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ISSUE NO. 15
PULSE
L EL O MCI A E LS T BO US R II NE E SS US SMEAVGE AN Z BI NL EO G
DIARIO XY DIARI IMPROBABILI TRA LE PIEGHE DEI LIBRI
SKOEWALE: THE NEXT BIG THING The Skoewale's economy is booming in the market, the rising city will no longer be called the "baby" of the Asia family.
THE GAME CHANGERS BYwith An WRITTEN exclusive interview visionaries, innovators and leaders CHIARA MENARDO that changed how we look in the world. Chiedo scusa ai Maestri...
PHOTOGRAPHED BY IAN CASTANEDA
TAKING OVER THE WORLD Social media are already more important than our lives most people would say. What does the internet really do to our society.
Le storie Lorenza Pellegrini ............................................................................................................................................. 2 Italia ................................................................................................................................................................... 5 Lotte................................................................................................................................................................... 8 Olio su tela....................................................................................................................................................... 11 Albert ............................................................................................................................................................... 15 Madonna Portinari ........................................................................................................................................... 17 Bertha Antonietta Mason, in Rochester .......................................................................................................... 21 Ho un amico per cena… .................................................................................................................................. 25 La Brughiera .................................................................................................................................................... 28 Il davanzale di Lydia Bennet ........................................................................................................................... 31 La donna che viene e va .................................................................................................................................. 34 Penelope guarda il mare .................................................................................................................................. 37 Finglas riposa................................................................................................................................................... 40 Ho salvato il mondo......................................................................................................................................... 43 Lupe dai denti guasti ....................................................................................................................................... 46 Caro fratello con la coda.................................................................................................................................. 49 Deus meus, ex toto corde pænitet me ominium meorum peccatorum… ......................................................... 52 Aspettatemi, arrivo .......................................................................................................................................... 54 Chiamami Fungo ............................................................................................................................................. 59 1+1 ................................................................................................................................................................... 63 La dura vita del giudice .................................................................................................................................. 66 Va tutto bene, Maggiore .................................................................................................................................. 69 Dio non è donna............................................................................................................................................... 73 C’era una volta … ........................................................................................................................................... 76 Un mondo a rovescio ....................................................................................................................................... 79
Lorenza Pellegrini
‘Diede una spinta a Riccardo e lo allontanò da sé. Proclamò ad alta voce: "Io sono la Sophia e per
liberarmi dagli angeli debbo perpetare… prerpretare… per-pe-trare tutti i peccati, anche i più deliziosi!" Andò, barcollando lievemente, in un angolo dove sedeva una ragazza vestita di nero, con gli occhi molto bistrati, la carnagione pallida. L'attrasse al centro della sala e iniziò a ondeggiare con lei. Stavano quasi ventre contro ventre, le braccia rilassate lungo i fianchi. "Io posso amare anche te," disse. E la baciò sulla bocca. Gli altri si erano fatti intorno a semicerchio, un poco eccitati, e qualcuno gridò qualcosa. Belbo si era seduto, con un'espressione impenetrabile, e guardava la scena come un impresario che assista a un provino. Era sudato e aveva un tic all'occhio sinistro, che non gli avevo mai notato. A un tratto, quando Lorenza ballava da almeno cinque minuti, accennando sempre più a movimenti di profferta, ebbe uno scatto: "Adesso vieni qui." Lorenza si arrestò, allargò le gambe, protese le braccia avanti e gridò: "Io sono la prostituta e la santa!" "Tu sei la stronza," disse Belbo alzandosi.’ Umberto Eco, Il pendolo di Foucault, cap. 50
Sbronza. Sono decisamente sbronza. E sono bella, sono l’Alfa e l’Omega, con i capelli lunghi e biondi, i tacchi, gli occhi con il mascara sbavato e il seno grande: lo so che voi, tutti voi, vorreste solo toccare me. Guardo gli uomini che passano nella mia vita: mi ronzano attorno come mosche che volano sempre più strette intorno a un fico maturo, alla goccia trasparente che esce dalla mia buccia crepata. Volete nutrirvi di quella goccia dolce e vischiosa, poi volare via. Il nobile eterno mi chiama con nomi strani, Ennoia, Johanna, Sophia, mi svela segreti di mondi arcani e di magie, mi ha già incontrata nelle sue tante vite, dice.
Il pittore strafatto mi tocca il culo. Lui, con la barba incolta e la puzza di tabacco e di gin che gli fodera le mani e la pelle. Il ragazzo perbene mi guarda come un diabetico guarderebbe una torta di panna e ciliegie esposta nella vetrina di una pasticceria: vorrei, ma non posso. Poi c’è quello che dice di amarmi, che mi prende per un braccio e mi porta via dalle luci e dal fumo, voltandosi verso la sala e salutando con un “Chicchiricchì”. Ecco. Nel mezzo di tutto ci sono io, Lorenza Pellegrini, la puttana, la santa, la sbronza, la stronza. Mi aggiro leggera in un mondo di carta e lusinghe, lascio che credano che non sappia leggere gli sguardi e i segnali, i gonfiori sospetti e le punte delle lingue che percorrono l’interno delle labbra mentre ballo, accavallo le gambe o gioco a flipper con piccoli e precisi movimenti del pube fasciato dai jeans. Forse, solo con il flipper faccio davvero l’amore. Li guardo mentre si baloccano nei labirinti delle loro astrazioni e parlano, parlano, parlano … blandita, sfiorata, accarezzata da nomi e aggettivi, lo so cosa vogliono. E ci casco. Alla fine ci credo.
Credo davvero che l’intellettuale mi ami sul serio, che il nobile eterno mi abbia incontrata in chissà quale vita. Credo davvero che il pittore barbuto si ispiri a me, alle mie cosce e al mio spirito alto per le sue tele e che il ragazzo perbene si trattenga solo perché è, appunto, perbene. Io sono l’Alfa e l’Omega, la puttana, la santa, la donna dispersa che vaga sperando di innamorarsi di qualcuno che, semplicemente, non faccia di lei qualcos’altro. Ho solo voglia di essere Lorenza. Ma è così dannatamente bello sentire quella sensazione sulla pelle, la trasformazione da donna mortale a entità eterea tra gli inferi e l’alto dei cieli, che non riesco a resistere. Lassù, sugli altari dell’ego, io preda e cacciatrice indosso il mantello di broccato rosso come una madonna in processione. Poi lo scosto di colpo, che vedano il leggero abito di garza che mi ricopre le forme mostrando tutto, tutto quanto. Non c’è spazio per l’immaginazione, nel mondo di favole in cui mi hanno portata.
Doppia, tripla, innumerevole … una. Sono Lorenza, Lorenza Pellegrini. Ho bisogno di amare senza capire, di essere amata senza l’alone di storie e leggende, senza bagagli. Non sono una prostituta o una santa. Non sono nemmeno una stronza. A loro piace pensare che lo sia, e a me pure. Ma poi, quando appoggio il capo a un vetro freddo in una giornata di pioggia e penso, con in mano una tazza di thè, a chi sono, beh … in fondo, non sono nessuna, non sono granché. Sono una donna dalle tette grandi, dai capelli lunghi e dall’animo buffo, uno specchio che riflette quello che gli uomini vogliono vedere. Una creatura in un vaso di vetro. Finirà male, per me. Finirò vecchia e sola abbandonata nei racconti di altri, o forse cadrò giù da una scala, ubriaca, inciampando nella coda di un abito lungo di seta? Circondata di libri mai letti, di storie mai scritte, che mi riguardano tutte. In fondo però, io sono il qui, sono l’adesso. Sbronza, con ancora la sensazione della mano del pittore sul culo, tra i ricordi di un baciamano e i fumi dell’ultimo bicchiere di vino frizzante, trascinata per un braccio da un uomo triste che mi ama nella disperazione cinica di uno squillo di tromba e si volta verso la sala fumosa mormorando “chicchirichì”.
Italia
“Fu la prima cosa che mi arrivò addosso insieme all’odore di fuliggine, di casa di paese, soffocato da un forte odore di varechina e di veleno. Il veleno che si usa per uccidere i topi. Era una stanza squadrata con un impiantito di grés color caffè, sulla parete di fondo c’era un caminetto, una grande bocca nera e triste. Un interno dignitoso, ordinato, solo un po’ guercio perché la luce arrivava da un’unica finestra. Dalle ante accostate spuntava un pilastro del viadotto. Tre sedie di tipo svedese erano infilate sotto un tavolo ricoperto da una tovaglia di tela cerata.” Margaret Mazzantini, Non ti muovere, pag. 29 Fa caldo e la tela cerata sul tavolo profuma di sgrassatore da quattro soldi. Linda, pulita, brutta e da quattro soldi: come me. Sono l’amante da poco, da nulla. Sono Italia, capelli ispidi e ossa spesse, sono quella che non potrà mai competere con le cene nelle ville sul mare, con i gioielli e i mondi perbene di quelli che, nella vita, ce l’hanno fatta. Lui arriva e mi ama nel suo modo strano e selvaggio, mi ama e mi usa, mentre fisso la cornice della finestra pensando che lui, solo lui, in qualche modo misterioso e insondabile, è l’uomo. Il MIO. Il mio uomo. Ma io sono Italia, troppo misera e piccola per qualsiasi cosa la vita mi possa regalare. Non posso mica competere con la vita perfetta. Non può mica amarmi davvero, lui, l’uomo perfetto dalla vita perfetta e la moglie perfetta. Non può, davvero. Chi è abituato alle tovaglie del pizzo più fine non può amare sul serio la tela cerata. Non può scendere al livello della tela cerata. Il problema è quando la tela cerata si innamora della tovaglia di pizzo, se ne innamora davvero. E capisce, nel suo essere misera e brutta, insignificante, che resterà sempre e solo la tela cerata bruttina e pulita, odorante di varechina da quattro soldi. Lui non cambierà mai, non può scegliere me, il mio mondo squallido e spoglio di buste del discount, il mio sguardo selvaggio sul mondo, i miei capelli ispidi e le mie mani ruvide e vuote.
Eppure in qualche modo dice di amarmi. Torna. Forse, per qualche strano scherzo del destino, mi ama davvero. Ma mai, mai si abbasserà a scegliere me. Perché dovrebbe? Ha tutto quello che un uomo potrebbe desiderare: una bella casa, una bella moglie, un buon lavoro. Che se ne fa, uno così, dell’amore? Io, Italia, la piccola, stupida, sporca tela cerata puzzolente di varechina, non posso aspirare a nulla di più di quello che sono: niente. Io, Italia, sono l’amante. Non so nulla, ma amante mi sembra così simile ad amare che fa quasi male. Io lo amo, io sono l’amante. Quell’altra, che non so chi sia e perché sia, chi è? Chi è lei, per avermi rubato l’amore, per avermi sfilato, prima ancora che io lo sapessi, la felicità da queste mani che non hanno mai conosciuto una manicure? Ah, già, lei ha le firme e la casa e gli amici, dalla sua parte. Cioè: lei stringe la sua vita e le sue palle tra le dita sottili e perfette. Bionda, le labbra sottili e il reggiseno di seta. Bionda, la bella famiglia e la carriera splendente. Bionda, esigente e ufficiale, dalla parte della ragione, nonostante l’amore. Ma lei, in fondo chi è lei, per negarmi la speranza? Oh, l’amore: che grande, gigantesca bugia. Non vince ma nutre, impara a non sperare. L’amore, per noi tele cerate povere, insignificanti e perdenti, è un bozzolo caldo di sogni. L’amore ci spinge ad andare avanti sapendo che non servirà a nulla, andare avanti. L’amore è quella cosa che porta noi tele cerate, sfregate ancora e ancora da spugne intrise di varechina, a proteggere fino alla morte le tovaglie di pizzo sapendo che queste, mai e poi mai, muoveranno un dito per loro. Chi sono io, per pensare di avere diritto a una speranza?
No, Italia, per quelle come te non esiste speranza. Non si rovinano le vite perfette, non si rovescia il caffè del discount sulle tovaglie di pizzo. Non si fa, semplicemente. Tieniti dentro quel tuffo, quel sole, quel profumo e quella gioia profonda che ti invade a ogni suo bacio selvaggio, ogni volta che le sue mani e non solo si infilano dentro di te. Ricorda quegli sguardi carichi di dolcezza che ti sfiorano quando crede che tu non lo veda. Conserva il ricordo di quando ti ha portata con lui, al congresso, nell’illusione che non avreste mai avuto una fine, perché voi siete più giusti di tutto. Poi, Italia, brutta e goffa, tovaglia di tela cerata consumata da mille e mille passaggi di spugna e candeggina dall’odore pungente, rimani al tuo posto. E continua, disperata e rassegnata, ad amarlo.
Lotte
Ci avvicinammo alla finestra: tuonava in lontananza, una benefica pioggia cadeva sulla campagna e i più soavi profumi salivano fino a noi nell'aria tiepida. Carlotta si appoggiava col gomito alla finestra, il suo sguardo errava sui campi, si levava al cielo, poi si posava su di me, io vidi i suoi occhi pieni di lacrime, lei posò la sua mano sulla mia e disse: Klopstock! Io ricordai l'ode sublime cui lei pensava in quel momento e mi immersi nel torrente di sensazioni che la sua parola aveva destato in me. Non potei trattenermi, mi chinai sulla sua mano e gliela baciai inondandola di dolci lacrime. E la guardai ancora negli occhi! Nobile poeta, se tu avessi potuto vedere in quello sguardo la tua apoteosi! e se io potessi ora non sentir più pronunciare il tuo nome così spesso profanato. 16 giugno - I dolori del giovane Werther - Johann Wolfgang Goethe Cara, cara Madre, ora cosa posso fare? Qui, divisa tra dovere e amore, come posso fare, ditemi Voi? Cosa avete fatto quando, tuffata tra le lenzuola tra il bianco e il grigio, dello stesso colore del vostro viso, nel freddo della stanza che avrebbe respirato il vostro ultimo destino, avete benedetto un Albert qualunque, legando il suo futuro al mio. Così rigidamente perfetto e perbene - avevate così ben calcolato Voi, cinica e cieca-, Albert avrebbe dato a me e ai miei fratelli tutto ciò di cui avremmo avuto bisogno, l’unica cosa che contasse, ai vostri occhi: la rispettabilità. E anche una rendita annuale, corposa e costante che a me, da sola, in tale misura sarebbe stata altrimenti negata. Werther è la follia ingenua del nulla è impossibile. È il volo profondo, il prato profumato di fiori di campo, la bellezza dell’amore al di là del dovere, dell’amore e basta, della scelta quotidiana del cuore dell’altro. Werther è il voler rimanere qui, accanto a me, solo perché noi siamo. Werther è ciò che dovrebbe essere se tu, cara Madre, non mi avessi messo un lucchetto al collo e, morendo, non avessi portato la chiave con te. Voi, cara Madre, mi avete intrappolata con un contabile freddo e devoto, pieno di sé e di doveri, che – oh, certo- , si prenderà cura di me: come potrebbe non farlo? È il suo Dovere. Che dice di amarmi di sempiterno amore, perché vincolato da un sempiterno contratto. Mai, mai potrò essere libera: nel dovere di onorare la Vostra memoria, la Vostra promessa fatta solennemente in mia vece mentre impartivate la benedizione a un’unione che mai ho potuto scegliere e nel
frattempo morivate negandomi ogni possibilità di diniego, mi avete obbligata alla tiepida e placida passione per salvare la convenzione che mi vuole donna per bene. Per salvaguardare e aumentare la rendita. Cara, cara Madre: mi hai insegnato il Dovere, mi hai insegnato l’ipocrisia. Obbedisco. Werther è il mio posto. Colui che c’è senza nulla richiedere, che osserva con occhi lucidi e pieni di domande la convenienza rabbiosa della realtà, eppure mi ama. Werther è la disperazione di ciò che è giusto, nonostante tutto. Perché, cara Madre, Werther è la mia libertà: quella che Voi, benedicendo senza domande il mio matrimonio futuro con Albert mentre stavate morendo, avete stracciato e buttato nel fuoco. Mento, mento a me stessa, ad Albert e al mio Werther. Nego e mi nego, rifiuto le parole che mi salgono alle labbra dal profondo dell’anima, le ingoio come le monete che getto in fondo al pozzo del cortile, nelle notti inquiete quando esprimo il mio unico desiderio: quello che Voi, cara Madre, avete reso irrealizzabile. Voi, che avete scelto per me l’uomo da amare. Che non potrò mai lasciare, nonostante sappia che è un’altra la persona che è nata per me. Troppo grande sarebbe il senso di colpa verso di Voi, impossibile da cancellare perché avete avuto il pessimo gusto di schiattare, così da avvolgermi in spire e spire di doveri e certezze. Quanto siete stata cattiva, rifugiandovi vigliacca dietro la scusa del Vostro amore per me, cara Madre. Stupida e cieca, malata e avvizzita come un’arancia dimenticata al fondo della dispensa. Nella vostra santità perbene mi avete rovinato la vita. A me, a Werther, ad Albert che, ottuso e compreso nel suo ruolo di marito senza sentimenti né cura se non quella imposta dal ruolo – non sia mai che capiscano, sappiano, vedano: siamo troppo perbene, noi altri -, sconterà inconsapevole la condanna dell’unione con una donna che, ogni giorno, vorrebbe sfiorare il volto di un altro. Che umiliazione, per i tre lati di questa figura geometrica così regolare e scontata, cara Madre. Avete umiliato me, e Albert, e Werther. Complimenti, un capolavoro. Il dovere guida le mie azioni e ogni mia parola. Ma, dentro, maledico il dovere e i legacci, maledico la rendita annuale e la rispettabilità, maledico il contabile di campagna che, freddo e ligio, mi ama come potrebbe amare il suo cane da caccia. Mi amerà fino a quando sarò moglie devota e obbedirò ai suoi desideri, fino a quando chinerò il capo ai miei doveri. E, quando non mi amerà più (perché smetterà di amarmi, certo che smetterà: non ha il cuore abbastanza profondo per sapere cosa sia l’amore), in
fondo non cambierà nulla. Il dovere, il mio e il suo, ci impedirà, un’altra volta, di fare ciò che dovremmo: seguire le nostre anime. Io almeno vorrei poter seguire la mia e farla volare via, insieme a Werther. Il Vostro senso del Dovere, cara Madre, la Vostra benedizione, non è certo quel faro splendente che dovrebbe guidare la mia esistenza. Oh, no che non lo è, nonostante tutto ciò che avete voluto instillarmi dentro come un chiodo profondo conficcato nella mia coscienza. Quel Dovere, quello che Voi avete chiamato Dovere, altro non che la putrescenza della palude nella quale mi avete fatto affondare, per sempre. Werther mi ha baciato la mano, e il viso, e le labbra, e in quei baci c’era l’eternità. Werther mi ha baciata e nella sua pelle ho sentito di essere, per la prima volta nella mia breve e inutile vita, a casa. Ma no, cara Madre, dalla mia casa sono dovuta uscire di fretta, sgattaiolando come volpe da un pollaio, perché Voi, solo Voi, avete sprangato la porta. La vostra benedizione su quello stupido letto di morte ha demolito la mia casa. Non la Vostra, la mia! Come avete potuto? Cara Madre, mi avete lasciata padrona di una rendita, di una dimora, degli inchini rispettosi dei mezzadri e delle fanciulle felici, che possono permettersi di sorridere e amare senza mentire. Mi avete trasformato nella peggiore delle bugiarde. Colei che mentirà tutta la vita nel nome del vostro senso del Dovere.
§ Cara Madre. Werther ha preso una pistola, l’ha usata. Ora sta lì, sotto il suo grande albero. Albert mi ha proibito di piangere, di vedere per l’ultima volta il suo corpo, di accompagnare le labbra che amavo, i suoi capelli, i suoi occhi spenti e bellissimi, verso l’ultima casa. Grazie, Madre. Il Dovere mi ha incatenata. Il Dovere umilierà Albert, finché morte non ci separi. Il Dovere ha premuto un grilletto, uccidendo il mio Werther.
Olio su tela
“Girando la maniglia della porta gli occhi gli caddero sul suo ritratto dipinto da Basil Hallward. La sorpresa gli fece fare un salto all'indietro; quindi entrò in camera con un'aria alquanto perplessa. Dopo essersi tolto il fiore dall'occhiello sembrò esitare; finalmente tornò indietro, andò verso il ritratto e lo esaminò. Nella debole luce attenuata che riusciva a filtrare attraverso le tende di seta color crema, il volto gli sembrava leggermente cambiato. L'espressione pareva diversa; si sarebbe detto che nella bocca ci fosse una sfumatura di crudeltà. Era indubbiamente una strana cosa. Si girò, andò alla finestra e tirò su la persiana. Il chiarore dell'alba inondò la stanza e spazzò via le ombre fantastiche, ricacciandole negli angoli oscuri, dove si fermarono rabbrividendo; ma l'espressione strana che aveva osservato nel volto del ritratto sembrava che ci fosse ancora, anzi, che si fosse ulteriormente intensificata. La luce vivida e palpitante del sole gli mostrava intorno alla bocca le linee crudeli, con la stessa chiarezza che se si fosse guardato allo specchio dopo aver commesso qualcosa di tremendo. Ebbe un sussulto e, preso dalla tavola uno specchio ovale incorniciato di amorini d'avorio, uno dei molti regali di Lord Henry, guardò in fretta dentro le sue lucide profondità. Nessuna linea di quel genere alterava le sue labbra rosse. Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, Capitolo 7
Il panorama si allarga su una porzione di specchio polveroso e una finestra dai vetri sbrecciati e rotti. Il passaggio dei giorni, dei mesi e degli anni è tutto qui, in un infisso che si affaccia sul cielo che cambia e sulle tegole grigie dei tetti che intravvedo appena sotto i comignoli sporchi di fuliggine nera. Non riesco a voltare lo sguardo, la testa o il corpo, sono immobile e fermo. Possiamo definire il mio stesso essere … piatto. Ciò è indubbio e, al contempo, sbagliato. Un tempo, circondato di sete finissime, ero il fulcro della grande camera ottagonale, delle sue sete multicolori appese alle pareti e del grande baldacchino a proteggere il letto: vegliavo sui sonni del giovane che ivi dormiva. Un camino rischiarava le sere e le grandi finestre si aprivano sulle primavere fresche di brezza. Bei tempi, bellissimi, quelli. Finché, una notte sentii
qualcosa sulla pelle: dita appiccicose e spietate tiravano, deformi e cattive,
disegnavano crepe scure sul bianco del mio volto immobile. Indefinita, sgradevole sensazione, fastidiosa e irreversibile ai lati della bocca, lungo le guance tirate giù, verso il basso. Ricordo solo la sensazione che mi
avvolse, un senso alieno di fredda esultanza. Avessi avuto i denti, li avrei stretti fino a sentire il sapore dell’avorio nella bocca. Che non ho. Non so quante ore passarono, il buio fece in tempo a sfumare nella luce assonnata del giorno ed entrò lui, bello come il sole che squarcia le nubi dopo un temporale. Appoggiò gli abiti su una sedia, mi sfiorò di uno sguardo distratto per poi bloccarsi e avvicinarsi, fissandomi le labbra. Quelle, le ho. Iniziò a girare in tondo, a stropicciarsi gli occhi, a distogliere lo sguardo per voltarsi di scatto osservando il mio volto. Prese uno specchio e fissò la sua immagine poi guardò me. Un’altra volta, poi di nuovo. E ancora, ancora e ancora. Credo avesse bevuto: non mi pare uomo da reggere troppo il whisky, lui, così bello e splendente. Iniziò a gemere, piangere, biascicare sillabe prive di senso.
In ogni caso, anch’io sono bello e splendente, gradirei precisare. Bellissimo, un capolavoro. Tuttavia, sto divagando. Non mi rendevo conto di quello che stesse accadendo, ma il giovane mi sollevò di scatto e mi scaraventò dietro un paravento verde che non avevo mai visto – troppo di lato, oltre il confine della visione. Per amor di cronaca, quel verde era davvero pacchiano. Una piccola crepa nel gusto sublime del giovane Adone, il paravento verde brillante: nulla di buono può venire da chi sceglie un tale bislacco colore per la stanza padronale. In ogni caso, non fui obbligato a torturarmi con quell’orrore per molto. Il giovane aprì gli occhi quando il sole era alto, la voce lieve nel sollievo di buoni propositi maturati durante il riposo. La porta si aprì, dietro l’esecrabile paravento giunsero altre voci velate di urgenza e tristezza seguite da urla e da un pianto intriso di un dolore così alto da stringermi il cuore. Che, per inciso, non ho. Arrivò il silenzio della porta accostata, dei singhiozzi soffocati nel cuscino: lontani, remoti, strazianti. Arrivò poi il ragazzo: guardandomi con gli occhi di chi aveva capito rovesciò il paravento e mi afferrò di peso,
trascinandomi su per la scalinata. Sobbalzavo,
gradino dopo gradino, verso la mia nuova, elevata
destinazione. Da allora, regno su una porzione di specchio polveroso e sui vetri rotti della finestra. Quando piove le gocce, come sputi, mi bagnano la giacca, la neve fluttua e posandosi senza rispetto sul legno dorato che mi circonda, le foglie d’autunno ogni tanto arrivano per sbriciolarsi da qualche parte sul pavimento grezzo e coperto di escrementi dei topi. Il mio sguardo è condannato allo specchio, a seguire la mia corruzione incolpevole ogni volta che una di quelle sensazioni mi assale, ogni volta che sento e osservo la pelle cadere, i capelli tirare, le mani sanguinare del sangue- che non ho-, gli occhi perdere innocenza e colore, annacquarsi in tutte quelle azioni sublimi che sono i peccati più bui e abietti degli uomini. Il bellissimo giovane ogni tanto sale le scale della grande casa per venire a contemplare se stesso, rompendo la mia solitudine. Lui è sempre splendente come un’alba sul mare. I primi tempi mi fissava con l’orrore negli occhi, ma ora non più. Ora esulta in cuor suo, e persino l’esultanza per il marciume che mostro in sua vece è splendida e innocente, riluce come un diamante, ha il profumo seducente e dolciastro di gardenia e di rose. Un corvo è penetrato in quella che, da chissà quanto tempo, è la mia dimora. Lo vedo attraverso la polvere dello specchio, vola sbattendo contro le travi cercando un’uscita come impazzito e infine si posa, artigliando con le unghie nere il legno istoriato e ricoperto di una sottile, vecchia lamina d’oro. Qualcosa di bianco e fluido mi cola sul viso. Molto bene, me ne compiaccio. Non posso muovere le mani e pulire i vermi digeriti e puzzolenti che mi imbrattano la fronte e il naso. Almeno non ne sento gli effluvi: non tutto il male viene per nuocere. Godo per ogni sensazione che provo, per ogni volta che sento quel “qualcosa”. Provo a spiegarmi, a favore del pubblico muto e del corvo che ha mangiato pesante, a favore delle gocce di pioggia e dello specchio polveroso che rimanda, implacabile, la depravazione crescente del bamboccetto di porcellana di Sévres. Sono come una mano che si stringe intorno alla creta fredda e umida, sono il pugno e il fango: il pugno stretto con la forza irresistibile del peccato che spiaccica e plasma la creta cedevole e molle della volontà, finché questa non scivola dagli spazi tra le dita, gocciolando e imbrattando di una patina grigia la pelle e le nocche. La volontà cola.
Avessi lingua e corde vocali lo direi, al giovane bambolotto immutabile, quanto è sublime la palude mefitica della corruzione. Invece, l’implume debosciato che ha chiuso la coscienza in soffitta eleggendola a latrina per corvi e piccioni, volteggia negli escrementi della società avvolta di cristalli e teatri a passi di valzer, senza nemmeno inzaccherarsi le scarpe. Mi inzacchero io in sua vece e, col tempo, nella solitudine della polvere, qui, in alto, più in alto di tutti, ho capito che godo di ogni singola sensazione. Io sono vivo. Sono Dorian, Dorian Gray, quello vero, vitale, corrotto e maiale. C’è una copia di me, imbellettata e fredda, falsa come un Giuda qualunque, che viaggia per le strade del mondo convinto che la vita reale sia la sua. Non ho un cuore, una profondità, muscoli o peli, io sono piatto: un olio su tela coperto di polvere e merda di uccelli. Pieno di crepe e ferite, con i bordi della giacca mangiati dai ratti. La porzione di specchio riflette un pozzo nero pieno di liquami, peccati e invidie, furti, tradimenti, omicidi, voltafaccia. Sono l’anima, felice e crudele, del bamboccio dorato morto anzitempo e inamidato nei colletti alti e nelle giacche in velluto pregiato . Sono io, quello vivo fino all’ultimo tratto di pennello. E – oh, quale sublime felicità- non ho mai più posato lo sguardo sull’orripilante paravento verde.
Albert
Tu eri nella camera, Albert. Lei sentì camminare qualcuno, domandò chi era, e posò su noi due uno sguardo tranquillo e consolato, pensando che saremmo stati felici insieme … Albert le gettò le braccia al collo, e la baciò esclamando: lo siamo, lo saremo! Werther - disse Charlotte - quella donna doveva morire! Dio, quando penso che ci lasciamo portar via così quelli che sono più cari al nostro cuore; e nessuno lo sente così fortemente come i bambini, i quali a lungo si lamentarono perché gli uomini neri avevano portato via la mamma. I Dolori del Giovane Werther- Wolfgang Goethe
Eccola che arriva, così leziosa. Bella e modesta, come si addice alla sposa di un rispettato contabile, ancorché di campagna. Apre la porta e corre all’interno reggendo un mazzo di fiori di campo: le campanule stanno appassendo, perché si ostina a raccoglierle? Ha le guance rosse dalla corsa nei prati, il vestito scomposto e i capelli sono fuori posto, deve aver ruzzolato sotto qualche ramo basso: si vedono le foglie tra i fili rossicci dello chignon sfatto e cascante. Perché si ostina a correre? Non è così che si fa, non fa così la moglie di un rispettato contabile: sono persona che ha delle esigenze di vita cui non si può prescindere, io. Necessitavo una moglie, la sorte me ne ha servita una su un piatto d’argento. Lei è bella e modesta, ignara, come si conviene a una giovinetta perbene, della sua dote così cospicua – di cui lei, ovviamente, non è al corrente poiché non si conviene, a una donna, parlar di denari- , per non dire dei possedimenti del padre che, una volta passato a miglior vita, amministrerò con oculata prudenza fino alla maggiore età dei fratelli minori di Charlotte. Forse. Non è detto che, morso dopo morso, non tragga il debito guadagno dal lavoro che metto nel curare gli affari di quella famiglia: un congruo guadagno. Charlotte non ne è conscia, né mai lo sarà. Lei è il mio viatico, il mio strumento, la credenza dell’argenteria preziosa e brillante, che a nulla serve se non a mostrare il mio ceto. Mia moglie.
Toh, ma che meraviglia! La vedo arrivare affannata con il suo mazzo di fiori di campo, sorridente e sudata come una vacca nella stalla. Mi è sufficiente un “Cara, hai fatto spedire le lettere come ti avevo ordinato?” perché il suo sorriso si spenga. Obbedire, quello è il suo ruolo. Non sono tirannìe, le mie. Lei mi è stata regalata da una morente, la mantengo e a volte le consento di sentire la vita scorrere fuori dalle mura di casa: vuole andare nei campi a guardare le farfalle? Certo che può. Vuole parlare con quel suo giovane amico, Werther? Glielo concedo, come si conviene a un uomo di animo nobile. Anche perché le sue mezz’ore a saltare tra l’erba come una cicala, i suoi sospiri negli occhi mentre osserva i sospiri di colui che, sospetto, ella ami davvero ecco: ogni sua dimenticanza, disobbedienza e mancanza, vera o partorita dalla mia mente, sono per me una manna benedetta dal Signore. Ti ho accolta e tu mi ripaghi dimenticando un semplice favore che ti ho chiesto … Come puoi lasciarmi solo per andare a guardare un ciliegio in fiore quando il mio lavoro mi porta così sovente lontano da te? Rimani con me, anima mia.
Oh, sei rimasta … tuttavia devo andare, gli amici mi attendono per affari importanti, giù alla locanda. Non sei andata a gioire di uno stupido giorno di sole per restare con me e io ora ti lascio sola per le carte e il buon vino? Cara, cuore mio, come sempre non comprendi quanto la vita di un uomo sia complicata. Eppure, dovresti saperlo: non ti ho già spiegato abbastanza quanto sia difficile viverti accanto, quali sacrifici mi imponga
l’amore
sconfinato
che
nutro
per
te?
Non capisci, è ovvio, mio piccolo topolino di campagna imprigionato nella trappola che avevo nascosto con cura sotto un sacco di noci sontuose. Non ce la fai proprio, a capire, quindi lascia stare, deciderò io in tua vece. Tu, semplicemente, non puoi. Con che cuore alzi lo sguardo dipinto di un velo di delusione, dopo tutto quello che faccio per te, solo per te anima mia, pettirosso fragile e indifeso che, senza di me, nulla sarebbe se non un uccellino macellato al lato di un bosco.
Senza di me non saresti, non vali un mignolo della mia genìa ma ti ho permesso di far parte della famiglia di un rispettato e stimato contabile che, grazie a te, un giorno farà il grande salto verso poderi più grandi, verso la grande città, verso la mia rendita che, unita alla tua, è triplicata per merito della magia di due furbe manovre e delle parole più giuste sussurrate all’orecchio di una madre in balìa della demenza benedetta della malattia. Tu non mi dedichi tempo, tu hai troppo tempo da dedicarmi perché la tua inconsapevole e comoda vita trascorre nell’ozio che io ti permetto, giovane sposa incapace dotata della sola bellezza e dell’inutile allegria di un’allodola sciocca. Il segreto del matrimonio è il senso di colpa. In questo, la cara madre morente della mia giovane moglie e quel romantico buono a nulla di Werther mi hanno servito carri e carri di carte da giocare a mio piacimento, per gli anni a venire. Sono un contabile, la mia vita ruota intorno al dare e all’avere, alla correttezza formale delle peggiori nefandezze, così da mascherare la grettezza altrui e, con essa, la mia. Avere: il mio matrimonio è l’affare perfetto. Non posso perdere. Non amo mia moglie, mi serve: è diverso. Se mai smetterà di servirmi, come tutte le poste usurate, in tal caso… una casa in campagna, lontana dagli occhi del volgo, o un viaggio nel nuovo mondo, una tisi… qualcosa, per Dio, troverò. Ci penserò allora, quando tirerò l’ennesima somma usando l’ennesimo trucco contabile per avere ragione sul mio misero, piccolo, squallido torto.
Madonna Portinari Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand’ella altrui saluta, ch’ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare, benignamente d’umiltà vestuta; e par che sia una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira, che dà per li occhi una dolcezza al core, che ’ntender no la può chi no la prova:
e par che de la sua labbia si mova un spirito soave pien d’amore, che va dicendo a l’anima: Sospira. Dante Alighieri- Vita Nuova, XVI 5,7
Quale sguardo mi rivolgete, Messere. Quale infiniti cieli si nascondono dietro le vostre palpebre segnate dal cruccio, dall’ardore delle Muse, dalla bianca passione pei destini della nostra amata Firenze? Vi scorgo a convivi e banchetti, o mentre vagate per le strade e le piazze, compreso nel vostro tormento sanguigno tra la carne e gli alti cieli. Siete ovunque io sia con quel naso vibrante e affilato, grande come la pala di un mulino, che vi precede da sempre, le orecchie cascanti nascoste da copricapi flosci, le mani agitate da movimenti improvvisi come la lingua di una lucertola. Il mantello, i calzari, l’aria possente di chi sa, di chi viaggia ogni giorno con lo spirito nei regni iperborei, per tornare a intessere parole su pergamene lisciate da mani sapienti. Siete ovunque, Messere, e mi fissate. Mi dicono che entrai nel Vostro cuore che eravamo ancora bambini ma io, sinceramente non so, non ricordo. Perché poi dovrei ricordare? Abitavamo nella medesima via allora, quando l’incoscienza dell’infanzia
riempiva le nostre giornate, non ricordo davvero cosa possa aver fatto per suscitare cotanta infantile passione. Tuttavia, Messere, il tempo è passato: crescete, orsù, è giunto il momento. Quello che per voi fu un segno divino pare, mi è giunta la voce all’orecchio, che accadde un giorno lungo il ponte sull’Arno mentre passeggiavo accompagnandomi ad altre dame. Mi dicono fu perché vi sorrisi. Non ricordo, Messere, davvero: forse mi rivolgeste un saluto e io, che conoscevo le vostre sembianze – Firenze è piccola, le buone famiglie si conoscono tutte, abitavamo nella medesima via, un tempo- forse chinai graziosamente il viso, abbassando modesta lo sguardo e rivolgendovi un lieve saluto, come d’uso a una donna perbene, maritata e felice del proprio destino come può esserlo una donna al pari mio. Non fu nulla di più, Vi assicuro, Messere. Da quel momento, siete in ogni dove. Ad ogni incrocio tra le vie anguste avverto i Vostri occhi scuri, pozzi colmi di brace, che mi osservano ammantati di una patetica richiesta impossibile. Ai banchetti, alle feste, vi sento d’intorno a sfiorarmi le vesti. Vi avvicinate per inchinarvi lascivo e sconvolto dall’esaltazione priva di qualsiasi speranza o costrutto. Financo nella casa di Dio mi spiate sotto le palpebre oblique, mascherando con la preghiera i vostri pensieri impuri dissimulati con fine sapienza. Messere, io vi prego dal profondo del cuore: componete poesie su altre dame. Io sono una donna di carne e di sangue, maritata, prona al proprio destino. Amo danzare sola nella mia stanza mentre la brezza muove le tende di lino leggero, amo guardare lo scorrere del fiume quando è placido e lento, amo la carne ben cotta e le rape fresche di campo, amo accarezzare il mio gatto che mi porta in dono la mattina le prede notturne e mi accosta alle coltri un bel sorcio, amo le giornate di primavere e la bellezza dei fiori e del cielo sereno. Mentre Voi.., Voi… siete brutto, e triste, e avete un orribile carattere, arcigno e severo, compreso nella vostra parte di uomo importante e collerico. Vi trascinate quel naso in Lungarno con l’arroganza del Vate, tra risse, compagnie di poeti e furfanti, frequentate senza vergogna miserabili donnacce e altre donne maritate. E parlate di me, mi fissate di sottecchi, mi seguite sbavando come un cane randagio e, dicono, componete carmi e poemi sulla mia persona. Il mio nobile marito mi guarda con occhi colmi di rimprovero perché le Vostre azioni indesiderate sono la mia colpa innocente.
Compatisco con sincera simpatia colei che le Vostre famiglie hanno deciso fosse Vostra moglie: quale sorte avversa nel dover dividere la vita con un uomo che non solo non l’ama, ma spende i suoi giorni tra risse, taverne e momenti in cui, infilato in un anfratto come un misero sorcio, viene ritrovato a spiare ogni movimento di una dama perbene. Lo zimbello delle Madonne di Firenze, ecco cosa sono diventata. Oggetto di celie e di scherzi, arrossisco ogni volta che, incrociandovi sul sagrato del Duomo sono forzata al saluto. Il mio viso si tinge di porpora non per virtÚ, voglio che lo sappiate, ma per il sommo imbarazzo che mi causate. Oh, se solo fossi uomo, Messere! Un uomo forte e possente, cosÏ da potervi attendere fuori da uno dei vostri giri
raminghi nei postriboli di Firenze, afferrarvi e insegnarvi la creanza accorciando a dovere la
protuberanza che vi sporge tra gli occhi! Allora la smettereste di importunarmi con la vostra idolatria blasfema, travestita da angelico amore. Forse diventerete un grande poeta, condurrete la vostra santa rivoluzione, o forse vi ridurrete al pari di un beone incallito: solo a Nostro Signore è dato saperlo. Qualunque sia il Vostro fato di una cosa Vi prego, tenendo il mio cuore sul palmo della mano, davanti al Vostro viso crucciato, adorante e arcigno. Vi prego, Messer Alighieri, Vi supplico e imploro: una volta per tutte, smettetela di saltellarmi intorno come un randagio in cerca di briciole. Siete, innegabilmente, molesto.
Bertha Antonietta Mason, in Rochester
La pazza era forte, di statura quasi eguale al marito, ma più corpulenta; ella spiegò una forza virile: più di una volta fu sul punto di strozzarlo, benché egli fosse un vero atleta. Egli l'avrebbe potuta abbattere con un colpo vigoroso, ma evitava di colpirla, voleva soltanto lottare. Alla fine afferrò la pazza per le braccìa e gliele legò dietro la schiena con una corda che gli dette Grace; con un'altra corda la legò ad una sedia. Questa operazione fu compiuta in mezzo a grida feroci e ad orribili convulsioni; allora il signor Rochester si volse agli spettatori e li guardò con un amaro e triste sorriso. — Ecco mia moglie. Charlotte Brontë – Jane Eyre, 1847
Goccia… Goccia… Lenta goccia lenta goccia muffa muro lenta giù… Blu. È bella, blu. Tutta blu, come il cielo quando è senza le nuvole. Vuoto, bello, blu. Goccia, muro, blu, lenta, lei scende e la fisso, scende blu, viola, guardala che diventa più grande. Ancora più grande. Viola, luce, goccia, luce e goccia grande e rossa e splende e acceca. Mi fa male agli occhi, goccia blu viola rossa male, dolore: perché? …Ti vuole annegare, ti vuole male, ti vuole fare male, scappa…
Scappo. Mi ha detto di scappare, me lo ha urlato forte dentro le orecchie, devo scappare via, lontano da qui, dalla goccia rossa grande accecante. Ha i denti e le unghie lunghe e sta strappando e divorando il mio velo da sposa. Correre via, via più veloce del mondo che corre, più veloce di un cavallo che galoppa nel bosco. Bosco. Alberi, rami, verdi. Marrone, duro, legno duro mi difende dal rosso goccia con le unghie sporche di capelli e di velo da sposa. Legno, duro, corro, batto forte, fa male, tanto male. Porta. Non esco, loro mi hanno chiusa qui dentro e non esco. Batto forte e urlo forte, più forte del ruggito del barrito del grido della goccia che urla e della voce che strilla, isterica, dentro le mie orecchie, da dentro a dentro …Buttala giù, è una porta, una trappola, ti vogliono uccidere, ti vogliono male, batti più forte che puoi o sei morta… Porta. Legno, marrone, buco. Chiave? Dove avete messo la chiave? Non c’è, qui, non c’è nulla se non un buco. Nero. Nero nero nero notte nero mamma nero vestito mamma nero ricordi? Dorme. Nero nero nero, con il vestito nero i capelli neri lo sguardo nero, spento. Esce del nero dal nero del buco. Ha gli occhi cattivi. Mi vuole fare del male, anche il nero che esce dal buco della porta e avvolge il rosso avvolge il muro avvolge la goccia avvolge me … Scappa, sei una buona a nulla, ti vogliono uccidere buttare in un fosso profondo e buio e riempirti di terra la testa e il naso di vermi, scappa lontano e se non ti fanno scappare uccidi, uccidili tutti… … Tu o loro. Meglio loro, loro, loro, loro, non tu… Goccia… goccia, legno, porta, goccia rossa sulla lingua, rossa calda rossa… goccia. Rumore dal buco, rumore forte non lo sopporto anche il nero fa luce, il nero fa rumore, si sposta la porta e io grido forte, più forte di tutto il rumore del mondo e scappo via, lontano. Dietro la sedia.
Freddo. Il pavimento è freddo, mi stringo piccola, sono piccola, Signora Poole… Sono piccola piccola e tu non mi vedi: giochi a nascondino con me, Signora Poole? Mi porti le caramelle di zucchero e mi rimetti a posto le trecce con i nastri colorati che splendono come le lucciole delle sere d’estate, Signora Poole? Fammi un disegno, leggimi una favola, rimboccami le coperte e cantami una ninna nanna che così dormo con un dito in bocca che sa di pane, di marmellata di more e di tè. Per favore, Signora Poole: ti voglio bene, Signora Poole, la vuoi accarezzare la mia bambola di stracci? Signora Poole, basta! Basta, ti prego! Smettila di stringermi la gola e il cuore, il petto, da dentro, smettila! Non fa male, ma lasciami andare, ti prego: tu non sai la sensazione di bolla, di morsa da falegname, di paura che ho. Mi fai paura, mi fa paura tutto. …Tutto ti vuole morta, muori tu o muore tutto, non hai scampo. Il velo da sposa ti vuole afferrare la bocca, aprirla e infilarsi lì dentro. Chiudi la bocca e urla urla urla finchè non lo sputi!… Fiamma. Lunga, calda, rumore, rossa arancione legno marrone nero bianco fiamma blu come la goccia blu viola rossa anche lei, luce caldo brucia e grido forte con la bocca chiusa. Dentro le orecchie e fuori dal cervello la voce dice di fare così: io lo faccio, la voce è il burattinaio dei fili spinati che mi tira da tutte le parti, mi strappa le braccia e le gambe e le spalle e mi riempie di graffi e di lividi. Porta. Legno si sposta, legno marrone e duro e Signora Poole! Lui è subito dietro, fiammeggia e mi fanno male le orecchie e gli occhi e dentro il naso, e mi guarda come guarda un topo morto, un verme, un essere immondo, un demonio. … Lui ti vuole uccidere! Ti ha voluto uccidere sin da quel giorno quando ti ha vista, velata vestita di bianco e ha detto lo voglio e ti hanno fatto dire lo voglio. E ti ha voluto uccidere quella notte quando ha voluto toccarti e tu lo hai lasciato entrare e poi spinto e picchiato con il vaso che ti voleva uccidere e tu non puoi non devi non vuoi. Uccidili tutti!…
Chi è quell’angelo brutto vestito di bianco freddo che splende e acceca e la odio, lì dietro? Chi è tutta questa gente? Andatevene via, via da qui, via da me, fuoco e nebbia e goccia e bastoni con i pomoli d’argento: spade, sono spade, mi state trafiggendo come un pollo, un cinghiale, una vacca sullo spiedo ma no, non posso lasciarvelo fare. Fuoco bello, fuoco buono che mi difendi dalle belve vestite a festa che stanno per divorarmi; fuoco caldo sulle mani, legno, tizzone, fuoco, tende, scappo via in alto e le voci corrono avanti a me come la piena del fiume. Sono onde cattive piene di massi grigi e duri come gli angoli delle scale ripide verso la terrazza sulla torre più alta di Thornfield Hall. Corro in alto, più in alto e il caldo mi segue, le fiamme ballano correndo volando scivolano e la voce mi segue, la stessa che disse Lo voglio, mi chiama: Bertha, fermati Bertha, ti prego! Rumori di tutto che cade, di legno che scoppia, le grida, poi l’aria pulita e il cielo infinito e pesante mi schiaccia in alto e la voce ora ha un corpo, sembra gentile quando dice Bertha, vieni qui, su da brava… …non lo ascoltare, scappa veloce, vola via! Corvo, sei un corvo un passero un uccello un drago di fuoco ora hai le ali, vola e scappa via, in alto, vola e non tornare mai più qui dove tutto ti vuole uccidere, vola e vai… Volo. Per un momento breve, feroce, sublime, sono felice: volo. Poi, la pace del nulla.
Ho un amico per cena…
Poi preparò una lettera per il dottor Fredrick Chilton, che adesso godeva della protezione federale, e gli scrisse che in un prossimo futuro sarebbe andato a fargli visita. E dopo quella visita, aggiunse, sarebbe stato opportuno che all’ospedale tatuassero sulla fronte di Chilton le istruzioni sui pasti da somministrargli, per risparimiarsi troppe carte inutili. Finalmente si versò un bicchiere dell’ottimo Batand- Montrachet e scrisse a Clarice Starling. Thomas Harris, Il silenzio degli innocenti, ultima pagina.
Cazzo! Oh, cazzocazzocazzocazzo! E ora che faccio? Scappo. Cambio connotati, vita, faccia, voce, impronte digitali, nome, numero di previdenza sociale, numero di telefono, casa, auto, razza, religione, stato. Cambio tutto, via, scappo via più lontano che posso da qui, da ora, da lui: il mio incubo, la mia dannazione, il mio alter ego buio e bastardo, assetato di carne e di sangue. Per la precisione, del mio sangue. Quel pazzo se lo beve, il sangue. Lo cucina e se lo beve, lo mangia, gli affoga dentro croutons imburrati dopo averlo mischiato con aglio schiacciato, zenzero e pepe, cotto a fuoco lento e stemperato con brodo di carne. Lo sorbisce con aria goduta e affettata. Carne. È la mia carne che vuole lessare, smembrare, masticare lentamente godendo di ogni fibra e sputando voluttuosamente ogni nervo. Mi odia. Mi ha sempre odiato come può odiare un essere immondo, infame, un’anima nera inzuppata di inferno. Avevo per le mani il paziente importante, il viatico per la celebrità, il serial killer più feroce della storia, uno che Jack lo Squartatore scansati, sei un’educanda che in confronto salva i gattini dal sacco e dal fiume. Che dovevo fare? E voi, progressisti appollaiati sui divani di pelle circondati di tappeti e caminetti di marmo: voi, che avreste fatto al mio posto?
Dirigo un ospedale psichiatrico, insomma! I pazzi li conosco, li osservo e li studio. Li detesto, esseri con il cervello pieno di spifferi putridi. Come si fa ad amare i pazzi, mi chiedo? Cosa volete capire, e come? Ve lo dico io, a voi soloni radical chic al vino bianco frizzante da checche, ora ve lo spiego io. Semplicemente, non si può. Li prendi, li rinchiudi e li imbottisci di farmaci che tappano quei buchi da cui esce la fogna, che spenga le voci e le luci e tutto il resto. Li usi, li studi, gli vivisezioni la testa e poi basta. Li tieni lì e li osservi farsi neri di seghe, singhiozzare davanti a una piastrella bianca o strapparsi le ciglia urlando dal dolore inutile che gli provocano quei loro cervelli mal funzionanti. Un giorno dopo l’altro, loro dentro e tu fuori, a fissarli nei monitor, a cercare di tirare fuori qualcosa con cui scrivere l’articolo che ti porterà sull’American Journal of Psychiatry e poi su, ancora più su. Ecco cosa puoi fare. Di sicuro non puoi prenderci il tè delle cinque con i biscottini. Lecter era il mio lasciapassare per la bella vita, cazzo! Osservare il suo abisso come si osserva una farfalla infilzata in uno spillo, questo era il mio compito. E se per assolvere al mio compito beh… ho usato scariche elettriche a volte, o cinghie a volte, o qualche pasticca di troppo a volte che vuoi che sia, per il bene superiore della scienza psichiatrica e del mio posto alla presidenza dell’American Psychiatrics Association? Non sarebbe mai uscito da quella cella nel seminterrato, mi avevano assicurato. Non avrebbe mai e poi mai dovuto mettere fuori il naso da quella cella nel seminterrato. Mi direte che l’ho fatto uscire io, da quella cella nel seminterrato. Ma cosa avrei dovuto fare con un poker d’assi in mano, se non giocarlo? Avevo l’ascensore per il potere, la ricchezza e la fama finalmente fermo al mio piano, spalancato e invitante e che avrei dovuto fare? Non prenderlo e continuare ad arrancare su per le scale? Mica sono scemo, io. Chi lo immaginava che sarebbe riuscito a fuggire mangiando nel frattempo una faccia, staccandola a morsi, appendendo una guardia alle sbarre con l’intestino di fuori, drappeggiato come un peplo? Incapaci, banda di
incapaci pericolosi, quelli della polizia, l’FBI e quella sciacquetta con gli occhi da daino che secondo me se lo ripasserebbe pure. Chi, si ripasserebbe? Ma che ne so, il capo, il pazzo, il poliziotto… però non si ripasserebbe me, questo me lo ha fatto capire fin troppo bene. E dire che mi ero persino offerto di farle fare un giro per la città: l’avrei portata a mangiare i granchi al porto, ce la saremmo spassata. Ma lei no, non con me. Un’altra che ha detto ‘no grazie’ con gli occhi affilati come le forbici puntati sulla mia giacca a quadrettoni e sulla cravatta. Una come tutte le altre. Un altro no. Forse dovrei cambiare dopobarba. Intanto, cammino nervoso con il bavero della giacca tirato sul viso e il cappello calato a nascondermi i tratti. Il marciapiede è affollato di gente, le guardie del corpo, discrete, mi seguono senza farsi notare. “Ora devo lasciarti, ho un amico per cena.” Clik.
La Brughiera
“«Helen, tra quanto tempo potrò salire sulla cima di quelle colline? Che cosa c'è al di là? Il mare?» «No, signorina Cathy,» rispondevo io, «ci sono altre colline, proprio come queste.» «E che aspetto hanno quelle rocce dorate a guardarle da sotto?» mi chiese una volta. Lo strapiombo della Rupe di Penistone la attirava in modo particolare, specialmente quando era illuminato dal sole al tramonto, e tutto il paesaggio intorno era in ombra. Io le spiegavo che erano soltanto una massa di nude rocce, con così poca terra nelle fenditure da non lasciar crescere neppure l'albero più stento. Il blu del mio cielo è alto e profondo; la mia erba è una lunga onda di mare e di lago increspata dal vento. “ Emily Brontë, Cime Tempestose, Capitolo 18
Tra le colline basse e morsicate dal tempo si muovono avanti e indietro, come bilancieri di un pendolo rotto. Li vedete? Cavalcano tra il rosa e il rosso dell’erica, arrancano tra gli stretti cunicoli scavati nei muri di neve e poi corrono, passeggiano, amano, odiano, piangono, vivono, muoiono… Li osservo con ogni rigagnolo che inciampa sul suo letto di rocce, con l’acqua dei laghi, grigia come il pelo di un asino o blu come il mantello di quella donna che cammina laggiù. Li guardo con il ghiaccio dei torrenti in inverno, con gli occhi delle gocce di pioggia che precipitano dall’alto delle nuvole e vanno a sfasciarsi nel fango. Ne ascolto le voci e le risa dai rami degli alberi resi storti dal fiato gelato che soffia, senza mai smettere, da sempre, dalle foglie d’estate che, cadendo, lasciano scoperte le dita protese e artritiche che in inverno indossano mezzi guanti di neve. Li ascolto piangere, ansimare o gemere da ogni filo d’erba, dal muschio ostinato che si abbarbica ai sassi, dalle foglie dell’edera attaccata con la disperazione del parassita ai muri delle loro case. Sento i loro passi rimbombare sui miei sentieri. Penetrano attraverso i sassi scolpiti dal trascorrere dell’eternità, resi piatti e squadrati dagli elementi che lavorano piano dall’inizio del tempo. Vibrate come corde tese di un arco, voi piccoli esseri, e io posso sentirvi, sapete? Non che la cosa mi interessi, mi turbi o che cambi qualcosa. Più che altro, è un lieve divertissement, sentire quali emozioni albergano nei vostri passi, nelle vostre mani.
Io so sentire la rabbia quando pestate con forza i piedi camminando lungo i miei sentieri sterrati. O la serenità dolce e leggera che si irradia dai vostri corpi stesi su un prato, quando osservate le nuvole bianche e sfilacciate e tentate di scorgervi una forma familiare. O la tristezza nelle vostre mani fredde che sfiorano le mie pietre che avete scolpito e inciso a forma di croci. So sentire la vostra passione quando rotolate tra i cespugli, riparati alla vista, lungo i bordi dei torrenti ridendo e sussurrandovi all’orecchio promesse e inutili, convinti ti amo. E così, i giorni si rincorrono lenti davanti ai miei occhi. Uno di seguito l’altro, senza fine, nell’indifferenza della terra e del tempo. Un infinito respiro delle stagioni e degli anni. Sbocciare da piccoli semi ingobbiti che si fanno strada insinuandosi tra i blocchi di argilla e finalmente spuntano alla luce del sole pallido, fiorire nella lussuria sussurrata e discreta di estati brevi, asfittiche e sontuose popolate di insetti, decadere nelle erbe seccate pronte all’attesa, serrate nel gelo delle nevi mortali, di rimettere fuori gli steli, in una nuova primavera sempre uguale a sé stessa. Così è la mia vita. Se sei la brughiera, impari a nutrirti di poco e a godere di nulla, rinchiusa in un masso freddo e crepato o in un campanellino minuscolo di erica, piccolo e tenace. Narrata dai cinguettii sfrenati di gioia delle tacchinelle e dei tordi, o dal cadere silenzioso dei fiocchi gelati. Ma ho i fianchi dolci e morbidi delle colline sinuose che corrono una dietro l’altra, immobili. Onde del mare incantate e ferme, sono così tante che non se ne vede la fine. E poi gli altipiani e le rocce a picco sul nulla. E i miei laghi si annidano come l’acqua tra le mani che gli umani chiudono a coppa quando vogliono bere. Io, dura e leggera, infinita e compressa. Ho visto nascere l’infinito. Ho visto nascere e morire passioni, ho visto gli spettri aggirarsi senza riposo tra gli alberi nelle notti battute dal vento impetuoso che scende dal nord. Ho visto la follia e il buonsenso. E, a voler essere franca e sincera, non c’è nulla che importi davvero. Vi guardo affannarvi e lottare, desiderare vendette e riparo dei torti, maledire il destino di una terra brulla o accontentarvi di trascinare un carro del latte su e giù per le mie colline sconnesse, vi guardo gioire per i piccoli istanti e ancora non capisco come ancora non abbiate compreso che nulla ha importanza se non il respiro del tempo uguale a sé stesso.
Dello zingaro che si mangiò la redenzione e l’anima con l’odio bieco della rivincita camuffata da riscatto, con la violenza e la rabbia infinita e nera come il fondo di un pozzo; della bella ribelle fino a quando non le furono assicurati un manto di pelliccia e delle pantofole calde; della vendetta oltre le generazioni e il tempo; dello spirito fiero e acceso che pronunciò un nome fuori dalla finestra in una notte di vento, in fin dei conti, non mi importa granché. Perché la brughiera scorre, cambiando pian piano ogni giorno e ogni notte, ferma nei suoi mutamenti minuscoli ma fragorosi. Un sassolino che rotola dal fianco di una delle mie colline: questo ha importanza. E voi, formichine abbigliate che mi solleticate con i vostri piccoli passi, non potete capire.
Il davanzale di Lydia Bennet
Lydia era una ragazza di quindici anni, robusta e ben sviluppata, con una bella carnagione e un'espressione allegra; era la prediletta della madre, il cui affetto l'aveva condotta a fare il suo ingresso in società a un'età molto precoce. Aveva una vitalità prorompente, una sorta di innata sicurezza di sé, che le attenzioni degli ufficiali, stimolate dagli ottimi pranzi dello zio e dai suoi modi disinvolti, avevano fatto diventare sfacciataggine. Jane Austen, Orgoglio e Pregiudizio, Volume Primo, Capitolo 9
Dai e dai e dai, che noia mortale quella lì, tutta buonsenso e carattere. E dai, la vita è fatta per danzare e ascoltare i tacchi che battono sul pavimento di legno lucido e brillante, tac e tatac e poi tac! Come la grandine sulle tegole del tetto, mentre le gonne frusciano e le mani si toccano, mentre nella frenesia delle giravolte le labbra si sfiorano furtive, nascoste in mezzo alla folla del salone del ballo. Dai, e dai e dai, non sono nata per restare affacciata alla finestra a guardare i reggimenti che passano sulla strada, ad ammirare i giovani ufficiali da lontano, con i loro stivali neri e le giubbe scintillanti di bottoni d’oro, in sella a cavalli alti e fieri. Io sono nata per tuffarmi ridendo con la bocca spalancata -come non si conviene a una signorina per bene- tra quelle giubbe rosse e quegli stivali neri, rigidi e splendenti! Dai, e dai e dai, ho “un bel personale”, come dice la mamma, e un bel viso e la vita strizzata nel corpetto: pensate che il figlio del vicino, una sera di maggio, mentre eravamo nascosti tra gli alberi, mi ha detto che “Ho un bel davanzale”: ha provato a infilarci dentro le mani per accarezzare i miei fiori ed è stato divertente. Lo sapesse mamma, lo sapesse quella bigotta di Lizzy, lo sapesse papà… sarebbero ore seduta impettita nel salottino, isolata dal mondo che conta, niente passeggiate al villaggio a lustrarsi gli occhi, e poi quanti libri da leggere, solo per espiare il loro peccato mortale, dieci semplici dita nella scollatura? Il vicino è un fattore mezzadro, suo figlio non sarebbe in effetti proprio quello giusto per sfiorare i miei petali, ma suvvia! È stato così divertente: rilassatevi, suvvia, che sarà mai una carezza impudica? Ma tanto non lo sanno, quindi che importa!
Non sanno che passeggio tra i ragazzi del reggimento con il posteriore e il personale che sporgono fieri come le polene delle navi, e spargo per terra i fazzoletti profumati così posso chinarmi insieme ai giovani galanti, e godo nell’osservarli occhieggiare mentre raccolgono i miei “ops, mi è sfuggito!”. Mi ammirano tutta, sfacciati e arroganti, con la voglia negli occhi, mentre un brivido di piacere mi percorre la schiena, da sotto in su fino alla nuca, e poi scende di nuovo. È un’altalena di pelle d’oca meravigliosa: non starà bene per una signorina, ma che importa? Io non ci rinuncio, per tutto l’oro del mondo. Mi ammirano! Mi ammirano tutti, e io ammiro loro con gioia e brama: i capelli rossi, biondi o corvini, e gli occhi di ogni colore, le labbra sottili o carnose, i muscoli temprati dalle esercitazioni con il moschetto e dalle cavalcate: hanno le spalle larghe e le cosce possenti, a forza di stringerle intorno ai fianchi delle cavalcature. Li guardo e volo insieme a loro sui pagliai, nei prati e dentro ai letti di seta; volteggio tra le loro braccia fino ad arrivare alle nuvole su, vicino al sole; mi riempio la bocca dei loro baci, mi abbevero dei momenti in cui stringono me allo stesso modo in cui stringono i loro cavalli. Poi mi sveglio e trovo Catherine che russa nel letto a destra e Mary col filo di bava che cola dalle labbra socchiuse a sinistra. Oh, accidenti ai sogni, accidenti ai risvegli. E c’è lui, che guarda Elizabeth anziché me. Lui, il più bello di tutti. Che occhi, che spalle, che statura notevole. Entra in una stanza e il mondo scompare, ma lui guarda Elizabeth, e lei guarda lui e io adesso sono stufa e stanca che tutti pensino a Lizzy come quella intelligente e a me come alla piccola stupida con un bel davanzale. Allora! Mi piace il mio davanzale, mi piacciono i nastri colorati e i vestiti con il corpetto stretto e la gonna larga, larghissima come la cupola di quella chiesa in Italia che ho visto sul libro una volta. Lo avevo aperto perché costretta, di solito non viene nulla di buono dai libri. Dalle riviste, sì, ci sono gli abiti e i corsetti e le acconciature… Ma voglio una gonna di mussola, larga come quella cupola lì, dove abita il Papa. A cosa servono i libri, mi dico, se il mio destino è scritto in un fusto di cannone possente, in quadriglie e contraddanze sfrenate seguite da pause nelle quali rifiatare sventolando un ventaglio di seta dal quale spunteranno solo i miei occhi, colmi di innocente malizia, che faranno strisciare ai miei piedi interi reggimenti?
E questa parata strisciante alla fine porterà lui ai miei piedi, supplice: quello bello, il più bello di tutti, quel Wickham che un giorno sarà colonnello, generale, capo di stato maggiore, e io sarò lì, al suo fianco, con la gonna di seta e un cappellino ornato di trine e da una cascata di lillà. Sarò appesa al suo braccio come una borsetta mentre Lizzy, zitella, mi guarderà con invidia. Sarò capace di essere buona e magnanima? Certo che no, Santi Numi, ma neanche per sogno. La inviterò nel nostro palazzo e le servirò il tè nelle tazze d’argento, le mostrerò la mia felicità sfacciata, i vestiti appesi ai loro mille colori, le mostrerò la nostra camera da letto, il disordine dell’ammirazione tra le lenzuola, l’odore maschio di reggimento e cavalli mescolato al profumo del mio davanzale.
Scenderà dal piedistallo, gradino dopo gradino, fino ad inciampare rotolando nei lacci del suo buonsenso così signorile da mantenerla, a vita, zitella. Non è bellissima la vita, dall’alto del mio meraviglioso davanzale?
La donna che viene e va
And would it have been worth it, after all, Would it have been worth while, After the sunsets and the dooryards and the sprinkled streets, After the novels, after the teacups, after the skirts that trail along the floor— And this, and so much more?— It is impossible to say just what I mean! But as if a magic lantern threw the nerves in patterns on a screen: Would it have been worth while If one, settling a pillow or throwing off a shawl, And turning toward the window, should say: “That is not it at all, That is not what I meant, at all.”
Thomas Stearns Eliot- The love song of J. Alfred Prufrock
Il braccio in controluce, ricoperto di bracciali che suonano e di una lieve peluria chiara, è mio.
Mio è lo scialle, così come lo sguardo sbieco, il sopracciglio alzato, dibattuto tra noia e alterigia, mentre osservo il Poeta, il Filosofo, l’Intellettuale che si dimena sulla poltrona dallo schienale alto. È così compreso nel suo ruolo, nella parte che si è ritagliato qui, nel mondo, nella sua testa. Io sono una delle donne che vanno e vengono nella stanza, parlando di Michelangelo. Reggo la mia tazza di tè, la sigaretta, il filo di ragno del giusto e cortese, con appena quel tocco sciropposo ed elegante di borghesia art nouveau.
Sono colei che osserva, mentre lui si analizza con attenzione i risvolti ai pantaloni o riflette assorto sul colletto inamidato che sorregge la testa alta come gli si conviene, al Poeta, all’Uomo che tutto può dire e immaginare di fare, alto ed eburneo, quasi incorporeo nella sua Dignità.
Noi, no. Non siamo Poeti, non siamo Intellettuali. Noi siamo coloro che siedono, morbidi e inconsapevoli, tra tartine al cetriolo, tè serviti in tazze di porcellana sottili come carta velina e parole vacue mascherate delle grandezze dei passati Titani.
Caro, caro il mio Poeta. Amato, adorato Osservatore del Cosmo, così colmo di Dignità, Disprezzo e Rassegnazione fino a traboccare.
Mi sorprendo a riflettere su ogni tua parola, su ogni tua resistenza in nome dell’Arte, della Ragione e dell’Intelletto. E, francamente, sorrido. Non rido, bada bene, mio Amato: sorrido delle Scuse, dei Ragionamenti, dei Sottintesi e dei Segreti che tieni stretti nel profondo del tuo cuore, di cui non osi parlare, ma che, a chi sa osservare, sono così così chiari e lampanti…
Rispetto la tua illusione, faccio finta di non sapere, assecondo la fola del “tu non capisci, non posso dire, è arte e ricerca, desolazione e immutabilità, è ciò che è stato” mentre, dentro, taccio e muoio, taccio e rido, taccio e grido.
Entri nei salotti volteggiando come se poggiassi i piedi sulle onde del mare, trasportato da sirene che cantano l’una all’altra mentre tu, sospirando, contempli l’umanità ciangottante che popola i tuoi giorni e ti struggi: le sirene non cantano per te, credi.
E se cantassero per te, invece? Se ti stessero dedicando la loro canzone più bella, l’avessero composta per te, aspettando tutta la vita il momento, l’istante unico e irripetibile nel quale levare le loro voci e tu, semplicemente, non capissi?
Poeta, Filosofo, Pensatore Ermetico che sfogli la vita e i suoi giorni come un carciofo, per arrivare all’essenza, hai mai pensato che, forse, non cogli gli istanti che cambiano vite, quelle del mondo come la tua?
Roso e corroso dal dubbio della contemplazione mentre percorri le strade al tramonto, nelle sere nebbiose che scendono silenziose come i gatti le scale, pensi di avanzare nel fiume di Eraclito ma, in realtà, sei racchiuso in un sasso, come la zanzara invischiata, per l’eternità, in una goccia di ambra.
La luce gialla traspare, ti vedo immobile osservare il mio braccio, coperto di una lieve peluria. Ti passi una mano sul capo, sul viso, sulla barba leggera. Ripassi la vita che hai misurato in cucchiaini da tè, mentre guardi assorto il fondo della zuccheriera: chissà quante tazze riuscirai ancora ad addolcire prima di finire lo zucchero? Conti. Misuri. Contempli. Mio Amato, mio Poeta ed Amico immobile e illuso, ragno infilzato in uno spillo.
Finchè voci umane non ci svegliano. E affoghiamo.
Penelope guarda il mare Penelope sedea di fronte al caro Figlio, e non lungi dalle porte; e fini Velli purpurei, a una polita sede Poggiandosi, torcea. Que' due la destra Stendeano ai cibi: nè fu pria repressa La fame loro, e la lor sete spenta, Che in tai voci la madre i labbri apriva: “Io, figlio, premerò, salita in alto, Quel che divenne a me lugubre letto Dappoi che Ulisse inalberò le vele Co' figliuoli d'Atrèo; lugubre letto, Ch'io da quel giorno del mio pianto aspergo.
Omero, Odissea – Traduzione di Ippolito PIndemonte- Libro diciassettesimo
È un vento caldo e profumato di terraferma, arriva increspando le onde lontane e sbattendo i capelli e le vesti come criniere di cavalli al galoppo. È un vento caldo e profumato che porta sogni e lacrime, che trascina lontano pensieri e domande. So che ci sei, da qualche parte a vagare tra rovine e paesi lontani privi di nome, tra dei camuffati e donne vogliose di eroi. So che mi cerchi tra altre braccia, e so che tra altre braccia non mi troverai. Per questo verrai a me, per quanto quei corpi siano giovani e lisci come bucce delle albicocche appena spiccate dall’albero. Verrai a me, per quante ricchezze o poteri possano offrirti. E ti accoglierò, mostrandoti la grandezza del perdono per la tua vanità. Perché sei il mio sposo nell’anima. Tu sei l’ulivo dalle chiome fitte che si tendono verso il cielo: duro e forte, ti innalzi in alto nel cielo e giù nel profondo. Ma io … io sono la terra che tiene in vita l’ulivo. Sono la terra umida, invincibile, profonda e solida.
Sei affondato dentro di me come le radici dell’albero antico che hai tagliato e modellato, colpo dopo colpo con l’ascia affilata fino a trasformarlo in un talamo, il nostro . Senza la terra ad accoglierlo e mantenerlo al sicuro, a proteggerlo e nutrirlo, ogni albero è morto, secco e fragile ai venti, alle piogge battenti, ai fulmini precisi e mortali. Così sei tu, ovunque tu sia, qualsiasi sia il braccio, di ancella o regina, che ti cinge in questo preciso istante. Puoi pensare di andare, ma in realtà tu sei qui. Perché sono il tuo approdo, sono il tuo rifugio sicuro. Senza me stai soffocando lentamente, ovunque tu sia. Tesso e tengo le fila di un’isola popolata di avvoltoi rapaci e affamati, pronti a spogliare il mio corpo e il palazzo. Tesso un sudario nei colori del cielo e del sole quando affonda dietro la linea del nulla, lo riduco a brandelli ogni singola notte. Mai vedrà un giorno nuovo, mai vedrà una fine, mai vedrà la mia resa. Mai. Trama e ordito, colori intrecciati in immagini di soli e di oscurità: sapessi come fare, chiamerei a raccolta gli dèi e le anime tutte, ordinerei loro di far cessare il nostro peregrinare. Perché ti aspetterò fino alla fine dei giorni, Uomo errante tra i mari e le terre sconosciute della Conoscenza. Ti aspetterò fino al termine dell’eternità e poi ancora un giorno, ma ciò non vuol dire che questo mi piaccia. Mi fosse concesso dire, partire e combattere contro gli esseri delle paludi, contro le pelli lisce come bucce di albicocca, contro le lusinghe vane e pompose del Sapere, contro gli ori e i diamanti, contro i medaglioni forgiati nel bronzo e nell’oro. Mi fosse concesso tuffarmi dalla roccia più alta e farmi abbracciare dalle fredde acque salate e mosse dal vento, cavalcare un delfino fino alla più prossima lingua di terra e partire calcando sabbie, rocce e prati, urlando forte il tuo nome, nel nome della Verità e della Virtù della terra che accoglie le radici profonde, lo farei. Quanto vorrei brandire una spada, accenderla di fuochi e di ghiaccio con il potere della Verità , con la Rabbia per l’infinito compito dell’attesa che Dei stolti e beffardi mi hanno affidato. Quanto vorrei abbattere le mura di alte città, sfondare le porte di legno pesante e gridare, con voce bassa e possente udita da tutta la Terra, e giù fino all’Ade, e su fino all’Olimpo: ”Lasciatelo tutti, lasciate il mio albero, lasciatelo alla sua terra affinché possa dare frutti e stagliarsi più in alto del monte più alto del mondo, fino a toccare il carro del Sole!
Lasciatelo a me o verrete calpestati come le formiche che siete, voi che pensate di tenerlo alle vostre corti come servo e cantore, come ospite e intruso, come amante e guardiano di porci. Sempre troppo e sempre troppo poco, tra voi. Perché, se l’albero non torna alla terra cui appartiene, è destinato a seccare e morire, debole e schiavo, misero ciocco di legno da sgabelli per mungere le vacche anziché trono che ospita i re. E voi, tutti voi, sarete destinati a pagare per questo.” Ma non posso. Io sono la terra, non mi è stato concesso.
Tutto ciò che mi è dato è il silenzio modesto, la quiete del telaio e la cura dei vecchi, del figlio e degli averi. Mi è concesso difendermi, con il cervello e un coltello affilato nel buio della notte profonda. Mi sono concessi il talamo vuoto, la notte, e la solitudine. Mi è concesso guardare le onde del mare che si infrangono sulla spiaggia rocciosa, passano oltre e vanno via. Mi sono concessi il sapere e gli urli silenziosi da regalare al vento e alle nubi, mentre osservo la linea dell’orizzonte, dove il mondo finisce e cade nel buio del nulla. Mi è concessa l’attesa. Mi è concessa l’illusione della speranza vana. Mi è stato concesso l’Amore. Sono Penelope, figlia di Icario e Policaste, madre di Telemaco, sposa di Odisseo, Signora di Itaca.
Finglas riposa
Dopo qualche minuto, gli Hobbit lo udirono di nuovo mormorare. Parve loro che stesse contando qualcosa sulle dita. “Fangorn, Finglas, Flandrif, ahi, ahi”, sospirò. “Il guaio è che siamo rimasti in pochi”, disse rivolgendosi agli Hobbit. “Dei primi Ent giunti nei boschi prima dell’Oscurità ne restano solo tre: io, Fangorn, Finglas e Flandrif, per chiamarli coi loro nomi elfici; Ciuffofoglio e Scorzapelle, se preferite. E di noi tre, Ciuffofoglio è quasi caduto in letargo (voi direste che ha cominciato a vegetare): ha preso l’abitudine di starsene solo e mezzo addormentato, immobile in un prato per tutta l’estate, con l’erba che gli cresce fino alle ginocchia. È ricoperto di capelli simili a foglie. Un tempo si svegliava con l’arrivo dell’ inverno; ma ormai è troppo sonnolento per muoversi anche in questa stagione. J.R.R Tolkien, Le Due Torri, Libro Terzo, Capitolo IV
C’è stato un tempo in cui mi svegliavo ogni inverno. Sentivo salire e scendere la vita, dentro, non si fermava mai. Piccole formiche liquide che correvano dal basso all’alto, fino alla più minuscola parte di me. Era così bello. Un solletico, una carezza, una voglia. Aprivo gli occhi e guardavo i miei alberi, il prato; ascoltavo il canto affrettato dell’acqua e dei sassi, così come quello lento dei primi fiocchi di neve che si posavano senza peso su di me. Le tracce dei lupi che correvano e saltavano pazzi di gioia, sentivano e bramavano, tra i tronchi e i muschi; e quelle timide e schive dei daini, e poi ancora le poesie recitate dai corvi rauchi, nel tempo in cui giocavano con sassi e noci, prima che volassero a Isengard. Ricordavo e desideravo, a quel tempo. Allora, ogni inverno, partivo. Avevo pendii da scendere e risalire, nuvole da guardare ridendo forte mentre correvano in gara con le aquile libere e forti. Accarezzavo i tronchi delle greggi, sentivo il muschio morbido avvolgermi, discorrevo con le caverne profonde, con la terra bagnata e silenziosa, con il cielo infinito e mutevole. Crescevo, negli anni senza numero e date. Crescevo, parlavo e ascoltavo, vegliavo la tenerezza e la saggezza del mondo racchiuso nell’immensità della mia foresta.
Avevo occhi profondi, pieni di ieri e di oggi, avevo labbra coriacee capaci di sussurri e di canti. Avevo piedi nodosi che sentivano le correnti invisibili che serpeggiano sotto il terreno e le talpe e i formicai; avevo braccia che volevano toccare altri esseri. Era bello, allora, essere chi ero. I venti, le piogge, i giorni di sole caldo e poi le notti: ah, le notti, quanto erano belle. Le luci lontane e la luna rotonda che sorrideva scomparendo per poi tornare, il tremolio delle stelle e le voci sommesse tra i rami. Le volpi. Le lucciole nelle estati tiepide, quando aprivo un occhio dal sonno e il prato era cosparso di piccoli fiori e di balli: ora c’è la lucina, ora no. Ora è tornata, ma un po’ più in là, ora si è spenta di nuovo. Erano migliaia, le lucette danzanti nelle notti profumate d’estate, quando aprivo un occhio dal sonno e mi riaddormentavo, felice. Poi, lentamente, come la corteccia che si appoggia sulla corteccia, e poi ancora un altro strato, sempre più duro e rigido. Tempo dopo tempo, inverno dopo estate, mi sono chiesto “perché?” Perché andare, quando avevo già visto? Perché cambiare, quando ero già cambiato quanto si può? - ho pensato-. Le mie greggi non si muoveranno di certo. Ho visto i lupi e le aquile, e ho capito che per quanto lo vogliano, si cerchino, lo desiderino, non si incontreranno. Voi non sapete, ma aquile e lupi sono fatti per stare insieme, esseri liberi che amano correre volando, che parlano di spazi e di luoghi e di mondi che nessuno riesce a immaginare, che solo loro sanno e conoscono. Aquile e lupi hanno un solo destino, intrecciato. Lo sanno ma non lo comprendono ancora. Non so se lo capiranno mai. Ho smesso di credere alle parole degli Elfi dei Boschi che mi dicevano, passando tra le foreste silenziosi e leggeri “un giorno accadrà, Finglas, quando il lupo sarà pronto per volare e l’aquila avrà imparato a corrergli al fianco. Tu sii certo, accadrà.” Io ho provato a parlare con il lupo e con l’aquila, mi hanno detto “Lo so, ma…” E se provo a parlare, e davanti trovo cataste scomposte di ma… allora, perché dire? Perché sprecare linfa e consumare vita ed energia, se i lupi si rassegnano e le aquile scuotono il capo, tristi, e aspettano invano, se le
mie greggi non si muovono di certo e la foresta rimane lì in ogni caso, che io la conservi o meno? Perché muoversi se, tempo dopo tempo, tutto ciò che potevo vedere l’ho visto? Cosa interessa ai ruscelli impazienti, ai leprotti veloci e alle ghiandaie, ai gufi dagli occhi grandi e neri e alle erbe, agli scoiattoli e agli scarabei, agli alberi fermi? Non quello che ho da dire, non quello che ho imparato nel passare lento e scandito delle stagioni e dei sogni delle lunghe estati calde. Non quello che sento, che scorre nelle mie vene, non quello che il cosmo sussurra dall’inizio del tempo. Ci ho pensato tanto, mi sono fatto domande, ho provato: dapprima ho iniziato a vagare senza parlare, senza stupirmi, senza sfiorare più nulla. A nessuno interessa ciò che bisogna ascoltare. A nessuno interessano la parola e la volontà e il destino. A nessuno interessa un pastore di alberi, pianta tra le piante, ricoperto di muschio. Tanto vale tacere. L’ho detto a Fangorn, che non vale la pena. Tanto vale fermarsi, non dire e non fare: non c’è nulla a cui badare, c’è solo il tempo che passa e la scorza che diventa più spessa, che occupa lo spazio che una volta era del cuore. C’è la rassegnazione serena del mondo che va avanti sempre uguale a se stesso, senza cambiare. C’è la bellezza del vuoto, del sentire sempre più flebile senza curarsi, rassicurante è sapere che, dritto o storto, giusto o sbagliato, tutto rimarrà uguale a se stesso. È la sublime bellezza del lasciarsi andare all’oblio. Niente rabbia, rimpianto, niente voce o poesia. Solo legna. Cosa dico, se nessuno sa ascoltare nel profondo del pozzo limpido che alcuni chiamano anima? Tanto vale dormire, riposare, lasciare che i piedi affondino nel terreno morbido e non ne escano più, tanto vale lasciare che l’erba mi cresca intorno, senza rumore, sempre più alta. Tanto vale stare fermi, mentre la neve inizia a cadere cantando in silenzio, e ignorare i suoi “Svegliati, è ora di andare”… prima o poi, si stancherà di sussurrare al mio orecchio, e tutto tacerà. Potrò dormire con le labbra sigillate e gli occhi chiusi, dimenticando finalmente tutte le cose che ho appreso.
Ho salvato il mondo
Oh, insomma, ho salvato il mondo così tante volte che non le conto nemmeno più. È anche grazie a me sel’umanità è sopravvissuta senza che nemmeno si accorgesse di essere in mortale pericolo: se non ci fossi stata io, chissà cosa sarebbe successo! Crimini indicibili, guerre, distruzione, catastrofi, morti. Per non parlare di tutti quei gattini miagolanti troppo avventurosi impigliati tra i rami alti degli alberi al parco, che si sarebbero spiaccicati sui marciapiedi tra urla di orrore e brandelli di budella schizzate sulle calzette bianche dei bimbi, sui loro visetti rigati di lacrime e sangue di micio. Ma vi rendete conto di quante persone ho contribuito a salvare? E questo, questo è il loro ringraziamento, ingrati! Guardate come sono ridotta: piegata, ammaccata, incrinata, inzaccherata di fango e di polvere, mescolata a rottami qualsiasi … scusate, nulla di personale, ma obiettivamente è un dato di fatto. Tu, ad esempio. Sì, proprio tu, lì in fondo a destra, dimmi: quante persone hai salvato, tu? In tutti i tuoi anni di onesto lavoro, di cui non dubito –per carità, non sia mai-, quante volte sei stata parte di un’azione eroica? Dai, su, contali e dimmi. Cosa hai mai fatto, tu, di così straordinario? Vedi? Vedi? Non sai nemeno rispondermi, mi guardi con quell’aria svanita e taci. Hai semplicemente compiuto infinite volte ciò per cui sei stata progettata e, se ci pensi, anche tu non avresti meritato questo destino, così triste e privo di qualsiasi accenno di gratitudine, di pietà. Ci hanno presi e buttati qui, in questo campo sterminato circondato da reticolati, in attesa di qualcosa. Forse, di sgretolarci e sparire in silenzio. In silenzio, miserabili! In silenzio, per non turbare le loro coscienze immacolate. In silenzio…
Ma io? Come hanno potuto pensare di fare una cosa simile a me? A me, che se non fossi stata tra quei palazzi alti, all’imboccatura di quel vicolo un po’ defilato, lontano dalla folla che passeggiava in centro, chissà cosa sarebbe successo, chissà se saremmo ancora qui a parlare. Io stavo lì, ricordo –ah, che tempi erano quelli!-, un giorno come gli altri. Le porte a soffietto erano socchiuse come sempre, i vetri passabilmente puliti, il librone appeso alla catenella con solo qualche pagina spiegazzata e strappata. Qualche scritta all’interno, le ricordo ancora, che belle, pura poesia … “Sophia, ogni buco una garanzia”; “558-7834: chiamami e mi chino come vuoi tu”; “Gesù ti ascolta: attento a come parli!” A un certo punto, un cliente. Alto, gli occhiali spessi, l’aria perbene. Un bel ragazzetto, direi – posso ben giudicare, ne ho visti così tanti entrare, parlare un po’ e uscire -, che entra di corsa e si chiude il soffietto alle spalle, toglie la giacca grigia, allenta la cravatta, inizia a slacciare la camicia… ne ho visti anche altri fare come lui, ma di solito uscivano nudi come bruchi e tornavano dopo qualche minuto, accompagnati da due poliziotti e dalle grida lontane delle signore a passeggio sui loro tacchetti che intonavano in coro “Maiale, maiale…” Il giovanotto no, lui era diverso. Sotto la camicia e i calzoni con le pinces e la riga ben stirata indossava una tuta attillata, blu con una scritta sul petto, una specie di paio di mutande rosse sopra la tuta – credevo si indossassero sotto, le mutande, ma magari mi sbaglio-, e non ho mai capito come facesse con quel lungo mantello rosso cucito alle spalle: mica aveva la gobba, sotto la giacca. Piegava velocemente i vestiti e li appoggiava sulla mia mensolina di legno (li ho sempre tenuti da conto, anche gli occhiali. Mai un graffietto), usciva veloce e si voltava un secondo, un solo istante a guardarmi. Le mie porte, quando mi guardava, si sigillavano ermeticamente, nessuno riusciva ad aprirle. Nessuno, solo lui, il giovanotto dall’aria a modo. Poi mi dava le spalle e, ve lo giuro su ciò che ho di più caro, sui cavi e la cornetta che ora penzola triste, sulla vetreria e sulle presse che mi hanno forgiata, sulla scritta bianca e blu che dominava i miei quattro lati, volava via. Letteralmente, volava. Più veloce di un piccione. Alzava un braccio, stringeva il pugno, un lieve piegamento di gambe e via in uno swooooooosh! Spostava perfino le cartacce per terra e una volta che aveva più fretta del solito, ha spostato anche tutte le cicche appiccicate sul marciapiede. Un vero portento, ve lo dico io!
Quante volte è tornato, quante volte insieme abbiamo raddrizzato i destini storti dell’umanità. Senza di me, dove si sarebbe cambiato? Ci ha mai pensato qualcuno, a quanto io, un’anonima cabina del telefono, sia stata importante? Certo che no, è ovvio, altrimenti non sarei qui in mezzo alle maniglie penzolanti dagli sportelli dei frigoriferi rotti, a bulloni senza più identità e a lavatrici sghembe con lo smalto tutto scrostato. Sarei esposta nel salone grande del Municipio, lucida e pulita, su un pavimento ricoperto di moquette rosso scuro, con cordoni di velluto legati a colonnine di ottone a delimitare il mio spazio. Io e le poesie scritte sui vetri. Non guardatemi con quelle manopole incredule, vi giuro che è tutto vero! Vecchi rottami arrugginiti e rimbambiti, vi dico che è vero! Tutta la città parlava dell’eroe volante con il mantello rosso e la forza di mille camion. Ma che dico, tutta la città? Ne parlava tutto il Paese, anzi, tutto il pianeta! Solo perché voi siete ignoranti, perché avete trascorso la vostra esistenza a lavare panni, a cuocere torte chiusi in cucina, o a scorrazzare i lattai senza curarvi di niente che non fosse il colore dei semafori, non significa che stia mentendo! Smettete di ridere, immediatamente! Si deve rispetto a chi ha contribuito alla vostra esistenza. Perché senza di me sareste stati disintegrati insieme al resto del Pianeta Terra! Voi non sapete, non avete idea dei rischi che avete corso! Malfidenti e malfidati … e tu, stupido uccello, non osare! Non ti permettere! Merda.
Lupe dai denti guasti
“Florentino Ariza doveva badare allora a troppe incombenze nello stesso tempo, ma non perse mai l’energia per incrementare le sue esperienze di cacciatore furtivo. Dopo l’esperienza erratica con la vedova di Nazaret, che gli aprì la via degli amori di strada, seguitò a cacciare le pollastre orfane della notte per diversi anni, sempre con l’illusione di trovare un sollievo al dolore per Firmina Daza. Ma poi non potè dire se la sua abitudine di fornicare senza speranza fosse una necessità della coscienza o un semplice vizio del corpo. Andava sempre meno all’albergo a ore, non solo perché i suoi interessi seguivano altri percorsi, ma anche perché non gli piaceva che lì lo vedessero preso da peripezie diverse da quelle tutte domestiche e caste che gli conoscevano.” Gabriel Garcia Marquez – L’amore ai tempi del colera
Mi chiamo Lupe, ho i denti guasti. Mi trovi al vicolo, quello che scende verso l’attracco delle navi che scivolano sul fiume. Dalla taverna il terzo, conta. Poi, se svolti e ti lasci inghiottire dal buco tra le case bianche e scrostate - con le porte coperte da tende pesanti da anni di sporco che si gonfiano a fatica al vento che soffia- e conti di nuovo fino a quattro, quattro porte, ecco: sei arrivato. Ci trovi me e mia madre, la vedova. Mio fratello no, lui si è perso su una di quelle navi: un giorno è partito e non è più tornato. Forse ora è nella foresta, forse lo ha mangiato un coccodrillo, forse è arrivato fino alla capitale e ha fatto fortuna. Non so, non mi importa. Un mango, una papaya, una banana, un poco di latte. Una bambola di pezza tutta sbrindellata, con i capelli di fili di lana mangiati dalle tarme. I pidocchi mordono e prude la testa, prude il corpo. Ho il petto che sembra una carcassa di mucca sbiancata dal vento, ma con le tette. Ehi, tu, signore che cammini rigido come una scopa, con il bastone dal pomolo d’argento e il colletto inamidato, tu che hai perfino le ghette, mi vuoi? Lo so che vai all’albergo a ore, quello dove la gente va a far finta di amarsi. Ti ho visto arrivare e andare via, ti ho visto spiare furtivo, non vado bene per te?
Una papaya, due monete, un panino fresco di forno. Mi accontento di poco, e per quel poco posso regalarti un momento di gioia selvaggia e vietata: vuoi? Un mango, solo uno. Anche mezzo, dai, signore dalla camicia che profuma di ferro da stiro, sto attenta, non ti sgualcisco. Dopo puoi andare al lavoro là, al porto, tutto soddisfatto per aver posseduto un angolo ossuto di paradiso. E io posso sedermi sul letto a mangiare il mio pane bianco, il mio mango, la papaya, come se fosse il pranzo della regina. Sperando che mamma non veda. A mamma piace quello che fa. Dice che è stato un signore che sembrava un prete con i coglioni stretti nella morsa di un falegname a farle scoprire quanto è bello essere una puttana, tanto tempo fa. Mamma, la vedova. Papà, non so chi è. Io sono figlia di mamma, ho un fratello sparito con l’ultimo sguardo alla poppa di una nave, i denti guasti e per un mango o una papaya puoi infilzarmi nei vicoli bui. Due stanze senza finestre né porte al piano terreno di una casa che forse una volta è stata nuova. Tira la tenda: io dormo lì per terra sul materasso insieme a Lupita, la bambola di pezza dai capelli di lana stopposi, sfilacciati e pieni di buchi. La stringo forte come se fosse la mia bambina, la cullo e la accarezzo, e le dico piano: “Queste cose tu non le farai mai, tu sarai una vera signora, non come la tua mamma”, poi canto una canzone del porto e ci addormentiamo per non sognare. Ho iniziato tanti anni fa, guardavo mamma da dietro la tenda. Lei in realtà mi mandava a giocare per strada quando portava un uomo a casa. Ma io facevo solo finta di uscire, rientravo e guardavo da uno dei tanti buchi nella tenda. Vedevo il volto di mamma cambiare, gli occhi si chiudevano stretti e sorrideva, sorride gridando ancora e ancora e sì, così… loro, gli uomini, non li guardavo mai. Erano tutti uguali, ma mamma invece sembrava tanto contenta. Un mattino mi ha scossa e mi ha detto “Sei quasi grande, trova un modo per portare qualcosa da mangiare a casa.” Avevo nove anni, credo. La prima volta ha fatto male poi, col tempo, solo schifo. Tanto schifo. Ho imparato a fare come mamma, a sembrare tanto contenta, però mi fa schifo. Ma non fa schifo anche conciare le pelli immersi fino alla vita nel piscio? Ora di anni ne ho quindici, credo. Non è che non so i numeri, io… è che non riesco a tenere tanto il conto del tempo che passa. Ieri ho mangiato una pera ed è passato Juan, quello che puzza ed è grasso, pieno di pustole in faccia. Non mi piace, ma è meglio che stare a bagno, a sguazzare nel piscio.
Due giorni fa invece è stata una buona giornata: il maestro e il garzone del lattaio, quello bello. Mi piace, è gentile, mi porta una brocca di latte quando viene, e non importa se mentre lo fa mi fa male. Mi porta il latte. Il giorno prima ancora non so, non ricordo… è tutto una nuvola bassa di facce e di corpi sudati che ansimano, di notti e di giorni. Capito perché dico che ho quindici anni, credo? Ogni giorno è sempre uguale all’altro, che senso ha contarli? Ci sono le piante e le piogge e il fiume, le estate di insetti e profumi e uccelli che cantano forte, c’è stata la guerra e anche l’epidemia: sono morti in tanti e bruciavano le carcasse tutte insieme, dicono. C’è tutto che cade e si scrosta: i calcinacci, le porte e i vetri sbrecciati, i capelli della mia bambola di pezza e i miei. I miei denti, tutti guasti. Sono entrata in chiesa, una volta, durante la messa grande. In mezzo a tutti i signori eleganti e leccati, vestiti a festa, ho visto l’uomo inamidato con il bastone e i baffi, quello che spia, che fissava una donna che sembrava una bambola di porcellana (le ho viste nelle vetrine del negozio in centro, non mi invento nulla, esistono davvero). La guardava con l’aria disperata di chi vuole quel fico, quello là, in cima all’albero. Il fico più bello, maturo e lucido di rugiada di tutti i fichi dall’inizio dei tempi. Così la guardava, ma si vedeva che non aveva trovato la scala. La guardava e non poteva avvicinarsi a quel fico, mentre l’uomo di fianco alla signora, elegante e secco, alto e con il viso sicuro, aveva trovato la scala e gli aveva soffiato il fico più dolce del mondo. Sono entrata in chiesa durante la messa grande e ho respirato l’incenso e i colori delle vetrate, ho ascoltato e bevuto le voci che si alzavano al cielo, pregavano e ringraziavano Dio per i doni che gli aveva concesso nella sua grazia e generosità. Mi sono chiesta: per cosa dovrei ringraziare Dio, io, Lupe dai denti guasti? Dovrei ringraziarlo di non essere nata conciatrice di pelli, forse. Ma è dura davvero ringraziare, quando si è me. Dovrei ringraziarlo per aver visto l’uomo impettito guardare in faccia la sua infelicità? No, non mi dà alcun piacere gioire perché c’è qualcuno che sta peggio di me. A me non piace fare la puttana, ma io sono saggia: non cerco alcun fico, io. Non credo nei fichi. Fermati un attimo, signore infelice, fermati e guardami: per una papaya matura faccio tutto quello che vuoi.
Caro fratello con la coda
Guardando Montmorency, immaginereste che fosse un angelo mandato in terra, per una ragione impenetrabile all’umanità, sotto la specie d’un piccolo fox-terrier. Par che Montmorency dica col suo aspetto: — Oh che malvagio mondo che è questo, e come vorrei farlo migliore e più nobile! — un’espressione da far spuntare le lacrime agli occhi di tutte le vecchie bigotte. Dal primo giorno che cominciò a vivere a mie spese, pensai che non sarei stato in grado di tenerlo per molto tempo. Solevo star seduto a considerarlo, mentre esso mi fissava dal tappeto, e mi dicevo: — Questo cane non camperà; sarà rapito nei lucenti cieli in una carretta. Ecco ciò che gli capiterà. Ma, dopo ch’ebbi pagato per una dozzina di pulcini da lui uccisi, e lo ebbi tratto fuori, digrignante e riottoso, per la pelle del collo, da un centinaio di mischie, ed ebbi veduto un gatto morto portato al mio esame da femmina irata, che mi diede dell’assassino; dopo che fui citato, per aver mandato in giro un cane feroce, da un vicino, che era rimasto confitto, per due ore di una rigida notte, nel bugigattolo dei suoi strumenti agricoli, temendo di avventurare il naso fuori dell’uscio, ed ebbi appreso che il giardiniere, a mia insaputa, s’era guadagnato una cinquantina di lire con l’addestrare Montmorency ad ammazzare topi in un tempo dato, allora cominciai a pensare che dopo tutto, lo avrebbero fatto rimanere in terra un po’ più a lungo. Jerome K. Jerome- Tre uomini in barca (per non parlar del cane)
Guardali un po’, e guardali bene. Tre umani con le ghette e le pance tutte a posto; tre umani con il banjo, le padelle e i remi in mano; tre buffi bipedi carichi di oggettini tintinnanti e rumorosi. Osservali con attenzione, fratello con la coda. Osservali e, se non riesci a ridere delle pose, i grugniti, le suppellettili inutili che si trascinano appresso, dei latrati stonati e del modo bizzarro che hanno di coprire quel buffo corpo glabro con strati di tessuti, avvolgendo piedi, gambe, busto, mani e perfino le teste – unico punto dove possiedono un po’ di pelo decente- … beh, se riesci a star lì seduto sulla soglia delle loro grandi cucce e a non rotolarti dalle risate, allora mi complimento con te. Anzi, no, mi spiace tanto per te: perdi innumerevoli occasioni di divertimento sfrenato e senza sforzo alcuno. Creature strane, gli umani. Sono dolci, in fondo, e personalmente mi piacciono molto. Mi piacciono così tanto che li porto quasi sempre con me.
Qualche inevitabile difetto c’è: la tolleranza intollerabile per i gatti che manifestano regalando loro aringhe e carezze, ad esempio. Il mio umano, poi, ogni tanto mi tira dei sassi senza ragione. Se vedo un topo, lo uccido. Punto. Se vedo un pulcino, idem. Punto. Se vedo un gatto, lo massacro senza pietà, è un gatto. Punto. Perché cercare di centrarmi con una pietra ringhiando come se gli avessero pizzicato la coda in una porta? Che ragione c’è? I sassi non si tirano. I sassi sono belli, li lasci lì a terra così quando passo alzo la gamba e li annaffio come tu annaffi le petunie. Tutto chiaro, bipede? Bisogna educarli, fratello con la coda. Educarli per bene, con severità e giustizia. Occorre protestare e far sentire la propria voce ogni singola volta che sgarrano perché, seppur così carini e premurosi, tendono a prenderci la mano e pensare che le tue quattro zampe debbano fare quel che vogliono loro. Cioè, io poi alla fine glielo faccio anche credere, al mio bipede. Mi piace vederlo tutto contento quando mi siedo a comando, o gli appoggio un bastoncino insulso e pieno di bava davanti ai piedi. Lui sorride e fa dei versi strani. Poi mi riempie il piatto di carne arrosto e io non sono certo così matto da rinunciare. Mi appoggio quando dice “seduto”, mi godo i grattini dietro le orecchie, ho un cuscino morbido sul quale dormire e vado a spasso al suo fianco impettito e orgoglioso. A meno che non veda un topo o un gatto. In quel caso, non c’è avanzo di stufato che tenga. Ho una missione da compiere e nessuno, nemmeno un umano con una ciotola piena può intromettersi. Umano, il mio umano… mi accoccolo la sera e lo guardo, aspetto che allunghi una mano e mi accarezzi piano, mi ribalto sulla schiena e lascio che mi gratti la pancia. Il mio umano… sento quando è allegro o quando qualcosa non va: non se ne rende conto ma gli vibra l’aria intorno, e io lo vedo. Lui, no. Il mio umano… le sue fissazioni e i suoi sassi, gli strilli che lui chiama canto, e gli strilli che rivolge a me quando sono io a cantare nelle notti di luna, in coro insieme agli altri fratelli con la coda sparsi per le strade e le grandi cucce. Non credo che apprezzi, ma tant’è: lo supplico di smettere quando canta lui, e lui persevera. Mi supplica di smettere quando canto io, con la voce e le ciabatte, e io persevero: questa è giustizia. Il mio umano, le sue cose, le sue fissazioni e i suoi tic. Il mio umano che crede di essere misterioso e complicato, che si circonda di cose dall’aspetto strano, che brucia e taglia invece di mordere e leccare. Il mio umano con due zampe lunghe che possono prendere i sassi e lanciarmeli addosso o grattarmi la pancia.
Il mio umano. Si vede lontano un miglio che pensa di essere così complicato, annodato nella sua evoluzione. Eppure, è talmente scemo che è convinto che non potrò mai capirlo. Se mai ce ne fosse stato bisogno, caro fratello con la coda, è la dimostrazione cristallina e lampante di quanto in fondo il mio umano, come qualsiasi altro umano, ancorché adorabile, non abbia mai capito niente su come va il mondo.
Deus meus, ex toto corde pænitet me ominium meorum peccatorum…
Perdonatemi, Signore, perché ho peccato. Perdonatemi, Padre Celeste, per aver ascoltato quello che non avrei dovuto ascoltare, per aver visto quello che non avrei dovuto vedere, per aver saputo quello che non avrei dovuto sapere, per aver detto quello che avrei dovuto tacere. Deus meus, ex toto corde pænitet me ominium meorum peccatorum… Perdonatemi, Signore perché ho peccato nel profondo del cuore, così impuro e imperfetto, camminando nel corridoio buio di una notte, quando avrei dovuto essere nella cella tra il sogno e la preghiera. Accogliete la mia supplica, o Signore, abbiate pietà della Vostra umile figlia e serva. Abbiate pietà della mia vanità e della curiosità sguattera che fece fermare i miei passi in una sciagurata notte senza data. Vi prego, perdonate queste orecchie che colsero dietro la porta gemiti e parole di lussuria. Perdonatele perché mi indussero ad arrestare i miei passi, in silenzio. Invece di correre nella mia cella e pregare affinché Voi, nella Vostra immensa Misericordia, faceste cessare il peccato punendo gli empi, mandandoli ad ardere in eterno tra le fiamme che lacerano le carni senza posa e tregua, senza pace e sollievo, in quell’eterno dolore che Voi - Voi! Padre Celeste- offrite nella Vostra immensità a coloro che rifiutano la Vostra dolcezza, la grazia, l’Amore infinito dello Spirito Santo, fino al Giorno del Giudizio Universale e anche oltre… anziché correre a supplicarVi di far cessare l’ abominio di lussuria, di estasi e grida, io mi fermai. La fessura tra le assi della porta della cella … Dio Mio, Padre Santo, guardai, e ciò che vidi mi riempì l’anima e gli occhi di calore. Dentro. I corpi senza vesti , uniti e lascivi. Corrotti e bellissimi, sotto l’effigie di Nostro Signore morente per mondare i peccati dell’Umanità. Il calore mi saliva da dentro, il peccato e il rossore. È sbagliato Mio Dio, è sporco e sbagliato! Strappatemi le membra con il cilicio e la preghiera, flagellatemi il corpo, rendetemi la purezza perduta, Mio Dio! Voi in persona, scendete dall’alto dei cieli fino al buio di questa cella fredda e punitemi, io Vi supplico. Perché se non lo farete, allora il peccato sarà entrato in me come scabbia, e il serpente avrà vinto.
… eaque detestor, quia peccando, non solum pœnas a te iuste statutas promeritus sum… Rimasi immobile. Senza respiro. Complice. Li guardai senza sbattere le palpebre. Ma io non sapevo, Signore, non sapevo nulla, Vi giuro su ciò che ho di più caro, lo giuro su Voi! Come avrei potuto sapere io, nata per essere Vostra sposa eterna nella purezza dell’Amore celeste? Come? Qualcuno mi dica come avrei potuto sapere, resistere all’incanto della carnalità santa e blasfema, a quei volti trasfigurati dall’estasi proprio come i Santi quando contemplano il Vostro Sacro volto? Non era come quando ho osservato gli accoppiamenti tra i cani randagi o tra il verro e la scrofa. Era diverso, lurido e sacro al contempo. E tornai alla fine nella mia cella a pregare con le mani e i pensieri, implorando e piangendo, trionfante. Perdonatemi, Signore, perché ho peccato. …Sed præsertim quia offendi te, summum bonum, ac dignitum qui super omina diligaris… Il seme… Il seme della corruzione era affondato profondo in me, mio Signore. Un parassita, gramigna che infesta i prati fecondi e li uccide, soffocando i frutti con le sterpaglie inutili e sterili. Non ho resistito alla tentazione della vendetta, al potere della conoscenza. Mi avete sottoposta a una prova, Signore, Mio Amato, e ho fallito. Mi trattò male, fu cosa futile, cosa da nulla. Avrei dovuto dimenticare e perdonare, non ergermi a giudice e minacciare. Non avrei dovuto, Signore, lo so. Ho peccato di arroganza e lussuria. Ma non è colpa mia, Padre, non lo è. Aiutatemi, aiutatemi Voi, Vi supplico, a non peccare più. Ideo firmiter propono, adiuvante gratia tua, de cetero me non peccaturum peccandique occasiones proximas fugiturum. Padre Nostro, non ci sarà, una prossima volta. Amen
Aspettatemi, arrivo VLADIMIRO Allora che si fa ? ESTRAGONE Non facciamo niente. È più prudente. VLADIMIRO Sentiamo prima cosa ci dirà. ESTRAGONE Ch i? VLADIMIRO Godot. ESTRAGONE Giusto. VLADIMIRO Aspettiamo di sapere come stanno le cose. ESTRAGONE D'altra parte, sarebbe forse meglio battere il ferro mentre è caldo. VLADIMIRO Sono curioso di sapere che cosa ci dirà . In ogni modo, mica l'abbiamo sposato. ESTRAGONE Cos'è più che gli abbiamo chiesto esattamente? VLADIMIRO Ma non c'eri anche tu? ESTRAGONE Non stavo attento. VLADIMIRO Be'… ecco… niente di preciso. ESTRAGONE Una specie di preghiera. VLADIMIRO Ecco . ESTRAGONE Una vaga supplica. VLADIMIRO Press'a poco. ESTRAGONE E lui, che cosa ha risposto? VLADIMIRO Che si sarebbe visto. ESTRAGONE Che non poteva promettere nulla. VLADIMIRO Che doveva pensarci su. ESTRAGONE
A mente riposata.
VLADIMIRO Consultarsi con la famiglia. ESTRAGONE Coi suoi amici. VLADIMIRO I suoi agenti. ESTRAGONE I suoi corrispondenti. VLADIMIRO I suoi registri. ESTRAGONE Il suo conto in banca. VLADIMIRO Prima di pronunziarsi.
ESTRAGONE È naturale. VLADIMIRO Vero? ESTRAGONE A me pare. VLADIMIRO Anche a me.
Samuel Beckett – Aspettando Godot- Atto I
Vado. Adesso tiro su i calzoni e vado. Vado e vengo. Vado. Ma prima, un caffè, sì. Con lo zucchero. Un cucchiaino, raso. Ho fatto la rima. Sono più scemo di prima.
Ha. Ha ha. Ha. Devo andare, dai, non mi tenete per i calzoni. Se vado, poi li vedo, sono andati, partiti, aspettano me. Perché? Adesso vado, gli spiego che non posso, e nemmeno so cosa non posso fare. O non posso non fare. O posso fare. In ogni caso, vado, poi vedo.
Sono miope, che vuoi che veda? Niente, non vedo niente, quindi a che serve che vada? Sto. No, dai, vado. Si che vado, ecco, ora mi tiro su i calzoni e metto il gilet. Adesso vado, sì. Forse. Ancora un attimo, un momento, un istante, il tempo di un tè. Un caffè. Un pisolo lungo e rumoreggiante, che ho sonno.
Mi stendo, e rumoreggio. Come una camicia, un lenzuolo, un calzino: steso. Ma, mi domando: se il calzino è steso, sta verticale. Se sto steso io, sto orizzontale. Non c’è alcun senso, non c’è costrutto. Potrei fare la rima, ma è meglio di no. Che più scemo di prima non si può.
Ha. Ha ha. Ha.
Vladimiro ed Estragone chi? Sotto un salice, certo, ma chi? E che? Aspetta un momento. Mi hanno chiesto una cosa, già già. Cosa? Ma boh, bah, beh, che ne so? Meglio sapere e capire o non sapere e non capire, mi domando? Meglio non sapere e capire. Meglio non capire e sapere. Meglio un panino. Ma grande. Un panino grande è un non senso. Un panone. Meglio un panone. Con il cacio. E il maccheroni sotto il cacio, che vanno bene con tutto. Anche sul panone.
Ha. Ha ha. Ha.
Hai mai visto due con quei nomi che aspettano da qualche parte un tizio che deve dare una risposta ma che non conosce la domanda?
Che ci vado a fare? Mi avvio. Per Dio, mi avvio. Ho consultato la famiglia, gli amici, i parenti, i corrispondenti, i registri, il conto e la banca. Stanno tutti bene, vi salutano tanto, auguri e buone cose, anche a te e famiglia, grazie, è stato bello, teniamoci in contatto. Ciao. Ciao.
Basta, mi avvio. Sotto il salice, dietro la collina. Sono allergico ai salici. Ricordati l’inalatore, l’anstistaminico, il collirio, il fazzoletto, i cerotti e le garze, il chinino, il curaro e il laccio emostatico. Sono previdente, salutavo sempre. Ciao. Apro la porta e cerco un salice, una collina, due tizi dai nomi strani che mi hanno chiesto qualcosa che non ricordo. Ma mi sono consultato e stanno tutti bene, mandate una cartolina e telefonate appena arrivate, se no mi preoccupo. Di cosa? Boh. Di cosa ci si preoccupa quando uno dice chiamami se no mi preoccupo? Mi preoccupo se non mi chiami, allora sì che penso che sei morto, ferito, raffreddato, a mangiare un pudding alle mele con la crema. Se mi chiami allora perché mi devo preoccupare? Dammi quella bottiglia che con tutto questo pensare ho la bocca secca. Ma non ho detto una parola. E allora? Ho le fauci secche perché sono allergico ai salici, che domande. Domande. Mi hanno fatto una domanda, ma quale? Se non la ricordo, non era importante. Se non era importante, perché devo andare a starnutire sotto quel salice che mi fa starnutire? Ecciù. Salute. Grazie.
Mi sta gonfiando il naso, diventa rosso come un papavero in mezzo a un campo di grano. Dannato salice. Sono allergico ai salici. Ma non ci sono salici, qui. Sono lĂ , sopra quei due che aspettano. Magari gli mando qualcuno a dirgli che arrivo, prima o poi arrivo. Ma ora no. Ora faccio il calzino: mi stendo. Tanto , giĂ puzzo, sono a posto. Ha. Ha ha. Ha.
Chiamami Fungo “L’esame dello scheletro procedette praticamente senza intoppi. A parte il tedio di tagliare e staccare il tessuto, rievocava in qualche modo l’analisi dello sconosciuto di Deewes. La colonna vertebrale fu la parte più difficile da smembrare. Mentre era a bagno, cominciai con le ossa meno tenacemente imprigionate nella carne. La forma del cranio e del bacino indicavano che la vittima era di sesso maschile. Gli indicatori relativi a denti, coste e sinfisi pubica suggerivano un’età compresa tra i trentacinque e i cinquant’anni. La struttura cranica e facciale stabiliva che i suoi antenati erano europei. Un altro maschio bianco sulla quarantina.” Cathy Reichs, Carne e ossa Dunque: dopo tanto penare, dopo tanto soffrire, dopo tutti i rimescolii, i masticamenti, gli zampettamenti sparsi, i tramestii finalmente ero in pace, tranquillo. Scoperto e svestito, libero da tutto quello che mi soffocava, copriva, nascondeva fin da quando sono venuto al mondo: una corazza spessa di carne, tendini e muscoli, strati di grasso e pelle e peli, finalmente (beh, sì, insomma, mica è stato piacevole, tutto il processo) stavo, senza alcuna pretesa. Da quando è successo il fatto, qui è passato di tutto: cani randagi, procioni, corvi, mosche, scarafaggi, bestiacce di cui neanche conosco il nome. Ciascuno di loro si è portato via un pezzo di me, piccolo o grande che fosse. Se lo sono preso senza chiedere permesso, come in una tavola calda a self service in cui sono finiti i vassoi: ehi, ragazzi, c’è un arrosto intero laggiù! Vai e strappa, prendi quanto ne vuoi, è un grosso all you can eat, ed è gratis! Fiesta! La mia storia, da un certo punto in poi, è esattamente uguale a miliardi di altre storie, uguale alla storia di qualsiasi essere vivente abbia calpestato la terra. Tutto sommato, anche prima del poi di quel punto in poi. Il tonfo, la caduta e il colpo. Zot. Quell’attimo in cui tutto si ferma e tutto comincia. Che cosa ho provato? Niente di niente. Solo, forse, una sensazione
di
stasi,
di
vuoto,
non
scorreva
più
nulla,
dentro
C’è voluto un po’ perché arrivassero a me. Ore, giorni, mesi? Che importa il tempo?
era
tutto
immobile.
Naaa, non lo dico perché all’improvviso mi sono scoperto filosofo. Lo dico solo perché, se ci si pensa per bene, non ho mai avuto una consapevolezza piena del tempo che passa. L’io che sono ora non è l’io che ero quando sono nato. Le mie cellule sono cambiate miliardi di volte. Di originale c’è solo la forma. C’era, solo la forma. Ora sono un po’ rosicchiato, sbianchito, verdognolo, vaso per muffe e piedistallo per foglie e terriccio. Toh, da qualche parte è spuntato un fungo: carino, vero? Bianchiccio e profumato di muschio. Non ho olfatto, che voglio saperne? Non ho occhi, né orecchie, a me cosa importa? Sto qui, sotto uno strato di terra e di frasche e sto. Finalmente. Non mi muovo se non c’è qualcuno che mi sposta, se non c’è una piccola frana, o una pioggia forte abbastanza da lavare via il terriccio da sotto e farmi scivolare da qualche parte, più in là. Di cosa? Non so, boh, importa poi così tanto? A me, no. Mi sento un po’ solo. Gli altri, credo siano sparsi qua intorno, ma ormai non ne sfioro più nessuno. Eravamo 206: una bella combriccola, tra lunghi, larghi, corti o piccoli piccoli. Tutti ordinati e sincronizzati, facevamo un lavorone. Poi un colpo, il riposo e la stasi. Ah, che pace, che tranquillità, che sollievo non doversi più alzare e sostenere tutti quei pesi, e su e giù, e muoviti e sta fermo, seduto! In piedi! Di qua! Di là! Così, per anni, giorno dopo giorno. Ora godiamoci il vuoto e il silenzio, il solletico dei dentini dei topi che rosicchiano e ci dissolvono lentamente nelle loro viscere, mi dico. Abbiamo fatto tutto quello che dovevamo, adesso è arrivato il momento del basta, del niente. Io, personalmente, non mi lamento. Sto, vegeto, e non vorrei fare altro che questo: è così rilassante. Quindi, adesso, gradirei che la smettessi. Rimettimi dove stavo, per cortesia. Toglimi quelle manacce di dosso. Allora, mi ascolti? Vorrei davvero, con tutto il cuore, che mi levassi da questo sacchetto di plastica, non mi piace. Voglio il mio fungo, eravamo felici io e il mio fungo, e tu lo hai ucciso! Uno non può stare tranquillo a riposare in un bosco che arrivi tu, e i cani, e altra gente, ti porti rumori molesti e fastidio, gli scalpiccii e le grida, e poi hai iniziato a setacciare, smuovere e scavare, a darci dentro di cazzuola e spazzolini da denti.
Non voglio essere portato via, lavato, bollito, affettato e messo sotto un microscopio, porca miseria, lo capisci? Voglio tornare sotto le mie foglie, ti prego! Questo coso su cui mi hai appoggiato è freddo ed è duro, non mi piace per niente. Toh, guarda chi c’è: ciao, da quanto tempo! Anche a te hanno levato un fungo di dosso così in malo modo, senza rispetto? Ah, no? Già, tu eri sotto qualche spanna di terra, come avresti potuto avere il tuo fungo? E com’è andata? Bene, sì? Oh, sono proprio contento, mi siete mancati. Ci siamo tutti? Come sarebbe, non hanno trovato due falangette, sei denti e mezza mandibola? Nooo, che dispiacere. Secondo te, ora che succede? Ci riporteranno a casa? Devo ritrovare il mio fungo, chissà come sta. No, mi oppongo. Nel pentolone non ci vado. Nemmeno sotto la sega, fa un rumore antipatico. Bzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz… Ficcaci le tue, di dita, sotto quel coso che fa bzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz! E lascia stare i miei amici, fratelli, parenti, insomma. Lascia in pace anche loro! Levati di torno! Lasciaci. In. Pace.
Quello che è stato, è stato. Frega niente che ti chiami dottoressa comesichiama, frega proprio niente di niente. Hai la voce antipatica: “Microfrattura in corrispondenza della C6”. Io non mi chiamo C6, non ho un nome e, se mai ne avessi uno, vorrei chiamarmi come il mio amico. Fungo. Chiamami Fungo. Microfrattura in corrispondenza di Fungo, non è più carino, intimo, amichevole? È simpatico, strappa un sorriso tenero. Altro che C6.
Chiamati tu C6, se proprio ti piace. È impersonale. Neanche mi ricordo come mi hanno micro fratturato, che vuoi che importi? Lo fai per i parenti, dici? Lo fai per ristabilire la Verità? Perché ho bisogno di avere un nome? Io ce l’ho un nome, ho detto: Fungo! I parenti di chi, di che? I miei parenti sono lì, su quel tavolone d’acciaio freddo e liscio e si lamentano come mi sto lagnando io mentre tu li lessi, li seghi e li polverizzi. Ti pare comportamento da persona a modo? Ti
sembra bello, quello che hai fatto, tirarci via di forza da dove finalmente potevamo star fermi invece di faticare in continuazione? Vuoi che importi a qualcuno, della Verità? Lascia che te lo dica, a me non interessa e, se non interessa a me, a noi che siamo qui, ora, stesi su un tavolaccio scomodo, annaffiati di acqua fredda, allora non è importante, boriosa! Già che ci siamo: puoi almeno farci il bagno nell’acqua tiepida, dopo tutta la pioggia gelata che ci siamo presi, sarebbe un gesto gentile. O è chiedere troppo a Sua Signoria? Prima non è stato bello, e neanche tanto il durante, se ci ripenso. Dopo tutto quello che avevamo passato, finalmente stavamo bene, davvero. Eravamo in pace, finché non sei arrivata tu, con tutta quella gente e il setaccio e la cazzuola e i sacchetti di plastica.
Mi hai portato via Fungo!
Ed io mi lamento, ecco. Mi lamento perché non posso far nient’altro, perché non ho voce né orecchie né bocca (stavano da un’altra parte, e adesso non ci sono nemmeno più, poveretti. Mangiati, dissolti, marciti. Magari qualcuno di loro è diventato Fungo. Ecco perché mi sembrava di conoscerlo da sempre, ma guarda te com’è piccolo il mondo!), mentre tu ti riempi la bocca con la tua Giustizia. Bello, un bel pretesto per venire a rompere le scatole a noi, povere vecchie ossa mangiate e digerite, che non abbiamo chiesto né di nascere, né di morire, né di finire in un bosco. Ma è successo. Ora, per cortesia, Dottoressa, lasciaci vegetare in pace, concludere il nostro ciclo - che poi sarà anche il tuo.
Riportaci nel bosco, ricoprici di foglie, cerca Fungo e rimettilo lì, dove stava, vicino a me. Non facevamo grandi discorsi, di cosa vuoi parlare con un fungo? Ma era bello lo stesso. Lascia stare la Verità, i parenti e compagnia cantante. Siediti sotto la quercia, accanto a me e a Fungo e ascolta, se vuoi. Ascolta la musica bella del nulla. Poi tornatene a casa. E salutami la tua C6.
1+1
Ci trovammo il giorno successivo, come d'accordo, e andammo a vedere l'appartamento al n. 221 B di Baker Street. C’erano due comode camere da letto e un unico ampio salotto che prendeva luce e aria da due finestroni. L'arredamento era festoso. Insomma, le stanze erano tanto attraenti e il prezzo, diviso in due, risultava così conveniente, che l'affare fu concluso senza indugio e noi prendemmo subito possesso dell'alloggio. Quella sera stessa vi trasferii le cose mie, dall'albergo in Baker Street, e la mattina seguente Sherlock Holmes mi raggiunse con varie casse e valigie. Per un paio di giorni, fummo occupati a disfare i bagagli e a sistemare nel modo migliore i nostri effetti. Dopo di che, cominciammo ad acclimatarci nel nuovo ambiente a poco a poco. Sembrava proprio che non fosse difficile coabitare con Holmes. Aveva abitudini tranquille e regolari. Di rado restava alzato oltre le dieci di sera, e invariabilmente aveva già fatto colazione ed era uscito quando io m'alzavo, al mattino. Qualche volta, passava la giornata al laboratorio di chimica; altre volte, se ne stava in sala anatomica dalla mattina alla sera, e, di tanto in tanto, faceva lunghissime passeggiate, specialmente nei quartieri più malfamati della città Sir Arthur Conan Doyle- Un racconto in rosso
Prendimi per mano e portami in un posto che conosci solo tu. Un posto che diventi nostro, solo nostro anche tra mille persone. Un posto che sia nostro perché, così, lo vediamo solo noi. Prendimi per mano e dimentica tutto. Dimentica chi sei, dimentica chi sono, dimentica il violino e i giornali e il camino, il fumo pesante della pipa e la ragione. Dimentica tutto e ricorda me. Solo me, e noi, e quel nuovo cielo, un cielo nuovo di zecca, mai visto prima e che nessun altro vedrà oltre a noi, che potrà essere blu oppure verde smeraldo, o rosso come la divisa delle guardie di Buckingham Palace. Potrà essere del colore che vuoi. Invece no, Signore. Non ti è dato, non ci è permesso, e poi, in ogni caso… Pochi scellini, lavoro silenziosa e poi via, sparisco nelle vie strette, tra gli odori di Londra. Due pomeriggi a settimana. Dormi, Signore stordito dal fumo e dall’enormità dei pensieri, dagli incubi che certo ballano un sabba intorno al tuo cuscino, la notte. Lo so perché rassetto le coltri del tuo letto e le trovo ancora stazzonate e bagnate del sudore dei sogni, dopo così tante ore dal tuo risveglio.
Come aspetto i miei due pomeriggi, Signore, nemmeno questo tu lo sai, non riesci proprio a dedurlo, vero? Aspetto paziente che venga il mio tempo. Ecco, lo vedi che la tua ragione non spiega tutto? Come fa a spiegare i respiri affannosi e il rossore, come fa a capire, la tua logica, perché la gola si inciampa, la lingua si ferma e riprende come un cane che scarta correndo in un prato? Abbassa gli occhi velati su chi ti sta davanti in ginocchio, e osserva. Per una volta in vita tua, osserva davvero, spegni il cervello e osserva chi ti sistema le ghette per mezzo scellino. No, Dio del cielo, meglio di no. Non guardare, non mi guardare. Non soffermarti sulle toppe già lise che coprono gli strappi della mia gonna acquistata già vecchia. Mi vergogno tanto di quella che sono, delle guance cascanti e delle scarpe rotte. Mi vergogno della pelle screpolata e dei miei occhi cerchiati di bruno. Eppure, fallo, invece. Guarda. Capisci. Spegni il cervello e comprendi, ti prego. Lascia che ancora ti lucidi le ghette, ma capisci. Non posso aspirare, sperare, osare, non posso di certo. Ma posso almeno desiderare che tu comprenda davvero, Signore? Quando, chinata sul camino, spazzola e secchio e paletta tra le mani nere di fuliggine e calli, ti ascolto parlare di ragione e di “consequenzialità”, e di “osservazione attenta” beh… Osservi tutto così attentamente che non vedi me, Signore. Il tozzo di pane secco, ammuffito e silenzioso che mette ordine nel caos che tu crei, senza esser visto. Che prova a dare una parvenza di calore al freddo della ragione che ti circonda. E tu non vedi. È triste, lo sai? Tutti dovrebbero vedere, specialmente tu, eppure sei cieco. Ci sono i signori, i grandi signori, le Autorità che arrivano, ti rendono omaggio, bussano e camminano piano per disturbare con grazia le tue riflessioni al fumo di papavero, chiedono ossequiosi se la mente eccelsa può destarsi un momento per risolvere i loro gravi problemi o le ambasce feroci del male, ti lodano e si sperticano in ringraziamenti per il solo privilegio di essere al tuo cospetto. Ti desti dall’esilio in cui ti sei confinato, osservi, deduci e risolvi. Applausi, inchino, violino, poltrona, nebbia dentro il salottino e anche fuori, ritorno al letargo fiorito e multicolore della fuga.
Signore, 1+1=2 è una prigione dalle pareti nude e fredde, se non sai guardare oltre. Tra le mura spesse delle logiche deduzioni, vivi negando. Ciò che non si spiega, non esiste. Ciò che non accetti, non esiste. Perché 1+1=2, e questa è la tua unica, immutabile verità. E allora, come spieghi i palpiti e gli impeti ciechi? Come spieghi la speranza e il tremito? Come spieghi la vergogna e la bellezza senza motivo? Sì, Signore, certamente, porto via il posacenere pieno, ha ragione, mi ero incantata un attimo. E non mancherò di portare su un secchio di legna nuova e secca per il camino, non si preoccupi. Lo so, sì Signore, lo so, la stavo guardando, ma non è che proprio fissavo lei, non volevo mancarle di rispetto, mi creda. Abbasso lo sguardo, Signore, non si preoccupi, lei non ha nulla di strano, nulla che non vada. Mi ignori come fa sempre, Signore. Io non esisto. Vedi? Non esisto. Un’ombra sciatta e piena di toppe e di calli. Portami via, in un posto che invento per te, e guardami per una volta. Oltre le toppe, oltre l’1+1 che può fare 3, o ventimila nel cielo che possiamo inventare io e te, se lo vuoi. Ma non lo vuoi, Signore. Se 1+1 non fa due, se non è logico, allora per te non esiste. Se non si incastra alla perfezione, non è. Spazzo il pavimento, lavo piatti e tazze, pulisco il camino. Esco sporca e impregnata di te e di polvere, nascondo le tue camicie in borsetta quando i polsini sono lisi e la sera, senza dirti nulla o chiederti un penny, le rassetto e le faccio tornare nuove. Quando ritorno le ripongo nel cassetto, pulite e aggiustate. Tu non te ne accorgi, Signore, non devi accorgertene, perché questa è la cura. Non te ne accorgi perché non c’è logica nella cura senza interesse, dunque non esiste, semplicemente. Rimetto a posto ancora la scrivania poi vado, Signor Holmes, va bene? Ho capito, mi perdoni, ha ragione, Signore: mi levo immediatamente di torno. Buonasera.
La dura vita del giudice
Ma il giudice istruttore non se ne curava, sedeva ben comodo su una poltrona e, dopo aver detto un'ultima parola all'uomo dietro di lui, afferrò un libretto per appunti, l'unico oggetto sul suo tavolo. Aveva l'aria di un vecchio quaderno di scuola, tutto sformato dal lungo uso. «Dunque», disse il giudice istruttore sfogliando il quaderno e volgendosi a K. con il tono di chi fa un'asserzione. «Lei è imbianchino?». «No», disse K., «sono primo procuratore di una grande banca». A questa risposta, dall'ala destra in basso venne una risata così di cuore che K. dovette ridere anche lui. Franz Kafka, Il processo
Risulta forse qualcosa di più gradevole dello stare qui seduto, tra le mie cose, i miei fogli e le mie penne, protetto e sicuro qui, in alto, così comodo e al caldo? Forse, azzardo e ipotizzo, quel rassicurante gesto quotidiano così legato alla minuscola vanità di un uomo quale può essere l’impomatarsi i baffi. Confesso. Mi procura un brivido, un sottile piacere, la mattina, intingere le dita nel barattolo ed estrarle così, piene di cera, voluttuosamente scivolosa e profumata. Accostarla al viso con gesto elegante e lentamente, con precisione, modellare la scultura che sorge imponente
tra il labbro e il naso:
due grandi onde
simmetriche di un mare in tempesta, scure e cristallizzate da un involucro di cera per baffi . Poi metto il cappotto e vado, grigio tra le strade grigie, ma con un gran bel paio di baffi. Passo attraverso il portone imponente, salgo le scale. Corridoi, porte, scale. Porte, scale, corridoi. Terza porta, destra. Quindici passi brevi, apro una porta e appendo il cappotto. Chiudo la porta, mi accomodo. Tra le mie cose, i miei fogli e le mie penne, protetto e sicuro, così comodo e al caldo. È tutto scritto con ordine sulle pagine del mio quadernetto, fitto fittso: A, B, C, D… Si inizia sempre da A, come Apro la pagina e scorro veloce la pagina. Ha resistito all’arresto. Motivo dell’arresto: nd. Non disponibile. Non mi riguarda. Chissà a chi riguarda, il motivo dell’arresto.
Mi importa? No. A, molto bene, lei è colpevole? No Vostro Onore. Certo, A, certo, dicono tutti così. Ovviamente, anche lei. Buongiorno, A, richiedo un supplemento di indagine. Torni la prossima settimana, mercoledì, alla stessa ora. Il prossimo. B, come Bene, questo che ha fatto? Ah, truffa. Chi ha truffato? Come? Nd. Non disponibile. Non mi interessa, chissà a chi interessa? B, molto bene, lei è colpevole? No, vostro onore. Certo, B, certo, dicono tutti così. Ovviamente, anche lei. A D, come Dovrei forse anche leggere tutti gli incartamenti? sono già stanco. Arrivano davanti a me con il cappello in mano e l’aria smarrita. Mandato di comparizione, perché siete qui? D, come delinquenti. Se non foste delinquenti non sareste qui, reggendo il cappello con aria smarrita, qui innanzi a me nella stanza grigia tra altre stanze grigie disposte ai due lati del corridoio del mio piano del palazzo del tribunale. Non c’è acrimonia, solo constatazione della realtà. Al Signor G, non ci vedo già più dalla noia. Devo arrivare alla Z entro fine giornata: ascoltare, decidere, deliberare, rinviare, rimandare… Ogni tanto, però, mi sfioro i baffi e, con rinnovato vigore, riprendo a espletare la mia funzione. La Signora I, come” Insomma, signora, di cosa è accusata? Dica, Signora mia, dica pure, in tutta libertà” “Non lo so” “E se non lo sa lei, benedetta figliola, vuole che lo sappia io? “
Ladra? Assassina? Adultera? Truffatrice? Approfittatrice? Si informi, Signora mia, si informi e torni qui, una settimana da adesso. Stessa stanza, stessa ora, stessa solfa. Sono le sedici, io ho finito. Chiudo il mio quadernino, su ciascuna pagina, per ciascuna lettera, ho già scritto due righe: una settimana da ora, stesso giorno, stessa ora. Domani, rivedrò quelli di sette giorni fa, che erano gli stessi di quattordici giorni fa, che erano quelli di ventuno giorni fa, che erano gli imputati di ventotto giorni fa… Non ho tempo di leggere le accuse, solo una breve scorsa. Se è scritto sulle prime righe del primo foglio, bene. Altrimenti, regalo loro del tempo per capire perché devono presentarsi qui, davanti a me. Non lo capiscono mai. Io ho altro da fare. Devo impomatarmi i baffi.
Va tutto bene, Maggiore
For here Am I sitting in a tin can Far above the world Planet Earth is blue And there's nothing I can do Though I'm past one hundred thousand miles I'm feeling very still And I think my spaceship knows which way to go Tell my wife I love her very much she knows Ground Control to Major Tom Your circuit's dead, there's something wrong Can you hear me, Major Tom? Can you hear me, Major Tom? Can you hear me, Major Tom? Can you "Here am I floating 'round my tin can Far above the moon Planet Earth is blue And there's nothing I can do David Bowie – Space Oddity
Va tutto bene, tutto bene, tutto bene. Pulsanti e interruttori sono a posto. Le luci che devono lampeggiare, lampeggiano. Va tutto bene, tutto bene.
Va tutto bene, tutto bene.
3…2…1…decollo… va tutto bene, tutto bene, Thomas. Tutto bene, ho il controllo, le luci lampeggiano e ti sento, forte e chiaro.
Ti ho perso un attimo ma era previsto, solo quei pochi istanti eterni di bbbzzzzzzzzzzzzz e disturbi, è normale. Ora sono di nuovo con te, Thomas, sono lì con te, anche se tu stai volando e io sono qui, saldo a terra, davanti a interruttori e pulsanti e schermi. Sono lì, sono la voce che suona nella cuffia. Nemmeno mi domando come sia possibile, anche se in realtà lo so bene, ho studiato tanto per capire un momento come questo,e poi zac: non ricordo più nulla, non importa. Ora non lo so, come sia possibile, non ora, non adesso. Adesso sono il cordone ombelicale che lega te, lassù in alto, nel buio, libero, a noi qui, schiacciati a terra, in questo pomeriggio pieno di sole e di luce, a noi schiacciati dalla gravità, noi che non stiamo volando.
Sono il filo di seta e d’argento che ti lega alla terra, e va bene, tutto bene.
Tranquillo, è a posto. Sei chiuso in un guscio lucente, senza paracadute ma, contro ogni logica, stai su, lassù in alto. Così in alto …. Sei diventato un puntino e poi sei sparito. E io, io sono la tua voce, sono la voce del mondo, e ti parlo per dirti che va bene, va tutto bene, Thomas.
Uno strato sottile ti separa dal nulla, nel nulla. Uno strato sottile e poi io, sono io a tenerti lontano dall’infinito, non ti lascio cadere su in alto, mentre ti parlo e tu indossi il casco e i guanti, mentre ti ancori saldo e apri il portello. Parlami, ti parlo, va tutto bene, tutto bene, è eccitante e bellissimo essere lì, con te, mentre ti investe il vento del vuoto e ti guardi intorno.
La terra è bella, vero, Thomas? La terra è fiera di te, lo sai vero, Thomas? Raccontami la terra e il sole, raccontami il nulla e il rumore che fa il silenzio e il respiro di Dio che si sente, lassù. Raccontami, Maggiore, raccontami e ascoltami.
Sono la tua ancora.
Va bene, va tutto bene, parlami e ti parlo, mi sembra di vedere il nero che vedi tu, sto guardando con te il niente e il vuoto.
Siamo insieme davanti a quello che la mente non può concepire, all’assenza di inizio e di fine.
Come fai a stare lì in mezzo, a non sentirti schiacciato e perso, espanso, a non farti annientare dalla tua stessa immensità tu, così piccolo e minuto, così grande da riempire quel vuoto con la tua voce, con la mia voce?
Come fai, Thomas, come facciamo? Cosa stiamo facendo?
La terra è così blu, e non c’è nulla che io possa fare…
Puoi fare qualcosa, Thomas, puoi parlare con me, puoi riempire il vuoto di suoni. Puoi riempire il silenzio. Abbiamo riempito il silenzio. Noi due siamo diventati più grandi del nulla.
Abbiamo battuto l’infinito, insieme, tu e io.
Noi stiamo riempiendo il silenzio con le prime voci, lo capisci Maggiore? Siamo grandi, Thomas, siamo così fottutamente grandi e invincibili che mi viene voglia di urlare e battere i pugni sul tavolo, mi viene voglia di alzarmi e andare a scopare la prima che vedo, di spalancare con un calcio la porta di quel coglione di Harrison, terzo ufficio a destra, e riempirgli la faccia di pugni. Siamo grandi, siamo invincibili, Thomas! Invincibili!
Va bene, va tutto bene, tutto bene… Calma, controllo. Va tutto bene, respira. Ok.
Hai conquistato i tuoi gradi, Maggiore, ce l’hai fatta. E io con te, perché riempiamo il silenzio, mentre passeggi intorno alla scatola che luccica, intorno ai silenzi immensi e al vuoto profondo. Cammini nel vento del nulla, e quel nulla adesso è qualcosa, perché ci siamo noi, Maggiore.
Lo sai, vero… vero che lo sai, Thomas? Va bene, va tutto bene, tutto bene. Le luci lampeggiano, gli interruttori sono al loro posto, le cuffie e il microfono funzionano come dovrebbero.
Non ti sento bene, Thomas, dove sei? Sembri lontano.
Che cazzo vuol dire “Dì a mia moglie che la amo tanto”, Maggiore? Che cazzo vuol dire? Qui funziona tutto, Maggiore, qui va bene, va tutto bene, tutto bene, dove sei? Non puoi farmi questo, dove sei?
Lontano, Maggiore, lontano ma non troppo finché siamo qui, noi due, legati da suoni che volano dal nulla al tutto, da dove sei tu, immerso nel buio e nel freddo, a dove sono io, davanti alle luci e ai pulsanti, ai monitor e ai bottoni, con le cuffie e il microfono e… Dove stai andando? Diglielo tu, a tua moglie, che la ami tanto, diglielo tu, io non posso, io sono il cordone ombelicale, l’ancora che ti lega alla terra, non sono il tuo messaggero, il portavoce, io non porto messaggi, hai capito Thomas?
Torna
qui,
Maggiore,
mi
senti?
Controllo missione al Maggiore Tom, i tuoi circuiti sono partiti, riesci a sentirmi, Maggiore Tom? Mi senti, Maggiore? Tom? Riesci a sentirmi?
Maggiore … Maggiore … Thomas … Maggiore Tom… Puoi sentirmi?
E qui, sto fluttuando intorno al mio barattolo di latta, lontano, sopra la luna. La terra è blu, e non c’è nulla che io possa fare … Va bene, controllo, va tutto bene. Tutto bene …
Dio non è donna Lot indugiava, ma quegli uomini presero per mano lui, sua moglie e le sue due figlie, per un grande atto di misericordia del Signore verso di lui; lo fecero uscire e lo condussero fuori della città. Dopo averli condotti fuori, uno di loro disse: «Fuggi, per la tua vita. Non guardare indietro e non fermarti dentro la valle: fuggi sulle montagne, per non essere travolto!». Ma Lot gli disse: «No, mio Signore! Vedi, il tuo servo ha trovato grazia ai tuoi occhi e tu hai usato una grande misericordia verso di me salvandomi la vita, ma io non riuscirò a fuggire sul monte, senza che la sciagura mi raggiunga e io muoia. Vedi questa città: è abbastanza vicina perché mi possa rifugiare là ed è piccola cosa! Lascia che io fugga lassù - non è una piccola cosa? - e così la mia vita sarà salva». Gli rispose: «Ecco, ti ho favorito anche in questo, di non distruggere la città di cui hai parlato. Presto, fuggi là perché io non posso far nulla, finché tu non vi sia arrivato». Perciò quella città si chiamò Zoar. Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Zoar, quand'ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo. Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale. Genesi 19, 1-29
Solo uno sguardo. Voglio vedere solo la verità, l’ira, la collera. Un semplice sguardo. Buoi, asini: a loro mettiamo i paraocchi, per farli andare dove vogliamo, senza ribellioni, perché non si imbizzarriscano alla vista del fuoco, o di una rupe. Io non sono una vacca, non sono una giumenta o un’asina, io voglio sapere. Non ci credete, lo so. Dopotutto, sono solo una donna, e mio padre mi ha dato al marito per tre capre, una vacca macilenta e sei pezze di lino. Mi ha detto che non valevo molto di più. “Testarda come una stupida mula, una di quelle che non sono nemmeno buone per tirare un carretto leggero. Ecco chi sei, figlia. Una stupida mula. Ringrazia che qualcuno ti ha preso, ha preso te e tutti i tuoi perché, i tuoi voglio e i non sono d’accordo.”
Così mi ha detto mio padre quando mi ha data in sposa. Ha anche detto che, magari, essere battuta da un marito mi avrebbe finalmente insegnato qualcosa, visto che, con quanto mi ha battuta lui, non ho mai imparato a star zitta. Magari, cambiando mano… Io non sono una vacca, non sono una mula, una giumenta o un’asina, e potete spezzarmi la schiena finché vi pare con il bastone nodoso, la cinta o le mani. Io non sono una mula. E quindi se mi va di guardare, guardo. Se mi va di chiedere, chiedo. Se mi va di parlare, parlo. Ho un cervello e le mie mani sono forti e tu, marito mio, non hai idea del dolore che ho provato a mettere al mondo i tuoi figli, non hai idea del dolore che ho provato quando mi hai presa, la prima notte di nozze. Due randellate, che vuoi che siano? Ho già vinto, di certo non taccio. E, se voglio guardare, allora guardo. Ho un collo, si muove da solo, sono solo io a comandarlo. E, sai cosa? Che mi punisca pure, Dio. Nemmeno davanti a Lui sarò una stupida giumenta arrendevole. Ci hanno detto di andare, e siamo andati. Ci hanno detto di partire, e siamo partiti: baracche, burattini e quattro stracci, e di corsa. “Non vi voltate”, hanno detto. Hanno detto Andate senza voltarvi indietro, la Sua collera sarà terribile, non dovete guardare. Che ne sanno, loro, della collera? Quando mio marito, per proteggere loro, ha offerto le mie figlie, LE MIE FIGLIE, a chiunque volesse usarle pur di non far del male a quei due stranieri ecco, quella era collera, collera vera e terribile. Altro che l’ira di Dio. Gli ho detto di fermarsi, di non provarci, di non osare. Mi ha detto che gli ospiti sono sacri, che erano messaggeri di Dio. Le MIE figlie sono sacre, più sacre di Dio! Mi ha battuta come un tappeto, solo per averglielo detto, per essermi parata davanti alle bambine che piangevano, strette in un angolo impolverato, accovacciate in un mucchio scomposto di paura sul pavimento di terra battuta. E io ho urlato, e sono diventata alta e più dura dei muri di pietra, imponente di rabbia e di collera verso quell’uomo misero e stolto che avrebbe sacrificato la carne della sua carne, barattandola con la salvezza di due sconosciuti giovani e forti perché “L’ospite è sacro, stupida donna!” Che paura vuoi che mi faccia, la collera di Dio? Che vuoi che sia, la collera di Dio? A cosa serve, l’obbedienza da mula?
No, nessuno mi dirà più che fare. Nessuno, neppure Dio. E se vuole punirmi per l’ira, la collera e perché gli dico di no beh… allora lo faccia. Non mi interessa. Uno sguardo alle spalle, un vento caldo e le grida. Sta distruggendo quella città ma lo so, oh se lo so, che ce l’ha anche con me. Sei immenso e possente, puoi fare tutto e, evidentemente, sei uomo: solo un uomo sarebbe capace di tanto, solo un uomo richiede cieca obbedienza pena la morte. Solo un uomo può tollerare che vengano date in pasto a una folla affamata di carne due giovani vergini. Fossi stato una donna, avresti incenerito lì, in quel preciso istante non la città intera, ma l’uomo senz’anima disposto a mandare al macello due bambine, come se fossero agnelli. Se tu avessi portato in grembo i tuoi figli per nove mesi, come ho fatto io, avresti capito l’abominio. Invece, non lo hai polverizzato. Dio, è evidente che sei un uomo. Povero te, poveri noi. Lo so che, se c’è una cosa che non puoi tollerare, è che una stupida donna, una che vale tre capre, una vacca macilenta e sei pezze di lino, ti dica di no. Ma io te lo dico, te lo grido in faccia, e che il mio grido risuoni alto, per sempre. Anche se mi sto sgretolando, anche se scompaio nel vento, come una misera statua di sale.
C’era una volta … Quando stavano per essere celebrate le nozze con il principe, arrivarono le false sorellastre: esse volevano ingraziarsi Cenerentola e partecipare alla sua fortuna. All'entrata della chiesa, la maggiore si trovò a destra di Cenerentola, la minore alla sua sinistra. Allora le colombe cavarono un occhio a ciascuna. Poi, all'uscita, la maggiore era a sinistra e la minore a destra; e le colombe cavarono a ciascuna l'altro occhio. Così esse furono punite con la cecità per essere state false e malvagie. Jakob e Wilhelm Grimm, Cenerentola
Adesso però la storia la racconto io, e dico esattamente com è andata. Posso assicurare su ciò di più caro ho avuto al mondo, sul mio micino bianco e nero con gli occhioni verdi e buffi spalancati su quel suo grande mondo rinchiuso tra la casa e il giardino, che i fatti sono andati così. Tutto il resto la chiamano favola, mentre io la chiamo bugia, che poi è quello che è: una grande bugia. Qui, dalla mia stanza umida e fredda saprete la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità, che affido alle parole e al buon cuore della donna che viene a tenermi compagnia ogni giorno e che mi aiuta a mantenere una certa qual parvenza di dignità. Lei scriverà ogni mia parola, me ne assicurerò personalmente facendole rileggere queste pagine ad alta voce, ancora e ancora, ogni giorno, per sincerarmi che non ne cambi nemmeno una virgola. Io, cieca e mutilata, non posso più percorrere la penna su una pergamena, ma ho avuto tanto tempo per pensare e per ricordare staccando, come le bucce di una cipolla, il mito dal vero, e adesso sono pronta per raccontare. I miei occhi non vedono, le mie gambe non mi reggono più per il delitto subìto ma il mio cervello, oh, lui funziona benissimo. È il mio turno di dire c’era una volta. Arrivai in quella casa che ero bambina. Insieme a mia madre, con mia sorella e compagna di sventura che da poco ha raggiunto il freddo eterno e, forse, la pace. Fu un bel matrimonio: vedova lei, vedovo lui, con una figlia a sua volta. Piccola, triste, viziata. Ed era bella. Dio, quanto era bella. Soave, più bella dei quadri della Vergine Maria nella Cattedrale, più bella delle fate dei sogni.
Il padre la adorava, tutti la adoravano. Perfino i topi della dispensa o i corvi che venivano d’inverno a rubare le noci, la adoravano. E lei lo sapeva, la piccola bambola di porcellana. Sii umile e buona, le aveva detto la madre in punto di morte. Umile e buona, sicuro. Finchè aveva su di sé gli sguardi era così docile e dolce, la ragazza dal viso dipinto e gli occhi di seta. Quello che si dice in giro è che la facessimo lavorare come una serva, che la obbligassimo a dormire accanto al camino, con le braci ormai spente come coperte. Così dice la storiella bella messa in giro dalla principessa. E chi mai potrà negarla, se è sempre stata così brava a mentire, e così insopportabilmente splendida? Io non ero bella, non sapevo fingermi umile. Non ho mai saputo fingere, non come lei. Faceva i mestieri, come noialtre ma, badate bene, andava a comprare i pani e le verdure con aria dimessa, i capelli arruffati, sporca di cenenere e, con la voce suadente e dolce, più dolce delle pesche d’estate o del miele dei favi, dolce come un flauto raccontava, umilmente, della sua grande fortuna di avere pur sempre un tetto e suo padre nonostante la vita grama, nonostante l’odio di matrigna e sorellastre, nonostante noi … la povera orfana sporca. Sì, certo. Poi, una volta tornata a casa, sedeva sotto il pero in giardino e rideva di come il fornaio si era commosso fino alle lacrime per la triste storia della bella ridotta a fregare pavimenti e finestre sporche per compiacere quelle donnacce cattive e prive di cuore che lei, nella sua bontà falsa come un porco travestito da unicorno, continuava a chiamare, in pubblico, la cara madre e le care sorelle. Mi ha affogato il gattino, l’ho vista. Nessuno mi ha creduto. Era così umile e modesta, così bella e dimessa, come avrebbe potuto? Mentre uccideva il mio micio adorato sorrideva. Non dimenticherò mai quel sorriso. Impeccabile nella modestia, tesseva una tela di ragno fitta intorno al cuore di un’intera città. Io non la maltrattavo, la evitavo come la peste. Quegli occhi blu come le pervinche d’estate si trasformavano nelle bocche dell’inferno, quando nessuno – nessuno di quelli che contano, intendo – guardava. Dolce, perfetta, paziente, modesta? Ma chi, ma dove, ma quando?
Non credete alle apparenze, non credete alla perfezione della pazienza, non credeteci e basta. Il più delle volte la perfezione, la pazienza ostentata, l’umiltà sanguinante altro non è che una posa, il sistema perfetto per farsi amare con la finzione: così, tutti crederanno all’innocenza dell’anima nera, alla bontà della perfidia, alla bellezza del vizio. È il modo più sbrigativo per dire, senza mai pronunciarlo “Vedi? Io sopporto e tollero, lo faccio per te, per una promessa spergiura, per mascherare quest’anima inetta.” E, così facendo, celare nel fondo del baratro la verità. Non esiste, non è mai esistita la piccola, povera orfana immolata sull’altare della nostra cattiveria. La storia del ballo, com’è che la racconta? Che mia madre non l’avrebbe lasciata venire abbandonandola lì, in un cantuccio, a dormire tra le ceneri del fuoco in cucina? HA! Non le era stato permesso di venire perché era stata beccata a rubare, ecco perché. Chissà quante volte lo aveva già fatto, la piccola strega dagli occhi di porcellana, perché al ballo è arrivata con abiti splendidi, degni di una regina. I forzieri di suo padre erano stati svuotati pian piano… La scarpetta, l’alluce e il calcagno? Ma nemmeno sotto tortura mi sarei fatta affettare un piede, per Dio. Non sono così intelligente, ma non sono nemmeno completamente scema! Ha voluto accompagnarmi in camera per aiutarmi e lì… lo ha fatto. “Non lo dire, che sono stata io. Tanto, nessuno ti crederebbe. Poi, sarò io la regina, tienilo a mente. Hai una scelta: la vita nelle segrete per tutto il male che dirò che mi hai fatto, o la testa staccata dal boia, come un’albicocca dall’albero, se ti azzardi a dire qualcosa. Vedi tu, io fossi in te starei zitta”. Poi, quel sorriso dolcissimo… Appena uscite dalla cattedrale, dopo che è diventata regina, dopo che ha accalappiato quel pover’uomo del mio magnifico Re, legandolo a vita a una promessa fondata su un amore che altro non è che un bel viso, un ricatto e un inganno, ha dato ordine ai soldati di condurre me e Anastasia in un angolo remoto e di strapparci via gli occhi, in segreto. Mi invidiano, sono state punite, non sono certo stata io, bensì i corvi, lo sanno tutti. Così ha detto. E, ovviamente, le hanno creduto. Così finisce la storia della bellissima regina che siede, umilmente intrisa di altera modestia, sul trono del regno. Signore e signori, vi ho presentato Cenerentola, mia sorella.
Un mondo a rovescio
Alice stava sulla mensola del caminetto mentre diceva così, sebbene non sapesse spiegarsi come fosse arrivata lassù. E certo il cristallo cominciava a svanire, come una nebbia lucente. L’istante dopo Alice attraversava lo specchio e saltava agilmente nella stanza di dietro. La prima cosa che fece fu di guardare se ci fosse il fuoco nel caminetto, e fu tanto contenta di vedere che ce n’era uno vero, pieno di fiamme vive, come quello che aveva lasciato nel salotto. "Così, qui starò calda come nell’altra stanza, — pensò Alice, — più calda, veramente, perchè qui non ci sarà nessuno che mi farà allontanare dal caminetto. Che bellezza, quando mi vedranno attraverso lo specchio e non potranno toccarmi!" Poi cominciò a guardare intorno intorno, e si accorse che ciò che poteva essere veduto dalla vecchia stanza era comune e poco interessante, ma che tutto il resto era assolutamente diverso. Per esempio, i ritratti appesi al muro sembravano tutti vivi e lo stesso orologio sul caminetto (come comprendete, nello specchio si vedeva solo la parte di dietro) aveva la faccia di un vecchietto e sogghignava. Lewis Carrol, Alice nello specchio, Cap. 1
Ah signorsì, Signore e Signori, comodo è comodo, certamente: sopra il camino, con davanti due bei candelabri, sto qui e rifletto. Fedelmente al contrario, direi. Si muove? Mi muovo. Sta fermo? Sto fermo. Apre la porta? Apro la porta. E via così, via discorrendo, onestamente mostro quello che vedete, che fate, che siete. Signorsì, signore e signori. Vi osservo e rifletto quando fumate i vostri sigari con voluttà, o vi rassettate i capelli con la civetteria mercantile delle persone che tengono all’agio più di quanto tengano alle loro anime. Io sto qui, signorsì Signore e Signori, e rifletto, paziente e fedele, mostrandovi ciò che siete di fuori, il belletto e le barbe, i litigi e gli amplessi, le letture serene dei pomeriggi d’inverno e gli abiti sfatti delle calure d’estate.
Perché sono uno specchio, un semplice specchio. Una lastra di cristallo molato, liscia e lucida, da un lato spalmata con cura di nitrato d’argento, acido tartarico e ammoniaca e ricoperta di gommalacca, morbida morbida che poi si indurisce e diventa di cuoio. Così pensate voi, signore e signori, mentre vi guardate e io rifletto, diligente e silenzioso, ogni vostra mossa e mossetta, ogni tic o santità, ogni misfatto e menzogna. Io vi guardo, mentre voi guardate me. E pensate che non ci sia nulla dietro la lastra di cristallo molato e rivestito d’argento. HA! C’è un mondo, qua dietro, un mondo al contrario, più folle e più vero della vostra casetta pulita e perbene, c’è un mondo che è come il vostro, quello che nascondete con cura agli amici e ai parenti, c’è un mondo più vivo del vivo, più vivo di voi, che vi lisciate i vestiti inamidati prima delle cene con le famiglie infarcite di odio affettuoso. Vi vedo provare l’espressione sorridente del viso, vi vedo voltarvi verso di me e storcere le labbra masticando i vostri “Caro …” –metteteci quel che vi pare: marito, genero, amica, sorella, cugina, postino, quel che pare a voi, non importa - con un tono che vorrebbe tradire l’affetto profondo ma che tradisce, solamente, la bramosia e la cupidigia della rispettabilità. C’è un mondo, che è il mio, fatto di gatti che spariscono e draghi feroci, di cappelli e di topi guerrieri, di regine e di fanti fatati, dove l’unica cosa bandita è l’ipocrisia del vostro piccolo mondo perbene e ordinato. C’è chi ha avuto il coraggio di entrare, saltar dentro a quel mondo rovescio e non è mai più riuscita a tornare completamente dritta, quando è rientrata nel vostro bel gioco di belle statuine al di là dello specchio. Perché chi ha coraggio è un po’ storto, chi ha coraggio salta al di là dello specchio e guarda negli occhi i gatti sparire nel buio e lasciare solamente un sorriso lucente sospeso a mezz’aria. Chi ha coraggio non si cura della paura, dell’etichetta, delle belle statuine. Chi ha coraggio non lustra le sedie della gente perbene ma combatte a suo modo e cerca le spade per combattere i draghi, cavalca le parole e le inventa, chi ha coraggio riscrive la storia del mio mondo storto e scrive la storia del suo, che è capovolta, anche se non lo sa. O, peggio ancora, anche se lo sapeva ma, fino a quel punto, è andava bene così.
Lo dico contro il mio bell’interesse, contro di me che rifletto silenzioso senza – voi credete - vedere le cose esattamente per quello che sono: chi ha coraggio, rompe lo specchio e sa raddrizzare quel bel mondo storto e leccato. Aspetto sempre con ansia, sperando in qualcuno che abbia la forza di guardare oltre il suo piccolo mondo piatto e ordinato. Ma, oltre a quella bambina, quella piccina magica e ingenua, nessun altro, nessuno, ha avuto il coraggio di guardare in faccia quanto sia storto il suo bel mondo a due dimensioni, per entrare nel mio e vivere davvero, anche una volta uscito da me. Peccato.