Flatlands of olden origin surround the ancient town of Rieti. Abandoned pavilions of major industrial complexes of the early industrialization of Rieti emerge in the plain: sugar factory Maraini, textile factory Supertessile and chemical plants Montecatini have been waiting years means and objectives on their fate. The volume takes into account two of the main design issues related to these areas and to brownfield. On the one hand the knowledge and the values and performance analysis for historical buildings, on the other hand the foreshadowing of reclamation and reuse processes subordinated primarily to environmental assessments of land occupied for decades by industrial activities. The principal aim, in publishing, is to orient towards a holistic understanding of the industrial decommissioning phenomenon and, in the specific case of Rieti, to promote the activation of the renovation and development processes. Paolo Cavallari Docente Ordinario di Composizione Architettonica e Urbana nella Facoltà d’Ingegneria Civile e Industriale dell’Università di Roma “Sapienza”. È membro del DICEA e del CRITEVAT. È responsabile di progetti di ricerca d’interesse nazionale su tematiche quali: morfologia degli edifici e degli spazi pubblici, linguaggi architettonici e tessuti urbani di Roma a cavallo del ’900, progettisti italiani nella seconda metà del ’900, paradigmi architettonici della contemporaneità. Ha pubblicato, tra l’altro, L’architettura residenziale borghese a Roma, capitale dello stato liberale: il quartiere di villa Patrizi. In S. Benedetti, P. Cavallari: Qualità architettonica e qualità urbana nell’edilizia borghese e popolare a Roma (1890-1930), 2005. Edoardo Currà Edoardo Currà, ricercatore universitario e dottore di ricerca in Ingegneria Edile, insegna Progetti per la Ristrutturazione e il Risanamento Edilizio presso l’Università di Roma Sapienza. Membro del TICCIH e dell’AIPAI le sue ricerche nel campo del patrimonio industriale sono incentrate su architettura e costruzione nel processo di recupero e riuso.
Euro 36,00
Paolo Cavallari e Edoardo Currà
ARCHITETTURE INDUSTRIALI DISMESSE RIETI, CONOSCENZA E RECUPERO DEI SITI PRODUTTIVI DI VIALE MARAINI presentazione di Carlo Cecere e Renato Covino
/ ambiente e territorio / / quaderni dal territorio reatino /
ISBN 978-88-96386-24-8
PAOLO CAVALLARI E EDOARDO CURRÀ ARCHITETTURE INDUSTRIALI DISMESSE
Presso il centro di Rieti, in una piana oggetto di antichissime modifiche, svettano abbandonati i padiglioni di alcuni dei principali complessi industriali della prima industrializzazione reatina. Lo zuccherificio Maraini, la Supertessile e la Montecatini attendono da anni strumenti e obiettivi per il loro destino. Il volume considera due dei principali aspetti progettuali legati a queste aree e alle aree industriali dismesse in generale. Da un lato la conoscenza e l’analisi valoriale e prestazionale del costruito storico, dall’altro la prefigurazione dei processi di bonifica e riuso subordinati innanzitutto alle valutazioni ambientali su suoli occupati per decenni dalle attività industriali. La consegna alle stampe avviene con l’obiettivo di orientare verso una comprensione olistica del fenomeno delle dismissioni industriali e, nel caso specifico reatino, promuovere l’attivazione del processo di recupero e valorizzazione.
Collana / ambiente e territorio / quaderni dal territorio reatino / Sapienza – Università di Roma, Facoltà di Ingegneria Civile e Industriale La presente pubblicazione riporta elementi della ricerca sviluppata dagli autori in coordinamento con l’Iniziativa di Ricerca di Ateneo Federato – Anno 2008 dal titolo: Scenari di intervento e procedure valutative per una riqualificazione urbana sostenibile di aree produttive dismesse. Il caso pilota di Rieti. Responsabile della ricerca: Paolo Cavallari. Centro Reatino di Ricerche in Ingegneria per la Tutela e la Valorizzazione dell’Ambiente e del Territorio Il contributo di Edoardo Currà espone gli esiti dell’attività svolta in relazione ad un Assegno di Ricerca ICAR/10 dal titolo: “Studio, conoscenza documentale e materiale dei manufatti edilizi urbani di Rieti tra il1870 e il 1970” attribuito dal centro di ricerca CRITEVAT. Il CRITEVAT aderisce all’AIPAI. Direttore del Centro di Ricerca: Carlo Cecere Osservatorio di Archeologia Industriale per Rieti e Sabina Le ricerche presenti nel volume sono state coordinate nell’ambito dell’Osservatorio di Archeologia Industriale per Rieti e Sabina, in base ad accordo di programma di collaborazione scientifica tra CRITEVAT e Archivio di Stato di Rieti per gli anni 2010/2013. Responsabile Scientifico per l’Archivio di Stato di Rieti: Roberto Lorenzetti Responsabile Scientifico per il CRITEVAT: Edoardo Currà. Associazione Italiana per il Patrimonio Archeologico Industriale L’AIPAI riunisce specialisti del patrimonio industriale e alcune tra le più importanti istituzioni del settore nel Paese. È aderente a TICCIH: “The International Committee for the Conservation of the Industrial Heritage”. Presidente: Giovanni Luigi Fontana Board TICCIH: Massimo Preite Past President: Renato Covino Archivio di Stato di Rieti Direttore: Roberto Lorenzetti Responsabile della Sala Studio: Maria Giacinta Balducci Responsabile di Biblioteca: Liana Ivagnes Ringraziamenti ANRI – Archivio Nuova Rayon Italia Arch. Manuela Rinaldi Dott. Otello Rinaldi Sig. Socrate Santoprete EdicomEdizioni Monfalcone (Gorizia) tel. 0481/484488 fax 0481/485721 e-mail: info@edicomedizioni.com www.edicomedizioni.com I testi e le foto sono stati forniti dagli autori © Copyright EdicomEdizioni. Vietata la riproduzione anche parziale di testi, disegni e foto se non espressamente autorizzata. Tutti i diritti sono riservati a norma di legge e delle convenzioni internazionali. ISBN 978-88-96386-24-8 Questo libro è stampato interamente su carta riciclata Stampa Press Up – Nepi (VT) Prima edizione giugno 2014
A cura di Paolo Cavallari, Edoardo Currà
ARCHITETTURE INDUSTRIALI DISMESSE RIETI, CONOSCENZA E RECUPERO DEI SITI PRODUTTIVI DI VIALE MARAINI
EdicomEdizioni / ambiente e territorio / quaderni dal territorio reatino /
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Architetture industriali dismesse a cura di Paolo Cavallari ed Edoardo CurrĂ pp. 236 - Euro 36,00 ISBN 978-88-96386-24-8 formato 16,8x24 cm
Prefazione
Prefazione Carlo Cecere
Alcune volte ci vorremmo come sottrarre al ruolo di ricercatore e, così facendo, evitare di assumere posizioni in merito a questioni che riteniamo particolarmente difficili e controverse. Questa sorta di rinuncia si affaccia alla nostra mente in particolar modo quando il contesto, sia esso sociale, amministrativo e professionale, in cui operiamo ci appare incapace di leggere la complessità dei fenomeni su cui, volendo intervenire, deve assumere importanti decisioni. Sottrarsi al proprio ruolo di studioso, di ricercatore, appare allo stesso tempo un atteggiamento prudente e rispettoso delle specificità della società che ci ospita e di cui vorremmo in ultima analisi far parte a pieno titolo. Eppure quando a richiedere, ma meglio sarebbe dire a pretendere, l’interesse del ricercatore non è una semplice domanda avanzata da una committenza particolarmente significativa, ma l’oggetto o evento stesso, che con la sua rilevanza, la sua mole o la sua urgenza, gli si para dinanzi e impedisce di girargli intorno, il tentativo di evitare di prendersi cura di lui con attenzione e studio appare un’imperdonabile omissione, un tentativo vano di venir meno ai propri compiti. Con i vecchi e oramai inutili edifici industriali di Rieti e la questione del loro eventuale riuso funzionale è avvenuto proprio così. Lo zuccherificio Maraini, la Supertessile, la Montedison, abbandonati da anni al centro della città, sono la memoria evidente e ingombrante di una oramai antica industrializzazione del territorio reatino, di una modernizzazione imperfetta di una piana, oggetto di antichissime bonifiche e continuamente contesa alle acque del Velino. Una questione divenuta centrale, ancorché sostanzialmente misconosciuta, nella conformazione urbana di Rieti nell’epoca della crisi, dell’arresto dello sviluppo, con cui la città deve fare i conti per la definizione di politiche appropriate all’abbandono del consumo di suolo e idonee a innescare prassi di abbondanza frugale. I primi a richiamarli alla nostra attenzione sono stati i nostri studenti del Polo di Ingegneria Civile e Industriale, che pervicacemente ci hanno chiesto di poterli porre a scenario delle loro esercitazioni progettuali e di analizzarne la consistenza problematica nei loro specifici e diversi percorsi per il conseguimento della laura in Ingegneria per l’Edilizia e il Territorio. D’altra parte non potevamo certo far finta di ignorarne la presenza, continuando a negare il rilievo della questione che essi ponevano alla città. L’incombenza visiva delle
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loro masse, sia pure lontane, nei riquadri delle finestre della nostra sede, ci rendeva sempre più coscienti che la loro complessa e antica storia ci avrebbe richiesto un impegno scientificamente affascinante, quanto politicamente arduo. Eravamo consapevoli che avremo dovuto interessarci di questioni scomode e difficili, costringendoci a fare i conti con la storia locale di una comunità che sino ad allora ci aveva ospitati, lasciandoci se non estranei, solo spettatori delle sue recenti modificazioni. La costituzione del CRITEVAT, di un centro di ricerca capace di dare maggiore efficacia e incisività al nostro lavoro quotidiano di ricercatori, l’avvio delle sue attività di ricerca scientifica applicata alle realtà ambientali e territoriali del reatino, ha reso evidente che non avremmo più potuto sottrarci all’urgenza e al rilievo della questione “Aree Industriali Dismesse” a Rieti. Se nella didattica molti di noi avevano già ceduto alle richieste degli studenti che avevano così potuto elaborare scenari, ipotesi progettuali e di studio, tanto da ottenere un’audizione a loro riservata dalla Commissione Consiliare appositamente istituita dal Comune di Rieti per l’esame della questione “Aree Industriali Dismesse”, per avviare un’attività di ricerca scientifica era necessario che si verificassero alcune condizioni, la cui natura appariva quanto mai complessa e delicata. Era per noi evidente che quegli edifici, divenuti oramai prossimi all’antico centro murato di Rieti, non erano ancora entrati a pieno diritto a far parte della città storica, del suo paesaggio, pur essendo visti da tutti i cittadini come un documento, una memoria della prima industrializzazione, sia pure imperfetta. Analogamente le vaste aree abbandonate su cui sorgevano gli oramai silenziosi stabilimenti erano viste come una cesura, un vuoto di cui la città, nel suo inarrestabile processo di superamento dei limiti, intendeva riappropriarsi per completare i sui tessuti e saldare le sue diverse e frammentarie parti, e allo steso tempo costituivano per il territorio, per l’antico ambiente della piana reatina, un’insostituibile traccia dei legami tra la fascia pedemontana e il corso del Velino, la memoria di quel sistema di fossi e canali che, prossimi all’antica città murata, costituiva il corso del Cantaro. È con questa doppiezza della questione “Aree Industriali Dismesse” che abbiamo da subito dovuto fare i conti. Se i risultati della ricerca, commissionata dal Comune di Rieti ai ricercatori del CRITEVAT di scienze e pianificazione ambientale, fondamentali per la redazione del “Piano del Verde”, avevano consentito di leggere, proprio nell’area dove insistono i monumenti dell’antica industrializzazione, la consistenza e i caratteri della struttura del sistema ambientale di connessione tra il corso del Velino a ovest della città e le pendici collinari della piana a est, il successivo lavoro dei ricercatori in urbanistica sulla struttura urbana di Rieti, sui suoi vuoti e sulle sue problematiche incompiutezze, pur facendo i conti con la volontà dell’amministrazione cittadina di inserire l’area nei “Programmi Preliminari di Intervento per il Riordino Urbano e delle Periferie”, consentiva l’inseri-
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mento di fondamentali e opportune indicazioni per la salvaguardia degli edifici industriali e dei caratteri ambientali dell’intera zona, solo il coordinamento tra gli obiettivi della ricerca coordinata da Paolo Cavallari e finanziata autonomamente dall’Ateneo della Sapienza, e gli esiti del lavoro scientifico relativo all’assegno di ricerca attribuito ad Edoardo Currà, ha consentito di chiarire definitivamente la nostra posizione di ricercatori nel merito della questione “Aree Industriali Dismesse”, permettendo di organizzare compiutamente il complesso quadro delle conoscenze e delle implicazioni metodologiche connesse al tema del riuso e allo stesso tempo di ricostruire il quadro dei valori che tali monumenti del lavoro assumono nell’attuale contesto culturale e territoriale. Così come fondamentale per il raggiungimento di questi obiettivi è stata l’integrazione dei ricercatori del CRITEVAT con altri gruppi di ricerca ed enti istituzionali, da sempre parte attiva nei processi di conoscenza scientifica e di tutela del territorio e dei suoi valori materiali e immateriali, tra i quali voglio richiamare la collaborazione scientifica con l’Archivio di Stato di Rieti oggetto di un’apposita convenzione. Il merito più grande di questo lavoro scientifico sulle aree industriali reatine, oltre a quelli importanti conseguiti negli specifici ambiti disciplinari sondati con sapiente appropriatezza dai ricercatori coinvolti, risiede a mio parere nel fatto che dopo la sua pubblicazione a nessuno sarà più possibile scindere le vicende passate e future degli edifici industriali, oramai disusati e abbandonati al loro silenzio, da quelle delle aree incolte degli antichi stabilimenti, orami residuali e inattive. I loro destini sono stati strettamente riannodati e il riuso non avrà più giustificazione, se non nell’interesse al consumo insostenibile, a formulare scenari e a prevedere usi degli uni in funzione dell’edificazione pura e semplice degli altri. A tutti i ricercatori coinvolti nella pubblicazione va il grazie dei colleghi del CRITEVAT e spero di molti tra gli abitanti di Rieti.
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Presentazione
Presentazione Renato Covino
Solo di recente il patrimonio industriale di Rieti è divenuto oggetto dell’attenzione di studiosi e cittadini, meno degli amministratori pubblici. Non che già in passato non si sia manifestato a più riprese un interesse specifico nei confronti dei resti industriali più consistenti della città, basterebbe pensare al vincolo posto dalla Soprintendenza sullo Zuccherificio, ma solo negli ultimi anni la questione è ritornata di attualità, come dimostrano questo volume e il convegno organizzato dall’Associazione italiana per il patrimonio archeologico industriale (Aipai) e dall’Archivio di Stato di Rieti nel 2011 sull patrimonio industriale della provincia. Questo ritorno di interesse è legato a più problemi che non è inutile mettere in evidenza e che testimoniano come le questioni del patrimonio industriale si coniughino sempre più strettamente con quelle del territorio, del paesaggio e della città. Il primo di questi problemi è rappresentato dal fatto che le aree industriali dismesse sono andate progressivamente aumentando, mentre contemporaneamente è cresciuto il territorio costruito. Le associazioni che si occupano di ambiente e territorio da alcuni anni sostengono che nell’ultimo ventennio si sia edificata nel nostro paese un’area pari per estensione alla regione Abruzzo. La crisi economica ha inciso profondamente sul ciclo edilizio con il risultato che anche le nuove costruzioni sono in buona parte invendute o sfitte, nonostante la caduta dei prezzi. Si tratta, peraltro, di abitazioni, strutture commerciali e uffici, un trittico di non luoghi che sicuramente non aggiunge particolari valori alle città. Da ciò è nata la recente attenzione nei confronti del riuso. Se, infatti, le aree già industriali non sono più appetibili dal punto di vista speculativo, specie se collocate all’interno delle città; se gli stessi costi di demolizione non risultano remunerati dalla vendita delle nuove costruzioni, appare evidente come cresca l’attenzione nei confronti degli equilibri urbanoterritoriali esistenti, del restauro del moderno, dei paesaggi urbani storici. A questo primo aspetto se ne aggiunge un secondo, collegato al depauperamento del territorio, all’incentivazione delle sue fragilità. Nel momento in cui le attività economiche vengono abbandonate, in cui la manutenzione ordinaria cessa, tale fragilità si accentuano, mentre gli equilibri definiti dalla rete di infrastrutture e servizi delle aziende sono destinati a venir meno, determinando momenti significativi di degrado. È la questione che si concentra intorno alla tematica della bonifica, che impone
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procedure di conoscenza non semplici e tecniche d’intervento altrettanto complesse. C’è un ulteriore aspetto che spiega la nuova attenzione nei confronti del patrimonio industriale. Essa inerisce alla nuova concezione dei beni culturali che nell’ultimo quindicennio si è imposta anche a livello legislativo. Emerge una considerazione del patrimonio che chiude con la visione di stampo crociano. Il bene non si configura più come espressione del “bello”, valore estetico assoluto, espressione del genio dell’artista, ma viene preso in considerazione come esperienza significativa di un periodo o di un fenomeno, nucleo di una serie di relazioni di senso che delineano i caratteri di un’epoca, restituendo significato a memorie ed identità. Ciò definisce una visione diversa del patrimonio industriale, sganciandolo da uno stereotipo in cui i caratteri estetici erano fondamentali per la conservazione, la valorizzazione e il recupero. A questo diverso concetto si aggiunge la questione legata al nuovo significato che assume oggi in Europa il paesaggio inteso non più come trionfo di una improbabile naturalità, ma come palinsesto di esperienze antropiche, stratificatesi nel corso del tempo, in cui la vicenda dell’industria assume un ruolo determinante soprattutto per l’impatto che determina sui territori, per la “taglia” degli edifici, per le dimensioni delle aree occupate, per le modificazzioni che inducono sul contesto. Da ciò la crescente attenzione nei confronti della realtà degli ecomusei e dei parchi archeologico industriali, visti non solo come strumento di conservazione e valorizzazione di un territorio, ma anche come strumento capace di indurre nuovo sviluppo locale. Queste acquisizioni che sembrano recenti, in realtà, almeno nel settore degli studi archeologico industriali e sul patrimonio della produzione, ma più in generale per i beni culturali territoriali, sono il risultato di un lungo percorso. Se all’inizio l’attenzione si è concentrata sul monumento, poi si è spostata al sito, successivamente all’area fino a giungere al paesaggio. D’altro canto è mutato il campo di indagine. Da un concetto di patrimonio industriale, inteso in senso generico, si è passati a quello di patrimoni industrali, con una articolazione maggiore e dal punto di vista cronologico e da quello dell’analisi dei diversi cicli produttivi e dell’affermazione nei diversi settori del sistema di fabbrica. Per ultimo la stessa questione della conservazione, della valorizzazione, del riuso di un patrimonio difficile come quello industriale si va progressivamente articolando e differenziando. Sul piano operativo, infine, si affermano sempre più pratiche diverse da quelle del passato. Non più restauri costosi e improbabili, destinazioni di uso generiche, ma interventi puntuali a cui si aggiungono percorsi di degrado controllato, in occasioni in cui il riuso diviene impossibile, oppure forme di uso temporaneo che non prevedono la riconversione di edifici o aree ed un loro recupero, specie in un periodo di scarsità di risorse finanziarie degli enti locali e di diminuzione della loro capacità d’intervento. Allo stesso tempo cresce una sensibilità diffusa da parte di molteplici soggetti, non ultimi gli imprenditori, nei confronti del patrimonio storico della produzione.
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Non si tratta solo della questione della memoria e dell’identità, di elementi sostanzialmente di carattere culturale o immateriale, ma di una consapevolezza sempre più diffusa che memoria, identità e storicità dell’impresa rappresentino un vantaggio competitivo nella dimensione della globalità. La storicità della produzione e dell’azienda si configura, così, come un elemento di marketing aziendale a cui si coniugano forme di promozione dei territori e delle comunità. La questione del patrimonio industriale, insomma, in rapporto a quella più generale del patrimonio culturale inteso in senso ampio, sta assumendo in Italia una centralità insospettata solo un quindicennio fa e si riempie di diverse valenze non solo culturali, ma economiche e sociali. Ciò è assodato a livello nazionale, ma anche nelle diverse realtà specifiche, compresa Rieti. Se sia analizzano sia pure sommariamente i percorsi della industrialializzazione reatina emerge come essa si articoli in tre fasi specifiche. La prima, che arriva fino ai primi anni venti – con l’eccezione dello Zuccherificio –, si configura come un periodo di modernizzazione delle imprese tradizionali (lana, pelli, molizione dei cereali, ecc.) tipica di molte città dell’Italia mediana. È un’industria diffusa, spesso localizzata all’interno del tessuto urbano, fortemente interrelata con il territorio e con le sue risorse o nata come risposta ai bisogni del mercato locale. La seconda fase è rappresentata dagli anni successivi alla prima guerra mondiale. I suoi elementi caratterizzanti sono l’Orla, l’azienda areonatica destinata durare fino agli anni del secondo conflitto mondiale, e la Supertessile (la Viscosa), il cui percorso produttivo si estenderà fino agli anni settanta, a cui si aggiungerò negli anni trenta del secolo scorso lo stabilimento della Montecatini, direttamente collegato alle produzioni di tessuti artificiali. A partire, infine, dagli anni sessanta del Novecento si definisce la terza fase dell’industrializzazione reatina trainata dall’attività della Cassa per il Mezzogiorno e più in generale da incentivi pubblici. La Supertessile e la Montecatini si localizzano lungo Viale Maraini, dove già dalla seconda metà dell’Ottocento si era collocato lo Zuccherificio, il primo stabilimento “eccentrico” rispetto alla realtà produttiva cittadina. I tre stabilimenti, di grandi dimensioni, caratterizzano l’area posta immediatamente fuori dalle mura, la segnano con infrastrutture logistiche e abitative, le case operaie, concentrano nell’area qualche migliaio di operai. Le tre fabbriche, peraltro cessano la loro attività in un breve lasso di tempo compreso tra gli anni settanta e ottanta del Novecento. Infine tutte e tre le realtà produttive basano la loro attività su processi chimici più o meno impattanti sul territorio. Tutto ciò pone molteplici problemi. Il primo è relativo all’analisi e alla conoscenza. Nonostante lo sforzo, che è testimoniato da questo volume, sarebbe bene procede-
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re ad una catalogazione scientifica a tappeto, cosa che è resa complicata e difficile dall’impossibilità di accedere alle diverse aree, tutte di proprietà privata. Il secondo è relativo alla tematica delle bonifiche, particolarmente costose per aree in cui l’effetto inquinante dei cicli e delle produzioni chimiche è stato rilevante. Il terzo è il tema della riconversione dell’area e del riuso. Viale Maraini rappresenta, infatti, una sorta di cerniera tra la città nuova e quella storica, che i grandi stabilimenti hanno per molti aspetti sequestrato e che oggi offre, accanto ad indubbi problemi, anche insospettate potenzialità. Non è compito di questa nota delineare possibili soluzioni e destinazioni d’uso. Nelle pagine che seguono alcune ipotesi, peraltro, vengono delineate e meritano un dibattito approfondito. Quello che qui si vuole sottolineare sono alcune evidenze che molte spesso vengono sottovalutate o negate. Va da sé che la necessità di un percorso conoscitivo del tipo di quello che delineavamo prima meritebbe un’indagine a tutto campo e un intervento di carattere plurisciplinare con adeguati finanziamenti, concentrando intorno al tema strutture universitarie, agenzie pubbliche e private, uffici statali e mondo associativo. Sarebbe cosa utile soprattutto per chi ha l’onere di programmare il territorio, sulla base di un vecchio adagio, oggi in disuso, secondo cui la conoscenza è uno strumento di governo. A ciò va aggiunta una considerazione di buon senso. Ogni operazione di conservazione, valorizzazione, riuso va subordinata ad un intervento che non può essere prevalentamente di tipo edilizio, ma deve prevedere un ridisegno urbanistico dell’area, utilizzandone le potenzialità di cerniera tra città antica e nuova cui prima si accennava. Ciò non è solo una garanzia per la comunità, ma in un’epoca in cui la comprensibile ricerca di profitto – in questo caso sempre meno probabiile – diviene pressocchè l’unico criterio dell’attività economica, un’operazione di carattere urbanistico significherebbe porre come limite il valore d’uso collettivo del territorio inteso, da questo punto di vista, come un bene comune, uno dei tanti diritti di cittadinanza, sapendo che la realtà è complessa e che, ormai, non ammette semplificazioni. Questo volume rappresenta un primo contributo, un allargamento del terreno di dibattito, uno strumento per comprendere i fenomeni, ma anche un impegno intellettuale che, per forza di cose, si trasforma in impegno civile, in un modo per intervenire sul futuro della città. La speranza è che la discussione si allarghi e coinvolga interlocutori finora assenti, primi tra tutti gli amministratori pubblici e le forze imprenditoriali ed economiche. La situazione è tutt’altro che eccellente e. tuttavia, continuamo ad essere ottimisti sulla capacità di affermarsi della costanza della ragione. Renato Covino Università di Perugia e Past president dell’Aipai.
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1. Le diverse fasi dello sviluppo industriale del territorio reatino
1. Le diverse fasi dello sviluppo industriale del territorio reatino Roberto Lorenzetti
Figura 1. “Pianta di un braccio del fiume Velino di Rieti, detto la Cavata del Borgo. Coll’imbocco di esso fiume nella Cavata di voto de’ Santi”, ASR.
ABSTRACT Different stages of industrial development in Rieti area Sabina was always considered an area dedicated to agriculture uses, where the industry has played a significant role only in recent times. Yet there was an industrial development, and although it is difficult to define stages of development, it is still possible to gather at different times, in some cases rhythmic evolution and technical production of the country, in others by the strategic choices of the local ruling class. The first phase, that can be identified, such as gestation period of productivity growth is what we can define “agriculture and manufacturing industry”. The non-farming activities were almost entirely dependent on its primary sector, both relates to the
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production and procurement of raw material for processing and to the formation of certain professionalism, both for the retrieval of labor and the use of energy sources. At this long-term stage we can make it follow a second, which could be defined as infrastructure, even if there are many elements of continuity and overlap. From the second half of the nineteenth century we see a clear trend which led the nonagricultural activities in the context of a more elaborate production. During this stage in Rieti it was founded the first factory, the sugar-factory Maraini. After the 1883 the birth of the railway Terni-Rieti-Aquila was the event that most influenced the industrial presence, which gradually became more and more significant in the town. Along the rail line, in 1919, just outside the Porta Conca, settled the furniture Nicoletti and the aviation industry ORLA. On the other side of the tracks moved the wool-mill Luna, expanding greatly respect the work born at the beginning of ‘900 in the former church of St. George, in the district of St. Francis, and then moved to via Nuova. Finally, in 1925, the SNIA VISCOSE was localized beyond Viale Maraini, taking into account the possibility of connecting the station with specific tracks, good choice for the MONTECATINI, built in 1937, also along the axis of Maraini avenue, not far from the previous year. La Sabina è stata considerata da sempre un’area a vocazione prettamente agricola, nella quale l’industria ha recitato un ruolo significativo solo in tempi recenti. Pur tuttavia uno sviluppo industriale c’è stato; e, anche se è difficile schematizzarlo in precise fasi evolutive, è comunque possibile cogliere momenti diversi, in alcuni casi cadenzati dall’evoluzione tecnico-produttiva del Paese, in altri da scelte strategiche delle classi dirigenti locali. La fase iniziale di partenza è quella che possiamo definire come agricolo-manifatturiera, nella quale le attività extra-agricole erano quasi del tutto dipendenti proprio dal settore primario, sia per quanto concerne la produzione e il reperimento della materia prima da trasformare e la formazione di determinate professionalità, sia per il reperimento di manodopera e l’utilizzo delle fonti energetiche. Ad esempio l’industria olearia ha da sempre rivestito un ruolo fondamentale nell’economia Sabina, tanto che tracce evidenti di essa si rintracciano fin dal VI secolo a.C., come testimoniano vari reperti rinvenuti dagli scavi di Cures Sabini. Anche le fonti classiche, da Varrone a Columella, sono ricche di testimonianze in questo senso e raccontano come nei mulini sabini si macinava l’oliva Sergia che, rispetto alle altre varietà, maturava con un certo ritardo, arrivando fino a marzo, ed era caratterizzata da un’ottima resa di prodotto e da una buona resistenza alle gelate. Il sistema di produzione dell’olio non ha subito in Sabina grandi trasformazioni, anzi possiamo affermare che esso si è mantenuto tale dall’età repubblicana fino alla seconda metà del secolo scorso, e in molti casi anche oltre. La frangitura avveniva trami-
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te la classica mola olearia mossa da animali, in genere asini o cavalli. Si trattava di uno strumento formato da una parte stabile, la sottomola, sulla quale era innestato un travetto ligneo orizzontale dal quale muoveva un braccio orizzontale che, attaccato all’animale, consentiva l’azione sulla mola. L’impasto ricavato dalla frangitura veniva poi inserito all’interno del fiscoli e pressato con il torchio, generalmente a leva, sia nel tipo a verricello che in quello a vite. Così come attestato da Columella la produzione dell’olio della Sabina si accrebbe notevolmente dal I secolo d.C., e la nostra regione era il punto più settentrionale di produzione della penisola. Oltre che come prodotto alimentare l’olio sabino era particolarmente apprezzato come prodotto farmaceutico, come attestato da Scribonio Largo nel I secolo d.C.; anche C.Galeno, uno dei più noti medici dell’antichità, al servizio di Marco Aurelio nel II secolo d.C., lo considerava il migliore degli oli e lo utilizzava in tutti i suoi preparati farmaceutici, successivamente ripresi anche da Alessandro di Tralles nel suo trattato di terapeutica, che influenzò notevolmente tutta la medicina medievale1. Contrariamente a quanto possa far pensare l’attuale scarsa rilevanza della viticoltura Sabina, è stato più volte sostenuto come questa coltura abbia avuto origine proprio nella nostra regione. Al di là dell’attendibilità di questo primato, è certa l’importanza dell’industria vinicola nella Sabina dell’antichità, come d’altra parte attesta la ricchezza dei rinvenimenti di dolia, contenitori per vino, negli scavi di Cures Sabini, e le testimonianze letterarie di Strabone e Plinio. Il vitigno maggiormente diffuso era la visulla, sia nella qualità mair che minor, adottata soprattutto per la sua forte resistenza alla grandine. Plinio il Vecchio cita anche un vitigno specifico della Sabina, la vinaciola, che comunque, viste anche le scarse tracce letterarie lasciate, doveva offrire un prodotto di scarsa qualità. Ancora Galeno cita i vini della sabina tra i migliori del suo tempo e la stessa sottolineatura è fatta da Porfirone nel III secolo d.C.2. Tra le attività non agricole dell’antichità dominano le fornaci per la produzione di laterizi che, almeno nell’area della Sabina che si affaccia sul Tevere, ebbero un notevole sviluppo nella tarda età repubblicana, in concomitanza conl’accresciuta domanda di prodotto proveniente da Roma, conseguente alla diffusione di tecniche costruttive, come l’opus testaceum e l’opus mixtum, che richiedevano appunto un largo utilizzo di laterizi. Altre attività produttive non specificatamente agricole erano quelle dei bottai, dei beccai, dei fabbri ferrai che, come sottolinea il Toubert intorno all’anno 1000, costituivano in Sabina una élite economica estremamente significativa3. A Poggio Bustone 1 T. Leggio, Da Cures Sabini all’Abbazia di Farfa, Rieti, 1992. 2 Ib., p. 49. 3 P. Toubert, Lesstructures du Latium medieval: le Latium meridional et la Sabine du 9. siecle a la fin du 12. Siecle, Roma 1973; versione italiana Feudalesimo mediterraneo. Il caso del Lazio medievale. Milano 1980.
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e Leonessa si trovavano anche centri di produzione di stoviglie in legno che utilizzavano la materia prima, ricavata soprattutto da vasti disboscamenti operati nel periodo medievale in tutta l’area del Terminillo. Nei secoli XV e XVI a Rieti c’è una certa presenza di conciatori di pelli4 e anche di ferrerie, come quella che nel 1479 Braccio da Belmonte aveva in contrada qui dicitura lu Campude aschiano5. Diffusa, anche se in modo più modesto rispetto alle vicine Amatrice e Leonessa, era in quest’epoca la produzione della lana, tanto che già nel 1465 si era formata una società tra Angelotto Angelotti e Renzo Bertoni, con l’apertura a Rieti di uno specifico opificio6. Nei pressi del monastero di S.Chiara esisteva nel 1554 una Spetieria (i cui locali benché appartenenti al monastero erano gestiti dalla famiglia Bonamici)7, arte questa di ben lunga tradizione a Rieti come tra l’altro testimonia la società fatta nel 1449 tra Giacomo di Gio e Francesco Pace di Sante Cerroni8. Le cronache storiche ci riferiscono che nel 1556 furono nominati i consoli dell’arte degli aromatari9, mentre già nel 1492 si ha notizia della consistenza dell’arte dei tessitori10, e questo un decennio dopo la separazione dell’arte dei cimatori da quella dei sarti11, che attesta dunque una maggiore specificazione all’interno dell’economia cittadina. Anche stoppacciari e funari hanno da sempre svolto a Rieti un ruolo di notevole significato, tanto che nel 1653 ottengono dai Cappelletti l’altare di S. Anna, a destra dell’altare maggiore della chiesa di S. Biagio12, mentre dell’esistenza di una cartiera si ha notizia fin dal 165513. Nel 1721 una società diretta da Sante Sorgenti apre una fabbrica di stoffe, dopo che diversi mercanti avevano presentato richieste al comune di Rieti per ottenere l’autorizzazione al commercio in questo settore14. Una particolare attenzione merita l’opificio che esisteva all’interno dell’orfanotrofio 4 Archivio di Stato, Rieti (d’ora in poi ASR), Archivio Notarile Distrettuale, (d’ora in poi AND), Notaio Paolo Corona, v. 3, c. 106-107. 5 Ib., Notaio Felice Micheli, v. 11, c. 325. 6 Ib., Notaio Feliziano Colacci, atto del 24 luglio 1465, v. 4, c. 247. Sull’arte della lana a Rieti cfr. anche ib., notaio David Mattei, v. 16, c. 629, Locatio pro consulitus artis lane, 29 dicembre 1519. Ib. v. 15, c. 59, in cui sono citati diversi mercati della città. Cfr. anche ASR, Archivio Storico del Comune di Rieti, (d’ora in poi ASCRi), Riformanze, 1441, c. 73. 7 ASR, AND, Notaio Piergirolamo Fratte, atto del 6 dicembre 1554, v. 12, c. 601. 8 Ib., Notaio Tommasi, v. 3, c. 81. 9 Ib., Notaio Girolamo De Santis, v. 2, c. 144, atto del 19 maggio 1556. 10 Ib., ASCRi, Riformanza del 23 luglio 1492, c. 8. 11 Ib., Riformanza del 13 agosto 141, c. 81. 12 Cfr. Archivio della Cancelleria Vescovile, Atti Civili, atto del 28 novembre 1653, c. 929. 13 ASR, ASCRi, Riformanza 1655. 14 Ib., Supplica di Silvestro Monti per aprire una fabbrica di panni. Riformanze 1721 v. 94, c. 131; ib., 6 gennaio 1723, Rif. c. 136; Riformanze 1722 c. 137; 1723, c. 140; 1723 c. 141; 1723 c. 168; 1722 c. 170; 1724 c. 173; 21 dicembre 1721, Riformanze, v. 94, c. 133 (si nomina una deputazione per esaminare la richiesta di Silvestro Monti), Ib., c. 136, (i deputati stabiliscono di concedere privativa di 15 anni e un sussidio di 25 scudi l’anno a Silvestro Monti per la fabbrica delle stoffe), Ib., c. 140 (i deputati propongono che si accetti l’offerta fatta da Santi Sorgenti e compagni, poiché era maggiormente vantaggiosa rispetto a quella del Monti).
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femminile di San David15. Questa attività, istituita nel 1649 per iniziativa del Cardinale Francesco Del Bagno vescovo di Rieti, ospitava, fino al ventunesimo anno di età, persone orfane di padre o di madre, e sopravviveva grazie alle rendite dei propri beni consistenti in numerosi appezzamenti di terreno nelle località dei territori reatini, a Camporeatino, Campoloniano, Pratolungo, Foresta, Belvedere, Castelfranco e Greccio. Oltre alla propria sede posta in via Nuova, consistente in un fabbricato di tre piani con 25 vani, l’istituto possedeva numerose case e botteghe a Rieti. L’orfanotrofio riceveva poi un contributo fisso annuale di 532 lire da parte del Monte di Pietà, e di 506 lire da parte del Comune, cosicché le alunne ricevevano, alla loro uscita, una dote di £. 212,80 che era pagata solo all’atto del matrimonio. Tale cifra derivava da un beneficio istituito dalla marchesa Teodora Vecchiarelli con testamento del 9 agosto 1724, rogato dal notaio Valentini di Roma, che prevedeva anche possibilità di doti minori, di cento lire. A testimonianza del tipo di lavorazioni sviluppate, in un inventario del 1893 figurano, tra i suoi beni posseduti, due orditrici, tre rocchettiere, quattro filarelli, un telaio per fettuccia e una macchina per cucire. Riguardo all’esecuzione di lavori tramite l’uso del telaio svolto, l’art. 12 dello statuto prevedeva che il guadagno netto fosse ripartito per 1/3 alle orfane e 2/3 all’Istituto16. Tra il XVIII e la prima metà del XIX sec.le notizie disponibili sulla presenza di attività extra-agricole nel reatino, sono alquanto frammentarie17. Nel 1781 Bartolomeo Vecchiarelli affittò un locale, nei pressi di S. Agostino, a Carlo Mostarda che lo utilizzò per impiantarvi una fabbrica di cera18. Diversi atti della metà del settecento attestano la presenza di caldarari uno dei quali, Carlo Carocci, doveva aver impiantato un opificio di notevole importanza vista la consistenza dei beni che riuscì ad accumulare nel corso della sua vita. Tra il 1743 e il 1750 furono concesse, dalla Camera Apostolica, varie privative per la lavorazione dei vetri e cristalli in Sabina, attività questa che negli anni successivi ebbe un notevole sviluppo a Poggio Mirteto grazie alle iniziative imprenditoriali di Giovanni Tommaso Silvestrelli, restando in vita fino a non molto tempo fa19. Nel 1806, furono aperte nella città due conce di pelli, mentre nel 1826 venne
15 ASR, ASCRi, Miscellanea. Peritie Diverse. 1772-76 b. 584, 25 novembre 1789. Perizia delle stanze del collegio. Filanda; Riformanze e v. 117. 1815-1817, ct. 88, Acquisto della macchina per la lavorazione della canapa. 16 ASR, Opere Pie, b. 587, tit. 6, art. 1, f. 7, statuto dell’orfanotrofio femminile di Rieti approvato nel 1893. 17 ASR, Archivio Notarile Distrettuale, Notaio Giuseppe Simeoni, v. 12, c. 451 e seg., Atto del 16 marzo 1785. 18 Cfr. M.ro Carlo Carocci Caldararo, Arch. Canc. Vescovile, Atti Civili, c. 163, atto del 16 febbraio 1750. ASRi, notaio Gaetano Moronti, testamento di Carlo Carocci del 26 aprile 1730, v. 1, c. 326. 19 Archivio di Stato di Roma, Camerale II, Commercio e Industria, b.n. 8. Cfr. anche Camerlengato, parte II, tit.III, Andamento della fabbrica di vetri di Poggio Mirteto, aperta nel 1827, b. 48. Cfr. anche b. 53, Richieste esposte al governo da parte del titolare della fabbrica Giovanni Tommaso Silvestrelli. Sulla vetreria di Poggio Mirteto si veda V. Bacci, La Fabbrica dei Cristalli, Roma, 2011.
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autorizzata l’apertura per la produzione di polveri solfuree20. Un quadro abbastanza preciso delle attività industriali e artigianali, che si svolgevano a Rieti e nei centri della valle reatina nella metà del secolo scorso, è possibile ricavarlo dall’Elenco generale de’ contribuenti la Tassa d’Esercizio sopra tutte le arti, mestieri, industria e commercio di qualunque sorta e degli esercenti le professioni liberali, del 185121. Questo documento conferma la connotazione preindustriale delle attività presenti sul territorio, e la loro pressoché totale dipendenza dal mondo agricolo. Solo nel capoluogo sabino era riscontrabile una pur minima attività lavorativa in settori parzialmente autonomi dalla realtà produttiva agricola: quattro opifici, dove si fabbricavano cappelli e tessuti, in un altro si produceva lana e non mancava neanche una concia di pelli. C’erano inoltre dodici maniscalchi, otto bottai, cinque calderari, due fabbricatori di scope, quattro di maccheroni, due di casse da carri, cinque canepini, due intagliatori di legno, un ebanista, tre tornitori, un tipografo e un rilegatore di libri. Riguardo ai molini si registrava la presenza di sette mole da grano e due da guado, segno evidente che la coltura e la lavorazione di questa pianta tintorea si era fortemente ridotta rispetto al passato. Nei dintorni di Rieti si rilevava qualche attività artigianale, soprattutto a Poggio Bustone, Greccio, Rivodutri e Contigliano, mentre per il resto l’agricoltura era l’unica fonte di sostentamento della popolazione. A questa fase di lungo periodo possiamo farne seguire una seconda, che potremmo definire come infrastrutturale, anche se la linea di demarcazione non è affatto netta e numerosi sono gli elementi di continuità e sovrapposizione. Pur tuttavia a partire dalla seconda metà dell’Ottocentosi nota un preciso trend che portò le attività extraagricole, fino ad allora in massima parte familiari e rivolte all’autoconsumo, in un contesto produttivo maggiormente elaborato. Iniziarono a costruirsi apposite strutture per ospitare gli opifici i quali, affrancati dal contesto domestico, si ubicavano nel territorio in funzione delle loro necessità di infrastrutture, soprattutto viarie ed energetiche. Dopo il 1883 la nascita della ferrovia Terni-Rieti-L’Aquila fu l’evento che maggiormente influenzò la nascita di presenze industriali, che progressivamente divennero sempre più consistenti nel capoluogo sabino. Utili, per descrivere l’entità delle attività extra-agricole nella sabina post-unitaria, sono le numerose inchieste avviate dal governo centrale le quali, in larga misura, testimoniano una evidente continuità con la pregressa situazione pontificia. Notizie in questo senso possono trovarsi anche in quelle inchieste specificatamente rivolte al settore agricolo, come quella cosiddetta Jacini, e in modo particolare le monografie redatte
20 Ib., Camerlengato, parte II, tit.III, bb. 8 e 40. 21 Elenco generale de’ contribuenti, Tassa d’Esercizio sopra tutte le arti, mestieri, Industria e commercio di qualunque sorta e degli esercenti le professioni liberali, Roma 1851. ASR, biblioteca, Preziosi e Rari.
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in tale ambito, rimaste in larga parte inedite22. Interessante è l’inchiesta sulla tessitura casalinga del 1888 dalla quale emerse come a Rieti erano presenti complessivamente 179 telai, dei quali 19 all’interno dell’orfanotrofio femminile di S. David, mentre i rimanenti 160 diffusi nelle diverse famiglie della città23. La materia prima, cioè a dire lana, lino e canapa, era di provenienza locale mentre il cotone, bianco e colorato, veniva prevalentemente acquistato sulla piazza di Ancona. Riguardo alla produzione complessiva il comune di Rieti non riuscì a fornire dati precisi, a causa della dimensione prevalentemente domestica di un’attività che in ogni caso non superava i 50 metri giornalieri generalmente di lino e canapa. Diverso era il discorso per i 19 telai dell’orfanotrofio femminile, che producevano annualmente circa 11.000 metri di stoffe di lana, cotone e soprattutto di lino-canapa, oltre a 2000 metri di passamani in cotone e canapa. Riguardo alle tecniche usate veniva sottolineato come la tintura della lana si eseguiva prima della tessitura, mentre l’imbiancamento per tele di cotone, lino e canapa era ottenuto tramite continui lavaggi24. Da segnalare anche l’iniziativa imprenditoriale dell’avvocato David Lossada di Genova il quale, già in possesso di una cava di marmo presso Ornaro, nel 1883 propone di aprire a Rieti un opificio per la lavorazione della pietra che estraeva, ipotizzando l’impiego di circa cento operai, e andando quindi a creare quella che sarebbe stata, in quel momento, la principale attività extra-agricola della Sabina. La forza motrice sarebbe stata fornita dal Velino, mentre la ferrovia appena inaugurata avrebbe facilitato il trasporto del prodotto finito. Questo opificio non venne mai aperto e di certo la sua realizzazione non venne aiutata dall’atteggiamento di indifferenza degli ammi nistratori reatini del tempo. Difatti David Lossada aveva chiesto al sindaco di Rieti informazioni precise riguardo alle possibilità di acquisire una struttura già esistente da riutilizzare per l’opificio, e sul potenziale energetico del Velino, necessitando per la
22 Per quanto riguarda le inchieste post-unitarie si vedano: “Annuale del Comizio Agrario di Rieti per l’anno 1879”, Rieti 1879. Contiene la monografia di G. Palmegiani e P. Fallerini, presentata nell’ambito dell’Inchiesta Jacini, pp. 19-126. Il manoscritto della memoria, di 92 pagine, si trova conservato presso l’Archivio Centrale dello Stato, Inchiesta Jacini, b.n. 8, con il titolo Palmeggiani Giuseppe-Fallerini Pietro, Memoria sulle condizioni dell’agricoltura e della classe agricola nel circondario di Rieti, compilata per incarico del presidente del Comizio agrario Sabino sig.conte Pietro Vicentini da Giuseppe Palmeggiani e Pietro Fallerini. Sui manoscritti inediti dell’Inchiesta Jacini, si veda R. Lorenzetti, Le monografie inedite dell’inchiesta Jacini presso l’Archivio Centrale dello Stato, in “Società e Storia”, Milano 1984. In particolare si vedano: Loiacono Francesco, Carta orografica e tavola polimetrica del circondario di Cittaducale (58), p. 1, b. 5. Luparini Pietro, Un’occhiata alle condizioni dell’agricoltura edella classe agricola nei circondari di Foligno, Spoleto, Terni e Rieti, p. 344 + (all.); b. 6. Piccinina Antonio, Monografia sul circondario di Cittaducale (59), p. 868+8 (tav.), 1878, b. 4/b. Interessanti in questo senso sono anche i lavori di Riccardo Gamba, Monografia statistico-economica dell’agro reatino e suo mandamento, Rieti, 1873-77, 2 voll., e di Domenico Monterumaci, Alcune notizie statistiche, topografiche, agricoli sul circondario di Cittaducale, Treviso, 1876. 23 Dati tratti da ASR, ASCRi, Ind. e Comm. b. 196, MAIC, Statistica dell’industria manifattrice, 1861. Statistica dell’Umbria. Opifici Manifatturieri 1860. Statistica Industriale 1871. 24 ASCRi, Ind. Comm. b. 196.
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segheria del marmo almeno 30 cavalli di forza motrice25. Il municipio di Rieti, a fronte della possibilità di realizzare in città un opificio che avrebbe potuto dare lavoro ad almeno cento persone, rispose a tale richiesta in modo vago; non fornì difatti alcuna informazione sulla presenza di eventuali edifici comunali o privati, vicini al fiume e alla ferrovia: ma addirittura, senza per altro avere dati precisi, ipotizzò difficoltà nell’utilizzo del Velino per lo scopo indicato, adducendo come motivazione la sua scarsa velocità e il fatto di trovarsi a un livello più basso rispetto a quello dei terreni26. Forse un po’ incredulo per tale atteggiamento, il Lossada scrisse di nuovo al sindaco, sottolineando come le pur “sconfortanti informazioni” ricevute, “in massima non siano insuperabili”27, e proseguì il suo discorso nei seguenti termini:”Ammesso pure che il Velino non sviluppi allo stato attuale, che un’azione diciamo insignificante, a questo inconveniente si potrà rimediare mediante una diga che innalzi artificialmente l’attuale livello dell’acqua, e dal nuovo ottenuto livello fare un canale di derivazione colla richiesta pendenza, onde poter ottenere più distante quella forza che si richiede. [...] Io non sarei alieno di sobbarcarmi a questa nuova non calcolata spesa, e certo non indifferente, come fossi aiutato da questo municipio mediante tutte quelle facilitazioni che a lui fossero possibili nella cerchia della sua giurisdizione”. Ma la giunta comunale anziché attivarsi in questo senso scaricò in qualche modo il Lossada, limitandosi a indicare l’ing. Duprè come possibile interlocutore locale sul piano tecnico, per l’opificio da realizzare nel capoluogo sabino28. Se nel luglio 1884 fu mostrata attenzione da parte municipio di Rieti, accettando la domanda di Quarto Mancinelli per aprire una fabbrica di fiammiferi a via delle Stelle, nel quartiere di S.Eusanio29, il disinteresse fu ancora una volta totale (tanto che nelle carte d’archivio non si è rintracciato neanche un cenno di risposta alla proposta dei due imprenditori richiedenti), quando nel 1886 fu presentata da Virgilio Monari e Giovanni Tarchi di Terni, richiesta per la realizzazione d’una “Officina meccanica agricola industriale”, per rispondere anche alle numerose richieste ricevute dai proprietari terrieri della valle reatina, loro clienti30. Certo la vicinanza con Terni, dove esistevano diversi centri di produzione di questo tipo, non era garanzia di riuscita dell’impresa, ed essi avevo chiesto quindi al comune, allora umbro, aiuto per i locali e per la forza motrice necessaria (otto cavalli vapore). L’anno successivo Ermenelgildo Bernadei manifestò al sindaco di Rieti la sua intenzione ad aprire nel capoluogo sabino una “...fabbrica di strumenti musicali a fiato”,
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Ib., lettera di David Lossada al sindaco di Rieti, 20 gennaio 1883. Ib., lettera del 17 febbraio 1883. Ib., lettera del 20 febbraio 1883. Ib., b. 218. Lettera del 22 febbraio 1883. Ib., Lettera del 13 luglio 1884. Ib., lettera del 16 febbraio 1886.
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chiedendogli informazioni e sostegno per l’operazione31. Anche in questo caso non si è trovato cenno di riscontro. Nel 1889 la Camera di Commercio di Foligno si fece promotrice di un’indagine sulle industrie avviate in Umbria nel periodo successivo al 1887, il tutto finalizzato a uno studio del MAIC, relativo alle tariffe doganali. Dai dati forniti dal municipio di Rieti risultano due sole aziende impiantate tra il 1887 e il 1889. La prima era il mulino a vapore del cav. Alberto di Carlo, collocato fuori di Porta Conca il quale aveva investito circa 200.000 lire per questo opificio che dava lavoro a 10 operai e produceva circa 21.000 q.li annui di prodotto finito; la seconda era la fabbrica di gazzose di Nazareno Chionni, ubicata in via di Mezzo, che dava lavoro a tre operai e che produceva circa 20 ettolitri l’anno di gazzose tramite una macchina a “motore con volante a mano”32. È invece del 1894 l’inchiesta sui fabbricanti di pasta dalla quale emerge come i 10 piccoli opifici della città non riuscivano a produrre neanche quanto bastava al consumo locale, tanto che ogni anno venivano importati circa 400 quintali di prodotto da altri centri33. È in questa fase che possiamo collocare la nascita della prima fabbrica reatina, lo stabilimento per la produzione dello zucchero ubicato nell’attuale quartiere di Madonna del Cuore. Siamo nel 1862 e l’opificio non ebbe grande successo, tanto che chiuse i battenti negli anni successivi. L’idea fu ripresa circa un decennio dopo e, grazie anche a una più solida base societaria, nacque lo stabilimento che conosciamo oggi, inaugurato nel 1873 lungo l’asse dell’attuale viale Maraini. Entrambi questi due opifici si andarono ad insediare lungo l’allora “passeggiata fuori di Porta Cintia”, non distante dalla città, e quindi facilmente raggiungibile dalle maestranze, ma nello stesso tempo adiacente alla pianura reatina da dove proveniva la materia prima lavorata. Nel periodo immediatamente successivo a svolgere un ruolo determinante nell’ubicazione di attività produttive fu la ferrovia Terni-Rieti-L’Aquila, inaugurata nel 1883. Lungo questa nel 1919, subito fuori di Porta Conca, s’insediò il mobilificio Nicoletti, frutto dell’evoluzione di una famiglia che da tempo era impegnata nella lavorazione del legno. Lo stesso stabile ospitò, negli anni ’30 del novecento, l’industria aeronautica ORLA che più tardi fu trasferita nelle adiacenze dell’aeroporto per l’evidente necessità di fruire di un campo di volo. Sull’altro lato delle rotaie, lungo l’attuale via Angelo Maria Ricci, nel 1937 si trasferì il lanificio Luna, ampliandosi notevolmente rispetto all’attività sorta all’inizio del ‘900 nei locali dell’ex chiesa di S. Giorgio, nel rione S. Francesco, e quindi traslata in via Nuova. Sempre lungo la ferrovia fu insediato negli anni quaranta del novecento il pastificio 31 Ib., lettera del 4 luglio 1887. 32 Ib., b. 196. 33 ASR, ASCRi, Ind. e Comm. b. 196. Richieste statistiche al sindaco sulle fabbriche di pasta, da parte della sottoprefettura di Rieti. 18 marzo 1894. La risposta del sindaco è del 20 marzo 1894.
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Joannilli e Meloni, mentre la sede dove realizzare nel 1925 la SNIA VISCOSA fu individuata tenendo conto della possibilità di collegamento alla stazione con una specifica bretella di binari; discorso valido anche per la MONTECATINI, sorta nel 1937 anch’essa lungo l’asse di viale Maraini, e non distante dalla precedente. Meno legata alla ferrovia, quanto piuttosto alla possibilità di impiegare l’acqua del Cantaro, fu la nascita dell’opificio Marinozzi, costruito negli anni ’20 subito fuori porta D’Arce. Se inizialmente quest’azienda viveva in larga misura come indotto della SNIA VISCOSA, per la quale svolgeva la lavorazione della rigenerazione del fiocco, in seguito si specializzò nella produzione dei filati di lana. Infine, sempre legata all’impiego di acqua, può essere ricordata la nascita della fornace Fronzetti, la prima a fuoco continuo Hoffman dell’intera provincia, sorta nei primi del novecento all’inizio della via Tancia nei pressi del Turano. Questo è in sintesi il quadro degli eventi della cosiddetta fase infrastrutturale che andò a formare, più casualmente che strategicamente, quel primo nucleo industriale cittadino sostanzialmente costituito dai complessi della Snia Viscosa, dello stabilimento Maraini per la produzione dello zucchero e della Montecatini i quali, una volta dismessi, costituiscono oggi, con la problematica del loro recupero, il centro di un dibattito fondamentale per lo sviluppo futuro della città e del suo territorio. Possiamo dire che questa fase sia durata fino agli anni ’60 del novecento, quando anche a Rieti si avvia una fase evolutiva del processo d’industrializzazione che possiamo definire come agglomerata. Difatti se in precedenza le industrie sceglievano ove ubicarsi certamente in funzione delle fonti energetiche o del reperimento della materia prima, entrambe necessarie ai cicli della produzione, e in relazione all’eventuale presenza di una infrastruttura come la ferrovia, ora questi fattori diventano di supporto rispetto a una area più vasta, quella appunto del nucleo industriale Rieti-Cittaducale, individuata in relazione alle opportunità legislative del momento, la quale per operare doveva essere dotata di tutte le condizioni infrastrutturali richieste e necessarie. L’area che era stata individuata per la nuova “Zona Industriale di Rieti-Cittaducale” consisteva di poco più di 200 ettari di terreno, in prevalenza pianeggiante; essa era particolarmente idonea all’insediamento da realizzare, non tanto per l’ubicazione, quanto per la sua morfologia che non richiedeva particolari interventi. Sui terreni in questione vivevano circa 1.000 proprietari – in prevalenza coltivatori diretti- che praticando una cerealicoltura di vecchia maniera, con scarsi riscontri economici, furono ben felici di cedere i loro appezzamenti di terreno a prezzi giudicati alti per il valore agricolo, ma bassi rispetto all’impiego che se ne fece. La macchina organizzativa del nuovo nucleo si attivò percorrendo i canali per giungere ai centri decisionali delle aziende del nord d’Italia e d’Europa e, anche se l’area indicata non era ancora provvista di infrastrutture, e la sua localizzazione la poneva in una posizione sfavorevole riguardo le principali vie di comunicazione, la possibilità
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di accedere ai benefici previsti dalla della Cassa per il Mezzogiorno fu un elemento decisamente convincente che portò negli anni successivi numerose aziende ad aprire centri di produzione a Rieti. L’atto formale d’istituzione del nuovo Consorzio fu il D.P.R. 1383 del 27 settembre 1965, emanato per effetto della legge n.° 634 del 29 luglio 1957, la cui finalità era proprio la promozione di Consorzi istituzionali tra Comuni, Camere di commercio ed altri Enti, indirizzati alla nascita di aree destinate allo sviluppo industriale. Il Piano Regolatore del Nucleo Industriale fu approvato il 26 ottobre del 1971, e venne pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 31 gennaio 1972, mentre il 5 novembre 1976 la Regione Lazio approvò il piano particolareggiato delle zone di ampliamento e l’efficacia del programma avviato è testimoniato dalla circostanza che già alla fine degli anni settanta, dopo neanche un decennio, operavano nel nucleo circa duecento aziende che davano occupazione a oltre 5000 persone. In quest’ultimo trentennio, fino agli inizi del nuovo millennio, quella del nucleo industriale Rieti-Cittaducale ha rappresentato una realtà occupazionale imprescindibile per l’economia della città. La fine degli incentivi dell’ex Casmez, in concomitanza con la crisi del sistema nell’ultimo periodo, ha portato alla progressiva chiusura di numerose aziende, proiettando la realtà sociale reatina in una dimensione “altra” e anomica nella quale, abbandonata la dimensione agricola precedente, sono caduti i pilastri che sorreggevano l’attuale dimensione economica. La capacità di rideterminare un nuovo modello, che non può più essere quello agricolo abbandonato in passato, né quello industriale più recente, appare ogni giorno di più come la vera sfida dei prossimi anni.
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Architetture industriali dismesse a cura di Paolo Cavallari ed Edoardo CurrĂ pp. 236 - Euro 36,00 ISBN 978-88-96386-24-8 formato 16,8x24 cm
Architetture industriali dismesse – Indice
Indice
Prefazione Carlo Cecere
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Presentazione Renato Covino
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1. Le diverse fasi dello sviluppo industriale del territorio reatino Roberto Lorenzetti 2. (Pre)giudizi critici sul recupero di aree e manufatti industriali dismessi: il sito di viale Maraini a Rieti Paolo Cavallari 2.1. Spazio, tempo, storia, architettura, memoria 2.2. Aree industriali dismesse e progetto urbano 2.3. Edifici industriali, valori, comunicazione 2.4. La conoscenza come dato preliminare imprescindibile ai processi di modificazione 2.5. Il ruolo dei modelli per un intervento 2.6. Brevi conclusioni parziali
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3. Morfogenesi dello spazio urbano e aree ex-industriali a Rieti 47 Antonio Cappuccitti 3.1. Analogie (e “unicità”) urbanistiche del caso delle aree ex-produttive reatine 48 3.2. Il ruolo urbano (passato, presente e potenziale) delle aree ex-produttive nella struttura urbana reatina 50 3.3. Evoluzione diacronica della pianificazione attraverso diverse “generazioni” urbanistiche 55 3.4. Criteri per la riqualificazione e la reintegrazione urbana 65 3.4.1. Il ruolo urbano rispetto alla struttura insediativa della città 66 3.4.2. Correlazione con la rete verde territoriale e urbana 67 3.4.3. Collocazione degli interventi nel sistema delle funzioni urbane 67 3.5. Scenari operativi e strumenti per la pianificazione attuativa e la gestione urbanistica 68
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4. Rieti città industriale: evoluzione e caratteri della costruzione Edoardo Currà 4.1. Compresenza di più sistemi costruttivi 4.2. Il complesso dell’ex Zuccherificio 4.3. La S.a. Supertessile, poi CISA Viscosa 4.3.1. Caratteristiche costruttive ed evidenze tecnologiche 4.3.2. I sistemi di coperture su travi reticolari in c.a. 4.4. Lo stabilimento della Montecatini 5. Le architetture e i “luoghi” dell’industria si rigenerano. Per il caso di Rieti, ipotesi di riconversione Elisabetta Collenza 5.1. Introduzione 5.2. Categorie d’intervento 5.2.1. Interventi a scala territoriale 5.2.2. Interventi a scala urbana 5.2.3. Interventi a scala di “parte” urbana 5.2.4. Interventi a scala di edificio. 5.3. I nuclei industriali di Rieti. Possibili strategie d’intervento. 5.3.1. L’ex Zuccherificio Maraini 5.3.2. L’ex Cisa Supertessile 5.3.3. L’ex Montecatini 5.4. Nota conclusiva 6. Il sodalizio tra il barone Alberto Fassini Camossi e l’ingegnere Arturo Hoerner nella progettazione dello stabilimento Supertessile di Rieti Fabrizio Di Marco 6.1. Il barone Alberto Fassini Camossi, imprenditore eclettico 6.2. Arturo Hoerner, ingegnere romano tra arte e tecnica 6.3. Fassini e Hoerner a Rieti 7. Procedure e metodologie di approccio per il recupero delle aree industriali dismesse: il caso delle aree ex Snia Viscosa e Montecatini a Rieti Paolo Viotti, Valentina Frattali 7.1. Introduzione 7.2. Le attività antropiche e le conseguenze sull’ambiente 7.3. La normativa nazionale in tema di aree contaminate e di bonifica 7.3.1. Dalla Legge n. 349/86 al D.Lgs. 152/06 7.3.2. L’analisi di rischio 7.4. Criteri generali per la caratterizzazione dei siti contaminati
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Architetture industriali dismesse – Indice
7.5. Metodi di redazione del piano di indagini o campionamento 7.6. Criteri generali per gli interventi di bonifica e di messa in sicurezza 7.6.1. Interventi di bonifica 7.6.2. Interventi di messa in sicurezza 7.6.3. Monitoraggio 7.6.4. Migliori tecniche disponibili (BAT) 7.7. L’applicazione della procedura ai siti “Snia Viscosa” e Montecatini” a Rieti 7.7.1. Storia del sito 7.7.2. Identificazione delle produzioni 7.7.3. Caratterizzazione del sito 7.7.4. Indagini effettuate 7.8. Conclusioni 8. Inspiring New Thoughts for China: Research on the Future-Land-UseBased Remedial Mechanism in US Superfund System Conghui Zhou Lecturer at the Department of Landscape Architecture, School of Architecture, Southeast University 8.1. Current condition and problems in China 8.1.1. Deficiency in current policy framework 8.1.2. Confusion on cleanup liabilities distribution 8.1.3. Dilemma on contaminated land reuse and redevelopment in current system 8.2. Origin of the FLUB remedial mechanism in Superfund 8.3. The operation of FLUB remedial mechanism 8.3.1. Policy context for FLUB remedial mechanism in Superfund 8.3.2. Liabilities and power distribution system of FLUB remedial mechanism in Superfund 8.3.3. Future land use decision-making process in Superfund 8.4. A FLUB remedy case: Industri-Plex Superfund site in Massachusetts 8.4.1. Process and approaches 8.4.2. Achievements and problems 8.5. Discussion: three proposalsfor China 8.5.1. Thought 1: specific policy framework establishment 8.5.2. Thought 2: multi-party coordination mechanism construction 8.5.3. Thought 3: integration of future land use planning decisionmaking process into the cleanup process 8.6. Conclusions
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Architetture industriali dismesse a cura di Paolo Cavallari ed Edoardo CurrĂ pp. 236 - Euro 36,00 ISBN 978-88-96386-24-8 formato 16,8x24 cm