DiversaMente ISSN 3103-7704
A R T
C U R A T O R
M A G A Z I N E
ARTE | ARTISTI | CULTURA
Howard Harris Dance of light fotograf ia - brevetto dell'artista
ANNO I N°2
AGOSTO 2026
DIVERSA MENTE - ART CURATOR - MAGAZINE Pubblicazione seriale online a periodicità bimestrale Anno I n. 2 Agosto 2026 EDITORE DiversaMente Arte SEDE LEGALE Via Vittorio Veneto, 216 - 80054, Gragnano - Napoli SEDE OPERATIVA Via Benedetto Croce, 12 - 80134 - Napoli CF 90113900634 DIRETTRICE EDITORIALE Simona Rossi
Email: artediversamente@gmail.com - info@diversamenteartcuratormagazine.it PEC: diversamente.arte@pec.it © 2026 - Simona Rossi - DiversaMente Arte
ISSN 3103-7704
INDICE
Howard Harris - 4 Marco Verdelli - 10 Marcelle Mansour - 13 Emanuela Martolò - 16 La latitudine interiore - 20 Dentro l’Opera - La vocazione di San Matteo - 24 Gianni Sallustro - l’Approfondimento - 29 Federica Faella - 40 Samuele Comite - 43 Gianluca Guadagno - 46 Stefano Colombo - Enjoy Your Life -49
Howard Harris
Howard Harris sviluppa una ricerca nella quale fotografia, percezione e tecnologia convergono in un linguaggio profondamente riconoscibile. Nato e cresciuto a Denver, in Colorado, si forma al Kansas City Art Institute e successivamente al Pratt Institute di New York, dove approfondisce il rapporto tra forma e spazio. A questa preparazione unisce oltre trentacinque anni di esperienza nel design e nella tecnologia, elementi che confluiranno naturalmente nella sua pratica artistica.
La fotografia rappresenta per Harris l’origine di un processo che supera la bidimensionalità dell’immagine. La sua ricerca Techspressionist si costruisce attraverso stratificazioni, trasparenze e differenti piani visivi, capaci di modificarsi in relazione alla luce e alla posizione di chi osserva. L’opera acquista così una dimensione percettiva mobile: lo spettatore, cambiando il proprio punto di vista, partecipa alla continua trasformazione dell’immagine. Nel 2017 Harris ottiene negli Stati Uniti un brevetto per il procedimento sviluppato nella realizzazione delle sue opere stratificate, risultato particolarmente significativo per una ricerca artistica nella quale l’innovazione tecnologica diventa parte integrante del linguaggio. La sua biografia ufficiale individua proprio nelle immagini dimensionali e multilivello uno degli elementi distintivi della sua produzione. La tecnica trova però il proprio senso nella riflessione che la sostiene. Per Harris vedere significa costruire continuamente una relazione tra ciò che appare e ciò che appartiene a chi guarda. Luce, movimento e spazio incontrano memoria, emozione ed esperienza individuale. La fotografia perde quindi la fissità dell’istante e introduce un secondo tempo, quello dell’osservazione. L’immagine chiede di essere attraversata dallo sguardo e cambia mentre viene guardata. È proprio in questa relazione che emerge la maturità della sua ricerca. Tecnologia e sperimentazione rimangono strumenti al servizio di una necessità espressiva, mentre fotografia e materia si incontrano fino a portare l’opera verso una dimensione prossima all’oggetto. Harris lavora sul confine tra visibile e percepito, facendo della profondità uno spazio fisico e insieme mentale.Il suo percorso ha raggiunto una significativa dimensione internazionale.
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Le opere sono esposte e rappresentate negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Europa e compaiono in pubblicazioni quali International Artists of the Decade, International Contemporary Masters, Top 10 Contemporary Artists e 50 Artists to Invest In. Numerosi riconoscimenti internazionali accompagnano una ricerca che ha saputo mantenere insieme invenzione, rigore progettuale e sensibilità artistica. Howard Harris porta così nella fotografia contemporanea una riflessione particolarmente attuale: ogni immagine possiede una realtà visibile, mentre ogni sguardo costruisce la propria esperienza di quella realtà. È nello spazio mutevole tra queste due dimensioni che la sua opera continua ad accadere.
www.hharrisphoto.com Instagram: @howardharrisphotoart Facebook: @howardharrisphotoart
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Dance of Light Howard Harris Stampa su alluminio € 6.100
Dance of Light è l’immagine scelta per la copertina del numero 2 del Magazine, l’opera racchiude uno dei nuclei più profondi della ricerca di Howard Harris: la stratificazione diventa il luogo in cui l’immagine perde la certezza dell’istante e acquista una temporalità propria. I diversi livelli trattengono simultaneamente presenza e movimento, affidando allo sguardo il compito di ricomporne continuamente il senso. La danza si trasforma così in esperienza interiore. Il corpo attraversa la luce lasciando tracce che sembrano appartenere alla memoria, dove ogni vissuto si deposita sul precedente, lo modifica e ne viene a sua volta trasformato. Anche l’osservatore entra in questo processo: posizione, distanza e tempo dello sguardo determinano una relazione sempre diversa con l’opera. Harris utilizza la stratificazione come linguaggio capace di raccontare la complessità del vedere e, insieme, quella del ricordare. Dance of Light conserva la persistenza di ciò che ci attraversa: l’esperienza rimane per sovrapposizioni, sedimenta, cambia forma e continua ad agire molto oltre l’istante che l’ha generata.
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No Monkeys Howard Harris Stampa su alluminio € 6.100
Il titolo No Monkeys introduce nell’opera una frattura ironica che impedisce allo sguardo di accontentarsi dell’immediatezza seduttiva dell’immagine. Howard Harris Testo del paragrafo sembra giocare con la nostra necessità di riconoscere e attribuire significati a ciò che vediamo, mentre costruisce un universo nel quale ogni certezza percettiva viene continuamente rimessa in discussione. L’occhio cerca un riferimento, una figura, forse proprio ciò che il titolo dichiara assente, e nel cercarlo entra nel meccanismo dell’opera. È qui che Harris sposta la questione dalla visione all’interpretazione: vedere diventa inevitabilmente proiettare qualcosa di sé su ciò che appare. No Monkeys assume quindi il carattere di un sottile paradosso percettivo. Quanto più l’immagine sembra offrirsi nella propria evidenza, tanto più ci costringe a riconoscere che lo sguardo raramente è innocente. Cerchiamo ciò che conosciamo anche dove potrebbe non esserci, perché ogni visione porta con sé memoria, aspettativa e immaginazione. Ed è precisamente in questa distanza tra ciò che esiste e ciò che crediamo di vedere che Harris colloca lo spettatore.
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Tubes Howard Harris Stampa su alluminio € 3.900
In Tubes Howard Harris ci conduce con lo sguardo verso una profondità che sembra precedere la forma, uno spazio oscuro dal quale il colore affiora acquistando progressivamente consistenza. La materia luminosa emerge come se appartenesse a un processo generativo, trasformando ciò che potrebbe essere percepito come vuoto in un luogo denso di possibilità. La stratificazione agisce sulla percezione creando soglie successive: lo sguardo attraversa l’opera, cerca una profondità e incontra continuamente nuovi livelli. Il colore diventa allora esperienza di emersione, energia che nasce dall’ombra e conquista lo spazio. Harris porta la tecnica dentro il significato stesso dell’opera. Tube evoca quel momento originario in cui qualcosa comincia a manifestarsi, quando dal fondo ancora indistinto affiorano luce, colore e forma. La profondità diventa così uno spazio generativo, capace di trasformare l’atto del vedere nella sensazione di assistere a una nascita.
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To Many Wars Howard Harris Stampa su alluminio € 6.100
In To Many Wars la tridimensionalità caratteristica della ricerca di Howard Harris assume una forza drammatica. Il mondo sembra sprofondare all’interno dell’opera, risucchiato da una spirale composta dalle bandiere delle nazioni, mentre il fuoco ne consuma simbolicamente la superficie. La tecnica diventa parte essenziale del significato: la profondità trasforma la caduta in esperienza e conduce lo sguardo verso un centro che appare sempre più lontano. Le bandiere, segni attraverso i quali popoli e Stati affermano identità e appartenenza, partecipano allo stesso vortice. La loro moltiplicazione costruisce l’immagine di un’umanità frammentata che condivide, paradossalmente, un unico destino. Al centro rimane la Terra, avvolta dalle fiamme, quasi schiacciata dal peso delle divisioni che la circondano. Harris consegna alla profondità il significato più inquietante dell’opera: mentre le identità continuano ad affermarsi e sovrapporsi, il mondo sprofonda e brucia. To Many Wars diventa così una riflessione sulla responsabilità collettiva, perché ogni confine appartiene agli uomini, mentre la Terra sulla quale quei confini vengono tracciati appartiene al destino di tutti.
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MarcoVerdelli Marco Verdelli nasce a Varese nel 1957 e costruisce il proprio rapporto con l’arte attraverso una formazione che, fin dagli anni Settanta, gli consente di attraversare tecniche differenti e di riconoscere progressivamente nella materia e nel colore gli strumenti più autentici della propria espressione. Al Liceo Artistico Statale “Angelo Frattini” di Varese sperimenta olio, incisione, acquaforte, xilografia, china, pastello e acquerello; negli anni successivi prosegue questa ricerca attraverso il confronto con gli artisti e i professionisti del gruppo Montefeltro. Il territorio varesino occupa un posto centrale nella sua sensibilità. Paesaggio, boschi e colline appartengono a un universo conosciuto intimamente e diventano materia di una pittura nella quale il rapporto con la natura assume il valore di esperienza interiore. Verdelli cerca quella zona sottile in cui un luogo smette di essere soltanto spazio e diventa memoria, appartenenza, emozione. La sua dichiarazione “L’arte per me è pura emozione” contiene forse la chiave più immediata per entrare nel suo lavoro. L’atto pittorico nasce dal sentire e trova nella semplicità una misura espressiva lontana dalla necessità di sovraccaricare l’immagine. Colore, materia e gesto custodiscono una dimensione intima, affidando all’opera la capacità di restituire quella vibrazione che precede spesso le parole. Iscritto agli Artisti Indipendenti di Varese, Verdelli ha partecipato a numerose mostre collettive in Italia e all’estero, con presenze indicate nella sua biografia a Varese, Porto Ceresio, Firenze, Roma, Venezia, Sanremo e Milano, e in contesti internazionali quali New York, Dubai, Pechino, Monte Carlo e Parigi. Nel suo percorso la natura conserva il valore di uno spazio di ascolto e riconciliazione. È da questa relazione che emerge una pittura capace di trasformare il paesaggio conosciuto in esperienza condivisibile, lasciando alla sensibilità dell’osservatore il tempo e lo spazio necessari perché l’emozione trovi una propria forma. Instagram: @marcoverde1957
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In San Martino e le sue montagne il paesaggio assume la funzione di una soglia. La montagna appartiene a una tradizione simbolica antichissima: luogo dell’elevazione, della distanza dalla dimensione ordinaria, punto di congiunzione ideale tra il terreno e ciò che lo trascende. Verdelli ne attenua la consistenza fino a trasformarla in una presenza quasi mentale. Il percorso che penetra nello spazio introduce un secondo archetipo, quello del cammino, e porta il paesaggio dentro una dimensione esistenziale: attraversare significa avanzare verso qualcosa che rimane oltre la possibilità immediata dello sguardo.
Questo tema trova una prosecuzione nei Cipressi di San Quirico d’Orcia. L’albero verticale, nella cultura mediterranea, porta con sé significazioni legate alla durata, al passaggio e alla continuità tra dimensioni differenti dell’esistenza. Disposti lungo la strada, i cipressi accompagnano simbolicamente il percorso e trasformano il paesaggio in uno spazio di transizione. La natura diventa struttura attraverso la quale interrogare il tempo umano.
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In Castelluccio di Norcia il rapporto cambia con l’insediamento che appare raccolto entro una vastità che lo supera e introduce il confronto tra costruzione umana e permanenza della terra. Il borgo diventa segno della presenza dell’uomo, della sua necessità di abitare e lasciare tracce. La natura conserva una temporalità immensamente più ampia e accoglie quella presenza dentro un ciclo che la precede e la oltrepassa. Il colore accentua questa relazione attribuendo alla terra una vitalità che sottrae il paesaggio alla semplice contemplazione. Cavalli al moto sposta infine la stessa riflessione dalla permanenza all’impulso vitale. Il cavallo attraversa l’immaginario occidentale come figura di forza, libertà e tensione verso il superamento del limite. L’artista ne intercetta soprattutto la componente archetipica in cui corpo e movimento coincidono in una spinta che appartiene alla dimensione primaria dell’agire.
Le quattro opere divengono la sintesi della costruzione dì un percorso coerente tra elevazione, attraversamento, appartenenza e impulso, nuclei simbolici attraverso i quali l’artista interroga differenti condizioni dell’esistenza. Il paesaggio assume il valore di territorio culturale e interiore, mentre la natura diventa il luogo nel quale l’esperienza umana riconosce continuamente la propria misura.
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Marcelle Mansour Self-Portrait - Sunbird and Iris on My Head - 2025 Marcelle Mansour sviluppa la propria ricerca nel punto d’incontro tra memoria e identità, spiritualità e trasformazione, costruisce un linguaggio nel quale la luce diventa materia visiva e strumento attraverso cui indagare le dimensioni più profonde dell’esperienza umana. Artista multidisciplinare australiana, accademica, autrice bilingue e poetessa, unisce alla formazione nelle Belle Arti gli studi in Letteratura, componente che attraversa la natura simbolica della sua produzione. Le origini cristiano-palestinesi e la vita costruita in Australia alimentano una riflessione sull’identità come stratificazione di esperienza individuale, appartenenza e memoria collettiva. La pratica, iniziata con la pittura tradizionale, le icone bizantine a tempera all’uovo e foglia d’oro e il ritratto dal vero, si è progressivamente estesa alla pittura figurativa digitale, all’Abstract Light Painting e alle forme ibride basate sulla luce. L’eredità dell’icona costituisce una chiave significativa della sua ricerca. L’artista trasferisce nel presente il valore simbolico della luce, mentre volto, colore e stratificazione diventano strumenti per attraversare il rapporto tra visibile e dimensione interiore. Natura, uccelli, fiori e riferimenti culturali assumono parallelamente il valore di segni di continuità, appartenenza e trasformazione. Il suo percorso ha raggiunto una significativa dimensione internazionale, con presenze alla XIII Florence Biennale, Biennale of Sydney, Museum of Modern Art e Museum of Arts and Design di New York, World Art Dubai, Carrousel du Louvre e MEAM di Barcellona. Le sue opere sono presenti nella collezione permanente del Museum of the Americas. Tra i riconoscimenti emerge la Medal of the Order of Australia (OAM), insieme al Presidential Award e al First Prize del Budapest International Juried Art Competition. Nella ricerca di Marcelle Mansour esperienza personale e memoria collettiva confluiscono così in un linguaggio contemporaneo capace di raccogliere simboli antichi e condurli verso nuove possibilità di significazione
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Self-Portrait - Unveiling the Invisible - 2026
Le quattro opere di Marcelle Mansour sembrano appartenere a un unico movimento che procede dall’identità individuale verso la memoria culturale e da questa raggiunge una dimensione collettiva. Self-Portrait - Unveiling the Invisible pone al centro proprio la complessità del sé. L’autoritratto, tradizionalmente affidato alla riconoscibilità del volto, diventa qui soglia attraverso cui affiorano memoria, spiritualità e trasformazione. La stratificazione luminosa accompagna un’identità concepita come processo, continuamente modificata da ciò che viene vissuto, ricordato ed ereditato. L’influenza dell’icona bizantina attribuisce alla luce una funzione ulteriore, legata alla possibilità di rendere sensibile una dimensione che appartiene all’interiorità.
The Red Poppy - 2024
Questa identità stratificata trova in The Red Poppy una sintesi simbolica particolarmente significativa. Il papavero rosso appartiene contemporaneamente alla memoria australiana dell’ANZAC e alla tradizione palestinese, riunendo in un unico elemento naturale le due geografie culturali che attraversano la storia dell’artista. Il fiore assume così il valore di un ponte tra appartenenze, generazioni e memorie. La sua fragilità biologica entra in relazione con la persistenza del simbolo: ciò che possiede una vita breve in natura può attraversare il tempo attraverso il significato che una comunità gli affida
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In Self-Portrait - Sunbird and Iris on My Head (opera in Biografia) il patrimonio culturale entra direttamente nella rappresentazione di sé. Il Palestine sunbird, l’iris Faqqua e l’abito ricamato diventano segni attraverso i quali Mansour porta nel presente la propria eredità palestinese. L’autoritratto si trasforma così in uno spazio di continuità tra persona e cultura. L’uccello richiama movimento e attraversamento, il fiore il principio della rigenerazione, mentre l’abito custodisce una memoria affidata alla tradizione e alla sua trasmissione. L’appartenenza assume una natura vitale, capace di accompagnare l’individuo attraverso luoghi e trasformazioni differenti. The Angel’s Symphony of Peace conduce infine questo percorso verso una significazione universale. Angelo, colombe, rami d’ulivo, abito tradizionale e oud costruiscono un universo nel quale spiritualità, cultura e natura convergono intorno al tema della pace. L’angelo assume la funzione archetipica del mediatore tra dimensioni differenti; colomba e ulivo portano con sé una memoria simbolica millenaria, mentre l’oud introduce la musica come linguaggio capace di attraversare confini e appartenenze.
The Angel’s Symphony of Peace - 2023 Dal volto dell’artista alla memoria di un popolo, fino all’aspirazione alla pace, Marcelle costruisce un percorso nel quale il microcosmo individuale entra progressivamente in relazione con il macrocosmo umano. La luce accompagna questo attraversamento come principio di conoscenza e trasformazione: rende presente la memoria, attraversa i simboli ereditati e permette all’esperienza personale di diventare linguaggio condiviso. L’identità emerge come materia viva, composta da ciò che riceviamo, da ciò che attraversiamo e dalle nuove significazioni che siamo capaci di generare.
Instagram: @marcelle_mansour www.marcellemansour.com.au 15
Emanuela Martolò I MESTIERI DIMENTICATI Alcuni lavori continuano a esistere nelle botteghe e nei piccoli spazi dove il tempo sembra avere un'altra misura, affidati a persone che possiedono una conoscenza maturata attraverso l'esperienza. Emanuela Martolò dedica a questo mondo la serie I mestieri dimenticati, della quale presentiamo alcuni scatti. Il suo sguardo si concentra sulla permanenza di gesti che appartengono ancora al presente, sebbene la vita contemporanea li abbia progressivamente spostati ai margini. Emanuela entra nei luoghi di lavoro senza trasformarli in scenografie e lascia che siano la concretezza degli ambienti e la pratica stessa del mestiere a costruire il racconto. Il bianco e nero accompagna questa scelta con naturalezza, mentre il primo piano le consente di avvicinarsi all'azione e di restituirne con precisione il carattere. I mestieri dimenticati non parla necessariamente di lavori scomparsi: racconta piuttosto ciò che rischiamo di non vedere più mentre è ancora davanti a noi. Da qui nasce l'assenza di nostalgia nelle immagini di Emanuela, che restano ancorate al presente e alla realtà di chi continua a esercitare queste professioni. È proprio questa capacità di osservare ciò che tende a diventare invisibile mantenendo intatto il rapporto con la realtà, a definire uno degli aspetti più riconoscibili della sua ricerca fotografica. Ed è da questa qualità dello sguardo che nasce la scelta da parte di DiversaMente Arte di rappresentarla.
Instagram: @emanuela_martolo
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LA LATITUDINE INTERIORE di W. A. Conte La ricerca di Simona Rossi nasce all’interno di una formazione multidisciplinare nella quale arte, patrimonio culturale e studio della dimensione psichica concorrono alla costruzione di uno sguardo complesso e stratificato. Il percorso dell’artista si è consolidato negli anni attraverso l’attività espositiva, i riconoscimenti e una ricerca capace di attraversare linguaggi differenti mantenendo una propria coerenza interna. Per comprenderne la direzione più matura conviene partire da ES. Da un’opera nella quale sembra essersi depositato, per sottrazione, qualcosa che apparteneva già alle fasi precedenti della sua ricerca.
Simona Rossi - ES - Olio su tela - 140x70 cm ES si costruisce intorno a pochissimi elementi. Una distesa quasi immobile, un’imbarcazione ridotta a presenza minima, un orizzonte che tende a dissolversi. La verticalità dell’albero interrompe l’ampiezza orizzontale dello spazio e trova nel riflesso una prosecuzione verso il basso, mettendo in relazione ciò che emerge con una profondità soltanto intuita. L’apparente quiete non coincide con l’assenza di tensione sembra al contrario, contenerla. Non sappiamo se l’imbarcazione proceda, attenda, arrivi o si allontani: l’artista rinuncia alla narrazione e affida alla relazione fra una presenza minima e l’immensità circostante il peso dell’immagine. Anche il titolo apre inevitabilmente a una dimensione psichica, ma sarebbe riduttivo trasformare ES nell’illustrazione di un concetto psicoanalitico.
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Superficie e profondità, visibile e invisibile, controllo e possibilità sono già inscritti nella struttura dell’opera. Il titolo amplia questa ambiguità senza risolverla. È guardando indietro che la rarefazione di ES rivela la propria origine. In Tumulto dell’anima che aspira a ciò che il corpo ignora, Awakening, Oltre e Ancora, la tensione è assai più manifesta, ma ciò che cambia non è tanto la natura della ricerca quanto il modo attraverso cui essa prende forma. Materia, luce e movimento occupano lo spazio con intensità differenti, mettendo continuamente in relazione una condizione presente con qualcosa che sembra eccederla.
Simona Rossi - TUMULTO dell'anima che aspira a ciò che il corpo ignora - Olio su tela - 100x50 cm In Tumulto dell’anima che aspira a ciò che il corpo ignora la contrapposizione fra densità e apertura, oscurità e luminosità trova nel titolo una dichiarazione esplicita: il limite corporeo si confronta con un’aspirazione che non sembra riconoscerlo come confine definitivo. La tensione è ancora esposta, fisicamente percepibile. In Awakening quella stessa energia assume la forma dell’emersione. Un nucleo luminoso irrompe nel campo scuro e si propaga nello spazio. La luce non descrive: accade. Diventa il segno di un passaggio fra latenza e manifestazione, fra una condizione che trattiene e qualcosa che non può più rimanere contenuto. Oltre sposta nuovamente questa dinamica. Una corrente luminosa attraversa lo spazio senza mostrare la propria destinazione. L’“oltre” rimane fuori dall’immagine e proprio per questo acquista forza: ciò che interessa non è raggiungerlo visivamente, ma rendere percepibile la tensione dell’attraversamento.
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Simona Rossi - AWAKENING - Acrilico su tela - 80x60 cm
Simona Rossi - OLTRE - Olio su tela - 40x30 cm
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Simona Rossi - ANCORA - Olio su tela - 140x70 cm Con Ancora il mare diventa interamente campo di forze. Le onde, la profondità e le variazioni luminose costruiscono una superficie che non concede allo sguardo una stabilità definitiva. È significativo accostarla a ES: il soggetto marino potrebbe suggerire una continuità immediata, ma è la differenza a essere rivelatrice. In Ancora il movimento è manifesto, in ES è trattenuto. Il mare non viene quindi reiterato come soggetto, ma utilizzato per esprimere condizioni differenti. Così le cinque opere considerate insieme, mostrano una continuità che non dipende dalla ripetizione di una cifra stilistica. Cambiano le densità, i cromatismi e l’intensità gestuale; permane una dinamica comunicativa fondata su polarità ricorrenti quali oscurità e luce, superficie e profondità, stabilità e perturbazione, limite e attraversamento. Persino quando il paesaggio rimane riconoscibile, difficilmente conserva una funzione puramente descrittiva. Mare, cielo, luce e orizzonte diventano luoghi di relazione. Ciò che interessa all’artista non sembra essere la rappresentazione di uno spazio, ma ciò che può accadere al suo interno e, soprattutto, ciò che quello spazio è capace di evocare oltre la propria evidenza visiva. È in questo senso che si può parlare di una latitudine interiore e non di un generico paesaggio dell’anima, di coordinate continuamente mobili fra ciò che contiene e ciò che tende a oltrepassare, fra una condizione riconoscibile e la possibilità della sua trasformazione. Da questa prospettiva ES non interrompe il percorso precedente e neppure lo conclude, ne modifica radicalmente la misura. La maturità dell'opera risiede proprio nella sottrazione. L’artista non rinuncia alla tensione che attraversa la propria ricerca, semplicemente rinuncia alla necessità di mostrarla interamente.
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DENTRO L'OPERA di Simona Rossi
La Vocazione di San Matteo Michelangelo Merisi da Caravaggio
Esistono opere davanti alle quali conoscere la storia dell’arte costituisce soltanto il primo livello di accesso. La Vocazione di San Matteo appartiene a questa categoria perché Caravaggio prende un episodio evangelico estremamente breve e lo trasforma in una riflessione sulla libertà dell’uomo, sul riconoscimento di sé e su quell’istante quasi impercettibile nel quale un’esistenza può cambiare direzione.
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Il dipinto viene realizzato per la Cappella Contarelli nella chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma e, insieme al Martirio di San Matteo, viene mostrato al pubblico nel 1600. È la prima grande commissione ecclesiastica romana di Caravaggio e segna un passaggio decisivo nella sua affermazione. Il soggetto deriva dal Vangelo di Matteo: Cristo incontra Matteo al banco delle imposte e gli rivolge l’invito a seguirlo. Poche parole, un prima e un dopo. Caravaggio sceglie precisamente lo spazio che li separa. È qui che la storia dell’arte deve necessariamente entrare, perché la rivoluzione caravaggesca acquista senso anche rispetto alla cultura figurativa del proprio tempo, poiché l’episodio sacro viene trasferito nella contemporaneità dell’artista. Abiti, ambiente e caratterizzazione dei personaggi avvicinano un avvenimento remoto all’esperienza dello spettatore del Seicento, producendo quell’impressione straordinaria, rilevata anche dagli studi moderni, che il fatto evangelico stia accadendo nel presente. La contemporaneità possiede qui un significato ulteriore: se la chiamata avvenisse soltanto nel tempo di Cristo, potremmo osservarla come storia, Caravaggio la porta nel proprio presente e la trasforma in possibilità. Cristo entra nello spazio degli uomini quasi lateralmente, accompagnato da Pietro. Il suo gesto attraversa il dipinto prima ancora che lo spettatore ne ricostruisca pienamente il significato. La mano tesa richiama inevitabilmente quella di Adamo nella Creazione michelangiolesca della Sistina, ma il rapporto viene trasformato: nella Genesi Dio offre ad Adamo il principio della vita, nella tela di Caravaggio Cristo offre a Matteo la possibilità di una vita nuova. Tra le due mani, idealmente, corre la distanza tra nascere e scegliere chi diventare.
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La luce segue la stessa direzione della chiamata. Entra lateralmente, attraversa l’oscurità e raggiunge il gruppo raccolto intorno al denaro. Possiede una plausibilità fisica e contemporaneamente assume una funzione simbolica. Caravaggio riesce a far coincidere il fenomeno ottico con l’irruzione della grazia senza trasformare la scena in apparizione soprannaturale. Il sacro entra nel reale e lo fa mentre la vita continua. Questo è forse uno degli aspetti più radicali della Vocazione. Alcuni personaggi percepiscono ciò che sta accadendo, altri rimangono concentrati sul denaro. La chiamata attraversa lo stesso spazio, la luce raggiunge uomini diversi, e ciascuno reagisce secondo una propria disponibilità. Caravaggio introduce così, dentro una scena religiosa, una straordinaria rappresentazione della selettività dello sguardo umano: possiamo trovarci davanti allo stesso evento e vivere realtà completamente differenti. Anche l’identificazione di Matteo, apparentemente elementare, continua a essere oggetto di discussione tra gli studiosi. La lettura tradizionale riconosce Matteo nell’uomo barbuto che porta la mano verso il petto, come sorpreso dalla possibilità che quella chiamata sia rivolta proprio a lui. Il gesto contiene una domanda prima ancora di una risposta: io? Ed è precisamente quel brevissimo intervallo a rendere l’opera psicologicamente straordinaria. Matteo appartiene ancora al tavolo. Cristo ha già pronunciato idealmente la chiamata, mentre la decisione deve ancora compiersi.
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Caravaggio sospende il racconto nell’istante nel quale l’identità precedente continua a esistere e quella futura è appena diventata possibile. La vocazione assume allora un significato che oltrepassa la narrazione religiosa. È il momento del riconoscimento, quando qualcosa irrompe nell’ordine conosciuto e costringe l’individuo a misurarsi con una possibilità di sé fino a quel momento inespressa. Anche il denaro acquista in questo contesto un peso preciso. Matteo è un pubblicano, un esattore delle tasse; la sua condizione appartiene quindi al mondo del calcolo, dello scambio, del possesso. Sul tavolo rimane ciò che fino a quell’istante ha organizzato la sua esistenza. Dall’altra parte arriva una richiesta che implica trasformazione. Caravaggio costruisce così una tensione tra due sistemi di valore senza ricorrere ad allegorie astratte: li rende presenti nello stesso spazio.
La chiamata, soprattutto, lascia intatta la libertà. Cristo indica. Matteo dovrà scegliere. È questa distanza a rendere la scena ancora oggi potentemente umana. La trasformazione autentica richiede sempre un passaggio nel quale l’individuo riconosce una possibilità e decide se assumerla. La luce può indicare, un altro può chiamare, un evento può spezzare l’equilibrio precedente; il movimento successivo appartiene alla persona. Anche per questo il buio caravaggesco acquista una funzione che supera enormemente il celebre chiaroscuro. L’oscurità contiene ciò che ancora attende di essere riconosciuto. La luce rivela e mette in relazione. Il confine tra le due dimensioni attraversa fisicamente la tela e contemporaneamente la coscienza dei personaggi. Caravaggio riesce così a rappresentare un evento invisibile attraverso conseguenze interamente umane. Nessun cielo si apre. Nessuna architettura separa il sacro dalla quotidianità. Cristo entra nello stesso spazio nel quale si contano monete e si conducono affari. Proprio questa prossimità modifica radicalmente il significato dell’episodio: la possibilità della trasformazione arriva dentro l’esistenza ordinaria, mentre siamo occupati a essere ciò che crediamo di essere. 27
La Vocazione di San Matteo diventa allora un’opera sul tempo brevissimo della consapevolezza. C’è un uomo prima della chiamata e c’è il Matteo che conosciamo dopo di essa. Caravaggio sceglie di dipingere ciò che sta nel mezzo: l’istante nel quale entrambi sono ancora possibili. Ed è forse per questo che dopo più di quattro secoli, quella mano continua idealmente a oltrepassare Matteo. La direzione del gesto entra nello spazio dello spettatore e la domanda cambia destinatario. Che cosa accade quando la luce raggiunge proprio noi?
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GIANNI SALLUSTRO L‘ A P P R O F O N D I M E N T O
Gianni Sallustro incontra il teatro molto presto e riconosce nella recitazione il luogo in cui la propria curiosità per l’essere umano può trovare una forma concreta. Il personaggio diventa una possibilità di conoscenza, una presenza da attraversare fino a renderla credibile davanti allo spettatore. Quando molti anni dopo, gli viene chiesto quali qualità debba possedere un attore, risponde scegliendo due parole: "istrionico e credibile", la prima riguarda quella capacità di trasformazione che appartiene intimamente al mestiere dell’interprete; la seconda implica uno studio quotidiano, perché la credibilità si costruisce attraverso l’esercizio e la disponibilità a rimettere continuamente in discussione ciò che si crede di sapere. La sua formazione procede dentro questa esigenza, la Commedia dell’Arte, approfondita con Antonio Fava, gli consegna strumenti che riguardano soprattutto la presenza dell’attore e il dominio del corpo nello spazio, è attraverso Fava che arriva l’incontro con Dario Fo, che Gianni indicherà come una svolta della propria vita professionale.
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È significativo che, raccontando il proprio percorso, scelga comunque di definirsi "il pigmalione di me stesso": non rinnega l’importanza dei maestri e delle persone incontrate, anzi le cita apertamente, ma riconduce la propria crescita a un lavoro costruito senza favoritismi e verificato ogni volta sulla scena. Tra le conferme ricevute nel corso degli anni compaiono Massimo Ranieri, Gabriele Lavia, Emma Dante, Antonio Calenda, Antonio Capuano, Roberto De Simone, Michele Del Grosso e lo stesso Dario Fo. Sono nomi che appartengono a esperienze differenti e che restituiscono l’ampiezza di un percorso nel quale Gianni evita di fermarsi a una sola idea di teatro. Pulcinella, affidatogli da Fo, rimane uno dei ruoli ai quali è particolarmente legato; Mercuzio, con la regia di Gabriele Lavia, gli chiede un’altra qualità di presenza. Con Antonio Calenda affronta Na’ sceneggiata, esperienza che ricorderà per il modo in cui la tradizione popolare riesce a conservare forza quando viene trattata con rigore, mentre Roberto De Simone lo conduce verso una dimensione nella quale la scena porta con sé una memoria culturale più profonda e una componente rituale capace di modificare il rapporto dell’attore con la parola. Dentro questo vissuto entra Michele Del Grosso. Quando i due si incontrano, Sallustro ha già iniziato il proprio percorso professionale. Michele Del Grosso aveva fondato il Teatro Instabile Napoli in una stagione particolarmente intensa della ricerca teatrale napoletana e aveva costruito il proprio lavoro intorno all’attore, alle sue possibilità espressive e alla necessità di sottrarlo alle soluzioni facili. Il rapporto con Gianni cresce lentamente e dura circa vent’anni, sostenuto da una pratica quotidiana nella quale le prove assumono un peso determinante. Del Grosso può tornare molte volte sulla stessa scena e chiedere all’interprete di attraversarla nuovamente finché trova la misura necessaria. Gianni comprende il valore di questa disciplina perché vi riconosce una condizione della libertà attoriale: soltanto quando ciò che si fa è stato realmente acquisito, l’attore può permettersi di lasciarlo vivere senza irrigidirlo, lui assorbe quella lezione e la porta con sé, trasformandola secondo il proprio modo di lavorare. 30
Razzullo e Sarchiapone sotto ’o tendone accompagna a lungo il confronto fra i due e consente a Gianni di ritrovare, dentro la Cantata dei Pastori, parte della formazione maturata attraverso la Commedia dell’Arte. L’impianto circense porta sulla scena una tradizione riconoscibile e contemporaneamente la libera dalla tentazione di riprodurre ciò che il pubblico conosce già. Lo spettacolo torna in edizioni differenti e ogni ritorno diventa occasione per verificare quanto un attore cambi anche quando il testo rimane lo stesso. Con Sei prime scene di Manlio Santanelli il terreno muta completamente. Gianni partecipa alla prima rappresentazione assoluta insieme ad Antonella Monetti e incontra una scrittura contemporanea che chiede un rapporto più asciutto con la scena. Questo continuo passaggio fra materiali lontani gli impedisce di rifugiarsi in una maniera personale già acquisita e contribuisce a costruire quella duttilità che lui stesso considera necessaria all’attore. Caravaggio mette in scena Caravaggio occupa un posto particolare nella sua memoria. Sallustro interpreta Michelangelo Merisi e affronta un personaggio nel quale il confine tra l’uomo e l’artista rimane continuamente permeabile, il pittore cerca i modelli, li dispone nello spazio e costruisce le immagini davanti agli spettatori; ciò che la storia dell’arte consegna alla fissità del quadro viene riportato al momento della sua formazione. Per Gianni significa entrare in Caravaggio seguendo il processo creativo e le tensioni di una biografia che continuano a premere sull’opera. Molti anni dopo citerà ancora questo ruolo fra quelli che ha amato maggiormente. Dal rapporto con Michele Del Grosso nasce anche una consapevolezza molto concreta delle condizioni nelle quali si produce cultura. Sallustro conosce il peso economico del teatro e rivendica un percorso privo di favoritismi, costruito spesso senza poter contare sulle condizioni che renderebbero più semplice realizzare un progetto, Michele gli mostra quanto l’inventiva possa diventare decisiva proprio quando le 31 risorse sono limitate.
Gianni farà propria quella capacità, portandola successivamente dentro le proprie produzioni e nel lavoro con i giovani. Nel 2007 fonda a Ottaviano l’Accademia Vesuviana del Teatro e Cinema. Michele Del Grosso è ancora pienamente presente nella sua vita professionale e Gianni continua a recitare, l’Accademia nasce quindi dentro un’esperienza teatrale viva, mentre chi insegna continua a misurarsi con le stesse difficoltà che pone ai propri allievi, è questa contemporaneità che incide profondamente sulla fisionomia dell’Accademia stessa. Sallustro pensa a una formazione capace di preparare l’attore alla complessità reale della professione, il teatro rimane il centro, ma la macchina da presa entra nello studio insieme alla voce e alle tecniche che permettono di affrontare il doppiaggio, l’esperienza maturata sul corpo trova applicazione nel mimo e nel lavoro fisico, mentre la scrittura e la regia ampliano la conoscenza del processo attraverso il quale nasce uno spettacolo. Le discipline sono numerose, eppure la struttura dell’Accademia acquista il proprio senso soprattutto nel rapporto che Gianni stabilisce con gli allievi. I ragazzi arrivano con possibilità molto differenti, alcuni mostrano immediatamente una naturale capacità di stare sulla scena, altri hanno bisogno di un percorso più lungo prima di riuscire a esporsi, ci sono fragilità che emergono proprio nel momento in cui il corpo diventa visibile allo sguardo degli altri e sicurezze apparentemente solide che, davanti al lavoro vero, devono essere ricostruite. Gianni osserva queste differenze e interviene sulla persona che ha davanti cercando la strada attraverso la quale possa trovare una propria credibilità. Il suo modo di insegnare lascia spazio alla specificità dell’allievo perchè una tecnica identica produce risultati diversi quando è diverso chi la utilizza e lui lavora proprio su questa distanza: sa attendere se un ragazzo ha bisogno di tempo e riconosce altrettanto bene il momento in cui l’attesa rischia di trasformarsi in protezione. La richiesta cresce insieme alle possibilità che vede emergere. L’Accademia entra presto nella produzione teatrale e i ragazzi cominciano a lavorare accanto ad attori già formati. Alcuni partecipano a spettacoli nei quali è presente Michele Del Grosso e incontrano così direttamente la ricerca del maestro con cui Gianni continua a lavorare è questo che lo porta nello stesso spazio come attore e come responsabile della formazione dei giovani che ha portato con sé, ascoltando chi recita accanto a lui.
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In questo contesto l’allievo comprende rapidamente che il teatro vive di relazioni precise: un ingresso sbagliato modifica il tempo dell’altro attore, una distrazione può interrompere la tensione costruita dalla scena e ciò che accade sul palcoscenico riguarda sempre più persone contemporaneamente. Gianni porta i ragazzi dentro questa responsabilità quando ritiene che possano sostenerla e una volta in produzione li considera parte effettiva del lavoro. È qui che la sua idea dell’attore "istrionico e credibile" trova una traduzione pedagogica concreta: la capacità di trasformarsi possiede valore quando è sostenuta da strumenti sufficienti a rendere il personaggio vero per chi guarda. Il talento iniziale interessa fino a un certo punto; ciò che conta è quanto una persona riesca a lavorare su di sé e quanto sia capace di tenere conto di chi condivide la scena. Negli anni alcuni allievi scelgono la professione, altri orientano diversamente la propria vita, l’Accademia continua intanto a lavorare, accoglie nuove generazioni e mantiene la propria funzione di centro di formazione e produzione. Gianni la concepisce come un organismo capace di accompagnare chi vuole trasformare la recitazione in professione e allo stesso tempo, di incidere sulla persona che attraversa quell’esperienza. Da qui deriva quel concetto che associa le persone perbene ai bravi attori: una sintesi semplice di un principio che, nella pratica riguarda il rispetto del lavoro altrui e la responsabilità con cui ciascuno occupa il proprio posto. La collaborazione con Talentum Production di Marcello Radano amplia ulteriormente l’attività, attraverso questo rapporto vengono realizzati oltre centocinquanta spettacoli e numerosi lavori cinematografici, mentre gli allievi vengono proposti anche per produzioni Rai e Mediaset. L’Accademia assume così una funzione che supera quella della scuola e mette la formazione in contatto diretto con il mondo professionale. Mater Camorra cresce dentro questa stagione. Il punto di partenza è Madre Courage e i suoi figli di Bertolt Brecht, ma la materia 33 viene trasferita in una realtà prossima alla vita di chi la porta sulla scena.
La lunga elaborazione con Michele Del Grosso consente di utilizzare la struttura brechtiana per entrare nel sistema camorristico, mostrando quanto la violenza riesca a penetrare nella dimensione ordinaria delle persone e a restringerne progressivamente le possibilità di scelta. Gianni ritorna sullo spettacolo più volte e le diverse versioni ne accompagnano l’evoluzione. Anche gli allievi dell’Accademia partecipano alla produzione, lavorando accanto a interpreti più esperti e affrontando un materiale che appartiene direttamente al territorio in cui vivono. Sallustro chiede loro innanzitutto di costruire personaggi credibili, perché la forza civile del lavoro dipende dalla capacità della scena di restituire esseri umani prima ancora che idee. La partecipazione di Veronica Montanino nell’edizione del 2014, introduce un elemento che modifica profondamente il rapporto fra rappresentazione e realtà. Veronica è la figlia di Gaetano Montanino, la guardia giurata uccisa dalla camorra alla cui memoria lo spettacolo viene dedicato, e interpreta Catarina. Porta quindi sulla scena una storia che appartiene alla propria esperienza familiare e la presenza di quella memoria rende ancora più evidente la responsabilità con cui Mater Camorra affronta ciò che racconta. Il lavoro ottiene riconoscimenti e viene inserito nella Biblioteca digitale dell’Università Federico II dedicata alla camorra e alla cultura della legalità. L’attività sviluppata dall’Accademia riceve anche un Premio conferito dalla Polizia di Stato. Sono risultati che accompagnano un percorso ormai radicato sul territorio e confermano la capacità di trasformare il teatro in uno spazio nel quale la dimensione civile mantiene pienamente la propria qualità artistica. Sallustro tornerà più volte a Mater Camorra e arriverà a definirlo parte della propria carne. È un’espressione che dice molto del rapporto costruito con quel lavoro, cresciuto attraverso il tempo insieme alle persone che vi hanno partecipato. L’esperienza maturata con i ragazzi spinge Gianni ad approfondire anche il versante pedagogico, lo studio arriva quando la pratica gli ha già posto domande precise e gli permette di affrontarle attraverso strumenti ulteriori. Successivamente il lavoro entra nelle scuole del territorio, dove il teatro diventa soprattutto esperienza educativa. In questo contesto Sallustro presta particolare attenzione alla parola e alla lettura ad alta voce, osservando il modo in cui una persona può modificare il rapporto con se stessa quando impara a dare corpo a ciò che legge.
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L’esperienza maturata con i ragazzi spinge Gianni ad approfondire anche il versante pedagogico, lo studio arriva quando la pratica gli ha già posto domande precise e gli permette di affrontarle attraverso strumenti ulteriori. Successivamente il lavoro entra nelle scuole del territorio, dove il teatro diventa soprattutto esperienza educativa. In questo contesto Sallustro presta particolare attenzione alla parola e alla lettura ad alta voce, osservando il modo in cui una persona può modificare il rapporto con se stessa quando impara a dare corpo a ciò che legge. Da uno di questi percorsi nasce Volevo volare. Gianni ne scrive la sceneggiatura a partire dall’esperienza con gli studenti e porta il progetto fino alla realizzazione cinematografica. Il cortometraggio ottiene diversi riconoscimenti e mostra come il suo lavoro nelle scuole riesca a trovare una forma autonoma senza perdere la relazione con le persone dalle quali ha avuto origine. Intanto il cinema occupa uno spazio sempre importante nella sua attività di interprete. Ricordi in bianco e nero di Gemma Tisci gli affida il ruolo di Raffaele Cutolo e la regia viene curata dagli allievi dell’Accademia. Il rapporto fra maestro e studenti assume qui una configurazione particolare: Gianni recita davanti alla macchina da presa mentre alcuni dei ragazzi che ha formato dirigono il lavoro. Il film ottiene numerosi premi e Sallustro attraversa l’Italia per ritirare i riconoscimenti legati a questa esperienza e a L’eredità di Raffaele Ceriello. Con Il peso esatto del vuoto di Vincenzo Pirozzi entra in un progetto nel quale è tra i protagonisti insieme a Cristina Donadio e Peppe Servillo. La sua presenza cinematografica appartiene ormai a una carriera trentennale e conserva quella capacità di trasformazione che Gianni considera essenziale per un interprete. Il rapporto con la macchina da presa richiede una misura diversa da quella teatrale, e proprio questa differenza gli permette di mettere nuovamente alla prova ciò che ha costruito negli anni, (La squadra, Un posto al sole, Carabinieri, Sette vite, I Cesaroni, Un Medico in Famiglia, sono alcune tra le sue partecipazioni a produzioni RAI e Mediaset), mentre il doppiaggio completa una versatilità professionale che Sallustro rivendica parlando di sé come di un attore capace di prestarsi in maniera camaleontica ai diversi mezzi. In questo periodo lavora anche a La barba e continua a sviluppare progetti che coinvolgono altri linguaggi, radiodrammi con Anita Pavone e Rosalba Di Girolamo, la 35
collaborazione con Piero Chiambretti per le video-poesie scritte da Felicita Chiambretti e si prepara un nuovo progetto cinematografico con Antonio Ruocco, nel quale Gianni torna a interpretare Raffaele Cutolo. L’attività procede senza perdere il rapporto con l’Accademia, che resta il luogo nel quale formazione e produzione continuano a incontrarsi. Il riconoscimento ricevuto alla Camera dei Deputati assume un peso particolare in questo percorso: Gianni Sallustro viene premiato come miglior attore di teatro e cinema impegnato nel sociale, riconoscimento che raggiunge un lavoro già ampiamente sviluppato sul territorio e restituisce rilievo nazionale a una parte sostanziale della sua ricerca. Mater Camorra ha affrontato la criminalità organizzata attraverso il teatro, l’Accademia ha costruito negli anni un rapporto concreto fra formazione e possibilità professionale, mentre i progetti educativi hanno portato la scena dentro contesti nei quali il suo valore riguarda anche la crescita delle persone. Michele Del Grosso rimane intanto una presenza costante fino agli ultimi giorni della propria vita. Il loro rapporto ha ormai attraversato quasi vent’anni e appartiene anche a una dimensione personale che supera il lavoro condiviso. Gianni gli resta accanto nel periodo finale. Quando Michele muore, Sallustro possiede una storia artistica pienamente riconoscibile e l’Accademia Vesuviana è da tempo una realtà attiva. In seguito assume la direzione artistica del Teatro Instabile Napoli. Arriva al TIN conoscendone profondamente la storia e portandovi una propria esperienza ormai matura. La direzione gli consente di continuare a considerare il teatro come luogo di lavoro prima ancora che come struttura da amministrare. Le produzioni restano centrali e l’Accademia trova nello spazio del TIN un ulteriore punto di contatto con la scena professionale. Gli allievi continuano così a incontrare interpreti provenienti da percorsi differenti e a misurarsi con una pratica che Gianni mantiene aperta al confronto lui resta personalmente sulla scena, perché l’attore continua a essere il luogo dal quale interroga il teatro anche quando le responsabilità sono diventate molte. Nello stesso periodo La Passione di Cristo di Roberto De Simone lo vede tra le voci recitanti insieme a Mariano Rigillo, Franco Iavarone, Peppe Servillo ed Elettra De Simone, ritrova una dimensione rituale già incontrata nel proprio percorso, ma vi arriva con una maturità diversa, dopo decenni di lavoro e con una conoscenza
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della voce ormai attraversata da esperienze teatrali e cinematografiche molto distanti fra loro.
Edipo Re lo riporta invece dentro una delle figure più radicali della tragedia antica, un uomo costretto a conoscere fino in fondo ciò che avrebbe preferito ignorare. Sallustro continua a cercare personaggi capaci di esporre l’attore a una domanda reale e conserva questa disponibilità anche mentre guida il TIN e segue il lavoro dell’Accademia. Negli ultimi anni la memoria del Novecento assume una presenza sempre maggiore nella sua ricerca. H.H. I semi dello Sterminio nasce dalla Trilogia del Male di Antonio Masullo e Gianni ne sviluppa la sceneggiatura teatrale, assumendo anche la regia e l’interpretazione, il nazismo viene affrontato attraverso gli uomini che hanno trasformato un’ideologia in un sistema capace di amministrare lo sterminio, lasciando emergere il punto in cui la responsabilità individuale continua a esistere anche dentro un apparato enorme. Sallustro porta questa domanda sulla scena perché la storia conserva valore quando riesce ancora a interrogare il presente. L’interesse si concentra sul modo in cui una persona arriva ad accettare ciò che progressivamente diventa normale all’interno di un sistema e sulle possibilità che rimangono aperte quando quella stessa persona comincia a riconoscerne la natura.
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Io non dimentico prosegue questa ricerca. Hitler e Himmler entrano nello stesso spazio di Claus Schenk von Stauffenberg e la presenza di quest’ultimo apre una frattura nella rappresentazione del sistema, perché introduce la possibilità di una decisione maturata dall’interno. Gianni lavora sul momento in cui la consapevolezza diventa scelta e su quanto quella scelta possa costare quando arriva dentro una realtà alla quale si è già appartenuti. Lo spettacolo è previsto per il 25 e 26 aprile 2026. La collocazione nelle giornate della Liberazione appartiene al senso stesso del lavoro, costruito intorno a una memoria capace di produrre ancora coscienza. Gianni è immerso nelle prove, il Teatro Instabile Napoli attraversa la propria stagione e l’Accademia prosegue il lavoro con i ragazzi. Nella notte tra il 19 e il 20 aprile 2026 Gianni Sallustro muore improvvisamente. Io non dimentico sarebbe andato in scena pochi giorni dopo. Per i ragazzi dell’Accademia la morte interrompe una relazione che appartiene ancora alla quotidianità: alcuni sono ormai professionisti, altri hanno scelto strade diverse e nuove generazioni continuano a riconoscersi in un’esperienza che ha attraversato una parte importante della loro crescita. Gianni rimane il maestro con cui hanno imparato a sostenere una scena e la persona capace di conoscere abbastanza bene ciascuno da capire quando aspettare e quando chiedere di più. Ancora oggi molti si definiscono "i ragazzi di Gianni", con una naturalezza che rende superflua qualsiasi costruzione commemorativa, il suo nome continua a entrare nei loro discorsi. L’Accademia Vesuviana del Teatro e Cinema di Gianni Sallustro termina la sua attività, ma i ragazzi che continueranno a fare teatro o cinema faranno sì che il loro Maestro continui a vivere per sempre, dentro una storia teatrale che attraverso loro rimarrà coniugata al presente.
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FEDERICA FAELLA Federica Faella costruisce la propria formazione nella danza a Napoli, alla scuola L’Arte del Movimento, dove si diploma in Tecnica Accademica Classica, Repertorio, Tecnica Contemporanea e Modern Jazz. Prosegue gli studi a Roma presso l’Accademia Nazionale di Danza, scegliendo il percorso contemporaneo e arrivando al conseguimento del diploma accademico di primo livello. Alla preparazione istituzionale affianca seminari e workshop con maestri italiani e internazionali, un laboratorio sul movimento creativo e ulteriori occasioni di perfezionamento rese possibili anche dalle borse di studio ottenute per il Professional Program dell’Associazione Italiana Danzatori e per i corsi di tecnica modern del Balletto di Toscana. Già durante gli anni della formazione partecipa a manifestazioni e festival dedicati alla danza classica e contemporanea, tra cui il Festival Nazionale di Danza Classica di Gubbio, il Festival di Maiori e il Pollino Dance Festival. Il primo premio conquistato ad Agorà Arte nella categoria Solisti Modern Jazz segna uno dei primi riconoscimenti personali e precede l’ingresso in una dimensione professionale più ampia. Federica lavora in Italia e all’estero con la Skaramacay Dance Company e porta progressivamente la propria esperienza in ambiti molto diversi dello spettacolo: partecipa a Sanremo e al settore pubblicitario con lo spot Lilia, mentre il lavoro della ballerina comincia ad affiancarsi a quello della coreografa. Per Comovex Eventi cura le coreografie di produzioni destinate allo spettacolo e agli eventi, entrando così in una fase nella quale la conoscenza del movimento viene utilizzata anche
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per costruire il lavoro degli altri interpreti. L’esperienza prosegue con Noche Brava, agenzia attiva nell’animazione e nello spettacolo per Alpitour World. Qui Federica lavora ancora sulla coreografia all’interno di produzioni pensate per un pubblico ampio e inserite in una macchina organizzativa che richiede continuità e capacità di adattare il lavoro scenico a contesti differenti. Cinecittà World rappresenta un ulteriore passaggio della sua carriera: entra nel cast artistico del parco come ballerina, confrontandosi con una forma di spettacolo nella quale la danza deve integrarsi con personaggi, ambientazioni e ritmi di produzione molto strutturati. Successivamente supera le selezioni per Disneyland Paris, entrando in una realtà internazionale nella quale la preparazione tecnica deve convivere con precisione interpretativa e capacità di mantenere costante la qualità della performance. Nel suo percorso trova spazio anche il cinema con I Graffi, cortometraggio diretto da Daniele Falleri. È un’esperienza diversa rispetto alla scena dal vivo, ma coerente con una carriera che nel tempo ha attraversato più
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linguaggi senza perdere il rapporto centrale con il corpo e con il movimento. Dopo avere maturato una lunga esperienza professionale come ballerina e coreografa, Federica porta parte di questo patrimonio nell’insegnamento. Tiene classi di danza classica, moderna e contemporanea e accompagna giovani allieve e allievi in percorsi formativi qualificati. La didattica nasce quindi da una pratica già consolidata sul palcoscenico e le permette di trasmettere una preparazione che tiene conto non soltanto della tecnica, ma anche di ciò che accade quando quella tecnica deve funzionare all’interno di una coreografia e sostenere realmente una performance. Recentemente Federica collabora con Enjoy di Stefano Colombo alla Direzione Artistica di spettacoli in tour nei resort quattro stelle e ne cura le coreografie. In questo lavoro convergono la sua esperienza come interprete, quella sviluppata nella costruzione coreografica e la capacità di seguire giovani danzatori e performer durante la preparazione. È una fase che amplia ulteriormente il suo ruolo nello spettacolo, affidandole una responsabilità che riguarda l’intera costruzione scenica e il coordinamento artistico delle produzioni.
Instagram: @faellafederica 42
SAMUELE COMITE Samuele Comite arriva alla voce passando attraverso il ritmo. Nato e cresciuto a Crotone, comincia giovanissimo come batterista e conosce la musica nei club e sui palchi, in una dimensione nella quale il rapporto con il pubblico precede qualsiasi costruzione dell’immagine artistica. Il passaggio al canto nasce all’interno di una passione già orientata verso il soul e la black music e modifica progressivamente il centro della sua esperienza, senza cancellare quella sensibilità ritmica che continua ad appartenere al suo modo di interpretare. La voce diventa così lo strumento attraverso il quale trova una propria identità. Calda, fisica, naturalmente incline alle sonorità soul, si sviluppa soprattutto nel lavoro dal vivo, dove l’interpretazione richiede una relazione immediata con ciò che accade intorno. Nel corso degli anni il suo percorso incontra musicisti e artisti di calibro internazionale, attraversando esperienze che lo mettono in contatto diretto con una tradizione musicale nata molto lontano dalla Calabria ma diventata presto parte sostanziale della sua formazione. Una fase particolarmente significativa arriva con The Style, progetto nato dall’incontro con il produttore Giuseppe "Joe" Crugliano, nel quale soul, dance e musica elettronica trovano un terreno comune. Devotion porta il progetto fino a New York, mentre Samuele raggiunge Miami e partecipa al Winter Music Conference nell’ambito di And Let The Singer Be Heard, evento legato alla scena house internazionale. È uno dei momenti in cui il percorso costruito fino a quel punto trova una dimensione più ampia e la sua vocalità entra in un ambiente nel quale house, gospel e soul convivono naturalmente.
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Nello stesso periodo arriva l’incontro con la cantante britannica Natasha Watts. A Crotone i due lavorano insieme e condividono anche il palco in una performance soulful house, ulteriore passaggio di una ricerca che continua a muoversi fra la matrice soul e linguaggi contemporanei. Il ritorno alla dimensione live resta una costante. Samuele continua a esibirsi e la sua presenza compare anche nella programmazione del Kroton Jazz Festival, confermando una duttilità che gli permette di attraversare contesti differenti mantenendo riconoscibile la propria impostazione vocale. La fotografia sul palco restituisce forse meglio di qualunque definizione questa parte della sua identità: il canto nasce dentro la musica, nel rapporto con la band e nella risposta di chi ascolta. La formazione da batterista sembra riaffiorare proprio qui, nella capacità di abitare il tempo senza irrigidirlo e di lasciare alla voce lo spazio necessario per espandersi. Negli anni Comite continua a lavorare attraverso collaborazioni e produzioni dal vivo, mantenendo una relazione forte con il repertorio soul, gospel e black che ha accompagnato la sua crescita.
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La frase scelta per presentare la propria biografia, "La musica è lo specchio dell’anima", assume allora un significato meno generico: racconta una concezione dell’interpretazione nella quale la tecnica serve a rendere riconoscibile qualcosa di personale, senza sostituirsi ad esso. L’esperienza più recente lo riporta ancora una volta al pubblico dal vivo. Nell’estate 2026 Samuele Comite collabora con Enjoy, esibendosi nei Resort della costa ionica della Basilicata. Cambiano i luoghi e le dimensioni della scena, rimane quella relazione diretta con la musica che accompagna il suo percorso fin dagli inizi e che continua a trovare nel canto la propria espressione più naturale.
Instagram: @samuele988 45
GIANLUCA GUADAGNO Gianluca Guadagno nasce a Napoli e comincia molto giovane a muoversi nel mondo dello spettacolo. A sedici anni entra nella danza e nell’animazione turistica, costruendo nel tempo un percorso che lo porta a lavorare come ballerino, coreografo e capo équipe. La collaborazione con diverse agenzie di spettacolo ed eventi gli permette di sviluppare una particolare esperienza nell’intrattenimento rivolto alle famiglie, attraverso format legati alla magia e alle favole portati nei teatri e nelle piazze del Sud Italia. Nel parco divertimenti Lilloland assume il ruolo di Direttore Artistico e Capo Équipe, lavorando in collaborazione con Francesco Mastandrea. L’esperienza amplia il suo rapporto con la costruzione dello spettacolo e con la gestione artistica del gruppo, mentre continua a sviluppare una ricerca personale sul movimento. È in questo percorso che arriva una delle esperienze più particolari della sua carriera. Balich Wonder Studio lo sceglie come solista aereo per interpretare il Tuffatore di Paestum durante le Universiadi allo Stadio Maradona di Napoli. Gianluca porta così nello spazio della performance una delle immagini più note dell’arte antica della Campania: il giovane raffigurato nella Tomba del Tuffatore, sospeso nell’istante del salto. Quel gesto, fissato da secoli nell’affresco, torna al movimento attraverso il corpo dell’interprete
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La preparazione nelle discipline aeree prosegue con il Bungee Dance e la Danza Aerea, fino al conseguimento della qualifica di Giudice Nazionale ACSI. Il lavoro in sospensione diventa una componente stabile della sua attività e si affianca alla danza e alla coreografia, permettendogli di affrontare spettacoli nei quali la dimensione atletica entra direttamente nella costruzione scenica. Nel suo percorso trova spazio anche il concorso Mister Italia, dove conquista la fascia nazionale di Mister Talento, riconoscimento legato alla presenza scenica e alla capacità performativa. Accanto all’attività artistica, Gianluca partecipa con AVIS a una missione umanitaria in Kenya e collabora con una Onlus portando la clown terapia negli ospedali. Il rapporto con l’infanzia trova poi continuità nel lavoro con le scuole della Campania, dove cura progetti educativo-teatrali come Teatro-Gioco e Predanza.
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Attualmente lavora come attore, ballerino e coreografo per la compagnia Ma dove vivono i cartoni, proseguendo l’esperienza nell’intrattenimento per famiglie e nell’interpretazione di personaggi provenienti dall’universo delle fiabe e dell’immaginario cinematografico. Il lavoro come attore si estende anche alle produzioni televisive distribuite su Prime Video, affiancando alla lunga esperienza dal vivo il confronto con la recitazione per lo schermo. Nell’ultima estate Gianluca Guadagno collabora con Enjoy in un resort della costa ionica della Basilicata, tornando anche alla dimensione dell’intrattenimento uristico dalla quale aveva mosso i primi passi, con un’esperienza ormai maturata tra danza, coreografia, performance aerea e lavoro diretto con il pubblico.
Instagram: @g.luca.guadagno
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STEFANO COLOMBO E N J O Y
Y O U R
L I F E
Stefano Colombo lavora nello spettacolo da oltre quarant’anni e arriva al management attraverso un percorso costruito dall’interno, conoscendo prima il palcoscenico e successivamente tutto ciò che permette a uno spettacolo di esistere. Studia danza a Genova con Riccardino, consegue l’attestato di Direzione Artistica presso il Teatro San Ferdinando di Napoli, nell’ambito della compagnia De Filippo, e per molti anni lavora come coreografo e direttore artistico nei teatri napoletani. Parallelamente insegna danza alla scuola William Masella di Piazza Cavour, esperienza che gli permette di osservare gli artisti anche nel momento in cui stanno ancora formando la propria identità professionale. La danza rimane il punto di partenza. Stefano partecipa anche a produzioni RAI come danzatore e conosce quindi direttamente la disciplina richiesta a chi deve entrare in scena, rispettare tempi che appartengono a una produzione complessa e mantenere la qualità della propria presenza indipendentemente da ciò che accade intorno. Quando più avanti sarà lui a scegliere gli artisti, questa esperienza avrà un peso concreto: dietro una performance vede il lavoro necessario per sostenerla. Con il tempo il suo interesse si estende alla costruzione complessiva dello spettacolo. I costumi diventano parte di questa ricerca e Stefano sviluppa rapporti con aziende specializzate, arrivando direttamente in Inghilterra per cercare nel mercato londinese materiali e abiti legati all’immaginario di grandi protagonisti della musica internazionale. Il costume, nella sua concezione, appartiene al personaggio e contribuisce alla credibilità della scena; la cura di ciò che il pubblico vede comincia quindi molto prima dell’ingresso dell’artista sul palco. Lo stesso principio accompagna la scrittura degli spettacoli. E’ autore SIAE e realizza produzioni inedite, maturando negli anni esperienze che passa attraverso
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teatri, navi da crociera e resort anche internazionali. Il passaggio alla direzione e al management nasce da questa conoscenza progressiva dei diversi livelli della produzione, dalla scelta dell’artista fino alla forma finale dello show. Enjoy è il risultato più riconoscibile di questo percorso. Nel settore dell’animazione e dello spettacolo turistico il termine intrattenimento può facilmente suggerire qualcosa di semplice, quasi spontaneo. Dietro una produzione professionale accade l’opposto. Un resort richiede programmazione, selezione del cast e capacità di mantenere per un’intera stagione uno standard costante davanti a un pubblico che cambia continuamente. Enjoy lavora proprio su questa struttura, utilizzando l’esperienza maturata da Stefano nel management dell’animazione e nello spettacolo internazionale per costruire produzioni nelle quali la qualità del risultato dipende anche da ciò che accade lontano dal palco. Recluta personalmente i performer con cui realizza gli show. La selezione parte naturalmente dalle capacità professionali, ma il talento da solo offre poche garanzie quando un gruppo deve lavorare insieme per mesi. La disponibilità a entrare in una squadra diventa quindi parte della valutazione e spiega anche l’attenzione che Enjoy riserva alle condizioni nelle quali gli artisti vengono chiamati a lavorare. Costumi adeguati e impianti tecnici affidabili appartengono alla qualità dello spettacolo, mentre un ambiente decoroso e la puntualità dei pagamenti riguardano la qualità del rapporto professionale. Enjoy considera questi elementi parte dello stesso sistema, perché fidelizzare artisti validi significa creare condizioni che rendano desiderabile tornare a lavorare insieme. È un’impostazione che racconta bene anche Stefano Colombo. Dopo molti anni trascorsi nel settore sa quanto rapidamente un’organizzazione possa perdere credibilità agli occhi di un artista e quanto, al contrario, un rapporto corretto permetta a una produzione di crescere nel tempo. La direzione artistica, per lui, comprende quindi anche la capacità di riconoscere le persone con le quali costruire uno spettacolo e lasciare loro lo spazio necessario per esprimere ciò che sanno fare. Nelle ultime produzioni Enjoy questa impostazione ha riunito professionalità provenienti da esperienze molto differenti. Federica Faella porta nel progetto la propria storia nella danza, nell’insegnamento e nella coreografia; Gianluca Guadagno arriva da un percorso che comprende danza e performance aerea; Samuele Comite introduce una vocalità costruita attraverso soul e black music. Stefano lavora con queste differenze senza cercare di appiattirle, utilizzandole invece nella costruzione degli spettacoli destinati ai resort. Quando racconta ciò che maggiormente lo colpisce negli artisti, Colombo parla dell’energia che precede l’inizio dello show, di quei pochi istanti nei quali il cast è ancora dietro le quinte e sa che sta per incontrare il pubblico. È una delle poche zone dello spettacolo che, nonostante anni di esperienza, continua a sottrarsi alla pianificazione: tutto è stato preparato, ma la relazione con la platea deve ancora accadere.
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Enjoy nasce e continua a lavorare dentro questa distanza tra organizzazione e spettacolo. Stefano conosce bene entrambe perché le ha attraversate personalmente: sa cosa significa stare sul palco e conosce ciò che serve perché quel palco possa funzionare. Oggi il suo lavoro consiste soprattutto nel mettere queste due esperienze in relazione, scegliendo artisti, costruendo produzioni e creando le condizioni perché un gruppo di professionisti possa trasformare un programma di intrattenimento in uno spettacolo capace di lasciare qualcosa al pubblico.
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DiversaMente A R T
C U R A T O R
ANNO I N°2
M A G A Z I N E
AGOSTO 2026
ISSN 3103-7704
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