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Il Libero Professionista Reloaded #42

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PRIMO PIANO

GUARDIANI DELLA LEGALITÀ

PER LEGGERE L’ARTICOLO

(clicca sul titolo dell’articolo per accedere ai link)

Sentinelle della legalità di Andrea Buratti

Quando il bene diventa comune di Carolina Parma

Insieme per l'etica e la legalità di Roberto Montà

Dentro la legge di Olga Russo

Pnrr salute, si apre il vaso di Pandora di Laura Ciccozzi

Polizze sanitarie

private: parliamone di Elenka Brenna

Moneta e sovranità di Antonino Galloni

Democrazia in bilico di Claudio Plazzotta

Tira una brutta aria

di Camilla Lombardi

Quando la conoscenza

diventa commodity di Ferruccio Cavallin

La corsa ai crediti tra obblighi e sanzioni di Isabella Colombo

Lessico professionale di Matteo Durante

Agenti AI, questi sconosciuti di Giorgio Maresca

Tutto iniziò con Lisia

di Carlo Valente

Tutti pazzi per il food

di Carlo

La

Full immersion barocca di Romina Villa

Trenta sfumature di piccantezza di Roberto Carminati

L’Editoriale di Marco Natali

News From Europe a cura del Desk europeo di ConfProfessioni

Pronto Fisco di Lelio Cacciapaglia e Maurizio Tozzi

Welfare e dintorni

Piccolo & Grande Schermo di Giacomo Camelia

In Vetrina in collaborazione con BeProf

Post Scriptum di Giovanni Francavilla

È economista sanitario e rettore a tempo determinato presso l’ Università del Piemonte Orientale. In precedenza è stata professore aggregato di Economia presso il dipartimento di Economia e Management dell’ Università di Pavia e ricercatore senior in Economia sanitaria, Economia del benessere ed Economia pubblica. Svolge attività di consulenza per soggetti pubblici (Ministero, Unione Europea, Regioni, Pubblica Amministrazione), privati (Centri di ricerca, Industrie farmaceutiche) ed Enti.

Professore ordinario di Diritto pubblico comparato presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Roma Tor Vergata. Condirettore della rivista diritticomparati.it. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche in riviste italiane e straniere, si occupa di diritto delle libere professioni. Ha collaborato con la Commissione di garanzia per lo sciopero nei servizi pubblici essenziali, con il Dipartimento della Funzione Pubblica e con il Ministero delle Riforme Istituzionali. Dal 2013 è consulente giuridico di Confprofessioni.

Membro effettivo del Collegio dei sindaci dell’Inps. In passato è stato direttore generale al Ministero del Lavoro alla Cooperazione, Osservatorio sul Mercato del Lavoro, Politiche per l’Occupazione Giovanile e Cassa Integrazione Straordinaria nelle grandi imprese. Ha insegnato all’Università Cattolica di Milano, all’Università di Modena, alla L.U.I.S.S. e all’Università degli Studi di Roma. Dopo diversi ruoli all'interno dei ministeri dell'Economia e del Lavoro, è stato direttore generale al ministero del Bilancio, sindaco effettivo dell’Inpdap dal 2002 al 2010. Tra le altre mansioni, ha rivestito il ruolo di Board Director della FINTEX Corporation (Houston USA), di Consigliere di Amministrazione dell’Agip Coal e Nuova SATIN.

«La riforma delle professioni, all'esame del Senato della Repubblica, è una grande opportunità per le categorie, per tutte le professioni, proprio per guardarsi dentro, per riflettere su quelli che sono i necessari cambiamenti degli ordinamenti, sulla base di come sono

mutate le condizioni e l'attività

professionale nel corso del tempo»

— Marina Calderone, Ministro del Lavoro

Fondatore di Blue Communication Consulting, società di consulenza strategica integrata e formazione ad alto impatto che si rivolge a Pmi e Liberi professionisti. Ha maturato la sua esperienza professionale in Agenzie Pubblicitarie e di Marketing e Comunicazione, nazionali e internazionali, lavorando per numerosi Brand di primo livello, quali P&G, Wind, Con Te.it, Thai Airways, Rover/Land Rover/Mini. Dal 2019 è anche Digital Innovation Manager accreditato presso il MIMIT, con una forte esperienza nell’applicazione di strumenti digitali per l’innovazione dei processi e della produttività.

Elenka Brenna
Andrea Buratti
Giorgio Maresca
Antonino Galloni

Roberto Montà Olga Russo

Dal 2022 è presidente di Risorse Idriche Spa, società di progettazione del Gruppo Smat che gestisce il servizio idrico integrato della Provincia di Torino e dal 2025 di Zona Ovest S.r.l., società che si occupa dei servizi per il lavoro e dello sviluppo economico degli 11 comuni dell'area Ovest di Torino. Svolge anche consulenza ad aziende per progetti di sviluppo e relazioni con la P.A. A 20 anni si è candidato per la prima volta al Consiglio Comunale di Grugliasco che è la città in cui risiede. Tre anni più tardi è stato nominato Assessore, assumendo, tra le altre, la delega alla legalità. Dal 2000 ha iniziato a partecipare alla vita di Avviso Pubblico, facendo parte dell'Ufficio di Presidenza e diventandone presidente nel 2013. Nel 2012 è stato eletto Sindaco di Grugliasco, incarico terminato dopo due mandati nel 2022.

Dottore Commercialista, titolare dello studio Benzi Hardonk Russo & Desogus di Genova dove, tra le altre attività, è curatore fallimentare, commissario giudiziale nominata dal Tribunale di Genova; sindaco effettivo in società di capitali; consulente tecnico d’Ufficio e perito nominata dal Tribunale di Genova in materia bancaria e di investimenti finanziari (annualmente, dal 2013 ad oggi, in media 3 incarichi in ambito bancario, assicurativo). E’ Amministratore Giudiziario di beni e aziende sequestrate ex art. 321 c.p.p. nonché ai sensi del D.Lgs 159/2011 (Testo Unico antimafia) su incarico del Tribunale di Genova; liquidatore di società di capitali e di persone. Inoltre si occupa di consulenza del lavoro a favore di: imprese private, procedure concorsuali e aziende in crisi oggetto di piani di risanamento.

Il Libero Professionista

Mensile digitale di informazione e cultura

direttore responsabile

Giovanni Francavilla redazione

Nadia Anzani, Mario Rossi

hanno collaborato

Carlo Bertotti, Elenka Brenna, Andrea Buratti, Lelio Cacciapaglia, Giacomo Camelia, Roberto Carminati, Ferruccio Cavallin, Luca Ciammarughi, Laura Ciccozzi, Isabella Colombo, Matteo Durante, Antonino Galloni, Camilla Lombardi, Giorgio Maresca, Roberto Montà, Carolina Parma, Claudio Plazzotta, Olga Russo, Maurizio Tozzi, Carlo Valente, Romina Villa

segreteria di redazione

Miriam Minopoli

comitato editoriale

Roberto Accossu, Salvo Barrano, Paola Cogotti, Carmen Colangelo, Alessandro Dabbene, Luigi Alfredo Carunchio, Andrea Dili, Paola Fiorillo, Raffaele Loprete, Marco Natali, Maria Pungetti, Dominella Quagliata, Ezio Maria Reggiani, Gioele Semprini Cesari

redazione

Via Boccaccio, 11 – 20121 Milano

contatti

Tel. 02 36692133 Fax 02 25060955 redazione@illiberoprofessionista.it info@illiberoprofessionista.it

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Registrazione Tribunale di Milano n. 118 del 24/02/2011

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Il welfare tra regolazione e visione

Viviamo una fase di trasformazione che non consente letture superficiali. Il mondo delle professioni è attraversato da cambiamenti che incidono contemporaneamente su norme, organizzazione del lavoro, competenze e aspettative delle persone. Non è un passaggio graduale: è una ridefinizione profonda degli equilibri su cui, fino a oggi, si sono fondati gli studi professionali. In questo contesto, il rinnovo del Contratto collettivo nazionale degli studi professionali non può essere considerato un semplice adempimento. È, al contrario, un passaggio strategico,

di Marco Natali

nel quale si misura la capacità delle parti sociali di governare il cambiamento. E il punto centrale, oggi più che mai, è il welfare. Parlare di welfare contrattuale non significa aggiungere strumenti accessori, ma ripensare il lavoro nella sua dimensione complessiva. Le trasformazioni in atto – dalla digitalizzazione all’intelligenza artificiale, fino ai mutamenti sociali – impongono una nuova attenzione alla qualità della vita lavorativa, alla sostenibilità organizzativa e alla tenuta dei percorsi professionali nel tempo.

Gli studi professionali rappresentano un sistema diffuso, composto in larga parte da strutture di piccole e medie dimensioni, che garantiscono competenze essenziali a imprese, famiglie e istituzioni. Proprio per questa loro natura, ogni innovazione normativa o tecnologica si riflette immediatamente sull’organizzazione interna, sui carichi di lavoro e sull’equilibrio tra vita privata e attività professionale.

È qui che il welfare diventa leva contrattuale fondamentale. Non come elemento compensativo, ma come strumento strutturale per sostenere la qualità del lavoro e la competitività degli studi. Salute integrativa, sostegno alla genitorialità, flessibilità organizzativa, formazione continua: sono questi gli ambiti su cui costruire un nuovo equilibrio.

Il tema della salute e sicurezza, ad esempio, va letto in una prospettiva più ampia. Accanto alla prevenzione tradizionale, emerge con forza la dimensione del benessere psicologico, dello stress lavoro-correlato, della qualità degli ambienti organizzativi. In contesti a basso rischio fisico, come quelli degli studi professionali, il welfare può rafforzare una cultura della prevenzione concreta, evitando al tempo stesso un eccesso di adempimenti formali che non generano valore. Allo stesso modo, la trasformazione digitale impone di investire in

modo strutturale sulla formazione. L’intelligenza artificiale non è solo un fattore tecnologico: è un elemento che ridefinisce i profili professionali e richiede nuove competenze. Il welfare, in questo senso, si intreccia con la formazione continua, diventando strumento di accompagnamento alla transizione e di tutela dell’occupabilità. Ma è soprattutto sul terreno della conciliazione tra vita e lavoro che il welfare contrattuale è chiamato a fare un salto di qualità. In un settore in cui oltre l’80% degli addetti è costituito da donne, la capacità di costruire modelli organizzativi flessibili e sostenibili non è più un’opzione, ma una necessità.

La regolazione del lavoro agile, la prevedibilità degli orari, la trasparenza delle condizioni di lavoro sono elementi che incidono direttamente sulla qualità dell’occupazione e sulla possibilità di sviluppare carriere stabili. Il rinnovo del Ccnl deve quindi diventare il luogo in cui queste esigenze trovano una sintesi organica. Un patto che sappia coniugare tutela delle persone e sostenibilità delle strutture, innovazione e concretezza, flessibilità e regole.

Il welfare, in questa prospettiva, non è un capitolo tra gli altri, ma il filo conduttore di una nuova stagione contrattuale. È lo strumento attraverso cui il sistema degli studi professionali può affrontare le trasformazioni in atto senza smarrire la propria identità, mettendo al centro la persona e il valore del lavoro.

La scadenza del Ccnl rappresenta dunque un’opportunità per aggiornare in modo organico il patto sociale del settore, coniugando tutela delle persone, innovazione organizzativa e sostenibilità delle strutture. È su questo terreno che si gioca il futuro del settore. Ed è qui che la contrattazione collettiva è chiamata a dimostrare, ancora una volta, la propria capacità di essere non solo regolazione, ma visione.

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I fatti, le analisi e gli approfondimenti dell’attualità politica ed economica in Italia e in Europa. Con un occhio rivolto al mondo della libera professione

COVER STORY

SENTINELLE DELLA LEGALITÀ

I professionisti svolgono un ruolo strategico nella lotta alla criminalità. Capacità di riconoscere segnali di rischio, utilizzare strumenti di prevenzione e orientare le scelte verso comportamenti corretti rappresentano una barriera fondamentale contro l’infiltrazione mafiosa. Come emerso dal convegno promosso da Confprofessioni su “Legalità, trasparenza e professioni”

di Andrea Buratti

La penetrazione sempre più incisiva delle organizzazioni criminali nei mercati legali ha ripercussioni dirette sull’attività dei liberi professionisti, che operano negli snodi dei rapporti tra attori economici e istituzioni. Proprio per questo, in molti ambiti la competenza e la deontologia professionale non si esauriscono nella garanzia della correttezza tecnica delle prestazioni, ma si estendono alla capacità di prevenire, intercettare e gestire situazioni di rischio.

Il Convegno promosso da Confprofessioni. Questa consapevolezza è emersa con particolare evidenza nel convegno “Legalità, trasparenza e professioni”, tenutosi il 4 marzo 2026 presso la sede di Confprofessioni. Il mondo delle professioni è oggi chiamato a svolgere una funzione che va oltre la dimensione individuale della prestazione e il rapporto binario tra professionista e committente. I professionisti operano in una posizione strategica, in una “zona grigia” in cui si intrecciano economia legale e interessi criminali. È in questo spazio che si gioca una partita decisiva: la capacità di riconoscere segnali di rischio, di utilizzare con consapevolezza gli strumenti di prevenzione – dall’antiriciclaggio alla trasparenza nei rapporti economici – e di orientare le scelte verso comportamenti corretti rappresenta una barriera fondamentale contro l’infiltrazione mafiosa. La legalità non può più essere intesa come mera conformità alle norme, ma diviene componente strutturale della qualità professionale e postura etica del professionista.

Professionisti sentinelle di legalità. Sono molte le professioni coinvolte in questa trasformazione di ruolo e identità. I notai, nella costituzione di società o nelle transazioni immobiliari, presidiano momenti delicati di emersione e circolazione della ricchezza. I professionisti tecnici intervengono nei processi autorizzatori

Qui e nelle pagine seguenti alcuni momenti del convegno organizzato da Confprofessioni sul tema “Legalità, trasparenza e professioni”

e nelle certificazioni, incluse quelle ambientali, che incidono direttamente sulla sostenibilità e sulla regolarità delle attività produttive. I consulenti che assistono le imprese nella gestione organizzativa e nei sistemi di controllo contribuiscono a strutturare processi più trasparenti e affidabili. Si tratta di funzioni diverse, ma accomunate dal fatto di incidere su snodi in cui la qualità delle regole incontra la concretezza delle operazioni economiche.

Un ambito particolarmente significativo è quello della gestione dei beni sequestrati e confiscati. Qui la funzione professionale si confronta con contesti complessi, nei quali occorre ricostruire condizioni minime di trasparenza e sostenibilità economica. La riorganizzazione di aziende, la gestione di patrimoni immobiliari, la definizione di nuovi modelli di utilizzo rappresentano attività in cui le competenze tecniche si intrecciano con una responsabilità più ampia verso il territorio.

«Avvocati,

commercialisti, consulenti del lavoro, ingegneri, architetti, notai, revisori e altre figure tecniche e giuridiche operano quotidianamente sul confine tra cittadini, imprese e istituzioni, diventando il primo punto

in cui possono emergere irregolarità o tentativi di infiltrazione».

— Marco Natali, Presidente di Confprofessioni

Le esperienze di riutilizzo sociale mostrano come, quando queste competenze sono efficacemente mobilitate, i beni sottratti alla criminalità possano diventare risorse per lo sviluppo locale.

LE REGOLE UE

La regolazione europea e le responsabilità di imprese e professionisti nei mercati. In questa evoluzione pesa sempre più il modello europeo di regolazione dei mercati. In diversi ambiti – dalla tutela ambientale alla sicurezza sul lavoro, dalla tracciabilità dei flussi finanziari alla sicurezza delle comunicazioni digitali, fino alla protezione dei diritti umani lungo le catene del valore – la normativa europea ha progressivamente costruito un sistema che chiama in causa la responsabilità degli operatori economici. Le direttive più recenti introducono obblighi di organizzazione, procedure di due diligence e forme di rendicontazione che incidono sulla struttura stessa

dell’impresa. Si sviluppa così un segmento di servizi dedicati alla compliance, nel quale i professionisti, specie se organizzati in forme strutturate e multidisciplinari, svolgono un ruolo determinante.

Si tratta di un’impostazione coerente con l’idea di economia sociale di mercato delineata dai Trattati europei, che mira a un allineamento tra attività economica e interessi della collettività. Questo modello, tuttavia, solleva anche un’esigenza di equilibrio. Il coinvolgimento dei soggetti privati nei meccanismi di prevenzione non può tradursi in una delega impropria di funzioni pubbliche. Alcune discipline – in particolare in materia di tracciabilità finanziaria – tendono ad attribuire a imprese e professionisti compiti sempre più incisivi di controllo e verifica. Si tratta di un’evoluzione che può rafforzare la capacità di intercettare fenomeni patologici, ma che non può spingersi fino a

trasformare il professionista in un sostituto delle autorità pubbliche. Né vanno sottovalutati i margini di esposizione in cui possono trovarsi gli operatori che agiscono correttamente, specie nei contesti territoriali più complessi.

COORDINAMENTO CON LE ISTITUZIONI

È dunque in una logica di collaborazione e coordinamento, e non di sostituzione, che va ricercato l’equilibrio. In questo senso, il rapporto con le prefetture e con le amministrazioni pubbliche può offrire un contributo determinante. Anche sul piano della formazione continua, un confronto più strutturato con le autorità preposte alla sicurezza pubblica può contribuire a fornire indicazioni aggiornate e operative.

È in questo equilibrio – tra competenza tecnica, responsabilità e collaborazione istituzionale – che il contributo delle professioni alla promozione della legalità può trovare la sua espressione più efficace. ■

QUANDO IL BENE DIVENTA COMUNE

In 30 anni la legge 109 ha confiscato alle mafie 23.026 beni per metterli a disposizione della società civile. Numeri decisamente in crescita. Ma non mancano le criticità. Sono infatti 20.848 gli immobili ancora in gestione e in attesa di essere destinati a cui si aggiungono 3.112 aziende

La Legge 109 sul riutilizzo sociale dei patrimoni sottratti alle mafie ha appena tagliato il traguardo dei trent’anni. È un pezzo di storia civile nato dalla spinta popolare e dal milione di firme raccolte da Libera, la rete di associazioni che da decenni si batte contro la corruzione e la criminalità promuovendo una giustizia sociale concreta.

Ma cosa dicono i numeri oggi? Secondo il recente rapporto Raccontiamo il bene, che l’Associazione Libera ha presentato all’inizio di marzo, il quadro è quello di un’Italia in movimento: i beni confiscati e già destinati a nuovi scopi sono oggi 23.026. Se guardiamo indietro di dieci anni, quando erano circa 30 mila in totale, la crescita è evidente soprattutto nel numero di chi quei beni li fa vivere. Oggi sono

infatti 1.332 le realtà della società civile che gestiscono questi spazi in 19 regioni e 448 comuni, un balzo enorme rispetto ai 524 soggetti di dieci anni fa o agli 871 censiti solo cinque anni fa.

Un trend di crescita, dunque, che evidenzia come la norma stia funzionando, anche se la strada è ancora in salita. I dati aggiornati al 23 febbraio 2026 dall’Agenzia Nazionale (ANBSC) rivelano, infatti, che ci sono ancora 20.848 immobili congelati: tecnicamente sono già confiscati, ma restano inutilizzati in attesa che la burocrazia completi il suo lungo iter di assegnazione. A frenare il recupero sono spesso ostacoli pesanti, come le ipoteche bancarie che gravano sulle strutture, il degrado fisico degli edifici lasciati all’abbandono e la lentezza con cui i comuni portano avanti

SOGGETTI GESTORI DEL TERZO SETTORE CHE RIUTILIZZANO I BENI CONFISCATI

739

ASSOCIAZIONI

282 COOPERATIVE SOCIALI A.B. MISTE 5 DI LAVORO

67

ENTI ECCLESIASTICI DIOCESI, CARIFAS

53

ATS/ATI E RETI TEMPORANEE DI SCOPO O DI IMPRESA

41

FONDAZIONI PRIVATE E DI COMUNITÀ

17

SOCIETÀ E ASSOCIAZIONI SPORTIVE

Fonte: Report di Lbera

38

ENTI PUBBLICI A.B. MISTE 5 DI LAVORO

35

COOPERATIVE SOCIALI IN CO.PROGETTAZIONE CON TERZO SETTORE PER SERIVIZI WELFARE

17 GRUPPI SCOUT

12

CONSORZI DI COOPERATIVE

6 COMUNITÀ

2

23

ALTRO ENTI DI FORMAZIONE E ORDINI PROFESSIONALI

AZIENDE, SI PUÒ FARE DI MEGLIO

Rilevazione dati 23 febbraio 2026.

3.112

1.728

Fonte: Report di Lbera, Piattaforma Unica delle Destinazioni

le procedure. La sfida più difficile, però, riguarda le imprese: ne contiamo ben 3.112 confiscate ma ancora ferme al palo, contro le sole 1.728 già destinate.

Questo accade perché molte aziende, durante i lunghi anni del processo giudiziario, finiscono per cessare l’attività o andare in liquidazione, rendendo il loro salvataggio molto più complesso rispetto a quello di un semplice appartamento.

PIÙ CONCENTRAZIONE AL SUD

Guardando alla geografia del riutilizzo, il cuore pulsante resta il Sud, dove la concentrazione di progetti sociali è altissima. La Sicilia guida la classifica con 384 realtà attive, seguita dalla Campania (205) e dalla Calabria (154). Tuttavia, anche il Nord mostra una risposta civile robusta, come dimostra la Lombardia che conta ben 193 beni già restituiti alla collettività.

Ma di che tipo di immobili parliamo? Per quasi il 40% si tratta di appartamenti e abitazioni private; seguono poi ville e palazzine (17,3%), terreni agricoli o aree edificabili (16%) e infine locali commerciali come negozi e magazzini (10,8%).

NUOVE ATTIVITÀ

Ma che cosa accade concretamente dentro questi spazi una volta che tornano liberi? Il Report di Libera sottolinea come le attività siano variegate ma accomunate da un forte impatto sul territorio. La fetta più grande delle realtà operative (57,6%) si dedica al welfare e alle politiche sociali, offrendo servizi diretti ai cittadini.

Un altro 23,2% punta invece sulla cultura, sull’educazione e sul turismo sostenibile, mentre il 9% ha scelto di far rinascere la terra attraverso l’agricoltura e la tutela dell’ambiente. In sintesi, ogni bene recuperato non è solo un edificio sottratto ai clan, ma un nuovo presidio di legalità che crea valore per tutti. ■

LA DIFFERENZA

BENI IN AMMINISTRAZIONE

sono beni sottoposti a confisca ancora non definitiva, quindi in attesa di giudizio a seguito di impugnazione o ricorso. Dalla confisca di secondo grado, i beni passano sotto l'amministrazione diretta dell'Agenzia nazionale. Fino a quel momento, sono invece gestiti da un amministratore giudiziario nominato dal Tribunale.

BENI IN DESTINATI

questa categoria comprende tutti i beni giunti al termine dell'iter legislativo, dalla confisca definitiva fino appunto alla destinazione. Fanno parte di questa catego-ria, dunque, i beni trasferiti ad altre amministrazioni dello Stato, perfinalità istituzionali o usi governativi, o ai Comuni (o alle Regioni, alle città metropolitane o alle Province), per scopi sociali. La destinazione non implica automaticamente l'avvenuto riutilizzo sociale. Sono frequenti, purtroppo, i casi in cui, in particolare gli enti locali, sebbene i beni siano stati trasferiti al loro patrimonio indisponibile, non riescono a garantire un tempestivo riutilizzo per finalità.

23.026

BENI IMMOBILI DESTINATI

20.848

BENI IMMOBILI IN AMMINISTRAZIONE

3.112 AZIENDE IN GESTIONE 1.728 AZIENDE DESTINATE

Fonte: Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione

Fonte: Report di Lbera

INSIEME PER L’ETICA PUBBLICA E DEL LAVORO

Avviso Pubblico e Confprofessioni unite nel promuovere la cultura della legalità democratica. Obiettivo: prevenire i fenomeni di carattere criminale e mafioso che minacciano Enti locali e mondo delle professioni. Fondamentale sarà costruire reti territoriali tra istituzioni, forze dell’ordine, magistratura e attori economici e sociali

di Roberto Montà

Avviso Pubblico. Enti locali e Regioni contro mafie e corruzione (Associazione nata nel 1996 per riunire gli Amministratori pubblici che si impegnano a promuovere la cultura della legalità democratica), ha sottoscritto un anno fa un protocollo con Confprofessioni finalizzato a promuovere congiuntamente iniziative e progetti tesi a diffondere la cultura della legalità costituzionale, della trasparenza, dell’etica pubblica e del lavoro, della buona amministrazione sia nel mondo degli Enti locali che nel settore delle libere professioni, al fine di prevenire e contrastare infiltrazioni mafiose e corruttive. La comune volontà di cooperare nasce dalla piena consapevolezza della responsabilità e dell’apporto determinante a livello di prevenzione dei fenomeni che il mondo delle professioni e degli enti locali hanno nell’attuale contesto criminale e mafioso.

L’evoluzione dagli anni ‘90, stagione delle grandi stragi e dell’attacco alle istituzioni democratiche, all’attuale contesto in cui operano prevalentemente “Mafie Spa”, impone uno sguardo e condotte nuove per evitare di perdere incisività di fronte a un fenomeno che ha un pesante impatto sulla qualità dell’economia e della democrazia. Per questo Avviso Pubblico e Confprofessioni sono impegnate tanto nella diffusione di una cultura della legalità che affonda le radici in quegli anni, con spettacoli teatrali e iniziative di sensibilizzazione alle comunità locali e ai giovani, quanto nella costruzione di reti territoriali tra istituzioni, forze dell’ordine, magistratura e attori economici e sociali.

AGIRE PER PREVENIRE

Il bisogno di dare vita a percorsi nuovi nasce, per noi, dal 2020, quando abbiamo lanciato il progetto “Consulta della legalità”, promosso e finanziato dalla Camera di commercio industria artigianato e agricoltura di Verona, quale stru-

mento di prevenzione dall’infiltrazione mafiosa e a difesa dell’imprenditoria e dell’economia sana del territorio. La rete prevede il coinvolgimento delle categorie produttive iscritte alla Camera di commercio industria artigianato e agricoltura, della Prefettura, della Questura, della Procura della Repubblica, delle Forze di Polizia e della rete di enti locali aderenti ad Avviso Pubblico.

È stata costituita una Consulta della legalità, composta dai delegati di tutte le categorie iscritte alla Camera di Commercio ed è attiva una pagina del sito internet della Camera di Commercio dedicata al tema della lotta alle mafie e alla corruzione, in cui sono inseriti vari materiali, tra cui: normativa, bibliografia e sitografia, pubblicazioni, protocolli di legalità nazionali e locali. La rete, infatti, non può presupporre dalla conoscenza, dalla facile consultazione di dati e pubblicazioni delle autorità competenti che restituiscono

il quadro reale del fenomeno, andando oltre stereotipi e percezioni falsate. La Consulta ha favorito la redazione di un vademecum, in cui sono indicate buone e cattive prassi, mail e numeri di telefono a cui i rappresentanti delle categorie produttive possono rivolgersi per chiedere informazioni o fare delle segnalazioni protette, nella consapevolezza della delicatezza della denuncia e della necessità di costruire relazioni consolidate e improntate alla fiducia tra operatori economici, amministratori e forze dell’ordine.

FORMAZIONE IN PRIMO PIANO

Per avere una lettura condivisa della realtà territoriale si è dato vita a un percorso formativo, che vede coinvolti magistrati, rappresentanti delle forze di polizia, docenti universitari, dirigenti e funzionari di associazioni di categoria, manager di grandi aziende e società, docenti universitari, giornalisti, amministratori locali, esperti. I temi affrontati sono stati frutto

dello scambio di esperienza e dei bisogni emersi nell’avvio del percorso:

▪ Accesso al credito e rischio usura

▪ Agromafie ed ecomafie

▪ Antiriciclaggio, con focus sulle operazioni finanziarie sospette

▪ Anticorruzione

▪ Appalti

▪ Caporalato

▪ Cybersicurezza

▪ Mafie in Veneto e a Verona, con approfondimenti specifici sulle inchieste “Isola scaligera” e “Taurus”.

Da questo percorso sono nati gruppi di lavoro tematici. In particolare, su agricoltura, edilizia, logistica, turismo, con l’obiettivo di approfondire in quei settori ritenuti prioritari i momenti di formazione, incontro e confronto. Il progetto è stato considerato come buona pratica da Unioncamere nazionale ed è stato esportato nelle città di Modena e di Torino.

UNA RETE DI LEGALITÀ

Questi percorsi hanno radicato in Avviso Pubblico la piena consapevolezza che serve oggi più che mai una rinnovata alleanza, una “rete di legalità organizzata” quale migliore antidoto alla criminalità organizzata. Servono contesti per rafforzare relazioni, diffondere una nuova cultura dell’antimafia, favorire comunità di pratiche con valori e impegni condivisi. Viviamo in un contesto dominato dal paradigma della “paura”, dell’insicurezza a livello personale ed economico, di fuga dalle regole e del rischio di affermazione del più forte, modelli e linguaggi cari all’esperienza mafiosa. Dobbiamo lavorare insieme a ridefinire nuovi

paradigmi, fondati sulla “convenienza” di una legalità costituzionale praticata e condivisa, in cui amministratori e professionisti onesti si affermano a discapito di “furbi” e “disonesti”, generando valore pubblico e risorse a beneficio di cittadini, imprese e lavoratori. Per questo abbiamo bisogno di sguardi condivisi, pur partendo da esperienze e punti di vista diversi, che ci consentano di agire nel campo della c.d. “zona grigia” in maniera costruttiva e responsabile, svolgendo appieno le nostre funzioni con l’etica, la disciplina e l’onore che la professione e il ruolo ci richiedono. Serve un cambio di passo culturale e nell’azione, che dobbiamo sentire nostro in ricordo delle vittime innocenti di mafia. Traiamo forza dalla memoria per rigenerare ragioni di un impegno quanto mai urgente e attuale, come la minaccia delle organizzazioni criminali certificata dall’Unione Europea, dando piena attuazione al protocollo di collaborazione che ci vede protagonisti insieme. ■

DENTRO LA LEGGE

Come funziona l’articolo 104 bis del codice di procedura penale, quello che disciplina l'amministrazione e la gestione dei beni sottoposti a sequestro preventivo o confisca. Dalla tipologia di beni che possono essere confiscati alle verifiche necessarie prima di essere destinati o, nel caso di aziende e attività commerciali, riaperti

L’articolo 104 bis disp. att. del Codice di procedura penale vigente (quello che disciplina l'amministrazione e la gestione dei beni sottoposti a sequestro preventivo o confisca, garantendo la tutela dei terzi in buona fede) prevede che nei casi in cui il sequestro preventivo abbia per oggetto aziende o beni per cui sia necessario assicurare l’amministrazione, l’Autorità Giudiziaria nomina un amministratore giudiziario scelto nell’albo di cui all’art. 35 del Codice antimafia.

È necessario “inquadrare” il contesto normativo in quanto alla gestione dei beni sequestrati si applicano le norme di cui al Libro I, titolo III del Codice antimafia che ricomprende i seguenti capi e articoli:

▪ Capo I – l’amministrazione dei beni sequestrati e confiscati (articoli dal 35 a 39);

▪ Capo II – la gestione dei beni sequestrati e confiscati (articoli da 40 a 44);

▪ Capo III – la destinazione dei beni confiscati (articoli da 45 a 49);

▪ Capo IV – il regime fiscale dei beni sequestrati e confiscati (articoli da 50 a 51)

I compiti del Giudice Delegato alla Procedura sono svolti nel corso di tutto il Procedimento dal Giudice che ha emesso il decreto di sequestro, ovvero nel caso di provvedimento emesso da Organo Collegiale, dal Giudice Delegato nominato.

Nel caso di procedure di sequestro per reati attribuiti alle competenze dell’Associazione Nazionale Beni Sequestrati e Confiscati (ANBSC), l’Agenzia svolge attività di supporto e ausilio con autorità giudiziaria fino al decreto di confisca di II grado (art. 38 codice antimafia). Si precisa che, in un’ottica più dinamica, il

compito dell’Amministratore giudiziario

è quello della gestione (anziché dell’amministrazione) e non di amministratore della Società (art. 35, c.5).

LE PROPRIETÀ NEL MIRINO

Ma quali sono i beni che possono essere oggetto di sequestro e la relativa gestione? Per esemplificare possiamo raggrupparli in tre tipologie.

Beni mobili

I beni mobili che possono essere oggetto di sequestro, oltre al denaro e alle attività finanziarie che affluiscono al Fondo Unico di Giustizia (FUG), sono principalmente:

▪ Beni mobili iscritti in pubblici registri (autovetture, motocicli, imbarcazioni, etc)

▪ Beni preziosi (gioielli, mobilio, etc.)

▪ Partecipazioni societarie (azioni, quote, etc.)

I beni mobili sequestrati, anche iscritti in pubblici registri, possono essere affidati dal Tribunale in custodia giudiziale agli organi di polizia e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco che ne facciano richiesta per l’impiego nelle attività istituzionali o per esigenze di polizia giudiziaria, ovvero possono essere affidati all’Agenzia, ad altri organi dello Stato, ad enti pubblici non economici e enti territoriali per finalità di giustizia, di soccorso pubblico, di protezione civile o di tutela ambientale.

Se invece affidati all’Amministratore giudiziario, il Tribunale, decorsi trenta giorni dal deposito della relazione dello stesso, può destinare alla vendita i beni mobili sottoposti a sequestro se gli stessi non possono essere amministrati senza pericolo di deterioramento o di rilevanti diseconomie (ad esempio spese di custodia).

Se i beni mobili sottoposti a sequestro sono privi di valore, improduttivi, oggettivamente inutilizzabili e non alienabili, il Tribunale può procedere alla loro distruzione o demolizione.

Beni immobili

L’Amministratore giudiziario dovrà verificare, oltre alla provenienza del bene, anche i seguenti elementi:

▪ la consistenza e lo stato di conservazione, l’effettivo utilizzo ed eventualmente il titolo sulla base del quale i soggetti occupano gli immobili (comodato gratuito, locazione, etc). È possibile, previa autorizzazione del Giudice, regolarizzare l’utilizzo dell’immobile mediante la stipula di contratti di locazione transitori.

Il soggetto colpito dal sequestro e i familiari possono continuare a vive-

Nel caso di aziende
l'Amministratore giudiziario deve presentare una relazione contenente indicazioni particolareggiate
sullo stato dell'attività aziendale e sulle sue prospettive di prosecuzione

re nell’abitazione principale almeno sino alla confisca.

▪ l‘eventuale presenza di diritti di terzi sugli immobili

▪ l’esistenza di eventuali violazioni in materia urbanistica (L’ANBSC, Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati, in caso di confisca definitiva, può sanare eventuali irregolarità edilizie senza oneri purché sussista un interesse di natura generale).

L’ANBSC, entro 90 giorni dalla comunicazione del provvedimento definitivo di confisca, deve adottare il provvedimento di destinazione in base alle manifestazioni di interesse avanzate sull’acquisizione del bene confiscato (ad esempio assegnazione alloggio a una stazione di Carabinieri da adibire a uso foresteria o al Comune della Città per fini sociali/istituzionali).

AZIENDE

Nella fase iniziale del sequestro, tenuto conto di eventuali decisioni in merito a richieste di dissequestro totale o parziale, l’Amministratore dovrà tenere un comportamento prudenziale limitato al compimento degli atti più urgenti e improcrastinabili. L’Amministratore giudiziario, in base alla normativa citata in estrema sintesi e fatte salve le diverse casistiche, entro sei mesi dalla nomina, deve presentare una relazione contenente indicazioni particolareggiate sullo stato dell'attività aziendale e sulle sue prospettive di prosecuzione, anche verificando che, attraverso lo strumento dell’azienda, non venga perpetrato il reato.

Il Tribunale, sentiti l'Amministratore giudiziario e il Pubblico Ministero, ove rilevi concrete prospettive di prosecuzione dell'impresa, approva il programma di prosecuzione con decreto motivato e impartisce le direttive per la gestione dell'impresa.

È la fase più delicata in quanto sostituirsi come amministratore giudiziario nel “guidare un’azienda” che molto spesso è stata gestista addirittura attraverso diversi profili di illegalità (per esempio: riciclaggio proventi illeciti attraverso continui finanziamenti soci, o fatturazioni per acquisti inesistenti, acquisizione quote di mercato attraverso appalti truccati, corruzione oppure imposizione di acquisti con la violenza, gestione dei lavoratori subordinati in nero e/o corrispondendo retribuzioni sotto i minimi contrattuali, evasioni contributive e fiscali etc.) può essere veramente difficile se non addirittura impossibile. Questo perché in realtà quell’azienda che è stata sequestrata sicuramente, se avesse operato nella legalità, non sarebbe stata un’azienda in grado di rimanere sul mercato in equilibrio economico e finanziario. Solamente l’illegalità ne consente la permanenza sul mercato facendo concorrenza sleale alle imprese dello stesso settore economico gestite nel rispetto assoluto della legalità.

Inoltre, l’Amministratore deve fare fronte spesso a problematiche connesse al mercato che rendono ancora più difficile la gestione dell’impresa e ad ottemperare a quanto previsto dall’art. 41 codice antimafia. A titolo esemplificativo:

a. qualora nel decreto di sequestro avente ad oggetto partecipazioni sociali e/o l’azienda siano anche indicati in modo specifico i conti correnti utilizzati per la gestione aziendale, di fatto si blocca l’operatività. Occorre quindi coordinarsi tempestivamente con il Giudice;

b. gli Istituti di credito, alla notizia del sequestro, revocano le linee di credito del soggetto colpito dal provvedimento e comunque, di fatto, rientrano degli anticipi su crediti portando ad una immediata crisi di liquidità;

c. l’assenza di una contabilità affidabile non consente all’Amministratore di comprendere gli impegni a cui far fronte e i crediti da incassare e/o effettivamente ceduti. Questa circostanza è molto importante perché non vi sono misure protettive previste per le aziende sottoposte a sequestro;

d. i rapporti con lavoratori dipendenti che possono essere direttamente coinvolti dalla Procedura. Recentemente la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 2803 del 5 febbraio 2025 ha affrontato il tema del licenziamento intimato dall’amministratore giudiziario e ha espresso il principio secondo cui quest’ultimo ha il potere di risolvere i rapporti di lavoro - su autorizzazione del giudice - senza dovere seguire le garanzie procedimentali dell’art. 7 dello Statuto dei Lavoratori, purché la decisio-

I beni mobili sequestrati possono essere affidati dal Tribunale in custodia giudiziale agli organi di polizia e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco che ne facciano richiesta per l’impiego nelle attività istituzionali o per esigenze di polizia giudiziaria

ne sia adeguatamente motivata ad esempio dal fatto che il dipendente sia coinvolto nei fatti contestati e comunque tenuto conto di quanto previsto dall’art. 56 del Codice antimafia;

e. le valutazioni in merito alla sostituzione dell’amministratore della società: è difficile individuare professionisti disponibili a svolgere tali compiti stante il “rischio” dell’incarico che non gode di alcuna “protezione” rispetto agli atti svolti dai precedenti amministratori. Ad esempio, l’Amministratore “nuovo nominato” sarà destinatario della notifica delle omissioni previdenziali ed erariali di cui alla precedente gestione amministrativa.

UN

CASO PRATICO

Il Tribunale ha disposto il sequestro di sette sale da gioco ove venivano svolte attività di raccolta scommesse tramite l’utilizzo di macchinette (slot machines).

Al momento di esecuzione del sequestro da parte della Guardia di Finanza, le sale da gioco sono state chiuse per effettuare verifiche sull’esistenza o meno di manomissioni degli apparati utilizzati per le giocate. All’esito delle verifiche tecniche, il Tribunale ha richiesto all’Amministratore giudiziario di «…voler procedere alla riapertura delle sale giochi e alla loro amministrazione, previa verifica della potenziale redditività rispetto a tutti i costi di gestione».

Per poter procedere in questo senso, però, è stato necessario procedere con alcune verifiche. Nel dettaglio:

1. Verifica della gestione secondo le norme di legge:

▪ L’attività svolta deve essere lecita (raccolta scommesse solo attraverso portali autorizzati dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli)

▪ Il rispetto delle norme e contratti di lavoro

▪ La verifica dell’esistenza di tutte le licenze e autorizzazioni necessarie per l’attività.

2. Verifica dell’adeguata disponibilità di risorse finanziarie:

▪ Esistenza di risorse liquide necessarie per il pagamento delle spese funzionali e connesse alla riapertura della sale (canoni locazione anche arretrati, retribuzioni lavoratori subordinati, spese generali, prelievo erariale Unico, fondo cassa per vincite, etc).

3. Verifica dell’equilibrio economico

▪ Individuazione di tutti i costi che effettivamente tali sale giochi dovrebbero sostenere nell’ipotesi di una gestione «legale».

Il risultato di tutto il lavoro di verifica ha portato alla riapertura di due sale giochi in quanto, oltre ad aver accertato la potenziale redditività delle stesse, erano presenti anche le risorse finanziarie necessarie per la loro riapertura. Le restanti cinque, invece, sono state chiuse definitivamente visto che, in base alle verifiche effettuate, la loro gestione economica avrebbe generato solo delle perdite e sarebbe stata antieconomica. ■

Il Tribunale, decorsi trenta giorni dal deposito della relazione dello stesso, può destinare alla vendita i beni mobili sottoposti a sequestro se non possono essere amministrati senza pericolo di deterioramento o di rilevanti diseconomie

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PRIMO PIANO

PNRR SALUTE, SI APRE IL VASO DI PANDORA

Il successo della missione Salute passa dallo sforzo collettivo necessario a colmare i pesanti ritardi entro giugno. Ma sono proprio i risultati positivi raggiunti a riportare a galla le tante e persistenti incognite della sanità territoriale

di Laura Ciccozzi

Mentre il Pnrr si avvicina alla conclusione – con la scadenza degli ultimi obiettivi il prossimo 30 giugno – i risultati della missione Salute finiscono sotto la lente di ingrandimento del Governo. Che convoca le Regioni in un tavolo tecnico permanente, coordinato dalla Struttura di missione Pnrr, con il compito di assicurare un monitoraggio rafforzato degli interventi. Del resto, questi valgono complessivamente 15,6 miliardi di euro, di cui 14 sono di competenza regionale.

LUCI E OMBRE

A dicembre, come da cronoprogramma, sono stati raggiunti tre obiettivi. Nessuna difficoltà per l’assistenza mediante strumenti di telemedicina, dove il target di 300 mila pazienti coinvolti è sta-

to addirittura superato. Ma, per il resto, i risultati della componente digitalizzazione sembrano essere in chiaroscuro. L’obiettivo relativo alla digitalizzazione delle strutture ospedaliere è stato raggiunto solo dopo aver subito un importante ridimensionamento qualitativo con l’ultima revisione dello scorso settembre. E, come evidenziato dalla Fondazione Gimbe, se il target di utilizzo del Fascicolo sanitario elettronico da parte di almeno l’85% dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta è stato centrato, all’incremento hanno contribuito anche gli accessi al Fse per operazioni basiche, come l’invio della ricetta dematerializzata. Siamo, invece, ben lontani dall’effettiva implementazione del patient summary, il documento con la storia

clinica del paziente da redigere e aggiornare in maniera continuativa. In altri termini, anche se gli obiettivi del cronoprogramma sono stati formalmente raggiunti, le ambizioni originarie del Pnrr per una vera sanità digitale appaiono ridimensionate. Ma gli obiettivi di giugno sembrano essere tutta un’altra storia. Sia perché sono ben undici, sia perché vi rientra quello che, sin dall’inizio, è stato il cuore della missione Salute: la realizzazione delle strutture per la medicina di prossimità. Vale a dire le 1.038 Case della comunità e i 307 Ospedali di comunità che devono essere attivati su tutto il territorio nazionale. Investimenti che completano la riforma per la “definizione di un nuovo modello organizzativo della rete di assistenza sanitaria territoriale. Servizi sanitari di prossimità, strutture e

standard per l’assistenza sul territorio”, a cui è stata data attuazione con il D.M. 23 maggio 2022, n. 77.

TRE PILASTRI

Le riforme e gli investimenti del Piano rifondano la sanità su tre pilastri: prevenzione, territorialità e collaborazione medico-paziente. La riorganizzazione degli spazi e la collaborazione tra gli attori della presa in carico sono i presupposti di un percorso che mira a rivoluzionare il modo di fare prevenzione e cura. Fondamentale è il ruolo abilitante della tecnologia, a partire dagli investimenti per il fascicolo sanitario elettronico e la telemedicina sino ad arrivare a innovazioni più complesse basate sull’intelligenza artificiale, con finalità integrate di cura, programmazione e ricerca. Infatti, poter disporre di soluzioni tecnologi-

che sempre più avanzate significa ampliare il raggio della presa in carico del paziente, che cessa di essere un mero percettore di terapie e assume un ruolo proattivo, in piena attuazione del principio di sussidiarietà. Specularmente è proprio la messa a sistema dei dati forniti – anche direttamente – dal paziente che consente di attuare strategie di prevenzione e di gestione di situazioni di rischio.

Una sfida che appare molto complessa alla luce del contesto di partenza, in cui persistono quelle spiccate differenze a livello regionale che hanno già connotato l’implementazione del modello delle Case della salute, antesignane delle Case della comunità, e un’elevata burocratizzazione a cui corrisponde un livello ancora basso di digitalizzazione.

Risultati positivi sul fronte dell’Assistenza domiciliare integrata (ADI): un modello di presa in carico legato alla medicina di prossimità che è sempre più consolidato, come dimostra anche il fatto che l’obiettivo PNNR, di aumentare il numero di nuovi pazienti over 65 in ADI di 842.000 unità rispetto al 2019, è stato ampiamente superato.

Mentre gli interrogativi sui numeri e le forme del coinvolgimento del personale nella riorganizzazione dell’assistenza sanitaria territoriale non trovano risposta nel Pnrr che, come è noto, non destina risorse al comparto della medicina generale né al reclutamento di personale infermieristico e sociosanitario. Ma attualmente il problema non è ancora quel-

lo di riempire edifici vuoti. I dati sull’avanzamento dei lavori, forniti dal Ministro per gli affari europei, il Pnrr e le politiche di coesione, Tommaso Foti, mostrano una situazione preoccupante: a febbraio erano state completate solamente 336 Case della comunità e 67 Ospedali di comunità (pari, rispettivamente, al 30% e 22% del totale).

Non va meglio per gli altri interventi edilizi finanziati dal Pnrr e dal Piano nazionale complementare: l’adeguamento sismico è stato completato in 17 ospedali su 84; mentre i nuovi posti di terapia intensiva e sub-intensiva sono il 70% di quelli previsti.

Il successo della missione Salute passa, evidentemente, dallo sforzo collettivo necessario a colmare

questi pesanti ritardi entro giugno. Ma, in questo caso, sarebbero proprio i risultati positivi raggiunti dal Pnrr ad aprire il vaso di Pandora sulle tante e persistenti incognite della sanità territoriale. ■

La cabina di regia per la coesione. Credit Dipartimento per la coesione licenza CC-BY-NC-SA 3.0 IT

POLIZZE SANITARIE PRIVATE: PARLIAMONE

(Lavoce.info)

Sono benestanti, istruiti, vivono prevalentemente al Nord, hanno meno di 70 anni e rappresentano circa un terzo della popolazione nazionale. Questo l’identikit degli italiani che hanno sottoscritto una assicurazione sanitaria privata. Un fenomeno in forte crescita che lancia un segnale d’allarme per il futuro del sistema sanitario universalistico. Ma non è ancora stato aperto un dibattito pubblico per far emergere le iniquità (e le inefficienze) e per discutere il futuro del Ssn

Circa il 30% della popolazione italiana è coperto, secondo le stime, da una forma di assicurazione sanitaria privata, tramite la sottoscrizione di un fondo sanitario oppure attraverso l’acquisto di una polizza sul libero mercato.

I fondi sanitari sono piani offerti dai datori di lavoro come parte del pacchetto di welfare aziendale e sono il frutto della contrattazione fra parti sociali in occasione dei rinnovi contrattuali. La loro diffusione è stata regolamentata a partire dal decreto legislativo 502/92, ed è stata favorita dai vari governi tramite incentivi fiscali ai datori di lavoro e ai lavoratori. L’attuale normativa distingue i fondi di tipo A, volti a coprire esclusivamente le cure non incluse nei trattamenti garantiti dal Sistema sanitario nazionale (tipicamente servizi odontoiatrici e servizi di long term care) e fondi di tipo B, che forniscono ai propri assicurati la possibilità di accedere privatamente a prestazioni comprese nei livelli essenziali di assistenza (Lea). I fondi di tipo B sono in costante espansione, rappresentano la stragrande maggioranza (il 96 per cento) e finanziano circa il 70% della spesa intermediata dai fondi sanitari. Esistono poi le polizze private, molto diversificate per servizi offerti e tipo di copertura.

Nonostante il fenomeno sia in forte crescita e comporti una serie di interrogativi sulla natura del Servizio Sanitario Nazionale (Ssn), manca un sistema centrale di tracciamento che includa tutte le forme di copertura assicurativa. Pur con i limiti relativi

Fonte: Lavoce.info su dati Ehis 2019

alla frammentazione delle fonti, va ricordato che nel 1999 solo il 2% della popolazione aveva una assicurazione privata, percentuale che passa al 12% nel 2013 e al 15% nel 2019.

COSA DICONO I NUMERI

Per inquadrare il fenomeno delle assicurazioni private in Italia, ci si avvale del database European Health Interview Survey, gestito in Italia dall’Istat (ultimo anno disponibile, 2019). La variabile di interesse è tratta dalla domanda: la famiglia possiede una assicurazione? Dai grafici che seguono si può osservare che la scelta di sottoscriverne una non sembra essere guidata dal bisogno di cure, ma da variabili socioeconomiche.

La distribuzione per quintili di reddito mostra che il 27% della fascia

più ricca di popolazione possiede una assicurazione, mentre fra coloro che stanno nel primo quintile di reddito solo il 6% ha una forma di copertura.

Ugualmente, i più istruiti hanno maggiore probabilità di essere coperti da assicurazione (26%) rispetto a chi possiede solo un diploma di scuola primaria (5%). Ancora, coerentemente con quanto detto sui contratti collettivi, un quarto dei lavoratori è coperto da assicurazione, quota che scende al 10% fra i pensionati, che in genere sono i più bisognosi di cure. Il dato è confermato dalla distribuzione per età, con la percentuale più bassa (8%) mostrata dagli ultrasettantenni – i più fragili in termini di salute – e la più alta (24%) fra gli individui tra i 25 e i 54 anni, un’età

in cui generalmente il bisogno di cure è ridotto. Esiste infine un gradiente geografico: nel Nord Italia, dove sono concentrate le attività imprenditoriali e il reddito pro-capite è maggiore, il 24% dei residenti è assicurato, la percentuale scende al 15% in Centro Italia e a 5,5% al Sud.

GUARDANDO IL MODELLO USA

Poco meno di un terzo della popolazione (in particolare i più ricchi, i lavoratori, i più istruiti, chi vive nel Nord Italia, coloro che non hanno raggiunto i settanta anni di età) ha scelto di sottoscrivere una assicurazione privata. Il segnale è allarmante in presenza di un sistema sanitario universalistico. Assistiamo a un aumento della quota di mercato a favore degli erogatori privati e, con i dovuti distinguo, sembra che ci stiamo orientando

verso il modello Usa, dove l’assicurazione è fornita dal datore di lavoro e chi ha un lavoro migliore ha una polizza più ricca e completa.

Chi ha l’assicurazione può scavalcare le liste di attesa e scegliere l’erogatore delle cure. Inoltre, nella maggior parte dei casi, non deve farsi visitare dal medico curante per l’accesso ai servizi secondari, con un notevole risparmio di tempo. Chi non ha l’assicurazione deve spesso affrontare lunghi tempi di attesa, con possibili effetti dannosi sulla propria salute e senza la garanzia di un unico interlocutore (la scelta dello specialista) nel percorso di cura. Stiamo assistendo alla discriminazione nell’accesso alle cure a favore di chi possiede una assicurazione sanitaria, la cui distribuzione dipende, a livello collettivo, da disegni istituzionali

DISTRIBUZIONE DELLA COPERTURA ASSICURATIVA PER TITOLO DI STUDIO

Valori percentuali

Fonte: Lavoce.info su dati Ehis 2019

non attentamente pianificati e a livello individuale da fattori socioeconomici che penalizzano i più bisognosi di cure.

Ci sono poi problemi di efficienza allocativa. La scelta di estendere la copertura assicurativa ad alcune classi di lavoratori partiva dal principio che si potesse alleggerire il carico del Ssn, soprattutto in tempi di tagli ai finanziamenti, attraverso la sostituzione pubblico/privato. Non esistono tuttavia vincoli all’accesso pubblico per i pazienti che hanno usufruito di servizi sanitari privatamente, e il rischio di una duplicazione dei servizi erogati, ovvero tramite canale sia pubblico che privato, è reale, con conseguente perdita di benessere per la collettività. I pochi studi scientifici che si sono occupati di questo argomento non fornisco-

DISTRIBUZIONE

Valori percentuali

Fonte: Lavoce.info su dati Ehis 2019

DELLA COPERTURA ASSICURATIVA PER STATUS LAVORATIVO

DISTRIBUZIONE DELLA COPERTURA ASSICURATIVA PER CLASSE DI ETÀ

Valori percentuali

Fonte: Lavoce.info su dati Ehis 2019

no risultati univoci, anche a causa della frammentazione dei dati disponibili e della diversificazione delle polizze. Sempre in termini di benessere collettivo, la mancanza dell’obbligo di prescrizione del medico curante per l’accesso alle cure secondarie aumenta il rischio di erogazione inappropriata dei servizi. Quando c’è un terzo pagante privato, gli atteggiamenti di moral hazard sono ampiamente documentati dalla letteratura sul sistema sanitario statunitense.

IL DIBATTITO INESISTENTE

Di tutto ciò si parla poco o nulla. Nonostante i molteplici segnali, è del tutto assente un dibattito pubblico che faccia emergere le iniquità (e le inefficienze) e si interroghi sul futuro del Ssn. L’invecchiamento della popolazione è una sfida

eccezionale per i sistemi sanitari dei paesi occidentali e impone un aumento strutturale della spesa sanitaria, probabilmente non più sostenibile. Bisogna perciò decidere quale modello sanitario, o quali strumenti, utilizzare. Le risposte sono molteplici e non è questa la sede per argomentarle e approfondirle.

È possibile, tuttavia, fornire qualche spunto di analisi, come ad esempio la possibilità di opting out per chi sceglie di essere curato esclusivamente privatamente, con un conseguente sgravio della pressione fiscale; la costituzione di un fondo ad hoc per la cura degli anziani; addirittura, e provocatoriamente, il ritorno a un sistema basato sulle assicurazioni sociali. Qualunque spunto, se attenta-

mente discusso e supportato da analisi empirica, è meglio dell’assenza di dibattito. Quello che è difficilmente accettabile, a parere di chi scrive, è continuare ad assistere al depotenziamento del Ssn, all’aumento incontrollato – e incoraggiato da mirate strategie di marketing – di polizze e fondi sanitari diversificati, senza che ci sia un attento monitoraggio da parte del ministero della Salute.

È necessario un dibattito pubblico, che includa legislatori e studiosi del settore, rappresentanti dei sindacati, delle compagnie assicurative, delle associazioni dei pazienti e delle categorie mediche. Un dibattito che dia trasparenza a un fenomeno che sta passando sottotraccia e sta progressivamente cambiando il volto del nostro Ssn. ■

ANNI 18-24
ANNI 25-54
ANNI 55-69
ANNI 70-OVER

Confprofessioni: no a una riforma spot

Il decreto-legge n. 19/2026 contiene una norma di grande impatto in materia di fondi sanitari e sociosanitari integrativi e complementari del Servizio sanitario nazionale. Si tratta dell’articolo 29 che attribuisce alla Covip (la Commissione di vigilanza sui fondi pensione) poteri di vigilanza anche sui fondi sanitari, istituendo un apposito Albo e un sistema di risoluzione stragiudiziale delle controversie. Il nuovo ruolo della Covip verrà finanziato attraverso un contributo a carico dei fondi stessi, stabilito in misura non superiore allo 0,2 per mille delle risorse destinate alle prestazioni.

Confprofessioni ha avvertito tra i primi l’esigenza di introdurre nell’ambito del Ccnl strumenti di assistenza sanitaria integrativa rivolti alla totalità del comparto: dai dipendenti degli studi, ai professionisti datori di lavoro.

La Cassa di assistenza sanitaria integrativa per i lavoratori degli studi professionali (Cadiprof) è la prima esperienza di mutualità e assistenza trasversale realizzata nell’ambito di un contratto collettivo di lavoro, poi recepita in quasi tutti gli altri settori economici e che ha creato un comparto che coinvolge oltre 16 milioni di iscritti e oltre 3 miliardi di euro di prestazioni annue.

Forte di questa esperienza, ormai ultraventennale, Confprofessioni è intervenuta in Commissione Bilancio della Camera per segnalare le molteplici criticità dell’articolo 29. Innanzitutto, la scelta di disciplinare la sanità integrativa – un pilastro del welfare nazionale costruito nel tempo dalle parti sociali, alimentato da risorse private e capace di alleggerire, in modo sussidiario, il Servizio Sanitario Nazionale – attraverso una norma episodica laddove sarebbe,

invece, necessario intraprendere una riforma organica del settore e solo successivamente intervenire sulla disciplina della vigilanza. Peraltro, il Parlamento si è già mosso in tale direzione con l’Indagine conoscitiva del Senato sulle forme integrative di previdenza e di assistenza sanitaria avviata nel 2022. In secondo luogo, il fatto che i fondi sanitari siano già sottoposti a molteplici verifiche da parte di diverse autorità introduce un ulteriore livello di vigilanza senza una chiara mappatura delle competenze e ciò significa rischiare duplicazioni, sovrapposizioni e costi aggiuntivi che sottrarrebbero risorse alle prestazioni.

Infine, la creazione di un nuovo Albo tenuto dalla Covip, che rischia di generare una duplicazione rispetto all’Anagrafe e all’Osservatorio nazionale dei Fondi Sanitari già esistenti presso il ministero della Salute, alimentando potenziali conflitti di competenza e una stratificazione amministrativa priva di reali benefici per l’efficienza del comparto. ■

MONETA E SOVRANITÀ

Ritornare a una moneta completamente sotto il controllo dello Stato e dei cittadini, contabilizzata non a debito, costituisce l’unica speranza per avere democrazie solide e uno sviluppo economico sostenibile socialmente, finanziariamente e sanitariamente

Da secoli si distinguono vari tipi di moneta che è stata prima metallica, poi cartacea, più recentemente elettronica, infine digitale, ma solo la prima ha avuto un valore intrinseco effettivo che l’ha fatta confondere con l’oro o con l’argento contenutovi.

Conseguentemente, quando si è passati alla carta se ne è voluta conservare la caratteristica del legame con il metallo più prezioso perché più raro, assicurandone (ma non sempre mantenendone) la convertibilità in esso: formalmente, tale convertibilità fu abbandonata poco più di mezzo secolo fa, nell’agosto del 1971; ma non si tratta dell’aspetto più importante, sebbene si dica, dopo tale data, che la moneta abbia acquisito quella natura denominata fiat ovvero di poter essere creata dal nulla.

Allo scopo di chiedersi da chi, ovvero chi, possa avere tale potere, bisogna cercare di affrontare il tema da un’altra angolazione.

La moneta, infatti, può essere a corso legale ovvero liberatoria per il debitore; oppure fiduciaria, nel senso che il creditore la deve accettare volontariamente allo scopo di sciogliere il debitore dalla sua obbligazione. Solo il Sovrano può emettere la moneta a corso legale attraverso un organo del suo Stato (autocratico, oligarghico o democratico che sia).

4 TIPOLOGIE DI MONETA

Nel complesso, dunque, conosciamo quattro tipologie di moneta (a prescindere dal loro supporto, metallico, cartaceo ed elettronico): 1)

emessa dallo Stato direttamente; 2) emessa da un organo in qualche modo controllato e autonomo da esso (si parla di banche “centrali”); 3) creata dalle banche ordinarie al momento dell’accensione di un prestito, non propriamente a corso legale, ma denominata in moneta a corso legale, originariamente del tutto fiduciaria (comportante banconote che dovevano venir convertite in quelle a corso legale e poi via via, soprattutto con l’obbligo dell’uso della moneta elettronica, capace di essere utilizzata a condizioni liberatorie per il debitore; 4) emessa dai pri-

vati e, quindi, non a corso legale, ma fiduciario e comportante un debito dell’emettitore a rispettare le condizioni pattuite col creditore (es., cambiali, pagherò, ecc.).

Le prime due possono essere a debito (e, quindi contabilizzate come passivo, vale a dire – nella partita doppia – come corrispondente all’attivo, storicamente una pari riserva di oro e/o argento) oppure non a debito: quindi contabilizzate come un’entrata.

IL PASSAGGIO

Il passaggio dallo Stato alla Banca centrale, che non implica l’abbandono delle monete statali e delle statonote o biglietti di Stato, avviene quando, all’esercizio del potere politico di immettere mezzi monetari a corso legale non corrisponde una capacità o

reazione del sistema economico interno (ma si possono considerare anche i flussi dall’estero, comunque ottenuti), sicché si genera una svalutazione della moneta immessa, proporzionale al descritto incremento; è stato tale pericolo a spingere la nascita delle Banche Centrali. Esse, proprio perché nate sul terreno prudenziale di freno all’attività del Sovrano, tendono ad utilizzare la partita doppia e, quindi, a contabilizzare al passivo le proprie emissioni: si parla, quindi, di una preferenza della moneta a debito; ma anche le Banche Centrali possono emetterla non a debito, in teoria.

LIQUIDITÀ E DINTORNI

In questa sede non vogliamo parlare della moneta bancaria e di quella fiduciaria se non per due aspetti della massima importanza: la moneta bancaria – a debito per il prenditore e a credito per la banca stessa – nel suo essere elettronica tende a sostituire sempre più il contante (che è il costo principale per il sistema creditizio); l’emissione di moneta a corso legale da parte delle Banche Centrali, soprattutto dopo la crisi di liquidità del 2008, ma in seguito le cose sono peggiorate, ha superato di decine di volte il PIL mondiale e, quindi, tutto il sistema si regge sulla fondamentale necessità che tale immensa creazione di mezzi monetari non pervenga all’economia reale.

Se ciò avvenisse, infatti, il mondo del lavoro e l’economia stessa ne sarebbero sconvolti: e quella preoccupazione che indusse, secoli fa a inventare le Banche Centrali per evitare la piena svalutazione

monetaria, sarebbe, oggi, determinata dal comportamento di esse stesse.

Ma c’è di più: il principale, se non unico, canale di crescita della liquidità per l’economia reale –vale a dire il finanziamento della spesa pubblica – sta dando impulsi negativi sull’economia stessa; in particolare, per quanto riguarda gli USA, ogni dollaro speso per guerre, armamenti, industria militare e quant’altro in materia, produce un effetto sul PIL di soli 58 centesimi; vale a dire che la spesa pubblica (militare) sta riducendo il PIL; ma la moneta immessa aumenta a prescindere dal meccanismo coinvolto (aumento del deficit, aumento della pressione fiscale, riduzione degli altri servizi pubblici).

LE CRYPTO VALUTE

Ecco perché la soluzione adombrata dalle Banche Centrali riguarda crypto currenciens (cripto valute) pubbliche gestite con moneta digitale: quest’ultima si differenzierebbe dalla elettronica perché non avrebbe bisogno di internet e satelliti, ma solo di applicazioni sui cellulari basate sulle tecniche a block chain. Ritornare a una moneta completamente sotto il controllo dello Stato e dei cittadini, contabilizzata non a debito, ma come entrata (sopravvenienza attiva) ovvero nello stato patrimoniale come attivo di cassa, costituisce l’unica speranza per veder saldate democrazie e per avere uno sviluppo economico sostenibile, socialmente, finanziariamente, ecologicamente e sanitariamente. ■

DEMOCRAZIA IN BILICO

Google, Meta e Amazon intercettano quasi il 60% degli investimenti pubblicitari a livello mondiale. Una deriva preoccupante soprattutto in termini di democrazia e di libertà di stampa. Perché gli enormi guadagni consentono alle big three di fare investimenti colossali in Intelligenza artificiale e infrastrutture dati, lanciando di continuo nuovi prodotti destinati ad attirare sempre più investimenti. Un trend che spinge televisione e stampa a trovare altre strade e nuove fonti di ricavo per non sparire dal mercato

Secondo il Warc (World advertising research center), nel 2025 gli investimenti in pubblicità a livello mondiale, hanno toccato i 1.192,4 miliardi di dollari (+8,9% sul 2024), con un 2026 a +9,1% e un 2027 previsto a +7,9%, anno in cui l’intero mercato raggiungerà quota 1.400 miliardi, ovvero il doppio rispetto al 2020. La torta, perciò, si è ingrandita a dismisura e in questo processo di crescita si assiste anche a una redistribuzione del peso delle singole fette. Tanto per dire, il mezzo televisivo, con i suoi 133,9 miliardi di dollari raccolti grazie alla pubblicità (-7,9% sul 2024), pesa solo l’11,2%. Ciò significa che il piccolo schermo è diventato uno dei tanti mezzi a disposizione degli investitori e non il mezzo principe, come ci eravamo abituati a pensare fino a una quindicina di anni fa.

Infatti i cosiddetti legacy media, ovvero i mezzi tradizionali (stampa, Tv, radio, affissione e cinema) ormai riescono ad attrarre appena il 27% degli investimenti pubblicitari complessivi, un bottino di 322 miliardi di dollari che, peraltro, nel 2025 è calato dell’1,3% sul 2024. Il passo del mercato è invece dettato dal comparto pure play Internet, tanti che il web nel 2025 è arrivato a valere 870,2 miliardi di dollari di advertising, una fetta corrispondente al 73% della torta.

WEB BATTE MEDIA TRADIZIONALI

Questo nuovo scenario apre prospettive complesse in tema di democrazia, corretta informazione, controllo delle notizie, diffusione di fake news. Poiché la Tv e la stampa, ormai, godono di risorse limitate rispetto alle

altre piattaforme digitali, e fanno quindi fatica a sostenere modelli di business con costi fissi notevoli (si pensi solo alle redazioni di giornalisti) e molto più alti rispetto al mondo del web, immateriale e con una forza lavoro contenuta.

Non è un caso che si assista a fenomeni di concentrazione, negli Usa e in Europa (Italia compresa), sia sul fronte dei grandi network televisivi (vedi la nascita del gruppo europeo Mfe-Mediaset), sia su quello dei giornali, il cui business diventa sempre più marginale e poco interessante per i big (vedi lo smantellamento di Gedi in Italia).

Nel 2025 e per gli anni a seguire, quindi, il medium più importante nel mondo è rappresentato dai social media che, da soli, sono arrivati a raccogliere 322 miliardi di

dollari, +17,7% sul 2024, con proiezioni del +14,7% nel 2026 e del +11,8% nel 2027. Il social network ancora dominante resta Facebook, con i suoi 119,8 miliardi di dollari di raccolta pubblicitaria, seguito da Instagram (che è sempre di Meta-Facebook) a quota 70,9 miliardi, e da TikTok, con 31,7 miliardi di dollari di investimenti pubblicitari intercettati e un balzo del 26% rispetto al 2024. Snapchat (5,9 miliardi), Pinterest (4,3 miliardi) e Reddit (2,1 miliardi) rimangono fenomeni più piccoli.

AVANZANO I MOTORI DI RICERCA

Il secondo medium più importante è la search (in pratica Google), che vale 257 miliardi di dollari ed è cresciuta dell’11,4% nel 2025. La parte del leone, come detto, la fa Google con i suoi 222,9 miliardi di dollari (+12,5% sul 2024, una proiezione del +10,4% nel 2026 e del +7,9% nel 2027), davanti a Bing (14,3 miliardi di dollari) e Baidu (8,6 miliardi).

Il terzo medium più importante al mondo è rappresentato dai cosiddetti retail media (Amazon su tutti), che con 175,5 miliardi di dollari di investimenti pubblicitari intercettati (+14%) nel 2025 superano addirittura la voce “video” ferma a 174,9 miliardi.

Tra i retail media più bravi a raccogliere pubblicità c’è, appunto, Amazon (63,7 miliardi di dollari, +22% sul 2024), seguito da Pinduoduo (piattaforma tecnologica che, tra le altre cose, controlla pure Temu) con 30,3 miliardi di dollari (+10,1%). D’altronde è abbastanza logico che le piattaforme e i luoghi online dove si finalizzano gli

Jeff Bezos,fondatore, proprietario e presidente del gruppo Amazon
Sundar Pichai, ceo Google e Alphabet

acquisti diventino pure un punto strategico dove fare pubblicità. I video online nativi digitali pesano, infine, per 50,6 miliardi di dollari, quasi tutti intercettati da YouTube (di Alphabet-Google) a quota 41,3 miliardi, +14,4% sul 2024.

I TRE GIGANTI

Dunque la torta si ingrandisce, come detto all’inizio, e gli investimenti pubblicitari aumentano, ma la crescita va quasi tutta solo verso Alphabet, Amazon e Meta, i tre giganti che nel 2025 hanno raggiunto una quota del mercato pubblicitario mondiale del 56,1%, destinata a salire al 58% nel 2026 e al 58,8% nel 2027 (le stime escludono la Cina).

Una deriva preoccupante, come anticipato, soprattutto in termini di democrazia e di libertà di stam-

pa. Perché i grandi ricavi e gli enormi guadagni consentono a queste big three investimenti colossali in Intelligenza artificiale, automazione, infrastrutture dati, lanciando di continuo nuovi prodotti che poi attirano nuovi investimenti.

E d’altronde già adesso oltre l’80% degli investimenti pubblicitari della categoria merceologica “abbigliamento e accessori”, quella che foraggiava la rivista Runway de Il Diavolo veste Prada (il film è del 2006, ma sembra raccontare una realtà di 100 anni fa), va verso retail media, ricerca pay e piattaforme social.

Una volta questi investimenti erano la linfa vitale di televisione e stampa. Mezzi che dovranno trovare altre strade e nuove fonti di ricavo per non farsi spazzare via. ■

La piattaforma realizzata da Confprofessioni e Apri International per favorire le relazioni tra i professionisti di tutto il mondo.

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NEWS FROM EUROPE

Le news più rilevanti dalle istituzioni europee selezionate dal Desk europeo di Confprofessioni

Eurodeputate in gravidanza, arriva il voto per delega

Il 17 marzo 2026, il Consiglio Ue ha raggiunto un accordo per modificare l’atto elettorale europeo, introducendo per la prima volta la possibilità del voto per delega per le eurodeputate durante la fase avanzata della gravidanza e nel periodo successivo alla nascita. Fino ad oggi, le norme prevedevano che il voto dovesse essere espresso esclusivamente di persona e in modo individuale. Con questa riforma, una deputata incinta o che ha recentemente partorito potrà delegare il proprio voto a un altro membro del Parlamento. La delega sarà consentita per un periodo che va da tre mesi prima della data prevista del parto fino a sei mesi dopo la nascita del bambino. L’obiettivo è facilitare la conciliazione tra l’attività politica e la vita familiare, garantendo che la maternità non rappre-

senti un ostacolo alla piena partecipazione democratica. La riforma si inserisce nel più ampio percorso volto a rafforzare l’uguaglianza di genere e l’inclusività all’interno delle istituzioni europee. Per garantire il corretto funzionamento del meccanismo ed evitare abusi, il Consiglio ha previsto che la delega sia disciplinata da regole rigorose, fondate sui principi di trasparenza, tracciabilità e integrità del voto. Sarà il Parlamento europeo a definire nel dettaglio le modalità di applicazione nel proprio regolamento interno. Il testo sarà ora trasmesso al Parlamento europeo per l’approvazione e tornerà successivamente al Consiglio per l’adozione formale e dovrà infine essere ratificato da tutti gli Stati membri secondo le rispettive procedure nazionali per poter entrare in vigore.

Civil Society Week Lavoro a rischio, il Fondo globalizzazione diventa preventivo

Oltre 1.300 partecipanti si sono riuniti a Bruxelles dal 2 al 5 marzo per la Civil Society Week del Comitato Economico e Sociale Europeo, dedicata al ruolo della partecipazione civica nel rafforzare la democrazia e la coesione sociale nell’Ue. I lavori hanno favorito il confronto diretto tra cittadini e istituzioni su temi centrali come la riduzione delle disuguaglianze, l’inclusione, le pari opportunità e la giustizia intergenerazionale. Grande attenzione è stata riservata alla tutela della democrazia, con focus su disinformazione e polarizzazione politica, sulla necessità di regolamentare le piattaforme digitali, sostenere il giornalismo indipendente e promuovere l’alfabetizzazione digitale. È stata inoltre sottolineata l’importanza di tutelare i gruppi più vulnerabili per evitare nuove forme di esclusione sociale. Ampio spazio anche al rapporto tra democrazia e trasformazione digitale, con riflessioni su algoritmi, potere delle grandi aziende tecnologiche, accesso a informazioni affidabili, competenze digitali e impatto dell’intelligenza artificiale, oltre alle sfide demografiche, economiche e ambientali. Le raccomandazioni finali mirano a rafforzare la fiducia tra cittadini e istituzioni e a promuovere una partecipazione più ampia della società civile nel futuro dell’Unione europea.

Il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (Feg) cambia funzione: da strumento di emergenza a leva preventiva per tutelare i lavoratori a rischio. Il 25 febbraio 2026 Consiglio e Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio che introduce una svolta significativa: il sostegno non sarà più limitato ai lavoratori già licenziati, ma verrà esteso anche a chi rischia di perdere il posto. Il Fg, attivo dal 2006, è stato finora utilizzato per offrire formazione, orientamento e supporto alla ricollocazione dopo la perdita dell’impiego. Con la riforma, invece, si punta a intervenire prima, attraverso percorsi di riqualificazione e aggiornamento delle competenze utili a mantenere l’occupazione o facilitare un rapido reinserimento. Tra le novità, anche un maggiore coinvolgimento delle imprese: le aziende in ristrutturazione potranno attivare il fondo tramite le autorità nazionali, contribuendo al cofinanziamento e fornendo dati su esuberi e piani formativi. Il sostegno sarà attivabile in presenza di almeno 200 licenziamenti previsti e potrà estendersi anche a fornitori e imprese collegate. Il contributo massimo sarà di 4 milioni di euro annui per impresa e Stato membro. Per i lavoratori ancora occupati, il fondo finanzierà solo formazione e orientamento, escludendo sussidi.

Imprenditoria femminile, l’uguaglianza tra 132 anni

La conferenza conclusiva del progetto europeo Supporting Women Entrepreneurs, svoltasi il 5 marzo a Zaventem (Bruxelles), ha presentato risultati e prospettive sul rafforzamento dell’imprenditoria femminile nei settori Esteam (Entrepreneurship, Science, Technology, Engineering, Arts and Mathematics. L’iniziativa, finanziata dall’Ue, ha riunito esperti, ricercatrici, imprenditrici e decisori politici per analizzare ostacoli e opportunità legati alla presenza delle donne nel mondo imprenditoriale. Dai lavori è emerso che ridurre il divario di genere nell’imprenditoria e nel lavoro potrebbe generare fino a 26 trilioni di dollari di valore aggiunto a livello globale e aumentare il Pil dell’Ue fino al 10%. Tuttavia, al ritmo attuale, la piena uguaglianza richiederebbe ancora circa 132 anni. Tra i principali temi affrontati, l’importanza delle reti di supporto per le imprenditrici, con il passaggio dal mentoring alla sponsorship attiva, capace di facilitare l’accesso a investitori e opportunità. È stata inoltre sottolineata la necessità di ridurre le barriere strutturali legate ai carichi di cura familiari, semplificare le procedure di avvio d’impresa e favorire la crescita delle start-up nel mercato europeo.

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Analisi, tendenze e avvenimenti del mondo professionale, raccontati dai protagonisti delle professioni

PROFESSIONI

TIRA UNA BRUTTA ARIA

L’Osservatorio delle libere professioni ha creato l’Indice di fiducia dei professionisti capace di cogliere in anticipo segnali sull’andamento dell’economia e dell’occupazione. Cosa è emerso? Prudenza diffusa, dinamismo nei giovani e nei grandi studi di Camilla Lombardi

L’economia italiana attraversa una fase delicata, e a guardarla da vicino sono soprattutto i professionisti, quei lavoratori che ogni giorno sostengono studi, consulenze e servizi ad alta specializzazione. Per troppo tempo, però, la percezione di questa ossatura fondamentale del Paese è rimasta invisibile: non esisteva un indicatore sintetico e comparabile del loro umore e delle loro aspettative. Per colmare questa lacuna, l’Osservatorio delle libere professioni ha creato l’Indice di fiducia dei professionisti, modellato sull’equivalente Istat per le imprese, capace di cogliere in anticipo segnali sull’andamento dell’economia e dell’occupazione.

L’obiettivo è stimare quanto i professionisti siano ottimisti o prudenti riguardo alle prospettive del Paese e del loro lavoro nel breve periodo. La metodologia adottata, ispirata alle rilevazioni Istat, consente quindi di rappresentare con maggiore fedeltà la struttura del lavoro professionale in Italia, caratterizzata in larga parte da realtà di piccole dimensioni, comprese quelle senza dipendenti o con meno di tre addetti.

L’indice è stato costruito a partire da un’indagine campionaria rivolta ai liberi professionisti italiani, realizzata con la collaborazione di Confprofessioni, Gestione Professionisti e BeProf, che ha visto la partecipazione di 1.280 professionisti nella prima metà di febbraio 2026. Il questionario comprendeva tre domande ispirate a quelle dell’indagine Istat sulla fiducia delle imprese: la prima chiedeva come i professionisti prevedessero

l’andamento dell’occupazione nei prossimi tre mesi (in aumento, stabile, in diminuzione); la seconda indagava le aspettative sull’evoluzione generale dell’economia italiana nello stesso periodo (favorevole, stazionaria, sfavorevole); la terza rilevava l’intenzione di assumere nuovo personale nel prossimo anno (sì, non so, no).

CATEGORIE A CONFRONTO

I numeri raccontano una storia di prudenza diffusa. L’indice medio si attesta a -9,4, nettamente più basso rispetto alla media delle imprese dei servizi di mercato (-4,1).

I professionisti guardano al futuro con cautela, più critici rispetto alle imprese, ma le differenze tra settori, generazioni e dimensioni degli studi rendono il quadro complesso e stratificato. Tra le categorie più

scettiche ci sono le professioni tecnico-specialistiche, con un indice di -20,4, seguite da professioni mediche e assistenziali (-16,0), odontoiatri (-12,9), altre attività economico-finanziarie (-12,0) e avvocati e notai (-10,0).

Questi comparti si collocano tutti sotto la media sia del campione che delle imprese, mostrando una percezione più prudente della fase economica. Al contrario, consulenti del lavoro (-5,8), architetti, ingegneri e professioni assimilate (-5,6), e le altre attività scientifiche e tecniche (-3,9) evidenziano maggiore resilienza e fiducia, con valori vicini o superiori al riferimento Istat.

È interessante notare che quest’ultimo gruppo è l’unico a superare le imprese, suggerendo come alcune

aree del mondo professionale sappiano interpretare la fase economica in modo più dinamico.

Le differenze di genere sono limitate, con le donne leggermente più prudenti (-9,8 contro -9,1), mentre l’età segna un divario più netto. I professionisti under 44 mantengono un orientamento vicino alla media delle imprese (-4,9), gli over 65 sono decisamente più cauti (-12,6). Anche il territorio influisce: il Nord Est registra l’indice più negativo (-11,7), seguito dal Mezzogiorno (-10,1), mentre Nord Ovest e Centro appaiono meno critici, delineando un quadro regionale differenziato ma non polarizzato.

IL FATTORE DIMENSIONALE

Un fattore che pesa ancora di più è la dimensione organizzativa degli studi. Le strutture senza dipenden-

ti registrano la fiducia più bassa (-13,8), mentre negli studi con sei o più addetti l’indice migliora a -6,5. Una struttura più solida permette di assorbire meglio l’incertezza e favorisce una maggiore propensione all’espansione.

Lo stesso vale per l’intenzione di assumere personale nel 2026: solo il 13,6% dei professionisti prevede nuove assunzioni, il 61,8% esclude la possibilità e il 24,6% resta in posizione attendista.

Ma le differenze interne sono evidenti: architetti, ingegneri e attività scientifiche mostrano una propensione all’espansione tra il 23 e il 27%, mentre avvocati e notai, odontoiatri e professioni mediche restano sotto il 10%. Anche l’età conferma la relazione con il clima di fiducia: oltre un quarto

degli under 44 prevede assunzioni, a fronte dell’8% degli over 65. La dimensione organizzativa conferma il suo ruolo: negli studi con sei o più dipendenti quasi un terzo intende crescere, contro poco più del 7% nelle strutture più piccole.

Questi dati raccontano più di un semplice “sentiment”: mostrano come l’Italia interpreti la sua fase economica, con prudenza e attenzione, ma anche con segnali di dinamismo in settori e fasce di età strategiche. I giovani professionisti e le strutture più organizzate emergono come fari di resilienza, capaci di tradurre fiducia in azioni concrete, mentre le categorie più mature o individuali mantengono un atteggiamento cautelativo. L’Indice di fiducia dei professionisti offre dunque uno strumento unico per leggere le prospettive

INDICE DI FIDUCIA DEI PROFESSIONISTI

Media dei saldi tra risposte favorevoli e sfavorevoli dei professionisti sulle aspettative relative all’economia e all’occupazione nei prossimi tre mesi. Anno 2026*.

MEDIA INDICE DI FIDUCIA DEI PROFESSIONISTI: -9,4

MEDIA ISTAT SU FIDUCIA DELLE IMPRESE (ECONOMIA E OCCUPAZIONE): -4,1

-5.0

*La media Istat è calcolata come media aritmetica dei saldi delle attese sull’economia e sull’occupazione delle imprese dei servizi di mercato del 2025. Fonte: Osservatorio delle Libere professioni

economiche italiane. Sarà interessante monitorarne l’evoluzione nel tempo per capire come il capitale umano avanzato reagisce a incertezze e opportunità, anticipando i trend e contribuendo alla competitività del Paese.

Non si tratta solo di numeri: è un faro capace di illuminare dove l’Italia può crescere e dove, invece, serve maggiore prudenza, aiutando a interpretare il ciclo economico attraverso la lente di chi ogni giorno crea valore con competenze e professionalità. ■

QUANDO LA CONOSCENZA DIVENTA COMMODITY

In un mercato dove il lavoro professionale entra in una condizione meno protetta dalla scarsità della conoscenza, più esposta alla comparazione, più chiamata a rendere visibile il proprio valore in termini diversi da quelli che per molto tempo sono sembrati sufficienti, il sapere specialistico non basta. Resta necessario ma è fondamentale comprendere in quale modo possa ancora produrre valore, riconoscimento e fiducia in un ambiente in continua evoluzione

Per molto tempo il lavoro professionale ha potuto contare su un presupposto quasi implicito: il sapere specialistico costituiva una soglia. Non soltanto una competenza utile, ma anche una distinzione. La figura moderna del professionista si è consolidata entro questa cornice: anni di formazione, linguaggi tecnici, accesso non immediato alle fonti, capacità di orientarsi in contesti normativi, clinici, economici o progettuali che, per il non specialista, restavano opachi. In quella distanza tra complessità e possibilità di orientamento si è formata, storicamente, una parte rilevante del valore sociale ed economico delle professioni.

IL SAPERE COME DISTINZIONE

Oggi quel presupposto non scompare, ma si indebolisce. Non perché la conoscenza conti meno di prima, ma perché tende a diventare più accessibile, più rapida da attivare, più facile da confrontare e, in molti casi, sufficientemente affidabile da essere impiegata immediatamente entro processi decisionali e operativi. Il sapere resta indispensabile, ma la sua semplice detenzione non garantisce più automaticamente la stessa capacità distintiva. È qui che si apre una questione che riguarda da vicino i liberi professionisti, soprattutto quelli che hanno imparato a riconoscersi come lavoratori della conoscenza.

Il punto, tuttavia, non è soltanto tecnologico. È insieme economico e culturale. Quando una risorsa diventa più disponibile, più standardizzabile e più confrontabile, cambia il suo statuto. Senza perdere importanza, può perdere esclu-

sività. E quando perde esclusività, tende anche a subire una pressione sul prezzo. È questa, in fondo, la logica della commodity: non qualcosa di inutile, ma qualcosa il cui valore non dipende più dalla rarità, bensì dalla disponibilità diffusa e dalla maggiore sostituibilità. Il rischio, allora, non è la scomparsa delle professioni, ma una diversa esposizione del loro valore.

CONOSCENZA DIFFUSA

Le conoscenze più esposte sono quelle che possono essere rese replicabili, codificabili, formalizzabili: attività di sintesi, produzio-

ne documentale, classificazione, elaborazione di primo livello, applicazione di schemi ricorrenti, attraversamento di passaggi informativi e amministrativi che fino a poco tempo fa richiedevano una mediazione specializzata quasi inevitabile.

In tutti questi casi non è detto che venga meno il bisogno di professionalità; è però più probabile che si riduca la capacità di quella professionalità di giustificare, da sola, margini, tempi e differenze con gli argomenti tradizionali.

Si tratta di una dinamica che attraversa, in forme diverse, l’area medica, quella giuridica, economica e tecnica. Non riguarda una sola categoria, ma un’intera configurazione storica del sapere professionale, che per lungo tempo ha potuto contare non solo sulla qualità del contenuto, ma anche sulla difficoltà di accesso, sulla complessità del linguaggio e sulla limitata comparabilità delle alternative. In altre parole, una parte del riconoscimento professionale si è appoggiata anche al fatto che il sapere fosse relativamente raro, o comunque non immediatamente utilizzabile fuori dai contesti specialistici. Quando questa condizione cambia, non cambia soltanto il mercato: cambia anche l’ambiente simbolico entro cui la professione si pensa e viene pensata.

Per questo la questione non si lascia ridurre né all’allarme né alla rassicurazione. Sarebbe superficiale sostenere che le professioni siano destinate a scomparire. Ma sarebbe altrettanto superficiale rifugiarsi nell’idea che nulla di so-

stanziale cambierà, perché il professionista resterà comunque indispensabile. Più realisticamente, il lavoro professionale entra in una condizione nuova: meno protetta dalla scarsità della conoscenza, più esposta alla comparazione, più chiamata a rendere visibile il proprio valore in termini diversi da quelli che per molto tempo sono sembrati sufficienti.

UN VALORE DA RIPENSARE

In questo senso, la trasformazione in atto non impone tanto di cercare ricette prescrittive da applicare, quanto di cambiare sguardo su ciò che sta succedendo. Se il sapere specialistico tende a non bastare più, da solo, a fondare differenza, allora il punto non è difenderlo nostalgicamente come una rendita perduta. Il punto è riconoscere che il valore professionale si misura sempre meno nella sola detenzione di contenuti e sempre più nel modo in cui quei contenuti vengono situati, assunti, verificati, resi sostenibili entro contesti reali e problematici del cliente.

Quando molte informazioni e molte elaborazioni cognitive diventano più accessibili, ciò che resta meno sostituibile non è genericamente la dimensione umana del professionista, ma la sua collocazione entro una trama di responsabilità, vincoli, conseguenze e relazioni fiduciarie che non si lascia convertire integralmente in contenuto disponibile.

È su questo crinale che il lavoro professionale sembra oggi collocarsi. Non di fronte alla perdita di senso del sapere, ma di fronte a un sapere che cambia natura eco-

nomica e, cambiando natura economica, modifica anche la forma del riconoscimento professionale. La conoscenza continua a contare, ma non nello stesso modo. Resta centrale, ma tende a somigliare sempre meno a una barriera e sempre più a un’infrastruttura. E quando un’infrastruttura si diffonde, la domanda non è più soltanto chi la possiede, ma chi riesce ancora a generare valore a partire da essa.

Su questo sfondo emerge anche una questione più ampia, che tocca il ruolo delle professioni organizzate e della loro rappresentanza. Se la trasformazione è strutturale, nessun professionista la affronta realmente da solo. Non si tratta soltanto di difendere spazi acquisiti, ma di comprendere che

cosa, nel lavoro professionale, non possa essere ridotto a semplice disponibilità di conoscenze o a pura competizione di prezzo. Se la conoscenza diventa una commodity, il problema non è stabilire se il sapere continui a essere necessario. Il problema è comprendere in quale modo possa ancora produrre valore, riconoscimento e fiducia in un ambiente nel quale la sua scarsità non può più essere data per scontata. ■

L’articolo assume come riferimento iniziale il memo-scenario di Citrini Research The 2028 Global Intelligence Crisis (Febbraio 2026), utilizzato esclusivamente come innesco riflessivo e sviluppato qui in forma originale rispetto al testo di partenza.

LA CORSA AI CREDITI TRA OBBLIGHI E SANZIONI

La formazione obbligatoria è in crisi, soprattutto tra i professionisti del settore sanitario. Tra corsi poco rilevanti, incongruenze, limiti assicurativi e mancanza di tempo, aggiornarsi rischia di diventare un adempimento formale più che uno strumento per migliorare la pratica clinica

Nuovo triennio formativo e vecchi problemi. Da qualche mese, i professionisti sanitari devono ricominciare a rincorrere i nuovi obblighi formativi, quelli del periodo 2026-2028, spesso senza aver adempiuto a quelli degli anni precedenti. Secondo i dati del Consorzio Gestione Anagrafica Professioni Sanitarie, solo il 54% dei medici è in regola, il resto è totalmente o parzialmente inadempiente. Da qui nasce la necessità per gli Ordini di aggiornare regolamenti, scadenze e sanzioni. L’evoluzione tecnologica accelera il bisogno di competenze aggiornate e i controlli sempre più stringenti rendono l’adempimento un tema urgente per migliaia di professionisti. Che si scontrano però con criticità e storture del sistema.

IL SISTEMA ECM

La sfida dell’aggiornamento professionale è particolarmente complessa per le professioni sanitarie. Qui, l’aggiornamento continuo è regolato non da un Ordine o da un Consiglio nazionale, ma dal sistema ECM (Educazione Continua in Medicina), gestito dal Ministero della Salute tramite apposite commissioni. «Per favorire la formazione dei nostri iscritti, noi abbiamo sviluppato una piattaforma interna che permette di acquisire crediti ECM gratuitamente» spiega Alessandro Trento, presidente dell’Ordine degli Psicologi della Valle d’Aosta e referente della Formazione Continua del Consiglio Nazionale Ordine Psicologi. «I contatti sulla piattaforma sono circa 45mila su 150mila iscritti, ma molti non esercitano attivamente la professione e sono quindi difficili

da tracciare. L’obbligo formativo resta comunque deontologico, perché chiunque possa esercitare deve essere aggiornato». Ma il problema va oltre la deontologia perché per le professioni sanitarie il mancato rispetto dell’obbligo formativo ha conseguenze sulla copertura assicurativa.

QUALITÀ DEI CREDITI

Mentre per essere in regola con il proprio ordine bisogna ottenere il 100% dei crediti richiesti, per non rischiare di perdere la copertura assicurativa basta il 70%. Questa incongruenza porta molti professionisti a fermarsi prima dell’adempimento completo, cioè alla semplice certezza di non perdere la copertura assicurativa.

«La relazione tra questa e i crediti ECM non è corretta e non raggiunge il fine che si propone» spiega Gaetano Penocchio, presidente della FNOVI, Federazione Nazionale Ordini Veterinari Italiani. «Il limite dei crediti necessari per mantenere la copertura assicurativa è fissato al 70% nel triennio formativo, meno del minimo necessario per il sistema ECM. Ma il vero problema è che non ha interesse per la qualità dei crediti. Per fare un esempio: il clinico degli animali da compagnia con il 100% dei crediti in un tema non attinente, come la sicurezza alimentare, sarà assicurato. Al contrario, un aggiornamento coerente con il suo profilo professionale ma sotto la soglia del 70% comporterà la perdita della garanzia assicurativa. Il risultato è quello che vediamo: il proliferare di corsi di cui il professionista potrà approfittare per non incorrere in sanzioni, ma

Alessandro Trento, presidente dell’Ordine degli Psicologi della Valle d’Aosta

Gaetano Penocchio, presidente della FNOVI

che potrebbero essere completamente inadeguati ad aumentare la qualità e la sicurezza della sua attività. In altre parole, la norma non solo propone una relazione assurda, ma arriva al risultato opposto rispetto a quanto si propone, in quanto non promuove la crescita “qualitativa” dell’offerta formativa».

PIÙ FLESSIBILITÀ

Molti professionisti segnalano difficoltà nel conciliare la formazione con gli impegni quotidiani. La disponibilità di corsi FAD (formazione a distanza) offre flessibilità, ma non sempre soddisfa le esigenze pratiche della libera professione perché troppo sbilanciata sul settore pubblico. «L’offerta formativa ECM soddisfa il bisogno dei colleghi impegnati in attività di sanità pubblica, dipendenti e convenzionati del SSN quantificabili nel 18% dei medici veterinari italiani» continua Penocchio. «Questo non accade per le attività tipiche del rimanente 82% di medici veterinari liberi professionisti che esigono una formazione che risponda ai loro bisogni. Una collezione di crediti ECM incongrui con l’attività professionale non serve».

DIFFERENZE TRA CATEGORIE

Esistono differenze importanti tra le categorie. Alcune professioni, come medici e odontoiatri, hanno accesso a piattaforme interne o gestite dalle federazioni che offrono corsi gratuiti o agevolati, strutturati per il triennio formativo. Altre categorie, come fisioterapisti, tecnici di radiologia o ostetriche, devono far riferimento principalmente a provider accreditati esterni, con costi variabili e disponibilità non

sempre continua. «FNOVI ha un proprio provider ECM e propone corsi residenziali e FAD che concorrono, per quanto possibile, a incrementare l’offerta formativa» spiega Penocchio. «A partire dal 2019 ai fini di valorizzare la “formazione non accreditata in ECM” si è dotata di un sistema complementare di valutazione che fonda sugli stessi principi e parametri del sistema ECM (1 ora/1 credito). Il Sistema di Sviluppo professionale Continuo (SPC) gestito dalla Federazione “pesa” questa formazione. SPC è facile, intuitivo, gratuito, i crediti vengono riversati direttamente nel portfolio formativo sul portale della Federazione. L’operazione è virtuosa. Il Codice deontologico pone in capo agli iscritti doveri di aggiornamento e agli Ordini compiti di verifica delle attività formative».

CRITICITÀ E ASPETTATIVE

Per venire incontro ai propri iscritti, molti Ordini stanno cercando di andare oltre il semplice controllo e diventare gestori attivi della formazione. Una delle leve principali è una maggiore spinta verso la compilazione del “dossier formativo”, promosso da realtà come FNOMCeO e Consiglio Nazionale Ordine Psicologi, che consente di pianificare l’aggiornamento in modo coerente con la propria attività e garantisce anche bonus significativi in termini di crediti.

Accanto a questo, si moltiplicano sistemi premiali per chi è in regola, con riduzioni del debito formativo e crediti aggiuntivi, mentre molti Ordini stanno sviluppando piattaforme FAD interne e cataloghi gratuiti per guidare i professionisti lungo percorsi già strutturati. Resta però aperta la questione di fondo: il rischio che, nonostante incentivi e strumenti, l’aggiornamento continui a essere vissuto più come un adempimento che come un reale investimento professionale. ■

La formazione obbligatoria nelle professioni regolamentate

In Italia la formazione obbligatoria riguarda la maggior parte delle professioni regolamentate.

Introdotta alla fine degli anni ’90, ha lo scopo di garantire qualità e aggiornamento a tutela dei cittadini che usufruiscono dei servizi professionali. Per la maggior parte delle categorie è un dovere giuridico, ma anche un impegno deontologico e morale. «Affrontiamo la complessità dei cambiamenti sociali e non possiamo permetterci di restare fermi. Aggiornarsi significa garantire qualità, equità e competenza nell’azione professionale. È un modo per onorare il mandato pubblico che la legge ci affida: tutelare la dignità e l’inclusione delle persone», spiega Barbara Rosina,

presidente del Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Assistenti Sociali che sta lavorando alla revisione del Regolamento della Formazione Continua 2026–2028 da sottoporre al Ministero della Giustizia per rendere il sistema più flessibile. Adempire all’obbligo, infatti, non è sempre facile. Strumenti, tempi, contenuti e modalità spesso mal si conciliano con le esigenze dei professionisti. Per questo tutti gli ordini e i consigli sono in fermento. Per gli ingegneri, per esempio, è entrato in vigore il Nuovo Testo Unico sui Crediti Formativi Professionali (CFP) 2025, che introduce regole aggiornate sui crediti e gli esoneri, e rivaluta i criteri per il riconoscimento di crediti per pubblicazioni, brevetti e partecipazione a commissioni. Gli architetti hanno linee di indirizzo che vengono aggiornate periodicamente per disciplinare il recupero dei crediti formativi non raggiunti nel triennio precedente a quello attuale. I commercialisti sono passati da una base di crediti annuale a una triennale per avere più respiro, con esclusione dell’obbligo formativo per gli over 65 anni. Anche gli altri ordini hanno adottato misure per venire incontro ai professionisti, concedendo deroghe per il recupero dei crediti e favorendo la formazione a distanza. ■

LESSICO PROFESSIONALE

Dalle “pause consapevoli” alle dimissioni senza spiegazioni. Dai permessi per la cura degli animali domestici alla trasparenza retributiva: il nuovo linguaggio del lavoro, ricco di espressioni inglesi, in realtà racconta un cambiamento in corso anche in Italia. Studi professionali compresi

Di

C’era un tempo in cui il lavoro si raccontava con poche, essenziali, parole: orario, straordinario, ferie, contratto, busta paga. Un lessico asciutto, tecnico, che rifletteva un modello altrettanto lineare: presenza, continuità, gerarchia. Oggi quel vocabolario non basta più. Il lavoro d'inizio millennio non ha solo cambiato forma: ha letteralmente cambiato verbi. E quando cambiano le parole, di solito è perché qualcosa, sotto, si è già spostato. Negli ultimi anni, complice la frattura del Covid, la scoperta dello smart working e una trasformazione culturale massiccia, è emerso un lessico nuovo che prova a dare nome a ciò che prima non lo aveva: la fatica mentale, il bisogno di staccare, la ricerca di equilibrio, la serenità di uscire da contesti percepiti come occlusivi e inadatti.

UN NUOVO LINGUAGGIO

E infatti, espressioni come stress leave, task pausing, pet leave o new collar workforce, non sono solo nuovi modi di dire. Sono segnali. Indicatori di una mutazione più profonda, che riguarda il modo in cui le persone, giovani per lo più, istaurano il loro rapporto con il lavoro. «Non è solo moda. È il riflesso linguistico di una trasformazione più profonda: le persone dopo il Covid hanno ripensato alle loro priorità», spiega Paolo Iacci, consulente di direzione e psicologo del lavoro, presidente di Eca Italia e docente di Gestione delle risorse umane all’Università Statale di Milano: «Il lavoro rimane un elemento importante nella vita di ognuno ma non a scapito del benessere individuale o di altri fattori personali e familiari. Il lessico

Paolo Iacci, consulente di direzione e psicologo del lavoro, presidente di Eca Italia

cambia quando cambia la realtà. E la vita delle persone e delle aziende è cambiata più di quanto non si voglia ammettere».

OLTRE IL BENEFIT

Per anni, il benessere è stato considerato come un extra: qualcosa in più, accessorio, cosmetico. Oggi quella narrazione non regge più. I nuovi comportamenti - pause formalizzate, congedi per prendersi cura dei propri amici a quattro zampe o per il proprio benessere mentale, flessibilità diffusa - non sono concessioni, ma strumenti operativi. Servono a tenere insieme produttività e sostenibilità individuale: «Chi continua a considerarlo un tema accessorio, in realtà sta guardando il lavoro di oggi con gli occhiali di ieri», osserva Iacci.

«I dati sull’engagement dei dipendenti lo dicono con chiarezza: benessere e performance ormai viaggiano insieme, non sono più due piani separati. Un collaboratore davvero coinvolto non solo lavora di più, ma lavora meglio, con maggiore attenzione e responsabilità». È un passaggio chiave: il lavoro smette di essere solo tempo ceduto in cambio di soldi e diventa uno spazio da gestire, anche emotivamente. Le pause non sono più deviazioni dalla produttività, ma parte integrante del processo.

LAVORO NEGOZIABILE

Ma il cambiamento non riguarda solo il tempo. Riguarda il rapporto stesso tra individuo e lavoro. Le generazioni che stanno entrando ora negli uffici - e in particolare la Gen Z, cioè i nati, orientativamente, tra il 1997 e il 2012 - stanno ridefinendo il perimetro di questo

Il lessico cambia quando cambia la realtà. E la vita delle persone e delle aziende è cambiata più di quanto non si voglia ammettere

rapporto, spostando il baricentro. Il lavoro non è più il centro esclusivo dell’identità, ma una delle sue componenti. Importante, certo, ma non esclusivo. Quindi negoziabile. In realtà: «La disaffezione al lavoro e il bisogno di equilibrio tra occupazione e vita personale riguardano tutte le generazioni, non solo i giovani», precisa l'esperto.

«Nel 2015 le dimissioni volontarie nel nostro Paese sono state circa 1 milione, l’anno scorso sono state più di due milioni. In dieci anni sono raddoppiate. A dimostrazione che le persone quando non si trovano bene nel posto di lavoro sono molto più disposte a cambiare e a

tentare nuove strade professionali». È così che prendono concretezza espressioni mai sentite prima come naked resignation, dimissioni senza giustificazioni né rituali. Un gesto che rompe con la tradizione del lavoro come percorso lineare e coerente e che segnala una maggiore libertà, ma anche una minore disponibilità a restare in contesti percepiti come poco allineati ai propri valori: «Le nuove generazioni stanno solo accelerando un cambiamento già in atto», chiarisce Iacci. Anche il modo di fare carriera si sta ridefinendo su nuovi criteri e valori professionali. Il modello tradizionale, fondato su qualifiche formali e percorsi graduali, lascia

spazio a una logica più fluida, centrata sulle competenze, chiamata new collar workforce, ossia lavoratori definiti più da ciò che sanno fare che da ciò che hanno studiato. È un cambiamento che ha effetti diretti anche sull’organizzazione degli studi professionali, storicamente legati a percorsi formativi codificati e gerarchie consolidate.

TRASPARENZA SALARIALE

Dentro questo nuovo glossario del lavoro, c’è un termine che più di altri segna una linea di discontinuità netta con il passato: pay transparency, ovvero trasparenza retributiva. Per decenni, la retribuzione è stata uno degli elementi tabù del rapporto di lavoro, spesso confinata in una dimensione privata, quasi inconfessabile. Oggi, al contrario, tende a diventare oggetto di policy. E non solo per una spinta normativa - basti pensare alla direttiva europea che andrà adottata nel giugno prossimo, con l'obiettivo di risolvere il gender pay gap - ma soprattutto per una questione culturale, come risposta a una domanda crescente di equità e chiarezza.

Ancora Iacci: «Servono sistemi retributivi chiari, criteri oggettivi di valutazione e una comunicazione interna coerente. Molte imprese partono da una situazione opaca. La direttiva costringe a mettere ordine. Chi lo farà bene rafforzerà la fiducia tra i propri collaboratori e verso il mercato del lavoro, gli altri semplicemente subiranno il cambiamento». Non si tratta cioè di rendere pubblici gli stipendi di dipendenti e collaboratori, piuttosto costruire un sistema comprensibile e percorsi di crescita basati

sulle competenze. Dare alle persone non solo una cifra, ma una logica. Perché in un mercato del lavoro sempre più fluido, l’opacità non protegge più: allontana.

GLI STUDI SI ADEGUANO

Per gli studi professionali, il quadro è complesso. Strutture in gran parte familiari, rapporti diretti, modelli operativi consolidati da decenni rendono più difficile l’assorbimento di queste trasformazioni. «È difficile dare una risposta univoca», ammette Iacci. «In molti casi riscontriamo comunità professionali coese e coinvolte. In altri, modelli che non tengono ancora conto dei cambiamenti

in essere. Servono competenze nuove: gestione delle persone, comunicazione interna, cultura organizzativa. Chi si adatta crescerà». Insomma, il punto non è stabilire se il nuovo glossario del lavoro sia una moda o una necessità. È riconoscere che ogni parola introduce una possibilità, ma anche una responsabilità. Per chi guida studi professionali, team, organizzazioni, la vera sfida non è inseguire le parole del momento, ma comprenderne la direzione. Tradurle in pratiche sostenibili, coerenti, misurabili. Perché non si tratta solo di capire come si chiama il lavoro oggi. Si tratta di capire che forma avrà domani. ■

AGENTI AI, QUESTI SCONOSCIUTI

Avvocati, commercialisti, medici e architetti ne hanno sentito parlare, ma sono ancora pochissimi quelli che li usano. Eppure gli agenti AI sono già qui, pronti a trasformare in meglio il lavoro degli studi professionali. Ecco cosa sono, cosa sanno fare e come utilizzarli

Abbiamo chiesto a una ventina di amici professionisti — avvocati, commercialisti, medici, architetti — se avessero mai sentito parlare di agenti AI. Risposta: si, ma poi nessuno era in grado di spiegare esattamente cosa fossero e soprattutto nessuno li aveva mai usati. Eppure stiamo parlando di quella che potrebbe essere la più grande trasformazione del lavoro intellettuale degli ultimi vent’anni. Più grande, per certi versi, persino di ChatGPT.

COS’È L’AGENTE AI

L’AI generativa - ChatGPT, Claude, Gemini - risponde a domande, scrive testi, riassume documenti, ma ha un limite fondamentale: fa quello che noi le chiediamo. È reattiva, aspetta di rispondere diligentemente alle nostre richieste. Un agente AI, invece, non aspetta, agisce. Questo perché è un sistema in grado di pianificare autonomamente una serie di azioni, usare strumenti esterni (e-mail, browser, calendari, database, API), prendere decisioni nel corso del processo e portare a termine obiettivi complessi. Il tutto senza che l’utente debba guidarlo passo dopo passo. Insomma, l’agente AI è un assistente che lavora per noi, anche quando stiamo facendo altro.

PERCHÉ È INTERESSANTE

Nelle professioni ordinistiche il cambiamento sta arrivando dall’interno dei processi lavorativi, silenziosamente, per ridurre il tempo speso in attività che non generano valore intellettuale. Parliamo di monitoraggio di aggiornamenti normativi, gestione delle scadenze, smistamento delle e-mail, raccolta di informazio-

ni da più fonti, redazione di bozze standard, aggiornamento di fascicoli. Attività necessarie, ma sicuramente non distintive che un agente AI potrebbe fare liberandoci del tempo da dedicare ad attività strategiche per il futuro del nostro studio professionale.

5 AREE DISTINTIVE

1. Monitoraggio normativo e aggiornamento continuo. Un agente AI può monitorare ogni giorno decine di fonti istituzionali, filtrare ciò che è rilevante e consegnare ogni mattina un briefing personalizzato. Si istruisce una volta sola, poi lavora in autonomia.

2. Gestione e qualificazione delle email in entrata. L’agente legge le email, le classifica per urgenza e tipologia, risponde autonomamente a quelle standard e segnala le urgenti. Il professionista si concentra su ciò che richiede davvero la sua attenzione.

3. Preparazione dei fascicoli e raccolta documentale L’agente guida il cliente nella raccolta dei documenti, verifica che tutto sia completo, organizza i file e prepara una scheda riepilogativa. Risparmio stimato: 1-2 ore per ogni nuovo cliente.

4. Redazione di bozze standard e atti ricorrenti. Contratti, lettere di incarico, preventivi, relazioni preliminari: l’agente genera le bozze in automatico rispettando i format dello studio. Il professionista rivede, personalizza, firma.

5. Report e analisi periodiche per i clienti. L’agente raccoglie dati dai sistemi dello studio, costruisce un report e lo invia automaticamente al cliente a cadenza prestabilita. Risultato: clienti più informati, meno telefonate, maggiore percezione di professionalità.

COME SI COSTRUISCE

Non serve saper programmare. Piattaforme come Make (ex Integromat), Zapier, n8n, Relevance AI permettono di costruire agenti visualmente, collegando blocchi come mattoncini.

Utilizzando la piattaforma Make. com, per esempio, con pochi passaggi è possibile costruire un agente che ogni mattina sia in

grado analizzare siti web su temi specifici, sintetizzare le novità e inviare un report via mail. Eccoli:

1. Crea un account gratuito su Make.com (fino a 1.000 operazioni/mese, nessuna carta richiesta).

2. Crea un nuovo Scenario — il flusso visuale che costituisce il tuo agente.

3. Aggiungi un trigger Schedule: ogni giorno alle 7:00 l’agente si avvia.

4. Aggiungi il modulo HTTP per visitare e leggere i siti da monitorare.

5. Ottieni la chiave API di OpenAI (platform.openai.com > API Keys): pochi minuti, costo mensile stimato 2-3 €.

6. Aggiungi il modulo OpenAI con un prompt che estrae e sintetizza le notizie rilevanti delle ultime 24 ore.

7. Aggiungi il modulo Email: il report arriva ogni mattina in casella, pronto in pochi minuti.

8. Testa con ‘Run once’, affina il prompt, poi attiva lo scenario.

Tempo di configurazione: 2-3 ore la prima volta. Poi il sistema gira da solo, ogni giorno, senza intervento.

COSTI E RISPARMI

Per quanto riguarda i costi la piattaforma Make costa da 0 a 9 euro/ mese. API OpenAI (piattaforma che dà accesso ai modelli GPT per elaborazione testi): circa 2-3

euro/mese per uso quotidiano. Totale: meno di 15 euro/mese per un agente che lavora 365 giorni l’anno. Sul fronte del risparmio: un professionista dedica mediamente 2-4 ore a settimana al monitoraggio normativo, pari a 8-16 ore mensili. A 150 euro/ora, il valore recuperato è tra 1.200 e 2.400 euro al mese - reinvestibili in attività ad alto valore aggiunto o in qualità della vita lavorativa.

IL MOMENTO È ADESSO

Chi si muove in anticipo su questo fronte guadagna un vantaggio competitivo reale. L’AI generativa ha già cambiato il modo in cui molti professionisti lavorano. Gli agenti AI sono il passo successivo - già disponibili, già maturi, già accessibili. Non serve essere tecnici. Serve capire cosa si vuole automatizzare e avere la curiosità di provare. ■

Strumenti citati nell’articolo

▪ Make (make.com) — piattaforma di automazione visuale, versione gratuita disponibile

▪ Zapier (zapier.com) — alternativa a Make, interfaccia semplificata

▪ n8n (n8n.io) — versione open source, installabile localmente

▪ Relevance AI (relevanceai.com) — costruzione di agenti AI senza codice

▪ OpenAI API (platform.openai.com) — accesso ai modelli GPT per elaborazione testi

▪ ChatGPT Projects / Custom GPTs — versione semplificata di agente, accessibile con abbonamento Plus

TUTTO INIZIÒ

CON LISIA

La professione forense ha assunto molte forme nel corso della storia, adattandosi alle trasformazioni delle istituzioni politiche e dei sistemi giuridici. Dalla retorica nelle assemblee antiche alla moderna difesa nei tribunali, l’avvocato ha sempre costituito una figura centrale nella tutela della giustizia e nell’equilibrio tra individuo e autorità

La figura dell’avvocato accompagna la storia delle società organizzate sin dall’antichità, svolgendo la funzione essenziale di difensore dei diritti dei cittadini e garantendo l’applicazione della legge. La professione forense ha assunto molte forme nel corso della storia, adattandosi alle trasformazioni delle istituzioni politiche e dei sistemi giuridici.

Dalla retorica nelle assemblee antiche alla moderna difesa nei tribunali, l’avvocato ha sempre costituito una figura centrale nella tutela della giustizia e nell’equilibrio tra individuo e autorità.

GLI SCRITTORI DEI DISCORSI

Il mondo greco vide l’alba delle prime forme di difesa legale. Nella città di Atene i cittadini dovevano difendersi di persona, ma potevano farsi aiutare da esperti di retorica, detti logografi (che significa scrittori dei discorsi), maestri dell’arte oratoria, dell’argomentazione e della persuasione.

Questi esperti preparavano i discorsi da pronunciare davanti ai giudici per persuaderli della ragione di una delle due parti. Tra i più celebri di questi logografi si trova Lisia, autore di numerose arringhe giudiziarie. In questo contesto la difesa legale non era ancora una professione vera e propria, ma una forma specializzata dell’arte retorica destinata a persuadere i giudici.

La civiltà romana diede una svolta importante, strutturando meglio la pratica della difesa dei processi. Nel diritto romano emersero figure come gli advocati (che

vuol dire “chiamati in aiuto”) e gli oratores, esperti di diritto e di eloquenza che assistevano le parti nei procedimenti giudiziari. Tra i più celebri protagonisti della vita forense romana spicca Marco Tullio Cicerone, uno dei più grandi oratori della storia.

Le sue arringhe, come quelle pronunciate nei processi contro Verre o nella difesa di Roscio Amerino, rappresentano ancora oggi esempi straordinari di retorica giudiziaria e testimoniano l’importanza che la difesa legale aveva assunto nella società romana.

Cicerone l'Oratore

L’UNIVERSITÀ DI BOLOGNA

Con la caduta dell’Impero Romano, la tradizione giuridica latina sopravvisse nella corte di Costantinopoli e si rinnovò nel Medioevo grazie allo studio del diritto nelle università europee. In particolare, l’Università di Bologna divenne uno dei principali centri di insegnamento del diritto romano, contribuendo alla formazione di giuristi e difensori legali.

In questo periodo si svilupparono figure professionali sempre più definite, come procuratori e avvocati, spesso organizzati in collegi e corporazioni che regolavano l’accesso alla professione e le norme di comportamento.

Un passaggio decisivo nello sviluppo della professione forense si verificò tra il XVIII e il XIX secolo,

durante l’Illuminismo e l’epoca delle grandi codificazioni giuridiche. In questo periodo numerosi Stati europei intrapresero un processo di riorganizzazione del diritto, culminato nella redazione di codici che sistematizzavano le norme in modo chiaro e uniforme.

Tra i più influenti vi fu il Codice civile napoleonico del 1804, che contribuì a consolidare il ruolo dell’avvocato come interprete della legge e difensore dei diritti dei cittadini.

LE DUE TRADIZIONI GIURIDICHE

Nel corso dei secoli si svilupparono due grandi tradizioni giuridiche che ancora oggi caratterizzano i sistemi legali del mondo: il diritto di tradizione latina (detto civil law) e il diritto anglosassone (common law). Nel primo, diffuso in gran Logografo ad Atene

L'avvocato Napoleonico

Lisia, replica del I sec da orig. greco del IV sec.ac.,6130

parte dell’Europa, il diritto si fonda principalmente su codici e leggi scritte, e l’avvocato svolge il ruolo di interprete e difensore nell’applicazione delle norme.

Nel sistema anglosassone, sviluppatosi in Inghilterra e diffuso nei paesi di tradizione britannica, il diritto si basa invece in larga parte sui precedenti giudiziari e sull’attività dei tribunali.

In questo contesto si sono sviluppate figure professionali distinte, come i barristers e i solicitors, entrambe impegnate nella difesa e nella consulenza legale. Tra l’età moderna e l’età contemporanea la professione forense si consolidò definitivamente come attività regolata dallo Stato e organizzata in ordini professionali. L’accesso alla professione richiese sempre

più una formazione universitaria e un periodo di pratica, mentre gli avvocati assunsero un ruolo fondamentale nella tutela dei diritti individuali e nello sviluppo delle istituzioni giuridiche.

L’ARRIVO

DELLE DONNE

Tra le fasi più significative nella storia dell’avvocatura ci fu l’ingresso delle donne nella professione. In Italia una figura simbolo di questo cambiamento fu l’avvocato Lidia Poët, laureata in giurisprudenza e iscritta all’albo degli avvocati nel 1883.

La sua iscrizione fu inizialmente annullata perché il ruolo sociale delle donne era considerato incompatibile con la professione. Solo molti anni dopo le fu riconosciuto il diritto di esercitare la professione, facendo dell’avvoca-

to Poët un simbolo dell’emancipazione femminile nel campo giuridico. Nel XXI secolo la professione dell’avvocato continua ad evolversi insieme ai sistemi giuridici e alle trasformazioni della società.

Oltre alla difesa nei tribunali, gli avvocati svolgono oggi attività di consulenza, mediazione e assistenza in ambiti sempre più complessi, che spaziano dal diritto internazionale al diritto digitale.

Ancora oggi l’avvocato svolge un ruolo fondamentale nella tutela dei diritti e nel funzionamento della giustizia. La lunga storia dell’avvocatura dimostra la capacità di questa professione di adattarsi ai cambiamenti della società e delle istituzioni, confermandosi come uno degli elementi essenziali dello Stato di diritto. ■

Lidia-poët

Le donne conquistano l'avvocatura

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PRONTO FISCO

Le novità tributarie e il loro impatto sulle professioni nel commento di Lelio Cacciapaglia e Maurizio Tozzi

Rottamazione quinquies senza novità

La nuova rottamazione dei ruoli cambia volto: più rate e maggiore flessibilità, ma un perimetro applicativo molto più ristretto che esclude accertamenti e imposte indirette. Lasciando fuori molti contribuenti che speravano in un ampliamento con il milleproroghe

La quinta versione della rottamazione è stata varata con la manovra di bilancio (legge 199 del 2025), con delle importanti variazioni rispetto al passato. Se da un lato vi è stata una estensione delle rateazioni possibili, con anche maggiore flessibilità sulla decadenza, dall’altro vi è stato un notevole restringimento del perimetro applicativo, limitato solo alle casistiche di omissioni dei versamenti, sia

di imposte che di contributi, oltre che agli esiti dei controlli formali.

In tanti hanno sperato/auspicato che con il c.d. milleproroghe, ossia il classico decreto affiancato alla manovra, in sede di conversione in legge fossero recepite le modifiche invocate, dall’allargamento temporale dei ruoli interessati all’assorbimento delle varie casistiche interessate dai medesimi ruoli, come per gli accertamenti o le imposte di registro, ma invece tutto è rimasto immutato. Al che diviene possibile riassumere gli aspetti principali della nuova rottamazione, per fare qualche considerazione pratica operativa.

È noto che la rottamazione permette significativi risparmi in termini di interessi e sanzioni applicate negli atti che hanno originato i ruoli. La scelta del legislatore è stata però quella di limitare tale opportunità soltanto a coloro che “spontaneamente” avevano già evidenziato gli importi dovuti, non riuscendo poi ad ottemperare.

Infatti, posto che i ruoli interessati sono quelli affidati alla riscossione entro e non oltre il 31 dicembre 2023, la grande novità della versione “quinquies” è che la stessa è limitata solo ai recuperi derivanti dagli omessi versamenti o dai controlli formali (vale a dire, ad esempio, i controlli leggeri eseguiti per le ritenute o gli oneri deducibili). Nessuna rottamazione è invece applicabile per coloro che hanno

ruoli connessi ad altre ipotesi, come quelli dell’accertamento. Chiara la distinzione: si agevola chi ha dichiarato i propri debiti al fisco, ma non è riuscito ad adempiere, mentre si esclude chi invece è stato accertato dal fisco ed è stato ritenuto “pericoloso” in quanto evasore che ha “occultato” i propri dati.

Fatta questa distinzione iniziale, la grande novità ulteriore recata dal legislatore attiene alla tempistica di rateazione: si può giungere fino a 54 rate bimestrali, con ultimo termine addirittura nel 2035.

Inoltre, a differenza del passato, la decadenza interviene nel caso di due rate, anche non consecutive, non pagate, consentendo pertanto ai contribuenti una gestione migliore delle eventuali dimenticanze.

Nel resto non vi sono grandi variazioni rispetto al passato, essendosi peraltro in presenza di un meccanismo collaudato (tanto che è già possibile operare presentando le domande all’Agenzia della Riscossione). Fino al prossimo 30 aprile ognuno può fare le proprie valutazioni ed è pertanto utile ripercorrere le regole applicative. ■

TUTTI PAZZI PER IL FOOD DELIVERY

Il cibo a domicilio rappresenta uno tra i fenomeni più significativi nella trasformazione delle abitudini alimentari degli italiani. Una vera e propria evoluzione culturale, spinta dalla Gen Z, che coinvolge il rapporto con il cibo, il tempo libero e la socialità. Ma anche un mercato che 2025 ha attirato 3 miliardi di persone nel mondo

Negli ultimi anni le abitudini alimentari degli italiani hanno subito una notevole trasformazione segnata da diversi cambiamenti socioculturali e da innovazioni tecnologiche. Dopo il vero e proprio boom del periodo della pandemia uno tra i dati più rilevanti è sicuramente quello che ha visto l’affermazione del Food Delivery, trasformatosi da servizio occasionale a punto di riferimento abituale del vivere quotidiano.

La scelta del cibo consegnato a domicilio oggi infatti non è più una semplice questione di praticità ma rappresenta una vera e propria istantanea su come si sono modificate le nostre abitudini alimentari, una sorta di specchio delle preferenze e degli atteggiamenti che vanno oltre il legame con il cibo trasformandolo in fatto culturale.

MILLENNIAL E GEN Z

Diverse ricerche e studi evidenziano che ben il 21% degli italiani, con percentuali più alte tra i giovani nella fascia 18-34 anni (29%), utilizza ormai i servizi di consegna a domicilio in maniera regolare ordinando cibo almeno una volta al mese ed effettuando 1,5 ordini circa a settimana concentrati soprattutto nel weekend.

Le App più usate sono Just Eat (51% del totale), seguita da Glovo (41%) e Deliveroo (37%) mentre il metodo di pagamento preferito, soprattutto fra i più giovani, è quello elettronico, consuetudine meno diffusa tra gli over 55 che per il 47% preferiscono ancora pagare in contanti. Ma perché si ricorre sempre più spesso al Food Delivery? I motivi sono diversi: da

un lato la convenienza e la comodità nel ricevere un pasto completo a casa, programmando orari e tempi di consegna con pochi clic in una società sempre più contraddistinta da un quotidiano frenetico.

Dall’altro il progressivo cambiamento degli stili di vita dove le nuove generazioni hanno un rapporto meno convenzionale con il cibo. Per Millennial e Gen Z cucinare non è più infatti un obbligo quotidiano ma una scelta tra le diverse opzioni disponibili, facendo diventare il cibo un’esperienza “dinamica” e scegliendo di alternare cene cucinate in casa alla ristorazione tradizionale e alla consegna a domicilio.

In questo panorama la possibilità offerta dal Delivery si inserisce proprio come soluzione intermedia tra il cenare fuori e il cucinare a casa andando soprattutto a rafforzare una dimensione conviviale, pur se mediata dal supporto tecnologico, in cui la scelta del menu e l’ordinazione diventano un momento di condivisione collettiva e di contrattazione tra gusti e preferenze diverse. L’ordinazione a domicilio è una delle soluzioni preferite quando ci si ritrova in casa con amici, soprattutto tra i giovani tra i 18 e i 34 anni.

Per le fasce più adulte, quelle comprese tra i 35 e i 54 anni, il ricorso a questo servizio avviene soprattutto quando si lavora in ufficio.

CHE COSA SI ORDINA

Osservando più nel dettaglio la lista dei cibi più ordinati dagli italiani si evidenzia che anche nel Food Delivery si conferma

da un lato un forte legame con la tradizione, dall’altro una ricerca verso nuove esperienze e sapori, con una crescente diffusione di cucine etniche, come quella giapponese o coreana, segno di una progressiva diversificazione dei gusti e di una maggiore apertura verso nuove esperienze gastronomiche data dalle piattaforme digitali che ampliano periodicamente l’offerta rendendo accessibili cucine esotiche magari poco conosciute in passato.

Nelle classifiche dei cibi più gettonati per le consegne a domicilio al primo posto si trova la pizza, scelta da circa 7 italiani su 10. Un dato sicuramente non inaspettato visto che parliamo di uno dei simboli della cucina tradizionale italiana, cibo che risulta poi particolarmente adatto al trasporto e al consumo

domestico. A seguire in classifica, anche se con un notevole distacco dalla vetta, troviamo altre tipologie di cibo molto amate dagli italiani: i grandi classici del Fast Food come i sandwich, le patatine fritte o il pollo fritto (29% con una punta del 38% nella fascia 18-34 anni), gli hamburger (28% di media, con un 35% tra i giovani) e il sushi (21%) significativamente poco ordinato dagli over 55.

Napoli è la città più social nel Delivery, con ben il 70%, rispetto al 59% della media nazionale, che ordina in compagnia. A Milano invece tra i cibi più ordinati troviamo il Poke (il più richiesto del 2025) che si posiziona davanti al cibo giapponese (il trend che cresce di più rispetto all’anno precedente, 50%), a quello cinese, alla pizza, al kebab, agli hamburger e alla piadina mentre nella Top 10 dei cibi più ordinati dai milanesi si possono trovare ben 4 gelaterie.

TRA BENESSERE E PRATICITÀ

Per il 57% degli italiani ordinare il cibo a casa rientra in una abitudine di “Self Care”, una sorta di gesto affettuoso per coccolarsi davanti alla tv seduti sul divano. Per la Gen Z invece il ricorso alle consegne a domicilio è più Wellness-oriented con una maggior attenzione alla qualità e alla salute, un modello alimentare di riferimento più consapevole in cui gusto, praticità e benessere possono convivere.

Una parte consistente degli italiani dichiara infatti di scegliere cibi più equilibrati e ingredienti selezionati dimostrando che il Food Delivery non è necessariamente sinonimo di alimentazione pratica

ma magari poco salutare. È poi curioso notare che quasi 4 italiani su 10 ammette di aver spacciato per proprio un piatto che in realtà è da asporto, una tendenza nota come Delivery Camouflage e che spesso riguarda alimenti come lasagne, paste al forno o dolci.

UN BUSINESS IN EVOLUZIONE

A livello globale attualmente, la Generazione Z è la capofila nell’utilizzo delle app di Food Delivery. I nati tra il 1995 e il 2010 ordinano infatti più frequentemente e spendendo di più per ogni ordine con 2,3 ordinazioni a settimana rispetto ai 1,1 delle generazioni precedenti.

Si stima che entro il 2030 il mercato del Food Delivery varrà circa 2mila miliardi di dollari. E se nel 2025 si è calcolato che quasi 3 miliardi di persone nel mondo ab-

biano utilizzato almeno una volta una app per l’acquisto di cibo a distanza, questo numero passerà a 3,9 miliardi nel 2029. In quasi sei anni, dalla pandemia a oggi, il Food Delivery si è trasformato dalla necessità di un semplice servizio di consegna di pasti nell’era legata al lockdown ad una vera e propria industria miliardaria.

A livello commerciale in futuro si investirà probabilmente sempre di più su formule in abbonamento che serviranno a garantire quote di ricavi e a fidelizzare la clientela sperimentando poi una politica di “prezzi flessibili”, che preveda di far pagare cioè lo stesso cibo a prezzi diversi a seconda dell’orario, della disponibilità, della rapidità e infine puntando su partnership locali che potranno aiutare a ridurre i costi. ■

LA PRIMAVERA IN UFFICIO

Le piante alla scrivania e in sala riunioni non sono solo elementi di arredo: migliorano aria, benessere e concentrazione. Alcune specie, facili da curare, riducono CO₂ e polveri sottili, rendendo gli ambienti più salubri. Con luce adeguata e poca manutenzione, aiutano a lavorare meglio e con più energia

Sono belle, danno luce e colore, arredano. Ma le piante in ufficio servono soprattutto a stare bene. Negli ultimi anni, diversi studi hanno confermato i vantaggi delle piante per la salute e la psiche in ambienti di lavoro. Una sperimentazione condotta da Coldiretti Toscana e dall’Istituto per la Bioeconomia del Consiglio Nazionale delle Ricerche, ha individuato le piante capaci di migliorare l’aria indoor e misurato i benefici: con chamadorea, yucca e ficus, in circa cinque mesi le concentrazioni di CO₂ sono crollate del 20%, e del 15% quelle delle polveri sottili.

I dati Edileco, lo studio progettista di The forest, il primo ufficio biofilico in Italia, mostrano come gli elementi naturali integrati nell’arredo degli uffici migliorino la condizione psico-fisica, aumentando i livelli percepiti di energia del 76%. Tutte buone ragioni per approfittare della primavera, quando il verde rappresenta anche simbolicamente il risveglio e la vitalità, e riscoprire il pollice verde anche alla scrivania. «A patto di scegliere le piante giuste, di posizionarle efficacemente e di garantire poche ma necessarie cure» avverte Monica Nisi, consulente e arredatrice del verde per privati e aziende. Un piccolo impegno per un grande beneficio.

IL VERDE CI FA STARE MEGLIO

I nostri uffici non sono ambienti neutri come sembrano: arredi, vernici e materiali rilasciano nel tempo piccole quantità di composti organici volatili nell’aria, mentre la presenza diffusa di dispositivi elettronici, come computer,

stampanti e router, genera calore e un’esposizione a campi elettromagnetici che, pur rimanendo generalmente entro limiti considerati sicuri, contribuisce alla complessità dell’ambiente. Inoltre, i sistemi di climatizzazione possono rendere l’aria più secca, aprire le finestre può far entrare smog dall’esterno e, negli spazi condivisi, la presenza di più persone fa salire rapidamente i livelli di CO₂.

«Il risultato è un microclima che può incidere su comfort, energia e concentrazione durante la giornata» spiega l’esperta. «Le piante sono il nostro filtro biologico, ci vengono in aiuto perché sono umidificatori naturali, la fotosintesi clorofilliana serve proprio ad assorbire anidride carbonica, agiscono come “mangia tossine” e, in

Il cactus assorbe l’elettromagnetismo

Semplici da curare ma versatili e resistenti, le piante grasse sono di tendenza negli uffici. Hanno fiori colorati, completano l’ambiente e, secondo alcuni studi, le loro spine assorbono le onde elettromagnetiche di computer&co.

Il ficus lyrata attutisce i rumori

Ha foglie molto grandi e può arrivare fino a 2 metri di altezza. Ideale per grandi spazi come hall e sale riunioni, dove agisce anche come “pannello fonoassorbente”.

più, il verde aiuta a defatigare gli occhi dopo molte ore allo schermo». Ecco perché circondarci di piante in ufficio aumenta la sensazione generale di benessere e, di conseguenza, la concentrazione.

QUALI PIANTE SCEGLIERE

Tutte le piante garantiscono benefici. Puliscono l’aria, assorbono inquinamento e mettono di buonumore più o meno tutte allo stesso modo, ma alcune sono più adatte di altre a stare in ufficio. «Alcune perché sono più resistenti e hanno bisogno di pochissime cure, come il pothos che, in più, essendo pendente, crea dei bei movimenti sugli scaffali alti e le librerie e quindi rappresenta anche un interessante elemento d’arredo» assicura Nisi.

«La zamioculcas e lo spathiphyllum hanno belle foglie verde scuro che favoriscono il defatigamento della vista, la sansevieria è particolarmente efficace nell’abbattere le polveri elettrostatiche, come anche il ficus benjamin. Infine, spesso nell’arredare grandi spazi di lavoro utilizziamo anche kentie e il ficus lyrata perché hanno foglie molto grandi che danno eleganza agli ambienti e fungono da pannelli fonoassorbenti, non fanno cioè rimbombare il suono e sono molto utili quindi nelle sale riunioni. Infine, le piante grasse, molto resistenti: quelle piccole hanno spesso fiori colorati e forme divertenti, possono stare accanto al computer sulla scrivania».

POSIZIONE E IRRIGAZIONE

Avere il pollice verde non è fondamentale per garantire la sopravvivenza alle piante da ufficio,

Il pothos assorbe la polvere Insieme a sansevieria e zamioculas, forma la triade perfetta per gli interni. È la più resistente delle tre e, crescendo in pendenza, sta bene su scaffali e librerie da dove cattura le polveri sottili.

Monica Nisi, consulente e arredatrice del verde

bastano pochi accorgimenti e un po’ di strategia. Per esempio, non serve luce naturale forte e diretta ma è bene che siano posizionate comunque in una zona arieggiata che permetta loro di non stare completamente in ombra. «Le foglie ingiallite, quando non indicano un problema di irrigazione, sono il segnale inequivocabile della scarsità di luce. Spesso appaiano delle macchie oppure si bruciano le punte» avverte l’esperta. In alto su una libreria, accanto al computer sulla scrivania o in grandi vasi nelle sale riunioni: ovunque ci sia un po’ di luce, una pianta può prosperare e regalare benessere. Chiedendo in cambio un minimo di cure, prima di tutto la giusta quantità di acqua.

«La frequenza non dipende dal tipo di pianta e dal calendario perché le condizioni ambientali possono essere molto diverse. Basta sentire il terriccio, anche solo con un bastoncino: finché è umido non serve innaffiare. Quando è asciutto, si innaffia lentamente finché l’acqua arriva nel sottovaso». Una soluzione pratica, che permette di tenere le piante ben irrigate anche durante le vacanze è il vaso auto-irrigante: la pianta assorbe l’acqua di cui ha bisogno dal serbatoio che si trova alla base del vaso, senza rischiare ristagni. Il vaso può contenere acqua per diversi giorni o settimane e un piccolo indicatore mostra quanta acqua c’è e quando ricaricare».

I PROBLEMI (E LE SOLUZIONI)

La quasi totalità dei problemi alle piante da interni arriva dalla mancanza o dall’eccesso di acqua e di luce. E il segnale, come detto so-

pra, arriva dalle foglie. «Quando il terriccio resta umido anche dopo molti giorni vuol dire che la pianta non riesce ad assorbire acqua perché non ha abbastanza luce per procedere alla fotosintesi» avverte Nisi. «Il rischio è il marciume radicale e la morte della pianta. Va spostata in una zona più luminosa e calda». Scegliere un terriccio adeguato, consigliato dal venditore, tiene alla larga dai funghi.

Mentre un problema di afidi o altri insetti si può risolvere facilmente spruzzando un po’ di sapone molle di potassio diluito in acqua. «Le piante vanno poi nutrite con una buona concimazione almeno una volta al mese, esistono soluzioni liquide molto pratiche, bisogna solo ricordarsene: con il concime le piante sono più belle, rigogliose

La sansevieria purifica l’aria Chiamata anche Dracaena, è una pianta resistente con foglie erette e carnose. Tollera poca luce e poca acqua, cresce lentamente e richiede poche cure.

e intense nei colori, con maggiore resistenza ad attacchi parassitari, a sbalzi accidentali di temperatura e a stress idrici». Infine, la pulizia delle foglie: non servono prodotti, basta un panno umido di tanto in tanto così da renderle non solo più verdi e brillanti ma anche più sane perché i pori delle foglie, non ostruiti, possono procedere alla fotosintesi quotidiana».

E al nostro benessere. Perché, prendersi cura delle piante pare sia diventato un nuovo “rifugio emotivo”. Secondo i dati dell’indagine «Gardens of Europe 2025», per quasi 7 italiani su 10, prendersi cura del verde è un momento rigenerante utile a ritrovare calma, motivazione e gratificazione. Non solo. Per il 39% trasmette anche un senso di realizzazione personale. ■

Arreda lo studio con le piante

1 – Scegli la zona più illuminata

Se in ufficio le zone ben illuminate sono poche, concentrati solo su quelle per posizionare le piante: la luce deve essere ottimale anche in inverno. Nelle aree un po’ in ombra può resistere solo il pothos.

2 – Crea un angolo verde

Altre piante perfette per gli spazi di lavoro sono la chamaedorea, la yucca, il ficus benjamina, la schefflera, lo spathiphyllum e la kentia.

Tenere le piante raggruppate crea un effetto verde compatto molto piacevole ed è anche utile al loro benessere e a quello dell’aria circostante, perché le piante si scambiano umidità tra loro.

3 - Gioca con le altezze

Scegli una pianta più alta delle altre e rendila protagonista dell’angolo verde, per esempio la pachira, il ficus o la kentia. Posiziona in seconda fila piante di altezza media e davanti le più piccole. Puoi usare delle alzate per giocare con le altezze e trovare la tua combinazione ideale.

4. Alterna i colori

Scegli piante con foglie diverse per colore e sfumature ma che stiano bene insieme, così da creare affascinanti giochi di macchie colorate.

5. Poche ma grandi

Se vuoi ridurre il numero dei vasi e il tempo di cura del tuo verde scegli meno piante ma più grandi così da avere un bell’effetto giungla ma una gestione più semplice. ■

WELFARE E DINTORNI

Il Contratto collettivo nazionale degli studi professionali ha costruito un’articolata rete di tutele intorno a tutti coloro che operano all’interno di uno studio professionale. In questa rubrica le ultime novità dalla bilateralità di settore

Antiriciclaggio, il focus di Ebipro

La disciplina antiriciclaggio applicabile ai professionisti trova il proprio fondamento nel D.Lgs. 21 novembre 2007, n. 231, più volte modificato in attuazione delle Direttive (UE) 2015/849 e 2018/843. Il sistema si fonda su un risk-based approach, che richiede al professionista non un controllo meramente formale, ma una valutazione concreta e proporzionata attraverso l’adeguata verifica della clientela, la conservazione dei dati, l’eventuale segnalazione di operazioni sospette e l’adozione di presìdi organizzativi interni come la formazione

del personale. Su quest’ultimo aspetto, nel settore delle libere professioni la bilateralità rappresenta un supporto concreto per la migliore compliance al dettato normativo grazie al sistema duale di programmazione a monte e rimborso a valle dei percorsi formativi. L’accreditamento e calendarizzazione dei percorsi formativi, da parte di Fondoprofessioni, e la copertura economica degli stessi, da parte di Ebipro, consentono allo studio professionale un significativo risparmio di tempo e risorse recuperabili fino al 100% del costo.

MAGGIORI DETTAGLI
FORMAZIONE ANTIRICICLAGGIO NEGLI STUDI PROFESSIONALI

La tutela

dello studio

con la garanzia cyber risk

Anche per il 2026 Gestione Professionisti attiva in automatico e senza costi aggiuntivi la garanzia Cyber Risk, in favore dei professionisti titolari di copertura, per la tutela in caso di perdite patrimoniali involontariamente cagionate a Terzi, conseguenti alla “Violazione della Privacy e dei Dati” e alla “Violazione del Sistema Informatico” (Responsabilità civile). È previsto un massimale di 15 mila euro, con una franchigia di 1.000 euro, per evento/anno per ciascun professionista titolare/studio. Gli indennizzi sono erogati da Allianz, in favore dei professionisti con copertura attiva al momento dell’evento, automatica o volontaria principale (Base o Premium o Infortuni&Welfare) per eventi intervenuti comunque successivamente all’attivazione della copertura principale. Qualora le perdite fossero conseguenti a colpa delle persone delle quali il Professionista titolare debba rispondere, il massimale si intende ridotto del 50%. La garanzia Cyber Risk copre gli eventi che avvengono nel territorio di tutti i Paesi del Mondo esclusi USA e Canada.

Micro-imprese al centro del 3° Rapporto

Fondoprofessioni

In un contesto economico in continua trasformazione, l’aggiornamento delle competenze rappresenta una leva strategica per la crescita e la competitività del sistema produttivo italiano, composto in larga parte da micro-imprese e studi professionali. A questo tema è dedicato l’incontro organizzato da Fondoprofessioni “Formazione nelle micro-imprese: una sfida di sistema”, in programma giovedì 23 aprile 2026 dalle ore 10.30 alle ore 14.00 a Roma, presso l’Auditorium del Museo Macro. L’evento sarà l’occasione per presentare il 3° Rapporto di Fondoprofessioni, che analizza l’andamento della formazione continua nelle realtà professionali e nelle imprese di piccola dimensione, evidenziando opportunità, criticità e prospettive di sviluppo. Lo studio offrirà inoltre un aggiornamento sull’utilizzo degli strumenti di formazione finanziata e sul ruolo del Fondo nel sostenere la crescita delle competenze. A partire dai dati del Rapporto, l’incontro proporrà un approfondimento sulla formazione finanziata nelle micro-imprese, con la partecipazione di esperti in materia di formazione e lavoro e uno sguardo alle modalità di accesso ai percorsi formativi e alle dinamiche di questo segmento produttivo. L’iniziativa si concluderà con la premiazione del Premio Chirone, dedicato alle buone pratiche formative, seguita da un momento conviviale e, per chi lo desidera, da una visita guidata al Museo Macro.

Cadiprof,

le tutele per i familiari

Il piano assistenziale Cadiprof amplia le tutele sanitarie non solo per gli iscritti, ma anche per i loro familiari, con una suddivisione precisa delle competenze tra i diversi gestori. Il Piano Sanitario affidato a UniSalute prevede prestazioni rivolte esclusivamente all’iscritto, con una sola eccezione: il rimborso del ticket del Servizio sanitario nazionale, esteso anche al coniuge o convivente. Restano invece esclusi i figli, i cui rimborsi non rientrano nelle competenze della compagnia, come evidenziato anche nell’area riservata. Diversa la gestione per il Pacchetto Famiglia, direttamente curato da Cadiprof, e per le prestazioni odontoiatriche, affidate a Fas-ANDI. Sul sito ufficiale è possibile consultare i regolamenti delle singole garanzie, con indicazioni su massimali, documentazione richiesta e modalità di invio delle domande. L’iscrizione dei familiari avviene tramite l’area riservata del portale Cadiprof, inserendo i dati nella sezione dedicata. Possono essere inclusi coniugi, conviventi, figli — anche fiscalmente a carico — e altri familiari non autosufficienti. Per i maggiorenni è richiesta la firma digitale della liberatoria privacy tramite codice OTP. Tra i servizi inclusi spicca infine la telemedicina, realizzata in collaborazione con GVM Assistance, che consente consulti medici da remoto tramite app, a beneficio dell’iscritto e del coniuge o convivente.

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CULTURA

Alcune delle opere in mostra a Palazzo Barberini

Full immersion barocca

Le Gallerie Nazionali di Arte Antica, presso la sede di Palazzo Barberini a Roma, presentano la mostra Bernini e i Barberini, la storia del sodalizio tra Papa Urbano VIII e il geniale scultore, architetto e pittore Gianlorenzo Bernini. E all’arte da molti definita “fuori dalle regole” anche Forlì dedica una mostra presso il Museo Civico San Domenico. Un’esplosione di forme da non perdere

di Romina Villa

Nella pagina a fianco:
Una delle opere in mostra a Palazzo Barberini

Francesco Milizia (1725-1798), uno dei più influenti storici dell’arte del XVIII secolo, scrisse che “Barocco è il superlativo del bizzarro, l’eccesso del ridicolo”, aggiungendo che “Borromini in architettura, Bernini in scultura, Pietro da Cortona in pittura (…) sono peste del gusto, peste che ha appestato un gran numero di artisti”. Eravamo sul finire del Settecento e l’ordine rigoroso e razionale del Neoclassicismo già imperava nel gusto artistico e nelle opinioni della critica. I tre malcapitati furono solo alcuni dei capri espiatori, su cui puntarono il dito i pensatori dell’epoca, per un attacco ben più ampio e definitivo all’estetica barocca, che aveva caratterizzato tutto il Seicento e buona parte del loro secolo. Il termine “Barocco” deriverebbe dal portoghese barroco, una perla di forma irregolare, passato poi al francese baroque che significava bizzarro, curioso e fuori dalle regole. I neoclassicisti lo utilizzarono in maniera totalmente negativa, condannando quel disordine di idee – secondo la loro opinione - che aveva contagiato non solo le arti principali, ma altri campi come la

letteratura, la musica e il teatro. Solo sul finire dell’Ottocento, gli storici dell’arte cominciarono a riabilitare quel periodo così intenso e lontano dalla perfezione formale dei canoni rinascimentali.

Oggi, sopravvive ancora qualche retaggio di quel pensiero, come quando, per esempio, il termine si utilizza per descrivere un qualcosa di esteticamente pesante e pacchiano. L’arte barocca si sviluppò nella Roma di fine Cinquecento, quando la Chiesa affidò agli artisti

il ruolo principale per la diffusione delle idee nate dopo il Concilio di Trento, con l’intento di ripulirsi la reputazione intaccata dall’eresia protestante. La fine di questo secolo vide inoltre la costituzione e il rafforzamento degli stati monarchici e della politica dell’assolutismo. La funzione dell’arte era quella di dare forma alle rinnovate istituzioni, con una resa fastosa e teatrale. Le proporzioni classiche si ingigantiscono e si dilatano, le forme prendono vita con effetti sorprendenti. Quel periodo vide

anche la trasformazione di Roma, che abbandonò l’aspetto medievale per diventare la città di chiese sontuose e sfarzosi palazzi, dimore di papi, alti prelati e nobili famiglie, i cui nomi – Aldobrandini, Borghese, Colonna, per citarne alcuni – risuoneranno e influenzeranno la storia politica e artistica del Seicento romano. Il mecenatismo diventò così il più efficace mezzo per alimentare prestigio e propaganda. A Roma e a Forlì, si sono inaugurate due mostre che fanno luce su vari aspetti del Barocco.

LA ROMA DEI BARBERINI

Le Gallerie Nazionali di Arte Antica, presso la sede di Palazzo Barberini a Roma, presentano la mostra “Bernini e i Barberini”, ovvero la storia del fondamentale sodalizio tra Papa Urbano VIII, al secolo Maffeo Barberini (1568-1644) e il geniale scultore, architetto e pittore Gianlorenzo Bernini (1598-1680). Quando Barberini salì al soglio pontificio nel 1623, Bernini era ancora molto giovane, ma aveva già dato prova del suo talento con la realizzazione di alcuni busti che furono il primo

segnale di un rinnovamento profondo nella ritrattistica, un campo che sarà a lui particolarmente congeniale. Negli anni successivi, la sua capacità di leggere l’animo umano, lo portò a riprodurre con maestria i caratteri fisici e psicologici dei personaggi e culminerà con l’invenzione di un vero e proprio genere di scultura, quello dei cosiddetti ritratti “parlanti”. Tra le molte note relazioni mecenate-artista della storia di quel periodo, quella tra Papa Urbano VIII e il Bernini è eccezionale per la profonda intesa personale e intellettuale, per la sua durata nel tempo, per l’importanza e la varietà degli incarichi. La mostra indaga su questo privilegiato rapporto e sulla figura di Urbano VIII, uno degli artefici di questa svolta nel mondo dell’arte. Sei le sezioni della mostra: la nascita del rapporto tra i due, grazie all’intuizione di Maffeo, che riconosce le potenzialità del giovane artista. Poi, il cantiere di San Pietro, luogo simbolo della trasformazione di Roma, dove prende forma nei fatti la solida alleanza. La terza sezione riguarda la ritrattistica, con una serie di busti dedicati dallo scultore al proprio mecenate, con l’esposizione di capolavori provenienti da vari musei del mondo e raramente esposti insieme. Si prosegue poi con la celebrazione di Palazzo Barberini, alla cui realizzazione partecipò anche Bernini con Borromini e Pietro da Cortona. Uno degli edifici simbolo del Barocco romano, frutto di un lavoro corale. In mostra, disegni e modelli che raccontano la genesi di una tipologia di palazzo, che coniugò le funzionalità dell’edificio di città con l’eleganza delle ville suburbane. Nella quinta sezione, un’antologia di opere che rac-

BERNINI E I BARBERINI
Palazzo Barberini – fino al 14 giugno

contano i personaggi della Roma di Urbano VIII e che facevamo parte della cerchia del pontefice. Qui le opere del genio poliedrico romano dialogano con quelle di artisti suoi contemporanei, come Alessandro Algardi e Giuliano Finelli, in una sorta di confronto tra stili diversi. Infine, il Bernini e le regole imposte dalla committenza. I dipinti a lui attribuiti e il busto di Costanza Bonarelli (custodito al Bargello di Firenze), unica opera realizzata da Bernini senza una committenza, rivelano un uomo più intimo e libero.

A FORLÌ LA MOSTRA CHE

RIASSUME IL BAROCCO

“Barocco. Il Gran Teatro delle Idee”

è il titolo della mostra inaugurata lo scorso febbraio nella città romagnola, presso il Museo Civico San Domenico. La Fondazione Cassa

Bernardo Strozzi

Natura morta con ortensie e rose in fiore in un vaso d'anfora, olio su tela 1633 - 1644, Monaco, Maison d'Art

Gian Lorenzo Bernini
Laocoonte sec. XVII (1620 – 1625) marmo - Roma, Galleria Spada

Guercino

Cristo consegna le chiavi a San Pietro (La cattedra di San Pietro), olio su tela - 1618

Cento, Civica Pinacoteca Il Guercino

dei Risparmi di Forlì e il Comune di Forlì ci hanno abituato, ormai da qualche anno, a mostre gigantesche e – anche stavolta – ne abbiamo la conferma. Sono circa duecento le opere esposte che compongono un complesso percorso alla scoperta dell’arte barocca, definita dalla storiografica artistica recente come una grande civiltà dell’immagine. E con il Barocco l’arte non è più solo il mezzo per rappresentare la realtà, come avvenuto nel Rinascimento, dove assunse il ruolo di scienza principe per indagare ciò che ci circonda. Il Seicento è il secolo di nuove scoperte e di una nuova visione dell’universo di cui parlano rivoluzionari pensatori come Galileo Galilei. E dunque, l’arte si libera dal ruolo di rappresentante del mondo e costruisce nuove realtà, senza preoccuparsi di ritrarre il reale così

come lo si percepisce. La mostra di Forlì approfondisce tutti i risvolti di quell’epoca, con rimandi all’antichità per capirne le influenze, fino al confronto con opere di artisti del Novecento, che ritrovarono nel Barocco elementi a cui ispirarsi. Non solo pittura e scultura, ma anche disegni e oggetti che gettano luce su un movimento artistico, sociale e politico che nacque a Roma, ma che dilagò nel resto d’Italia e in Europa sotto nuove forme. Da Forlì, il percorso espositivo si allunga nel territorio, grazie al bando della Fondazione che ha coinvolto più di cinquanta associazioni della Romagna, che gestiranno una serie di eventi e di luoghi, con lo scopo di valorizzare il patrimonio storico-artistico locale. Cinema, teatro, concerti e arti visive. Davvero un Gran Teatro delle Idee. ■

Umberto Boccioni

Sotto il pergolato a Napoli 1914 - olio e collage su tela Milano, Museo del Novecento

Maria Baccio Bacci

Il figliol prodigo 1925 - olio su tela Milano, Museo del Novecento

Forlì - Fino al 28 giugno

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BAROCCO. IL GRAN TEATRO DELLE IDEE

Trenta sfumature di piccantezza

Archeologa lei, geologo lui. Lisa Manzoli e Alessandro Montanari sono da sempre accomunati dalla passione per tutto ciò che ha a che fare col terreno, gli scavi e dall’attrazione per le spezie. Da qui l’idea di coltivare peperoncino là dove nessuno lo aveva fatto prima

di Roberto Carminati

Che gli etruschi o i villanoviani insaporissero le loro pietanze con qualche aroma e sentore piccante non è da escludere: impossibile però che ricorressero al peperoncino che ai nostri lidi giunse soltanto dopo la scoperta del Nuovo mondo.

A dar lustro alla storia dei nostri antenati da un lato e a quella della diffusissima pianta è oggi ad Argenta nel ferrarese una donna che di antiche civiltà ne sa parecchio e che col tempo si è fatta una cultura non da poco anche in materia di spezie. Lei è l’archeologa Lisa Manzoli e dopo la laurea conseguita a Bologna ha lavorato in Trentino e nelle Marche ed è oggi in forze al museo di Villanova di Castenaso, nei dintorni del capoluogo felsineo. Il

marito Alessandro Montanari è invece geologo con una specializzazione sulle indagini ambientali: accomunati dal bisogno di «aver sempre le mani nella terra» hanno trasformato questa attrazione fatale nel loro secondo lavoro. Un part-time impegnativo, sì, ma carico di soddisfazioni.

QUOTA 1.500

«Siamo sempre stati appassionati di spezie e sapori piccanti», hanno detto Manzoli e Montanari a il Libero Professionista Reloaded, «e abbiamo cominciato a coltivare il peperoncino partendo da una trentina di piantine soltanto e dal desiderio di sperimentare. Per quanto lo si leghi difficilmente al territorio alluvionale padano è riuscito ad attecchire: anche grazie agli scambi con altri agricoltori abbiamo via via incrementato la produzione e abbiamo affittato un appezzamento.

Abbiamo prima messo a dimora un centinaio di piante; nell’ultimo biennio sono salite a 1.500 per 30 varietà». Contestualmente ha preso il via l’attività commerciale della loro Il Piccante di Argenta e la sua proposta - salvo il difficile adattamento di alcune varietà dovuto per lo più all’ostilità del terreno del Delta del Po - essa ha acquisito per molti versi un respiro internazionale. Anzi globale. «La gamma», hanno spiegato, «viene da quasi tutti i continenti poiché abbraccia gli italici Diavolicchio calabro e Stromboli ed Etna così come il celebre Habanero caraibico e radici da Bolivia e Perù. Di qui è giunto per esempio il Charapita che in origine era solo selvatico ed è coltivato da pochi anni».

IL GIORNO (PIÙ) LUNGO

Altre tipologie di peperoncino portano targa africana o persino australiana e ogni anno Montanari e Manzoli s’ingegnano per ampliare il bouquet anche perché nel suo piccolo la richiesta aumenta. «Vendiamo», hanno raccontato, «alle fiere agricole della zona come il locale Mercato genuino dell’Unione di comuni Valli e Delizie (Ferrara) ogni primo e terzo sabato del mese ad Argenta. Altra vetrina importante è il Mercato della Terra di Imola che si svolge sotto l’egida di Fondazione Slow Food. Più in generale frequentiamo con il nostro banco gli eventi agroalimentari e florovivaistici della zona anche se di rado commercializziamo le piante perché ne produciamo in minor numero. I bestseller sono i triti sott’olio e gli essiccati a bas-

sa temperatura ma non mancano proposte più sfiziose come il cioccolato piccante creato per noi, su nostra ricetta e col nostro controllo da artigiani del gusto locali». Pur non vantando (per ora) il marchio bio quella de Il Piccante di Argenta è a tutti gli effetti agricoltura biologica perché non prevede l’uso di concimi chimici né di diserbanti, essiccanti o pesticidi: «Il diserbo è fatto rigorosamente a mano e rappresenta forse la parte più dura del lavoro», hanno ammesso gli intervistati, «nel quadro di una giornata che nella bella stagione termina alle nove di sera senza calcolare le fasi di etichettatura delle confezioni o di cura dei social network».

GIOCARE SU PIÙ TAVOLI

Da maggio (quando le piante sono messe in campo aperto) sino alle

festività natalizie il tempo per annoiarsi è davvero pochissimo e in attesa dell’ormai imminente varo di una vetrina di e-commerce sono oltre 3.000 i follower coi quali dialogare fra Facebook e Instagram. «Sul nostro sito Internet», hanno aggiunto Manzoli e Montanari, «vorremmo dare qualche consiglio culinario e i social già ospitano ricette nate dalla collaborazione al Mercato genuino con produttori di pasta e verdure. Dialoghiamo poi con ristoratori e agriturismi con serate a tema di divulgazione e assaggio portando la giusta cultura del piccante e delle molteplici sfumature del peperoncino a un pubblico più vasto». Le presentazioni di specie quali Jalapeño, il celebre e citato Habanero, l’aggressivissimo Carolina reaper sono così altrettante occasioni per fare rete con la storica tradizione della cucina emiliana e ad Argenta sbarcano grazie alla grande passione dei due per i viaggi. Il Sud America è fra le mete preferite e per Lisa cornucopia delle varianti predilette: l’esotico Aji Amarillo peruviano o l’agrumato Hot Lemon che ben si sposa col pesce; il Chile Negro, dalle note erbacee, del Messico. «A Cuba», hanno concluso, «abbiamo scovato il particolarissimo peperoncino dolce Aji Cachucha del quale stiamo cercando i semi e relativi fornitori; nel frattempo abbiamo dato vita a una nostra gamma autoprodotta dalle semenze degli anni precedenti. Aji Cachucha, nonostante il difficile reperimento, è il nostro pallino. Crediamo nelle potenzialità aromatiche del peperoncino più che nei suoi sentori spesso estremi e avere una filiera certificata di qualità è per noi imprescindibile». ■

PICCOLO & GRANDE SCHERMO

Tre visioni da non lasciarsi sfuggire: il meglio tra cinema e serialità, ogni mese di Giacomo Camelia

Beef - Lo scontro, screen reel instagram profilo ufficiale Netflix (@netflix)
Il diavolo veste Prada 2, foto instagram profilo ufficiale (@20thcenturystudios)
Michael, screen reel instagram profilo ufficiale del film (@michaelmovie)

BEEF -

LO SCONTRO

MICHAEL

Dopo il successo sorprendente della prima stagione, Beef - Lo scontro torna su Netflix il 16 aprile con una nuova storia e un cast completamente rinnovato. La serie resta fedele alla sua natura antologica, scegliendo ancora una volta di raccontare come piccoli attriti quotidiani possano trasformarsi in conflitti sempre più incontrollabili. Questa volta al centro della vicenda ci sono due coppie che orbitano attorno a un esclusivo country club: da una parte Ashley e Austin, giovani lavoratori alle prese con ambizioni e precarietà; dall’altra Joshua e Lindsay, una coppia potente di manager interpretata da Oscar Isaac e Carey Mulligan. Tutto comincia con una lite a cui i due ragazzi assistono quasi per caso, ma che finisce per trascinarli in una rete di rivalità, favori e manipolazioni sempre più difficili da gestire. Come già accadeva nella prima stagione - premiata con Emmy e Golden Globe - la serie usa il conflitto personale per parlare di qualcosa di più ampio: le tensioni sociali, le differenze di potere e le fragilità che si nascondono dietro l’apparenza del successo. Il tono resta imprevedibile, capace di passare dalla commedia nera al dramma psicologico con sorprendente naturalezza. Con interpreti del calibro di Isaac e Mulligan, e l’energia dei più giovani Cailee Spaeny e Charles Melton, la nuova stagione promette di spingere ancora più in là quel mix di ironia, disagio e rabbia che aveva reso la serie originale uno dei titoli più discussi degli ultimi anni.

Con Michael, nelle sale italiane dal 24 aprile, il cinema torna a confrontarsi con una delle figure più iconiche e controverse della cultura pop. Il biopic diretto da Antoine Fuqua affronta una sfida non semplice: raccontare la parabola di Michael Jackson senza ridurla a un’agiografia né appiattirla sulle ombre che ne hanno segnato la vita privata. Dall’infanzia nei Jackson 5 fino alla consacrazione come “Re del Pop”, il film promette uno sguardo ampio su un artista che ha trasformato il linguaggio dello spettacolo, ridefinendo il rapporto tra musica, danza e immagine. A interpretarlo è Jaafar Jackson, nipote del cantante, al suo esordio cinematografico: una scelta che punta sulla somiglianza fisica e sulla capacità performativa per restituire la potenza scenica di momenti ormai entrati nella storia della musica, dal video di Thriller al celebre moonwalk del Motown 25. Michael sembra muoversi sulla scia dei grandi biopic musicali contemporanei alla Bohemian Rhapsody, privilegiando lo spettacolo delle performance senza rinunciare a uno sguardo più intimo sull’uomo dietro il mito. Resta da capire quanto spazio verrà dato agli aspetti più controversi della sua biografia, nodo inevitabile quando si racconta una figura tanto amata quanto divisiva. Se riuscirà a trovare un equilibrio tra celebrazione e complessità, il film potrebbe trasformarsi non solo in un tributo spettacolare, ma anche in una riflessione sul prezzo della fama e sulla fragilità che spesso si nasconde dietro le icone globali.

IL DIAVOLO VESTE PRADA 2

Vent’anni dal primo film, Il diavolo veste Prada 2 torna a farci entrare nei corridoi impeccabili - e spietati - della redazione di Runway L’uscita nelle sale italiane è prevista per il 29 aprile e l’attesa è comprensibilmente alta: il film del 2006 non è stato soltanto una brillante commedia sul mondo della moda, ma una vera icona pop capace di raccontare con ironia e precisione le dinamiche del lavoro, dell’ambizione e dei sacrifici richiesti per emergere. Nel sequel ritroviamo Andy Sachs (Anne Hathaway), ormai giornalista affermata, che torna a lavorare per la rivista con un ruolo di maggiore responsabilità. Il suo ritorno, però, avviene sotto lo sguardo - o forse sarebbe meglio dire sotto l’indifferenza - della temibile Miranda Priestly, sempre interpretata da una magnetica Meryl Streep, che nel trailer sembra non ricordarsi affatto di lei. Accanto a loro riappaiono anche Emily Blunt nei panni dell’implacabile Emily Charlton, oggi potente figura nel mondo del lusso, e Stanley Tucci, ancora una volta elegante e affettuosamente ironico come Nigel. La trama resta per ora avvolta nel mistero, ma è chiaro che il film proverà a raccontare un mondo della moda cambiato, attraversato da crisi editoriali e nuove regole mediatiche. Più che la nostalgia, però, a incuriosire è la possibilità di rivedere questi personaggi confrontarsi con il tempo che passa e con le ambizioni che, in fondo, non cambiano mai davvero.

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▪ se acquistato per il dipendente, non concorre a formare il reddito di lavoro o fino a 1.000€ all'anno e fino a 2.000 € per chi ha figli a carico,

▪ quando costituisce omaggio aziendale a clienti e fornitori, è deducibile secondo le regole previste per la deducibilità delle spese di rappresentanza (Decreto Legge 112/2008).

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FORMAZIONE: COMPETENZE PER AFFRONTARE LE SFIDE DEL FUTURO

APRI Formazione è lo strumento operativo di Confprofessioni per la formazione e ha lo scopo di assistere i professionisti nel fronteggiare le sfide dettate dalle trasformazioni tecnologiche, economiche e sociali attraverso lo sviluppo di competenze. APRI Formazione progetta e gestisce corsi di formazione e progetti finanziati e si avvale delle strutture del Sistema Confprofessioni per monitorare in modo efficace i fabbisogni del mondo delle libere professioni. In particolare attraverso l’Osservatorio delle libere professioni, l’organismo di Confprofessioni per la produzione di studi, ricerche, rapporti ricorrenti sulle trasformazioni in corso nel vasto mondo delle libere professioni. La continua interazione con gli stakeholder e con le diverse associazioni di professionisti della Confederazione consente di anticipare i fabbisogni del mondo delle libere professioni, di cogliere le opportunità di crescita e di divulgare le buone pratiche sviluppate nei territori.

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La competitività italiana non si gioca solo sulla crescita del Pil, ma sulla trasformazione del modello produttivo. Il Rapporto sulla competitività dei settori produttivi 2026 dell’Istat conferma un messaggio ormai inequivocabile: l’Italia resta una potenza manifatturiera, ma la sua crescita è frenata da nodi strutturali che non si risolvono nel breve periodo. La fotografia che emerge non è quella di un sistema in crisi, bensì di un Paese che fatica a trasformare le proprie eccellenze in un vantaggio diffuso e duraturo. Il primo elemento critico riguarda la produttività, che continua a crescere meno rispetto ai principali partner europei. Il problema non è solo quantitativo, ma qualitativo: una parte rilevante del sistema produttivo è concentrata in settori a minore valore aggiunto, mentre quelli più dinamici non riescono ancora a trainare l’intero Paese. A questo si aggiunge la struttura frammentata delle imprese italiane, dominata da micro e piccole aziende spesso poco capitalizzate. Le poche grandi realtà esportatrici convivono con una base produttiva più fragile, meno innovativa e con limitata capacità di investimento in ricerca e sviluppo. Il risultato è un sistema a due velocità. Il Rapporto evidenzia anche una crescente esposizione alle incertezze globali: catene del valore più instabili, dipendenza da input esteri e shock geopolitici rendono alcuni settori vulnerabili. La competitività, oggi, non significa solo esportare di più, ma resistere meglio alle crisi. Sul fronte dell’innovazione, il divario con i principali competitor resta evidente. Digitalizzazione e nuove tecnologie avanzano, ma in modo diseguale, con le Pmi ancora indietro rispetto alle grandi imprese. La conclusione è netta: senza un salto di produttività, senza innovazione diffusa e senza un rafforzamento dimensionale delle imprese, la competitività italiana rischia di restare incompiuta. Le eccellenze non mancano, ma da sole non bastano a cambiare la traiettoria del sistema.

di Giovanni Francavilla
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