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Pesaro IN Magazine 01/2026

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Leggi la rivista online

FRANCESCA SOFIA NOVELLO

AUTENTICA PER SCELTA

SIMONE MASSI

POETICA GRAFFIANTE

PALAZZO FUCCI

CUSTODIRE LA STORIA

p e s a r o

n .1 2 026 w w w. i n m a g a z i n e . i t


EDITORIALE

26 04 PILLOLE NOTIZIE DALLA PROVINCIA

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In copertina di questo numero, Francesca Sofia Novello, compagna di Valentino Rossi che tra social, moda e tv porta avanti la sua carriera con autenticità. Entrando nel cuore della rivista, incontriamo: Simone Massi, regista e illustratore che si è aggiudicato ben 1000 premi; Maria Flora Giammarioli Fucci, che ci apre le porte dello storico Palazzo Fucci; Stefano Gelao, moderno amanuense che mantiene in vita l’arte di scrivere a mano; Giada Arcangeli, regista teatrale, doppiatrice, attrice e insegnante; la storia e l’evoluzione della Pesaro balneare, dal primo baraccone di legno ai moderni stabilimenti; l’azienda Zenobi, che ha vinto il premio Oro d’Italia 2025; Giacomo Gambini, il biker in viaggio da Pesaro alla Cina; Anna Sablich, stella in ascesa del basket; Riccardo Poto, autore, compositore e produttore. Buona lettura! DI ANDREA MASOTTI

Edizioni IN Magazine s.r.l. Via Napoleone Bonaparte, 50 - 47122 Forlì | T. 0543.798463 www.inmagazine.it | info@inmagazine.it Anno XX N.1 agosto/settembre/ottobre Reg. di Tribunale di Forlì il 20/02/2006 n.6 Direttore Responsabile: Andrea Masotti Redazione centrale: Clarissa Costa, Paola Francia Coordinamento di redazione: Deborah Papisca Artwork e impaginazione: Francesca Fantini Ufficio commerciale: Gianluca Braga, Laura De Paoli Stampa: La Pieve Poligrafica Villa Verucchio (RN) Chiuso per la stampa il 6/08/2026 Collaboratori: Elisabetta Marsigli, Alice Muri, Giovanna Patrignani. Fotografi: Luigi Angelucci, Valentina Solfrini.

Tutti i diritti sono riservati. Foto e articoli possono essere riprodotti solo con l’autorizzazione dell’editore e citando la fonte. In ottemperanza a quanto stabilito dal Regolamento UE 2016/679 (GDPR) sulla privacy, se non vuoi più ricevere questa rivista in formato elettronico e/o cartaceo puoi chiedere la cancellazione del tuo nominativo dal nostro database scrivendo a privacy@inmagazine.it

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26 TEATRO VISIONE ARTISTICA

30 STORIA STAGIONE BALNEARE

08 PROFILI FRANCESCA SOFIA NOVELLO

12 ANIMAZIONE

38 IMPRESA TRADIZIONE PREMIATA

43 AVVENTURE

POETICA GRAFFIANTE

DA MURAGLIA A MURAGLIA

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16 LUOGHI L’EREDITÀ DEL PALAZZO

23 MESTIERI PROFESSIONE AMANUENSE

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46 SPORT TALENTO AZZURRO

49 CULTURA PALCO D’AUTORE


PILLOLE

4 RISTORANTI ARRIVA A URBINO URBINO | Le telecamere di 4 Ristoranti fanno tappa a Urbino. Alessandro Borghese ha scelto la città ducale come nuova location del celebre programma dedicato alla ristorazione italiana. Le riprese della puntata si sono tenute a luglio con i quattro imprenditori locali che rappresentano al meglio l’identità gastronomica del territorio, chiamati a sfidarsi tra cucina, accoglienza, servizio e atmosfera. Per Urbino sarà un’importante vetrina nazionale, capace di valorizzare non solo i ristoranti protagonisti, ma anche il patrimonio storico, artistico e culturale della città. Un’occasione di promozione che unisce televisione, turismo ed eccellenze enogastronomiche. L’attesa, ora, è tutta per la messa in onda.

DIALOGHI CON IL NOVECENTO PESARO | Oltre cento opere per raccontare quarantadue anni di passione, ricerca e incontri. Fino all’11 ottobre 2026, ai Musei Civici di Palazzo Mosca è protagonista Dialoghi con il Novecento. Opere dalla collezione Elio Giuliani, mostra che apre al pubblico una delle più importanti raccolte private dedicate all’arte italiana del XX secolo. Il percorso espositivo accompagna i visitatori tra dipinti, incisioni e maioliche, ma anche attraverso dediche, ricordi e storie che restituiscono il lato più umano del collezionismo. La raccolta di Giuliani diventa, così, un dialogo tra memoria, territorio e arte, anticipando anche la futura sezione permanente del Novecento che sarà inaugurata a Palazzo Mosca nei prossimi mesi. Per maggiori informazioni visita il sito pesaromusei.it

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AUTENTICO, CAFFÈ LETTERARIO PESARO | Un luogo dove libri, cultura e convivialità si incontrano. Il bar della Biblioteca San Giovanni torna ad animarsi con AUTentico, il nuovo caffè letterario promosso dal Comune di Pesaro per offrire uno spazio dedicato a letture, incontri con autori, presentazioni editoriali e momenti di confronto. Il progetto punta a rendere il centro storico ancora più vivo e partecipato, trasformando il locale in un punto di riferimento per cittadini, studenti e visitatori, restituendo alla biblioteca il suo storico punto di ristoro fondamentale per gli utenti. Un ambiente pensato per favorire la socialità attraverso la cultura, con un calendario di iniziative che accompagnerà la vita della città durante tutto l’anno.


PROFILI

FRANCESCA SOFIA NOVELLO DALLA MODA ALLA TV CON AUTENTICITÀ E PROGETTUALITÀ

DI DEBORAH PAPISCA

In un tempo che spinge continuamente verso l’esposizione, la vera eleganza risiede forse ancora nella misura. Nel saper esserci senza sovraesporsi. Nel lasciare che siano la coerenza, il tempo e i gesti a raccontare chi siamo davvero. Francesca Sofia Novello, 31 anni, sembra aver scelto proprio questa forma di presenza: discreta, consapevole, autentica. Il grande pubblico l’ha conosciuta attraverso immagini, red carpet, copertine e inevitabilmente anche attraverso il legame con Valentino Rossi, icona assoluta dello sport mondiale. Eppure ridurre Francesca Sofia Novello a un’etichetta significherebbe non cogliere la profondità di un percorso che, negli anni, si è definito con sempre maggiore chiarezza. Dietro l’immagine impeccabile emerge infatti una donna lucida, concreta, capace di osservare il proprio tempo con maturità e una sorprendente consapevolezza. Dopo un percorso di studi in Scienze Giuridiche, ha costruito la propria carriera tra moda, televisione e comunicazione, svilup6

pando negli anni una visione sempre più autonoma del proprio ruolo pubblico. Se oggi dovesse presentarsi senza alcuna definizione precostituita, né modella, né imprenditrice, né madre, né compagna, Francesca si descriverebbe così: “Una donna gentile e sincera, che ama costruire, imparare e con le idee chiare. Mi piace vivere le cose con autenticità, prendermi cura delle persone che amo.” Parole semplici solo in apparenza. In quella scelta lessicale: gentilezza, autenticità, costruzione, si intravede già una precisa visione del mondo. Non la ricerca dell’apparenza, ma il desiderio di sostanza. Non l’urgenza di apparire, ma la volontà di lasciare che siano i comportamenti, nel tempo, a definire il proprio valore. Ed è forse proprio questo il nodo centrale della sua storia: la distanza tra percezione pubblica e identità reale: “So che chi mi osserva vede solo una piccola parte della mia vita, spesso quella più visibile e soprattutto quella che io voglio mostrare,” racconta.


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PROFILI

“Con il tempo, però, ho imparato a non sentire il bisogno di correggere continuamente lo sguardo altrui.” Un atto di maturità non scontato in un’epoca in cui tutti sembrano chiamati a spiegarsi costantemente. Tra le etichette che più l’hanno accompagnata, una in particolare le appare profondamente ingiusta: l’idea che una donna possa essere definita principalmente dalla persona che ha accanto. Una visione che Francesca rifiuta con fermezza, considerandola superficiale e limitante. La sua posizione non è polemica, ma estremamente lucida: nessuna identità dovrebbe essere subordinata a un legame, per quanto importante esso sia. Questo sguardo indipendente si riflette anche nel suo percorso professionale. Il passaggio dall’essere immagine al diventare progettualità non è stato un gesto di rottura, ma

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HA COSTRUITO LA PROPRIA CARRIERA TRA MODA, TELEVISIONE E COMUNICAZIONE: DAL DEBUTTO COME MODELLA ALLA TV, DAI SOCIAL ALLA MATERNITÀ, FINO ALLA COLLEZIONE DI ABBIGLIAMENTO PER IL MARCHIO VR46 DEL COMPAGNO VALENTINO ROSSI.

un’evoluzione naturale: “Da quando ero alle superiori sono sempre stata una sognatrice ma molto determinata,” spiega. È una frase che racconta molto: il sogno, sì, ma accompagnato da direzione, intenzione, disciplina. Nasce così la linea di abbigliamento Miss FortySix, in cui Francesca dà la sua personale impronta al marchio VR46 di Valentino Rossi proponendo una collezione che unisce la femminilità all’estetica del mondo del motociclismo, creando uno stile streetwear contemporaneo per donne, mamme e bambine. Non un semplice marchio, ma un progetto identitario. “Non volevo semplicemente creare un brand, ma un progetto che raccontasse uno stile di vita fatto di qualità, autenticità e semplicità.” Tre parole che, ancora una volta, restituiscono coerenza al suo racconto. Un passaggio importante del suo percorso pubblico è stato il Festival di Sanremo 2020. Un’esperienza intensa, vissuta sotto lo sguardo di milioni di persone, che le ha lasciato soprattutto consapevolezza. Salire su quel palco ha significato misurarsi con pressione, aspettative e giudizi, scoprendo dentro di sé risorse nuove: “La lezione più preziosa? Comprendere di poter affrontare sfide che inizialmente sembrano più grandi di noi,” chiosa Francesca. In quell’edizione si parlò molto di un’espressione destinata a generare dibattito: ‘stare un passo indietro’. A distanza di anni, Francesca rilegge quel concetto con uno sguardo molto più ampio. “Per me una relazione non è una competizione su chi occupa più spazio, ma un equilibrio fondato su rispetto, sostegno reciproco e libertà.” Una prospettiva che smonta il conflitto tra affermazione personale e vita di coppia, mostrando come le due dimensioni possano convivere senza annullarsi. La maternità ha ulteriormente ridefinito il suo baricentro interiore. Essere madre di Giulietta e Gabriella ha trasformato il rapporto con il tempo e con le priorità, portando al centro il concetto di famiglia e unione. Ma c’è un aspetto particolarmente


“CHI MI OSSERVA VEDE SOLO UNA PICCOLA PARTE DELLA MIA VITA,” RACCONTA FRANCESCA. “ALLE MIE FIGLIE DESIDERO TRASMETTERE UN’IMMAGINE PRECISA DI FEMMINILITÀ: QUELLA DI UNA DONNA GENTILE E INDIPENDENTE.”

IN APERTURA, FRANCESCA SOFIA NOVELLO INDOSSA UN CAPO DELLA SUA COLLEZIONE MISS FORTYSIX. NELLA PAGINA PRECEDENTE, CON IL COMPAGNO VALENTINO ROSSI. IN ALTO, SUL PALCO DEL FESTIVAL DI SANREMO 2020 INSIEME AD AMADEUS.

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interessante nel modo in cui racconta questa esperienza: il rifiuto dell’annullamento di sé. Francesca rivendica con chiarezza quanto il benessere individuale, mentale ed emotivo, sia una condizione necessaria per l’equilibrio familiare. Una visione moderna, sana, profondamente centrata. “Alle mie figlie desidero trasmettere un’immagine precisa di femminilità: quella di una donna libera, gentile e indipendente. Una donna capace di sbagliare senza per questo perdere valore. Una donna che costruisce la propria strada senza lasciarsi definire dal giudizio esterno.” In un tempo dominato dalla performance e dalla validazione continua, è forse uno degli insegnamenti più preziosi. E poi c’è la dimensione privata dell’uomo che il mondo conosce come leggenda. Qual è la qualità più sorprendente di Valentino Rossi? La risposta spiazza per semplicità: la normalità. Al di là dei traguardi straordinari, Francesca racconta un uomo ironico, presente, capace di mettere gli altri a proprio agio.

Forse è proprio qui che si nasconde il segreto di una coppia così osservata: proteggere il quotidiano. “La normalità si costruisce ogni giorno, nelle piccole cose,” afferma. Ed è in questa frase che forse si condensa l’essenza del suo sguardo sulla vita. Non l’eccezionalità ostentata, ma la cura del quotidiano. Non il mito, ma l’equilibrio. Non l’immagine, ma la sostanza. In fondo, il suo percorso racconta anche questo: la possibilità di abitare la contemporaneità senza lasciarsi divorare dal rumore. Restando fedeli a sé stessi, anche quando il mondo sembra chiederti continuamente di essere altro. Francesca Sofia Novello sembra aver compreso qualcosa che molti impiegano una vita a imparare: la vera forza non sta nel reclamare spazio, ma nel saperlo abitare pienamente. Con discrezione, con autenticità, con quella quieta sicurezza di chi sa esattamente chi è, anche quando il mondo continua a raccontarti attraverso lenti che non ti appartengono.


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ANIMAZIONE

POETICA GRAFFIANTE SIMONE MASSI: REGISTA E ILLUSTRATORE DA MILLE PREMI

DI ELISABETTA MARSIGLI

Disegna a mano e ogni suo piccolo segno è capace di produrre emozione: Simone Massi è uno dei più importanti autori di cinema di animazione a livello mondiale. La sua personalissima cifra stilistica è basata sulla tecnica dei graffi con pastelli a olio incisi su carta, che diventa il tratto distintivo di tutte le sue opere dal 2004. Ad oggi, vanta oltre trent’anni di prestigiosa carriera con oltre 30 cortometraggi, un lungometraggio, 1874 selezioni nei festival di 112 paesi del mondo e ben 1000 premi vinti, tra cui un David di Donatello nel 2012, un Premio Flaiano e quattro Nastri d’Argento, distribuiti tra il 2014 e il 2023. Aver raggiunto la cifra tonda di 1000 premi significa tanto e niente per Simone, “perché la mia vita e la mia persona non sono cambiate e – importante! – non ne vogliono sapere di cambiare: per me le persone, gli uomini e le donne, continuano a venire infinitamente prima del

DISEGNATORE E REGISTA, CONOSCIUTO PER UNO STILE IN BIANCO E NERO GRAFFIANTE, CRUDO E DELICATO AL TEMPO STESSO, SIMONE MASSI VANTA BEN 1000 PREMI IN TRENT’ANNI DI CINEMA D’ANIMAZIONE, TRA CUI UN DAVID DI DONATELLO DEL 2012.

lavoro che fanno.” Ma è comunque un traguardo incredibile per il regista e animatore di Pergola, che si è sempre definito un ‘animatore resistente’, ovvero “un uomo e un disegnatore che continua a fare quello che ama così come lo ha sempre fatto, con le mani che strisciano sulla carta,

senza calcoli e senza curarsi di essere fuori moda, fuori tempo e fuori mercato.” La sua passione per l’animazione è nata per caso, “nel momento in cui ho scoperto che oltre al cartone animato esisteva un altro modo di fare cinema disegnato, stilisticamente, registicamente e narrativamente più stimolante e vicino a quello che sono. Il sogno è sempre stato quello di riuscire a far diventare questa passione un mestiere in maniera pulita, cioè senza concessioni e raccomandazioni, rifiutando di scendere a patti.” Non ha mai smesso di esplorare, anche strade non facili e immediate, ma con uno stile che ‘graffia’ non solo le immagini, ma anche il cuore di chi le osserva. Ogni suo film, soprattutto all’inizio, è un viaggio solitario e faticoso, anche nella scelta del soggetto: “Sono quasi sempre immagini o parole legate a quello che ho visto e sentito da bambino. Piccole cose che emergono come 13


IN APERTURA, SIMONE MASSI. IN ALTO, UN FOTOGRAMMA DEL CORTOMETRAGGIO DI ANIMAZIONE LA MEMORIA DEI CANI (2006). SOTTO, MASSI RICEVE IL DAVID DI DONATELLO NEL 2012.

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sorta di ‘visione’ e poi, nel corso della lavorazione, si sviluppano e prendono forma. Un fiume su cui mi ritrovo a navigare senza avere la minima idea di quelli che saranno il percorso e l’approdo.” E poi è arrivato Invelle, dopo tanti corti il primo lungometraggio, presentato alla 80ª Mostra di Venezia e distribuito nelle sale nel 2024. Un capolavoro che ha permesso anche al grande pubblico di fruire della sua arte, con quell’emozionante vibrare dei

corpi e un bianco e nero, come sempre, dirompente e poetico, crudo e delicato al tempo stesso. Quasi tutto il film segue lo stile che il suo autore ha privilegiato nei suoi corti: un bianco e nero ottenuto incidendo sul pastello nero applicato su carta e l’uso di piani sequenza che raccontano le storie avanzando tra i personaggi o allontanandosi da loro. La storia è appassionante perché fa immergere lo spettatore in un mondo a molti sconosciuto, accompagnandolo per un periodo storico lungo circa sessant’anni della storia d’Italia, mostrando la crisi crescente della civiltà contadina, abbandonata dalle varie amministrazioni pubbliche, con il trasferimento in massa nelle città. Invelle (termine dialettale che significa ‘in nessun luogo’) ha segnato un passaggio importante per Simone: “Molto importante, dato che la forma lunga è per me nuova e piena di cose da scoprire e affrontare. Mi piacerebbe molto fare altri lungometraggi ma non so se sarà possibile. L’industria

cinematografica pretende obbedienza e mette al primo posto i soldi e il successo. Io invece sono contro ogni forma di potere, di arroganza e di compromesso, per nessun motivo sono disposto a cambiare idea e a rinunciare alla mia libertà.” E dopo Invelle, il suo corto Una rosa, dedicato ai palestinesi, è stato nominato come migliore al Monza Film Fest, il premio numero 1000. Il primo che ha ricevuto è datato 1997, ma Simone Massi è oggi lo stesso Simone Massi del 1997: “Sì, mi verrebbe da dire che non sono cambiato dato che continuo a comportarmi alla stessa maniera e a credere nelle stesse identiche cose. Non ho mai cambiato bandiera, valori e ideali, ma metto in conto che non posso essere lo stesso. Intanto perché diventare padre è una rivoluzione, che fra le tante cose mi ha insegnato a mettermi per ultimo, e poi perché il cambiamento, diluito in trent’anni, è talmente sottile e impercettibile da renderlo pressoché impossibile da cogliere.”


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LUOGHI

L’EREDITÀ DEL PALAZZO FAMIGLIA FUCCI: L’ARTE DI CUSTODIRE LA STORIA DI FANO

DI DEBORAH PAPISCA

Varcare il portale in cotto di Palazzo Fucci, nel cuore di Fano, sembra quasi di attraversare una soglia tra due dimensioni, fuori resta il rumore della città, mentre dentro il tempo pare cambiare consistenza: le mura sembrano respirare e il silenzio, più che assenza di suono, diventa presenza viva di memoria. Nel quartiere dei Piattelletti, tra via Cavour, via Speranza e via Tomassini, sorge questo luogo antico di oltre 600 mq, custode di secoli di storie, passaggi e trasformazioni. Palazzo Fucci non è, però, un museo immobile, ma un organismo vivo che continua a dialogare con chi lo attraversa. Nel cortile interno la luce sembra posarsi in modo diverso, quasi rispettoso, e ogni dettaglio – dagli archi ai muri, dalle aperture agli scorci improvvisi – restituisce la sensazione di trovarsi in uno spazio che conserva non soltanto ricordi ma tracce delle vite, delle voci e dei sogni che lo hanno abitato. Lo si percepisce ancora di più appena si incontra Maria Flora Giammarioli Fucci, at16

FOTO AGIM VELA

trice diplomata a Roma nel 1993, che dopo l’esperienza teatrale nella capitale è tornata nella sua Fano dove ha fondato una compagnia teatrale di successo. Forse è proprio il teatro ad averle insegnato che ogni luogo custodisce un’anima: “Il mio rapporto con questo posto è parte di me. Respirare la storia che esce da tutti i pori di questa casa è normalità.” In lei si avverte qualcosa di raro: non il semplice attaccamento a una dimora di famiglia ma una relazione profonda, come se il palazzo stesso le scorresse nel sangue: “Mi è venuto naturale custodirlo. Il senso dell’accoglienza mi è stato tramandato da sempre. È il mio DNA.” E accoglienza, qui, non è una parola di circostanza, ma una vera filosofia di vita. Per volontà di sua madre, Carla Fucci, attrice amatissima e pluripremiata scomparsa nel 2019, Maria Flora e suo padre hanno aperto il palazzo all’arte, agli incontri e alla creatività, trasformandolo in un’oasi di condivisione autentica: “Qui ho accolto davvero


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MARIA FLORA, FIGLIA DELLA NOTA ATTRICE CARLA FUCCI, E IL PADRE ABITANO OGGI NELL’ANTICA DIMORA DI FAMIGLIA, APRENDOLA AL PUBBLICO PER OSPITARE EVENTI DEDICATI ALL’ARTE, AGLI INCONTRI E ALLA CREATIVITÀ, TENENDONE IN VITA LA STORIA.

chiunque senza distinguo. Era la casa di tutti e continua a esserlo.” La storia del Palazzo affonda le radici nel Quattrocento, dopo l’allargamento della cinta muraria voluto dai Malatesta. Appartenne inizialmente alla famiglia Speranza e in seguito ai Fucci, antica stirpe guelfa originaria di Città di Castello, segnata da una delle pagine più drammatiche della propria storia: durante le feroci lotte con la famiglia Vitelli furono massacrati tutti i giovani della casata, nel tentativo di annientarne per sempre la discendenza e cancellarne il futuro. Eppure, proprio da quella ferita è nata una discendenza straordinaria, attraversata nei secoli da figure fuori dal comune. Tra queste spicca Caterina Fucci, nonna di Maria Flora, donna sorprendentemente moderna per il suo tempo: cavalcava come gli uomini, fumava il sigaro e spronava i giovani a coltivare energia, creatività e spirito critico. Ebbe persino un rapporto epistolare con Giosuè Carducci, nato da un clamoroso rifiuto a una cena organizzata per conoscerlo. Al di là delle genealogie illustri, ciò che colpisce della famiglia Fucci è una continuità di visione incredibile: generazione dopo ge18

PH DAVIDE DELORENZI

LUOGHI


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LUOGHI

IN QUESTE PAGINE, GLI SPAZI DELLO STORICO PALAZZO FUCCI. NELLA PAGINA PRECEDENTE, MARIA FLORA GIAMMARIOLI FUCCI INSIEME AL PADRE ANTONIO.

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nerazione riaffiorano libertà di pensiero, coraggio e curiosità intellettuale. Lo ritroviamo anche in Melchiorre Fucci, nonno di Maria Flora, pittore e creatore del Vulón, storica maschera simbolo del Carnevale di Fano, portata nel 2024 persino al Columbus Day di New York. Ma l’immagine più potente di questa storia non arriva dal passato remoto. Arriva da Antonio Giammarioli, padre di Maria Flora, che a ottant’anni si è laureato in Sociologia all’Università di Urbino. Proprio qui questo racconto smette di essere soltanto una storia di famiglia assumendo il valore di una dichiarazione culturale; in una società che troppo spesso associa la vecchiaia al ritiro, alla rinuncia o all’invisibilità, il suo gesto diventa un simbolo potente: ottant’anni e ancora fame di sapere, desiderio di evolvere, nessun limite imposto alla mente.

Forse è questa la vera eredità di Palazzo Fucci: non soltanto muri antichi, stemmi e memorie illustri ma un modo di stare al mondo, la convinzione che la cultura salvi, che la bellezza elevi e che la storia non serva a guardare indietro con nostalgia, bensì a comprendere meglio chi siamo. La bellezza, qui, non è ornamento né privilegio o responsabilità, è un gesto quotidiano di cura verso ciò che ci precede e verso ciò che lasceremo a chi verrà dopo di noi. Maria Flora lo dice con lieve emozione: “Questo patrimonio va tutelato. A noi spetta il dovere di tenerlo in vita. Ai giovani il diritto di raccogliere questa eredità inestimabile.” Uscendo da Palazzo Fucci si comprende davvero cosa intenda, perché non custodisce soltanto il passato ma spalanca le porte anche al futuro.


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MESTIERI

PROFESSIONE AMANUENSE STEFANO GELAO E L’ARTE DI SCRIVERE A MANO

DI FABIO FRATERNALI

FOTO VALENTINA SOLFRINI

È una storia fatta di pelli, colori, inchiostro e pennini. La storia di un amanuense del XXI secolo che, dalla suggestiva Torre dell’Orologio di Gradara, uno dei Borghi più belli d’Italia, mantiene viva una tradizione che per secoli ha abitato il silenzio degli scriptorium monastici. Se oggi sembra quasi impossibile vivere un’emozione che profuma di Medioevo, grazie a Stefano Gelao quell’incantesimo continua a prendere forma. Stefano, da Recanati a Gradara. Qui hai trovato un luogo dove far vivere la tua arte. Com’è cominciato tutto? “In realtà gli inizi sono stati tre. Il primo nasce da bambino, grazie alla passione per la penna d’oca e il calamaio, alimentata dal Corsaro Nero interpretato da Kabir Bedi e dal film Il nome della rosa, che lasciò un segno profondo nella mia fantasia. Il primo pennino lo impugnai prima ancora di andare a scuola e da allora non l’ho più abbandonato. Il secondo inizio arriva nel 2015, con il sacrificio di Khaled Al Asaad, archeologo e custode di Palmira, ucciso dall’ISIS per aver protetto il patrimonio archeologico. La sua storia mi spinse a lasciare il lavoro di programmatore e a 23


DA PROGRAMMATORE A SCRIBA CONTEMPORANEO: STEFANO GELAO HA TRASFORMATO LA SUA PASSIONE PER LA STORIA IN UN MESTIERE UNICO, QUELLO DELL’AMANUENSE. IL SUO SCRIPTORIUM SI TROVA NELLA TORRE DELL’OROLOGIO DI GRADARA.

IN QUESTE PAGINE, STEFANO GELANO NEL SUO LABORATORIO NELLA TORRE DI GUARDIA DI GRADARA.

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trasformare lo scriptorium in un luogo dedicato alla tutela della bellezza e della memoria. Il terzo è Gradara, dove, grazie alla volontà dell’amministrazione comunale e a un progetto europeo, il mio laboratorio è uscito dalle mura di casa per diventare patrimonio condiviso.” Una passione nata da bambino, passando però da una professione molto contemporanea. Cosa si prova a dare voce a un mestiere così antico? “Ogni volta che impugno la penna d’oca provo una profonda reverenza. Mi sento l’ultimo anello di una catena che affonda le proprie radici nei secoli e che guarda al futuro: le pergamene realizzate con le tecniche della tradizione possono attraversare il

tempo proprio come i manoscritti medievali. Per questo sento la responsabilità di lasciare su ogni foglio il meglio della mia competenza, della mia mano e del mio cuore.” Ogni giorno persone di ogni età entrano nello Scriptorium affascinate dal tuo lavoro. Un pensiero per i più giovani? “Spero comprendano che l’umanesimo ha ancora molto da dire e che arte, storia e cultura possono diventare anche una professione. Ma l’eccellenza da sola non basta: i grandi maestri del Rinascimento insegnano che al talento devono affiancarsi competenze imprenditoriali e comunicative. Più di tutto, vorrei che i giovani tornassero a innamorarsi della parola: scritta,

pronunciata o cantata, resta uno degli strumenti più potenti e delicati che possediamo.” Lo Scriptorium di Gradara rappresenta un successo in un mondo sempre più digitale. Quali sono le prospettive future? “Continuo a inseguire quello che considero il mio primo obiettivo: scrivere una lettera perfetta. È un ideale che forse non si raggiunge mai, ma che dà senso a ogni tratto di penna. Accanto a questo c’è il desiderio di diffondere il valore del lavoro paziente e della cultura del fare bene, in un’epoca dominata dalla velocità. E poi un sogno: creare altri scriptorium, dando spazio ai tanti artigiani italiani di talento che meritano di essere conosciuti e apprezzati nel mondo.”


TEATRO

VISIONE ARTISTICA L’ANIMA SFACCETTATA E CREATIVA DI GIADA ARCANGELI

DI DEBORAH PAPISCA

FOTO LUIGI ANGELUCCI


Ci sono persone che scelgono il teatro e persone per cui il teatro arriva prima di qualsiasi scelta, come un destino scritto tra sipari, quinte e luci di scena. Per Giada Arcangeli il teatro è sempre stato questo: non soltanto una professione, ma un luogo dell’anima. Figlia dei fondatori del Teatro Accademia, storica realtà culturale pesarese, Giada oggi è regista teatrale, attrice, doppiatrice e insegnante, ma definirla solo attraverso i ruoli professionali sarebbe riduttivo. Il suo universo creativo sfugge alle etichette, si muove su coordinate intime, profondamente personali: “Non sono molto brava a parlare di me,” racconta, “ho sempre pensato che il mio linguaggio fosse diverso, molto interiore, profondo, visionario. Dentro di me esistono gallerie, piccoli musei sotterranei che ho costruito sin da bambina.” Quelle gallerie affondano le radici in una famiglia dove l’arte era presenza quotidiana. Nipote di

FIGLIA DEI FONDATORI DEL TEATRO ACCADEMIA, GIADA ARCANGELI RESPIRA IL TEATRO FIN DALL’INFANZIA. COME DOPPIATRICE HA LAVORATO CON I GRANDI NOMI DEL DOPPIAGGIO ITALIANO, E NEL 2010 TORNA A PESARO COME REGISTA E INSEGNANTE DI TEATRO.

un jazzista pesarese, cresciuta tra musica e palcoscenico, Giada ha respirato teatro fin dall’infanzia. Mentre i genitori provavano gli spettacoli, lei giocava con i costumi di scena, osservava il mondo nascosto dietro le quinte. Un privilegio raro, soprattutto

nella Pesaro degli anni Ottanta, quando il teatro di provincia era ancora un laboratorio vivo di ricerca e sperimentazione. Tra i ricordi più intensi c’è il suo primo spettacolo di mimo, a soli nove anni, diretto da Vincenzo Giampaoli. Si intitolava Cari Pagliacci. “Alla fine entravo in scena con un ombrellino aperto e lo facevo girare in modo smorfioso in mezzo alla platea. Mi sentivo una dea.” Forse è stato proprio allora che ha capito, con l’intuito limpido dell’infanzia, che il teatro sarebbe stato il suo elemento naturale. “Avevo già compreso che il teatro sarebbe stato il mio pelago e che fuori da lì sarei stata una povera disgraziata.” Da lì arrivano gli studi musicali e poi Bologna, dove frequenta l’Accademia Nazionale di Doppiaggio e l’incontro con maestri come Rodolfo Bianchi e Massimo Giuliani le apre una nuova strada: Roma. Lì, la gavetta sarà durissima: provini interminabili, precarietà, sacrifi27


TEATRO

LA MISSIONE CHE SENTE PIÙ SUA: NON OFFRIRE RISPOSTE COMODE, MA APRIRE VARCHI. “DESIDERO SOLO CHE LE PERSONE ESCANO DAI MIEI SPETTACOLI STIMOLATE A MILLE RIFLESSIONI E A UN MILIONE DI DOMANDE.”

ci. “A volte mangiavo una volta al giorno e ho dormito anche in macchina.” Ma proprio in quegli anni avviene la trasformazione più importante: il talento incontra la disciplina. Giada lavora con i grandi nomi del doppiaggio italiano, presta la voce a film internazionali, cartoni animati, spot televisivi, collaborando con RAI e Mediaset. Osserva maestri come Maria Pia Di Meo in sala di registrazione e comprende cosa significhi davvero diventare professionista: “Il doppiaggio è stato il vero metro. Lì ho capito cosa potevo dare davvero.” Una palestra straordinaria, fatta di tecnica, ascolto e umiltà. Anni che l’hanno costretta a misurarsi con l’ansia, l’autocritica feroce e una disciplina quasi assoluta. Poi arriva, contro ogni previsione, il ritorno a Pesaro. Non era

nei piani, ma la vita riscrive il suo percorso. Nel 2010 decide di tornare e riportare a casa tutto ciò che aveva imparato. Nascono così i suoi corsi teatrali, la regia, l’insegnamento, una nuova fase artistica. Il suo sguardo sul teatro contemporaneo è lucido e severo. Vede il pubblico cambiato profondamente. Dagli anni Duemila in poi, racconta, si è progressivamente appiattito, perdendo in parte quella fame di ricerca che aveva animato i decenni precedenti. I suoi riferimenti restano i grandi maestri: Giorgio Strehler, Luca Ronconi, Wolfgang Amadeus Mozart, Caravaggio ed è proprio alla loro lezione che continua ad attingere, studiando, leggendo. Classico e contemporaneo, antico e moderno, profondità e presente convivono nella sua poetica. In un tempo dominato dai social,

Giada osserva con preoccupazione la distanza crescente tra le nuove generazioni e la profondità emotiva. Eppure il suo sguardo non è disilluso. Nei giovani continua a vedere possibilità immense: “Dentro di loro ci sono ancora cose meravigliose. È solo che fuori esistono sempre meno persone capaci di tirarle fuori.” Ed è proprio questa, oggi, la missione che sente più sua: non offrire risposte comode, ma aprire varchi. “Desidero solo che le persone, attraverso i miei spettacoli, non escano appiattite, ma stimolate a mille riflessioni e a un milione di domande.” Forse è proprio qui che vive il senso più autentico del teatro secondo Giada Arcangeli: in quello spazio fragile e potentissimo in cui qualcosa, dentro lo spettatore, si incrina. E ricomincia finalmente a sentire.

IN APERTURA E A LATO, GIADA ARCANGELI, REGISTA TEATRALE, ATTRICE, DOPPIATRICE E DOCENTE. NELLA PAGINA PRECEDENTE, INSIEME ALLA MADRE DANILA MERLONI.

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Lungomare Colombo C. 138 Marotta (PU) | T. 0721 969589


STORIA

STAGIONE BALNEARE LE ORIGINI E L’EVOLUZIONE DELLA VOCAZIONE TURISTICA PESARESE

DI GIOVANNA PATRIGNANI

Nel 1855 la Società dei Bagni Marittimi, già costituitasi a Pesaro, proponeva al Consiglio Comunale la costruzione di uno stabilimento balneare posto all’ingresso della palata di Porta Sale (attuale Moletto) e tre anni dopo presentava un progetto per ottenere l’appalto dello stabilimento per un quinquennio, a decorrere dal 1858: il Comune accettò la proposta, concorrendo alla nascente impresa dei bagni ed esercitando la sorveglianza sullo stabilimento per mezzo di una deputazione da eleggersi nell’ambito dello stesso Consiglio Comunale. Il primo stabilimento balneare pesarese era un rudimentale baraccone in legno, di modeste proporzioni, che al termine di ogni stagione estiva veniva smontato e riposto in un magazzeno dell’ex convento di Santa Maria Maddalena. La polizza delle Assicurazioni Generali di Venezia, presso cui era assicurato, lo descrive in questi termini: “Fuori della città di Pesaro di fronte alla Porta Sale esiste sulla riva del mare, di proprietà comunale, un bagno pubblico tutto composto e coperto di ta30


vole, sostenuto da pali, avente all’entrata due camerini laterali per uso degli inservienti, una sala d’aspetto, una piattaforma per ricreazione, passaggi e scale che mettono agli otto camerini per parte.” La moda dei bagni di mare si stava ormai affermando anche a Pesaro, che iniziava così il suo iter di città balneare, a imitazione del modello romagnolo. Ma l’avvio fu molto stentato, con limitatissime risorse finanziarie e organizzative, in un’ottica provinciale e casalinga, inoltre complicato da un’intricata normativa. Infatti a Pesaro, che nel 1868 contava entro le mura 12.300 abitanti, la ‘voglia di mare’ era soltanto per pochi privilegiati: miseria grande, scarsezza di raccolti, carestie, colera; servizi municipali carenti su tutti i fronti; grave situazione finanziaria. In tale contesto, l’azienda dei bagni poteva rappresentare una futura speranza di introiti, sia per il Comune che per i privati. Per servire la ‘scelta clientela’, far fronte alla concorrenza e inseguire il miraggio di profitti economici, l’originario baraccone ligneo non poteva più servire.

DAL PRIMO BARACCONE DI LEGNO ALL’ABBATTIMENTO DELLE MURA ROVERESCHE: COSÌ PESARO HA APERTO IL SUO CENTRO AL MARE, TRASFORMANDO UNA SCOMMESSA PER POCHI PRIVILEGIATI NELLA NASCITA DEL TURISMO DI MASSA CHE NE HA SEGNATO PER SEMPRE L’IDENTITÀ.

La commissione per il progetto del nuovo stabilimento propose – ed il Consiglio Comunale approvò – la costruzione di un nuovo edificio, tutto in muratura, ai bordi della spiaggia, in corrispondenza di via Rossini, ultimato nel maggio 1884. Per mettere in comunicazione via Rossini con quella del nuovo stabilimento balneare – detta strada dei Bagni marittimi, oggi viale della Repubblica – fu approvato di “aprire un varco nelle

mura” per costituire “un comodo accesso pei bagni.” La città antica, chiusa finora nel perimetro delle mura roveresche, si apriva per la prima volta verso il mare, in un’ottica balneare non disgiunta da una politica di espansione edilizia ed economica. Nel 1883 fu approvato dalla Giunta municipale il Capitolato per la conduzione dello stabilimento balneario e regolamento disciplinare interno. La conduzione dello stabilimento, unitamente al caffè e ristorante, veniva concessa in appalto triennale, mediante asta pubblica; nel nuovo stabilimento funzionavano una Commissione direttiva e una Direzione igienica elette in prossimità della stagione dei bagni. Nel 1884 fu pubblicato, come era ormai d’uso nelle località balneari, un vademecum per i villeggianti Sull’uso dei bagni di mare. Guida ai bagnanti. Ma la conduzione in appalto dello stabilimento si rivelò deficitaria, per cui nel 1895 il Comune ne assunse direttamente la gestione, mentre il caffè-ristorante continuava ad essere dato in appalto. L’Amministrazione Comunale 31


L’AVVIO FU MOLTO STENTATO, CON LIMITATE RISORSE FINANZIARIE E ORGANIZZATIVE, IN UN’OTTICA PROVINCIALE E CASALINGA. IL PRIMO EDIFICIO TUTTO IN MURATURA, AI BORDI DELLA SPIAGGIA, FU ULTIMATO NEL MAGGIO 1884.

IN APERTURA, IL PRIMO STABILIMENTO BALNEARE PESARESE, LA ‘PIATTAFORMA’ IN LEGNO SUL MARE DI FINE OTTOCENTO, E IL KURSAAL, LO STABILIMENTO BALNEARE IN MURATURA DEGLI INIZI DEL NOVECENTO. IN ALTO, UN MANIFESTO PUBBLICITARIO PER LO STABILIMENTO BALNEARIO, STAGIONE 1903.

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tentava di infoltire la sparuta colonia di bagnanti attirandola con qualche comodità e svago organizzato: un servizio di vetture a cavalli, propaganda balneare tramite stampa e manifesti murali. Ma lo stabilimento era ancora un’appendice minuscola ed isolata dalla città, la viabilità limitata all’unica strada di accesso in proseguimento di via Rossini, il verde inesistente, una secolare insalubrità ambientale, aggravata dal deposito delle pubbliche concimaie in prossimità dello stabilimento. Il Comune tentò gradualmente di inglobare lo stabilimento nella viabilità, nell’edilizia e nella vita cittadina, spezzando quella scissura finora esistente fra zona-mare, soltanto per pochi privilegiati, e zona-centro, per tutto il resto della città. Nel 1897 venne approvato il piano regolatore edilizio, che già guardava alla ‘marina’ come serbatoio di futuri profitti. L’Amministrazione Comunale decise nel 1898 di acquistare tre ettari di terreno, a destra e a sinistra dello stabilimento, per cedere aree per la costruzione di villini, che dal 1901 iniziarono ad essere edificati in quella che amministratori pubblici e imprenditori privati rivestivano dell’idilliaco nome di città-giardino, in quel tipico linguaggio architettonico che accomunava forme neoclassiche, neogotiche ed esotiche in un ibrido stile di balneazione. La zona-mare venne inoltre animata, nelle adiacenze dello stabilimento, dall’ippodromo Adriatico (1902) e dall’Arena

lido (1903). Tra il 1909 e il 1914 procedeva, pur con polemiche, il definitivo abbattimento delle mura roveresche: l’edificazione della zona-mare era ormai avvenuta, la scissione tra centro e marina superata. Dopo i cinque anni della prima guerra mondiale, con l’estate del 1919 ebbe di nuovo inizio l’attività balneare, ma ormai tutto era cambiato: lo stabilimento, completamente ristrutturato intorno agli anni Venti e denominato

Kursaal, fu completamente abbattuto nel secondo dopoguerra. Quando nella seconda metà degli anni Cinquanta lo sviluppo turistico vagheggiato agli inizi del secolo è diventato realtà, al turismo dei villini è subentrato quello degli alberghi, che hanno invaso il geometrico equilibrio della città-giardino e alle ristrette élites aristocratiche sono subentrate le folle dell’età dei consumi e del divertimento balneare.


SPECIALE CELEBRAZIONI

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L’ESTETICA NATURAL BEAUTY AND RITUAL RELAX

IL CENTRO DI FRANCESCA GHIGI FESTEGGIA DIECI ANNI DI ATTIVITÀ: UN LUOGO DOVE BELLEZZA ESTERIORE ED EQUILIBRIO INTERIORE DIALOGANO, PER UN BENESSERE PIÙ PROFONDO.

Dieci anni possono essere semplicemente un anniversario oppure raccontare una storia fatta di intuizioni, coraggio ed evoluzione. Per Francesca Ghigi, fondatrice de L’Estetica - Natural Beauty and Ritual Relax di Pesaro, questo traguardo rappresenta soprattutto un percorso: quello di un progetto cresciuto nel tempo, capace di evolversi senza mai perdere la propria identità. Quando ha aperto il centro, nel 2016, Francesca aveva un obiettivo preciso: creare uno spazio in

cui la cura della persona andasse oltre il semplice risultato estetico, trasformando ogni trattamento in un momento di ascolto e benessere. “L’Estetica non è mai stato un progetto costruito a tavolino,” racconta. “È cresciuto insieme a me, attraverso le esperienze e gli incontri. Ho sempre seguito ciò che sentivo autentico, lasciando che fossero le esigenze delle persone a indicarmi la strada.” Proprio seguendo questa filosofia, negli anni il centro ha ampliato la propria proposta, affiancando ai trattamenti estetici tecnologie innovative e percorsi dedicati al benessere della persona, come Access Bars®, Body Work energetici, Quanti-Ka e Reiki. Non servizi aggiuntivi, ma strumenti diversi che condividono un unico obiettivo: accompagnare ogni persona verso un benessere più profondo, dove bellezza esteriore ed equilibrio interiore possano dialogare. Come ogni impresa, anche L’Estetica ha attraversato momenti complessi, trasformando ogni difficoltà in un’occasione di crescita. Un percorso che ha consolidato una realtà oggi apprezzata non solo per la qualità dei trattamenti, ma anche per la fiducia e la relazione costruite con i clienti. Una crescita resa possibile anche dal contributo del team. Francesca dedica infatti un pensiero speciale a Eleonora, Sofia, Carola, Daniela, Asia, Patrizia e Paola, professioniste che ogni giorno condividono con lei passione, competenza e attenzione verso le persone. Lo sguardo è ora ri-

Pesaro | Via Lucio Accio, 41 | Tel. 333 2740391

volto al futuro, con il desiderio di ampliare gli spazi dedicati al benessere e integrare nuove competenze, mantenendo sempre la persona al centro. Prima di salutarla, una domanda nasce spontanea: cosa direbbe oggi alla Francesca che, dieci anni fa, inaugurava il centro con il cuore pieno di emozione e il coraggio di inseguire il proprio sogno? “Le direi di fidarsi, di avere coraggio, di non perdere mai il proprio centro e di seguire sempre l’istinto, ma soprattutto di custodire la gioia, perché è da lei che nasce la voglia di creare, crescere e accogliere ciò che arriva.” Francesca sorride. Nel suo sguardo scorrono dieci anni di sfide, incontri e soddisfazioni. Poi spegne le luci del centro e chiude la porta, pronta a riaprirla il giorno dopo per accogliere nuove persone, nuove storie e nuovi percorsi.


SPECIALE CELEBRAZIONI

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CURVET QUANDO UN SOGNO DIVENTA FUTURO

CURVET, MARCHIO INTERNAZIONALE SPECIALIZZATO NELLA LAVORAZIONE DEL VETRO, CELEBRA I SUOI PRIMI 50 ANNI TRA IMPRESA E VALORI UMANI.

Cinquant’anni di sfide, di tecnologia avanzata e di una materia affascinante plasmata fino a diventare un’eccellenza globale. La Curvet Srl, storica azienda nata e radicata a Vallefoglia (Pesaro e Urbino) ha celebrato il traguardo del mezzo secolo di attività con il ‘Curvet Day’. L’evento, tenutosi nella prestigiosa cornice dell’Auditorium di San Patrignano a Coriano, per dare anche un significato sociale alla serata, ha riunito l’intera comunità aziendale: dipendenti, famiglie, istituzioni, clienti storici e fornitori e partner. Il claim scelto per l’anniversario, ‘Quando un sogno diventa futuro’, ha fatto da filo conduttore a un emozionante viaggio partito dal 1976 grazie all’intuizione visionaria del fondatore Roberto Bartolucci. Prima di dare spazio alla cena di gala e ai festeggiamenti, l’evento è entrato nel vivo con un talk show di altissimo livello. Il dibattito ha visto la partecipazione di esponenti di spicco di realtà leader come NSG/ Pilkington Italia, Biesse Group, Jolly-Mec, L’Ippogrifo e il pro-

fessionista Paolo Tartaglia (primo Commercialista dell’azienda). Proprio durante il confronto e i successivi momenti celebrativi, il tema del ‘sogno’ è stato sviscerato non solo come traguardo economico, ma come percorso umano e imprenditoriale, legandosi indissolubilmente a cinque parole chiave. 1. Visione: l’inizio di ogni grande storia. Ogni impresa straordinaria nasce da un’idea che gli altri non riescono ancora a vedere. La visione è la capacità di guardare oltre il presente, proprio come fece il fondatore e come oggi continuano le persone scelte per continuare l’attività: Ivan Marchetti, Michele Montanari, Laura Bartolucci e Albino Calcinari. A livello personale e aziendale, avere visione significa anticipare i tempi, tracciare rotte inedite e non accontentarsi dello stato delle cose. Il talk show ha evidenziato come Curvet e i suoi partner internazionali condividano questa stessa tensione verso il futuro, anticipando le richieste del mercato attraverso l’innova-

zione del design e delle soluzioni ingegneristiche. 2. Coraggio: l’energia per osare. La visione, da sola, rimane un’astrazione se non è sostenuta dal coraggio. Nel fare impresa, il coraggio si traduce nella forza di investire nei momenti di incertezza, di esplorare nuove tecnologie e di superare i limiti fisici della materia. Curvet ha dimostrato questa dote trasformando una lavorazione complessa come la curvatura del vetro in un processo industriale di precisione standardizzato ed efficiente, osando entrare in mercati competitivi che spaziano dalla nautica all’automotive, la costruzione e l’edilizia, la refrigerazione e le stufe, l’arredo bagno e gli elettrodomestici. 3. Trasformazione: l’evoluzione della materia e dell’azienda. Il vetro è l’emblema stesso della trasformazione: una materia solida che, attraverso il calore e la sapienza tecnica, diventa fluida, si piega e assume nuove forme senza perdere la sua anima. Questo concetto rispecchia fe-


SONO CINQUE LE PAROLE CHIAVE CHE RACCHIUDONO I 50 ANNI DELL’AZIENDA: VISIONE, CORAGGIO, TRASFORMAZIONE, PAZIENZA E PERSONE. “CON LO STESSO CORAGGIO DI IERI E CON LA FORZA DEL NOSTRO CAPITALE UMANO, CONTINUEREMO A TRASFORMARE LA MATERIA E A DISEGNARE NUOVE FORME PER IL DOMANI.”

delmente la metamorfosi aziendale vissuta da Curvet in mezzo secolo. Da piccola realtà locale a player internazionale, l’azienda ha saputo evolversi digitalizzando i processi, ampliando i propri stabilimenti (da Bottega a Talacchio) e abbracciando le sfide della sostenibilità, dimostrando che l’identità di un marchio si rafforza proprio attraverso la sua capacità di cambiare. 4. Pazienza: il tempo del consolidamento. Se il coraggio accende la scintilla e la trasformazione traccia il percorso, la pazienza è la virtù che garantisce la longevità. Nel business, così come nella crescita personale, i risultati solidi non nascono dall’oggi al domani. Servono tempo, perseveranza, cura dei dettagli e la capacità di superare le crisi macroeconomiche. Cinquant’anni di storia sono il frutto di una pazienza strategica, fatta di piccoli passi costanti, di certificazioni rigorose ottenute anno dopo anno e di relazioni di fiducia costruite nel tempo con partner storici e fornitori globali. 5. Persone: il vero motore del sogno. Un sogno imprenditoriale non può essere realizzato da un uomo solo: diventa reale solo quando si trasforma in un sogno collettivo. E proprio le persone

sono state il fulcro emotivo della serata. Il momento più toccante del Curvet Day è stato infatti dedicato alle premiazioni interne delle maestranze e dei dipendenti storici con oltre 30 anni di lavoro. Pilastri fondamentali dell’azienda, con la loro dedizione e il loro know-how hanno tramandato e protetto il valore del marchio. Un legame profondo con il territorio celebrato anche dalle istituzioni locali, con la visita del Sindaco di Vallefoglia, Sen. Palmiro Ucchielli, che ha elogiato il valore sociale e occupazionale di questa grande famiglia allargata e con la premiazione con una targa da parte del Direttore di Confindustria Andrea Baroni. Alla fine della cena preparata e servita dai ragazzi ospiti della Comunità di San Patrignano, dello spettacolo di Andrea Paris e con l’accompagnamento musicale del gruppo Voice Of Waves i vertici di Curvet Ivan, Michele Laura e Albino hanno preso la parola sul palco dell’Auditorium per un discorso denso di gratitudine e di prospettiva strategica: “Festeggiare cinquant’anni non significa guardarsi indietro con nostalgia, ma riconoscere la solidità delle fondamenta che ci permettono di guardare avanti. Quando Roberto Bartolucci ha

fondato la Curvet, ha avuto l’ardire di sognare una materia che si piegasse alla bellezza e alla tecnica. Quel sogno oggi è una realtà industriale internazionale, ma il suo motore è rimasto lo stesso: l’entusiasmo delle nostre persone. A tutti i nostri dipendenti, storici e nuovi, ai partner industriali e non che ci affiancano ogni giorno, va il nostro ringraziamento più profondo. Il mercato globale ci impone flessibilità, sostenibilità e una digitalizzazione sempre più spinta. Noi siamo pronti. Con lo stesso coraggio di ieri e con la forza del nostro capitale umano, continueremo a trasformare la materia e a dise-

Via G. Lorenzetti 77, Vallefoglia (PU) | Tel. 0721 49441 | www.curvet.it

gnare nuove forme per il domani. I nostri primi cinquant’anni sono solo l’inizio del viaggio: il futuro è una linea curva che dobbiamo ancora tracciare insieme.” L’applauso scrosciante della platea (300 invitati) ha accompagnato un video con le fotografie di tutte le persone che fanno parte di questa squadra ‘fortissima’ a conclusione della serata. Il compleanno di Curvet si è confermato così non solo un traguardo aziendale, ma una grande festa d’impresa capace di ispirare il territorio e l’intero settore industriale. Per rivivere la serata potete visitare il canale you tube: Curvet day _ report


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FAMILY FITNESS CENTER 30 ANNI AL FEMMINILE

RE: PDF PESARO

FESTEGGIA TRENT’ANNI L’ATTIVITÀ GUIDATA DA MARIA VITTORIA BUI, LA PALESTRA DOVE IL BENESSERE È UNA STORIA DI E PER LE DONNE.

Settembre 1997. A Pesaro apre Family Fitness Center, una palestra con una caratteristica allora controcorrente: essere dedicata esclusivamente alle donne. Trent’anni dopo quella scelta si è rivelata una visione lungimirante e oggi la palestra, guidata da Maria Vittoria Bui, è una vera comunità intergenerazionale, dove ragazze adolescenti, mamme e nonne condividono lo stesso spazio, unite dal desiderio di stare bene e prendersi cura di sé. Di certo Maria Vittoria Bui era consapevole che creare una palestra a carattere esclusivamente femminile, alla fine degli anni Novanta, poteva sembrare una scelta azzardata. In un mercato dove il modello prevalente era ancora quello della palestra

tradizionale, rivolgersi solo alle donne significava rinunciare a una grossa fetta di pubblico, ma anche costruire un’identità precisa e riconoscibile. Una scelta coraggiosa, nata dalla convinzione che proprio quella specializzazione potesse diventare il vero valore aggiunto di Family Fitness Center. “Lavorare con le donne è sempre stato il mio sogno, mi interessava capire questo universo così complesso: cosa porta una donna a volersi bene, a prendersi cura del proprio corpo, a sentirsi meglio,” racconta Maria Vittoria Bui. Una visione che negli anni si è dimostrata capace di anticipare un cambiamento culturale. Il rapporto con il fitness, infatti, è profondamente cambiato: se un

tempo la palestra era spesso vissuta soprattutto come preparazione alla prova costume e come ricerca di un’immagine ideale, oggi il benessere ha assunto un significato molto più ampio. Allenarsi significa stare bene, ritrovare energia, costruire un rapporto positivo con il proprio corpo. È proprio questo il cuore della filosofia Family Fitness: non inseguire modelli irraggiungibili, ma valorizzare ogni persona nella propria unicità. “L’obiettivo è diventare la migliore versione di sé stesse, a qualsiasi età e a qualsiasi livello. Non conta da dove parti, conta il percorso che fai,” afferma Maria Vittoria Bui. Un approccio che ha permesso alla palestra di creare negli anni un ambiente speciale, dove la


UN LUOGO DOVE SENTIRSI A CASA, LONTANO DALLE DINAMICHE DI CONFRONTO E COMPETIZIONE, E DOVE LA CULTURA DEL FITNESS METTE AL CENTRO LA SALUTE, LA CONSAPEVOLEZZA E LA CURA SÉ, OGGI ANCHE GRAZIE AL CENTRO ESTETICO INTEGRATO.

parola d’ordine è sempre stata accoglienza. Il nome Family non è casuale: Maria Vittoria Bui ha voluto costruire un luogo dove sentirsi a casa, lontano dalle dinamiche di confronto e competizione. “Qui non devi dimostrare niente a nessuno. Non è una sfilata, puoi venire come sei. La cosa più bella è vedere la complicità che si crea tra le persone. Negli anni ho visto cambiare generazioni di donne. Alcune clienti sono diventate mamme, e poi hanno portato le proprie figlie. Mi capita che mi dicano: ‘anche mia mamma veniva qui’, oppure ‘mia nonna’. È una cosa che mi

emoziona, perché significa aver costruito qualcosa che va oltre la semplice attività fisica,” racconta con entusiasmo. Anche il modo di allenarsi è cambiato. “Non esiste più l’idea che per stare bene bisogna soltanto sudare tantissimo. Oggi serve preparazione, bisogna conoscere il corpo, i muscoli, le diverse esigenze delle persone.” Una nuova cultura del fitness che mette al centro la salute e la consapevolezza. La capacità di ascoltare le clienti ha portato Maria Vittoria Bui, nel tempo, ad ampliare l’offerta con un centro estetico interno

alla palestra. Un servizio nato proprio dalle esigenze quotidiane delle donne che frequentavano Family Fitness Center. “Mi dicevano: dopo la lezione devo andare a fare la ceretta, il massaggio, il trattamento… così ho pensato di creare uno spazio dedicato alla cura di sé direttamente qui.” Un piccolo angolo di benessere nel cuore di Pesaro, che completa un’esperienza ormai consolidata. “Devo molto anche al mio staff, il cui supporto è stato motivo di crescita e di entusiasmo: ogni persona che ha collaborato con me negli anni ha dato un contributo importante.”

Pesaro | Via Cardinal Massaia, 7 | Tel. 0721 410269 | www.familyfitnesscenter.it

Dopo 30 anni, il segreto di Family Fitness Center resta quello delle origini: competenza, passione e la capacità di mettere le persone al centro. Perché dietro ogni allenamento c’è una storia, un obiettivo, una nuova consapevolezza. E la storia di Maria Vittoria Bui dimostra che un’impresa può crescere nel tempo quando nasce da un’idea autentica e continua ogni giorno a credere nelle persone.

IN APERTURA, MARIA VITTORIA BUI. IN ALTO, ALCUNI SCATTI DELL’INTERNO DELLA PALESTRA.


IMPRESA

TRADIZIONE PREMIATA AZIENDA ZENOBI: VINO E OLIO COME IDENTITÀ E FUTURO

DI DEBORAH PAPISCA

Un primo posto all’Oro d’Italia 2025 nella categoria dell’olio extravergine fruttato leggero, insieme alle numerose menzioni di merito conquistate negli anni al concorso nazionale Gocce d’Oro, parlano di una cosa precisa: dietro un riconoscimento non c’è soltanto un prodotto di qualità, ma una storia fatta di lavoro, ricerca e radici profonde. È la storia dell’azienda Zenobi, realtà pesarese che da generazioni porta avanti un modo di lavorare fondato sul rispetto della terra, della materia prima e delle relazioni umane, valori che, prima ancora di essere un metodo di lavoro, rappresentano un’eredità familiare. Per raccontare, dunque, la storia dell’azienda bisogna tornare all’origine, alle sensazioni che ancora oggi definiscono il legame di Francesca Zenobi con il mondo da cui tutto è nato. Occorre ritornare al profumo dolce e antico della cantina, del legno delle botti, delle mani della sua 38

DAL RICONOSCIMENTO ORO D’ITALIA 2025 ALLA NUOVA GENERAZIONE GIÀ AL TIMONE: ZENOBI CONTINUA A CRESCERE PUNTANDO SU QUALITÀ, SOSTENIBILITÀ E RAPPORTI UMANI. UNA STORIA DI FAMIGLIA CHE DIMOSTRA COME TRADIZIONE E INNOVAZIONE POSSANO CONVIVERE.

mamma impregnate della fragranza inconfondibile del vino che ancora oggi sa di famiglia. La loro è una storia che attraversa generazioni. Tutto parte da Castelplanio, nel cuore del Verdicchio, dove il nonno di Francesca aveva intuito qual-

FOTO LUIGI ANGELUCCI

cosa di prezioso: quella vigna non andava venduta. Mai. “Mi raccomando, non vendetela,” aveva detto ai figli. “È una vigna buonissima.” Non era soltanto un consiglio, ma una visione. Negli anni Sessanta, uno dei fratelli si trasferisce a Pesaro e intuisce un’opportunità semplice quanto geniale: in città mancava un vino davvero buono. Le prime damigiane arrivate dalla campagna vengono vendute in pochissimo tempo. È l’inizio di tutto. Prima arriva l’osteria di una volta, quella in cui gli operai si portavano il cibo da casa e acquistavano il vino al quartino, poi la cantina sotto il Conservatorio Rossini, luogo quasi leggendario nella memoria familiare. È lì che il vino smette di essere soltanto un prodotto e diventa identità. Oggi l’azienda Zenobi è molto più di un’attività storica pesarese: è una storia di famiglia che continua a evolversi. Francesca e il fratello Elvio portano avan-


ti insieme questo percorso con uno sguardo condiviso fatto di esperienza, passione e profondo rispetto per ciò che hanno ricevuto in eredità. Il primo valore che li guida è semplice da dire e difficilissimo da mantenere: credere profondamente in ciò che si vende. “Noi non riusciremmo mai a proporre qualcosa in cui non crediamo. Se una bottiglia non piace a noi, non riusciremmo mai a venderla,” racconta Francesca. C’è poi un altro ingrediente meno misurabile ma altrettanto decisivo: il rapporto umano. Da Zenobi il cliente non è mai un semplice acquirente, ma una relazione che si costrui-

sce nel tempo, fatta di fiducia e ascolto. Si entra per comprare una bottiglia e spesso si finisce per fermarsi a parlare, raccontare una cena, chiedere quale vino abbinare a un’occasione speciale. Una dimensione quasi d’altri tempi, che la famiglia racconta con ironia: “A volte è meglio venire da noi che in farmacia,” dicono sorridendo. Una provocazione affettuosa che racchiude un’idea precisa: il vino non è una cura, ma può essere il pretesto per ritrovare ciò che spesso manca nella quotidianità, il tempo, il dialogo, la convivialità. Dietro questa leggerezza si cela una filosofia ben precisa: ogni

bottiglia racconta un modo di abitare la terra fondato sul rispetto, la cura e la consapevolezza che nulla dovrebbe andare perduto. Proprio qui emerge uno degli aspetti più significativi della visione Zenobi: la cultura del non spreco. In un’epoca in cui sostenibilità ed ecologia rischiano spesso di trasformarsi in slogan, in casa Zenobi tutto torna a una domanda concreta: che cosa significa davvero rispettare le risorse? La risposta è nel vuoto a rendere. Ogni settimana l’azienda recupera tra le 3.000 e le 5.000 bottiglie che vengono lavate, sterilizzate a vapore e riutilizzate decine, talvolta centi-

IN ALTO, ELVIO E FRANCESCA ZENOBI, INSIEME AI NIPOTI ANNA E DAVIDE.

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RUBRICA

L’OBIETTIVO FUTURO? “NON È INSEGUIRE LE MODE, MA DIALOGARE CON PUBBLICI NUOVI, SOPRATTUTTO GIOVANI, AVVICINANDOLI A UNA CULTURA DEL VINO PIÙ CONSAPEVOLE E CONVIVIALE,” SPIEGANO ANNA E DAVIDE.

IN ALTO, FRANCESCA E DAVIDE ZENOBI RITIRANO IL PREMIO ORO D’ITALIA 2025 PER LA CATEGORIA DELL’OLIO EXTRAVERGINE FRUTTATO LEGGERO.

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naia di volte. “Il punto,” spiega Elvio Zenobi, “è che riciclare non coincide sempre con essere ecologici. Per rifondere il vetro servono oltre 1300 gradi di calore, trasporti, lavorazioni, ulteriore energia. Il vero gesto sostenibile, allora, non è distruggere per ricreare, ma preservare ciò che esiste già. Una bottiglia riutilizzata è una bottiglia che continua a vivere.” In questa visione c’è molto più di una scelta commerciale: c’è una filosofia di vita ereditata dai genitori e dai nonni. Non sprecare nulla. Né materia, né energia, né valore. Una saggezza contadina antica che oggi suona incredibilmente moderna. Quel riconoscimento all’Oro d’Italia 2025 rappresenta, quindi, non un punto di arrivo, ma la conferma di una strada per-

corsa da anni: una strada fatta di attenzione alla qualità, rispetto delle materie prime e capacità di innovarsi senza tradire le proprie origini. Eppure Zenobi non vive di nostalgia. Il futuro, infatti, ha già un volto, anzi due: quello di Anna e Davide Zenobi, i nipoti di Francesca, nuova generazione già pienamente attiva in azienda. Preparati, complementari e affamati di futuro: Davide è enologo, Anna è laureata in economia. Due competenze diverse che raccontano perfettamente la direzione dell’azienda. La loro visione è chiara: innovare senza spezzare le radici. E-commerce, social media, personalizzazione delle etichette, apertura verso l’estero, nuovi prodotti ready-to-drink e progetti di degustazione raccontano una tra-

sformazione già in corso. Una Zenobi più digitale, più aperta, più 2.0, ma senza perdere la propria anima. “L’obiettivo non è inseguire le mode, ma dialogare con pubblici nuovi, soprattutto giovani, avvicinandoli a una cultura del vino più consapevole e conviviale,” spiegano Anna e Davide. In fondo, è proprio questo il segreto di Zenobi, tenere insieme ciò che spesso il mercato separa: tradizione e innovazione, memoria e futuro, manualità e strategia, terra e digitale. Come se ogni generazione aggiungesse un ingrediente nuovo senza alterare la ricetta originaria, perché un buon vino, proprio come una grande storia, non parla soltanto del presente: racconta da dove vieni e, con sorprendente precisione, suggerisce già dove stai andando.


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AVVENTURE

DA MURAGLIA A MURAGLIA GIACOMO GAMBINI, IL BIKER IN VIAGGIO DA PESARO ALLA CINA

DI ELISABETTA MARSIGLI

Dopo Capo Nord, il biker pesarese Giacomo Gambini è alla soglia del suo secondo incredibile traguardo attraverso la via del PePe, ovvero la Pesaro-Pechino in bicicletta. Un viaggio che “nasce dalla voglia di rallentare, di vivere ogni singolo momento, che sia bello o brutto,” come racconta Giacomo. Prima di Capo Nord le esperienze precedenti di Giacomo, sempre in bici e sempre partendo da Pesaro, erano state verso Budapest e verso Santiago di Compostela. Esperienze che già gli avevano permesso di organizzare un ‘bagaglio essenziale’, oggi ancora più complesso. L’idea iniziale del nostro eroe era stata quella di partire, la scorsa estate, verso Capo Nord e da lì arrivare in Cina, ma poi aveva deciso di suddividere il viaggio in due parti perché si era accorto, strada facendo, che doveva migliorare diverse cose del suo equipaggiamento e anche nella bici. E così, ‘zitto zitto’ come è nella sua natura, il 31 dicembre scorso è partito dal quartiere Muraglia a Pesaro per arrivare alla Muraglia cinese. Con una tenacia invidiabile, pioggia, neve o ghiaccio non lo hanno mai fermato: dopo la Bo-

snia è entrato nel Montenegro, Albania, Macedonia del Nord e Bulgaria. Ed è stato proprio durante il passaggio in Bulgaria che Giacomo ha pubblicato un divertentissimo video (potete seguirlo su Instagram come @prossimavolta) in cui si è preparato una Pizza Rossini (con

uovo e maionese) sotto gli occhi più che stupiti e increduli dei residenti locali. Centinaia di pesaresi lo stanno seguendo e lo spronano: diversi sono stati i momenti difficili e non solo per via delle condizioni meteorologiche. La guerra in Iran lo ha infatti costretto a modificare 43


AVVENTURE

IL 31 DICEMBRE È PARTITO DAL QUARTIERE MURAGLIA A PESARO CON L’OBIETTIVO DI ARRIVARE ALLA GRANDE MURAGLIA CINESE IN BICICLETTA, TRA TUNDRE, MONTAGNE, SALITE E E DISCESE.

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diverse volte il percorso e, purtroppo, è stato impossibilitato a renderlo ‘puro’: ha infatti subìto qualche interruzione forzata del percorso a pedali – con treno e aereo per l’impossibilità di trovare strade compatibili con la bicicletta – ma ora il biker pesarese si sta avvicinando sempre di più a Pechino. Ad oggi, infatti, il traguardo sta per essere raggiunto: Giacomo, dopo un brevissimo rientro in Kazakistan, un mese fa è arrivato in Cina. “Nonostante non fosse la prima volta che attraversavo un confine, questa volta è stato diverso. Forse perché la Cina rappresenta uno dei passaggi più importanti del viaggio, forse perché dopo cinque mesi

di strada inizio davvero a sentire che Pechino non è più solo un’idea lontana.” Complicati i primi giorni in Cina, per la lingua, i controlli le abitudini: “Ho dovuto prendere le misure di un Paese enorme e non sempre semplice da capire al primo impatto. Però, piano piano, ho iniziato ad ambientarmi.” Paesaggi da sogno, ma anche chilometri e chilometri di tundre sconfinate, montagne, salite e discese, cammelli: “Posti che fino a poco tempo fa avevo letto solo nei libri, come Samarcanda ad esempio, e che invece mi sono ritrovato davanti agli occhi. Devo dire che ho sempre trovato persone molto ospitali: forse perché ero da solo e in bici. Ma spesso mi han-

no accolto in qualche taverna, nelle case e ho potuto alternare un materasso più confortevole a quello della tenda.” Spesso Giacomo si è fermato nei boschi, o in piccoli anfratti, e appena trovava un Wi-Fi pubblicava foto e aggiornamenti. Ma ora l’emozione cresce, i chilometri da fare si assottigliano ogni giorno di più. Poche miglia al traguardo: alla soglia dei 7 mesi di viaggio, Giacomo potrebbe essere arrivato a Pechino, proprio mentre voi state leggendo questo articolo, e la via del PePe sarà a breve una delle vie possibili da Pesaro alla Cina. Da Pechino poi, l’ultimo collegamento: le due Muraglie e, a quel punto, l’impresa sarà compiuta.


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SPORT

TALENTO AZZURRO ANNA SABLICH, STELLA IN ASCESA DEL BASKET NAZIONALE

DI ALICE MURI

Diciassette anni appena compiuti ed è già una promessa del basket femminile. Tre scudetti vinti con la Reyer Venezia, giocatrice della nazionale italiana, Anna Sablich, pesarese classe 2009, sta spiccando il volo verso una luminosa carriera. La passione per la palla a spicchi viene da lontano, come spiega la stessa Anna: “Tutto nasce da quando ero molto piccola,” dice. “Sono cresciuta in una città come Pesaro dove la pallacanestro è cultura. Quando ero piccolina seguivo ovunque i miei due fratelli più grandi che giocavano entrambi a basket e ogni volta che alle loro partite c’era una pausa di gioco scendevo in campo a tirare. Per me era una emozione unica. Appena ho preso il pallone in mano non sono più riuscita a staccarmi, anche da piccolina lo portavo veramente ovunque. Così mi sono appassionata tantissimo a questo sport e ho deciso di iniziare a giocare anche io.” Anna muove i suoi primi passi ai Bees di Pesaro: “Una esperienza


A SOLI DICIASSETTE ANNI, LA PESARESE ANNA SABLICH HA GIÀ CONQUISTATO TRE SCUDETTI CON LA REYER VENEZIA E LA MAGLIA DELLA NAZIONALE, INSEGUENDO UN GRANDE SOGNO DA LONTANO.

che mi ha veramente formato,” spiega la giocatrice pesarese. “È sicuramente grazie anche a loro che oggi sto vivendo questo mio bel percorso. All’inizio giocavo con i ragazzi e ho preso parte a tantissimi tornei maschili in tutta Italia, arrivando anche a giocarne qualcuno in Spagna. Poi a un certo punto, per una questione anagrafica, sono dovuta passare a giocare con le ragazze: il primo anno ho giocato all’Olimpia, sempre a Pesaro e poi ho deciso di intraprendere il mio percorso a Venezia, dove mi sono messa subito a lavorare sodo per proseguire nella mia attività. Qui ho raggiunto 3 scudetti,” spiega Anna Sablich. “Poi è arrivata la convocazione in Nazionale, che è stato l’apice del mio percorso professionale fino ad ora.” La pesarese parla poi dei suoi successi più importanti: “Non c’è un risultato in particolare a cui sono più legata, perché credo che tutti i risultati ottenuti siano dei tasselli della mia vita, che raccontano me e la mia esperienza.

Successi che con il duro lavoro in palestra, ogni giorno, sono riuscita a ottenere. Sicuramente tra le più grandi soddisfazioni ci sono gli Europei disputati con l’Under 16, dove siamo arrivate quarte.” Sablich parla anche del suo futuro: “Il mio obiettivo principale è continuare su questa strada e vedere dove mi porterà il basket, magari anche fuori dall’Italia,” dice. “Sono contentissima della scelta che ho fatto a 14 anni di lasciare casa per inseguire questo mio sogno e non tornerei mai indietro. Vorrei diventare una giocatrice di alto livello e lavorerò sodo per raggiungere questo obiettivo.” Nonostante da tre anni si sia trasferita a Venezia, Anna è molto legata alla sua Pesaro: “Qui sono cresciuta, ho la mia famiglia, gli amici storici e sono sempre contenta di tornare quando mi è possibile. Sono molto legata anche a Venezia, perché qui ho imparato a vivere da sola, ma Pesaro è una città che amo.”

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CULTURA

PALCO D’AUTORE RICCARDO POTO: ASCOLTARE, CREARE E CONDIVIDERE L’ARTE

DI DEBORAH PAPISCA

L’identità non è qualcosa che si indossa, ma una conquista che prende forma nel tempo. È il risultato delle esperienze vissute, delle scelte compiute e della capacità di rimanere autentici anche quando tutto sembra invitare a conformarsi. Pesarese, classe ’60, Riccardo Poto appartiene,

senza dubbio, a quella rara categoria di persone che non si allineano o si lasciano ingabbiare dalle convenzioni e continuano ostinatamente a creare, anziché imitare. Definirlo, del resto, non è semplice. Lui stesso rifugge etichette e ruoli precostituiti, preferisce

vivere il presente costruendo il futuro, senza ancorarsi al passato, né lasciarsi sedurre da quelle maschere sociali che troppo spesso soffocano l’autenticità. Ama l’imprevisto, l’emozione di ciò che nasce spontaneamente, che si tratti di un incontro, di una relazione o una canzone:

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CULTURA

AUTORE, COMPOSITORE E PRODUTTORE CHE HA COLLABORATO CON GRANDI NOMI DELLA MUSICA ITALIANA, DA RENATO ZERO A LUCIO DALLA, POTO HA FONDATO L’ASSOCIAZIONE ‘PALCO 50’ PER “DARE SPAZIO A CHI HA DAVVERO QUALCOSA DI AUTENTICO DA ESPRIMERE.”

“Una disposizione che richiede una buona dose di solitudine e profonda capacità di raccoglimento interiore. Solo facendo spazio al silenzio, infatti, può nascere lo stupore,” confessa. Il suo percorso affonda le radici nel mondo della musica, ma prima ancora degli incontri decisivi ci sono state le fondamenta. Un passaggio cruciale è stato l’approdo alla Fonoprint e l’incontro con Maurizio Biancani, figura di riferimento nel panorama della produzione musicale italiana. Accanto a Biancani, Riccardo Poto costruisce basi tecniche solide, assimila rigore, metodo e quella disciplina artigianale che rappresenta l’ossatura invisibile di ogni grande produzione. Su queste basi si innesterà l’incontro con Ivan Graziani, noto can-

tautore e chitarrista che gli trasmette non soltanto competenze legate alla produzione artistica, ma una visione più ampia e profonda del mestiere. Da lì arrivano collaborazioni con altri grandi nomi della musica italiana, da Eugenio Finardi a Renato Zero, fino a Raphael Gualazzi e Lucio Dalla. Eppure, in un ambiente spesso dominato da ego ingombranti e atteggiamenti divistici, Poto sceglie un’altra postura: quella dell’ascolto, del rispetto e della collaborazione. Per lui conta soprattutto la consapevolezza che le uniche cose di cui valga davvero la pena andare fieri siano quelle fatte con il cuore. Da questa visione nasce a Pesaro ‘Palco 50’, la sua terza associazione culturale, dopo ‘Music

Container’ negli anni Novanta e ‘Il Giardino delle Arti’ nel 2008. “Più che uno spazio fisico, ‘Palco 50’ è un manifesto culturale: la convinzione che la cultura non debba scendere dall’alto come qualcosa di elitario, ma essere condivisa, coltivata e fatta crescere, offrendo spazio e possibilità a chi ha davvero qualcosa di autentico e prezioso da esprimere,” dichiara. Teatro, musica, libri, stand-up comedy: linguaggi diversi che, tra le pareti di ‘Palco 50’, trovano un comune denominatore nella forza dell’espressione artistica: “La sfida più grande è sopravvivere e ritagliarsi uno spazio in una terra di mezzo, stretta tra le grandi produzioni e una proposta amatoriale dal respiro corto,” racconta Poto. Resistere, senza rinunciare alla libertà e restando fedeli alla propria visione, è forse la sfida più difficile. E forse anche la più bella perché il sogno di Riccardo Poto, in fondo, non ha nulla di monumentale. Non coincide con consacrazioni o riconoscimenti pubblici, somiglia, piuttosto, a un gesto semplice e profondamente umano: svegliarsi ogni mattina sapendo che esistono ancora idee da far nascere, progetti da accogliere, artisti da ascoltare. La vera consacrazione, per lui, arriva alla fine di ogni serata, quando il pubblico se ne va, il brusio si spegne e resta soltanto il silenzio. Riccardo rimette a posto le sedie, spegne i riflettori e chiude l’impianto audio. Nessun rito mondano, nessuna celebrazione post-evento. Solo la quiete di chi sa che ogni sipario che si chiude contiene già la promessa di un nuovo inizio.

IN QUESTE PAGINE, RICCARDO POTO, A LATO IN UNO STUDIO DI PRODUZIONE.

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