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Romagna24Economia n.2 AGROALIMENTARE 2026

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DOSSIER AGRIFOOD

Dossier Agrifood

in questo numero:

Romagna terra di agricoltura pagina 3

Macfrut, la vetrina italiana dell’ortofrutta pagina 11

“Agricoltura in ripresa, le imprese investono” pagina 15

Dop e Igp, un gioiello da 3,9 miliardi pagina 21

“Agricoltura centrale ma l’alluvione pesa ancora” pagina 23

Legacoop protagonista della food valley pagina 25

Agricoltura 4.0, imprese sempre più smart pagina 29

Ortofrutta, l’export raggiunge i 6,7 miliardi pagina 33

Apofruit, nel 2025 il biologico corre pagina 37

Selenella, la patata di qualità conquista il mercato pagina 40

Conserve Italia, la frutta e la verdura a regola d’arte pagina 41

Gruppo Amadori, pollo Campese a gonfie vele pagina 44

Caviro, ricavi a quota 351 milioni pagina 45

Nel complesso, l’agroalimentare regionale vale circa 37 miliardi di euro, di cui oltre 10 miliardi destinati all’export, ed è la seconda voce dell’export dell’Emilia-Romagna, dopo meccanica e meccatronica. Sul territorio operano oltre 53mila imprese agricole e agroalimentari, di cui circa 4.500 dell’industria alimentare, mentre la produzione lorda vendibile agricola si attesta intorno ai 6 miliardi di euro. Il solo comparto agricolo della Romagna vale tra 1,2–1,4 miliardi di produzione lorda vendibile, cioè circa un quarto della agricola dell’intera Emilia-Romagna. L’agroindustria romagnola (trasformazione alimentare e bevande collegata all’agricoltura), invece, vale complessivamente poco meno di 2 miliardi di euro di fatturato complessivo lungo le principali filiere. I produttori agricoli sono alle prese con mercati sempre meno stabili ma cercano con l’innovazione, e con il sostegno di politiche regionali di incentivazione, di reggere in un mercato sempre più complesso e in un contesto reso ancora più difficile da cambiamenti climatici che mettono a dura prova la volontà di intraprendere. Intanto, le imprese si concentrano, e come mette in luce questo speciale di Romagna24Economia, guardano con sempre maggiore attenzione alle innovazioni dell’agricoltura di precisione e alle potenzialità dell’intelligenza artificiale.

MENSILE DI ECONOMIA, AFFARI, IMPRESA E SOCIETA’

L’ortofrutta made in Italy

Da 65 anni sulla scena nazionale ed europea.

12 stabilimenti di produzione e 11 centri di ritiro e stoccaggio.

Specializzazione sui principali prodotti ortofrutticoli italiani.

Una produzione di oltre 132.500 tonnellate di ortofrutta fresca.

Adozione dei sistemi di “produzione integrata” per oltre il 70% della produzione.

Leader nel settore della “produzione biologica”.

Apofruit Italia è socia del Consorzio Patata Italiana di Qualità, proprietario del marchio Selenella®
Apofruit Italia è socia di Dulcis Kiwifruit Company proprietaria del marchio Dulcis™

Romagna terra di agricoltura

Valore

della produzione tra 1,2 e 1,4 miliardi

Nel complesso, l’agroalimentare regionale vale circa 37 miliardi di euro, di cui oltre 10 miliardi destinati all’export, ed è la seconda voce dell’export dell’Emilia-Romagna, dopo meccanica e meccatronica. Sul territorio operano oltre 53mila imprese agricole e agroalimentari, di cui circa 4.500 dell’industria alimentare, mentre la produzione lorda vendibile agricola si attesta a 6 miliardi di euro. Il solo comparto agricolo della Romagna (Ravenna, ForlìCesena, Rimini) vale nell’ordine di 1,2–1,4 miliardi di euro di produzione lorda vendibile (Plv), cioè circa un quarto del- è un la PLV agricola dell’intera Emilia-Romagna. A questo dato contribuisce la provincia di Forlì-Cesena (circa 570 milioni di euro), la provincia di Rimini (146 milioni di euro) e quella di Ravenna (circa 600 milioni di euro).

La trasformazione si attesta intorno ai 2 miliardi di valore

Da parte sua, in Romagna l’agroindustria (trasformazione alimentare e bevande collegata all’agricoltura) vale complessivamente poco meno di 2 miliardi di euro di fatturato complessivo lungo le principali filiere, a seconda di come si

definisce il perimetro (solo industria di trasformazione o intera filiera agroalimentare locale).

Nel frattempo la rete delle imprese agricole esistenti – elaborazione a cura dell’Osservatorio economico e sociale della Camera di commercio della Romagna – Forlì-Cesena e Rimini su dati Infocamere – continua a contrarsi. Nel giro di 10 anni le imprese in Romagna sono passate da 16.892 a 13.736, con una flessione del 18,7% che equivalgono a 3.156 aziende in meno. E anche su base annuale, tra fine 2024 e fine 2025 la flessione continua ad una media del 2,3% con il venir meno di 319 aziende. La flessione più consistente su base decennale si registra nella provincia di Ravenna (-20,9% pari a 1.536 aziende in meno), Forlì-Cesena si ferma al -18% (1.247 aziende in meno) mentre Rimini perde ‘solo’ il 14,3% delle imprese (373 unità produttive in meno). Si tratta di un calo che non porta ad una minor superficie coltivata ma che è la diretta conseguenza dell’accorpamento di imprese che della cessazione delle stesse.

Dimensione media ancora ridotta

La dimensione media aziendale agricola in Romagna è nell’ordine di poche decine di ettari di Sau; il dato puntuale più solido disponibile è quello medio regionale (circa 19–20 ettari di Sau per azienda), con le province romagnole caratterizzate da una maggiore quota di aziende sotto i 10 ettari. Per le province romagnole (Ravenna, Forlì-Cesena, Rimini) i rapporti regionali segnalano una forte presenza di aziende mediopiccole; in particolare Forlì-Cesena e Rimini hanno circa un quinto della Sau in aziende sotto i 10 ettari, il che implica una dimensione media leggermente inferiore alla media regionale, ma comunque nello stesso ordine di grandezza con una dimensione media di addetti che a Forlì-Cesena risulta pari a 4 unità ma per Rimini la dimensione media è di 2 addetti per impresa agricola, in linea con media regionale e nazionale.

Mancano le nuove leve al lavoro

La carenza di addetti – spiega Marcello Bonvicini, presidente di Confagricoltura EmiliaRomagna – è una delle questioni più concrete che le imprese stanno affrontando. L’agricoltura italiana impiega ogni anno centinaia di migliaia di lavoratori stagionali e in molte realtà la manodopera straniera rappresenta una componente fondamentale. Secondo i dati Istat e Inps, oltre un terzo dei lavoratori agricoli in Italia è di origine straniera. In alcuni momenti dell’anno, soprattut-

to durante le campagne di raccolta, reperire personale qualificato non è semplice. Serve quindi una programmazione più efficace dei flussi di ingresso e procedure più rapide. L’agricoltura ha tempi produttivi molto precisi e non può permettersi ritardi burocratici”.

Una delle sfide maggiori è quella di far restare i giovani in agricoltura. “Negli ultimi anni stiamo assistendo – continua Bonvicini - a un rinnovato interesse dei giovani verso l’agricoltura. In Emilia-Romagna operano oltre 5.000 aziende agricole guidate da under 40, secondo i dati della Regione Emilia-Romagna. Si tratta spesso di imprese innovative, molto attente alla sostenibilità, alla digitalizzazione e alla diversificazione delle attività, dall’agriturismo alla trasformazione dei prodotti. Il punto è creare condizioni che rendano questa scelta sostenibile nel lungo periodo, soprattutto in termini di redditività e accesso agli investimenti”.

IMPRESE AGRICOLE ATTIVE (SEDI) NELLE PROVINCE ROMAGNOLE

Fonte: Infocamere Stockview - Elaborazione: Camera di commercio della Romagna - Forlì-Cesena e Rimini
Marcello Bonvicini, presidente di Confagricoltura Emilia-Romagna

Ravenna, valore aggiunto a 640

milioni

Attivi nei campi oltre 13.700 addetti

Con quasi 6mila imprese, il sistema agricolo ravennate, ancorato alla sua varietà di scopi, di dimensioni e di metodi di produzione sempre più innovativi, genera un valore aggiunto diretto pari a oltre 640 milioni garantendo un posto di lavoro a circa 13.700 addetti, pari all’8,5% dell’occupazione totale. Ravenna è la 30° provincia per peso del Valore aggiunto agricolo nella classifica nazionale. Una voglia di impresa che, nelle province di Ferrara e Ravenna, coinvolge donne (1.835 unità, pari al 17,4%) e giovani (334 unità, praticamente 3 ogni 100, sono “guidate” da under 35), mentre ancora contenuto è il numero delle imprese agricole condotte da stranieri (1,2%). Imprenditorialità, produzione e occupazione, dunque, a cui va ad aggiungersi la competitività in campo internazionale, perché l’export del sistema agricolo ravennate ha toccato, nei primi 9 mesi del 2025, quota 185 milioni, con una variazione rispetto allo stesso periodo dello scorso anno del +21,7%. Numeri che mettono ben in evidenza la forza di questo segmento produttivo, che, insieme all’artigianato, al commercio, alla cooperazione, all’industria, ai servizi e al turismo, fornisce un contributo determinante alla crescita socio-economica dei nostri territori se si tiene anche conto della sua capacità di attivazione sul resto dell’economia, pari ad 2,1 euro per ogni euro prodotto direttamente.

mia e degli elevati costi dei fattori di produzione, dimostrando un’incredibile resilienza. Tuttavia la pressione esercitata dalle tensioni geopolitiche, dagli effetti delle recenti crisi, dall’impatto devastante degli eventi meteorologici estremi e del degrado ambientale, uniti alle conseguenze delle tendenze strutturali, minaccia la redditività di questo indispensabile settore. Gli agricoltori – prosegue il presidente della Camera di commercio - custodiscono il legame tra cibo, comunità, stagionalità, culture e tradizioni, rappresentando una risposta sia allo spopolamento delle aree interne, sia alla gestione e alla manutenzione del territorio”.

Imprese agricole e digitalizzazione Nonostante le complessità del momento storico, gli imprenditori agricoli ravennati mantengono un atteggiamento positivo nei confronti del digitale, considerato un fattore cruciale per rendere l’attività più resiliente e competitiva. Tra le soluzioni innovative più adottate dalle imprese, i sistemi di monitoraggio a distanza, che consentono di tenere sotto controllo macchine, attrezzature, terreni e coltivazioni, e quelli di supporto alle decisioni, che forniscono informazioni preziose per assumere decisioni più informate. Così come sempre più interesse suscitano le soluzioni per l’irrigazione di precisione.

“Gli agricoltori sono essenziali per il nostro presente e il nostro futuro, costituiscono una tra le forze propulsive dell’occupazione e della crescita sostenibile, apportano un contributo essenziale alla transizione ecologica collettiva”. Così Giorgio Guberti, presidente della Camera di commercio di Ferrara Ravenna, che ha aggiunto: “Il settore agricolo ha sopportato gli shock della pande-

Accesso al credito Grande è stata l’adesione delle imprese agricole al Bando promosso dalla Camera di commercio in collaborazione con gli Organismi di garanzia: 132.000 euro le risorse erogate alle imprese, nel 2025, per la concessione di contributi a fronte di finanziamenti attivati per investimenti produttivi e liquidità. Così come prosegue il percorso avanzato per le competenze imprenditoriali e l’innovazione della filiera agricola e agroalimentare, promosso dalla Camera di commercio, in collaborazione con le associazioni di categoria, nell’ambito delle linee guida di Unioncamere e della Rete nazionale degli Istituti tecnici agrari. Obiettivo della Camera di commercio, quello di investire in modo strategico sulle competenze del futuro, per rispondere al crescente bisogno di soluzioni innovative sia sul fronte della transizione ecologica che di quella digitale.

Giorgio Guberti, presidente Camera di commercio di Ferrara Ravenna

“Il settore agricolo – conclude Guberti - ha saputo, nel tempo, disseminare modernità, divenendo vettore di internazionalizzazione dell’economia. Ma è necessario rendere tutti consapevoli di quanto centrale sia ancora oggi l’agricoltura: volano per la crescita e veicolo di innovazione e di promozione della ricerca e della salute. Un mondo, quello dell’agricoltura, che, durante la crisi della pande-

mia, non ha mai cessato, neppure per un istante, di aiutare il Paese a rialzarsi e a riprendere il suo percorso. Così come le recenti alluvioni hanno mostrato egualmente lo spirito di solidarietà connaturato a chi si occupa di agricoltura nei territori: il loro sacrificio, i danni che hanno subito, meritano di essere prontamente ristorati affinché con politiche appropriate si creino le condizioni per la ripresa”.

Forlì-Cesena, resta ridotto il ricambio generazionale

L’alluvione frena i terreni produttivi

L’agricoltura costituisce un settore caratterizzante l’economia provinciale. Il 4,2% del valore aggiunto generato in provincia deriva dall’agricoltura, incidenza superiore al dato regionale (2,3%) e nazionale (2,2%). Il settore agricolo si inserisce in differenti attività nella catena del valore agroalimentare e a monte del settore Alimentare. Al suo interno sono individuabili comparti d’eccellenza e di specializzazione a livello nazionale, quali l’avicoltura e l’ortofrutta.

Il 14,4% delle imprese agricole provinciali sono aziende agricole biologiche, a fronte di una media regionale dell’11,4%. Inoltre, il settore agricoltura impiega il 13,6% degli addetti alle imprese, valore ampiamente superiore al dato regionale (5,7%) e nazionale (5,3%).

Con riferimento al 31/12/2025, nel Registro Imprese risultano attive 5.677 imprese agricole che rappresentano il 16,1% delle imprese attive in provincia (mentre a livello regionale e nazionale l’incidenza è pari, rispettivamente, al 12,8% e al 13,3%). Le imprese del settore sono in diminuzione rispetto ai 12 mesi precedenti (-2%), con una dinamica che si colloca a metà strada tra quella regionale (-2,6%) e quella nazionale (-1,7%).

Il settore agricolo provinciale si caratterizza per la ridotta

presenza di giovani nelle cariche sociali (qui intese come titolare, socio e amministratore). Al 31/12/2025, le persone con meno di 30 anni risultano, infatti, il 2,5% del totale delle persone attive, mentre il 29,3% sono over 69; un dato che, pur se allineato alla tendenza demografica del territorio in esame, impone serie riflessioni circa la gestione del ricambio generazionale delle imprese agricole e i suoi effetti sulla dinamica e sulla continuità delle stesse. Le stime preliminari della produzione lorda vendibile (Plv) agricola del 2025, elaborate dall’Ufficio Informazione economica – Valorizzazione dati della Camera di commercio della Romagna, riportano un valore assoluto di tale aggregato pari a 545,0 milioni di euro correnti (+12,9% rispetto al 2024). La variazione dell’intera Plv è la combinazione di un effetto prezzo positivo e rilevante (+11,4%) e di una dinamica delle quantità non negativa (+1,3%), con le dovute differenziazioni per categorie. La maggioranza (il 57,6%) della Plv provinciale stimata per il 2025 deriva dal comparto della zootecnia (comprensivo delle produzioni animali quali uova, latte e miele), in aumento del 21,7% in termini tendenziali; il 22,1% dalle coltivazioni frutticole (+3,6%) e il rimanente 20,3% dalle coltivazioni erbacee (+1,7%).

Con riferimento al comparto della pesca, infine, nel corso del 2025, nel Mercato ittico di Cesenatico sono stati commercializzati 9.065 quintali di prodotto (+2% rispetto all’anno precedente) per un valore di 7,3 milioni di euro (+0,8%).

Elaborazione: Osservatorio economico e sociale della Camera di commercio della Romagna – Forlì-Cesena e Rimini

Rimini, imprese biologiche in crescita

Valore della Plv a 127 milioni

Il settore agricoltura riminese genera l’1,1% della ricchezza provinciale (valore aggiunto a prezzi base e correnti) e impiega il 2,7% degli addetti alle imprese. Il 15% delle imprese agricole provinciali sono aziende agricole biologiche, a fronte di una media regionale dell’11,4%. In provincia si possono identificare alcune tipicità produttive, come il Formaggio di Fossa, specificità colturali come le Orticole e, in considerazione della morfologia territoriale, l’attività della Pesca marittima.

Attive 2.235 imprese

Il settore ittico

Gli ultimi dati della Produzione lorda vendibile agricola (anno 2024) riportano un valore di circa 127 milioni di euro correnti; i principali comparti in termini di incidenza sulla Plv totale riminese possono essere ricondotti a quello delle orticole (pari al 22,9% della Plv totale), produzioni animali (nello specifico uova e latte) (17,5%) e produzione di carni (16,3%).

Con riferimento al 31/12/2025, nel Registro Imprese risultano attive 2.235 imprese agricole che rappresentano il 6,5% delle aziende attive in provincia (mentre a livello regionale e nazionale l’incidenza è pari, rispettivamente, al 12,8% e al 13,3%). Rispetto

al medesimo periodo del 2024, le imprese agricole riminesi sono diminuite del 2,4%, presentando una flessione in linea con quella regionale (-2,6%) e maggiore del dato nazionale (-1,7%) (tavola 5.2.1).

Il settore agricolo provinciale si caratterizza per la ridotta presenza di giovani nelle cariche sociali (qui intese titolare, socio e amministratore). Al 31/12/2025, le persone con meno di 30 anni con cariche attive in imprese agricole sono il 3% del totale delle persone attive, mentre il 29,6% sono over 69; un dato che, pur se allineato alla tendenza demografica del territorio, impone serie riflessioni circa la gestione del ricambio generazionale delle imprese agricole e i suoi effetti sulla continuità delle stesse.

Il comparto della Pesca rappresenta per la provincia di Rimini un settore tipico, con la pesca marittima prevalente. In termini di numerosità delle imprese, il comparto al 31/12/2025 si costituisce di 175 imprese attive (il 7,8% del totale di quelle del settore agricoltura e il 12,2% degli addetti). Le imprese si sono ridotte di 7 unità rispetto al 2024 (-3,8%); negli ultimi 5 anni (2025-2020), invece, si registra una diminuzione pari al 9,3%.

Nel Mercato ittico di Rimini, nel corso del 2025, sono stati commercializzati 13.901 quintali di prodotto (-10,2% rispetto all’anno precedente), per un valore di 10,5 milioni di euro (-1,8% in termini nominali).

Elaborazione: Osservatorio economico e sociale della Camera di commercio della Romagna – Forlì-Cesena e Rimini

Campagna Amica, dalla terra alla tavola

Risposta concreta per reddito e territorio

Campagna Amica è la più grande rete italiana di vendita diretta degli agricoltori, promossa da Coldiretti con un obiettivo preciso: riportare valore nelle campagne, garantire trasparenza ai consumatori e rafforzare il legame tra produzione agricola e territori. Attraverso mercati contadini, fattorie, punti vendita e iniziative di educazione alimentare, il progetto ha costruito negli anni una filiera corta organizzata che mette al centro il lavoro degli imprenditori agricoli e la qualità del Made in Italy.

“A oltre quindici anni dalla nascita, Campagna

Amica – spiega Massimiliano Bernabini, Presidente Coldiretti Forlì-Cesena - continua a dimostrarsi uno degli strumenti più efficaci costruiti dal mondo agricolo per riequilibrare la filiera agroalimentare e riportare valore nelle campagne. In un momento segnato da mercati instabili, eventi climatici sempre più frequenti e costi di produzione in forte crescita, accorciare la distanza tra chi produce e chi consuma non è più soltanto una scelta identitaria: è una leva economica concreta”.

La collaborazione con le scuole

Anche nel territorio di Forlì-Cesena la rete si è consolidata. I mercati contadini, le attività nelle scuole e le collaborazioni con il sistema sanitario raccontano di un progetto che negli anni è maturato e che oggi viene riconosciuto sempre di più dai cittadini. Lo dimostra la partecipazione in costante aumento: negli ultimi anni si stima una crescita di oltre il 20% delle presenze nei mercati locali, mentre le aziende agricole coinvolte nella filiera corta sono aumentate di circa il 15%. In questo percorso, il mercato coperto di Campagna Amica a Forlì ha assunto un ruolo

centrale. Non è semplicemente un punto vendita, ma un presidio stabile dove il consumatore trova continuità, stagionalità e soprattutto relazione diretta con chi produce. Le rilevazioni interne indicano che più del 70% dei frequentatori sceglie il mercato proprio per il contatto con l’agricoltore, e oltre il 60% individua nella qualità percepita la ragione principale della fidelizzazione. Sono numeri che confermano come la fiducia sia oggi un fattore competitivo decisivo.

“Campagna Amica, però – conclude Massimiliano Bernabini - non si esaurisce nella vendita diretta. È educazione alimentare, promozione della salute, presenza attiva sul territorio. Il lavoro avviato insieme al sistema sanitario va in questa direzione: diffondere corretti stili di vita partendo dal cibo e dalla consapevolezza. Oggi l’agricoltura è chiamata anche a dimostrare il proprio valore sociale, oltre che economico”.

Massimiliano Bernabini, presidente Coldiretti

Forlì-Cesena

Sul piano sindacale il tema resta quello del reddito. Le imprese agricole stanno affrontando aumenti dei costi che in molti casi superano il +25% tra energia, mezzi tecnici e logistica. In questo scenario, rafforzare la vendita diretta significa recuperare marginalità e dare trasparenza al consumatore. È una linea coerente con l’azione che Coldiretti porta avanti da tempo per difendere la distintività del Made in Italy agroalimentare.

Anche i dati nazionali indicano un cambiamento strutturale nella domanda: oggi circa il 55% degli italiani acquista prodotti a chilometro zero almeno saltuariamente e oltre il 40% frequenta mercati contadini con una certa regolarità. Cresce la richiesta di origine certa, stagionalità e rapporto diretto con il produttore. È su questa tendenza che Campagna Amica deve continuare a investire, innovando senza perdere la propria identità.

La direzione è chiara: da una parte consolidare la rete dei mercati e delle aziende aderenti, dall’altra continuare a costruire alleanze con cittadini, scuole, sanità e turismo. Campagna Amica funziona quando diventa sistema territoriale.

Macfrut, la vetrina italiana dell’ortofrutta

Rimini capitale del settore dal 21 al 23 aprile

La filiera mondiale dell’ortofrutta si dà appuntamento a Macfrut, al Rimini Expo Centre da martedì 21 a giovedì 23 aprile 2026. Tre giorni con i professionisti del settore per fare business e comprendere innovazioni e trend di un settore strategico dell’agribusiness del nostro Paese, tanto da valere circa un terzo della produzione agricola nazionale, per un “peso” in valore di circa 19 miliardi di euro che salgono a 60 miliardi sull’intera filiera. In fiera oltre 800 top buyer da tutto il mondo, grazie all’importante supporto di Agenzia Ice, con un particolare focus sui grandi importatori ortofrutticoli europei sui quali Macfrut ha concentrato un’intensa attività di scouting. Se c’è un tratto che contraddistingue Macfrut è il suo Dna internazionale. Il focus internazionale di questa edizione è rivolto ai Paesi dell’Area Caraibica, un territorio tra i più dinamici in ambito internazionale con un valore delle esportazioni di oltre 30 miliardi di dollari. Fra i Paesi dell’area focus, la Repubblica Domini-

In fiera attesi 800 buyer da tutto il mondo – Focus sull’area Caraibica

cana è la protagonista con una presenza raddoppiata rispetto allo scorso anno (400 metri quadrati) che ospiterà produttori ed esportatori di frutta tropicale, istituzioni e operatori della filiera. Presenti anche Cuba, Costarica, Colombia ed Ecuador, mentre dal Sudamerica si conferma la presenza di Cile e Argentina, mentre debuttano Brasile e Perù con padiglione nazionale e delegazione di produttori, portando in fiera alcune delle realtà più dinamiche del panorama ortofrutticolo latino-americano. Si conferma sempre di grande rilievo la presenza dall’Africa con oltre venti Paesi dall’area sub sahariana, alla ricerca in particolare di know-how e tecnologie di cui l’Italia è leader mondiale.

Mango e avocado sugli scudi

Tante le novità della 43esima edizione, all’insegna del claim “Make it Juicy” per un evento più “succoso”, trendy e innovativo: Mango e Avocado prodotti simbolo, protagonisti di

le Nazioni africane e con i mercati emergenti rappresenta una grande opportunità per la crescita delle nostre filiere e per costruire insieme modelli di sviluppo agricolo capaci di generare valore, lavoro e sicurezza alimentare”.

In arrivo 400 operatori esteri

“Per Macfrut 2026 Ice – spiega il presidente Matteo Zoppas,- rafforza il proprio impegno a sostegno dell’internazionalizzazione della filiera ortofrutticola italiana. Quest’anno porteremo in fiera circa 400 operatori esteri provenienti da 80 Paesi con una previsione di 4.000 incontri B2B con le aziende espositrici italiane. Parliamo di buyer selezionati provenienti dai mercati europei più consolidati e dalle aree ad alto potenziale come Africa, Medio Oriente, Asia e Americhe.

Per Patrizio Neri, presidente Cesena Fiera/Macfrut, “Macfrut è molto più di una fiera. È una piattaforma strategica globale. È il luogo dove l’ortofrutta italiana fa business, smette di essere solo prodotto e diventa sistema, dove i trend globali si trasformano in opportunità concrete e dove il futuro del settore viene scritto, giorno dopo giorno, dai suoi protagonisti. La sua forza sta nell’aggregare tutto il sistema ortofrutticolo italiano, divenendo il punto di riferimento dell’intera filiera del Paese, che rappresenta un unicum nel panorama mondiale del settore”.

un evento che fa incontrare tutta la filiera mondiale; focus internazionale sui Paesi dell’Area Caraibica con una spiccata presenza da altri Continenti (Europa e Africa in primis); oltre 800 top buyer da tutto il mondo; Sicilia Regione partner e presenza di 10 Regioni da tutta la Penisola; Saloni tematici sui trend del settore coordinati da un team di esperti; un centinaio di eventi con importanti convegni sui temi d’attualità del settore in collaborazione con il Comitato Tecnico scientifico di Macfrut (nuova Pac, Convegno internazionale sulle TEA, novità sui prodotti Healthy Food, Simposio Mediterraneo sulle Drupacee e tanto altro ancora); due campi prova di 2500 metri quadrati sulle novità in frutticoltura e orticoltura; Area startup con 25 proposte innovative da tutto il mondo.

Per Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura Sovranità Alimentare e Foreste, “Macfrut dimostra come l’agroalimentare italiano sappia fare sistema e guardare al futuro. La forza delle nostre imprese è ciò che ci ha permesso di raggiungere risultati straordinari sui mercati internazionali. In questo percorso, la collaborazione con

Le Regioni allo specchio Decisamente di rilievo la presenza delle Regioni che scelgono Macfrut per presentare le loro eccellenze di prodotto con particolare attenzione alle produzioni Dop e Igp. Sono ben dieci le Regioni con un loro stand a Macfrut 2026 in rappresentanza delle principali realtà ortofrutticole nazionali: Basilicata, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia e Umbria.

Protagonista della 43esima edizione della Fiera sarà la Sicilia in qualità di Regione Partner. La Sicilia con la sua superficie coltivata ad ortofrutta di oltre 263mila ettari (22% del totale nazionale) e la sua produzione di 4,6 milioni di tonnellate (19% della produzione ortofrutticola italiana), rappresenta un vero e proprio fiore all’occhiello del nostro Paese. Tra i suoi primati, è la prima regione nella produzione del biologico con circa 47mila ettari coltivati, pari a circa un quarto del totale nazionale; prima anche in valore della produzione con circa 3 miliardi di euro (il 16% del valore nazionale), grazie anche all’importante contributo delle sue Dop e Igp. Le sue produzioni saranno i grandi protagonisti nel corso

Patrizio Neri, presidente Cesena Fiera/Macfrut
Matteo Zoppas, presidente Ice

della tre giorni fieristica, raccontati e presentati a una platea internazionale attraverso un ricco programma di iniziative.

I saloni tematici

Macfrut si conferma

“fiera della conoscenza” attraverso i suoi Saloni tematici coordinati dai massimi esperti del settore. Ogni Salone affiancherà la parte espositiva e commerciale a un ricco programma convegnistico, sui temi strategici del settore per una riflessione a tutto campo: Acqua Campus, sui sistemi innovativi del risparmio idrico; Plant Nursery sulle novità nel vivaismo (Workshop su Tea, nuove varietà, in-

L’ortofrutta vale 19 miliardi

Italia secondo produttore Ue di ortaggi

A Macfrut protagonista è l’ortofrutta. Un settore che in Italia vale circa 19 miliardi di euro, ovvero il 27% del valore della produzione agricola nazionale e, assieme alle conserve vegetali, contribuisce al 18% dell’export agroalimentare italiano (fonte Ismea). Secondo i dati di Nomisma, in ambito Europeo, l’Italia contribuisce per il 17% del valore totale dell’ortofrutta prodotta all’interno della UE, ed è il secondo produttore del Continente nella produzione di ortaggi (incluso il pomodoro da industria) e il secondo nella produzione di frutta (inclusa la frutta secca).

Nei dati Ismea, nel settore ortofrutticolo si conferma il buon andamento delle vendite di ortaggi, con una crescita dei volumi complessivamente acquistati del 2,6%,

nesti e genoma); Biosolutions Digital Technologies sui prodotti naturali per difesa, nutrizione e biostimolazione delle piante (convegno internazionale sul kiwi, tavoli tecnici, incoming buyer); Berry Area sul mondo dei piccoli frutti (nuove varietà e il rapporto con la Grande distribuzione); Healthy Food Area sui prodotti salutisti minimamente processati (La filiera del biologico, IV Gamma, Mango e Avocado next); Spices&Herbs Global Expo, sull’universo delle piante officinali, spezie e prodotti erboristici (focus su Spezie ed erbe officinali del futuro, Tisana Day e Herbal Factory); Agrisolar, sulle tecnologie per l’agrivoltaico. Presente un’area Start-up con 25 proposte sull’innovazione da tutto il mondo (Finlandia, Germania, Ghana, Polonia, Uganda, Usa e Italia), mentre nell’area Pre-Harvest saranno presenti due campi prova di 2500 metri quadrati dove si potrà toccare con mano l’innovazione in frutticoltura e orticoltura. in questo articolo immagini da www.macfrut.com)

sostenuta in particolare dalla componente fresca, dove ci sono stati discreti incrementi dei volumi nel carrello sia per gli ortaggi freschi (+3,5%) che per le patate (+5,1%).

Per lo più stabili gli acquisti di ortaggi di IV gamma (+0,4% la spesa e -0,1% i volumi), analogamente a quelli di ortaggi surgelati (+0,2% la spesa, stabili i volumi). In lieve incremento i volumi delle conserve di pomodoro (+1,4%) a fronte di una spesa stabile e prezzi in lieve ridimensionamento.

Per la frutta la spesa complessiva è cresciuta del 2,7%.

Se i volumi venduti di succhi si sono ridotti (-6,5%) tra i segmenti freschi c’è stato invece un riorientamento dei consumi verso frutti rossi, tropicali e frutta in guscio: in crescita i volumi di frutta in guscio (+2,6%), kiwi (+7,2%), fragole (+8,9%), mirtilli (+25,9%), mango (+36,4%), avocado (+47%), melograno (+25%). Crescono anche i consumi di frutta fresca bio (confezionata), rispettivamente dell’1,8% in quantità e del 7% la spesa.).

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intervista a › Alessio Mammi

“Agricoltura in ripresa, le imprese investono”

Regione in campo con 180 milioni in Romagna a favore di 10mila imprese

Oltre 180 milioni alle imprese romagnole per lo sviluppo e l’innovazione. In questa intervista l’assessore all’Agricoltura e Agroalimentare della Regione EmiliaRomagna, Alessio Mammi, fa il punto sulle politiche regionali di sostegno e sulla situazione dell’agricoltura nell’area con particolare riguardo al comparto della frutta, della vite e del vino.

Assessore Mammi, qual è lo stato di salute dell’agricoltura romagnola?

Particolare attenzione al sostegno ai frutteti –Resta l’incognita

Mercosur

Dopo gli anni delle terribili gelate tardive e delle alluvioni 2023, la produzione agricola - che in Romagna è soprattutto vegetale, ed è strutturata in filiere agroalimentari molto performanti - è in ripresa e presenta volumi significativi. A fine 2025 il valore alla produzione dell’intera Emilia-Romagna superava i 37 miliardi di euro, con più di 10 miliardi di prodotti esportati che fanno del nostro territorio la prima regione italiana per export. Le imprese in Romagna stanno

Alessio Mammi, assessore all’Agricoltura e Agroalimentare Regione Emilia-Romagna

investendo anche grazie al sostegno dei contributi regionali: considerando le province di Ravenna, Forlì- Cesena e Rimini, nel solo 2025 abbiamo erogato risorse alle imprese agricole e agroalimentari attraverso i bandi per 180 milioni di euro tra domanda unica Pac, Sviluppo Rurale, risorse dell’Organizzazione comune di mercato per la frutticoltura e il vino, riconoscendo contributi a più di 10mila imprese per investimenti produttivi sul territorio. Si tratta di un lavoro importantissimo per supportare il reddito agricolo e la competitività.

Quali i punti di forza e di debolezza del comparto?

L’attenzione più alta in questi anni è stata riservata alla frutticoltura, perché i danni dovuti agli effetti del surriscaldamento globale e dei cambiamenti climatici avevano drasticamente ridotto le produzioni in campo. Nel corso del 2024 abbiamo promosso un progetto, denominato “Frutteti Protetti”, attraverso il qua-

le supportare investimenti per strumenti di difesa meccanica per le produzioni in campo (antibrina, antigrandine, anti-insetti, irrigazione di precisione), con finanziamenti fino al 60% del contributo. Attraverso un primo bando sono stati distribuiti 24,4 milioni di euro di contributi, con 153 aziende beneficiarie, a dimostrazione del forte interesse del comparto nei confronti del programma. Il totale della superficie interessata dal progetto è stato pari a 592 ettari e grazie alle risorse distribuite sono stati generati investimenti per quasi 41 milioni di euro. Visti i risultati positivi, abbiamo già previsto un secondo bando per le prossime settimane, che dovrebbe interessare altri 500 ettari per una dotazione totale di 20 milioni di euro, oltre alle risorse dei programmi operativi.  Del resto, i dati del 2024 evidenziano una ripresa del settore delle produzioni vegetali in Emilia-Romagna rispetto agli anni precedenti: a trainare è principalmente il comparto frutticolo che, rispetto al 2023, fa segnare un +57,2% di produzione lorda vendibile, pari ad un totale di oltre 728 milioni di euro.

delle scelte che come Regione stiamo portando a Bruxelles. Uno dei nodi centrali riguarda la revisione del Regolamento dell’Organizzazione comune dei mercati agricoli (Ocm), per far sapere a cittadine e cittadini la provenienza del cibo che mettono in tavola: va estesa l’etichettatura di origine a tutti gli alimenti. L’attuale disciplina europea prevede l’obbligo di indicazione dell’origine solo per alcune categorie di prodotti, lasciando escluse numerose filiere alimentari. La normativa europea sia per quanto riguarda l’Ocm sia per quanto riguarda la revisione del codice doganale va aggiornata. Inoltre continuiamo a insistere nelle sedi europee perché la Pac resti una politica pienamente europea, con una dotazione finanziaria adeguata nel quadro 2028-2034. L’ipotesi di nazionalizzazione, lontana dai territori, e di ricondurre la Pac all’interno di fondi unici rischia di determinare una progressiva frammentazione del mercato. Noi siamo contrari alla proposta di tagli alla Pac e di accorpamento in un fondo unico con altre politiche europee.

Pac e Mercosur restano due incognite importanti. Come pesano sulla Romagna?

La stabilità dei mercati agricoli, la tutela del reddito degli agricoltori e della competitività delle produzioni locali, la capacità dell’Europa di intervenire nelle fasi di crisi e di garantire condizioni economiche più equilibrate lungo le filiere agroalimentari sono i temi al centro del dibattito politico e

Quali azioni di sostegno sta mettendo in campo la Regione?

A fine 2025 abbiamo già messo a bando in tutto il territorio regionale 722 milioni di euro per le imprese agricole e agroalimentari rispetto al miliardo in dotazione della Regione Emilia-Romagna per lo Sviluppo Rurale 2023-2027. In particolare, abbiamo messo a disposizione 105 milioni di euro

di investimenti per le imprese agricole e quelle di trasformazione agroalimentare, e altri 60 milioni a disposizione nelle ultime settimane, ricavati da una rimodulazione delle risorse, per provare a scorrere più graduatorie possibili e dare la possibilità a più imprese di accedere ai finanziamenti. Abbiamo ad esempio riservato un’attenzione particolare ai giovani imprenditori agricoli, scorrendo le graduatorie dell’ultimo bando per altri 22 milioni di euro, per sostenere nuovi insediamenti e investimenti, e promuovendo un

nuovo bando giovani nelle prossime settimane per un valore di 28 milioni di euro. Un’attenzione speciale è stata riservata anche alle zone montane: più risorse e premi più alti per sostenere il reddito e contrastare lo spopolamento, con l’aumento delle indennità compensative fino a 300 euro per le imprese zootecniche e fino a 200 euro per le altre imprese, oltre a un sostegno riservato ai giovani agricoltori in montagna, con un premio di primo insediamento aumentato fino a 70mila euro.

venna è il territorio regionale che produce più uva: su una superficie di circa 16mila ettari, vengono prodotti poco meno di 3,5 milioni di quintali di uva.  Il vitigno principe è il Trebbiano romagnolo, coltivato sul 29% delle nostre superfici vitate, e il secondo è il Sangiovese (11%). La Regione si concentra su tre principali linee di finanziamento: la ristrutturazione dei vigneti che prevede la sostituzione di impianti obsoleti con nuovi impianti, gli investimenti attraverso progetti che ricomprendono la costruzione o la ristrutturazione di immobili per le attività di produzione, l’acquisto di impianti, macchinari ed attrezzature specifici per l’attività di trasformazione e/o commercializzazione e altri, e la promozione verso i Paesi terzi (extra Ue). Complessivamente, nel corso del 2025 sono stati investiti circa 22 milioni di euro su tutto il territorio regionale. Se parliamo del 2026 dobbiamo mettere a fuoco innanzitutto la volontà di replicare il grande successo del Vinitaly dello scorso anno, che ha visto il sistema del vino dell’Emilia-Romagna come grande protagonista. Quella è una vetrina fondamentale per posizionare il prodotto e farlo conoscere attraverso strategie comunicative e promozionali.

Com’è invece la situazione nel comparto vitivinicolo?

Questa è una fase storica complicata per il vino, il cui mercato è in contrazione. I vini della Romagna continuano però ad essere apprezzati per il corpo robusto e la qualità dei rossi, in particolare il Sangiovese, per il lavoro fatto sulla qualità, per la freschezza e la bevibilità dei bianchi.  La provincia di Ra-

Il problema della forza lavoro è trasversale. Cosa si può fare per favorire l’afflusso di personale comunitario che extracomunitario?

Le persone che si spostano in cerca di lavoro garantiscono poi di rimanere – dopo essere state formate e professionalizzate – nel caso in cui il Paese ospitante le metta nelle con-

dizioni di costruirsi un percorso di vita: questo è l’aspetto centrale, e deve essere regolato soprattutto a livello di norme nazionali. La Regione, nel frattempo, sta lavorando su un altro aspetto molto importante: l’agricoltura, essendo un settore ad alta intensità di lavoro, è uno degli ambiti in cui più è alto il rischio di irregolarità, di lavoro nero e sfruttamento della manodopera. Abbiamo puntato ad incentivare la trasparenza delle imprese e la regolarità del lavoro attraverso il riconoscimento di una premialità nei bandi alle aziende iscritte alla Rete del lavoro agricolo di qualità promossa dall’Inps con la Regione, le istituzioni territoriali e le parti sociali.

L’Emilia-Romagna, con le sue 2.522 aziende, rappresenta circa un quarto delle 10.664 aziende italiane complessivamente iscritte alla Rete, costituendo una best practice riconosciuta a livello nazionale. Ma intendiamo fare ancora di più, attraverso il sostegno attivo alla creazione delle sezioni territoriali della rete. Ad oggi sono attivati tavoli di lavoro a Piacenza, Reggio Emilia, Modena, Ferrara. La nascita delle sezioni territoriali – che intendiamo implementare nelle altre province - ha creato l’opportunità per aggregare istituzioni e organizzazioni attorno ad alcune questioni che riguardano il lavoro in agricoltura e per cercare di costruire un modello per dare risposte ai problemi dei lavoratori e a quelli delle aziende.

In arrivo una legge di sostegno nel 2026

Interventi per zootecnia, api e acquacoltura

Una dotazione finanziaria superiore ai 12 milioni di euro per i primi tre anni, di cui 5,74 milioni di euro già previsti per il 2026, con l’obiettivo di rendere strutturale il sostegno economico e tecnico ai comparti agricolo, zootecnico, della pesca e dell’acquacoltura, rafforzando la capacità delle imprese di affrontare una fase complessa segnata dall’aumento dei costi di produzione, dalle incertezze dei mercati, dagli effetti del cambiamento climatico e dalla pressione delle specie invasive. È quanto prevede il Progetto di legge regionale approvato dalla Giunta, che ha appena avviato il proprio iter in Assemblea legislativa per l’esame nelle Commissioni competenti e il successivo approdo in Aula. Il testo rinnova e armonizza le linee di intervento regionali e introduce modifiche alla legge regionale 2 del 4 marzo 2019, in materia di apicoltura, aggiornandone il quadro normativo. Il provvedimento punta a rinnovare e riorganizzare in modo organico le linee di intervento regionali, introducendo strumenti flessibili e una dotazione finanziaria dedicata per rafforzare il sostegno economico ai comparti produttivi e contribuire alla tutela di imprese, filiere e alla loro sostenibilità. Nel 2026 sono previste risorse mirate per le principali filiere: oltre 3,5 milioni di euro per le produzioni vegetali, 640mila euro per la zootecnia e 1,5 milioni di euro per pesca e acquacoltura.

Inoltre, la normativa regionale sull’apicoltura sarà allineata a quella nazionale, rafforzando la tutela dell’ape mellifera ligustica, la sottospecie autoctona italiana, e migliorando il quadro dei controlli e delle misure per la tutela.

Il Progetto di legge nel dettaglio

Il nuovo impianto legislativo mira a rendere più strutturale il sostegno ai comparti delle produzioni vegetali, della zootecnia e della pesca, attraverso una razionalizzazione e armonizzazione delle linee di intervento regionali e l’introduzione di strumenti operativi più flessibili, in grado di orientare le politiche di sostegno in funzione delle effettive esigenze dei settori produttivi.

Dal punto di vista finanziario, il progetto di legge prevede uno stanziamento complessivo superiore ai 12 milioni di euro nel triennio, con una dotazione pari a 5,74 milioni di euro per il 2026, 3,29 milioni per il 2027 e 3,49 milioni per il 2028. Le misure in programma comprendono contributi e indennizzi a favore delle imprese agricole, zootecniche, della pesca e dell’acquacoltura, oltre ad azioni orientate all’innovazione, alla sostenibilità e alla tutela del patrimonio produttivo regionale. Gli interventi spaziano dall’adozione di tecniche colturali innovative e a basso impatto ambientale, al mantenimento delle razze autoctone e alla salvaguardia della biodiversità, fino alla protezione degli allevamenti ittici da fenomeni critici quali l’anossia, la proliferazione algale e la diffusione di specie invasive.

Produzioni vegetali

È prevista l’attivazione di contributi destinati all’adozione di specifiche tecniche colturali, all’utilizzo di sementi e tubero-semi certificati, all’impiego di mezzi tecnici per il miglioramento e la protezione delle colture e all’adesione a regimi di qualità. Potranno inoltre essere attivati interventi di assistenza tecnica, azioni dimostrative e iniziative informative rivolte alle organizzazioni di produttori, finalizzate al contrasto della diffusione di fitopatie e organismi nocivi a tutela delle colture arboree. Nel 2026 le risorse complessive destinate al comparto ammontano a oltre 3,5 milioni di euro, così ripartiti: 1,5 milioni di euro in regime de minimis per la coltivazione della barbabietola, 700mila euro per la pataticoltura, 500mila euro per la risicoltura, 700mila euro per il settore della pera e 150mila euro per il comparto olivicolo.

Aziende zootecniche

La Regione attiverà contributi rivolti ad allevatori, associazioni di allevatori ed enti selezionatori riconosciuti, destinati al mantenimento delle razze autoctone e alla tutela della biodiversità, al miglioramento genetico e qualitativo delle risorse animali, al benessere animale, nonché alla prevenzione e al contenimento delle malattie animali. Sono inoltre previste iniziative di informazione, promozione e assistenza tecnica. Per il 2026 lo stanziamento complessi-

vo è pari a 640mila euro, di cui 500mila euro destinati al miglioramento genetico del bestiame, 100mila euro per l’acquisto di vaccini per contrastare la diffusione della blue tongue e 40mila euro per l’acquisto di tori.

Pesca e acquacoltura

Indennizzi e contributi saranno finalizzati al contenimento delle specie invasive, al ripristino degli allevamenti danneggiati, alla compensazione delle perdite produttive legate ai periodi di fermo pesca, nonché agli effetti dell’anossia e della proliferazione algale. È inoltre prevista una compensazione per la fluttuazione dei costi di produzione. Per il 2026 sono stanziati 1,5 milioni di euro, di cui 1 milione di euro destinato al ripristino degli allevamenti di vongole e 500mila euro per il contrasto ai fenomeni di anossia che interessano il comparto.

Apicoltura

Una parte significativa del progetto di legge è dedicata all’aggiornamento della legge regionale in materia di apicoltura, riconoscendo al settore apistico un ruolo centrale per la salvaguardia della biodiversità. Le modifiche mirano ad adeguare la normativa regionale al nuovo quadro nazionale sui sistemi di identificazione e registrazione, a rafforzare la tutela dell’Apis mellifera ligustica, l’ape autoctona italiana, e a semplificare complessivamente l’impianto normativo. Tra le principali novità figurano: una definizione aggiornata di apiario in stato di abbandono; il divieto di nomadismo nelle zone di rispetto per la fecondazione delle api regine della sottospecie ligustica; l’allineamento al piano nazionale dei controlli sanitari; un sistema sanzionatorio più articolato, che amplia anche il meccanismo della diffida. Novità che recepiscono le richieste pervenute dalle associazioni di settore all’interno del tavolo apistico regionale. È inoltre previsto il finanziamento di attività di controllo, ricerca, studi, diffusione di conoscenze scientifiche e servizi specializzati per lo sviluppo e la tutela dell’apicoltura regionale.

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Dop e Igp, un gioiello da 3,9 miliardi

In Romagna il valore si colloca tra i 400 e i 700 milioni

Gli Stati generali delle Dop e Igp, promossi dalla Regione Emilia-Romagna, che nella loro prima edizione hanno riunito a Bologna nel gennaio scorso istituzioni, consorzi di tutela, imprese ed esperti nazionali ed europei. Un appuntamento inedito, pensato per avviare una riflessione strutturata sul ruolo delle Indicazioni geografiche come leva di sviluppo economico, competitività delle filiere e presidio dei territori, assumendo l’esperienza emiliano-romagnola – Food Valley d’Europa – come riferimento per un modello di crescita fondato su qualità certificata, identità territoriale e capacità competitiva. Un ruolo che trova conferma nei numeri: 44 produzioni Dop e Igp, il numero più alto in Italia, con un valore complessivo della Dop Economy pari a 3,9 miliardi di euro. Le produzioni alimentari rappresentano 3,5 miliardi di euro, pari all’88,5% del valore complessivo, mentre il vino a Indicazione geografica vale 455 milioni di euro (11,5%).

La Regione mette in campo azioni per il sostegno

Il peso della Romagna

Una stima prudenziale è che l’insieme delle province romagnole (Ravenna, ForlìCesena, Rimini) intercetti dai 400 ai 700 milioni di euro complessivi di valore Dop/ Igp (food più wine), somma, in primis, di Piadina Romagnola Igp (circa 60–65 milioni) e vini Romagna Dop e altre Dop/Igp vitivinicole ricadenti sui territori.

“Le Dop e le Igp non sono soltanto un valore economico: sono coesione sociale, presidio dei territori e futuro per le nostre comunità – spiegano dalla Regione – e i dati sull’export lo confermano: qualità certificata, legame con il territorio e filiere organizzate sono leve decisive per la crescita dell’agroalimentare emiliano-romagnolo. Un patrimonio economico e culturale che rende centrale, anche a livello europeo, il rafforzamento delle politiche di tutela, promozione e valorizzazione delle Indicazioni geografiche. Oggi più che mai l’Europa deve tornare a essere un luogo di scelte coraggiose, dove sia chiaro che produrre cibo non significa solo rispondere a un bisogno, ma investire in lavo-

ro, cultura, identità e sviluppo dei territori, per costruire un’Unione europea più forte, giusta e sicura. Come Regione abbiamo messo a disposizione, nelle annualità 2025 e 2026, 25 milioni di euro per la promozione agroalimentare”.

Il contrasto allo spopolamento

In Emilia-Romagna Dop e Igp sono fondamentali per mantenere viva l’attività economica e sociale nelle aree rurali interne, contrastare lo spopolamento e garantire occupazione e identità. Dall’Appennino fino alle filiere della collina e della montagna, le Dop e Igp rappresentano un modello di sviluppo sostenibile e radicato.

A sostegno di questo percorso, la Regione Emilia-Romagna ha destinato 25 milioni di euro nel biennio 2025–2026 per la promozione nazionale e internazionale delle produzioni di qualità, con missioni strategiche all’estero, attività a Bruxelles e iniziative di valorizzazione sui mercati europei e internazionali.

Le cinque proposte della Regione

In particolare, la Regione Emilia-Romagna ha definito cinque proposte di carattere strategico per rafforzare la promozione e la valorizzazione delle Dop e delle Igp a livello europeo e internazionale.

La prima riguarda l’attivazione di un Fondo straordinario europeo da 1 miliardo di euro dedicato alla promozione delle Indicazioni geografiche. La misura è stata già sottoposta al Commissario europeo Hansen a partire dallo scorso aprile, in occasione di Vinitaly 2025, come risposta alle tensioni commerciali internazionali e come strumento strutturale di sostegno alla promozione delle produzioni europee di qualità sui mercati globali.

Un secondo ambito di intervento riguarda il rafforzamento dell’impiego delle Dop e delle Igp all’interno della rete della ristorazione europea. L’obiettivo è promuovere un utilizzo più diffuso e consapevole dei prodotti a Indicazione geografica non solo nei circuiti di alta ristorazione, ma anche nella ristorazione commerciale e collettiva, attraverso azioni coordinate di informazione, formazione e valorizzazione nei menu.

La terza proposta è orientata al potenziamento della formazione enogastronomica delle giovani generazioni, con particolare riferimento alle scuole di cucina e agli istituti alberghieri dell’Unione europea, per promuovere la conoscenza del valore economico, culturale e produttivo delle Indicazioni geografiche e favorirne un utilizzo consapevole nelle future professioni del settore.

La quarta proposta riguarda l’impiego nelle mense, attraverso un piano strutturato e condiviso, dei prodotti a indicazione geografica, valorizzandone l’introduzione anche con una campagna di comunicazione alle famiglie, che ne spieghi il valore e la qualità garantita.

L’ultima proposta infine è l’istituzione, a livello nazionale, di un credito d’imposta per i ristoratori che utilizzano prodotti agroalimentari Dop, Igp e di qualità certificata, per sostenere la filiera agroalimentare, incentivare la valorizzazione dei prodotti locali e promuovere la cultura enogastronomica italiana e regionale.

intervista a › Marcello Rivalta

“Agricoltura centrale ma l’alluvione pesa ancora” Per Confagricoltura il cambiamento climatico incide sul comparto

L’agricoltura continua a rappresentare uno dei settori chiave dell’economia dell’Emilia-Romagna. Secondo i dati più recenti di Istat e Regione Emilia-Romagna, il valore della produzione agricola regionale supera i 7 miliardi di euro, mentre l’intera filiera agroalimentare – comprendendo trasformazione, distribuzione ed export – genera oltre 34 miliardi di euro di valore. Un sistema produttivo che trova nella Romagna uno dei territori più dinamici, soprattutto nelle filiere frutticole, vitivinicole e orticole. Ma il settore sta attraversando una fase di trasformazione importante, segnata da cambiamenti climatici, innovazione tecnologica e nuove sfide sul piano del lavoro. Ne abbiamo parlato con Marcello Rivalta, presidente di Confagricoltura Ravenna.

Produzioni di qualità e filiere integrate tengono a galla il comparto

Dottor Rivalta, qual è lo stato dell’agricoltura in Romagna?

L’agricoltura romagnola resta un settore centrale per l’economia del territorio. La frutticoltura, la vitivinicoltura e le produzioni orticole rappresentano filiere di grande valore e di forte qualità, che contribuiscono in modo significativo all’identità agroalimentare della regione. L’Emilia-Romagna è una delle

regioni agricole più importanti d’Europa e la Romagna ne rappresenta una parte rilevante, in particolare nel comparto frutticolo, che storicamente è tra i più sviluppati del Paese. Allo stesso tempo però le imprese stanno attraversando una fase complessa. Negli ultimi anni eventi climatici estremi – gelate tardive, grandinate e periodi di siccità – hanno inciso pesantemente sulla stabilità produttiva. A questo si sono aggiunte le alluvioni che hanno colpito più volte la Romagna negli ultimi anni, causando danni significativi alle aziende agricole, alle infrastrutture e ai terreni. Secondo le stime della Regione Emilia-Romagna, solo l’alluvione del 2023 ha provocato oltre un miliardo di euro di danni al comparto agricolo regionale, a dimostrazione di quanto il settore sia esposto agli effetti del cambiamento climatico.

Quali sono i punti di forza e di debolezza del comparto?

Tra i punti di forza c’è sicuramente la qualità delle produzioni e la capacità imprenditoriale delle aziende agricole romagnole. Il territorio ha sviluppato filiere integrate molto solide e una forte vocazione all’export. Basti pensare che

Ha preso il via in Regione Emilia-Romagna il percorso di approfondimento sul progetto di legge regionale relativo all’individuazione delle aree idonee per l’installazione di impianti da fonti rinnovabili. Il provvedimento è stato presentato nell’ambito dei lavori delle commissioni assembleari competenti, avviando di fatto l’iter che porterà alla definizione del quadro normativo regionale. Confagricoltura Emilia-Romagna segue con attenzione il confronto in corso, sottolineando la necessità che la disciplina regionale rimanga coerente con il quadro nazionale definito dal decreto legislativo 190/2024, come modificato dal decreto-legge 21 novembre 2025 n. 175. Per l’organizzazione agricola è infatti fondamentale che la transizione energetica proceda senza compromettere il valore produttivo dei suoli agricoli e senza creare condizioni normative diverse tra le regioni che possano generare squilibri competitivi per le imprese. Il tema riguarda in modo particolare lo sviluppo dell’agrivoltaico e degli impianti a terra, rispetto ai quali Confagricoltura ribadisce la necessità di individuare criteri chiari che garantiscano la compatibilità tra produzione energetica e attività agricola, evitando al tempo stesso l’introduzione di ulteriori vincoli che possano limitare la capacità di investimento delle aziende.

l’Emilia-Romagna è tra le prime regioni italiane per esportazioni agroalimentari, con oltre 9 miliardi di euro di export secondo i dati Unioncamere e Regione Emilia-Romagna. Le criticità invece riguardano soprattutto l’instabilità climatica e il crescente squilibrio competitivo. Alle imprese europee vengono richiesti standard ambientali e sociali sempre più elevati, che condividiamo pienamente, ma che devono valere anche per i prodotti importati da Paesi terzi. A questo si aggiungono l’aumento dei costi di produzione e, in diversi comparti, il calo dei prezzi all’origine.

Le imprese stanno investendo in innovazione e nel contrasto ai cambiamenti climatici?

Agrivoltaico, Regione in campo

In arrivo norme sulle aree idonee

Nel corso dell’incontro è intervenuto anche Nicola Gherardi, componente della Giunta di Confagricoltura Emilia-Romagna, che ha richiamato l’attenzione sulla necessità di mantenere un equilibrio tra obiettivi energetici e sostenibilità del sistema agricolo regionale.

“L’agricoltura non si è mai sottratta alla sfida della transizione energetica – ha dichiarato Nicola Gherardi – ma è fondamentale che le regole consentano alle imprese agricole di essere protagoniste di questo percorso e non semplicemente di subirlo. Le fonti rinnovabili possono rappresentare un’opportunità importante anche per il mondo agricolo, purché si salvaguardi il valore produttivo del suolo e si evitino restrizioni che rischiano di penalizzare le aziende della nostra regione rispetto ad altri territori”.

Secondo Confagricoltura Emilia-Romagna, il confronto istituzionale dovrà concentrarsi in particolare sulla definizione delle aree realmente idonee allo sviluppo degli impianti, sulla compatibilità con le produzioni agricole e sulla necessità di mantenere un quadro normativo equilibrato e coerente con la disciplina nazionale.

“La transizione energetica – ha aggiunto Gherardi – deve procedere insieme alla tutela della produzione agricola e della competitività delle imprese. È su questo equilibrio che si gioca una parte importante del futuro del sistema agricolo e agroalimentare regionale”.

Confagricoltura Emilia-Romagna continuerà a seguire il percorso legislativo nelle sedi istituzionali, portando il contributo e le proposte del mondo agricolo affinché lo sviluppo delle energie rinnovabili possa integrarsi con l’attività delle imprese e con la tutela del territorio.

Sì, e lo stanno facendo in modo molto concreto, spesso anche grazie ai fondi regionali ed europei messi a disposizione negli ultimi anni. L’agricoltura oggi è sempre più tecnologica: molte aziende stanno investendo in sistemi di agricoltura di precisione, sensoristica per la gestione delle colture, irrigazione intelligente e tecnologie per migliorare l’efficienza nell’uso dell’acqua e dell’energia. Accanto a questo si stanno diffondendo sempre di più strumenti di difesa attiva contro gli eventi climatici, come le coperture antigrandine, i sistemi antigelo e nuove varietà più resistenti. Sono investimenti importanti che dimostrano come gli imprenditori agricoli siano pienamente consapevoli della necessità di adattarsi a un contesto climatico e produttivo che sta cambiando.

Nicola

Legacoop protagonista della food valley Fatturato di 7,9 miliardi per le aziende aderenti

La cooperazione agroalimentare aderente a Legacoop Emilia-Romagna conferma il proprio ruolo chiave nella food valley. Con un fatturato complessivo di 7,9 miliardi di euro, 14.634 addetti e 41.650 associati, le 180 cooperative del comparto rappresentano un pilastro economico e sociale per il territorio, generando il 19% del valore regionale del settore e raggiungendo il 40% nel lattiero-caseario. I dati emergono dalla ricerca Nomisma “Sfide e scenari di mercato per la cooperazione agroalimentare regionale”, presentata durante l’evento “Protagonisti della Food Valley”, che ha segnato la conclusione della fusione di Legacoop Agroalimentare Nord Italia nell’associazione regionale. Bologna, Modena, Ravenna e Reggio Emilia valgono l’88% del fatturato

Realizzato nel ravennate il 18% del fatturato regionale

La ricchezza prodotta dalle cooperative è distribuita in tutte le province, ma quattro territori concentrano la quota principale: Bologna (28% del fatturato), Modena (25%), Ravenna (18%), Reggio Emilia (17%).

La Romagna in questo frangente, somma il 18% di Ravenna all’8% di Forlì e allo 0,2% di Rimini, superando, complessivamente, il 26% del valore.

Un sistema che contribuisce in modo decisivo alla competitività regionale, in un contesto in cui l’Emilia-Romagna è la seconda regione italiana per valore dell’industria alimentare e delle bevande e per export, pari al 16,5% del totale nazionale. Nei primi nove mesi del 2025 le esportazioni sono cresciute del 10%, il doppio della media italiana.

Per Daniele Montroni, presidente di Legacoop EmiliaRomagna, la cooperazione agroalimentare è “una real- è tà solida, essenziale per la competitività e la coesione sociale”. La priorità è rafforzare le filiere e sostenere le piccole cooperative nell’accesso ai mercati internazionali. Montroni sottolinea anche il ruolo degli accordi di libero scambio, che “offrono opportunità ma richiedono reciprocità e tutela della sicurezza alimentare”. L’esempio

· MISURE AGROAMBIENTALI E QUADERNI DI CAMPAGNA

· AGRICOLTURA BIOLOGICA, PIANIFICAZIONE AZIENDALE

· DIRETTIVA NITRATI, PRATICHE PER LA REGOLARIZZAZIONE DI UTILIZZO AD USO AGRONOMICO DI EFFLUENTI ZOOTECNICI E DIGESTATI

· STIME PER DIVISIONI E SUCCESSIONI PATRIMONIALI, SERVITÙ

· VALORI FONDIARI ED ESPROPRIAZIONI PER CAUSA DI PUBBLICA UTILITÀ

• Spedizioni internazionali marittime e terrestri

• Uffici e agenti in tutti i porti italiani ed esteri

• Operazioni e assistenza doganale import export

• Specialisti nella logistica di ortofrutta fresca e conservata proveniente da tutto il mondo

Daniele Montroni, presidente Legacoop Emilia-Romagna

Simone Gamberini, presidente nazionale Legacoop (ph Wikipedia.org)

del CETA è emblematico: dopo l’accordo, l’export agroalimentare regionale verso il Canada è passato da una crescita media dell’8% all’11%.

Secondo Simone Gamberini, presidente di Legacoop nazionale, la cooperazione è una leva strategica perché “organizza l’offerta, rafforza le filiere e garantisce stabilità economica e sociale”. L’integrazione tra settori – dalla

Coop Braccianti al lavoro su 12mila ettari

Compie 143 anni e occupa 600 persone

Maretti, presidente nazionale Legacoop agroalimentare

produzione agricola alla trasformazione, dalla logistica all’energia – è la strada per generare valore e consolidare la competitività dei territori. Per Cristian Maretti, presidente nazionale di Legacoop Agroalimentare, il nuovo assetto organizzativo apre opportunità di crescita e qualità, con cooperative sempre più orientate ai mercati europei e internazionali.

La prima cooperativa tra operai braccianti d’Europa nacque a Ravenna nel 1883 grazie all’impulso di 32 lavoratori. A 143 anni di distanza le sette cooperative agricole braccianti associate a Legacoop Romagna coltivano circa 12mila ettari di terreno, l’11% della superficie agricola utile della provincia, e danno lavoro a 600 persone, con investimenti in crescita nell’agricoltura di precisione, ma anche con nuove sfide da affrontare, dalla svalutazione delle produzioni ai danni causati dal cambiamento climatico. Lo si evince dal Report annuale delle Cooperative Agricole Braccianti della Provincia di Ravenna. “Il gruppo

delle 7 Cooperative Agricole Braccianti della provincia di Ravenna – spiega il presidente di Legacoop Romagna, Paolo Lucchi – rappresenta un’esperienza di democrazia economica e cooperazione unica in Italia. Questo patrimonio di valori e di principi continua a tramandarsi di generazione in generazione, grazie alla capacità di rinnovarsi e di coinvolgere i giovani che caratterizza il modello cooperativo, come dimostra il successo del progetto con le scuole che abbiamo avviato in collaborazione con Ravenna Teatro. Ci si trova però di fronte a sfide nuove, su cui occorre mantenere alta l’attenzione se vogliamo che le CAB continuino a rappresentare un esempio di un’agricoltura solidale, equa e rispettosa dell’ambiente”.

Cristian
Paolo Lucchi, presidente Legacoop Romagna
Agricoltura 4.0, imprese sempre più smart Il 42% delle imprese adotta almeno una soluzione hi-tech

In un contesto globale segnato da instabilità geopolitica, crisi climatica e tensioni economiche, il settore agroalimentare italiano continua a investire in innovazione digitale. Dopo la flessione registrata nel 2024 (-8%) torna a crescere il mercato italiano dell’Agricoltura 4.0: secondo la ricerca dell’Osservatorio Smart AgriFood del Politecnico di Milano e dell’Università di Brescia nel 2025 raggiunge un valore complessivo di 2,5 miliardi di euro, in aumento del 9% rispetto all’anno precedente, riallineandosi ai livelli record del 2023. Il dato emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Smart AgriFood del Politecnico di Milano e dell’Università di Brescia. La crescita è trainata principalmente dalle soluzioni software: i Farm management information system registrano un incremento del 17%, mentre i Decision Support System crescono del 26%. Tornano positivi, in linea con i dati europei sul settore dei macchinari agricoli, anche gli investimenti in macchinari connessi (+2%) e in soluzioni di tele-

I risultati della ricerca di Politecnico di Milano e università di Brescia

metria e controllo (+3%). Rimane invece sostanzialmente stabile il livello di adozione delle soluzioni di Agricoltura 4.0 tra le imprese. Nel 2025 il 42% delle aziende agricole italiane utilizza almeno una soluzione smart, mentre la superficie agricola coltivata con tecnologie digitali raggiunge il 10% del totale, in lieve aumento rispetto al 9,5% dell’anno precedente. Il fatto che il mercato dell’Agricoltura 4.0 cresca mentre i livelli di adozione sono stabili segnala che l’impulso viene soprattutto da aziende agricole che già utilizzano soluzioni digitali, mentre le altre faticano a vincere l’iniziale reticenza.

Il livello di maturità digitale nel settore, infatti, resta molto eterogeneo: il 9% delle aziende agricole che oggi è “digitalmente maturo”, un buon 33% è “in cammino” verso una maggiore digitalizzazione, mentre il 58% è ancora in ritardo. E il ruolo degli incentivi pubblici rimane centrale: solo il 21% delle aziende investirebbe in soluzioni digitali anche in assenza di agevolazioni. Uno dei 60 differenti filoni di ricerca

degli Osservatori Digital Innovation della PoliMi School of Management (www. osservatori.net) che affrontano tutti i temi chiave dell’innovazione digitale nelle imprese e nella Pubblica amministrazione.

“Il mercato dell’Agricoltura 4.0 conferma segnali positivi, con una ripresa degli investimenti e un tasso di abbandono quasi nullo tra le aziende che hanno già adottato soluzioni 4.0, a dimostrazione del valore concreto generato dalla digitalizzazione - afferma Andrea Bacchetti, direttore dell’Osservatorio Smart AgriFood – ma, allo stesso tempo, superficie agricola digitalizzata e livello di adozione restano sostanzialmente stabili: a investire sono soprattutto le imprese già mature. La vera sfida è coinvolgere oltre metà del tessuto agricolo che non ha ancora intrapreso questo percorso. Per farlo, è necessario intervenire sui fattori strutturali, come la frammentazione e le ridotte dimensioni aziendali, ma anche rafforzare competenze, cultura dell’innovazione e strumenti di accompagnamento agli investimenti. Solo così la trasformazione digitale potrà diventare realmente sistemica e inclusiva”.

“L’Intelligenza artificiale è entrata nel settore agrifood e può rappresentare un acceleratore per l’evoluzione del settore, ma la sua piena affermazione dipenderà dalla capacità di affrontare con visione e responsabilità temi cruciali come la governance dei dati, il rischio di concentrazione tecnologica e di incrementare il digital divide – dichiara Chiara Corbo, direttrice dell’Osservatorio Smart AgriFood – e sarà fondamentale porre attenzione al possibile disallineamento tra la velocità di innovazione dei provider tecnologici e la capacità di investimento delle imprese, promuovendo programmi di

inclusione digitale, in particolare a favore di agricoltori e Pmi, adottando inoltre strategie che riconoscano nel dato una leva competitiva centrale lungo tutta la filiera, a partire dagli attori a monte”.

La digitalizzazione delle aziende agricole

Cresce la consapevolezza sull’utilizzo integrato delle soluzioni di Agricoltura 4.0, non più percepite solo come strumenti di campo, bensì come leve a supporto della gestione complessiva dell’azienda agricola. L’analisi di 30 casi pilota in 20 Paesi europei ha evidenziato un Roi positivo dall’adozione di soluzioni digitali per l’agricoltura e benefici netti nella maggior parte delle aziende agricole, come un uso più efficiente degli input di produzione (e conseguente riduzione dei costi) e il miglioramento delle rese, della produttività e della qualità del lavoro. Il tasso di abbandono delle soluzioni digitali da parte delle aziende utilizzatrici è praticamente nullo: chi le adotta ha benefici in linea o superiori alle aspettative e tende a proseguire negli investimenti. Guardando le aziende agricole “ferme”, circa la metà vuole intraprendere un percorso di digitalizzazione nel prossimo futuro. È necessario però supportare e accompagnare tali aziende, soprattutto le più piccole, evitando che alcune filiere perdano terreno e conseguentemente competitività.

Gli investimenti in innovazione I segnali di ripresa degli investimenti in innovazione (non solo digitale, come dimostrano i trend positivi anche nelle vendite di macchinari agricoli in Europa) fanno ben spe-

Andrea Bacchetti, direttore Osservatorio Smart AgriFood
Chiara Corbo, direttrice Osservatorio Smart AgriFood

rare per il prossimo futuro. Il mercato dell’Agricoltura 4.0 in Italia non ha esaurito la fase di crescita: il 37% degli agricoltori ha intenzione di investire in futuro su macchinari connessi, il 34% su sistemi di monitoraggio. Anche il Quaderno di Campagna digitale - sebbene la sua obbligatorietà sia stata prorogata al 2027 - contribuirà a dare una spinta verso una maggiore digitalizzazione nei campi della penisola. Diversi fattori continuano a frenare la digitalizzazione del settore agricolo in Italia: al primo posto c’è la scarsa conoscenza delle opportunità offerte dalle soluzioni 4.0, poi la carenza di incentivi e alcune criticità strutturali. La limitata consapevolezza dei benefici del digitale caratterizza soprattutto le aziende che non hanno ancora investito nell’Agricoltura 4.0 e di conseguenza non hanno potuto sperimentarne gli impatti. Si aggiunge la contrazione degli incentivi pubblici (che si prevedono ulteriormente in calo): solo il 21% delle aziende agricole italiane, prevalentemente di grandi dimensioni, oggi investirebbe anche senza agevolazioni. Persistono inoltre criticità strutturali per la scarsa interoperabilità tra le soluzioni e la carenza di competenze specialistiche, su cui non si prevedono evoluzioni significative nel futuro a causa dell’immobilismo delle aziende a investire su questo fronte.

globali), come il monitoraggio delle colture, la gestione irrigua e la difesa. Ma sono diffuse anche applicazioni per l’efficienza operativa in produzione (31%) e per il controllo della qualità del prodotto e della tracciabilità di filiera (29%).

In Italia, la diffusione dell’IA è ancora limitata, ma emergono segnali di un interesse. L’8% degli agricoltori ha cominciato a utilizzare soluzioni abilitate dall’IA, beneficiando di supporto nelle decisioni, riduzione del carico di lavoro (a vantaggio di attività a maggiore valore aggiunto) e più controllo sui processi. Nell’industria della trasformazione alimentare, il 18% delle aziende ha adottato l’IA e il 55% ha interesse in sperimentazioni future. Mentre l’80% dei tech provider ha l’intenzione di sviluppare soluzioni che includono tecnologie di IA per il settore nel prossimo futuro. Ma sono diversi anche i rischi percepiti per l’IA. I pericoli di cybersecurity e violazione della privacy, in particolare, sono avvertiti dalle aziende della produzione primaria e della trasformazione (circa il 36%), assieme al potenziale incremento dei costi. La potenziale parzialità e imprecisione dei dati sono invece preoccupazioni rilevanti per i fornitori tecnologici (62%), seguite dai potenziali cambiamenti normativi (28%).

Le startup smart agrifood

Il ruolo dell’Intelligenza artificiale

Nel 2025 l’Intelligenza artificiale ha proseguito la sua diffusione nell’agroalimentare: i progetti che implementano l’IA sono più che raddoppiati nel mondo, in particolare nell’ambito agricolo. Le soluzioni IA sono utilizzate soprattutto per la gestione di attività in campo aperto (nel 62% dei progetti

Nonostante i fattori di criticità geopolitici, economici e ambientali, nel 2025 il settore agrifood globale ha continuato a credere e a investire nell’innovazione digitale. Sono tornate a crescere le risorse raccolte dalle startup smart agrifood, che raggiungono quota 11,5 miliardi di dollari (+21%). Le startup eCommerce food restano le più finanziate (77% dei capitali raccolti), ma cresce l’interesse per l’Agricoltura 4.0: aumentano infatti le realtà innovative che offrono soluzioni per il settore primario abilitate soprattutto da piattaforme, IA e IoT, per rispondere alla crescente necessità - da parte del mondo agricolo - di disporre di tecnologie focalizzate su obiettivi mirati e misurabili, come il sequestro del carbonio, la riduzione delle emissioni di gas serra, l’ottimizzazione delle risorse e l’aumento della produttività.

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Ortofrutta, l’export raggiunge i 6,7 miliardi

Cresce anche l’import ma le mele restano il nostro fiore all’occhiello

Le esportazioni italiane di ortofrutta crescono, ma non abbastanza da tenere il passo dell’import. Ne consegue una bilancia commerciale che resta negativa a volume, pur registrando il primato dall’export, in aumento a doppia cifra fino a 6,7 miliardi di euro. È questa la fotografia che emerge dalle elaborazioni del Monitor Ortofrutta Agroter su dati Istat relativi al consuntivo dell’intero 2025.

Cosa esportiamo

Tra i prodotti più importati in testa le patate seguiti da banane e cipolle

Nella classifica dei 10 prodotti più spediti all’estero, le mele si confermano il fiore all’occhiello dell’ortofrutta italiana: i quantitativi superano il milione di tonnellate, mentre a valore ci si avvicina a ben 1,2 miliardi di euro, entrambi in crescita a doppia cifra (+16%). Positiva anche l’annata dell’uva da tavola che si colloca in seconda posizione e cresce anch’essa del 16% a volume. Più contenuta, invece, la crescita in valore (+8%), frenata da quotazioni inferiori. Sul terzo gradino del podio troviamo invece le angurie, in aumento sia nei quantitativi spediti (+7%) che nel valore generato (+11%). Da se-

gnalare anche il kiwi italiano all’estero che è il prodotto a registrare la migliore performance a livello di trend: +20% a volume e +26% a valore. Segnali di difficoltà, invece, per pesche e nettarine, unico prodotto frutticolo della top 10 a chiudere in calo nei volumi (-7%). La minore disponibilità di prodotto nazionale ed europeo - a partire dalla Spagna - ha tuttavia sostenuto i prezzi, determinando un incremento del valore del 20%. I principali mercati di destinazione restano europei con Germania primo partner commerciale (2,1 miliardi di euro) seguita da Francia (722 milioni), Austria (476 milioni), Svizzera (397 milioni) e Spagna (319 milioni).

Cosa importiamo

Al contrario, nella graduatoria dell’import del 2025, spiccano le patate che rappresentano il prodotto più acquistato all’estero, con quantitativi vicini alle 900mila tonnellate (+8%). A fronte dell’aumento dei volumi, però, il valore cala del 10%, segnalando una sensibile riduzione delle quotazioni. Le banane oc-

cupano la seconda posizione, con una crescita moderata sia nei volumi sia nel valore, entrambi pari al +5%. Al terzo posto si collocano le cipolle, che registrano l’aumento più marcato nei quantitativi importati (+42%), mentre la spesa cresce in misura più contenuta (+21%). Da segnalare, infine, anche la progressiva crescita dell’avocado sulle tavole degli italiani: pur occupando l’ultima posizione della classifica, fa segnare quasi un +25% nei volumi importati, a fronte di un incremento della spesa limitato all’11%, grazie a prezzi relativamente più contenuti.

Saldo positivo grazie a un export di valore

Complessivamente, nel 2025 la bilancia commerciale dell’ortofrutta italiana resta negativa per 196mila tonnellate, anche se il deficit si riduce dell’11% rispetto all’anno precedente. Sul fronte del valore, invece, il saldo positivo si contrae del 27%, passando da 559 a 408 milioni di euro. In altre parole, l’Italia continua a importare più tonnellate di ortofrutta di quante ne esporti, ma riesce comunque a mantenere un saldo positivo a valore grazie a un export caratterizzato da prodotti di maggior valore.

I dati complessivi

Nel 2025 le esportazioni ortofrutticole italiane raggiungono le 3,9 milioni di tonnellate, con un incremento dell’8% rispetto all’anno precedente. Ancora più marcata è la crescita a valore, che segna un +11% e porta il totale a 6,7 miliardi di euro. Analizzando le principali macrocategorie, spicca il contribu-

La verdura “lavata” cresce

Quarta gamma a 1,3 miliardi

La filiera della IV gamma orticola è senza dubbio una delle realtà di riferimento del sistema ortofrutticolo nazionale, sia per il valore generato alla produzione – oltre 650 milioni di euro nel retail, che salgono a circa 750 milioni includendo l’Horeca – sia per il valore al consumo, che supera 1,1 miliardi di euro e raggiunge 1,3 miliardi considerando anche il fuori casa. Per dare un ordine di grandezza, nel canale moderno le mele valgono al consumo circa 660 milioni di euro, poco più della metà. Considerato l’elevato livello tecnologico della filiera, va ricordato anche il peso dell’indotto diretto, che porta il valore complessivo generato a oltre 1,7 miliardi di euro, con più di 35mila addetti. Allo stesso tempo, la capacità produttiva del sistema nazionale, sia sul piano agricolo sia a livello di facility industriali, è nettamente superiore rispetto

to della frutta fresca (i volumi esportati aumentano del 13%), accompagnati da una crescita del valore pari al 15%. Bene anche gli agrumi italiani, in aumento del 7% a volume, con quotazioni favorevoli sui mercati internazionali che spingono il valore dell’export a +13%. Più contenuta la dinamica di legumi e ortaggi, sostanzialmente stabili nei volumi (+2%) e nel valore (+1%). Da segnalare, poi, l’ottima performance della frutta secca italiana, che mette a segno un +24% nei volumi esportati e un +35% nel valore generato Tuttavia, tra gennaio e dicembre 2025 crescono anche le importazioni di ortofrutta: i quantitativi in entrata aumentano del 7%, mentre la spesa complessiva sale del 15%. A incidere in modo particolare è la frutta secca estera, complice quotazioni in forte rialzo. Tra dazi e carenza produttiva di alcuni areali come la Turchia, l’esborso aumenta del 40%, a fronte di volumi importati in crescita solo del 15%. Una dinamica simile si osserva anche per gli agrumi provenienti dall’estero: i quantitativi aumentano solo del 5%, ma la spesa cresce del 23% per effetto dei prezzi più alti. Continua inoltre il trend di crescita della frutta tropicale, con importazioni in aumento del 7% a volume, a conferma di una tendenza ormai consolidata.

all’attuale dimensione del mercato interno: la stima prudenziale indica un potenziale eccedente di circa il 40%, pari a 200mila tonnellate su 280mila.

A ciò si aggiunge una presenza ancora limitata sui mercati internazionali, anche per effetto di un’organizzazione che resta piuttosto frammentata in termini assoluti: si contano circa 80 aziende, sebbene le prime dieci concentrino oltre il 70% del mercato. In questo contesto si determina una forte concorrenza orizzontale, spesso finalizzata a saturare la capacità produttiva e ad abbattere i costi fissi, con un’attenzione non sempre adeguata alla tenuta dei margini.

Apofruit, nel 2025 il biologico corre

Commercializzate 56.500 tonnellate per un valore di 141 milioni

Comparto biologico centrale nella strategia della cooperativa. Nel 2025 il bio ha rappresentato il 25% dei volumi complessivi e il 30% del fatturato di Apofruit, configurandosi come una componente trainante sia sotto il profilo commerciale sia come risposta concreta a una parte rilevante della base sociale. “Il biologico – spiega il presidente Mirco Zanotti – è un pilastro della nostra cooperativa. Parliamo di un segmento che incide per un quarto dei volumi e per il 30% del fatturato complessivo. È una scelta strategica che negli anni abbiamo rafforzato, perché consente di valorizzare il lavoro di circa 500 aziende socie impegnate nel bio e di presidiare mercati importanti, in Italia e all’estero, nonostante le difficoltà che il comparto ha attraversato negli ultimi anni”.

Decisivo il posizionamento dei marchi, le varietà innovative e una presenza strutturata sui mercati

Nel 2025 il Gruppo Apofruit ha commercializzato 56.500 tonnellate di prodotto biologico, per un valore complessi-

vo di 141 milioni di euro, in crescita dell’8% rispetto ai circa 130 milioni del 2024. Un risultato che conferma la solidità del modello organizzativo e commerciale messo in campo.

“Il Cda – aggiunge il direttore generale Ernesto Fornari – ha svolto la consueta analisi annuale sul biologico, che per noi rappresenta una diversificazione produttiva fondamentale e un business strategico. In un contesto non semplice come è stato quello del 2025, siamo riusciti a mantenere e incrementare i volumi grazie al posizionamento dei nostri marchi, al lavoro sulle varietà innovative e a una presenza strutturata sui mercati. Il biologico richiede profondità di gamma, continuità di fornitura per dodici mesi l’anno e una grande capacità commerciale, perché nei punti vendita incide mediamente tra il 3% e l’8% del reparto ortofrutta. Per questo abbiamo costruito nel tempo una struttura articolata e specializzata”.

Canova al centro

In Apofruit, cuore della commercializzazione del biologico è Canova, società del Gruppo nata 28 anni fa per valorizzare le produzioni bio dei soci e oggi attiva in tutta Europa. “Canova - ha sottolineato il direttore Cesare Gridelli - ha chiuso il 2025 con 97 milioni di euro di fatturato, in crescita del 5%, e rappresenta il fulcro di un sistema che comprende anche le società estere e collegate. Canova France ha raggiunto 5,76 milioni, con un incremento del 30% sul 2024, mentre Canova Spagna (che comprende anche il Portogallo) ha sviluppato 7,55 milioni, in crescita del 30%.

Vivi Toscano, operante appunto in Toscana, ha toccato 9,88 milioni, +9%, mentre Mediterraneo Group si è attestata a 7,6 milioni, con un +17%. A questi si aggiungono 12 milioni e 850 mila euro di prodotto biologico commercializzato direttamente da Apofruit in larga parte legato ai prodotti industriali”.

Accanto a queste realtà, un contributo importante proviene anche dalle società partner e collegate che ampliano l’offerta biologica del Gruppo Coltor, specializzata in carote, patate e cipolle, rappresenta un tassello strategico sia per la prima gamma evoluta sia per la quarta gamma, lavorando in sinergia con Canova e con Apofruit anche attraverso Mediterraneo Group. Coop Sole, con fragole, meloni e ortaggi, e OP Terre di Bari, con l’uva, contribuiscono a rafforzare la profondità di gamma e a garantire varietà esclusive, comprese le nuove cultivar di uva senza semi. Questa integrazione consente al Gruppo Apofruit di presidiare il mercato con un assortimento completo e continuativo, rispondendo alle esigenze della Gdo italiana ed estera.

Il kiwi prodotto di punta

Tra i prodotti di maggiore rilievo per fatturato spicca il kiwi, che complessivamente supera i 15 milioni di euro, con 12 milioni per il verde, 2,2 milioni per il giallo e circa 5 milioni legati al kiwi biologico a marchio Zespri®. Seguono le banane con 8,5 milioni, la prima gamma evoluta e la gamma con 5,6 milioni, l’uva con 5,5 milioni, le carote con 5,3 milioni, limoni e albicocche entrambi a 4,5 milioni, le nettarine con 4,1 milioni, le clementine con 3,7 milioni e il pomodoro ciliegino con 3,3 milioni. Un ulteriore elemento di svilup-

po è rappresentato dalle 75 “isole bio” attive nella Gdo italiana, destinate ad aumentare di una decina di unità nel 2026.

“Le isole bio – ha evidenziato Fornari – ci permettono di offrire un assortimento ampio, continuità e una forte identità di marca. Il consumatore bio cerca varietà – come il nuovo kiwi Dulcis™, il mandarino Tang Gold®, le uve seedless o le pesche e nettarine piatte – ma anche sicurezza. Il nostro marchio Almaverde Bio, insieme a certificazioni come Bio Suisse, Naturland e Demeter (quest’ultima per il biodinamico), ci consente di presidiare anche i mercati più esigenti, come Svizzera, Germania e Austria”.

I territori di provenienza

Il biologico di Apofruit è radicato in numerosi territori italiani, dalla Sicilia alla Calabria, dalla Basilicata alla Puglia, fino al Lazio, alla Romagna, al Veneto, al Trentino e al Piemonte, con produzioni che coprono l’intero calendario commerciale. “È un comparto complesso e frammentato – conclude il presidente Zanotti – dove per fare volumi occorre una grande capacità di ramificazione commerciale e di gestione dell’assortimento. La nostra forza è la struttura di gruppo, la profondità del portafoglio varietale e la possibilità di servire clienti in tutta Europa e anche oltreoceano, dal Canada agli Emirati Arabi”.

Il Cda del 25 febbraio scorso ha confermato l’impegno a consolidare ulteriormente il comparto del biologico, considerandolo una leva strategica per garantire prospettive di crescita e stabilità ai soci della cooperativa, anche in un contesto di mercato in continua evoluzione.

Mirco Zanotti, presidente Apofruit Italia
Ernesto Fornari, direttore generale Apofruit ph. Shutterstock
Selenella, la patata di qualità conquista il mercato In arrivo il prodotto novello dalle regioni del Sud

Selenella è un marchio e un consorzio che riunisce produttori italiani di patate (e, oggi, anche cipolle e carote) arricchite naturalmente in selenio, con filiera controllata e 100% italiana. È il marchio del “Consorzio Patata Italiana di Qualità”, nato nel 1990 come Consorzio per la patata tipica di Bologna, oggi con sede e cuore produttivo in Emilia-Romagna.

A Macfrut il valore di una filiera che investe in qualità e sostenibilità

Il Consorzio della Patata Italiana di Qualità conferma anche per il 2026 la propria partecipazione a Macfrut, appuntamento di riferimento per l’intera filiera ortofrutticola. Un’occasione strategica per presentare gli sviluppi dell’ultimo anno, condividere le innovazioni introdotte in campo e raccontare il valore di una filiera che continua a investire in sostenibilità, tecnologia e qualità certificata 100% italiana. L’occasione giusta per valorizzare il lavoro dei produttori che rendono Selenella un marchio riconosciuto e apprezzato dai consumatori. Innovazione, italianità e sostenibilità restano i pilastri su cui il Consorzio costruisce il proprio futuro, con l’obiettivo di offrire prodotti sicuri, buoni e responsabili.

Il Consorzio affronta la fiera in un momento particolarmente significativo: verso le fine di aprile, infatti, prenderà

ufficialmente il via la campagna delle Patate Novelle Selenella, una primizia molto attesa dal mercato e dai consumatori. Dagli areali meridionali confermano un prodotto di ottima qualità, frutto di un lavoro attento e costante dei produttori del Consorzio.

“La stagione delle Novelle rappresenta sempre un momento molto importante per la nostra filiera - commenta Massimo Cristiani, presidente del Consorzio Patata Italiana di Qualità - e, anche quest’anno, l’obiettivo è arrivare al mercato con un prodotto eccellente, espressione del nostro impegno nella produzione integrata, nella tutela del territorio e nella costanza degli investimenti in innovazione. Siamo lieti di tornare a Macfrut, un palcoscenico che valorizza il confronto tecnico e la capacità del settore di guardare avanti con visione comune”.

A Macfrut Selenella porterà l’esperienza di una realtà che continua a crescere, grazie a un modello produttivo basato su qualità certificata, tracciabilità e rispetto dell’ambiente. L’impegno del Consorzio nella riduzione degli sprechi, nella gestione efficiente delle risorse idriche e nell’utilizzo di tecnologie agricole avanzate rappresenta oggi un punto di riferimento a livello nazionale per la pataticoltura.

Massimo Cristiani, presidente Consorzio Patata Italiana di Qualità

Conserve Italia, la frutta e la verdura a regola d’arte

Ricavi a 1,15 miliardi e utile di 6,5 milioni - Liquidazioni in crescita

Conserve Italia, il maggior gruppo agroalimentare della Regione - che oltre alla capogruppo, Conserve Italia Soc. Coop. Agricola, annovera altre otto società controllate - ha registrato nell’anno 2024-2025 un fatturato di 1,15 miliardi di euro (in leggera contrazione rispetto all’esercizio precedente), con un utile di 6,5 milioni di euro. La posizione finanziaria netta consolidata si è attestata a 115 milioni di euro, l’Ebitda a 76 milioni di euro (8,5%) mentre il patrimonio ha raggiunto i 306 milioni di euro.

Ricerca e innovazione di prodotto trainano la cooperativa

“L’esercizio 2024-25 è stato caratterizzato da un contesto macroeconomico internazionale fortemente instabile e da un effetto deflattivo sui prezzi verificatosi dopo una lunga fase di inflazione, uniti ad una flessione dei consumi in alcune categorie di prodotto. La nostra politica commerciale sia nel mercato interno che nei mercati internazionali – spiega il direttore generale Pier Paolo Rosetti – ha mirato a salvaguardare il più possibile i livelli di marginalità

aziendale a beneficio della filiera agricola, anche a costo di sacrificare volumi di vendita, in parte compromessi dalle difficili campagne 2024 che hanno ridotto la disponibilità di prodotto, soprattutto per il pomodoro. Abbiamo continuato a puntare sull’innovazione con la forza dei nostri marchi, a partire da Yoga con le nuove gamme di succhi di frutta sostenute anche dalla campagna pubblicitaria, il pomodoro Cirio con un ampliamento della linea dei sughi con datterino e le novità di Valfrutta nel segmento dei piatti pronti vegetali”.

Liquidazioni da record

Supera i 106 milioni di euro l’ammontare delle liquidazioni erogate da Conserve Italia ai propri soci produttori che, nel corso dell’esercizio 2024-25, hanno conferito il 95% delle 549.542 tonnellate di materia prima trasformate tra pomodoro, frutta e orticole da industria. Si tratta di

un importo mai raggiunto in precedenza, che arriva a seguito di un trend di costante aumento delle liquidazioni registrato negli ultimi cinque anni (+60%). Un risultato di grande rilevanza per il Consorzio composto da 35 cooperative agricole e che detiene i marchi Valfrutta, Cirio, Yoga, Derby Blue e Jolly Colombani.

Con Agrometeo la tecnologia al servizio dell’agricoltura

Sensoristica e intelligenza artificiale per la frutticultura

“La cifra record delle liquidazioni alla base sociale testimonia l’impegno concreto di Conserve Italia nella valorizzazione della propria filiera agricola, alla quale non abbiamo mai fatto mancare il nostro sostegno, soprattutto nei momenti di maggiore difficoltà”, commenta il presidente Maurizio Gardini che illustra anche gli interventi realizzati nell’ambito del Piano investimenti da oltre 86 milioni di euro, che andrà a concludersi nel 2026. “Le innovazioni che stiamo portando a termine in tutti i nostri stabilimenti produttivi e nella sede centrale – ha detto –ci consegnano un’azienda sempre più all’avanguardia in termini di qualità delle produzioni, efficienza e tracciabilità dei processi, sostenibilità ambientale, digitalizzazione e miglioramento delle condizioni di lavoro. Abbiamo cambiato il volto di Conserve Italia tenendo ben salde le radici nella terra dei nostri soci produttori”.

Dati, tecnologia e competenze al servizio delle scelte in campo. Si è chiusa a Bagnacavallo la seconda tappa di formazione del progetto Agrometeo promosso da Conserve Italia un momento di confronto diretto tra tecnici e soci frutticoltori romagnoli per fare il punto su quanto realizzato finora e guardare alle prossime sfide. L’iniziativa si è svolta il 26 e 27 gennaio scorso nello stabilimento Agrintesa e ha coinvolto quasi un centinaio di aziende agricole del territorio romagnolo, suddivise in tre incontri, con al centro i risultati della sperimentazione 2025 e gli obiettivi del 2026. Il progetto Agrometeo, sviluppato dall’Ufficio agricolo di Conserve Italia in collaborazione con xFarm Technologies e Università di Bologna, è stato avviato nell’autunno del 2023 dando vita in Emilia-Romagna alla più ampia rete di monitoraggio agronomico d’Italia che coinvolge circa 700 ettari di frutteti con impianti programmati di produzioni da industria. Una rete basata su sensoristica in campo e intelligenza artificiale che oggi supporta i frutticoltori su molteplici fronti, dall’irrigazione alla difesa fitosanitaria, fino alla stima delle rese. “Agrometeo è un investimento strategico per la nostra base sociale - afferma Daniele Piva, direttore produzioni agricole di Conserve Italia - perché promuove la digitalizzazione dei campi mettendo a disposizione degli agricoltori strumenti concreti per affrontare un contesto sempre più complesso, segnato dal cambiamento climatico. La formazione ai soci è il passaggio chiave per trasformare l’innovazione in valore operativo”.

Una difesa della frutta mirata e tempestiva Durante le due giornate sono stati presentati i principali risultati del 2025, primo anno pieno di sperimentazione. Sul fronte della difesa fitosanitaria, i Dss (Sistemi di supporto alle decisioni) sviluppati per le principali colture frutticole (albicocco, pesco, nettarina, pero e melo) hanno dimostrato una buona capacità di individuare le finestre di rischio per le patologie fungine. In un anno particolarmente favorevole allo sviluppo delle malattie come il 2025, sono emerse finestre di rischio lunghe e ripetute, soprattutto per il pero, mentre sul pesco il Dss per il fusicocco ha individuato tre principali lunghe finestre di rischio legate a piogge e umidità elevata. Per quanto riguarda il monitoraggio degli insetti, le trappole con riconoscimento automatico hanno raggiunto un’accuratezza media intorno al 70% per le principali specie analizzate, confermando il potenziale della tecnologia, pur con

Pier Paolo Rosetti, direttore generale Conserve Italia
Maurizio Gardini, presidente Conserve Italia

margini di miglioramento per alcuni target. “Il valore aggiunto dei Dss è racchiuso nella possibilità di capire quando intervenire - spiega Mattia Onofri, responsabile frutta di Conserve Italia - rendendo i trattamenti più mirati ed efficienti. Nel 2026 lavoreremo per affinare ulteriormente i modelli e adattarli alle diverse realtà aziendali”.

FarmView e irrigazione: efficienza e sostenibilità Ampio spazio è stato dedicato anche al progetto FarmView, il cosiddetto sistema “contafrutti digitale”, un innovativo strumento di stima della resa basato sul riconoscimento automatico dei frutti tramite riprese video e algoritmi di Intelligenza Artificiale. Nel 2025 sono stati testati tre modelli per

albicocco, pesco e pero, sviluppati sulla base di circa 40.000 immagini confrontate con tre anni di dati storici di produzione. Il contributo delle immagini alla stima ha evidenziato la necessità di integrare ulteriori fonti di dati per migliorare la precisione. “Per ottenere stime più accurate - sottolinea Onofri - dovremo integrare le immagini con ulteriori informazioni come dati meteo, indici di vegetazione e conoscenze agronomiche. La strada da seguire è questa”. Sul fronte della gestione irrigua, la sperimentazione condotta con il supporto del Dipartimento di Scienze e tecnologie agro-alimentari (Distal) dell’Università di Bologna ha mostrato risultati incoraggianti, con riduzioni dei volumi irrigui in alcuni casi superiori al 40% e un significativo miglioramento dell’efficienza d’uso dell’acqua, senza compromettere lo stato idrico delle piante. “Siamo ancora in una fase di validazione - afferma Luigi Manfrini, responsabile del gruppo di ricerca Unibo per Agrometeo - ma i dati indicano chiaramente il potenziale dei Dss irrigui. Il lavoro proseguirà per consolidare i risultati e affinare i modelli, com’è inevitabile che sia durante la fase sperimentale”.

Le prospettive 2026

Nel 2026 il progetto Agrometeo entrerà in una nuova fase, con l’obiettivo di rendere gli strumenti sempre più affidabili e integrati, rafforzando e confermando l’impegno di Conserve Italia nel costruire, insieme ai soci produttori, una frutticoltura da industria sempre più innovativa, efficiente e resiliente. “Questo progetto dimostra come la tecnologia possa diventare un alleato concreto dell’agricoltura - conclude Giovanni Causapruno, Sales director Europe di xFarm Technologies - trasformando i dati raccolti in decisioni operative, più rapide e sostenibili”.

Daniele Piva, direttore produzioni agricole Conserve Italia
Mattia Onofri, responsabile frutta Conserve Italia
Giovanni Causapruno, sales director Europe xFarm Technologies

Gruppo Amadori, pollo Campese a gonfie vele

Gli allevamenti all’aperto dell’azienda cesenate premiati dal mercato

Il Gruppo Amadori ritorna a TuttoFood (Milano, 11-14 maggio 2026), con una postazione a isola di 150 mq, nel Padiglione 4 – Stand 01, nuovamente col proprio corporate brand “Amadori – The Italian Protein Company”: l’appuntamento sarà l’occasione per presentare l’intera gamma proteica offerta dal Gruppo, dalle proteine “bianche” (carni di pollo e tacchino), “gialle” (uova e ovoprodotti), “rosa” (carni di suino a marca Lenti) e “verdi” (la linea Veggy Amadori). A Milano sarà presentata anche una importante novità negli elaborati crudi a nome “CuoRipieni” e la fiera sarà anche l’occasione per celebrare i 25 anni de “Il Campese”, la prima filiera del pollo allevato all’aperto in Italia (e seconda in Europa), eccellenza dell’offerta Amadori. Intanto, con 1,72 miliardi di fatturato nel 2024 (ultimi dati disponibili), il Gruppo si conferma ai vertici del comparto agroalimentare italiano: Ebitda di 148,5 milioni, risultato netto di 37,6 milioni e investimenti lungo le proprie filiere pari a 65 milioni. In un contesto segnato da eventi di grande rilevanza e incertezza globale, che hanno avuto un impatto diretto sui mercati di riferimento, il Gruppo Amadori ha rinforzato il proprio posizionamento ai vertici del comparto agroalimentare italiano raggiungendo risultati in linea con gli obiettivi prefissati nel

Ricavi a 1,72 miliardi –Confermata la partecipazione a Tuttofood di Milano

proprio Piano Strategico 2024-2028. I dati di bilancio consolidato confermano la capacità del Gruppo di adattarsi e reagire con determinazione, efficacia e spirito di squadra a scenari macro-economici in evoluzione, grazie alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento e alla cultura di filiera: solida, integrata, italiana. Questi elementi, supportati da investimenti strategici per 65 milioni nel corso del 2024, rappresentano un asset centrale per garantire solidità e competitività, proseguendo nel solco tracciato dalla nuova Vision di essere la Protein Company Italiana più sostenibile e innovativa.

Grazie all’attività di oltre 9.000 donne e uomini la filiera vede attivi 18 tra stabilimenti e siti produttivi e circa 800 allevamenti, sia a gestione diretta che in convenzione, per la produzione di più di 3.100 referenze che raccontano l’impegno del Gruppo Amadori a portare in tavola un’offerta proteica ampia e di qualità, da fonti sia animali che vegetali. Con una quota di mercato di circa il 30% nel settore di riferimento, il Gruppo ha registrato risultati particolarmente positivi nelle filiere di alta qualità e premium della category pollo, ad esempio con un +5,3% per “Il Campese”, la prima filiera italiana del pollo allevato all’aperto e la seconda in Europa.

Caviro, ricavi a quota 351 milioni

La sostenibilità aiuta il business in cantina

Il Gruppo Caviro conferma il proprio primato in Italia per quota di mercato, operando lungo l’intera filiera vitivinicola con un modello integrato orientato alla qualità, alla sostenibilità e all’economia circolare.

Caviro, al vertice di una filiera di 11.500 viticoltori, ha chiuso l’esercizio 2025 con ricavi consolidati pari a 351 milioni di euro, riflettendo una razionalizzazione dei volumi sulla strategic business unit B2B e un mix maggiormente orientato alla marginalità. L’Ebitda si attesta a 29 milioni (8,3% sui ricavi) e il risultato netto sale a 2,3 milioni, in miglioramento rispetto agli 1,1 milioni di euro del 2024. Significativo il progresso della struttura finanziaria: la posizione finanziaria netta, infatti, si riduce passando da 80,3 a 66,5 milioni di euro con i mezzi propri in aumento a 128 milioni di euro ed un relativo miglioramento dell’autonomia finanziaria.

Il risultato netto raddoppia (2,3 milioni) rispetto al dato dell’anno precedente

con cui Caviro è chiamata a confrontarsi – sottolinea Carlo Dalmonte, presidente Gruppo Caviro – e a questo si aggiungono le sfide del comparto vitivinicolo: il calo strutturale dei consumi a livello mondiale è un fenomeno complesso, che non può più essere affrontato esclusivamente attraverso la ricerca di nuovi mercati. In un anno così impegnativo, siamo orgogliosi di aver difeso la marginalità del Gruppo. I risultati ottenuti non sono un traguardo, ma rappresentano una base su cui costruire il nuovo esercizio e affrontare i prossimi mesi di lavoro”.

Meno consumi ma più margini

“Lo scenario socio-politico impone una riflessione sulla ridefinizione degli equilibri globali, un cambiamento costante

Come già avvenuto nell’anno precedente, i risultati positivi del comparto vino hanno trainato l’anno fiscale 2024-2025. Attraverso un attento controllo dei costi e alla diversificazione della propria gamma, l’azienda è riuscita a consolidare la propria quota di mercato garantendo una crescita costante dei margini pur a fronte di un calo dei volumi di vendita.

“Coerentemente con la strategia definita è stata consolidata la divisione vino in due asset – aggiunge Giampaolo Bassetti, direttore generale Gruppo Caviro -. Da una parte, Cantine Caviro, con tutti i marchi che sono la massima espressione dei soci viticoltori, da Nord a Sud. Dall’altra Tenute Caviro, nata con lo scopo di valorizzare le realtà radicate nelle aree più vocate d’Italia e sotto il cui cappello rientrano ad oggi i territori del Chianti e della Valpolicella dove il Gruppo vanta aziende di proprietà con le società controllate Leonardo Da Vinci Spa e Gerardo Cesari Spa”.

Dai Fine Wines al nuovo volto di Tavernello

La divisione Tenute Caviro ha registrato performance eccellenti sia nel canale Horeca, consolidando la presenza nella ristorazione di alto livello e nell’hotellerie, sia nella Gdo, dove il rafforzamento della distribuzione ha garantito risultati soddisfacenti. Sul fronte del mass market, il Gruppo ha intrapreso un deciso rafforzamento del segmento daily in Gdo, facendo leva sull’iconicità di Tavernello e su una strategia di diversificazione che intercetti i nuovi trend di consumo, come dimostrato dal lancio di Tavernello Spritz. Grazie ad azioni mirate al mercato e a campagne olistiche, come quelle focalizzate su Tavernello Frizzante che ha registrato performance con incrementi di vendita a volume sostanziali, si conferma la capacità di Caviro di innovare il linguaggio del vino quotidiano. In questa prospettiva, Tavernello si appresta ad affrontare nel 2026 un profondo piano di rilancio, sviluppo e

comunicazione, confermandosi il brand più iconico del Gruppo.

Materia e bioenergia

Il comparto Materia e bioenergia del Gruppo ha consolidato la propria leadership nell’economia circolare grazie ad una serie di investimenti realizzati nell’ultimo biennio e che hanno interessato, in modo particolare, la controllata Caviro Extra. “Nel 2025 – evidenzia Valentino Tonini, direttore generale Gruppo Caviro – sono stati portati a termine una serie di investimenti straordinari, primo tra tutti il nuovo impianto di Faenza per la produzione di acido tartarico naturale: un progetto da 20 milioni di euro che porta in Romagna una produzione d’eccellenza raddoppiando la nostra capacità di trasformare gli scarti in risorse nobili per i mercati globali. A questo si è aggiunto, poche settimane fa, il rinnovo dell’accordo quadro tra Herambiente e Caviro Extra che estende fino al 2035 la joint venture paritetica Enomondo per il recupero di biomasse e la produzione di energia rinnovabile e fertilizzanti naturali”.

Innovazione tecnologica e obiettivi ESG

L’esercizio 2024-2025 ha segnato anche investimenti tecnici nel settore vino, con un focus mirato all’efficientamento dei processi e alla transizione ecologica. Gli interventi hanno interessato asset chiave per la competitività aziendale, unendo l’innovazione tecnologica al rispetto degli obiettivi ESG. “Abbiamo finalizzato progetti di alto profilo tecnologico –

Giampaolo Bassetti, direttore generale Gruppo Caviro
Carlo Dalmonte, presidente Gruppo Caviro

commenta il direttore generale, Giampaolo Bassetti – come l’impianto agrivoltaico avanzato, il più grande d’Italia, andato a pieno regime nel corso del 2025, che ci consente di coniugare la tutela delle colture con l’autosufficienza energetica. Sono passi concreti verso un modello produttivo sicuro e resiliente, in linea con il nostro storico impegno nell’economia circolare, che dimostrano come l’innovazione possa tradursi in valore ambientale e sociale”.

Terre Cevico guadagna quote di export

Conferimenti di uve in crescita del 9%

L’esercizio finanziario 2024/25 di Terre Cevico conferma l’azienda, con sedi principali a Lugo e a Forlì, tra i maggiori player del vino italiano, con 992 soci su 3.616 ettari vitati per un conferimento di uve che supera i 966.000 quintali (+9%).

I dati della vendemmia 2024 hanno visto un conferimento di uve che supera i 966.000 quintali (+9%), con la raccolta meccanizzata che rappresenta il 71% del totale. Nell’esercizio 2024/25 Terre Cevico ha effettuato investimenti per complessivi 5 milioni di euro, proseguendo nel proprio piano di ammodernamento ed efficientamento tecnologico e logistico. Il bilancio di gruppo evidenzia un fatturato consolidato di 213 milioni (+3,4%) con un utile netto di 1,979 milioni (+25%); il plusvalore per i soci – ovvero il valore originato dalla differenza tra le liquidazioni dei prodotti conferiti e il prezzo di mercato – ammonta a 8,3 milioni (+1,2%) mentre il patrimonio netto è di 78,5 milioni. Crescono i dipendenti a quota 523. Per quanto riguarda il settore del confezionato a crescere è soprattutto il mercato italiano che sale a quota 88,9 milioni registrando un + 5,8% sull’anno precedente (83,7 milioni). L’export oggi ha un’incidenza del 44,4% sui ricavi totali di prodotto confezionato del gruppo (159,8 milioni).

lioni di euro), il Giappone (8,7 milioni) e la Svezia (7,9 milioni).

La vendita complessiva di vino sfuso, sommando i fatturati Italia ed export, si attesta sui 56 milioni, con un aumento in valore di +7,5%. Il canale Italia di Terre Cevico cresce in valore: il mercato nella Grande distribuzione realizza 55,8 milioni (50,3 milioni nello scorso esercizio) e nel canale Horeca vale 16,3 milioni contro i 12,7 milioni dello scorso esercizio.

Terre Cevico oggi opera, anche tramite le sue controllate, in circa 90 Paesi con leadership in alcune aree come, Regno Unito, Giappone, Svezia, Germania, Stati Uniti. Negli ultimi otto anni ha visto una forte crescita del fatturato export di vini confezionati (+65,2%), passato dai 42,9 milioni dell’esercizio 2017/18 ai 70,9 milioni del 2024/25. I primi tre mercati esteri di imbottigliato vedono al primo posto il Regno Unito (9,9 mi-

Come spiega il presidente Terre Cevico, Franco Donati, “le vendemmie non sono più esagerate come quantità e le scelte dei consumatori cambiano, si fanno più attente al benessere ed alla convivialità contemporanea. È così che i vini bianchi, rosé e le bollicine stanno conquistando terreno, mentre i rossi strutturati, spesso più costosi e ad alta gradazione alcolica, mostrano segni di flessione. Le nuove tendenze alimentari ci orientano sull’approccio al consumo di piatti leggeri e freschi, pertanto con abbinamenti di vini bianchi, rosati e spumanti. I vini rossi, ovviamente non scompaiono, ma nella quotidianità cedono il passo a etichette più facili da bere”. Infine, come ha ribadito il presidente di Legacoop Romagna, Paolo Lucchi, “i dati di bilancio 2025 di Terre Cevico, confermano il percorso di efficienza e trasparenza che il gruppo ha mantenuto in un periodo certo non facile per il mercato del vino, anche grazie allo schema organizzativo avviato meno di due anni fa. Ed è un bene che sia così, poiché Terre Cevico è espressione di punta di una cooperazione che in Romagna colloca ben 10 aziende tra le prime 30 del nostro territorio per capacità economica e dimensione”.

Franco Donati, presidente Terre Cevico

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n°2 | anno 6 | aprile 2026

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