CULTURA
L’eredità culturale delle Olimpiadi

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CULTURA
L’eredità culturale delle Olimpiadi

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(clicca sul titolo dell’articolo per accedere ai link)
Il riequilibrio incompiuto di Ludovica Zichichi
La trasparenza retributiva non basta di Elisabetta Ruspini
Parità, dove correggere il tiro di Diana Larenza
Le professioniste si raccontano di Nadia Anzani e Isabella Colombo
Definisci professione di Laura Ciccozzi
Vietato parlare di disastri naturali di Andrea Ciffolilli e Marco Pompili
Mercosur, un’intesa fragile di Edoardo Rinaldi
Dialogo sociale, una leva per l’equality di Martina Gherlenda
Non basta aprire la porta di Daniele Noce
L’algoritmo entra in sala operatoria di Matteo Durante
Figli di Ippocrate di Carlo Valente
Quando i contenuti generano contatti di Giorgio Maresca
Corri che ti passa di Isabella Colombo
L’eredità culturale delle Olimpiadi di Romina Villa
Architetto d’alta quota di Roberto Carminati
Guarda come mangi di Carlo Bertotti
L’Editoriale di Marco Natali
News From Europe a cura del Desk europeo di ConfProfessioni
Pronto Fisco di Lelio Cacciapaglia e Maurizio Tozzi
Welfare e dintorni
Piccolo & Grande Schermo di Giacomo Camelia
Recensioni di Luca Ciammarughi
In Vetrina in collaborazione con BeProf
Post Scriptum di Giovanni Francavilla




Si laurea in Giurisprudenza nel 2015. Dopo l’abilitazione all’esercizio della professione forense, consegue l’LL.M. presso la Queen Mary University di Londra. Dal 2022 lavora nell’Ufficio studi e rapporti istituzionali di Confprofessioni, come responsabile del PNRR, dei fondi europei e degli incentivi alle imprese. Nel 2025 consegue il dottorato di ricerca in diritto pubblico presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, con una tesi in materia di responsabilità sociale di impresa.
Economista, esperto di politica di coesione, Principal Consultant presso Ecorys Italy. Ha condotto numerosi progetti di ricerca e analisi per la Commissione Europea, il Parlamento Europeo, e valutato interventi nazionali e regionali. Dottorato in Economia Politica presso l’Università Politecnica delle Marche e Master of Science in Technology and Innovation Management presso lo SPRU, Science & Technology Policy Research Unit, University of Sussex.
È un Innovation Manager accreditato presso il MIMIT, con oltre trent’anni di esperienza in agenzie pubblicitarie nazionali e internazionali e nel marketing omnicanale. Amministratore Unico di Blue Communication Consulting, è specialista in Brand Strategy, Digital Innovation e progettazione integrata ATL/BTL. Svolge Docenze a progetto in Business School su temi di comunicazione, digital marketing e storytelling. Ha ricoperto incarichi in associazioni di categoria e fondazioni ed è attualmente Delegato Provinciale Roma – Lazio in AssoretiPMI.
Principal consultant ad Ecorys, è esperto in analisi e valutazione delle politiche di sviluppo regionale, del lavoro e delle politiche di coesione europee. Si interessa di metodologie di ricerca ed analisi. Ha coordinato e partecipato a vari progetti di ricerca e valutazione, a livello nazionale (MIUR, Ministero del lavoro, Ministero dello sviluppo economico, Regione Lombardia, Toscana, Basilicata, Friuli-Venezia Giulia, Regione del Veneto) e internazionale (DG Regional and Urban policy e DG Employment). Economista, ha conseguito un Master in Economia dello sviluppo locale presso l’Università di Parma.


Elisabetta Ruspini Ludovica Zichichi
Docente di Sociologia presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. I suoi interessi di ricerca riguardano gli studi femministi e sulle donne, le disuguaglianze di genere, i processi di avvicendamento generazionale, la ricerca longitudinale. Ha pubblicato numerosi libri (sia volumi di cui è autrice che curatrice e numeri di riviste), articoli di riviste e documenti presentati a conferenze, seminari e workshop nazionali e internazionali in questi campi.
Laureata in Scienze Statistiche all’Università La Sapienza di Roma, è ricercatrice senior dell’Osservatorio delle Libere Professioni di Confprofessioni, struttura di ricerca che analizza e monitora l’evoluzione del lavoro professionale in Italia e in Europa. Nell’ambito delle attività dell’Osservatorio partecipa alla progettazione e alla realizzazione di studi e analisi statistiche, contribuendo alla redazione dei Rapporti nazionali e territoriali e alla pubblicazione di report tematici e approfondimenti dedicati alle principali trasformazioni del settore. Si occupa dell’elaborazione e dell’interpretazione di dati provenienti da fonti ufficiali nazionali ed europee, con particolare riferimento alle dinamiche occupazionali e reddituali, all’andamento del potere d’acquisto, alle differenze territoriali e di genere e ai cambiamenti strutturali che interessano le libere professioni. È membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione e Centro di Cultura Scientifica Ettore Majorana di Erice.
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La parità di genere negli studi professionali non è tabù, ma una questione strutturale che interroga la qualità del nostro mercato del lavoro e, più in profondità, la tenuta democratica del sistema economico. Gli studi professionali rappresentano un’infrastruttura essenziale del Paese: producono servizi ad alto valore aggiunto, accompagnano imprese e cittadini nei passaggi più delicati della loro vita economica e sociale. E proprio per questo hanno il dovere di essere laboratorio avanzato di equità e innovazione.
Molti passi avanti sono stati compiuti, anche attraverso gli strumenti messi in campo dal Ccnl degli studi professionali e, quindi, declinati nel concreto dal sistema della nostra bilateralità. Nel mondo delle professioni, dove il merito, la competenza e la responsabilità individuale sono valori fondanti, non può esserci spazio per disparità non giustificate. Eppure i dati ci dicono che le donne, pur rappresentando una quota crescente dei
collaboratori e dei professionisti abilitati, incontrano ancora ostacoli nei percorsi di carriera, nell’accesso alle posizioni apicali e nella piena valorizzazione economica del proprio contributo.
Per troppo tempo il differenziale retributivo di genere è rimasto nascosto tra pieghe contrattuali opache o prassi organizzative mai formalizzate. E oggi siamo ancora lontani dall’obiettivo finale, soprattutto per quanto riguarda la parità salariale. Ci hanno provato in molti, dalle istituzioni politiche alle parti sociali, fino alle imprese e agli studi più evoluti; ma siamo ancora nel bel mezzo di un percorso a ostacoli che affonda le sue radici in un modello culturale postindustriale, difficile da sradicare. Nelle ultime settimane, il dibattito ha ripreso intensità anche in Italia, a seguito del via libra del Consiglio dei Ministri allo schema di decreto legislativo di recepimento della Direttiva UE 2023/970 che punta a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne (ne parliamo compiutamente nella storia di copertina di questo numero de il Libero Professionista Reloaded). La direttiva non si limita a enunciare un principio, ma introduce strumenti concreti: obblighi informativi, criteri oggettivi di valutazione delle retribuzioni, meccanismi di verifica e, se necessario, di correzione delle disparità. In linea di principio, la direttiva europea sulla trasparenza salariale può rappresentare un cambio di paradigma; una svolta culturale prima ancora che normativa. Soprattutto, se saprà coinvolgere seriamente gli attori sociali e la contrattazione collettiva.
Il nostro sistema di relazioni con le rappresentanze dei collaboratori dipendenti ha dimostrato, nel tempo, di saper interpretare i cambiamenti, costruendo soluzioni condivise e sostenibili. La contrattazione collettiva è lo strumento attraverso cui la direttiva europea può tradursi in prassi operative, calibrate sulle specificità organizzative degli studi, spesso di dimensioni medio-piccole.
Dobbiamo lavorare su criteri chiari di inquadramento, su sistemi di valutazione trasparenti, su percorsi di crescita professionale che tengano conto delle competenze effettive e non delle disponibilità “incondizionate” di tempo, che troppo spesso penalizzano chi sostiene carichi di cura. La flessibilità organizzativa, il lavoro agile, i congedi e le misure di welfare contrattuale non sono concessioni, ma investimenti in produttività e capitale umano.
C’è poi un tema di governance. La presenza femminile negli organi decisionali degli studi e delle organizzazioni di rappresentanza è condizione necessaria per un cambiamento autentico (la composizione della Giunta esecutiva di Confprofessioni ne è un esempio virtuoso). Non si tratta cioè di applicare quote in modo meccanico, ma di rimuovere barriere culturali e organizzative che limitano l’accesso delle donne ai ruoli di vertice. La politica ha il compito di accompagnare questo processo con norme chiare e tempi certi di recepimento della direttiva, evitando appesantimenti burocratici che rischierebbero di gravare soprattutto sulle realtà più piccole. Ma la vera sfida resta culturale: trasformare la trasparenza retributiva in leva di modernizzazione, non in mero adempimento formale.
I liberi professionisti intellettuali possono e devono essere protagonisti di questa stagione di riforme. La parità di genere non è un costo, bensì un fattore competitivo. Un sistema professionale che valorizza pienamente il talento femminile è un sistema più giusto, ma anche più forte, capace di rispondere con maggiore efficacia alle trasformazioni economiche e sociali in atto. La direttiva europea ci indica una direzione. Sta a noi, come parti sociali e come rappresentanti del mondo delle professioni, percorrerla con responsabilità, trasformando un obbligo normativo (che per ora riguarda solo gli studi di grande dimensione) in un’opportunità strategica per il futuro del lavoro professionale in Italia.
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I fatti, le analisi e gli approfondimenti dell’attualità politica ed economica in Italia e in Europa. Con un occhio rivolto al mondo della libera professione




La presenza femminile nel mondo della libera professione è in aumento, ma i redditi restano distanti da quelli dei colleghi di sesso maschile. Così l’equilibrio economico rimane un obiettivo da raggiungere
di Ludovica Zichichi Osservatorio delle libere professioni
Dai dati Istat sulle forze di lavoro del 2024 emerge che meno di quattro liberi professionisti su dieci sono donne. La componente femminile si ferma al 37% del totale, un valore in aumento rispetto agli anni precedenti ma ancora distante da una distribuzione equilibrata. La libera professione italiana continua quindi a presentare una netta prevalenza maschile.
L’analisi per età aiuta a leggere la composizione complessiva. Nel confronto tra il 2009 e il 2024, fino a 44 anni la presenza maschile si riduce mentre quella femminile aumenta. Oltre i 44 anni, invece, gli uomini restano nettamente prevalenti e continuano a rappresentare la quota più ampia dei liberi professionisti.
È soprattutto in queste età che si concentra il peso numerico della categoria e che si determina gran parte dello squilibrio


complessivo. La crescita della componente femminile fino ai 44 anni contribuisce a modificare gradualmente la distribuzione per età, ma non è ancora sufficiente a compensare la forte prevalenza maschile oltre i 44 anni, che continua a incidere in modo decisivo sull’assetto complessivo della libera professione.
Ma il vero squilibrio emerge quando si guarda ai redditi. I dati AdEPP, tratti dall’ultimo Rapporto sulla previdenza privata, mostrano che nel sistema delle Casse previdenziali private il reddito medio delle professioniste è sistematicamente inferiore a quello dei colleghi uomini.
Nell’anno di denuncia 2010 il reddito femminile era pari al 61% di quello maschile, mentre nel 2024 il rapporto si attesta al 54%, in lieve recupero rispetto al minimo toccato nel 2023 (53%). In media, una professionista ordinistica percepi-


sce poco più della metà del reddito di un uomo. L’incremento della partecipazione femminile non si è quindi tradotto in una convergenza economica.
Una parte di questo scarto medio riflette la diversa struttura per età. Le professioniste sono mediamente più giovani e negli ultimi anni la crescita della componente femminile si è concentrata nelle fasi iniziali della carriera, quando i redditi sono fisiologicamente più contenuti. Questo effetto di composizione incide sul dato aggregato. Tuttavia, il divario non si esaurisce nella differenza generazionale.
Nel 2024, fino ai 30 anni le donne dichiarano un reddito medio di 15.433 euro contro 20.807 euro degli uomini, pari al 74,2%. Nella fascia 31-40 anni il rapporto scende al 59,4%. Tra i 41 e i 50 anni si registra la distanza più ampia, con 31.389 euro per le donne a fronte di 60.394 euro per gli uomi-
ni, pari al 52%. Anche tra i 51 e i 60 anni il reddito femminile si mantiene poco oltre la metà di quello maschile, con un rapporto del 53,9%. Solo nelle età più avanzate il divario percentuale tende ad attenuarsi, pur restando significativo.
La forbice si amplia proprio nella fase di piena maturità professionale, quando si consolidano clientela, reputazione e struttura dello studio. Questo andamento indica che la distanza non dipende soltanto dall’ingresso più recente delle donne nella professione.
Incidono anche differenze nei percorsi di carriera, nella continuità dell’attività e nell’accesso agli incarichi più remunerativi o alle posizioni di maggiore responsabilità. Nelle età centrali possono pesare inoltre una minore intensità lavorativa o un numero inferiore di ore dedicate all’attività professionale, spesso connessi ai
carichi di cura. Sono dinamiche che, nel tempo, tendono ad ampliare il divario proprio nella fase in cui il potenziale reddituale dovrebbe raggiungere il suo massimo.
La dimensione settoriale conferma questa evidenza. Nell’anno di denuncia 2024, in nessuna delle principali professioni ordinistiche il reddito medio femminile eguaglia quello maschile. Tra gli avvocati il reddito delle donne è pari al 49,7% di quello degli uomini; tra i commercialisti al 53,8%. Differenze molto ampie si osservano anche tra ingegneri, architetti e medici e odontoiatri.
Anche nei casi in cui il divario risulta relativamente più contenuto, il reddito femminile si colloca comunque su livelli sensibilmente inferiori rispetto a quello maschile. La distanza appare quindi diffusa e strutturale, non confinata a singoli
Anni di denuncia 2010-2024.
ambiti professionali. Accanto al mondo ordinistico, una quota rilevante di donne svolge attività professionale nell’ambito della Gestione Separata Inps – Professionisti. In questo comparto la presenza femminile è più significativa e raggiunge il 48% nel 2024.
Sotto il profilo reddituale, tuttavia, i livelli medi risultano inferiori rispetto a quelli delle Casse private e il differenziale tra uomini e donne rimane marcato. Il divario di genere non riguarda quindi soltanto il sistema ordinistico, ma attraversa l’intero lavoro autonomo intellettuale.
La presenza femminile nella libera professione è cresciuta in modo significativo, ma questo avanzamento non si è ancora tradotto in una convergenza reddituale. La partecipazione aumenta, mentre l’equilibrio economico resta un obiettivo ancora da raggiungere. ■
di Elisabetta Ruspini
Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, Università degli Studi di Milano-Bicocca
Si va verso l’attuazione della Direttiva UE 2023/970 che mira a rafforzare il principio della parità salariale tra uomini e donne. Ma la trasparenza potrà incidere realmente solo se accompagnata da investimenti in formazione, strumenti di supporto per i datori di lavoro e da un’adeguata informazione per lavoratrici e lavoratori sui nuovi diritti e sulle modalità per esercitarli. E non solo



All’inizio di febbraio 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato, in esame preliminare, lo schema di decreto legislativo di recepimento della Direttiva UE 2023/970. Tale direttiva, che gli Stati membri dovranno recepire entro il 7 giugno 2026, mira a rafforzare il principio della parità retributiva tra uomini e donne, estendendo gli obblighi di trasparenza sia alla fase di selezione sia al rapporto di lavoro.
Il provvedimento interviene in un mercato del lavoro italiano caratterizzato da marcati divari di genere. Secondo il Rapporto CNEL–ISTAT (2025), nel terzo trimestre 2024 il tasso di occupazione femminile in Italia è il più basso dell’Unione europea (–12,6 punti percentuali rispetto alla media UE), con un divario di genere pari a 17,4 punti, quasi il doppio di quello medio europeo (9,1 punti). Lo stesso Rapporto evidenzia che, nonostante tra il 2015 e il 2022 l’occupazione femminile

sia cresciuta più rapidamente di quella maschile, il differenziale retributivo medio annuo resta superiore a 6.000 euro, anche se si riduce all’aumentare del livello di istruzione.
Incide in modo significativo la maggiore diffusione del part-time tra le donne e la segregazione occupazionale femminile.
Il decreto in discussione prevede nuovi obblighi in materia di trasparenza retributiva. Si applica ai datori di lavoro pubblici e privati e riguarda diverse tipologie contrattuali. La retribuzione è definita in senso ampio: include lo stipendio base e tutte le altre somme o valori riconosciuti dal datore di lavoro, anche in forma non monetaria, comprese le componenti variabili (ad esempio premi, incentivi o provvigioni).
Le principali disposizioni includono:
▪ Trasparenza prima dell’assunzione: le procedure di selezione devono svolgersi in modo non discriminatorio. Le informazioni sulla retribuzione devono essere indicate negli avvisi e nei bandi. Alle/ai candidati non possono essere richieste, né acquisite in altro modo, informazioni sulle retribuzioni percepite in precedenti rapporti di lavoro.
▪ Diritto all’informazione nel corso del rapporto lavorativo: lavoratrici e lavoratori possono richiedere informazioni sui livelli retributivi medi, distinti per genere, relativi a posizioni comparabili (stesso lavoro o un lavoro di pari valore).
▪ Divieto di clausole limitative: sono vietate clausole contrattuali che limitano la facoltà delle/dei lavoratori di rendere nota la propria retribuzione.


▪ Obblighi di reporting: i datori di lavoro con almeno 100 dipendenti devono comunicare annualmente all’organismo di monitoraggio istituito presso il Ministero del Lavoro i dati sul divario retributivo di genere; a tale organismo spettano compiti di raccolta, pubblicazione dei principali indicatori e analisi delle disparità retributive.
▪ Valutazione congiunta: in presenza di una differenza retributiva media di almeno il 5% tra donne e uomini in una categoria professionale, non giustificata da criteri oggettivi e non corretta entro sei mesi, i datori di lavoro sono tenuti a svolgere una valutazione congiunta delle retribuzioni con le rappresentanze del personale.
Le misure di trasparenza previste si propongono di far emergere disparità retributive poco visibili, perché non rilevate in modo sistematico, all’interno dei processi di inquadramento e progressione economica. Tuttavia, il loro impatto effettivo dipende da diversi fattori. Innanzitutto, gli obblighi più stringenti si applicano alle imprese con almeno 100 addetti, che rappresentano una quota limitata del tessuto produttivo italiano: quasi il 79% delle imprese è costituito da microimprese (3-9 addetti), il 18,5% da imprese di piccole dimensioni, mentre quelle medie e grandi rappresentano complessivamente meno del 3% (ISTAT, 2023).
Inoltre, l’applicazione di concetti come “lavoro di pari valore” – inteso come attività che, pur diverse, richiedono un livello equivalente di competenze, responsabilità, impegno e condizioni di lavoro, sulla base di criteri oggettivi e neutrali sotto il profilo del genere – richiederà criteri operativi puntuali e strumenti di valuta-

zione condivisi, nonché un efficace coordinamento tra legge e contrattazione collettiva. Un ulteriore aspetto riguarda le procedure per la raccolta, l’organizzazione e la trasmissione dei dati retributivi e per il confronto con le rappresentanze del personale. I nuovi obblighi di reportistica richiederanno strumenti organizzativi adeguati, con un ruolo centrale dell’organismo di monitoraggio nel coordinamento e nella definizione di indicazioni operative per i datori di lavoro.
La bozza di decreto ha aperto un dibattito pubblico nel quale la voce delle donne delle organizzazioni sindacali e delle associazioni impegnate sul tema delle pari opportunità assume un ruolo rilevante. Diverse organizzazioni sindacali (tra cui la
Fisac Cgil) hanno accolto positivamente il recepimento della Direttiva UE 2023/970, sottolineando come l’opacità salariale abbia reso nel tempo più difficile individuare e correggere il gender pay gap. Allo stesso tempo, è stato evidenziato che la trasparenza, se non accompagnata da un rafforzamento della contrattazione collettiva, da robuste misure di sostegno alla conciliazione e da strumenti di monitoraggio e sanzioni efficaci, rischia di non incidere sulle cause strutturali delle disuguaglianze. Valore D – rete di imprese impegnata in Italia sui temi dell’inclusione e della parità di genere – ha evidenziato come la trasparenza retributiva possa rafforzare la meritocrazia e la capacità delle aziende di attrarre e trattenere talenti. Al contempo, è stata richiamata la necessità di accompagnare le imprese, soprattutto
quelle di minori dimensioni, con strumenti applicativi chiari, indicazioni operative e percorsi formativi ad hoc.
ALCUNE CONSIDERAZIONI
Il decreto rappresenta un passaggio rilevante nell’attuazione della direttiva europea. La trasparenza salariale potrà però incidere realmente solo se accompagnata da investimenti in formazione e strumenti di supporto per i datori di lavoro, nonché da un’adeguata informazione per lavoratrici e lavoratori sui nuovi diritti e sulle modalità per esercitarli. L’efficacia concreta dipenderà inoltre dalle attività di coordinamento e dalle indicazioni operative che saranno definite a livello ministeriale, oltre che dalla capacità di aziende e imprese di integrare stabilmente la trasparenza nei propri processi organizzativi. ■


Ufficio Studi di Confprofessioni
L’iter per il recepimento della direttiva Ue è iniziato anche in Italia ma, per Confprofessioni, ci sono alcuni margini di miglioramento. Perché solo integrando strumenti giuridici efficaci a un cambiamento culturale diffuso sarà possibile raggiungere una vera parità retributiva. Il ruolo delle parti sociali

Uno dei temi più dibattuti sul piano giuslavoristico degli ultimi mesi è il recepimento in Italia della direttiva UE 2023/970 del Parlamento europeo e del Consiglio sulla trasparenza retributiva, che dovrà essere recepita dagli stati membri entro il 7 giugno 2026. Il 5 febbraio scorso il Consiglio dei ministri italiano ha approvato, in esame preliminare, lo schema di decreto legislativo finalizzato ad attuare la direttiva, volta a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore attraverso la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione.
L’attuazione della direttiva 2023/970, affrontando questioni di nodale importanza per il mercato del lavoro italiano, ha generato diverse riflessioni tra addetti ai lavori, imprese, professionisti, e lavoratori cui verranno applicate le nuove regole. La direttiva ha infatti un impatto rilevante non solo sotto il profilo giuridico, ma anche sul piano culturale e organizzativo, poiché porta il tema della parità retributiva da una dimensione prevalentemente etica a una dimensione gestionale delle relazioni di lavoro.
RISCHIO OPACITÀ
La trasparenza retributiva delineata dallo schema di decreto riguarda infatti sia la fase precedente l’assunzione, dedicata ai candidati a un impiego, sia il diritto di informazione, non sulla retribuzione dei colleghi, singolarmente intesi, bensì sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie di lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore. È opportuno, a tal proposito, riportare l’attenzione sulle definizioni di retribuzione e di livelli retributivi contenute nello schema di decreto italiano. In particolare, mentre la retribuzione comprende tutte le somme versate dal datore di lavoro direttamente o indirettamente, anche in

natura, al lavoratore, in relazione al rapporto di lavoro (si pensi a tutte le misure di welfare) ricalcando, nei fatti, integralmente, quanto previsto dalla direttiva, i livelli retributivi riguardano invece la retribuzione lorda annua e la corrispondente retribuzione oraria lorda, ad esclusione dei trattamenti economici individuali non strutturali quali componenti retributive riconosciute su base personale e fondate su criteri oggettivi individuali.
La definizione di livello retributivo, nello schema di decreto italiano, si discosta quindi sensibilmente da quella della direttiva che, invece, definisce livello retributivo la retribuzione annua lorda e la corrispondente retribuzione oraria lorda, senza prevedere esclusioni. Quanto precede rappresenta una delle principali fonti di dibattito, poiché, da un lato, si ritiene che si vada ad incidere sulla ratio del provvedimento, rimanendo, nei fatti, non “trasparenti” al-
cuni trattamenti economici ad personam, rappresentativi, talvolta, delle differenze retributive di genere; dall’altro si ritiene che la scelta di concentrare il confronto sulle componenti strutturali della retribuzione rispecchi la capacità dell’impresa di valorizzare il merito, purché le eventuali differenze siano motivate e riconducibili a criteri oggettivi e documentabili.
Un’ulteriore riflessione sollecitata dal testo dello schema di decreto italiano riguarda il ruolo attribuito alle parti sociali. La direttiva riconosce che i sistemi nazionali per la determinazione dei salari sono affidati in primo luogo ai contratti collettivi; in linea con tale impostazione, lo schema di decreto legislativo conferma, opportunamente, una posizione centrale agli attori sociali, promuovendo la cosiddetta contrattazione “di qualità”. Questa impostazione trova espressione
nella previsione dell’art. 4 dello schema di decreto, che individua una presunzione di conformità ai principi di parità retributiva e di trasparenza nell’applicazione dei contratti collettivi nazionali di lavoro stipulati da organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.
Ciò rappresenta certamente un passo importante per il contrasto alla cosiddetta contrattazione pirata, e parimenti impulso per le parti sociali più rappresentative di affinare l’attenzione sui sistemi di classificazione professionale, inquadramento e trattamento economico nelle fasi di rinnovo contrattuale. Tuttavia, se da un lato viene valorizzata la contrattazione collettiva di qualità; dall’altro il recepimento delle nuove regole porterà certamente a nuovi oneri sul piano dell’organizzazione delle aziende.
Una considerazione particolare è quindi da dedicare al mondo delle micro, piccole e medie imprese, tra le quali generalmente si annoverano gli studi professionali. Il legislatore europeo cita più volte questa categoria di interlocutori per assicurare, da un lato, una applicazione facilitata dei principi della direttiva e, dall’altra, per evitare ulteriori oneri amministrativi per le piccole realtà. Ebbene, lo schema di decreto italiano ha escluso alcune incombenze per tali soggetti, come l’informativa sui criteri per la progressione economica (cui non sono tenuti i datori di lavoro con meno di cinquanta dipendenti) o le comunicazioni sul divario retributivo di genere di cui all’art. 9 (che si applicano ai datori di lavoro con almeno cento dipendenti).
Si rileva infine l’esclusione dall’applicazione del decreto ad alcune tipologie contrattuali, quali il contratto di apprendistato e il lavoro intermittente, mentre non viene espressamente disciplinata la
casistica del lavoro in somministrazione. In questo contesto, il legislatore italiano sta dunque procedendo al recepimento della direttiva, non senza dibattiti interni e margini di miglioramento. Sarà fondamentale, ancora una volta, il dialogo costruttivo con le parti sociali per accompagnare, da un lato, l’attuazione delle nuove regole e dall’altro l’evoluzione culturale del mercato del lavoro verso un modello realmente paritario. Generalmente, infatti, le disuguaglianze non si annidano in norme esplicitamente discriminatorie, bensì in modelli organizzativi e sociali ancora poco inclusivi, si pensi alla scarsa condivisione del lavoro di cura, derivante anche dalla mancata disponibilità dei servizi ed infrastrutture per l’accudimento. Solo integrando strumenti giuridici efficaci e un cambiamento culturale diffuso sarà quindi possibile percorrere la strada maestra verso la parità retributiva. ■

Tre storie di donne che lavorano in tre ambiti professionali diversi: un avvocato, un medico e un architetto. Ognuna di loro alle prese con lavoro, marito, figli e… parità di genere di Nadia Anzani e Isabella Colombo
«NL’AVVOCATO: L’EQUITÀ INIZIA DAL REDDITO
el mondo dell’avvocatura, come nel resto delle libere professioni, si è registrato nell’ultimo decennio un incremento della presenza delle donne che, secondo gli ultimi dati messi a disposizione dall’Osservatorio delle Libere professioni di Confprofessioni è stata pari nel 2024 al 46,1%», racconta Giulia Maddalena, 39 anni, avvocatessa esperta in diritto del lavoro e titolare dell’omonimo studio con sede in Bologna.
D. Il fatto che la professione di avvocato sia sempre più femminile è sufficiente per poter parlare di parità di genere in questo settore professionale?
A una quasi sostanziale parità numerica non corrisponde una parità reddituale,
se si considera che secondo il X Rapporto sulle libere professioni in Italia, presentato lo scorso anno sempre dall’Osservatorio delle libere professioni, le avvocatesse dichiarano un reddito del 49,7% inferiore a quello dei colleghi di genere maschile. Un gap tutt’altro che trascurabile dovuto a una pluralità di fattori tra cui quello settoriale: le avvocatesse spesso si occupano di ambiti del diritto meno redditizi di quelli dei colleghi uomini e questo anche per ragioni legate sia al ruolo che molte colleghe hanno all’interno degli studi legali, dove si registra il fenomeno del cosiddetto soffitto di cristallo, sia per stereotipi di genere che spesso induco i clienti a prediligere il collega uomo.
D. Sulla tematica reddituale, incidono anche le differenti opportunità
di carriera che risentono, oltre che dei divari di genere, anche di quelli territoriali e generazionali?
Le giovani donne subiscono un divario reddituale già nella fase di accesso al mercato del lavoro che si consolida nel tempo anche a causa degli arresti di carriera connessi alla maternità, soprattutto qualora non possano contare su un “welfare familiare”, tanto che, sempre sulla base dei dati raccolti dall’Osservatorio delle Libere Professioni nello studio Le donne nella libera professioni in Italia, il 79% delle donne intervistate nel 2024 ha riferito di ritenere che avere un figlio può compromettere la carriera.
D. A queste difficoltà si aggiungono poi quelle di carattere generazionale, non essendo all’interno degli studi legali, sia familiari che non, sempre agevole garantire un efficace passaggio generazionale...
Il divario permane anche superata la fase di ingresso nel mercato del lavoro, in quanto le problematiche connesse alla conciliazione vita lavoro non vengono meno nel percorso professionale delle donne, dove alla cura dei figli spesso subentra quella di genitori/parenti anziani o malati, di cui spesso le professioniste sono chiamate a farsi carico, consolidando il gender pay gap.
D. Che fare?
Il punto da cui partire sarebbe proprio quello di riuscire a intervenire con politiche volte, da un lato a migliorare il welfare anche nel mondo delle libere professioni e, dall’altro, ad attenuare la differenza reddituale, al fine di consentire alle donne libere professioniste, grazie a redditi più elevati, di delegare, almeno in parte, le attività di cura a vantaggio della propria attività professionale.

D. In questa direzione il decreto sulla trasparenza retributiva tra uomini e donne attualmente al vaglio del Governo potrebbe aiutare?
È sicuramente uno strumento importante, seppur a oggi circoscritto al lavoro dipendente, per i principi nello stesso espressi, primo tra tutti il divieto di discriminazioni retributive dirette e indirette fondate sul genere. Tale principio dovrebbe trovare piena attuazione anche nel mondo delle libere professioni, mettendo le donne, grazie anche ad un adeguato sistema di welfare, nelle condizioni di avere le stesse opportunità dei colleghi uomini. Raggiungere la parità retributiva di genere non dovrebbe essere percepito come obiettivo solo femminile, se si considerano i vantaggi economici e sociali che la stessa porterebbe a livello collettivo.
Alessandra Taraschi è medico di medicina generale a Torino. Dopo gli studi ha intrapreso di pari passo con l’attività professionale, quella istituzionale. È attualmente membro del Consiglio Regionale Generale della Federazione dei medici di famiglia (FIMMG) Piemonte e del Consiglio Direttivo dei Medici Chirurghi dell’OMCeO di Torino. Far parte degli organi rappresentativi le ha dato la possibilità di vedere fino a che punto le donne medico siano integrate.
Almeno, «limitatamente alla libera professione e alla medicina generale», precisa Taraschi. «Il numero crescente di donne medico ha favorito una grande apertura e io stessa vedo nei medici uomini la volontà di coinvolgere le giovani colleghe e nessun ostruzionismo. Con l’eccezione di qualche collega molto anziano e di vecchio stampo».
D. La parità è quindi una conquista generazionale?
Tra colleghi sì, con i pazienti è un po’ più complicato. All’inizio della mia carriera, quando sostituivo altri medici, qualcuno mi chiedeva “quando arrivava il dottore”, oppure si rivolgeva con più convinzione e fiducia al maschio, nonostante fosse un tirocinante, piuttosto che a me, il medico. Le cose sono cambiate quando ho aperto il mio studio e stampato in bella vista il mio nome sulla targhetta.
D. La diffidenza arriva più dagli anziani o dai giovani?
Difficile generalizzare, ma se gli anziani sono meno aperti, i giovani a volte lo sono troppo, fino a rischiare di sconfinare anche loro nella mancanza di rispetto: la prima volta che vengono in studio mi
danno del tu. Non so se fanno lo stesso con i colleghi uomini.
D. Da mamma, come riesce a conciliare?
La grande fortuna dei medici di famiglia è poter contare sulla rete per le sostituzioni, come nel caso della maternità e, dopo, poter decidere gli orari dello studio. Io li ho modificati in base alle mie nuove esigenze personali e familiari. Aiuta molto il fatto di lavorare in team con gli altri medici di famiglia grazie agli AFT, le Aggregazioni Funzionali Territoriali istituite in Piemonte.
D. I medici devono essere sempre reperibili, questo la mette in difficoltà più di quanto accada ai colleghi uomini?

Serve la capacità di stabilire regole chiare e autorevoli con i pazienti perché usino il telefono solo per le reali urgenze. Altrimenti, la vita privata rischia di essere costantemente contaminata dal lavoro, con grande difficoltà di conciliazione, soprattutto per chi ha figli, uomo o donna.
D. La conciliazione passa per la suddivisone dei ruoli in famiglia?
Dipende da cosa si intende per ruoli: le incombenze pratiche sono equamente suddivise, il carico mentale un po’ meno. Alla fine siamo sempre noi donne a tenere le redini, programmare, decidere... I compagni “aiutano”. Ma non c’è ostruzionismo da parte loro, né colpa. Credo sia fisiologico. Per noi donne è naturale avere uno sguardo più ampio sulle cose, prevedere
Ve pianificare. Inoltre, ci sono ruoli che per natura appartengono soprattutto a noi, come la cura di un bambino nelle prime fasi della sua vita.
D. Questo vuol dire che una reale parità non è possibile?
Anche qui dipende da cosa intendiamo per parità. Quella di scelta sì, è possibile. Prima di avere un bambino credevo nella perfetta suddivisione dei ruoli, adesso mi rendo conto che sono io stessa a prendere su di me la maggior parte del carico familiare. Ma non lo faccio perché mi sento in dovere o costretta, né perché non ho alternative. Lo faccio perché mi gratifica anche se mi affatica. E conosco tante colleghe mamme organizzatissime e stanchissime ma realizzate e felici.
L’ARCHITETTA: AVERE UN CARATTERE FORTE AIUTA
alentina Giampiccolo svolge la professione di architetto a Ragusa. Dopo gli studi e un periodo di lavoro all’estero, è tornata in Sicilia per aprire a Ragusa StudioGUM, un progetto che le consente di stabilire legami artistici e professionali sul territorio e oltre confine.
Quando le si chiede se nel suo ambiente esiste discriminazione di genere risponde: «Nell’ambito dell’architettura, le donne sono una realtà consolidata da tanti anni e a me non è mai capitato di vivere situazioni discriminatorie né dal punto di vista professionale né da quello economico. Al contrario, come donna spesso mi è capitato di essere avvantaggiata nel rapporto con i clienti».
D. In che senso?
Gestisco lo studio insieme a mio marito e a volte capita che i clienti, o le maestranze, tendano a rivolgersi a me. Probabilmente per le doti di praticità e diplomazia pretta-
mente femminili. Ma ci sono anche situazioni in cui altre caratteristiche femminili, come la meticolosità e l’insistenza, fanno storcere il naso. Così a volte mi danno della rompiscatole. Anche se non credo sia una questione di genere.
D. Questo la mette in difficoltà?
No, lo trovo sfidante. E in ogni caso, se non riesco a ripristinare un dialogo costruttivo, c’è il piano B, mio marito. Il vantaggio di lavorare insieme, uomo e donna, sta nella possibilità di utilizzare l’approccio più congeniale a ogni situazione. In questo senso, più che la discriminazione io sperimento quotidianamente l’integrazione.
D. Neanche in cantiere, ambiente maschile, le capita di sentirsi a disagio?
No, semmai divertita, quando qualcuno, nel dubbio se chiamarmi architetto o architetta, mi chiama signora.
D. Le dà fastidio?
Mi fa sorridere e non percepisco un demansionamento, perché non si traduce in fatti e perché non ho il preconcetto della “discriminazione”. In casi più fastidiosi, come quel collega vecchio stampo che conosco da tempo e mi parla ancora con sufficienza, uso l’ironia, l’arma più efficace per rispedire al mittente le cattive intenzioni.
D. È sempre stato così per lei?
Se guardo indietro negli anni, quando svolgevo i miei stage in altri studi professionali, ricordo con un po’ di amarezza i congedi. Quando a un certo punto decidevo che la mia esperienza lì era finita, il capo si sentiva in dovere di ricordarmi che, con tutti gli architetti in giro, non avrei trovato lavoro.

D. Questo l’ha scoraggiata?
Al contrario. Ho aperto quasi subito il mio studio con mio marito-collega e gestito sempre tutto in equilibrio e serenità.
D. Quanto tutto questo è dovuto a un carattere forte più che a una mancanza di pregiudizio da parte degli uomini?
Riconosco che avere un carattere forte aiuta. Conosco colleghe che lamentano la difficoltà di riuscire a fare sentire la loro voce, a essere incisive e autorevoli. Ma in generale abbiamo fatto tanta strada nella consapevolezza e credo che la maggior parte delle professioniste oggi conosca il proprio valore. Proprio in questo periodo stiamo lavorando con uno studio all’estero di sole donne con portfolio e carriere brillanti.
D. Come concilia vita privata e lavoro?
Per me è facile perché con mio marito condivido i compiti dentro e fuori casa. So che questa suddivisione è fondamentale, soprattutto per chi ha figli, come le collaboratrici che lavorano con noi. Devono faticare il doppio dei colleghi uomini per stare al passo e io, da donna, so quanto è importante garantire quella flessibilità che permetta loro di conciliare famiglia e professione. ■

Le storie, i personaggi e le notizie di primo piano commentate dalle più autorevoli firme del mondo della politica, dell’economia, dell’università e delle professioni






Il disegno di riforma tracciato dal Governo rischia di creare un sistema incoerente e competitivo al ribasso tra le professioni e una corsa all’accaparramento di riserve di alcune categorie a scapito di altre. Uno schema che penalizza anche le aggregazioni professionali. E non risolve l’annosa questione sulla rappresentanza e sul ruolo degli ordini


Definizione delle attività riservate alle singole categorie professionali, formazione, equo compenso e, soprattutto, organizzazione degli ordini: queste le tematiche al centro del confronto parlamentare di questi giorni sulla riforma degli ordinamenti professionali. Ma il dibattito, prima che sul merito, si concentra sul metodo. Sotto questo profilo, Confprofessioni ha criticato la scelta di frammentare la riforma in quattro diversi disegni di legge delega: forense, commercialisti ed esperti contabili, professioni sanitarie e altre professioni regolamentate in forma ordinistica. Nel corso dell’audizione in Senato, il vicepresidente Andrea Dili ha dichiarato «è necessario un intervento organico di sistema, con la definizione di confini chiari e principi generali comuni. Altrimenti vi è il rischio di creare un sistema incoerente e competitivo al ribasso tra le professioni e una corsa all’accaparramento di riserve di alcune categorie professionali a scapito di altre. Del resto, la certezza del perimetro dell’attività professionale è un elemento essenziale non solo per la tutela dell’utenza, ma anche per la definizione e il consolidamento dell’identità del professionista». E la tendenza alla settorializzazione danneggia anche il valore aggiunto delle aggregazioni professionali, che sta evidentemente nella capacità di integrare competenze diverse per offrire servizi personalizzati e multidisciplinari come richiede il mercato. Pertanto, «creare modelli di Stp separati per ogni categoria, replicando e moltiplicando esperienze settoriali come le società tra avvocati, significherebbe indebolire la competitività delle libere professioni e ostacolare

la crescita degli studi». Nel merito, il processo di riforma intrapreso dal Governo è un’occasione formidabile per l’adeguamento e la modernizzazione della cornice regolativa delle libere professioni, quale condizione indispensabile per uno sviluppo economico e organizzativo di attività essenziali per la crescita dell’intera economia italiana. Non vi è dubbio, infatti, che gli ordinamenti professionali necessitino di essere periodicamente revisionati per adeguarli alle trasformazioni sociali, tecnologiche e del mercato. E questa esigenza è tanto più avvertita oggi, a seguito di una stagione di selvaggia deregolamentazione durata vent’anni.
Alcuni temi storicamente cari a Confprofessioni, attinenti alla con-
dizione delle libere professioni nel mercato dei servizi, rientrano nel perimetro della riforma: formazione, equo compenso, aggregazioni. Ma il vero cuore è rappresentato dalla riorganizzazione degli ordini professionali, che sono stati gli unici interlocutori del Governo durante il processo di redazione. Mentre, la mancanza di un confronto preliminare con le componenti associative del mondo professionale ha fatto sì che siano state trascurate altre priorità che queste ultime avrebbero potuto sostenere. Ad esempio, su diciassette criteri direttivi che compongono l’articolato del disegno di legge delega dei commercialisti, ben sette riguardano il funzionamento del Consiglio Nazionale. All’origine di questa “sfocatura” si colloca una perdurante incomprensione circa il ruolo e la natura degli ordini, che occupano una posizione
ordinamentale inadeguata per rappresentare le esigenze degli iscritti e prospettare soluzioni normative in sintonia con una società e un mercato in trasformazione.
A partire dal riconoscimento dell’indipendenza e dell’autonomia intellettuale del libero professionista, a fronte del rapido sviluppo di tecnologie che sono in grado di incidere sulla natura stessa dell’attività professionale e che potranno essere inglobate positivamente negli studi solamente a patto di colmare il gap oggi esistente tra il mondo universitario, da una parte, e il mondo delle professioni, dall’altra. Non è sufficiente riformare la disciplina dell’esame di Stato: occorre piuttosto procedere alla revisione dei percorsi universitari preordinati

al conseguimento delle qualifiche professionali attraverso una maggiore collaborazione tra le università e le associazioni professionali, allo scopo di attivare processi di trasferimento di sapere tecnologico e di formazione permanente. E ancora, progettare canali di studio dedicati per indirizzare gli studenti verso specifici percorsi di carriera. Valorizzare il tirocinio già in fase universitaria, come è previsto dalla riforma della professione di commercialista. E potenziare il ruolo e gli strumenti della formazione continua.
In particolare, al fine di incentivare la competitività e l’evoluzione qualitativa delle prestazioni professionali, tutelando allo stesso tempo i professionisti, sarebbe stato opportuno esplicitare il tema dell’intelligenza artificiale. Definendo i principi guida dell’utilizzo dei sistemi di i.a. nelle professioni intellettuali: il rispetto dei diritti fondamentali; la presenza dell’essere umano quale centro di ogni decisione e di qualsiasi risultato; la conoscenza e l’uso consapevole delle tecnologie; la lealtà, la trasparenza e l’informazione verso il cliente; la tutela della privacy e la cybersecurity; i confini e i limiti della responsabilità professionale. Il fatto che tale tema sia stato completamente ignorato è un’ulteriore dimostrazione del fatto che i disegni di legge delega non perseguono quelle che dovrebbero essere le finalità reali di una riforma della professione, che dovrebbe spostarsi da profili meramente burocratici e di governance interna verso soluzioni capaci di rispondere alle sfide del mercato attuale. ■



di Andrea Ciffolilli e Marco Pompili*
*lavoce.info
Dopo il ciclone Harry e la frana di Niscemi sono arrivate le risorse europee e nazionali per la ricostruzione. Ma i soldi non bastano. Il problema del dissesto idrogeologico legato al cambiamento climatico si risolve anche e soprattutto seguendo i principi del ricostruire meglio, finora assenti nelle politiche di coesione. Il nuovo bilancio europeo potrebbe essere l’occasione giusta per includere le norme del build-back-better


Il ciclone Harry, che ha colpito Calabria, Sardegna e Sicilia con venti fortissimi, piogge torrenziali e intense mareggiate, rientra fra quegli eventi meteorologici estremi la cui frequenza nel Mediterraneo è destinata ad aumentare a causa dei cambiamenti climatici. A fine gennaio, in quelle zone in 72 ore è caduta la stessa quantità di pioggia che solitamente cade in un anno, le raffiche di vento hanno superato i 100 chilometri orari e le onde hanno raggiunto i 10 metri di altezza.
Vi sono state evacuazioni preventive in alcuni comuni, chiusure di scuole e limitazioni alla mobilità nelle zone più vulnerabili. Le regioni interessate hanno richiesto di attivare lo stato di emergenza.
Fortunatamente, monitoraggio e sistemi di allerta hanno consentito di muoversi prontamente evitando che vi fossero vittime. Tuttavia, i danni sono ingenti, finora stimati in oltre 2 miliardi.
Non è corretto in questi casi parlare di “disastri naturali” perché mentre i rischi e gli eventi estremi sono causati dalla natura (cicloni, inondazioni, frane), l’aumento della loro frequenza e le rovine che lasciano sono causati dall’uomo. Forse si tratta di una sottigliezza semantica, ma parlare di disastri naturali nasconderebbe le responsabilità dell’uomo, giustificando il fallimento nella programmazione delle politiche.
Ora si parla di fondi nazionali ed europei per aiuti, messa in sicurezza, ripristino di servizi e

ricostruzione delle infrastrutture. L’Unione europea mette a disposizione un ampio ventaglio di strumenti che coprono tutte le fasi della gestione del rischio legato ai disastri, dalla prevenzione all’emergenza, fino alla ricostruzione.
Includono il servizio Copernicus per le emergenze, che fornisce informazioni chiave agli attori coinvolti negli aiuti, nella gestione dei rischi e dei disastri, il Meccanismo di protezione civile (Ucpm), che sostiene la cooperazione e il coordinamento degli interventi, e il Fondo di solidarietà (Eusf), che fornisce pronta assistenza finanziaria agli stati colpiti dai disastri.
Anche la Politica di coesione è uno strumento importante soprattutto per l’adattamento ai cambiamenti
climatici e la prevenzione del rischio. Tuttavia, come sottolineato in un recente studio per il Parlamento europeo, solo una piccola quota della coesione – il 4,5 per cento – è stata destinata a questi obiettivi nel periodo 2021-2027.
La figura 1 mostra la percentuale di fondi destinata alla gestione dei rischi e all’adattamento ai cambiamenti climatici negli stati membri dell’Ue, e la quota parte di ciascun paese rispetto al totale delle risorse europee dedicato allo scopo.
L’Italia, nonostante l’elevata esposizione e vulnerabilità, assegna a rischi e adattamento circa 2 miliardi di fondi di coesione in sette anni e in termini di percentuale sul totale delle risorse a disposizione non si discosta dalla media comunitaria.
Dedica una quota maggiore dei fondi ai rischi rispetto a paesi centro-settentrionali dell’Ue, ma significativamente meno di altri, come per esempio la Grecia. L’allocazione di questi fondi ai singoli temi viene decisa dagli stati e dalle regioni e non vi sono criteri dettati dall’Ue che tengano conto dell’effettiva vulnerabilità.
Questi dati forniscono comunque una fotografia parziale perché il nostro Paese destina anche altri fondi nazionali ai rischi naturali, quali le risorse messe a bilancio per la protezione civile per gli interventi di emergenza (circa 1,2 miliardi nel 2025). Ci sono poi le risorse messe a disposizione dal Pnrr e dal collegato Pnc (Piano nazionale complementare): pur perseguendo obiettivi più ampi di
transizione verde, possono finanziare interventi specifici relativi a rischi, adattamento ed emergenze.
BUILD-BACK-BETTER
Tutti gli strumenti Ue e nazionali hanno però una debolezza di natura strategica. I fondi per la ricostruzione vengono prevalentemente utilizzati per ripristinare le condizioni precedenti al disastro più che per una ricostruzione a prova di disastri futuri.
Quest’ultima si fonda sul concetto di ricostruire meglio, o build-back-better, e implica un approccio olistico alla gestione del rischio legato ai disastri, che va oltre la mera ricostruzione materiale ed è orientato a rafforzare una resilienza permanente, attraverso la riduzione delle emissioni e della perdita di biodiversità, la
transizione verso un’economia circolare, il sostegno alla ripresa delle comunità colpite, con particolare attenzione alle dimensioni sociali e psicologiche, il rafforzamento della capacità istituzionale locale. I principi build-back-better andrebbero incorporati esplicitamente negli strumenti di intervento europeo e nazionali, se si pensa per esempio al caso di Niscemi in Sicilia dove il terreno sta letteralmente crollando sotto i piedi dei cittadini.
Per quanto riguarda le politiche Ue, è in corso il negoziato sul bilancio 2028-2034, che si configura allo stesso tempo come un rischio e un’opportunità. Il rischio è legato al fatto che la nuova architettura della Politica di coesione si ispira al Pnrr e potrebbe perdere in parte l’impronta territoriale a favore di
una maggiore centralizzazione togliendo uno strumento importante dalle mani delle amministrazioni regionali. L’opportunità è legata al fatto che il negoziato offre una finestra di riforma per includere i principi build-back-better negli strumenti di programmazione territoriale per la gestione dei rischi e l’adattamento climatico e per introdurre criteri di allocazione dei fondi che tengano conto della vulnerabilità dei territori.
Ciò contribuirebbe ad assicurare che ogni euro speso nella ricostruzione all’indomani di un disastro riduca, effettivamente, i rischi futuri, rafforzi la resilienza dei territori e supporti una ripresa giusta e sostenibile invece di restaurare le fragilità che esistevano prima di una calamità come il ciclone Harry o la frana di Niscemi. ■
DELLA POLITICA DI COESIONE (FESR, FONDO DI COESIONE, JTF) DESTINATI ALLA GESTIONE DEI RISCHI E
Fonte: Research for Regi committee (2026), The Use of Cohesion Policy in Disaster Response and Recovery

Per ridurre la dipendenza economica dagli Usa e dribblare il problema legato ai dazi, l’Ue ha rilanciato lo storico accordo del Mercosur, che coinvolge economie chiave dell’America Latina e promette di creare una delle più grandi aree di libero scambio al mondo. Ma non mancano le criticità

L’Ue sta attraversando un periodo di particolare attivismo sul fronte degli accordi commerciali. Negli ultimi anni si sono intensificate le occasioni di confronto con partner asiatici, sudamericani ed arabi per raggiungere intese di varia natura. Le attuali tensioni geopolitiche hanno scosso le priorità del vecchio continente che punta a riallacciare intese che sino a poco tempo fa non sembravano di particolare interesse, né urgenza.
Non senza timori, l’orientamento è quello di ridimensionare la dipendenza strutturale dagli Stati Uniti, senza però compromettere del tutto una relazione che resta strategica. Tale scenario ha spinto l’Unione europea a dover bilanciare autonomia e interdipendenza, rafforzando la propria capacità negoziale e diversificando i partner commerciali in un contesto globale sempre più frammentato e competitivo.
La spinta verso una minore dipendenza dagli USA è maturata soprattutto a causa degli attriti con la presidenza Trump. I dazi introdotti su acciaio e alluminio europei – che forse, è notizia di pochi giorni fa, si vorrebbero ridurre - insieme alla minaccia di ulteriori tariffe su prodotti caratterizzanti il Made in Europe, hanno evidenziato la vulnerabilità dell’Ue sull’asse euroatlantico.
Lo strappo ha portato allo scoperto tutte le debolezze europee, segnando un punto di svolta. Al cospetto di uno storico alleato ormai profondamente mutato, diversi paesi hanno dapprima reagito
con iniziative unilaterali. La Francia ha annunciato di voler smettere progressivamente di utilizzare i servizi digitali statunitensi nella propria pubblica amministrazione, mentre la Germania, sul fronte della difesa, intende costruire un sistema satellitare antimissile slegato dalle tecnologie statunitensi.
Si tratta di misure aventi non solo un impatto economico, ma anche politico, mettendo in discussione l’affidabilità di quanto sino a oggi costruito con il partner americano e spingendo Bruxelles a riflettere sulla necessità di dotarsi anch’essa di strumenti più efficaci.
LA RISPOSTA UE
La reazione europea non si è fatta attendere. In base ai Trattati (art. 207 TFUE), la politica commerciale comune è competenza esclusiva


L'incontro tra il presidente brasiliano Luis Inacio Lula da Silva con la presidente della Commissione Ue Ursula van der Leyen.
dell’Unione europea e la negoziazione degli accordi internazionali spetta alla Commissione. Questa architettura istituzionale ha consentito una pronta risposta: da un lato misure di ritorsione proporzionate, dall’altro un’intensa attività diplomatica per ampliare la rete di accordi commerciali con Paesi terzi. La centralizzazione delle competenze ha rappresentato un vantaggio, evitando frammentazioni tra Stati membri e rafforzando il peso negoziale dell’Europa nel mondo.
Nel complesso, l’approccio europeo si sviluppa lungo un doppio binario: da un lato un’offensiva tesa a rafforzare le sinergie con alcune regioni sino a oggi trascurate, dall'altro, in via cautelativa, volto a contrastare le distorsioni alla concorrenza che minacciano il mercato comunitario.
Gli ambiziosi piani di rilancio dell’Ue non possono prescindere dall’adesione al Clean Industrial Del che impone rigorosi impegni regolatori per trasformare la decarbonizzazione in un potente motore di crescita per le industrie europee. In questo contesto, rientrano l’accordo di partenariato economico globale Ue-Indonesia, l’accordo di libero scambio con l’India e quello con gli Emirati Arabi Uniti, partner considerati fondamentali per l’accesso alle materie prime critiche e l’energia, su tutti.
Le soluzioni adottate puntano principalmente ad introdurre trattamenti tariffari preferenziali per beni che soddisfano le cosiddette “regole di origine preferenziale”, ovvero criteri per cui le merci,

scambiate tra l'Ue e i paesi partner, beneficiano di dazi ridotti o nulli.Parallelamente, l’Ue ha rilanciato lo storico accordo del Mercosur, che coinvolge economie chiave dell’America Latina e promette di creare una delle più grandi aree di libero scambio al mondo. Per le imprese questi accordi si traducono in nuove opportunità di investimento in settori ad alto potenziale di crescita.
STOP DEL PARLAMENTO UE
Tuttavia, il Mercosur — oggetto di negoziati per oltre vent'anni — costituisce proprio l'emblema delle criticità che possono scaturire in un panorama tanto complesso.
Di fatto, scontrandosi con il Consiglio dell’Unione e con la Commissione europea, entrambi favorevoli
all’accordo, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione per chiedere un parere giuridico alla Corte di Giustizia dell’Unione europea. Ciò, renderà impossibile l’approvazione dell’accordo in via definitiva nei prossimi mesi: la Corte di Giustizia potrebbe decidere più velocemente del solito, ma normalmente impiega più di un anno a emettere un’opinione.
L’iniziativa del Parlamento – arrivata con soli dieci voti di scarto - rappresenta la reazione in risposta ai danni che l’accordo potrebbe causare ai prodotti agricoli nazionali, segnale che ha portato in salita il processo di ratifica, dimostrando come la politica commerciale europea sia il risultato di un equilibrio delicato tra apertura dei mercati e tutela degli interessi interni.
Sebbene la diversificazione delle catene di approvvigionamento offra interessanti possibilità per ovviare agli shock geopolitici e ridurre il margine di dipendenza dagli USA, appare chiaro come la strategia Ue non offra sempre robuste garanzie. Il cammino è impervio e numerosi saranno gli stop and go lungo il percorso.
Il mercato americano resta tuttavia fondamentale per volumi di scambio ed investimenti. Settori come la difesa, l’energia (nel 2022 l’Unione Europea ha deciso di ridurre le importazioni di gas russo e ha iniziato a sostituirlo con gas statunitense, che è diventato presto fondamentale), lo spazio ed i servizi digitali per i pagamenti, continuano a essere appannag-
gio quasi-esclusivo USA. Più che sostituire Washington, la politica europea punta quindi ad ampliare la propria libertà d’azione mantenendo il proprio posizionamento all'interno di un quadro di radicata collaborazione con gli USA.
L’obiettivo, dunque, non è scegliere tra l’uno e l’altro, ma costruire una rete di relazioni più estesa, equilibrata e coerente con gli interessi europei. L’Unione europea deve tentare di affermarsi come potenza commerciale autonoma, capace di dialogare con tutti, innescando una riorganizzazione dei flussi senza tuttavia rinunciare ai propri valori. ■

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Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) ha approvato due atti strategici per il futuro dell’Unione: una risoluzione sulla tutela dei diritti delle donne, che orienta la posizione politica dell’UE in ambito internazionale, e un parere sulla politica per la ricerca e l’innovazione che incide sulla definizione di una politica europea concreta e finanziata. Con la risoluzione sui diritti delle donne il CESE ha definito le priorità che l’Unione europea dovrebbe portare nel dibattito internazionale. Al centro del documento vi è l’accesso effettivo alla giustizia, considerato una condizione indispensabile per la piena tutela dei diritti delle donne e delle ragazze. Il Comitato sottolinea che, senza la possibilità concreta di far valere i propri diritti, l’ugua-
glianza di genere resta solo formale. Per questo chiede di rimuovere le barriere legali, economiche, sociali e digitali che ostacolano l’accesso alla giustizia, di eliminare le leggi discriminatorie e di garantire assistenza legale accessibile e di qualità. Nel parere su Horizon Europe della Commissione europea il CESE accoglie positivamente l’aumento del bilancio a 175 miliardi di euro, rispetto ai 95 miliardi del ciclo precedente, riconoscendolo come un forte segnale politico a favore della competitività e dell’autonomia strategica dell’Unione. Tuttavia, l’aumento delle risorse deve essere accompagnato da una governance solida e da un monitoraggio rafforzato, per evitare sotto-utilizzo dei fondi, ritardi nell’attuazione e squilibri tra Stati membri.


L’Europa sta accelerando il passo verso una forza lavoro più qualificata e resiliente. L’Alleanza europea per l’apprendistato (EAfA) ha recentemente delineato i traguardi raggiunti nel 2025, anno fondamentale per l’EAfA, segna il punto più alto in termini di posti di apprendistato creati dall’inizio dell’iniziativa. Con l’adesione di 77 nuovi firmatari e l’ingresso di Ucraina e Kosovo, l’Alleanza conta oggi 43 membri e un totale di 5 milioni di posti di apprendistato, di cui oltre 2 milioni segnalati tra la fine del 2024 e l’agosto 2025. La Roadmap 2026 si muove su STEM e mobilità. Per il 2026, infatti, l’EAfA punta a migliorare ulteriormente la qualità e l’immagine degli apprendistati. Un obiettivo chiave sarà il sostegno alla Union of Skills, con l’ambizione di raggiungere 700 impegni entro il 2030. Particolare attenzione sarà rivolta al settore STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), con il Piano strategico che mira a formare un milione di ragazze entro il 2028 e a offrire 50 mila posti di apprendistato per donne. Parallelamente alle attività dell’EAfA, la Commissione europea ha rafforzato la propria struttura di governance nominando Ylva Johansson (nella foto) alla presidenza del Comitato europeo di alto livello sulle competenze
La Commissione Europea ha presentato la prima Strategia europea per la gestione dell’asilo e della migrazione per i prossimi cinque anni, mentre il Parlamento europeo ha adottato due atti legislativi che riguardano l’istituzione di un elenco di paesi di origine sicuri a livello dell’Unione e la modifica dell’applicazione del concetto di “paese terzo sicuro”. La Strategia presentata il 29 gennaio scorso punta a superare la gestione emergenziale degli ultimi anni e a costruire un modello più stabile e prevedibile. Tre gli obiettivi: contrastare l’immigrazione irregolare e le reti di traffico di migranti; garantire protezione a chi fugge da guerre e persecuzioni nel rispetto dei diritti fondamentali; attrarre talenti e competenze per rafforzare la competitività economica europea. Il quadro finanziario pluriennale 20282034 sosterrà queste priorità, insieme al rafforzamento delle agenzie europee competenti, tra cui Frontex ed Europol. Il Parlamento ha poi approvato la modifica del regolamento sulla procedura di asilo e introdotto per la prima volta un elenco comune europeo di Paesi di origine sicuri, con l’obiettivo di uniformare le prassi tra Stati membri e accelerare l’esame delle domande presumibilmente infondate. L’elenco include i Paesi candidati all’adesione all’UE e il Kosovo, oltre a Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Marocco e Tunisia.

L’UE punta su reti digitali più semplici

La Commissione europea ha presentato una proposta di regolamento sulle reti digitali con l’obiettivo di rendere più semplice, uniforme e favorevole agli investimenti il quadro normativo europeo sulla connettività. Il nodo centrale della proposta è la creazione di un vero mercato unico della connettività in modo che le imprese possano operare in tutta l’Ue registrandosi in un solo Stato membro, riducendo costi, tempi e incertezze amministrative. La Commissione propone quindi un coordinamento più stretto a livello europeo per la gestione delle frequenze radio con licenze di durata più lunga e automaticamente rinnovabili, per garantire maggiore stabilità agli investimenti. Il regolamento affronta anche il tema della transizione tecnologica. Gli Stati membri dovranno adottare piani nazionali per accompagnare il passaggio verso reti più avanzate tra il 2030 e il 2035, presentando le proprie strategie entro il 2029. Secondo Henna Virkkunen (nella foto), vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica: «L’innovazione europea inizia da un’Europa realmente connessa. Una connettività avanzata e accessibile consentirà alle start-up di sfruttare il potenziale dell’intelligenza artificiale e ai medici di assistere i pazienti a distanza, in modo rapido e sicuro».
Analisi, tendenze e avvenimenti del mondo professionale, raccontati dai protagonisti delle professioni




Il 26 marzo s Bruxelles si tiene la conferenza finale che conclude il progetto europeo guidato da Confprofessioni. Al centro del programma retribuzione, protezione sociale e conciliazione vitalavoro. Più competenze alle parti sociali per migliorare l’efficacia delle iniziative di dialogo social
di Martina Gherlenda
Responsabile progetti europei di Confprofessioni
Con la conferenza finale che si terrà a Bruxelles il 26 marzo 2026 si concluderà ufficialmente il progetto SD4EU – Social Dialogue for a Union of Equality, coordinato da Confprofessioni. L’iniziativa rappresenta la continuazione dell’impegno della Confederazione nel supporto al dialogo sociale europeo: è infatti parte di un percorso ormai decennale e si inserisce nel solco di tre progetti precedenti già realizzati con successo. Cofinanziato dall’Unione europea, SD4EU ha consolidato il partenariato transnazionale già stabilito, che – oltre all’Italia - riunisce partner provenienti da Belgio, Irlanda, Malta e Francia1. Nel corso dei due anni di attuazione, SD4EU ha perseguito l’obiettivo specifico di rafforzare le competenze delle parti sociali in materia di parità di genere e rinvigorire il dialogo sociale attraverso un nuovo approccio. Attraverso attività di analisi, capacity-building e scambio di buone pratiche, il progetto ha approfondito tre tematiche chiave per l’uguaglianza nel mondo del lavoro: retribuzione; protezione sociale e conciliazione vita-lavoro. L’idea di fondo è che le parti sociali, dotate di maggiori competenze, possano migliorare l’efficacia delle iniziative di dialogo sociale, ossia l’insieme delle attività di consultazione, contrattazione e scambio di informazioni che avvengono tra rappresentanti dei datori di lavoro e dei lavoratori.
Il percorso svolto si può ricondurre a tre fasi chiave. La prima fase, analitica, ha condotto alla realizzazione di tre ricerche sul significato della parità di genere,

1 Consiglio europeo delle libere professioni (CEPLIS), dal Belgio; Federazione delle associazioni professionali di Malta (MFPA); Unione delle libere professioni Intellettuali del Belgio (UNPLIB); EQUAL Ireland Education Research and Related Services Co. Ltd; Unione italiana dei lavoratori del turismo, commercio e servizi (UILTuCS). Partecipano inoltre come partner associati: Unione nazionale delle libere professioni, dalla Francia (UNAPL); Università di Roma Tor Vergata; Eurocadres, Consiglio dei quadri europei.
L'intervento del presidente di Confprofessioni, Marco Natali, al seminario di Roma lo scorso settembre
Una fase dei lvori del seminario di Roma

sulla sua attuazione nelle politiche e nel diritto del lavoro UE e sul ruolo delle parti sociali. In particolare, è stata descritta l’evoluzione degli strumenti giuridici europei in materia di parità e trasparenza retributiva, con focus sul rafforzamento dei meccanismi di implementazione, ma si sono anche sottolineati i limiti degli attuali sistemi di protezione sociale nel rispondere alle trasformazioni del mercato del lavoro. La seconda fase ha rappresentato il passaggio dalla teoria alla pratica, con la costituzione di tre gruppi di lavoro, lo sviluppo di raccomandazioni e la realizzazione dei seminari a Roma, St. Julen’s (Malta) e Athlone (Irlanda). La terza fase invece è volta al futuro e all’impatto di lungo termine del progetto, con la stesura di linee guida per il gender mainstreaming e di una roadmap


Il progetto SD4EU – Social Dialogue for a Union of Equality, coordinato da Confprofessioni rappresenta la continuazione dell’impegno della Confederazione nel supporto al dialogo sociale europeo.
finalizzata a integrare la prospettiva di genere nelle pratiche delle parti sociali.
Il seminario di Roma, organizzato da Confprofessioni il 26 settembre 2025, ha dato l’avvio alla fase di capacity-building. Intitolato “Protezione sociale e parità di genere: Strumenti e raccomandazioni per un nuovo dialogo sociale europeo”, l’evento è stato ospitato da Spazio Europa, spazio pubblico gestito congiuntamente dall’Ufficio in Italia del Parlamento europeo e dalla Rappresentanza in Italia della Commissione europea. In quest’occasione è stato ribadito come la parità di genere sia un fattore di crescita e competitività – nelle parole del presidente di Confprofessioni, Marco Natali - ed è stata riconosciuta la necessità di


Durante il seminario di Roma, organizzato da Confprofessioni lo scorso settembre, è stato ribadito come la parità di genere sia un fattore di crescita e competitività.
dati disaggregati per genere e di sistematiche valutazioni di impatto sul genere, ex ante ed ex post, per poter progettare politiche efficaci. Per quanto riguarda la protezione sociale, è stato confermato che le disuguaglianze sono fortemente legate a carriere frammentate, lavoro di cura non retribuito e forme di occupazione non-standard. Le riflessioni emerse a Roma e negli altri seminari hanno contribuito a orientare le successive tappe del progetto e confluiranno nell’evento conclusivo di Bruxelles, ospitato dal Comitato economico e sociale europeo (CESE) grazie a un partenariato con la Sezione Occupazione, affari sociali e cittadinanza, competente per tematiche quali condizioni di lavoro e parità di genere. “Voce della società civile organizzata”, assemblea consultiva composta da rappresentanti di sindacati, associazioni datoriali e società civile, il CESE rappresenta la sede ideale per presentare i risultati del progetto e offrire una sintesi del percorso svolto. La conferenza sarà inoltre un’importante occasione per coinvolgere nel dibattito parti sociali, istituzioni e stakeholder, promuovendo networking, scambio di conoscenze e cooperazione.
Il progetto ha confermato come i rischi e le vulnerabilità connessi al genere, per quanto riguarda retribuzione, protezione sociale e conciliazione, siano strutturalmente interconnessi. Non possono essere affrontati mediante misure isolate o esclusivamente attraverso l’azione legislativa, bensì richiedono l’integrazione sistematica del gender mainstreaming
Le vulnerabilità
genere: retribuzione, protezione sociale e conciliazione, sono strutturalmente
interconnesse e per essere risolte


nelle pratiche di dialogo sociale, come collegamento tra le diverse dimensioni economica, sociale e organizzativa. Le attività progettuali hanno ribadito il ruolo strategico delle parti sociali nell’identificare le disuguaglianze, nello sperimentare soluzioni e nel tradurre i principi europei in pratiche concrete a livello nazionale e settoriale. In questo senso, SD4EU offre le basi per lo sviluppo di misure pratiche e mirate, contribuendo a rafforzare un dialogo sociale più consapevole, inclusivo e capace di incidere in modo strutturale sulle politiche del lavoro. La conferenza finale di Bruxelles rappresenterà dunque non solo il momento di chiusura del progetto, ma anche un punto di rilancio per consolidare questo percorso nel più ampio quadro delle politiche per l’uguaglianza. ■


di Daniele Noce
Coordinatore Consulta giovani di Confprofessioni
Il passaggio generazionale non riguarda solo chi cede e chi subentra: riguarda la continuità dei servizi ai cittadini, la qualità della prestazione, l’occupazione di collaboratori e dipendenti, e il presidio economico e sociale di intere comunità. Soprattutto dove le alternative sono poche. L’analisi e le proposte della Consulta Giovani di Confprofessioni


Negli ultimi mesi si assiste con maggiore chiarezza quanto il passaggio generazionale stia diventando un punto critico per la tenuta del lavoro professionale. Non parliamo di un tema “futuro”, ma di una dinamica già in atto: in tanti contesti territoriali e in molte categorie vediamo studi che faticano a programmare la transizione, giovani che entrano con carichi e rischi sproporzionati, e professionisti senior che restano “indispensabili” non per scelta, ma perché mancano strumenti, tempi e regole per consegnare davvero il testimone. In questa cornice, il passaggio generazionale non riguarda solo chi cede e chi subentra: riguarda la continuità dei servizi ai cittadini, la qualità della prestazione, l’occupazione di collaboratori e dipendenti, e il presidio economico e sociale di intere comunità, soprattutto dove le alternative sono poche.
L’analisi maturata in seno alla Consulta giovani di Confprofessioni parte da un dato semplice: oggi subentrare non significa “aprire la porta” di uno studio e proseguire come prima. La professione è cambiata: la prestazione resta centrale, ma è sempre più intrecciata a organizzazione, gestione dei processi, transizione digitale, compliance, sicurezza informatica, comunicazione e reputazione. Per questo, quando la transizione avviene in modo improvvisato, il rischio è doppio. Da un lato, il giovane entra e si trova a sostenere investimenti, responsabilità e complessità senza un accompagnamento reale; dall’altro, il senior fatica a lasciare spazio decisionale perché
teme – spesso a ragione – che il salto sia troppo grande e che la continuità qualitativa non sia garantita. È qui che si crea la frattura: non tra “generazioni”, ma tra aspettative e condizioni concrete.
Per noi, la prima grande miglioria da introdurre è culturale e operativa insieme: riconoscere che il passaggio generazionale è un processo, non un evento. Non può ridursi a un atto formale o a una consegna “tutto e subito”. Deve avere fasi, obiettivi e tempi definiti: un affiancamento vero, il trasferimento del know-how che non sta nei manuali (relazione con la clientela, gestione dei casi complessi, organizzazione interna, rete di contatti e collaborazioni), e una progressiva assunzione di responsabilità gestionale e professionale. Questo approccio protegge entrambe le parti: tutela il giovane da un ingresso traumatico e tutela il senior dal timore di perdere continuità e reputazione.
La seconda miglioria riguarda la sostenibilità economica del subentro. In molti casi, entrare o subentrare oggi significa affrontare costi che non sono solo “di avvio”, ma di adeguamento continuo: tecnologia, sicurezza, organizzazione del lavoro, assicurazioni, vincoli normativi, formazione. Se vogliamo che il ricambio avvenga davvero, bisogna rendere sostenibile la transizione anche sul piano finanziario, perché altrimenti il sistema seleziona non i più capaci, ma chi ha più margine economico o chi accetta condizioni troppo rischiose. La nostra posizione è che il passaggio
generazionale sia un investimento di sistema: quando funziona, garantisce continuità di servizi e preserva competenze; quando fallisce, genera chiusure, vuoti territoriali e perdita di valore professionale.
La terza area di intervento è la formazione. Noi vediamo una distanza tra ciò che serve per guidare uno studio o una struttura professionale e ciò che spesso viene trasferito ai nuovi entranti.
Per questo riteniamo prioritario rendere strutturali percorsi formativi non solo tecnici, ma anche manageriali e organizzativi: gestione economica, leadership e coordinamento del team, processi e qualità, comunicazione e reputazione, gestione dei conflitti e del cambiamento. Non è “burocrazia”, è qualità: uno studio più
organizzato è anche uno studio più sicuro, più affidabile e più capace di crescere.
PATTI CHIARI
Un quarto punto, decisivo, è la chiarezza delle regole e degli accordi. Troppi passaggi generazionali si bloccano su ambiguità: chi decide cosa, per quanto tempo, con quali responsabilità e con quali criteri di valorizzazione. Quando mancano patti chiari, il rischio è che l’aspettativa diventi frustrazione e che la transizione si trasformi in conflitto, con effetti pesanti sulla reputazione e sulla stabilità dello studio. Noi crediamo che servano prassi diffuse e strumenti concreti: modelli di accordo per l’affiancamento, criteri trasparenti di governance, e indicazioni condivise su come impostare una transizione progressiva e sostenibile.

Infine, c’è un punto che spesso viene trattato come “laterale”, ma per noi è centrale: le tutele. Una professione che scarica tutto sul singolo rende il ricambio fragile. Malattia, genitorialità, stop forzati, fluttuazioni del mercato: se chi subentra non ha strumenti di sostegno, la scelta diventa rapidamente tra qualità e sopravvivenza. Noi riteniamo che un welfare professionale accessibile e comprensibile sia parte della soluzione, perché rende il percorso di subentro più stabile e più “abitabile”, soprattutto nei primi anni.
Da questa lettura discendono soluzioni che consideriamo idonee e immediatamente praticabili. La prima è attivare programmi strutturati di mentoring e affian-










camento, con obiettivi misurabili e durata definita, in modo che il trasferimento di competenze e responsabilità sia reale e non affidato alla buona volontà del singolo. La seconda è creare punti di supporto territoriale – sportelli e percorsi di accompagnamento – che aiutino chi cede e chi subentra a orientarsi tra strumenti finanziari, forme organizzative e scelte contrattuali, riducendo improvvisazione e contenzioso. La terza è investire in formazione manageriale continua, costruita sulle esigenze concrete degli studi e delle strutture professionali di oggi, includendo anche digitale, sicurezza e gestione dei processi. La quarta è promuovere modelli di accordo e linee guida replicabili, per rendere la transizione una pratica “normale” e trasparente, non un percorso pieno di zone grigie.
La quinta è rafforzare e rendere davvero fruibili le tutele, perché un passaggio generazionale senza rete è un passaggio generazionale destinato a inciampare. Noi non vediamo il passaggio generazionale come un problema “dei giovani” o “dei senior”, ma come un tema di sistema che riguarda l’intero mondo delle professioni rappresentato da Confprofessioni. La nostra proposta, in sostanza, è questa: trasformare una criticità in un progetto condiviso, dove la continuità non sia affidata all’inerzia, ma costruita con strumenti, percorsi e responsabilità reciproche.
È così che si preserva il patrimonio di competenze e fiducia accumulato nel tempo, e si crea spazio vero per la nuova generazione, senza strappi e senza perdere qualità. ■
Passaggio generazionale, pari opportunità e welfare sono alcune delle sfide centrali per il futuro delle libere professioni. L’11 marzo 2026, a Roma, la Consulta Giovani di Confprofessioni promuove una giornata di confronto dedicata alle prospettive e agli strumenti a supporto delle nuove generazioni di professionisti. Un’occasione per riflettere su: accesso e avvio della carriera professionale; politiche di welfare per i giovani; pari opportunità e inclusione; continuità e rinnovamento nelle professioni. ■


Le novità tributarie e il loro impatto sulle professioni nel commento di Lelio Cacciapaglia e Maurizio Tozzi
Dopo una serie di interventi normativi scoordinati, una circolare dell’Agenzia delle Entrate mette ordine sulle spese di trasferta e di rappresentanza. I rimborsi di vitto, alloggio, taxi e NCC non concorrono al reddito del dipendente solo se pagati con strumenti tracciabili; mentre per le trasferte nel territorio comunale, non è più necessario il “documento del vettore”
La Circolare n. 15/E del 22 dicembre 2025 dell’Agenzia delle Entrate ricompone finalmente il quadro delle novità in materia di spese di trasferta, missione e rappresentanza, dopo una serie (s)coordinata di interventi normativi che hanno inciso su disposizioni centrali del TUIR. In particolare, la circolare coordina le modifiche introdotte dal D.lgs. 13 dicembre 2024, n. 192 (decreto attuativo della riforma Irpef), dalla Legge 30 dicembre 2024, n. 207 (Legge di Bilancio 2025) e dal D.L. 17 giugno 2025, n. 84, convertito dalla legge 30 luglio 2025, n. 108 (decreto fiscale correttivo).
Nella fase immediatamente successiva alla Legge di Bilancio 2025, la disciplina risultava di ardua applicazione: le regole sulla tracciabilità erano state innestate nell’articolo 54 del TUIR che nel frattempo era stato riscritto dal decreto delegato, generando un evidente mancato coordinamento normativo e diffuse incertezze operative evidenziate dagli operatori e risolte solo con il decreto fiscale correttivo.
La ratio del nuovo impianto è duplice:
▪ da un lato semplificare alcune rigidità della disciplina delle trasferte,
▪ dall’altro introdurre in modo strutturale la tracciabilità dei pagamenti quale condizione per la non imponibilità o la deducibilità di determinate spese.
Grande novità: dal 1° gennaio 2025, per le trasferte nel territorio comunale, non è più necessario il “documento del vettore” (posto che talvolta per l’acquisto del servizio si interpongono intermediari): è sufficiente che le spese di viaggio e trasporto siano comprovate e documentate, consentendo l’esclusione da tassazione anche delle indennità chilometriche ACI, pedaggi e parcheggi. Sempre dal 1° gennaio 2025, i rimborsi di vitto, alloggio, taxi e NCC non concorrono al reddito del dipendente solo se pagati con strumenti tracciabili, secondo quanto previsto dall’articolo 23 del
d.lgs. n. 241/1997. Il decreto fiscale ha poi chiarito che tale obbligo riguarda le sole spese sostenute nel territorio dello Stato.
Il principio della tracciabilità investe anche il lavoro autonomo: il nuovo articolo 54, comma 2-bis, prevede che i rimborsi analitici riaddebitati al committente concorrono al reddito se non pagati con mezzi tracciabili; gli articoli 54-ter, comma 5-bis, e 54-septies subordinano alla tracciabilità la deducibilità delle medesime spese e delle spese di rappresentanza. Decorrenza inoltre con parziale falsa partenza: alcune disposizioni operano dal 1° gennaio 2025, altre dal 18 giugno 2025, data di entrata in vigore del decreto fiscale, in un’ottica di tutela dell’affidamento. Infatti, per il lavoratore autonomo, l’obbligo di tracciabilità delle spese di vitto, alloggio, taxi e NCC sostenute direttamente nell’esercizio dell’attività o come committente di altri professionisti decorre dal 18 giugno 2025.
Diverso è il caso del professionista che rimborsa tali spese ai propri dipendenti: sotto il profilo del reddito del dipendente si applica l’articolo 51 del TUIR e, quindi, già dal 1° gennaio 2025 il rimborso non è imponibile per il dipendente solo se la spesa è stata sostenuta con mezzi tracciabili. Ne deriva un disallineamento temporale significativo: fino al 17 giugno 2025 il professionista poteva ancora dedurre la spesa rimborsata al dipendente anche senza tracciabilità, mentre il dipendente, in assenza di pagamento tracciabile, subiva la tassazione del rimborso. ■


Nella chirurgia oncologica il salto tra approccio tradizionale e robotico ha già mostrato cosa significhi integrare una tecnologia avanzata. L'algoritmo, però, è un valido alleato anche nella medicina di precisione perché accorcia i tempi delle analisi e amplia la base informativa su cui il medico può decidere. Ma se aumentano le possibilità terapeutiche dobbiamo parallelamente investire perché siano accessibili a tutti
Ascorrere I numeri del cancro in Italia 2025 l’ultimo report dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), presentato in occasione della Giornata mondiale contro il cancro il 4 febbraio 2026, a colpire sono due notizie dal carattere opposto. La prima è che lo scorso anno nel nostro Paese sono stati stimati circa 390mila nuovi casi di tumore. Un numero ancora elevato, nonostante il sia pur lento, ma progressivo, calo della mortalità e il miglioramento dei tassi di sopravvivenza (e infatti l’Italia registra una mortalità oncologica inferiore alla media europea, in particolare per i tumori della mammella, del colon-retto e del polmone). La seconda è che - come dice Francesco Schittulli, presidente nazionale della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori (LILT): «In Italia si guarisce di più dal cancro, ma si continua ad ammalarsi. Eppure un tumore su tre oggi si potrebbe evitare».
Allora ecco la cornice dentro la quale va inserito il ruolo dell’Intelligenza Artificiale, nella medicina e nella chirurgia di precisione: non tanto come approdo di tipo tecnico, in sostituzione dell’intervento umano, ma come leva clinica e organizzativa che affianca i medici, implementando le possibilità di valutazione dell’intero percorso oncologico. La medicina di precisione nasce dall’integrazione di dati complessi: imaging diagnostico, profili genomici, biomarcatori, storia clinica, risposta ai trattamenti. Il punto non è accumulare informazioni, ma trasformarle in decisioni. Ed è qui che l’IA entra in gioco, come rivoluzionaria infrastruttura cognitiva.

Francesco Schittulli, presidente nazionale della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori

E almeno così la pensa Gianni Amunni, noto oncologo italiano, coordinatore scientifico ISPRO Toscana e presidente nazionale di Periplo, associazione a sostegno delle reti oncologiche regionali italiane, secondo il quale le applicazioni dell’IA oggi più mature sono chiare e sono tendenzialmente quattro: «Innanzi tutto, ci sono grosse opportunità nella diagnostica per immagini, soprattutto nello screening di popolazione. Se insegniamo all’intelligenza artificiale a leggere immagini e a restituire una risposta – secondo la distinzione positivo, negativo o dubbio – possiamo fare un salto in avanti importante».
In questo caso, il riferimento è alla mammografia per il tumore al seno, ma il principio è estendibile ad altri ambiti. L’IA lavora su volumi di immagini che nessun singolo professionista potrebbe analizzare con la stessa rapidità e continuità. Ed è qui il secondo ambito di intervento sottolineato da Amunni: il ruolo nell’anatomia patologica. «La diagnosi si basa sull’esperienza, sul confronto con ciò che si è già visto. Più casi vengono analizzati, maggiori sono le possibilità di formulare una diagnosi corretta. L’intelligenza artificiale consente di mettere insieme numeri enormi e rafforzare questo processo. Al contempo, ed è la terza prospettiva, l’IA può dare un grosso contributo anche nella gestione di tutte le forme rare di tumore. Proprio il confronto per immagini di una forma rara con le altre, permette di ottenere in tempi più rapidi una diagnosi e quindi una cura. Infine c’è tutto il tema della medicina di


precisione in cui per un’indagine, fatta in parallelo, di informazioni che possono essere anche molto numerose, l’IA è in grado di definire e stratificare il rischio per una determinata malattia».
E se non è ancora arrivato il tempo della sostituzione della competenza clinica e della tecnica umana, è però innegabile che l’IA oggi consenta un potenziamento della terapia. L’algoritmo non agisce al posto del medico ma accorcia i tempi delle analisi e amplia la base informativa su cui il medico può decidere. Ancora Amunni: «Oggi l’oncologia si caratterizza per la ti-

pizzazione del tumore sulla base di una serie di parametri identificabili in una quantità di informazioni. Questo numero enorme di dati sul singolo paziente deve essere confrontato con un’altra enorme mole di informazioni relative ad altri pazienti. È qui che l’intelligenza artificiale diventa fondamentale». La capacità di correlare mutazioni, profili molecolari e probabilità di risposta terapeutica consente di quantificare il rischio e modulare l’intensità della cura. In termini organizzativi significa anche evitare trattamenti inefficaci, ridurre le probabilità di insuccesso e ottimizzare risorse umane e di tempo. «L’oncologia di precisione, personalizzata, è oggi il concetto vincente», sintetizza Amunni, «ma possiamo praticarla solo se siamo in grado di districarci in questa giungla di informazioni». A essere precisi, il contributo dell’IA non si ferma alla diagnosi o alla terapia medica. In chirurgia oncologica il salto tra approccio tradizionale e robotico ha già mostrato cosa significhi integrare una tecnologia avanzata. «Ma più che parlare di bisturi guidato dall’algoritmo, all’interno della terapia chirurgica l’IA consente di stratificare il rischio, di malattia o di gravità della malattia, in modo da modulare la terapia medica e chirurgica da mettere in atto».
In un Paese con quasi quattrocentomila nuove diagnosi oncologiche l’anno, la questione non è più se integrare l’IA nella medicina di precisione. È farlo con regole, validazione scientifica e una visione organizzativa capace di evitare nuove fratture tra territori e cittadi-

ni. «Non cogliere questa opportunità significa rimanere profondamente indietro», afferma Amunni. Ma aggiunge tre condizioni: «La prima: mantenere saldamente legato all’uomo l’algoritmo di decisione e direzione». L’altra condizione è che bisogna «raccogliere tutti i vantaggi e renderli fruibili, perché in caso contrario sarebbero del tutto inutili. Oppure rischiano di diventare uno strumento di disequità e di diseguaglianza che non ci possiamo permettere. Infine c’è un tema di riutilizzo, in versione moderna e innovativa, del tempo che guadagniamo. Con l’IA ritorniamo padroni di un tempo che ci è stato rubato, per esempio
nel mettere insieme dati e informazioni. L’organizzazione è il binario su cui scorre l’innovazione. Se aumentano le possibilità terapeutiche, dobbiamo parallelamente investire perché siano accessibili a tutti. È un principio etico, ma anche economico».
L’IA, in altre parole, non è la mano che opera ma il sistema che aiuta a definire quanto e come intervenire, sulla base di una lettura dei dati. E può servire a rendere la cura più giusta, più tempestiva e più accessibile. Ed è su questo equilibrio – tra innovazione e responsabilità – che si gioca il vero salto di qualità della medicina di precisione. ■
di Carlo Valente
Dall’antichità fino all’età contemporanea, la medicina ha rappresentato uno strumento fondamentale per il benessere collettivo, adattandosi ai mutamenti culturali e scientifici senza perdere il proprio ruolo centrale nella società. Un viaggio nella storia


La figura del medico accompagna la storia dell’Umanità fin dalle più antiche civiltà, svolgendo una funzione essenziale: comprendere le malattie, alleviare la sofferenza e preservare la vita. Tra le più antiche forme di medicina organizzata troviamo quella dell’antico Egitto. I medici egizi possedevano conoscenze pratiche di farmacologia, chirurgia e anatomia, tramandate nei papiri medici. Tuttavia, la cura delle malattie era spesso accompagnata da formule rituali e pratiche di magia apotropaica, ritenute necessarie per allontanare le forze maligne considerate responsabili delle infermità. Il medico, in questa società, non era soltanto un curatore del corpo, ma anche una figura dotata di conoscenze religiose. Tra i personaggi più celebri della tradizione egizia si ricorda Imhotep, sapiente vissuto nel III millennio a.C., tradizionalmente associato al papiro Edwin Smith (il più antico testo di medicina conosciuto) e in epoche successive venerato come dio dei guaritori.
Anche nelle civiltà mesopotamiche la professione medica era riconosciuta e regolata. Nel Codice di Hammurabi, redatto nel XVIII secolo a.C., sono presenti norme che disciplinano l’attività dei medici, stabilendo compensi per le cure riuscite (spesso dipendevano dal rango del paziente) e pene severe per gli errori gravi, per esempio la perdita dell’occhio di un paziente nobile spesso comportava il taglio di una mano del medico (Legge 218 del Codice di Hammurabi). Queste disposizioni dimostrano come già nelle so-
cietà antiche il medico fosse considerato un professionista di grande responsabilità, la cui attività aveva importanti conseguenze sociali e giuridiche. Interessante notare che nella società babilonese il chirurgo (Gallubu) era sottoposto al medico (Asu) e spesso era il suo schiavo.
LA SVOLTA DI IPPOCRATE
Una svolta decisiva nella storia della medicina si verificò nel mondo greco, in particolare con Ippocrate di Coo e la sua scuola, attivi tra il V e il IV secolo a.C. In questo contesto si affermò una concezione nuova della malattia, non più interpretata come fenomeno soprannaturale, ma come evento naturale, osservabile e studiabile. Il metodo ippocratico si fondava sull’osservazione del paziente e sulla ricerca delle cause naturali delle malattie, ponendo anche le basi dell’etica medica. La medicina romana proseguì lungo questa linea, valorizzando soprattutto l’organizzazione sanitaria e l’applicazione pratica delle conoscenze mediche. Tra i più importanti medici dell’età romana si distinse Galeno, le cui opere influenzarono la medicina europea per molti secoli.
LA TRADIZIONE CINESE
Mentre nel mondo mediterraneo si consolidava questa tradizione, altre civiltà sviluppavano sistemi medici complessi. In Cina, la medicina tradizionale affonda le proprie radici in testi antichi come il Nei Jing, che presenta una visione della salute basata sull’equilibrio tra le forze vitali e sull’armonia tra l’uomo e la natura. Il medico era considerato una figura di grande prestigio sociale, e tra i medici più celebri della tradizione cinese si

Statua in marmo di Asclepio, il dio greco della medicina, dall'antica città di Perge. Museo Archeologico di Antalya. Turchia
Calco in gesso del Codice di Hammurabi al Museo di Pergamo di Berlino

ricordano Hua Tuo, noto per le sue tecniche chirurgiche, e Sun Simiao, autore di importanti trattati e considerato un modello di medico sapiente e moralmente esemplare.
Anche nel mondo indiano la medicina raggiunse un notevole sviluppo attraverso la tradizione dell’Ayurveda, fondata su testi come il Charaka Samhita e il Sushruta Samhita, che attribuivano grande importanza alla prevenzione, alla dieta e all’equilibrio del corpo. I medici indiani praticavano interventi chirurgici avanzati per l’epoca e godevano di grande considerazione, essendo ritenuti non soltanto guaritori, ma anche studiosi e consiglieri. Un ruolo fondamentale nella conservazione e nello sviluppo della medicina antica fu svolto dalla civiltà araba tra l’VIII e il XIII secolo. Studiosi come Avicenna (Ibn Sina, 980-1037) e Al-Razi (Rhazes, 865-925/935) tradussero e approfondirono le opere greche e romane, contribuendo in modo decisivo alla trasmissione del sapere medico, alla diffusione di opere fondamentali come il Canone della medicina di Avicenna, e allo sviluppo degli ospedali. In Europa, tra il Medioevo e l’età moderna, la medicina si sviluppò inizialmente nei monasteri e successivamente nelle università, tra cui la Scuola Medica Salernitana, uno dei principali centri di studio dell’Occidente medievale. Con il progresso degli studi anatomici e del metodo scientifico, la conoscenza del corpo umano divenne sempre più precisa, preparando il terreno alle grandi scoperte della medicina moderna.

Nel XIX e nel XX secolo la medicina conobbe trasformazioni decisive grazie ai progressi della microbiologia, della chirurgia e della farmacologia, che permisero di migliorare in modo significativo le possibilità di cura e di prevenzione. Nel XXI secolo la professione medica affronta nuove sfide legate alla diagnostica avanzata, alla genetica e alle tecnologie digitali. Il medico contemporaneo continua ad essere un professionista altamente qualificato, responsabile della diagnosi, della cura e della prevenzione delle malattie. Ancora oggi il medico garantisce la tutela della salute e il progresso delle cure. La lunga storia della medicina dimostra la capacità di questa professione di evolversi senza perdere la propria identità, confermandosi come una delle attività più fondamentali della civiltà umana. ■
di Giorgio Maresca
Si chiama content marketing ed è un valido strumento per generare contatti qualificati online e per trasformarli in possibili clienti. Grazie anche all’uso dell’AI. Il tutto a costi contenuti. È stato stimato, infatti, che produce mediamente tre volte più lead rispetto ai canali tradizionali. Istruzioni per l’uso
La domanda che ogni libero professionista si pone è sempre la stessa: come generare contatti qualificati per trasformarli in clienti? Nel 2026 la risposta passa attraverso il content marketing supportato dall’intelligenza artificiale (AI). I potenziali clienti completano l’80% del percorso decisionale prima ancora di contattare un professionista: cercano informazioni online, confrontano competenze, valutano credibilità. Essere presenti in questo percorso, oggi, non è più un’opzione. Basti dire che il content marketing produce mediamente tre volte più lead (utenti che hanno espresso un interesse online nei confronti di una determinata azienda o studio professionale) rispetto ai canali tradizionali, a un costo inferiore del 62% (Fonte: Demand Metric/Blogging Wizard, 2025). E l’AI può aiutare ad accelerare il processo. I contenuti più efficaci, infatti, combinano la sua efficienza con l’esperienza e la voce autentica del professionista.
IL FRAMEWORK SCOPE
Per costruire un sistema strutturato di lead generation è utile il modello SCOPE — Strategy, Content, Optimization, Promotion, Engagement. S – Strategy. Prima di aprire qualsiasi strumento AI, occorre definire il proprio pubblico con precisione: non “tutti”, ma un segmento specifico con problemi concreti da risolvere. Strumenti come AnswerThePublic o ChatGPT con prompt mirati (un input o una domanda fornita a un’intelligenza artificiale per istruirla su cosa fare, generare o rispondere, fungendo da istruzione di base) rivelano le domande reali del settore, spesso diverse da quelle che si immagina.

C – Content. Una strategia efficace richiede un mix di formati. Il blog aziendale resta la base: il 72% degli acquirenti B2B lo considera il formato più prezioso nelle fasi iniziali (Fonte: Demand Gen Report). Il video è il più versatile: l’88% dei marketer afferma che genera nuove opportunità (Fonte: Wyzowl, 2025) — e non servono produzioni costose, basta autenticità. I webinar producono lead altamente qualificati, con costi per contatto fino a dieci volte inferiori rispetto a un evento fisico (Fonte: ON24, 2025). Le risorse scaricabili — checklist, guide, template — convertono i visitatori
anonimi in contatti identificati. O – Optimization: dalla SEO alla GEO e all’AEO. Nel 2026 ottimizzare significa andare oltre la SEO tradizionale. La diffusione di motori generativi — ChatGPT, Perplexity, Google AI Overviews — ha introdotto la AEO (Answer Engine Optimization, comparire come risposta diretta alle domande degli utenti) e la GEO (Generative Engine Optimization, essere citati come fonte autorevole dai motori AI). Come ha sintetizzato Jen Myers di Microsoft: «La SEO è come si vinceva nella ricerca. La AEO e la GEO sono come si vince la raccomandazione nell’era dell’AI» (Fonte: CloudWars/ Microsoft, 2026). I visitatori provenienti da LLM convertono già oggi 4,4 volte meglio rispetto alla ricerca organica tradizionale (Fonte: Semrush/CMSWire, 2026). La buona notizia: contenuti profondi, fir-


mati e strutturati su domande specifiche funzionano bene per tutte e tre le discipline. P – Promotion. Ogni contenuto lungo diventa il "pilastro" da cui derivare post social, carousel e clip video. LinkedIn è la piattaforma principale — l’89% dei marketer B2B la usa per la lead generation (Fonte: LinkedIn/ Martal.ca, 2025) — ma Facebook e Instagram restano rilevanti per specifiche categorie professionali. E – Engagement. Generare contatti è solo l’inizio: l’80% dei lead non si converte mai per mancanza di un sistema di nurturing (Fonte: Invesp). I lead coltivati nel tempo generano acquisti di valore superiore del 47% (Fonte: The Annuitas Group). Nel 2026 entrano in campo gli Agenti AI connessi al CRM: sistemi che analizzano il comportamento dei visitatori — pagine viste, contenuti scaricati,

Nel 2026 la competenza
è necessaria ma non sufficiente. I potenziali clienti hanno bisogno di scoprirti, conoscerti, fidarsi di te prima di contattarti. L’AI ha reso questo accessibile anche senza team dedicati o budget consistenti. Ma richiede due ingredienti che nessuno strumento può fornire: costanza e autenticità.
I tuoi futuri clienti ti stanno già cercando online
email aperte — e assegnano un punteggio dinamico a ciascun contatto (lead scoring automatizzato), attivando comunicazioni personalizzate nel momento più opportuno. Per chi lavora da solo, il vantaggio è concreto: il sistema segnala i lead pronti alla conversione, permettendo di concentrare l’energia umana sui momenti davvero decisivi.
Gli strumenti a disposizione per fare del buon content marketing oggi non mancano di certo, si va da quelli a costo zero come: ChatGPT, Canva, Google Analytics, LinkedIn organico e smartphone, che costituiscono la base da cui partire. Poi ci sono quelli a pagamento. Per esempio con un budget a disposizione che va dai 50-100 €/mese si possono aggiungere ChatGPT Plus o Claude Pro, Canva Pro, Buffer per la programmazione social. Con un budget più alto di 200-300 €/mese si può completare il kit con Jasper AI, Surfer SEO, Descript per il video editing e HubSpot Starter per CRM e automazione email.
Il contenuto prodotto interamente dall’AI — generico, privo di esempi concreti — non genera lead. Meglio un articolo a settimana davvero utile che tre al giorno mediocri. E per i professionisti ordinistici un avvertimento essenziale: ogni ordine ha norme precise sulla comunicazione. Un avvocato non può configurare "accaparramento di clientela", un medico non può fare promesse terapeutiche non verificabili. L’AI non conosce queste sfumature: la verifica di conformità è sempre responsabilità del professionista. ■


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di Isabella Colombo
Sempre più italiani indossano le scarpe da running: milioni di praticanti, gare in aumento e community digitali in espansione raccontano un fenomeno che va oltre lo sport. Tra benefici fisici e mentali e il rischio di eccessi, la corsa è diventata parte integrante della quotidianità. Soprattutto per chi svolge un lavoro sedentario e stressante


Se i runner non siamo noi, sicuramente ne siamo circondati. L’Istat ha censito 4 milioni di praticanti tra jogging e footing. La Federazione Italiana di Atletica Leggera (Fidal) ha calcolato nel 2024 oltre 4.500 eventi podistici, con più di 2,8 milioni di iscrizioni e un incremento del 23% rispetto al periodo pre-pandemia. Lo scorso anno, rispetto a quello precedente, sono state organizzate 18 mezze maratone in più, mentre al traguardo delle maratone sono arrivati 20mila runners in più. Questi numeri fotografano un fenomeno sociale più che sportivo. Perché, se con il Covid abbiamo riscoperto la corsa, grazie alla sua estrema accessibilità in un contesto di grandi limitazioni, dopo ce ne siamo innamorati così tanto da farne una moda. Chi non ha almeno un amico che pubblica sui social le sue chilometriche conquiste, il percorso GPS tracciato con l’app Strava o l’ultimo modello di scarpe Saucony? «È sana, divertente, aggregante, facile, alla portata di tutti» spiega Francesco Guerra, running coach Fidal, autore del progetto @correrepersempre. «E la grande comunicazione che se ne fa sui social la rende contagiosa». Del resto, i benefici sono tantissimi. Ma anche i rischi, se l’approccio è superficiale.
L’età d’oro del runner amatoriale italiano, secondo le statistiche Fidal, è tra i 35 e i 44 anni, e oltre il 40% dei partecipanti alle gare podistiche ha più di 45 anni. «Almeno l’80% dei nostri utenti sono professionisti legati per ore a un lavoro sedentario e/o stressante, dagli ingegneri ai medici»,
spiega Sandro Siviero, co-autore di Correre ti cambia la vita (Rizzoli) e co-fondatore di Runlovers, la comunità digitale italiana dedicata alla corsa e al benessere che ha appena toccato 2,3 milioni mensili di touchpoint, il doppio rispetto a soli sei mesi fa. «Molti di loro hanno cambiato l’approccio nei confronti dello sport: allenarsi non è un appuntamento da segnare in calendario come la partita di calcetto o di padel, è qualcosa che fa parte della daily routine. La corsa al mattino o alla sera è diventata un’esigenza quasi fisiologica, spesso in alternanza ad altre attività come la piscina o la palestra, perché sanno che la costanza è fondamentale per restare in forma». La corsa è la risposta migliore a questa esigenza: per chi ha tempi stretti, bastano mezz’ora di tempo e un paio di buone scarpe. Nessuna organizzazione, nessuna attrezzatura. E niente tempi morti per gli spostamenti: si parte dal portone di casa.
I BENEFICI SU CORPO E MENTE
Oggi abbiamo una maggiore consapevolezza di quanto uno stile di vita sano sia protettivo nei confronti delle malattie. «Insieme alla buona alimentazione, per chi si affaccia sulla seconda metà della vita, lo sport, e in particolare la corsa che unisce attività aerobica e lavoro sui muscoli, è fondamentale per restare in forma, mantenere in salute il sistema cardiocircolatorio e quello immunitario, scongiurare il sovrappeso e i danni della vita sedentaria» continua Siviero.
Oltre che sul lato fisico, la corsa ha risvolti su quello mentale. «Fornisce una valvola di sfogo allo stress,


uno spazio di decompressione, resetta il cervello, scarica le tensioni. È come prendersi un’ora di vacanza al giorno. È il momento che dedichiamo a noi stessi e che, proprio per questo, ci permette di stare in equilibrio per tutta la giornata». Molti corrono al mattino, prima di sedersi alla scrivania o indossare il camice.
«Oltre a mettere le endorfine in circolo, hanno la soddisfazione di aver già fatto qualcosa per sé stessi e di potersi quindi dedicare al dovere e agli altri senza rimpianti» dice Siviero. «C’è chi invece preferisce correre la sera dopo una giornata di lavoro, come spazio di reset e occasione di gratitudine. In entrambi i casi, è anche un momento che stimola la riflessione e il pensiero laterale: chi corre sa bene quante soluzioni a questioni complesse ha trovato in cima a una salita o dopo uno sprint».
Quando la passione per la corsa diventa mania è il momento in cui i benefici fanno spazio agli infortuni. «È molto frequente lasciarsi prendere la mano: siamo nati per correre, per porci obiettivi e raggiungerli, per superare traguardi e in qualche modo anche per metterci in competizione, con noi stessi prima di tutto» spiega Siviero.
«È naturale quindi che, a un certo punto, il focus si sposti dal benessere alla performance. In genere capita ai più giovani perché hanno bisogno di misurarsi, ma nessuno è immune». Ci si iscrive alla gara cittadina e non si vuole sfigurare, magari ci si allena con l’amico che però corre da più tempo: si brucia-
no le tappe e farsi male è un attimo. «Una distanza “epica” come la maratona diventa una sorta di spunta che vogliamo assolutamente aggiungere alle esperienze della nostra vita, ma in questo modo forziamo gli allenamenti e la corsa diventa un’arma a doppio taglio» aggiunge il coach Francesco Guerra che lavora anche come wellness coach aziendale e ha fatto della corsa uno strumento per diffondere la cultura del benessere sul lavoro. «Soprattutto per chi viene da una vita sedentaria e decide di punto in bianco di iscriversi a una gara. E sono tantissimi!».
È vero che correre è un gesto naturale, ma passare dalla sedia alla pista non è facile come sembra. «Serve un percorso che parta dalla preparazione fisica» consiglia il coach. «Vanno rafforzati i muscoli
delle gambe per proteggere le articolazioni e il core per sostenere la schiena ed evitare di scaricare sui lombi e le ginocchia con conseguenze deleterie. Ben venga la moda quindi, sfruttiamola perché ci consente di avvicinarsi a un’attività benefica che dà tante soddisfazioni. Ma ricordiamoci che il vero obiettivo del runner amatoriale non dovrebbe essere il traguardo di una gara ma la certezza di poter continuare a correre per molti anni ancora e garantirsi così la salute a vita». ■

La regola base è cominciare camminando e alternare gradualmente fasi di corsa. Ci si allena almeno tre volte a settimana e, parallelamente, si eseguono esercizi per rafforzare i muscoli delle gambe e soprattutto il core, quindi addominali e lombari, il vero supporto del runner. Meglio se in palestra e seguiti da un coach.
«Per quanto riguarda infine lo stretching, utile per mantenere in buona salute i muscoli e scongiurare contratture e strappi, sfatiamo il mito che vada eseguito a fine corsa» avverte l’esperto. «Il muscolo è già affaticato e sotto stress. L’ideale è eseguirlo a 12 ore di distanza dall’allenamento. In fase di riscaldamento, invece, è utile lo stretching leggero: oscillazioni laterali delle gambe, leggeri stacchi e appoggi su punta e talloni». ■
Per chi parte da zero e non pratica sport da molti anni, la preparazione fisica è fondamentale per scongiurare infortuni. Sebbene semplice, l’attività del running ha un forte impatto sulla schiena e le articolazioni.
«Il 50% dei miei atleti amatoriali parte con tanto entusiasmo da sperimentare subito stanchezza, infortuni e la conseguente demotivazione che li porta a dire “La corsa non fa per me”. Perdendo così un’occasione» dice il coach Francesco Guerra. «Questo non succede se si intraprende un programma graduale di educazione alla corsa. Deve essere personalizzato sulle esigenze di ciascuno e non può quindi essere standard o approntato da un programma di intelligenza artificiale».
Professionisti e running celebrano il loro legame con gare ad hoc su e giù per l’Italia. A Milano, il 27 giugno presso il Villaggio Olimpico si corre la 10 chilometri Law&Run, il campionato di corsa patrocinato dalla Cassa forense e dal Consiglio nazionale forense. Ad Avezzano (Abruzzo), a novembre, si disputa la Corsa delle professioni: una mezza maratona organizzata dalla Runners Avezzano, dedicata a ingegneri, avvocati, medici, che unisce alla competizione lo spirito di appartenenza.

Il Contratto collettivo nazionale degli studi professionali ha costruito un’articolata rete di tutele intorno a tutti coloro che operano all’interno di uno studio professionale. In questa rubrica le ultime novità dalla bilateralità di settore
In un contesto segnato da rapide trasformazioni normative, tecnologiche e organizzative, la formazione continua si conferma una leva strategica per studi professionali e imprese. In questa direzione si inserisce il nuovo Avviso pluriaziendale di Fondoprofessioni, di prossima attivazione, pensato per sostenere percorsi formativi condivisi. Lo strumento permetterà di realizzare piani formativi pluriaziendali su base settoriale, territoriale o per area professionale, favorendo l’accesso alla formazione anche per le realtà di dimensioni più contenute, che potranno aggregare fabbisogni comuni e partecipare a interventi strutturati. La dotazione finanziaria complessiva ammonta a 1 milione di euro, suddivisa in due linee di finanziamento con graduatorie distinte:
una dedicata alle attività professionali e una seconda linea rivolta agli altri settori. I piani formativi, costituiti da progetti, coinvolgeranno gruppi da 6 a 20 partecipanti, fino a 40 ore, in presenza o in formazione a distanza sincrona. Saranno finanziabili interventi in ambiti strategici quali digitalizzazione, innovazione organizzativa, intelligenza artificiale, competenze tecnico-professionali, sostenibilità, welfare e sviluppo delle competenze trasversali. Un ruolo centrale sarà svolto dagli enti attuatori accreditati, che supporteranno studi e imprese nella progettazione e gestione dei piani, semplificando l’accesso alle risorse del Fondo. L’Avviso si configura come un’opportunità concreta e imminente per investire sulle competenze e rafforzare la competitività.

Un alleato strategico per la protezione del reddito

Nel 2025 Ebipro conferma il proprio ruolo di presidio fondamentale per la protezione del reddito dei dipendenti negli studi professionali. In un mercato del lavoro sempre più dinamico e sfidante, il sostegno economico offerto dalla Gestione Ordinaria dell’Ente bilaterale rappresenta una misura concreta di tutela sociale e finanziaria, in grado di incidere direttamente sulla qualità della vita lavorativa e familiare. I numeri del 2025 parlano chiaro: più di 8 milioni di euro in rimborsi spese riconosciuti a favore di quasi 35 mila beneficiari. Questi dati non sono solo cifre, ma testimonianza dell’impegno costante di un istituto che interpreta la bilateralità come vero e proprio “welfare”, rispondendo ai bisogni reali dei dipendenti e delle loro famiglie. In un contesto in cui la stabilità economica è sempre più preziosa, Ebipro si conferma alleato insostituibile degli studi professionali, traducendo il welfare in protezione diffusa e accessibile.
Per l’anno 2026 vengono confermate le garanzie attualmente previste con progetto sperimentale, rivolte agli iscritti Cadiprof: assistenza a figli non autosufficienti senza connotazione di gravità; rimborso plantari ortopedici; rimborso emicrania cronica. È prevista un’importante novità per la garanzia Assistenza a familiare non autosufficiente con connotazione di gravità: il massimale rimborsabile aumenta da 1.200 a 2.400 euro annui, per tutte le richieste presentate dal 01/01/2026. Restano invariati criteri e modalità di rimborso. Dal 1° gennaio è entrata in vigore la prima premialità prevista dal piano odontoiatrico gestito da FAS-ANDI.
Cadiprof riconoscerà un incremento del rimborso per i lavori di implantologia a ogni dipendente o familiare (coniuge) titolare di copertura Cadiprof, che dimostri di aver effettuato una seduta di igiene orale nell’annualità precedente.
Sono considerati validi ai fini del Bonus gli impianti con inizio cure e inizio pagamenti nel 2026, inclusa l’eventuale fattura di acconto, che dovrà essere successiva al 01/01/2026.


Tra le novità introdotte nel 2026 in favore dei professionisti titolari di copertura, alcune delle Prestazioni a rimborso liquidate da Gestione Professionisti sono state ulteriormente ottimizzate. In particolare: visita dermatologica per prevenzione: da biennale diventa annuale con rimborso entro il limite di 60 euro; trattamenti fisioterapici a seguito di malattia: il massimale aumenta da 200 a 300 euro e le sedute rimborsabili passano da 5 a 6. Le garanzie del Pacchetto prestazioni dirette (tra le principali, diaria da ricovero e day hospital e rimborsi per interventi chirurgici ambulatoriali) sono riservate ai professionisti titolari di copertura automatica o volontaria Base, Premium o Infortuni&Welfare, già attiva al momento dell’evento e la cui età anagrafica al momento della richiesta non sia superiore a 80 anni. La domanda di rimborso può essere inoltrata autonomamente dall’area riservata BeProf, seguendo la procedura prevista. Gestione Professionisti, lavora ormai da oltre 10 anni per ottimizzare le coperture in favore di tutti i Professionisti, incrementando i massimali, migliorando le condizioni e inserendo ogni anno nuove garanzie, prestazioni e convenzioni. Per conoscere tutte le novità e le prestazioni è disponibile la sezione Prestazioni del sito Gestione Professionisti
Gli eventi, le mostre, i film e i libri del momento in Italia e all'estero da non perdere per fare un pieno di cultura e di bellezza



Finiti i Giochi olimpici restano da vedere le mostre organizzate per l’occasione. Dagli scatti di Jacopo Di Cera presso l’aeroporto di Malpensa alle Meraviglie del Gran Tour al museo Poldi Pezzoli di Milano, fino alle foto che danno vita alla mostra Winter Games di Verona
di Romina Villa
Sono passati pochi giorni
dalla conclusione dei Giochi
Olimpici Invernali, ai quali seguiranno, dal 6 al 15 marzo, le Paralimpiadi. Dopodiché, calerà il sipario sui grandi eventi di Milano-Cortina 2026, le prime olimpiadi diffuse della storia sportiva. Non una sola città protagonista, ma tanti diversi territori, che hanno ospitato le gare, le delegazioni sportive e gli spettatori. Era il 24 giugno 2019, quando il CIO preferì l’Italia agli svedesi di Stoccolma-Åre e da quel giorno in poi abbiamo seguito il lungo cammino del comitato organizzatore, come al solito, tra il giusto entusiasmo e le consuete polemiche.
Fra poco sarà tempo di bilanci, ma qualcosa sappiamo già. L’Italia ha vinto e non solo tante medaglie. Hanno vinto i nostri paesaggi, l’architettura delle nostre città, la nostra cucina e il nostro talento creativo. Non è retorica, è ciò che ci è stato riconosciuto da atleti e atlete di tutto il mondo che, tramite i loro profili social, hanno invaso la rete di video virali. Contenti per i letti comodi del villaggio olimpico milanese (con buona pace dei
nostri cugini d’oltralpe), pazzi per pasta, pizza e tiramisù. Una dieta non proprio da sportivi, ma chi resiste al gelato artigianale e al cappuccino fatto a regola d’arte? Sono stati loro, insieme ai loro staff, a farci conoscere nei loro paesi d’origine, inconsueti ambasciatori del paese più sognato al mondo. E insieme a loro, oltre alle televisioni, anche centinaia di influencer che hanno rilanciato le loro esperienze ai quattro angoli del globo. Non c’è dubbio, riguarda noi, il nostro modo di vivere e la nostra cultura.
E a proposito di questo, anche a gare terminate, sarà possibile ritrovare lo spirito olimpico in tante mostre ed eventi che continueranno fino alla fine della primavera.
Insieme al programma sportivo, Il Comitato di Milano-Cortina 2026 ha varato un corposo programma di iniziative culturali, che hanno preso avvio in autunno e che si concluderanno a tarda primavera. L’Olimpiade Culturale ha unito sport, arte e cultura e ne è venuto

fuori un calendario ricco, basato su valori universali e ispirato alle sfide della contemporaneità. Il programma si può scaricare dal sito ufficiale della manifestazione e include numerosi eventi e mostre diffuse. Ne abbiamo selezionati alcuni.
Chi atterra a Malpensa, può visitare la mostra White Entropy presso lo Spazio PhotoSquare dell’aeroporto, Terminal 1. Il fotografo Jacopo Di Cera presenta una serie di fotografie e un’installazione site
specific, che invitano i passeggeri ad una riflessione sul tema della montagna e la fragilità dei suoi ambienti. Nelle grandi foto di Di Cera, la montagna guarda se stessa, come un gigante che guarda ai suoi piedi. E il bianco immacolato, segno della purezza della montagna, si trasforma in qualcosa d’altro, man mano che l’incontro con l’uomo si trasforma in scontro.
La mostra si completa con un’installazione di grande impatto, che immerge i visitatori in un ambien-

te montano, un ghiacciaio, che si modifica con il nostro peso, con l’incedere dei nostri passi. Un gesto che ci rimanda al peso, ben più grande, delle nostre azioni. Fino al 31 marzo.
Sempre a Milano, atmosfera da grandi eventi quella che si respira al Museo Poldi Pezzoli con la mostra Meraviglie del Grand Tour, grazie anche ad un eccezionale prestito del Metropolitan Museum di New York e alla collaborazione del cineasta Ferzan Ozpetek, che per l’occasione ha realizzato un cortometraggio dal titolo Tutti gli DÈI. Il viaggio di formazione dei giovani aristocratici europei e – più tardi – americani, fu un fenomeno che interessò il nostro paese, a partire dal XVI secolo fino a tutto l’Ottocento. Il lungo e lento viaggio di conoscenza e di educazione alla bellezza attraverso il sud Europa, portava in Italia, eletta meta prediletta per la nostra storia, le rovine dei grandi monumenti dell’antichità, la letteratura, l’arte e l’architettura. Questa pratica raggiunse il suo culmine nel Settecento e andò ad alimentare un collezionismo di souvenirs di pregiata fattura, che i giovani nobili acquistavano come ricordo del viaggio. Si trattava di piccole vedute dipinte (cartoline ante litteram), riproduzioni in scala ridotta di sculture antiche oppure oggetti di vario genere, decorati da artisti di prim’ordine.
Tra questi, Giovanni Paolo Panini (1691-1765), raffinato pittore e scenografo, noto al tempo per le sue vedute della Roma moderna e antica, nonché l’artista per eccellenza del Grand Tour.


Da MET di New York è giunta in prestito la sua opera Roma antica, una delle tele più rappresentative della cosiddetta metapittura. Si tratta di un ambiente immaginario, una galleria, contenente decine di quadri che rappresentano i più noti monumenti e sculture antiche di Roma, e che crea una sorta di camera delle meraviglie.
La tela è di grandi dimensioni e si tratta di un’opera che difficilmente lascia gli Stati Uniti. Di Panini è esposta anche l’opera Interno del Pantheon a Roma, recentemente donata al Poldi Pezzoli da una collezionista privata, prima opera di Panini che giunge in una collezione milanese. L’opera è esposta accanto a due vedute di Roma di Gaspar Van Wittel, anch’esse recenti acquisizioni del museo.


Ventagli, Grand Tour Tutti gli DEI, ©FondacoItalia
La quindicenne prodigio
dello sci Andrea Mead Lawrence si allena per i Giochi olimpici invernali.
Pico Peak, Vermont, Stati Uniti. Immagine di George Silk. © 1947. The Picture Collection LLC. Tutti i diritti riservati
Primo piano di un bob a due durante i Giochi olimpici invernali del 1956. Cortina d’Ampezzo, Italia. Immagine di George Silk. © 1956. The Picture Collection LLC. Tutti i diritti riservati.
Nella pagina a fianco: In alto. La campionessa austriaca Melitta Brunner durante le prove sul ghiaccio. St. Moritz, Svizzera. Immagine di Alfred Eisenstaedt © 1934. The Picture Collection LLC. Tutti i diritti riservati
In basso. Le sciatrici sovietiche Radija Eroschina e Ljubov Kozyreva gareggiano nello sci di fondo ai Giochi olimpici invernali. Cortina d’Ampezzo, Italia. Immagine di Frank Scherschel. © 1956. The Picture Collection LLC. Tutti i diritti riservati.


Tra gli oggetti in mostra, una meravigliosa collezione di ventidue ventagli, in cui sono ritratti numerosi paesaggi italiani e mai esposti finora, gioielli in micromosaico e taccuini di viaggio. Ozpetek, nel suo cortometraggio, ha voluto omaggiare il Grand Tour, realizzando un cortometraggio all’interno del Pantheon di Roma, e che qui diventa un viaggio dell’anima attraverso la bellezza. Un valore aggiunto ad una mostra di per sé già straordinaria. Fino al 4 maggio.
Infine, a Verona, sede della cerimonia di chiusura delle Olimpiadi, ha aperto i battenti il 20 febbraio, la mostra fotografica Winter Games. Gli sport invernali. Fotografie dagli archivi Life 1936-1972, che si svolge presso il Centro Internazionale di Fotogra-
fia, riaperto dopo un decennio di chiusura. La sede dell’istituzione, infatti, si trova agli Scavi Scaligeri, un sito archeologico urbano di grande rilevanza, che finalmente viene restituito alla città, dopo importanti lavori di manutenzione e messa in sicurezza.
Siamo nel centro nevralgico della città antica, in un susseguirsi di strati che corrispondono a varie epoche storiche, a partire dall’età romana fino a tutto il Medioevo. Un contenitore di grande fascino, quindi, per la mostra dedicata alle foto di Life, la leggendaria rivista che ha fatto del fotogiornalismo la sua cifra. Circa un centinaio le foto esposte, tratte da diverse edizioni dei giochi invernali, a partire da Garmisch-Partenkirchen 1936 a Cortina 1956, fino a Sapporo 1972.


Lo sport racchiude in sé tutto. Il gesto atletico, le emozioni, lo sforzo fisico, l’interazione con il pubblico, i sentimenti di fratellanza e appartenenza ad una comunità. In sostanza, rappresenta la vita. L’esposizione è suddivisa in sei aree tematiche che portano il pubblico ad una riflessione su differenti livelli di narrazione. Area archeologica e mostra visitabili con un unico biglietto, fino al 2 giugno. ■
MAGGIORI INFORMAZIONI
A volte la soluzione alle problematiche estetiche o progettuali più complicate può giungere in maniera quasi inaspettata nelle fasi più calde di un impegnativo percorso podistico montano. Questo è ciò che accade a un professionista lombardo appassionato di corse estreme

Qualche tempo fa un organo di informazione online dedicato ai podisti ha suddiviso i runner in più caste partendo dall’analisi dei loro orari e abitudini di allenamento. Chi predilige le luci dell’alba e le ore mattutine apparterrebbe così alla classe dei monaci guerrieri mentre il cacciatore di stress macina i suoi chilometri preferibilmente la sera e al termine di una snervante giornata di lavoro.
Fra templari e manager sportivi quanto un po’ imbruttiti l’architetto Paolo Dossena ha scelto in un certo senso di non scegliere. Lui corre sempre anche perché le lunghissime distanze che percorre per le sue imprese impongono di non fermarsi mai se non per uno spuntino monacale o un risicato riposo.


L’UOMO VERTICALE
Nato nel 1970 e dal 1999 regolarmente iscritto all’Ordine, Dossena spazia nella professione dai progetti per il residenziale all’industria - senza affatto disdegnare il design d’interni - e gestisce un suo studio nella natia Cernusco sul Naviglio cui si affianca un piccolo ufficio a Milano. Ed è da «un’esperienza un po’ particolare» che ha detto di provenire. «Sono da sempre un appassionato di arrampicata e alpinismo», ha ricordato a Il Libero Professionista Reloaded, «e’stato istruttore del Club alpino italiano o Cai. Dopo la nascita della mia prima figlia ho iniziato a correre su distanze via via più impegnative: dai dieci chilometri alle mezze maratone e poi alla maratona, per approdare poi a percorsi come la 100 chilometri del Passatore da Firenze a Faenza e altri dai 120 chilometri in su».
Sempre più in alto, verrebbe da dire ricorrendo a un testimonial e a uno spot televisivo dei tempi che furono, perché per Dossena «la verticalità è la costante» anche quando non necessariamente si va di corsa: nel 1992 è stato per esempio fra i partecipanti a una spedizione sull’Altopiano del Tibet.
In tempi ben più recenti e cioè lo scorso settembre ha compiuto l’impresa di concludere in meno di 190 ore - 184 per l’esattezza - i 450 chilometri del prestigioso Tor De Glaciers valdostano che presenta dislivelli sino a 32 mila metri e che nel 2024 non era invece riuscito a completare. Sarà vero che «in circostanze come queste il fallimento è da mettere in conto», come ha
commentato: intanto però ci ha riprovato alla prima occasione coronando e concretizzando un impegno no-limits. «Insieme a un amico d’infanzia che nel tempo è divenuto un compagno d’avventure», ha spiegato, «concilio il lavoro, la vita privata e il training mettendomi in pista prima delle cinque del mattino: per almeno un’ora nei feriali e sino a sette-otto ore nei fine settimana. Lo sci alpinismo aiuta a conservarsi in piena forma anche nei mesi invernali; la bicicletta dà modo di alleggerire il carico a danno delle giunture senza nulla perdere in termini di performance Che il gioco valga la candela non c’è alcun dubbio: un trail permette infatti di godere di paesaggi unici in momenti della giornata nei quali di solito si è ancora sotto le coperte oppure, al tramonto, ci si sta
preparando per la cena». Tali sono i motivi per i quali Dossena ritiene che potenzialmente imprese simili potrebbero attrarre e interessare chiunque: il senso del sublime e la sfida a sé stessi sono il carburante del trail runner.
Il nemico è lo sconforto che è normale provare «lungo un viaggio che dura una settimana» a 3.000 metri e a temperature in doppia cifra sotto zero, per tacer della neve, in compagnia di allucinazioni che colgono chi come Paolo Dossena finisce per procedere a tappe forzate per 48 ore di seguito. Al di là delle gare archiviate come il Tor De Geants da soli - si fa per dire - 350 chilometri, le sessioni di preparazione notturne a 3-4.000 metri di altitudine sono essenziali

per temprare mente e corpo. Ma magari anche per accendere la lampadina di un’idea che stentava a prendere forma compiuta. «Sul percorso la sensazione di isolamento è profonda», ha detto l’architetto cernuschese, «e allora si telefona a casa o allo studio. Si ha tempo per pensare e scovare magari la soluzione a un problema di costruzione col quale ci si scontrava da tempo e lo spunto può arrivare dalla stessa osservazione della natura o del modo in cui le comunità montane hanno fatto tesoro del poco spazio disponibile». Può capitare allora che le si comunichi in tempo reale al telefono alle collaboratrici in ufficio o che specie in allenamento ci si fermi a tracciare bozzetti e disegni sull’inseparabile bloc-notes o Telefono.
La solitudine del maratoneta è spezzata dalle playlist musicali in cui convivono i suoi classici dell’hard rock e gli inserti più recenti a opera della prole millennial. E visto che durante il Tor de Glaciers le ore di sonno sono state soltanto otto, c’è modo di pianificare altre avventure. In programma prima o poi ci sono i 590 chilometri elvetici della Swiss Peak ma per il 2026 Dossena si è già preiscritto a Kima in Valtellina e al Garda Trail; più un paio di 120 chilometri e un trail da 250 in Svizzera. Probabile che il suo agosto termini con 300 ulteriori chilometri da coprire in Francia. «È una tipologia di corsa che promuoverei senza se e senza ma e non tanto per i benefici fisici e le suggestioni visive che offre, ma perché migliora sensibilmente la condizione mentale», ha concluso. ■

Da Mario Soldati e Ave Ninchi ad Antonino Cannavacciuolo e Bruno Barbieri. Dalla cultura alimentare ai reality culinari. Il 58% degli italiani segue regolarmente programmi di cucina in televisione. Un trend che non è solo intrattenimento ma un vero e proprio propulsore che influenza i consumi alimentari e il turismo enogastronomico
di Carlo Bertotti
Bruno Barbieri
Antonino Cannavacciuolo
Un popolo di poeti, santi, navigatori e cuochi… in tv! Eh si, perché in Italia da qualche anno assistiamo a un trend che non sembra conoscere crisi e che vede parallelamente crescere pubblico e appassionati. Un panorama che racconta una profonda passione verso il food e le sue declinazioni, in cui circa il 58% degli italiani segue regolarmente programmi di cucina in televisione e dove, tra innovazione e tradizione, il cibo è un vero e proprio caposaldo dell’identità culturale, recentemente riconosciuto anche dall’Unesco come patrimonio immateriale dell’umanità. La cucina in televisione non è solo intrattenimento ma un vero e proprio propulsore che influenza i consumi alimentari e il turismo enogastronomico, andando a contribuire a un settore


che nel 2024 ha generato 251 miliardi di euro di fatturato mondiale creando un indotto che tocca diversi comparti. Il cibo influenza le nostre vite come indicatore identitario di classe, genere, cultura e confessioni religiose. E se una volta a dettarne le regole era il ricettario di fine Ottocento di Pellegrino Artusi: La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene, libro che ha avuto un ruolo importante nel proporre un denominatore comune alle tante cucine regionali, oggi, a fare da riferimento sono i programmi tv dedicati alla cucina e alla cultura alimentare.
Ma il binomio Cibo-Tv in realtà non è storia così recente. Il primo programma in cui veniva trattato il tema del cibo è stato infatti Viaggio nella Valle del Po, un programma di Mario Soldati del 1957. Qualche anno dopo, dal 1971 al 1976, fu invece Luigi Veronelli, insieme ad Ave Ninchi e ad altri personaggi famosi dell’epoca, a dar vita alla trasmissione A tavola alle sette, probabilmente il primo vero progenitore dei programmi di cucina in tv. Ma nonostante questi primi esperimenti, negli anni successivi rimanevano in pochi gli addetti ai lavori nel nostro Paese disposti a scommettere sul successo dell’intrattenimento televisivo dedicato alla cucina. Basti pensare che mentre un programma come Masterchef debuttava in Inghilterra nei primi anni 90 da noi sarebbe andato in onda ben venti anni dopo. A scardinare queste iniziali resistenze sono comunque poi arrivati nel corso degli anni da una parte nuovi format come La
Prova del Cuoco, programma condotto da Antonella Clerici e in cui la sfida tra vip o persone comuni divenne presto popolare tra il pubblico e dall’altra la diffusione dei primi canali monotematici come il Gambero Rosso e Food Network.
È curioso notare che mentre fino ai primi anni Novanta la maggior parte dei programmi Tv legati alla cucina operava all'interno di una sfera in gran parte domestica e soprattutto femminile, oggi con i canali tematici e le piattaforme on-demand si è compiuta una piccola rivoluzione nel modo in cui gli spettatori si approcciano ai programmi che trattano cucina in tv evidenziando tra l’altro una costante crescita di pubblico maschile. Programmi tv che si diversificano in una varietà di generi e format: dal reality al talent show, dalla gara al food Travelogue, portando a una spettacolarizzazione globale di ricette, tecniche culinarie e grandi chef. Questi ultimi spesso rappresentano lo snodo centrale della narrazione: celebrity chefs, blogger e food celebrities diventano infatti veri e propri testimoni e divulgatori di culture gastronomiche e trend sul cibo che sempre più spesso nel racconto televisivo diventa strumento di costruzione e promozione dell’immagine di un Paese.
ADDIO DIDATTICA
Il gusto del pubblico dei format dedicati al cibo negli anni si è evoluto dalla semplice ricerca di ricette ai racconti e alle storie legate a prodotti, territorio e persone: una modalità di narrazione che ha conseguentemente influenzato le scelte alimentari e lo stile di vita


delle persone aumentando allo stesso tempo la coscienza di ciò che cuciniamo e mettiamo in tavola. Una delle storie più significative è ad esempio quella di Giorgio Barchiesi (Giorgione), ristoratore e volto televisivo tra i più conosciuti: il suo successo rispecchia proprio quella tendenza a cercare di suscitare emozioni nel pubblico attraverso storie di passione per il cibo e scoperte di nuove identità culturali.
Una tipologia di racconto in cui sono protagoniste persone comuni che ambiscono a trasformare in professione un hobby, o dove Food blogger appassionati di cibo si trasformano in conduttori alla

scoperta di prodotti tipici e realtà locali, spesso in compagnia di produttori artigianali e ristoratori.
In questo contesto anche trasmissioni storiche come È sempre mezzogiorno (l’ex Prova del Cuoco) si sono adeguate cercando di mantenere questa linea in programmi realizzati in studio in cui si invitano chef che si identificano con la loro terra di origine e i suoi prodotti. L’evoluzione della materia nel corso degli anni ha però portato in evidenza una tendenza in cui gli aspetti più prettamente didattici hanno gradualmente lasciato il posto a una connotazione sempre più marcata e rivolta all’intrattenimento in tutte le sue declinazioni.
FRA TALENT E GAME SHOW
Tra le numerose proposte di programmi dedicati al cibo uno dei più seguiti è sicuramente Masterchef Italia, arrivato alla sua quindicesima edizione e condotto da tre autentiche star come Antonino Cannavacciuolo, Bruno Barbieri e Giorgio Locatelli. Il programma si è consolidato negli anni come uno dei più seguiti con numeri che non hanno nulla da invidiare agli ascolti delle reti generaliste. Basti pensare che la finale dell’ultima edizione (la 14ª) ha registrato il 6,60% di share.
Ad di là della competizione e dei meccanismi che regolano la trasmissione uno degli aspetti più interessanti sono gli ospiti che coaudiuvano di volta in volta il trio di chef. Dal temutissimo Iginio Massari a Jeremy Chan e Enrico Crippa la lista degli chef stellati è lunghissima: sono loro a contribuire all’ulteriore innalzamento del

livello portando l’alta cucina e la tecnica professionale all’interno della Masterclass. Ai concorrenti si richiede di sapersi destreggiare in cucina a 360°, affrontando preparazioni e cibi assai diversi tra loro e sapendo cucinare di tutto in un ambiente competitivo accentuato dalla presenza di un grande orologio che scandisce implacabile il tempo rimasto per la realizzazione della ricetta.
In questo specifico contesto il cibo non è più protagonista in quanto tale, ma diventa una sorta di mezzo per esaltare sé stessi. In sintesi, MasterChef Italia agisce come un poderoso amplificatore commer-
ciale per il settore Food & beverage, producendo valore economico diretto tramite la pubblicità e indiretto attraverso il prestigio del marchio. L’altro caposaldo dei programmi dedicati alla cucina in tv è sicuramente 4 Ristoranti, il reality culinario condotto da Alessandro Borghese, ormai giunto alla 11^ edizione e che esplora la cucina italiana da Nord a Sud.
Un programma ormai consolidato che prevede la sfida tra quattro ristoratori che vengono valutati attraverso diversi parametri e in cui sovente la sola partecipazione trasforma radicalmente l’attività dei ristoranti in gara con un’im-
portante crescita di reputazione e soprattutto un conseguente notevole aumento nel numero dei clienti. Tra l’altro anche questo programma è diventato nel tempo un’occasione per scoprire nuovi ristoranti o trattorie sparsi nel territorio dove poter degustare ottimi pranzi.
Ma tutti questi programmi tv sulla cucina aiutano a cucinare e a mangiare meglio? Ovviamente, le trasmissioni culinarie non possono appassionare tutti, ma ciò che è certo è che hanno avvicinato al settore molte persone, anche i più piccoli, che sempre più spesso scoprono in tenera età la passione per questo mondo. Una ricerca olandese pubblicata sul Journal of Nutrition, Education and Behaviour, ha poi recentemente evidenziato che i ragazzi che seguivano in tv programmi di cucina basati sulla cultura salutare del cibo erano successivamente più inclini a mangiare in modo sano: una comunicazione efficace e diretta su quanto gli alimenti salutari siano sempre più opportuni e preferibili rispetto ai cibi ultra processati.
La combinazione di più fattori rimane dunque alla base del successo dei programmi televisivi incentrati sulla cultura del mangiare. L’amore per il cibo, l’attrazione per le dinamiche in cucina, la notorietà degli chef e la propensione a cibarsi in maniera sempre più salutare creano quel mix di ingredienti che rende praticamente irresistibile la materia. Una connessione tra estro, passione, talento e volontà che continua a crescere e a coinvolgere milioni di telespettatori. ■
Tre visioni da non lasciarsi sfuggire: il meglio tra cinema e serialità, ogni mese di Giacomo Camelia
ufficiale @thebridemovie





Avvocato Ligas, foto instagram profilo ufficiale Sky (@skyitalia)
Peaky Blinders, foto instagram profilo ufficiale Peaky Blinders (@peakyblinders)

Dopo il successo popolare di Doc – Nelle tue mani, Luca Argentero accetta una nuova sfida: cambiare pelle senza rinnegare il carisma che lo ha reso uno dei volti televisivi più riconoscibili degli ultimi anni. Avvocato Ligas, primo legal drama italiano targato Sky Original disponibile dal 6 marzo 2026, lo vede protagonista nei panni di Lorenzo Ligas, penalista brillante quanto spregiudicato, che fa del cinismo e dell’intuito le sue armi migliori. Talento purissimo, ma allergico alle regole, Ligas paga il prezzo del proprio comportamento sopra le righe con il licenziamento dallo studio che ne aveva consacrato la fama. Da qui prende avvio una parabola di caduta e possibile riscatto che la serie sviluppa evitando la scorciatoia del moralismo. Costretto a ripartire da zero, l’avvocato si ritrova a fronteggiare casi impossibili affiancato dalla giovane e idealista praticante Marta Carati (Marina Occhionero), figura speculare e controcanto etico del protagonista. Il cuore della serie non è tanto il caso giudiziario quanto il conflitto interiore di Ligas, chiamato a ridefinire il proprio rapporto con la giustizia e con se stesso. Argentero lavora per sottrazione, giocando su ambiguità e zone d’ombra, mentre la presenza di Barbara Chichiarelli nei panni del pm Annamaria Pastori alza il livello dello scontro, anche sul piano personale. Avvocato Ligas non reinventa il genere, ma lo introduce con decisione nel panorama seriale italiano, puntando su personaggi imperfetti e su una riflessione credibile sul potere, l’etica e il prezzo del successo.
Con La Sposa!, disponibile nelle sale cinematografiche italiane dal 5 marzo 2026, Maggie Gyllenhaal conferma di essere una delle registe più interessanti del nuovo cinema americano d’autore. La rilettura de La moglie di Frankenstein di James Whale in chiave radicalmente contemporanea, si inserisce nel più ampio ritorno del gotico che oggi attraversa cinema e serialità. Ambientato nella Chicago degli anni Trenta, il film segue la Creatura (un Christian Bale dolente e magnetico) alla ricerca di una compagna, ma quando la giovane donna interpretata da Jessie Buckley viene riportata in vita, il mito si spezza: la sposa rifiuta il ruolo assegnatole e rivendica il diritto di esistere secondo le proprie regole. È qui che il film trova la sua forza più autentica. Gyllenhaal non si limita a omaggiare un’icona del cinema classico, ma ne rovescia il senso, trasformando una figura nata per completare l’uomo in un soggetto autonomo, ribelle, politico. Il risultato è una storia d’amore mostruosa e anarchica, che dialoga con le ansie del presente: identità fluide, desiderio di autodeterminazione, paura dell’intimità. Visivamente sontuoso, sostenuto da un cast corale di altissimo livello (Penélope Cruz, Peter Sarsgaard, e non solo), La Sposa! alterna momenti di lirismo e strappi musicali che diventano atti di disobbedienza. Un’opera che dimostra come il genere gotico possa ancora parlare con forza al nostro tempo.
Le sue sei stagioni hanno ridefinito l’immaginario gangster televisivo, ora Peaky Blinders torna a farsi evento con The Immortal Man, lungometraggio in uscita il 6 marzo 2026 in alcune sale cinematografiche selezionate e dal 20 marzo su Netflix. Più che un’operazione nostalgica, il film rappresenta il tentativo di dare una nuova chiusura - forse definitivaalla parabola di Thomas Shelby, personaggio che ha segnato un’epoca e trasformato Cillian Murphy in un’icona globale. Ritroviamo Tommy a distanza di anni dall’addio in sella al cavallo bianco: un uomo segnato dal passato, schiacciato dal peso delle responsabilità e dai fantasmi di un amore mai davvero sepolto. Peaky Blinders ci ha insegnato che il senso del dovere e il richiamo della famiglia sono forze a cui Shelby non ha mai saputo sottrarsi. Ambientato in un’Europa sull’orlo del baratro, con l’ombra del nazismo e della Seconda guerra mondiale che incombe, The Immortal Man alza la posta in gioco, spostando il conflitto su un piano storico e morale ancora più cupo. Steven Knight, creatore e sceneggiatore del franchise, resta fedele a una scrittura compatta e solenne, mentre la regia di Tom Harper punta su un tono più crepuscolare che celebrativo. L’assenza di Arthur Shelby pesa, ma le new entry - da Barry Keoghan a Rebecca Ferguson - promettono nuove tensioni e traiettorie narrative. Il film non ha il compito di reinventare Peaky Blinders, bensì di accompagnare il suo protagonista verso l’ultima resa dei conti.
Cinema, balletto, musica e libri. Un vademecum per orientarsi al meglio tra gli eventi culturali più importanti del momento




Su un megaschermo viene proiettato un film che potrebbe apparire un cult del dadaismo: pochi secondi e scopriamo che si tratta invece di L’importante è non farsi notare, esilarante pellicola del 1979 in cui le Sorelle Bandiera (sì, proprio quelle di Fatti più in là) interpretano tre agenti segreti travestiti da donna. È solo una delle tante sorprese che emergono dalla mostra fotografica Pazza Idea, con cui il Museo Nazionale del Cinema di Torino celebra una
Fondati nel 2001, i Sommets Musicaux de Gstaad coniugano la meraviglia dei paesaggi montuosi del bernese con appuntamenti musicali di superlativa qualità. Fra i concerti più significativi di quest’anno, quello del 31 gennaio con la Camerata Bern ed Emmanuel Pahud, il più raffinato e versatile fra i grandi flautisti viventi. L’ensemble svizzero ha proposto vari lavori del Novecento polacco: i Tre pezzi in stile antico di Górecki dialogavano con l’Ancient Music dei due Bach più celebri, Johann Sebastian (Suite n. 2) e Carl Philipp Emanuel. Di quest’ultimo, pur col moderno traversiere, Pahud ha saputo mettere in luce l’Empfidsamkeit (Sensibilità) senza le frenesie talora eccessive di interpretazioni “storicamente informate”. Preziosa la proposta del Concerto per archi di Grażina Bacewicz, assai apprezzato dal pubblico.
serie di icone pop nelle fotografie di Angelo Frontoni. Lungo la Rampa Elicoidale, 200 fotografie ritraggono 62 artisti nazionali e internazionali, componendo un avvincente racconto degli anni Settanta e Ottanta visti attraverso un obiettivo che, ai limiti dell’eccesso ma con ironia, ha saputo catturare lo spirito e le contraddizioni di quegli anni. Un modo per riscoprire lo sperimentalismo esistenziale - ancor prima che artistico - di quell’epoca.
Quattro anni fa ci lasciava Radu Lupu, uno dei pianisti più ispirati e stilisticamente sapienti del Novecento e dei primi anni Duemila. Insperato e indispensabile arriva come un miracolo il box Decca a tiratura limitata The Unreleased Recordings, 6 cd mai pubblicati in cui l’arte del musicista rumeno emerge vivida e intatta da una serie di live e registrazioni radiofoniche. Non solo il prediletto romanticismo austro-tedesco (Schubert, Schumann, Brahms) e i classici viennesi (Mozart, Haydn), ma anche folgoranti interpretazioni chopiniane e incursioni nel Novecento di Debussy, Bartók, Copland, nonché un Mussorgsky mesmerico. Poetico, delicatissimo e allusivo, ma anche rapido come un felino e con una vena dionisiaca slava, Lupu ne emerge come il più misterioso e ineffabile degli interpreti della nostra era, e il più vicino a un’ormai lontana Sehnsucht
Non è certo facile fare, oggi, un film sulle origini della Russia di Putin. Ci è riuscito benissimo, seppur con qualche lungaggine didascalica, Olivier Assayas, traendo il soggetto dal romanzo Il mago del Cremlino (titolo anche del film) di Giuliano da Empoli e portandolo sul grande schermo con attori del calibro di Jude Law (interprete di Putin) e Paul Dano (magistrale nella difficile interpretazione di Vadim Baranov, sospeso fra mondo dell’arte e del potere).
Non si tratta di un film di parte né di propaganda, anche se il potere russo (ma a tratti anche quello ucraino) non ne esce certo bene. Il punto di forza sta proprio nell’assenza di manicheismi e nella capillare ricostruzione di quella polittechnologija (“tecnologia della politica”) che non è solo affare russo ma anche dell’attuale Occidente.
Per le generazioni che non hanno vissuto quell’epoca, ma anche per chi era distratto, importante la ricostruzione del passaggio dagli ossimori dell’anarchia post-sovietica a quell’autoritarismo da cui la Russia sembra - da ere ataviche - non riuscire a liberarsi.
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L’espansione del debito pubblico degli Stati Uniti è una mina che rischia di scoppiar da un momento all’altro. A fine 2025 la dimensione complessiva del debito federale ha superato i 38 trilioni di dollari, pari a oltre 120 % del Pil, segnando una traiettoria in crescita che riflette anni di disavanzi strutturali, stimoli all’economia e shock esterni come la pandemia. Le politiche fiscali dell’amministrazione Trump hanno contribuito in modo significativo a questo fenomeno. L’approccio di tagli fiscali e spesa ampliata ha stimolato la crescita nel breve periodo, ma ha eroso le fondamenta di bilancio, lasciando ai mercati un quadro più fragile di sostenibilità a lungo termine. Sul fronte commerciale, Trump ha fatto dei dazi la bandiera della sua strategia per riequilibrare i deficit esteri, bypassando però il Congresso. Una manovra azzardata che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha rispedito al mittente, senza tanti complimenti. Secondo alcune stime l’annullamento dei dazi potrebbe ridurre i ricavi su un orizzonte decennale per quasi 2 trilioni di dollari, con un possibile aumento del debito federale fino a 2,4 trilioni. Senza contare la questione dei rimborsi degli oltre 130 miliardi di dollari di dazi riscossi nel 2025, con numerose società sul piede di guerra per ottenere la restituzione dei fondi. Come da copione, la risposta politica di Trump non si è fatta attendere. Oltre ad attaccare duramente la Corte, ha annunciato l’introduzione di nuovi dazi globali, seminando il panico tra i partner commerciali. Eppure, a ben guardare, la decisione della Corte Suprema potrebbe rappresentare un segnale di stabilità istituzionale per i partner commerciali: limitando i poteri esecutivi in materia commerciale e riducendo la possibilità di escalation tariffarie unilaterali, gli Stati Uniti potrebbero recuperare credibilità nei negoziati multilaterali. Resta da capire come Trump riuscirà a conciliare l’esigenza di flessibilità politica con la disciplina fiscale e commerciale in un sistema globale interconnesso. Da qui, dipende il profilo di rischio sovrano degli Stati Uniti nel prossimo decennio. POST SCRIPTUM