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Il Libero Professionista Reloaded #46

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PRIMO PIANO

L’infrastruttura

immateriale dello sviluppo

PROFESSIONI

Piano casa, i nodi (ancora) da sciogliere

CULTURA

Non ci sono più le ferie di una volta

RIFLESSI GENERAZIONALI

PER LEGGERE L’ARTICOLO

(clicca sul titolo dell’articolo per accedere ai link)

Generazioni allo specchio di Alessia Negrini

Poveri giovani di Camilla Lombardo

Prospettive per le nuove generazioni di Alessandro Rosina

«Serve un nuovo modello culturale» di Benedetta Pacelli

PRIMO PIANO

L’infrastruttura immateriale dello sviluppo di Andrea Sonnino

Europa, gigante dai piedi di argilla di Rony Hamaui

Il grande bluff dell’inclusione di Carolina Parma

PROFESSIONI

Piano casa, i nodi (ancora) da sciogliere

di Maria Pungetti

Immobili, il lusso non ha prezzo

di Carlo Bertotti

Creatori di valore informativo di Giorgio Maresca

Italiani popolo di inventori. Anzi, di inventrici

di Sara Napolitano

La cosmetica alla conquista del mondo

di Isabella Colombo

Editore di me stesso di Claudio Plazzotta

L’evoluzione dei banchieri di Carlo Valente

CULTURA

Non ci sono più le ferie di una volta di Isabella Colombo

Un libro sotto l’ombrellone di Sara Napolitano

Quando l’arte diventa strumento di emancipazione di Romina Villa

Dalle Alpi alle piramidi di Roberto Carminati

RUBRICHE

L’Editoriale di Marco Natali

News From Europe a cura del Desk europeo di ConfProfessioni

Pronto Fisco di Lelio Cacciapaglia e Maurizio Tozzi

Welfare e dintorni

Piccolo & Grande Schermo di Giacomo Camelia

In Vetrina in collaborazione con BeProf

Post Scriptum di Giovanni Francavilla

Dottore commercialista e Revisore Legale. Ministero dell’Economia e delle Finanze – Dipartimento Finanze – Area Reddito d’Impresa. Membro dell’Advisory Board Assoholding. Autore di numerosi libri in materia fiscale e articoli su riviste di settore. Relatore in eventi delle principali organizzazioni convegnistiche.

Giorgio Maresca, è un Innovation Manager accreditato presso il MIMIT, con oltre trent’anni di esperienza in agenzie pubblicitarie nazionali e internazionali e nel marketing omnicanale. Amministratore Unico di Blue Communication Consulting, è specialista in Brand Strategy, Digital Innovation e progettazione integrata ATL/BTL. Svolge Docenze a progetto in Business School su temi di comunicazione, digital marketing e storytelling. Ha ricoperto incarichi in associazioni di categoria e fondazioni ed è attualmente Delegato Provinciale Roma – Lazio in AssoretiPMI.

Laureato all'Università Commerciale L. Bocconi e Master of Science alla London School of Economics. E’ professore a contratto presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, segretario generale de Assbb (Associazione per gli Studi Banca e Borsa), amministratore unico di Airosh S.p.a.s, Vice Presidente del Cdec (Fondazione Centro di Documentazione Ebraica contemporanea). Ha ricoperto numerosi incarichi presso il gruppo Intesa Sanpaolo, nonché professore a contratto presso l' Università di Bergamo e l' Università Bocconi. È autore di numerosi articoli scientifici e ha scritto e curato diversi libri riguardanti gli intermediari, i mercati finanziari internazionali, lo sviluppo economico finanziario nei paesi arabi e il populismo.

Laureata in Ingegneria Civile Edile presso l’Università degli Studi di Bologna, dove è nata e risiede. Svolge l’attività di libera professionista da oltre 40 anni all’interno dello studio di cui è titolare occupandosi di progettazione e D.L. di fabbricati civili ed industriali per clienti privati (persone fisiche e società). Ha formazione specifica in sicurezza cantieri edili ai sensi DLgs.81/2008 e svolge attività professionale in tale settore. Dal 2012 svolge attività didattiche di formazione tecnica all’interno della Scuola Edile di Bologna. Fin dall’inizio della carriera svolge attività nelle associazioni di categoria che si occupano di tutela e promozione della libera professione, prima solo in ambito tecnico (Asso Ingegneri Architetti) e ora in Confprofessioni con obiettivi trasversali alle diverse professioni.

«I giovani cercano qualità della vita, stabilità e prospettive di crescita. Il percorso formativo è impegnativo,

ma

l’esame

di Stato resta una garanzia di deontologia e presidio di legalità. Non si eredita più lo studio come un tempo: servono multidisciplinarietà e integrazione delle competenze».

— Marina Calderone, Ministro del Lavoro e delle politiche sociali

Lelio Cacciapaglia Giorgio Maresca
Maria Pungetti Rony Hamaui

Professore ordinario di Demografia e Statistica sociale nella Facoltà di Economia dell'Università Cattolica di Milano, dove dirige inoltre il "Center for Applied Statistics in Business and Economics" (Laboratorio di statistica applicata alle decisioni economico aziendali). Ha insegnato alle Università di Padova, Sassari, Milano-Bicocca. E' stato membro del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Statistica (anni 2010-2014). È coordinatore scientifico dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, dell'Osservatorio sulla Condizione giovanile della Regione Lombardia. Consigliere esperto del CNEL di nomina del Presidente della Repubblica (D.P.R. 05/05/2023). Ha svolto il ruolo di esperto in Commissioni ministeriali, Tavoli di lavoro Istat e Programmi della Commissione europea.

Presidente della Fidaf (Federazione italiana dottori in agraria e forestali); insegna Produzioni vegetali di qualità per il Corso di laurea in Scienze e culture enogastronomiche dell’Università Roma Tre. Ha lavorato presso l’Enea e la Fao, ha all’attivo oltre 150 pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali e nazionali. È socio ordinario dell’Accademia dei Georgofili, socio corrispondente dell’Accademia nazionale di agricoltura.

Il Libero Professionista

Mensile digitale di informazione e cultura

direttore responsabile

Giovanni Francavilla redazione

Nadia Anzani, Mario Rossi

hanno collaborato

Carlo Bertotti, Lelio Cacciapaglia, Giacomo Camelia, Roberto Carminati, Laura Ciccozzi, Isabella Colombo, Rony Hamaui, Camilla Lombardi, Giorgio Maresca, Sara Napolitano, Alessia Negrini, Benedetta Pacelli, Carolina Parma, Claudio Plazzotta, Maria Pungetti, Alessandro Rosina, Andrea Sonnino, Maurizio Tozzi, Carlo Valente, Romina Villa

segreteria di redazione

Miriam Minopoli

comitato editoriale

Roberto Accossu, Salvo Barrano, Paola Cogotti, Carmen Colangelo, Alessandro Dabbene, Luigi Alfredo Carunchio, Andrea Dili, Paola Fiorillo, Raffaele Loprete, Marco Natali, Maria Pungetti, Dominella Quagliata, Ezio Maria Reggiani, Gioele Semprini Cesari

redazione

Via Boccaccio, 11 – 20121 Milano

contatti

Tel. 02 36692133 Fax 02 25060955 redazione@illiberoprofessionista.it info@illiberoprofessionista.it

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Alessandro Rosina Andrea Sonnino

Professioni protagoniste della legalità.

Il patto tra Stato e competenze

Ci sono accordi che producono effetti immediati, altri che finiscono nel dimenticatoio e altri ancora che segnano un cambio di paradigma. Il Protocollo d’intesa sottoscritto lo scorso 27 luglio tra Confprofessioni e il Ministero dell’Interno appartiene senza dubbio a quest’ultima categoria. Non rappresenta soltanto una collaborazione istituzionale tra il Viminale e la principale Confederazione delle libere professioni italiane. È il riconoscimento di un principio politico destinato ad assumere un valore sempre più strategico: il patrimonio di competenze dei professionisti costituisce una risorsa della Repubblica e, come tale, deve concorrere alla costruzione delle politiche pubbliche. L’intesa siglata con il ministro Matteo Piantedosi attribuisce una veste stabile a questo rapporto, creando uno spazio permanente di confronto su temi decisivi come la legalità, la trasparenza amministrativa, la prevenzione e la qualità dell’azione pubblica. Attraverso tavoli

di Marco Natali

tecnici, attività di studio, formazione, elaborazione di linee guida e un Comitato paritetico chiamato a governarne l’attuazione, il protocollo supera la logica della consultazione episodica e afferma un modello di collaborazione fondato sulla condivisione delle competenze. È una scelta che va ben oltre il contenuto dei singoli articoli dell’accordo. Per la prima volta viene riconosciuto, in modo organico, il ruolo delle professioni come infrastruttura di interesse pubblico, capace di mettere a disposizione dello Stato competenze tecniche, deontologiche e organizzative indispensabili per affrontare la crescente complessità amministrativa e normativa. Del resto, i numeri parlano da soli. Oltre un milione e mezzo di professionisti producono circa il 13% del Pil, accompagnano quotidianamente cittadini e imprese nell’applicazione delle norme, presidiano la certezza del diritto, favoriscono la competitività del sistema produttivo e contribuiscono alla coesione sociale dei territori. Ridurre tutto questo a una semplice categoria economica sarebbe un errore di prospettiva. Le professioni sono uno dei principali corpi intermedi del Paese e svolgono una funzione pubblica che merita di essere pienamente valorizzata. È proprio questo il significato più profondo dell’intesa con il Ministero dell’Interno. Lo Stato sceglie di rafforzarsi aprendosi alle competenze della società organizzata. Non delega le proprie responsabilità, ma costruisce una nuova alleanza con chi, ogni giorno, opera sul territorio, conosce i bisogni reali di cittadini e imprese e dispone degli strumenti per trasformare l’esperienza professionale in proposte concrete. In questa prospettiva il protocollo rappresenta anche la naturale evoluzione di un percorso che Confprofessioni ha intrapreso negli ultimi anni, facendo della legalità uno degli assi qualificanti della propria azione istituzionale anche attraverso un ciclo di convegni dedicato all’impegno dei professionisti nella promozione della cultura della legalità. Nel solco della “Rome Call for AI Ethics (iniziativa nata per sostenere un approccio etico

EDITORIALE

all’intelligenza artificiale nel mondo delle professioni, secondo i principi etici promossi dalla Pontificia Accademia per la Vita e dalla Fondazione RenAIssance) nel maggio del 2025 è stato siglato un accordo di collaborazione con Avviso Pubblico, Associazione enti locali e regioni contro mafie e corruzione, con l’obiettivo di costruire una solida alleanza e rafforzare il dialogo e la cooperazione tra enti locali e professionisti sul fronte della legalità. L’intesa ha dato vita a un viaggio teatrale nella memoria civile, portando in scena l’opera “Gli Invisibili. La solitudine dei giusti”, rappresentazione teatrale dedicata agli agenti di scorta caduti nella lotta alla mafia che ha toccato diverse regioni dal Veneto alla Puglia, dalla Val d’Aosta al Lazio. Ma non solo. Il ruolo dei professionisti come sentinelle della legalità è emerso con forza lo scorso marzo a Roma in occasione dell’evento “Legalità, trasparenza e professioni. Il ruolo dei liberi professionisti nella prevenzione di mafie e corruzione” promosso in collaborazione con Avviso Pubblico, alla presenza del Prefetto di Roma, Lamberto Giannini, del vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, Mauro D’Attis, e del Generale della Guardia di Finanza, Antonio Nicola Quintavalle Cecere. E ancora. Nelle ultime settimane l’alleanza tra professionisti e forze dell’ordine è stata suggellata nel corso del convegno “Ambiente, agroalimentare e legalità: strategie integrate per la tutela del territorio e della salute pubblica”, alla presenza – tra gli altri – del generale Fabrizio Parrulli a capo del Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari dei Carabinieri. L’adesione, con il Cnel e altre 15 organizzazioni datoriali, al Segretariato permanente per l’inclusione lavorativa dei detenuti (Progetto Recidiva Zero). A quest’ultimo si affianca il progetto “Rinascita e Prevenzione”, che porta la formazione ICT Cisco nelle carceri e nei quartieri periferici, tramite ex detenuti come formatori. Da questo percorso emerge una visione coerente: la sicurezza è un bene comune che si costru-

isce anche attraverso la prevenzione, l’inclusione, la conoscenza e la responsabilità condivisa. Il protocollo con il Viminale rafforza questa visione e le conferisce una dimensione istituzionale ancora più ampia. La legalità non coincide esclusivamente con il rispetto delle regole. È il presupposto della crescita economica, della competitività delle imprese, della fiducia dei cittadini e della qualità della democrazia. Ed è proprio nella costruzione di questo capitale di fiducia che le professioni possono svolgere un ruolo insostituibile. Ora, tuttavia, si apre la fase più importante. Ogni protocollo vive della sua capacità di tradursi in risultati concreti. L’intesa nazionale dovrà trovare attuazione nei territori, attraverso il dialogo tra le articolazioni regionali di Confprofessioni e le Prefetture, promuovendo progetti condivisi, buone pratiche e percorsi di collaborazione che rendano tangibile il valore dell’accordo. È qui che si misurerà il successo di questa iniziativa. Perché il vero obiettivo non è aggiungere un protocollo agli archivi delle istituzioni, ma costruire un metodo nuovo di governo fondato sul dialogo tra amministrazioni e corpi intermedi, nel pieno rispetto del principio di sussidiarietà. Un metodo che riconosce ai professionisti non soltanto il ruolo di interpreti delle norme, ma quello di protagonisti nella loro elaborazione e nella loro concreta attuazione. Le sfide che attendono il Paese - dalla modernizzazione della pubblica amministrazione alla sicurezza economica, dalla semplificazione normativa alla competitività del sistema produttivo - richiedono istituzioni capaci di valorizzare tutte le energie disponibili. Le professioni sono tra queste. Non chiedono privilegi, ma responsabilità. Non rivendicano spazi corporativi, ma offrono competenze. Ed è proprio questa disponibilità a mettersi al servizio dell’interesse generale che rende il Protocollo d’intesa con il Ministero dell’Interno una scelta politica destinata a lasciare un segno, una strada sulla quale Confprofessioni intende continuare a camminare.

NUMERO

I fatti, le analisi e gli approfondimenti dell’attualità politica ed economica in Italia e in Europa. Con un occhio rivolto al mondo della libera professione

COVER STORY

GENERAZIONI ALLO SPECCHIO

Negli ultimi 50 anni il peso della popolazione a carico sostenuto da quella attiva non è cambiato. Ma se nel 1976 i giovani costituivano la parte prevalente, oggi sono gli anziani a rappresentare la componente dominante. Un cambiamento strutturale rilevante, che riduce il potenziale di ricambio della forza lavoro

di Alessia Negrini

Osservatorio delle libere professioni

Negli ultimi 50 anni la struttura per età della popolazione italiana ha subìto un marcato cambiamento. Il costante calo dei livelli di fecondità ha determinato una forte riduzione della popolazione più giovane, mentre si osserva un rafforzamento delle classi d’età più elevate, dovuto all’aumento della longevità e all’avanzamento delle generazioni più numerose verso le età mature.

Nel 1976 la metà della popolazione italiana aveva meno di 33 anni, mentre nel 2026 il valore mediano è 49 anni. La quota di popolazione attiva al 1° gennaio 2026, convenzionalmente identificata come quella di età compresa tra i 15 e i 64 anni, risulta sostanzialmente in linea con i valori del 1976, attestandosi intorno al 63-64%.

La percentuale dei giovani (0-14 anni), però, si dimezza, passando dal 24% circa a meno del 12%; quella degli anziani (65 anni e più), invece raddoppia, crescendo da poco più del 12% al 25% circa.

SQUILIBRIO DEMOGRAFICO

L’indice di dipendenza strutturale, definito come rapporto tra popolazione a carico e popolazione in età attiva, resta sostanzialmente inalterato se si osservano i dati del 1976 e del 2026, il che significa che il peso della popolazione non occupata sostenuto da quella attiva non è cambiato.

Dietro questa apparente stabilità, tuttavia, si nasconde un vero e proprio ribaltamento della composizione della popolazione a carico: come già osservato, se nel 1976 i giovani ne costituivano la parte prevalente, nel 2026 sono gli anziani a rappresentare la componente dominante.

Si tratta di un cambiamento strutturale rilevante, in quanto riduce il potenziale di ricambio della popolazione in età attiva. I giovani infatti, pur essendo a carico, rappresentano le future leve della forza lavoro. Gli anziani, al contrario, sono or-

Un'immagine dell'evento “Generazioni a confronto tra demografia e redditi” promosso da Confprofessioni a Roma all'inizio di luglio

Marco Natali, presidente di Confprofessioni

mai fuori dal sistema occupazionale. Il loro peso crescente, unito al calo della componente giovanile determina uno squilibrio demografico che si ripercuote anche sulla sostenibilità lavorativa ed economica del sistema.

Le trasformazioni demografiche che hanno investito la popolazione italiana nel suo complesso, si ripercuotono dunque anche su quella lavorativa, la cui struttura per età varia notevolmente a seconda del comparto occupazionale considerato. Per leggere queste dinamiche in modo sintetico si possono utilizzare due indicatori: l’età mediana, che divide la popolazione in due metà uguali, e il rapporto tra under 35 e over 55, che misura il ricambio tra generazioni.

L’IMPATTO SUL LAVORO

Nel lavoro dipendente si osserva un processo di invecchiamento contenuto e relativamente uniforme per genere, con

PIRAMIDI

PER

ETÀ DELLA POPOLAZIONE ITALIANA

Dati al 1° gennaio. Anni 1976 e 2026.

Fonte: elaborazioni a cura dell'Osservatorio delle libere professioni su dati Istat

l’età mediana complessiva che passa da 44 anni nel 2015 a 46 anni nel 2025. Anche il rapporto giovani/maturi diminuisce nel tempo, coerentemente con l’invecchiamento generale, ma resta su livelli prossimi alla parità per entrambi i sessi. Il comparto mantiene, quindi, una struttura per età relativamente bilanciata.

Il quadro muta significativamente nel lavoro indipendente e, in particolare, tra i liberi professionisti. L’età mediana risulta più elevata e differenziata per sesso: nel 2025 raggiunge i 50 anni tra gli uomini e i 46 tra le donne. Tale divario deriva anche dall’ingresso più tardivo delle donne nella libera professione, che risultano perciò più giovani. Guardando al rapporto under 35/over 55, il quadro appare ancora più chiaro. Tra i liberi professionisti il ricambio è già debole nel 2015 e peggiora nel 2025, con un numero di giovani nettamente inferiore a quello dei lavoratori più maturi.

Inoltre, le differenze di genere sono molto marcate: tra gli uomini la presenza di giovani è sempre bassa, mentre tra le donne si passa da una forte prevalenza delle più giovani a una situazione in cui anche loro diventano meno numerose rispetto alle classi più mature.

In altre parole, anche la componente femminile sta progressivamente invecchiando, riducendo il vantaggio anagrafico legato al suo ingresso più recente. Gli altri lavoratori indipendenti presentano un profilo anagrafico ancora più avanzato.

L’età mediana converge nel 2025 su valori prossimi ai 50 anni per entrambi i sessi, mentre il rapporto giovani/maturi si colloca su livelli contenuti lungo tutto il periodo, pur evidenziando una tendenza alla convergenza tra uomini e donne. In questo comparto, più che una forte asimmetria di genere, emerge un invecchiamento

diffuso e strutturale. Insomma: l’Italia invecchia e con lei cambia anche il mercato del lavoro. Ma non tutti i comparti lo fanno allo stesso modo. Se il lavoro dipendente mantiene ancora una struttura relativamente equilibrata tra giovani e lavoratori più maturi, nel mondo delle libere professioni il meccanismo del ricambio generazionale si è inceppato.

In questo contesto, le differenze di genere restano evidenti ma non modificano in modo sostanziale il quadro complessivo. Nel lavoro libero professionale le donne appaiono mediamente più giovani, ma la loro minore incidenza e il loro progressivo invecchiamento ne limitano il contributo al riequilibrio della struttura per età.

Ne deriva un assetto in cui il lavoro professionale appare sempre più esposto alle criticità del ricambio generazionale, in un contesto demografico che tende a rafforzarne le fragilità. ■

RAPPORTO UNDER 35/ OVER 55 DEI LAVORATORI DIPENDENTI, LIBERI PROFESSIONISTI E ALTRI INDIPENDENTI, DIVISIONE PER SESSO

Anni 2015-2025.

Fonte: elaborazioni a cura dell'Osservatorio delle libere professioni su dati Istat

POVERI GIOVANI

Il divario di reddito tra generazioni si è allargato negli ultimi trent’anni, e nel lavoro indipendente lo ha fatto in modo particolarmente severo: i più giovani hanno perso terreno proprio là dove un tempo partivano avvantaggiati

Chi entra oggi nel mondo del lavoro parte da una posizione economica che i colleghi più maturi, alla loro stessa età, non hanno mai conosciuto. Il divario di reddito tra generazioni si è allargato negli ultimi trent’anni, e nel lavoro indipendente lo ha fatto in modo particolarmente severo: i più giovani hanno perso terreno proprio là dove un tempo partivano avvantaggiati.

Il modo più sintetico per misurare la distanza economica tra le età è l’Indice di divario reddituale generazionale (IDRG), che confronta il reddito dei 25-34enni con quello della fascia 55-64 anni.

Nel 1987 il rapporto era pari al 91%: i giovani avevano un reddito quasi pari a quello dei senior, e la distanza tra le due generazioni era abbastanza contenuta. Nel 2022 lo stesso indice è sceso al 69%. In poco più di trent’anni, insomma, i giovani hanno perso oltre venti punti di posizione relativa.

Questo scivolamento non è stato lineare. Due sono i momenti di rottura. Il primo si colloca all’inizio degli anni Novanta, in coincidenza con le profonde trasformazioni del modello economico e del sistema istituzionale italiano, che hanno segnato un ampliamento strutturale delle distanze tra coorti.

Il secondo è la crisi finanziaria del 2008, che ha ulteriormente accentuato il divario, seppur con intensità più contenuta. Al di fuori di questi snodi, i pochi segnali di recupero sono stati marginali e non hanno mai invertito la tendenza di fondo.

DIPENDENTI E INDIPENDENTI

Il confronto tra lavoratori dipendenti e indipendenti aggiunge un elemento decisivo. Per i dipendenti l’andamento dell’indice ricalca quello complessivo, ma con una novità importante: dopo il

2008 questa categoria mostra una posizione relativamente più protetta rispetto al resto della popolazione. Il rapporto di lavoro subordinato ha attutito il colpo. Nel lavoro indipendente, invece, lo scenario è diverso. Alla fine degli anni Ottanta i giovani indipendenti avevano un reddito pari al 20% in più rispetto ai colleghi di 5564 anni: mettersi in proprio, allora, poteva essere una scelta economicamente più vantaggiosa da subito.

Nel 2022 la situazione si è completamente ribaltata, con un differenziale negativo del 16%. È un capovolgimento che racconta, meglio di qualsiasi altro numero, quanto siano cambiate le condizioni di ingresso e di affermazione nel lavoro professionale.

Guardando alla distribuzione del reddito lungo il ciclo di vita, si riconosce ancora la classica forma “a campana”: redditi bassi all’inizio, crescita fino a un picco nelle età centrali, stabilizzazione nella

fase finale. Ma la campana ha cambiato inclinazione. Il lato dei più giovani si è progressivamente abbassato e il vertice della curva si è spostato in avanti. Se nel 1987 il reddito massimo si raggiungeva tra i 45 e i 54 anni, nel 2022 il picco si colloca nella fascia 55-64 anni.

La piena maturità economica, in altre parole, arriva sempre più tardi: servono più anni per raggiungere i livelli retributivi più elevati, mentre i redditi dei senior tengono meglio che in passato, coerentemente con un’età di uscita dal lavoro che si allunga.

ETÀ A CONFRONTO

Per andare oltre il dato aggregato, i divari sono stati misurati con modelli statistici che mettono a confronto tre fasce d’età: i giovani (25-34 anni) e i senior (55-64 anni), entrambi rapportati a chi si trova nel pieno della carriera – i cosiddetti mid career (35-54 anni) – scelti come termine

La ministra del Lavoro Marina Calderone è intervenuta alla presentazione del rapporto “Generazioni a confronto tra demografia e redditi” realizzato dall'Osservatorio di Confprofessioni

Giulia Maddalena coordinatrice della consulta giovani di Confprofessioni

di riferimento. Stimando l’effetto dell’età a parità di sesso, istruzione, condizione occupazionale e settore, si isola la componente puramente generazionale al netto delle altre caratteristiche individuali.

Il risultato conferma una penalizzazione sistematica dei più giovani, che restano stabilmente al di sotto della fascia centrale, mentre i senior si collocano costantemente al di sopra. Il divario tra senior e giovani cresce fino a toccare il massimo intorno al 2012, per poi ridursi solo parzialmente negli anni più recenti.

Distinguendo per tipologia occupazionale, il lavoro dipendente mostra differenze generazionali persistenti ma relativamente contenute e stabili. Il lavoro indipendente, al contrario, presenta divari più ampi e più variabili nel tempo.

Un dato che colpisce è che fino al 2014 i professionisti senior non godevano di un vantaggio sistematico rispetto ai mid career, segno di un profilo reddituale sostanzialmente piatto nelle età avanzate.

Solo di recente questo vantaggio si è rafforzato, mentre lo svantaggio dei giovani resta la costante. Un ultimo elemento riguarda il genere. I coefficienti delle giovani donne appaiono in diversi casi meno negativi di quelli dei coetanei uomini. Sarebbe però un errore leggerlo come un vantaggio: dipende dal fatto che i redditi femminili sono mediamente più bassi lungo tutto il ciclo di vita, così che anche il termine di paragone – le donne mid career – si colloca su livelli inferiori. La distanza si comprime, ma verso il basso.

Il messaggio complessivo è chiaro: per le generazioni più giovani le opportunità di accumulazione reddituale e di crescita professionale sono diventate meno favorevoli, e nel lavoro indipendente questa frattura è più profonda che altrove. ■

RAPPORTO TRA IL REDDITO INDIVIDUALE PER CLASSE

D'ETÀ E IL REDDITO INDIVIDUALE MEDIO TOTALE

Anni di indagine 1987, 2000, 2008 e 2022.

ANDAMENTO DEL REDDITO INDIVIDUALE PER ETÀ: GIOVANI E SENIOR RISPETTO ALLA FASCIA MID CAREER, DIVISIONE PER TOTALE, DIPENDENTI E INDIPENDENTI

Anni di indagine 1987, 1989, 1991, 1993, 1995, 1998, 2000, 2002, 2004, 2006, 2008, 2010, 2012, 2014, 2016, 2020 e 2022.

Fonte: elaborazioni a cura dell’Osservatorio delle libere professioni su dati Banca d’Italia

PROSPETTIVE PER LE NUOVE GENERAZIONI

La riduzione della popolazione attiva è una realtà. Oggi in Italia gli under 30 sono poco più di un quarto della popolazione, ed è il dato più basso in Europa. Un trend che cambia gli equilibri tra domanda e offerta di lavoro, il funzionamento delle imprese, l'organizzazione delle professioni, i percorsi di inserimento dei giovani e, più in generale, le possibilità di sviluppo del Paese. Come intervenire

di Alessandro Rosina

La lunga stagione nella quale l'aumento della popolazione in età lavorativa ha alimentato la crescita economica è ormai conclusa. Le generazioni che oggi si affacciano sul mercato del lavoro sono molto meno numerose di quelle che si avviano alla pensione e questa tendenza accompagnerà il Paese per molti decenni. La riduzione della popolazione attiva non rappresenta più uno scenario futuro: è una realtà già in corso.

L'Italia è il primo grande Paese europeo ad aver sperimentato una riduzione così intensa della consistenza delle nuove generazioni. Gli under 30 erano oltre la metà della popolazione nel primo censimento del secondo dopoguerra tenuto nel 1951, sono ora poco più di un quarto della popolazione ed è il dato più basso in Europa. Non si tratta semplicemente di una questione demografica. Cambiano gli equilibri tra domanda e offerta di lavoro, il funzionamento delle imprese, l'organizzazione delle professioni, i percorsi di inserimento dei giovani e, più in generale, le possibilità di sviluppo del Paese.

Il “degiovanimento”, cioè la progressiva riduzione del peso delle nuove generazioni nella popolazione, produce effetti che vanno ben oltre il numero dei lavoratori disponibili. I giovani rappresentano infatti la componente della società più esposta all'acquisizione di nuove competenze, più propensa alla mobilità, maggiormente aperta all'innovazione e all'utilizzo delle nuove tecnologie. In una fase di profonde trasformazioni tecnologiche e organizzative, la loro presenza costituisce un valore strategico crescente.

MISMATCH IN AUMENTO

La sempre più marcata difficoltà delle imprese nel reperire personale non deriva, infatti, esclusivamente dalla scarsità di giovani. Rispetto agli altri paesi con cui ci confrontiamo maggiore è il mismatch

tra competenze richieste e competenze disponibili. Molte imprese faticano a trovare figure professionali adeguate, mentre una parte dei giovani continua a incontrare difficoltà nell'inserimento lavorativo. Il problema non riguarda soltanto la quantità dell'offerta di lavoro, ma anche l’efficienza dei sistemi esperti di incontro tra domanda e offerta e in generale le condizioni di tutta la transizione scuola-lavoro.

Riflette inoltre la rapidità con cui stanno cambiando le competenze richieste dall'innovazione tecnologica, mentre formazione e orientamento faticano ad adattarsi con la stessa velocità.

PIÙ INVESTIMENTI IN FORMAZIONE

Orientamento, formazione tecnica superiore, aggiornamento continuo delle competenze e una più stretta collaborazione tra scuole, università, enti di formazione, professioni e imprese diventano quindi

I lavori del convegno “Ambiente, agroalimentare e legalità” che si è svolto a Roma lo scorso 8 luglio

fattori decisivi non soltanto per favorire l'occupazione giovanile, ma anche per sostenere la competitività del sistema economico. Questa trasformazione riguarda in modo particolare anche il sistema delle professioni. Gli studi professionali competono sempre più nell'attrarre giovani qualificati che possiedono competenze tecniche, digitali e relazionali.

Non basta più offrire un'opportunità di ingresso: occorre costruire percorsi di crescita professionale, investire nella formazione continua, responsabilizzare i giovani collaboratori e creare ambienti di lavoro capaci di valorizzarne il contributo. La qualità del capitale umano diventa così un fattore competitivo tanto quanto la qualità delle competenze professionali offerte ai clienti.

Se le opportunità continuano a essere caratterizzate da bassi salari, precarietà, limitate prospettive di crescita professionale e scarso investimento nelle competenze, molti giovani continueranno a cercare altrove le condizioni di effettiva e piena valorizzare. L'emigrazione qualificata rappresenta oggi una delle principali perdite per il Paese.

Ogni giovane che lascia l'Italia dopo aver completato il proprio percorso formativo porta con sé competenze sulle quali la collettività ha investito senza poterne raccogliere pienamente i benefici.

MIX

GENERAZIONALE, UNA RICCHEZZA

L'allungamento della vita modifica profondamente anche l'organizzazione del lavoro. La longevità rappresenta una trasformazione strutturale più che un problema: per la prima volta convivono stabilmente nelle organizzazioni quattro generazioni differenti. Questa pluralità costituisce una straordinaria opportunità, purché venga governata con intelligenza. Le competenze maturate dai

lavoratori più esperti rappresentano un patrimonio da trasmettere, mentre le nuove generazioni introducono linguaggi, strumenti digitali e modalità di lavoro più coerenti con le trasformazioni in corso. Lo scambio tra esperienza e innovazione può diventare uno dei principali fattori di crescita delle organizzazioni.

Diventano quindi centrali gli investimenti nella formazione continua, nel benessere organizzativo, nella flessibilità intelligente, nella qualità della leadership e nella capacità di costruire ambienti di lavoro nei quali le diverse generazioni collaborino, trasferendosi reciprocamente competenze, conoscenze ed esperienze.

In una società con meno giovani, la crescita dipenderà sempre meno dall'aumento della quantità di lavoro disponibile e sempre più dalla qualità del capitale umano, dall'innovazione organizzativa e dall'aumento della produttività. La vera sfida non consiste nell'adattare il mercato del lavoro a una società con meno giovani, ma nel costruire una società nella quale tutte le generazioni possano esprimere pienamente il proprio potenziale.

VALORIZZARE PER COMPETERE

Nel Novecento la competitività poteva contare anche sull'abbondanza di capitale umano giovane. Nel XXI secolo dipenderà sempre più dalla capacità di valorizzare una risorsa che diventa progressivamente più scarsa. Investire sui giovani non significa soltanto favorire il loro inserimento lavorativo: significa rafforzare la capacità delle imprese, delle professioni e dell'intero sistema produttivo di innovare, generare produttività e costruire fiducia nel futuro. In una società della longevità, il capitale umano delle nuove generazioni non è semplicemente una risorsa del mercato del lavoro: è la principale infrastruttura strategica su cui costruire lo sviluppo del Paese. ■

Nel suo libro “La scomparsa dei giovani” Alessandro Rosina spiega come, dopo l’effervescente crescita dei primi decenni del secondo dopoguerra, siamo entrati in una spirale regressiva, e prefigura le ricadute inevitabili e concretissime che riguarderanno molteplici aspetti della nostra vita.

Che fare? La soluzione, certo, è nelle mani della politica, ma passa anche attraverso comportamenti individuali e scelte collettive che responsabilizzano tutti noi: Rosina ci illustra qui i primi, decisivi passi da compiere per tenere aperto il futuro delle nuove generazioni.

Editore: Chiarelettere

Autore: Alessandro Rosina

Pag.: 160

Prezzo: 9.99 euro

«SERVE UN NUOVO MODELLO CULTURALE»

A dirlo è la ministra del Lavoro Marina Calderone. Per lei l'Italia delle professioni è in una fase decisiva: o si cambia la narrazione oppure è destinata a scomparire

«L’

Italia delle professioni è in una fase decisiva: o si cambia la narrazione oppure è destinata a scomparire». È il monito lanciato dalla ministra del Lavoro, Marina Calderone, intervenendo alla presentazione del rapporto Generazioni a confronto tra demografia e redditi realizzato dall'Osservatorio di Confprofessioni.

Un allarme che trova riscontro nei numeri: in cinquant'anni l'età mediana della popolazione italiana è passata da 33 a 49 anni, mentre i giovani si sono dimezzati e gli over 65 sono raddoppiati. Un cambiamento demografico che si riflette direttamente anche sulle professioni ordinistiche, dove diminuiscono gli ingressi, aumentano i pensionamenti e si allungano i tempi necessari per costruire una carriera autonoma. Le difficoltà delle nuove generazioni sono evidenti anche nella fotografia del mercato del lavoro. Nel 2025 gli under 35 rappresentano il 24% dei lavoratori dipendenti, ma scendono al 16% tra i liberi professionisti e al 15% tra gli altri lavoratori autonomi. L'età mediana raggiunge i 50 anni tra gli uomini e i 46 tra le donne e anche il rapporto tra under 35 e over 55 continua a peggiorare, segnalando un ricambio generazionale sempre più debole.

Per Calderone, però, il problema non è soltanto demografico ma anche culturale. «A fronte del miliardo di euro destinato dal decreto Coesione all'autoimpiego nelle professioni ordinistiche», ha spiegato, «i giovani continuano a scegliere soprattutto i voucher a fondo perduto. Lo fanno perché il loro modello resta quello dello studio individuale: un modello micro per affrontare problemi macro. Abbiamo invece costruito strumenti per incentivare le società tra professionisti, favorire il passaggio delle competenze e il ricambio generazionale, ma questa nuova visione fatica ancora ad affermarsi».

La ricerca spiega anche perché. A differenza del lavoro dipendente, che mantiene una struttura anagrafica più equilibrata grazie a percorsi di ingresso più standardizzati, la libera professione richiede tempi di avviamento più lunghi, una maggiore stabilità economica iniziale e reti professionali consolidate. Fattori che finiscono per favorire le generazioni più mature e rendere molto più selettivo l'accesso dei giovani. Da qui la necessità, secondo la ministra, di un cambio di paradigma. «Anche i professionisti più anziani devo-

Marina Calderone, ministra del Lavoro alla presentazione del rapporto Generazioni a confronto tra demografia e redditi realizzato dall'Osservatorio di Confprofessioni

CAMBIO DI PARADIGMA

no contribuire a trasferire ai giovani una nuova idea di professione, fondata sulla collaborazione, sulla multidisciplinarietà e sulla condivisione delle competenze. Non si eredita più uno studio professionale come accadeva in passato: oggi servono organizzazioni più strutturate e integrate». È in questa direzione che si inserisce anche il disegno di legge di riforma delle professioni, approdata in Aula il 30 luglio e che Calderone definisce «un passaggio decisivo» per aggiornare gli ordinamenti delle quindici professioni ordinistiche e renderli più aderenti ai cambiamenti del mercato del lavoro.

«I giovani devono poter investire nella professione e riscoprire quanto sia attrattivo esercitare la libera professione, in un contesto di sostenibilità economica e di equo compenso, che rappresenta una condizione essenziale», ha aggiunto.

GAP REDDITUALE IN AUMENTO

Il rapporto mostra infatti come il problema non riguardi soltanto l'accesso, ma anche le prospettive economiche. Se nel 1987 i giovani tra i 25 e i 34 anni percepivano redditi pari al 97% della media complessiva, nel 2022 la quota è scesa al 78%, con quasi venti punti percentuali persi in poco più di trent'anni. La maturità economica arriva sempre più tardi e la tradizionale crescita dei redditi si sposta in avanti nel tempo.

Il divario è ancora più marcato tra i lavoratori autonomi. Alla fine degli anni Ottanta i giovani professionisti guadagnavano mediamente il 20% in più rispetto ai colleghi senior; nel 2022 la situazione si è completamente ribaltata e i professionisti under 35 percepiscono redditi inferiori del 16% rispetto agli over 55. Una dinamica che, secondo l'Osservatorio, rende sempre più difficile costruire percorsi professio-

Marina Calderone e Marco Natali, presidente di Confprofessioni

nali solidi e spiega perché l'ingresso nella libera professione sia oggi più complesso, con opportunità di crescita più lente e redditi iniziali più bassi rispetto al passato.

GIOVANI E LAVORO

Secondo Calderone è cambiato anche il modo con cui i giovani guardano al lavoro. «Dopo la crisi del 2008 e la pandemia, le nuove generazioni cercano una migliore qualità della vita, maggiore stabilità e concrete prospettive di crescita. Se continuiamo a presentare la professione come un mondo fatto soltanto di scadenze, pressioni e sacrifici, rischiamo di allontanarle ulteriormente». Da qui l'invito a costruire «un nuovo modello culturale» capace di rendere la libera professione nuovamente attrattiva, senza rinunciare al valore dell'esame di Stato, che «continua a rappresentare una garanzia di competenza, deontologia e tutela della legalità».

PIÙ POLITICHE SOCIALI

La ministra ha infine collegato il tema delle professioni ai cambiamenti demografici e sociali del Paese. «L'Italia è oggi il secondo Paese più anziano al mondo dopo il Giappone. L'invecchiamento della popolazione genera nuovi bisogni di cura che ancora troppo spesso ricadono sulle donne. Per questo le politiche di conciliazione devono promuovere una reale condivisione dei carichi familiari». Un tema che si intreccia con un'altra evidenza del rapporto: le giovani professioniste presentano divari reddituali leggermente inferiori rispetto ai coetanei uomini, ma soltanto perché l'intera distribuzione dei redditi femminili rimane più compressa. Un dato che, secondo Confprofessioni, non rappresenta un vantaggio competitivo, bensì il segnale di una fragilità strutturale che continua a caratterizzare il lavoro femminile anche nelle professioni. ■

La ministra Calderone insieme con Ludovica Zichichi ricercatrice senior dell'Osservatorio delle Libere Professioni e Francesco Tura ricercatore dell'Università di Bologna

Le storie, i personaggi e le notizie di primo piano commentate dalle più autorevoli firme del mondo della politica, dell’economia, dell’università e delle professioni

PRIMO PIANO

L’INFRASTRUTTURA IMMATERIALE DELLO SVILUPPO

La legalità non appartiene ai codici e ai tribunali. Appartiene alla qualità del lavoro quotidiano, alla competenza dei professionisti, alla responsabilità delle imprese, alla credibilità delle istituzioni e alla partecipazione dei cittadini. Una nuova frontiera delle professioni per creare una rete di competenze capace di prevenire i fenomeni illeciti, proteggere il territorio e la sicurezza degli alimenti e rafforzare la competitività delle filiere produttive

di Andrea Sonnino
Presidente della FIDAF

Ci sono temi che, pur occupando con frequenza le pagine della cronaca, raramente entrano nel dibattito sulle politiche di sviluppo. La legalità è uno di questi. Troppo spesso viene evocata soltanto quando un’inchiesta giudiziaria porta alla luce un sistema di frodi o di contraffazioni, un traffico illecito di rifiuti o l’infiltrazione della criminalità organizzata in un comparto produttivo. Eppure, la legalità è molto di più della repressione del reato: è una condizione indispensabile per la crescita economica, la tutela dell’ambiente, la sicurezza alimentare e la fiducia dei cittadini.

Questa consapevolezza è emersa con forza nel corso del convegno “Ambiente, Agroalimentare e Legalità: strategie integrate per la tutela del territorio e della salute pubblica”, promosso il 9 luglio da Confprofessioni. L’iniziativa ha riunito rappresentanti delle istituzioni, delle professioni, e delle forze dell’ordine per affrontare un tema che riguarda l’intero sistema Paese: come costruire una rete di competenze capace di prevenire i fenomeni illeciti, proteggere il territorio e la sicurezza degli alimenti e rafforzare la competitività delle filiere produttive. Il messaggio che ne è scaturito è chiaro: la legalità non è un costo da sostenere, ma un valore da coltivare e una leva di sviluppo. Negli ultimi anni è profondamente cambiato il significato stesso della parola “legalità”. Non si identifica più soltanto con l’osservanza delle norme, ma comprende trasparenza, responsabilità, tracciabilità, corretto utilizzo delle risorse naturali e capacità

di operare secondo criteri etici e scientificamente fondati. In altre parole, la legalità è diventata parte integrante della qualità.

SFIDE COMPLESSE

È un cambiamento che interessa in modo particolare il settore agroalimentare. Un alimento di qualità non è soltanto quello che rispetta un disciplinare di produzione o possiede eccellenti caratteristiche organolettiche. È un prodotto che nasce da una filiera trasparente, che utilizza risorse naturali gestite in modo sostenibile, che garantisce condizioni di lavoro dignitose e che può essere tracciato lungo tutto il suo percorso, dal campo alla tavola. La qualità, oggi, incorpora la legalità. Lo stesso vale per l’ambiente. La tutela del suolo, dell’acqua, delle foreste e della

Il Generale Parrulli comandante delle Unità forestali, ambientali e agroalimentari dei Carabinieri

biodiversità non può essere affidata esclusivamente ai controlli amministrativi o all’intervento della magistratura. Richiede una prevenzione continua, fondata sulla conoscenza scientifica, sulla pianificazione territoriale e sulla capacità di tradurre le norme in comportamenti concreti. In questo senso la legalità rappresenta una forma di manutenzione permanente del territorio. Le sfide che il nostro Paese deve affrontare sono complesse. Le frodi alimentari si evolvono rapidamente, le filiere diventano sempre più lunghe e globalizzate, i reati ambientali assumono caratteristiche tecnologicamente sofisticate e le organizzazioni criminali mostrano una crescente capacità di infiltrarsi nei processi economici. A questi fenomeni si aggiungono gli effetti dei cambiamenti climatici,

che rendono ancora più fragile il rapporto tra attività produttive e risorse naturali. Di fronte a questo scenario, nessuna istituzione può agire da sola. La prevenzione richiede un’alleanza stabile tra amministrazioni pubbliche, forze dell’ordine, università, centri di ricerca, imprese, professionisti e società civile. È questa la vera novità emersa dal confronto del 9 luglio: la sicurezza del territorio e delle filiere agroalimentari nasce dalla collaborazione tra competenze diverse, capaci di dialogare e di condividere informazioni, metodologie e strumenti.

PROFESSIONISTI E LEGALITÀ

In questo quadro, le professioni assumono un ruolo che va ben oltre la consulenza tecnica. I professionisti sono interpreti della complessità normativa, che possono

Marco Natali, presidente di Confprofessioni, durante il suo intervento al convegno “Ambiente, Agroalimentare e Legalità: strategie integrate per la tutela del territorio e della salute pubblica”,

contribuire a semplificare, facilitatori dell’innovazione e garanti della corretta applicazione delle regole. Agronomi, forestali, geologi, veterinari, tecnologi alimentari, architetti, chimici, biologi, ingegneri, avvocati ed economisti contribuiscono, ciascuno nel proprio ambito, a sviluppare un quadro normativo coerente e attuabile, a trasformare principi legislativi in pratiche operative, accompagnando imprese e amministrazioni verso modelli di gestione più sicuri, efficienti e sostenibili. La legalità, dunque, diventa una competenza professionale. Non basta conoscere la legge: occorre saperla applicare in contesti complessi, anticipare i rischi, valutare gli impatti, costruire sistemi di controllo e promuovere una cultura della responsabilità. È una funzione che richiede aggiornamento continuo, interdisciplinarità e capacità di dialogo con le istituzioni. Anche la tecnologia sta modificando profondamente il modo di fare prevenzione. Sistemi di osservazione satellitare, droni, sensori, piattaforme GIS, intelligenza artificiale e blockchain consentono oggi di monitorare il territorio, verificare la conformità delle pratiche agricole, tracciare l’origine dei prodotti e individuare tempestivamente anomalie che potrebbero sfuggire ai controlli tradizionali. La digitalizzazione non sostituisce il lavoro umano, ma lo rende più efficace, più rapido e più affidabile. Parallelamente, l’Europa sta costruendo un quadro normativo che integra ambiente, sicurezza alimentare e competitività. Le strategie per la neutralità climatica, la nuova Politica Agricola Comune, il rafforzamento della tutela del suolo, le misure contro la defore-

stazione e la crescente attenzione alla tracciabilità delle produzioni delineano un modello nel quale la conformità normativa rappresenta un elemento essenziale della competitività delle imprese.

INFRASTRUTTURE IMMATERIALI

In questo contesto assume particolare rilievo un concetto che merita di essere posto al centro del dibattito pubblico: la legalità come infrastruttura immateriale dello sviluppo. Quando si parla di infrastrutture si pensa immediatamente a strade, ponti, reti ferroviarie, porti, energia o connessioni digitali. Esistono però infrastrutture meno visibili, ma altrettanto decisive: la certezza del diritto, l’efficienza delle istituzioni, la qualità della pubblica amministrazione, la fiducia tra cittadini e imprese, la trasparenza

dei mercati e il patrimonio di competenze professionali diffuso nel Paese. Sono queste infrastrutture immateriali a rendere possibile lo sviluppo economico, l’innovazione e la capacità di attrarre investimenti. La legalità appartiene a questa categoria. Dove le regole sono certe e applicate con equilibrio, le imprese investono con maggiore fiducia, i mercati funzionano meglio, i cittadini percepiscono maggiore sicurezza e il capitale sociale si rafforza. Al contrario, l’illegalità genera costi nascosti: altera la concorrenza, scoraggia gli investimenti, degrada l’ambiente, alimenta l’economia sommersa e riduce la credibilità delle istituzioni. Per questo motivo la legalità non deve essere considerata un semplice vincolo amministrativo. È un investimento sul futuro. Ogni procedura

di tracciabilità, ogni certificazione, ogni piano di gestione ambientale, ogni controllo preventivo, ogni attività di formazione rappresentano strumenti che producono valore economico e sociale ben oltre il loro costo immediato.

MEGLIO PREVENIRE

Il convegno del 9 luglio ha evidenziato come il mondo delle professioni sia chiamato a svolgere una funzione sempre più strategica. Non soltanto supportare imprese e amministrazioni nell’adempimento degli obblighi normativi, ma contribuire alla costruzione di una cultura della prevenzione, della responsabilità e della sostenibilità. È una missione che richiede competenze elevate, indipendenza di giudizio e capacità di lavorare in rete. In questa prospettiva, il contributo delle professioni non è accessorio, ma essenziale. Esse rappresentano il punto di incontro tra conoscenza scientifica, innovazione, interesse pubblico e sviluppo economico.

La loro funzione non consiste soltanto nel risolvere problemi, ma nel prevenirli, trasformando la legalità da obbligo formale a motore di competitività e di fiducia. È forse questa la riflessione più importante che il convegno ha consegnato ai partecipanti e, più in generale, al Paese: la legalità non appartiene esclusivamente ai codici e ai tribunali. Appartiene alla qualità del lavoro quotidiano, alla competenza dei professionisti, alla responsabilità delle imprese, alla credibilità delle istituzioni e alla partecipazione dei cittadini. È un’infrastruttura invisibile, ma senza di essa nessuna strategia di sviluppo può dirsi realmente sostenibile. ■

EUROPA, GIGANTE DAI

PIEDI DI ARGILLA

(lavoce.info)

Se dal punto di vista sociale il Vecchio continente regge il confronto con gli States, la frammentazione del mercato, l'assenza di grandi imprese globali e la bassa innovazione svelano la sua fragilità. E mettono a rischio il futuro delle nuove generazioni

In una serie di brevi post pubblicati su Substack, il premio Nobel per l’economia Paul Krugman ha messo in discussione la tesi secondo cui l’Europa sarebbe da tempo in declino. Una tesi che non solo è cara alla destra trumpiana, ma che soprattutto dopo il Rapporto Draghi è divenuta un sentimento diffuso anche nella stessa Europa. La bassa crescita economica e della produttività, nonché l’assenza di grandi imprese tecnologicamente avanzate e l’ammontare di investimenti da loro effettuati vengono spesso considerate prove a sostegno di questa interpretazione. L’Europa starebbe così trasformandosi in un «grande museo»: bella da visitare e un posto piacevole in cui vivere, ma incapace di darsi un futuro.

Krugman osserva, invece, che un attento confronto con gli Stati Uniti restituisce un quadro più sfumato. Una serie di indicatori socioeconomici racconta infatti una storia diversa: la speranza di vita è più elevata, i livelli di alfabetizzazione sono migliori, i servizi pubblici più efficienti, la protezione sociale più estesa e i tassi di criminalità più bassi. In altri termini, la qualità della vita in Europa appare nettamente superiore. Naturalmente, questi valori medi risentono del fatto che negli Stati Uniti le disuguaglianze economiche e sociali sono significativamente più marcate.

Anche guardando al prodotto interno lordo pro-capite, il divario tra Stati Uniti e Unione europea appare stabile quando correggiamo i valori correnti per la parità di potere d’acquisto (Ppp), che tiene

meglio conto delle differenze nei livelli dei prezzi e delle fluttuazioni del tasso di cambio, invece che considerarli in termini reali. Non è per la verità un argomento condiviso da tutti giacché i prezzi correnti, anche se corretti per la Ppp, non catturano i grandi aumenti di produttività che provocano un forte calo dei prezzi e un aumento della produzione. Si veda, ad esempio, qui e qui.

IL DIVARIO NELLA PRODUTTIVITÀ

Rimane comunque il gap nella produttività del lavoro. In parte, il problema dipende dal fatto che gli

europei lavorano meno ore e godono di periodi di ferie più lunghi rispetto agli americani: una scelta sociale che riflette una diversa preferenza tra reddito e tempo libero. In altri termini, gli Stati Uniti, al pari di alcune società asiatiche, hanno scelto di essere una vera e propria «no-vacation nation».

Se si guarda invece alla produttività oraria, che neutralizza l’effetto del diverso numero di ore lavorate e delle ferie, emerge che il vantaggio americano è fortemente concentrato nel settore tecnologico, il cui peso nell’economia statunitense è assai più rilevante (circa l’8 per cento del Pil). Tuttavia, poiché si tratta di un settore tendenzialmente competitivo, i benefici della maggiore produttività tendono a trasferirsi ai consumatori attraverso prezzi più bassi e servizi miglio-

Paul Krugman, economita statunitense e premio Nobel per l’economia nel 2008

Fonte: lavoce.info

STATI UNITI UNIONE EUROPEA
FIGURA 1.A - PIL PRO-CAPITE REALE

1.B - PIL PRO-CAPITE DEFLAZIONATO PER LA PPP

Fonte: lavoce.info

ri, compresi quelli europei. In altre parole, i vantaggi della tecnologia non dipenderebbero tanto da chi la sviluppa, quanto da chi è in grado di applicarla meglio, anche se in alcuni casi esiste un vantaggio per chi riesce a sfruttarla per primo (first-mover advantage).

Quest’ultima conclusione appare tuttavia discutibile. In primo luogo, il settore tecnologico ha forti caratteristiche monopolistiche, come testimoniano gli enormi profitti realizzati dalle grandi piattaforme digitali. In secondo luogo, gli elevati salari corrisposti da queste imprese finiscono per influenzare anche le retribuzioni degli altri comparti dell’economia, come mostrano, in modo emblematico, i costi esorbitanti dei celebri barbieri della Silicon

STATI UNITI UNIONE EUROPEA
FIGURA
Mario Draghi, ex Presidente della Banca centrale europea

Valley. Infine, in un mondo sempre più frammentato e conflittuale, la localizzazione delle imprese e degli altri fattori produttivi è tutt’altro che irrilevante. La storia recente ci ha insegnato che la geografia conta: la libera circolazione dei beni e la stabilità delle catene produttive vengono continuamente rimesse in discussione.

In questo contesto, l’assenza di materie prime energetiche e non energetiche, insieme a una dinamica demografica assai più problematica rende l’economia europea particolarmente fragile.

Tuttavia, il vero problema del Vecchio Continente risiede nella difficoltà di generare imprese innovative capaci di raggiungere una dimensione globale. Da questo punto di vista, i dati appaio-

no impietosi. La figura 2 mostra il numero e la dimensione delle imprese nate negli ultimi cinquant’anni che hanno raggiunto una capitalizzazione superiore ai 10 miliardi di dollari sulle due sponde dell’Atlantico. Negli Stati Uniti sono 68, con una capitalizzazione complessiva superiore ai 30 trilioni di dollari; in Europa sono invece soltanto 13, con una capitalizzazione aggregata di circa 400 miliardi di dollari, quasi tutte operanti in settori maturi.

A ciò si aggiunge il fatto che gli Stati Uniti contano già 7 società con una capitalizzazione superiore a un trilione di dollari, numero che potrebbe presto salire a 9 con le future quotazioni di Anthropic e OpenAI. Un diverso clima culturale e imprenditoriale, la difesa delle rendite esistenti, una rego-

lamentazione spesso soffocante, il sospetto nei confronti delle politiche industriali, un minore accesso ai capitali e la frammentazione del mercato interno — tutti elementi ben descritti nel Rapporto Draghi — contribuiscono a spiegare le differenze.

In conclusione, forse l’Europa rimane una superpotenza ricca e giusta, ma è anche una superpotenza fragile: un gigante dai piedi d’argilla, con un futuro incerto soprattutto per le giovani generazioni. ■

Fonte: lavoce.info

FIGURA 2 - IMPRESE SORTE NEGLI ULTIMI 50 CON UNA CAPITALIZZAZIONE SUPERIORE A 10 MILIARDI DI DOLLARI

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IL GRANDE BLUFF DELL’INCLUSIONE

Due lavoratori su tre discriminati, ma per i manager va tutto bene. L’ultimo Barometer Cegos scoperchia il vaso di Pandora del precariato emotivo in azienda: resistono i bias su età e look, mentre la funzione HR si isola

Nel risiko globale dei mercati moderni, scossi da costanti fiammate geopolitiche e repentine transizioni culturali, la Diversity & Inclusion (D&I) ha ufficialmente superato la fase del “politicamente corretto”. Non è più un fiore all'occhiello etico da esibire nei bilanci di sostenibilità, ma un fattore di pura resilienza e competitività aziendale. Oggi, includere significa sbloccare il potenziale di ogni singolo lavoratore, trasformando il background individuale in un motore di performance collettiva. A scattare un'istantanea nitida e priva di retorica su questa transizione è stato l’ultimo International Barometer di Cegos (società specializzata in formazione aziendale, consulenza e sviluppo delle risorse umane), intitolato Diversity & Inclusion: rafforzare un driver chiave di coesione e performance organizzative. Il report — strutturato su un campione imponente di oltre 5.500 dipendenti e 438 manager HR dislocati in 10 Paesi, Italia inclusa — fotografa una realtà in chiaroscuro. Se a livello teorico la cultura dell'inclusione sembra aver conquistato le prime linee, la quotidianità dei reparti operativi racconta tutta un'altra storia, fatta di barriere invisibili e vecchi pregiudizi duri a morire.

DISCRIMINAZIONE SUL LAVORO

I numeri emersi dall'indagine Cegos suonano come un campanello d'allarme negli uffici delle risorse umane. La discriminazione in ufficio non è un ricordo del passato, ma una realtà pervasiva. L'84% dei lavoratori globali e il 77% di quelli italiani dichiarano di aver assistito direttamente a epi-

sodi discriminatori nel corso della propria vita professionale. Il dato più inquietante, tuttavia, riguarda il coinvolgimento in prima persona: ben due dipendenti su tre a livello internazionale (66%) e il 55% in Italia sono stati vittime dirette di ingiustizie sul luogo di lavoro.

A cambiare sono i vettori del pregiudizio. Le storiche battaglie contro le discriminazioni di genere o di orientamento sessuale iniziano a mostrare i primi frutti, registrando un calo nelle segnalazioni grazie a anni di campagne di sensibilizzazione. Al loro posto, però, avanzano forme di esclusione più subdole, legate alla sfera estetica o allo status sociale. I dati della discriminazione osservata tracciano un confronto ravvicinato tra lo scenario globale e quello Italiano.

Basti dire che i casi di lookism ovvero di discriminazione legata all’aspetto aspetto fisico sono il 53% a livello globale e il 42% Italia. Quelli invece che riguardano l’età (ageismo) in tutto il mondo sono il 48% e in Italia il 35%, mentre i casi di discriminazione per razzismo ed etnia nel nostro Paese sono il 31% e salgono al 45% a livello complessivo. Poi ci sono quelli per classismo (status socio-economico e istruzione) che sono il 42% su scala globale e il 32% Italia. L'estetica e l'età, amplificate dai canoni asfissianti dei social media, penetrano così nelle dinamiche aziendali, penalizzando i profili professionali ben oltre le reali competenze.

GAP TRA INTENZIONI E REALTÀ

Esiste un cortocircuito evidente tra i proclami dei board aziendali

A QUALI TIPI DI DISCRIMINAZIONE HAI ASSISTITO

dei dipendenti ha gia assistito ad almeno una forma di discriminazione nel corso della propria carriera professionale.

e l'esperienza reale di chi sta dietro la scrivania. Sebbene il 98% dei manager HR (97% in Italia), riconosca la presenza della discriminazione nel mercato del lavoro generale, la lucidità si appanna quando l'analisi si sposta tra le mura di casa propria. Solo il 56% dei direttori HR ammette infatti che nella propria azienda si verifichino pratiche discriminatorie (quota che scende al 51% in Italia).

Una discrepanza che suggerisce una parziale cecità organizzativa o, nel peggiore dei casi, una tendenza all'autodifesa istituzionale. Secondo i lavoratori, la minaccia dei bias inconsci si concentra in tre snodi cruciali della vita aziendale:

1. L'integrazione nel team di lavoro (23%)

Fonte: ©Cegos, maggio 2025

2. I processi di selezione e recruitment (22%)

3. Le promozioni interne e i passaggi di carriera (21%)

Senza filtri oggettivi e processi strutturati, le fasi di onboarding e avanzamento meritocratico rimangono i territori più vulnerabili all'azione degli stereotipi. A peggiorare il quadro interviene un profondo divario di percezione sulla paternità delle iniziative: il 40% dei professionisti HR è convinto di essere il motore principale dell'inclusione in azienda, ma solo il 17% dei dipendenti convalida questa leadership. In Italia, il dato crolla addirittura al 6%, svelando un isolamento quasi totale dei dipartimenti Risorse Umane rispetto al sentire comune della popolazione aziendale.

L'IMPATTO SUL CLIMA AZIENDALE

L'esposizione continuativa a micro-aggressioni, battute sessiste o commenti sarcastici sull'età avvelena l'aria dei dipartimenti. Un lavoratore su tre sottolinea come la discriminazione comprometta l'atmosfera dell'ufficio, un'opinione che vede d'accordo ben 9 direttori HR su 10. Un clima tossico che si traduce, inevitabilmente, in calo della produttività e fuga dei talenti. Di fronte a questa deriva, la base aziendale e i vertici HR sembrano convergere sulle contromisure mediche da applicare. La priorità assoluta si chiama “tolleranza zero”. Il 38% dei dipendenti e il 39% degli HR esige l'adozione di policy severe, capaci di sanzionare senza esitazioni ogni comportamento molesto o discriminatorio. Le regole devono essere scritte,

SECONDO

TE, QUALI SONO LE FORME DI DISCRIMINAZIONE PIÙ COMUNI

RISCONTRATE NEL MONDO PROFESSIONALE (ALL'INTERNO DI AZIENDE/ ORGANIZZAZIONI IN GENERALE)?

degli HR Manager riconosce l'esistenza di almeno una forma di discriminazione nel mondo del lavoro. Il 98%

Fonte: ©Cegos, maggio 2025

chiare e vincolanti. La seconda leva strategica è la leadership d'esempio (invocata dal 34% della forza lavoro e dal 40% degli HR). La comunicazione istituzionale e i post su LinkedIn perdono qualsiasi valore se i top manager non sono i primi a incarnare l'equità nelle decisioni strategiche di ogni giorno. L'inclusione, insomma, si fa con i fatti dei leader, non con le slide dei consulenti.

IL RUOLO DEL MANAGER

Le politiche di D&I rischiano di rimanere una lettera morta se i manager — i veri ufficiali sul campo — non le applicano quotidianamente. Ed è proprio qui che il Barometer Cegos individua l'anello debole della catena. Soltanto il 42% dei lavoratori percepisce il proprio responsabile come un alleato attivo nella lotta alle di-

NEL TUO LAVORO QUOTIDIANO, COSA PENSI CONTRIBUISCA (ANCHE SOLO IN PARTE)

A DEGRADARE L'AMBIENTE DI LAVORO NELLA TUA ORGANIZZAZIONE?

Fonte: ©Cegos, maggio 2025

scriminazioni. Non solo: appena il 25% degli HR dichiara che i manager intervengono direttamente per risolvere i conflitti legati alla diversità, preferendo delegare la patata bollente ai responsabili del personale (45%). Il problema è principalmente di natura formativa. Meno di due manager su tre (59% globale, 55% in Italia) ha ricevuto un training specifico per riconoscere e disinnescare i propri bias inconsci. Per colmare questo deficit emotivo e relazionale i dipendenti chiedono lo sviluppo urgente di precise soft skills come: ascolto attivo (preteso dal 45% a livello globale e da un travolgente 58% in Italia); empatia (indicata dal 42%); tolleranza e apertura verso l'altro: segnalate rispettivamente dal 37% e 35% del campione.

In questo scenario orizzontale, comincia però a farsi strada la cultura dell'allyship: l'impegno spontaneo di chi si trova in posizioni di privilegio a farsi scudo e portavoce dei colleghi marginalizzati. Oggi, il 40% di dipendenti e HR sostiene di promuovere attivamente questo approccio, segno che la responsabilità dell'inclusione si sta trasformando da obbligo aziendale a patto di cittadinanza interna.

PERFORMANCE COLLETTIVA

Nonostante le sacche di resistenza e le prassi burocratiche, la rotta verso una reale Diversity & Inclusion appare ormai tracciata e priva di vie di ritorno. L'81% dei leader HR nel mondo conferma l'intenzione di mantenere o accelerare gli investimenti in questa direzione. La gestione della diversità sta finalmente migrando da un approccio

difensivo e puramente normativo a una logica di valorizzazione del capitale umano. Le aziende più illuminate lo hanno capito: l'equità conviene al conto economico.

È il carburante fondamentale per accendere la creatività dei team, sbloccare l'innovazione e blindare l'attrattività del brand sul mercato del lavoro. In un mondo in cui l'80% dei professionisti valuta l'indice di inclusività di un'azienda prima di accettare un'offerta, la D&I diventa la chiave di volta dell'employer branding. La vera sfida del prossimo futuro sarà smettere di procedere per interventi isolati, investendo in modo massiccio sulla cultura dei manager e sulla trasparenza dei processi, per trasformare le unicità dei singoli nel valore più prezioso dell'impresa. ■

NEWS FROM EUROPE

Le news più rilevanti dalle istituzioni europee selezionate dal Desk europeo di

Confprofessioni

Fisco: meno peso, più crescita

Il Rapporto annuale sulla Tassazione 2026 evidenzia come la politica fiscale sia ormai una leva strategica per sostenere competitività, occupazione, transizione ecologica e sostenibilità dei conti pubblici. Le stime indicano una crescita del Pil limitata all’1,1% nel 2026, con una lieve ripresa nel 2027, mentre l’inflazione dovrebbe salire al 3,1%. Nonostante il rallentamento, nel 2024 le entrate fiscali hanno raggiunto il 39,4% del Pil europeo, trainate soprattutto dalle imposte sul lavoro e dai contributi sociali. Restano elevate anche le imposte sulle società, mentre continua a ridursi il peso della fiscalità ambientale e patrimoniale. Bruxelles punta a un sistema fiscale capace di orientare gli investimenti e favorire la crescita. Tra le priorità figurano incentivi per il Clean Industrial Deal, crediti d’imposta

per la transizione verde, la riduzione degli oneri amministrativi del 25% per le imprese e del 35% per le PMI, oltre alla digitalizzazione dell’Iva e allo scambio di dati fiscali per contrastare le frodi. Nel 2025 gli Stati membri hanno approvato 399 riforme fiscali. L’Italia ha introdotto tredici misure, tra cui la riduzione dell’aliquota Irpef sul secondo scaglione e il rafforzamento degli strumenti digitali contro l’evasione. Resta però uno dei Paesi con il più elevato carico fiscale sul lavoro, fattore che continua a penalizzare occupazione e competitività. Per la Commissione europea la sfida è chiara: alleggerire il peso del fisco, semplificare il sistema tributario e sostenere investimenti e crescita senza compromettere la stabilità dei conti pubblici. Una sfida decisiva anche per professionisti e imprese.

LEGGI IL DOCUMENTO
RAPPORTO ANNUALE SULLA TASSAZIONE 2026

L’Europa rafforza l’alleanza con ILO

In un mercato del lavoro attraversato da profonde trasformazioni tecnologiche ed economiche, la collaborazione tra Unione europea e Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) punta a diventare uno strumento decisivo per garantire stabilità sociale e crescita sostenibile. Nel corso di un incontro ad alto livello, la Commissione europea e l’ILO hanno rilanciato il loro impegno comune per promuovere il lavoro dignitoso, tutelare i diritti dei lavoratori e definire una nuova agenda condivisa sulle sfide globali dell’occupazione. Il confronto, che prosegue il percorso di cooperazione avviato nel 2021, si è concentrato su tre priorità: intelligenza artificiale, rapporto tra commercio e diritti sociali, rafforzamento dei partenariati internazionali. Sul fronte dell’IA, le due istituzioni hanno ribadito la necessità di una governance “centrata sulla persona”, capace di favorire innovazione e occupazione di qualità senza aumentare precarietà e disuguaglianze. Per accompagnare la transizione saranno fondamentali formazione, aggiornamento delle competenze e sistemi del lavoro più efficaci. Al centro del confronto anche il legame tra crescita economica e tutela dei diritti. L’obiettivo è integrare maggiormente gli strumenti europei in materia di commercio e investimenti con gli standard internazionali promossi dall’ILO, rafforzando la protezione dei lavoratori.

Irlanda alla guida dell’Europa

Dal 1° luglio al 31 dicembre 2026 l’Irlanda guiderà la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea con un programma fondato su tre punti: competitività, valori e sicurezza. Un’agenda pensata per un contesto internazionale definito da Dublino “instabile e complesso”, segnato dalla guerra in Ucraina e dalla crescente pressione competitiva di Stati Uniti e Cina. La presidenza irlandese punta soprattutto ad accelerare i dossier già avviati dalla Commissione europea. Tra questi spicca il negoziato sul Quadro finanziario pluriennale 2028-2034, il nuovo bilancio settennale dell’Unione, con l’obiettivo di arrivare entro l’autunno a una base negoziale avanzata. Sul fronte della competitività, Dublino intende rafforzare il Mercato unico attraverso la semplificazione normativa, il sostegno alle imprese e il rilancio dell’Unione deirisparmiedegliinvestimenti. Tra i dossier industriali figurano l’Industrial Accelerator Act, il Chips Act 2.0 e le iniziative per energia, digitale e intelligenza artificiale. Proseguiranno inoltre i negoziati commerciali con diversi partner internazionali e le misure per affrontare la crisi abitativa. Il secondo pilastro riguarda i valori europei. Il semestre irlandese affronterà anche temi trasversali come lavoro, salute, fiscalità digitale e clima, con un ruolo centrale nei negoziati europei in vista della COP31 sul clima e degli appuntamenti sulla biodiversità.

Settimana corta:

Lavorare quattro giorni a settimana a parità di stipendio è una prospettiva che conquista sempre più Paesi europei, ma in Italia la trasformazione procede senza una legge nazionale. La riduzione dell’orario di lavoro si gioca soprattutto sul terreno della contrattazione collettiva tra aziende e sindacati. Il quadro europeo è definito dalle direttive sull’orario di lavoro e sull’equilibrio vita-lavoro, che fissano limiti e tutele comuni. Tuttavia, gli Stati membri si muovono con strategie diverse: il Belgio ha introdotto la possibilità di concentrare l’orario settimanale in quattro giornate, mentre Spagna e Portogallo sperimentano la settimana di 32 ore senza riduzioni salariali. In Germania il confronto riguarda soprattutto l’industria, con l’obiettivo di accompagnare la transizione produttiva. In Italia il tema raccoglie consensi: oltre metà dei lavoratori sarebbe disposto ad accettare anche una riduzione dello stipendio pur di avere un giorno libero in più, mentre più della metà degli HR guarda con interesse alla settimana corta, pur evidenziando difficoltà organizzative e costi. Tra i vantaggi attesi: una migliore conciliazione tra vita privata e lavoro, una maggiore parità di genere e una maggiore capacità delle imprese di attrarre talenti.

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PROFESSIONI

PIANO CASA, I NODI (ANCORA) DA SCIOGLIERE

Dopo il via libera del Senato alla legge 116/2026 restano aperte numerose criticità che rischiano di limitarne l’efficacia. Dalla valorizzazione del patrimonio immobiliare al coordinamento con il Testo Unico Edilizia; dalle procedure di gara all’appalto integrato. Fino alla collaborazione tra governo, professionisti e comunità

di Maria Pungetti

Delegata di Confprofessioni

all’Urbanistica ed edilizia green

Dopo il voto di fiducia del Senato al Governo e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale il Piano Casa è legge (116/2026): un passo importante per affrontare la crescente tensione abitativa che colpisce il territorio nazionale. Con l’obiettivo di incrementare l’offerta di alloggi a prezzi accessibili, il Piano si distingue per la sua strategia di valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico esistente, privilegiando il recupero rispetto al consumo di nuovo suolo. Questa iniziativa non solo mira a soddisfare le esigenze abitative della popolazione, ma offre anche opportunità significative per i professionisti del settore, almeno sulla carta.

RECUPERO EDIFICI ESISTENTI

Uno degli aspetti fondamentali del Piano Casa è la sua attenzione al recupero degli edifici esistenti. Questo approccio non solo è sostenibile, ma consente anche di preservare il patrimonio storico e culturale italiano. Il Piano promuove modelli abitativi innovativi come il cohousing e l’edilizia convenzionata a canone calmierato, rispondendo così alle necessità di categorie più fragili, tra cui giovani, studenti universitari, lavoratori fuori sede e genitori separati. Il Piano Casa è sostenuto da una dotazione finanziaria per il periodo 2026-2030, attraverso l’istituzione del Fondo housing coesione e la creazione di un Programma straordinario di recupero e manutenzione del patrimonio di edilizia pubblica e sociale. Le finalità del provvedimento collimano con la volontà del governo di offrire risposte concrete alle richieste abitative di ampie fasce della popolazione. Tuttavia, è essenziale

considerare alcune proposte che possano migliorarne l’efficacia applicativa, come proposto da Confprofessioni, in una memoria inviata alla Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici della Camera. In questa direzione è fondamentale che il Piano Casa sia in armonia con il D.P.R. 380/2001, attualmente in fase di riforma.

Confprofessioni ha sottolineato che l’entrata in vigore di disposizioni speciali in materia edilizia, che si sovrappongono a un testo normativo in riscrittura, potrebbe generare incertezze interpretative e difficoltà applicative per i professionisti tecnici.

OCCHIO AI RISCHI

È quindi cruciale che il governo acceleri il completamento della riforma del Testo Unico Edilizia,

assicurando un adeguato coordinamento tra i due provvedimenti per garantire un quadro normativo chiaro e coerente. La legge stabilisce che almeno il 70% dell’importo complessivo debba essere destinato a interventi di edilizia convenzionata a canone calmierato. Sebbene questa misura sia positiva per garantire un’offerta accessibile, Confprofessioni ha espresso preoccupazioni circa la sostenibilità economica di tale obbligo, soprattutto considerando i costi di costruzione attuali e il vincolo di destinazione trentennale.

In questo caso sarebbe opportuno valutare una maggiore flessibilità rispetto al vincolo del 70%, modulando la quota in base alle specificità territoriali e alle esigenze del mercato. Il Piano Casa affida a Invitalia il compito di ge-

stire il Programma straordinario nazionale, ma la centralizzazione delle procedure di gara potrebbe svantaggiare i professionisti e le imprese locali. Confprofessioni ha messo in guardia contro i rischi di una concentrazione delle gare in un unico soggetto, che potrebbe escludere i professionisti locali dalla partecipazione diretta.

Le gare dovrebbero essere bandite a livello locale, consentendo una maggiore inclusione delle piccole e medie imprese, che rappresentano la spina dorsale del settore edilizio. Il ricorso all’appalto integrato, che combina progettazione ed esecuzione in un unico lotto, potrebbe essere problematico per gli interventi previsti dal Piano Casa. Confprofessioni ha evidenziato che la progettazione esecutiva dovrebbe essere affidata a professionisti abilitati, evitando che grandi operatori monopolizzino il mercato.

LE POTENZIALITÀ CI SONO

È essenziale mantenere la separazione tra progettazione e costruzione per garantire la qualità dell’opera e tutelare le competenze dei liberi professionisti. Le procedure di realizzazione degli interventi devono orientarsi non solo all’efficienza economica, ma anche alla qualità della vita delle comunità. Gli eventuali aumenti di volume degli edifici devono essere finalizzati a creare spazi comuni e servizi collettivi, migliorandone la vivibilità.

Inoltre, andrebbero condotte analisi sistematiche tra costi e benefici per valutare correttamente la convenienza economica tra demolizio-

ne e ricostruzione rispetto al recupero dell’esistente. Il Piano Casa ha il potenziale per trasformare il panorama abitativo italiano, ma è fondamentale che venga attuato con attenzione e responsabilità.

La legge 116/2026 è stata accolta con grande interesse dalle professioni tecniche, tuttavia restano aperte diverse questioni che potrebbero limitarne l’efficacia, a partire dalla mancanza di un adeguato coinvolgimento dei professionisti che potrebbe compromettere la pianificazione sostenibile e la valorizzazione del patrimonio immobiliare esistente fino all’incertezza interpretativa di

alcune disposizioni, che potrebbe generare applicazioni non uniformi tra i diversi Comuni.

La proposta - lanciata dalle professioni tecniche che si riuniscono in Confprofessioni – di creare un comitato tecnico multidisciplinare composto da esperti del settore, che possa definire linee guida uniformi per la classificazione e la valutazione degli interventi mira a superare i colli di bottiglia ancora presenti nella legge. In un contesto di crescente necessità abitativa, la collaborazione tra Governo, professionisti e comunità sarà fondamentale per garantire il successo del Piano Casa. ■

IMMOBILI, IL LUSSO NON HA PREZZO

Nel 2025 la dimensione globale del mercato immobiliare di lusso è stata valutata 295,57 miliardi di dollari. Ma può raggiungere i 576,5 miliardi di dollari entro il 2035 con un tasso annuo di crescita composto del 6,9%. Il mattone di pregio si conferma uno degli asset preferiti dagli investitori con elevato patrimonio. Da New York a Londra, da Dubai al Principato di Monaco, fino all’Italia: una panoramica delle dimore più costose attualmente sul mercato

In un contesto caratterizzato da tensioni geopolitiche, conflitti e incertezza economica, il settore immobiliare relativo alla vendita di immobili di lusso continua a mostrare segnali di solidità, attirando capitali internazionali e molti investitori con grandi patrimoni che scelgono gli immobili di pregio come strumento di diversificazione e protezione del capitale.

Certo, i volumi del real estate di fascia alta non sono paragonabili all’espansione registrata nel periodo immediatamente successivo alla pandemia: se allora la crescita era trainata soprattutto dall’aumento dei prezzi, oggi il mercato si distingue per una domanda più qualificata dove gli acquirenti valutano con maggiore attenzione le opportunità, rimanendo disponibili a investire in proprietà che offrono caratteristiche di eccellenza. I dati internazionali confermano questo scenario.

Secondo il Prime International Residential Index di Knight Frank, nel 2025 il valore delle abitazioni di pregio è cresciuto mediamente del 3,2% a livello globale, (nel 2024 era stato +3,6%). A trainare la crescita sono soprattutto il Medio Oriente (con Dubai in testa), parte dell’Europa meridionale e alcune destinazioni turistiche considerate investimenti sicuri.

Anche il mercato italiano conferma un andamento positivo con un’offerta complessiva superiore ai 71 miliardi di euro e un +15% rispetto al 2024. L’Osservatorio di Immobiliare.it Insights rileva che nel 2025 l’offerta di immobili di lusso è aumentata del 23%,

Villa Certosa, storica tenuta sarda di Silvio Berlusconi è stata acquistata dalla famiglia reale del Qatar tramite la società Constellation Hotels Holding per 350 milioni di euro.

mentre la domanda complessiva è cresciuta del 22%. I tempi medi di vendita si attestano intorno ai sei mesi, leggermente superiori a quelli del comparto residenziale tradizionale ma comunque contenuti se rapportati al valore delle proprietà. Sempre per quanto riguarda il nostro Paese un’altra tendenza ormai consolidata è il crescente peso della clientela internazionale che continua ad attirare investitori stranieri specialmente in località come la Costa Smeralda, il Lago di Como, la Toscana e il centro di Milano.

LE PROPRIETÀ PIÙ COSTOSE

A livello globale il mercato degli immobili di lusso vede raggiungere sempre più spesso quotazioni da capogiro per le proprietà più prestigiose ed esclusive. Il primato della casa in vendita più cara al momento spetta a una proprietà a Beverly Hills.

La residenza, immersa nel cuore di Los Angeles, è alla ricerca di un acquirente disposto a investire ben 400 milioni di dollari per una tenuta che comprende complessivamente 39 camere da letto, distribuite tra la residenza principale e la dependance, oltre a diverse cucine. Gli spazi dedicati al benessere e al tempo libero sono numerosi: tre piscine, un campo da tennis, una spa, un salone di bellezza completamente attrezzato, una palestra e una sala cinema privata.

In Florida Palm Beach si conferma invece una delle località di riferimento per il Real estate di alta gamma: le storiche tenute affacciate su North Ocean Boulevard

vengono regolarmente immesse sul mercato con valutazioni comprese tra i 185 e i 205 milioni di dollari. Tra le grandi metropoli globali Londra e New York continuano a offrire possibilità di assoluto prestigio. Gli attici di lusso, in particolare quelli all’interno di complessi iconici come One Hyde Park a Londra o lungo la 57th Street a New York, vengono proposti con prezzi di listino che spaziano da 90 fino a 250 milioni di dollari. Anche Dubai si distingue tra i principali poli del lusso immobiliare: le megaville situate nei complessi residenziali di Palm Jumeirah e Jumeirah Bay Island figurano anch’esse tra gli asset più ambiti dagli investitori internazionali, con prezzi e transazioni che superano frequentemente i 150-200 milioni di dollari.

Il primato della casa in vendita più cara, al momento ,spetta a una proprietà a Beverly Hills. La residenza nel cuore di Los Angeles, è alla ricerca di un acquirente disposto a investire ben 400 milioni di dollari.

Infine, il Principato di Monaco mantiene il primato mondiale per valore immobiliare con quotazioni che spesso superano i 50 mila euro al metro quadrato. In questo scenario, appartamenti esclusivi e attici nel nuovo complesso di Mareterra vengono commercializzati a prezzi su richiesta che possono oltrepassare i 300 milioni di dollari.

Per quanto riguarda invece il nostro paese, con una valutazione di circa 42 milioni di euro, il Castello di Oliveto rappresenta oggi l’immobile residenziale più costoso in vendita sul mercato italiano.

Situata nel cuore della Toscana, questa dimora storica è considerata uno dei complessi architettonici di maggior pregio della regione, grazie al suo valore storico, artistico e paesaggistico. Il

Con una valutazione di circa 42 milioni di euro, il Castello di Oliveto rappresenta oggi l’immobile residenziale più costoso in vendita sul mercato italiano.

Gli attici di lusso, in particolare quelli all’interno di complessi iconici come One Hyde Park a Londra o lungo la 57th Street a New York, vengono proposti con prezzi di listino che spaziano da 90 fino a 250 milioni di dollari.

nucleo principale della proprietà si sviluppa su una superficie di circa 3 mila metri quadrati, organizzata attorno a un suggestivo cortile interno che costituisce il fulcro del castello. A completare il complesso si aggiunge una villa settecentesca di circa 1.150 metri quadrati, che amplia ulteriormente gli spazi residenziali.

CELEBRITY PREMIUM

È da notare poi come nell’esclusivo mercato delle case di lusso non si acquista soltanto un immobile, ma un insieme di elementi immateriali che ne accrescono il valore.

L’identità della proprietà, la firma dell’architetto, il design, il livello di privacy e perfino la notorietà del precedente proprietario contribuiscono a determinarne l’attrattività economica: è il fenomeno noto come Celebrity Premium, dove la

storia dell’immobile può incidere in maniera significativa sul prezzo finale. Secondo gli esperti di settore una proprietà appartenuta a una personalità famosa può infatti valere dal 10% al 30% in più rispetto a immobili comparabili, con incrementi ancora maggiori nei casi più iconici. A fare la differenza sono dunque la storia, il fascino e, soprattutto, il nome dell’ex proprietario.

E se quindi da un lato i valori richiesti per gli immobili più esclusivi raggiungono sempre più frequentemente cifre a nove zeri, dall’altro il mercato registra una domanda importante per le cosiddette Trophy Properties, segmento di grande interesse soprattutto per gli acquirenti internazionali dotati di ingenti disponibilità finanziarie. La recente cessione di Villa Certosa, la storica residenza

A New York è in vendita la Penthouse di Cara Delevingne al prezzo di 9,45 milioni di dollari

in Costa Smeralda appartenuta a Silvio Berlusconi e acquistata da una società riconducibile alla famiglia reale del Qatar guidata dallo sceicco Jassim bin Hamad Al Thani, ne è la dimostrazione più evidente. L’operazione, valutata secondo le indiscrezioni intorno ai 350 milioni di euro, rappresenta una delle compravendite residenziali più importanti mai concluse in Europa e conferma come il mercato delle Celebrity homes continui ad attirare investitori disposti a pagare cifre record pur di acquistare un pezzo di storia contemporanea.

Anche negli Stati Uniti il mercato delle case appartenute ai grandi nomi dello showbiz continua a registrare quotazioni elevatissime. È il caso della villa dello stilista Calvin Klein negli Hamptons, una delle proprietà più iconiche della costa orientale americana oggi in vendita per 165 milioni di dollari.

A New York l’appartamento di 174 mq appartenuto a David Bowie e a Iman nel quartiere di SoHo è invece in vendita a 4,75 milioni di dollari. L’abitazione, elegante ma sorprendentemente sobria, è stata spesso associata all’immagine privata dell’artista, lontana dagli eccessi della sua figura pubblica. Nel caso di Bowie il valore non deriva soltanto dalla posizione, già straordinaria, ma dal forte legame emotivo che i collezionisti e gli appassionati attribuiscono ai luoghi vissuti dal musicista.

Sempre a New York è in vendita la Penthouse di Cara Delevingne a un prezzo di 9,45 milioni di dollari: l’attrice britannica, che lo scorso anno ha acquistato la casa di Jen-

nifer Lawrence a Beverly Hills, ha deciso di vendere l’appartamento poiché ultimamente non trascorre più molto tempo in città. Per i fan di James Bond ecco invece Villa Skyfall, una delle proprietà private più esclusive attualmente in vendita negli Stati Uniti.

La residenza si trova a Delray Beach, in Florida, ed è sul mercato a un prezzo di 85,5 milioni di dollari. Ogni dettaglio della villa richiama l’universo dell’agente segreto più celebre della storia del cinema, dall’architettura agli interni, fino a una straordinaria collezione di automobili tra cui spicca una leggendaria Aston Martin DB5, il modello diventato un’icona grazie alle apparizioni nei primi film di James Bond interpretati da Sean Connery. ■

A New York l’appartamento di 174 mq appartenuto a David Bowie e a Iman nel quartiere di SoHo è in vendita a 4,75 milioni di dollari

CREATORI DI VALORE INFORMATIVO

Il passaparola non basta più. Oggi i professionisti puntano sul content marketing per posizionarsi sul mercato e raccontare le proprie competenze a una clientela sempre più web oriented. Così gli studi B2B che investono in una strategia strutturata di contenuti generano in media il triplo dei lead, rispetto a chi si affida solo alle forme tradizionali. Grazie anche all’AI

Fino a qualche anno fa, la reputazione di uno studio professionale si costruiva quasi esclusivamente attraverso il passaparola, la partecipazione a convegni di categoria e, nei casi più strutturati, una presenza istituzionale sul web. Oggi quella logica è ancora valida, ma da sola non basta più. Il mercato delle professioni intellettuali ha subito una trasformazione silenziosa ma profonda: i clienti - siano essi imprenditori, aziende o privatiarrivano sempre più spesso allo studio dopo un percorso autonomo di ricerca e valutazione. Prima ancora di parlare con un professionista, leggono, guardano, ascoltano. E scelgono chi li ha già aiutati a capire qualcosa. È qui che entra in gioco il content marketing. Non come strumento di comunicazione istituzionale - il classico “chi siamo, cosa facciamo” - ma come vera e propria leva di posizionamento e generazione di domanda qualificata.

DALLA VETRINA ALLA PIAZZA

La distinzione è sottile ma decisiva. La comunicazione istituzionale racconta lo studio, il content marketing educa il mercato. Nel primo caso, si parla di sé. Nel secondo, si parla al cliente del suo problema, con il proprio punto di vista autorevole. Uno studio commercialista che pubblica un articolo chiaro e pratico sulle implicazioni fiscali della nuova normativa sui fringe benefit, non sta facendo pubblicità: sta dimostrando competenza. Uno studio legale che lancia un podcast mensile, con approfondimenti su contrattualistica e compliance aziendale, non sta intrattenendo: sta costruendo fiducia. La

differenza è tutta nel valore che il contenuto trasferisce al lettore prima ancora che diventi cliente.Secondo i dati del Content Marketing Institute, le aziende B2B che investono in una strategia strutturata di contenuti generano in media il triplo dei lead, rispetto a chi si affida solo alle forme tradizionali di outbound marketing, con costi per lead significativamente inferiori. Nel segmento dei servizi professionali, studi avanzati nel content marketing riportano percentuali comprese tra il 40% e il 50% dei nuovi contatti originati direttamente dai contenuti pubblicati.

UNA STRATEGY EFFICACE

Produrre contenuti in modo sporadico e non pianificato, è peggio che non produrne affatto: genera rumore, non autorevolezza.

Una strategia efficace per uno studio professionale si costruisce su quattro pilastri.

▪ 1. Il posizionamento. Ogni studio deve individuare il proprio territorio informativo: l’area tematica in cui vuole essere riconosciuto come riferimento. Non tutto e non a caso. Uno studio di consulenza del lavoro, ad esempio, può scegliere di diventare il punto di riferimento nazionale per la comunicazione su lavoro agile, la contrattazione di secondo livello e il welfare aziendale. Questo

focus consente di costruire nel tempo una presenza coerente e riconoscibile.

▪ 2. Il piano editoriale. I contenuti devono rispondere a domande reali che i potenziali clienti si pongono nelle diverse fasi del loro processo decisionale: dalla consapevolezza del problema, alla valutazione delle soluzioni, fino alla scelta del professionista. Un buon piano editoriale incrocia le parole chiave di ricerca più rilevanti con i temi di attualità normativa e le esigenze specifiche del segmento di clientela target.

▪ 3. La varietà dei formati. Articoli di blog, video tutorial, podcast, webinar, newsletter, guide scaricabili: ogni formato intercetta abitudini di consumo diverse. L’articolo scritto rimane centrale per il posizionamento SEO, ma il video ha un potere straordinario di umanizzare il professionista e avvicinare il potenziale cliente. Il podcast si adatta ai ritmi di chi ha poco tempo ma vuole tenersi aggiornato durante gli spostamenti.

▪ 4. Distribuzione multicanale. Produrre un buon contenuto non è sufficiente: occorre distribuirlo sui canali giusti. LinkedIn è oggi il canale privilegiato per raggiungere imprenditori, manager e decision maker nelle professioni B2B. YouTube funziona molto bene per i video tutorial e i webinar registrati. La newsletter fidelizza chi è già

nel perimetro dello studio. Il blog del sito rimane la base di tutto, anche per gli effetti di lungo periodo sul posizionamento organico sui motori di ricerca.

L’AI come alleato nella produzione

A questo punto la domanda pratica sorge spontanea: “Tutto chiaro, ma chi ha il tempo di produrre tutti questi contenuti?” È l’obiezione più diffusa - e anche la più legittima - tra i professionisti che si avvicinano al content marketing.

La risposta oggi è concreta: l’intelligenza artificiale generativa ha abbattuto in modo significativo i costi e i tempi di produzione dei contenuti, senza necessariamente comprometterne la qualità, a patto di usarla con metodo. Per i testi, strumenti come ChatGPT, Claude

o Gemini consentono di generare bozze di articoli, scalette di newsletter o script per video partendo da pochi input tematici forniti dal professionista, che poi rivede, corregge e firma con la propria voce.

Per i contenuti audio e video, piattaforme come ElevenLabs permettono di clonare la propria voce per produrre podcast o commenti audio senza dover ogni volta registrare da zero; strumenti come HeyGen o Synthesia consentono di generare video con avatar realistici a partire da un testo scritto.

Per le immagini e le grafiche, Midjourney, DALL·E e Adobe Firefly producono in pochi secondi visual personalizzati per post e copertine. Infine, tool come Descript o Opus Clip trasformano automaticamente un webinar registrato in dieci clip brevi pronte per i social.

L’AI non sostituisce la competenza del professionista, che rimane il vero valore differenziante, ma elimina il collo di bottiglia operativo. Con un paio d’ore a settimana, uno studio può mantenere attivo un ecosistema di contenuti che fino a pochi anni fa avrebbe richiesto un team dedicato.

SEO, VISIBILI QUANDO CONTA

Il posizionamento sui motori di ricerca è particolarmente rilevante per gli studi professionali perché intercetta un’intenzione di ricerca già qualificata. Chi digita “commercialista per startup innovative Milano” o “avvocato diritto del lavoro contratti a termine” non sta navigando per curiosità: ha un problema preciso e sta cercando chi può risolverlo. Una strategia

SEO efficace parte dall’analisi delle parole chiave a coda lunga che rispecchiano le domande reali dei clienti potenziali, e si costruisce nel tempo attraverso contenuti autorevoli e tecnicamente ottimizzati. I risultati non sono immediati (servono mediamente sei-dodici mesi), ma generano traffico organico continuo, senza costi per click. È, nel lungo periodo, l’investimento a rendimento più sostenibile.

IL ROI DEL CONTENT MARKETING «Come faccio a sapere se funziona?” È l’obiezione più ricorrente. La risposta richiede di andare oltre le metriche superficiali (visite al sito, follower sui social) per concentrarsi su indicatori che parlano di business: la qualità dei lead generati (incarichi in linea con il posizionamento desiderato), il

tasso di conversione da visita web a contatto, il costo di acquisizione del cliente rispetto ai canali tradizionali, e il tempo di chiusura dell’incarico, che si riduce sensibilmente quando il potenziale cliente arriva già “educato” dai contenuti dello studio.

Strumenti come Google Analytics 4 e le analytics native di LinkedIn e YouTube consentono di tracciare con buona precisione quale contenuto ha generato il primo contatto e quale ha convertito. Non è fantascienza: è misura applicata al marketing professionale.

CHI LO FA GIÀ (E BENE)

Non mancano esempi virtuosi, anche nel contesto italiano. Studi fiscali che hanno trasformato il loro blog in una risorsa di riferimento per le PMI del settore manifatturie-

ro, con articoli tecnici che compaiono tra i primi risultati di ricerca su query specifiche. Studi legali specializzati in diritto del lavoro che attraverso un canale YouTube hanno costruito una community di HR manager e imprenditori, convertendo l’audience in clienti.

Network di consulenti del lavoro che con una newsletter bisettimanale raggiungono decine di migliaia di abbonati profilati, trasformando ogni nuovo provvedimento normativo in un’opportunità di visibilità.

Il denominatore comune è la costanza, la focalizzazione tematica e la capacità di parlare al cliente nel suo linguaggio, non nel linguaggio tecnico del professionista. In questa prospettiva “less is more”: meglio poche cose ma

fatte bene e con continuità, che troppe, fatte in modo sporadico e approssimativo.

IL VERO CAMBIO DI MENTALITÀ

Il content marketing funziona solo se c’è alla base un cambio culturale genuino: il professionista deve essere disposto a condividere la propria conoscenza, a renderla accessibile, a investire tempo e risorse in un’attività i cui frutti maturano nel medio periodo, diventando un “media provider”. È l’opposto della logica della scarsità informativa e abbraccia la logica dell’abbondanza: più offro, più costruisco fiducia, più vengo scelto. Non si tratta di diventare influencer. Si tratta di diventare il professionista che il potenziale cliente conosce già, quando arriva in studio e a cui ha già deciso di affidarsi. ■

Fonti

Content Marketing Institute –B2B Content Marketing Report 2024 APPROFONDISCI

HubSpot –State of Marketing Report 2024 MAGGIORI INFORMAZIONI

Hinge Research Institute –Professional Services Marketing Report SCOPRI DI PIÙ

Google Search Central –SEO Starter Guide APPROFONDISCI

LinkedIn Marketing Solutions –B2B Professional Services Playbook MAGGIORI INFORMAZIONI

Nielsen Norman Group –Content Strategy for the Web SCOPRI DI PIÙ

Strumenti AI per la produzione di contenuti citati nell’articolo:

ElevenLabs (audio/voce): APPROFONDISCI

HeyGen (video AI): MAGGIORI INFORMAZIONI

Descript (editing audio/video e clip): SCOPRI DI PIÙ

Adobe Firefly (immagini): APPROFONDISCI

ITALIANI POPOLO DI INVENTORI. ANZI, DI INVENTRICI

L’Italia è tra i Paesi più creativi d’Europa e quello in cui le donne depositano più brevetti. Ma la presenza femminile è più alta nelle università che nelle imprese dove, tra l’altro, l’innovazione non è sempre visibile e ancora meno si trasforma in crescita industriale

Meccanica, trasporti, packaging, farmaceutica... L’Italia esprime così tanta creatività e capacità tecnica da sfornare il 2,5% di tutti i brevetti prodotti nel mondo. Un dato considerevole se consideriamo che il Giappone ne produce l’11%. E anche se non entra nella top ten mondiale (è 11esimo) né sul podio europeo (è quarto), il nostro Paese vanta comunque un primato di rilievo: la percentuale maggiore di invenzioni al femminile rispetto alla media europea. Secondo i dati dell’Ufficio europeo dei brevetti, se nel 2017 quelli depositati da donne erano il 13,8 nel 2022 sono saliti al 14,7 e il trend è in crescita. «Cifre piccole ma segnali incoraggianti» spiega Raffaella Manzini, professore ordinario di Gestione della tecnologia e dell’innovazione all’Università LIUC e responsabile scientifico dell’Osservatorio Innovazione e brevetti. «Serve però cautela nell’interpretazione dei dati: le aree tecnologiche sono quelle che in questo periodo storico producono più invenzioni e proprio lì sta aumentando la presenza delle donne quindi è chiaro che in maniera proporzionale cresce anche il dato dei brevetti al femminile. Il vero elemento positivo è il fatto che nell’ambito della ricerca le donne sono sempre più presenti perché qui la parità si è affermata più che in altri settori».

LE RETI DELLA CONOSCENZA

La diversità di genere, nei laboratori di ricerca, diventa un motore di creatività e innovazione. Lo conferma la teoria delle reti sociali in base alla quale i gruppi tendono a evolversi in funzione del loro grado di diversità

interna. «Quando la diversità è bassa, le reti rimangono relativamente chiuse: gli attori coinvolti condividono conoscenze, prospettive e pratiche simili, limitando la capacità di generare nuove idee e di adattarsi ai cambiamenti» spiega Manzini. «Esiste però una soglia critica di diversità oltre la quale il comportamento della rete cambia.

Superata questa soglia, l’aumento della diversità non produce effetti semplicemente proporzionali, ma genera una crescita più che lineare delle connessioni, degli scambi e delle opportunità di innovazione. Questo fenomeno è coerente con il modello dell’open innovation: l’innovazione non nasce principalmente all’interno di laboratori chiusi e autosufficienti, ma attraverso processi aperti, distribuiti e collaborativi, nei quali soggetti diversi condividono conoscenze e risorse. La varietà degli attori coinvolti diventa quindi una fonte di valore e di creatività».

IL NODO DELLE IMPRESE

La presenza di donne inventrici è particolarmente evidente nel mondo della ricerca e delle università. «Sono mondi inclusivi e aperti per definizione» assicura l’esperta. «In nessun altro luogo puoi vedere in questo periodo americani e iraniani lavorare gomito a gomito e non è un caso quindi che la presenza femminile qui sia maggiore». Questo vuol dire che il mondo dell’impresa, invece, non è così disposto ad aprire alle donne i reparti di “Ricerca e Sviluppo”. Secondo il rapporto della European Commission, le donne rappresentano il 44% dei ricercatori nell’università, il 45%

negli enti pubblici e solo il 22% nel settore delle imprese. Eppure, proprio il settore delle imprese concentra circa il 57% di tutti i ricercatori europei. Inoltre, le startup innovative a maggioranza femminile rappresentano circa il 14% del totale nazionale, segno che il potenziale innovativo delle donne, nel privato, è ancora sottorappresentato.

IL FATTORE LIFE SCIENCE

Se la maggior parte della ricerca viene svolta proprio nell’ambiente in cui le donne sono meno presenti, cioè l’impresa, il dato europeo della media di brevetti al femminile è ancora più significativo perché indica che laddove le donne sono presenti hanno successo. Il numero più elevato di brevetti depositati dalle donne si registra in ambito Life Science, cioè nel

settore farmaceutico (34,9%), biotecnologico (34,2%) e chimico-alimentare (32,3%). «Questi dati rispecchiano perfettamente le carriere universitarie: le ragazze sono storicamente più attratte da questi settori invece che da altre discipline in aree scientifica e tecnica tradizionalmente legate a ruoli maschili».

INNOVAZIONE SOTTO TRACCIA

Indipendentemente dalla presenza femminile, la ricerca e l’innovazione in Italia va avanti e si distingue nonostante l’esiguità degli investimenti pubblici che rimangono inferiori alla media europea. «Una parte significativa dell’attività innovativa sfugge alle statistiche ufficiali» avverte però Manzini. «Molte imprese, soprattutto di piccole dimensioni, incorporano infatti gli investi-

menti in innovazione all’interno dei costi per macchinari e processi produttivi, rendendoli meno visibili nei bilanci e nelle rilevazioni statistiche. A ciò si aggiunge una storica diffidenza verso il brevetto. In particolare le piccole e medie imprese preferiscono non brevettare le proprie innovazioni a causa dei costi e della complessità delle procedure. Il risultato è che una quota rilevante della ricerca effettivamente svolta non viene registrata attraverso gli indicatori tradizionali, contribuendo a sottostimare la capacità innovativa del sistema produttivo nazionale».

SERVE MASSA CRITICA

Fuori dalle università, il nodo centrale resta quindi la struttura stessa dell’economia italiana. La prevalenza di imprese di piccole dimensioni favorisce spesso la

nascita di idee originali e soluzioni creative, ma rende più difficile trasformarle in innovazioni capaci di crescere, diffondersi e generare valore su larga scala. «Il principio secondo cui "piccolo è bello" può funzionare nelle fasi iniziali dello sviluppo, ma l’innovazione richiede anche massa critica, investimenti e capacità di aggregazione» avverte l’esperta. «Per competere in un contesto globale, le idee devono poter crescere oltre i confini della piccola impresa e trovare forme organizzative più solide, in grado di tradurre la creatività in sviluppo economico e benefici per l’intera società». ■

Raffaella Manzini, professore ordinario di Gestione della tecnologia e dell’innovazione all’Università LIUC e responsabile scientifico dell’Osservatorio Innovazione e brevetti

Dai conservanti vegetali alle boe intelligenti

L’associazione italiana delle donne inventrici e innovatrici (ITWIIN) premia ogni anno ricercatrici, imprenditrici e professioniste che siano autrici o co-autrici di invenzioni e brevetti dal grande impatto economico o sociale. Un esempio recente arriva dall’Università di Parma, dove la ricercatrice Annalisa Ricci, insieme a un gruppo di colleghe,

ha sviluppato e brevettato un processo per ottenere antimicrobici da scarti vegetali. Lo scopo è prolungare la conservazione degli alimenti attraverso un processo di economia circolare.

Nel settore delle start up tecnologiche e innovative i riconoscimenti arrivano invece da PNICube e Università degli Studi di

Ferrara che ogni anno assegnano il premio speciale “Imprenditoria Femminile” alle aziende che hanno prodotto innovazione con una maggioranza femminile nella compagine societaria e donne nei ruoli apicali.

Nel 2025 sono state premiate la pugliese EcoSil Tech per una tecnologia utile a contrastare l’erosione costiera con soluzioni sostenibili per le spiagge; la piemontese NewOilFactory che ha sviluppato oleogel vegetali per sostituire grassi animali o idrogenati nell’industria alimentare; e la laziale TY.RE.C.S. che ha inventato delle boe intelligenti per rimuovere idrocarburi in mare usando materiali riciclati ricavati da pneumatici. ■

LA COSMETICA ALLA CONQUISTA DEL MONDO

Fatturato in crescita, export sempre più strategico e consumatori fedeli ai rituali di cura. Tra innovazione e sfide internazionali, l’industria cosmetica italiana rilancia la sfida del Made in Italy nel beauty globale. Generando PIL, benessere e lavoro

Innovazione, creatività, design, tradizione artigianale ed heritage culturale. In due parole: cosmetica italiana. L’industria della cosmesi è un fiore all'occhiello dell’economia italiana, un’eccellenza riconosciuta e apprezzata nel mondo. Lo dimostrano gli ultimi dati elaborati dal Centro Studi di Cosmetica Italia, l’associazione che riunisce 650 imprese cosmetiche e rappresenta l’intera filiera.

Il fatturato totale del comparto si attesta intorno a 18 miliardi di euro nel 2025, in crescita del 2,9% rispetto all’anno precedente.

«La cosmesi è un’eccellenza che parla italiano dalla ricerca alla produzione, dal packaging alla distribuzione, ed è in grado di generare un impatto positivo sulle persone, grazie al valore sociale e all’essenzialità del cosmetico, e sull’intero Sistema Paese per le significative ricadute economiche e occupazionali» spiega Benedetto Lavino, presidente di Cosmetica Italia.

D. Come si prepara, questa eccellenza italiana, ad affrontare un contesto internazionale complesso come quello attuale?

Valorizzandone la forza. Quest’anno abbiamo lanciato “This is Bellezza”, una grande alleanza per il beauty italiano. Si tratta di un progetto che racconta i tratti distintivi dell’Italian beauty: un equilibrio unico tra innovazione, alta qualità, creatività e design, capace di esprimere una bellezza autentica ed inclusiva. Il beauty italiano affonda le sue radici nei territori, nella loro biodiversità

e nelle materie prime che li rappresentano, nella tradizione artigianale e culturale che si intreccia con l’inconfondibile stile di vita del nostro Paese. Un patrimonio di valori che permeano tutta la catena del valore.

D. Come inciderà il progetto in un contesto così competitivo come quello cosmetico?

Sì, è vero, operiamo in un contesto sempre più competitivo. Con “This is Bellezza” raccogliamo un’importante sfida e responsabilità: vogliamo creare un movimento che permetta di affermare il valore riconosciuto e differenziante del sistema cosmetico italiano a livello nazionale e internazionale. Un movimento fatto innanzitutto di alleanze, non solo tra i protagonisti dell’industria, ma che intende coinvolgere anche tutti gli stakeholder, per contribuire, assieme, a valorizzare l’unicità del beauty italiano in tutta la sua filiera e sostenere la competitività delle nostre imprese.

D. Il trend galoppante della K-beauty, la cosmesi coreana, è una minaccia o un'ispirazione per l'industria cosmetica italiana?

La K-Beauty è una realtà con cui noi, l’I-Beauty, ci confrontiamo quotidianamente. Più che una minaccia, è un’espressione molto efficace di come innovazione, velocità e capacità di interpretare i trend possano rafforzare la competitività di un sistema Paese. Per l’industria cosmetica italiana, questo confronto è un’opportunità: ci spinge a valorizzare ancora

di più i nostri punti di forza distintivi, cioè qualità, sicurezza, ricerca e una filiera industriale completa, integrandoli con una maggiore capacità di comunicazione e di lettura dei nuovi linguaggi del mercato. In questo senso, la sfida non è inseguire modelli altrui, ma continuare a evolvere mantenendo una chiara identità: è proprio nella combinazione tra innovazione e heritage che l’I-Beauty può rafforzare il proprio posizionamento a livello globale.

D. Quanto conta attualmente l’export nella crescita del settore?

Le esportazioni sono il 50% del totale del fatturato, si confermano un vero e proprio motore trainante: raggiungono gli 8,6 miliardi di euro, in crescita del 4,1% rispetto al 2024, con Stati Uniti, Francia e Germania tra i principali mercati di destinazione.

D. Cosa raccontano di noi italiani i dati sui consumi interni di cosmesi?

I consumi ribadiscono il ruolo essenziale dei cosmetici nei gesti di cura di sé e benessere che accompagnano quotidianamente gli italiani: nel 2025 gli acquisti sono stati pari a 12,8 miliardi di euro (+3,2% sul 2024), una cifra che posiziona l’Italia come 3° mercato europeo per consumi cosmetici e 10° a livello mondiale. Inoltre, la crescita media negli ultimi tre anni dei consumi di cosmetici in Italia è stata del 6,5%, al di sopra del trend globale. Tra le categorie prodotto sono le fragranze a segnalare la crescita più marcata

(+7,4%). I prodotti “best performer” sono i blush, l’hair styling e le fragranze uomo.

D. L’online la fa sempre da padrone?

Decisamente. Analizzando il dettaglio delle dinamiche dei consumi, l’e-commerce emerge come il canale dalle performance più positive con un incremento del 9,8% rispetto all’anno precedente.

D. Quanto i beauty influencer hanno fatto da traino alla crescita di questi ultimi anni?

Hanno avuto un ruolo importante nel trasformare il modo in cui il settore dialoga con i consumatori: hanno reso la comunicazione più

diretta, autentica e veloce, accelerando la diffusione dei trend e avvicinando il beauty a un pubblico più ampio ed eterogeneo.

Detto questo, non sono il motore unico della crescita: il valore del comparto resta fondato su qualità, sicurezza e innovazione.

Gli influencer sono stati piuttosto un fattore abilitante, che ha rafforzato la relazione con il consumatore. Oggi la sfida è evolvere verso modelli sempre più basati su credibilità, trasparenza e responsabilità. ■

A ogni età il suo cosmetico

Benedetto Lavino, Presidente di Cosmetica Italia

L’IMPATTO SULL’OCCUPAZIONE

41,2

1,4 %

miliardi di euro: il valore generato nel 2024 dall’intera filiera cosmetica che comprende produzione di materie prime, formulazione, packaging e distribuzione.

Cosmetic BRO è il progetto educativo di Cosmetica Italia, rivolto alle scuole primarie, con l'obiettivo di educare all'uso corretto e responsabile dei cosmetici, insegnare a scegliere prodotti adeguati all'età e contrastare l'utilizzo prematuro di cosmetici destinati agli adulti. Il progetto è nato in risposta al fenomeno dei "Sephora Kids", i preadolescenti che su TikTok mostrano acquisti e skincare complesse alimentando il fenomeno recente della "cosmeticorexia", cioè l'allarmante ossessione per skincare e cosmetici che si sta diffondendo tra bambini e adolescenti. ■

63.000 1,6 %

la quota del PIL italiano generato dal valore aggiunto del comparto cosmetico che supera i 30,8 miliardi di euro.

gli occupati diretti in questo settore che offre diversi sbocchi professionali, dai formulatori agli esperti di packaging, dai tecnologi ai chimici, fino ai product manager e agli informatori.

la quota di forza lavoro nazionale, corrispondente a circa 440 mila posti di lavoro, se consideriamo tutta la filiera, dalle materie prime alla distribuzione. dati Cosmetica Italia

EDITORE DI ME STESSO

L’autopubblicazione di libri è ormai una tendenza consolidata. Un fenomeno che coinvolge oltre 150 scrittori di narrativa. Rispetto alle tradizionali case editrici si guadagna di più; c’è più libertà creativa; si riducono al minimo i tempi di attesa e c’è libertà nel marketing

In Italia, basta scorrere le classifiche di vendita, ci sono non più di 20 persone che vivono del lavoro di scrittore di libri di narrativa. E questo perché, nella catena che prevede ideazione, scrittura, editing, correzione bozze, grafica, pubblicazione e promozione di un titolo, all’autore che si affida a una casa editrice tradizionale arriva circa il 4% del prezzo di copertina di quel volume.

Insomma, se anche uno riuscisse a vendere 100 mila copie (e non succede quasi mai) a 20 euro, come scrittore incasserebbe 80 mila euro lordi. E, in genere, un autore non produce titoli di successo ogni anno. Quindi l’idea che pervade chi vuole scrivere è che potrà farlo, ma solo come secondo lavoro, più per passione e prestigio sociale e personale che altro, un divertimento che potrà integrare il suo reddito principale, restando però nell’alveo dell’arte e non del professionismo.

L’antica pratica del manoscritto (o del file in word) spedito a un gruppo editoriale nella speranza che qualcuno ti risponda è stata poi affiancata negli anni da una distorsione del mercato, in cui molti operatori hanno chiesto e continuano a chiedere soldi per pubblicare il libro, approfittando della egomania di qualcuno, diposto a tutto pur di vedere il suo nome su una copertina.

Ma la nascita e il consolidamento delle piattaforme digitali inizia a mettere in discussione, con più ritardo rispetto ad altri settori, le certezze sulle regole di funzionamento del mercato dei libri.

PIATTAFORME DIGITALI E CARTA

Aprendo le porte a persone che, professionalmente, vogliano vivere di scrittura, e che utilizzino lo strumento del self publishing (al momento, in Italia, ci sono già oltre 150 scrittori di narrativa che vivono di questo, svelano quelli di Rotte Narrative), disintermediando completamente le case editrici: c’è Amazon, ma ci sono anche altre piattaforme come Youcanprint, StreetLib, Ilmiolibro, Apple Books, Google Play Libri, IngramSpark o Draft2Digital. Vendendo i propri libri con questi distributori, le royalties per lo scrittore sono

nell’ordine del 70% del prezzo di copertina in caso di copie digitali, e del 40-60% per le copie cartacee stampate e spedite al cliente.

Quindi, per esempio, sarebbe sufficiente vendere 10 mila copie digitali a 20 euro per incassare 140 mila euro. Niente male.

Ma, la vecchia guardia, meno avvezza alle logiche del digitale, preferisce ancora pubblicare con le case editrici tradizionali perché ci sarà una distribuzione capillare del libro nei negozi fisici, si godrà di un supporto professionale della casa editrice per l’editing, la correzione bozze, la grafica, la copertina, la promozione, usciranno le recensioni sulle più importanti testate giornalistiche, saranno organizzate presentazioni in giro per l’Italia e partecipazioni a premi letterari.

A volte, addirittura, ci sarà un anticipo sui diritti d’autore e, non ultimo, ecco il prestigio di uscire nel catalogo di uno storico gruppo librario, con l’editore che si sobbarca tutti i costi di produzione, di gestione del magazzino, di macero delle copie in esubero. Insomma, qui si considerano solo quelli che vogliono fare gli artisti, con zero sbattimenti, pura creatività e divertimento.

L’editoria tradizionale pubblica in Italia oltre 80 mila titoli all’anno, circa il 50% non arriva mai neppure in libreria, e solo il 2% supera le mille copie vendute.

I VANTAGGI

Se, invece, ci si avvicina al lavoro di scrittore con un approccio un po’ più professionale, senza la

paura di sporcarsi le mani, il self publishing, o autopubblicazione (circa 50 mila titoli all’anno in Italia) offre davvero molti vantaggi.

Come spiega Andrea Pasino, responsabile di Kindle direct publishing per Italia, Francia e Spagna, c’è una trasformazione profonda del panorama editoriale, e l’autopubblicazione non è più solo un’alternativa, ma un vero e proprio ecosistema maturo e in crescita: «Nell’autopubblicazione su Kindle direct publishing, per esempio, gli scrittori trovano vantaggi concreti: un processo di pubblicazione gratuito e veloce, un ampio bacino di lettori, royalties fino al 70% per i libri digitali e fino al 60% per quelli cartacei, e soprattutto il pieno controllo del processo creativo ed editoriale». Eccoli qui i vantaggi del self pu-

blishing: si guadagna di più; c’è più libertà creativa (ricordandosi sempre i limiti da non superare per non incorrere in cause legali); si riducono al minimo i tempi di attesa (nel senso che non dobbiamo aspettare l’ok della casa editrice e dipendere dal suo calendario di titoli in uscita).

E poi, soprattutto, come sottolineano da Rotte Narrative, organizzatore di Indieverse, primo evento (a Milano lo scorso gennaio) interamente dedicato al self-publishing professionale, «c’è la libertà nel marketing. Gli autori italiani, fino a una decina di anni fa, ritenevano che la parte promozionale spettasse alla casa editrice. Ora non è più così, nel nostro periodo storico non si può più delegare, poiché i lettori si interfacciano con gli scrittori in tanti modi, soprattutto attraverso i social. La comunicazione delle case editrici è fredda, non la ascolta più nessuno. Mentre il calore dell’autore si percepisce, il lettore lo ascolta di più. E gli autori nell’epoca social sono chiamati allora a sostenere il loro libro anche dopo la pubblicazione. Pensiamo a una grande casa editrice che pubblica centinaia di titoli all’anno: se va bene segue il titolo nelle prime due settimane dall’uscita, e poi lo abbandona. Di sicuro non pensa a correggere eventuali strategie promozionali non perfette. L’autore, invece, può seguire bene tutto, personalizzare la comunicazione, uscendo anche dai linguaggi e dai format prestabiliti dalla casa editrice. Col self publishing si può cambiare rotta di marketing, e poi rilanciare il libro anche dopo sei mesi, un anno. Il tutto con un

processo decisionale rapido, in cui io autore rispondo solo a me stesso, non devo chiedere autorizzazioni o attendere tempi di risposta o di approvazione dei post. E ho un diretto ritorno economico in base allo sforzo di correzione della promozione».

Ovvio che i libri non si vendono da soli neanche sulle piattaforme digitali: saranno necessari investimenti iniziali in sponsorizzazioni, Amazon Ads, social media marketing.

L’autopubblicazione è tuttavia ormai una tendenza consolidata: e anche autori importanti, nei loro contratti, inseriscono sempre più spesso postille ad hoc che consentano di ibridare la propria carriera, alternando le strade tradizionali e quelle self a seconda dei diversi progetti. ■

L’EVOLUZIONE DEI BANCHIERI

Dal Codice di Hammurabi ai

Trapeziti dell’antica Grecia; dal Banco dei Medici alla rivoluzione industriale, fino alla banca digitale dei giorni nostri. I banchieri hanno svolto un ruolo fondamentale nel funzionamento dell’economia, favorendo il risparmio, il credito e gli investimenti. Sempre al passo con i cambiamenti economici e tecnologici

Ogni società ha bisogno di risorse per prosperare. Da questa necessità nacquero le prime forme di custodia, prestito e amministrazione dei beni, indispensabili per finanziare commerci e opere pubbliche. Oggi questo ruolo è svolto principalmente dalle banche, un’istituzione relativamente recente, ma sin dall’antichità sono esistiti uomini incaricati di amministrare risorse e denaro. Nelle prime civiltà umane che sorsero in Medio Oriente i templi erano i depositi fortificati e ben sorvegliati di cibo, metalli preziosi e altre risorse vitali per la prosperità della comunità.

Un celebre esempio sono le tavolette d’argilla con scrittura cuneiforme che costituiscono alcune delle più antiche testimonianze di contratti di prestito e finanziamento, rinvenute nelle città di Uruk e, nei secoli successivi, di Babilonia.

Questi contratti riguardavano principalmente orzo e argento e riportavano anche i tassi d’interesse applicati. Anche il celebre Codice di Hammurabi regolamentò queste pratiche, stabilendo tutele per i debitori e fissando i limiti legali per gli interessi maturati.

IL SUCCESSO DI PASIONE

La professione del banchiere, così come la intendiamo oggi, iniziò ad affermarsi in Grecia tra il V e il IV secolo a.C. con i Trapeziti. Il termine Trapezita deriva da trapeza che significa tavolo o il “banco”, su cui operavano scambiando valute, concedendo prestiti, controllando l’autenticità del denaro, operando soprattutto nei porti, nelle piazze e nei mercati. Ciò fu dovuto

Il sacerdote e il tesoro di Uruk

allo sviluppo dei commerci nel Mediterraneo e alla circolazione di numerose monete differenti, rendendo necessari degli specialisti capaci di cambiare valuta e rendere sicure le transazioni. In origine era considerata una professione modesta, affidata a schiavi o stranieri.

Questa percezione cambiò ad opera di un Trapezita di nome Pasione che, partito schiavo, dimostrò tali capacità finanziarie da comprarsi la libertà e diventare l’uomo più ricco di Atene. Il successo di Pasione contribuì a valorizzare socialmente la professione.

Il Trapezita divenne responsabile della custodia di denaro per conto dei privati e, in alcuni casi, anche di istituzioni pubbliche, dell’eroga-

Trapezita ad Atene V secolo a.C
Il Magnifico e il Banco de' Medici

zione di prestiti e finanziamenti e della gestione di fondi pubblici. La civiltà romana sviluppò a sua volta gli Argentarii, ovvero professionisti privati che, come i Trapeziti, cambiavano moneta, concedevano prestiti, custodivano depositi, ponendo le basi della moderna attività bancaria europea.

I CAMBIAVALUTE DEL MEDIOEVO

Dopo la caduta dell’Impero Romano, la ripresa dei commerci tra l’XI e il XIII secolo favorì una profonda trasformazione dell’attività bancaria. Lo sviluppo delle grandi fiere commerciali europee e la crescita delle città italiane, tra cui Venezia, Genova, Firenze e Siena, resero necessario il lavoro di mercanti-banchieri capaci di finanziare commerci e garantire la sicurezza delle transazioni.

In questo periodo si diffuse la lettera di cambio, un documento che permetteva ai mercanti di trasferire somme di denaro tra le città senza dover trasportare monete, riducendo il rischio di furti durante i lunghi viaggi. Il banchiere medievale non si limitava più a custodire denaro o concedere prestiti, ma svolgeva un ruolo essenziale nello sviluppo dell’economia, facilitando gli scambi commerciali, amministrando patrimoni e finanziando imprese sempre più complesse. Fu in questi secoli che la professione assunse molte delle caratteristiche che ancora oggi contraddistinguono l’attività bancaria.

IL BANCO DEI MEDICI

Tra il XIII e il XV secolo l’Italia divenne il principale centro bancario d’Europa. Lo sviluppo economico di alcune città quali Venezia, Fi-

renze e Siena favorì la nascita di grandi compagnie finanziarie capaci di sostenere commerci internazionali, amministrare patrimoni e finanziare governi. Proprio in questo periodo il termine “banca” iniziò ad affermarsi, derivando dal banco di legno sul quale i cambiavalute e i mercanti svolgevano la propria attività nelle piazze cittadine com’era stato nell’antica Grecia. Tra le più celebri istituzioni finanziarie si distinse il Banco dei Medici, fondato da Cosimo de’ Medici, che contribuì a trasformare Firenze in uno dei principali centri economici del Rinascimento.

Le grandi banche italiane introdussero sistemi contabili sempre più sofisticati e contribuirono a diffondere strumenti finanziari utilizzati in tutta Europa. Attraver-

Tra il XIII e il XV

secolo il termine “banca” iniziò ad affermarsi, derivando dal banco di legno sul quale i cambiavalute e i mercanti svolgevano
la propria attività nelle piazze

so una rete di filiali distribuite in numerose città europee, il banco finanziava commerci, concedeva prestiti a principi e sovrani e gestiva importanti operazioni finanziarie. Il nipote di Cosimo, Lorenzo de’ Medici detto il Magnifico, passò alla storia come uomo di governo e grande mecenate delle arti, erede di una fortuna costruita grazie all’attività bancaria. L’esperienza delle grandi banche italiane contribuì a definire molti dei principi organizzativi, contabili e finanziari che caratterizzano ancora oggi il sistema bancario moderno.

LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Tra il XVII e il XIX secolo si assiste ad un profondo cambiamento. La nascita delle prime banche nazionali e, successivamente, delle banche centrali contribuì a rendere più stabile il sistema finanziario e a sostenere lo sviluppo economico degli Stati. Con la Rivoluzione Industriale il ruolo del banchiere divenne ancora più importante: industrie, ferrovie e infrastrutture sempre più grandi e complesse richiedevano ingenti capitali che solo gli istituti di credito erano in grado di raccogliere e finanziare.

La professione si orientò sempre di più verso la gestione del risparmio, la concessione di credito e il sostegno agli investimenti produttivi. Il banchiere passò così dal ruolo di mercante e cambiavalute ad essere un professionista dell’economia, capace di favorire lo sviluppo delle imprese e la crescita delle nazioni.

LA BANCA DIGITALE

Nel XX e nel XXI secolo il settore bancario affronta molte trasformazioni. L’espansione dei mercati

finanziari e lo sviluppo delle tecnologie informatiche hanno ampliato le attività degli istituti di credito che oggi svolgono un ruolo fondamentale nella gestione del risparmio, nella concessione del credito e nel sostegno agli investimenti di famiglie, imprese e istituzioni.

La diffusione delle banche digitali, dei pagamenti elettronici e dei servizi finanziari online ha modificato il rapporto tra clienti e banche, rendendo le operazioni più rapide, sicure e accessibili.

Pur operando in un contesto economico sempre più globale e tecnologico, il banchiere continua a svolgere una funzione essenziale: amministrare le risorse finanziarie, favorire lo sviluppo dell'economia e offrire strumenti capaci di sostenere la crescita e l'innovazione. ■

Il banchiere di domani

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STUDI

PRONTO FISCO

Le novità tributarie e il loro impatto sulle professioni nel commento di Lelio Cacciapaglia e Maurizio Tozzi

Il debutto delle detrazioni edilizie nelle dichiarazioni

dei redditi

Con le nuove regole non cambiano i limiti di spesa o di sgravio, ma solo la percentuale di riduzione riconosciuta per gli interventi eseguiti. Ma il rischio di avere una forte limitazione del reale beneficio spettante è dietro l’angolo

Per l’anno 2025, esordio in dichiarazione e con assetto confermato nel 2026 (circostanza da tener presente per le spese che eventualmente devono ancora eseguirsi), il mondo delle detrazioni riferite sia agli interventi di recupero del patrimonio edilizio, inclusi gli interventi “sismici”, sia alle spese di efficientamento energetico risente di una importante distinzione in termini di beneficio spettante, a seconda che l’intervento sia eseguito o meno sull’immobile destinato ad abitazione principale.

È necessario, pertanto, verificare il perimetro applicativo della nuova disposizione, osservando in particolare quali sono gli interventi interessati, l’ambito soggettivo ed i requisiti che devono essere rispettati per ottenere la detrazione maggiore. Anticipiamo subito un concetto: non cambiano i limiti di spesa o di detrazione, ma solo la percentuale di

detrazione riconosciuta per gli interventi eseguiti. Inoltre, non vi sono variazioni di sorta nemmeno rispetto alle ulteriori regole applicabili, a partire da quella commentata nel contributo pubblicato lo scorso mese, dovendo pertanto tener ben presente che i contribuenti con reddito superiore a 75 mila euro, per le spese sostenute a decorrere dal 1° gennaio 2025, incontrano anche la limitazione del loro tetto massimo su cui calcolare le varie detrazioni, evidenziando la necessità di parametrare le spese sostenute sia al tetto fisso stabilito in funzione del reddito, sia alla composizione del nucleo familiare con particolare riferimento alla presenza di figli fiscalmente a carico. Insomma, una complicazione di non poco conto che impatta notevolmente sulle scelte di ripartizione delle spese.

L’altra rilevante novità che si incontra nei modelli di dichiarazione del periodo d’imposta 2025 e è confermata anche per il periodo d’imposta 2026 (mentre non è dato sapere quali saranno le scelte del legislatore per il prossimo anno), riguarda le detrazioni del “comparto edilizio” in genere, con la precisazione che con tale terminologia stiamo facendo riferimento a tutte le detrazioni edilizie ed energetiche che da sempre conosciamo (con l’eccezione per chi ha ancora la “coda” della fruizione del superbonus).

In termini pratici, la scelta del legislatore è stata quella di premiare gli interventi eseguiti sulle abitazioni principali, distinguendo le aliquote di detrazione spettante:

▪ se trattasi di prima casa, le spese sostenute consentono la detrazione nella misura del 50%, fermi restando gli altri limiti normativi specifici di ciascuna disposizione;

▪ per gli interventi sugli altri immobili, invece, la detrazione è ancorata alla misura del 36%.

La circostanza che si debbano conservare le ulteriori regole porta inevitabilmente a delle differenze importanti a seconda del comparto di intervento: ad esempio, mentre nelle detrazioni per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio (si pensi al classico caso della manutenzione straordinaria), è previsto il rispetto del tetto massimo di spesa di 96 mila euro, per gli interventi finalizzati al risparmio energetico bisogna verificare sempre il tetto massimo di detrazione fruibile in relazione alla specifica spesa. Fondamentale è però comprendere quando si ha diritto alla detrazione “maggiorata” per la prima casa; le problematiche da analizzare non sono poche, posto che si va:

▪ dalla casistica dell’immobile appena acquistato ed ancora non destinato a prima casa su cui vengono eseguiti gli interventi

▪ alle ipotesi di lavori eseguiti dai familiari conviventi, fino ad arrivare agli interventi eseguiti sulle pertinenze.

Se a questo si aggiunge che la spesa sostenuta a partire dal 2025 viene potrebbe essere ulteriormente abbattuta nel campo della “rimodulazione delle detrazioni”, il rischio di avere una forte limitazione del reale beneficio spettante è dietro l’angolo, con il corollario implicito che le eventuali spiacevoli sorprese del 2025 devono essere ben comprese per evitarle nel corso del 2026. Della serie, “difendersi” per quanto possibile. ■

WELFARE E DINTORNI

Il Contratto collettivo nazionale degli studi professionali ha costruito un’articolata rete di tutele intorno a tutti coloro che operano all’interno di uno studio professionale. In questa rubrica le ultime novità dalla bilateralità di settore

Ebipro, la prestazione “Testi scolastici” riaccende i motori

Come ogni anno, dal 1° settembre al 31 dicembre sarà di nuovo attiva la finestra temporale utile all’invio delle domande di rimborso delle spese sostenute per l’acquisto di testi relativi all’anno scolastico 2026/2027. La garanzia può essere sfruttata dai lavoratori dipendenti di studi professionali iscritti al sistema Ebipro/Cadiprof, che abbiano maturato al momento della richiesta almeno sei mesi di anzianità contri-

butiva bilaterale in modo continuativo e regolare. È fondamentale che l’iscritto abbia il contratto di lavoro in forza e risulti quindi con copertura attiva alla data di inoltro della domanda di rimborso. La misura ha ad oggetto le spese dei libri scolastici dei figli frequentanti le scuole secondarie di primo grado (o “scuole medie”) e le scuole secondarie di secondo grado (licei, istituti tecnici, istituti professionali).

Una copertura

studiata per i giovani avvocati

Tra le coperture previste da Gestione Professionisti e BeProf, Infortuni & Welfare è l’alternativa riservata agli avvocati, che coniuga il piano Base con l’integrazione sulla copertura infortuni che porta il massimale totale a 130 mila euro. Come le altre coperture si acquista autonomamente con carta di credito dalla piattaforma BeProf con un contributo annuale di 70 euro. Studiata per giovani avvocati non datori di lavoro, la copertura Infortuni & Welfare mette a disposizione tutte le principali prestazioni di prevenzione e cura da effettuare nelle strutture convenzionate con Unisalute, quali check up annuale, visite specialistiche e accertamenti diagnostici. Completano le prestazioni in convenzione i trattamenti fisioterapici riabilitativi per infortunio, il pacchetto maternità per le future mamme, le garanzie per la protezione dello studio. Sono previste anche prestazioni liquidate direttamente da Gestione Professionisti, tra cui diaria da ricovero e day hospital, rimborsi per interventi chirurgici ambulatoriali, consulenza psicologica, prevenzione dermatologica e fisioterapie per malattia. Con la copertura Infortuni & Welfare è, altresì, possibile recuperare parte delle spese odontoiatriche e per l’acquisto di lenti da vista sostenute dopo il primo rinnovo annuale.

Fondoprofessioni:

300 mila euro per la formazione sulle certificazioni

ISO

Fondoprofessioni ha pubblicato l’Avviso 08/26, destinando 300 mila euro al finanziamento di piani formativi finalizzati all’ottenimento e al mantenimento delle certificazioni ISO e di altri standard riconosciuti a livello nazionale e internazionale. L’iniziativa si rivolge agli studi professionali e alle aziende aderenti al Fondo e punta a rafforzarne la competitività attraverso lo sviluppo di competenze specialistiche e l’adozione di sistemi di gestione orientati alla qualità, alla sostenibilità e al miglioramento continuo. L’Avviso finanzia attività di affiancamento e formazione on the job finalizzate all’implementazione o al consolidamento dei sistemi di gestione certificati, con particolare attenzione alla mappatura dei processi aziendali, all’analisi del contesto organizzativo e alla gestione dei rischi. Tra gli standard interessati rientrano le norme ISO e le prassi UNI, inclusa la UNI/PdR 125:2022 per la parità di genere. Ogni piano formativo potrà beneficiare di un contributo massimo di 6.000 euro e coinvolgere da uno a quattro lavoratori. I destinatari sono dipendenti con contratto a tempo determinato, indeterminato o di apprendistato impiegati presso studi professionali e aziende già aderenti a Fondoprofessioni. Particolare rilevanza sarà attribuita alla qualità della progettazione formativa.

Asilo Nido, il sostegno di Cadiprof

Cadiprof riconosce ai lavoratori iscritti un rimborso pari al 20% con massimale di 600 euro per le spese sostenute di frequenza asilo nido dei propri figli con età inferiore ai 3 anni. In caso di figli portatori di handicap ex legge 104/92 il massimale riconosciuto è pari a 800 euro. I requisiti richiesti per accedere al beneficio prevedono che la copertura sia valida esclusivamente per l’asilo nido; la garanzia opera per un massimo di due annualità scolastiche; l’anno scolastico di riferimento va da settembre ad agosto dell’anno successivo. Il rimborso interviene per la quota di iscrizione anno scolastico; la retta annuale o mensile relative all’anno scolastico; le quote refezione e/o attività di supporto. Qualora l’iscritto beneficiasse del bonus INPS, buoni della Regione o Statali, Cadiprof provvederà a erogare un rimborso parziale, tenendo conto di una parte del rimborso già precedentemente ricevuto da altro Ente. È cura dell’iscritto calcolare e dichiarare la parte rimasta a proprio carico, al momento della presentazione della richiesta di rimborso. La richiesta va inviata telematicamente dal sito cadiprof.it registrandosi ed accedendo alla propria area riservata dipendente e andando nella sezione Cadiprof Pacchetto Famiglia “nuova richiesta di rimborso” e selezionando la voce “AN – Frequenza asilo nido”.

Gli eventi, le mostre, i film e i libri del momento in Italia e all'estero da non perdere per fare un pieno di cultura e di bellezza

CULTURA

Non ci sono più le ferie di una volta

Sempre più italiani scelgono di partire a luglio o a settembre, accorciano la durata del viaggio e fanno i conti con budget sempre più limitati. A dirlo è un’ indagine condotta da Facile.it in collaborazione con l’Istituto di ricerche EMG. Qui alcune mete alternative per chi ha poco tempo a disposizione o un portafoglio limitato

di Isabella Colombo

Le ferie estive non sono più da tempo sinonimo di un unico grande esodo agostano. Da quando il lavoro si è fatto più flessibile, le esigenze si sono diversificate. Secondo un'indagine di Facile.it realizzata nel 2026 con EMG, istituto italiano di ricerche di mercato, sociali e di opinione, sempre più italiani scelgono di partire a luglio o a settembre, accorciano la durata del viaggio, in media 11 giorni, e fanno i conti con un budget sempre più limitato. Non sorprende, quindi, il boom delle case vacanza, mentre nella scelta della destinazione contano soprattutto l'esperienza diretta e i consigli di amici e parenti, molto più delle foto su Instagram o delle proposte di viaggi organizzati. In questo scenario, cambia anche il modo di organizzare le ferie. C'è chi ha a disposizione pochi giorni e cerca mete facili da raggiungere, chi vuole partire senza svuotare il conto corrente e chi, dopo mesi di lavoro intenso, ha bisogno soprattutto di rallentare e recuperare energie. Per questo abbiamo selezionato una serie di destinazioni vicine, pensate per esigenze diverse: le migliori mete

per chi ha poco tempo, per chi ha un budget ridotto e per chi vuole una vacanza all'insegna del relax, con il minimo dello stress e il massimo del benessere.

IL DAY PASS A CINQUE STELLE

Nei grandi resort sono sempre più diffuse le formule day pass: consentono di vivere per un giorno l'esperienza di un hotel cinque stelle senza prenotare una camera. Il pacchetto di un giorno include accesso a piscine, spa, spiaggia privata, pranzo gour-

met e aree relax. Così, un normale giorno libero, diventa una mini fuga rigenerante. È il caso di Club Med Cefalù, sulla costa siciliana, che ha formule diurne con accesso alla spiaggia privata, alle piscine, ai ristoranti e alle attività sportive come canoa e tennis.

O Baia del Sole, sulla Costa degli dei, in Calabria, che propone un Beach Club Day Pass per gli ospiti esterni con lettino e ombrellone in spiaggia privata, accesso alla piscina di acqua salata e corsi di yoga

e fitness. Piattaforme specializzate come daypass.com raccolgono centinaia di esperienze di questo tipo in Italia e all'estero.

IL BORGO DIETRO CASA

Secondo Enit (l’Agenzia nazionale del Turismo), nel 2025 il turismo domestico ha visto 480 milioni di presenze, il 44% di quelle effettive, con un’incidenza sul PIL nazionale tra il 5% e il 6%. Ma al di là delle città d’arte più celebri e affollate, l’Italia ha una costellazione di borghi tutti da scoprire e non

sempre occorre andare lontano, anzi spesso sono proprio le mete vicine quelle più sottovalutate e meno conosciute. Riscoprire territori a pochi chilometri da casa permette di focalizzarsi sulla qualità, di valorizzare le realtà locali, di sostenere i produttori del posto.

Una scelta etica, oltre che culturale. Basta spulciare l’elenco della rete dei Borghi più belli d’Italia per scoprire quello più vicino dove andare in giornata o prenotare anche solo un weekend.

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I BORGHI ITALIANI

L’OLTRALPE (NON) SCONTATO

Troppo vicina e troppo scontata. Eppure, è proprio la prossimità a renderla una delle destinazioni più interessanti per chi ha pochi giorni a disposizione e non vuole perdere tempo tra voli e trasferte. Prendiamo il Canton Vallese, nel cuore della Svizzera meridionale: in poche ore, si raggiungono le tante vette oltre i quattromila metri, ghiacciai, laghi alpini, sentieri per trekking e mountain bike, località senz'auto come Saas-Fee e Zermatt, terme, vigneti e, persino, il grande ghiacciaio dell'Aletsch. Un'offerta che unisce natura, sostenibilità e relax, dimostrando che anche un weekend lungo può trasformarsi in un'autentica vacanza.

TRA I LAGHI ALPINI

Montagna, aria fresca e tante attività all'aperto non significano necessariamente vacanze costose. Tra Alto Adige e Tirolo esistono, infatti, destinazioni perfette per le famiglie che vogliono contenere il budget senza rinunciare alla qualità. Sull'altipiano del Renon, a soli 12 minuti di funivia da Bolzano, si alternano sentieri tematici, parchi avventura, il trenino storico, trekking con lama e alpaca e alloggi da 74 euro a notte per due adulti e un bambino, con sconti fino al 50% per i più piccoli.

Poco oltre il confine, nel Kufsteinerland, i laghi balneabili dalle acque potabili offrono lidi attrezzati, canoe, pedalò e aree gioco con appartamenti da 75 euro per quattro persone. In tutto il Tirolo, inoltre, le carte estive includono spesso trasporti, impianti di risalita e attrazioni, consentendo di vivere la montagna a prezzi contenuti.

Lago Hechtsee, Kufstein(c) Loewenzahm

Bolzano, playground. Ph. Thomas Rötting

RITTEN RENON

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KUFSTEINERLAND

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VACANZE IN FAMIGLIA IN TIROLO

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SCAMBIO CASA

Per chi vuole partire spendendo meno, cresce anche la formula dello scambio casa. Secondo HomeExchange (piattaforma del settore), per l'estate 2026 in Italia sono già stati organizzati oltre 12.900 scambi, il 27% in più rispetto allo scorso anno.

Oltre ad abbattere il costo dell'alloggio, l'house swapping permette di vivere i luoghi come un residente, lontano dalle aree più affollate.

A beneficiarne sono soprattutto destinazioni emergenti: in Italia, l'Abruzzo registra il maggiore incremento di prenotazioni (+105%), seguito da Calabria (+88%), Umbria (+63%) e Puglia (+57%), mentre Sicilia e Sardegna continuano ad attrarre chi cerca mare e ritmi

Piz

Renon; Mondo Favoloso di Toni, ©Tourismusverein Ritten. Foto Sophie Pichler
Laghetto a
La Villa nel parco Movimënt

più lenti. Anche all’estero le destinazioni sono tantissime: oltre 550mila in 155 Paesi nel mondo.

NELLE CAPITALI EUROPEE

Per chi sogna una vacanza in Europa, pianificare permette di risparmiare. Nella nuova guida Europa Low Budget (Marco Polo), 25 città europee sono presentate con consigli pratici per organizzare il viaggio spendendo meno senza rinunciare alle esperienze più autentiche.

Oltre alle principali attrazioni, il volume suggerisce itinerari ottimizzati, ristoranti e alloggi convenienti, quartieri da scoprire e luoghi meno turistici, con cartine e informazioni utili per evitare spese superflue. Da Lisbona a Cracovia, da Budapest a Danzica, passando per le grandi capitali come Londra, Parigi e Berlino. ■

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Per chi non ha energie

Per chi arriva all'estate con poche energie, la vacanza ideale non è fatta di programmi serrati ma di silenzio, cieli limpidi e ritmi lenti. È anche per questo che cresce l'astroturismo, una tendenza che invita a rallentare e ad alzare lo sguardo verso il cielo. Il momento più atteso è quello delle Perseidi, le tradizionali stelle cadenti di San Lorenzo. Per ammirarle basta allontanarsi dalle luci della città e scegliere luoghi immersi nella natura, come il Forest Camp Val di Gresta in Trentino, dove le Starsbox hanno il tetto apribile per dormire sotto le stelle, oppure i rifugi tra i vigneti delle Langhe e dell'Abruzzo. In Spagna, per osservare il fenomeno del sole nero, il 12 agosto, le mete privilegiate sono le regioni attraversate dalla fascia di totalità dell'eclissi, in particolare, la Rioja Alta, i Pirenei aragonesi e la provincia di Salamanca, aree caratterizzate da ampi orizzonti e scarsa illuminazione artificiale (pitchup.com).

LE CALMCATION

Calmcation è una nuova tendenza: vacanze dedicate al relax, al contatto con la natura e alla disconnessione dalla frenesia quotidiana e dalla tecnologia. In questo caso, i soggiorni privilegiano aree wellness, piscine immerse nel verde, percorsi sensoriali e attività come

yoga e meditazione. L'obiettivo non è fare di più, ma fare meno: rallentare i ritmi, dormire meglio, ridurre lo stress e persino la FOMO, la paura di perdersi qualcosa, per migliorare invece la qualità delle relazioni e ritrovare energia. Le mete ideali per le calmcation si possono trovare su huopenair.com, il brand dedicato alle strutture outdoor in Italia e in Europa, che propone un modo di viaggiare in cui il soggiorno diventa occasione di benessere e rigenerazione.

IL CAMPER

Per chi sente il bisogno di cambiare ritmo e lasciarsi alle spalle la routine quotidiana, il camper rappresenta una delle forme di viaggio più semplici e rigeneranti. Nessun programma rigido, nessuna corsa tra una meta e l’altra: solo la libertà di scegliere dove fermarsi, svegliarsi con il rumore della natura e vivere con il minimo indispensabile.

È una vacanza fatta di spazi aperti, paesaggi da attraversare lentamente e momenti autentici. Piattaforme come yescapa.it permettono di noleggiare camper e van in diverse località, offrendo anche idee di itinerari e suggerimenti per organizzare viaggi in Italia ed Europa, tra borghi, montagne, mare e aree immerse nel verde. ■

Un libro sotto l’ombrellone

Le ferie sono il momento ideale per ritrovare il piacere della lettura. Dai saggi che aiutano a rallentare ai thriller che raccontano il mondo di oggi, passando per romanzi capaci di emozionare o divertire. Ecco una selezione di titoli perfetti da mettere in valigia e leggere in vacanza

di Sara Napolitano

Se c’è un momento dell’anno in cui riscopriamo il piacere di leggere è durante le vacanze. Secondo l’ultima indagine Istat sulle abitudini di lettura, oltre la metà dei lettori (soprattutto lettrici, il 55,1%) dichiarano di dedicare più tempo ai libri proprio durante le ferie.

Anche le ricerche di mercato confermano questa tendenza: un’indagine YouGov realizzata per Readly conferma che un italiano su due legge più in vacanza rispetto al resto dell’anno, e la narrativa resta di gran lunga la scelta preferita per accompagnare il relax estivo. Ecco qui di seguito una selezione di libri che meritano un posto nella valigia delle vacanze.

PER RILASSARSI DAVVERO

Il saggio sulla trappola della produttività

Devon Price, La pigrizia non esiste (Accento) - Non c’è contesto migliore dell’ombrellone in spiaggia o dell’amaca in campagna per riflettere sulla mole di lavoro che abbiamo gestito quest’anno. «Viviamo in un’epoca in cui fare sempre di più sembra l’unico modo per sentirsi all’altezza» spiega il sociologo americano Devon Price.

«Tra lavoro, impegni, formazione continua e obiettivi da raggiungere, il riposo viene spesso percepito come tempo perso». Ma è davvero così? Questo libro mette in discussione il mito della produttività a ogni costo, mostrando come la ricerca incessante della performance possa compromettere il benessere fisico e mentale. Attraverso studi, testimonianze e consigli pratici, invita a riscoprire il

Devon Price, La pigrizia non esiste (Accento)

Francesco De Carlo, I malviventi (Rizzoli)

valore del rallentare, ricordandoci che concedersi una pausa non è un lusso, ma una condizione essenziale per vivere in modo più sano.

Il noir che fa ridere

Francesco De Carlo, I malviventi (Rizzoli) - Non c’è estate senza noir. Questo lo ha scritto uno dei volti più noti della stand-up comedy italiana e internazionale, il primo comico italiano ospite al The Tonight Show di Jimmy Fallon, il talk show più famoso della tv USA.

Il suo romanzo d’esordio mescola humour nero e suspense e dà vita a una storia criminale fuori dagli schemi, dove tutto precipita nel grottesco e il confine tra vittime e colpevoli si fa sempre più sottile. Per un po’ di suspense e tanto divertimento.

La riflessione sulla gentilezza

Allen Levi, Theo da Golden e la forma della felicità (Salani) - «Essere gentili, senza aspettarsi niente in cambio, è l'atto più rivoluzionario del nostro tempo». Questo è il messaggio di uno dei romanzi di esordio più attesi del momento, in uscita in 41 Paesi nel mondo.

Racconta l'arrivo di un anziano e misterioso sconosciuto in una cittadina del Sud degli Stati Uniti dove decide di acquistare e restituire ai loro proprietari i ritratti degli abitanti esposti in un caffè. Da questo gesto semplice prende avvio un romanzo corale in cui ogni incontro cambia una vita, riapre ferite, ricuce legami e restituisce speranza. Un romanzo ideale da assaporare durante le vacanze, quando c'è finalmente il tempo di respirare e lasciarsi ispirare.

PER CAPIRE IL MONDO DI OGGI

Dove è finita la mafia?

Maurizio De Lucia e Salvo Palazzolo, La mafia che cambia. Dalle stragi ai bitcoin, Cosa nostra oggi (Rizzoli) - Maurizio De Lucia, il procuratore della Repubblica di Palermo che ha coordinato le indagini dei carabinieri del ROS fino all’arresto di Matteo Messina Denaro, ha scritto, insieme al giornalista Salvo Palazzolo, un saggio chiaro, autorevole e necessario per capire una delle sfide più attuali del nostro Paese.

Attraverso intercettazioni, indagini e testimonianze dirette, racconta come Cosa nostra si è infiltrata nell’economia, nella politica e nel mondo digitale. «Oggi c’è da svelare una strisciante subcultura mafiosa non soltanto nei quartieri popolari, ma anche ampi pezzi

Allen Levi, Theo da Golden e la forma della felicità (Salani)

Maurizio De Lucia e Salvo Palazzolo, La mafia che cambia. Dalle stragi ai bitcoin, Cosa nostra oggi (Rizzoli)

della cosiddetta buona borghesia» dicono gli autori. «E dopo aver svelato le parole della mafia, c’è da costruire un linguaggio nuovo dell’antimafia, per recuperare parole di impegno vero nei territori».

La guerra che nessuno racconta

David McCloskey, L’Iraniano (Salani) - L’autore è un consulente della CIA e, in qualità di scrittore del genere spionaggio, secondo l’Economist è l’erede di John Le Carré. Perfetto per chi ama le letture da “fiato sospeso”.

Narra le vicende di Kamran Esfahani, un tranquillo dentista iraniano che vive in Svezia e sceglie di diventare una spia del Mossad per cambiare il proprio destino. Da quel momento viene trascinato in una rete di missioni clandestine, sabotaggi, doppi giochi e interrogatori, dove ogni certezza si sgretola e nulla è come sembra.

Tra colpi di scena e tensione crescente, il romanzo getta una luce sul costo umano dello spionaggio e sulle guerre combattute nell'ombra di cui non sentiremo mai parlare al tg. Una lettura coinvolgente che aiuta anche a comprendere le dinamiche invisibili che plasmano la politica internazionale contemporanea.

Parliamo di IA

Pasquale Popolizio, I 12 professionisti per l’Intelligenza Artificiale - Guida pratica per assumere, formare e governare i talenti dell’AI (Maggioli) - Vuoi introdurre l’intelligenza artificiale nei tuoi processi, ma non sai quali competenze siano davvero necessarie per farlo?

«La tecnologia da sola non basta:

David McCloskey, L’Iraniano (Salani)

Jonathan Wilson, La grande storia della coppa del Mondo (Limina)

servono le persone giuste nei ruoli giusti», spiega l’autore di questa guida che aiuta a capire quali sono e come formarle proprio mentre nuove regole europee e nazionali chiedono alle aziende competenze adeguate sull’IA.

Il libro presenta anche dodici ruoli chiave del settore, illustrandone attività, competenze necessarie, livelli di esperienza richiesti e possibili percorsi di formazione e aggiornamento. Oltre alle parole e alle competenze giuste per scrivere un annuncio di lavoro che li intercetti.

PER PROLUNGARE L’ESTATE

A proposito di mondiali

Jonathan Wilson, La grande storia della coppa del Mondo (Limina)Pur senza la presenza dell’Italia, anche quest’anno i Mondiali di cal-

cio si sono rivelati uno spettacolo imperdibile. E anche un’occasione per ricostruirne la storia e ricordarne i momenti più belli.

Il libro di Wilson è uno scrigno di storie e aneddoti da tirare fuori sotto l’ombrellone o sui sentieri di montagna, per fare bella figura quando, inevitabilmente, il discorso cade sul calcio.

Parte dalle prime nazionali europee che raggiungono in nave l’Uruguay nel 1930, passa per le notti messicane del 1970, e arriva agli stadi ipermoderni di oggi, intrecciando azioni, gol e retroscena sconosciuti.

E dimostrando che il calcio non è solo sport, è il più grande spettacolo sportivo del pianeta, è passione, politica, identità e potere.

Visto che siamo al mare

Carlo Romeo, Mare calmo e vento in poppa (Mursia) - È un’avventura tra salsedine, ironia e umanità, perfetta da leggera in riva al mare.

Romeo, storico socio della Lega navale italiana, consigliere scientifico della Marina Militare, 4mila miglia di navigazione sull’Amerigo Vespucci, intreccia storie, osservazioni e riflessioni maturate in trent’anni di esperienza per mare, tra incontri, rotte e porti, con una nota ironica costante che ne fa una lettura intensa ma divertente e leggera nello stesso tempo. E con aneddoti esilaranti o commoventi in cui possono riconoscersi tutti gli amanti del mare, velisti, armatori, semplici appassionati e chiunque riconosca tra le onde un orizzonte di libertà e trasformazione.

L'alternativa al sudoku

Manuel Garand, Murdoku. 80 omicidi misteriosi da risolvere con la logica (Magazzini Salani) - Per chi “ferie = enigmistica” ma è stanco dei soliti sudoku e cruciverba, questo libro è perfetto perché unisce il fascino di un thriller alla sfida mentale.

In Italia ha già venduto 80mila copie in un mese ed è ai vertici delle classifiche estere.

In pratica, bisogna ispezionare le scene del crimine, da una banca al teatro dell’Opera, mettersi nei panni di un detective e collocare i sospettati in una griglia come in un sudoku.

Per scoprire dove ogni potenziale colpevole si trovava al momento del delitto e scovare così l’assassino. ■

Carlo

Manuel Garand, Murdoku. 80 omicidi misteriosi da risolvere con la logica (Magazzini Salani)

Romeo, Mare calmo e vento in poppa (Mursia)

Quando l’arte diventa strumento di emancipazione

Ai Musei Capitolini di Roma in esposizione una trentina di opere di Diego Rivera, celebre pittore e muralista messicano, marito di Frida Kahlo. Il celebre artista conquista la scena per la prima volta in Italia e con lui altri esponenti della Escuela mexicana de pintura di Romina Villa

Nella pagina a fianco: Diego Rivera (1886-1957), Autorretrato / Autoritratto, 1906 - olio su tela, 54.1 x 53 cm Culiacán (Messico), Colección Museo de Arte de Sinaloa. Instituto Sinaloense de Cultura. Gobierno de Sinaloa, inv. D-7300 - © Banco de México

Ai Musei Capitolini – Villa Caffarelli a Roma ha aperto i battenti il 9 giugno la mostra Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo, che presenta un prezioso nucleo di 140 opere, di cui una trentina firmate dal celebre pittore e muralista messicano. E’ la prima volta in Italia che si organizza un’esposizione che dà il giusto risalto ad uno straordinario artista, esibito finora sempre in compagnia della moglie Frida Kahlo, di cui il nostro paese ha subìto il fascino negli ultimi anni. E giustamente, bisogna aggiungere. In effetti, lei e Rivera furono una coppia turbolenta e fuori dagli schemi, ma di grande carisma. Un sodalizio sentimentale e artistico iniziato nel 1929 con il matrimonio e continuato tra litigi e riconciliazioni fino alla morte di lei, nel 1954.

Tuttavia, nella mostra di Roma si racconta un’altra storia, quella di una generazione di artisti, Rivera in testa, che ha fatto dell’arte lo strumento principe dell’emancipazione, dell’affermazione e della ricerca identitaria di un popolo. Dapprima, lo scenario è quello del Messico post-indipendentista (1821). Nel 1843, l’Academia de San Carlos – fondata quasi un secolo prima a Città del Messico – strinse accordi con l’Accademia di San Luca a Roma, che nell’Ottocento era il miglior campo scuola per la formazione artistica. Qui si formarono figure che poi divennero fondamentali sulla scena messicana, come José Maria Velasco che riportò in patria la cultura della pittura di paesaggio, non come mero genere pittorico, ma come strumento per far conoscere

al popolo il proprio territorio e per avere coscienza di esso. Velasco e i suoi contemporanei gettarono il seme di quell’arte per il sociale, che germoglierà e diverrà fiorente con la generazione successiva di artisti, di cui Rivera è il suo esponente di spicco, insieme a José Clemente Orozco, David Alfaro Siqueiros e la stessa Frida Kahlo. Il loro merito fu quello di aver saputo fondere il retaggio precolombiano, tradizione e avanguardia in una pluralità di linguaggi estetici.

La mostra a Villa Caffarelli è promossa da Roma Capitale e dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali in collaborazione con il Museo Kaluz di Città del Messico e patrocinata dall’Ambasciata del Messico in Italia e dall’INBAL, l’Instituto Nacional de Bellas Artes y Literatura del Messico.

Diego Rivera, Musei Capitolini ph. Wps

RIVERA E IL MURALISMO

Dopo essersi iscritto all’Academia de San Carlos – dove conobbe Velasco - Diego Rivera (1886-1957) poté trascorrere un lungo periodo in Europa grazie ad alcune borse di studio. Giunse a Madrid nel 1907, dove fu ammesso alla scuola di Eduardo Chicharro, figura principale dell’accademismo spagnolo. Qui approfondì lo studio di luce e spazio studiando la pittura di Goya, Vélazquez e El Greco. Più avanti, a Parigi, frequentò gli ambienti delle avanguardie con altri suoi connazionali, dove partecipò attivamente alla sperimentazione artistica di quel periodo. Frequentò Modigliani, che gli fece anche un ritratto, e Picasso che lo avvicinò al Cubismo. Tra il 1913 e il 1917 produsse un centinaio di opere cubiste, ma col tempo se ne distaccò

Diego Rivera (1886-1957)

Desnudo de espalda / Nudo di schiena 1919 - olio su tela su masonite, 28.8 x 49 cm, Città del Messico, Museo Kaluz, inv. CK-M-916 © Banco de México

Diego Rivera (1886-1957)

Mujer sentada con flores / Donna seduta con fiori, 1944 - olio su tela, 118 x 150cm, Città del Messico, Colección de Arte BBVA México, inv. CCB062 © Banco de México

per volgere la propria attenzione all’opera di Cézanne e del “ritorno all’ordine”, quella corrente che mirava a recuperare la tradizione figurativa. Il suo “Grand Tour” europeo si concluse in Italia, dove approdò nel 1920 per studiare la scultura antica e l’opera dei padri della pittura italiana come Giotto, Masaccio e Michelangelo.

Nel frattempo, in Messico, stava per cominciare una stagione di grande fermento culturale, dopo un decennio di rivoluzioni politiche e sociali. Nel 1921, il Congresso Nazionale diede a José Vasconcelos l’incarico di Ministro dell’Educazione. Fu lui che promosse l’ambizioso programma volto ad unificare la nazione attraverso l’arte e a dare vita a quel gruppo di artisti che si riunì poi nella celebre Escuela Mexicana de Pintura. Nell’ambito

Saturnino Herrán (1887-1918)

Joven con calabaza / Ragazza con zucca 1917 - matite colorate su carta, 57 x 39 cm, Città del Messico, Colección Andrés Blaisten, inv. SHe004

Diego Rivera, Musei Capitolini ph. Wps

di questo grandioso programma culturale, la pittura murale di grandi dimensioni fu vista come il mezzo più efficace per diffondere i nuovi ideali rivoluzionari e arrivare al cuore del popolo. Il Muralismo si fece dunque espressione dell’orgoglio nazionale e gli artisti furono invitati a decorare le pareti degli edifici pubblici con finalità educative. Rivera, Orozco e Siqueiros, pur con caratteristiche profondamente diverse, furono i maggiori interpreti di questa tecnica. Le loro opere si trovano ancora oggi nei palazzi pubblici principali, come il Palacio Nacional o il Palacio de Bella Artes. Rivera, riversò nei suoi murales tutto ciò che aveva appreso in Europa, inserendo però l’anima messicana, con i suoi colori e i suoi simboli. Rappresentando il popolo messicano nei suoi vari contesti sociali, ha definito la matrice politica della sua arte. Oggi, il Muralismo messicano è universalmente indicato come il movimento antesignano della odierna street art.

IL RINASCIMENTO MESSICANO IN MOSTRA A ROMA

Gli esponenti della Escuela Mexicana de Pintura furono gli artefici del Rinascimento della loro nazione e della costruzione di un’identità nazionale, che coinvolse anche gli intellettuali e i rappresentati di altre arti visive e della letteratura. Le opere in mostra a Roma, suddivise in quattro sezioni, sono accompagnate da immagini video e una selezione di foto di Tina Modotti che ritrasse Rivera a più riprese. Fino al 13 dicembre. ■

Frida Kahlo a Verona

Per gli amanti delle mostre immersive, al Teatro Ristori di Verona è in corso “Frida Kahlo, a revolutionary life", un viaggio di 45 minuti nella vita e nelle opere di Frida, con luci, suoni e immagini animate di grandi dimensioni. Un racconto immersivo con proiezioni a 360°. ■

Frida Kahlo (1907-1954)

Naturaleza muerta con perico y bandera / Natura morta con pappagallo e bandiera

1951 - olio su masonite, 28 x 40 cm

Città del Messico, Collezione privata, courtesy AC Associates © Banco de México

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FRIDA KAHLO - VERONA

Dalle Alpi alle piramidi

La scelta di condurre due vite parallele gli è costata parecchia fatica e non poche rinunce.

Ma Daniele Cotto, veterinario torinese, ripercorrerebbe ogni metro delle piste battute in sella a una moto. E continua a preferire le polveri del deserto a quelle delle sale da meeting

di Roberto Carminati

Nella pagina a fianco: Daniele Cotto in sella alla sua moto

AIl Libero Professionista Reloaded il medico veterinario torinese Daniele Cotto ha detto di essere stato per lungo tempo il classico «tipo da cani» per via della preferenza che generalmente accordava ai quadrupedi domestici di questa specie. Per 13 anni ha però convissuto poi con un gatto - «un trovatello» - finendo per essere travolto dalla passione per l’intelligenza e la furbizia dei felini. Più affascinante cioè della talvolta irruente prossimità dei cugini di Lassie, da lui etichettati con un termine tipico del capoluogo sabaudo.

Un po’ «badòla», ha detto, per descriverne l’indole bonaria ai limiti dell’ingenuità e della dabbenaggine. È chiaro però che ama entrambe le tipologie di animale almeno quanto adora quelle gare motociclistiche che rappresentano insieme alla famiglia l’altra grande passione della sua vita.

E fra la sua professione di veterinario e le competizioni di cross e rally ha trovato un insospettabile trait d’union. «Mi occupo di ortopedia», ha detto, «e l’ortopedia è essenzialmente meccanica, così come meccanici sono i principi di funzionamento di ogni veicolo».

MOTOCICLISTA D’EGITTO

Il cuore fa invece un po’ quel che vuole e nel caso di Cotto ha iniziato attorno ai 15 anni - è della classe 1954 - a battere per le due ruote e in particolare per il cross, appunto. «Ho cominciato girando in motocicletta con un gruppo di amici», ha ricordato, «e per quasi tutta l’adolescenza mi sono dedicato alle competizioni di categoria. La

svolta è arrivata grazie all’incontro con un più esperto e anziano appassionato che mi ha trasmesso un metodo di allenamento e preparazione rigoroso. Non ci risparmiava certo la fatica, spingendoci a correre su e giù per le colline con zaini carichi di bottiglie d’acqua, in modo da predisporci agli sforzi da sostenere in seguito sui tracciati».

Qualche soddisfazione se l’è tolta classificandosi in più occasioni nella top 10 dei partecipanti su circuiti italiani oppure svizzeri, francesi e iberici. «La migliore prestazione», ha ricordato, «l’ho realizzata a Maggiora nel novarese, in un crossodromo che sino all’ammorbidimento subito alcuni anni orsono era in assoluto fra i più difficili e richiedeva coraggio, se non

Daniele Cotto sulla Jeep durante una competizione

una certa incoscienza». C’è però una antica e del tutto inattendibile leggenda secondo la quale la città di Torino deve i suoi natali al principe egizio Eridano che la fondò in onore della divinità - dalle fattezze inevitabilmente taurine - Api.

Nel caso di Cotto par proprio che un legame fra le Alpi e le Piramidi (di manzoniana memoria) ci sia. «Delle competizioni affrontate», ha infatti ammesso, «il Rally dei Faraoni o Pharaons Rally - che si svolge in sei tappe per circa 3.000 chilometri totali; e dura una settimana - è il prediletto. L’ho corso dieci volte e sino al 2015 ne sono poi stato fra gli organizzatori, per 15 anni. Ogni sfida in sella a una moto ha la sua attrattiva - penso alle gare in Tunisia, Marocco, Spagna - ma il de-

Daniele Cotto con Aldo Winkler, Tunisia

serto egiziano e le piramidi hanno un fascino unico e in Egitto coltivo ancora tante amicizie».

MEGLIO CORRERE

Laureatosi e iscrittosi all’Ordine del capoluogo piemontese nel 1982, Cotto è socio del Centro veterinario torinese o Cvt e nell’adorato Egitto ha accarezzato per breve tempo l’idea di aprire uno studio. I finanziatori e le risorse c’erano: il tassello mancante è stato rappresentato dal fatto che il titolo di studio italiano, laggiù, non possiede validità. Una volta terminata la carriera sportiva propriamente detta, il veterinario si è lanciato in una nuova avventura in qualità di manager e ha collaborato per questo con Vincenzo Lancia e con il mito dell’automobilismo Jacky Ickx. Infine, è diven-

Sul podio dell'Icecross con Hakan Carlqvist

Motocross senior 500, 1978

tato rappresentante italiano della Commissione del Campionato del mondo in seno alla Federazione internazionale di motociclismo.

E non ha dubbi. «Gareggiare è faticoso», ha riflettuto, «ma occuparsi di regolamenti e calendari per competizioni in più tappe e nell’arco dei dodici mesi è estenuante. Innanzitutto non è affatto semplice dar vita a un team coeso di professionisti capaci che lavorino insieme a lungo ed efficacemente.

Lo stress e gli impegni sono poi tali da costringerci quasi letteralmente a passare settimane senza dormire o mangiare, nell’approssimarsi degli eventi». Fare i conti con un’agenda oltremodo fitta è una costante nell’esistenza di Daniele Cotto, che a causa degli innumerevoli acciacchi rimediati nei decenni da centauro utilizza ora la moto solo per tragitti brevi e si gode in garage la vista delle storiche cecoslovacche Cz 250 e Jawa Six Days.

«Tenere in equilibrio il privato, la medicina e le motociclette mi è costato molto», ha concluso, «perché ha richiesto non poche rinunce e scelte più o meno dolorose. Ciononostante rifarei tutto da capo a piedi e ho ben pochi rimpianti. Uno è indubbiamente dato dalla mancata partecipazione a un’edizione della Parigi-Dakar, sogno impossibile per via dei costi proibitivi da sostenere e per la sua eccessiva durata. Come veterinario, essendomi affacciato al mondo del lavoro subito dopo la laurea, mi è dispiaciuto non poter seguire uno stage all’estero, che sarebbe stato molto prezioso». ■

Icecross, anni '90

Daniele Cotto durante la competizione Faraoni 1987 alla fine della quale si classificò ottavo

PICCOLO & GRANDE SCHERMO

Tre visioni da non lasciarsi sfuggire: il meglio tra cinema e serialità, ogni mese di Giacomo Camelia

01 Hokum, instagram profilo ufficiale del film (@hokum.movie)

03 The Dog Stars, instagram profilo 20th century studios (@20thcenturystudios)
02 Ted Lasso, instagram profilo AppleTV (@appletv)

TED LASSO HOKUM

Tra le uscite più intriganti di agosto per gli amanti dell’horror c’è “Hokum”, il nuovo film dell’irlandese Damian McCarthy, in sala dal 5 agosto. Presentato al SXSW e distribuito in Italia da Lucky Red, il film parte da un impianto narrativo essenziale: pochi personaggi, un albergo isolato tra i boschi e una stanza che nessuno osa aprire. A dare volto al protagonista è Adam Scott, sorprendente lontano dai toni di “Severance”, nei panni di uno scrittore che torna nei luoghi legati alla propria famiglia per disperderne le ceneri. Quello che dovrebbe essere un ultimo saluto si trasforma però in una discesa tra ricordi, superstizioni e presenze inquietanti. McCarthy costruisce la tensione senza affidarsi agli effetti facili, preferendo un’atmosfera densa e opprimente in cui il confine tra trauma psicologico e soprannaturale resta volutamente sfumato. Più che spaventare con i colpi di scena, “Hokum” lavora sul senso di inquietudine che nasce dal dolore e dai sensi di colpa, dimostrando ancora una volta come il cinema horror indipendente riesca spesso a trovare idee e profondità che le grandi produzioni faticano a raggiungere.

Il Coach (con la “C” maiuscola) è tornato. Il 5 agosto sbarca su Apple TV la quarta stagione di “Ted Lasso”, riaccendendo l’entusiasmo dei tanti che pensavano di aver già detto addio all’allenatore più ottimista della televisione. Jason Sudeikis torna nei panni di Ted, questa volta chiamato ad allenare una squadra femminile di calcio, aprendo un nuovo capitolo che sembra perfetto per continuare a riflettere su leadership, inclusione e spirito di gruppo. Ridurre “Ted Lasso” a una semplice serie sportiva, però, sarebbe un errore. Il calcio è soprattutto un pretesto per raccontare fragilità, relazioni e crescita personale, con una sensibilità rara nel panorama seriale contemporaneo. Qui vincere non significa soltanto alzare un trofeo, ma imparare a chiedere aiuto, accettare i propri limiti e costruire rapporti basati sulla fiducia. In un momento storico in cui il successo viene spesso misurato solo dai risultati, la serie continua a ricordare che l'empatia può essere un incredibile forma di forza. E forse è proprio questa, ancora oggi, la sua vittoria più grande.

FILM

THE DOG STARS

Agosto si chiuderà decisamente col botto. Il 26 agosto arriva infatti nei cinema italiani “The Dog Stars”, la nuova opera di Ridley Scott basata sul romanzo di Peter Heller. Lo sfondo è quello di un mondo devastato da un virus, ma la verità è che il disastro fa solo da cornice. Al centro di tutto c'è una domanda molto più intima: cosa ci resta dentro quando perdiamo ogni cosa? Il protagonista è Jacob Elordi che veste i panni di Hig, un pilota che si è rifugiato in un vecchio aeroporto abbandonato. Passa le sue giornate isolato dal resto del mondo con l'unica compagnia del suo cane, aggrappandosi a una routine orami priva di senso. La svolta arriva quando intercetta un misterioso segnale radio. Un sussurro dal nulla che riaccende una speranza: da qualche parte, c’è ancora qualcuno con cui ricostruire una comunità. Ridley Scott torna a scavare in un terreno che conosce benissimo: la sopravvivenza. Ma stavolta non parliamo di bicipiti e virilità come ne “Il Gladiatore”, bensì della fatica immensa che si fa a restare umani quando tutto intorno crolla. Il cast, poi, è stellare: oltre a Elordi ci sono Margaret Qualley, Josh Brolin, Benedict Wong e Guy Pearce. Insomma, “The Dog Stars” promette di non essere il solito polpettone post-apocalittico tutto esplosioni e mostri. È, prima di tutto, un viaggio emotivo. Una riflessione che arriva dritta allo stomaco su quanto contino i legami umani quando il resto del mondo è svanito nel nulla. Forse per sempre.

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L’estate è il tempo della sospensione, della riflessione e, per molti, anche della necessaria distanza dai ritmi serrati dell'attività professionale. Ma, si sa, per i liberi professionisti la pausa estiva coincide spesso con il momento in cui si definiscono le priorità per i mesi successivi. Insomma, l’estate sta finendo e il rientro di settembre si inserisce in un contesto economico e sociale assai incerto, che impone capacità di adattamento, competenze sempre più aggiornate e una visione capace di guardare oltre l’immediato. La ripresa dei lavori parlamentari porterà al centro del confronto la legge di Bilancio, insieme ai temi della riforma fiscale, della competitività e del mercato del lavoro. In questo percorso, il ruolo della rappresentanza assume un valore ancora più significativo.

La seconda parte dell'anno per Confprofessioni si aprirà con appuntamenti destinati a orientare il confronto sulle prospettive dei professionisti e sulle politiche necessarie a rafforzare il lavoro intellettuale. Il Congresso nazionale di Confprofessioni costituirà il momento più alto di questo percorso: un'occasione per delineare strategie, consolidare il dialogo con le istituzioni e riaffermare il contributo che le libere professioni offrono ogni giorno allo sviluppo economico e sociale del Paese. Il rapporto con le istituzioni resta un passaggio necessario per definire politiche in grado di rispondere alle esigenze di un settore in continua evoluzione. L’autunno offrirà quindi l'occasione per verificare se, accanto alle esigenze della finanza pubblica, troveranno spazio anche interventi capaci di sostenere lo sviluppo delle attività professionali e di valorizzarne il contributo alla crescita del Paese.

di Giovanni Francavilla
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