Rivista bimestrale di Ornitologia Scientifica - Tecnica - Pratica Organo Ufficiale della F.O.I.-ETS
ANNO LII numero 9/10 2026
Canarini di Colore
Canarini di Forma e Posizione Lisci
Canarini di Forma e Posizione Arricciati
Ondulati ed altri Psittaciformi
Contro tipicità
Il canarino Yorkshire
TorZuino: tecnica e divertimento
L’importanza della ricerca di cibo
ANNO LII NUMERO 9 10 2026
sommario Ali per Cuba: quando l’ornitologia si fa valore e speranza Diego Crovace
Contro tipicità Giovanni Canali
Japan Hoso: una razza affascinante Francesco Badalamenti
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Focus C.T.N. C.T.N. - Ondulati e altri Psittaciformi
Il cavolo nero in ornitologia Gianluca Votta
Il Mondiale dei record Filippo Morrone
Considerazioni sul Rosso ad “Ala bianca”
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Luciano Baruffaldi
Ali che uniscono tra passato e futuro Daniela Fresu
C’era una volta…
Canarini di Colore
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Canarini di Forma e Posizione Lisci
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TorZuino: tecnica e divertimento Luigi Mollo e Luciano Zanfagnin
L’importanza della ricerca di cibo per i pappagalli Photo Show Le foto scattate dagli allevatori
Spazio Club Club Diamante Codalunga e Poephila
Il meccanismo termosensibile nel Canarino Nero Perla Gianmaria Bertarini
Il ravizzone ed i Canarini da Canto Umberto Marini
Il canarino Yorkshire Giuseppe Martone AMMINISTRAZIONE E PUBBLICITÀ: Segreteria F.O.I.-ETS Via Caorsana, 94 - Località Le Mose 29122 Piacenza Tel. 0523.593403 - Fax 0523.571613 Web: www.foi.it - E-mail: redazione@foi.it
Michele Mariella
Recensioni Novità editoriali
Un giudizio “partecipato” del Salentino Marco De Blasi
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Rafael Zamora Padrón
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Canarini di Forma e Posizione Arricciati
News al volo dal web e non solo
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Ondulati ed altri Psittaciformi
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Italia Ornitologica è la rivista ufficiale della F.O.I. - Federazione Ornicoltori Italiani, pubblicata in 6 (sei) numeri annuali a cadenza bimestrale. Il numero 9/10 - 2026 è stato licenziato per la stampa il 18/9/2026
Editoriale
Ali per Cuba: quando l’ornitologia si fa valore e speranza testo e foto di DIEGO CROVACE
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l 29 luglio scorso si è felicemente conclusa l’ultima tappa del progetto “Ali per Cuba”, un’iniziativa di solidarietà ornitologica internazionale che – per portata, complessità e valore umano – rappresenta un unicum nella storia della nostra Federazione e, probabilmente, dell’intero panorama ornitofilo mondiale. Tutto ebbe inizio il 20 febbraio 2025 con un messaggio inviatomi dall’amico e collega giudice cubano Rigoberto Alexis Moya Capote. Rigoberto mi confidava il desiderio di raggiungere l’Italia con due connazionali per acquistare circa 200 canarini di colore e rinnovare così il patrimonio ornitologico dell’isola. Un patrimonio fortemente provato dalle note difficoltà economiche e dal lungo embargo che penalizza il Paese. Aver conosciuto di persona gli allevatori cubani nel 2017, durante una conferenza tenuta per conto della C.O.M., mi ha
permesso di toccare con mano la loro straordinaria dignità, la passione pura per l’allevamento e la capacità di dare un valore profondo alle cose semplici. Di fronte a quella richiesta, il senso di impotenza si è subito trasformato nel dovere morale di fare qualcosa di concreto. Sapendo di poter contare sull’impegno e la sensibilità della Federazione Ornicoltori Italiani, ho subito presentato una proposta al Consiglio Direttivo Federale in favore dell’A.N.O.C. (Associacion Nacional Ornitologica de Cuba). Il CDF ha accolto l’iniziativa con entusiasmo immediato, disponendo non solo il supporto ufficiale ma anche la devoluzione di centinaia di gabbie da esposizione. Per trasformare l’idea in realtà, è stato costituito un gruppo di lavoro e coordinamento affidato a me, Filippo Morrone e Ivano Gualerzi. Trasformare una bellissima intenzione in un’operazione
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Editoriale d’esportazione internazionale ha significato addentrarsi in un labirinto burocratico e sanitario tutt’altro che semplice. Sin dai primi incontri in videoconferenza, noi tre abbiamo avvertito appieno il peso e la responsabilità di una sfida logistica senza precedenti: trasportare in sicurezza oltre 200 esseri viventi e tonnellate di attrezzature dall’altra parte dell’oceano in un momento storico non certo semplicissimo: guerre, crisi economica, aviaria. Sul fronte veterinario, grazie alla preziosa sinergia con i dirigenti e i tecnici cubani, si è ottenuto un risultato eccezionale: il Centro Nazionale di Sanità Animale del Ministero dell’Agricoltura di Cuba ha rilasciato un’autorizzazione di importazione in deroga alle normative ordinarie, consentendo di svolgere la quarantena direttamente a Cuba anziché in Italia. Nel frattempo, abbiamo lanciato l’appello alla comunità federale: richiedevamo la donazione di 5 soggetti (due maschi e tre femmine di alta qualità) per ciascun allevatore aderente. La risposta dei soci FOI è stata travolgente: in pochissimo tempo la generosità degli allevatori ha superato ogni aspettativa, permettendo di raccogliere 223 canarini di colore di eccellente livello qualitativo. In occasione della mostra di Modena, si sono ultimate le operazioni di raccolta e le verifiche documentali curate da Filippo Morrone e Ivano Gualerzi. La domenica sera, il prezioso carico è partito alla volta dell’aeroporto di Fiumicino, scortato dalle
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rigorose certificazioni sanitarie e dai permessi d’espatrio. Non sono mancati i momenti di apprensione: un intoppo burocratico presso lo scalo d’arrivo ha trattenuto la spedizione per qualche giorno, mettendoci a dura prova. Ma la cura maniacale nella preparazione dei trasportini da viaggio ha ripagato: nella notte tra il 3 e il 4 dicembre, i filmati inviatici dagli amici dell’A.N.O.C. confermavano l’arrivo dei canarini a L’Avana con un bilancio quasi incredibile: un solo decesso su 223 soggetti. In occasione del Campionato Italiano di Parma, la FOI ha voluto rendere omaggio a questa enorme gara di solidarietà, consegnando un attestato di benemerenza a tutti gli allevatori che hanno donato i propri campioni. Superata la quarantena in loco, l’A.N.O.C. ha provveduto a distribuire gli uccelli secondo una graduatoria di merito interna basata su anzianità di appartenenza e qualità dei ceppi, garantendo la massima trasparenza. Il progetto si è completato con il trasferimento del materiale: le gabbie dismesse dalla FOI e le centinaia di beverini ed attrezzature donati dalla SOR. Grazie al supporto del consigliere Gianni Nisticò e all’aiuto di Giuliano Mainini e Paolo Cavani per la movimentazione nel magazzino federale di Calendasco (Piacenza), il 19 marzo il container è partito tramite un vettore marittimo genovese, arrivando al porto dell’Avana il 5 aprile. Lì si è presentata l’ennesima e più dura prova: la grave crisi
Editoriale
energetica e l’inasprimento del blocco economico a Cuba hanno impedito il ritiro delle merci nel porto per mesi, poiché il carburante disponibile veniva giustamente razionato e destinato unicamente ai servizi d’emergenza ed ospedalieri. Soltanto il 29 luglio, dopo estenuanti pratiche e una tenacia incrollabile da parte dei referenti locali, il container è stato finalmente sdoganato e stoccato nella sede centrale dell’A.N.O.C.. Il successo di “Ali per Cuba” non si misura solo nei numeri — oltre 200 canarini di alta genealogia, centinaia di gabbie, accessori e attrezzature — ma nel messaggio che questo sforzo collettivo trasmette.
Questo progetto ha dimostrato cosa sia davvero l’ornitologia nella sua accezione più nobile e “alta”: non una semplice competizione espositiva o un hobby individuale, ma un ponte d’amicizia capace di annullare le distanze geografiche e superare i blocchi geopolitici. È la testimonianza di un’ornitologia fatta di empatia, di condivisione e di profonda generosità. A tutti gli allevatori che hanno rinunciato ai propri soggetti migliori per regalarli a un collega lontano, alla FOI, alla SOR e a tutti coloro che si sono spesi per superare ogni ostacolo logistico, va il mio ringraziamento più sincero. Oggi a Cuba cantano centinaia di canarini italiani: sono le ali della nostra passione che continuano a unire i popoli.
Il successo del progetto “Ali per Cuba” è stato reso possibile grazie alla generosità straordinaria dei nostri soci. Un ringraziamento solenne va agli allevatori che hanno donato i loro esemplari: Pierangela Tignonsini, Favilla Benagiano, Fabio Solazzo, Carlo Garanzini, Giuseppe Albergo, Graziano Giampieri, Cosimo Panetta, Antonio Villani, Daniele Di Domenico, Gabriele Temperini, Domenico Macchione, Andrea Benagiano, Aldo Caruso, Gianluigino Ciarrocchi, Mario Pompei, Luigi Cinquina, Antonio Del Ponte, Giancarlo Mattioli, Carlo Piazza, Giovanni Nunziata, Sandro Ciccone, Michele Cavalieri, Ezio Panichi, Salvatore Battaglia, Luca Lombardo, Massimo Polli, Alessio D’Annuntis, Peppino Di Giandomenico, Valentino Desiderio, Giuseppe Archetti, Roberto Bugliani, Andrea Raschella, Luigi Fazzolari, Sergio Lola, Aurelio Mammi, Alessandro Fonda, Francesco Sellitto, Romeo Bortolotti. Grazie anche a: Denis Rinaldi che, con la sua ditta, ha ottimamente gestito le operazioni di mantenimento e spedizione degli animali; Massimiliano Di Fonzo per la realizzazione dell’immagine di locandina; il Servizio Veterinario dell’ASL di Modena che ha verificato e vigilato sullo stato di salute degli animali e fornito le necessarie certificazioni sanitarie; la SOR per la donazione, la copertura delle spese di trasporto e l’ospitalità fornita; la FOI per il supporto incondizionato e la donazione delle attrezzature; e naturalmente ai miei due compagni di avventura, Filippo e Ivano con i quali è stato un piacere e un onore collaborare. Sono certo che tutti noi porteremo sempre nel cuore la soddisfazione e l’orgoglio di essere riusciti a realizzare qualcosa di significativamente importante.
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CANARINI DI COLORE
Contro tipicità testo di GIOVANNI CANALI, foto A. J. SANZ e E. DEL POZZO
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elezionare contro la tipicità è davvero pessima cosa, ed è del tutto ovvio. Tuttavia, incredibile a dirsi, può accadere ed in effetti è accaduto. Alcuni ricorderanno la battaglia che il sottoscritto ha fatto assieme a pochi altri, contro la scelta di considerare difetto la feomelanina bruna nei Nero-bruni oggi chiamati Neri. Non ci torno sopra, mi limito a dire che oggi con i mono-melanici, avremmo differenze più evidenti, con quello che ne conseguirebbe. Attualmente c’è anche chi, essendo ostile alla feomelanina a tutti i livelli,
Agata opale brinato giallo, foto: A. J. Sanz
Il fatto è che non ci sono solo attacchi ai tipi base, ma anche a diversi tipi aggiunti
tranne i Phaeo, vorrebbe toglierla anche nei Bruni. I Bruni senza bruno! Non credo che servano molti argomenti. Il fatto è che non ci sono solo attacchi
ai tipi base, ma anche a diversi tipi aggiunti. Una delle vittime maggiori è l’Opale. La bellezza dell’opale è data dai toni azzurri o azzurrini strutturali, anche se mancano nei soggetti apigmentati lipocromici (a fondo bianco) e non sono totali nei Neri opale. Ebbene da molto tempo si volevano cercare Agata opale a disegno poco diluito, “duro” come diciamo nel nostro ambiente, si diceva per avere più azzurro. Concetto da precisare, poiché, almeno all’inizio, si aveva sì più azzurro, ma solo perché il disegno era
Bruno opale mosaico rosso maschio, foto: A. J. Sanz
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Bruno pastello intenso giallo avorio, foto: E. del Pozzo
maggiore andando contro la tipicità del tipo base Agata, che essendo di base deve essere prioritario. Successivamente quando il disegno è diventato pochissimo diluito, è andata a finire che si è perso l’azzurro, che richiede granuli di eumelanina ridotti, nell’opale in modo particolarissimo (si parla anche di distanziati ed in parte gonfiati). Sempre più spesso vedo nelle mostre Agata opale a disegno duro, allungato e spesso poco azzurro. Una volta sono stato chiamato da un allevatore che desiderava avere un parere su alcuni Agata opale che aveva acquistato. Eb-
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Sempre più spesso vedo nelle mostre Agata opale a disegno duro, allungato e spesso poco azzurro
bene: disegno durissimo e niente azzurro! Ho dovuto faticare per non esprimere compiutamente quello che pensavo. Comunque ritengo che potessero essere Opale, se non altro
l’eumelanina era abbassata. Nei Bruni opale ci sono state e ci sono pure vicissitudini. Anni or sono, nonostante la mia opposizione e le mie spiegazioni, si è pensato di avere Bruni opale con pochissima feomelanina. Si parlò perfino di feomelanina rifratta, quando doveva essere già ben noto che la rifrazione nella penna non esiste (è stato spiegato più volte e non solo da me) ed anche altri fenomeni ottici esistenti non incidono sulla feomelanina. La storia finì quando Bruni ed Agata opale finirono col confondersi. Poi è andata anche peggio. Si è cominciato a confondere il Bruno opale con altre forme mutate alleliche o con intermedi delle medesime. Si cominciò perfino a dire che l’azzurro definito impropriamente come “opalescenza” era superato, niente meno! In realtà per un certo periodo sono andati in giro canarini che non erano veri Opale, pur essendo talora vincenti; io mi sono permesso di proporre il nome “Ossidiana”. Trattasi, a mio avviso, di mutazione allelica all’Opale ma con evidenti differenze. L’eumelanina non è abbassata, e l’abbassamento è tipico dell’opale, l’eumelanina stessa è ridotta ma meno rispetto all’Opale e non raggiunge mai l’azzurrino, la feomelanina è ridotta ma meno, rispetto all’Opale ed è quindi più evidente. In fondo, un tipo neanche disprezzabile ma da non confondere con l’Opale vero. Sembra che per alcuni accettare il fatto, peraltro sempre riconosciuto, che il Bruno opale debba avere il disegno grigio azzurrino lungo e largo da Bruno e feomelanina ridotta, limitatamente all’azione della mutazione Opale ma non del tipo base, quindi massimamente espressa in periferia, sia troppo difficile. Diverso il caso ipotizzato dell’inserimento di fattori di maggiore effetto scuro, che richiede altra attenzione, già segnalato in altre sedi e che non pregiudica in modo rilevante l’azzurro. Ricordo ancora che i fondi bianchi Bruno opale non possono avere la tonalità azzurrina, come negli altri tipi Opale, ma il disegno deve essere da Bruno opale e non certo riecheggiante altri tipi.
L’Isabella opale oggi è indicato e ricercato come atipico. Ben ricordo quando allevavo Agata ed Isabella opale, con relativi necessari portatori. I migliori erano tipici nei 4 tipi che uscivano: Agata, Agata opale, Isabella ed Isabella opale. Certo gli Isabella opale erano, come prevedevano giustamente i criteri di allora, con espressione di eumelanina perlacea solo sulle penne forti. Il fatto è che quando la diluizione dell’Agata e la riduzione dell’Opale coesistono su base bruna (che diventa isabella) in modo ottimo, il disegno non appare, invece si esprime il perlaceo delle penne forti; del resto sappiamo che le marcature sono più pigmentate delle striature. Ricordo una mia femmina Isabella opale intenso rosso avorio (rosa come si diceva allora), seconda classificata ad un campionato regionale, che era semplicemente deliziosa per la delicatezza delle tinte
Isabella opale intenso rosso avorio, foto: A. J. Sanz
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ed in particolare il perlaceo di ali e coda. Poi abbiamo subito l’imposizione straniera dove il tipo in oggetto non era mai stato capito ed allevato. Cerco di non polemizzare troppo, mi limito a dire che: quando mi chiedono lumi sulla selezione dell’Isabella opale, alla luce delle nuove esigenze, glisso. Anche il Pastello ha i suoi problemi; non tutti hanno capito il concetto dei geni modificatori e della riduzione del disegno. A parte il fatto che all’estero pare vogliano considerare l’Ali Grigie come mutazione allelica, spiegazione che non regge neanche 10 minuti ad una critica competente.
Nero pastello ali grigie mosaico giallo maschio, foto: A. J. Sanz
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L’Ali Grigie, se fosse una mutazione, nei maschi potremmo avere solo 3 espressioni: Pastello, Ali Grigie ed intermedio; nelle femmine solo 2: Pastello ed Ali Grigie. Ben sappiamo che c’è un’ampia diversità espressiva e che nelle femmine c’è difficoltà ad esprimere l’Ali Grigie. Temi ampiamente trattati sul mio testo ove considero anche un’interessante ipotesi di Alfonzetti sulla difficoltà espressiva dell’Ali Grigie nelle femmine, come anche in diversi articoli. Alcuni confondono carenze espressive dell’effetto ali grigie con la maggiore presenza di eumelanina e quindi con un pregio inesistente. Gli
orli antracite sono difetti, tranne quelli sottili attorno alla scaglia che assieme alla presenza antracite nella rachide costituiscono la bifora tipica. Quando gli orli sono accentuati sono difetto, si tollerano, come da standard corretto, solo quelli alla punta delle remiganti primarie, purché ridotti. Le carenze di eumelanina comportano il grigio alluminio debole e la bifora debole. Con tipo base ottimo e l’effetto ali grigie al massimo, non residuano orli eccessivi di nessun genere, ma quelli tipici (bifora) si mantengono evidenti, come pure il grigio alluminio ben espresso. A proposito delle punte delle remiganti primarie ove si tollerano tracce maggiori, apro un inciso: il fatto è che trattasi di zona particolare. Lo si nota anche in altri casi: nel Satiné senza disegno, le punte delle remiganti primarie sono brunelle e non vi sono altri luoghi analoghi in altre parti, nel Perla sono pure scure. La ragione non è nota; alcuni, come me, suppongono che vi sia una concentrazione di eumelanina maggiore e forse anche di natura particolare. Dubito che nel Perla si possa parlare di temperatura (sono anche dubbioso con il paragone con il gene Himalaia); la penna cresciuta è organo morto, ed un influsso da temperatura dovrebbe interessare tutta la penna durante la crescita. Ci sono state anche chiacchere sul Bruno e l’Isabella pastello tese a considerare accettabili tracce di disegno, nonostante i criteri di giudizio, anche in questo corretti. Trattasi di tesi da respingere, poiché non considerano l’espressione del pastello con i suoi geni modificatori. Ritengo però che nei Bruni pastello si debba essere tolleranti in misura un poco maggiore, specialmente per i mustacchi nei maschi ed i fianchi nelle femmine. Non vado oltre poiché occorrerebbe trattazione a parte. Ora bisognerebbe parlare delle ali bianche nei gialli, una contraddizione evidente, ma ne ho già parlato ed ancora ne andrò a parlare in sedi più specifiche. Non so quanta attenzione verrà prestata a questo scritto, ma certi aspetti vanno ben chiariti.
CANARINI DI FORMA E POSIZIONE LISCI
Japan Hoso: una razza affascinante Tra selezione, giudizio e prospettive di allevamento testo e foto di FRANCESCO BADALAMENTI
Piccolo nelle dimensioni, grande nella selezione Tra le razze di canarini di Forma e Posizione Lisci allevate in Italia, il Japan Hoso occupa certamente una posizione particolare. Apprezzato da un ristretto ma appassionato gruppo di allevatori, rappresenta una delle razze più semplici da riprodurre, ma al tempo stesso tra le più difficili da selezionare a fini espositivi e da giu-
dicare correttamente. Con i suoi 11 centimetri, il Japan Hoso è tra le razze più piccole dei canarini di F.P.L. La sua peculiarità non risiede soltanto nelle caratteristiche morfologiche, ma soprattutto nell’equilibrio che deve esistere tra posizione, forma, struttura e taglia. Proprio questo equilibrio costituisce il punto centrale sia del lavoro dell’allevatore sia dell’attività del giudice in mostra.
Japan Hoso giallo unicolore brinato
Japan Hoso giallo unicolore brinato
Le difficoltà della selezione: “quando i conti non tornano” L’allevamento del Japan Hoso impone una selezione rigorosa e costante. In alcune razze di F.P.L. una carenza morfologica può essere compensata da altre caratteristiche particolarmente positive; nel Japan Hoso, invece, questo margine è estremamente ridotto. L’allevatore deve ricercare contemporaneamente eleganza, armonia delle linee,
Japan Hoso giallo unicolore intenso, da Norme tecniche per il giudizio dei CFPL - a cura della competente CTN - aggiornamento 2023
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Vecchia foto di un allevatore giapponese nella sua stanza di allevamento, foto: www.youtube.com/watch?v=houXKO6lYuk
corretta posizione e adeguata taglia. Proprio quest’ultimo aspetto rappresenta oggi uno dei temi più delicati dell’allevamento selettivo della razza. Nel corso degli anni si è infatti osservata, in alcuni ceppi, una tendenza alla riduzione eccessiva delle dimensioni corporee. Tale orientamento nasce spesso dall’errata convinzione che un soggetto più piccolo sia automaticamente più vicino al modello ideale. In realtà, la ricerca esasperata della miniaturizzazione può produrre effetti opposti a quelli desiderati. Un Japan Hoso eccessivamente ridotto tende frequentemente a perdere la capacità di assumere una posizione corretta sul posatoio. La posizione non è infatti una semplice conseguenza dell’addestramento o della vivacità del soggetto, ma è il risultato di un preciso equilibrio anatomico tra lunghezza del corpo, sviluppo degli arti, inclinazione e distribuzione delle masse corporee. Quando la taglia scende al di sotto di determinati limiti, il soggetto appare spesso raccolto, contratto e privo dell’eleganza e della tensione richieste. La posizione tende a chiudersi, l’angolazione si modifica e l’insieme perde quella caratteristica espressività che rappresenta uno degli elementi distintivi della razza. Il Japan Hoso sembra oggi attraversare una fase di riflessione tecnica. Al centro del dibattito, che desidero avviare at-
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traverso questo articolo coinvolgendo la Commissione Tecnica Nazionale, il Collegio dei Giudici e i dirigenti del Club, vi è un tema tanto semplice da enunciare quanto complesso da affrontare: il rapporto tra taglia e posizione. Nessuno mette in discussione che il Japan Hoso debba essere una razza minuta. Tuttavia, in alcuni ambienti allevatoriali sembra essersi progressivamente affermata l’idea che la riduzione della taglia costituisca l’obiettivo selettivo principale. Questa errata interpretazione presenta un rischio evidente: trasformare una caratteristica della razza nel fine ultimo dell’allevamento. La storia di molte altre razze insegna che ogni volta che un singolo elemento viene esasperato, l’equilibrio complessivo tende inevitabilmente a deteriorarsi. Nel Japan Hoso questo fenomeno
La posizione rappresenta il vero banco di prova della razza e, non a caso, costituisce la prima e più importante voce dello standard
appare particolarmente evidente, poiché la taglia non rappresenta una caratteristica autonoma ma è strettamente connessa alla capacità del soggetto di esprimere una corretta posizione. La posizione rappresenta il vero banco di prova della razza e, non a caso, costituisce la prima e più importante voce dello standard. L’esperienza pratica dimostra infatti che soggetti estremamente piccoli raramente riescono a manifestare una posizione ideale. Spesso si osservano canarini che, pur presentando dimensioni molto contenute, risultano compressi nelle linee e incapaci di sviluppare quell’atteggiamento elegante che costituisce peculiarità specifica della razza. In altre parole, un soggetto può essere molto piccolo senza per questo apparire un eccellente Japan Hoso. La struttura scheletrica, la lunghezza degli arti e la distribuzione delle masse corporee incidono direttamente sulla capacità di assumere e mantenere il corretto atteggiamento sul posatoio. Lo standard descrittivo così recita: «Nonostante la ridotta taglia, deve dare una sensazione di lunghezza». La complessità del giudizio Dal punto di vista del giudizio, il Japan Hoso è probabilmente una delle razze che richiedono maggiore sensibilità interpretativa ed esperienza. Il giudice si trova infatti a valutare elementi fortemente interconnessi tra loro. La taglia non può essere considerata isolatamente dalla posizione e quest’ultima non può essere valutata senza tenere conto della struttura generale del soggetto. Il giudizio non dovrebbe mai ridursi a una semplice misurazione visiva della lunghezza. La vera sfida consiste nel riconoscere il miglior equilibrio possibile tra tutti gli elementi che definiscono la razza. La posizione è l’elemento che consente al soggetto di esprimere la propria identità morfologica. Attraverso di essa emergono eleganza, armonia e continuità delle linee. Uno degli errori più frequenti consiste nel premiare soggetti particolarmente
piccoli senza considerare che tale riduzione dimensionale possa compromettere la corretta espressione della posizione. Quest’ultima deve essere osservata nel suo insieme, valutandone naturalezza, equilibrio e continuità. Per questo motivo non dovrebbe sorprendere che soggetti leggermente più lunghi risultino complessivamente superiori ad altri più piccoli ma incapaci di esprimere adeguatamente la posizione richiesta. Un canarino molto minuto che non riesca ad assumere una postura corretta e stabile non può essere considerato superiore a un soggetto leggermente più lungo ma capace di manifestare pienamente le caratteristiche richieste dalla razza. Invito quindi a una riflessione: nei fatti, avviene sempre così? Il giudizio del Japan Hoso richiede una visione globale della razza. Non si tratta di premiare il soggetto più piccolo, ma quello che riesce a esprimere il miglior compromesso tra posizione, forma, taglia ed eleganza. È proprio questa esigenza di equilibrio a rendere il giudizio particolarmente impegnativo e, talvolta, a generare differenti interpretazioni. Le mostre specialistiche di Club Nel panorama dei canarini di Forma e Posizione Lisci allevati in Italia, il Japan Hoso rappresenta una nicchia particolare. Non è una razza da grandi numeri, né probabilmente lo sarà mai. Richiede competenze specifiche, una selezione accurata e una notevole capacità di osservazione. Le mostre specialistiche organizzate dal Japan Hoso Canary Club Italiano costituiscono appuntamenti di grande interesse tecnico, ma registrano generalmente numeri di partecipazione contenuti. Il numero dei soggetti esposti risulta sensibilmente inferiore rispetto a quello di altre razze di F.P.L. più diffuse nel panorama ornitologico nazionale. Questo dato non deve essere interpretato come un segnale di scarso interesse verso la razza, bensì come la naturale conseguenza di una base allevatoriale relativamente ristretta e delle difficoltà selettive che il Japan Hoso comporta.
rienze, mentre molti allevatori esperti preferiscono dedicarsi a razze numericamente più diffuse e maggiormente rappresentate nelle esposizioni. Di conseguenza, le specialistiche dedicate al Japan Hoso assumono un valore che va ben oltre il semplice confronto agonistico, diventando importanti occasioni di incontro, scambio di esperienze e approfondimento tecnico.
Japan Hoso bianco unicolore
L’elevato livello tecnico richiesto per ottenere soggetti competitivi scoraggia spesso gli allevatori alle prime espe-
Disegni di Herman Heinzel, illustratore naturalista tedesco, realizzati a Londra nel 1965, fonte: da www.vogelbund.de)
Le sfide del Club tra passione e difficoltà Anche il Japan Hoso Canary Club Italiano si confronta con problematiche comuni a molti altri Club di Specializzazione, amplificate però dalla limitata diffusione della razza. La principale difficoltà consiste nel mantenere e incrementare il numero degli associati. Il bacino potenziale degli allevatori è inevitabilmente ristretto e il ricambio generazionale procede con ritmi inferiori rispetto a quanto sarebbe auspicabile, in un contesto generale di progressiva diminuzione degli allevatori specializzati. A ciò si aggiunge la crescente specializzazione richiesta dall’allevamento moderno. Molti allevatori si avvicinano al Japan Hoso attratti dalla sua eleganza e originalità, ma non sempre riescono a superare le inevitabili difficoltà iniziali legate alla selezione. In questo contesto il ruolo del Club assume un’importanza fondamentale non soltanto nell’organizzazione delle mostre, ma soprattutto nella tutela dell’identità tecnica della razza. La divulgazione delle conoscenze, il confronto tra allevatori, la formazione dei nuovi appassionati e l’attività espositiva rappresentano strumenti essenziali per garantire il futuro della razza nel nostro Paese.
Lo standard descrittivo così recita: «Nonostante la ridotta taglia, deve dare una sensazione di lunghezza»
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Logo del Japan Hoso Canary Club Italiano
Conservare l’identità della razza: prospettive future Ogni razza attraversa periodicamente fasi di evoluzione selettiva. Il problema non è il cambiamento in sé, ma la direzione che esso assume. Nel Japan Hoso il rischio maggiore sembrerebbe oggi quello ampiamente de-
scritto nel presente articolo. Una visione che, se portata alle estreme conseguenze, potrebbe generare soggetti sempre più piccoli ma progressivamente meno capaci di esprimere le peculiarità che hanno reso celebre la razza. L’obiettivo della selezione dovrebbe invece rimanere quello di ottenere soggetti armoniosi e eleganti. In fondo, la vera grandezza del Japan Hoso non risiede nella sua piccola taglia, ma nella straordinaria capacità di trasformare pochi centimetri di canarino in un insieme di equilibrio, stile e personalità. Questa è la sfida che attende allevatori, giudici e Club negli anni a venire. È probabilmente anche la chiave per garantire un futuro a quella che considero una delle razze più affascinanti dell’ornitologia sportiva-amatoriale. Il futuro del Japan Hoso in Italia dipenderà dalla capacità degli allevatori di preservarne le caratteristiche fondamentali, evitando derive selettive eccessive. La selezione dovrà continuare a privilegiare l’armonia complessiva del soggetto, ricordando che la corretta
posizione è il risultato di un equilibrio morfologico e non di una semplice riduzione dimensionale. Parallelamente, sarà fondamentale sostenere l’attività del Club e favorire l’ingresso di nuovi allevatori, affinché il patrimonio tecnico e selettivo costruito nel corso degli anni possa essere trasmesso alle future generazioni.
Talvolta il miglior Japan Hoso è semplicemente quello che riesce ad esprimere con maggiore naturalezza e continuità le caratteristiche fondamentali della razza, anche a costo di concedere qualche millimetro in più
I NOSTRI LUTTI
In ricordo di Antonio Bortoletti
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omenica 5 Luglio Bortoletti prof. Antonio, socio della Associazione Ornitologica Legnaghese, da buon Alpino ha posato lo zaino a terra, lasciandoci in maniera un po’ fulminea. Socio molto attivo e disponibile, quasi sempre presente in sede nelle sere di apertura, bastava chiedere che non diceva mai di no. Molto meticoloso sia nel parlare che nell'intervenire quando vi erano discussioni su problematiche di allevamento e gestione associativa, allevava i suoi canarini con molta arguzia, era stato anche uno stimato giudice canarini di colore. I tuoi amici allevatori ti salutano e ti ringraziano per quanto bene hai fatto e dato per la Associazione Ornitologica Legnaghese. Ciao Antonio Il direttivo e tutti i soci A.O.L.
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l 5 Luglio 2026 è venuto a mancare il carissimo amico, professor Antonio Bortoletti di Legnago (VR). Ho colto la notizia con molta commozione. Ho ravvivato i suoi saldi principi di umanità cristiana che non mancava di testimoniare. Antonio è stato un insegnante che ha dedicato la sua vita all’educazione dei ragazzi e ad allevare con amore e passione i suoi canarini. Lo ricordo negli incontri dell’associazione ornitologica “Il Quadrilatero”, quando raccontava del suo allevamento ed ogni volta terminava l’incontro con la lettura delle sue poesie… Alcune le conservo e tutte esprimono il vero amore per la natura e per tutti. L’amicizia che ci legava era tanta ed ora, davanti alle gabbie del mio allevamento o guardando qualche soggetto, rivivo pagine del suo diario di vita. Antonio lascia un grande vuoto fra gli allevatori che lo hanno conosciuto e stimato e per sempre sarà nel cuore degli amici di Mantova, Cerea, Legnago e di Verona. Ciao Antonio, ci hai dato veramente molto. Luigi Bustaffa
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specializzata. Una razza che richiede competenza, pazienza e capacità di osservazione, ma che continua a offrire
Copertina del Bollettino n. 1 anno 1 del Japan Hoso Canary Club Italiano
Il Japan Hoso rimane una delle espressioni più raffinate dell’ornitocoltura
La razza Japan Hoso è stata riconosciuta dalla Confederazione Ornitologica Mondiale nel 1974 mentre il riconoscimento ufficiale da parte degli organi tecnici della Federazione Ornicoltori Italiani è avvenuto soltanto nel 1985. Il Japan Hoso Canary Club Italiano è stato fondato giorno 8 dicembre 2002 in Castellammare di Stabia (NA), presso il centro congressi delle terme stabiesi in occasione della Rassegna Nazionale dei Canarini di Forma e Posizione Lisci. Il club in data 7 giugno 2003 è stato riconosciuto dalla F.O.I. e dall’Assemblea dei Club di specializzazione. Il primo storico consiglio direttivo era così composto:
grandi soddisfazioni a coloro che ne comprendono appieno le peculiarità e il fascino.
Presidente: Domenico D’amore Vicepresidente: Francesco La Camera Segretario: Vincenzo Nicastro Fiduciari di area: Giorgio Zampese (Veneto) Umberto Lippi (Toscana) Antonio Altobelli (Lazio) Francesco Badalamenti (Sicilia) Il Club si prefigge di diffondere la conoscenza del canarino “Japan Hoso” realizzando incontri, manifestazioni e qualificate mostre specialistiche tendenti alla divulgazione della razza e alla corretta interpretazione dello standard. Attuale Presidente è il sig. Francesco Cangialosi e-mail: japanhosoclub@gmail.com
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CANARINI DI FORMA E POSIZIONE ARRICCIATI
TorZuino: tecnica e divertimento testo di LUIGI MOLLO e LUCIANO ZANFAGNIN, foto W. PITTINI e L. MOLLO
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el panorama della canaricoltura italiana contemporanea, il TorZuino rappresenta una delle esperienze selettive più originali e affascinanti nel settore degli arricciati di forma e posizione. È una razza che riesce a unire, in maniera sorprendentemente naturale, due aspetti che raramente convivono con questo equilibrio: da una parte il piacere dell’allevamento quotidiano, la rusticità e la facilità riproduttiva; dall’altra una costruzione morfologica raffinata, frutto di anni di selezione attenta e di una precisa idea tecnica. Il TorZuino nasce dall’intuizione e dal lavoro selettivo di Valter Pittini, allevatore profondamente legato al Fiorino e al mondo degli arricciati, e dall’apporto tecnico di Sergio Zanfagnin, allevatore e giudice internazionale di canarini arricciati. L’obiettivo era ambizioso: creare un piccolo arricciato elegante nella postura, leggero nella figura, corretto nelle arricciature e capace di mantenere una forte personalità morfologica senza diventare la semplice miniaturizzazione di razze già esistenti. Per raggiungere questo risultato furono utilizzate differenti razze: Fiorino, Gibber Italicus, Arricciato del Sud, Japan Hoso, Bossu Belga e Münchener. Il risultato finale, però, non è la semplice somma di caratteri provenienti da razze diverse, ma una tipologia nuova, armoniosa e immediatamente riconoscibile. Ed è proprio qui che emerge il lato più interessante della razza. Nel TorZuino convivono, infatti, elementi che normalmente tendono a con-
Il TorZuino richiede una selezione molto equilibrata, nella quale ogni dettaglio deve rimanere proporzionato
trastare tra loro: piccola taglia, postura alta, leggerezza della figura, corret-
Esemplare di TorZuino che evidenzia la tipica costruzione della figura, con postura alta, collo ben sviluppato e arricciature leggere ed equilibrate, foto: W. Pittini, all.: W. Pittini
tezza delle arricciature e pulizia della linea. Ogni carattere influenza inevitabilmente gli altri. Ridurre troppo la taglia può compromettere struttura e arricciature; accentuare la postura rischia di irrigidire il soggetto; aumentare il piumaggio può appesantire la figura e alterare la leggibilità della silhouette. Per questo il TorZuino richiede una selezione molto equilibrata, nella quale ogni dettaglio deve rimanere proporzionato all’insieme. Anche lo standard riflette chiaramente questa filosofia selettiva. Colpisce la distribuzione dei punteggi, dove taglia, portamento e testa-collo assumono un ruolo centrale. È evidente la volontà di privilegiare qualità della figura, naturalezza della postura e armonia generale rispetto all’eccessiva abbondanza delle arricciature. La taglia (15 punti), fissata nei 13 cm, rappresenta uno degli aspetti più delicati della razza. Qui si ritrovano chiaramente i richiami al Fiorino, al Japan Hoso e al Münchener: il Fiorino per la compattezza dell’impianto arricciato e per il mantenimento della tipologia; il Japan Hoso per snellezza e leggerezza della figura; il Münchener per finezza strutturale ed eleganza del profilo. Mantenere queste caratteristiche in una razza così piccola senza perdere correttezza delle arricciature rappresenta probabilmente una delle maggiori difficoltà selettive del TorZuino. È però soprattutto nel portamento (15 punti) che emerge la vera identità della razza. Il TorZuino deve mantenere una postura alta ma mai rigida, con una linea continua tra collo, spalle e tronco. In
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Soggetto che esprime efficacemente la continuità tra testa, collo e tronco, uno degli aspetti più caratteristici del TorZuino, insieme alla leggerezza della struttura e alla naturale eleganza del portamento, foto: W. Pittini, all.: W. Pittini
questo aspetto si percepiscono chiaramente i contributi del Gibber Italicus,
Esemplare di TorZuino nel quale sono già riconoscibili una figura slanciata, un collo ben sviluppato e arricciature leggere, elementi che testimoniano il progressivo consolidamento dei caratteri distintivi della razza, foto: W. Pittini, all.: W. Pittini
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del Bossu Belga e del Münchener. Nelle prime fasi della selezione, dopo l’introduzione del Gibber Italicus, i soggetti mostravano infatti una marcata impostazione “gibber”, con forte verticalità, accentuata proiezione del collo e una linea corporea molto spinta. Con il tempo, però, la selezione ha progressivamente abbandonato l’esasperazione tipica del Gibber, ricercando una verticalità più naturale, fluida e continua. Il Bossu Belga sembra aver contribuito soprattutto alla fluidità della linea superiore, mentre il Münchener, con la sua tipica postura alta prossima agli 80°, sembra aver apportato verticalità, eleganza e finezza nella costruzione posturale. Grande importanza assume anche la costruzione della testa e del collo (15 punti). La testa deve essere piccola, serpentiforme e leggermente appiattita, mentre il collo deve prolungare naturalmente la linea del corpo senza creare interruzioni brusche. Qui si ritrovano soprattutto il Fiorino per il ciuffo e parte dell’impianto strutturale, l’Arricciato del Sud per la fluidità della linea superiore e il Gibber Italicus per tensione e proiezione del portamento cervicale. Proprio questa continuità tra testa, collo e tronco rappresenta uno degli elementi più tipici e riconoscibili della razza. Anche il piumaggio (10 punti) segue una logica molto precisa. Lo standard richiede una struttura serica e meno abbondante rispetto al Fiorino, così da mantenere leggibile la figura ed evitare eccessi volumetrici. In questo aspetto emerge soprattutto il richiamo alla pulizia morfologica tipica del Japan Hoso, pur conservando la struttura arricciata derivata dal Fiorino. Un piumaggio troppo lungo o troppo soffice comprometterebbe rapidamente ordine, leggerezza ed equilibrio generale. Lo jabot (10 punti) rappresenta probabilmente uno degli elementi più caratteristici della razza. Le due arricciature devono convergere verso il centro lasciando una piccola apertura senza creare zone nude. Qui appare evidente soprattutto il contributo dell’Arricciato del Sud, reinterpretato però, anche grazie all’apporto del Gibber Italicus, in forma più contenuta e raffinata, coe-
rentemente con la piccola taglia e con la pulizia generale della figura. Lo jabot del TorZuino non deve mai apparire pesante o invasivo, ma integrarsi naturalmente nella linea del petto e dell’intera silhouette. Le spalline (5 punti) devono essere presenti ma leggere, ben inserite nella linea del dorso e mai eccessivamente voluminose. La loro impostazione deve risultare ordinata e tendenzialmente “a libro”, coerentemente con la snellezza generale della razza. Non devono quindi aprirsi lateralmente in maniera eccessiva né alterare la fluidità della silhouette, ma accompagnare armoniosamente la figura contribuendo all’equilibrio complessivo del soggetto. Anche i fianchi (5 punti) devono risultare presenti ma contenuti, senza eccessi volumetrici. Devono accompagnare la figura senza appesantirla, contribuendo alla continuità e all’armonia dell’insieme. Le ali e la coda (10 punti) contribuiscono in maniera importante alla pulizia della silhouette. Le ali devono essere ben aderenti al corpo, senza incrociature o portamenti irregolari, mentre la coda deve risultare stretta e ben chiusa, accompagnando con continuità la linea del soggetto. Le zampe (10 punti), lunghe, parallele e leggermente flesse, contribuiscono alla verticalità e alla snellezza della figura. In questa caratteristica sembra emergere soprattutto il contributo del Japan Hoso, che conferisce leggerezza ed elasticità al portamento senza irrigidire la postura. Devono sostenere il soggetto con naturalezza, accompagnando armoniosamente la linea generale della figura. Anche la condizione generale (5 punti) assume un ruolo importante. Pulizia, ordine del piumaggio, vivacità e presentazione del soggetto contribuiscono infatti alla valorizzazione complessiva della razza e permettono di apprezzarne pienamente equilibrio e tipicità. Nel complesso, lo standard del TorZuino appare costruito secondo una logica selettiva moderna ed estremamente equilibrata. Più che esasperare singoli caratteri, ricerca naturalezza della postura, continuità della linea, leg-
gerezza morfologica e armonia dell’insieme, fondendo contributi differenti in una tipologia autonoma e ben riconoscibile. Ma il TorZuino non è soltanto tecnica. È soprattutto divertimento. Uno degli aspetti più apprezzabili della razza è infatti la sua facilità di allevamento. Il TorZuino è un canarino rustico, vivace, fertile e adattabile. Alleva con facilità la propria prole, possiede un forte istinto riproduttivo e mantiene buona robustezza anche durante la stagione espositiva. A differenza di altre razze di posizione più esasperate, non presenta generalmente particolari difficoltà riproduttive o gestionali. Questo rende il TorZuino estremamente piacevole da allevare. L’allevatore può concentrarsi maggiormente sul miglioramento selettivo senza essere continuamente limitato da problemi di gestione o difficoltà nell’allevamento dei novelli. È una razza che
Promettente novello 2026 di TorZuino che già evidenzia un'interessante costruzione del collo, elemento fondamentale nella definizione della tipicità della razza e dell'armonia della sua figura, foto: L. Mollo, all.: L. Mollo
permette realmente di divertirsi, osservando stagione dopo stagione l’evolversi della propria selezione. Ed è forse proprio questa la sua qualità più bella: riuscire a coniugare tecnica, equilibrio e piacere allevatoriale. Nel TorZuino convivono infatti ricerca morfologica, selezione rigorosa, rusticità e naturalezza riproduttiva. È una razza moderna, ancora aperta all’interpretazione selettiva, capace di stimolare tanto l’allevatore esperto quanto chi desideri avvicinarsi al mondo degli arricciati di posizione. In un periodo storico nel quale molte razze sembrano ormai completamente cristallizzate, il TorZuino conserva ancora margini evolutivi e possibilità di crescita selettiva. Ed è probabilmente proprio questo equilibrio tra tecnica, passione e divertimento a renderlo oggi una delle realtà più interessanti della canaricoltura italiana contemporanea.
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ONDULATI ED ALTRI PSITTACIFORMI
L’importanza della ricerca di cibo per i pappagalli testo e foto di RAFAEL ZAMORA PADRÓN (*)
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a ricerca di cibo in natura è una costante nel mondo degli uccelli. Fin dalle prime ore del mattino, i pappagalli si spostano dal loro rifugio ai luoghi in cui potranno procurarsi il cibo. Al mattino presto si puliscono le penne, attivano il volo, assorbono l’energia solare e si muovono alla ricerca di sostentamento. Non tutti dormono vicino a fonti di acqua e cibo. Di solito, infatti, la notte stazionano in zone distanti che sembrano sicure e dove possono interagire con altri esemplari della loro specie provenienti da luoghi lontani. Come già sappiamo, la differenza con i pappagalli tenuti in ambiente controllato sta nella rapidità con cui ottengono il cibo che forniamo. È a loro disposizione durante tutto il giorno e, se non si adotta una gestione oculata, la mangiatoia rimane la stessa per diversi giorni finché chi li alleva non si accorge che è quasi finita e la riempie di nuovo. Questo è un errore che va corretto comprendendone le ragioni. I pappagalli, in generale, consumano parti del cibo, le assaggiano e a volte combinano diverse parti di una pianta con pezzi dei suoi frutti. Fanno tutto questo muovendosi. Non restano mai immobili su un ramo mentre mangiano. Devono compiere vere e proprie acrobazie per beccare un frutto, rompere la corteccia, mordere una foglia o
(*) Direttore Scientifico Fondazione Loro Parque
Una pietra porosa contenente piccoli semi è sufficiente a indurre l'Amazzone spalle gialle (Amazona barbadensis) a dedicare del tempo alla sua ricerca
I Cacatua ricevono frutta in diversi punti del Loro Parque
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I pappagalli attivi a terra, come molti cacatua, scavano, separano il materiale vegetale e cercano semi mentre camminano
Pyrrhura cruentata mentre mangia i frutti della palma
estrarre un po’ di linfa da una pianta. La loro alimentazione è dinamica, non statica. I pappagalli attivi a terra, come molti cacatua, scavano, separano il materiale vegetale e cercano semi mentre camminano. Quelli che si nutrono di semi più piccoli, di erbe e piante annuali, si muovono e allungano il collo mantenendo l’equilibrio per portare i semi freschi a portata di becco. I lori di qualsiasi dimensione devono muoversi
Provare un nuovo sapore richiede un piccolo sforzo
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molto durante la giornata per procurarsi nettare, polline e frutti che completano la loro dieta. Il loro movimento quotidiano è pressoché costante. Queste osservazioni non eliminano il fatto che, nella maggior parte dei casi, gli uccelli allevati dall’uomo avranno sempre cibo a disposizione in un luogo fisso. Tuttavia, conoscendo le loro esigenze e abitudini specifiche, chi li alleva può offrire stimoli che tengano conto di questo aspetto.
Offrire alcuni alimenti in aree che presentano particolari difficoltà stimola notevolmente i pappagalli. Infatti, gli alimenti che potrebbero essere rifiutati nella mangiatoia, se appesi in un luogo diverso, li incoraggiano a provarli e a competere per ottenerli. Posizionare semi, come il miglio, in contenitori difficili da raggiungere non rappresenta un elemento nutrizionale fondamentale per un pappagallo. Tuttavia, costituisce elemento di interesse, un investimento di tempo e una stimolazione sensoriale estremamente positiva a tutti i livelli. Al Loro Parque Fundación, questi principi vengono seguiti con l’obiettivo di mantenere le diverse specie di pappagalli il più attive possibile. Questa importante combinazione permette loro di raggiungere il loro pieno potenziale.
Questo mese, il protagonista di Photo Show è: MICHELE DE FILIPPO R.N.A. HU09 con la fotografia che ritrae il soggetto: “Nero mosaico rosso maschio” (Serinus canaria) Complimenti dalla Redazione!
• Invitiamo tutti gli allevatori a inviare foto di soggetti provenienti dai propri allevamenti, con descrizione della specie, razza e mutazione, all’indirizzo: redazione@foi.it
• All’autore della foto mensilmente prescelta da un comitato interno, verrà offerto in omaggio un libro edito dalla FOI in base alla preferenza e alla disponibilità.
(*) Tutte le foto inviate, anche quelle non pubblicate, rimarranno a disposizione della FOI a titolo gratuito e potranno essere utilizzate, senza alcun limite o vincolo temporale, per pubblicazioni, iniziative e scopi promozionali della Federazione
S pazio Club Il Diamante bavetta (Poephila cincta) e la sfida dei combinati
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Club di Specializzazione
iao a tutti, appassionati di Poephila! Oggi facciamo il punto sulle regole d’oro per gestire al meglio il Diamante Bavetta nel nostro allevamento, con un focus speciale sulla genetica e sulla ricerca dei soggetti combinati più rari e ambiti. 1. Carattere e alloggio: ottimizzare lo spazio A differenza di altri esotici, il Bavetta ha un’indole fiera e spiccatamente territoriale, specialmente verso i conspecifici. • In voliera: evitate assolutamente il sovraffollamento per prevenire liti durante il periodo riproduttivo. • In gabbia: per le coppie singole, una gabbia da 60 cm è sufficiente e rappresenta il giusto compromesso per gestire lo spazio in allevamento, garantendo comunque alla coppia la giusta intimità per riprodursi.
2. Alimentazione e gestione dei pulli (il “dilemma” delle balie) La dieta base richiede un misto semi classico (scagliola, miglio, panico) e un ottimo pastoncino all’uovo per l’imbecco. • Le balie: sebbene l’obiettivo di noi allevatori sia sempre l’allevamento in purezza, i Bavetta sanno essere genitori molto incostanti. Tenere pronte alcune coppie affiatate di Passeri del Giappone come balie nel proprio allevamento è una mossa salvavita strategica per non perdere i pulli delle combinazioni più preziose.
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3. Le mutazioni di base: la nostra “tavolozza” Nota importante sul colore del becco: nel Bavetta è sempre rigorosamente nero, tranne nelle mutazioni che modificano l’eumelanina nera, riducendola. • Ancestrale (Classico): è il fenotipo base da esposizione. Presenta un piumaggio tipico dai toni caldi, un disegno netto, bavetta e distretti neri, becco rigorosamente nero, proprio come il campione da 93 punti in foto. • Bruno (sesso legata recessiva) impedisce la completa polimerizzazione della eumelanina, pertanto l’eumelanina dai toni neri si trasforma nei toni di colore bruno. Le zone normalmente nere (becco, redini, bavetta, calzone e coda) si presentano di colore bruno scuro mentre il grigio della testa diventa grigio tortora; il dorso bruno ruggine; il ventre ruggine meno carico mentre codione e sottocoda restano di un bianco candido. • Ino (sesso legata recessiva), inibisce il deposito della feomelanina e della eumelanina nera, sul piumaggio resta un residuo di eu bruna. Il classico colore nero del becco diventa carnicino (rosa sbiadito). I disegni normalmente neri (redini, bavetta, calzone e coda) si presentano beige carichi. Parti inferiori beige; dorso beige con consistente velatura di eu bruna; testa bianco latte; occhi rossi
• Grigio (autosomica recessiva) agisce trasformando i pigmenti feomelanici in grigi. Conferendo al piumaggio del soggetto una gradevole tonalità fredda e argentea. • Topazio (autosomica recessiva), riduce la eumelanina originale, mentre la feomelanina rimane inalterata. Tutte le zone normalmente nere (redini, bavetta, calzone e coda) diventano pertanto di un colore più schiarito (testa di moro). In tal modo si apprezzano maggiormente i contrasti dei disegni delle varie parti del corpo rispetto al fenotipo classico.
tengono maschi ancestrali doppi portatori di Bruno e di Ino. - Anno 2 (Il Crossing-over): accoppiando questo maschio Passe-partout × Femmina Bruno (o Ino), lo scambio genetico nei gameti vi regalerà le prime splendide Femmine Satiné. Nota per il nido: a differenza dei pulli Ino che nascono con piumino bianco candido, i pulli Satiné appena nati hanno l’occhio rosso ma mostrano un piumino con sfumature beige/grigie chiarissime, riconoscibili fin dai primi giorni.
4. La frontiera dei combinati e gli schemi di accoppiamento La vera sfida per noi allevatori è sovrapporre queste mutazioni. Il consiglio d’oro è non accoppiare mai mutato x mutato per troppe generazioni: usate sempre ottimi soggetti ancestrali (i “classici”) per non perdere taglia e struttura. • Il Grigio-Topazio (autosomico recessivo): un soggetto spettacolare, dai toni freddi e pastello. - Anno 1: accoppiando Grigio × Topazio si ottengono figli 100% ancestrali, ma doppi portatori (di Grigio e di Topazio). - Anno 2: accoppiando i doppi portatori, per via casistica nasceranno i primi Grigio-Topazio. • Il Grigio-Bruno (misto: sessolegato, recessivo): unisce la tonalità fredda del grigio alla morbidezza del bruno. - Anno 1: Accoppiando maschio Bruno × femmina Grigia si ottengono: - Femmine visivamente Brune e portatrici di Grigio. - Maschi ancestrali doppi portatori (di Bruno e di Grigio). - Anno 2: accoppiando il maschio doppio portatore (di Bruno e Grigio) x femmina Grigio nasceranno le prime femmine Grigio-Brune, mentre i maschi nasceranno in parte Grigio ed in parte portatori doppi di Grigio e Bruno • Il mitico “Satiné” (Ino + Bruno – sessolegato): il fenotipo più ricercato, del quale ancora non abbiamo visto nessun soggetto, dovrebbe avere occhio rosso rubino, becco carnicino e disegni marrone chiaro/grigiastro ben nitidi. - Anno 1 (creazione del “Passe-partout”): accoppiando maschio Bruno × femmina Ino si ot-
5. Adempimenti burocratici e mostre Il Diamante Bavetta è una specie tutelata dalla normativa CITES [1.5]. Per essere in regola in Italia e poter partecipare alle mostre ornitologiche occorre: • Anellamento FOI: i pulli vanno inanellati nei primi giorni di vita obbligatoriamente con anellini inamovibili FOI della misura idonea (tipo Y). In Italia la FOI è l’unica federazione ufficiale per la partecipazione alle mostre. • Denuncia di nascita: va effettuata obbligatoriamente entro 10 giorni dalla nascita [1.5] all’ufficio CITES dei Carabinieri Forestali competente per territorio. Non serve il registro di allevamento. • Documento di cessione: in caso di vendita o scambio con un altro allevatore, è obbligatorio rilasciare e conservare il documento ufficiale di cessione CITES. Per il Club Diamante Codalunga e Poephila Daniele Zanichelli
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CANARINI DI COLORE
Il meccanismo termosensibile nel Canarino Nero Perla I colorpoints transitori di ali e coda e il colorpoint permanente della fronte testo di GIANMARIA BERTARINI, foto G. BERTARINI e NOBILI
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a mutazione Nero Perla del canarino domestico (Serinus canaria) offre uno degli esempi più complessi di interazione tra genetica, dinamiche termiche e anatomia dell’animale. A differenza delle mutazioni che azzerano completamente la sintesi melaninica (Loss-of-Function totale), l’allele Perla produce una tirosinasi strutturalmente instabile e condizionata dalla temperatura (acromelanismo termosensibile). Questa sensibilità termica si manifesta attraverso due dinamiche distinte: una transitoria, legata allo sviluppo delle penne nei nidacei, e una permanente legata alla fisiologia respiratoria. Il primo fenomeno riguarda i colorpoints transitori nel novello. Quando il primo piumaggio spunta dal corpo nudo, la forte dispersione termica cutanea influisce sull’intero corpo dell’animale: per questa ragione, tutte le piume del neonato mostrano, con una certa variabilità individuale, una pigmentazione scura localizzata sulla punta. Tuttavia, questo accumulo di eumelanina risulta macroscopicamente molto più marcato e visibile nelle
L’allele Perla produce una tirosinasi strutturalmente instabile
Colorpoint delle ali, foto: G. Bertarini
grandi penne delle ali (remiganti) e della coda (timoniere). La causa risiede nella loro maggiore velocità di crescita rispetto al resto del piumaggio corporale. Sviluppandosi in modo estremamente rapido verso l’esterno, gli apici di remiganti e timoniere si allontanano precocemente dal nucleo termico corporeo, venendosi a trovare nei punti in assoluto meno caldi dell’animale. In queste zone più fredde la tirosinasi mutata si stabilizza e lavora al massimo delle sue capacità. Poiché la muta giovanile non rinnova ali e coda, questo netto contrasto scuro alle estremità permane per tutto il primo anno, scomparendo solo con la muta completa da adulto, quando le nuove penne ricrescono isolate e riscaldate dal piumaggio preesistente inattivando così la tirosinasi corrotta della mutazione Perla. Il secondo fenomeno, di straordinario interesse anatomofisiologico, riguarda invece il colorpoint permanente della fronte. A differenza delle ali e della coda, la zona frontale manifesta uno spot scuro che non scompare
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Questa alterazione termica inibisce l’azione dell’enzima
Colorpoint della coda, foto: G. Bertarini
A differenza delle ali e della coda, la zona della fronte manifesta uno spot scuro che non scompare con la muta
con la muta, ma che tende anzi ad aumentare di intensità ed estensione con l’avanzare dell’età in perfetta analogia con le metamorfosi del gatto Siamese, che negli anni tende a manifestare un ampliamento dei colorpoints ed un certo scurimento delle zone diluite del mantello. Questo accumulo melaninico localizzato è determinato dal continuo passaggio del flusso d’aria fredda inspirata attraverso le fosse nasali sottostanti. Il raffreddamento biologico della cavità nasale abbassa costantemente la temperatura della cute sovrastante, stabilizzando la ti-
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rosinasi termosensibile sulla fronte durante tutta la vita del soggetto. L’origine strettamente termico-respiratoria di
Colorpoint della fronte, foto: Nobili
questo carattere trova una conferma empirica in ambito patologico: nei soggetti affetti da bronchiti catarrali, l’accumulo di muco e l’infiammazione delle vie aeree alterano i flussi e innalzano la temperatura locale. Questa alterazione termica inibisce l’azione dell’enzima, provocando una contingente ridotta o mancata espressione del colorpoint frontale. N.B. Le penne di ali e coda dei novelli che vengano accidentalmente perse ricresceranno come negli adulti: non bianche (lipocromiche) ma con la forte riduzione del resto del piumaggio. Ricrescono al caldo del piumaggio preesistente.
ALIMENTAZIONE
Il Ravizzone ed i canarini da canto testo e foto di UMBERTO MARINI
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on l’arrivo delle razze da canto Harzer e Malinois nel panorama ornitologico nazionale, ci è stato indicato anche il modo di alimentarle. Come da copione, abbiamo rigorosamente seguito i suggerimenti, somministrando durante il periodo delle gare quantità di ravizzone a dir poco esagerate. Tuttora, nelle manifestazioni, il regolamento prevede un’alta percentuale di ravizzone nella miscela confezionata.
Scagliola e ravizzone Questi due semi costituiscono una composizione semplice, senza aggiunta di semi particolari, come canapa e niger, di cui sono molto golosi e attratti, in particolar modo dai chicchi di canapa che suscitano notevole distrazione durante le esibizioni. Tornando al ravizzone e all’uso massiccio di questo seme oleoso, ci si è chiesti perché i “vecchi” allevatori tedeschi e fiamminghi lo abbiano da sempre somministrato ai loro volatili in quantità elevate. Quale motivazione giustifica questa abitudine smodata nell’uso del ravizzone? In ambito nutrizionale, poi, ci siamo posti alcune domande sui benefici reali di questo seme. Dai tempi lontani sono cambiate molte cose: nuovi sistemi di alimentazione, tecniche diverse, studi approfonditi per settori e tutto quanto ci offre oggi il mercato, forse anche più di quanto possa servire. All’epoca della nascita di queste razze, non esistevano possibilità economiche e commerciali come quelle di cui disponiamo ora; reperire certe sementi non
sarà stato sempre facile, soprattutto se provenienti da Paesi non europei. La natura vuole che colture di ravizzone o di colza siano estese in tutta Europa, Italia compresa. Amanti del clima tem-
Fiore di Ravizzone, fonte: FB - Erbecedario - Le erbe di sprea
perato, le troviamo in fioritura nel mese di aprile: grandi distese di fiori gialli a grappolo, molto belli e appariscenti. La facile reperibilità del seme, con un costo probabilmente molto basso e un buon valore biologico-nutrizionale, lo rende applicabile alla dieta. Ecco che il ravizzone arriva alla mensa dei nostri pennuti e viene generosamente usato senza troppi quesiti. Noi, come già accennato, nutriamo qualche dubbio riguardo ai benefici di questo alimento, se usato senza consapevolezza. Motivo per cui ci siamo sentiti in dovere di svolgere una piccola indagine per ampliare la nostra conoscenza. Dopo qualche ricerca sul web, abbiamo trovato alcuni articoli che illustrano le caratteristiche biologiche di questo seme. Riportiamo fedelmente i contenuti, in modo tale che anche i lettori possano apprendere. Dal web Il ravizzone (Brassica rapa) è una pianta oleaginosa strettamente imparentata con la colza, i cui semi contengono naturalmente elevati livelli di acido erucico. Storicamente, l’olio di ravizzone grezzo poteva contenere fino al 45-50% di questo acido grasso, rendendolo inadatto al consumo umano prolungato, a causa dei potenziali rischi per il cuore. Ecco i punti chiave sulla relazione tra ravizzone e acido erucico.
Ravizzone nero e rosso, foto: U. Marini
Varietà alimentari Per rendere l’olio commestibile e si-
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curo, sono state selezionate varietà di ravizzone a basso tenore di acido erucico (inferiore al 2% o al 5%, a seconda delle normative), spesso identificate come varietà “doppio zero”.
Proprietà Oltre all’effetto lassativo, il ravizzone è noto per le sue proprietà toniche e per essere un alimento gradito agli animali, in particolare agli uccelli.
Usi industriali (HEAR) Le varietà ad alto contenuto di acido erucico (HEAR - High Erucic Acid Rapeseed) non sono destinate all’alimentazione, ma vengono coltivate per produrre biocarburanti, lubrificanti e materie plastiche.
Contenuto proteico nei semi I semi sono composti per circa il 20% da proteine, il 35% da grassi (ricchi di Omega-3) e il 10% da fibre.
Confusione con la colza Ravizzone e colza sono così simili che spesso vengono confusi o mescolati. Entrambi appartengono alla famiglia delle Brassicaceae e condividono le stesse problematiche legate all’acido erucico. Rischi per la salute Studi sugli animali indicano che l’ingestione di alti livelli di acido erucico può causare lipidosi del miocardio, una condizione temporanea di accumulo di grasso nel cuore. Azione naturale I semi di ravizzone, ricchi di grassi polinsaturi, possono aiutare il transito intestinale. Utilizzo Solitamente viene consumato all’interno di miscele di semi o come ortaggio e il suo consumo può avere un effetto emolliente e lassativo.
Elaborazione grafica di U. Marini
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Nota bene Il ravizzone è una brassicacea e contiene sostanze, come i glucosinolati, che possono ridurre l’assimilabilità dei nutrienti se consumato crudo in grandi quantità. Quanto estrapolato dal web è solo ciò che a noi può interessare. Per questo motivo abbiamo utilizzato solo una parte di quanto disponibile online. Nello svolgimento della ricerca, alcuni elementi hanno colpito maggiormente la nostra attenzione. Per tale ragione, in seguito abbiamo evidenziato alcuni effetti riscontrati personalmente dal consumo eccessivo di questo seme. 1. L’acido erucico, dannoso per il cuore Attualmente sono state selezionate varietà con ridotte percentuali di questo acido grasso monoinsaturo omega 9. In ogni caso, quando acquistiamo il seme, non ci viene fornita la tabella della composizione chimica del prodotto. Non sapremo mai se è di buona qualità oppure no. 2. Effetto lassativo del ravizzone Questo è il principale fattore di tanti problemi legati all’intestino: feci molli, per non parlare del costante dimagri-
mento e, in molti casi, del ventre arrossato e teso. I fondi delle gabbiette risultano sempre imbrattati e maleodoranti. 3. Proprietà emollienti Sembra che questa caratteristica sia di fondamentale importanza per le corde vocali dei nostri cantori. La leggenda narra che i grassi contenuti nel ravizzone abbiano il potere di lubrificare la siringe, rendendo il canto più fluido e morbido nel suo insieme. Le prove effettuate in questi ultimi anni hanno confermato la nostra ipotesi, dimostrando che, anche senza dosi massicce di ravizzone, il canto non subisce alcuna alterazione. Quello che ci preoccupa è soprattutto lo stato di salute dei canarini durante il periodo delle gare: mantenere una buona condizione fisica generale significa maggiore resistenza allo stress da competizione, con prestazioni decisamente più durature. 4. I glucosinolati Per finire, troviamo i glucosinolati, i quali possono ridurre la totale assimilabilità dei nutrienti. Ciò non toglie che di questi solforati naturali si dica che abbiano proprietà antiossidanti, disintossicanti e antitumorali. Conclusione Come in tutti gli alimenti, non troviamo solo elementi nutrizionali utili o dannosi: non tutto nuoce. Nel nostro caso dipende soprattutto dalla quantità e dalla qualità dell’alimento. Attualmente, pur tenendo presenti le disposizioni originali, in vari allevamenti italiani di entrambe le razze proseguono alcune prove sperimentali mirate a trovare un solido equilibrio nella dieta “da scaffale”, le quali prevedono poco ravizzone e l’integrazione con semi vari. I risultati hanno dimostrato che diminuire drasticamente le dosi di questo seme non interferisce con le performance dei cantori. Dunque, tutto questo fa riflettere. Non è dannoso effettuare prove o sperimentare nuovi metodi se ciò porta benefici; il nostro obiettivo è alimentarli nel miglior modo possibile, senza lasciare nulla al caso. Buon lavoro.
CANARINI DI FORMA E POSIZIONE LISCI
Il Canarino Yorkshire La storia di una metamorfosi, lo sguardo verso il futuro testo di GIUSEPPE MARTONE, foto D. CARPINELLI
L’
ottimo lavoro di selezione condotto dagli allevatori italiani nel corso di decenni ha modificato non solo la fisionomia dello Yorkshire, ma ha anche corretto alcuni difetti, influenzato la selezione del carattere, affinato alcune tecniche di allevamento e apportato numerosi altri miglioramenti. Spesso dimentichiamo che, se oggi esiste una determinata tipologia di canarino, dobbiamo ringraziare chi, prima di noi, ha avuto il coraggio di osare, spesso andando controcorrente e cercando di migliorare i canoni estetici dell’epoca. Molti giovani, non avendo vissuto questa trasformazione, probabilmente non comprendono il reale sforzo e i sacrifici compiuti per migliorare la morfologia della razza.
Modello in 3D realizzato dall’autore, foto Daniele Carpinelli
Molti allevatori “diversamente giovani” ricorderanno, sicuramente, che alcuni soggetti importati dall’estero presentavano la cosiddetta “doppia ala”, un difetto del piumaggio in cui, sulla stessa ala, si evidenziava una sovrapposizione visibile delle penne, tale da dare l’impressione di avere due file o due “ali” sovrapposte. Un difetto ormai completamente sconosciuto ai più giovani, che probabilmente non hanno mai avuto occasione di vedere. All’epoca venivano ancora riprodotti soggetti con un corpo proporzionato, ma con le zampe eccessivamente corte. Anche questo difetto scheletrico, per certi aspetti assimilabile all’acondroplasia nell’uomo, è oggi praticamente scomparso.
La “vecchia guardia”, inoltre, preferiva soggetti che “ballavano il tip tap sul posatoio” o, per usare un termine più moderno, facevano la cosiddetta “tap dance”: soggetti irrequieti, che “lavoravano continuamente il posatoio” e che era quasi impossibile ammirare nella corretta posizione, se non in particolari momenti. Anche questa tipologia di comportamento è oggi quasi completamente corretta. Un altro aspetto riguarda la colorazione artificiale. In passato alcuni allevatori utilizzavano cantaxantina pura a dosaggi elevati, nel tentativo di ottenere il famoso colore rosso Ferrari. Il risultato, però, era spesso ben diverso dalle aspettative: si ottenevano Yorkshire, soprattutto nella varietà intensi, dalla to-
Modello in 3D realizzato dall’autore, foto Daniele Carpinelli
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nalità mattone bruciato, un colore che oggi sarebbe considerato estremamente antiestetico e penalizzante. L’utilizzo di posatoi ovali dai diametri sproporzionati creavano difficoltà di presa alle zampe dei canarini e solo dopo molti anni sostituiti da quelli a sezione ellittica, di dimensioni più consone, permettevano allo York di assumere la posizione ottimale. In Italia si svolgeva una sola mostra specialistica, presso “Il Pilastro” di Bologna, realmente riconosciuta a livello nazionale e non solo, con giudizio a confronto e presenza di giudici stranieri. Una situazione che ai giorni nostri può sembrare di normale amministrazione, ma vi assicuro che non era così: anzi, questa tipologia di giudizio era scarsamente condivisa dai più. La maestria con la quale alcuni giudici inglesi mandavano subito in posizione anche “i più nervosi ballerini di tap dance” semplicemente posizionando una mano anteriormente alla base della gabbia e l’altra posteriormente, con un semplice movimento dall’alto verso il basso valutavano le proporzioni morfologiche degli York; si assisteva ad uno spettacolo nello spettacolo. Ricordo quando, a fine giudizio, un giudice inglese lasciò sul tavolo i migliori sette e, prima di dichiarare il primo assoluto, guardò l’orologio e disse: “Alle ore …, del giorno… , presso la mostra… , questo è lo York che si è classificato primo Best!”. Al momento non capii il motivo di quella dichiarazione, ma la mattina successiva, guardando nuovamente gli uccelli esposti, mi resi conto che c’erano altri York di pari valore. Capii così che l’orario in cui si svolge il giudizio, le condizioni atmosferiche, la stanchezza accumulata dai soggetti durante la giornata e altri fattori possono penalizzare la prestazione di un soggetto, compromettendone le performances. Per comprendere lo spirito di collaborazione che ci accomunava, voglio ricordare quando un rinomato giudice di C.F.P.L., nonché allevatore di Gloster, mi fece da tutor, impartendomi svariati insegnamenti mentre passeggiavamo tra le gabbie per alcune ore. Mi spiegava pregi e difetti della quasi totalità dei canarini esposti.
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Si assisteva al giudizio in religioso silenzio e, il giorno successivo, si esaminavano i soggetti attraverso uno scambio costruttivo di opinioni, cercando di individuare le strade da intraprendere per migliorare una determinata caratteristica. Naturalmente, anche nel passato non c’è sempre stata sana competizione che, in qualche occasione, ha condizionato il rovescio della medaglia, compromettendo qualche momento di cordialità. Terminata la mostra, l’appuntamento veniva rimandato all’anno successivo, per constatare i piccoli risultati raggiunti. Nel frattempo, si utilizzava il telefono fisso, o addirittura quello a gettoni, per conoscere gli eventuali progressi degli allevatori. Terminate le mostre in calendario, non c’era più modo di visionare i canarini, se non recandosi personalmente presso quel gruppo (allora particolarmente ristretto e circoscritto ad alcune regioni) di allevatori che li possedevano. L’unico modo per continuare ad ammirare i canarini consisteva nell’acquistare videocassette VHS e, negli anni successivi, CD-ROM. Abbiamo assistito ad una continua e costante evoluzione della razza, passando da soggetti molto goffi, con un piumag-
Modello in 3D realizzato dall’autore, foto Daniele Carpinelli
gio lungo e alquanto scomposto, molto spesso con un corpo cilindrico, la cui taglia — spesso esaltata dalla presenza in gabbie a cupola di dimensioni ridotte — veniva ulteriormente enfatizzata, così come la larghezza della testa, anche attraverso gli incroci con canarini Crestbred o Norwich. Infatti, per i neofiti e per i visitatori, la taglia dello Yorkshire rappresentava l’aspetto maggiormente appariscente. Spesso i soggetti erano piuttosto eterogenei tra loro. Ogni allevatore, nel suo piccolo, contribuiva a dare una personale impronta al canarino. Si acquistavano soggetti di una certa tipologia da un allevatore, altri con una caratteristica diversa da un altro e così via. Differenze morfologiche che oggi riusciamo a valutare osservando le vecchie fotografie, ma che all’epoca rappresentavano canarini di eccellenza. Successivamente si iniziarono a selezionare soggetti più eleganti e, lentamente, si giunse agli Yorkshire con la coda variamente rialzata. Era già stato compiuto un passo in avanti. Tale selezione comportò inevitabilmente una riduzione della taglia. Ancora una volta, il lavoro di selezione ha migliorato la forma, modificato la posizione, consentito di ottenere una migliore colorazione dei soggetti e, finalmente, ci ha portato agli Yorkshire dei nostri giorni. In fondo, la storia dello Yorkshire non è ancora finita: il futuro sarà semplicemente il prossimo capitolo di una selezione che continua. Una bellissima canzone di Francesco De Gregori, intitolata La storia siamo noi, potrebbe aiutarci a comprendere non solo la presenza ma anche il ruolo di coloro che si sono prodigati per realizzare questa metamorfosi. Tutto questo può sembrare preistoria, ma in realtà stiamo parlando solo di alcuni decenni. Chi c’è stato potrà confermare tutto e sicuramente potrebbe aggiungere altro. E forse è proprio per questo che, ogni tanto, sarebbe utile ricordare da dove siamo partiti e quanto lavoro sia stato necessario per arrivare ai soggetti che oggi abbiamo la fortuna di poter ammirare. Oggi risulta molto semplice, per qual-
siasi cultore della razza, collegarsi quotidianamente a Internet, consultare i vari social, osservare innumerevoli fotografie e video di soggetti dei migliori allevatori del mondo o di quelli che primeggiano nelle mostre più prestigiose, consultare l’intelligenza artificiale per creare nuovi disegni, stampare nuovi modelli in 3D, partecipare ai numerosi forum, confrontarsi online in svariati gruppi e… chi più ne ha, più ne metta. In un recente passato, le cose erano completamente diverse. Nel contempo, dobbiamo ringraziare tutti coloro che, nonostante per loro fortuna non ci fossero – sintomo di gioventù – sono stati bravi a raccogliere il testimone, traghettando lo Yorkshire verso nuove sfide. Grazie a chi si è attivato per continuare a selezionare con dedizione le caratteristiche di pregio della razza; a chi ha contribuito a garantire un’elevata qualità alle manifestazioni, realizzando mo-
Come potrebbe essere il canarino Yorkshire del prossimo futuro?
stre specialistiche sull’intero territorio nazionale e facilitando la partecipazione di allevatori provenienti da tutto il Paese; a chi ha portato le proprie competenze anche oltre confine, confermando l’eccellenza italiana in quest’ambito, sia in qualità di giudici sia di allevatori; a chi continua a primeggiare in ambito nazionale e internazionale, portando lustro alla nostra nazione; a chi, ogni anno, si rimette in discussione partecipando a svariate manifestazioni per mantenere vivo questo hobby; e, infine, a tutti noi che sottraiamo tempo ai nostri affetti più cari per continuare a vivere questa avventura.
Come potrebbe essere il canarino Yorkshire del prossimo futuro? In Italia è stato già raggiunto uno standard qualitativo molto alto. Contrariamente ad altre razze, nelle quali primeggiano prevalentemente solo alcuni allevatori, nello Yorkshire la qualità è distribuita tra molti più protagonisti, a conferma dell’elevato livello medio raggiunto. Probabilmente sarà ancora più esaltato il binomio tra eleganza e struttura. La voce “piumaggio” prenderà ancora più valore. Potremmo auspicare di vedere sempre più soggetti omogenei tra loro, ai quali poter aggiungere anche un ulteriore “vestito”, di diverso colore, legato alle sempre nuove mutazioni. A breve, potremmo aspettarci anche delle novità in questo campo, con qualche nuova proposta di revisione ad opera di giovani allevatori, spinti dalla loro passione, la loro capacità di osservazione e il loro coraggio.
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Pyrrhura molinae hypoxantha - Standard ed approfondimenti sulla selezione del fattore rosso testo a cura della COMMISSIONE TECNICA NAZIONALE ONDULATI E ALTRI PSITTACIFORMI
Commissioni Tecniche Nazionali
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li uccelli del genere Pyrrhura sono conuri di origine sudamericana che vivono, di norma, nelle grandi foreste; in particolare, in ambiente domestico il più diffuso è il P. molinae chiamato comunemente “Conuro guance verdi”, che ha una taglia di circa 26 cm e vive in media 20 anni, con un peso che oscilla dai 60 agli 80 grammi; depone da 4 a 6 uova con un’incubazione di 22-24 giorni, viene riprodotto con successo negli allevamenti di tutto il mondo da molti anni, deliziandoci con la sua spiccata vivacità e un’ampia gamma di mutazioni e selezioni, tra cui la selezione a fattore rosso che cercheremo di approfondire in questa sede. Per analizzare in modo corretto la selezione del fattore rosso occorre rivedere come si è arrivati all’identificazione del Pyrrhura molinae hypoxantha (spesso chiamato “opalino”). Questa mutazione, già presente in natura, fu inizialmente identificata come Pyrrhura molinae sordida, nella regione tra il Brasile e la Bolivia (Mato Grosso) dall’ornitologo Salvadori nel lontano 1900. Da uno stormo di circa 25-30 soggetti vennero catturati 3 esemplari che presentavano una colorazione molto diversa dalla forma ancestrale: il petto, i fianchi e la zona sotto le ali erano completamente di un colore giallo vivo e nel basso ventre era presente una zona estesa di colore rosso/arancio molto acceso. Anche le zampe non erano grigie con unghie nere, bensì carnicino con unghie grigie. Dopo vari accoppiamenti si è scoperto che questa mutazione risiede su una coppia particolare di cromosomi, detti cromosomi sessuali, ed è quindi un carattere geneticamente recessivo sesso legato. Questi soggetti iniziarono a vedersi nei vari mercati europei a partire dagli anni ‘90 e venivano presentati come Pyrrhura molinae “yellow side” (conuro a fianchi gialli), presentando le caratteristiche della mutazione suddetta. La Commissione Tecnica O&aP ha ritenuto opportuno redigere uno standard descrittivo che possa servire da linea guida per la selezione di questa mutazione: Standard descrittivo: Pyrrhura molinae hypoxantha (Conuro a fianchi gialli) • Fronte e testa: grigio scuro, che diventa gradualmente marrone verso il collo. • Guance: verde-marrone virante al giallo; regione auricolare marrone-grigiastra. • Anello perioftalmico: bianco e privo di piume.
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• Collo: sfuma dal marrone con soffusioni blu al giallobianco leggermente dorato. • Petto: giallo. Dalla testa alla parte superiore del petto NON deve essere presente alcuna piuma di colore rosa o rosso. • Fianchi: gialli leggermente dorati (da qui il nome “fianchi gialli”) con sottili bordature verdi. • Addome: dalla parte inferiore del petto a parte dell’addome è presente una zona di colore rosso. • Cloaca: verde. • Dorso e ali: verdi. • Remiganti primarie: blu. • Timoniere: rosso scuro. • Sottocoda: rosso-brunastro e blu-verde all’estremità. • Becco: grigio-marrone. • Occhi: marroni. • Zampe: grigie. • Unghie: grigio scuro. Da una decina d’anni, molti allevatori in tutta Europa hanno iniziato a selezionare questo fenotipo, cioè soggetti che presentano una maggiore estensione del rosso sul corpo, frutto di mutazione presumibilmente a carattere autosomico quantitativo. Sappiamo che accoppiando tra loro soggetti con tali caratteristiche si amplifica la capacità di depositare psittacofulvina rossa su: ventre, petto, collo e testa e presentano una colorazione rossa più intensa. Essendo questi ultimi esteticamente più attraenti, hanno cominciato a spopolare negli allevamenti di tutta Europa con sempre maggior successo. È così iniziata la sfida a chi riuscisse ad allevarli con la maggior intensità di rosso possibile, dando il via a una selezione “forzata” di questo carattere. Tale selezione non è altro che la massima espressione della psittacofulvina rossa, nella parte più ampia possibile del petto e ventre, mantenendo i fianchi gialli. La genetica del fattore rosso nel molinae Ad oggi c’è confusione sull’ereditarietà genetica del “Pyrrhura molinae hypoxantha a fattore rosso”. Alcuni allevatori affermano che ha un’ereditarietà dominante, altri recessiva. Tale confusione nasce dal fatto che questi caratteri mutati risiedono su cromosomi autosomici che interagiscono con molti altri fattori e caratteri per costituire il corpo dell’individuo e ne determinano anche la morfologia e il piumaggio (come ad esempio: la taglia, la lunghezza delle piume o la concentra-
zione di pigmenti in punti non previsti nella specie). Ciò che spesso si ignora come sopra ipotizzato è che probabilmente il fattore rosso è legato a un’ereditarietà multifattoriale (detta anche selezione quantitativa), caratterizzata da variazioni continue e da un fenotipo divergente rispetto al tipo selvatico. Questa ereditarietà va contestualizzata nella formazione dell’intero fenotipo che è il risultato di un’eredità poligenica, ovvero la somma dell’espressione di molti geni che determinano un unico fenotipico. Le caratteristiche fenotipiche finali dell’esemplare sono indotte dall’azione combinata di diversi geni situati in loci differenti e anche su cromosomi diversi. Ecco perché è opportuno ipoteticamente indicare il fattore rosso come carattere quantitativo. La selezione domestica è l’applicazione più importante della genetica quantitativa. Consiste in un procedimento mirato a modificare le proprietà fenotipiche di una popolazione in merito a uno o più caratteri specifici. Si basa sulla riproduzione programmata degli individui dotati del fenotipo più idoneo al raggiungimento di un obiettivo predefinito. Questo processo ricalca la selezione naturale, in quanto entrambi portano a una riproduzione differenziale degli individui, con la differenza che la selezione domestica è basata sulle scelte estetiche dell’ornicoltore che sceglie per la riproduzione quei soggetti presentanti, nel nostro caso, estensione della psittacofulvina rossa. Nel caso più estremo, la popolazione viene suddivisa in base al fenotipo per far riprodurre unicamente i soggetti che rispondono agli scopi del selezionatore. Proprio nel caso specifico del molinae hypoxantha a fattore rosso, riteniamo pertanto opportuno mantenere separate le linee di
Soggetto a fattore rosso con una buona estensione del rosso e fianchi gialli ben evidenti, foto: Archivio CTN OeaP
sangue per ottenere hypoxantha puri privi di rosso e hypoxantha rossi il più espressivi possibile, proprio in virtù dell’ereditarietà del carattere e dell’orientamento generale delle selezioni domestiche che richiedono espressività e definizione netta dei caratteri. La Commissione Tecnica O&aP ha ritenuto indicare nella bozza di standard (riportata più sotto), quali siano attualmente le caratteristiche corrette della mutazione “hypoxantha (fianchi gialli) a selezione rossa”. Pertanto, molti dei soggetti atipici presenti negli allevamenti, in cui compare il fattore rosso sul corpo al di fuori della zona indicata dallo standard, sono unicamente il risultato di una selezione non adeguata. Resta inteso che nelle esposizioni, attualmente, saranno valorizzati i soggetti che presenteranno una buona estensione ed intensità del rosso nelle zone previste. Lo Standard dell’hypoxantha (fianchi gialli) a selezione rossa, andrà rivisto dopo qualche anno di intensa e adeguata selezione in omozigosi. P. m. hypoxantha a fattore rosso (Conuro a fianchi gialli) Colore e disegno (35 punti): Differisce dal P. m. hypoxantha per il colore rosso, che si estende dalla testa fino alla cloaca. Il rosso deve essere il più possibile intenso, esteso ed uniforme, mantenendo comunque i fianchi gialli. P. m. hypoxantha cannella a fattore rosso (Conuro a fianchi gialli) Descrizione: Differisce dal P. m. hypoxantha cannella per il colore rosso, che si estende dalla testa fino alla cloaca. Il rosso deve presentarsi il più possibile intenso, esteso ed uniforme, pur mantenendo i caratteristici fianchi gialli.
Soggetti a fattore rosso con una buona estensione del rosso. Solo il primo soggetto a SX evidenzia i tipici fianchi gialli dell’hypoxantha, foto: Archivio CTN OeaP
Soggetto hypoxantha verde cannella a fattore rosso con una buona estensione del rosso ma debordante sulle ali e fianchi gialli non presenti, foto: Archivio CTN OeaP
Commissioni Tecniche Nazionali
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ALIMENTAZIONE
Il cavolo nero in ornitologia testo e foto di GIANLUCA VOTTA
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l cavolo nero di Toscana è un ortaggio invernale appartenente alla macrofamiglia delle Brassicaceae. Si tratta di una pianta da foglia tipica delle cucine dell’Italia centro-settentrionale, sebbene negli ultimi anni sia stata ampiamente apprezzata anche in altre regioni. L’ortaggio si presenta con foglie strette, lunghe e di un colore verde cupo, caratterizzate da una consistenza croccante e una superficie tipicamente crespa. Oltre all’uso culinario, il cavolo nero trova un’interessante applicazione nel mondo ornitologico: le sue eccezionali proprietà nutrizionali, infatti, si integrano perfettamente in una dieta varia e bilanciata per gli uccelli.
Proprietà Nutrizionali e benefici Il cavolo nero è un vero e proprio integratore naturale. È ricco di vitamine A, B, C, E e K; apporta ottime dosi di calcio, ferro, zinco e potassio e, quali proprietà terapeutiche, vanta spiccate doti antinfiammatorie e depurative. L’elevata concentrazione di minerali, unita alla vitamina K, contribuisce al
Il cavolo nero è un vero e proprio integratore naturale. È ricco di vitamine A, B, C, E e K
Pianta fresca appena raccolta
mantenimento di un apparato osseo sano e robusto, mentre la vitamina C potenzia significativamente le difese immunitarie dell’organismo.
Considerazioni per l’allevamento Il colore verde scuro delle foglie denota un’alta presenza di beta-carotene. Questo elemento richiede attenzione: è infatti sconsigliato per quegli uccelli che soffrono del fenomeno della “doratura” del piumaggio (ovvero l’alterazione dei colori naturali). Per questo motivo, la pianta è particolarmente apprezzata dagli allevatori di Spinus e fringillidi in genere, che ne traggono grandi benefici anche in termini di qualità della cromia del piumaggio. Tuttavia, se ne sconsiglia un utilizzo eccessivo per alcune specie; infatti, questo alimento potrebbe risultare di difficile digestione se somministrato in quantità troppo elevate.
DISPONIBILI CANARINI AGI novelli ed adulti Per info: Tel. 0541.383989 oppure mail: colombo290476@libero.it Particolare della pianta dal forte colore verde, che denota le sue proprietà carotenoidi
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CRONACA
Il Mondiale dei record Trionfo di numeri, passione e amicizia al Colorado/Lovebird Mondiale WBO testo e foto di FILIPPO MORRONE
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eggio Emilia si conferma la capitale mondiale dell’ornitologia d’eccellenza. La mostra ornitologica Colorado/Lovebird – Mondiale WBO 2026 si è chiusa lasciando un segno indelebile nella storia del settore, registrando cifre straordinarie e, soprattutto, un clima unico di accoglienza, cooperazione internazionale e profonda amicizia. L’imponente macchina organizzativa, che ha visto muoversi in perfetta sinergia la Società Ornitologica Reggiana (SOR), il Club Amici dell’Ondulato (CADO), il Club Italiano Allevatori Agapornis (CIAA) e l’Associazione Pescarese Ornicoltori (APO), con la fattiva collaborazione della Federazione Ornicoltori Italiani (FOI) e sotto l’egida della World Budgerigar Organisation (WBO), ha superato ogni aspettativa, dando vita a un evento memorabile. I padiglioni hanno ospitato ben 190 espositori provenienti da 10 Paesi europei, per un totale di 2104 soggetti a concorso, suddivisi tra circa 1500 Ondulati e 623 Agapornis. Un focus d’eccezione è stato garantito dalla massima attenzione al benessere animale: grazie ai mezzi messi a disposizione dalla FOI e alla straordinaria disponibilità di tutti i convogliatori, sia di chi ha usufruito dei mezzi federali sia di chi si è mosso autonomamente, è stato possibile organizzare convogliamenti gratuiti e professionali, garantendo viaggi sicuri e standard elevatissimi di tutela per tutti i soggetti. Parallelamente ai concorsi, la manifestazione ha ospitato l’importantissimo Meeting WBO 2026, un vero e
I padiglioni hanno ospitato 190 espositori da 10 Paesi europei, per un totale di 2.104 soggetti a concorso, suddivisi tra circa 1.500 Ondulati e 623 Agapornis
proprio summit globale al quale hanno partecipato i delegati di ben 18 Nazioni: Italia, Spagna, Romania, Germania, Austria, Francia, Kuwait, Israele, Malta, Ungheria, Portogallo, Inghilterra, Scozia, Bangladesh, Belgio, Turchia, Bosnia Erzegovina e Slo-
venia. Proprio durante i lavori del meeting si è scritta una pagina fondamentale per la filiera tecnica internazionale. Il Club Amici dell’Ondulato, congiuntamente alla Commissione Tecnica Ondulati e altri Psittaciformi FOI, ha infatti presentato il proprio pictorial, ovvero il disegno ideale dell’ondulato di colore. L’assemblea mondiale ha tributato un grandissimo onore all’Italia, assegnando ufficialmente al nostro Paese il prestigioso ma gravoso compito di ultimare la stesura definitiva del disegno ideale secondo i dettami concordati tra le diverse Nazioni; l’incarico è stato ufficialmente affidato al socio APO/CADO e Giudice FOI Ruben Romano. Se i dati numerici certificano il suc-
Il padiglione degli Ondulati
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Delegati WBO
cesso tecnico della manifestazione, è l’aspetto umano ad aver fatto davvero la differenza, poiché l’intera mostra è stata interamente edificata attorno ai concetti di amicizia e
Uno dei soggetti premiati
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Presentazione pictorial italiano
ospitalità. Oltre alle vantaggiose convenzioni stipulate con le strutture alberghiere, il cuore pulsante dell’accoglienza si è espresso a tavola: grazie allo sforzo congiunto dei sin-
Grazie allo sforzo congiunto dei singoli volontari e della SOR, sono stati offerti e serviti gratuitamente circa 350 pasti in due giorni
goli volontari e della SOR, sono stati offerti e serviti gratuitamente circa 350 pasti in due giorni. I piatti, cucinati sul momento e sul posto, hanno valorizzato eccellenze enogastronomiche provenienti da diverse Regioni d’Italia, ma anche dal Portogallo e dalla Slovenia, permettendo a tutti i partecipanti di condividere un clima conviviale di totale armonia e allegria. A confermare la straordinarietà dell’evento sono le parole dei protagonisti, a partire da Ivano Gualerzi, Presidente SOR e Presidente della Mostra: “Qualcuno pensa che in SOR siamo abituati ai successi, ciò non toglie che raggiungerli ci dà sempre una grande soddisfazione. La nostra è una tradizione incentrata sull’apertura e sull’accoglienza che abbiamo pienamente rispettato con questa manifestazione. La collaborazione con i due Club diventa sempre più stretta e sempre più proficua per il mondo ornitologico. Personalmente sono particolarmente fiero di due cose: abbiamo legato la manifestazione al territorio; in particolare gli espositori hanno ri-
cevuto un diploma che sul retro reca l’immagine e la storia del primo tricolore, nato proprio in questa città. In un momento storico in cui l’amicizia e la pace, nel mondo e in ogni ambito sociale non sono, purtroppo, così scontati, noi siamo riusciti invece a testimoniare l’amicizia internazionale! Passeggiare per i tavoli e per i padiglioni e sentire risate e battute in diverse lingue, oppure in un inglese il più delle volte maccheronico, è stata una grande gioia e la testimonianza che i sacrifici fatti sono stati ampiamente ricompensati. Voglio ringraziare tutti quanti hanno contribuito al successo della manifestazione, dagli allevatori/espositori agli standisti, dagli sponsor alla FOI e alla WBO, passando per i visitatori; il mio grazie più sentito va ai volontari che hanno messo il cuore in questa manifestazione: dai ragazzi incaricati dell’allestimento e disallestimento alla squadra cucina e servizio, al personale che, sotto il sole di giugno, ha materialmente portato i soggetti davanti alla Giuria, ai convogliatori che, pagandosi addirittura le spese di viaggio, hanno messo in condizione gli allevatori di usufruire di un trasporto (andata e ritorno) gratuito, ai coordinatori che hanno speso i mesi precedenti alla mostra a programmare ogni dettaglio, che durante lo svolgimento della manifestazione hanno affrontato e risolto ogni problema e che, ancora adesso, stanno lavorando per chiudere le ultime questioni amministrative”. Sulla stessa linea d’onda si pone il bilancio tracciato da Vittorio Asinari, Vicepresidente Cado e Direttore della Mostra, che si sofferma sull’evoluzione tecnica del comparto: “Abbiamo costruito un successo e di questo siamo orgogliosi. Abbiamo lavorato per venire in ogni modo incontro agli allevatori/espositori: categorie allargate, ma allo stesso tempo competizione assicurata grazie ai gruppi/macro e alla ferrea selezione sui best, costo di iscrizione bassissimo, convogliamenti professionali e gratuiti, Giuria di livello, accoglienza curata fin nei minimi dettagli; gli allevatori hanno
Il Mondiale WBO 2026 si archivia così come un autentico punto di svolta per l’intero movimento: la dimostrazione lampante che quando la massima competizione tecnica sposa i valori della solidarietà, della tutela animale e della sincera sinergia tra club e associazioni i risultati non sono semplicemente numeri da record
compreso gli sforzi fatti e questo ci ha permesso di organizzare il Mondiale dei record. Rispetto all’ultimo Mondiale organizzato in Italia nel 2022 a Chianciano, abbiamo potuto notare un incremento di quasi il 50% della partecipazione e, soprattutto, una qualità tecnica eccezionale – prova ne
Retro del Diploma
è il fatto che degli 8 “Best in Show” 5 siano italiani – a dimostrazione dell’ottimo lavoro svolto in questi ultimi quattro anni dal Direttivo del CADO. Personalmente la cosa che mi rende più felice e orgoglioso è il gruppo di lavoro con il quale mi sono trovato a “dividere il campo”: persone fantastiche, AMICI, che hanno sempre affrontato la fatica e i problemi con un sorriso e senza mai perdersi d’animo. Io ritengo che questa sia la vera PASSIONE e, permettetemi, questo è il Club Amici dell’Ondulato!”. A chiudere il cerchio delle dichiarazioni è Marco Vitali, Presidente CIAA e Vicepresidente della Mostra, che sottolinea il valore strategico della cooperazione e dedica un momento al ricordo: “La jointventure con la SOR e con il Club Amici dell’Ondulato si dimostra una volta di più vincente, non tanto per i tre attori coinvolti, quanto per l’intero movimento ornitologico italiano e internazionale. Da Presidente del Club Italiano Allevatori Agapornis voglio ringraziare tutti quanti – allevatori, visitatori, partecipanti, staff, Giudici, convogliatori – hanno reso possibile il grande successo della manifestazione e dare appuntamento a tutti per la prossima edizione. Naturalmente sono orgoglioso di aver creduto in questa manifestazione e, soprattutto, nella costruzione dei rapporti tra i Club e tra Club e SOR; sono convinto che questa sia la strada per la nuova ornitologia! Un pensiero va all’amico Maurizio Manzoni, recentemente scomparso, al quale i due Club hanno voluto dedicare un premio congiunto”. Il Mondiale WBO 2026 si archivia così come un autentico punto di svolta per l’intero movimento: la dimostrazione lampante che quando la massima competizione tecnica sposa i valori della solidarietà, della tutela animale e della sincera sinergia tra club e associazioni, i risultati non sono semplicemente numeri da record, ma tappe fondamentali e di indirizzo, destinate a restare, indelebili, nella storia dell’ornitologia.
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CANARINI DI COLORE
Considerazioni sul Rosso ad “Ala bianca” testo di LUCIANO BARUFFALDI, foto L. Baruffaldi e A. RAIMONDI
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l rosso intenso o brinato ad ala bianca, oggi “ali naturali” è un canarino di assoluto interesse e curiosità per i tanti aspetti che evidenzia. La genetica, la struttura del piumaggio, il metabolismo dei carotenoidi e la tecnica di allevamento lo rendono, infatti, un essere speciale, affascinante come pochi altri. A prima vista, il contrasto estetico che lo caratterizza, sembra persino contraddittorio: il corpo idealmente dal lipocromo rosso vermiglio, uniforme e luminoso, con timoniere e remiganti di colore bianco o “biancastro” nei soggetti più tipici. Il bianco dell’ala si manifesta in un momento particolare dello svezzamento del pullus, vale a dire quando le penne forti sono nella fase di crescita e si sviluppano per prime. Assistiamo ad un connubio fra due diversi aspetti e precisamente: - l’espressione dei colori, determinato dalla genetica - l’alimentazione e l’ambiente in grado di modificare il potenziale dei colori (carotenoidi) propri del soggetto. Selezionare una buona linea di rossi ad ala bianca significa andare molto oltre la semplice somministrazione del colorante. Nei criteri di giudizio FOI, i canarini lipocromici ad ala bianca vengono giudicati in funzione della categoria, cioè il modo in cui il lipocromo è distribuito sul piumaggio ed alla struttura del medesimo, ed in particolare della varietà, ovvero dalla tonalità di colore di ali e coda che lo caratterizzano. Le
Il bianco dell’ala si manifesta in un momento particolare dello svezzamento
categorie si differenziano in: intenso, brinato e mosaico. Secondo i criteri FOI, nel giudizio della va-
Brinato rosso ala bianca, foto: L. Baruffaldi
rietà di questi canarini, si valuta: la purezza, la concentrazione e l’uniformità del lipocromo, e soprattutto la tonalità del bianco di remiganti e timoniere, un insieme di caratteristiche che di fatto rappresentano le peculiarità principali di questi canarini. Mentre il colore ideale del mantello è di tonalità rosso vermiglio nella sua massima espressione, quello di ali e coda dovrà essere di tonalità bianco candido, esente da impurità e di interferenze giallastre. L’assenza di penne mutate è inoltre un requisito importante che caratterizza i soggetti migliori. È soprattutto l’uniformità e la tonalità del bianco che contraddistingue un buon soggetto ad ala bianca. Ho volutamente evitato il termine di “incrostazioni” citato sui criteri di giudizio alla voce varietà, in quanto a mio avviso è totalmente inappropriato per definire la purezza di un colore, molto più adatto a mio parere al lessico dell’idraulica. È noto che una penna completamente formata è una struttura cheratinizzata metabolicamente inattiva la cui crescita, una volta completata, diventa una struttura stabile che non potrà più cambiare di colore fino alla muta successiva, salvo il succedersi di “incidenti”. Nella prima muta giovanile, le penne tectrici, indicate impropriamente come piume, verranno sostituite, mentre le grandi penne forti dell’ala e spesso della coda verranno invece conservate. La somministrazione del colorante
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nel periodo di formazione delle penne forti dovrà essere evitata e potrà iniziare solamente a partire dai 40-45 giorni di età, una volta terminata la loro crescita. Non necessariamente lo sviluppo delle stesse è identico indistintamente per tutti i novelli; le condizioni di allevamento, la temperatura, il tipo di alimentazione, lo stress da sovraffollamento, possono interferire in modo sensibile sulla loro crescita. Nei rossi ad ala bianca capita spesso di osservare soggetti con remiganti o timoniere colorate per metà, in quanto cambiate durante la muta. In altre parole, le penne formatesi prima della somministrazione del colorante si conservano chiare, mentre quelle cresciute in seguito a perdita “accidentale” diventano rosse per l’assunzione del colorante. I criteri di giudizio FOI prevedono alla voce varietà un punteggio massimo ai soggetti privi di remiganti o timoniere mutate, mentre la penalizzazione aumenta progressivamente all’aumentare del numero di penne interessate. Una domanda che spesso sorge spontanea è la seguente: l’ala bianca è forse una mutazione? È ipotizzabile l’esistenza di uno o più geni in grado di impedire al lipocromo rosso di in-
Novelli alimentati con dieta tradizionale, foto: L. Baruffaldi
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Una domanda che spesso sorge spontanea è la seguente: l’ala bianca è forse una mutazione?
teressare remiganti e timoniere? Le evidenze disponibili a tutt’oggi però, non confermano in alcun modo questa ipotesi. Noi tutti nei nostri allevamenti, abbiamo chiare dimostrazioni che “ala bianca” non è una mutazione ma un carattere proprio, genetico, che dipende anche dal tipo di alimentazione somministrata durante la fase di crescita delle penne forti e non solo. Ciò non significa che la genetica non sia rilevante, tutt’altro. Per selezionare gli ala bianca, è indispensabile operare attraverso una selezione dedicata facendo ricorso a riproduttori che mostrino questa caratteristica in modo spiccato e che provengano a loro volta da ceppi selezionati da generazioni per tale caratteristica, che comporta anche una espressione del rosso molto accentuata. L’associazione con altri caratteri tipici degli ala bianca, quali l’intensità e la tonalità del lipocromo, la purezza e la brillantezza del bianco, la sericità del piumaggio, è ben nota. Per avere risultati ottimi, una volta selezio-
nato il ceppo, serve una dieta dedicata. Da qualche anno a questa parte, gli allevatori più in auge adottano un’alimentazione rigorosamente povera di carotenoidi, somministrando ai pulli unicamente mangimi cosiddetti a “pasto unico”, nel senso più ampio del termine. Non nutro alcun dubbio sulla validità di questa scelta sotto il profilo del risultato estetico. Osservo infatti tante foto di novelli nati in questi allevamenti che dimostrano la loro validità con l’ottenimento di novelli dal mantello di colore chiarissimo, tanto da essere confusi con dei bianchi recessivi. Da molti anni allevo rossi utilizzando riproduttori selezionati rigorosamente ad ala bianca, senza ricorrere però all’utilizzo dei pastoni citati. Una scelta ponderata e consapevole dettata dal concetto che una dieta varia, un’alimentazione completa, a base di semi secchi e germinati, albume d’uovo, frutta, tanto altro e pastoni del commercio “tradizionali”, sia più consona alle esigenze dietetiche del canarino. Dovrei inoltre non colorare i riproduttori, in particolare le femmine che non hanno ancora smaltito residui di colorante dalla muta precedente e che li possono trasmettere nell’uovo, ma lo faccio non in modo sistematico.
Nidiacei alimentati col pasto unico, foto: L. Baruffaldi
Devo ammettere che i risultati da me ottenuti non sono però confrontabili con quelli ottenuti dagli allevatori che adottano il pasto unico. Quasi mai ottengo novelli come descritto e soprattutto con penne principali e piume così bianche e che, al contrario, evidenziano residui di colore rispettivamente “giallino” o “giallastro”. I novelli “più bianchi” sono i cosiddetti “tardivi” o “agostani”, ovvero nati in terza covata, quando il colorante potenzialmente trasmissibile dai genitori nell’uovo è ormai “smaltito” o quasi. In ogni caso, anche loro non si mostrano così bianchi. Evito il pasto unico perché come biologo ritengo che i semi e la dieta varia siano necessari allo sviluppo dei novelli ed alle loro condizioni di salute. Privare il canarino che è un granivoro dell’alimento base, mi sembra inoltre andare contro al suo istinto naturale. La mono dieta certamente consente di ottenere risultati estetici molto più validi, ma non mi convince sotto il profilo della naturalità. Questa è semplicemente un’opinione personale. In fondo il mondo è bello perché vario; rispetto le scelte altrui, ma ciascuno di noi è libero di utilizzare la dieta che ritiene più appropriata. Quanto fin qui espresso smentisce chiaramente l’ipotesi dell’esistenza di un improbabile “gene dell’ala bianca” quale carattere indipendente. Se si trattasse di una mutazione, l’ala bianca verrebbe trasmessa automaticamente alla prole senza subire interferenze di nessun tipo, dieta compresa. Sull’origine del canarino rosso è bene precisare che il canarino selvatico, Serinus canaria, dal colore giallo di fondo, in origine non possedeva minimamente il rosso vermiglio dei moderni canarini a fattore rosso, introdotto solamente agli inizi del 900 tramite l’ibridazione col Cardinalino del Venezuela, Spinus cucullatus, fissando così i geni acquisiti geneticamente della colorazione, inizialmente rossa/arancione, e fissandoli nel genoma. La genomica moderna ha permesso di capire molto meglio come determinati meccanismi si avvicendano. Nel 2016 uno studio pubblicato su Current Biology, basato sul sequenzia-
Intenso rosso ali bianche, foto: A. Raimondi
mento dell’intero genoma del Cardinalino del Venezuela, spiegò cosa fosse realmente passato dal cardinalino al canarino, identificando due regioni genomiche trasmesse dal cardinalino. Una di queste contiene il gene denominato CYP2J19, tra i più noti nello studio della colorazione rossa degli uccelli. Tale gene contribuisce alla conversione dei carotenoidi gialli in rossi, mentre la seconda regione genomica proveniente dal cardinalino comprende l’Epidermal Differentiation Complex, o EDC, un complesso di geni coinvolti nello sviluppo delle strutture cutanee e delle penne. Riassumendo, il fenotipo cromatico è in funzione pertanto di diversi sistemi biologici che interagiscono tra loro. Un altro studio di Koch, McGraw e Hill riporta che, alimentando canarini gialli e rossi durante la muta con differenti carotenoidi: beta-carotene, luteina/zeaxantina oppure o con betacriptoxantina/beta-carotene, indipendentemente dal tipo di carotenoidi somministrati, nei canarini gialli il piumaggio si manteneva giallo mentre
nei rossi i carotenoidi assorbiti nel piumaggio lo rendevano arancio/rosso. Pertanto non è il solo carotenoide a determinare la colorazione del piumaggio ma è la componente metabolica che la determina. Inoltre, uno studio coordinato dall’Università di Bologna nel 2023 cita altri geni coinvolti nel processo di pigmentazione dei carotenoidi, oltre a CYP2J19 ed EDC, catalogati come: BCO2 e SCARB1, che riporto unicamente per dovere di informazione, con l’augurio di non tediare troppo il lettore con aspetti genetici non a tutti così familiari. Ciascuno di loro ha funzioni diverse e precisamente: SCARB1 partecipa al trasporto e all’ingresso cellulare dei carotenoidi. BCO2 interviene nel metabolismo e nella degradazione delle molecole carotenoidi. CYP2J19 contribuisce alla produzione dei pigmenti rossi. EDC interviene nella biologia del tegumento.
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Si può pertanto affermare che il risultato finale che si evidenzia sulle penne forti, nasce di conseguenza da una catena di geni complessa. Ne deriva che due soggetti alimentati allo stesso modo non mostrano necessariamente la stessa espressione del colore. Inoltre, se il risultato finale dipendesse dal tipo di colorante, una volta standardizzata la dieta, tutti i canarini dovrebbero esprimere una varietà identica. Di fatto però ciò non accade. Ora vorrei fare qualche considerazione sui coloranti naturali, ovvero su alcuni componenti potenzialmente contenuti in una dieta tradizionale, pastoncini da allevamento compresi, e che possono interferire con la “pulizia” dell’ala dei pulli. Una raccomandazione preliminare è quella di controllare sempre la composizione degli alimenti da somministrare, in particolare verificare la presenza eventuale di carotenoidi naturali. Oltre ai carotenoidi esistono anche i coloranti artificiali”, una famiglia ampia di molecole naturalmente presenti negli alimenti con funzioni biologiche che vanno ben oltre la negatività delle possibili interferenze di colorazione del piumaggio. Luteina, zeaxantina, beta-carotene e beta-criptoxantina sono soltanto alcuni esempi. Uno studio sperimentale sui canarini ha dimostrato che i soggetti a fattore rosso sono in grado di utilizzare diversi precursori presenti nella dieta ed essere assorbiti nel piumaggio. Per questo motivo, nella pratica di allevamento degli ala bianca, durante la “formazione” delle penne forti bisogna fare attenzione agli ingredienti ricchi di carotenoidi, e possibilmente escluderli. L’obiettivo non è quello di “eliminare tutti i carotenoidi”, cosa difficilmente realizzabile e biologicamente poco sensata, ma di limitarli evitando così un carico pigmentante in grado di compromettere la pulizia delle penne forti che nella crescita del piumaggio si formano per prime. Un soggetto può presentare ali non perfettamente bianche e la presenza della cosiddetta doratura definibile come tonalità di colore giallastro o crema delle penne principali. Un difetto derivante dalla presenza di
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carotenoidi non attribuibile automaticamente ad un determinato alimento, come detto, ma da altri fattori, quali l’alimentazione, la genetica, il metabolismo, l’età della penna ed il timing della crescita, possono esserne la causa. La soluzione migliore non è affidarsi alla leggenda del singolo ingrediente “proibito”, ma affidarsi ad una dieta costante e documentata ed osservare l’interferenza data dai diversi alimenti. Per selezionare ottimi ala bianca, non sempre è utile ricorrere al singolo campione. È bene osservare ciò che un determinato riproduttore è in grado di trasmettere alla progenie e registrare i risultati ottenuti da ciascuna coppia. Dopo tre o quattro generazioni si potranno avere informazioni utili e riconoscere quelle famiglie di riproduttori in grado di trasmettere ali pulite in percentuali significative. È bene considerare che i risultati ottenuti in riproduzione dipendono dalla seguente equazione concettuale: Fenotipo = Genotipo + Ambiente + Interazione fra genotipo e ambiente. Che cosa è necessario selezionare concretamente in una linea di ala bianca riducendola a pochi parametri indispensabili? Valuterei separatamente le seguenti caratteristiche: - Qualità e quantità del rosso, di tonalità vermiglio, brillantezza del colore, assenza di deviazioni verso l’arancio o il violaceo. - Uniformità. Il rosso deve essere di forte intensità ed uniforme. - Categoria. In sintonia con i “criteri di giudizio” FOI. - Qualità delle penne forti. Colore bianco (nei rossi), pulizia e integrità di remiganti e timoniere. - Trasmissibilità. Le caratteristiche desiderate dovranno essere trasmesse dai parentali alla progenie. Gli ultimi due punti in particolare distinguono il bel soggetto dal grande ripro-
Per selezionare ottimi ala bianca, non sempre è utile ricorrere al singolo campione
duttore. Da ultimo si può inoltre affermare che la struttura della penna modifica profondamente il modo in cui il lipocromo viene espresso nelle categorie intenso e brinato. Conclusione Per ottenere un soggetto di alto livello necessitano i seguenti presupposti: - capacità del soggetto di trasformare e depositare efficacemente i carotenoidi e di ottenere il colore rosso vermiglio. - una buona struttura del piumaggio distribuita in modo uniforme. - ottenimento del contrasto ala-corpo con remiganti e timoniere integre e pulite. - un’attenta gestione delle diverse fasi di crescita dei nidiacei. È bene affermare ancora una volta che l’alimentazione può esaltare un ottimo patrimonio genetico, ma non può inventarlo. Concludo dicendo che il risultato finale dipende non soltanto dalla genetica e dall’alimentazione, ma anche dalla capacità dell’allevatore di coniugarle al meglio.
Riferimenti bibliografici - Lopes R.J. et al., Genetic Basis for Red Coloration in Birds, Current Biology, 2016: identificazione di CYP2J19 e delle regioni genomiche introgressate dal Cardinalino del Venezuela. - Bovo S. et al., Whole genome sequencing identifies candidate genes and mutations that can explain diluted and other colour varieties of domestic canaries, Animal Genetics, 2023: analisi genomica delle regioni CYP2J19, EDC, BCO2 e SCARB1. - Koch R.E., McGraw K.J., Hill G.E., Effects of diet on plumage coloration and carotenoid deposition in red and yellow domestic canaries, Wilson Journal of Ornithology: studio sperimentale sulla relazione fra dieta, carotenoidi e piumaggio nei canarini rossi e gialli. - Federazione Ornicoltori Italiani, Criteri di Giudizio dei Canarini di Colore: riferimento per intenso, brinato, rosso vermiglio e canarini ad ali bianche. (F.O.I.) - EFSA FEEDAP Panel, Safety and efficacy of canthaxanthin as a feed additive for poultry and ornamental birds, 2014, e normativa europea successiva. - L.Baruffaldi: Varietà e categoria - Italia Ornitologica n°12/2003 - L.Baruffaldi: La varietà in rosso - Italia Ornitologica n° 12/1998 - L.Baruffaldi: Lipocromici rossi ad ala bianca Italia Ornitologica n°2/2010
- Canali G., Crovace D., Paganelli R., Raimondi M., Questione di ali (bianche) - Italia Ornitologica n°7/8 2026 - Canali G., Ali bianche, l’origine del concetto e le conseguenze - Italia Ornitologica n°2/2023 - Paganelli R., Canali G., Ali bianche lipocromi e dintorni - Italia Ornitologica n°12/2018 - da Treccani:"definizione di incrostazioni: L'incrostazione (al plurale incrostazioni) è uno strato o sedimento materiale duro, simile a una crosta, che si forma e si deposita sulla superficie di un oggetto o all'interno di condutture
Nota del Presidente della Commissione Tecnica
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n merito alla nota a margine pubblicata nell’articolo, in cui l’autore esprime perplessità sull’uso del termine “incrostazione” giudicandolo più pertinente al lessico idraulico che all’ornitologia, si ritiene opportuno offrire un breve chiarimento tecnico e linguistico. Ogni settore specialistico sviluppa un proprio linguaggio gergale attraverso la risemantizzazione, ossia conferendo a parole della lingua comune un significato specifico e circoscritto. Nel gergo della canaricoltura di colore, consolidato da decenni di letteratura e pratica espositiva, il termine “incrostazione” indica in modo chiaro e univoco la presenza residua di pigmenti lipocromici o melaninici non conformi allo standard. L’avversione nei confronti di questo vocabolo è pertanto di natura puramente soggettiva e non ne inficia la validità funzionale all’interno del nostro settore, indipendentemente dalla sua origine (sia essa idraulica, agraria, aerospaziale o di altra natura). Si precisa infine, per dovere di cronaca, che la versione degli Standard approvata dall’Ordine dei Giudici e in attesa di ratifica del Consiglio Direttivo Federale non sembra peraltro riportare il termine in questione, senza che ciò costituisca un rinnegamento del valore descrittivo che esso ha storicamente assunto tra allevatori e giudici. Gaetano Zambetta, Presidente CTN Colore
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CRONACA
Ali che uniscono tra passato e futuro testo e foto di DANIELA FRESU
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el mese di maggio l’Associazione Ornitologica Sarda AOS Aps ha vissuto una splendida esperienza di attività didattica e sociale presso la Casa Protetta di Siurgus Donigala, in provincia di Cagliari. Una giornata speciale che ha visto incontrarsi generazioni diverse, unite dalla presenza dei nostri amatissimi volatili. I bambini della scuola dell’infanzia del paese, la quale si trova proprio accanto alla casa di riposo, hanno fatto visita ai “nonnini”, regalando sorrisi, allegria ed emozioni autentiche. Protagonisti indiscussi dell’incontro
sono stati ancora una volta i volatili dell’associazione: i colori vivaci dei pappagalli, il canto armonioso dei canarini, il piumaggio soffice da accarezzare e la possibilità di vivere un contatto diretto e sereno con gli animali hanno creato un’atmosfera davvero unica. I pappagalli dell’AOS, addestrati alle attività didattiche, si dimostrano preziosi compagni anche in contesti sociali delicati e importanti come questo. Con gli anziani favoriscono il risveglio dei ricordi, delle emozioni e dell’interazione, riuscendo spesso a coinvolgere anche le persone più fragili. Nei bambini, in-
vece, riescono a trasmettere curiosità, conoscenza e passione per l’ornitologia, elemento fondamentale perché proprio loro rappresentano il futuro della nostra grande passione. La presenza dei piccoli ospiti ha reso tutto ancora più colorato e festoso, contribuendo a creare un clima di gioia e condivisione che ha coinvolto tutti i presenti. I volontari dell’AOS desiderano esprimere la loro gratitudine alla struttura ospitante e alla scuola dell’infanzia per l’accoglienza, la collaborazione e l’intensa esperienza.
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CANARINI DA CANTO
C’era una volta… I fratelli Seifert: Clemens Seifert ed Heinrich Seifert testo e foto di MICHELE MARIELLA, foto tratte dal volume “GESANGSKANARIEN” edito dala DBK nel 1947
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el piccolo insediamento minerario di Sankt Andreasberg, nell’Alto Harz, viveva il minatore Heinrich Friedrich Trute, detto Wilhelm Trute (nato il 5 marzo 1836, morto il 20 ottobre 1889). Allevava canarini che divennero famosi in tutto il mondo come “Harz Rollers”. Questi canarini della “linea Trutschen” si distinguevano per il loro canto particolarmente fine, cavernoso e squillante. I suoi canarini portarono a lui e alla sua città natale fama mondiale. Molti altri cittadini di Sankt Andreasberg allevavano anch’essi canarini da canto e volevano sfruttare il successo di Wilhelm Trute per trarne profitto. Tra coloro che sono noti per nome ci sono il caposquadra Müller, il calzolaio Bock, il fabbro Engelke, il sarto Mohrig, Heinrich ed Eduard Volkmann, August Weyland, Wilhelm Engelke, Christian Mohrig, Ludwig Schell, Eduard Rosenbusch e il minatore in pensione Heinrich Seifert.
Miniera d’argento di Samson
Molti cittadini di Sankt Andreasberg allevavano anch’essi canarini da canto
Nell’ottobre del 1880, l’allevatore di canarini Otto Brandner si recò da Stettino, in Pomerania, a Sant’Andreasberg. Lì visitò tutti i suddetti allevatori di canarini canori e classificò i loro uccelli in base alle loro prestazioni canore. I canarini di Heinrich Seifert, di Schützenstraße si classificarono solo al 12° posto “...perché i canarini erano ancora troppo indietro nell’addestramento”. Si dice inoltre che Seifert lavorasse come “addetto alla selezione”. Gli addetti alla selezione avevano il compito di smistare i giovani canarini destinati alla vendita, controllandone il sesso, il colore e il valore com-
plessivo. Carl Ritsert riferì inoltre che, nel 1877, l’allevatore H. Seifert “servì come giudice canoro per i canarini alla mostra dell’associazione “Aegintha” a Berlino. Chiunque legga questi vecchi documenti potrebbe supporre che questo H. Seifert di St. Andreasberg sia uno dei “fratelli Seifert” di Dresda. Niente affatto! Deve trattarsi di una coincidenza di nomi o di un altro membro della famiglia. I fratelli Seifert Löbtau, vicino a Dresda, era un piccolo villaggio appena fuori dalle mura cittadine. A causa del suo diffuso allevamento di bestiame, Löbtau veniva un tempo chiamata, in tono beffardo, “Löbte delle mucche”. La piazza del villaggio, che si estendeva tra le vie Tharandter e Zwickauer, fungeva da pascolo. Sebbene nel 1834 il villaggio contasse solo 163 abitanti, la popolazione si mol-
Henrich Seifert (persona seduta con le mani conserte)
Allevatore W. Schreyer
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Immagine di oltre un secolo fa della famiglia Dehner sui monti Harz
tiplicò nei decenni successivi e fu incorporato nella città di Dresda nel 1903. Heinrich Moritz Seifert, nacque in questo villaggio di Löbtau nel 1862. Non si sa nulla dei suoi genitori. Tuttavia, un’occhiata all’elenco degli indirizzi del 1863 rivela un “custode del manicomio” di nome Georg Seifert, che viveva al piano terra di via Löbtauer 5. Non è possibile stabilire se fosse il padre di Clemens e Heinrich Seifert, ma è l’unico Seifert elencato a Löbtau in quel periodo. Estratto da una mappa di Dresda che mostra il sobborgo di Löbtau nel 1862. Clemens Seifert Nel 1885, Heinrich Seifert lasciò la casa dei genitori e si trasferì a Dresda per vivere con il fratello maggiore, Carl Clemens Seifert. Carl Clemens Seifert era un droghiere e viveva al numero 13 di Wachsbleichgasse, al piano terra. Wachsbleichgasse (oggi Wachsbleichstraße) prende il nome dai fabbricanti di candele che vi abitavano e producevano candele bianche sbiancate con cera d’api gialla. Clemens Seifert allevò una razza di canarini canori che veniva ancora elogiata dai giudici 14 anni dopo la sua morte. Gli uccelli di questa “razza Seifert” furono i primi veri canarini rotolanti nobili.
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Produzione ed assemblaggio delle gabbie Harz, tipica famiglia a lavoro
Dal 1892 al 1898, il giudice R. Fleischer di Torgau assegnò ogni anno premi ai soggetti di Clemens Seifert (morto nel 1894) e Heinrich Seifert. A suo parere, Clemens era di gran lunga superiore al fratello come intenditore di canti. Nel 1893, Clemens Seifert presentò sei soggetti, che furono giudicati da R. Fleischer e dal suo collega Laube di Chemnitz. Il numero 28 produsse “...rulli cavi molto curvi e Schockel fino al registro più basso, poi un Dau-Pfeife; anche l’Hohlklingel e le Klingel erano molto belle”. Gli altri esemplari si comportarono quasi altrettanto bene nei rulli cavi, nelle Klingel e nei fischi bassi. Solo il numero 31 produsse Pfeife molto spesso. Affascinati da questi uccelli, entrambi i giudici desideravano acquistarne alcuni da Clemens Seifert. Clemens non poté consegnare gli esemplari che desideravano, ma menzionò di aver acquistato alcuni maschi dal commerciante Clauß di Dresda, e che tra i giovani c’erano alcuni uccelli dal canto profondo. A metà settembre del 1894, Fleischer si recò nuovamente a Dresda per incontrare Clemens Seifert e acquistare altri uccelli. “Aveva i giovani più grandi in gabbie individuali; due uccelli anziani cantavano ancora, uno dei quali eccel-
leva nelle note cavernose e nei fischi profondi, ma il suo campanellino era un po’ aspro”. Ma anche in questo caso, Clemens non vendette alcun uccello, poiché non gli restava molto da vivere e voleva goderseli finché poteva. Il suo presentimento si rivelò corretto, poiché morì nell’ottobre del 1894. Clemens Seifert fu probabilmente membro della prima Associazione degli Allevatori di Canarini di Dresda”, che esiste ancora oggi, poiché la seconda associazione di allevatori di Dresda, “Canaria I”, fu fondata solo nel 1884. Purtroppo non si sa se e a quale associazione di allevatori appartenesse Heinrich Seifert. Tuttavia, entrambi partecipavano insieme alle mostre dell’associazione. “Lì, Heinrich ascoltò i canarini di Edelroller e ora desiderava allevare lui stesso questi uccelli, ma solo quelli che possedevano particolari qualità nel canto”. I canarini di Clemens non interessavano a suo fratello Heinrich. Heinrich Seifert Heinrich Seifert iniziò ad allevare la razza locale comune nel 1889. “Da Clauß, venne a conoscenza di soggetti dal canto molto profondo ma che presentavano anche dei difetti. Acquistò due canarini dal canto profondo con
l’obiettivo di ridurre ed eliminare i difetti che si manifestavano nella loro prole attraverso la selezione genetica. Ricevette anche otto femmine da Clauß, provenienti da un allevatore che aveva esemplari di razza pura. Con questi soggetti, Seifert iniziò il suo allevamento dell’Edelroller nel 1891, e lo fece solo per tre anni”. Nel verbale dell’Assemblea Generale della V.D.K. del 15 e 16 agosto 1908 a Kiel, al punto 5 dell’ordine del giorno, interviene il giudice R. Fleischer di Torgau. Il suo argomento: “Gli uccelli Seifert e il loro sviluppo”. Il signor Fleischer affermò che i Seifert custodivano gelosamente il segreto sugli uccelli che allevavano. Il giudice continuò il suo racconto degli eventi del 1894. Dopo la morte di Clemens Seifert, Heinrich ereditò i suoi uccelli. Tuttavia, li vendette a un certo signor Kanitz. Il signor R. Fleischer tentò quindi di acquistare gli uccelli di Clement da Kanitz, ma scoprì che non appartenevano a Clemens. A quanto pare, Heinrich Seifert aveva spacciato i propri uccelli per quelli di Clement. Fleischer andò immediatamente a trovare Heinrich Seifert, che presumibilmente viveva in Schlossstrasse a Dresda, un indirizzo molto prestigioso anche all’epoca. Tuttavia, nessun Seifert risulta negli elenchi telefonici di quel tempo in Schlossstrasse. È possibile che fosse in subaffitto ma, data la sua vasta collezione di uccelli, ciò avrebbe richiesto una notevole comprensione da parte del proprietario. Nell’appartamento di Heinrich Seifert, il signor R. Fleischer non udì mai più un concerto di canti più bello di quello. “Profondi rulli cavi e cinguettii, splendidi tintinnii e fischietti tintinnanti si alternavano uno dopo l’altro. C’era anche un usignolo tra loro con un buon rullo cavo e un bel tintinnio, ma produceva un bello squillo e molto spesso dei fischi acuti scadenti. ... Rulli cavi, tintinnii, cinguettii e fischi, tutto era limpido, c’era del metallo in esso.” Fleischer riferì anche delle peculiari pratiche di vendita di Heinrich Seifert. Per ore, agli intenditori di canti venivano presentati uccelli che lui presumibilmente voleva vendere. Naturalmente, gli acquirenti volevano poi acquistare i cantori migliori. Ma Heinrich Seifert di-
Cerimonia di premiazione per i giudici che si sono distinti per i risultati ottenuti in occasione del campionato nazionale in Germania
Dopo la morte di Clemens Seifert, Heinrich ereditò i suoi uccelli. Tuttavia, li vendette a un certo signor Kanitz
ceva poi che non poteva venderli perché ne aveva bisogno per sé. Fu attraverso questo modo indiretto che acquisì conoscenze sulla qualità del canto dei suoi uccelli. “Senza questo ‘aiuto’, non ce l’avrebbe fatta, perché la sua conoscenza del canto era minima all’epoca”. E dovette tenere per sé, per vari motivi, il fatto che gli uccelli provenissero dal fratello defunto, perché desiderava an-
Struttura espositiva al campionato tedesco
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che il riconoscimento che il fratello aveva ricevuto, quindi dovette tacere. Esistono resoconti piuttosto diversi sull’ulteriore sviluppo degli “Uccelli di Seifert”. Ad esempio, si dice che i sei uccelli che espose il 1° gennaio 1895 producessero il suono cavo e limpido di prima solo con un tono smorzato e che le belle campanelle cristalline non avessero più la loro splendida sonorità metallica. Neibecker, d’altra parte, scrive che si trattava dei primi uccelli puri, che suscitarono sensazione per la loro eccezionale profondità. R. Fleischer affermò, inoltre, che i soggetti non avevano mostrato ulteriori miglioramenti l’anno successivo, il 1896. Tuttavia, altre fonti indicano che la sua collezione (allora composta da sei piccioni) ottenne 378 punti a Dresda nel 1896, il punteggio più alto mai raggiunto fino a quel momento. Heinrich Seifert commentò in seguito: “Se fossi stato membro della V.D.K., avrei ricevuto la medaglia d’oro già allora. Gli allevatori in visita rimasero stupiti quando sentirono i miei Harz. In particolare, il signor Fleischer di Torgau fu entusiasta della qualità del mio lignaggio”. R. Fleischer affermò poi che nel 1897 Heinrich Seifert aveva ulteriormente migliorato la sua razza e che negli anni successivi era riuscito a consolidare la razza Knorre e a mantenerne la posizione di
Jakob Ziegler. Gunter Detzner
vertice. Come sia potuta nascere quest’opinione rimane un mistero, dato che nel 1898 a Lipsia Heinrich Seifert ottenne 497 punti con i suoi sei soggetti, una media di 83 punti per piccione. Il successo di Heinrich Seifert può essere attribuito anche a un nuovo metodo di allevamento. La maggior parte degli allevatori faceva accoppiare i pro-
Riunione delle delegazioni DKB-RFT e GDR , a sinistra il presidente DKB, Jakob Ziegler, Gunter Detzner, membro del consiglio DKB, Otto Lorenz allevatore della Germania dell’est , GDR
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pri uccelli in un’unica voliera, con diversi maschi e femmine insieme. Questo rendeva impossibile determinare con precisione la linea di discendenza della prole e non permetteva una selezione mirata. Heinrich Seifert, invece, collocava le femmine in una gabbia e vi aggiungeva un maschio specifico fino alla deposizione del quarto uovo. A quel punto, il maschio veniva trasferito con una femmina diversa. In questo modo, le preziose qualità canore di un maschio potevano essere trasmesse a molte femmine e alla loro prole. Era inoltre possibile tracciare la linea di discendenza, il che facilitava la successiva selezione dei nuovi riproduttori. Inizialmente, Heinrich Seifert allevava con otto femmine e uno o due maschi. In seguito, il numero aumentò fino a 100 femmine e 30 maschi. Nel 1902, Heinrich Seifert emigrò inaspettatamente in America (per “America” si intende certamente un sinonimo di USA). Altri ritengono che sia stato espulso dall’Impero tedesco per motivi “inconsistenti”. Il patrimonio avicolo fu diviso. Heinrich Seifert racconta: “I migliori esemplari andarono al (Dott.) Wolf di Dresda, che li selezionò”. Anche il signor Hermekin di Berlino ricevette buoni esemplari insieme al resto del patrimonio che aveva ereditato. Altri allevatori presero solo singoli esemplari. Sua moglie, tuttavia, tenne i migliori e continuò ad allevarli; ne portò alcuni in America. Dopo la prima guerra mondiale e il crollo dell’Impero tedesco, Heinrich Seifert tornò in Germania nel 1918 (non nel 1920, come affermano altre fonti). Portò con sé 78 uccelli dall’America, più di quanti ne avesse portati con sé. Già nel 1919, espose presso i club di Lipsia “Kanaria” e “Fortschritt”, dove la sua collezione ricevette punteggi variabili nella classe generale, che andavano da 336 a 262 punti. La classe generale non includeva gli uccelli che aveva allevato lui stesso o gli uccelli senza anelli alle zampe. Il 15 agosto 1920 si tenne a Dresda la 26ª Assemblea Generale della V.D.K. (Associazione degli Allevatori Tedeschi di Ghiandaia Rullante). Alle 9:30, il presidente Fritz Blanck di Berlino-Wilmersdorf aprì i lavori. La conferenza si svolgeva nella città natale di Heinrich Seifert, “...da dove la razza Seifert ha iniziato il
suo viaggio nel mondo degli allevatori. Grazie alla diffusione di questa varietà, gli allevatori sono stati e sono tuttora in grado di perfezionare ulteriormente il canto della Ghiandaia Rullante”. Oggi scopriremo di più sull’origine di questa razza tanto discussa. Poiché attorno alla razza Seifert sono nate molte leggende, come quella secondo cui i profondi fischi sarebbero stati ottenuti grazie all’incrocio con femmine di Ciuffolotto, a Heinrich Seifert fu chiesto di ripercorrere la sua carriera e rispondere alle domande degli allevatori presenti. Il presidente Fritz Blanck chiese: “È stato affermato che lei abbia ricevuto i suoi primi canarini da suo fratello”. Heinrich Seifert, rispose: “Questo non è corretto. Mio fratello, con cui lavoravo in un’attività commerciale, iniziò in seguito ad allevare canarini. Inizialmente aveva dei canarini miei, ma in seguito una razza diversa. … Mio fratello aveva una bellis-
Heinrich Seifert continuò ad allevare canarini, dato che si faceva registrare come “allevatore di canarini” nell’elenco telefonico
sima razza di canarini canori di razza pura, per la quale vinse sei secondi premi a una mostra, ma i canarini non avevano la necessaria profondità del canto. Dopo quella mostra, mio fratello mi disse: ‘Ora prenderò la tua razza, nonostante i suoi molti difetti’. Grazie alla stirpe individuale, siamo poi riusciti a far emergere molto rapidamente la profondità necessaria anche nella sua razza”. Il motivo per cui Heinrich Seifert fece questa affermazione rimane oggetto di
speculazione. Secondo le testimonianze contemporanee raccolte, la situazione era probabilmente alquanto diversa. Clemens Seifert iniziò ad allevare canarini canori molto prima e con grande successo. Dopo il congresso della V.D.K. (Associazione dei Canarini di Dresda) del 1920, non si hanno più notizie di Heinrich Seifert. Il periodo successivo fu segnato dalla Grande Depressione e dall’iperinflazione. Questo deve aver messo a dura prova molti allevatori di uccelli che si sforzarono di preservare il loro hobby, e alcuni potrebbero aver rinunciato. A quanto pare, Heinrich Seifert continuò ad allevare canarini, dato che si faceva registrare come “allevatore di canarini” nell’elenco telefonico di Dresda del 1932. Il suo ultimo indirizzo risultava essere Erlenstraße 22, primo piano, a Dresda-Neustadt. Heinrich Moritz Seifert morì a Dresda nel 1932 all’età di 70 anni.
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R ecensioni La passione per i Canarini di Colore in un romanzo Titolo: “Incantesimi in attesa della mezzanotte” Autore: Mauro Montanaro Pagine: 294 (copertina plastificata) Prezzo: 18 €
Novità editoriali
di DIEGO CROVACE “Incantesimi in attesa della mezzanotte” è il titolo di un romanzo onirico, che narra situazioni reali ed all’apparenza paradossali, ma che a ben vedere hanno una logica che è possibile interpretare solo attraverso una visione superiore, quasi spirituale. Cos’ha di particolare questa opera? L’autore è un allevatore di canarini di colore, Mauro Montanaro, che con stile narrativo fluido e coinvolgente, denso di emozioni, dona momenti di riflessione attraverso le dettagliate descrizioni di luoghi e stati d’animo. Incastonata nel racconto vi è la passione per la selezione di questa particolare Razza di canarini, disciplina che suscita la curiosità di una donna, la quale per una coincidenza fortuita (o per volere del destino), entrerà in contatto con il protagonista principale del racconto, Giulio. A fare da contorno una villa isolata, immersa in un contesto naturale, in cui è possibile percepire energie primordiali che in un certo senso leniscono in Giulio il brusio mentale generato dal suo burrascoso passato e lo guidano nell’interpretare le proiezioni del suo inconscio, facendogli compiere le scelte più opportune. L’altra protagonista del romanzo è Silvia, catapultata in una realtà che ben presto le cambierà radicalmente la vita, in modo inatteso, coinvolgente e irrefrenabile poiché si attiveranno frequenze superiori, che non lasciano spazio alla mente razionale, incapace di governare il turbinio di emozioni che coinvolgono principalmente il cuore e di lì si diffondono in tutto l’organismo. In realtà i protagonisti sono entrambi artefici inconsapevoli del proprio destino poiché con il
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loro vissuto, i loro pensieri, le loro aspettative ed aspirazioni, hanno generato un “campo quantico” che, obbedendo alle leggi dell’universo, si manifesta nella realtà terrena. Non volendo “spoilerare” il romanzo e rimanendo in tema ornitologico, una frase in esso contenuta mi ha molto colpito ed al contempo emozionato: “sono continuamente innamorato di quanto riesco a creare. La bellezza si può creare, almeno questo l’ho imparato”. In questa espressione è concentrata l’essenza di noi allevatori di Razze di uccelli per scopo ornamentale. Siamo a tutti gli effetti creatori di qualcosa che in natura non esiste, attingendo da ciò che la natura ci ha regalato. Ritengo non sia un caso che il verbo creare si ripeta più e più volte nel libro, anche come radice di sostantivi. E vorrei ricordare che in spagnolo, così come in portoghese, gli allevatori sono chiamati criadores (creatori), sostantivo di origine latina la cui radice deriva appunto dal verbo creâre (creare, produrre).
CRONACA
Un giudizio “partecipato” del Salentino testo e foto di MARCO DE BLASI
I
l mio incontro con il canarino Salentino nacque là dove ogni storia autentica prende vita: nella sua culla. Era il 2003, un anno che oggi mi sembra lontano eppure vicino, come quelle memorie che restano sospese nell’anima e continuano a brillare, anche dopo tanto tempo. Furono Sergio Palma e Carmelo Caroppo, amici, giudici di canarini FPL, ideatori e custodi di una visione a rivolgermi quella chiamata silenziosa. Mi invitarono, insieme ad altri soci dell’Associazione Ornitologica Salentina, a far parte del comitato che avrebbe dato i primi contorni a una razza nuova, fragile come una promessa, forte come una speranza.
Fasi del Giudizio dei Salentini esposti
Ricordo l’entusiasmo di allora: un’emozione limpida, simile alla luce del mattino quando filtra tra le tende e apre il giorno. Accettare quel progetto significava dare un senso più grande alla mia passione di allevatore: non soltanto curare, selezionare, crescere… ma contribuire insieme a loro a creare. Sentivo, nel profondo, che quell’impegno sarebbe stato riconosciuto. Forse non sapevo come, né quando… ma lo intuivo. Era come prendere in mano un seme e credere, senza esitazioni, che prima o poi sarebbe fiorito. A ripensarci oggi, credo che quella scelta fu un vero atto di fede. Una fede fatta di passione, dedizione e amore verso un progetto che, già nel nome – Salentino – racchiudeva tutto ciò a cui sentivo di appartenere: la mia Associazione, la mia Terra, le mie radici. Era un sentimento che nasce spontaneo quando riconosci qualcosa di tuo, prima ancora che esista davvero. Così iniziò il mio cammino al fianco del canarino Salentino: un percorso fatto di pazienza, impegno e attese. Un viaggio che oggi ricordo come una delle pagine più belle della mia vita di allevatore, una pagina scritta con il battito d’ali di un sogno che, un giorno, decise di prendere forma. La mia convinzione nasceva dalla fiducia profonda che riponevo nella guida sicura e nell’esperienza di Sergio e Carmelo e nella forza silenziosa ma potente che, come gruppo, ci avrebbe accompagnati lungo il cammino. Era la certezza che, uniti, avremmo saputo trasformare un’idea in una forma viva,
un progetto in una presenza reale. Allora non avrei mai immaginato che un giorno mi sarei trovato dall’altra parte del tavolo, a partecipare al giudizio in una specialistica dedicata proprio al Salentino. E invece, il 3 gennaio 2026, il destino ha voluto sorprendermi. Ho avuto l’opportunità di prendere parte alle operazioni di giudizio in qualità di “allevatore esperto”, affiancando il Giudice OMJ Camillo Napolitano — membro della CTN FPL — nell’esame accurato dei canarini salentini esposti alla mostra specialistica “Le Ali Ioniche”, organizzata dall’Associazione Ornitologica Tarantina, con il contributo del Club Amici del Salentino e della A.O.S. Lecce.
Fasi del Giudizio dei Salentini esposti
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Ritrovarmi lì, davanti a quei soggetti, è stato come chiudere un cerchio che non sapevo di aver aperto tanti anni prima. Pur giudicando da molti anni nella specializzazione EFI, questa è stata per me un’esperienza unica e particolarmente interessante. Mi ha dato l’opportunità di confrontarmi con il collega Camillo Napolitano e di ascoltare dal vivo le sue considerazioni e osservazioni sui soggetti in gara prima della compilazione della scheda di giudizio. Ho inoltre potuto esporre il mio punto di vista sui pregi e difetti dei vari esemplari oggetto di valutazione, vivendo così un momento di crescita professionale molto prezioso. Seppur nel contesto della manifestazione, ho potuto constatare gli straordinari progressi che il Salentino ha compiuto nel tempo. È stata fatta tanta strada per arrivare all’affermazione di questa razza di canarini. Sono stati anni di grande impegno, costanza nell’allevamento e di una selezione rigorosa e mirata, sempre sotto la guida di Sergio e Carmelo. Grazie a questo lavoro attento e appassionato siamo riusciti a intravedere risultati concreti, che rappresentano il giusto riconoscimento per tutti coloro che, come me, hanno creduto e continuano a credere in questo progetto. Un percorso che ha trovato piena realizzazione con il riconoscimento ufficiale prima della F.O.I. nel 2010 e poi nel 2020 da parte della C.O.M. Grazie al Club Amici del Salentino, egregiamente diretto prima dall’amico pre-
Statuette del Salentino
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il Salentino prosegue il suo percorso di crescita e affermazione
sidente Marcello Iacovizzi e poi dal giovane neopresidente Alessandro Lezzi, la diffusione della razza continua a essere sostenuta con impegno, costanza e tanta passione. Già lo scorso anno il Club aveva organizzato, presso il Museo di Storia Naturale di Calimera (LE), un Master specialistico con relatore il giudice OMJ Vulzio Lazzarini: un’occasione preziosa per fare il punto della situazione, condividere osservazioni tecniche e definire con chiarezza le azioni necessarie al miglioramento della razza. Anche quest’anno, in concomitanza con la Mostra Specialistica, il Master è stato nuovamente proposto, arricchito dalla partecipazione dell’intera CTN FPL, a testimonianza dell’attenzione e della serietà che circondano questo progetto. Non meno importante è il sostegno costante che il Club offre ai soci espositori, accompagnandoli nella partecipazione alle numerose specialistiche disseminate in giro per lo Stivale. Un sostegno che si traduce in presenza, consigli, incoraggiamento: un vero spirito di comunità che permette al Salentino di crescere, farsi conoscere e mo-
strarsi al mondo con la dignità che merita. Attraverso il Club, che annovera soci in varie regioni d’Italia e anche all’estero, il Salentino prosegue il suo percorso di crescita e affermazione: il numero di soggetti esposti nelle competizioni ornitologiche è in costante aumento e, in alcuni casi, supera quello di altre razze “storiche” dei canarini di forma e posizione liscia. Vedere oggi questi risultati è un sogno realizzato, un motivo di orgoglio non solo per chi ha ideato e pianificato questo splendido progetto, ma anche per chi ha creduto – e non era scontato – che quell’idea potesse un giorno diventare realtà. È vero: credere nei sogni ci aiuta a migliorare noi stessi e coloro con cui li condividiamo. Per rendere ancora più speciale la mia partecipazione alle “Ali Ioniche 2026”, ho voluto lasciare un segno tangibile, qualcosa che parlasse non solo del mio impegno, ma anche del mio cuore. Così ho deciso di omaggiare i vincitori Best in Show della specialistica con delle statuette in terracotta, realizzate da me, raffiguranti un Salentino a grandezza naturale: uno a testa liscia e uno a testa ciuffata. Piccole sculture, nate dalle mani e dalla pazienza, che hanno saputo incuriosire ed emozionare gli amici espositori. È stato il mio modo di dire grazie, di celebrare insieme a loro una razza che, per tutti noi, è molto più di un semplice canarino: è una storia, un’eredità, un’identità che ci unisce.
Alcuni componenti del Club Amici del Salentino
Riunione RR. Abruzzo-Molise testo e foto di Aldo Caruso
D
omenica 17 Maggio 2026 si è svolta la riunione del Raggruppamento Abruzzo/Molise. Per la prima volta è stata scelta come location per l’incontro Termoli, ridente cittadina costiera del territorio molisano, facilmente raggiungibile un po’ da tutte le Associazioni partecipanti. L’Associazione ospitante è stata la “Associazione Ornicoltori Molisana” rappresentata dal Presidente Massimo Pinelli, coadiuvato per l’occasione da diversi altri soci. L’evento è stato realizzato presso lo storico stabilimento balneare “Medusa”, gestito dal sottoscritto tesserato e giudice F.O.I. Aldo Caruso, che ha messo gentilmente a disposizione i locali della sua attività. La riunione ha avuto inizio alle ore 10:00 ed è terminata alle ore 12:00
circa; la stessa è stata presieduta da Domenico Maione, coadiuvato dal vicepresidente Antonio Del Ponte e dal segretario Michele Fossati. Approfittando della splendida giornata di sole, si è deciso di svolgere la riunione all’aperto, all’ombra di generosi ombrelloni, in prossimità della spiaggia. Presenti sei Associazioni su nove che compongono il Raggruppamento, si è proceduto alla discussione degli argomenti posti all’ordine del giorno, tra cui la ricorrenza del 40° anniversario dalla costituzione dell’Associazione Sulmonese, destinataria di una targa ricordo ricevuta dalla Federazione. Nell’originale ambito marinaresco, l’assemblea di Raggruppamento si è svolta in perfetta comunione d’intenti ed è terminata nel migliore dei modi: a tavola.
Il pranzo organizzato dopo il termine delle attività istituzionali ha reso ancor più intenso e conviviale l’incontro molisano, cementando maggiormente i rapporti tra le associazioni, meglio ancora tra le persone, che danno vita al raggruppamento.
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P ensieri in libertà In memoriam: Pasquale Pace testo e foto di Raffaele Cecere
I nostri ricordi
Un faro della tradizione ornitologica campana Con profonda mestizia, oggi 20 luglio 2026, il mondo dell’ornitologia italiana saluta Pasquale Pace, figura di assoluto rilievo e autentico maestro dell’allevamento, la cui opera ha segnato in modo indelebile la storia dell’ornitofilia campana. Non si può comprendere appieno la figura di Pasquale Pace senza considerare la sua innata vocazione alla didattica e al confronto. Non è stato soltanto un custode geloso dei segreti dell’allevamento, ma un mentore generoso per intere generazioni di giovani appassionati. Chi si avvicinava per la prima volta al mondo del Gibber Italicus trovava in lui una guida paziente, capace di spiegare con parole semplici la complessità della genetica e della selezione. La sua casa e il suo allevamento erano porte sempre aperte per chiunque avesse sete di imparare, rendendo la sua conoscenza un bene comune e accessibile. La sua scomparsa priva la comunità di un pilastro insostituibile, custode di un sapere che egli ha sempre trasmesso con rigore, generosità e profonda dedizione. L’arte di costruire istituzioni Fondatore dell’Associazione Ornitologica Scafatese, che guidò per anni con encomiabile rettitudine, Pasquale Pace fu protagonista delle tappe evolutive del Raggruppamento Campano e della diffusione delle attività della F.O.I. nella nostra regione. Negli anni in cui l’ornitologia meridionale cercava una sua forte identità e un definitivo riconoscimento nei quadri nazionali, Pasquale Pace ha rappresentato il ponte ideale tra la tradizione locale e i vertici della F.O.I. Il suo attivismo non era legato a una visione campanilistica, bensì al desiderio profondo di dimostrare il valore e l’eccellenza degli allevatori campani. Sotto la sua spinta, le mostre locali si sono trasformate da semplici eventi espositivi a veri e propri simposi cul-
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turali, capaci di attrarre l’attenzione dei più severi giudici internazionali. Dopo lo scioglimento dell’associazione da lui fondata, egli scelse di associarsi all’Associazione Ornitologica Vesuviana, crogiolo di fini allevatori di Gibber Italicus. Con il suo ingresso nell’Associazione Ornitologica Vesuviana, questa ereditò non solo un socio, ma un punto di riferimento, un uomo capace di elevare il livello tecnico e culturale dell’intero sodalizio. L’etica della selezione e il rispetto della natura Per Pasquale l’allevamento non era una mera ricerca del trofeo o del riconoscimento formale, ma un dialogo intimo con la natura. La sua filosofia selettiva si fondava sul rispetto assoluto del benessere dei suoi soggetti: ogni accoppiamento era il frutto di riflessioni profonde, ore di osservazione silenziosa e una conoscenza enciclopedica degli standard. La bellezza dei suoi canarini non era mai artificiale, ma la naturale conseguenza di una cura quotidiana meticolosa, dove la pulizia, l’alimentazione perfetta e l’armonia dell’ambiente circostante erano considerate requisiti imprescindibili prima di qualsiasi calcolo genetico. Il cultore del Gibber Italicus La vita di allevatore di Pasquale Pace è stata intimamente intrecciata al Gibber Italicus, razza che egli ha amato con passione viscerale e alla quale ha dedicato un percorso selettivo di altissima scuola. La sua competenza, riconosciuta a livello nazionale, lo rese uno dei massimi interpreti di questa razza, capace di comprenderne l’essenza e di plasmarne l’evoluzione con mano ferma e visione lungimirante. In una fase successiva, egli seppe dedicare la stessa maestria agli Arricciati del Sud, ottenendo risultati di pari prestigio. Un riconoscimento solenne al suo contributo all’ornitologia è giunto dalla rivista Italia Ornitolo-
P ensieri in libertà Le vittorie e la nobiltà del nome Le sue gabbie nelle esposizioni, autentici scrigni di perfezione selettiva, furono per decenni meta di giudici, esperti e appassionati provenienti da ogni parte d’Italia. Le sue vittorie nelle esposizioni, numerose e prestigiose, contribuirono a costruire una fama tale che il solo nome “Pasquale Pace”, apposto dai negozianti sulle teche dei canarini, divenne sigillo di garanzia, sinonimo di nobiltà genetica, garanzia assoluta di qualità e serietà allevatoriale. L’eredità di un uomo d’altri tempi La notizia della sua scomparsa ha lasciato un vuoto incolmabile tra i soci dell’Associazione Ornitologica Vesuviana e in tutto il Raggruppamento Campano. I messaggi di cordoglio che
giungono in queste ore da ogni angolo d’Italia testimoniano la stima universale di cui godeva. Con Pasquale Pace si congeda un allevatore che apparteneva a una stagione irripetibile dell’ornitologia italiana: una stagione fatta di studio, sacrificio, disciplina e amore autentico per gli animali. La sua eredità non si esaurisce nelle linee di sangue che ha plasmato, ma vive negli insegnamenti che ha impartito, nelle istituzioni che ha contribuito a edificare, nel ricordo luminoso che lascia in chi ha avuto il privilegio di conoscerlo. Oggi, nel salutarlo, la comunità ornitologica non si limita al pianto, ma si stringe intorno alla sua famiglia formulando una promessa solenne: quella di non disperdere il patrimonio di valori, di etica e di passione che Pasquale ha seminato lungo il suo cammino. La comunità ornitologica italiana ne custodirà per sempre la memoria, consapevole che uomini come lui non scompaiono: continuano a vivere nelle radici profonde di una tradizione che hanno contribuito a rendere grande.
Il presidente dell'AOV Antonio Rosa (a sinistra) consegna una targa al socio Pasquale Pace (a destra) per meriti espositivi.
I nostri ricordi
gica (luglio-agosto 2026), con un articolo ispirato a lui e la copertina, dove campeggia un suo canarino di straordinaria ed esemplare bellezza.
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O rniFlash Il passero domestico rischia di scomparire dalle nostre città
News al volo dal web e non solo
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l passero è senza ombra di dubbio uno degli uccelli piccoli più comuni e diffusi sul nostro continente, e in Italia. Eppure secondo recenti studi si sta avviando verso l’estinzione. Negli ultimi quattro decenni si è assistito alla scomparsa di 1/6 degli uccelli, pari a una perdita di quasi 600 milioni di esemplari. Fra le specie più colpite da questa estinzione ci sono la cutrettola gialla (97 milioni di esemplari in meno), lo storno (75 milioni in meno) e l’allodola (68 milioni di uccelli in meno). …. Quella del passero domestico (Passer domesticus) è la specie che ha subito le perdite maggiori, arrivando a dimezzare quasi metà della sua popolazione, mentre il suo parente più vicino, il passero mattugio, ha subito la diminuzione di più di 30 milioni di esemplari. Entrambe le specie si stanno estinguendo a causa dei cambiamenti nelle pratiche di coltivazione, ma il passero domestico risulta sparito anche dai cieli di molte città per ragioni che gli scienziati non sono riusciti ancora a comprendere del tutto, ma che probabilmente includono la scarsezza di cibo, l’inquinamento e la sempre maggior presenza di corvidi, che spesso risultano specie predatrici dei passeri. L’innalzamento della temperatura sta cambiando i delicati equilibri naturali che regolano il fenomeno migratorio, come le date di arrivo e partenza delle specie volatili dall’Europa verso l’Africa. Anche la desertificazione e la scomparsa di zone umide, per la crescente antropizzazione, mettono in difficoltà molti uccelli che non trovano più i siti di sosta abituali durante il loro viaggio. In Italia la scomparsa del passero si osserva soprattutto nelle grandi aree urbane del Nord, dove invece risultano crescenti specie, come le cornacchie o le taccole. Fonte: https://www.ilmeteo.net/notizie/scienza/il-passero-domestico-rischia-di-scomparire-dallenostre-citta-ecco-le-cause-che-lo-stanno-portando-verso-l-estinzione.html
Un uccello da 16 grammi che può volare per 45 ore senza sosta
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esa appena 16 grammi, ma è in grado di attraversare il Sahara volando per quasi due giorni consecutivi. Questo campione di resistenza è lo stiaccino, uccello passeriforme capace di realizzare una vera e propria impresa durante la sua migrazione. Malgrado le sue incredibili doti, la popolazione in Svizzera è in declino, avverte la Stazione ornitologica svizzera di Sempach (LU). Secondo uno studio su sette stiaccini, al quale ha partecipato l’istituto lucernese, questo uccello riesce a volare in primavera fino a 45 ore di fila sopra il deserto. La sua maratona si svolge ad altitudini comprese tra i 4000 e i 6000 metri e a temperature che toccano anche i -10 gradi, si legge in una nota odierna. I ricercatori hanno dotato i volatili di geolocalizzatori che misuravano la luce e la pressione luminosa. I dati raccolti hanno mostrato che gli animali hanno utilizzato rotte diverse per i voli di andata e ritorno. Infatti, in autunno il volo verso sud si è svolto lungo la costa dell’Africa occidentale, mentre in primavera gli stiaccini hanno preferito una rotta diretta attraverso il deserto. Gli autori dello studio tessono le lodi di questo minuto insettivoro, parlando di uno «sforzo fisico estremo». Nonostante questa capacità, oggi in Svizzera è una specie minacciata: solo nei prati falciati dopo il 15 luglio lo stiaccino ha una possibilità di sopravvivenza. L’istituto sta quindi realizzando progetti di conservazione in collaborazione con gli agricoltori. L’obiettivo è quello di garantire a questi grandi viaggiatori migliori opportunità di sopravvivenza anche a casa. Fonte: https://www.cdt.ch/news/svizzera/un-uccello-da-16-grammiche-puo-volare-per-45-ore-senza-sosta-434046
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