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Ravenna IN Magazine 03 2019

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Tariffa R.O.C.: Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in A. P. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, DCB - FILIALE DI FORLÌ - Contiene i. p. - Reg. al Tribunale di Forlì il 16/01/2002 n. 1 - EURO 3,00

R AV EN N A N° 3 LUGLIO/SETTEMBRE 2019

KELLER

Alice

IL DONO DELLA PAROLA

AGRISFERA / Agricoltura 4.0 PARCO MARITTIMO / Il rilancio dei lidi ravennati ASSOCIAZIONE ISTRICE / Siamo tutti climber


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EDITORIALE

SOMMARIO

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Ded ich ia mo la copertina di questo numero estivo ad Alice Keller, che ci racconta della sua avventura come libraia e scrittrice di successo per bambini. Parliamo di tecnologie innovative con la cooperativa Agrisfera e della riqualificazione dei lidi ravvenati grazie al progetto Parco Marittimo. Incontriamo il cantante Alessandro Ristori, leader dei Portofinos, e Adler Zuccherelli, il quale ha piantato un intero bosco nella pianura ravennate. Ricordiamo poi la lunga serie di eventi detta Trafila Garibaldina. Martina Liverani, scrittrice e foodblogger, ci racconta della sua passione per la scrittura e il cibo, mentre Martino Neri ci parla delle sue opere caratterizzate da un senso di lirismo. Intervistiamo l’Associazione Sportiva Istrice, che saluta il debutto dell’arrampicata sportiva alle Olimpiadi 2020, e Federica Zani, la quale dirige da oltre vent’anni FAENZ’a Danza. Buona lettura! Andrea Masotti

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ANNOTARE

Brevi IN

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ESSERE

Alice Keller

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INNOVARE

Agricoltura 4.0

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PROGETTARE

Il Parco Marittimo

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SUONARE

Alessandro Ristori

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EDIZIONI IN MAGAZINE S.R.L. Via Napoleone Bonaparte, 50 - 47122 Forlì Tel. 0543.798463 / Fax 0543.774044 www.inmagazine.it info@inmagazine.it

DIPINGERE

Martino Neri

DIRETTORE RESPONSABILE: Andrea Masotti REDAZIONE CENTRALE: Clarissa Costa, Gianluca Gatta, Beatrice Loddo COORDINAMENTO DI REDAZIONE: Roberta Bezzi ARTWORK: Lisa Tagliaferri IMPAGINAZIONE: Francesca Fantini UFFICIO COMMERCIALE: Gianluca Braga, Elvis Venturini STAMPA: La Pieve Poligrafica Villa Verucchio (RN) ANNO XVIII - N. 3 Chiuso per la stampa il 31/07/2019 Collaboratori: Chiara Bissi, Nicoletta Brina, Andrea Casadio, Anna De Lutiis, Serena Onofri, Aldo Savini. Fotografi: Lidia Bagnara, Francesco Bondi, Massimo Fiorentini.

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ARRAMPICARE

Associazione Istrice

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DANZARE

Federica Zani

SCOPRIRE

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Il bosco di pianura

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RICORDARE

Edizioni IN Magazine si impegna alla salvaguardia del patrimonio forestale aderendo al circuito di certificazione di FSC-Italia.

Tutti i diritti sono riservati. Foto e articoli possono essere riprodotti solo con l’autorizzazione dell’editore e citando la fonte.

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La Trafila Garibaldina

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SCRIVERE

Martina Liverani

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ANNOTARE

Enrico Brignano ONE-MAN-SHOW CERVIA Farà tappa a Cervia

Sirio sbarca IN BORSA RAVENNA L’azienda ravennate

Sirio è sbarcata sul mercato Aim di Borsa Italiana lo scorso 10 giugno. Un traguardo importante e un trampolino di lancio per la crescita futura, secondo l’amministratore delegato Stefania Aztori (nella foto). Sirio nasce nel 1993 a Ravenna come operatore professionale nel settore della ristorazione commerciale ospedaliera, fino a diventarne leader in Italia. Ha ampliato negli anni gli ambiti di competenza entrando nel 2006 nella ristorazione commerciale autostradale, nel 2012 nel segmento della ristorazione veloce fast food come franchisee del marchio Burger King in Italia, nel 2014 in quello aeroportuale e infine nel 2018 nel City Center Business.

La città A PORTATA DI APP RAVENNA Si chiama CityWay la nuova App gratuita a disposizione di cittadini e turisti che consente di trovare informazioni istituzionali sulla città, sugli uffici pubblici e sui servizi disponibili online, così come eventi, mercati e parchi cittadini, nonché riferimenti squisitamente turistici su cosa fare e vedere in città, itinerari e luoghi d’interesse. L’App è già attiva nei comuni di Ravenna e Faenza con contenuti in continuo aggiornamento ed, entro fine estate, lo sarà anche in quelli della Bassa Romagna e del Cervese. Grazie alla geolocalizzazione, spostandosi di comune in comune, CityWay sarà in grado di fornire informazioni personalizzate a seconda del luogo in cui ci si trova. La App contiene anche una parte dedicata alle imprese, una specie di elegante vetrina online in cui farsi trovare e lanciare in autonomia promozioni. “Dopo MyCicero e Satispay – ricorda l’assessore comunale Smart City Giacomo Costantini –, mi auguro che il progetto CityWay possa migliorare non solo la vita di cittadini e turisti, ma anche aiutare gli operatori a cambiare la loro mentalità imprenditoriale in termini gestionali-organizzativi, capendo che la loro forza rispetto al colosso Amazon è la relazione umana con la clientela”.

Enrico Brignano con il nuovo spettacolo carico di esilarante comicità, intitolato Un’ora sola vi vorrei. Un one-manshow che sfida e rincorre il tempo. L’intento è di replicare il grande successo di Innamorato perso, prodotto da Max Produzioni e Vivo Concerto, che ha fatto ridere ed emozionare il pubblico italiano nei palazzetti di ben 14 città lungo tutta la penisola. Messosi in evidenza fin dalle sue prime apparizioni televisive negli anni Novanta, Brignano si è distinto nel tempo sia come attore che come cabarettista. Per lui non solo tv e cinema, ma anche molto teatro, la sua grande passione. Nel 2013 è stato molto apprezzato anche per il suo doppiaggio di Olaf, nel film Disney Frozen – Il regno di ghiaccio. L’appuntamento con il noto comico romano è per sabato 7 settembre in piazza Garibaldi.

La nuova serie NETFLIX RAVENNA Uscirà nel 2020 la nuova serie originale Netflix, Summertime,

le cui riprese si stanno svolgendo nella riviera romagnola, tra Ravenna, Cesenatico e Rimini, per poi terminare a Roma. Si tratta di una moderna storia d’amore, ambientata d’estate, ispirata all’opera letteraria Tre metri sopra il cielo di Federico Moccia. Un’attrazione innegabile unisce Ale e Summer, due ragazzi che provengono da mondi molto diversi. Lui è un ex campione di moto, ribelle e deciso a riprendere in mano le redini della sua vita. Lei è una ragazza che rifiuta di omologarsi alla massa e sogna di volare lontano, ma sa di essere il collante della sua famiglia. Il loro amore sboccerà allo schiudersi dei primi ombrelloni sulla spiaggia e crescerà forte e vibrante assieme al sole dell’estate. Per entrambi, le vacanze saranno un viaggio indimenticabile che li porterà lontano da quello che erano prima di conoscersi.

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ESSERE

Il dono della

PAROLA

ALICE KELLER CI RACCONTA DELLA SUA AVVENTURA COME LIBRAIA E SCRITTRICE DI SUCCESSO PER BAMBINI, TRA FAVOLE E STORIE CHE VANNO AL CUORE DELLE EMOZIONI. di Anna De Lutiis / ph Lidia Bagnara

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La libreria per ragazzi aperta in via Mazzini a Ravenna, circa tre anni fa, ha un nome molto particolare che, in un primo momento, potrebbe far pensare al MoMA, il famoso museo di arte moderna di New York. Ma la storia del suo nome, Momo, è ben diversa ed è legata al celebre romanzo per ragazzi scritto nel 1973 da Michael Ende, lo stesso autore de La storia infinita. “Ci sembrò il nome più appropriato – racconta Alice Keller, classe 1988, una delle tre giovani donne che si sono avventurate nell’impresa della libreria –. La storia della bambina Momo, che a dispetto delle sue peripezie riesce a sollevare gli animi dei suoi interlocutori, ci ha suggerito anche lo slogan Va’ da Momo che ti passa”. Infatti la libreria è proprio a misura di bambini, non solo per il ricco assortimento di libri per ogni età, di piccoli peluche, ma anche di tavolini e minuscole seggiole per poter sfogliare i libri o giocare. Com’è nata l’idea di una libreria per ragazzi proprio a Ravenna, visto che lei è bolognese di nascita e vive a Cesena?

“Abbiamo capito, insieme a Sara Panzavolta e Veronica Fruttero, che un luogo come questo mancava a Ravenna: una libreria pensata proprio per i bambini. La nostra libreria è nata in viaggio e si è sviluppata pian piano, inf ine abbiamo raggiunto la meta. Ci siamo conosciute a Bologna all’Accademia Drosselmeier, durante un master per librai e giocattolai. Avevamo le idee confuse su cosa avremmo fatto ma un’unica certezza: l’interesse per la pagina scritta e illustrata e la voglia di lavorare con e per i bambini. Al momento del primo incontro Sara ha detto con coraggio: vorrei fondare la mia libreria per bambini. Questo era anche il mio desiderio e quello di Veronica. Ci siamo trovate. Veronica è l’illustratrice dei miei libri, e si sa quanto le immagini siano importanti per la letteratura per ragazzi, mentre Sara è più portata nel lavoro diretto, in particolare nel condurre gruppi di lettura”. Quando Alice racconta l’inizio di questa impresa sembra rivivere tutti i primi momenti dell’avventura. È una giovane donna minuIN MAGAZINE

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“HO SEMPRE LETTO MOLTO E LA SCRITTURA È UN CANALE D’ESPRESSIONE CHE HO SEMPRE SENTITO MIO, SIN DA BAMBINA – RACCONTA ALICE KELLER – E NOTO CON PIACERE CHE ANCHE OGGI I BAMBINI E I RAGAZZI AMANO AFFIDARE ALLA PAROLA SCRITTA I PROPRI PENSIERI”.

IN APERTURA, ALICE KELLER ALL’INTERNO DELLA LIBRERIA MOMO.

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ta, capelli cortissimi, un viso dagli occhi vivacissimi, completamente senza trucco, vestita con abbigliamento apparentemente casual ma ricercato nei particolari così come è sempre corretto e appropriato il suo modo di esprimersi. Lei è anche scrittrice e i suoi libri per bambini hanno avuto e continuano ad avere molto successo. Qual è il segreto? “La scrittura è un canale d’espressione che ho sempre sentito mio, sin da bambina, e noto con piacere che anche oggi i bambini e i ragazzi amano affidare alla parola scritta i propri pensieri. Ho sempre letto molto perché sono convinta che si scrive perché si legge. Ho provato, comunque, prima di dedicarmi completamente alla scrittura a fare teatro e musica, cose che mi sono tornate utili soprattutto quando ho deciso di dedicarmi alla letteratura per i ragazzi. La fascia d’età che mi interessa è senza dubbio quella che parte dai 3 anni ma arriva fino a 14-15. Non escludo, in futuro, di

dedicarmi anche agli adulti”. Alice parla con naturalezza delle sue esperienze che precedono la scrittura, ma sono state tappe importanti: ha fatto teatro andando fino in Danimarca per lavorare con il mitico Odin Teatret, ha collaborato con Fanny&Alexander, Teatro Valdoca, Teatrino Clandestino, e ha anche suonato il violoncello. Davvero tante esperienze che possono fare di supporto e facilitare la scrittura. Sono molti i titoli, a partire dal 2015 quando pubblica Hai preso tutto? edito da Sinnos, stessa casa editrice di Di becco in becco del 2016, entrambi illustrati dalla collega libraia di Momo, Veronica Fruttero. Nel 2017 esce per edizioni Camelozampa Nella pancia della balena. Tutti i titoli dei suoi libri sviluppano la fantasia. Da dove derivano, come sono ispirati? “Sembrano favole o storie di pura fantasia, ambientate nel tempo del c’era una volta, ma in realtà raccontano storie che conosciamo bene: genitori che sono spesso assenti, incapaci di rispondere alle domande dei loro figli, emozioni difficili da inquadrare, storie che hanno come scenario periferie o condomini di città. Per fortuna c’è sempre, come nel gioco delle carte, la possibilità che una carta vincente possa agevolare la vita, ed è qui che la scrittura interviene, a volte con un’invenzione gioiosa, altre entrando più profondamente nel personaggio”. Può fare un esempio concreto? “In Nella pancia della balena l’ispirazione mi è venuta vedendo la


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“I MIEI LIBRI – SPIEGA – SEMBRANO FAVOLE O STORIE DI PURA FANTASIA, AMBIENTATE NEL TEMPO DEL C’ERA UNA VOLTA, MA IN REALTÀ RACCONTANO STORIE CHE CONOSCIAMO BENE, COME GENITORI CHE SONO SPESSO ASSENTI O EMOZIONI DIFFICILI”.

IN QUESTE PAGINE, LA SCRITTRICE TRA I LIBRI ESPOSTI.

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scena di un saluto molto particolare tra una mamma e suo figlio, in stazione. Di loro non sapevo assolutamente nulla, ma ho iniziato a chiedermi tante cose sul loro conto. E così è nata l’idea del libro che parla di un bambino che viene abbandonato dalla mamma, che va a vivere per strada. È sempre molto interessante sentire il parere dei bambini, gli adulti pensano che la soluzione migliore sia dare il bambino in adozione, mentre i bambini fanno il tifo perché il protagonista vada a vivere con la madre, anche se in strada.

È quanto si verifica negli incontri che faccio, con bimbi e madri, anche qui in libreria. Per me è nuovo materiale per i libri futuri”. Con uno dei suoi libri, Controcorrente, ha partecipato al famoso Festival di letteratura a Mantova. I libri per ragazzi, in un mondo di alta letteratura: come si è trovata? “Abbiamo avuto un ottimo riscontro. Le domande dei bambini sono state molto belle ed è stato ancora una volta sorprendente sapere che molti di loro scrivono, magari senza che i genitori lo sappiano. Voglio aggiungere anche che la storia a fumetti di Gertrude Ederle, che nel 1926 attraversò la Manica a nuoto stabilendo un record imbattuto per 24 anni, ci inserisce in un filone oggi molto forte, quello dei libri che promuovono talenti femminili e pari opportunità. Basta vedere il successo, oggi, della squadra nazionale di calcio femminile!”. L’ultimo libro pubblicato, AFK, affronta problemi molto gravi e di grande attualità, quello dell’isolamento

dalla vita reale, soprattutto da parte dei giovani. “AFK è l’acronimo di Away From Keyboard e riassume l’essenza del romanzo. Il suo giovane protagonista è affetto da autismo ed è stato oggetto di bullismo per anni, ha smesso di andare a scuola e si è rifugiato nel mondo dei videogiochi dove è sufficiente una sequenza di comandi, senza coinvolgimento relazionale. Per i genitori era il Problema ma la sorella maggiore riesce a trovare il segreto per riportare il fratello alla realtà e alla vita. Una lezione che insegna a non sfuggire i problemi ma a risolverli, anche dopo tentativi sbagliati”. A proposito di incontri, lei ha tenuto anche numerosi corsi nelle scuole. Che tipo di esperienza è stata? “Ho concluso recentemente un progetto europeo nella scuola media di San Pietro in Vincoli: quindici appuntamenti ai quali gli studenti hanno partecipato volontariamente in orario extrascolastico. In programma: leggere, affrontare stili di diversi scrittori, allenare l’orecchio all’ascolto, infine scrivere. Alla Scuola Media Don Minzoni, invece, abbiamo affrontato soprattutto l’argomento poesia, anche questa un’esigenza tipica dei ragazzi, quella di poter comunicare anche attraverso brevi frasi. Per l’estate abbiamo un nuovo programma di collaborazione con il Parco Archeologico di Classe, letture di libri che sono in qualche modo collegati all’ambiente nel quale si svolgono gli incontri: Mare matto, L’Onda, La mia nave, Ulisse”. La sua creatività è sempre in fermento, anzi forse pure allenata dall’avere due bambini da seguire nel poco tempo libero. A quali nuove idee sta lavorando? “Anzitutto a un nuovo romanzo per ragazzi delle scuole medie, ma per ora è top secret. Ho delle nuove uscite per il 2020 di albi illustrati, fumetti, prime letture per scuole elementari e ancora un romanzo per ragazzi delle medie e per i licei che uscirà nel 2021”.


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INNOVARE

Agricoltura

4.0

PUNTARE SULLE TECNOLOGIE INNOVATIVE: È QUESTO L’IMPEGNO DI AGRISFERA, UNA DELLE PIÙ GRANDI COOPERATIVE AGRICOLE RAVENNATI, CHE HA ADOTTATO IL SISTEMA DELLE STALLE ROBOT. di Roberta Bezzi / ph Massimo Fiorentini

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L’

L’agricoltura continua a essere un fiore all’occhiello sul territorio ravennate e sono in crescita i giovani che decidono di investire nel settore. Stando ad alcuni dati Coldiretti, infatti, il settore in Emilia-Romagna è l’unico che ha fatto registrare un aumento di imprese guidate da Under 35. Il che lascia ben sperare sul futuro di un mercato non facile in cui, per restare competitivi, è necessario puntare sull’utilizzo di tecnologie innovative come sta facendo da anni Agrisfera; realtà agricola nata 112 anni, nel 1907, frutto di un lungo processo interno al mondo cooperativo ravennate, conclusosi con l’incorporazione nel settembre 2002 della C.A.B. di Voltana e Alfonsine. Attualmente, è la più grande cooperativa agricola ravennate con sede a Sant’Alberto, con un totale ricavi di oltre 13 milioni di euro, in costante crescita se si considera che nel 2007 erano di poco superiore agli 11 milioni. Agrisfera ha quattro anime, la prima e più importante, che copre il 35% delle attività, è quella agricola, con 4.000 ettari di terreno tra le province di Ravenna e Ferrara. Dal 2006, il 26% dei terreni – pari a circa 1.050 ettari – sono destinati all’agricoltura biologica. Di questi, la metà servono per alimentare i bovini di proprietà con cui l’azienda produce il latte biologico per il gruppo Granlatte-Granarolo. Agrisfera, infatti, oggi vale il 12% del latte biologico Granarolo. Va da sé che la zootecnia rappresenta la seconda anima dell’azienda, con un peso pari al 29%. La terza anima è poi la Tenuta Augusta, un vasto agriturismo nel Parco del Delta del Po, con ristoranzione, lago per pesca sportiva e area attrezzata per camper, mentre la quarta l’impianto di energie rinnovabili (Biogas), inaugurato nel 2011. “Il 2006 è stato l’anno della svolta verso l’innovazione, verso la cosiddetta agricoltura 4.0 – racconta il direttore generale Giovanni Giambi –. Ci siamo resi conto infatti che per continuare a essere competitivi è

“L’OPERAZIONE DI MUNGITURA – SPIEGA IL DIRETTORE GENERALE GIOVANNI GIAMBI – NON AVVIENE PIÙ IN MODO TRADIZIONALE MA MECCANICO. LO SCOPO È LA CONTINUA RICERCA E IL MIGLIORAMENTO DEL BENESSERE E DELLA SALUTE DELL’ANIMALE”.

necessario cambiare la mentalità dell’imprenditoria agricola. Il settore è oggi più complicato di un tempo perché, anche se si fanno sempre le stesse cose, è cambiato il modo e bisogna prestare più attenzione ai concetti di sostenibilità ambientale e qualità, giustamente cari al consumatore finale. Ora come ora l’imprenditore agricolo deve essere preparato e aggiornato, curioso e aperto alle novità, oltre a dimostrare una buona conoscenza del mercato e una grande capacità di organizzazione”. Il più grosso investimento è avvenuto l’anno scorso con l’inaugurazione delle prime stalle robot alla Fattoria Guiccioli di Mandriole: inizialmente due sono poi diventate otto, per un investimento complessivo di 1 milione e 50.000 euro, ossia di

A LATO, GIOVANNI GIAMBI, DIRETTORE GENERALE, IN UNA DELLE STALLE DI AGRISFERA.

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IN ALTO, ALCUNI CAPI DI BESTIAME DELL’AZIENDA AGRISFERA.

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circa 130.000 euro a robot. Del complesso di 1.100 capi, 570 sono le vacche in lattazione; di queste ultime 450 sono gestite in autonomia dai robot e 120 in sala mungitura tradizionale. “L’operazione di mungitura – spiega Giambi – non avviene più in modo tradizionale ma meccanico. Lo scopo è la continua ricerca e il miglioramento del benessere e della salute dell’animale. Infatti la mungitura non è più obbligata dall’uomo, ma effettuata in maniera più naturale e assecondando le esigenze dell’animale, in quanto sarà l’animale stesso a decidere quante volte e quando farsi mungere nell’arco delle 24 ore. Tutto questo comporta per l’azienda un aumento della produzione litri/ capo giornaliera e un minor costo

AGRISFERA È L’UNICA REALTÀ DELLA ROMAGNA AD AVER ADOTTATO, LO SCORSO ANNO, IL SISTEMA DELLE STALLE ROBOT, ANCORA POCO DIFFUSO ANCHE A LIVELLO NAZIONALE SE SI CONSIDERA CHE SOLO IL 10% DELLE AZIENDE DI SETTORE NE È DOTATO.

sulla gestione della mandria. La crescita è infatti stimata nell’ordine del 21%, passando quindi da 27 a 33 litri al giorno, con l’obiettivo di arrivare presto a 36”. Un risultato importante per Agrisfera che è l’unica realtà della Roma-


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“DI RECENTE ABBIAMO INSERITO UNA TRENTINA DI UNDER 30 NEL NOSTRO ORGANICO. IN CRESCITA ANCHE IL NOSTRO IMPEGNO NELLE SCUOLE CON L’AVVIO DI COLLABORAZIONI CON L’ISTITUTO AGRARIO DI RAVENNA E CON LE UNIVERSITÀ DI BOLOGNA E FIRENZE”.

gna ad aver adottato il sistema delle stalle robot, ancora poco diffuso anche a livello nazionale se si considera che solo il 10% delle aziende di settore ne è dotato. “Forse perché attirati dalle nuove opportunità legate all’agricoltura 4.0 – aggiunge Giambi –, mai

come in questi ultimi anni si è assistito a un così bel risveglio dei giovani. Di recente abbiamo inserito una trentina di under 30 nel nostro organico. In crescita anche il nostro impegno nelle scuole con l’avvio di collaborazioni con l’Istituto Agrario di Ravenna, da cui arrivano ogni anno una decina di ragazzi dal terzo al quinto anno per stage e alternanza scuola-lavoro, e con le università di Bologna e Firenze che ci segnalano studenti interessati a presentare tesi e approfondimenti sul settore agricolo. Il nostro è un mondo che sta cambiando e che può riservare piacevoli sorprese se si ha il coraggio di fare i giusti investimenti. Una volta imboccata, la strada dell’innovazione va praticata con costanza e caparbierà per vedere nel tempo i frutti”.

iFarming START-UP AGRICOLA RAVENNATE La start-up agricola ravennate iFarming si è fatta notare, lo scorso dicembre, aggiudicandosi il primo posto per la categoria start-up nell’ambito della quarta edizione del Premio Innovatori Responsabili della Regione Emilia-Romagna, con un progetto che implementa tecnologie e software per il monitoraggio e lo sviluppo delle pratiche agricole, grazie alle quali ottimizzare colture, sfruttamento delle materie prime e produzione. “L’azienda è nata nel settembre 2017 – racconta l’amministratore delegato Mirco Mattarozzi (a sinistra, nella foto) – con lo scopo di aiutare le imprese agricole a fronteggiare le nuove sfide come il cambiamento climatico, l’uso consapevole della chimica, un risparmio di risorse naturali preziose come l’acqua e l’impoverimento del suolo. In sostanza, per ridurre l’impatto ambientale dell’attività agricola. Disponiamo, infatti, di piattaforme informatiche e di apparecchi come sensori a terra in grado di misurare il potenziale idrico del terreno o come calibri per valutare la crescita dei frutti, oltre che di dispositivi che tengono sotto controllo le condizioni meteorologiche, ossia la temperatura, il livello di umidità e pressione. L’ultima frontiera sono poi i droni che offrono una visione dall’alto dei terreni coltivati”. iFarming offre consulenza ad

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aziende piccolo-medie di tutta Italia, dalla Puglia al Veneto, particolarmente sensibili a questo tipo di offerta. “Lavoriamo con 150 aziende già abituate a misurarsi con mercato di livello internazionale. – ricorda Mattarozzi –. E, continuando con i dati, abbiamo montato più di 350 dispositivi-centraline di monitoraggio. Nel 2018, abbiamo registrato qualcosa come 9 milioni di dati, ma quest’anno contiamo di fare meglio, dato nel primo semestre si è già superato i 10 milioni. Ci sono molti giovani che stanno entrando nell’agricoltura, attirati dalle interessanti opportunità di lavoro”. Mattarozzi sottolinea però che non sempre la giovane età è indice di una maggiore predisposizione all’uso di questo tipo di tecnologia. “Ci sono, a volte, persone mature più propense, dipende dal grado di apertura mentale. Se un tempo la tecnologia era più costosa e legata a investimenti pubblici, oggi è più accessibile. Basti pensare che con appena 500 euro si riesce a comprare una centralina meteo, in grado di rilevare informazioni preziose per gli agricoltori. Ovviamente se il terreno è vasto ne servono anche una decina, per prendere dati al punto giusto. Un accorgimento importante considerando che i cambi climatici sono sempre più forti e vanno governati”.


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Nasce il Parco

MARITTIMO

IL RILANCIO DEI LIDI RAVENNATI PASSA ATTRAVERSO LA RIQUALIFICAZIONE DEL LITORALE: NUOVA ILLUMINAZIONE, NUOVI PERCORSI CICLOPEDONALI, MENO AUTO E PIÙ SERVIZI DI TRASPORTO. ED È SOLO L’INIZIO.

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di Chiara Bissi / ph Massimo Fiorentini

Unici, come il complesso sistema delle pinete litoranee fra dune e stabilimenti balneari, fragili come l’intero territorio naturale ravennate: gli stradelli retrodunali dei nove lidi cambiano volto. In futuro non saranno più solo tratti sabbiosi per rapidi spostamenti da un bagno all’altro, ma diventeranno accessi attrezzati, percorsi ciclo pedonali sicuri e illuminati e permetteranno di godere appieno di un ambiente marino unico sulla Riviera romagnola. Questo l’intento del progetto vincitore del concorso internazionale di progettazione, assegnato nel 2018, che arriva alla fase esecutiva, almeno per quanto riguarda il primo stralcio, quello relativo a Marina di Ravenna e Punta Marina. La giunta comunale ha approvato la prima porzione del più ampio intervento di riqualificazione chiamato dai progettisti Parco Marittimo, con un impegno di spesa di quasi 6 milioni di euro e una previsione complessiva di oltre 10 milioni. Risorse accantonate dai proventi IMU delle piattaforme al largo di Ravenna. Tra la fine del 2019 e il 2020 verrà realizzato un percorso ciclopedonale largo 2,5 metri che corre

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continuo dietro gli stabilimenti balneari, seguendo le caratteristiche esistenti. Ci saranno passerelle in legno che attraversano le dune su strutture sopraelevate e parti a terra, con inserti naturali stabilizzati nelle vicinanze degli stabilimenti balneari e negli ingressi al mare provenendo dalla viabilità principale. Il sistema quindi realizza un nuovo piano di calpestio, capace di raccordare differenti quote altimetriche e facilita l’assorbimento delle acque piovane, salvaguardando gli stabilimenti balneari. Una fascia verde con specie autoctone accompagnerà il percorso e gli accessi con essenze tra i 30 centimetri e i 2 metri. Tre saranno le sequenze cromatiche preordinate e quindi visibili nel periodo di fioritura: rosa, da Marina centro fino allo stabilimento balneare Cocoloco; gialla, fino alla spiaggia libera; blu, fino a Punta Marina. L’attenzione alla salvaguardia della fascia retrodunale fa i conti anche con la necessità di rendere più sicure le aree prossime agli stabilimenti balneari nelle ore serali e notturne. Un tema sensibile, che preoccupa bagnanti, bagnini e i giovani frequentatori delle feste

IN ALTO, UN’IMMAGINE AEREA DEL PROGETTO.


L’INTERVENTO DI RIQUALIFICAZIONE PARCO MARITTIMO PREVEDE PASSERELLE CHE ATTRAVERSANO LE DUNE SU STRUTTURE SOPRAELEVATE E PARTI A TERRA CON INSERTI NATURALI STABILIZZATI NELLE VICINANZE DEGLI STABILIMENTI.

in spiaggia, spesso oggetto di furti. Il percorso ciclopedonale principale verrà illuminato lungo il margine che fiancheggia la pineta e in prossimità delle aree di sosta e parcheggio per evitare fenomeni di microcriminalità e spaccio. La necessità di un progetto di questa natura, che rinnova l’immagine turistica della costa ravennate risale a quasi dieci anni fa e molti altri Comuni sono al lavoro per mitigare gli effetti di una massiccia urbanizzazione costiera. Ravenna si confronta con un tema ambientale ben più complesso. “Per mesi i progettisti hanno lavorato a stretto contatto

con i tecnici comunali – assicura l’assessore ai lavori pubblici Roberto Fagnani –. Hanno incontrato le associazioni per il problema dei parcheggi e della sosta. Si tratta di uno dei progetti più ambiziosi degli ultimi anni. Ora lavoreremo alla fase esecutiva, dopo aver acquisito i pareri dei molti enti coinvolti; poi partirà l’appalto tra la fine dell’anno e l’inizio del 2020. Durante la stagione balneare procederanno solo le lavorazioni che non creano disagio a turisti e bagnanti. In parallelo verrà condotto a termine l’iter del secondo e terzo stralcio. Stiamo cercando una soluzione condivisa per l’accesso dei IN MAGAZINE

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PER RENDERLO SICURO E PER EVITARE FENOMENI DI MICROCRIMINALITÀ, IL PERCORSO CICLOPEDONALE PRINCIPALE VERRÀ ILLUMINATO LUNGO IL MARGINE CHE FIANCHEGGIA LA PINETA E IN PROSSIMITÀ DELLE AREE DI SOSTA A PARCHEGGIO.

IN ALTO, L’ASSESSORE ROBERTO FAGNANI, IN BASSO, LE PASSERELLE IN LEGNO.

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motoveicoli agli stabilimenti salvaguardando però lo spirito del progetto. Per quanto riguarda le auto la previsione è di ampliare le aree di sosta nelle località con il raddoppio del parcheggio scambiatore di via Trieste e di potenziare il servizio navette”. A vincere la sfida progettuale è stato il raggruppamento tempo-

raneo guidato dal capogruppo Agence Ter, con sede a Parigi, e i mandanti Paisà Architettura del Paesaggio Stignani Associati s.r.l., Studio Tassinari e Associati, M.s.t.a. Studio tecnico associato. Se il primo stralcio vedrà la luce tra il 2019 e il 2020, il secondo interesserà le aree retrostanti gli stabilimenti balneari di Casalborsetti, Lido Adriano, dove è prevista anche la riqualificazione della piazza principale, Lido di Dante, Lido di Savio, Lido di Classe che a fine lavori mostrerà viale Caboto rinnovata; il terzo di Marina Romea e Porto Corsini. Un intervento che ridisegnerà quindi il profilo di 35 chilometri di costa connettendo il sistema vallivo e la rete fluviale alla pineta e a cordoni dunosi parzialmente integri. Una scelta avvenuta anni fa che distingue in maniera radicale le località balneare del comune di Ravenna da tutte le altre che si di-

spiegano verso Sud fino a Cattolica. Sostenibilità ambientale, attività turistiche e ricreative, servizi marittimi e portuali sono gli elementi fondanti di un delicato e complesso sistema economico che interessa e impiega migliaia di ravennati. “Si tratta di un progetto strategico per la riqualificazione di tutti lidi – commenta il sindaco Michele De Pascale - e per il rilancio del turismo balneare, tanto che abbiamo deciso di candidarlo al bando regionale per la promozione dell’innovazione del prodotto turistico e della riqualificazione del distretto costiero. Siamo quindi consapevoli di trovarci davanti a una sfida, che è quella di coniugare sviluppo economico e sostenibilità. La affrontiamo mettendo in campo un progetto che restituisce alla mobilità dolce l’area retrostante gli stradelli”.


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SUONARE

Musica

DA RE

ALESSANDRO RISTORI, LEADER DEI PORTOFINOS, DOPO L’ESIBIZIONE AL MATRIMONIO DI CHARLOTTE CASIRAGHI E I CONCERTI ESTIVI ENTRERÀ IN STUDIO PER UN NUOVO DISCO DI COVER E PEZZI ORIGINALI.

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di Serena Onofri

Insieme ai suoi Portofinos, il cantante faentino Alessandro Ristori si è guadagnato gli onori della cronaca mondana per aver allietato, con le classiche canzoni della musica italiana e internazionale, uno degli eventi più attesi dell’anno: il matrimonio di Charlotte Casiraghi, figlia della principessa Carolina di Monaco, e del produttore cinematografico francese Dimitri Rassam, figlio della nota attrice Carole Bouquet. Montecarlo è ormai la seconda casa dell’artista romagnolo, se si considera che suona con il gruppo tutti i giovedì al Twiga di Flavio Briatore. Com’è stato partecipare da protagonista alle nozze dell’anno? “Entusiasmante. In realtà, il matrimonio è stata una normale festa: sembrava di essere fra amici. Alla fine dello spettacolo, è stato stupendo vedere il principe Alberto di Monaco venire a complimentarsi e a parlare con noi in un clima di grande cordialità: è davvero una grande persona che cura molto il rapporto umano”. Vi è stata chiesta qualche canzone in particolare? “La scaletta che abbiamo presentato non è stata cambiata e,

quindi, l’esibizione è stata come un nostro normale concerto sia come repertorio sia come spettacolo. Mi sono anche aperto la camicia fino all’ombelico come faccio sempre… Siamo partiti con Un’estate fa e abbiamo chiuso con Come prima omaggiando la musica italiana. Molto apprezzate sono state Black is black e Be my Baby, mentre come bis ci è stata chiesta My way, una canzone benaugurante anche per il loro futuro”. In realtà, non era la prima volta davanti ai reali di Monaco. “No. Proprio il mese prima avevamo suonato per il Ballo della Rosa allo Sporting Club Montecarlo. Un’altra esperienza memorabile”. Come nasce la passione per la musica e più in particolare per il rock’n’roll? “In verità sono figlio di un teddy boy e quindi di quella subcultura giovanile nata in Inghilterra che imita lo stile in voga durante l’epoca edoardiana riproposto dai sarti di Savile Row dopo la seconda guerra mondiale. A casa, c’erano i dischi di quella cultura: Little Richard, Bill Haley, il Celentano dei primi tempi...”


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“ALLA FINE DELLO SPETTACOLO, È STATO STUPENDO VEDERE IL PRINCIPE ALBERTO DI MONACO VENIRE A COMPLIMENTARSI E A PARLARE CON NOI IN UN CLIMA DI GRANDE CORDIALITÀ. È DAVVERO UNA GRANDE PERSONA CHE CURA MOLTO IL RAPPORTO UMANO”.

IN QUESTE PAGINE, ALESSANDRO RISTORI, LEADER DEL GRUPPO PORTOFINOS.

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Come ti sei avvicinato alla musica da bambino? “Grazie alla mia maestra a scuola che, già in prima e seconda elementare, ci faceva cantare a più voci”. Hai seguito un percorso formativo specifico? “Non proprio. Musicalmente, mi è sempre piaciuto suonare la chitarra e scrivere di mio pugno i brani, anche se non posso definirmi un vero chitarrista. A livello di studi, invece, dopo il diploma di ragioniere, mi sono iscritto all’Università al corso di Economia del Turismo, che ho mollato dopo pochi esami perché già avevo iniziato a lavorare”. Che rapporto hai con la tua terra? Ha influito sulla tua carriera da artista? “Sono innamorato della Romagna, da bambino recitavo anche in dialetto. C’è poi da dire che questo è il posto giusto per spe-

rimentare e imparare a lavorare sul palco”. Il tuo mito per eccellenza è Elvis Presley. Cosa vuol dire crescere con un punto di riferimento del genere? Ci sono altri cantanti a cui ti ispiri? “Elvis è e sarà sempre il Re. I maestri sono tanti, l’importante è riuscire a reinterpretare qualcosa che loro ci trasmettono. Ho certamente preso molto anche da artisti quali Celentano, Dean Martin, Tom Jones, Fred Bongusto”. Quali consigli daresti ai giovani musicisti che vogliono fare della musica il loro mestiere? “Come avviene per lo sport, credo che tutto vada fatto partendo da una passione. Certamente il sostegno iniziale dei propri familiari è importante in un mondo già così difficile, nel tempo però la passione deve essere affiancata da un talento. Bisogna capire se qualcuno è interessato ad ascoltare o a guardare ciò che si sta facendo: questa è la chiave di volta. Se si è convinti ma anche disposti a modificare qualcosa, allora vale la pena andare avanti, sempre.” Qual è stato il tour più bello? Progetti futuri? “Dovrò chiudermi in studio in autunno, per registrare cover e pezzi originali. Ho notato che, dopo essermi esibito al matrimonio di Charlotte Casiraghi, l’interesse per qualcosa di mio è aumentato. Per esempio, un mio brano come La donna uomo, uscito nel 2012, oggi è molto più apprezzato. Tutto ha un suo momento”.


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GIAN LUCA CANESTRINI PREZIOSA PROFESSIONALITÀ

GIANLUCA CANESTRINI, ESPERTO DI OROLOGI FAMOSI E DI PIETRE PREZIONE, PROPONE NEL SUO NEGOZIO A RAVENNA OROLOGI VINTAGE E GRIFFE PRESTIGIOSE.

IN ALTO, GIAN LUCA CANESTRINI NEL SUO NEGOZIO. IN QUESTE PAGINE, ALCUNI MODELLI DI OROLOGI E GIOIELLI GRIFFATI.

Per chi vuole regalarsi o donare un pezzo unico, che sia un gioiello o un orologio, in grado di restare nella memoria per sempre, il posto giusto è il negozio GL di Gian Luca Canestrini in via Carlo Cattaneo 14 a Ravenna. Discreto e appartato quanto basta per fare un acquisto importante con la giusta privacy, ma al contempo centrale e a pochi passi da via Cavour e dai monumenti Unesco. Fiore all’occhiello dell’attività sono gli orologi vintage e i secondo polso di griffe prestigiose, così come i raffinati gioielli dagli anni Quaranta agli anni Ottanta, unitamente a ricercati oggetti di argenteria Sheffield. Da quasi quarant’anni, Canestrini esercita la professione con passione e competenza. Tutto è iniziato infatti nel lontano 1981 con una piccola gioielleria a Predappio, a pochi chilometri dalla natìa Civitella di Romagna. L’avventura è poi proseguita a Forlì all’interno della Galleria Vittoria, e di seguito a Ravenna, nella centrale via Cavour a

partire dal 1997. Da dieci anni a questa parte, la sede della gioielleria-orologeria è in via Cattaneo. “Questa è un angolo di Ravenna che amo molto, suggestivo e poetico – racconta Canestrini –. La strada è centrale e facilmente raggiungibile e, in più, si è creata una bella sinergia con i commercianti vicini”. In tutti questi spostamenti, Canestrini ha avuto la fortuna di portarsi dietro i suoi più affezionati clienti, provenienti da tutta la Romagna, oltre che di trovar-


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DA QUASI QUARANT’ANNI, CANESTRINI ESERCITA LA PROFESSIONE CON PASSIONE E COMPETENZA. TUTTO È INIZIATO INFATTI NEL LONTANO 1981 CON UNA PICCOLA GIOIELLERIA A PREDAPPIO. DA DIECI ANNI A QUESTA PARTE, LA SEDE DELLA GIOIELLERIA-OROLOGERIA È IN VIA CATTANEO, A RAVENNA.

ne di nuovi che hanno saputo apprezzare la sua esperienza e professionalità. Non è facile, infatti, trovare un esperto di orologi famosi e di pietre preziose. “Il più bel complimento – ricorda Canestrini – è quando le persone mi dicono che vengono da me perché si fidano. Di questi tempi, non è cosa da poco, soprattutto quando ci si avvicina a un acquisto importante come un orologio di alte griffe. Solo con l’esperienza, la pazienza e la giusta preparazione si riesce a riconoscere l’autenticità di un pezzo di valore. Il mercato del secondo polso è in forte crescita, soprattutto quello dei Rolex, un marchio che consegna molto lentamente – prosegue –. I profani sono portati a pensare che basti verificare la garanzia, che attesta l’originalità del prodotto, per essere certi di ciò che si acquista. Ma non è così: l’orologio va valutato attentamente nel suo complesso, sia a livello estetico, sia nei suoi meccanismi interni. Può capitare infatti che, durante una revisione, siano stati montati pezzi assemblati che ne diminuiscono il valore”. “Un altro luogo comune – aggiunge – è che si possa risparmiare con un seconda mano. In realtà, non è così: diversamente dalle auto, gli orologi di lusso non si svalutano nel tempo se il proprietario se ne prende cura. Anzi, alcuni pezzi vintage sportivi particolari, spesso introvabili, possono raggiungere cifre ragguardevoli, soprattutto se oltre alle certificazioni si sono conservate le scatole, i

cartellini e tutti i dettagli originali”. Anche in materia di gioielli, il negozio di Canestrini si distingue: accanto a pezzi di produzione propria moderni e innovativi, vi sono anelli, collier e bracciali vintage, trovati nelle più prestigiose fiere di settore, per la gioia di chi sogna qualcosa di esclusivo e di poco commerciale. “Il mercato è molto cambiato in questi anni – spiega il gioiellere Canestrini –. Anzitutto è rallentato,

Ravenna - Via Carlo Cattaneo, 14 Tel. 0544 219047 - luca.canestrini@libero.it

perché la gente ha una minore propensione agli acquisti. Poi si è in gran parte uniformato, con l’avvento dei centri commerciali e di prodotti standardizzati in cui la qualità delle pietre è molto discutibile. Per questo la gente è contenta di venire da me: sa che non deludo mai, proponendo prodotti artigianali e finemente lavorati che si conciliano con l’idea di bellezza che normalmente si associa a un gioiello”.


SCOPRIRE

Il bosco

DI PIANURA CHI HA IL POLLICE VERDE COLTIVA ORTI O UN GIARDINO. ADLER ZUCCHERELLI, INVECE, HA PIANTATO UN INTERO BOSCO, PRESTO APERTO AL PUBBLICO. QUESTA È LA SUA STORIA.

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di Chiara Bissi / ph Massimo Fiorentini

Non ci sono segreti nel bosco che Adler aveva piantato 25 anni fa tra l’incredulità generale di parenti e amici. “All’inizio pensavano fossi matto – racconta Zuccherelli –, non capivano perché volessi piantar alberi invece di

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coltivare la terra, come per altro avviene nei campi attigui di proprietà della famiglia. Poi mio padre e i fratelli mi hanno aiutato. Ora so che le mie figlie e i nipoti ne avranno cura”. Tra filari di alberi e vegetazione spon-


ROMAGNA

2019

AWARD

Incontrarsi, condividere, crescere.

tanea ora vive un sogno coltivato con amore. La pianura ravennate non ha più spazio per i boschi, da tempo distese di campi a perdita d’occhio accolgono colture intensive, ordinate con il ritmo delle stagioni. Ma Adler Zuccherelli, micologo per passione e per professione, ha cambiato il destino del suo appezzamento di terreno e della sua vita dopo la pensione. Così a Carraie, nelle campagne ravennati, è tornato il bosco: querce, frassini, pioppi, olmi e decine di altre specie arboree e arbustive che caratterizzano la vegetazione spontanea della pianura romagnola sono disposti in 16.000 metri quadrati, circa un ettaro e mezzo. Si tratta di oltre un migliaio di piante ad alto fusto e arbustive messe a dimora in quattro fasi a partire dal 1994. “Nel 1992 cominciai a piantare in vivaio ghiande, pinoli e semi – racconta Zuccherelli –. Sono figlio di contadini e, dopo la formazione scolastica, lavorai al dipartimento prevenzione igiene pubblica dell’Ausl, alla vigilanza sanitaria. In seguito feci un corso per la conoscenza dei funghi utile al servizio di controllo, il lavoro così è diventato una passione. Una volta terminata la vita lavorativa sapevo che non avrei fatto l’agricoltore pensionato”. Con gli alto fusto, con i pini e i pioppi, comparvero fra le tante piante nostrane anche l’alloro, il ligustro, i ginepri, il tamerice, la

marruca, il corniolo, il nocciolo e il noce. La prima eccezione furono tre corbezzoli, tipici di zone collinari e della costa tirrenica. La ricerca di Zuccherelli si concentrò infatti sulle specie autoctone, a partire dalle querce, poi però trovarono posto anche la roverella, il cerro, le qualità da sughero. “Con le farnie cercavo la rovere, la tipica quercia di Romagna. Ma con stupore mi accorsi che non si trovavano più le piante, l’agricoltura intensiva le aveva fatte scomparire, nemmeno la Forestale era in grado di aiutarmi. Riuscii, non senza fatica, a scovare gli esemplari che mi servivano”. Così nel 1994 fu la volta di 3.500 metri quadrati, nel 2004 di 5.000 mq, nel 2007 di 4.000 mq e infine nel 2013 l’ultima piantumazione con il querceto da 3.500 mq. Per le prime tre messe a dimora arrivò un piccolo contributo economico della Provincia e una serie di prescrizioni per la collocazione in file distanti non più di tre metri. La disposizione del querceto nasce invece da scelte di Adler che ha inserito 10 specie italiane, fra le quali due dalla piana del Salento e una dall’Italia centrale, grazie al dono di ghiande da residenti e amici. Fino a completa fioritura Zuccherelli nella parte più recente non procede al taglio dell’erba, che avviene da agosto in avanti per favorire la biodiversità e la presenza di insetti utili, mentre nella zona più vecchia non entra più

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NELLA PAGINA PRECEDENTE, ADLER ZUCCARELLI. IN ALTO, UNA VISTA DEL BOSCO RICREATO NELLA PIANURA RAVENNATE.

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con il trattore da più di 10 anni, selezionando a mano. “Con il caldo vento dell’Ovest nel bosco si sente solo il rumore delle fronde, all’interno la temperatura è più bassa. Quando piove, dal bosco non esce acqua, tutto viene trattenuto dal sostrato e dall’apparato fogliare. È estremamente gradevole attraversarlo in estate e in inverno. Lo sanno anche i rapaci notturni, le volpi, gli istrici, le faine”. A 70 anni compiuti, Adler si gode il bosco e i funghi che vi abitano, sapendo che ci vuole tempo per ottenere i risultati sperati da una terra per secoli arata, seminata, impoverita da colture intensive. “Ho selezionato materiale fungino, mettendolo a fermentare nei sacchi del terriccio poi utilizzato nei vasi dove mettevo a dimore le giovani piante. Ma a distanza di tempo ho censito cento specie che in gran parte non sono quelle che avevo scelto: la natura fa ciò che vuole. Abbiamo pensato

“CI VUOLE TEMPO PER RAGGIUNGERE RISULTATI. HO SELEZIONATO IL MATERIALE FUNGINO, MA A DISTANZA DI TEMPO HO CENSITO CENTO SPECIE CHE IN GRAN PARTE NON SONO QUELLE CHE AVEVO SCELTO: LA NATURA FA CIÒ CHE VUOLE”.

anche di organizzare delle visite guidate per far conoscere questa esperienza. Sarei felice di regalare da novembre a febbraio ghiande e piantine a chi vorrà provare a creare un bosco di pianura. In autunno torneranno le visite guidate, con me ci sarà Matteo Mingazzini, guida ambientale di Romagna Sentieri, giornalista e addetto stampa. Sarà tempo di funghi, di colori e frutti del sottobosco”.


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RICORDARE

Garibaldi

IN FUGA

LA TRAFILA GARIBALDINA CREÒ UN GRANDE E NUOVO MITO FONDANTE DELL’IDENTITÀ DELLA ROMAGNA MODERNA: UNA TRAGICA FUGA CHE BEN PRESTO SI AMMANTÒ DI ROMANTICISMO.

di Andrea Casadio / ph Massimo Fiorentini

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Vedendo le spiagge brulicanti e spensierate nella canicola vacanziera fra Cesenatico e Comacchio, è difficile immaginare come dovettero apparire esattamente 170 anni fa questi stessi luoghi, allora deserti e solitari, al manipolo di disperati che vi approdarono casualmente nella loro fuga dagli eserciti delle maggiori potenze europee. Era la fine di luglio del 1849, e sull’Italia si stendeva placida la prima estate di quiete dopo la grande tempesta rivoluzionaria che aveva sconvolto la penisola e tutta l’Europa nei due anni precedenti. Neppure un mese prima era terminata l’epopea della Repubblica Romana di Giuseppe Mazzini, caduta sotto i colpi dell’intervento francese contro la città eterna. Ora solo Venezia, in tutta Europa, continuava (ancora per poco) a tenere accesa la fiammella della rivoluzione. E verso la Serenissima era diretto il gruppo che seguiva Giuseppe Garibaldi, reduce appunto dalla difesa di Roma, nella sua marcia verso Nord. Il generale era partito dalla capitale la sera del 2 luglio, mentre l’Assemblea Costituente promulgava, come pura testimonianza ideale, una costituzione destinata a restare lettera morta. Incalzato da quattro eserciti (francese, austriaco, spagnolo e napoletano), aveva percorso l’Italia centrale alla guida di una colonna via via decimata dalle diserzioni, ed era giunto il 31 luglio a S. Marino alla testa di 1.500 uomini. Si trattava però di un rifugio assai precario. La presenza del fuggiasco, infatti, con gli austriaci che già occupavano la Romagna circondando il territorio della Repubblica, metteva in serio pericolo la sicurezza del Titano. Di fatto, al generale non restava altra scelta che sciogliere la legione e rimettersi in cammino insieme ai 250 uomini superstiti e alla moglie Anita, incinta e febbricitante. La trafila in terra romagnola aveva così inizio. Dopo una marcia attraverso le colline, la

sera del primo agosto il gruppo dei fuggiaschi giunse a Cesenatico. Qui, con un colpo di mano, prese il controllo del porto, custodito da pochi soldati pontifici, e sequestrò tredici imbarcazioni. All’alba del 2 agosto la piccola f lottiglia salpò verso Nord, ma giunta all’altezza di Goro venne intercettata e bombardata da una squadra navale austriaca. Alla fine, otto barche si arresero. Altre cinque riuscirono invece a prender terra sulla spiaggia fra Volano e Magnavacca (ribattezzata poi Porto Garibaldi in ricordo di quegli eventi). Qui i passeggeri si dispersero. Ugo Bassi e Ciceruacchio (il prete rivoluzionario e il ca-

IL GENERALE GIUSEPPE GARIBALDI ERA PARTITO DALLA CAPITALE LA SERA DEL 2 LUGLIO, MENTRE L’ASSEMBLEA COSTITUENTE PROMULGAVA, COME PURA TESTIMONIANZA IDEALE, UNA COSTITUZIONE DESTINATA A RESTARE LETTERA MORTA.

popolo romano compagni di fuga di Garibaldi) andarono incontro al destino che li avrebbe portati di lì a poco davanti al plotone di esecuzione. Maggiore fortuna arrise invece al generale, che, sbarcato da solo con Anita e il maggiore Gian Battista Culiolo (detto Maggior Leggero), trovò rifugio in un capanno abitato da una povera vedova di nome Caterina. A questo punto entrò in azione Gioacchino Bonnet, capitano della guardia civica e leader dei liberali comacchiesi. Questi, incontrato sulla spiaggia Leggero, coordinò la fuga attraverso le valli, recandosi anche a Ravenna, la sera stessa del 3 agosto, per concertare il da farsi con l’ingegner Giovanni Montanari. Il mattino del 4 agosto i fuggiaschi ripartirono dunque attraverso le valli,

IN APERTURA, IL MONUMENTO A GIUSEPPE GARIBALDI IN PIAZZA DEL POPOLO, RAVENNA.

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e dopo cinque ore di traversata giunsero al guado del Po di Primaro, dove li attendevano i ravennati. Un passaggio di consegne avvenuto in un’atmosfera quanto mai drammatica, dal momento che le condizioni di Anita erano ormai disperate. Nel tardo pomeriggio la donna venne trasportata in calesse alla vicina fattoria Guiccioli, nei pressi di Mandriole, dove era in attesa il medico di S. Alberto. Oramai, però, non c’era più nulla da fare: Anita spirò poco dopo il suo arrivo, fra la comprensi-

ANITA SPIRÒ POCO DOPO IL SUO ARRIVO A MANDRIOLE. IL SUO CORPO FU SEPOLTO ALLA MEGLIO NELLA VICINA LANDA DELLA PASTORARA, DOVE FU RINVENUTO DA UNA RAGAZZINA POCHI GIORNI DOPO. LE SPOGLIE FURONO POI RIESUMATE DA GARIBALDI STESSO.

bile disperazione di Garibaldi. Il suo corpo fu sepolto alla meglio nella vicina landa della Pastorara, dove fu rinvenuto casualmente da una ragazzina pochi giorni dopo. Ospitate nel cimitero di Mandriole, le spoglie della donna furono poi riesumate da Garibaldi stesso dieci anni dopo, nel settembre del 1859, durante un suo nuovo ma ben diverso viaggio nella Romagna ormai sabauda. Quel 4 agosto del ’49, però, gli imperativi della fuga incalzavano. Quella sera stessa il generale riprendeva il cammino che lo avrebbe condotto attraverso le campagne ravennati, fra boschi e paludi, beffando le pattuglie austriache grazie alla capillare catena di appoggi e di complicità predisposta da Montanari e attuata dai suoi collaboratori. Dopo la sosta in alcune case di S. Alberto il 5 agosto, il giorno 34

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seguente i fuggitivi trovarono ricovero nel capanno del Pontaccio (oggi meglio noto come il Capanno di Garibaldi), dove furono raggiunti da un inviato di Montanari, Jufina. Questi, la sera del 7, li guidò oltre il Candiano e Porto Fuori fino alla fattoria Pergami, nei pressi di Savio. Qui Garibaldi, ancora speranzoso di potersi imbarcare per Venezia, sostò per due giorni. Quando però apparve chiaro che il progetto era ormai impraticabile, e che si imponeva una fuga attraverso la Toscana, la notte del 9 agosto il gruppo riprese

IN BASSO, IL MONUMENTO AI CADUTI PER L’INDIPENDENZA IN PIAZZA ANITA GARIBALDI, RAVENNA.


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NEL FORLIVESE GARIBALDI TROVÒ ALTRI SOSTEGNI, CHE SCORTARONO LA SUA FUGA ATTRAVERSO L’APPENNINO FINO ALLA TOSCANA, A SUA VOLTA PUNTO DI IMBARCO VERSO LA SALVEZZA DEFINITIVA. DOPO 25 GIORNI FINIVA COSÌ IL LUNGO PERCORSO.

IN BASSO, IL CAPANNO DEL PONTACCIO, DETTO DI GARIBALDI.

la strada per Ravenna, attraverso la pineta di Classe, per giungere poche ore dopo alle porte della città. Il generale sostò fino al 12 agosto in due case di borgo S. Rocco, appena fuori il Portonaccio, per poi trasferirsi in una fattoria fra le risaie di Porto Fuori, dove rischiò di tradirsi di fronte ad alcuni braccianti quando sentì parlare di lui e del ritrovamento del cadavere di Anita. Nel frattempo, i suoi angeli custodi si erano accordati con i liberali forlivesi per passare a loro il testimone della trafila. E così, la sera del 14 agosto, Garibaldi salì

sul calesse che, percorrendo la Ravegnana, lo doveva condurre a Forlì, dove giunse dopo che a Coccolia l’oste del paese era riuscito a distrarre i gendarmi locali offrendo loro laute libagioni di vino al momento del passaggio dei fuggiaschi. A quel punto, la fase ravennate della Trafila si era conclusa. Nel forlivese Garibaldi trovò altri sostegni, che scortarono la sua fuga attraverso l’Appennino (la figura più celebre è senza dubbio quella del parroco di Modigliana don Giovanni Verità) fino alla Toscana, a sua volta punto di imbarco verso la salvezza definitiva. Finiva così, dopo 25 giorni e un percorso lungo e tortuoso, l’episodio più celebre del Risorgimento romagnolo. Sfrondata dagli orpelli e dalle ingessature di un secolo e mezzo di celebrazioni, resta la realtà di una vicenda che ebbe effettivamente del miracoloso: l’evento con cui la grande politica nazionale, indossando gli abiti romantici della fuga e del dramma d’amore, creò un grande e nuovo mito fondante dell’identità della Romagna moderna.

Il Capanno DI GARIBALDI Nella lunga lista dei luoghi-simbolo del passaggio di Garibaldi in Romagna, quello più emblematico è senza dubbio il Capanno del Pontaccio in Via Baiona, 192, oggi ancora ben conservato e visitabile da marzo a ottobre. Questo era nel 1849 un modesto capanno da caccia, come tanti delle valli, costruito pochi decenni prima. Nel 1867 venne acquistato dalla società dell’Unione Democratica, che ne curò il restauro e la conservazione. Da allora il capanno divenne luogo di pellegrinaggi pubblici e di riti informali, perpetuati tuttora dalla Società conservatrice del Capanno di Garibaldi, fondata appositamente a tal fine nel 1882. Benché l’edificio di oggi non sia in effetti quello originale, dal momento che nel 1911 un incendio ne impose la ricostruzione completa, il luogo, ombreggiato dai pini e immerso nella valle a relativa distanza dai vicini impianti industriali, conserva intatta la sua suggestione.

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SCRIVERE

Prima di tutto

IL PALATO MARTINA LIVERANI, SCRITTRICE E FOODBLOGGER, HA UNA PASSIONE INNATA PER LA SCRITTURA E PER IL CIBO, CHE COLTIVA TRA TRADIZIONE E SPERIMENTAZIONE.

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Ruota attorno alla parola cibo la vita della faentina Martina Liverani, 41 anni, giornalista, scrittrice e foodblogger, curiosa del mondo enogastronomico ma non solo. Ed è intorno al tavolo di un bar che ha preso corpo il progetto Dispensa, rivista di generi alimentari e generi umani che ha conquistato l’interesse internazionale. Al punto che, nel 2017, si è aggiudicata in Cina la medaglia d’argento ai GWCA – Gourmand World Cookbook Awards nella sezione Food Magazine, che ne fa la seconda rivista del mondo a livello gastronomico e la prima in Europa, oltre a guadagnarsi la segnalazioni nelle varie guide di settore. Com’è nato l’interesse per il cibo e perché? “In realtà, è nata prima la mia passione per la scrittura, dato che fin da bambina mi piaceva raccontare storie. Nel tempo, ho cercato di farne una professione partendo proprio dal cibo. Inizialmente pensavo fosse un caso, poi mi sono accorta che ero come predestinata. I miei nonni avevano un negozio di generi alimentari a Brisighella, dove in pratica ho giocato e sono cresciuta, dando libero sfogo alla mia fantasia. Da

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di Roberta Bezzi

quel negozio, circondata da buon cibo, ho iniziato a guardare il mondo. Questo imprinting ha segnato il mio futuro. Oggi, scrivere di cibo è un modo per parlare di persone, di viaggi, di vita vera”. Dalla collaborazione con importanti riviste di settore alla creazione del semestrale Dispensa e di una propria casa editrice. Com’è stato il passaggio? “Ho iniziato quindici anni fa, lavorando come freelance per Mondadori e Condé Nast, e tuttora scrivo per la Repubblica, Sale e Pepe e altre testate. Mi sono resa conto che nelle redazioni apprezzavano soprattutto le mie idee. Così, a un certo punto, mi son detta: perché non investire su una mia idea che magari funziona? Nel 2012, tornando dal negozio dei nonni ormai scomparsi, ho avuto una rivelazione, nel senso che mi è stato evidente perché scrivo di cibo e che io ero e sono quella cosa lì. Così, ho pensato a una rivista mia, rigorosamente cartacea”. Una scelta controcorrente nell’epoca del Web... “Sì, ma consapevole. Ci sono pochi magazine belli sul cibo in Italia, diversamente dall’estero,

dove pubblicano cartacei con un approccio da rivista da collezione. Insieme a dei fidati collaboratori, che hanno aderito con piacere al progetto, il numero zero è stato messo in piedi in un anno. Un altro azzardo? Far vivere Dispensa senza pubblicità. Non la vogliamo sia per estetica, sia perché io non so vendere pubblicità. Abbiamo scelto la distribuzione solo online con vendita per abbonamento o con acquisti anche di un singolo numero”. A livello di contenuti, in cosa si differenzia? “I numeri sono monografici con temi concettuali per guardare il cibo da un’angolazione diversa. E poi storie di generi alimentari e generi umani. Niente ricette, no recensioni, no apologie dei grandi chef, per essere differenti dagli altri”. In questi anni, ha trovato il tempo di scrivere anche due libri. Il primo è 10 Motivi per non cominciare una dieta (Laurana Editore). Perché? “Ho affrontano un tema oggi molto attuale riguardante gli stereotipi di immagine estetica che noi donne dovremmo soddisfare. Spesso ce la prendiamo con il cibo e ci sottoponiamo a suppli-


“SPESSO CE LA PRENDIAMO CON IL CIBO E CI SOTTOPONIAMO A SUPPLIZI PUNITIVI, DIMENTICANDO INVECE CHE L’IMPERFEZIONE NON DOVREBBE ESSERE GUARDATA CON ORRORE PERCHÉ È UN TRATTO DELLA BELLEZZA NATURALE DELLE DONNE VERE E VITALI, FELICI”.

zi punitivi, dimenticando invece che l’imperfezione non dovrebbe essere guardata con orrore perché è un tratto della bellezza naturale delle donne vere, vitali e con la voglia di essere felici. Uscito nel momento in cui imperava la dieta Dukan, è stato un libro di cui si sentiva il bisogno”.

Poi è arrivato il romanzo Manuale di cucina sentimentale (Baldini&Castoldi, 2013). “In questo caso, ho usato il cibo come scusa per raccontare la storia di tre amiche: una foodblogger imprigionata nel corpo di un avvocato, una giornalista di moda sovrappeso con l’ossessione della dieta e una bio-donna integralista del chilometro zero”. Cosa rappresenta per lei la tavola? “Il più antico e anche moderno e contemporaneo dei social network. Attorno a un tavolo, possono nascere grandi relazioni umane perché il cibo avvicina, elimina le barriere e stimola condivisione e fratellanza”. Qual è il suo piatto preferito? “Adoro la pizza che mangerei anche tutti i giorni. È un cibo così universale che il termine pizza non ha bisogno di traduzioni. Ma

sono molto legata anche ai sapori della nostra terra, a partire dai passatelli”. Si definisce una sperimentatrice in fatto di cibo? “Sì. Ho assaggiato di tutto, formiche comprese. Il mio palato è disinibito”. Le piace cucinare? “Lo faccio il più possibile nel poco tempo disponibile, visto che per lavoro sono spesso a cena fuori. Ma non seguo mai ricette precostituite, mi piace inventare”. Cosa pensa del proliferare delle trasmissioni televisive legate al cibo e alla cucina? “Riflettono l’interesse crescente delle persone per il settore. Non mi piace tutto del circo food, come si definisce in gergo, ma non bisogna generalizzare. Alcuni programmi e documentari sono ben fatti, come Chef’s Table su Netflix”. IN MAGAZINE

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DIPINGERE

Le Spie

DELL’IO LA PITTURA DI MARTINO NERI, FRUTTO DI CONTAMINAZIONE TRA APPARENTE REALISMO E AMBIENTAZIONE SENZA TEMPO, È CARATTERIZZATA DA UN INTENSO LIRISMO, DEPOTENZIATA DALLE CONNOTAZIONI DEL DETTAGLIO CRONACHISTICO. di Aldo Savini / ph Lidia Bagnara

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Nel giro di alcuni decenni le gallerie d’arte storiche di Ravenna, per motivi diversi, hanno chiuso i battenti. La stessa sorte è toccata a Ninapì, Nesting Art Gallery, la galleria di Via Pascoli 31. Nonostante abbia avuto una vita breve, poco più di cinque anni, è stata la più innovativa del panorama locale, sia per la locazione degli allestimenti – gli ampi locali abbandonati di una ex tipografia – sia per le coraggiose scelte espositive di Chiara Fuschini, rivolte a giovani artisti che si muovevano in una prospettiva internazionale. Tra le ultime mostre, nel 2015, merita una segnalazione quella del giovane artista faentino Martino Neri (classe 1986), con opere che delineavano il suo percorso creativo dalla fine dell’Accademia, dove era approdato dopo una vicenda scolastica non proprio lineare. Aveva frequentato per tre anni a Faenza il Liceo socio pedagogico per poi abbandonarlo essendosi reso conto che quella non poteva essere la sua strada ed era passato all’Istituto d’Arte per la ceramica Ballardini. Lì ha trovato insegnanti, tra i quali Sebastiano Paxia, Alessandra Bonoli e Roberto Fabbri, che hanno contribuito alla sua formazione offrendogli i giusti stimoli ed elogiando il suo impegno e la sua coerenza, anche se la ceramica non rispondeva alla sua sensibilità come la pittura. Dopo una breve parentesi, sono seguiti gli anni dell’Accademia di Belle Arti a Firenze, conclusa con una tesi sulla Fenomenologia delle arti contemporanee, un periodo decisivo per trovare la sicurezza e la consapevolezza di ciò che avrebbe voluto fare e che ben si evince in una sua dichiarazione di intenti e di poetica: “Ho sempre cercato di affrontare il lavoro della ricerca pittorica come una sorta di diario per immagini, dove un racconto quotidiano viene descritto non

con le parole, ma con una serie di rappresentazioni, che rispondono a una loro logica linguistica. Cerco di trasformare sensazioni, emozioni, profumi e paesaggi, tramite un processo simile a quello adottato dai simbolisti, in figure iconiche ma assolutamente antinaturalistiche”. La contaminazione tra un apparente realismo e un’ambientazione statica e senza tempo conferisce un intenso lirismo alla sua pittura, vagamente metafisica e depotenziata dalle connotazioni del dettaglio cronachistico. La presenza di alcuni

“COME UN DIARIO PER IMMAGINI, CERCO DI TRASFORMARE SENSAZIONI, EMOZIONI, PROFUMI E PAESAGGI, TRAMITE UN PROCESSO SIMILE A QUELLO ADOTTATO DAI SIMBOLISTI, IN FIGURE ICONICHE MA ASSOLUTAMENTE ANTINATURALISTICHE”.

elementi figurativi isolati, immersi in un paesaggio desolato e silenzioso dove non compare presenza umana ma solo tracce di un suo passaggio, come l’albero rinsecchito eppure vitale, la cabina, la casetta bianca e il lampione, sono, come afferma l’artista, spie dell’io, una via che apre a una visione introspettiva. Nei lavori più recenti compaiono inquietanti palloni volanti, derivati dai palloni spaventapasseri, deformati quasi fossero comparse di alieni provenienti da altri spazi per interferire nel suo paesaggio esistenziale, accentuandone la dimensione straniante, sia per l’aspetto estetico che formale.

IN APERTURA, L’ARTISTA MARTINO NERI CON, ALLE SUE SPALLE, UN’OPERA.

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ARRAMPICARE

Siamo tutti

CLIMBER

NEL 2020 L’ARRAMPICATA DEBUTTERÀ ALLE OLIMPIADI DI TOKYO. L’ASSOCIAZIONE ISTRICE È LA PIÙ DINAMICA REALTÀ DEL SETTORE. L’OBIETTIVO È FAR DIVENTARE RAVENNA CENTRO FEDERALE ITALIANO DI ARRAMPICATA.

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di Roberta Bezzi / ph Massimo Fiorentini

A salutare con gioia e trepidazione il debutto dell’arrampicata sportiva alle Olimpiadi di Tokyo del 2020 è certamente l’Associazione sportiva Istrice di Ravenna, antesignana di tale disciplina in Italia, che vanta un curioso slogan: “La riviera romagnola non è adatta all’arrampicata, ma noi non lo sappiamo e quindi arrampichiamo lo stesso”. Per chi ancora non la conoscesse, è nata nel 1990 su iniziativa di Ariano Amici che, per sedici anni, ha ricoperto la prestigiosa carica di presidente della FASI (Federazione Arrampicata Sportiva Italiana). A lui si deve anche la costruzione della famosa Torre di Marina di Ravenna, una parete artificiale alta fino a 13 metri con una superficie arrampicabile di circa 300 metri quadrati. Un tempo situata di fianco al Bukowski, era usata solo come struttura estiva, mentre ora – dopo il trasloco alla pista di atletica in via del Marchesato – viene sfruttata tutto l’anno per la preparazione atletica degli agonisti. L’Associazione si avvale anche della palestra di arrampicata Garibaldi, in viale Santi Baldini a Ravenna, dove tutto è iniziato. Si tratta della struttura di riferimento per gli

allenamenti di lead e speed e per i corsi rivolti ad adulti e bambini, oltre a ospitare i raduni e le gare di tutte le specialità. La palestra è dotata di pan gullich, system wall e una piccola grotta per chi si vuole allenare su tetto e forte strapiombo. Le pareti sono alte fino a 8 metri e offrono vie di varia pendenza e difficoltà. C’è poi la Tana dell’Istrice in via Adige, che è la sala boulder con oltre 150 metri quadrati di superficie arrampicabile con blocchi di tutte le difficoltà su diverse pendenze, dall’appoggiato al tetto e circuiti per la resistenza. Attualmente, l’Associazione conta più di 300 atleti, fra cui spiccano i nomi di Ludovico Borghi, campione italiano di speed Under 14; di Francesca Vasi, medaglia d’oro in Coppa Europa lo scorso 19 maggio e convocata nella squadra nazionale, privilegio che spetta anche a Filippo Maresi. A dispetto di quanto si possa pensare, l’arrampicata è uno sport in forte crescita che piace in egual misure a maschi e femmine, con queste ultime più brave a eccellere. Ma, cosa si intende per arrampicata sportiva? “Significa arramIN MAGAZINE

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A DISPETTO DI QUANTO SI POSSA PENSARE, L’ARRAMPICATA È UNO SPORT IN FORTE CRESCITA CHE PIACE IN EGUAL MISURE A MASCHI E FEMMINE, CON QUESTE ULTIME PIÙ BRAVE A ECCELLERE. L’ARRAMPICATA SPORTIVA È UNO SPORT ALLA PORTATA DI TUTTI.

picare senza l’utilizzo di alcuno strumento artificiale che aiuti nell’ascesa – spiega Alessandro Vallicelli, presidente di Istrice dal 2017 –. Il che vuol dire usare solo mani e piedi, ma sempre in sicurezza, ovviamente con corda e rinvii in parete. Tre sono le specialità in gara che il grande pubblico avrà modo di scoprire anche alle Olimpiadi: leed, speed e boulder”. Il leed è l’arrampicata classica, cioè la salita con la corda dal basso su parete; l’obiettivo è raggiungere il punto più in alto possibile del tracciato. Nelle gare, la classifica viene determinata dall’ultima presa raggiunta. Lo speed è la specialità più spettacolare ma meno tecnica, dove conta il tempo di salita, seguendo un tracciato identico. Il boulder, infine, è la più esplosiva dell’arrampicata: prevede la salita senza corda, ma con l’ausilio di materassi di protezione. Lo scopo, in tal caso, è raggiungere il top, ovvero l’ultima presa nel minor numero di tentativi. Purtroppo ci manca una parete da speed, che è di 16 metri e con la giusta inclinazione, e non di 13 come nella nostra Torre – ricorda Vallicelli –. Il che significa che i nostri atleti sono costretti spostarsi verso Faenza o Bologna. Malgrado questo, riusciamo ad avere il campione Under 14 di speed. Ecco perché da tempo ci stiamo impegnando, coinvolgendo le istituzioni, per costruire una nuova parete, per fare diventare Ravenna un centro federale italiano di arrampicata sportiva in vista 44

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di Tokyo 2020. I giochi olimpici rappresentano un grande sogno per chi ama questo meraviglioso sport, oltre che un bel traguardo e riconoscimento per chi si è dato da fare da anni come il nostro ex presidente Amici”. L’arrampicata sportiva è uno sport alla portata di tutti. L’importante è sbloccarsi, soprattutto mentalmente, per apprezzare la scalata. “Accettiamo tutti, dai bambini di sei anni in su – conclude Vallicelli –. Offriamo una prova gratuita. Dopodiché chi lo desidera, potrà iscriversi a un corso per principianti per poi progredire nei vari livelli”.

IN APERTURA, LA TORRE DI ARRAMPICATA DI MARINA DI RAVENNA. IN BASSO, ALESSANDRO VALLICELLI, PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE ISTRICE.


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DANZARE

Il ballo

E PER TUTTI FEDERICA ZANI DIRIGE DA OLTRE 20 ANNI FAENZ’A DANZA, UNA SCUOLA DOVE CONVIVONO DANZA CLASSICA, MODERNA E CONTEMPORANEA CON ALLIEVI DI TUTTE LE ETÀ, DAI TRE ANNI AGLI ADULTI. di Nicoletta Brina / ph Francesco Bondi

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Federica Zani (nella foto a destra), faentina di nascita, con un curriculum denso di esperienze e riconoscimenti in qualità di danzatrice al fianco di volti noti del panorama internazionale, da oltre vent’anni affianca alla professione l’attività didattica e la direzione artistica delle scuole FAENZ’a Danza. In ambito didattico vanta numerosi premi ottenuti con le scuole sia in Italia che all’estero – recentemente al Barcelona Dance Award 2018 – nonché l’avvio di diversi allievi alla carriera di insegnanti e danzatori. Da circa un decennio inoltre è presidente e membro di giuria in concorsi nazionali e internazionali di danza. Lei si è diplomata all’Accademia Nazionale di Danza di Roma. Che cosa ricorda dei suoi inizi nella danza? “Di aver avuto la fortuna di danzare quando ancora in Italia il mondo coreutico offriva ai giovani ballerini tante opportunità. Questo fervore artistico mi ha permesso di incontrare maestri, coreografi e danzatori che mi hanno arricchita sia umanamente che professionalmente, potendo così raccogliere tante soddisfazioni, nonostante non abbia mai danzato all’interno di un teatro stabile o ente lirico”. Qualche anno dopo, con l’arrivo di suo figlio, ha sentito l’esigenza di rallentare l’attività di danzatrice a favore di ritmi più tranquilli. “Sì. Ancora fresca di diploma, ho voluto mettere a frutto il mio bagaglio di esperienze all’interno di una scuola, in qualità di insegnante e direttrice. Ed ecco, da un ventennio, FAENZ’a Danza”. Un segreto del buon successo è la collaborazione con artisti e altre realtà. Quali? “La scuola si è avvalsa della collaborazione di artisti importanti, tra cui anche André De La Roche, alcuni dei quali continuano a essere docenti ospiti. Sul terri-

torio collaboro come coreografa dai primi anni 2000 con il Conservatorio Musicale Bruno Maderna, per opere liriche, inserite col progetto Primo palcoscenico nel cartellone musicale del Bonci di Cesena, e con il Laboratorio di Scenografia del melodramma dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, nell’ambito dello stesso progetto. Questo ha permesso a gruppi di allievi di FAENZ’a Danza, di confrontarsi con una realtà teatrale di alto profilo”. Molto stretto è poi il legame con la Federazione Nazionale Associazioni Scuole di danza. “Sì, perché FAENZ’a Danza è stata tra i fondatori, occupandosi di progetti tra scuole di danza e scuole istituzionali, mettendo in rete il lavoro scolastico con quello pomeridiano-ricreativo dei ragazzi, realizzando spettacoli per la regia di Arturo Cannistrà, già danzatore di ATERballetto. Supportiamo inoltre l’associazione Cosmohelp, Onlus faentina che aiuta i bambini che necessitano di grossi interventi chirurgici, so-

“SONO ORGOGLIOSA DI AVER AVVIATO TANTI ALLIEVI A FARE DELLA DANZA UNA PROFESSIONE: ALCUNI DI LORO COME DANZATORI IN ITALIA E ALL’ESTERO, ALTRI COME INSEGNANTI. TRA QUESTI ALCUNI SONO TUTT’ORA NELL’ORGANICO DELLA SCUOLA”.

stenendoli economicamente nel periodo dell’intervento in sinergia con enti ospedalieri”. Quanti talenti sono sbocciati nella sua scuola? “Sono orgogliosa di aver avviato tanti allievi a fare della danza una professione: alcuni di loro come danzatori in Italia e all’estero, altri come insegnanti. Tra questi alcuni sono tutt’ora nell’organico della scuola, tra cui la bravissima Sara Buratti e mia figlia Adria Nora, altri invece lavorano in diverse scuole della zona o in Italia”. IN MAGAZINE

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ADVERTORIAL

VIALE DELLA LIRICA LUNGO LA STRADA DEI SAPORI PASTICCERIA AL DUOMO, L’ARTIGIANALITÀ CHE ACCOMPAGNA LA VITA CON DOLCEZZA.

CAFFETTERIA DELLA LIRICA, AL SERVIZIO DEI RAVENNATI, DALLA COLAZIONE ALL’APERITIVO.

L’estate 2019 alla Pasticceria Al Duomo ha il sapore del buon gelato artigianale di qualità e di un vasto assortimento

di semifreddi; fra le novità da non perdere la cheesecake al mojito dal gusto fresco e profumato per una dolce pausa

365 giorni all’anno, 800 brioche servite ogni mattina, la Caffetteria della Lirica dalle 5 accompagna la colazione dei ravennati, siano lavoratori in cambio turno, artigiani, impiegati, imprenditori o persone in cerca di un buon inizio. Ferragosto, Natale o le domeniche prima di correre al mare la Caffetteria della Lirica c’è sempre, con quattro metri di vetrina su più piani, dove trovano posto brioche con farine integrali e grani antichi, vegane, ma anche golose farciture allo zabaione, al pistacchio, panna e fragole. Le giornate dei fratelli Fabrizio e Maurizio Pirazzini e del loro gruppo composto da 12 persone sono scandite da veri e propri assalti fino all’ora di pranzo, garantito dal servizio ristorante con due cuoche dal lunedì al venerdì; poi dalle 18,30 preparano gli aperitivi arricchiti da una fornitissima

cantina, sempre a disposizione per la mescita e l’asporto. Alle 20 arriva il momento della chiusura perché alle 2 si ricomincia. La Caffetteria della Lirica è già all’opera per accogliere il risveglio dei ravennati.

da vivere nel dehor o negli accoglienti spazi interni. Dal gennaio 2001, l’attività è gestita dalle sorelle Patrizia e Maria Teresa Bacchi e dai rispettivi mariti, Maurizio Ciribolla e Mario Maccalli, i due pasticceri. Insieme hanno portato la tradizione artigianale e uno stile impeccabile fuori dal centro storico e con creatività ed entusiasmo hanno rinnovato l’immagine della pasticceria, ormai per tutti punto di riferimento di Viale della Lirica, dopo l’abbandono della rivendita di via Port’Aurea, avvenuto nel 2014. Così la Pasticceria Al Duomo accompagna i momenti più dolci della vita dei propri clienti con torte nuziali, torte pensate per cerimonie e per occasioni speciali, fino ai piccoli mignon e al piacere quotidiano di dolci lievitati, biscotti e brioche realizzate con lievito madre, vero vanto di famiglia.


ADVERTORIAL

DOLCE VITA WINE BAR, RICCHI E SFIZIOSI APERITIVI CON DRINK ED ETICHETTE SELEZIONATE.

Al mattino è un tranquillo bar per colazioni e pasti veloci in una zona di grande movimento, ma è dalle 18 che il Dolce Vita Wine Bar cambia aspetto: dal bianco e nero dei propri arredi si accende dei colori dei tantissimi clienti che lì scelgono di chiudere la giornata con un ricco e apprezzato apericena. Nei tavoli collocati all’esterno e all’interno del locale vengono serviti drink di frutta fresca dai profumi intensi, cocktail garantiti da un’ampia selezione di Gin e di Vermouth e da una ricca cantina di vini selezionati con etichette internazionali e nazionali, provenienti da piccole ma solide realtà artigianali. Il tutto accompagnato da un vasto assortimento di stuzzichini e sorprese golose. La proposta così spazia dai drink di tendenza fino alle ultime novità come alcuni rossi serviti freschi da frigorifero a temperatura controllata. E poi

ancora si possono apprezzare distillati, grappe, whisky e rhum. Un angolo di paradiso per Cecilia e il socio Massimo

che con Laura e Ornella ogni sera servono aperitivi e animano con passione la serata dei ravennati.

Daniele Speranza e Lorenzo Andreottini. “Ormai il sushi non è più solo una moda – affermano – ma una proposta gastronomica che sta entrando nella consuetudine alimentare italiana.

Da noi c’è gente che ritorna anche due o tre volte la settimana, perché mangiare piatti a base di riso, pesce e pollo, gli alimenti più antichi e apprezzati al mondo, non compromette il proprio desiderio di restare in forma”. Da Azuki Sushi è possibile provare menù d’asporto, con la formula del take-away, o pranzare/cenare comodamente nel locale. Le materie prime sono scelte con grande attenzione, mentre la preparazione dei singoli piatti è sempre molto accurata. Ogni nuovo abbinamento di pesce, frutta e verdura è provato più volte dallo staff per vedere se funziona. Oltre a sfiziosità varie preparate tutti i giorni, da Azuki Sushi si trovano anche alcuni piatti della tradizione giapponese introvabili altrove, come l’Okonomiyaki, un pancake salato con cavolo cappuccio e scaglie di tonno molto apprezzato.

AZUKI SUSHI, LA TRADIZIONE GIAPPONESE PREPARATA CON MATERIE PRIME DI QUALITÀ.

Materie prime di qualità e creatività sono i punti di forza di Azuki Sushi in via della Carmen 3 a Ravenna, ristorantino giapponese, nato nel 2016 dalla passione per i viaggi e per la cucina nipponica dei due soci,


ADVERTORIAL

L’ALMA IN CITTÀ, LA CUCINA PER CHI ALLA TRADIZIONE ROMAGNOLA NON SA RINUNCIARE.

ACQUAPAZZA, I SAPORI DEL SALENTO, TRA MENÙ DI PESCE E PROFUMATE FOCACCE.

La migliore cucina romagnola non ha stagioni e la gastronomia L’Alma in Città è l’oasi perfetta per chi alla tradizio-

ne non sa rinunciare neanche in estate. Uno stile quello del titolare Michele Foschini, per anni socio dell’Alma, ristorante

L’estate in città ha il sapore dei piatti della rosticceria di pesce & panetteria Acqua Pazza. Per trovare i profumi del mare e la tradizione della cucina salentina basta fermarsi da Samuel e Alessia che offrono, insieme alla mamma Mimma, la qualità di un ristorante ma con una formula informale che prevede la possibilità di consumare il cibo sul posto, oppure garantisce in alternativa l’asporto. Oltre al menù apprezzato dai clienti abituali, ogni giorno è possibile trovare proposte alternative in base alla stagionalità dei prodotti. Tra le proposte di pesce sono da provare gli antipasti freddi e caldi, la chitarra allo scoglio, il risotto di mare, il fritto misto dell’Adriatico, gli spiedini, il pescato del giorno, il crudo tutti i venerdì o su ordinazione. AcquaPazza è anche una riven-

dita di pane dove assaggiare focacce salentine di produzione propria, focacce bianche, con pomodorini e farcite, e ancora biscotti, crostate alla crema di nocciole o alla marmellata.

storico di famiglia a Marina di Ravenna, che ha fatto breccia in uno dei quartieri più dinamici della città. A farla da padrone sono i primi piatti: tagliatelle e cappelletti, strozzapreti, garganelli, gnocchi, strichetti conditi con un vasto assortimento di sughi, dal più estivo ragù bianco agli strigoli, al ragù di castrato, al formula classica o con piselli o agli asparagi in stagione. Per finire con i tortelli burro e salvia e le lasagne al forno. Il tutto affiancato da insalate di mare ma anche di farro e orzo, polpo e patate, verdure bollite o alla griglia. Tanti poi i secondi che seguono la stagionalità dei prodotti. Ai clienti resta la scelta se ordinare e portare via le pietanze da asporto oppure gustare i piatti all’interno del locale, o all’esterno nello spazio attrezzato.


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Ravenna IN Magazine 03 2019 by Edizioni IN Magazine srl - Issuu