ROCKILIENCE La vita di un infermiere rock che voleva lasciare un segno
di Luca Morelli
Un ringraziamento speciale a www.pexels.com e in particolare all’autore/user (Karolina Grabowska) che ha permesso l’uso della sua splendida Imagine artistica usata in copertina
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To My Father
LETTERA A MIO PADRE Caro babbo, ti scrivo perché avverto la tua mancanza. Ora che non sei più fra noi, ripenso a tutte le occasioni perse nelle quali avremmo potuto dialogare, confrontarci, e manifestare il bene, l’uno all’altro. I nostri caratteri non hanno agevolato la comunicazione quando eri in vita, anzi, in diversi momenti sono diventati muri invalicabili. Ti scrivo adesso, anche se è tardi, ma voglio pensare che tu mi riesca a sentire. Oggi che sono un uomo, rivedo ciò che eri in chiave diversa. La severità, la tua integrità, la tua autonomia di pensiero ci allontanavano esattamente come oggi ci avvicinano. L’educazione che mi hai trasmesso chiude il cerchio dell’uomo che sono diventato. Devo a te ogni traguardo raggiunto senza arrendermi, devo a te la determinazione e la capacità di sogno, cercando orizzonti sempre più lontani. Di te ho dentro l’attitudine a capire il mondo, la gentilezza nei modi e la buona educazione. Peccato non esser stato capace di godere della tua presenza quando eri in vita, e che tu non possa partecipare ai miei piccoli, grandi successi. Saresti fiero di me. Certo, non tutto è stato idilliaco. Il mio matrimonio è finito e abbiamo venduto la casa di Roma. Sono tornato a vivere da mamma, a Gubbio. Sta bene, le sono accanto, devi star sereno per lei. Sono stati anni durissimi, ma neppure uno è trascorso invano, anzi, proprio il dolore è stato un trampolino di lancio, il punto da cui ripartire per trasformare la mia vita. Ho sviluppato un progetto di ospitalità turistica nella casa che ci hai lasciato. Quella casa, costruita con tanti sacrifici, oggi accoglie turisti da ogni parte del mondo; abitano i nostri spazi nelle loro vacanze felici e l’eco delle loro risate e dei momenti sereni rinverdisce l’atmosfera di quegli anni lontani della mia infanzia accanto a te.
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Luca Morelli
Manchi tanto babbo. Speriamo di ritrovarci un giorno per darci tutti gli abbracci che non ci siamo dati quando ero giovane, e di poter chiacchierare da uomo a uomo sotto un cielo incantato di stelle. Tuo, Luca.
PREFAZIONE Cosa lega una batteria, un infermiere, e un B&B? La risposta è semplice: la vita. E la vita scorre come musica, ma non come una nenia di paese, bensì come un concerto rock che agita gli animi di chi ne viene travolto. E la vita per Luca Morelli è stato un concerto dove le note dolci e amare hanno segnato tutta la sua esistenza. E sono queste note che escono dal libro per lasciare in testa profonde riflessioni sul senso della vita, sulle scelte che ogni giorno siamo chiamati a fare, il valore di un gesto che può sembrare insignificante ma che può cambiare la vita di moltissime persone. Questo concerto di vita che scorre davanti ai nostri occhi non lascia indifferenti perché la storia di Luca può essere benissimo la storia di tutti noi. Così in questo racconto-diario personale Luca ci porta per mano, attraverso la sua musica, dentro la sua vita fino negli angoli più segreti, quelli che spesso tutti noi abbiamo paura di far vedere. E Luca diventa uomo tra gli uomini: ama ma ha paura di amare, gioisce ma ha paura della tristezza che incombe, vive ma ha paura della morte. Ma la musica è più forte di ogni debolezza e da bravo musicista sa quando bisogna segnare il tempo, cambiare registro. Le sue sconfitte, le sue note sprecate diventano invece delle grandi chance di rimettersi in gioco, di creare nuova musica. Ed è un nuovo sottofondo quello che lo accompagna a indossare di nuovo il camice da infermiere per mettersi a disposizione di una società provata da una feroce pandemia. Un gesto da assolo metal che nel racconto è sicuramente la parte più musicale e che riesce a toccare le corde dei nostri sentimenti. Ma Luca non è un eroe, è piuttosto un testimone di quanti come lui hanno scelto con grandi sacrifici di mettersi al servizio del prossimo. Come lui hanno gioito nel sentire il suono della musica che i polmoni fanno quando si riempiono di aria, ma come lui conoscono l’ultimo suono di chi si lascia alle spalle la pesantezza della vita.
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Luca Morelli
Insomma leggendo questo personale diario avrete l’impressione di essere davanti ad una grande orchestra che all’unisono suona ma di cui il pezzo forte è la batteria, perché dietro a quello strumento c’è si Luca, ma ci siamo anche tutti noi. Pierfrancesco Pensosi Giornalista di Rai News 24
RINGRAZIAMENTI Finalmente dopo una lunga gestazione questa meravigliosa creatura è nata!! Non è stato facile portare a compimento questa opera, da quando è nata l’idea, non avendo esperienza come scrittore, ero come un bambino che doveva imparare a muovere i primi passi per camminare. Sono riuscito a portare a termine questo percorso anche grazie a tutte le persone che a vario titolo sono state coinvolte e mi hanno aiutato a realizzare il progetto. Spero di non dimenticare nessuno. Ringrazio innanzitutto i miei genitori che mi hanno messo al mondo e mio fratello, Giuseppe, Dina e Angelo per i loro pensieri, il loro amore, per i loro insegnamenti, per il loro esempio, per i valori che mi hanno trasmesso, per aver sempre sopportato il mio aspetto eclettico e borderline. Grazie a loro ho costruito il mio rifugio e il mio riparo di fronte alle avversità. Grazie a mio zio Raimondo Cinti, i cui consigli e insegnamenti di vita e professionali, sebbene sia di recente purtroppo prematuramente scomparso, risuonano nella mia anima come la doppia cassa di una batteria rock. Grazie a mia cugina Marianna Tranchida, sempre intellettualmente stimolante come solo le grandi menti riescono a fare. Un ringraziamento speciale é rivolto a Paola Merzaghi per avermi aiutato con grande umanità a raccontare le emozioni durante la stesura del libro. Grazie ad Alberto Giombetti per la sua fraterna amicizia!! Grazie a Edoardo Magnotta perché rappresenta in tutti i miei progetti, per cui anche nel libro, una guida professionale e umana. Grazie al mio amico Riccardo Fatarella che durante la mia permanenza a Milano ha condiviso con me parole e pensieri sugli elementi di forza e di debolezza del nostro sistema sanitario di fronte ad una crisi emergenziale senza precedenti come quella da covid19. Grazie alla mia grande amica Maria Elena Soffientini che nelle difficili e stressanti giornate di lavoro non ha mai fatto mancare il sostegno e il calore della sua amicizia. Grazie ad Arianna Poggetti, cliente speciale del mio bed and
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breakfast che nelle lunghe conversazioni durante il lockdown a Milano rappresentava per me la sintesi perfetta tra passato presente e futuro avendo visto tutti i miei cambiamenti. Da cliente, nel passato, del B&B si è trasformata in un’amica, nel presente, che non vedeva l’ora di venirmi a trovare, nel futuro, a fine emergenza!! Grazie a Pierfrancesco Pensosi per la splendida prefazione, vera, autentica e originale. Grazie a Bobbie Jean Brown, la mia adorata “Cherry Pie’s girl”, icona rock degli anni ‘80 ‘90 che ho conosciuto a Los Angeles, ha accolto con grande entusiasmo il progetto autorizzando i contenuti a lei dedicati. Immagine intramontabile di donna forte e resiliente. Grazie alla scrittrice Marcella Nardi per avermi offerto i primi preziosi consigli sulle scelte da seguire per costruire correttamente un romanzo tratto da una storia vera. Grazie a Massimo Boccucci per avermi aiutato con la sua esperienza a compiere le scelte di campo da fare quando questo libro era soltanto un’idea. Grazie a Giulia Denti della direzione infermieristica dell’Istituto Palazzolo della Fondazione Don Gnocchi per la speciale accoglienza che mi ha riservato appena sono arrivato a Milano. Grazie a tutto lo staff professionale della Fondazione Don Gnocchi che ha vissuto insieme a me l’esperienza inedita del reparto Covid (medici, infermieri/e, logopedisti/e, fisioterapisti/e, terapisti occupazionali, coordinatrici infermieristiche). Grazie alla direzione strategica della Fondazione Don Gnocchi perché ha mostrato sempre un atteggiamento favorevole alla composizione di questo romanzo non facendo mai mancare concessioni e autorizzazioni. Grazie a Elena Gallina per la sua testimonianza come host di accoglienza del personale sanitario trasferitosi a Milano per l’emergenza da covid19. Nel residence dove alloggiavo non mi ha fatto mai mancare nulla.
INTRODUZIONE Ciò che mi ha spinto a scrivere questo libro è stato il desiderio di fissare nel tempo quello che mi è accaduto dentro, o meglio, quello che ci è accaduto dentro a causa della pandemia da Covid 19. Chi come me ha avuto l’onere e l’onore di essere infermiere durante quei mesi drammatici, credo abbia la possibilità di diventare come la cassa armonica di uno strumento che dà voce al sentire di tutti. Noi siamo stati a stretto contatto con il dolore, con la paura e la morte. Noi siamo stati quelli che hanno attaccato un respiratore e quelli che lo hanno spesso staccato riportando alla vita i malati. Siamo infermieri ma siamo anche persone. Il libro vi racconta una di loro. Non ho mai cercato la strada più facile, ho sempre scelto con il cuore ed un certo spirito di avventura. Sono come una canzone rock. Sono la mia canzone rock. Nella vita, come nella musica, amo la potenza delle sonorità vivaci, quelle che ti sorprendono; non sto seduto, mi metto in piedi e ballo. Queste pagine vi porteranno in corsia, in una Milano fantasma e poi fra le dolci colline che circondano la città di Gubbio in Umbria. Vi racconteranno cosa spinge un infermiere a calarsi nell’occhio del ciclone per poi riprendere in mano i propri sogni ancora più motivati di prima. La vita ci pone sempre delle sfide che, invece, bisognerebbe sempre definire “occasioni”.
SOMMARIO 1. MONSTERS OF ROCK...................................................15 2. ROMA, IL MIO CAPUT MUNDI.................................25 3. IL CENTRO SPIRITUALE..............................................39 4. BOBBIE BROWN.............................................................55 5. BED AND BREAKFAST.................................................61 6. LA DECISIONE................................................................73 7. IN VIAGGIO PER MILANO..........................................83 8. GIORNATE IN CORSIA.................................................87 9. UN INFERMIERE ROCK.............................................107 10. LA TELEFONATA.........................................................119 11. CPAP................................................................................123 12. UN SENTIMENTO........................................................131 13. RAMBLIN’ MAN...........................................................145
CAPITOLO I
MONSTERS OF ROCK “Hell ain’t a bad place.... Hell is from here to eternity......” IRON MAIDEN
Il passaggio dall’infanzia all’adolescenza non è stato semplice; ma mi chiedo, alla fine, per chi lo sia. Bambini dentro a corpi di ragazzi o uomini dentro a corpi di bambini. Strani esseri in mutamento che cambiano voce, idee e sogni ogni giorno. Quel ragazzino che faticava ad esprimersi in società è cresciuto trascinandosi dietro tutte le frustrazioni dei silenzi. Gli adolescenti avrebbero tante cose da dire ma non riescono a capire come dirle. Dentro hanno un mondo pieno di colori, di amori, di progetti che si infrangono sulle pareti della loro cameretta. Nel mio caso fu un concerto visto nel 1992 a Reggio Emilia che diede voce finalmente a ciò che ero, a ciò che volevo urlare al mondo. Ci sono momenti che lo senti, lo sai, che rimarranno indelebili nel tempo. Non sono eventi solenni, né tanto meno spettacolari, eppure mentre li stai vivendo percepisci che ti trasformeranno dentro e che, ci puoi giurare, li risfoglierai nell’album della memoria quando sarai vecchio.
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A rompere la sfera di cristallo nella quale ero solito esistere, ci ha pensato il concerto “Moster of Rock”, quello è stato il Mio “Big Bang Emotivo”, la data in cui sono sbocciato, aprendomi al futuro. Non è stato un concerto come tanti: tutti i più grandi del rock e dell’heavy metal si sarebbero esibiti in questo festival europeo nato alla fine degli anni ’80, band del calibro dei Van Halen, degli Iron Maiden, AC/DC, Aerosmith, Black Sabbath, Motley Crue, Metallica e Cinderella. Non esagero se vi dico che quella sera mi ha cambiato la vita per sempre. Fu come se la musica e la potenza di quegli strumenti riuscissero a liberare il mio esistere da sempre compresso, come se mi autorizzassero a sciogliere tutti quanti i miei nodi con sonorità che sapevano interpretare esattamente ciò che sentivo. Ricordo il viaggio in treno accompagnato da mia madre per raggiungere l’Emilia Romagna. Dal finestrino vedevo scorrere l’Italia con i suoi cieli e i suoi paesaggi da cartolina, mentre ad ogni fermata salivano metallari in carne ed ossa diretti al mio stesso concerto. Jeans stracciati, teschi, croci, capelli punk. Se un pezzetto di musica rock si stava scrivendo, io ne sarei stato finalmente al centro. Fu un crescendo di emozioni, stupore e brama. Arrivati a Campo Volo mi sentii per la prima volta esattamente dove volevo e dovevo essere: quello era il
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luogo sacro di tutti i festival storici di musica, quello era il fulcro su cui la vita svolta. L’attesa del concerto fu bella quanto il concerto stesso. Io e mia madre ci mettemmo in fila davanti ai cancelli. Ricordo che ero molto preoccupato perché temevo di non riuscire ad entrare. Ad un passo dal mio personale paradiso, la sola idea di rimanere fuori dalle sue porte mi procurava un’ansia tremenda. Un ragazzo lì accanto, interpretando il mio volto, mi rassicurò. “Se hai il biglietto, entri di sicuro, amico. Il rock non tira pacchi.”. Solo a ripensarci mi fa tenerezza quel lontano me quindicenne. Mi sentivo già grande e invece mi perdevo nelle piccole cose, nell’ingenuità delle prime volte. I cancelli si spalancarono di colpo, un fiume di persone si riversò verso il palco, migliaia come me in attesa dei mostri sacri della musica, solo un battito cardiaco che pulsava nell’aria. Per la prima volta mi sentii parte di un gruppo, sfiorai quella bellissima sensazione di “appartenere”. Non era importante che non conoscessi nessuno, io ero parte di “loro”. Quel ragazzino che ha sempre faticato a sostenere una conversazione con i coetanei ora poteva comunicare con tutto il mondo senza neppure aprir bocca. La presenza di mia madre, che inizialmente temevo avrebbe stonato sul pentagramma rock di quella me-