

Claudio Tremolada
presenta
CURIOSITA’
RAVVICINATA
Autore - Claudio Tremolada
Titolo - Curiosità ravvicinata
anno - © 2026
Tutti i diritti riservati all’Autore .
Licenza di copyright standard .
Quest'opera è pubblicata direttamente dall’Autore e detiene ogni diritto della stessa in maniera esclusiva.
Non può essere distribuita o utilizzata, anche parzialmente o in altro modo senza esplicito consenso dell'Autore stesso
indice
Il mondo di Torquato
La mancanza
Il primo passo oltre il limite
La nascita del rituale
Il primo segnale
Il punto di non ritorno
Il confronto verbale
Lo scontro silenzioso
Ritorno all’osservazione (trasformata)
5 VERSIONI DI FINALE DA SCEGLIERE
PRIMO FINALE
SECONDO FINALE
TERZO FINALE
QUARTO FINALE
QUINTO FINALE
Prologo
Si crede che guardare sia un gesto innocuo
Che finché resta distanza, finché non c’è contatto, nulla venga davvero toccato.
Uno spazio illuminato, visto da lontano, sembra sempre disponibile
Una finestra accesa in mezzo al buio non chiede permesso. Si offre. All’inizio è solo un dettaglio, poi diventa un riferimento, infine un’abitudine
E le abitudini, senza rumore, cambiano il modo in cui si sta al mondo
Chi osserva impara presto a raccontarsela bene A dire che non sta interferendo Che non lascia tracce Che la distanza protegge, rende tutto neutro È una convinzione comoda, perché solleva una domanda più scomoda: quando uno sguardo comincia ad avere un peso?
Non esiste un segnale chiaro. Nessun confine visibile. C’è solo un momento preciso spesso riconosciuto troppo tardi
in cui ciò che era silenzioso smette di esserlo. Il vetro non separa più: diventa un limite da attraversare E chi guarda non può più fingere di essere fuori dalla scena
Da lì in avanti, le cose non hanno un solo significato Ogni gesto può essere letto come attenzione o come invasione, come fragilità o come controllo. Dipende da chi osserva. Dipende da ciò che è disposto ad accettare Dipende dal modo in cui concepisce il rischio, il desiderio, la responsabilità
Questa storia non offre risposte rassicuranti. Non indica una direzione giusta Non protegge chi guarda
Chiede solo una cosa: restare presenti fino in fondo
Perché quando tutto è stato visto, quando nessuna distanza è rimasta intatta, non esiste una conclusione valida per tutti
esiste solo quella che ciascuno è disposto a sostenere e quindi
sceglie .
Il mondo di Torquato
Torquato è un giovane ragazzo che aveva imparato a conoscere il pomeriggio dal modo in cui cambiava la luce sulle pareti. Verso le cinque, quando il sole scendeva abbastanza da entrare obliquo dalla finestra, la stanza smetteva di sembrargli un rifugio e diventava un punto d’osservazione. Non era una decisione consapevole, succedeva e basta. Come respirare.
Il binocolo non stava mai in vista. Lo teneva nel cassetto basso della scrivania, sotto quaderni vecchi e una scatola di viti inutilizzate. Quando lo prendeva, lo faceva con la stessa cautela con cui si maneggia qualcosa che potrebbe rompersi o, peggio, essere scoperto. Prima controllava il pianerottolo. Poi chiudeva la porta. Solo allora si sedeva.
Di fronte, dall’altra parte del cortile, l’appartamento di Sonia aveva finestre ampie, senza tende pesanti. Torquato conosceva quella disposizione come si conosce una mappa imparata a memoria: la cucina sulla destra, il divano contro la parete lunga, la porta del bagno che a volte restava socchiusa. Non aveva mai messo piede lì dentro, eppure gli sembrava di sapere dove scricchiolava il pavimento.
Sonia aveva trentacinque anni, lo sapeva perché una volta l’aveva sentita dirlo al telefono, ridendo. Rideva spesso. Non in modo sguaiato, ma come se ogni cosa fosse leggermente meno grave di quanto apparisse. Torquato, invece, rideva poco.
O meglio: rideva dentro, senza suono, quando qualcosa gli sembrava improvvisamente chiaro.
Con il tempo aveva iniziato a notare dettagli che nessuno avrebbe definito importanti. Il modo in cui Sonia appoggiava la borsa sempre nello stesso punto. La tazza scheggiata che usava per il tè. Il fatto che mangiasse in piedi quando era sola. Non provava eccitazione, si diceva. Era piuttosto una forma di ordine. Guardare significava capire. Capire significava non dover intervenire.
Quando Sonia spegneva la televisione e si muoveva per casa con più lentezza, Torquato abbassava leggermente il binocolo. Non per pudore, ma per una specie di rispetto che non sapeva spiegare. In quei momenti gli sembrava di stare troppo vicino a qualcosa che non gli apparteneva del tutto.
La mancanza
Torquato sapeva molte cose di Sonia, ma ce n’era una che gli mancava sempre. Non era il corpo, non davvero. Era il suono della sua voce quando non parlava con nessuno. I silenzi. Le pause. Quelle non arrivavano mai attraverso il vetro.
A volte immaginava di incontrarla sulle scale. Aveva provato a costruire mentalmente la scena così tante volte che ormai gli sembrava reale: lei che cerca le chiavi, lui che dice qualcosa di semplice, inutile, come “piove ancora” o “l’ascensore è rotto”. Ma ogni volta, nella realtà, il corpo lo tradiva. Si irrigidiva. Abbassava lo sguardo. Passava oltre.
Dal suo punto di osservazione, invece, tutto era sotto controllo. Sonia non sapeva di essere guardata, e proprio per questo gli sembrava sincera. Torquato aveva iniziato a convincersi che quella fosse una forma di conoscenza più autentica di qualsiasi conversazione. Parlare, dopotutto, significava scegliere cosa mostrare. Essere soli significava dimenticarsene.
Quel pomeriggio, però, qualcosa cambiò.
Sonia uscì di casa prima del solito. Indossava un cappotto leggero e non aveva il telefono in mano, cosa rara. Torquato rimase con il binocolo sollevato anche quando la porta si chiuse alle sue spalle. Per qualche secondo osservò l’appartamento vuoto, come se potesse restituirgli ciò che era appena scomparso.
Poi fece una cosa che non aveva mai fatto prima.
Si alzò.
Non c’era un piano preciso. Solo un impulso breve, netto, come una corrente d’aria improvvisa. Prese la giacca senza guardarsi allo specchio e uscì, lasciando il binocolo sul tavolo. Mentre scendeva le scale, ebbe la sensazione sgradevole di essersi spostato dal posto sbagliato a quello giusto, o viceversa. Non seppe dirlo.
Quando vide Sonia camminare qualche metro più avanti, il cuore gli batté più forte, ma non per paura. Era piuttosto la consapevolezza di stare attraversando una linea invisibile, tracciata da tempo senza che se ne accorgesse.
E questa volta, pensò, non stava solo guardando.
Il primo passo oltre il limite
All’inizio mantenne una distanza prudente. Non per strategia, ma per abitudine. Dieci, forse quindici metri. Abbastanza da vederla senza distinguerne l’espressione. Sonia camminava con passo regolare, come se avesse una meta precisa ma non urgente. Torquato si ripeteva che stava solo andando nella stessa direzione. Una coincidenza urbana, niente di più.
Il traffico del tardo pomeriggio rendeva tutto impersonale. Gente che attraversava senza guardare, vetrine illuminate, motorini che passavano troppo vicini. In mezzo a quel movimento, la presenza di Sonia gli sembrava paradossalmente più anonima. Una donna qualunque. Una delle tante. Questo pensiero lo tranquillizzò.
Quando lei si fermò davanti a una farmacia, Torquato rallentò fino quasi a fermarsi. Finse di guardare il telefono, che aveva in tasca ma che non estrasse. Il cuore gli batteva forte, ma non abbastanza da fargli pensare di tornare indietro. Se fosse entrata, si disse, avrebbe proseguito oltre. Se fosse rimasta fuori, avrebbe aspettato. Era una regola improvvisata, e proprio per questo gli sembrò ragionevole.
Sonia non entrò. Si limitò a osservare la vetrina per qualche secondo, poi riprese a camminare. Torquato fece lo stesso. Provò una strana soddisfazione nel constatare che il suo corpo reagiva con naturalezza, come se quella fosse un’azione già collaudata. Non stava correndo. Non si stava nascondendo. Stava solo seguendo un flusso.
Attraversarono una piazza. Qui Torquato rischiò di perderla. Troppa gente, troppi punti di fuga. Accelerò di qualche passo, poi si costrinse a rallentare di nuovo. Non voleva avvicinarsi troppo. Non ancora. Aveva la sensazione che la distanza fosse una forma di protezione reciproca, anche se non avrebbe saputo dire da cosa.
In quel momento capì che non stava cercando Sonia. Stava cercando il tempo che Sonia impiegava a essere se stessa fuori da casa. Era quello che mancava alle sue osservazioni. Il passaggio. Il fuori campo.
La nascita del rituale
La città cambiò senza che Torquato se ne accorgesse. Le strade larghe lasciarono spazio a vie più strette, irregolari, dove il rumore si attutiva e le voci rimbalzavano contro i muri. Qui Sonia rallentò. Guardava le vetrine dei piccoli negozi senza fermarsi davvero, come se stesse solo prendendo tempo.
Torquato iniziò a riconoscere un ritmo. Tre passi, una pausa. Uno sguardo a sinistra. Una leggera inclinazione della testa quando incrociava qualcuno. Dettagli inutili, eppure fondamentali. Gli sembrava di assistere a una versione di Sonia che non aveva mai visto, ma che esisteva da sempre, indipendentemente da lui.
A un certo punto, senza un motivo preciso, si accorse che stava sorridendo. Un sorriso breve, quasi impercettibile. Non per gioia. Per adeguamento. Come se il suo corpo stesse finalmente facendo ciò per cui era stato preparato.
Quando Sonia svoltò in un dedalo di vicoli, Torquato esitò. Non c’era più la protezione della folla. Non c’erano più scuse. Se avesse continuato, non avrebbe potuto fingere che fosse un caso. Si fermò un istante, il tempo sufficiente a sentire il rumore del proprio respiro.
Poi svoltò anche lui.
Il vicolo era più stretto di quanto si aspettasse. I passi risuonavano troppo forti. Sonia era ancora lì, a pochi metri, eppure sembrava più distante. Torquato abbassò lo sguardo, come se potesse diventare invisibile. Per la prima volta ebbe paura che lei potesse voltarsi. Non perché temeva una reazione violenta, ma perché non sapeva cosa avrebbe dovuto essere, in quel momento: un vicino? Un passante? Un errore?
Non accadde nulla. Sonia continuò a camminare.
Fu allora che Torquato capì di aver superato qualcosa. Non una regola, non una legge. Un’immagine di sé. Quella di una persona che osserva senza essere vista. Ora era dentro la scena, e la scena non gli apparteneva più. Eppure, mentre avanzava nel vicolo, provò una sensazione inattesa: una calma profonda, quasi ordinata. Come se, per la prima volta, il mondo avesse smesso di essere solo un vetro da attraversare con lo sguardo.
Il primo segnale
Il vicolo sbucava su una strada leggermente più ampia, illuminata da lampioni bassi che rendevano l’aria giallastra. Sonia rallentò ancora. Torquato fece lo stesso, ma questa volta il gesto non gli venne naturale. Ebbe la sensazione di muoversi in ritardo rispetto a lei, come se stesse rispondendo a un comando già dato. Sonia si fermò.
Non del tutto. Si limitò ad arrestare il passo davanti a una vetrina spenta, più per avere un motivo che per interesse reale. Torquato si bloccò a sua volta, a qualche metro di distanza. Guardò il muro, poi una serranda graffiata. Qualsiasi cosa tranne lei.
Fu allora che la vide riflessa nel vetro.
Il volto di Sonia era serio, concentrato. Non stava osservando la vetrina. Stava cercando qualcosa dietro di sé, senza voltarsi apertamente. Il riflesso si spostò appena, quanto bastava per intercettare la sagoma di Torquato. Bastò quello.
Il tempo sembrò dilatarsi. Torquato ebbe l’impulso di fare un passo indietro, poi uno avanti, poi di restare immobile. Scelse quest’ultima opzione, che gli parve la meno compromettente. Sentiva il cuore battere nelle orecchie, ma il corpo restava fermo, rigido.
Sonia riprese a camminare. Lo fece con naturalezza eccessiva, come se stesse dimostrando qualcosa a se stessa. Torquato la seguì di nuovo, ma ora ogni passo aveva perso leggerezza. Non stava più osservando: stava aspettando una reazione.
Il punto di non ritorno
Sonia svoltò a sinistra, poi quasi subito a destra. Un cambio di direzione troppo rapido per essere casuale. Torquato esitò un istante, poi la imitò. Si disse che se fosse stato davvero un sospetto, lei si sarebbe fermata. Invece continuava a camminare. Questo lo rassicurò, anche se non seppe dire perché.
La strada si stringeva di nuovo. I rumori si facevano più rari. Torquato si accorse che stava trattenendo il respiro a ogni svolta, come se temesse di produrre un suono di troppo. Aveva smesso di guardare Sonia come una figura da studiare. Ora la guardava come si guarda un segnale stradale: in attesa che indichi qualcosa di definitivo.
Sonia rallentò ancora. Questa volta si fermò davvero.
Si voltò.
Non di scatto, non con aggressività. Lo fece con un movimento calmo, controllato, come se avesse già deciso cosa avrebbe visto. I loro sguardi si incrociarono per un secondo appena. Un secondo sufficiente a contenere tutto: riconoscimento, dubbio, una forma di delusione che Torquato non aveva previsto.
Nessuno dei due parlò.
Sonia inclinò leggermente la testa, come per memorizzare un dettaglio, poi si voltò di nuovo e riprese a camminare. Non accelerò. Non cambiò strada. Questo fu l’errore che Torquato fece fatica a riconoscere come tale.
Avrebbe potuto fermarsi lì. Tornare indietro. Lasciarla andare. Invece continuò a seguirla, anche se ora non c’era più alcuna ambiguità. Era stato visto.
In quel momento capì che non stava più scegliendo. Stava rispondendo. E ogni passo successivo non era altro che la conferma di una presenza che Sonia, ormai, non poteva più ignorare.
Il confronto verbale
Sonia si fermò all’improvviso, in un punto in cui il vicolo si allargava appena. Non c’erano vetrine, solo un portone scuro e un cassonetto metallico. Questa volta si voltò del tutto.
«Da quanto tempo mi stai seguendo?»
La voce era ferma, priva di inflessioni. Non c’era rabbia, e proprio per questo la domanda suonò definitiva. Torquato aprì la bocca, poi la richiuse. Aveva preparato mille risposte immaginarie, nessuna adatta a quel momento.
«Io…» disse, ma la parola si spense subito.
Sonia lo osservava senza fretta. Non c’era curiosità nel suo sguardo, solo una valutazione attenta, quasi professionale. Come se stesse cercando di capire che tipo di errore avesse davanti.
«Sai che è inquietante, vero?» continuò. «Guardare qualcuno senza che lo sappia. Seguirlo. Pensare di avere il diritto di farlo.»
Torquato abbassò lo sguardo. Avrebbe voluto spiegare, chiarire, dimostrare che non c’era cattiveria nelle sue azioni. Ma ogni tentativo gli sembrava ridicolo prima ancora di nascere.
«Non ti ho fatto niente», riuscì a dire, con una voce che non riconobbe come propria.
Sonia fece un passo indietro, non per paura, ma per ristabilire una distanza. «Non è questo il punto», rispose. «Il punto è che ti sei preso qualcosa che non era tuo.»
Le parole lo colpirono più di quanto si aspettasse. Non aveva mai pensato a ciò che faceva come a un furto. Osservare, per lui, era sempre stato neutro. Necessario, quasi. Ma detto così, davanti a lei, il gesto cambiava peso.
«Sai cosa fai?» aggiunse Sonia. «Ti nascondi. Guardi. E poi ti racconti che va tutto bene perché non lasci tracce.»
Torquato sentì salire una vergogna fisica, concreta. Le mani gli tremavano appena. Avrebbe voluto sparire, diventare uno dei muri del vicolo, una macchia d’ombra. Invece restava lì, esposto.
Sonia lo fissò ancora per qualche secondo, poi sospirò. Non di sollievo, ma di stanchezza. «Vattene», disse infine. Non era un ordine gridato. Era peggio. Era una conclusione.
Lo scontro silenzioso
Torquato non si mosse subito. Non perché volesse restare, ma perché il corpo sembrava aver dimenticato come si fa ad andarsene. Sonia lo superò senza sfiorarlo e riprese a camminare. I suoi passi erano regolari, controllati. Non c’era fretta.
Torquato la guardò allontanarsi. Ogni istinto gli diceva di obbedire, di voltarsi, di tornare indietro. Eppure rimase fermo. Non la seguiva più. Questo se lo disse chiaramente. La stava solo guardando andare via.
Il vicolo si riempì di silenzio. Un silenzio denso, quasi fisico, interrotto solo dal rumore lontano del traffico. In quel vuoto, Torquato sentì qualcosa spostarsi dentro di lui. Non era rabbia. Non era desiderio. Era la consapevolezza improvvisa di essere stato visto davvero, senza filtri, senza vetri.
Sonia non si voltò più. Ma il suo modo di camminare cambiò appena, come se avesse la certezza di non essere più sola, anche senza guardare. Quella sicurezza lo colpì più delle parole. Lei aveva ripreso il controllo dello spazio. Lui no.
Torquato fece un passo indietro. Poi un altro. Ogni movimento era una piccola rinuncia. Non stava tornando alla sua vita di prima: stava lasciando qualcosa lì, in quel vicolo. Un’immagine di sé che non avrebbe potuto recuperare.
Quando finalmente si voltò, lo fece lentamente, come per concedere al luogo il tempo di imprimersi nella memoria. Non avrebbe saputo dire se Sonia fosse uscita davvero dalla sua vita o se avesse appena iniziato a entrarci in un modo diverso, più pericoloso.
Camminò via senza fretta. Non c’era sollievo. Solo una quiete tesa, come quella che segue un rumore improvviso. La sensazione che qualcosa fosse finito, e che qualcosa di peggiore, o forse di più vero, stesse per cominciare.
Ritorno all’osservazione (trasformata)
Nei giorni successivi Torquato tornò alla sua finestra. Non subito. Aspettò che l’impulso si raffreddasse, che il gesto smettesse di sembrargli una risposta automatica. Quando riprese il binocolo dal cassetto, lo fece con una cautela nuova, come se non fosse più un oggetto neutro ma una domanda aperta.
L’appartamento di Sonia era lo stesso. La luce, le finestre, la disposizione dei mobili. Eppure qualcosa mancava. O forse era lui a mancare di qualcosa. Guardava meno. Più spesso abbassava lo sguardo. Ogni dettaglio gli sembrava improvvisamente fragile, esposto a un giudizio che ora includeva anche se stesso.
Capì che prima osservava per sottrarsi. Ora osservava per ricordare il limite.
Sonia ricominciò a vivere come sempre: la televisione accesa a volume basso, i pasti irregolari, i movimenti lenti della sera. Torquato si accorse che, senza volerlo, cercava segnali. Non di disponibilità, ma di consapevolezza. Come se lei potesse percepire lo sguardo anche da lontano. Questa idea lo inquietava e lo tratteneva allo stesso tempo.
Un pomeriggio, mentre stava per riporre il binocolo, accadde qualcosa di impercettibile. Sonia si avvicinò alla finestra e guardò verso il cortile. Non direttamente verso di lui. Non abbastanza da sembrare un’accusa. Ma abbastanza da sembrare una verifica.
Torquato abbassò il binocolo spostandosi leggermente di lato rispetto alla finestra Non per paura. Per rispetto.
Fu in quel gesto che capì di aver perso qualcosa l’anonimato ma di aver guadagnato una forma nuova di attenzione. Non più un possesso, ma una responsabilità.
5 VERSIONI DI FINALE DA SCEGLIERE
PRIMO FINALE
La sera stessa, qualcuno bussò alla sua porta.
Torquato rimase immobile per qualche secondo, convinto di aver immaginato il suono. Poi bussarono di nuovo. Due colpi brevi, decisi. Quando aprì, Sonia era lì.
Non sorrideva. Non sembrava arrabbiata. Aveva un’espressione composta, come se avesse già attraversato le proprie esitazioni prima di arrivare fin lì.
«Posso entrare?» chiese.
Torquato fece un passo indietro. Sonia entrò e guardò rapidamente l’appartamento, senza curiosità invadente. Lo spazio era esattamente come se l’era immaginata, e questo la infastidì appena.
«Non sono qui per rimproverarti», disse. «E nemmeno per perdonarti.»
Torquato annuì. Non tentò di giustificarsi. Aspettò.
«Sono qui perché preferisco sapere», continuò Sonia. «Preferisco che le cose esistano alla luce. Anche quelle scomode.»
Fece una pausa. Lo guardò negli occhi, senza durezza. «Tu guardi», disse. «È evidente. La domanda è: cosa sei disposto a fare quando qualcuno se ne accorge?»
Torquato sentì il bisogno di rispondere con precisione. «Fermarmi», disse. «O chiedere.»
Sonia inclinò leggermente la testa. Valutava. «Chiedere è più difficile», osservò. «Perché implica un rifiuto possibile.»
«Lo so.»
Il silenzio che seguì non era vuoto. Era pieno di cautela. Di una fiducia che non nasceva dalla sicurezza, ma dall’ammissione del rischio.
«Non voglio essere osservata di nascosto», disse Sonia. «Ma non voglio nemmeno fingere che la curiosità non esista. Né la tua, né la mia.»
Torquato la guardò, sorpreso. Lei lo notò. «Sì», aggiunse. «Anche io ho guardato. Dopo. Per capire chi fossi davvero.»
Non c’era accusa in quella confessione. Solo onestà.
«Se oltrepassiamo un limite», concluse Sonia, «lo facciamo sapendolo. In due. Altrimenti no.»
Torquato annuì. Non provò sollievo. Provò qualcosa di più raro: misura.
Quando Sonia si avviò verso la porta, si fermò un istante.
«Una cosa ancora», disse.
«La fiducia non cancella il sospetto. Lo tiene a bada.»
Fece un debolissimo sorriso , quasi provocante e allo stesso tempo serio .
Poi uscì.
Torquato rimase solo. La stanza gli sembrò più piccola, ma anche più reale. Guardò il cassetto della scrivania, poi la finestra. Per la prima volta non sentì il bisogno di scegliere subito.
Capì che osservare non era più il centro della sua storia.
Lo era diventato il consenso a guardarsi, senza nascondersi.
SECONDO FINALE
Sonia entrò senza fretta, come se quella casa non le fosse del tutto estranea. Si fermò al centro della stanza e lasciò scorrere lo sguardo sulle pareti, sulla finestra, sulla scrivania. Non cercava il binocolo. Cercava conferme.
«È più ordinato di quanto pensassi», disse. Non era un complimento. Nemmeno un’accusa.
Torquato chiuse la porta alle sue spalle. Rimase in piedi, incerto se offrirle una sedia. Sonia non gliene diede il tempo. Si voltò verso di lui, appoggiandosi con naturalezza allo schienale, come se quella fosse la posizione giusta per parlare di cose difficili.
«Non sono venuta per chiarire», disse. «Le cose chiare mi mettono a disagio.»
Torquato sentì un leggero allentarsi della tensione, subito seguito da una nuova forma di attenzione. Sonia parlava con una voce bassa, controllata, ma non difensiva. Ogni parola sembrava scelta per restare aperta.
«Sono venuta perché mi piace sapere dove finiscono i confini», continuò. «E dove iniziano davvero.»
Fece qualche passo, avvicinandosi alla finestra. Guardò fuori, poi tornò a fissarlo. Un accenno di sorriso le sfiorò le labbra. Non era complicità. Era qualcosa di più sottile.
«Tu guardi», disse. «Io me ne sono accorta. A un certo punto ho anche voluto capire perché.»
Torquato deglutì. «E ora?» chiese.
Sonia inclinò appena la testa. «Ora so che il problema non è lo sguardo», rispose. «È l’assenza di accordo.»
Ci fu un silenzio breve, denso. Sonia si avvicinò ancora, fermandosi a una distanza che non era intima, ma nemmeno neutra. Non lo toccò. Non ce n’era bisogno.
«Se qualcosa deve oltrepassare un limite», disse piano, «deve farlo con entrambe le parti presenti. Altrimenti non è curiosità. È fuga.»
Torquato annuì. Non provò vergogna. Provò una strana forma di sollievo, come se qualcuno avesse finalmente dato un nome esatto a ciò che lo muoveva.
Sonia fece per andarsene, poi si fermò sulla soglia. Si voltò ancora una volta, con quel sorriso appena accennato che non prometteva nulla e proprio per questo apriva tutto.
«Le cose più interessanti», disse, «non succedono quando si guarda. Succedono quando si decide di non nascondersi.»
Uscì senza aggiungere altro.
Torquato restò solo, con la sensazione netta che qualcosa fosse stato messo in moto, ma non concluso. Guardò la finestra, poi il cassetto della scrivania. Non li aprì.
Capì che l’attesa, ora, non era più un rifugio.
Era una possibilità.
TERZO FINALE
Sonia entrò e non disse subito nulla. Chiuse la porta alle sue spalle con un gesto lento, quasi studiato, come se volesse dare a quel suono un peso preciso. Restò ferma, osservandolo, lasciando che fosse lui a sentire per primo la distanza ridursi.
«Non guardarmi così», disse infine. Poi sorrise appena, come se stesse correggendo se stessa. «Anzi. Guardami pure. Adesso sai quando puoi farlo.»
Torquato sentì il calore salire, non dal corpo ma da un punto più interno, meno difendibile. Sonia si avvicinò alla finestra, senza voltargli le spalle del tutto. Rimase in una posizione ambigua, esposta quanto bastava.
«Vedi», continuò, «c’è una differenza enorme tra essere osservati… e scegliere di esserlo.»
Si voltò. La distanza era minima, ma intatta. Non lo toccò. Non serviva. Il controllo era tutto lì.
«Io non ti sto offrendo nulla», disse piano. «Ti sto dicendo che, se mai qualcosa dovesse succedere, non sarà perché qualcuno ha spiato. Sarà perché entrambi avremo deciso di restare.»
Torquato annuì, incapace di dire altro. Sonia lo studiò ancora un istante, poi fece un passo indietro. Quel passo fu più carico di qualsiasi avvicinamento.
Sulla soglia si fermò.
«A volte», disse, «il desiderio migliore è quello che sa aspettare.»
Uscì.
Torquato restò immobile, con la certezza che nulla era accaduto e con la sensazione netta che qualcosa, da quel momento, era possibile.
QUARTO FINALE
Sonia entrò e rimase in piedi. Non esplorò la stanza. Non ne aveva bisogno. Guardò Torquato come si guarda qualcuno che ha già parlato abbastanza.
«Rilassati», disse. «Non sono qui per creare tensione. Quella c’era già.»
Si avvicinò lentamente alla scrivania, posando la mano sul legno. Un gesto semplice, ma carico di intenzione. Non cercava oggetti. Stava marcando una presenza.
«Ti dirò una cosa che forse non ti aspetti», continuò. «Non mi interessa essere desiderata di nascosto. Mi interessa sapere chi mi desidera, e perché.»
Torquato abbassò lo sguardo, poi lo rialzò. Sonia lo notò. Un’ombra di compiacimento le attraversò il volto.
«Ecco», disse. «Questo è il punto esatto in cui si può andare avanti. Oppure fermarsi.»
Fece un passo verso di lui. La distanza restava controllata, quasi geometrica. «Se mai ci sarà uno sguardo di troppo», aggiunse, «non sarà un errore. Sarà una scelta condivisa.»
Il silenzio che seguì non aveva urgenza. Era stabile, solido, adulto.
Sonia si voltò per andarsene. Sulla soglia si fermò appena, senza guardarlo. «La mia calma», disse, «non serve a proteggerti. Serve a capire se resti.»
Poi uscì, lasciando dietro di sé non una promessa, ma una possibilità esigente, che non ammetteva ingenuità.
Torquato rimase solo. Capì che l’erotismo, a volte, non nasce dal contatto ma dal sapere esattamente dove ci si potrebbe fermare.
QUINTO FINALE
Sonia entrò e chiuse la porta con un gesto tranquillo. Non guardò subito Torquato. Si tolse il cappotto lentamente, come se quel tempo le servisse per decidere il tono della conversazione. Poi alzò gli occhi.
«C’è una cosa che devi capire subito», disse.
«Io non vengo a casa di un uomo per farmi spiegare.»
Fece qualche passo nella stanza, fermandosi a metà, in uno spazio che non era né distanza né vicinanza. Il suo sguardo si posò su di lui con una calma che non chiedeva permesso.
«Quello che hai fatto», continuò, «non mi interessa più giudicarlo.»
Una pausa.
«Mi interessa sapere se sai fermarti… quando smetti di avere il controllo.»
Torquato sentì il peso preciso di quelle parole. Non c’era seduzione esplicita, eppure tutto lo era. Sonia lo stava guardando come si guarda qualcuno che potrebbe capire, o fallire.
«Se un giorno dovessimo oltrepassare qualcosa», disse piano, «non sarà per curiosità. Sarà per attenzione. E sarà evidente a entrambi.»
Si avvicinò di un altro passo. Non lo toccò. Il vuoto tra loro diventò improvvisamente il punto più carico della stanza.
«Per ora», aggiunse, «mi basta sapere che sai aspettare senza nasconderti.»
Sorrise appena. Un sorriso lento, adulto, che non prometteva nulla e proprio per questo suggeriva tutto. Poi si voltò ed uscì.
Torquato rimase immobile, con la sensazione netta che non gli fosse stato tolto nulla e gli era stato mostrato dove poteva arrivare, se avesse avuto il coraggio di restare visibile.
L'AUTORE
claudiotremolada@mail.com
Nato a Monza e vissuto a Vedano al Lambro nel lontano 1964 in Brianza .
Dopo le scuole dell'obbligo , studia 3 anni di perito elettromeccanico .
Poi lascia tutto per iniziare a lavorare come meccanico e metalmeccanico per 26 anni e intanto studia da solo ogni cosa che gli potrà essere utile in futuro e nel frattempo inizia a scrivere brevi racconti , soggetti e sceneggiature per concorsi , ma rimangono semi finiti nel cassetto .
Poi 10 anni come assistente ai propri familiari e intanto inizia ad investire in borsa . Nel 2019 durante il periodo del covid , costruisce da solo un giardino dietro casa con 50 alberi .
Compra 14 chitarre elettriche e impara a suonare per se stesso , per rilassarsi mentre pensa a vari altri progetti .
Nel 2025 grazie all'intelligenza artificiale riesce a completare alcuni di quei racconti ammuffiti nel cassetto dal 1984 in poi .
Nel 2026 prima pubblicazione gratuita …
Curiosità ravvicinata