PRIMO PIANO
PROFESSIONI
La marcia dei fossili sulla Cop 30
Un presidio di stabilità
CULTURA
Mercatini di Natale
IL CAMBIAMENTO IN 4D
Demografia, dazi, debito e digitale N°
39
-
ANNO
2025
SOMMARIO
STORIA DI COPERTINA 10
Identità in transizione
PROFESSIONI 52
di Tommaso Nannicini
18
Le professioni alla prova dei dazi
di Alessia Negrini
58
di Ludovica Zichichi
22
Un partner chiamato IA
62
PRIMO PIANO
Le olimpiadi delle occasioni mancate di Giacomo Camelia
42
Data center, mercato a rischio bolla di Lia Panzeri
Un tesoretto nella pensione di scorta di Isabella Colombo
74
di Edoardo Rinaldi
36
Pnrr, coesione azzoppata di Laura Ciccozzi
68
La marcia dei fossili sulla Cop 30
IA, la rivoluzione silenziosa di Emanuele Frontoni
di Paola Fiorillo e Camilla Lombardi
30
Un presidio di stabilità e coesione sociale
Giovani e news, la frattura tra analogico e digitale di Claudio Plazzotta
80
La nota stonata di Carlo Bertotti
86
Edilizia in movimento di Elena Brambilla
92
Alle radici delle professioni di Carlo Valente
98
Il paradosso dell’oro bianco di Matteo Durante
104 Il volto umano del digitale Giampaolo Di Marco
110 Il Giubileo dei professionisti di Maria Teresa Pasceri
PER LEG G ERE L’A R T ICOLO
(clicca sul titolo dell’articolo per accedere ai link)
2
COLOPHON
CULTURA 118 Mercatinidi Natale di Romina Villa
126 Cinepanettoni,
l’Italia che rideva di sé di Carlo Bertotti
130 Olio su toga di Roberto Carminati
Il Libero Professionista Mensile digitale di informazione e cultura direttore responsabile Giovanni Francavilla redazione Nadia Anzani, Mario Rossi hanno collaborato Carlo Bertotti, Elena Brambilla, Lelio Cacciapaglia, Giacomo Camelia, Roberto Carminati, Luca Ciammarughi, Laura Ciccozzi, Isabella Colombo, Jacopo Crameri, Giampaolo Di Marco, Matteo Durante, Paola Fiorillo, Emanuele Frontoni, Camilla Lombardi, Tommaso Nannicini, Alessia Negrini, Lia Panzeri, Maria Teresa Pasceri, Claudio Plazzotta, Edoardo Rinaldi, Maurizio Tozzi, Carlo Valente, Romina Villa, Ludovica Zichichi segreteria di redazione Miriam Minopoli
RUBRICHE 4
L’Editoriale di Marco Natali
48
News From Europe a cura del Desk europeo di ConfProfessioni
90
Pronto Fisco di Lelio Cacciapaglia e Maurizio Tozzi
108 Welfare e dintorni 134 Recensioni di Luca Ciammarughi
136 Un libro al mese di Luca Ciammarughi
138 In vetrina in collaborazione con BeProf
141 Post Scriptum di Giovanni Francavilla
comitato editoriale Roberto Accossu, Salvo Barrano, Paola Cogotti, Carmen Colangelo, Alessandro Dabbene, Luigi Alfredo Carunchio, Andrea Dili, Paola Fiorillo, Raffaele Loprete, Marco Natali, Maria Pungetti, Dominella Quagliata, Ezio Maria Reggiani, Gioele Semprini Cesari redazione Via Boccaccio, 11 – 20121 Milano contatti Tel. 02 36692133 Fax 02 25060955 redazione@illiberoprofessionista.it info@illiberoprofessionista.it editore Lp Comunicazione Srl, Via Boccaccio, 11 – 20121 Milano Registrazione Tribunale di Milano n. 118 del 24/02/2011 progetto grafico e impaginazione Pianeta.Studio Srl Società Benefit di Massimiliano Mauro info@pianeta.studio | @pianeta_studio Designer Francesca Fossati disclaimer I contenuti e le informazioni contenute ne il Libero Professionista sono sottoposti ad un accurato controllo da parte della redazione, nel rispetto dei principi di deontologia professionale vigenti in materia giornalistica. Tuttavia, il Libero Professionista declina ogni responsabilità, diretta e indiretta, nei confronti degli utenti in merito a eventuali danni che possano derivare da possibili errori o imprecisioni dei contenuti. Il Libero professionista può contenere collegamenti ipertestuali (link) verso altri siti di proprietà di soggetti diversi da il Libero Professionista e declina ogni responsabilità riguardo il contenuto di questi siti o l’uso delle informazioni raccolti dagli stessi. Tutti i contenuti de il Libero Professionista possono essere utilizzati, a condizione di citare sempre il Libero Professionista come fonte ed inserire un link o collegamento ben visibile a https://confprofessioni.eu/ il-libero-professionista-reloaded/. © Il Libero Professionista • All rights reserved 2024
NUMERO 39
3
E D I T O R I A L E
Per una riforma condivisa che parta dal basso
S di Marco Natali
ono passati quasi vent’anni dalle ‘lenzuolate’ di Bersani e ancora oggi portiamo addosso le cicatrici di una riforma concepita per liberalizzare il settore e aprirlo alla concorrenza, ma che si rivelò, nel volgere di pochi anni, un recinto invalicabile che ha ingabbiato qualsiasi ipotesi di crescita dei liberi professionisti. Neppure la riforma varata con la legge di stabilità del 2012 è stata in grado di dare un respiro in linea con l’evoluzione del mercato, limitandosi a disegnare un processo di delegificazione, che rappresenta un vero e proprio downgrade degli ordinamenti professionali; senza contare il reticolo burocratico che, di fatto, ha ingessato i compensi, le società tra professionisti e, non ultimo, l’allineamento alla direttiva servizi sulla libertà di stabilimento e di prestazione. Ora la storia si ripete, non senza una certa dose di disinvoltura. Come se la pandemia e la rivoluzione digitale fossero semplici incidenti di percorso. Il disegno di legge delega per la riforma degli ordinamenti professionali, insieme al nutrito pacchetto normativo per avvocati, professioni sanitarie, dottori commercialisti ed esperti contabili, presentato dal Governo lo scorso settembre e ora al vaglio della Commissione Giustizia della Camera si propone il nobile obiettivo di modernizzare il sistema professionale. Anche se, in ultima analisi, appare più un maldestro tentativo di consolidare pesi e contrappesi delle sovrastrutture burocratiche che ancora oggi governano le professioni, senza affrontare le ambiguità, sedimentate negli anni, sul duplice ruolo degli ordini nell’ambito della tutela dell’interesse collettivo e della
fede pubblica come pure nel campo della rappresentanza politica e associativa dei liberi professionisti. Al di là dei rilievi mossi da Confprofessioni in Parlamento, su tutti l’antico vizio del ‘divide et impera’ che permea un provvedimento frammentato in quattro leggi delega e che non lascia spazio a una visione organica delle professioni, alimentando piuttosto il rischio di conflitti tra categorie, il vulnus dell’ennesima riforma sta proprio nell’incapacità (o forse nella volontà) di non cogliere l’intero sistema professionale come un unico corpo sociale ed economico che opera al servizio e per l’interesse del Paese. Da questa angolatura, il disegno di legge delega appare come una mano di vernice su una vecchia cornice, senza raffigurare un quadro reale delle esigenze dei liberi professionisti. Il tanto sbandierato ruolo sociale delle professioni resta una distopica illusione se non si mettono i professionisti nella condizione di crescere in un mercato profondamente influenzato dall’intelligenza artificiale, da un sistema fiscale disincentivante, da un modello di welfare ancorato sulla disparità di trattamento tra lavoro autonomo e dipendente. Ci sono poi altri elementi che contribuiscono a destabilizzare le prospettive di sviluppo delle professioni: da un lato la crisi demografica e, dall’altro, uno scenario geopolitico incerto che rischia di condizionare i processi di internazionalizzazione dei professionisti. È evidente che da qualche parte bisognerà pur cominciare e anche con una certa urgenza. Ma un conto è addomesticare le regole elettorali degli ordini, magari inventandosi che gli Ordini acquisiscano la “rappresentanza” dei professionisti “ex lege”; circoscrivere le competenze professionali in capo a ciascuna categoria o irregimentare i medici liberi professionisti dentro un regime di dipendenza; un altro, è avere il coraggio di impostare un percorso normativo che parta dal basso, da una visione condivisa con le parti sociali (a partire da Confprofessioni), e sganciato da pericolose fughe in avanti che rischiano di ledere i diritti dei liberi professionisti.
NUMERO
COVER STORY
I fatti, le analisi e gli approfondimenti dell’attualità politica ed economica in Italia e in Europa. Con un occhio rivolto al mondo della libera professione
STORIA DI COPERTINA
IDENTITÀ IN TRANSIZIONE
10
Nell’ultimo biennio il numero di liberi professionisti è tornato a crescere con un ritmo superiore alla media dell’Unione europea. I redditi nominali registrano una forte crescita. Grazie alla spinta degli investimenti pubblici, della domanda di servizi alla persona e dei fondi del Pnrr. Ma è ancora presto per capire se si tratta di una volta strutturale di Tommaso Nannicini
Direttore scientifico dell’Osservatorio delle Libere Professioni
NUMERO 39
11
STORIA DI COPERTINA
I
l 2024 è stato un anno in cui hanno trovato conferma due segni più per le libere professioni in Italia. Dopo la forte contrazione registrata durante la pandemia, nell’ultimo biennio è tornato a crescere il numero di persone che lavorano nelle professioni intellettuali, con un ritmo superiore alla media dell’Unione europea e in controtendenza rispetto al decennio precedente. E anche i redditi nominali, dopo anni di calo o stagnazione, hanno registrato una forte crescita dal 2021 in poi, a conferma della capacità di restare competitivi senza essere travolti dall’aumento dei prezzi. Naturalmente, questi segni positivi nascondono differenze e sfumature. Tanto per iniziare, l’aumento quantitativo è trainato dalla crescita dei professionisti attivi nei settori che hanno beneficiato della ripresa post-pandemica. Nelle costruzioni, dal 2019 a oggi, l’aumento è stato del 54,4%; nelle attività cultu-
12
rali del 21,1%. Una crescita spinta dagli investimenti pubblici, dalla domanda di servizi alla persona e dall’impulso di misure come il Superbonus e il Pnrr. Resta da capire quanto questa crescita sia strutturale e quanto, invece, destinata a ridimensionarsi con il venir meno di misure eccezionali. UNA SCALA PIÙ AMPIA La crescita è stata particolarmente impetuosa in aree del lavoro professionale difficili da inquadrare anche per le statistiche ufficiali, dalle “professioni qualificate nei servizi” alle “altre professioni”: comparti numericamente piccoli, ma la cui espansione vorticosa segnala una domanda crescente per profili trasversali. Un andamento simile riguarda i professionisti con dipendenti, che rappresentano solo il 17,6% del totale, ma negli ultimi anni hanno registrato i tassi di crescita più elevati, mentre quelli senza dipendenti hanno visto una contrazione. Un segnale chiaro: il mercato richiede una scala di attività più ampia, che non sempre il nostro ordinamento è in grado di sostenere e accompagnare. REDDITI FRAGILI Allo stesso modo, l’aumento dei redditi nominali nasconde non poche fragilità. Per quanto sostenuta, questa crescita ha appena compensato l’inflazione post-pandemica, traducendosi in una sostanziale stabilità del reddito reale. E per i professionisti fuori dal regime forfettario il fiscal drag ha fatto il resto, aumentando il prelievo Irpef più di quanto le misure di alleggerimento fiscale dell’ultimo decennio siano riuscite a ridurlo, erodendo così il reddito disponibile dei professionisti con redditi medio-alti. La stabilità del reddito reale in anni così tumultuosi è un dato positivo, ma la media copre differenze profonde tra settori e profili professionali, con il rischio che una quota crescente di professionisti scivoli verso l’area del lavoro autonomo povero in assenza di welfare adeguato. NUMERO 39
ANDAMENTO E VARIAZIONE RISPETTO ALL’ANNO PRECEDENTE DEI DIPENDENTI, DEGLI INDIPENDENTI (ESCLUSI I PROFESSIONISTI) E DEI LIBERI PROFESSIONISTI Valori in migliaia Anni 2014-2024*. DIPENDENTI 19.000
18.500
18.000
17.500
17.000
16.500
2014 2015 2016 2017 2018 2019 2020 2021 2022 2023 2024 INDIPENDENTI (ESCLUSI I LIBERI PROFESSIONISTI)
5.000
4.680
4.360
4.040
3.720
3.400
2014 2015 2016 2017 2018 2019 2020 2021 2022 2023 2024 LIBERI PROFESSIONISTI
1.500
1.400
1.300
1.200
1.100
2014 2015 2016 2017 2018 2019 2020 2021 2022 2023 2024
*Fino al 2017 i dati si riferiscono alla vecchia rilevazione Istat sulle forze lavoro Fonte: elaborazioni a cura dell’Osservatorio delle libere professioni
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STORIA DI COPERTINA
ETÀ MEDIA DELLA MADRE AL PRIMO FIGLIO E NUMERO MEDIO DI FIGLI PER DONNA NELL’UNIONE EUROPEA E NEI SINGOLI PAESI ETÀ MEDIA DELLA MADRE AL PRIMO FIGLIO
NUMERO MEDIO DI FIGLI PER DONNA Bulgaria Francia Ungheria Romania Slovenia Irlanda Danimarca Slovacchia Croazia Belgio Repubblica Ceca Svezia Portogallo Paesi Bassi Cipro Germania Lettonia Austria Estonia Finlandia Grecia Lussemburgo Italia Polonia Lituania Spagna Malta Ue (27 Paesi)
Italia Irlanda Spagna Lussemburgo Grecia Paesi Bassi Portogallo Danimarca Svezia Finlandia Austria Malta Cipro Germania Belgio Croazia Slovenia Francia Repubblica Ceca Ungheria Estonia Polonia Lituania Lettonia Slovacchia Romania Bulgaria Ue (27 Paesi) 25
27
29
31
33
0
1
2
3
Fonte: elaborazioni a cura dell’Osservatorio delle libere professioni su dati Eurostat
IL PESO DEL CAMBIAMENTO I numeri del rapporto di quest’anno restituiscono la fotografia di identità professionali in transizione, sferzate da eventi esterni che impongono cambiamenti: dal progresso tecnologico all’instabilità geopolitica, dall’invecchiamento della popolazione alla fragilità dell’intervento pubblico. Le libere professioni italiane non esistono in una bolla. Non sono un mondo separato, sospeso tra norme, ordini e procedure: sono immerse nelle grandi trasformazioni del nostro tempo, esposte alla stessa velocità, agli stessi shock, alle stesse fratture che attraversano imprese, dipendenti, istituzioni e territori. La loro identità si modifica perché cambia il contesto in cui operano: un mondo più vecchio, più conflittuale, più indebitato e più automatizzato. Sono le “quattro D” del cambiamento strutturale di cui parliamo nel nostro rapporto: demografia, dazi, debito e digitale.
LA DEMOGRAFIA Per la prima volta dal XIV secolo, la popolazione mondiale tra poco diminuirà. Ed è già un fatto che due terzi dell’umanità vivano in Paesi con fecondità sotto la soglia di sostituzione di 2,1 figli per donna. L’Italia è alla testa di questa transizione demografica. Questo scenario implica che le professioni intellettuali devono affrontare mercati più maturi e intercettare nuovi bisogni: dalla consulenza previdenziale alla progettazione di soluzioni abitative e sanitarie per la longevità, dalla formazione continua alla gestione patrimoniale e successoria. Una popolazione che invecchia sposta il baricentro del lavoro professionale verso orizzonti più lunghi e relazioni più continuative, basate sulla fiducia e su bisogni che si allungano. I DAZI L’economia globale sta attraversando una fase di incertezza senza precedenti nelle serie storiche che la misurano. In 14
questo scenario, crescerà la domanda di competenze trasversali – giuridiche, economiche, strategiche – capaci di leggere la frammentazione, anticipare i conflitti regolatori e trasformare l’incertezza in opportunità. Gli architetti delle catene del valore, i legali, i consulenti finanziari, economici e del lavoro saranno chiamati a mediare tra culture economiche e giuridiche diverse, a interpretare il nuovo equilibrio instabile e a custodire quella fiducia che la politica, da sola, non riesce più a garantire. IL DEBITO Il debito globale ha raggiunto il 330% del Pil mondiale. L’era dell’abbondanza monetaria è finita. Governi e imprese operano con margini sempre più ristretti e maggiore vulnerabilità finanziaria. Da un lato, la minore liquidità e la volatilità dei mercati riducono i margini di autonomia e di accesso al credito anche per i professionisti. Dall’altro, crescerà la richiesta NUMERO 39
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STORIA DI COPERTINA
“Il lavoro professionale non è un recinto IL DIGITALE L’intelligenza artificiale è entrata stabil- da proteggere, ma mente nel lavoro professionale. Quasi otto professionisti su dieci nelle aree un’infrastruttura economico-finanziarie la usano per testi, documenti e analisi; oltre la metà nelle cognitiva da rafforzare. professioni tecnico-specialistiche la impiega per redazione, immagini e aggiorna- L’unica in grado di mento; un terzo nelle professioni sanitarie la utilizza per formazione e diagnostica; tenere insieme cittadini, nelle professioni culturali sfiora il 40% per contenuti visivi e creativi. Tutto ciò che è imprese e istituzioni standardizzabile si automatizza, mentre attività che richiedono giudizio, capitale in un mondo in cui relazionale e discernimento aumentano di valore. Pe ora. Le professioni saranno la stabilità sarà chiamate costantemente a chiarire il proprio valore e a riorganizzarsi attorno a ciò merce rara” di competenze in materia di gestione finanziaria, pianificazione fiscale e analisi del rischio.
che nessun algoritmo può replicare. ■
NUMERO DI LIBERI PROFESSIONISTI CON E SENZA DIPENDENTI NEGLI ANNI 2014, 2019 E 2024, COMPOSIZIONE 2024 E VARIAZIONI 2014-2024, 2014-2019 E 2019-2024, PER RIPARTIZIONE GEOGRAFICA E IN ITALIA Valori assoluti in migliaia. Anni 2014*, 2019 e 2024. 2014
2019
2024
COMP. 2024
VAR. 2014-2024
VAR. 2014-2019
VAR. 2019-2024
399
440
395
100,0%
-1,0%
10,2%
-10,2%
Con dipendenti
67
60
61
15,4%
-9,7%
-11,0%
1,4%
Senza dipendenti
332
380
334
84,6%
0,8%
14,5%
-12,0%
Nord Est
-5,9%
Nord Ovest
256
283
266
100,0%
3,8%
10,3%
Con dipendenti
44
46
43
16,2%
-1,4%
5,4%
-6,4%
Senza dipendenti
213
237
223
83,8%
4,9%
11,4%
-5,8%
Centro
305
350
339
100,0%
11,3%
14,8%
-3,1%
49
50
64
18,8%
31,2%
2,6%
27,9% -8,2%
Con dipendenti Senza dipendenti
256
300
275
81,2%
7,5%
17,1%
Mezzogiorno
320
354
377
100,0%
17,7%
10,5%
6,5%
52
46
74
19,6%
43,2%
-11,1%
61,1%
Con dipendenti Senza dipendenti
269
307
303
80,4%
12,7%
14,2%
-1,3%
Italia
1.281
1.427
1.378
100,0%
7,5%
11,4%
-3,4%
Con dipendenti
212
203
242
17,6%
14,4%
-4,0%
19,2%
Senza dipendenti
1.070
1.224
1.136
82,4%
6,2%
14,4%
-7,2%
Si sottolinea che i dati relativi ai liberi professionisti con dipendenti per ripartizione, data la numerosità ridotta, possono presentare un errore campionario più elevato rispetto allo standard Istat *I dati 2014 si riferiscono alla vecchia rilevazione Istat sulle forze lavoro Fonte: elaborazioni a cura dell’Osservatorio delle libere professioni su dati Istat
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NUMERO 39
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STORIA DI COPERTINA
LE PROFESSIONI ALLA PROVA DEI DAZI di Ludovica Zichichi Osservatorio delle Libere Professioni
L’inasprimento delle politiche protezionistiche da parte dell’amministrazione Trump alimenta forti tensioni commerciali che stanno modificando gli assetti economici mondiali. L’incertezza è ormai una componente strutturale del ciclo economico. Che ha ripercussioni anche sui liberi professionisti. L’analisi dell’Osservatorio di Confprofessioni 18
G
ià nel 2018, durante il primo mandato presidenziale di Donald Trump, gli Stati Uniti avevano avviato una fase di forte inasprimento tariffario: i dazi salirono da livelli medi attorno al 3% a oltre il 20% sulle importazioni dalla Cina, segnando una rottura rispetto al modello di libero mercato che aveva caratterizzato la globalizzazione degli ultimi decenni. Oggi la storia si ripete. La seconda amministrazione Trump ha accelerato una trasformazione profonda dell’economia internazionale, in cui scambi, tecnologie e finanza diventano strumenti di competizione geopolitica, in un quadro che continua a evolvere e a produrre effetti ancora difficili da stimare appieno, come conferma il X Rapporto sulle libere professioni in Italia, realizzato dall’Osservatorio delle libere professioni, presentato il 10 dicembre presso Palazzo Altemps a Roma. Il 2025 segna infatti un momento di forte tensione. Gli Stati Uniti hanno portato il livello medio dei dazi ai massimi storici dal secondo dopoguerra, avvicinandosi ai livelli degli anni Trenta, epoca dello ‘Smoot-Hawley Tariff Act’. In questo scenario, il Rapporto sottolinea come l’incertezza sia ormai una componente strutturale del ciclo economico. Il World Uncertainty Index tocca nel 2025 il record storico, alimentato proprio da tensioni commerciali e shock tariffari. Questo clima condiziona le scelte di investimento delle imprese e, in modo indiretto, la domanda di servizi professionali: progettazione, ingegneria, consulenza fiscale e legale, gestione del personale, supporto tecnico e organizzativo. L’IMPATTO SULLE PROFESSIONI Per misurare in modo sistematico l’esposizione delle professioni italiane alle nuove misure protezionistiche è stato elaborato un Indice di vulnerabilità delle libere professioni ai dazi statunitensi, costruito a partire da un’indagine su un ampio campione di professionisti chiamati a indicare la quota di fatturato proveniente NUMERO 39
dalle imprese loro clienti, attive nei diversi settori economici. A ciascun settore è stato attribuito un peso proporzionale alla sua incidenza sull’export italiano verso gli Stati Uniti, sulla base dei dati Istat. L’indice si ottiene applicando questi pesi alle quote di fatturato e normalizzando il risultato sulla media del campione: valori superiori a 100 indicano una maggiore esposizione alle misure tariffarie rispetto alla media, mentre valori inferiori segnalano una vulnerabilità più contenuta. LE PIÙ COLPITE I risultati mostrano differenze significative tra categorie professionali. Le professioni economico-finanziarie (201,5), i consulenti del lavoro (197,5), gli ingegneri (193,8) 19
STORIA DI COPERTINA
e le professioni tecnico-specialistiche (162,1) presentano valori nettamente superiori alla media, confermando il forte legame con i settori più esposti all’export verso gli Stati Uniti. Al contrario, professioni legali, culturali, sanitarie e sociali mostrano livelli inferiori a 100, coerenti con una domanda prevalentemente interna. La geografia dell’indice riflette la mappa industriale del Paese: il Nord Est è l’area più vulnerabile (138,4), seguito dal Nord Ovest (114,6), mentre Centro e Mezzogiorno registrano valori più contenuti, in linea con una minore concentrazione di imprese fortemente esportatrici. Anche il divario di genere è significativo: gli uomini risultano più esposti (115,6) delle donne (70,1), un effetto riconducibile sia alla diversa specializzazione professionale sia alla diversa composizione della clientela. Gli uomini, infatti, tendono a ricavare una quota più elevata del loro fatturato da imprese mentre le professioniste lavorano più spesso con privati e PA.
SENTIMENT PRUDENTE Accanto alla misurazione quantitativa della vulnerabilità, il Rapporto rileva anche il sentiment dei professionisti rispetto al futuro. Le aspettative risultano improntate alla cautela: la metà dei professionisti assume una posizione neutrale, mentre più di quattro professionisti su dieci prevedono effetti negativi sul proprio lavoro o sull’economia nel suo complesso. Solo una quota marginale esprime aspettative positive. Questa percezione non è distribuita in modo uniforme: i consulenti del lavoro sono i più pessimisti, probabilmente per la stretta dipendenza dall’andamento occupazionale delle imprese, mentre gli ingegneri manifestano preoccupazioni legate alla possibile riduzione di investimenti e progettualità da parte delle imprese clienti. A questa lettura si aggiungono differenze significative per sesso ed età. Le professioniste mostrano una maggiore quota di valutazioni nega-
INDICE DI VULNERABILITÀ NORMALIZZATO DELLE LIBERE PROFESSIONI AI DAZI, DIVISIONE PER PROFESSIONE, SESSO, CLASSE D’ETÀ E RIPARTIZIONE GEOGRAFICA Dati luglio 2025.
INDICE DI VULNERABILITÀ NORMALIZZATO
200
Altre economico-finanziarie Consulenti del lavoro Ingegneri
MEDIA GENERALE
175 Altre tecnico-specialistiche 150 Nord Est 125 Maschi 100 75
Commercialisti Avvocati e notai
0
Nord Ovest
45-54 anni Mezzogiorno
Femmine Fino a 44 anni
50 25
55-64 anni 65 anni e più
Centro
Architetti e gcometri Archcologi e altre culturali Medici e altre sanitarie PROFESSIONE
SESSO
CLASSE DI ETÀ
RIPARTIZIONE
Fonte: elaborazioni a cura dell’Osservatorio delle libere professioni su dati dell’indagine “Uno sguardo sul mercato delle libere professioni”
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tive rispetto agli uomini, mentre i più giovani risultano complessivamente più pessimisti, con una percezione che si fa meno negativa nelle fasce d’età più mature. Questi gruppi, pur meno esposti agli effetti indiretti dei dazi, spesso hanno posizioni meno consolidate e portafogli clienti più ridotti, elementi che alimentano una percezione economica più negativa. Nel complesso, la misurazione della vulnerabilità ai dazi offre una chiave interpretativa utile per comprendere come il sistema professionale italiano interagisca con le trasformazioni del commercio globale. Non si tratta di prevedere una contrazione immediata dell’attività, ma di cogliere la profondità dei legami tra professioni e industria. Le tensioni tariffarie, infatti, non incidono solo sul costo delle merci, ma sugli investimenti, sui tempi dei progetti, sulla domanda di servizi tecnici e consulenziali. ■ ANALISI DEL SENTIMENT DELLA DOMANDA “IN CHE MODO PENSI CHE L’ATTUALE CLIMA DI INCERTEZZA COMMERCIALE INCIDERÀ SULLA TUA ATTIVITÀ PROFESSIONALE E/O IN GENERALE SULL’ECONOMIA?” Per professione. Ordine per sentiment negativo decrescente. Dati luglio 2025. NEGATIVO
NEUTRALE
POSITIVO
Consulenti del lavoro
56%
44%
0%
Ingegneri
48%
48%
5%
Archeologi e altre culturali
47%
43%
10%
Commercialisti
43%
52%
5%
Architetti e geometri
42%
55%
3%
Altre economico-finanziarie
41%
51%
7%
Altre tecnico-specialistiche
41%
59%
0%
Medici e altre sanitarie
39%
56%
4%
Avvocati e notai
38%
55%
7%
Totale
43%
52%
5%
Fonte: elaborazioni a cura dell’Osservatorio delle libere professioni su dati dell’indagine “Uno sguardo sul mercato delle libere professioni”
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STORIA DI COPERTINA
UN PARTNER CHIAMATO IA di Paola Fiorillo e Camilla Lombardi
Produzione e revisione dei testi, ricerca normativa, traduzioni. Quasi il 60% dei liberi professionisti, soprattutto tra gli under 45, utilizza l’intelligenza artificiale per la propria attività. Etica, controllo umano, valutazione autonoma e qualità del processo decisionale sono le leve per rendere più efficace la transizione digitale 22
NUMERO 39
23
STORIA DI COPERTINA
L
a trasformazione digitale che sta investendo il mondo delle libere professioni italiane si caratterizza per un’accelerazione significativa nell’adozione dell’intelligenza artificiale, ma anche per una crescente consapevolezza dei rischi, delle responsabilità e della necessità di governare il cambiamento. L’indagine dell’Osservatorio delle libere professioni mostra un settore che integra l’IA in modo sempre più diffuso: il 58,2% dei professionisti ne fa un uso frequente, con picchi oltre il 64% nelle professioni economico-finanziarie e nelle aree tecnico-specialistiche. Le differenze generazionali risultano marcate: tra gli under 45 l’uso abituale raggiunge il 65,3%, mentre tra gli over 65 scende al 49,4%. Anche la dimensione dello studio incide sul grado di adozione: nelle strutture da 6 a 9 dipendenti l’utilizzo frequente tocca il 72,9%, confermando che complessità organizzativa e digitalizzazione crescono di pari passo. Tra chi dichiara di non utilizzarla le barriere principali riguardano la scarsa conoscenza delle potenzialità degli strumenti di intelligenza artificiale (56,0%) e la preferenza per metodi tradizionali (38,9%), mentre solo il 4,1% dichiara che tali tecnologie risultano troppo complesse; segno che la distanza culturale pesa più di quella tecnologica. A LATO DEL PENSIERO CRITICO Le attività per cui l’IA è maggiormente impiegata riguardano la produzione e revisione di testi (57,8%), la ricerca normativa e giurisprudenziale (52,1%) e la traduzione (38,1%) e la sintesi automatica (36,3%). Sebbene emergano specificità legate ai singoli ambiti professionali, queste non arrivano tuttavia a prevalere sull’uso redazionale dell’IA, che rimane predominante nella maggior parte dei casi. Il dato testimonia che l’IA è percepita principalmente come un supporto cognitivo, che amplia le informazioni disponibili, accelera le fasi preliminari delle analisi e libera tempo per
il giudizio professionale. La quasi totalità afferma che la tecnologia “affianca ma non sostituisce” il ragionamento umano, e tra gli utilizzatori oltre quattro professionisti su dieci ritengono che l’IA rafforzi la capacità decisionale e il pensiero critico. In parallelo, cresce l’attenzione verso un uso responsabile: più del 60% degli intervistati indica come prioritarie la supervisione umana, l’adozione di regole etiche condivise e la formazione per un utilizzo consapevole. Dunque, l’aspetto rilevante è che chi utilizza l’intelligenza artificiale ha sviluppato una percezione matura, critica e orientata all’etica, riconoscendo che l’efficacia degli strumenti dipende dal mantenimento del controllo umano, dalla valutazione autonoma e dalla qualità del processo decisionale. È un dato cruciale che la domanda di etica nasca da chi l’IA la usa, e non da chi la rifiuta. Chi non la utilizza, infatti, si concentra maggiormente sui rischi, mentre gli utilizzatori si orientano verso una gestione attiva e informata dei potenziali impatti. L’adesione di Confprofessioni alla 24
CARATTERISTICHE SOCIOECONOMICHE E FREQUENZA DI UTILIZZO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE, PER PROFESSIONE, SESSO, CLASSE DI ETÀ, RIPARTIZIONE GEOGRAFICA E CLASSE DIMENSIONALE Per professione ordine decrescente per quota sul campione. Dati settembre 2025.
Professione
Sesso
Classe d'età
Ripartizione geografica (lavoro)
Classe dimensionale
CON CHE FREQUENZA UTILIZZI L'IA?
QUOTA SUL CAMPIONE
FREQUENTEMENTE
RARAMENTE
MAI
Commercialisti ed esperti contabili
31,6%
64,5%
22,6%
12,9%
Medici e altre sanitarie
18,7%
45,9%
26,4%
27,7%
Consulenti del lavoro
13,8%
62,4%
22,2%
15,4%
Avvocati e notai
12,2%
52,4%
32,2%
15,4%
Ingegneri
5,6%
54,5%
28,8%
16,7%
Altre economico-finanziarie
5,1%
76,7%
20,0%
3,3%
Altre tecnico-specialistiche
4,8%
64,3%
28,6%
7,1%
Architetti e geometri
4,1%
45,9%
33,3%
20,8%
Archeologi e altre culturali
4,1%
56,3%
22,9%
20,8%
Totale
100,0%
58,2%
25,4%
16,4%
Maschi
66,0%
59,6%
23,8%
16,6%
Femmine
34,0%
56,2%
27,7%
16,1%
Totale
100,0%
58,2%
25,4%
16,4%
Fino a 44 anni
16,6%
65,3%
24,4%
10,4%
45-54 anni
23,9%
60,1%
27,7%
12,2%
55-64 anni
38,5%
58,1%
25,2%
16,7%
65 anni e più
21,0%
49,4%
24,1%
26,5%
Totale
100,0%
58,2%
25,4%
16,4%
Nord Ovest
38,2%
56,2%
25,6%
18,2%
Nord Est
23,0%
65,5%
20,6%
13,9%
Centro
21,9%
52,4%
31,1%
16,5%
Mezzogiorno
16,9%
57,2%
26,0%
16,8%
Totale
100,0%
58,2%
25,4%
16,4%
0 dipendenti
26,7%
60,8%
24,8%
14,4%
1 dipendente
23,4%
47,8%
31,3%
20,9%
2 dipendenti
16,2%
51,7%
26,3%
22,0%
3 dipendenti
10,3%
62,8%
18,6%
18,6%
4-5 dipendenti
11,0%
67,5%
20,6%
11,9%
6-9 dipendenti
7,4%
72,9%
22,4%
4,7%
10 dipendenti e più
5,0%
70,2%
22,8%
7,0%
Totale
100,0%
58,2%
25,4%
16,4%
Fonte: elaborazioni a cura dell’Osservatorio delle libere professioni su dati dell’indagine “L’Intelligenza Artificiale nel contesto delle libere professioni”
NUMERO 39
25
STORIA DI COPERTINA
Rome Call for AI Ethics e l’attenzione al tema dell’“algoretica” confermano la centralità di un quadro valoriale che garantisca trasparenza, sicurezza e tutela dei diritti fondamentali. In questo contesto, anche la recente legge italiana sull’IA, che limita l’utilizzo dei sistemi alle attività di supporto e impone l’obbligo di informativa ai clienti, risponde alla stessa esigenza di governare l’impatto sui processi professionali senza deresponsabilizzare gli operatori. FAME DI FORMAZIONE Il tema della formazione è un altro aspetto fondamentale della transizione digitale. Tra chi utilizza l’IA, il 76% prevede di approfondire le proprie competenze nei prossimi mesi. La consapevolezza dell’importanza di un uso competente dell’IA emerge con chiarezza dall’indagine, che evidenzia come i professionisti si attribuiscano un livello medio di competenza ancora modesto (2,5 su 5). Proprio questa
consapevolezza alimenta una richiesta di formazione, percepita come una condizione necessaria per evitare che le differenze generazionali e professionali possano ampliare i divari osservati. L’alfabetizzazione digitale non è soltanto tecnica, ma anche etica: sviluppare la capacità di valutare l’affidabilità degli output, prevenire errori e riconoscere bias diventa parte integrante della responsabilità professionale. Non è un caso che recenti decisioni giudiziarie abbiano censurato l’uso acritico dei contenuti generati dall’IA, ribadendo che il professionista rimane autore e garante del proprio operato. Sul piano economico e organizzativo, emergono ancora elementi di fragilità: ritardi negli investimenti, forte presenza di microstrutture, mancanza di una strategia nazionale di lungo periodo. Al tempo stesso, però dall’indagine dell’Osservatorio, emerge un’elevata disponibilità a potenziali investimenti futuri – oltre 1.900 euro medi per strumenti di
“QUALI EMOZIONI TI SUSCITA L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE?”, DIVISIONE PER PROFESSIONE Domanda a risposta multipla. Valori in %. Dati settembre 2025. 16,7
38,3
3,3
Altre tecnico-specialistiche
78,6
21,4
12,5
3,6
16,1
39,3
10,7
Archeologi e altre culturali
75,0
10,4
8,3
10,4
22,9
33,3
22,9
Architetti e geometri
75,6
17,8
17,8
6,7
15,6
35,6
8,9
Avvocati e notai
71,3
10,5
8,4
2,8
17,5
43,4
14,7
-50
Commercialisti ed esperti contabili
75,8
19,0
11,1
5,7
16,0
31,8
15,5
-40
Consulenti del lavoro
69,4
17,5
11,3
8,1
16,3
34,4
15,6
Ingegneri
73,8
27,7
12,3
7,7
12,3
40,0
16,9
Medici e altre sanitarie
67,7
18,4
8,3
6,9
20,3
41,0
10,6
Totale
73,8
18,4
10,7
6,1
17,3
36,8
13,8
IN CE RT EZ ZA
-70 -60
-30 -20 -10
SC ET TI CI SM O
/ IN TE RE SS E
PR EO CC UP AZ IO NE
5,0
FI DU CI A
11,7
EN TU SI AS MO
26,7
CU RI OS IT À
85,0
IN DI FF ER EN ZA
-80
Altre economico-finanziarie
Fonte: elaborazioni a cura dell’Osservatorio delle libere professioni su dati dell’indagine “L’Intelligenza Artificiale nel contesto delle libere professioni”
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IA e più di 1.400 per la formazione – e un ampio consenso sull’utilità di voucher e incentivi per accelerare l’innovazione. RESPONSABILITÀ E TRASPARENZA Nel complesso, il quadro che si delinea è quello di un settore che non teme la tecnologia, ma che la interpreta come una leva di efficienza e qualità, da utilizzare entro un perimetro di responsabilità e trasparenza. L’etica non è percepita come limite, bensì come condizione abilitante: è ciò che rende l’IA uno strumento di progresso e non di sostituzione, e ciò che permette ai professionisti di mantenere centralità e affidabilità in un mercato in rapida trasformazione. La formazione, in questa prospettiva, rappresenta il ponte necessario tra innovazione e tutela: investire nelle competenze significa garantire che l’innovazione tecnologica diventi un fattore di crescita accessibile, equilibrata e sostenibile per l’intero sistema professionale italiano. ■ LE 50 PAROLE PIÙ USATE PER DESCRIVERE LE EMOZIONI VERSO L’IA Dati settembre 2025.
Fonte: elaborazioni a cura dell’Osservatorio delle libere professioni su dati dell’indagine “L’Intelligenza Artificiale nel contesto delle libere professioni”
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PRIMO PIANO
Le storie, i personaggi e le notizie di primo piano commentate dalle più autorevoli firme del mondo della politica, dell’economia, dell’università e delle professioni
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PM A RB II ME ONT PE IANO
LA MARCIA DEI FOSSILI SULLA COP 30
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A dieci anni dall’Accordo di Parigi, la lotta contro l’emergenza climatica non fa grandi progressi. La Conferenza di Belem in Brasile, disertata da Stati Uniti e Cina, non ha raggiunto un accordo per eliminare gradualmente i combustibili fossili. Resta l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale, ma nessuno sa come
di Edoardo Rinaldi
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AMBIENTE
E
ra il 2015, lo scenario mondiale era attraversato da un’ondata di attentati che raggiunsero il culmine con l’assalto del 13 novembre proprio a Parigi. La cronaca di quei giorni lasciava presagire che il tema del cambiamento climatico non avesse sufficiente margine per consentire di raggiungere obiettivi condivisi a livello internazionale. Eppure, a dicembre, a conclusione di un anno difficile, la 21ª Conferenza delle Parti (COP21) delle Nazioni Unite verrà ricordata come il primo trattato sul clima con carattere vincolante, obbligando i 196 firmatari (le cosiddette “parti”) ad impegnarsi per contenere l'aumento della temperatura globale ben al di sotto dei 2°C, perseguendo gli sforzi di limitare
l'aumento a 1.5°C rispetto ai livelli pre-industriali. L’Accordo di Parigi ha tracciato l’inizio di un percorso nel quale tutti i Paesi presentano i propri Ndc (Nationally Determined Contribution - contributi determinati a livello nazionale), in cui l’ambizione si rafforza nel tempo, e in cui la questione non è più se agire, ma quanto in fretta e con quale sostegno. La roadmap per ridurre le emissioni di gas serra contenuta nei Ndc, ovvero piani di azione climatica che le parti sono obbligate, secondo l’articolo 4 dell’Accordo, a presentare con una cadenza di cinque anni a partire dal 2020, è giunta sino alla COP30 dove i paesi contributori hanno aggiornato i propri contributi nazionali rendendoli strumenti operativi e non solo dichiarativi, grazie alla presenza di indicatori e target settoriali.
USA E CINA ASSENTI Dieci anni dopo Parigi, è inevitabile interrogarsi sullo stato di avanzamento degli obiettivi. Eppure, come in passato, anche questa Conferenza della Parti nasce sotto i peggiori auspici. La cornice nella quale si svolgono i negoziati a Belem in Brasile, vedono il commercio e la diplomazia internazionale in uno stato di pericolante fragilità a causa delle politiche protezionistiche di Donald Trump, che non lasciano spiragli alla questione climatica. Per la prima volta nella storia gli Stati Uniti hanno disertato una COP, sebbene il governatore democratico della California Gavin Newsom partecipando abbia ribadito che c’è un’altra America, oltre Trump, che non vuole cedere sulla questione climatica. Secondo i dati pubblicati ad aprile 32
dal World Economic Outlook 2024 del FMI e quelli del Bureau of Economic Analysis (BEA), lo Stato della California è la quarta economia mondiale per Prodotto interno lordo, dopo aver superato il Giappone, e per buona parte dell’anno funziona al 100% con energia pulita. Neanche la Cina si è presentata a Belem. Il gigante asiatico fa il bello e il cattivo tempo nel nuovo ordine mondiale, persuasa di avere abbondanza di strumenti per affrontare i propri obiettivi di crescita e sviluppo in totale autonomia. La bizzarria del caso vuole però che i cinesi siano il paese all’avanguardia per gli investimenti in energia rinnovabile, contribuendo a ridurre sostanzialmente la propria impronta carbonica (l'obiettivo a lungo termine è raggiungere l'equilibrio tra emissioni e assorbimento di CO2 entro il 2060) pur essendo, ad oggi, il maggiore inquinatore al mondo per emissioni annue totali a causa della dipendenza dal carbone (dati Global Carbon Atlas).
esigenze in tema di sicurezza ed autonomia energetica. Sebbene buona parte della comunità scientifica sia concorde nel ritenere che l’obiettivo di contenere l’aumento delle temperature sotto gli 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali, e non superare i 2 gradi, sia lontano dall’essere raggiunto, alcuni strumenti di mitigazione consentono ancora di conservare un certo grado di ottimismo. Tra queste, la biodiversità e la salute delle aree forestali risultano essenziali. Fronteggiare la minaccia della deforestazione e del degrado forestale attraverso il contrasto alle attività antropiche predatorie ed intensive – l’espansione agricola è responsabile di quasi il 90 % della deforestazione nel mondo: più di metà delle foreste è distrutta per convertirne le
EUROPA DISTRATTA In Brasile l’Europa partecipa alle discussioni distratta dal terzo anno dell’aggressione russa all’Ucraina, che inevitabilmente sposta l’attenzione verso maggiori spese per armamenti e difesa, sacrificando buona parte dei contenuti del Green Deal, che nel 2019 nasceva proprio per intensificare gli sforzi di riduzione delle emissioni. In un contesto così articolato, la controversa ma rinnovata fiducia alla Commissione von der Leyen obbliga a pesare con maggiore senso di responsabilità gli obiettivi di sviluppo dell’Unione, non potendo non tenere conto delle stringenti NUMERO 39
33
AMBIENTE
superfici in terreni coltivabili e il 40 % per far posto all’allevamento a pascolo - consentirebbe di non vanificare il contributo che i servizi ecosistemici possono fornire per rallentare gli effetti climalteranti. Sebbene i recenti dati del Global Forest Resources Assessment 2025 sulla deforestazione documentino il suo progressivo rallentamento in tutte le regioni del mondo (Amazzonia brasiliana compresa), gli ecosistemi forestali continuano a essere esposti a forti pressioni, con un tasso di deforestazione che rimane ancora troppo elevato. Su questo fronte la COP30 sembra aver preso di petto il problema: la Tropical Forests Forever Facility è il fondo multilaterale (di cui la Norvegia rappresenta uno dei maggiori contributori con circa 3 miliardi di dollari) nato appositamente per sostenere la conservazione globa-
34
le delle foreste a rischio, benché a tale iniziativa faccia da contraltare il recente stallo regolatorio del Ue sulle date di applicazione del regolamento Eudr Regulation on Deforestation-free Products che certo non rappresenta un buon segnale. Per sostenere l’azione climatica dei Paesi vulnerabili e più fragili, anche a Belem come a Parigi dieci anni fa, le richieste rivolte ai paesi sviluppati di finanziare la transizione energetica dei paesi in via di sviluppo restano parzialmente disattese. La COP30 (punto 54. del Global Mutirão) fissa un work programme di due anni, lungo il quale si chiede uno sforzo per almeno triplicare la finanza per l’adattamento entro il 2035, esortando i Paesi sviluppati ad essere più generosi. L’obiettivo si inserisce nella decisione presa a Baku di mobilitare almeno 300 miliardi di dollari l’anno, includendo i flussi delle banche multilaterali e i contributi volontari. Di certo, la questione climatica integra in modo più o meno esplicito anche le implicazioni economiche di ogni Stato partecipante. Non può sorprendere quindi che un blocco minoritario di Paesi stia facendo resistenza, tra cui Usa, paesi del Golfo Arabo e Cina in un certo modo. Alcuni di loro non sanno ancora come gestire questa transizione a casa propria o non dispongono di alternative credibili in termini di lavoro ed entrate, e sono riluttanti a sottoscrivere impegni che temono possano danneggiare le loro economie o esporli a misure commerciali che non potrebbero rispettare. Ma la nota dolente arriva dalla svolta tanto attesa per l’abbondono delle fonti fossili, che non è arrivata. Il nodo attorno al quale NUMERO 39
restano maggiori perplessità e critiche è quello dell’eliminazione graduale dei combustibili fossili. In Brasile, non si è trovato nessun accordo, non è stata fornita una chiara tabella di marcia con scadenze definite che molti si aspettavano. Intanto il tempo scorre. La COP30 ha mantenuto nei testi il mantenimento del riscaldamento globale entro 1,5 °C, confermando quanto descritto dall’Accordo di Parigi. È la conferma di un riferimento importante, ma non è stato accompagnato dagli strumenti necessari per renderlo praticabile. Continuare a riferirsi alla soglia di 1,5 °C vuol dire fissare l’ordine di grandezza del cambiamento richiesto, con ciò indicando il valore dell’1.5°C è soprattutto politico perché la scienza suggerisce di fare di meglio, e più rapidamente. ■ 35
EVENTI
LE OLIMPIADI DELLE OCCASIONI MANCATE di Giacomo Camelia
A meno di cento giorni dall’inaugurazione di MilanoCortina 2026, l’Italia olimpica appare divisa tra l’entusiasmo per un evento di portata mondiale e le preoccupazioni per ritardi, extracosti e cantieri ancora aperti. E pesano tante ombre e tante incertezze 36
I
l 6 febbraio 2026 l’Arco della Pace accoglierà il braciere olimpico. Sarà l’immagine simbolo dei Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina 2026, ma dietro quell’istante si nasconde un Paese che fatica a tenere il passo delle proprie ambizioni. A meno di cento giorni dall’apertura, l’Italia olimpica appare divisa tra l’entusiasmo per un evento di portata mondiale e le preoccupazioni per ritardi, costi e cantieri ancora aperti. Le strade di Milano vibrano di attesa, ma anche di incertezze. Nelle Dolomiti si piangono i larici secolari abbattuti e si temono le frane di un territorio fragile, travolto da un’inesorabile corsa contro il tempo. L’immagine che l’Italia sta fornendo agli occhi del mondo è quella di un Paese sospeso tra entusiasmo e disillusione, tra cantieri infiniti e promesse non mantenute. MILANO A METÀ Milano, la metropoli che nel 2015 con Expo aveva saputo stupire il mondo, si muove oggi con passo incerto. Gli hotel registrano un prezzo medio di 479 euro a notte. Gli sponsor e la “famiglia olimpica” hanno già prenotato e se alcuni lamentano la mancanza di turisti, c’è invece chi si distingue: «L’80% delle nostre prenotazioni annuali appartengono a turisti e mi sembra che l’andazzo sia quello anche per quanto riguarda le Olimpiadi del 2026», dice Luigi Braccio, direttore dell’hotel Antica Locanda Leonardo di Milano. «In merito le tariffe, come media, noi per una camera doppia base chiediamo leggermente meno
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EVENTI
di 500 euro e saliamo fino a 660 euro a notte, colazione inclusa. Non siamo un hotel business, seguiamo il nostro trend di clientela e confermo che da noi turisti per le Olimpiadi ci sono». La città offre poi il suo profilo migliore sul fronte culturale. I musei civici promettono mostre imponenti: Leonardo al Castello Sforzesco e Anselm Kiefer a Palazzo Reale. Ma mentre l’arte brilla, la politica arranca. Tra inchieste giudiziarie sull’edilizia, cantieri bloccati e tensioni in Consiglio comunale, la macchina amministrativa fatica a tenere il passo. E intanto il Villaggio olimpico, costruito da Coima di Manfredi Catella e destinato a diventare studentato con 1.700 posti letto, non convince: troppo costoso (gli extracosti ammonterebbero a 40 milioni di euro), troppo freddo, troppo simbolico di un modello ormai logoro. TRA VIABILITÀ E PRECARIETÀ E sotto la lente degli osservatori più attenti sono finite anche le infrastrutture. Il Governo e Regione Lombardia avevano promesso infrastrutture e collegamenti degni di un evento mondiale. Ma i ritardi sono sotto gli occhi di tutti. Trenord potenzierà sì i treni con 120 corse aggiuntive al giorno, ma un’opera come la tangenziale sud di Sondrio è slittata al 2027. «Più della metà delle opere previste non verranno realizzate. È mancata la gestione politica di Regione e Governo», ha detto ai media senza troppi giri di parole Carlo Bordoni, responsabile provinciale di Azione Sondrio. Così la Valtellina, che ospiterà le compe-
Giuseppe Pietrobelli, autore del libro “Una montagna di soldi. Sprechi, incompiute e affari: lo scandalo delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026”.
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tizioni di sci alpino e snowboard, rischia di finire sotto i riflettori per le code più che per le medaglie. Gli svincoli del Trippi e della Sassella non esistono ancora, la Statale 38 dello Stelvio (che collega la Valtellina con la Val Venosta e la Val d’Adige), è strozzata dai cantieri e l’ombra di un traffico paralizzato aleggia come un presagio. Mentre a Milano si discute di “doppie guide” per i taxi e turni flessibili per sopperire alla carenza di autisti, in montagna si cercano disperatamente lavoratori stagionali per alberghi e ristoranti. LE MONTAGNE FERITE Ma i guai non finiscono qui. A Cortina d’Ampezzo (nota località turistica veneta), infatti, la situazione è ancora più delicata tanto da essere finita sulle pagine del quotidiano francese Le Monde che l’ha definita “un cantiere olimpico a cielo aperto”. E non esagera: una fessura di trenta metri si è aperta vicino al cantiere della nuova cabinovia Apollonio-Socrepes, segno di un cedimento del terreno. «È sconcertante l’ostinazione con cui vogliono realizzare quest’opera da 35 milioni di euro per portare gli spettatori in quota in modo che possano assistere alle gare di sci alpino femminile», ha commentato Giuseppe Pietrobelli, giornalista e autore del libro “Una montagna di soldi. Sprechi, incompiute e affari: lo scandalo delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026”. «Tutto il pendio di Mortisa (percorso escursionistico che porta all’ area delle Grotte di Volpera nda) è una frana conclamata, evidente al NUMERO 39
punto che dovrebbero creare delle slitte che consentano ai piloni di adattarsi al movimento franoso. Socrepes è il tentativo di fare una cabinovia che danza sulla frana. Se venisse portata a termine causerebbe un grave danno ambientale e un bel rischio per l’incolumità delle persone». LA POLITICA DEL RINVIO Un quadro complesso davanti al quale Regione Lombardia e Governo si scambiano sorrisi e rassicurazioni, ma dietro le quinte cresce l’imbarazzo. Il recente cambio di assessore regionale al Turismo — da Barbara Mazzali a Debora Massari — a meno di cento giorni dai Giochi, è l’ennesimo segnale di una macchina istituzionale disorientata. Gli appalti hanno subìto revisioni continue, i costi sono lievitati (dagli 1,2 miliardi di euro 39
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stimati inizialmente, stando all’ultimo aggiornamento ufficiale, fornito a settembre 2023, sarebbero arrivati a 3,6 miliardi), e la parola “sostenibilità” è diventata un mantra svuotato di senso. Milano e Cortina avrebbero dovuto rappresentare il modello di un’Italia capace di unire innovazione e rispetto per i territori. Invece, il quadro che emerge è quello di una doppia crisi: morale e infrastrutturale. Le inchieste sull’edilizia rallentano i cantieri, mentre la politica regionale sembra concentrarsi più sulle prossime elezioni che sui lavori da terminare. L’ITALIA ALLO SPECCHIO Dieci anni dopo Expo, Milano-Cortina 2026 non segnerà l’inizio di un nuovo corso, ma la sua fine. «Le Olimpiadi fanno ancora parte di un vecchio ciclo», ha detto ai media Luca Stanzione, segretario della Camera del Lavoro di Milano. «Oggi la città deve ripensarsi». È un auspicio che suona come un monito. Se Expo fu la scintilla della rinascita milanese, Milano-Cortina rischia di diventare il simbolo di un Paese che si guarda allo specchio e non si riconosce più. Quando, il prossimo febbraio, le fiamme olimpiche si accenderanno all’Arco della Pace, si spera che il mondo vedrà il volto migliore dell’Italia: quello dello sport, della bellezza, dell’accoglienza. Ma dietro quella luce resteranno le ombre di una gestione confusa, di montagne ferite e di una città che non sa ancora se celebrare o chiedere scusa. ■ 40
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DIGITAL ECONOMY
DATA CENTER, MERCATO A RISCHIO BOLLA di Lia Panzeri
Da qui al 2028 la richiesta mondiale di capacità di queste infrastrutture crescerà in media del 16% l’anno. Questo significa che fra tre anni il fabbisogno globale di energia per i data center raggiungerà circa 130 gigawatt. Molte richieste di connessione non si traducono però in costruzioni reali, ma servono solo a bloccare capacità di rete sulla carta. Un comportamento speculativo che ricorda la bolla della fibra ottica dei primi anni Duemila 42
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n un’economia digitale come quella che contraddistingue i nostri tempi i dati sono considerati la nuova moneta che include fatti, numeri e osservazioni grezze utilizzate per ottenere informazioni utili che poi hanno bisogno di un luogo fisico dove essere elaborati: i data center. Non a caso il mercato di queste infrastrutture sta vivendo una crescita vertiginosa, basti dire che, come riportato dall’analisi Breaking Barriers to Data Center Growth, firmata dalla società di consulenza strategica Boston Consulting Group (BCG), la richiesta mondiale di capacità dei data center crescerà in media del 16% l’anno tra il 2023 e il 2028, un ritmo superiore del 33% rispetto al triennio precedente. Questo significa che fra tre anni il fabbisogno globale di energia per i data center raggiungerà circa 130 gigawatt. COSA SPINGE LA DOMANDA Ma quali sono i fattori che stanno spingendo la domanda? Per BCG, nonostante il boom dell’intelligenza artificiale, le applicazioni aziendali tradizionali (archiviazione e condivisione di file, gestione delle transazioni e digitalizzazione dei processi interni) continueranno a rappresentare la parte dominante della domanda globale di data center, pari a circa il 55% del totale nel 2028, con una crescita media annua del 7% spinta dall'aumento dei volumi di dati e dalla digitalizzazione delle attività aziendali. Parallelamente, la richiesta di elaborazione dei dati basata su GenAI si conferma il segmento a più rapida ascesa: rappresenterà circa il 60% della crescita totale della domanda di energia dei data NUMERO 39
center dal 2023 al 2028. I carichi di calcolo necessari per l’addestramento dei modelli (come i modelli GPT di OpenAI) evolveranno del 30% l’anno, mentre quelli per il loro utilizzo operativo cresceranno di oltre il 100%. Come precisa BCG, con questa accelerazione l’IA arriverà a pesare per circa il 35% del consumo totale di energia dei data center nel 2028, mentre il resto continuerà a dipendere dalle applicazioni aziendali più consolidate. LA GRANDE SFIDA Un quadro che cela una sfida cruciale: il mantenimento dell’equilibrio tra domanda e infrastruttura 43
DIGITAL ECONOMY
disponibile. Il rapporto Bcg evidenzia, infatti, che la velocità degli investimenti rischia di superare la reale capacità delle reti elettriche e delle catene di approvvigionamento, aprendo la strada a una possibile bolla tecnologica. «Anche in Italia il comparto si trova in un momento decisivo», dice Giulia Scerrato, Principal di BCG. «L’espansione dei data center rappresenta un’opportunità straordinaria per diventare uno dei nuovi poli digitali d’Europa, attraendo investimenti, innovazione e posti di lavoro qualificati. Ma proprio per questo va gestita con equilibrio. Se la capacità cresce più in fretta della domanda reale, il rischio di una nuova bolla digitale è concreto. Come Paese dobbiamo evitare che l’attuale euforia si trasformi in sovracapacità strutturale come già accaduto in passato con
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la fibra ottica: investire troppo, troppo presto, senza una domanda solida e sostenibile». LA PROSPETTIVA ITALIANA Se da un lato gli Stati Uniti rappresentano oggi circa il 60% della capacità installata globale di data center e continueranno a generare la maggior parte della crescita della domanda di potenza tra il 2023 e il 2028, negli ultimi due anni anche il nostro Paese ha registrato un incremento straordinario nelle richieste di connessione per nuovi data center. Secondo i dati forniti da Terna, le domande sono passate dai 30 gigawatt di fine 2024 a oltre 50 gigawatt nel giugno 2025. La concentrazione è particolarmente alta in Lombardia, con Milano che si afferma come punto nevralgico nazionale raccogliendo il 49% delle richieste totali e circa 250 megawatt di potenza installata. Ma anche Roma, Torino e nuove aree come la Puglia e il Trentino stanno diventando protagoniste della mappa digitale del Paese. Gli investimenti cumulativi stimati per il periodo 2023-2026 ammontano a circa 15 miliardi di euro, con la partecipazione di grandi operatori globali e nazionali. Accanto ai colossi del cloud e della tecnologia, si fanno strada anche progetti italiani di scala europea, come il campus da 300 megawatt previsto alle porte di Milano. Espansione ancora più significativa alla luce dell’attenzione crescente verso la sostenibilità energetica: dal centro dati di Brescia, che riutilizza il calore generato dai server per alimentare il teleriscaldamento urbano, al Green Data Center dell’Università di Pisa, che ha ridotto i consumi del 40% rispetto agli standard tradizionali. NUMERO 39
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DIGITAL ECONOMY
LE OMBRE Dietro questa crescita si nasconde un possibile squilibrio. Il fenomeno della “saturazione virtuale”, segnalata anche da Terna, mostra come molte richieste di connessione non si traducano in costruzioni reali, ma servano solo a bloccare capacità di rete “sulla carta”. Un comportamento speculativo che ricorda, appunto, la bolla della fibra ottica dei primi anni Duemila, quando furono realizzate dorsali capaci di gestire volumi di traffico che sarebbero arrivati solo molti anni dopo. Se la diffusione dei servizi di intelligenza artificiale e delle tecnologie digitali non procederà con la velocità attesa, potremmo infatti ritrovarci, come avverte BCG, con impianti sovradimensionati, costruiti troppo in anticipo rispetto alla domanda effettiva. Il successo del settore dipenderà, quindi, dalla capacità
di fare sistema, integrando competenze industriali, piani energetici e politiche pubbliche. «Lo sviluppo dei data center non può procedere in modo disordinato: servono regole chiare, pianificazione coordinata e una visione di lungo periodo. Solo così l’Italia potrà consolidarsi come hub digitale europeo, evitando derive speculative», avverte Scerrato. Essenziale sarà, quindi, favorire la collaborazione lungo l’intera filiera e bilanciare i tre elementi chiave della trasformazione digitale: energia, infrastruttura e sostenibilità. In Italia gli operatori stanno investendo massicciamente, ma la disponibilità energetica, i vincoli normativi e l’aumento dei costi di costruzione (stimato tra il 20% e il 25% rispetto al periodo pre-pandemico) impongono un approccio più selettivo e pragmatico. ■
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NEWS FROM EUROPE
Le news più rilevanti dalle istituzioni europee selezionate dal Desk europeo di Confprofessioni
Africa, partner strategico La conferenza “Mattei Plan for Africa and Global Gateway”, ospitata il 12 novembre 2025 al Parlamento europeo su iniziativa dell’eurodeputato Carlo Fidanza (capo delegazione Fratelli d’Italia–ECR), ha fissato una linea politica netta: l’Africa non è più destinataria di aiuti, ma un partner strategico. Roberta Metsola (nella foto) ha aperto i lavori spiegando che il vecchio approccio assistenziale è superato: servono cooperazione reale, dignità e sviluppo condiviso. Il Piano Mattei, presentato da Giorgia Meloni e ormai integrato nel Global Gateway, è già operativo. Coinvolge 14 Paesi africani con oltre 1 miliardo di fondi italiani e 1,2 miliardi europei
destinati a progetti concreti come il Corridoio di Lobito, nuove filiere agricole, l’estensione del corridoio marittimo India–Europa verso l’Africa orientale e un centro a Roma per startup africane nel campo dell’intelligenza artificiale. La direzione è chiara: l’Africa è un pilastro della politica estera ed energetica europea. Il roundtable finale degli eurodeputati ha confermato il cambio di paradigma. Piano Mattei e Global Gateway stanno riscrivendo il rapporto UE-Africa: non più aiuti calati dall’alto, ma investimenti, autonomia e crescita condivisa. Il Corridoio di Lobito è diventato il simbolo di questa nuova fase: le risorse africane generano valore africano.
PIANO MATTEI PER L’AFRICA E GLOBAL GATEWAY LEGGI IL DOCUMENTO
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Il nuovo asse Bruxelles Ankara
Il Türkiye-EU Business Forum 2025, organizzato dalla Delegazione Permanente della Turchia presso l’Unione europea in collaborazione con Forum Europe, si è tenuto a Bruxelles presso la sede di TOBB il 6 novembre scorso. L’iniziativa ha rappresentato un momento cruciale per riflettere su come Bruxelles e Ankara possano rinnovare e rafforzare i loro legami economici in un contesto globale segnato da profonde trasformazioni geopolitiche, nuove rivalità strategiche e sfide sistemiche. Da oltre sei decenni, le relazioni economiche tra Ue e Turchia costituiscono un pilastro di stabilità e prosperità regionale. Tuttavia, la competizione internazionale e la duplice transizione verde e digitale impongono una revisione strutturale del partenariato. La Commissione europea ha avviato un programma ambizioso per rafforzare la competitività del Mercato unico e la base industriale europea, con l’obiettivo di sostenere l’autonomia strategica e guidare la doppia trasformazione. Parallelamente, Ankara sta attuando un vasto piano di modernizzazione economica delineato nel 12° Piano di Sviluppo (2024–2028) e nel Green Deal Action Plan, che pongono le basi per una “twin transition” – una doppia transizione ecologica e digitale – mirata a sviluppare industrie ad alto valore aggiunto e una crescita sostenibile. GREEN DEAL ACTION PLAN MAGGIORI INFORMAZIONI
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SD4EU, focus su gender pay gap Il 30 ottobre scorso si è tenuto a Malta il secondo seminario transnazionale del progetto SD4EU, dedicato al gender pay gap e alla parità salariale, con circa 60 partecipanti da quattro Paesi. Dopo i saluti istituzionali, Confprofessioni ha illustrato obiettivi e risultati del progetto, sottolineando il ruolo delle parti sociali nella promozione di mercati del lavoro più equi e nell’attuazione degli strumenti europei sulla trasparenza salariale. Sono state presentate le raccomandazioni del gruppo SD4EU: raccolta di dati disaggregati, attenzione al lavoro autonomo e digitale e rafforzamento della contrattazione collettiva. Le analisi del National Statistics Office mostrano per Malta un gender pay gap del 5,1% nel 2023, tra i più bassi in Europa, ma con marcate differenze tra settori e fasce d’età, soprattutto tra i 45 e i 54 anni, e con un divario maggiore nel privato. L’evento ha approfondito cause strutturali e culturali del gap, tra cui segregazione occupazionale, ostacoli alle carriere, stereotipi di genere e peso del lavoro di cura, evidenziandone anche le conseguenze pensionistiche e il rischio di povertà femminile. I panel hanno riunito sindacati, associazioni datoriali e organizzazioni per l’uguaglianza, discutendo strumenti per la trasparenza salariale, valorizzazione dei settori femminilizzati e necessità di una maggiore condivisione delle responsabilità familiari per superare la “motherhood penalty”. L’evento ha confermato l’importanza della cooperazione transnazionale per rendere effettiva la parità retributiva nell’UE.
Cntratti scritti per i tirocinanti
La Commissione europea ha presentato il Programma di Lavoro 2026, “Europe’s Independence Moment”, una visione strategica per rafforzare l’autonomia economica, energetica e geopolitica dell’Ue. Ultimo atto dell’attuale Commissione, il programma riflette le crisi recenti e delinea un’Europa più resiliente. La priorità è la competitività: con l’European Innovation Act, il completamento dell’Unione dei Mercati dei Capitali e la Savings and Investment Union, l’obiettivo è sostenere innovazione, digitalizzazione e investimenti, riducendo dipendenze strategiche. Prevista anche una vasta semplificazione normativa. Il secondo pilastro riguarda sicurezza e difesa: strumenti come Safe, il rafforzamento di Frontex, la cooperazione con Europol e la Drone Defence Initiative puntano a un’Europa più autonoma e tecnologicamente avanzata. Il terzo pilastro è sociale: il Quality Jobs Act, una nuova strategia sulle competenze e misure contro povertà ed esclusione mirano a una crescita inclusiva. Sul fronte ambientale, il programma propone una transizione sostenibile e realistica, con strategie per pesca, acquacoltura e filiere agricole. L’Ue rafforza anche il suo ruolo globale, sostenendo Ucraina e partnership con Africa e Indo-Pacifico. Nel complesso, il Work Programme è una dichiarazione di autonomia: un’Europa più forte, innovativa e fedele ai suoi valori.
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PROFESSIONI
Analisi, tendenze e avvenimenti del mondo professionale, raccontati dai protagonisti delle professioni
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PROFESSIONI
UN PRESIDIO DI STABILITÀ E COESIONE SOCIALE 52
Forte presenza femminile. Maggiore partecipazione di giovani. Stabilità dei rapporti di lavoro. Gli studi professionali sono una realtà sociale unica e singolare, diversa per composizione socio-demografica dal complesso dell’economia italiana. E anche per questo sono particolarmente tutelati da un sistema di welfare in continua evoluzione. L’analisi dell’Osservatorio sul ruolo sociale dei liberi professionisti di Alessia Negrini Osservatorio delle Libere Professioni
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PROFESSIONI
T
ra il 2014 e il 2024, il settore degli studi professionali si è notevolmente ampliato. Il numero dei dipendenti è aumentato del 26,7% nelle attività professionali, scientifiche e tecniche, superando i 710 mila addetti, e del 21,3% negli studi dell’area sanitaria e assistenziale, raggiungendo quasi i 375 mila lavoratori. Le donne costituiscono la maggior parte del personale dipendente: sono il 58% negli studi professionali, scientifici e tecnici e superano il 73% in quelli socio-sanitari. Nei primi si osserva inoltre una maggiore incidenza di giovani under 35 (32,7%) rispetto alla media nazionale (24,4%), segno di una maggior attrattività del comparto per le nuove generazioni. Il sistema delle libere professioni si con-
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COMPOSIZIONE DEI LAVORATORI DIPENDENTI IN ITALIA PER DURATA CONTRATTUALE, DIVISIONE PER SETTORE TOTALE SETTORI ATECO
0,1361
0,1469
0,8639
0,8531
ATTIVITÀ PROFESSIONALI, SCIENTIFICHE E TECNICHE
0,1359
0,1259
0,8641
0,8741
STUDI PROFESSIONALI DELL’AREA SANITARIA E ASSISTENZIALE
0,082
0,0821
0,918
0,9179
Fonte: elaborazioni a cura dell’Osservatorio delle libere professioni su dati Istat
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ferma, dunque, un pilastro del tessuto produttivo e sociale nazionale. Gli studi professionali rappresentano presìdi di competenze qualificate, in grado di coniugare innovazione, qualità del lavoro e coesione sociale. Attraverso servizi e tutele rivolti a persone, imprese e comunità locali, generano valore e sviluppo diffuso nei territori. È quanto emerge dal report dell’Osservatorio di Confprofessioni, “Il ruolo sociale dei liberi professionisti”, realizzato su dati Istat, Ministero del Lavoro (Comunicazioni Obbligatorie) e fonti del sistema bilaterale di Confprofessioni. Un’analisi dettagliata che mette in luce aspetti peculiari che caratterizzano il settore degli studi professionali e che lo rendono una realtà sociale unica sotto diversi punti di vista. Più nello specifico, gli studi professionali si distinguono per una forte presenza femminile e una maggior partecipazione di giovani tra i propri dipendenti. Un’altra caratteristica del settore è la marcata stabilità dei rapporti di lavoro, supportata dall’esistenza di un modello di welfare integrato e in continua evoluzione, capace di conciliare produttività, benessere e qualità del lavoro. CONTRATTI STABILI Gli studi professionali si distinguono inoltre per una stabilità contrattuale superiore alla media dell’economia italiana: l’87,4% dei rapporti di lavoro alle dipendenze nelle attività professionali, scientifiche e tecniche e il 91,8% negli studi sanitari è infatti a tempo indeterminato, contro l’85,3% 55
PROFESSIONI
del totale delle attività economiche. A riprova della sicurezza e della stabilità offerte dal settore, il report evidenzia un indice di turnover – ossia il ricambio occupazionale – nettamente più contenuto rispetto ad altre aree economiche. I dati mostrano una forte stabilità occupazionale negli studi professionali: a fronte di un turnover pari a 76 nell’economia italiana e a 79 nel comparto dei servizi, le attività professionali, scientifiche e tecniche si fermano a 50, mentre gli studi socio-sanitari scendono a 17, uno dei valori più bassi dell’intero sistema economico. La minor propensione a cambiare occupazione può essere un indicatore di condizioni lavorative favorevoli. Non a caso il report evidenzia livelli di soddisfazione più
elevati tra i dipendenti degli studi professionali rispetto alla media dei servizi. Tra gli aspetti più apprezzati emergono la stabilità del posto di lavoro, la qualità delle relazioni interne e la conciliazione tra vita privata e professionale, elementi che confermano un ambiente equilibrato e inclusivo, sostenuto da un modello di welfare bilaterale pensato sulle specifiche esigenze del settore. LA RETE DELLA BILATERALITÀ Il sistema di bilateralità promosso da Confprofessioni attraverso gli enti Cadiprof, Ebipro e Fondoprofessioni rappresenta uno strumento concreto di welfare partecipativo, che garantisce una rete integrata di tutele per i dipendenti degli studi professionali, combinando assistenza sani-
taria, sostegno al reddito, welfare familiare e formazione continua. In sintesi, gli studi professionali si delineano come una realtà sociale unica e singolare, diversa per composizione socio-demografica dal complesso dell’economia italiana. Anche per questo sono particolarmente attenzionati e tutelati da un sistema di welfare in continua evoluzione, capace di soddisfare i bisogni dei lavoratori e di favorirne la permanenza nel comparto. ■
IL RUOLO SOCIALE DEI LIBERI PROFESSIONISTI Osservatorio delle libere professioni LEGGI IL RAPPORTO INTEGRALE
ANDAMENTO DEL NUMERO DI LAVORATORI DIPENDENTI IN ITALIA, DIVISIONE PER SETTORE ATTIVITÀ PROFESSIONALI, SCIENTIFICHE E TECNICHE STUDI PROFESSIONALI DELL'AREA SANITARIA E ASSISTENZIALE
TOTALE SETTORI ATECO
800.000 70.000
19.000.000 18.847.316 710.681
600.000
18.000.000
560.776
400.000
17.000.000 374.646
16.847.231
308.920
200.000 0
2014
2015
2016
2017 20192018
2019 20202020
2021
2021 2022
2023
2024
16.000.000
Fonte: elaborazioni a cura dell'Osservatorio delle libere professioni su dati Istat
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FORMAZIONE
IA, LA RIVOLUZIONE SILENZIOSA di Emanuele Frontoni Professore ordinario di Informatica all’Università di Macerata
Negli studi professionali, nei percorsi di aggiornamento, nelle pratiche quotidiane dei liberi professionisti si sta consumando una trasformazione fatta di sperimentazioni pragmatiche, di soluzioni che nascono dall’incontro tra competenze consolidate e nuove possibilità tecnologiche. Una storia che però rimane nell’ombra 58
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elle professioni sta accadendo qualcosa di importante, ma non abbastanza visibile. Mentre il dibattito sull’intelligenza artificiale oscilla tra entusiasmo tecnologico e timori sulla sostituzione del lavoro umano, negli studi professionali, nei percorsi di aggiornamento, nelle pratiche quotidiane di manager, commercialisti, avvocati, ingegneri, architetti e consulenti si sta consumando una rivoluzione silenziosa. È una trasformazione fatta di sperimentazioni pragmatiche, di soluzioni che nascono dall’incontro tra competenze consolidate e nuove possibilità tecnologiche. Eppure, questa storia rimane troppo spesso nell’ombra, privata di quella forza moltiplicatrice che solo la condivisione può generare. La formazione continua rappresenta per i professionisti non solo un obbligo deontologico, ma la linfa vitale della propria competitività. In un contesto dove le normative cambiano rapidamente, dove le aspettative dei clienti evolvono, dove la complessità dei casi richiede aggiornamento costante, l’apprendimento permanente è diventato elemento costitutivo dell’identità professionale. L’intelligenza artificiale sta trasformando radicalmente sia i contenuti che i metodi di questa formazione, aprendo scenari inediti che meritano attenzione critica e pragmatica. FORMAZIONE PERSONALIZZATA Piattaforme di apprendimento basate su IA stanno personalizzando i percorsi formativi in base alle lacune specifiche di ciascun professionista, ai casi che affronta NUMERO 39
quotidianamente, all’evoluzione normativa del proprio settore. Non più formazione standardizzata uguale per tutti, ma curricula adattivi che riconoscono cosa il professionista già sa, identificano cosa ha bisogno di approfondire, propongono contenuti nel momento in cui servono davvero. Sistemi intelligenti di tutoring accompagnano l’apprendimento di nuove competenze con feedback immediati, simulazioni di casi complessi, valutazioni progressive della comprensione. Un commercialista che deve aggiornarsi su
una nuova normativa fiscale può interagire con un assistente IA che risponde a domande specifiche, propone esempi contestualizzati al suo portfolio clienti, verifica la comprensione attraverso casi pratici generati automaticamente. Alcune piattaforme di formazione professionale stanno integrando sistemi di analisi predittiva che identificano i trend formativi emergenti, anticipando quali competenze diventeranno cruciali nei prossimi mesi. Analizzando l’evoluzione normativa, i cambiamenti di mercato, le domande più 59
FORMAZIONE
frequenti dei professionisti, questi sistemi suggeriscono percorsi formativi proattivi invece che reattivi. OLTRE LE MODE TECH Tutte queste esperienze condividono una caratteristica fondamentale: nascono da bisogni reali, non da mode tecnologiche. Sono soluzioni che rispondono a problemi concreti di produttività, qualità, competitività. Eppure, rimangono frammentate, isolate. Manca ancora una cultura diffusa della condivisione tra professionisti, un ecosistema dove le buone pratiche circolino, dove gli errori di uno diventino lezioni per altri, dove la conoscenza si accumuli invece di rimanere confinata nei singoli studi. Per questo è urgente investire in formazione strutturata sull’intelligenza artificiale, non solo per acquisire competenze tecniche ma per sviluppare una comprensione critica delle possibilità e dei limiti di questi strumenti. I professionisti hanno bisogno di percorsi formativi che insegnino non tanto a programmare IA, quanto a integrarla intelligentemente nel proprio flusso di lavoro, a valutarne criticamente gli output, a identificare i confini tra compito delegabile e responsabilità inalienabile.
dove la conoscenza si accumula preservando la riservatezza dei clienti ma creando valore condiviso. Piattaforme che aiutino i piccoli studi a competere con le grandi strutture proprio perché mettono in comune risorse e intelligenza, mantenendo ciascuno la propria identità e autonomia. IL NODO CRUCIALE Ma qui emerge il nodo cruciale, il discrimine tra uso sapiente e deriva pericolosa dell’intelligenza artificiale nelle professioni. Il rischio della delega inconsapevole è reale e insidioso proprio perché seduttivo. Quando un sistema di IA produce in pochi secondi un parere legale apparentemente impeccabile, un bilancio formalmente corretto, un progetto tecnicamente plausibile, la tentazione di accettarlo acriticamente è
forte. La pressione dei tempi, la complessità crescente dei casi, la competizione sui prezzi spingono verso una delega che alleggerisce il carico cognitivo ma svuota la professione della sua sostanza. La delega inconsapevole trasforma il professionista da esperto a operatore, da interprete critico a validatore formale di output generati altrove. È un percorso subdolo perché inizialmente produce efficienza e risparmio di tempo. Ma progressivamente erode la competenza stessa che dovrebbe essere amplificata. Un avvocato che delega sistematicamente la ricerca giurisprudenziale all’IA senza verificarne criticamente i risultati perde gradualmente la capacità di distinguere precedenti rilevanti da citazioni fuorvianti.
In questo scenario, l’opportunità più grande è la possibilità che piattaforme formative specializzate, costruite con attenzione alla deontologia professionale e alla tutela dei dati sensibili, diventino terreno di collaborazione tra professionisti. Immaginiamo sistemi intelligenti sviluppati collettivamente da ordini professionali o reti di studi, 60
Un ingegnere che accetta soluzioni progettuali generate automaticamente senza comprenderne la logica strutturale diventa dipendente dallo strumento, incapace di riconoscerne i limiti o gli errori. RESPONSABILITÀ UMANA Questa deriva ha conseguenze professionali devastanti. La responsabilità professionale rimane interamente umana: nessun tribunale, nessun cliente, nessun ordine professionale accetterà "l’ha detto l’IA" come giustificazione di un errore. Il professionista che delega inconsapevolmente si assume rischi che non è più in grado di valutare, firma prestazioni che non padroneggia veramente, tradisce il patto fiduciario con il cliente che si aspetta competenza umana, non mediazione algoritmica. Ma c’è una conseguenza ancora più profonda: la delega inconsapevole impoverisce la professione nel suo complesso. Se l’IA viene utilizzata per fare più velocemente le stesse cose invece che per fare cose diverse e migliori, la professione diventa pura commodity, sostituibile, priva di valore distintivo. Il paradosso è che proprio lo strumento che potrebbe elevare la qualità professionale rischia di abbassarla drammaticamente se usato come scorciatoia invece che come amplificatore. IA AMPLIFICATA L’alternativa virtuosa è l’uso amplificativo dell’intelligenza artificiale: utilizzare questi strumenti non per delegare il pensiero ma per potenziarlo. L’amplificazione consapevole significa affidare all’IA i compiti ripetitivi, la ricerNUMERO 39
ca massiva di informazioni, l’elaborazione di pattern nascosti in grandi volumi di dati, liberando il professionista per le attività dove il valore umano è insostituibile: l’interpretazione contestuale, il giudizio etico, la creatività strategica, l’empatia relazionale. L’amplificazione consapevole richiede formazione continua non sull’IA in sé, ma sull’integrazione intelligente tra competenza umana e supporto artificiale. Significa sviluppare una nuova literacy professionale: saper formulare le domande giuste ai sistemi intelligenti, riconoscere quando l’output è affidabile e quando richiede verifica, identificare i bias nascosti negli algoritmi, comprendere i limiti epistemologici di strumenti che correlano dati ma non comprendono significati.
Questa è la sfida vera della formazione continua nell’era dell’IA: non insegnare a usare nuovi software, ma educare a una collaborazione critica con intelligenze non umane. Significa formare professionisti più competenti, non meno; più responsabili, non meno; più umani nella loro specificità, non più simili a macchine. Il futuro delle professioni si gioca su questo crinale sottile: tra delega inconsapevole che impoverisce e amplificazione consapevole che potenzia. La formazione continua ha il compito cruciale di preparare professionisti capaci di scegliere, ogni giorno, da che parte stare. Perché l’intelligenza artificiale è uno strumento potente, ma la sapienza del suo uso rimane, fortunatamente, irreversibilmente umana. ■ 61
RIPRESA E RESILIENZA
PNRR, COESIONE AZZOPPATA di Laura Ciccozzi
Lavoro, giovani, parità di genere dovevano essere obiettivi prioritari del Governo. Ma nel corso degli anni le politiche di coesione sono state fortemente ridimensionate. Il punto della situazione 62
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a trama di questo articolo potrebbe essere: Missione 5 questa sconosciuta. L’inclusione sociale e la coesione territoriale non sono di certo le protagoniste del dibattito pubblico sul Pnrr, a differenza di altri ambiti di intervento quali, ad esempio, le infrastrutture ferroviarie o gli incentivi alle imprese. Eppure, appaiono direttamente collegate a quegli obiettivi che il Governo ha individuato come priorità trasversali del Piano: giovani, parità di genere e riduzione del divario di cittadinanza. Proviamo, dunque, a conoscerle meglio. Nei 19,5 miliardi della missione, suddivisi su tre componenti, rientrano innanzitutto le politiche per il lavoro: il piano nazionale per la lotta al lavoro sommerso, il potenziamento dei Centri per l’Impiego, la creazione di imprese femminili, il sistema di certificazione della parità di genere, il sistema duale e il servizio civile universale. Ma anche un ricco programma di interventi da 11,2 miliardi che va sotto il nome di “infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore”. SOTTO LA SCURE La missione 5 è anche il luogo di raccordo tra il Pnrr e la Strategia nazionale per le aree interne: una politica territoriale diretta al miglioramento dei servizi ai cittadini e delle opportunità economiche nei territori interni e a rischio di marginalizzazione, finanziata nel quadro della politica di coesione europea. Anche se, su questo fronte, le ambizioni originarie del Pnrr sono state fortemente ridimensionate nel corso delle
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RIPRESA E RESILIENZA
successive revisioni, con il taglio di 725 milioni per il potenziamento dei servizi e delle infrastrutture sociali di comunità (tutti i progetti sono stati comunque rifinanziati con risorse nazionali). Così come è stato ridimensionato il contributo originariamente proveniente dal Piano nazionale complementare al Pnrr, poiché anche tali investimenti sono stati compromessi da incolmabili ritardi. La revisione del 2023 ha rinsaldato ancor di più i legami tra il Pnrr e i fondi strutturali europei, un cavallo di battaglia dell’attuale Governo. Grazie ad una riforma finalizzata ad accelerare l’attuazione complementare della politica di coesione e del Recovery Plan in settori strategici per lo sviluppo dei territori, quali risorse idriche,
protezione dell’ambiente, rifiuti, mobilità sostenibile, energia e sostegno all’attrattività delle imprese. E con la recente istituzione della Zes unica per il Mezzogiorno, che il Pnrr finanzia con 563 milioni. RIMODULAZIONE AL RIBASSO L’ultima e definitiva revisione del Pnrr, approvata dal Governo lo scorso ottobre e attualmente al vaglio della Commissione europea, riguarda anche alcuni investimenti della missione 5 che non hanno dato i risultati attesi secondo il cronoprogramma e che subiscono, pertanto, una rimodulazione al ribasso. Al contrario, verrà incrementata la dotazione per due investimenti che hanno registrato buone performances: il servizio civile univer-
sale e la riqualificazione dell’edilizia residenziale pubblica. La scure del Governo si è abbattuta su importanti misure del “Pnrr lavoro”. La prima è il programma Gol (Garanzia Occupabilità Lavoratori), attuato a livello regionale. Il programma prevede la presa in carico da parte dei Centri per l’Impiego di almeno 3 milioni di beneficiari, di cui almeno 800 mila dovranno essere formati – 300 mila in ambito digitale. A fronte di tali ambiziosi obiettivi, le ultime rilevazioni mostrano che il primo target (la presa in carico dei potenziali lavoratori) è stato ampiamente raggiunto, mentre l’erogazione della formazione procede a rilento. Arranca pure il potenziamento di almeno l’80% 64
dei Centri per l’Impiego, anche a causa delle grandi differenze nelle performances delle Regioni. Più positivo, invece, il bilancio dell’investimento “sistema duale” volto a favorire l’accesso al mondo del lavoro per 90 mila giovani e adulti senza diploma attraverso percorsi di formazione e apprendistato. PARITÀ A METÀ DEL GUADO Procede bene anche il sostegno all’imprenditorialità femminile, con lo stanziamento di 400 milioni per un nuovo “Fondo Impresa Donna”, che finanzia strumenti già esistenti come Nito (Nuove Imprese a Tasso Zero), rivolto alle giovani imprenditrici, e “Smart&Smart” per le start up altamente innovative. L’obiettivo finale è il finanziamento di 2.400 imprese femminili. In parallelo, c’è l’attivazione di un Sistema nazionale di certificazione della parità di genere, per migliorare le condizioni di lavoro delle donne anche in termini qualitativi, di remunerazione e di ruolo e promuovere la trasparenza sui processi lavorativi nelle imprese. Per raggiungere gli obiettivi del Pnrr, almeno 800 imprese e liberi professionisti dovranno ottenere la certificazione, mentre 500 soggetti già certificati dovranno ricevere assistenza tecnica tramite vouchers per iniziative successive. Tra le misure sociali, saranno rimodulati gli investimenti a sostegno delle persone vulnerabili (accolti parallelamente all’adozione della Legge quadro per le disabilità, Dlgs. 3 maggio 2024, n. 62). Al contrario, sono confermati gli investimenti per lo sviluppo delle città, NUMERO 39
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RIPRESA E RESILIENZA
che si snodano sui due fronti della rigenerazione e della pianificazione urbana. Nello specifico, il Pnrr stanzia 2 miliardi per progetti di rigenerazione urbana, al fine di ridurre le situazioni di emarginazione e degrado sociale, nonché di migliorare la qualità del decoro urbano nei Comuni con più di 15 mila abitanti. Ci sono poi i Piani urbani integrati, investimenti da 900 milioni per la pianificazione urbanistica partecipata nelle Città metropolitane. Va, tuttavia, sottolineato che entrambe le misure hanno già subito massicci tagli nella revisione del 2023, per un totale di circa 2 miliardi. Per i 1.400 progetti superstiti è tempo di cantieri aperti e lavori in corso, con l’orologio puntato al 30 giugno 2026. ■
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ASSEGNO COMPLEMENTARE
UN TESORETTO NELLA PENSIONE DI SCORTA
L’integrazione all'assegno di fine carriera conviene, soprattutto per chi ha avuto percorsi professionali discontinui o lavora in autonomia. Scoprire come funziona e scegliere il fondo giusto oggi può fare la differenza tra un futuro sereno e un taglio drastico del reddito di Isabella Colombo
ASSEGNO COMPLEMENTARE
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on è mai troppo presto per pensare alla pensione complementare: in Friuli Venezia Giulia e in Trentino Alto Adige sono persino arrivati i nuovi "fondi pensione neonati", contributi regionali erogati alla nascita o all’adozione per convincere le famiglie a costruire un futuro ai ragazzi. Con il passaggio ormai consolidato dal sistema retributivo (pensione calcolata sulla media degli ultimi stipendi) al sistema contributivo puro (pensione calcolata solo su quanto effettivamente versato nel corso della vita) le pensioni di base, in futuro, saranno infatti sempre più basse. Soprattutto per i giovani e, tra questi, chi si accinge a intraprendere la libera professione. «I liberi professionisti, iscritti alle loro casse di primo pilastro obbligatorie, hanno spesso carriere più discontinue e aliquote contributive più basse rispetto ai dipendenti, con il rischio di assegni pensionistici inferiori; per questo è consigliabile integrare con l’adesione a una forma di previdenza complementare» avverte Bruno Bernasconi del Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali. Secondo le stime Inps e Ocse, chi oggi ha 30–40 anni riceverà tra il 50 e il 60 % dell’ultimo reddito, se va bene. Ma investire i propri risparmi in una pensione complementare conviene davvero? E quale scegliere tra le tante proposte sul mercato? VANTAGGI FISCALI Sì, conviene. «I vantaggi fiscali, rispetto ad altri tipi di investimento, sono notevoli: si possono dedurre i contributi fino a 5.164,57 euro l’anno dal reddito imponibile 70
Bruno Bernasconi, Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali
e quindi si paga meno Irpef» spiega Francesco Vallacqua, docente di Economia e Gestione dei Fondi Pensione all’Università Liuc. «I rendimenti sono sottoposti a una tassazione agevolata, cioè il 20% (12,5 per i Titoli di Stato) anziché il 26% dei normali investimenti finanziari; anche la tassazione finale delle prestazioni pensioni è ridotta, con aliquota tra il 9% e il 15%, a seconda degli anni di contribuzione. Questi fondi sono persino esenti dall’imposta di successione. Inoltre, si tratta di investimenti iper controllati da Covip, la Commissione di vigilanza sui fondi pensione: da quando sono partiti (disciplina del 1993 e primi investimenti a fine anni Novanta), hanno dimostrato di attutire molto bene le crisi finanziarie, in particolare quelle sistemiche del 2001 e del 2008». NUMERO 39
In più, anche se lo scopo è integrare la pensione di base, il “tesoretto” accumulato può essere riscattato al bisogno, in parte o totalmente. Per esempio per acquistare e ristrutturare la prima casa, per spese sanitarie importanti, per disoccupazione o per invalidità. E non solo. «Una volta raggiunta l’età pensionabile, in linea generale la legge prevede che si può richiedere fino al 50% del montante accumulato in capitale e il resto in rendita. Oppure, se la rendita derivante dalla conversione del 70% del montante accumulato è inferiore al 50% dell’assegno sociale, si può chiedere il riscatto totale in capitale, cioè ricevere tutta la somma accumulata come liquidazione unica invece che in rendita» aggiunge Bernasconi. 71
ASSEGNO COMPLEMENTARE
tea anche a liberi professionisti e lavoratori autonomi del settore. In caso contrario bisogna valutare un fondo aperto o un Pip». Entrambe le categorie sono accessibili a tutti, garantiscono flessibilità e personalizzazione nei versamenti e investono in un ventaglio di comparti che vanno dal rischio nullo al rischio alto. Sui costi di gestione invece c’è qualche differenza: i Pip in genere prevedono spese per i versamenti, la consulenza assicurativa e le commissioni. «La scelta dipende sì dalla categoria di appartenenza e dai costi di gestione ma anche dall’orizzonte temporale e dalla propensione al rischio» spiega Bernasconi.
FONDI CHIUSI, APERTI O PIP Più complicato invece capire quale forma di previdenza complementare scegliere tra le tante offerte del mercato. Ma qui bisogna prima distinguere le varie tipologie. «Esistono prima di tutto i fondi pensione chiusi o negoziali, gli unici che non hanno scopo di lucro perché nati dalla negoziazione collettiva, cioè da accordi tra sindacati e imprenditori. Sono riservati ai lavoratori che rientrano nel bacino di riferimento definito dalle fonti istitutive» spiega Vallacqua. «I fondi pensione aperti, gestiti da banche, assicurazioni o società di gestione del risparmio sono invece accessibili a tutti, anche ai titolari di redditi diversi da lavoro: i dipendenti possono versare oltre al contributo proprio, e se previsto quello datoriale, anche
il Tfr, gli autonomi i contributi volontari. Infine ci sono i Pip, Piani Individuali Pensionistici: sono contratti di assicurazione che si stipulano con le compagnie di assicurazione e sono come delle polizze ma assoggettate alla disciplina dei fondi pensione». FINESTRE PER PROFESSIONISTI Cosa possono fare i liberi professionisti iscritti a un albo? «Per prima cosa verificare se lo statuto del fondo negoziale della categoria prevede che possano aderire anche gli autonomi. Per esempio a FondoSanità, il fondo dedicato ai professionisti del settore sanitario, possono aderire anche medici odontoiatri o infermieri che esercitano la libera professione» continua Vallacqua. «Lo stesso per Fon. Te, il fondo per dipendenti del terziario che dal 2022 ha esteso la pla-
«Per quanto riguarda la scelta della linea di investimento, un soggetto giovane sarà generalmente più disposto ad assumere un po’ più di rischio per ottenere potenzialmente rendimenti più elevati, potendo quindi orientarsi verso linee a maggior contenuto azionario. Al contrario, chi è più vicino alla pensione, avendo meno tempo a disposizione per ripianare eventuali perdite dovute alle oscillazioni dei mercati finanziari, sarà più interessato alla conservazione del capitale orientandosi verso linee di investimento meno rischiose». MEGLIO INIZIARE PRESTO Che sia un Pip o un Fondo aperto, di sicuro il tema della pensione complementare va affrontato e subito perché è il sistema più vantaggioso per compensare la differenza tra la pensione pubblica futura e il reddito necessario per mantenere il proprio tenore di vita. Prima si inizia meglio è. «Chi inizia presto a versare, per esem72
pio intorno ai 30 anni, anche con piccoli importi, avrà chiaramente più tempo a disposizione per accumulare un montante finale significativo anche grazie ai rendimenti ottenuti sui versamenti effettuati» dice Bernasconi. «Chi inizia a 50 anni, potendo contare su un minor orizzonte temporale di contribuzione e generalmente su una minore propensione al rischio, dovrà versare importi molto più alti per ottenere lo stesso risultato». Ognuno può scegliere poi il proprio profilo di rischio perché i fondi pensione investono in portafogli diversificati, con linee garantite, quindi a rischio basso, bilanciate e azionarie (più rendimento, più rischio). Nel tempo si può anche cambiare linea e quindi profilo di rischio. ■
Risposte semplici ai dubbi sui fondi pensione
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er capire davvero come funziona la pensione complementare, senza perdersi tra mille numeri e regolamenti, il sito della Covip è il posto giusto perché è chiaro e semplice. Ci sono guide pratiche, Faq, esempi concreti e persino i video divulgativi che spiegano passo passo cosa fare con il fondo pensione. In più, qui si trovano riuniti gli statuti e i regolamenti contrattuali di tutti i fondi pensione, i rendimenti e il comparatore dei costi. È disponibile anche un questionario di autovalutazione che aiuta a capire quale profilo di rischio è più adatto per ciascuno. ■
COVIP MAGGIORI INFORMAZIONI
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INFORMAZIONE
GIOVANI E NEWS, LA FRATTURA TRA ANALOGICO E DIGITALE di Claudio Plazzotta
Per gli under 30 anni, la fonte più autorevole è Geopop di Andrea Moccia, seguita a ruota dai canali all news di Mediaset, Rai e Sky. Incalzate da La fisica che ci piace di Vincenzo Schettini. E alla Gen Z piace Mentana. Che cosa dice la ricerca dell’Università Cattolica di Milano sul consumo di notizie tra le fasce più giovani 74
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er generazioni cresciute abbeverandosi alle fonti del Tg1, del Tg5, dell’Ansa o del Corriere della Sera potrà sembrare straniante scorrere la classifica delle fonti ritenute più affidabili da Gen Z o Millennials nella divulgazione di notizie. E d’altronde la ricerca “Il consumo di news nell’età delle piattaforme e il ruolo del servizio pubblico”, realizzata da CeRTA (Centro di Ricerca sulla Televisione e gli Audiovisivi dell’Università Cattolica di Milano) in collaborazione con Rai, ha il merito di rappresentare plasticamente la profonda frattura tra “vecchio mondo analogico” e “nuovo mondo digitale” nella fruizione di news, con una rivoluzione silenziosa ma inesorabile di cui forse non si parla ancora abbastanza. Per i giovani fino ai 30 anni, infatti, la fonte più autorevole quando si tratta di news è Geopop. Ovvero il brand digitale di divulgazione scientifica fondato dal geologo Andrea Moccia, e che conta 14 milioni di follower, di cui 3,8 milioni su Instagram, 3,8 mln su TikTok, 4 milioni su Facebook, 2,63 milioni su YouTube. Seguono poi i canali all news di Mediaset (Tgcom), Rai e Sky, ma al quinto posto ecco La fisica che ci piace, iniziativa digitale creata dal professore di fisica Vincenzo Schettini, con due milioni di follower su TikTok, 3,2 milioni su Instagram, 1,9 milioni su Facebook e 860 mila iscritti al canale YouTube. INFORMAZIONE TAKE AWAY Insomma, due testate che nessun 50enne avrebbe probabilmente mai citato nel suo menù informaNUMERO 39
tivo quotidiano. Ma che ben rappresentano anche il cambiamento nel rapportarsi all’atto sociale dell’informarsi: come spiega la ricerca, infatti, soprattutto la fascia anagrafica dei “16-24enni è caratterizzata da un rapporto con l’informazione fondato su una dinamica tendenzialmente di tipo push: le notizie vengono subite tramite lo scorrimento del feed sui social media (Instagram, TikTok e YouTube su tutti) piuttosto che cercate attivamente. L’informazione preferita è quella rapida, aggiornata, personalizzata e dinamica sul piano formale”. 75
INFORMAZIONE
QUOTIDIANI? MEGLIO DIGITALI Alla Gen Z piace abbastanza il tg di La7 di Enrico Mentana, che viene ritenuto comunque più affidabile dei tg nazionali di Mediaset e Rai. Le grandi testate nazionali di quotidiani cartacei vengono citate, in una voce comune, al sesto posto, ma più per le loro versioni digitali, sul web. Per il resto, totalmente spariti i settimanali o i mensili cartacei di qualsiasi tipo. Oppure la radio. Ci sono, invece, due trasmissioni televisive come Le Iene (Italia 1) e Report (Rai 3), assente Striscia la notizia (che in realtà va ormai sparendo anche dal palinsesto di Mediaset), mentre nella Top20 appaiono tantissime nuove testate nate negli ultimi 15 anni: dal network di testate locali digitali di Milano Today, Roma Today, ecc, Enrico Mentana, direttore del TG La 7 Vincenzo Schettini, La fisica che ci piace
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passando per Breaking Italy (uno show online in cui Alessandro Masala, detto Shy, presenta e commenta le notizie più interessanti), Fanpage (la testata digitale diretta da Francesco Cancellato), Will Media (l’account social di news controllato, insieme con Chora Media, dal gruppo Be water di Guido Maria Brera), Il Post (fondato da Luca Sofri), Factanza (media company fondata da Bianca Arrighini e Livia Viganò) e Webboh (community nata per la Gen Z e acquisita dal gruppo Mondadori a fine 2022). LA DIETA MEDIATICA Tanti brand dove sparisce un po’ la funzione primaria del giornalista, e prevale la capacità di commento e di ripresentazione in maniera più gradevole e fruibile di notizie trovate dai vecchi giornali “analogici”. Tutti nomi, però, ai quali ci si dovrà abituare per comprendere al meglio la diffusione delle news e i pesi che le varie testate hanno e avranno in futuro nella dieta mediatica degli italiani. Dieta che, come si può notare, già parzialmente prescinde da quei brand altisonanti, di tg o giornali cartacei tradizionali. E non si può liquidare la questione con un “sì, vabbè, ma questi sono i giovani della Gen Z. Quando diventeranno grandi cambieranno le loro abitudini”. No, perché anche scorrendo la Top20 delle fonti più autorevoli per i Millennials (31-44 anni), la ricerca di CeRTA ci mostra come La fisica che ci piace, Report e Geopop siano al quarto, quinto e sesto posto assoluti. Il Post al 13esimo (era 18esimo per la Gen Z), e poi via via tutti gli altri brand digitali. NUMERO 39
LE FONTI PIÙ AFFIDABILI NELLA DIFFUSIONE DI NOTIZIE Secondo la Gen Z (13-30 anni) 74%
1
Geopop
2
Tgcom24
74%
3
Sky Tg24
71%
4
Rainews24
68%
5
La fisica che ci piace
68%
6
Testate nazionali (Corsera, Repubblica, Stampa, ecc)
65%
7
Agenzie stampa (Ansa, AdnKronos…)
65%
8
Tg La7
62%
9
Tg Rai regionali
58% 58%
10
Tg Mediaset nazionali
11
Tg Rai nazionali
57%
12
Fonti locali (Milano Today, Roma Today, …)
55%
13
Le Iene
50%
14
Report
47%
15
Breaking Italy
44%
16
Fanpage
43% 43%
17
Will Media
18
Il Post
41%
19
Factanza
37%
20
Webboh
18%
Secondo i Millenials (31-44 anni) 70%
1
Agenzie stampa (Ansa, AdnKronos, …)
2
Sky Tg24
68%
3
Rainews24
64%
4
La fisica che ci piace
63%
5
Report
62%
6
Geopop
61%
7
Tg La7
61%
8
Tg Rai regionali
59%
9
Tgcom24
58% 58%
10
Testate nazionali (Corsera, Repubblica, Stampa, ecc)
11
Tg Rai nazionali
55%
12
Tg Mediaset nazionali
50%
13
Il Post
49%
14
Le Iene
49%
15
Fonti locali (Milano today, Roma today, …)
48%
16
Breaking Italy
44% 38%
17
Fanpage
18
Factanza
35%
19
Will Media
34%
20
Webboh
32%
Fonte: CeRTA (Centro di ricerca sulla televisione e gli audiovisivi dell'Università Cattolica) in collaborazione con RAi.
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INFORMAZIONE
IL POTERE DEI LIKE Perché, ad esempio, una iniziativa di divulgazione scientifica come Geopop ha avuto così tanto successo ed è ritenuta affidabilissima dal pubblico 15-44 anni? Lo spiega lo stesso Andrea Moccia, fondatore e amministratore delegato di Geopop: «Le notizie false spesso diventano più virali di quelle vere. Perché? Sangue, sesso e soldi sono le tre grandi leve che tutti i media del mondo utilizzano da sempre. Ma sono leve usate in maniera incredibile dalla disinformazione, che punta sulle emozioni forti, sulla pancia e non sulla testa. L’emozione precede la razionalità, e tutti noi magari ci ritroviamo a condividere queste news o fake news senza mettere in moto il cervello. Poi i social premiano l’engagement, le condivisioni, i like. Più è alto l’engagement più il post viene distribuito. Inoltre, quando uno vede un post con tanti commenti, non pensa più sia falso, si abbassano le barriere, e lo si condivide con ancor più leggerezza. Un forte alleato della disinformazione è quindi la superficialità, sia da parte del pubblico sia da parte di chi fa informazione. La superficialità permea tutta la nostra società, in cui si vuole tutto, subito, immediatamente. Invece la nostra testa ha bisogno di tempo. Allora», conclude Moccia, «il più grande strumento per combattere la disinformazione è la cultura. Una forma mentis, una sorta di scalinata con tre gradini: si parte dalla conoscenza, per passare alla consapevolezza e infine alla azione. Geopop lavora sul primo gradino, la conoscenza. E i giovani hanno voglia di conoscere, anche se in tanti pensano il contrario». ■
Andrea Moccia, founder di Geopop. Foto tratta dal profilo Facebook
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MUSICA E TECH
LA NOTA STONATA
di Carlo Bertotti
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Ogni giorno vengono caricati sulle piattaforme di streming 50 mila brani musicali generati dall’intelligenza artificiale. Ma il 97% degli ascoltatori non sa distinguere una canzone generata con le nuove tecnologie da una reale. E fioccano contenuti che rischiano di essere dannosi o ingannevoli. L’uso massiccio delle nuove applicazioni digitali comincia a diventare un problema. Anche nella musica
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MUSICA E TECH
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a storia della musica, specialmente in questi ultimi decenni, è anche una storia di tecnologie che cambiano e innovano le modalità di produzione ed esecuzione: dagli amplificatori valvolari e gli echi a nastro degli anni 60 ai sintetizzatori Moog degli anni 70, dalle Drum Machine e ai Sequencer degli anni 80 fino alle DAW per registrare, mixare e masterizzare audio su un computer degli anni 2000. Ma la realtà a volte supera l’immaginazione e lo sviluppo tecnologico degli ultimi anni sta paradossalmente anche dando la possibilità a un numero via via crescente di persone senza specifiche competenze musicali né autoriali, di “comporre” canzoni o colonne sonore con una semplice serie di click sul proprio PC…
diventare una rapida scorciatoia per il successo per aspiranti artisti o pseudo musicisti che ben poco sanno di melodia e armonia. E se l’utilizzo responsabile della tecnologia può permettere di sperimentare nuove possibilità con l’IA, come si potrà capire quali composizioni saranno ancora pensate e realizzate da artisti in carne ed ossa oppure ad esempio da Suno, una delle potenti piattaforme che permette di produrre canzoni di ogni genere partendo da accenni di melodie o due righe di testo? Da una recente indagine di Deezer, la piattaforma di streaming francese, emerge che il 97% degli ascoltatori non saprebbe riconoscere una canzone generata con
MUSICA E TECNOLOGIA Fino a pochi anni fa per la realizzazione di una canzone servivano diverse figure professionali: autori, compositori, arrangiatori, fonici e diversi musicisti per eseguire le singole parti. Oggi, al contrario esiste un’unica figura, il music producer. È vero, teoricamente potrebbero in futuro affermarsi altre figure professionali connesse all’IA come ad esempio i Data Analyst a cui affidare l’esame di tonnellate di files e dati musicali, o l’analisi di piattaforme di streaming e artisti per capire meglio le tendenze del mercato, i trend musicali e le preferenze dei consumatori. Ma il problema oggi è che la disponibilità di accesso alla tecnologia e alle possibilità creative consentite dall’IA riduce ancora di più le figure potenzialmente utili alla creazione e produzione di una canzone, rischiando concretamente di 82
IA da una reale… E nel momento in cui sempre Deezer ci ricorda che ogni giorno vengono caricati sulla piattaforma 50 mila brani generati dall’intelligenza artificiale, circa il 34% del totale, allora i dubbi e le perplessità cominciano decisamente ad aumentare. Il colosso di streaming Spotify da un lato utilizza l’IA per analizzare i gusti degli utenti e creare Playlist personalizzate, dall’altro ha annunciato l’intenzione di prendere provvedimenti nei confronti delle canzoni generate con l’intelligenza artificiale che stanno dilagando sulla piattaforma facendo in modo che siano immediatamente identificabili. Pur non bandendo la musica generata dall’IA nell’ultimo anno Spotify ha rimosso infatti circa 75 milioni di canzoni che non
rispettavano gli standard qualitativi della società. La società svedese ha anche confermato di non produrre alcun tipo di musica, né basata sull’IA né di altro tipo visto che erano circolate indiscrezioni che la indicavano come produttrice di contenuti musicali attraverso l’IA per riempire di brani autoprodotti le proprie playlist riducendo così le royalties da corrispondere agli artisti. L’IA IN CLASSIFICA La cronaca in realtà ci dice che canzoni realizzate utilizzando software basati sull’intelligenza artificiale sono già entrate nelle classifiche di ascolto di Spotify, il servizio di streaming più usato al mondo. “Walk My Walk” ad esempio è un brano di un progetto chiamato Breaking Rust che è arrivato in cima alla classifica di Billboard Country Digital Song Sales. Nelle prime posizioni compaiono tra l’altro anche altre due canzoni realizzate con l’intelligenza artificiale, “Don’t tread on Me” e “Ain’t My Problem”. Esiste poi il concreto rischio di veder manipolate le classifiche ricorrendo al cosiddetto Bot listening, l’utilizzo di bot per simulare finti ascolti facendo risultare che certe canzoni abbiano un successo che in realtà non viene effettivamente riscosso. Un’altra vicenda che descrive i rischi che l’IA applicata alla musica possa arrecare è quella che ha visto protagonista Michael Smith, uno sconosciuto musicista statunitense che ha incassato più di 10 milioni di dollari in royalties dalle principali piattaforme di streaming musicale esclusivamente
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MUSICA E TECH
grazie a diversi software con cui produceva moltissime canzoni che in seguito venivano caricate online con nomi di artisti inventati. Successivamente, attraverso migliaia di falsi account e bot automatizzati, ha gonfiato artificialmente i numeri degli ascolti giornalieri calcolati dalle piattaforme, arrivando così a guadagnare somme incredibili paragonabili a quelle di affermate star della musica. L’uso della tecnologia in maniera massiccia crea poi implicazioni legate ad esempio all’utilizzo dell’emulazione delle voci di artisti famosi. Un caso di questo tipo che ha fatto scalpore sui social è stato quello della canzone “Heart On My Sleeve”, che utilizzava l’IA per clonare le voci di Drake e The Weeknd. Il brano in soli 3 giorni, ha raggiunto oltre 8,5 milioni di visualizzazioni su TikTok con 254 mila ascolti su Spotify. IL QUADRO NORMATIVO La principale casa discografica del mondo, la Universal Music e Udio, una piattaforma di generazione musicale basata su intelligenza artificiale, hanno recentemente raggiunto un accordo che rappresenta sicuramente una vittoria per gli artisti e i loro fan. Dopo essere stata accusata di violazione del copyright su larga scala, Udio ha infatti accettato di modificare radicalmente il proprio modello operativo. Un punto fondamentale dell'accordo prevede che la piattaforma non dia più la possibilità di effettuare download delle tracce generate, impedendo così la loro diffusione su piattaforme di streaming.
Dopo l’era di Napster e della pirateria digitale, trasformatasi successivamente in un’opportunità con lo streaming musicale, l’industria musicale si trova quindi oggi in una fase in cui sta cercando di trovare nuovi equilibri tutelando nel frattempo i diritti degli artisti e le nuove esigenze del mercato. Proprio per gestire questo delicato cambiamento si è fatto affidamento su una nuova legge italiana che riguarda l’Intelligenza Artificiale, la n.132 del 23 settembre 2025. La nuova normativa entrata in vigore nel nostro paese stabilisce che un’opera creata con l’IA possa essere considerata protetta dal diritto d’autore solo se incorpora un apporto umano sostanziale: una legge che, è giusto ricordarlo, va ad integrare e non a sostituire 84
il precedente Regolamento europeo sull’IA, introducendo però per il nostro Paese alcune precise restrizioni e limiti. Gli aspetti più rilevanti di questa norma riguardano da un lato l’obbligo di trasparenza verso i clienti con l’obbligo di comunicare quale sistema di intelligenza artificiale sia stato usato nel processo produttivo. Dall’altro la definizione di un limite entro il quale l’IA possa essere utilizzata come semplice strumento di supporto senza ad esempio delegare interamente la composizione di un brano e presentarlo invece come realizzato da un essere umano. Di fatto questa norma servirà proprio a tutelare il valore intrinseco della creatività umana, condizione fondamentale del diritto d’autore. Da oggi occorrerà quindi cominciare a pensare all’IA come ad una
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sorta di plugin molto potente, uno strumento che possa velocizzare il lavoro stimolando la creatività dell’autore, senza però sostituire la sua capacità e la sua esperienza. Il ruolo dell’intelligenza artificiale nella musica è dunque evidentemente ancora in evoluzione, ma è chiaro che le sue applicazioni necessitano di un quadro etico solido per evitare la creazione di contenuti che potrebbero essere dannosi o ingannevoli. E se da un lato gli artisti hanno ora accesso a strumenti che espandono le loro capacità creative e gli permettono di connettersi in modo più personalizzato con il pubblico, è essenziale che l’industria musicale continui a sviluppare linee guida chiare per l’uso di queste tecnologie, tutelando sia la libertà artistica che i diritti degli individui. ■
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MADE EXPO 2025
EDILIZIA IN MOVIMENTO di Elena Brambilla
Sicurezza del patrimonio edilizio. Intelligenza artificiale applicata all’architettura. Progettazione architettonica e design. I temi al centro dell’edizione 2025 hanno disegnato un ecosistema dove ricerca, impresa e istituzioni si incontrano 86
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’edizione 2025 di MADE Expo si è chiusa con un bilancio decisamente positivo, confermando la manifestazione come il principale hub italiano per il mondo dell’edilizia, dell’architettura e della progettazione. Per quattro giorni, i padiglioni di Fiera Milano hanno registrato un flusso continuo di visitatori qualificati—progettisti, imprese, studi tecnici, stakeholder istituzionali—che hanno apprezzato un format rinnovato, ricco di contenuti e fortemente orientato alle trasformazioni in atto nel comparto. La qualità degli incontri B2B, la presenza di buyer internazionali e un calendario fitto di eventi tematici hanno contribuito a creare un clima vivace, nonostante un contesto macroeconomico complesso. Come anticipato dal Rapporto Congiunturale Cresme 2025, il settore delle costruzioni vive infatti una fase di rallentamento della riqualificazione privata, pur mantenendo un’importante spinta sul versante delle opere pubbliche. MADE Expo ha saputo intercettare questo scenario e tradurlo in un’occasione di confronto, aggiornamento e visione strategica. DIMENSIONE INTERNAZIONALE A caratterizzare l’edizione è stata innanzitutto la dimensione internazionale: 625 aziende espositrici, il 23% provenienti dall’estero e rappresentative di 29 Paesi. La filiera dell’alluminio ha registrato rientri significativi, mentre nuovi attori del mondo dei serramenti, dei sistemi costruttivi avanzati e dell’outdoor hanno scelto la fiera come palcoscenico per il proprio debutto. Un segnale chiaro della NUMERO 39
centralità di MADE Expo come piattaforma per presentare soluzioni innovative, incontrare il mercato e costruire alleanze. Decisivo anche il Buyer Program realizzato con ICE-Agenzia, che ha portato a Milano oltre 150 decision maker. Oltre all’area espositiva, il valore aggiunto della manifestazione è stato il suo ruolo di “intelligenza collettiva”. Grazie alla collaborazione con Politecnico di Milano, Cresme e le principali associazioni del settore - tra cui anche Confprofessioni - MADE Expo ha proposto un ecosistema di 87
MADE EXPO 2025
PROGETTAZIONE E DESIGN Altrettanto rilevanti le iniziative dedicate alla progettazione architettonica, al design, al BIM e alle nuove esigenze sociali, come il senior housing, a testimonianza della volontà della fiera di affrontare la complessità del costruire contemporaneo con un approccio multidisciplinare.
contenuti in cui ricerca, impresa e istituzioni hanno potuto dialogare sui temi chiave del futuro costruito. Particolarmente apprezzato il focus dedicato alla sicurezza del patrimonio edilizio, con incontri sulla prevenzione sismica, la resilienza e la manutenzione intelligente, temi centrali per città più sicure e sostenibili. Tra gli eventi più seguiti, grande interesse ha suscitato il talk “AI Architectural Intelligence”, che ha esplorato l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla progettazione, dalla generazione automatica di modelli architettonici alla manutenzione predittiva. Un dibattito che ha riunito esperti internazionali e che ha evidenziato come la trasformazione digitale rappresenti già oggi una leva strategica per l’innovazione di processo.
Il legame con il New European Bauhaus ha inoltre ispirato l’intero palinsesto, che ha messo al centro sostenibilità, bellezza e inclusività come parametri di qualità progettuale. In questo contesto si è inserita la prima edizione del MADE Sustainability Prize, iniziativa realizzata con il Politecnico di Milano per valorizzare prodotti e soluzioni che interpretano in modo virtuoso i principi del NEB. La risposta delle aziende è stata sorprendentemente ampia e la cerimonia di premiazione ha rappresentato uno dei momenti più partecipati della fiera. A distinguersi nelle tre categorie principali sono stati: ▪ Tecnostrutture, con il sistema strutturale NPS® per la categoria Sostenibilità; ▪ Lattonedil, con il pannello Giano Light, vincitore della categoria Bellezza; ▪ MV Line, premiata per Inclusività con la zanzariera Phantom25. La giuria ha inoltre introdotto un Premio Speciale, assegnato a Secco Sistemi per la porta antipanico XT AF, esempio virtuoso di equilibrio tra prestazione tecnica 88
e qualità estetica.La sinergia con FEL – Festival dell’Edilizia Leggera e, più in generale, l’integrazione con MIBA – Milan International Building Alliance, ha ulteriormente ampliato l’offerta espositiva e professionale, creando un ecosistema unico che abbraccia tecnologie, materiali, sicurezza, smart building ed elevazione. La chiusura di MADE Expo 2025 restituisce dunque un’immagine nitida: il settore è in evoluzione, le sfide sono complesse, ma la risposta degli operatori è dinamica e orientata al futuro. L’alta partecipazione, la qualità dei visitatori e la ricchezza dei contenuti confermano la manifestazione come un luogo essenziale per immaginare e costruire insieme la nuova edilizia italiana. ■
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PRONTO FISCO
Le novità tributarie e il loro impatto sulle professioni nel commento di Lelio Cacciapaglia e Maurizio Tozzi
Dichiarativi, ancora 90 giorni per i ritardatari Ancora tre mesi per eseguire in l’adempimento dichiarativo ed evitare il rischio di contestazione dell’avvenuta “omessa dichiarazione”. Come conferma la circolare n.42 del 2016, che prevede come le eventuali integrazioni di dichiarazioni già prodotte, eseguite nei 90 giorni successivi alla scadenza originaria, consentono di rimanere fuori dall’alveo della dichiarazione infedele, potendosi ancora applicare le sanzioni tipiche collegate agli omessi versamenti. 90
renti, le maggiori delle quali sono l’impossibilità di futuri ravvedimenti con impossibilità di contenere l’impatto sanzionatorio e l’esposizione all’accertamento induttivo puro (ossia quello che può basarsi anche su presunzioni c.d. “semplicissime, non accompagnate dai requisiti di gravità, precisione e concordanza).
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i è appena concluso il “primo round” dei dichiarativi per l’anno 2024 (ovviamente con riferimento ai periodi d’imposta coincidenti con l’anno solare, che caratterizzano il mondo professionale), ma è ancora “tempo” di analizzare, controllare e rivedere l’adempimento appena eseguito, per comprendere se qualcuno, o qualcosa, manca all’appello. La normativa fiscale consente ai contribuenti di produrre dichiarazioni considerate tecnicamente “valide” anche nei 90 giorni successivi alla scadenza originaria: eseguire in tale lasso di tempo l’adempimento dichiarativo significa anzitutto evitare il rischio di contestazione dell’avvenuta “omessa dichiarazione”, tematica che reca una serie di penalizzazioni non indiffe-
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Il termine dei 90 giorni successivi è peraltro interessante anche per la corretta gestione di altre tematiche connesse alla dichiarazione prodotta nel rispetto del termine originario del 31 ottobre quali, ad esempio, la rettifica dell’ISA dichiarato, con variazione positiva del punteggio conseguito dal contribuente, oppure l’evidenziazione di informazioni non rese, quali quelle riguardanti il monitoraggio fiscale di patrimoni detenuti all’estero (avendosi la possibilità di “risolvere” la vicenda con una sanzione fissa e senza l’applicazione delle sanzioni in misura percentuale). Il tutto, peraltro, con l’importante apertura della circolare n. 42 del 2016, che al momento non sembra ancora superata dagli eventi successivi (pur se le recenti novità normative in materia sanzionatoria possono far sorgere qualche domanda, ma ancora nessuno si esprime): secondo tale documento di prassi le eventuali integrazioni di dichiarazioni già prodotte, eseguite nei 90 giorni successivi alla scadenza originaria, consentono
di rimanere fuori dall’alveo della dichiarazione infedele, potendosi ancora applicare le sanzioni tipiche collegate agli omessi versamenti. Ne deriva la necessità di eseguire un adeguato check dell’adempimento, ragionando sull’opportunità di correggere il tiro onde evitare spiacevoli sorprese future: sia sufficiente pensare a quei contribuenti che ritengono di essere esonerati dalla dichiarazione e che invece hanno fondato il proprio convincimento su un errato presupposto. Salvarsi sul filo di lana, producendo la dichiarazione (anche se magari non completa, ma almeno iniziando a compiere l’adempimento), consente di evitare non pochi fastidi, potendosi poi ragionare con calma anche dell’eventualità di future dichiarazioni integrative. ■
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STORIA
ALLE RADICI DELLE PROFESSIONI di Carlo Valente
Dai Collegia dell’antica Roma alle corporazioni rinascimentali. Dagli scribi egizi alle caste cinesi fino agli artigiani indiani. Pilastri della storia e della cultura che per secoli hanno sviluppato l’economia e i commerci in tutto il mondo. Tramandando il loro Dna ai professionisti di oggi. Viaggio alle origini delle arti e dei mestieri 92
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iamo abituati a leggere e parlare di re, imperatori, papi e cavalieri che espandono e rendono grandi regni e imperi; tuttavia, esiste un’altra realtà che non viene celebrata nelle grandi saghe ma affascina gli storici da sempre e che ha portato alla fondazione di molte grandi dinastie: i Mestieri e le loro Corporazioni. Il termine “Corporazione” venne coniato nel XVIII secolo e tutt’oggi si usa per indicare il fenomeno di artigiani, mercanti, professionisti di un determinato settore che si associano o vengono fatti associare per rappresentare il loro mestiere presso lo Stato e le altre potenze della loro realtà. L’ORIGINE DEI COLLEGIA Molte antiche civiltà avevano compreso non solo l’importanza di organizzare il lavoro ma anche di controllarlo al fine di garantire stabilità e progresso alla loro società. Anche se ognuna si sviluppò in maniera differente in base alle proprie caratteristiche culturali. In Europa di grande importanza sono stati i Collegia (Collegium singolare) provenienti dalla civiltà romana e parte integrante della storia e della grandezza di Roma. All’inizio erano soltanto gruppi di persone che si riunivano per venerare delle divinità comuni (come Cerere, dea dei raccolti e degli agricoltori, Mercurio, dio dei mercanti, Vulcano dio dei fabbri, o alcune divinità italiche quali Voltumno e Maris), di fatto erano comunità che si riunivano per proteggersi a vicenda sotto un comune patrono mentre tutt’intorno si formava lo Stato. Al tempo di re Numa Pompilio si hanno notizie di Collegia
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sacerdotali tra cui i Feziali che celebravano i riti in onore della pace e i Salii che onoravano Marte compiendo danze con armi rituali. DALLA FEDE ALLA PROFESSIONE Durante la Repubblica i Collegia passarono da gruppi religiosi a professionali, vedendo i loro riti evolversi in vere e proprie professioni. Seguendo la loro tradizione i mercanti, gli operai e gli artigiani iniziarono ad unirsi per promuovere e proteggere i loro interessi e in questo modo condividevano e ampliavano le loro conoscenze e abilità nel mestiere e a stabilire le regole della loro professione. I Collegia garantivano assistenza ai membri, sia economica che legale, difendevano i loro interessi, si assicuravano che la loro arte venisse tramandata ai giovani e spesso si facevano addirittura carico delle spese funerarie per un loro membro. Tra i più celebri e importanti Collegia si annoveravano il Collegium Pistorum, quello dei fornai e dei panettieri, talmente importante per alimentare la popolazione da essere sotto il diretto controllo dello Stato. Collegium Fabrorum in cui erano presenti i fabbri e i costruttori di edifici, cantieri e acquedotti, anche loro di estrema importanza. Collegium Argentariorum erano banchieri e cambiavalute. Collegium Medicorum, che raccoglieva, istruiva e organizzava i medici per cittadini, legioni e la corte dell’Imperatore. Persino gli attori, gli artisti e i gladiatori avevano i loro Collegia che si rivelarono un rifugio anche per liberti e plebei che altrimenti non sarebbero stati considerati né tutelati dallo Stato. 94
DI PADRE IN FIGLIO Diversi imperatori controllarono e influenzarono i Collegia che altrimenti avrebbero acquisito troppa ricchezza e potere per rimanere solo spettatori nel panorama politico. Fu però Diocleziano che, in seguito alla Crisi del III Secolo, decise di trasformarli in istituzioni ereditabili e vincolanti: il figlio di un panettiere diventava panettiere, il figlio di un marinaio diventava marinaio e così via. Questo aveva lo scopo di imporre disciplina e rigore per salvaguardare l’Impero ma invece, dopo un periodo di sicurezza e stabilità, queste associazioni diventate gabbie sociali spinsero molti loro membri a disertare le città e cercare protezione nei grandi proprietari terrieri gettando le basi della successiva società feudale, mentre le città principali dell’Impero perdevano NUMERO 39
la loro economia e vitalità. Dopo la caduta dell’Impero e il declino del suo commercio quasi globale, il lavoro dovette organizzarsi a livello locale.
Bassorilievo che raffigura i commerci nell'antica Roma Nella pagina a fianco: in alto Mercato medievale in basso Scultura raffiguramte le dinastie cinesi
LA NASCITA DELLE ARTI In Italia e in tutta Europa sorsero così le organizzazioni chiamate Arti, che tutelavano i lavoratori, stabilivano le regole della professione e addestravano i giovani. Prendendo d’esempio Firenze troviamo le Arti della Lana al vertice della potenza e della ricchezza, Arte dei Calimala (per i mercanti di stoffe pregiate come Pietro di Bernardone, padre di San Francesco), l’Arte di Medici e Speciali e l’Arte dei Giudici e dei Notai. Queste erano le Arti Maggiori, ovvero quelle più ricche e potenti, ciascuna comandata da un priore eletto tra i suoi membri più illustri e abili 95
STORIA
e che spesso sedevano anche nei governi delle città. Le Arti minori invece comprendevano fabbri, carpentieri e fornai (coloro che nell’era dell’Impero erano stati i più prestigiosi e ricchi). Nel Rinascimento queste corporazioni di mestieri divennero vere e proprie potenze: le famiglie che le gestivano erano patroni di arte e cultura e furono il motore dell’innovazione tecnologica e culturale. Grazie alle Arti alcune città italiane quali Milano e Firenze superarono per secoli la ricchezza di Francia, Inghilterra e Sacro Romano Impero Germanico messe insieme. Non sono poche le casate nobili che sono emerse grazie agli affari fatti con le Arti dei Mestieri. L’AVVENTO DEL CAPITALISMO La loro storia conobbe il declino con l’avvento del mercantilismo e
del capitalismo. Le grandi imprese commerciali e manifatturiere strappò alle Arti il loro monopolio e, nel XVIII secolo, diverse riforme fatte dagli Stati assolutisti in seguito alla Rivoluzione Industriale, portò all’abolizione delle ultime Corporazioni perché erano incompatibili con la libera concorrenza. Oltre alla storia da raccontare le Arti e i Collegia hanno lasciato delle eredità anche nelle procedure e nei modelli della società e dell’economia: molte professioni usano ancora i loro modelli di apprendistato; ordini professionali (come avvocati, medici e notai) svolgono la loro funzione di tutela, preparazione, collaborazione e regolamentazione dei loro membri e della loro professione; marchi di qualità e regolamentazioni dei prodotti sono una loro eredità.
DALL’EGITTO ALLA CINA Molte altre civiltà hanno elaborato simili concetti e strutture di professionisti. L’antico Egitto esistevano gruppi strutturati di artigiani, scribi, operai che prestavano servizio allo Stato soprattutto nei templi. Rilevanti erano i Per Ankh, ovvero centri di apprendimento e formazione che istruivano medici, scribi e sacerdoti, tutti facenti parte de potere religioso e amministrativo. Gli Artigiani di Deir el-Medina, vicino alla Valle dei Re, erano una comunità di mestieri (scultori, pittori, architetti) che lavoravano alla realizzazione delle tombe dei Faraoni ed erano organizzati in gruppi tutelati e mantenuti dallo Stato. Anche i servitori del Palazzo del Faraone erano un gruppo di lavoratori specializzati e tutelati che si trasmettevano il loro mestiere di padre in figlio. Grande guida di 96
Cairo, Egitto, 6 ottobre 2024 Vari monumenti all'interno del Museo Nazionale della Civiltà Egiziana (NMEC), situato nella Vecchia Cairo, La collezione esposta al museo rappresenta la civiltà Egiziana Scultura di Ippocrate
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quest’epoca è il testo noto come “Satira dei Mestieri” dove uno scriba superbo descrive con derisione gli altri mestieri della sua epoca. Anche la Cina, nel corso della sua lunga storia, ha avuto esempi di associazioni di lavoratori simili al modello europeo, specialmente durante le dinastie dei Tang (618907 d.C.) e dei Song (960- 1279 d.C.). Per esempio, le Hang erano molto simili alle Arti dei Mestieri e controllavano il commercio in varie città principali del Paese, tra cui Chang’an e Hangzhhou. Come le Arti in Europa, le Hang tutelavano e rappresentavano i loro membri presso le autorità imperiali, controllavano la qualità delle merci e fissavano i prezzi. Le Gong invece erano corporazioni di artigiani (tra cui tessitori, carpentieri, ceramisti, lavoratori del bronzo. Come gli
artigiani di Deir el-Medina essi lavoravano sotto il controllo diretto dello Stato che li proteggeva ma stabiliva regolamenti e tasse. Sotto la Dinastia Qing si formò la corporarione Cohong che raccoglieva tutti i maggiori intermediari cinesi (detti Hong) e gestiva il monopolio di import-export della Cina con l’Occidente, insieme a molte gilde mercantili in città portuali quali Canton e Shangai. Anche queste gilde cinesi offrivano protezione e rappresentanza ai loro membri (soprattutto artigiani e commercianti) pur essendo meno centralizzate di quelle europee. Anche la civiltà indiana ha visto le organizzazioni di professionisti come protagoniste e pilastri della propria storia. Quando in India prosperava l’Impero Maurya (321-185 a.C.) si formarono gruppi professionali chiamati Shreni che comprendevano artigiani, tessitori, orafi e molti altri. Ogni Shreni aveva un suo codice etico e delle regole interne per la propria professione, inoltre stabilivano gli standard per la produzione dei beni (come le Corporazioni in Europa). Alcune Shreni divennero molto potenti e finanziavano templi, opere pubbliche, eserciti, tanto che spesso partecipavano attivamente all’amministrazione delle città. Anche le Shreni assunsero poi un carattere ereditario e si fusero con il sistema a caste che ha sempre caratterizzato la società indiana. Tutte queste civiltà comprendevano che era estremamente importante organizzare e tutelare i mestieri e i professionisti per arricchire le loro capacità e favorire la prosperità dell’intera società di cui facevano parte. Più preziosi di ogni tesoro, più potenti di ogni esercito. ■ 97
PM A RB OI FEN ST SE IONI
IL PARADOSSO DELL’ORO BIANCO di Matteo Durante
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Le saline italiane coprono oltre 10 mila ettari e producono 1,2 milioni di tonnellate di sale l'anno, pari a circa il 30% della produzione europea. Un valore economico superiore ai 60 milioni di euro. Eppure in Italia la salicoltura non è riconosciuta come attività agricola. Un ritardo che toglie alle saline regimi fiscali agevolati, progetti di sviluppo regionali e fondi europei per investire in innovazione, sostenibilità e turismo ambientale
Saline di Margherita di Savoia
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istese abbaglianti che il tramonto rende rosate, cumuli bianchi che diventano fondali di fotografie, turismo slow con percorsi naturalistici, fenicotteri e operosità silenziosa. Da Cervia a Trapani, da Sant’Antioco a Margherita di Savoia, le saline italiane sono sia ecosistemi produttivi, che da secoli plasmano i territori, sia attrazioni turistiche. Eppure, questo mondo così radicato nella nostra quotidianità vive in una sorta di limbo normativo: la salicoltura marina, in Italia, non è riconosciuta come attività agricola. Un paradosso che, da qualche anno, il settore sta cercando di superare. IL QUINTO ELEMENTO NATURALE È infatti dall’aprile 2024 che Confagricoltura e le principali società di produzione hanno presentato una proposta di legge destinata a cambiare il destino del settore: «L’obiettivo è allineare la normativa italiana a quella della Francia, che già nel 2019 ha inserito la produzione di sale marino tra le coltivazioni di tipo rurale», spiega Ciro Zeno, capo progetto per Confagricoltura. «I greci dicevano che il sale era il quinto elemento naturale, perché formato dagli altri quattro: aria, acqua, terra e fuoco, che in questo caso è il sole. Al di là dei riferimenti, è indubbio che l’attività di coltivazione e raccolta del sale sia molto più vicina alla coltivazione che all’industria: soprattutto perché dipende dalle variazioni climatiche e interviene dentro ecosistemi delicati che i salinari contribuiscono a proteggere». Senza contare che tale riconoscimento consentirebbe di accedere a regimi fiscali più chiari e sostenibili, a progetti di sviluppo
Ciro Zeno capo progetto della proposta di legge per Confagricoltura
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Fenicotteri nella salina di Margherita di Savoia
regionali e a fondi europei per investire in innovazione, sostenibilità, turismo ambientale. Un cambio di prospettiva che porterebbe anche a nuove tutele verso i territori dove il sale è tradizione, economia e identità territoriale. «Tra i vantaggi ci sarebbe l’istituzione dell’annata agricola, con il focus costituito dall’effettiva raccolta di sale, che da noi avviene da agosto a settembre», commenta Giuseppe Pomicetti, presidente del Parco della Salina di Cervia, in Emilia Romagna: «Poi, come attività agricole, beneficeremmo di agevolazioni per intensificare il lavoro di tutela ambientale e naturalistica che svolgiamo in questa oasi di 827 ettari». Società mista pubblico-privata, costituita nel 2002 per salvaguardare l’ecosistema della riserva naturale e NUMERO 39
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importante zona di popolamento per uccelli migratori e stanziali, nel Parco si perpetua la tradizione della raccolta del ‘sale dolce di Cervia’, presidio Slow Food, ad altissima concentrazione di cloruro di sodio (99%). UN VALORE DI OLTRE 60 MLN Oggi le saline italiane coprono oltre 10 mila ettari e producono 1,2 milioni di tonnellate di sale all’anno, pari a circa il 30% della produzione europea. Un valore economico superiore ai 60 milioni di euro, con una filiera che coinvolge turismo, biodiversità e varie forme di trasformazione. Il cuore della produzione nostrana si concentra in tre poli: Cervia, appunto; le saline di Trapani–Marsala e quelle Margherita di Savoia in Puglia. È qui, tra vasche rosa e stormi di
specie migratorie, che sorge la più grande salina d’Italia e una tra le più produttive dell’intero bacino mediterraneo: «Quest’anno abbiamo raccolto 600mila tonnellate di sale marino», racconta Bruno Franceschini, presidente di Atisale, da qualche anno parte del gruppo francese Salins du Midi: «420 mila tonnellate in Puglia e 160 mila a Sant’Antioco, in Sardegna. La nostra salina è un luogo di produzione ma anche una riserva naturale per la tutela della biodiversità, per la quale collaboriamo con l’apposito Raggruppamento dei Carabinieri. Il riconoscimento agricolo sarebbe un passo logico, anche per poter accedere a sovvenzioni statali, perché raccolta e produzione di sale marino sono attività affini a quelle agricole nei metodi e nei tempi: dei 50 baci-
ni di Margherita di Savoia, solo 10 vengono lavorati mentre gli altri 40 stanno a riposo, proprio come succede ai campi». Atisale produce sale da cucina, per disgelo, per l’industria, per piscine, per lavastoviglie. Una realtà in cui tradizione locale e innovazione europea convivono, grazie a investimenti in know how tecnologico e personale esperto. Sulla sponda opposta dell’Italia del sale marino c’è la Sicilia, dove le saline sono paesaggio e identità, prima ancora che impresa. Quelle di Trapani, Paceco e Marsala formano un mosaico produttivo che si muove tra tutela ambientale, accoglienza turistica e mercato. Sosalt, azienda storica del territorio, continua a produrre sale marino secondo metodi tradi-
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zionali, con una forte specializzazione nel segmento ristorazione: «Quest’anno abbiamo raggiunto le 110mila tonnellate di sale. Che è l’unico sale IGP d’Italia», dichiara Giacomo D’Alì Staiti, presidente di Sosalt: «Ottenere che la sua produzione rientri tra le attività agricole permetterebbe di avere un’immagine diversa e diversificata dal sale da miniera. Anche perché il sale marino ha una vocazione prettamente alimentare che il salgemma non ha». SALE MADE IN ITALY Produrre sale non significa quindi solo ottenere un alimento: significa gestire ecosistemi, creare habitat, mantenere in vita aree umide che ospitano centinaia di specie. Le saline sono riserve naturali, aree ad alto valore ecologico e turistico, che esistono proprio grazie alla salicoltura. Senza la gestione quotidiana di bacini, canali, argini e flussi d’acqua, le vasche diventerebbero zone abbandonate, perderebbero salinità e con essa la biodiversità: «La pratica della salicoltura genera e mantiene l’ecosistema e valorizza i territori interessati», ricorda Zeno. «Trasformarla in attività agricola significherebbe anche poter considerare il sale come prodotto fortemente legato al territorio, che celebra la secolare attività di generazioni di salicoltori». Naturale, ricco di oligoelementi e frutto di un processo lento, il sale marino italiano è frutto di un sapere antico, che richiede manutenzione, investimenti, competenze artigianali: «In attesa che la legge delega diventi realtà», specifica Zeno: «abbiamo intanto NUMERO 39
ottenuto, per primi in Europa, un codice Ateco specifico per la salicoltura». Manca ancora un passo, dunque, quello definitivo per proteggere e valorizzare ciò che il Mediterraneo ci ha lasciato in dono: un oro bianco che è cultura, lavoro, storia e paesaggio. «Definirlo prodotto agricolo sarebbe come attribuirgli l’etichetta di certificazione della sua alta qualità. Sarebbe come iscriverlo nel novero delle eccellenze del Made in Italy», conclude D’Alì Staiti. ■
Giacomo D'Alì Staiti di Sosalt Nella pagina a fianco La vecchia darsena della salina di Cervia
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PAGINA A CURA
Anf (Associazione nazionale forense)
Giampaolo Di Marco, Segretario generale di ANF
Il volto umano del digitale
Nel tempo dell’intelligenza artificiale e dell’innovazione tecnologica continua, le competenze Stem non bastano. Servono anche quelle umanistiche. Perché la mente resta l’unico spazio creativo in grado di farci propendere per un sapere che è sogno e al contempo arma che colpisce la mente da fuori, come una freccia scoccata da lontano 104
o Tommaso Campanella e la sua Città del Sole, credo ne siano la perfetta genesi temporale che nel corso dei secoli a venire, ha cambiato modelli, riflessioni, strumenti, ma non si è mai troppo discostato da quell’idea di altro, di oltre, dell’Oltre.
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’umanità e con essa le arti liberali che alcuni hanno praticato e ancora oggi continuano a praticare, in forma diversa, con nomi diversi e con orizzonte diverso, è sempre stata protesa verso un qualcosa che sia oltre sé stesso e nei casi in cui questa tensione incontra la fede, verso l’Oltre. Qualche secolo più avanti rispetto a Giulio Camillo, siamo nel 1824, Giacomo Leopardi proponeva all’Accademia dei Sillografi di indire tre concorsi (con relativi premi), per chi fosse riuscito a creare tre automi, che potessero svolgere le
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funzioni, rispettivamente, di amico probo, amico virtuoso e donna perfetta. Convinto che le macchine potessero contribuire al progresso e alla felicità degli uomini, il poeta motivava la sua proposta sulla base di due considerazioni: «l’una si è che ella [l’Accademia] confida dovere in successo di tempo gli uffici e gli usi delle macchine venire a comprendere oltre che le cose materiali, anche le spirituali […]. L’altra cagione e la principale si è che disperando la miglior parte dei filosofi di potersi mai curare i difetti del genere umano, i quali, come si crede, sono assai maggiori e in più numero che le virtù; e tenendosi per certo che sia piuttosto possibile di rifarlo del tutto in una nuova stampa, o di sostituire in suo luogo un altro, che di emendarlo; perciò l’Accademia dei Sillografi reputa essere espedientissimo che gli uomini si rimuovano dai negozi della vita il più che si possa, e che a poco a poco dieno luogo, sottentrando le macchine in loro scambio». L’intento era serio, sebbene non risulti che qualche candidato sia riuscito nell’impresa; nondimeno, a distanza di soli due secoli, l’idea che una macchina si sostituisca all’uomo persino nelle funzioni di cura o che lo stesso soggetto umano possa sviluppare sentimenti di affezione nei confronti di una macchina appare tutt’altro che fantascientifica e Giulio Camillo e il suo teatro,
In questo secolo, quindi, non possiamo fare altro che provare anche noi a proseguire nel medesimo solco di chi ci ha preceduto, ovvero avere la medesima tensione, ma consapevoli che alla fine l’umanità e con essa le sue declinazioni di vita, restano il cuore dell’universo e la mente, resta l’unico spazio creativo in grado di farci propendere per un sapere che è sogno e canto, e al contempo è arma che colpisce la mente da fuori, come una freccia scoccata da lontano. NON SOLO COMPETENZE Per dare un’idea di dove stiamo andando anche sul piano dell’istruzione e della formazione, talvolta al ribasso, rimando alla recente decisione Ue 2025/2254 del Consiglio del 27 ottobre 2025 relativa agli “Orientamenti per le politiche degli Stati membri a favore dell’occupazione”.In questa decisione il sapere umanistico non viene preso in minima considerazione e la formazione qualificata viene degradata a mera competenza. Il Consiglio ritiene che per promuovere il progresso economico e sociale e la convergenza verso l’alto, sostenere le transizioni verde e digitale, rafforzare la base industriale, la produttività e la competitività dell’Unione, far fronte alle sfide demografiche e realizzare mercati del lavoro inclusivi e resilienti nell’Unione, gli Stati membri dovrebbero colmare le carenze di manodopera e di competenze e promuovere posti di lavoro di qualità e un’istruzione e formazione
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inclusiva e di qualità per tutti, in linea con la comunicazione della Commissione del 5 marzo 2025 dal titolo «L’Unione delle competenze», prestando particolare attenzione al miglioramento delle competenze di base, conformemente al piano d’azione sulle competenze di base, e delle competenze adeguate al mercato del lavoro, comprese quelle digitali e verdi, soprattutto tra gli studenti e gli adulti svantaggiati. Gli Stati membri dovrebbero, prosegue la decisione, anche promuovere l’istruzione e formazione nella scienza, tecnologia, ingegneria e matematica (science, technology, engineering and mathematics – STEM) conformemente al piano strategico per l’istruzione STEM, rafforzare l’istruzione e formazione professionale orientata al futuro, in particolare attraendo le donne e le ragazze verso i settori tecnico scientifici, la riqualificazione e il miglioramento del livello delle competenze lungo tutto l’arco della vita, impegnarsi per sistemi di istruzione inclusivi come pure garantire politiche attive del mercato del lavoro efficaci e il miglioramento delle condizioni di lavoro e delle opportunità di carriera, nel rispetto del ruolo e dell’autonomia delle parti sociali. PENSIERO UMANISTICO Occorre che le professioni intellettuali lancino tutte insieme una freccia che colpisca le nostre menti per tenerle deste verso l’inquietudine generativa, piuttosto che nella pigra scorciatoia artificiale, ma non abbandonando il pensare umanistico, definito non utilitaristico, a favore del pensiero/competenza di pronta spendita, non tanto scientifica quanto economica. In un tempo caratterizzato dall’assenza di “inquietudine generativa”, sarebbe più semplice lasciar
Non dobbiamo rendere utilitaristico qualunque pensiero scientifico perché ne deriverebbe uno scadimento di riflessioni che lo degraderebbe a servizio andare il pensiero dietro la mera validazione di una verità o un contenuto offerti da una macchina (IAgen). In questo senso occorre riflettere su un primo grave errore delle scienze delle professioni o almeno di parte di esse. Come spiegato da molti professori che studiano i processi di IAgen applicata al lavoro, anche delle professioni intellettuali, il giudizio di alcune di esse è spesso delegato a un motore statistico del linguaggio, che definisco propriamente un “calcolatore lessicale su base statistica”, scambiando la coerenza di un testo per la verità di un contenuto. È questo il cuore dell’epistemia: la confusione tra consistenza linguistica e verità epistemica. In sostanza scambiamo la competenza sulle parole che descrivono il mondo, come competenza sul mondo. Poiché il cervello degli esseri umani è configurato in modo tale da vedere un significato in configurazioni del tutto arbitrarie, stiamo proiettando su
tali strumenti l’intelligenza che risiede in noi. In questa chiave di lettura risiede, a nostro avviso, il punto di (ri) partenza di tutte le professioni intellettuali e di elevata specializzazione. Nel lavoro intellettuale la fatica precede e potrebbe accompagnarci per lungo tempo, prima di iniziare a vedere un risultato appagante. Nel lavoro artigianale, al contrario, questa distanza non c’è o comunque non è marcata, perché l’artigiano spesso vede nascere il risultato contemporaneamente alla fatica che compie per realizzarlo. In questa differenza, risiede la necessità di non rendere utilitaristico qualunque pensiero scientifico, duro o umanistico che sia, ovvero relegare un sapere a mera capacità di soddisfazione immediata, non già e non solo del risultato, ma delle economie che ne potrebbe ricavare, perché ne deriverebbe uno scadimento di riflessioni che lo degraderebbe lentamente a servizio, e ciò ancor prima di renderlo fungibile socialmente, rispetto al saper fare. ■
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WELFARE E DINTORNI
Il Contratto collettivo nazionale degli studi professionali ha costruito un’articolata rete di tutele intorno a tutti coloro che operano all’interno di uno studio professionale. In questa rubrica le ultime novità dalla bilateralità di settore
Cadiprof, un medico per tutti Il servizio MedicoPerTutti, gratuitamente incluso nel piano di assistenza Cadiprof, prevede un video consulto medico di primo orientamento e la telemedicina di cui sentiamo parlare sempre più spesso: una innovazione che segna una svolta tra necessità e praticità. Può diventare infatti parte integrante degli strumenti tecnologici di cui facciamo ampiamente uso, basti pensare alle App, ai Social e all’utilizzo del computer ormai consolidato. La telemedicina offre supporto ai pazienti direttamente al loro domicilio, quando per motivi
di salute non possono recarsi dal medico. Eliminando la distanza fisica, questo strumento offre la possibilità di ricevere diagnosi tempestive e talvolta promuovere la prevenzione. Il servizio permette di ricevere consulti medici in piena autonomia, usando l’apposita App sul proprio dispositivo mobile. La Centrale Medica è operativa dal lunedì al venerdì dalle 08.00 alle 20.00 e il sabato dalle 08.00 alle 18.00. Per l’attivazione del servizio, invitiamo a consultare la pagina web che fornisce le istruzioni con tutti i passaggi necessari Telemedicina MedicoPerTutti.
TELEMEDICINA MEDICOPERTUTTI ATTIVA IL SERVIZIO
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GP: interventi ambulatoriali, c’è il rimborso
I professionisti hanno a disposizione, tra le altre, una garanzia che consente di ottenere il rimborso delle spese sostenute per interventi chirurgici effettuati in regime ambulatoriale, in presenza di patologia presunta o accertata, fino a un massimale di 2 mila euro, con scoperto del 25% e un minimo non rimborsabile di 150 euro. Si tratta degli interventi di piccola chirurgia, eseguiti senza ricovero presso l’ambulatorio o lo studio medico chirurgico, quali ad esempio la rimozione di nevi atipici e per retinopatie o cataratta. Sono comprese anche le endoscopie (gastroscopie, colonscopie, cistoscopie, etc.), con esclusione di quelle prescritte per controllo, familiarità o prevenzione. La garanzia fa parte del pacchetto di prestazioni rimborsate direttamente da Gestione Professionisti. Il professionista richiedente, di età non superiore ad 80 anni, deve essere titolare di copertura automatica o volontaria, attiva sia al momento dell’evento sia della domanda. La richiesta di rimborso può essere inviata direttamente dalla Piattaforma BeProf (app.beprof.it), allegando la documentazione prevista. PRESTAZIONI BEPROF MAGGIORI DETTAGLI
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Fondoprofessioni: crescono i percorsi personalizzati Aumenta la richiesta di percorsi formativi su misura. L’analisi di Fondoprofessioni conferma il boom delle attività one to one e per piccoli gruppi, introdotte con l’Avviso 06/22 per sperimentare nuove modalità di apprendimento sul luogo di lavoro, ma che oggi è una delle caratteristiche più apprezzate dell’offerta formativa del Fondo. «Vogliamo offrire esperienze personalizzate – spiega Franco Valente, direttore di Fondoprofessioni – rivolte al singolo o a un ristretto gruppo di colleghi. Dal 2022 al 2025 i piani approvati sono aumentati in maniera esponenziale, segno che la personalizzazione risponde a bisogni reali». Negli ultimi quattro anni sono stati assegnati oltre 3 milioni di euro per interventi one to one. In testa Lazio (17%), Lombardia (11%) e Campania (10%), con una partecipazione femminile pari al 70%. Il 37% dei partecipanti ha tra 15 e 35 anni, mentre il 15% appartiene alla fascia 55-64, a conferma dell’impegno nella formazione dei giovani e nella riqualificazione dei profili più esperti. La filosofia della formazione personalizzata si amplia con l’Avviso 09/25, dedicato all’uso dell’intelligenza artificiale.
Sport e università Ebipro riapre la finestra
Per le edizioni 2026 di Attività sportive, Tasse universitarie e Trasporto pubblico, è confermata la riapertura di un’unica finestra temporale utile alla trasmissione delle domande di rimborso, attiva dal 1° febbraio al 31 maggio 2026. Le prestazioni di Ebipro Gestione Ordinaria destinate ai lavoratori dipendenti iscritti sono richiedibili entro finestre temporali nelle quali viene riabilitato l’invio delle richieste di rimborso tramite l'Area Riservata (applicazione "Prestazioni Ebipro"). Da quest’anno è stata implementata una nuova funzionalità che permette all’utente l’annullamento in totale autonomia di una richiesta che risulti ancora in stato ‘Inviata’ e non ancora presa in carico. Resta confermato il principio di cassa delle misure ‘Attività sportive’ e ‘Trasporto pubblico’ per il quale nell'edizione 2026 sono ammessi al rimborso i soli documenti di spesa emessi nell’anno 2025. Al contrario, per la prestazione ‘Tasse universitarie’ vale il principio di competenza per cui vengono prese in considerazione le sole ricevute di versamento delle tasse e rate universitarie relative all'anno 2025/2026.
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Una piazza, una visione, una comunità di Maria Teresa Pasceri
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’è un tempo per il lavoro, uno per il confronto e uno – raro e prezioso – per fermarsi, guardarsi attorno e riconoscersi parte di qualcosa di più grande. L’8 novembre scorso, oltre ottocento professionisti provenienti da tutta Italia hanno accolto l’invito di Confprofessioni, partecipando al Giubileo dei professionisti in Piazza San Pietro: un’occasione di raccoglimento e di riconoscimento del valore sociale e umano del lavoro intellettuale. Fin dalle prime ore del mattino, la piazza si è animata di volti e storie diverse. Avvocati, commercialisti, architetti, consulenti del lavoro, ingegneri, veterinari, psicologi, medici, notai, agronomi, archeologi, dentisti e molte altre figure professionali si sono ritrovate insieme sotto lo stesso cielo, spinte dal desiderio di condividere un momento simbolico. Una folla ordinata e partecipe, accompagnata dallo striscione di Confprofessioni, ha testimoniato il cammino compiuto e la visione comune che unisce la comunità dei liberi professionisti. Nel suo discorso, Papa Leone XIV ha richiamato l’episodio di San Paolo: «San Paolo scrive ai cristiani di Corinto invitandoli a rendersi conto che fra loro la terra ha già cominciato a somigliare al cielo. Dice loro di considerare la loro chiamata e vedere come Dio abbia avvicinato persone che altrimenti mai si sarebbero frequentate. […] I criteri di Dio, che sempre comincia dagli ultimi, già a Corinto sono un “terremoto” che non distrugge, ma risveglia il mondo». Un messaggio che richiama la dignità di ciascuno e l’invito a costruire comunità autentiche e inclusive. 112
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Il Giubileo è stato così non solo un evento religioso, ma anche un segno concreto di apertura e responsabilità collettiva. Confprofessioni, con il suo impegno quotidiano, lavora per ridurre le distanze tra territori e discipline, dando voce anche a chi opera con minore visibilità. Nel saluto alla Confederazione e ai presenti, Papa Leone XIV ha auspicato «un impegno collettivo, da parte delle istituzioni e della società civile, per creare opportunità occupazionali che offrano stabilità e dignità, assicurando soprattutto ai giovani di realizzare i propri sogni e contribuire al bene comune». Parole che richiamano i valori al centro della pubblicazione Le professioni intellettuali nell’era della digitalizzazione per il bene comune, consegnata al Pontefice dal presidente di Confprofessioni, Marco Natali.
La consegna al Santo Padre ha assunto un significato simbolico: un gesto che richiama apertura, ascolto e disponibilità a camminare insieme. La presenza in Piazza San Pietro ha rappresentato un momento di identità condivisa e di impegno civile, occasione per ribadire che le professioni non sono soltanto categorie economiche, ma comunità di persone che mettono le proprie competenze al servizio della società, nel rispetto della dignità, dell’etica e della solidarietà. Per Confprofessioni, il Giubileo delle professioni 2025 segna un nuovo passo verso una rappresentanza che non si limita a tutelare, ma che accompagna, ispira e unisce. ■
In un tempo in cui la tecnologia sembra semplificare ogni pensiero, il volume invita a riscoprire la “fatica del pensare”, proponendo un rinnovamento culturale fondato sull’“inquietudine generativa”, quella tensione vitale che spinge a cercare risposte nuove alle domande di sempre, come sottolinea il curatore, Giampaolo Di Marco. Frutto del lavoro del Dipartimento Libere Professioni di Confprofessioni e corredato di codice ISBN, il progetto editoriale si distingue per il valore scientifico e culturale. Grazie al contributo delle Associazioni aderenti, che hanno arricchito i contenuti con esperienze e competenze, il volume è uno strumento prezioso per comprendere il ruolo delle professioni nella società contemporanea. 114
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Gli eventi, le mostre, i film e i libri del momento in Italia e all'estero da non perdere per fare un pieno di cultura e di bellezza
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WEEK END FUORI PORTA
Mercatini di Natale, è tutto oro quel che luccica Con le loro bancarelle colorate e le loro specialità culinarie ogni anno attirano milioni di visitatori. Tante le destinazioni in tutta Europa. Tra le più gettonate Zagabria, Danzica, Craiova, Ginevra e Asti Govone
di Romina Villa
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20 località, selezionate da esperti del settore, su un panel gigantesco che conta più di 6.400 eventi sparsi per l’Europa.
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Vari i criteri utilizzati per la selezione: l’eccezionalità dell’offerta, la collaborazione con gli artigiani locali, la creatività, le iniziative benefiche e l’impegno per una sempre maggiore sostenibilità. Dal 2009 European Best Destination si occupa di promuovere le destinazioni europee, avvalendosi della collaborazione degli uffici del turismo
e dei travel media. I viaggiatori, con i loro voti, rimangono i veri artefici di tutti i contest promossi dall’ente, a partire da quello che premia annualmente la migliore destinazione europea, declinato poi in altrettanti concorsi che riguardano, tanto per fare degli esempi, le più belle spiagge o le località sciistiche. Anche la classifica dei più bei mercatini di Natale è solo il punto di partenza per variare l’offerta e raggiungere viaggiatori con pre-
uovono milioni di turisti ogni anno e generano una ricaduta economica talmente rilevante, tanto da essere diventati una voce fondamentale nei bilanci di tante regioni e città europee. Parliamo dei mercatini di Natale, che tra la fine di novembre e gli inizi di gennaio animano ogni angolo del vecchio continente. Tra gli appassionati, c’è chi preferisce l’atmosfera dei piccoli centri, per immergersi nei profumi speziati del vin brulé e i sapori della cucina locale e chi, invece, punta all’esperienza fantasmagorica nelle grandi città, tra centinaia di bancarelle e una lunga lista di eventi e spettacoli che si susseguono senza tregua. È questione di gusti. Anche quest’anno, European Best Destination , il più importante portale di viaggi in Europa con sede a Bruxelles, ha pubblicato la classifica dei mercatini di Natale più belli, stilata come sempre grazie ai voti dei viaggiatori di tutto il mondo. Più di 753 mila persone hanno votato la miglior destinazione natalizia del 2025, scegliendo in una lista ristretta di 120
ferenze più specifiche. E perciò si stilano classifiche per i mercatini più romantici, per quelli che hanno le luci più belle oppure per quelli ospitati nelle città europee con gli inverni miti. Insomma, ce n’è per tutti. Essere presente in queste classifiche conta molto in termini di visibilità internazionale, che porta ad aumenti sostanziali del turismo incoming. Come è successo a Budapest e Zagabria, che hanno registrato rispettivamente un +18%
e un +41% di visitatori, grazie ai loro mercatini natalizi. Le due città hanno più volte occupato il primo gradino del podio del Best Christmas Market Award, tanto che quest’anno non sono state incluse nella lista dei 20 finalisti per manifesta superiorità. Grazie ai quattro titoli vinti dal 2009, Budapest ha ricevuto il titolo, insieme a Zagabria, tre volte vincitrice, dei Best of All the Time Christmas Markets. In particolare, Zagabria continua ad essere la meta in assoluto più votata.
EUROPEAN BEST DESTINATION MAGGIORI INFORMAZIONI
TUOI MERCATINI DI NATALE PREFERITI IN EU VOTA O R A
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ZAGABRIA La capitale croata ospita in Piazza Re Tomislav la sua leggendaria pista di pattinaggio, tra le più grandi di tutta Europa. Da fine novembre, il suo centro storico, dalla tipica architettura austro-ungarica, diventa un unico e grande palcoscenico, decorato di luci, alberi e personaggi delle fiabe. I mercatini sono ben sedici, sparsi in vari punti della città, ognuno con una propria particolarità. Si possono visitare tutti, spostandosi con il tram natalizio, guidato da Babbo Natale. Tra i souvenir da acquistare, due Patrimoni immateriali dell’Umanità conferiti dall’Unesco: i giocattoli di legno intagliato a mano, tipici del nord del paese e poi i Licitar, biscotti a base di miele e zenzero, presenti fin dal Medioevo nella tradizione croata e slovena. Oggi sono uno dei simboli principali della nazione e di Zagabria in particolare, e vengono utilizzati perlopiù come ornamento nelle case. Il cerchio si chiude con un’offerta gastronomica sontuosa, che durante i mercatini si traduce in ottimo cibo di strada. Tra le attrazioni, il particolarissimo Tunnel Gric, una galleria pedonale, un tempo rifugio antiaereo, utilizzato dai cittadini di Zagabria durante la Seconda Guerra Mondiale. Oggi è stato trasformato in sede espositiva, aperta tutto l’anno. In occasione del Natale ospita installazioni luminose. In scena, numerosi spettacoli di musica e canti. La più curiosa è la rassegna dei canti natalizi eseguiti dai balconi più belli della città.
ADVENTZA GREB - ZAGABRIA S CO P R I T U T T I G L I A P P U N TA M E N T I
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DANZICA Quest’anno, la città vincitrice del primo premio è Danzica. La città polacca vanta una storia millenaria, vissuta a più riprese da protagonista, grazie anche al porto collegato al Mar Baltico, che l’ha resa celebre in passato per il commercio dell’ambra. È conosciuta come città coraggiosa e solidale, in seguito alla sua strenua resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale e, in tempi più recenti, per le attività rivoluzionarie di Solidarnosc. Da qualche tempo Danzica è una delle mete top del nord Europa e, fino al 23 dicembre, il suo centro storico, con le alte case multicolori dall’architettura tipicamente tedesca, sarà invaso da turisti di tutto il
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mondo. I suoi mercatini di Natale sono stati votati da oltre novantamila viaggiatori che le hanno regalato il primo posto. Per celebrare il prestigioso traguardo, quest’anno gli organizzatori hanno ampliato l’area mercato in altre zone cittadine, fino a raggiungere i 220 stand. Più spettacoli, più luminarie, più offerta gastronomica. L’occasione di essere in cima al podio non si deve sprecare. Con una differenza di poco più di un migliaio di voti, al secondo posto si è piazzata la città rumena di Craiova, nota per avere il Christmas Market più esteso, con 280 mila mq. della città, dedicati a questo evento; mentre alla sua prima partecipazione al contest, Ginevra ha ottenuto il terzo posto. Un concentrato di cultura e tradizioni svizzere lungo il Quai124
du-Mont Blanc, il grande viale che si affaccia sul celebre lago. Tra assaggi di fonduta e vin brulé, si passeggia tra gli chalet di legno e si fanno gli acquisti. Intorno a Natale, si svolge dal 1934 il tuffo di gruppo nelle acque gelide del lago. Pochi eroi si tuffano, tantissimi stanno a guardare. UNA SORPRESA PER L’ITALIA Superando la concorrenza di grandi città come Vienna, Bruxelles, Helsinki e Praga, il Magico Paese di Natale di Asti-Govone ha conquistato in quinto posto in classifica. Si tratta di un mercato di Natale diffuso che accomuna Asti con Govone, San Damiano d’Asti e Santo Stefano Belbo, trasformando così il territorio Langhe, Monferrato e Roero in un grande villaggio dell’Avvento. Quest’anno la manifestazione ha ricevuto anche il titolo di Most Romantic Christmas Market in Europe. Saranno i castelli che dominano i borghi, le colline coperte dalle vigne, la prelibatissima cucina oppure tutto assieme. Noi italiani, ai panorami romantici, siamo abituati. ■
JARMARK BOZONARODZENIOWY - DANZICA S CO P R I I L M I G L I O R M E R C AT I N O D ' E U R O PA
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Cinepanettoni, l’Italia che rideva di sé Dalle terrene Vacanze di Natale a quelle futuristiche di In vacanza su Marte: oltre 40 anni d’ilarità, equivoci e specchi dell’Italia che cambia. Quella delle pellicole natalizie è una storia di successi, crisi e nostalgie collettive. Un viaggio attraverso le risate del duo BoldiDe Sica, attendendo l’esordio di Tony Effe di Jacopo Crameri
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ra il 1983. L’Italia ballava Vamos a la playa, portava i piumini Moncler e sognava la settimana bianca a Cortina. E così Vacanze di Natale, diretto da Carlo Vanzina, arrivò nelle sale italiane. Dietro quell’operazione apparentemente leggera si nascondeva un’intuizione produttiva di Aurelio De Laurentiis: trasformare la commedia di costume in un appuntamento fisso con il pubblico delle feste. Non un semplice film, ma un rito dalla formula perfetta: Cortina d’Ampezzo come palcoscenico, canzoni da hit parade, contrasti di classe, scambi di coppie e battute in romanesco o milanese. Sullo sfondo, un’Italia edonista e televisiva che scopriva sé stessa riflessa sul grande schermo. Vacanze di Natale incassò quasi tre miliardi di lire e inaugurò un genere.
delle gag e dei doppi sensi, restava una radiografia del Paese: l’ossessione per il denaro, la corruzione, la ricerca del “bel vivere”. IL DIVORZIO E LA CRISI Nel 2005, Natale a Miami segnò allo stesso tempo l’apice e l’inizio della fine. Al culmine del successo, Boldi e De Sica si separarono: il primo passò a Medusa, il secondo restò fedele alla Filmauro di De Laurentiis. Il Natale successivo fu un derby: Olé, diretto da Carlo Vanzina con Massimo Boldi e Vincenzo Salemme contro Natale a New York, diretto da Neri Parenti con Christian De Sica e Massimo Ghini. Fu un confronto serrato ma alla fine vinse la pellicola di Parenti, ma il sistema cominciò a scricchiolare. La formula, ormai prevedibile, faticava a rinnovarsi. Natale in
Sudafrica (2010) e Vacanze di Natale a Cortina (2011) segnarono il tramonto di un’epoca. Lo stesso De Sica si prese una pausa, cercando altre strade con Il principe abusivo e Colpi di fulmine. Boldi, invece, tentò di mantenere viva la tradizione con Matrimonio a Parigi o Natale da chef. Ma il cinepanettone entrò nella fase in cui si rideva più del ricordo che delle battute. DECLINO E NOSTALGIA Negli anni Dieci, queste pellicole divennero come gli zii ai pranzi di Natale: sempre uguali, ma più stanchi. Nel 2017 Filmauro provò a chiudere il cerchio con Super Vacanze di Natale, un “best of” dei cinepanettoni dagli anni Ottanta ai Duemila. Ma il pubblico non rispose: appena 392 mila euro d’incasso. La fine di un’epoca. Il
LA COPPIA CHE VISSE DUE VOLTE Negli anni Novanta arrivarono loro: Massimo Boldi e Christian De Sica. Il milanese frenetico e il romano charmant. Era la stagione dei Vacanze di Natale ’90 e ‘91, di Anni 90, di S.P.Q.R. e di A spasso nel tempo. Neri Parenti e Vanzina divennero architetti di una comicità nazionalpopolare, capace di unire sketch televisivi e ambizioni da commedia all’italiana. La coppia De Sica-Boldi funzionava: uno elegante e vanitoso, l’altro ingenuo e rumoroso. Due archetipi dell’italiano medio in vacanza. Con l’arrivo del nuovo millennio, la formula si spostò dai monti a location più esotiche. Natale sul Nilo (2002) e Natale in India (2003) toccarono incassi milionari fino a 28 milioni di euro. Sotto la patina 128
cinepanettone aveva fotografato l’Italia del benessere, il sogno berlusconiano, i vizi e le contraddizioni di un popolo che rideva di sé. Il declino non fu solo artistico ma anche sociologico. Nel nuovo decennio, l’Italia non riconosceva più la sua immagine riflessa in quelle commedie di ricchi distratti e vacanze esotiche. Le sale si svuotarono, i gusti cambiarono, e il Natale cinematografico italiano perse il suo appuntamento fisso. LA RICONCILIAZIONE Dopo anni di silenzi, e qualche frecciatina, nel 2018 arrivò la pace tra i due mattatori: Amici come prima sancì, infatti, il ritorno della coppia Boldi-De Sica, ma con un tono diverso: più intimo, quasi malinconico. Non era un vero cinepanettone, ma una riflessione sull’amicizia e sul tempo passato. Due anni dopo, In vacanza su Marte tentò il rilancio del genere nel segno della fantascienza. Doveva essere il cinepanettone del futuro, girato con la tecnologia Volume usata per la serie tv The Mandalorian, ambientata nell’universo di Star Wars. Il risultato fu disastroso. A causa dell’uso improprio della tecnologia, di una messa in scena ai limiti del ridicolo, della distribuzione in piena pandemia da Covid-19, il film venne accolto con incredulità (nel senso più negativo del termine). L’ultima risata, amara, di un genere ormai al capolinea. UN NUOVO INIZIO? Attenzione però: il cinepanettone non muore mai, si reincarna. Delitto sulle nevi, diretto da Eros Puglielli e in uscita nel gennaio 2026, vedrà De Sica nei panni di NUMERO 39
Agata Christian (il riferimento è chiaro), un criminologo alle prese con un misterioso omicidio in una villa di montagna. Accanto a lui, un cast che unisce vecchie e nuove generazioni della comicità: da Lillo a Maccio Capatonda fino al trapper Tony Effe. Il film si presenta come una parodia dei gialli alla Agatha Christie e dei moderni Knives Out con Daniel Craig. Sarà un nuovo cinepanettone? Difficile dirlo, certo è che Delitto sulle nevi si prospetta un’eredità consapevole, un omaggio affettuoso a una stagione del cinema popolare italiano, riletto con ironia e distanza. UN GENERE CHE CI SOMIGLIA Dai paninari ai trapper, dai fax a TikTok, i cinepanettoni hanno raccontato quarant’anni d’Italia più di qualunque saggio sociologico. Per decenni sono stati specchio e caricatura di un Paese, capace di fare del disimpegno una forma di racconto collettivo. Oggi che il pubblico ride altrove – sul web, nelle serie Tv, nei talk show – il cinepanettone sopravvive come memoria condivisa, simbolo di un’epoca in cui il cinema sapeva ancora radunare le famiglie davanti al grande schermo a Natale. E se davvero Delitto sulle nevi rappresenterà la sua reincarnazione, sarà curioso scoprire se l’Italia avrà ancora voglia di riconoscersi, almeno per due ore, nella sua risata così imperfetta da essere autentica. ■
Nella pagina a fianco Massimo Boldi e Christian De Sica; in alto Tony Effe; a lato Lillo
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AFFINITÀ ELETTIVE
Olio su toga La liaison con l’avvocatura è un affare di famiglia poiché al Foro di Bari hanno dibattuto anche altri antenati e consanguinei di un professionista che però ha sviluppato con profitto anche un’altra passione: quella della pittura che, nel tempo, lo ha portato a esporre in contesti prestigiosi
di Roberto Carminati
Nella pagina a fianco: Attilio Spagnolo
AFFINITÀ ELETTIVE
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econdo l’avvocato e pittore barese Attilio Spagnolo un trait d’union fra l’arte figurativa e i Codici esiste senza alcun dubbio: solo che è quasi impercettibile e lo si ritrova là dove meno si sarebbe propensi a cercarlo. Risiede cioè nella scrittura mediante la quale l’artista riflette a ruota libera e senza filtri sul suo processo creativo e le fasi della sua esistenza, che danno eco ed espressione coi suoi dipinti. Il modello è in tal senso quello di Vasilij Vasil'evič Kandinskij che alla produzione pittorica ha affiancato una ricca saggistica. Le ragioni per farlo sono magari differenti; in Spagnolo prevale il dialogo interiore. «Se», ha detto a Il Libero Professionista Reloaded, «la scelta dell’arte astratta mi accompagna dai tempi dell’università, da quando ho recentemente iniziato a dedicarmi più intensamente alla pittura, la scrittura è divenuta un mezzo per fare emergere quello che sta dietro la mia espressione artistica nel susseguirsi dei periodi: le riflessioni prodromiche allo scrivere sono divenute occasione di ricerca e razionalizzazione di quanto è invece frutto di un processo inconscio, una vera e propria analisi di me stesso e dentro me stesso. È in fondo il racconto del percorso intimo che precede l’opera, ovvero qualcosa che difficilmente il pittore fa trapelare».
il padre, il nonno e uno zio - e per certi versi anche un enfant prodige come testimonia il dipinto realizzato a soli otto anni che tuttora fa bella mostra di sé sul suo sito ufficiale. A destare il suo spirito creativo era stata un’appassionata maestra; ben altra musa sarebbe apparsa sul cammino (parecchio) tempo dopo. «Appesi alle pareti del salotto di mia madre», ha raccontato, «alcuni miei quadri hanno attirato l’attenzione di Vera Carofiglio, titolare della galleria Vera Arte che si è proposta di organizzare una personale. Sino ai 51 anni le opere pittoriche erano rimaste confinate allo status di puro hobby. Di lì hanno acquisito più peso, forse perché io stesso ho approfondito il dialogo con la mia interiorità
maturando maggiore spessore e trame più complesse». Unita alla duplice paternità la più compiuta coscienza di sé in quanto artista ha spinto l’avvocato ad allestire un laboratorio dove sperimentare e sperimentarsi. «Continuo a non sentirmi un forzato della creatività», ha detto, «che coltivo anche grazie agli altri grandi amori per musica, tennis e cucina. Fantasia e ispirazione restano il motore primo della mia attività parallela benché ora l’approccio sia più professionale e con l’attività artistica sia approdato alla riconoscibilità stilistica». VIVA LA LIBERTÀ Altroché: oltre al plauso della critica la sua più recente collezione Segmenti ha ottenuto meritata visibilità nello scenario presti-
COSÌ TROVAI LA VERA ARTE Laureatosi nel 1990 e subito passato al praticantato Attilio Spagnolo è iscritto all’Ordine degli avvocati di Bari dal 1993 ed è specializzato nei rami del Diritto Civile, amministrativo e dell’Arbitrato. È figlio e nipote d’arte - vestivano la toga 132
gioso e affascinante del castello normanno-svevo di Sannicandro ed è per ora l’ultima tappa di un ininterrotto cammino evolutivo. «Ritengo che sia attualmente in atto», ha riflettuto Spagnolo, «una evoluzione che si innova nutrendosi della metabolizzazione delle esperienze precedenti, dando vita a una forma espressiva del tutto inedita. Non ho una formazione artistico-pittorica accademica, ma talvolta penso che una capillare conoscenza possa limitare la creatività, come una prigione derivante dalle consce e inconsce influenze altrui. Vivo la libertà e la certezza di sperimentare in un percorso personalissimo: l’ispessirsi del tratto e la maggior complessità delle trame sono segni di un colloquio interiore che diviene via via più profondo. Se l’incedere di questo percorso intimo sia arrivato alla fine o se progredirà ancora, lo dirà il tempo». Sinora gli anni hanno arriso al giurisperito-pittore e il 2025 si è rivelato di particolare ispirazione.
gerite dal passaggio attraverso la pandemia da Covid-19, le crisi energetiche, i conflitti». Versatile nella scelta degli stili - «lavoro sulle trame e il posizionamento del colore è il mio linguaggio» - e dei supporti, Spagnolo ama richiamarsi alla musica che da sempre respira e che da sempre accompagna il processo di creazione. Il progressive-rock dei Genesis e la psichedelia dei Pink Floyd sono i caposaldi al pari di David Bowie e Ryuichi Sakamoto: la scelta di un titolo come Forbidden colours non è casuale. Difficile pronosticare su quali altri sentieri possa incamminarsi; certo è che a guidarlo sarà nuovamente l’amore che destina all’arte. «La mia pittura», ha concluso, «non si può dominare né ricostruire nella mente e a distanza
di tempo suscita a ogni sguardo emozioni sconosciute. Considero terminati i quadri solo quando mi soddisfano in toto e fatico a separarmene. In occasione dell’ultima esposizione alcuni appassionati si sono rifiutati di concederli, per non distaccarsene, pur per pochi giorni. Li ringrazio perché vedo nella difficoltà di separazione la voglia di colloquio intimo con l’opera che anche per me prosegue dopo la sua realizzazione». ■
Alcuni quadri di Attilio Spagnolo. In basso "Segmenti" del 2025. Nella pagina a fianco "Dark side blue"
FUORI DAL BUIO Col percorso Soul changes (datato al 2024 e successivo a Forbidden colours ed Emotional tour) è approdato ai Chiostri Milano; in primavera è stato profeta in patria partecipando alla collettiva Noir: lo splendore del nero. Il nero, «un non-colore che diviene colore», è stato protagonista della serie Dark side e atmosfere oscure hanno caratterizzato la serie No war. «Il disagio interiore si avverte anche nell’uso dei grigi», ha spiegato, «e le sperimentazioni in queste cromie sono state sugNUMERO 39
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RECENSIONI
Cinema, balletto, musica e libri. Un vademecum per orientarsi al meglio tra gli eventi culturali più importanti del momento a cura di Luca Ciammarughi 04
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CD
TRIFONOV E IL ČAJKOVSKIJ PIÙ RARO
S P E T TA C O L I
LA DUAL BAND RICORDA ELISA PEGREFFI
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Non sempre un grande interprete trova immediatamente la propria “voce” dietro i microfoni: il russo (oggi residente a New York) Daniil Trifonov, una delle voci pianistiche più personali e ispirate del nostro tempo, ci ha messo un po’ di tempo prima che le sue pubblicazioni discografiche rispecchiassero tutti i colori e il pathos del suo pianismo live. Con questo doppio album Deutsche Grammophon dedicato a Čajkovskij, Trifonov sembra essere riuscito a esprimere pienamente
C O N C E RT O
NAGANO INAUGURA LA TOSCANINI 02
Principal Artistic Partner della Toscanini, il grande direttore giapponese Kent Nagano ha manifestato nel concerto inaugurale dell’istituzione parmense un’immediata empatia con l’orchestra. Lo si è notato già nel Concerto K 595 di Mozart, impostato con un senso di calma apollinea quasi fuori dal mondo, sorta di regno a sé stante (opera ultima) rispetto ai contrasti più netti di altri concerti del salisburghese. Al pianoforte, il giovane ma già musicalmente maturo Gabriele Strata si è distinto per la sincerità del lirismo e la finezza delle sonorità, ricche ma mai forzate. Nella seconda parte, contrasto netto con la Quinta Sinfonia di Beethoven, letta da Nagano in una chiave decisamente Sturm und Drang. Fantastiche le due sequenze di Berio che hanno fatto da cornice, con il violino di Mihaela Costa e il flauto di Sandu Nagy.
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le nuances e i febbrili trasalimenti che fanno di questo interprete uno dei più venerati del nostro tempo. Nell’Album per la gioventù emerge il profondo, nostalgico legame che gli artisti russi hanno con le proprie radici e con il concetto di “origine”, di cui l’infanzia è una delle incarnazioni. Altamente apprezzabile la scelta di lavori di rara esecuzione, come il Tema e Variazioni op. 19 n. 6 e la Sonata op. 80, oltre all’elaborazione di Pletnev della Sleeping Beauty.
BALLET TO
SERATA FORSYTHE ALLA SCALA 03
Il Teatro alla Scala prosegue l’esplorazione del panorama ballettistico contemporaneo con un trittico dedicato al grande coreografo statunitense William Forsythe: il trittico The Blake Works comprende le architetture coreografiche di Prologue, The Barre Project e Blake Works I, basate sull’esplorazione del tessuto musicale di James Blake. Se possono inizialmente apparire spaesanti le sonorità elettroniche, Rhytm&Blues e Ambient house del cantante e musicista londinese, a poco a poco l’assoluta compenetrazione fra quel mondo sonoro così inatteso per il Piermarini e le coreografie di Forsythe diventa ipnotica. Anche i momenti di apparente anarchia sono dettagliatamente costruiti, in una concezione ballettistica che chiede ai danzatori carisma scenico ma anche perfetta assimilazione di movimenti e passi inediti.
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“...e complimenti anche a lei” è il titolo del godibilissimo spettacolo andato in scena al “Cielo sotto Milano” (un Teatro dall’aura bohémien, nel mezzanino del passante di Porta Vittoria a Milano) domenica 23 novembre, a cura della Dual Band. Su un testo di Mario Borciani e Anna Zapparoli, la pièce ha rievocato le origini post-belliche e la storia del leggendario Quartetto Italiano, di cui si celebrano gli ottant’anni dalla fondazione, dal punto di vista del secondo violino, Elisa Pegreffi. Voci recitanti appassionate e ironiche sono state quelle di Benedetta e Beniamino Borciani, nipoti della “Lisa”, figura a suo modo rivoluzionaria in quanto donna quartettista, in un’epoca in cui le musiciste erano ancora viste con accondiscendenza (da qui il titolo dello spettacolo). A impreziosire la serata, gli interventi musicali del Quartetto Pegreffi, brillante giovane formazione che ha reso onore al proprio nome interpretando un ampio repertorio, da Schubert a Ravel.
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CULTURA
UN LIBRO AL MESE
Le novità editoriali che non possono mancare nella libreria di un professionista di Luca Ciammarughi
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Il microcosmo puramente umano titolo: Due autore: Irène Némirovsky editore: Rusconi Libri
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a letteratura “impegnata” sembra ai giorni nostri prendere il sopravvento sulla dimensione intimistica, quasi come se scavare nei sentimenti rappresentasse una forma di ozio rispetto alle cose davvero importanti o un rifugiarsi in un romanticismo ormai morto e sepolto. Eppure, è proprio lo scavo nel microcosmo dell’interiorità ad aver reso grandi gli scrittori di ogni tempo – poiché è quasi sempre in quel microcosmo che troviamo i motivi fondamentali di ciò che accade poi nel macrocosmo del Mondo. Per questo motivo, rileggere oggi una scrittrice come Irène Némirovsky è pressoché necessario: pur al centro di eventi epocali (la rivoluzione russa e le due guerre mondiali), Némirovsky non rinuncia a scrutare gli esseri umani nella dimensione più intima possibile, nel “puramente umano” quasi svincolato dal corso degli eventi esterni – almeno in apparenza.
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Nata a Kiev nel 1903, figlia di un banchiere ebreo, scappata da San Pietroburgo ancora adolescente dopo che i Soviet misero una taglia sulla testa del padre, formatasi alla Sorbonne di Parigi e poi sposatasi nel 1926 con un ingegnere russo emigrato in Francia, Némirovsky fu ostacolata nella sua attività letteraria dalle leggi razziali e, pur fuggita in Borgogna insieme al marito e alle figlie, arrestata nel 1942 dalla Guardia Nazionale francese, per essere deportata ad Auschwitz, dove morì. Il romanzo Deux (in italiano Due, appena ristampato in una collana economica Rusconi) fu pubblicato nel 1939, poco prima dei funesti eventi. Chiaramente, si tratta del frutto di una donna che aveva vissuto una vita di un’intensità e di una ricchezza fuori dall’ordinario, e che al contempo subiva la dimensione dello sradicamento (non più russa, non totalmente francese, poiché la Francia, paese che aveva scelto come patria, la farà sentire sempre un’estranea). Impossibile pensare che dietro la vicenda di Antoine e Marianne, i due protagonisti di un romanzo dalla scrittura quasi cinematografica, non ci siano risvolti autobiografici. Tema cruciale è il passaggio dalla giovinezza all’età adulta: la prima, caratterizzata da quei fuggevoli istanti «in cui la felicità raggiunge il suo apice, quasi doloroso» e nei quali «si è contempora-
neamente attori e spettatori – spettatori ebbri, innamorati di sé stessi»; la seconda, quella dello smorzarsi delle passioni, apparentemente di una maggior saggezza, ma in realtà di un imprigionamento legato al “dover essere” imposto dalla società (il matrimonio, la stabilità, le responsabilità). A distanza di oltre ottant’anni dalla pubblicazione, il romanzo di Némirovsky è di sconcertante attualità, non solo perché affronta temi come la libertà della donna, la disparità fra i sessi, la possibilità dell’adulterio (allora scandalosissimo) o del poliamore, ma per il modo impietoso in cui fa crollare una a una le illusioni umane, a partire da quella che riguarda la felicità o persino la serenità. Nell’intrecciarsi di coppie che si uniscono – facendolo spesso proprio nel momento in cui la fiamma d’amore si è ormai trasformata in una specie di blanda amicizia – o che al contrario si lasciano insensatamente, Némirovsky traccia con una scrittura essenziale ma al contempo liricissima – nella quale non vi è una parola di troppo – una fenomenologia dei sentimenti di disperata intensità: la guerra amorosa, che forse oggi noi definiremmo “tossica”, è comunque vita, mentre il successivo finire delle risate e dei pianti coincide con il «deprecabilmente noto, banale, quotidiano». Con la medesima acutezza, Némirovsky indaga il mutare delle relazioni umane: Antoine all’inizio frequenta addirittura un’altra ragazza, non lasciandosi coinvolgere; Marianne invece dà tutta sé stessa e viene completamente travolta dal rapporto. Quando i due si sposeranno, la passione sarà ormai tramontata – e alla fine sarà soprattutto lui, devastato da una serie di tragedie, ad aver bisogno di lei. ■
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UN SOSTEGNO ALLA FAMIGLIA, C’È UGO
UGO è l’innovativo servizio di caregiving professionale che offre un supporto su misura per gestire gli impegni quotidiani e quelli legati alla salute. Offre servizi di accompagnamento, affiancamento, commissioni e compagnia, tutti caratterizzati dalla grande flessibilità e 100% personalizzabili e on-demand. L’operatore UGO prende in carico la persona che non ha la possibilità di essere seguita dai propri cari, la raggiunge nel luogo concordato e l’assiste per il tempo necessario. L’accompagnamento può svolgersi a piedi, coi mezzi o con l’auto di UGO. L’operatore può accompagnare la persona anche per lunghe tratte, per raggiungere luoghi di villeggiatura, con supporto pre-durante e post viaggio. Gli operatori sono selezionati e formati (caregiver professionali) con una predisposizione alla cura e all’ascolto. UGO, con la propria struttura e la sua innovativa piattaforma web, coordina l’incontro tra richiesta di servizi, da parte di utenti e caregiver, con l’offerta di disponibilità dei propri operatori caregiver professionali su molte città del territorio nazionale. Ad oggi il servizio è presente nelle seguenti città: Milano, Monza Brianza, Bergamo, Brescia, Bologna, Firenze, Genova, Padova, Roma, Torino, Palermo.
PROFESSIONISTI SENZA FRONTIERE
SOLUZIONI CLOUD INNOVATIVE, PRONTE ALL’USO Zucchetti Store è il portale e-commerce del gruppo Zucchetti. Comodamente dalla tua scrivania, puoi acquistare in modo semplice, veloce e aiutare il tuo studio a diventare sempre più smart. Scopri l'ampio catalogo di servizi e prodotti disponibili su Zucchetti Store: ▪ TIC Tieni il conto, il software in cloud per la fatturazione elettronica che ti permette di gestire entrate e uscite e di tenere sotto controllo la tua attività e risparmiare tempo prezioso migliorando l’efficienza delle attività quotidiane, digitalizzando e velocizzando i processi, ottimizzando il tuo lavoro per svolgerlo al meglio, ogni giorno. ▪ Prepagato Zucchetti Store è un credito prepagato studiato per rendere ancora più semplice l’utilizzo dei servizi e per farti risparmiare tempo. È particolarmente comodo per acquisti ricorrenti e “microtransazioni”. Con il credito prepagato Zucchetti Store puoi effettuare acquisti veloci, hai tutto in un'unica fattura ed è un sistema sicuro e affidabile. CONVENZIONI BEPROF MAGGIORI INFORMAZIONI
BUONI CARBURANTE, UN PIENO DI VANTAGGI
I Fuel Voucher Pellegrini sono buoni carburante che possono essere utilizzati nella rete di distributori a marchio ESSO, aderenti all'iniziativa. Disponibili in versione digitale, i Fuel Voucher hanno un valore predeterminato (5€, 10€, 25€, 50€) e rappresentano per studi e aziende un efficace strumento di motivazione dei dipendenti, collaboratori, partner e clienti. Il Fuel Voucher garantisce importanti vantaggi fiscali: è deducibile al 100%; è esente da IVA; se acquistato per il dipendente, non concorre a formare il reddito di lavoro o fino a 1.000€ all’anno e fino a 2.000 € per chi ha figli a carico; quando costituisce omaggio aziendale a clienti e fornitori, è deducibile secondo le regole previste per la deducibilità delle spese di rappresentanza. Grazie alla collaborazione con BeProf è possibile acquistare i buoni con uno sconto direttamente dalla piattaforma.
COPERTURE SANITARIE
CONVENZIONI BEPROF
S CO P R I I D E T TAG L I
S CO P R I I D E T TAG L I
NUMERO 39
Aprinternational si dedica a sostenere i professionisti e le associazioni che si occupano di politiche di internazionalizzazione. Svolge un ruolo cruciale di collegamento tra istituzioni, enti privati di altri Paesi, tra cui Simest, Sace, Ice e Assocamerestero, e i professionisti desiderosi di ampliare le loro conoscenze e di instaurare relazioni con entità estere, inoltre offre una gamma completa di servizi specializzati, tra cui informazione, formazione, promozione e consulenza. Aprinternational è un ecosistema dinamico che unisce professionisti da tutto il mondo, provenienti da diverse discipline e settori, che mirano a promuovere lo scambio di esperienze e la collaborazione creando in questo modo opportunità commerciali. Il cuore pulsante di questa iniziativa è ApriLink, un network globale, che agisce come una rete di conoscenze, risorse e connessioni senza confini. Ma ciò che rende davvero ApriLink unica è la sua capacità di trasformare queste connessioni in partnership strategiche che spingono avanti l'innovazione e aprono nuove frontiere di opportunità di business. ApriLink offre gratuitamente uno strumento che guida i suoi membri alla scoperta di nuovi mercati, alla creazione di relazioni commerciali solide. APRI FORMAZIONE MAGGIORI INFORMAZIONI
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P O S T
S C R I P T U M
di Giovanni Francavilla
NUMERO
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iamo di fronte a un bivio. Il 2026 si apre davanti a noi come un crocevia decisivo per l’economia italiana ed europea, in un momento in cui il mondo sembra oscillare tra mille incertezze e cambiamenti radicali. Gli outlook delle principali istituzioni finanziarie internazionali tracciano scenari diversi, ma convergono su alcuni punti chiave: crescita moderata, attenzione all’inflazione e politiche monetarie prudenti. In Italia, la crescita del Pil attesa allo 0,8%, racconta una storia a doppio volto. Da un lato, c'è il segno tangibile degli sforzi fatti, soprattutto grazie al Pnrr, che ha messo in campo risorse importanti. Dall’altro, emergono i limiti strutturali che frenano il nostro Paese: un mercato del lavoro frammentato, disparità territoriali e un’inflazione che, seppur in calo, continua a pesare soprattutto sulle fasce più deboli della società. Guardando all’Europa, la crescita stimata all’1,5% riflette un continente diviso, dove alcuni Paesi corrono più veloci e altri arrancano. La Banca centrale europea si trova a dover calibrare con estrema attenzione la sua politica monetaria, cercando un equilibrio tra il contenimento dell’inflazione e il sostegno alla ripresa economica. Le prospettive per i professionisti si intrecciano a doppio filo con le dinamiche nazionali ed europee, che stanno progressivamente favorendo modelli di lavoro più flessibili e innovativi, in cui la digitalizzazione e la sostenibilità sono fattori chiave di sviluppo. Un terreno fertile ma complesso. La capacità di cogliere le opportunità offerte dalla transizione digitale e dalla sostenibilità, unita a un rafforzamento delle reti professionali e all’adeguamento delle competenze, sarà determinante per navigare in un mercato in evoluzione. Il rovescio della medaglia sta tutto nei mali endemici del Paese: pressione fiscale, complessità burocratica e disparità nel mercato del lavoro possono limitare il pieno potenziale di sviluppo dei professionisti. Il futuro è una sfida di resilienza e innovazione, che può trasformarsi in un motore di crescita economica e sociale per il Paese.