che i beni di confraternite

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STORIA

IN APERTURA, LA FACCIATA DEL PALAZZO DEL SEMINARIO DIOCESANO. A LATO, IL RITRATTO DI GIOVANNI ANDREA LAZZARINI, PITTORE E ARCHITETTO.

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una semplice ed elegante facciata settecentesca neoclassica a due piani con mezzanino, spartita in forme luminose tra il cotto rossastro dei mattoni delle superfici e il tufo, l’arenaria e la pietra calcarea delle cornici, delle lesene e delle colonne; la massiccia cornice marcapiano e tutte le finiture decorative sono realizzate in pietra arenaria locale, che produce un caldo effetto finale sulle superfici murarie. Agli angoli del prospetto un bugnato in pietra disegna il piano terra. Sulla facciata si aprono tre ordini di finestre: il piano nobile è illuminato da finestre provviste di timpani, allineate ad altre più

PH MUSEI CIVICI DI PESARO

PROGETTATO DALL’ARCHITETTO GIOVANNI ANDREA LAZZARINI, L’EDIFICIO FU PENSATO PER OSPITARE IL SEMINARIO DIOCESANO SECONDO LE DISPOSIZIONI DETTATE DAL CONCILIO DI TRENTO. OGGI È IN ATTO LA RISTRUTTURAZIONE INTERNA DEL PALAZZO, CHE SARÀ ADIBITO A STUDENTATO.

religiose pesaresi soppresse fossero destinati all’edificazione del nuovo Seminario. Il vescovo Luvini lo realizzò “con idea molto più grandiosa di quella avessero i suoi predecessori” e “con somma sollecitudine”, avendovi fatto lavorare un centinaio di uomini nel triennio 1787-1790, quando la fabbrica, “eretta da fondamenti”, fu condotta a termine, anche con la revisione dell’illustre architetto pontificio Giovanni Antinori, molto attivo tra Lisbona, Roma, la Toscana e le Marche. Il palazzo del Seminario, con tetto a padiglione esternamente rivestito in coppi, si erge con

modeste riquadrate in laterizio, che formano il piano ammezzato. Sul lato occidentale, leggermente arretrato sul filo della facciata, è costruita un’ulteriore porzione di palazzo che interrompe la simmetria. Al centro del prospetto si erge il pregevole portale in arenaria sormontato da timpano curvo e decorato da due lampade sacre laterali poggianti su mensole a volute. Elemento di spicco del palazzo è l’atrio sormontato da volta a botte e colonne di ordine dorico; da esso si procede verso il vestibolo e lo scalone di rappresentanza, in cui è possibile cogliere la cifra stilistica dell’architetto Lazzarini, qui improntata a un classicismo di estrema sintesi, dal severo rigore formale, attraverso l’accentuata geometrizzazione delle linee architettoniche. Due rampe di scale convergenti immettono su di un corridoio aperto voltato da crociere, che funge da diaframma dilatando lo spazio dell’ingresso e introducendo con effetto scenografico verso la corte interna. Gli ambienti interni del palazzo sono sobriamente decorati con stucchi neoclassici. Nei secoli XIX-XX la struttura interna dell’ex Seminario ha subìto notevoli danneggiamenti, rifacimenti e diverse destinazioni d’uso. Attualmente è in atto la ristrutturazione interna del palazzo, 6.000 mq inutilizzati da più di una ventina d’anni, che saranno adibiti a studentato sia per universitari che per studenti del Conservatorio Rossini, in linea con la storia e funzione secolare dell’ex Seminario; ma vari ambienti saranno utilizzati anche per diversificati eventi culturali. Il palazzo, nel cui suggestivo seminterrato ha sede dal 2006 il prezioso Museo Diocesano, diventerà quindi un polo culturale al servizio della città.


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LIBRI

SCRIVERE D’AMORE IL ROMANZO DI GIANLUCA SPADOLA CHE PARLA DI FRAGILITÀ E LEGAMI

DI ELISABETTA MARSIGLI

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È un dottore commercialista, anche assai noto a Pesaro, e nell’immaginario collettivo è difficile collegare i numeri all’amore – tantomeno l’amore alle metafore del calcio – eppure, Gianluca Spadola ha fatto tutto questo e il suo primo libro Tempi supplementari è arrivato al cuore dei suoi lettori, pubblicato da Baldini+Castoldi. Non è facile, di questi tempi, parlare di sentimenti, ma Gianluca ha scritto un romanzo sulla fragilità umana, sul valore dei legami autentici: “L’amore, in Tempi Supplementari, non è un rifugio, è un luogo di passaggio, una prova di maturità emotiva,” racconta. Per Gianluca leggere “è quasi un fattore compulsivo, mi affascina da sempre. È come vivere un’avventura: entro nella storia al fianco dei protagonisti e vivo in maniera diretta le loro emozioni. Alla fine mi sento molto arricchito, cresciuto, migliorato.” Ed è per questo che, al ritorno da una vacanza, qualche anno fa, gli arriva l’istinto di scrivere lui stesso una storia: 44


SPADOLA, COMMERCIALISTA, ESORDISCE COME SCRITTORE CON UN ROMANZO CHE RACCONTA FRAGILITÀ E LEGAMI AUTENTICI DOVE I PROTAGONISTI SCOPRONO IL VALORE DELL’AMORE NEI ‘TEMPI SUPPLEMENTARI’.

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“Non pensavo a un romanzo, in realtà, ma ho sentito un bisogno improvviso di mettere nero su bianco i miei pensieri. Non ho posto alcun freno e dopo qualche mese mi sono ritrovato scrittore.” Fatalità o destino? Il protagonista del suo romanzo, Edoardo, è in un percorso particolare “alla ricerca del superamento di momenti delicati, anche dolorosi, che appartengono alla vita di tutti noi. Superarli significa dedicare un’energia prospettica nuova alla propria vita, senza esserne travolti.” Gianluca è riuscito a fondere i diversi piani temporali, tra ricordi dell’infanzia e riflessioni sul presente: “È stata una cosa abbastanza spontanea e che rivedo nel mio modo personale di riflettere e lavorare su concetti e situazioni. Il fiume, il vortice di stati d’animo tra i ricordi e il desiderio di affrancarsi dal dolore del dubbio di Edoardo, si sono fusi con l’introspezione e il mio continuo dialogo attivo con l’animo del protagonista.” Il risultato è una storia in cui l’amore vero, puro e trasparente,

può cambiare la propria esistenza. Non è difficile immedesimarsi e camminare fianco a fianco con Edoardo e Giulia: non sono eroi, anche se forse in qualche modo sì, ma persone come noi che offrono una speranza, ovvero quella di scoprire il valore dell’amore nei ‘tempi supplementari’ della loro vita e, come nello sport, li vivono fino in fondo, riuscendo finalmente a dare spazio a qualcosa che fino ad allora ritenevano marginale. In Tempi supplementari non ci sono sicurezze, anzi, ci si scopre piano piano, proprio come fa Edoardo, in un viaggio nel profondo del nostro animo, alla ricerca delle nostre fragilità e di come curarle. Scrivere d’amore, di questi tempi, è coraggioso, ma Gianluca lo fa in modo non banale e forse è per questo che scoprire di provare empatia con i protagonisti del libro apre il cuore. Il libro è andato in ristampa e forse Gianluca Spadola ne ha già in mente un altro, ma su questo l’autore preferisce mantenere ancora il riserbo.

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SPORT

VENTO DI VITTORIA IL CAMPIONE DEL MONDO DI KITE SURF È IL PESARESE RICCARDO PIANOSI

DI ALICE MURI

A soli 20 anni è diventato il primo italiano nella storia a vincere la medaglia d’oro ai mondiali di Kite Surf, che si sono tenuti nell’ottobre scorso a Quartu Sant’Elena, in Sardegna. È stato anche uno dei primi atleti di Kite a partecipare ai giochi Olimpici, perché questo sport è entrato a far parte delle discipline olimpiche soltanto lo scorso anno, in occasione di Parigi 2024. Un palmares incredibile per Riccardo Pianosi, classe 2005, orgoglio tutto pesarese, che si è appena laureato campione del mondo di Formula kite maschile 2025. Una passione, quella di Riccardo, che nasce inevitabilmente dall’amore per il mare trasmessa dai suoi genitori fin da quando era piccolo. “Tutto è cominciato nella spiaggia gestita dai miei nella zona Sottomonte di Pesaro,” racconta. “Mio padre, che è sempre stato un appassionato e atleta di Wind Surf, è stato uno tra i primi a provare la disciplina del Kite Surf nei primi 46

NEL 2025 RICCARDO PIANOSI CONQUISTA IL TITOLO MONDIALE DI FORMULA KITE, CONFERMANDOSI TRA I MIGLIORI KITESURFER AL MONDO. CRESCIUTO TRA LE SPIAGGE DI PESARO, HA TRASFORMATO LA PASSIONE PER IL MARE IN UNA CARRIERA STRAORDINARIA. OGGI PUNTA ALLE OLIMPIADI 2028.

anni 2000, e da piccolino quindi mi faceva giocare e fare tentativi. Avevo 3 anni e piano piano mi sono davvero innamorato di questa disciplina. Tutto è iniziato a Pesaro, la mia città, poi sempre insieme a mio padre pra-

FOTO IKA MEDIA

ticavamo questo sport anche organizzando viaggi. Il mare è sempre stata una grande passione.” Passo dopo passo è così iniziata la carriera di Pianosi, prima frequentando dei campi estivi che l’hanno portato sia in Sicilia che in Sardegna, poi le prime competizioni, anche a livello nazionale, nonostante la sua giovane età. Da lì la svolta, con le gare internazionali, fino a vincere a soli 16 anni la medaglia di bronzo ai mondiali di Gizzeria e a portarsi a casa, fino ad ora, tre medaglie mondiali e tre europee. Nel 2024, visto gli ottimi risultati inanellati, la Nazionale Italiana decide anche di chiamarlo per portarlo alle Olimpiadi. Un’emozione grandissima per Pianosi, che sognava questo traguardo fin da piccolo, tanto che sua mamma lo ricorda affermare, a soli 8 anni, guardando le Olimpiadi alla Tv: ‘Mamma, io presto sarò lì’. “È vero,” dice il campione pesarese. “Io onestamente non me lo ricordavo, ma per me


IN ALTO, IL CAMPIONE DI KITE SURF RICCARDO PIANOSI INSIEME ALLA MOGLIE GIORGIA SPECIALE.

è sempre stato un grande sogno quindi non stento a crederlo. Purtroppo le gare alle Olimpiadi di Parigi non sono andate come volevo (Pianosi si è classificato quarto, sfiorando uno storico bronzo, Ndr.) ma sto lavorando tanto in vista delle prossime Olimpiadi del 2028.” Le sedute di allenamento sono serratissime, anche se condivise con la sua compagna di vita Giorgia Speciale, appena diventata sua moglie: “Io e Giorgia ci siamo sposati a fine agosto,” dice,

“ed oltre all’amore condividiamo anche la passione per il mare. Lei ha iniziato con il Wind Surf ma da un po’ ha deciso di cambiare disciplina, passando al Kite. Ci alleniamo insieme, la mattina in palestra e il pomeriggio in mare, a lavorare ogni giorno e puntando alla medaglia olimpica ma anche al sogno di realizzare una famiglia insieme.” Per Riccardo, che proprio per il suo lavoro si è trasferito a Quartu Sant’Elena, Pesaro è e rimane sempre la città dove tornare e anche dove poter

costruire il suo futuro insieme a Giorgia. Un legame profondo con la sua città e la sua regione: “Io e mia moglie vogliamo tornare a viverci,” dice Riccardo, “e ci auguriamo di poterlo fare il prima possibile. Pesaro per noi è una città davvero speciale. Ovviamente c’è il mare, ma poi si può girare in bicicletta in grande comodità e si mangia benissimo. In più,” conclude, “a Pesaro ci sono i miei amici e la mia famiglia a cui sono molto legato.” Un amore profondo che Riccardo ha voluto sottolineare anche in occasione della vittoria del mondiale di Kite a ottobre, scrivendo un bellissimo messaggio sui social: “Sono davvero senza parole,” scrive non appena vinto il titolo. “Questa vittoria è stata un sogno fin da bambino e nel corso degli anni è diventato un obiettivo, qualcosa per cui ho lavorato ogni singolo giorno. Ringrazio la Federazione Italiana Vela e il Gruppo sportivo della Marina Militare (di cui è atleta, Ndr.), il mio coach, il mio club e gli sponsor che mi hanno sostenuto. Un ringraziamento speciale vorrei farlo però anche alla mia famiglia che è venuta in Sardegna per fare il tifo per me e mi ha supportato incondizionatamente fin dal primo giorno. Un immenso grazie anche alla mia bellissima moglie Giorgia: senza di te, semplicemente non sarei qui. Grazie per essere stata la mia forza, la mia calma e la mia più grande sostenitrice.” 47


Nuovo Kodiaq Anche in versione Plug-in Hybrid

L’open space da guidare. Perfetto per il tuo Business. Sali a bordo e lasciati conquistare da una nuova dimensione della tecnologia, grazie al sistema di Infotainment da 13’’ e agli innovativi comandi Smart Dial, progettati per avere le funzionalità a portata di mano. Nuovo Kodiaq è disponibile anche in versione Plug-in Hybrid con un’autonomia totalmente elettrica di oltre 120 km.

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La vettura raffigurata è indicativa della gamma Kodiaq e può contenere equipaggiamenti opzionali a pagamento. Consumo di carburante di prova combinato (Min-Max) (l/100 km) 6,3-6,6. Emissioni CO2 ciclo di prova combinato (Min-Max) (g/km) 166-174. Dati riferiti a Škoda Kodiaq Style 7 posti 2.0 TDI 193 CV DSG 4x4. I valori indicativi relativi al consumo di carburante e alle emissioni di CO2 sono rilevati dal Costruttore in base al metodo di omologazione WLTP (Regolamento UE 2017/1151 e ss.mm.ii.). Eventuali equipaggiamenti aggiuntivi, lo stile di guida e altri fattori non tecnici, possono modificare i predetti valori. Per ulteriori informazioni sui predetti valori, vi invitiamo a rivolgervi ai Concessionari Škoda, dove è disponibile gratuitamente presso ogni concessionaria una guida relativa al risparmio di carburante e alle emissioni di CO2, che riporta i valori inerenti a tutti i nuovi modelli di veicoli.


EVENTI

IL VALORE DEI VIDEOGAMES

IL FESTIVAL CHE RACCONTA L’IMPATTO EDUCATIVO E SOCIALE DEL GAMING

DI ELISABETTA MARSIGLI

Si è svolto a Pesaro (l’11 e il 12 ottobre) un evento di portata internazionale: la prima edizione di The Power of Play, il nuovo festival che celebra i videogiochi come strumento di cambiamento. In un mondo destinato ad andare sempre più in fretta, facciamo spesso fatica a comprendere le tecnologie che ormai riempiono le nostre vite e quelle dei nostri figli. L’evento è approdato a Pesaro grazie al grande lavoro che CTE

Square, la Casa delle Tecnologie pesarese, sta svolgendo con collaborazioni nazionali e internazionali: è così che è avvenuto l’incontro con IIDEA, l’associazione che rappresenta l’industria dei videogiochi in Italia, che ha organizzato l’evento in partnership con Games for Change, organizzazione internazionale fondata nel 2004 che promuove la creazione e l’utilizzo di videogiochi con impatto sociale positivo. Un progetto ambizioso che

FOTO COMUNE DI PESARO

valorizza i videogiochi oltre l’intrattenimento, riconoscendoli come strumenti di connessione, inclusione, crescita culturale, benessere ed educazione. Alessandro Bogliolo, coordinatore scientifico di CTE Square, ha sottolineato quanto “il coinvolgimento è la chiave del cambiamento e dell’innovazione sociale. The Power of Play è l’evento che meglio rappresenta i valori che hanno ispirato e guidato il progetto CTE Square.”

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IN QUESTE PAGINE, LA PRIMA EDIZIONE DEL FESTIVAL THE POWER OF PLAY.

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Viene spontaneo chiedersi come strumenti apparentemente ludici, come i videogiochi, possano diventare veri e propri alleati nell’educazione e nello sviluppo cognitivo. Lontana da approcci allarmistici o proibizionisti, Manuela Cantoia (professoressa associata di Psicologia Cognitiva Applicata all’Università eCampus) è una delle voci più autorevoli nel panorama italiano quando si parla di apprendimento e tecnologie digitali che

ha partecipato all’evento. Cantoia invita a guardare al mondo videoludico con occhi nuovi, riconoscendo ai videogiochi un valore che va oltre il puro intrattenimento: possono essere strumenti di connessione sociale, inclusione, crescita culturale, benessere ed educazione. In un recente panel dedicato alle famiglie, ha affrontato le ansie più comuni dei genitori, ribadendo che la paura è comprensibile, ma non deve trasformarsi in chiusura. “Il proibizionismo non ha mai funzionato,” ha spiegato, “serve invece accompagnare i ragazzi nella scoperta del digitale con consapevolezza e strumenti adatti. Tra questi strumenti c’è il sistema di classificazione PEGI, che aiuta a identificare i contenuti dei videogiochi in base all’età consigliata, e il già citato sito tuttosuivideogiochi. it, pensato proprio per offrire a genitori e insegnanti una guida chiara e aggiornata per orientarsi nel mondo dei videogame.”

Anche l’ideatrice di Popsophia, Lucrezia Ercoli, ha partecipato all’evento, sottolineando come “i videogiochi non sono soltanto svago o evasione, ma spazi immersivi e interattivi che plasmano identità, comunità e pensiero critico.” L’evento di Pesaro ha contribuito a chiarire che il mondo dei videogiochi è immenso. “I videogiochi sono ormai una forma d’arte,” chiosa Bogliolo, “una forma di comunicazione culturale e di sensibilizzazione. Alcuni nascono con un chiaro intento verso una direzione pedagogica o anche di denuncia, consentendo di trattare in modo insolito anche temi forti, come quello del fine vita, del bullismo, della cybersecurity.” È importante quindi avvicinarsi a questo mondo senza pregiudizi: non demonizzare, ma conoscere e partecipare. I videogiochi, se ben compresi e utilizzati, possono essere una preziosa risorsa educativa per le nuove generazioni.


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