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Diventare genitori giorno per giorno

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Quaderni del volontariato

Edizione 2024

Cesvol

Centro Servizi Volontariato Umbria

Sede legale:

Via Campo di Marte n. 9 - 06124 Perugia tel 075 5271976

www.cesvolumbria.org

editoriasocialepg@cesvolumbria.org

Edizione febbraio 2024

Coordinamento editoriale di StefaniaIacono

Stampa Digital Editor - Umbertide

Per le riproduzioni fotografiche, grafiche e citazioni giornalistiche appartenenti alla proprietà di terzi, l’editore è a disposizione degli aventi diritto non potuti reperire. È vietata la riproduzione, anche parziale e ad uso interno didattico, con qualsiasi mezzo, non autorizzato.

ISBN 9788831491624

UN

I QUADERNI DEL VOLONTARIATO

VIAGGIO NEL MONDO DEL SOCIALE PER COMUNICARE IL BENE

I valori positivi, le buone notizie, il bene che opera nel mondo hanno bisogno di chi abbia il coraggio di aprire gli occhi per vederli, le orecchie e il cuore per imparare a sentirli e aiutare gli altri a riconoscerli. Il bene va diffuso ed è necessario che i comportamenti ispirati a quei valori siano raccontati.

Ci sono tanti modi per raccontare l’impegno e la cittadinanza attiva. Anche chi opera nel volontariato e nell’associazionismo è ormai pienamente consapevole della potenza e della varietà dei mezzi di comunicazione che il nuovo sistema dei media propone. Il Cesvol ha in un certo senso aderito ai nuovi linguaggi del web ma non ha mai dimenticato quelle modalità di trasmissione della conoscenza e dell’informazione che sembrano comunque aver retto all’urto dei nuovi media. Tra queste, la scrittura e, per riflesso, la lettura dei libri di carta. Scrivere un libro per un autore è come un atto di generosa donazione di contenuti. Leggerlo è una risposta al proprio bisogno di vivere il mondo attraverso l’anima, le parole, i segni di un altro. Intraprendendo la lettura di un libro, il lettore comincia una nuova avventura con se stesso, il libro viene ospitato nel proprio vissuto quotidiano, viene accolto in spazi privati, sul comodino accanto al letto, per diventare un amico prezioso che, lontano dal fracasso abituale, sussurra all’orecchio parole cariche di significati e di valore.

Ad un libro ci si affeziona. Con il tempo diventa come un maglione che indossavamo in stagioni passate e del quale cerchiamo di privarci più tardi possibile. Diventa come altri grandi segni che provengono dal passato recente

o più antico, per consegnarci insegnamenti e visioni. Quelle visioni che i cari autori di questa collana hanno voluto donare al lettore affinché sapesse di loro, delle vite che hanno incrociato, dei sorrisi cui non hanno saputo rinunciare. Gli autori di questi testi, e di tutti quelli che dal 2006 hanno contribuito ad arricchire la Biblioteca del Cesvol, hanno fatto una scelta coraggiosa perché hanno pensato di testimoniare la propria esperienza, al di là di qualsiasi tipo di conformismo e disillusione. Il Cesvol propone la Collana dei Quaderni del Volontariato per contribuire alla diffusione e valorizzazione della cittadinanza attiva e dei suoi protagonisti attraverso la pubblicazione di storie, racconti e quant’altro consenta a quel mondo di emergere e di rappresentarsi, con consapevolezza, al popolo dei lettori e degli appassionati.

Un modo di trasmettere saperi e conoscenza così antico e consolidato nel passato dall’apparire, oggi, estremamente innovativo.

Salvatore Fabrizio Cesvol Umbria

Diventare genitori giorno per giorno: adozione e dintorni

Maria Luisa Papa

È molto difficile per me scrivere come istituzione avendo costruito in questi anni, fin dal primo momento, una relazione che va al di là del ruolo che ognuno di noi ricopre: Maria Rosaria e Giovanni due genitori adottivi che stavano intessendo relazioni con altri genitori adottivi mettendosi in rete e Maria Luisa Papa professionista di grande esperienza che da sempre ha dedicato la propria professione nell’accogliere, sostenere e accompagnare le coppie che desideravano aprirsi alla vita seppure non da genitori biologici oltre a tutti quelli che questa scelta l’avevano già fatta.

Poi io assessore alla famiglia (assessorato mai esistito fino al 2014) di fresca nomina. Fin dal primo momento ho intuito la forza di volontà e il coraggio come coppia nello schiudere il proprio cuore all’accoglienza di un figlio ma anche la consapevolezza che condividere esperienze, timori, gioie con altre famiglie, sarebbe stata una straordinaria opportunità.

Ho usato la parola schiudere perché ho visto veramente sbocciare questo desiderio che ha poi indirizzato Maria Rosaria e Giovanni a costruire una realtà intorno a cui ruotano tantissime coppie che si impegnano a camminare insieme a quegli sposi orientati a compiere la loro stessa importante scelta.

Una scelta che segna il futuro di una coppia, il futuro di una famiglia.

La Rete Famiglie Adottive compie oggi 10 anni di attività, un traguardo che mostra la volontà di proseguire la costruzione di un percorso sostenuto da professionisti che insieme all’associazione, hanno prodotto convegni, incontri, dibattiti, riflessioni e pubblicazioni, come questa che sta per essere presentata.

Un servizio che è stato da sempre considerato un fiore all’occhiello del comune di Perugia.

Anche per me fin da quando ho avuto l’onere e l’onore di essere nominata assessore alle politiche sociali e famiglia, è stato

fondamentale approfondire la conoscenza del servizio adozioni, nazionali ed internazionali che copre un bacino territoriale di 24 comuni per 4 zone sociali e che svolge un’attività informativa, formativa, di indagine psico sociale per idoneità alle adozioni, di presa in carico e consulenza post adottiva oltre alla gestione di tutele giuridiche. Un servizio di professionisti che ha costruito un modello forse unico nel suo genere, sicuramente uniche le persone che ne hanno fatto parte e che ha consentito di lavorare con e per le famiglie, ma anche con le varie istituzioni coinvolte. Da ultimo anche con la scuola attraverso la sottoscrizione di un protocollo tra Regione, Ufficio Scolastico Regionale, Usl Umbria 1 e comuni di Foligno, città di Castello, Terni e Perugia in materia di inserimento scolastico del bambino adottato. Non possiamo dare nulla per scontato di ciò che è stato fatto, del lavoro del nostro Servizio Adozioni dell’equipe che costantemente si è adoperata perché tante famiglie potessero veder realizzato quel desiderio di diventare madri e padri. Della formazione continua, della professionalità, della disponibilità che in alcuni momenti è stato ben oltre il dovuto, della frustrazione rispetto a situazioni che hanno presentato criticità. Forse anche in questi momenti la Rete delle famiglie adottive ha rappresentato un risultato tangibile del lavoro svolto in questi anni, dove ciascuno prima come persone, poi come istituzioni, ha realizzato per le nostre comunità cittadine. Grazie per l’impegno e la dedizione che ciascuno di voi ha messo in questo importante percorso.

Edi Cicchi Assessore Politiche Sociali, Famiglia, Pari Opportunità, Diritto Alla Casa, Servizi Civici Comune Di Perugia

PREFAZIONE

Il presente libro nasce da una lunga storia di incontri personali, cammini istituzionali, bisogni familiari, disponibilità professionale e, poi, stima, affetto, condivisione: raccoglie, infatti, alcuni degli interventi che la dottoressa Papa, psicologa e psicoterapeuta presso il servizio adozioni di Perugia e delle zone sociali 2, 3, 4, 5 dell’Umbria, ha tenuto nei dieci anni di attività agli eventi organizzati dalla Rete Famiglie Adottive, associazione nata in terra umbra da un gruppo di famiglie adottive.

Ma facciamo un passo indietro: ogni coppia che desideri aprirsi all’adozione è chiamata a vivere un percorso accompagnata dal servizio territoriale.

È lì che nel 2009 abbiamo conosciuto la dott.ssa Papa. Il primo colloquio con lei ci terrorizzava, non sapevamo cosa aspettarci, cosa sarebbe accaduto: abbiamo, poi, scoperto che sapeva guardarci dentro meglio di noi stessi, e conosceva, prima che ne parlassimo, quei timori e quei desideri che abitano il cuore di chi si avvicina all’adozione o semplicemente alla genitorialità. Affiancati da lei siamo diventati per due volte genitori.

È lì, che in un percorso di gruppo post-adozione abbiamo conosciuto altre coppie e famiglie che come noi avevano già abbracciato i propri figli, e che custodivano un desiderio nel cuore: non camminare da soli.

E, così, è nata la nostra associazione, la Rete Famiglie Adottive.

Fin dai primi passi la dottoressa Papa è stata una presenza disponibile, ma discreta, partecipe, ma mai invadente, ci ha

stimato e incoraggiato, senza mai giudicare le nostre scelte che rispecchiavano anime diverse man mano che l’associazione cresceva.

Ci siamo, ben presto, aperti al Coordinamento Care (Coordinamento Associazioni familiari adottive e affidatarie in rete) e, attraverso questo, all’incontro con tante (attualmente 42) associazioni familiari sul territorio italiano, alla possibilità di formazione e informazione per tutti noi e per chi ci ruota intorno, alla condivisione di mete legislative per i nostri figli e interlocuzioni sociali significative.

Fin dal primo momento abbiamo voluto coinvolgere le famiglie del territorio aprendo almeno un incontro ogni anno a chiunque volesse partecipare, in presenza e, negli anni della pandemia, a distanza…e sono arrivate famiglie vicine e lontane, adottive e non, hanno partecipato professionisti, esperti, rappresentanti delle istituzioni.

Così, grazie alla generosità di tanti professionisti che negli anni ci hanno fatto dono della propria presenza e competenza, grazie a famiglie che ci hanno condiviso la propria testimonianza, grazie alle strutture che ci hanno sempre fatto dono della propria accoglienza, nel mese di gennaio degli ultimi dieci anni abbiamo realizzato gli”eventi annuali”, caratterizzati da incontro con esperti, testimonianze di famiglie, attività per bambini, momenti conviviali. (rimando a una pagina finale con i titoli degli incontri e con i nomi dei relatori).

La parola, pertanto, con cui vorrei connotare questa apertura, è “incontro”.

In questo libro troverete, appunto, i testi di alcuni incontri tenuti e donati dalla dottoressa Papa in questi dieci anni alla

nostra Associazione e, attraverso questa, a tante coppie di genitori, adottivi e non.

Ma, se guardate bene, troverete anche il frutto di un incontro profondo tra una professionista e tante famiglie, tra competenza e vita, perché ogni tema affrontato ci ha preso per mano e guidato in un tratto della nostra esperienza di genitori chiamati a custodire i nostri figli, a crescere con loro, ad affrontare insieme le sfide della vita. E, pertanto, ritengo preziosa la possibilità di condividere tutto ciò attraverso questo libro.

Di ogni “avventura” condivisa in questi dieci anni sono grata personalmente e profondamente alla dottoressa M. Luisa Papa.

della Rete Famiglie Adottive

È inutile insegnare ad una ghianda a svilupparsi in quercia poiché, non appena si presentino condizioni favorevoli, le sue intrinseche capacità potenziali si esplicheranno (Karen Horney)

Ai lettori

È stata Maria Rosaria Fiorelli, Presidente dell’Associazione

Rete Famiglie Adottive, ad offrirmi la possibilità di raccogliere in questo libro le “conversazioni” che ho tenuto durante gli incontri organizzati dall’Associazione negli anni tra il 2018 e il 2023. Alcuni di questi incontri sono stati effettuati in modalità online, nel periodo del lockdown per la pandemia del covid19. Vi ho partecipato in qualità di Psicologa dell’ attuale

Azienda Sanitaria Locale n° 1 dell’Umbria e del Servizio Adozioni del Comune di Perugia e delle zone sociali di Assisi-Bastia, Todi-Marsciano e del Trasimeno: un servizio in cui ho svolto il mio lavoro per vent’anni della mia vita professionale insieme alle assistenti sociali Piera Sepicacchi e Beatrice Gosti.

Con loro ho condiviso l’importanza di lavorare in un servizio “dedicato”, in grado di fornire risposte alle coppie aspiranti all’adozione e alle famiglie adottive.

Questo è un momento particolare della mia vita professionale : il 1 luglio di questo anno ho concluso, per sopraggiunti limiti di età, il mio lavoro presso il servizio pubblico di Neuropsichiatria Infantile della Asl n°1 di Perugia e del Servizio Adozioni. Pertanto, questa pubblicazione assume per me anche la valenza di fermare sulle pagine di questo libro i ricordi di quegli incontri che si sono nel tempo susseguiti e del rapporto che ho stabilito con molte famiglie adottive. Ogni anno, quando Maria Rosaria Fiorelli mi chiedeva di partecipare alla conferenza proponendomi un argomento,

mi ritrovavo ad accogliere volentieri la sua proposta, proprio in quanto il tema rispondeva pienamente alle mie riflessioni di quel momento in merito al significato della genitorialità adottiva. Ho sempre pensato che “parlare di genitorialità adottiva significa parlare di genitorialità senza bisogno di aggiungere un aggettivo qualificativo: la prima comporta certamente alcune significative peculiarità, ma, come la seconda, risente delle stesse fatiche, ambivalenze e paure” (ML Papa).

E’ inevitabile che un genitore possa incontrare difficoltà ad accompagnare un figlio nel suo personale percorso di crescita. Sottolineo “personale”, riferendomi alla necessità che ogni genitore abbandoni l’aggettivo possessivo “mio” figlio, accettando che più che un possesso, un figlio è una persona di cui si contribuisce ad inaugurare la vita, nel rispetto delle sue peculiari qualità e desideri. Ecco perché ho sempre considerato molto significativo perseguire , nella vita di ognuno, la realizzazione del vero sé, che costituisce la forza intima, centrale, unica in ogni essere umano e che determina lo sviluppo autentico di ogni individuo. Ed è questo il tema nodale che il lettore potrà cogliere come filo conduttore che ha via via attraversato ogni mio incontro con le famiglie adottive e non. Per questo motivo è possibile trovare, in ogni mia “conversazione”, questo tema ripetuto, sia pure con un linguaggio diverso e con esempi diversificati di vita quotidiana, a vantaggio di una migliore assimilazione del discorso. Ho scelto di riportare i testi delle mie conversazioni senza modificare lo stile del linguaggio parlato per salvaguardarne l’efficacia e “fermare” l’atmosfera che si è respirata. Come in quei momenti non c’è stata e non c’è ora l’intenzione di fornire concetti teorici astratti da acquisire così da rendere i presenti edotti di un sapere psicologico. Credo che ogni incontro dovrebbe fornire spunti di riflessione per contribuire alla possibilità che ognuno raggiunga

la consapevolezza necessaria ad operare un vero e proprio cambiamento in se stessi. Infatti la fatica che ognuno di noi affronta è quella di riuscire a utilizzare quanto conosciamo e apprendiamo per ridimensionare l’immagine idealizzata di noi stessi . Intendo dire che mi piacerebbe offrire lo spunto per provare ad abbandonare il “dover essere” a favore di un essere più autentico che ci permette di agire nel mondo responsabilmente, liberi dal rimprovero e dalla continua autocritica per ciò che non siamo o che non riusciamo a fare. Senza questa opportunità di cambiamento, acquisire conoscenze rimane inutile come un orologio che continua a segnare il tempo in una casa ormai disabitata.

La regola ha senso se serve a migliorare la convivenza e non è fine a se stessa; ogni figlio è diverso dall’altro, ogni figlio, in quanto persona e soggetto, è unico.

13 gennaio 2018

“La gestione della rabbia nella coppia e nei figli”

Quando ci poniamo all’ascolto di un esperto, che parla in merito ad un tema che sentiamo particolarmente significativo, ci aspettiamo di ricevere suggerimenti, consigli o strategie su come affrontare al meglio una particolare difficoltà. Anche girando tra gli scaffali delle librerie o in rete, è possibile trovare molti libri che, a volte, possono sostenere l’illusione che esista uno specialista -da qualche parte del mondoche può intervenire a risolvere una situazione vissuta come insostenibile. D’altronde, ognuno di noi vorrebbe trovare soluzioni rapide ed efficaci, “preconfezionate”: per esempio come far addormentare il proprio figlio in tempi rapidi, come farlo stare seduto a tavola composto, come insegnargli a stare con i suoi pari senza bisticciare. C’è un programma televisivo che sembra realizzare questa aspettativa. Il programma racconta di una famiglia che vive all’insegna del caos e dell’anarchia, dove i figli hanno comportamenti aggressivi e oppositivi e dove si assiste a scoppi di rabbia dell’uno o dell’altro. Su chiamata dei genitori, arriva in soccorso una Tata, vestita con una mantella scura, che si mette da una parte ad osservare e a prendere appunti. Dopo alcuni giorni di osservazione, co-

munica ai membri della famiglia le regole di vita quotidiana da lei ritenute necessarie e magicamente in quella famiglia si crea ordine e armonia.

Ma se solo tornassimo in quella stessa famiglia dopo un paio di mesi, forse, troveremmo che le condizioni sono uguali o peggiori di quelle prima dell’arrivo della Tata. E allora? Dove è il malinteso? Sta nel credere che l’educazione sia solo ed esclusivamente un processo di regolazione della vita di un figlio. Ma educare non può essere riuscire a far sottostare un figlio ad un insieme di regole. Le regole sono necessarie e tutti siamo d’accordo sulla loro importanza. La questione non è tanto, come utilizzare una particolare strategia per applicare una regola. Il punto è come tenere conto di due principi fondamentali: la regola ha senso se serve a migliorare la convivenza e non è fine a se stessa; ogni figlio è diverso dall’altro, ogni figlio, in quanto persona e soggetto, è unico. Pertanto se prendiamo le regole di per sé, se le consideriamo avulse dalla conoscenza delle caratteristiche di quel figlio in particolare, esse rischiano di divenire sterili.

Fatta questa premessa ho necessità di avvertirvi che anche per il tema che tratterò questa sera, non ho una soluzione magica da suggerirvi per risolvere le difficoltà quotidiane che incontriamo con i nostri figli e con le loro rabbie. Quello che posso offrirvi è invece l’opportunità di continuare a riflettere insieme sul tema della rabbia e coglierne il significato.

E allora, cominciamo!

La definizione della rabbia, per la lingua italiana, rimanda ad una irritazione violenta spesso incontrollata, provocata da gravi offese, contrarietà o delusioni, sdegno o dispetto, senso di impotenza o anche invidia. Una rabbia può accompagnare una voglia insaziabile, una frenesia.

Vi chiedo di tenere a mente queste parole, man mano che procediamo nel nostro discorso.

Partiamo dalla rabbia del bambino che si può accendere di fronte ad una delusione o ad una contrarietà, ad una frustrazione o ad un senso di impotenza. Per comprendere meglio l’origine di questa rabbia , torniamo al momento della nascita. La nascita comporta un brusco cambiamento per l’essere umano. Il bambino appena nato è esposto alla luce, al freddo, ai rumori, al senso di gravità, ad un insieme di cambiamenti che in definitiva perturbano quello stato di benessere e di quiete avvertita durante i mesi trascorsi nel ventre materno avvolto dal liquido amniotico. A queste sensazioni si aggiungeranno poi, la fame, la sete, il sonno e il dolore e la necessità di trovare sollievo al disagio procurato da tali sensazioni. Un neonato non è in grado di riconoscere se la sensazione che lo ha messo in una condizione di disagio, e quindi di bisogno, provenga da fuori o da dentro di lui, perché ancora non si è stabilita la definizione di sé stesso, la consapevolezza di esistere . Il neonato non sa esprimere a parole il proprio malessere e ricorre pertanto all’unico mezzo che ha a disposizione: il pianto e l’ agitazione motoria. Il pianto, come mezzo di comunicazione, è efficace in quanto richiama l’attenzione del soccorritore, cioè di colui - madre, padre o una qualsiasi figura adulta presente - che accorre per rispondere al richiamo. Questa risposta funziona se il soccorritore interviene entro un lasso di tempo tollerabile per un bambino. Ciò vuol dire che un neonato, come ogni essere vivente, non può essere esposto ad una eccesiva frustrazione. La risposta sufficientemente rapida del soccorritore sostiene l’illusione che caratterizza la fase iniziale di ogni vita umana : vale a dire che tra il neonato e la sua mamma non ci sia stata alcuna separazione e che ad ogni richiesta fa seguito una risposta immediata. Possiamo quindi dire che il bambino funziona secondo quello che Freud chiamava il “principio di piacere”, attraverso il quale vuole ,nel minor tempo possibile, ripristinare la

sua condizione di quiete, cioè quella condizione precedente all’insorgere del bisogno . Inevitabilmente mano a mano che la madre o il soccorritore si prende cura del bambino impara a decodificarne il pianto, differenziandolo quando il piccolo esprime fame, sonno o ad esempio, un dolore di pancia; impara a conoscere il bambino e a comprendere per quanto tempo può reggere l’attesa così da sostenerlo piano piano nell’acquisire una maggiore tolleranza alla frustrazione. Questi aspetti che ho fin qui elencato appartengono a quella condizione secondo la quale un ambiente familiare può contribuire a dare avvio ad uno sviluppo sufficientemente buono di un essere umano.

Accenno ora, per inciso, a quelle condizioni in cui il bambino piange e non riceve una risposta adeguata o la riceve dopo un tempo eccessivamente lungo di attesa. In questo caso, egli accentua il suo pianto fino a trasformarlo in grida di rabbia e di disperazione, per poi giungere a inibire la sua richiesta di aiuto, chiudendosi in una condizione di isolamento. Questa condizione è estrema e noi possiamo osservarla solo in quei casi in cui ci sia stata una lunga ospedalizzazione o istituzionalizzazione con una inadeguata gestione del neonato o del bambino molto piccolo.

Torniamo alla condizione in cui il bambino piange e vuole subito una risposta. Sappiamo che quest’ultima, per esempio nella condizione di stimolo della fame o bisogno di sentirsi pulito e asciutto, non si espleta solo attraverso un’azione materiale per la quale il bambino riceve il biberon o un pannolino asciutto e pulito. La risposta comporta anche un’azione attraverso cui viene trasmessa cura e attenzione: il bambino viene accarezzato, tenuto in braccio, ascolta parole dolci, espresse con una prosodia tenera e rassicurante che contribuisce a fornire un senso di contenimento. A proposito del suono della voce della madre, ricordo che questa contri-

buisce ad insegnare al piccolo a saper aspettare con fiducia la soddisfazione del suo bisogno, per esempio rassicurandosi sul fatto che la mamma ha percepito il suo pianto e che sta arrivando a consolarlo. Una voce che supplisce la mancata percezione della madre accanto. Perché mi sto fermando proprio su questo aspetto? Perché questo è un punto nodale che sottolinea l’avvio del passaggio dal principio del piacere, un principio secondo il quale le cose devono risolversi tutte, subito e a pieno, al principio di realtà. Che cos’è il principio di realtà? È quello secondo il quale il desiderio viene soddisfatto solo in relazione a quello che la realtà offre. Questo significa per esempio che se io ho sete e vorrei per dissetarmi una limonata fresca, se guardandomi intorno nella stanza non trovo altro che l’acqua, non piango battendo i piedi e aspettando che qualcuno mi porti la limonata: intanto bevo l’acqua, mi disseto e se sarà possibile solo successivamente andrò alla ricerca di una limonata. Se questo passaggio non avviene quando già il bambino è molto piccolo, si consoliderà in lui l’illusione che non c’è soluzione di continuità tra lui e l’adulto soccorritore e che ogni suo bisogno o desiderio deve irrevocabilmente essere appagato, in una condizione di delega totale all’adulto, all’altro.

Voglio dire che prima impariamo a rinunciare o ad investire in quella che è la rappresentazione sostitutiva, per esempio l’acqua invece della limonata, prima possiamo imparare a trovare soluzioni adeguate al nostro bisogno. In poche parole il principio di realtà permette di adattare il desiderio, che vorrei soddisfare, alla situazione reale che mi si presenta. In questo senso la modalità con cui il soccorritore ha risposto inizialmente al pianto del bambino, cominciando sin da subito ad insegnargli la possibilità di aspettare, permette che questi stabilisca una prima connessione con la realtà e un rapporto positivo con essa. Ricordo che questo è possibile, se la

frustrazione vissuta dal bambino non è eccessiva. In tal modo possiamo vedere sotto un’altra luce la dicotomia principio di realtà/principio di piacere. Vale a dire il noto contrasto tra ciò che voglio e ciò che la realtà mi offre. Infatti il piacere concreto lo possiamo raggiungere solo nella realtà. Ipotizzare azioni secondo il principio di piacere non può che alimentare l’illusione del piacere, continuando a perseguire una situazione immaginaria, attraverso il fantasticare. L’unico modo che il bambino, come ognuno di noi, ha per realizzare il proprio desiderio è quello di poter fare i conti con la realtà, anche se spiacevole, e in essa trovare una risposta : perché solo nella realtà si può soddisfare il desiderio. Vi ricordate l’espressione “figli piccoli guai piccoli, figli grandi guai grandi” ? Che significa questa espressione? Non solo che, crescendo, con l’età dei figli cresce anche l’entità delle loro esigenze e delle loro richieste ed eventuali loro difficoltà, ma soprattutto che quando queste difficoltà non vengono affrontate sin da subito, e se ne rimanda la soluzione al domani, le difficoltà rinviate finiscono inevitabilmente per intensificarsi nel tempo. Sarebbe come, per usare una metafora, sedersi ad un tavolo per mangiare e invece di sparecchiare e pulire, limitarsi ad accatastare le stoviglie in un angolo del tavolo, creando lo spazio per il pranzo successivo. Dopo un po’ di giorni, la tavola è ingombra di piatti sporchi e non c’è più uno spazio per mangiare. Per pulire quello sporco ormai incrostato, sarà necessario impiegare maggiori energie e maggior tempo. E ci si può sentire scoraggiati.

Pertanto se il bambino vivesse solo secondo il principio del piacere, senza un adulto che lo accompagna nella sua crescita, si limiterebbe a piangere, lamentandosi o urlando di rabbia se le sue richieste non venissero soddisfatte tutte e subito, come lui vorrebbe. Questo stato di incapacità ad aspettare o a rinunciare ad alcuni desideri, fa sentire il bambino sempre più

debole, sempre più incapace di imparare a materializzare in maniera autonoma le cose che desidera. Naturalmente nell’arco della nostra vita, il principio di piacere continua ad essere presente. La legge del desiderio del “tutto e subito” continua a regnare nei sogni, nelle fantasie, nelle regressioni psicotiche. Si palesa ad esempio nel senso di frustrazione, nel senso di insoddisfazione e nel pessimismo. Invece la nostra vita risulterà sempre più soddisfacente man mano che scalfiremo l’illusione di poter ottenere tutto ciò che vogliamo e magari in tempi rapidi. Così a volte cominciamo un’azione convinti che potremo farne almeno altre due in contemporanea e in questo coinvolgiamo il nostro compagno e i nostri figli. E soprattutto noi donne finiamo per inorgoglirci quando ci riconosciamo quella che è comunemente riconosciuta come la capacità multitasking. Tornando a riflettere sulla difficoltà ad accettare il principio di realtà, facciamo ancora un esempio. Ipotizziamo che, tornato da scuola, nostro figlio non voglia fare i compiti e chieda solo di giocare. In questo momento egli sta funzionando secondo il principio del piacere. Sta a noi adulti aiutarlo piano piano a fare i conti con quel principio di realtà che lo porta a riconoscere il piacere e la soddisfazione che può derivare dallo studiare bene quella pagina del libro o dallo scrivere quella composizione sul quaderno: il piacere di imparare e rispondere alle richieste della maestra a cui lui tiene. Questo diventa un passaggio importante per la sua crescita e per sviluppare la capacità di tollerare la frustrazione senza lasciarsi andare a manifestazioni di rabbia.

La rabbia è un’emozione primitiva che può essere osservata anche in bambini molto piccoli e insieme alla gioia e al dolore è una delle emozioni più precoci.

La rabbia è un’emozione la cui manifestazione viene maggiormente inibita dalla cultura e dalle società attuali e, insie-

me al disgusto e al disprezzo, fa parte della triade dell’ostilità e ne rappresenta il fulcro, l’emozione di base.

Abbiamo detto che la rabbia viene descritta secondo due aggettivi: la rabbia sorda e la rabbia violenta. Entrambe sono riconducibili ad una reazione emotiva che viene espressa diversamente in base al carattere della persona. Può esserci un bambino che di fronte al divieto dei genitori, reagisce incrociando le braccia, mettendosi in un angolo con lo sguardo corrucciato e mettendo il broncio, assumendo una posizione offesa che copre quella che chiameremmo la rabbia sorda. Può esserci invece un bambino che comincia ad urlare, che si dimena, che si butta per terra, e lancia oggetti per aria o prova ad aggredire l’adulto o se stesso.

Quando si verifica una reazione di rabbia? Quando il bambino prima e l’adolescente poi si trovano di fronte alla frustrazione e alla costrizione sia fisica che psicologica. Ciò che più pesa nell’attivare la rabbia – nel caso specifico del bambino e dell’adolescente – è la credenza che l’altro, l’adulto, abbia la precisa volontà di ferirlo e pur avendo la possibilità di evitare l’evento o la situazione frustrante, prosegua, esercitando il suo potere, nel divieto. Questo è quanto crede il bambino e l’adolescente che si arrabbiano quando qualcosa o qualcuno si oppone alla realizzazione di un loro desiderio. Entrambi possono agire l’aggressione verso l’oggetto che provoca la frustrazione, verso una persona oppure verso sè stesso, compiendo azioni di autolesionismo. Sarebbe importante soffermarsi su quest’ultimo aspetto, ma per ragioni di tempo, sono costretta solo ad enunciarlo.

La parola rabbia deriva dal sanscrito “rabhas”, cioè impeto. Così come collera, deriva da “cholera”, cioè da bile. Rimanda cioè ad una reazione che può essere impetuosa anche di fronte a situazioni che possono non apparire particolarmente incresciose. Il fatto poi che la malattia del colera, cioè di

una grave infezione intestinale, nasca etimologicamente dalla stessa radice, rimanda alla concezione dell’antica medicina secondo la quale gli squilibri addominali si credeva fossero effetti dello squilibrio biliare.

La rabbia è uno stato emotivo che aumenta nell’organismo il propellente energetico per passare alle vie di fatto. Anche negli animali possono essere evidenti le manifestazioni di rabbia che sono determinate da motivi legati alla sopravvivenza dell’individuo e della specie: qualcosa li spaventa o perché vengono aggrediti dai predatori o per avere la meglio sul rivale sessuale, per cacciare un intruso.

Negli esseri umani, i motivi alla base di un attacco di rabbia riguardano maggiormente la frustrazione di attività connesse all’immagine e alla realizzazione di sé. Una persona che se sente infranta l’ immagine di colui a cui tutto è possibile, reagisce rabbiosamente.

In un bambino la rabbia può scoppiare in modo inaspettato, in qualsiasi luogo, o per mille cause diverse: se sta giocando e, per esempio, la sua costruzione di lego non regge alle sue velleità ingegneristiche e frana rovinosamente al suolo, o per un “no” dei genitori. Un aspetto della rabbia appartiene alla crescita del bambino ed è utile per la scoperta del proprio io e per divenire sempre più consapevole di se stesso e di ciò che desidera. In tal senso la caparbietà può essere considerata come una caratteristica di alcuni bambini che provano in questo modo a sperimentare la propria autonomia. Noi adulti dovremmo permettere al bambino di vivere la rabbia , senza esserne noi per primi spaventati. Così facendo sarà più facile per il bambino, una volta sfogata la rabbia, cercare spontaneamente il genitore, alla ricerca di una riconciliazione. E allora sarà importante rassicurare il bambino, coccolarlo e calmarlo. Proviamo, ora, a pensare a quei momenti in cui il bambino può mettere in atto un comportamento capriccioso

che trova sfogo in un vero e proprio attacco di rabbia.

Chiaramente ci sono situazioni in cui è necessario che l’adulto dica di no : non si può discutere ad esempio, sul fatto che un bambino non può attraversare la strada da solo senza dare la mano all’adulto e questa più che un’imposizione è il nostro obbligo di protezione verso la vita del bambino. E anche vero che sono i genitori ad avere la responsabilità di decidere quello che è giusto e quello che è sbagliato per la crescita di un bambino e che per questi la libertà di scegliere aumenterà con il procedere della crescita. Allora come possiamo far accettare ai figli quelle regole che la mamma e il papà hanno stabilito insieme? Innanzi tutto il primo punto da considerare è che le regole non devono risolvere una difficoltà dei genitori , che per impazienza e fretta, vogliono subito superare la complessità del momento. Perché dico questo? Perché l’atmosfera in famiglia può facilitare o al contrario inibire l’espressione della rabbia. Per esempio se gli attacchi di rabbia di nostro figlio avvengono al mattino, appena svegli, dovremmo provare a comprendere cosa accade proprio in quel momento. Potremmo renderci conto che insistere sul principio che è meglio dormire qualche minuto in più al mattino e rimandare il suono della sveglia comporta prepararsi per uscire di casa con un ritmo frenetico, finendo per dare avvio ad un movimento concitato da parte di noi adulti, creando tensione anche nel bambino, una tensione che questi può scaricare con la rabbia. Una rabbia che grida, a gran voce, la frustrazione che lui avverte, ad esempio, nel dover rapidamente uscire dal proprio letto, rapidamente lavarsi e vestirsi e fare colazione ed entrare in macchina senza comprendere bene quello che sta accadendo. Se poi, in preda ad una nostra tensione e ad una nostra difficoltà a tollerare la frustrazione di non sapere come gestire quanto ci sta scoppiando tra le mani, noi adulti interveniamo alzando la voce o minacciando una punizione, rischiamo di

rendere la frustrazione ancora più acuta e la rabbia di nostro figlio può diventare incontrollabile. Se invece facciamo finta di nulla e, come suggerisce qualcuno, “ ignoriamo la rabbia di nostro figlio”, mandiamo un messaggio svilente, come se dicessimo : “tu per noi non esisti”. Il bambino o l’adolescente si sentirebbe solo, incompreso, sbagliato e vivrebbe la sua crisi di rabbia ancora più intensamente. Se poi cominciamo a parlare, a dare la nostra interpretazione dei fatti, scivolando in un sermone, anche così la situazione potrebbe peggiorare. Infatti la capacità di ascolto di un bambino o di un adolescente , nel momento della rabbia è molto limitato. Quando poi la rabbia è passata, è difficile soprattutto per un bambino piccolo tornare a ripensare a quanto è accaduto in quel momento. I bambini e in qualche modo anche gli adolescenti vivono nel presente. E le parole dette, quando la crisi è passata potrebbero avere un effetto del tutto superficiale. Quale potrebbe essere allora la strada da percorrere? Non è facile, ma è la più efficace: accogliere la rabbia dei nostri figli, senza farsi travolgere. Rimanere vicino a nostro figlio e lasciare che si sfoghi. Stare con lui in silenzio, senza cedere, senza alzare la voce, dando l’impressione di essere ben presenti e aspettando, semplicemente. Solo quando l’ira sta sbollendo, possiamo abbracciarlo e dargli il nostro calore, facendogli capire che siamo in grado di amarlo anche quando manifesta i suoi lati meno docili.

Per quanto abbiamo detto fin qui, risulta necessario ricordare quanto Mauro Benedetti vi ha comunicato nell’intervento che questa sera mi ha preceduto. Usare il termine “gestione” della rabbia rimanda all’idea di un gestore interiore che regolamenta e controlla le emozioni così che non si accentuino tensioni interiori a vantaggio di una buona convivenza . Ma se facciamo precedere il termine da un prefisso, potremmo meglio parlare di di-gestione della rabbia. Infatti come Mau-

ro Benedetti ha ricordato: “ la digestione è un processo lento che ha a che fare con l’elaborazione e l’assimilazione, questo vale sia per un alimento, per un concetto e per una emozione. La digestione della rabbia allora, è un processo che aiuta ad arricchire il proprio animo perché permette di assimilare l’energia-rabbia, dopo averla accettata e poi sminuzzata, cioè analizzata e compresa”.

Ci sono poi situazioni in cui gli atteggiamenti di rabbia permangono nel tempo e diventano comportamenti abituali. Senza allarmismi dobbiamo chiederci se c’è qualcosa che disturba in modo significativo la vita di nostro figlio. Ad esempio possiamo accorgerci che nostro figlio litiga spesso con il fratellino minore o manifesta particolari difficoltà a scuola, dove esprime accessi di rabbia con i compagni o con le maestre e non sa darci spiegazione. Quale è il nostro compito difficile? Riuscire ad indagare senza porre troppe domande dirette, fargli capire che siamo disposti ad ascoltarlo, per esempio commentando che ci sembra un po’ più triste del solito e che quando si lascia andare alla rabbia, lui per primo è spaventato come se fosse invaso da un qualcosa che lo inquieta. Molte esplosioni di rabbia avvengono perché bambini e ragazzi si trovano a dover gestire un’emozione o una situazione che avvertono come più grande di loro. Ad esempio, se io chiedessi a mio figlio perché fa il prepotente con suo fratello e si arrabbia con lui, formulerei un giudizio; se io dicessi invece che ho notato che litiga spesso con il fratellino e che mi interessa capire che cosa sta succedendo, la situazione sarebbe ben diversa. Se noi adulti non comprendiamo la causa scatenante e non condividiamo con nostro figlio il sentimento, per esempio, di sentirsi inadeguati a fronteggiare la situazione di confronto con un fratello, abbiamo ben poco da sperare di risolvere questi scoppi di rabbia. Nella migliore delle ipotesi, il bambino reprimerà la rabbia, lì per lì, facendola esplodere

successivamente, magari amplificata. E’ fondamentale trattare nostro figlio come una persona, dotata di proprie risorse e degna di essere rispettata. Punire un figlio per i suoi capricci o per le sue frequenti reazioni rabbiose, è come dargli il messaggio di non tollerare il fatto che egli si comporti in maniera diversa da come desideriamo che lui faccia. Pertanto è necessario capire, per esempio, se le crisi avvengono in condizioni di stanchezza o di passaggio da un’attività all’altra o in presenza di un gruppo numeroso di persone, o in presenza di situazioni molto rumorose. Questo ci permette di comprendere la capacità di adattabilità del nostro bambino , lasciandogli il tempo e la possibilità di esprimere il suo punto di vista. Non è facile, ma vale la pena ricordarsi che il problema di nostro figlio è il nostro, ed è sullo stesso piano d’importanza e che autenticamente dovremmo provare a cercare una soluzione che sia soddisfacente per entrambi. Prima di dichiarare che si è disposti ad adottarla, dobbiamo provare se funziona, in caso contrario bisognerà discuterne ancora fino trovare una soluzione migliore.

Torno a sottolineare l’importanza di aiutare nostro figlio a passare dal principio di piacere al principio di realtà, e a fare i conti con quest’ultima. È bene però ricordare di non esporre il bambino ad una eccessiva frustrazione e a limiti troppo rigidi perché è vero che la frustrazione aiuta ad accettare la realtà, ma è la gratificazione che la fa amare. Per gratificazione intendo dire aiutarlo ad accettare che rinunciare ad una caramella, quando manca poco per la cena, gli permetterà di gustare meglio il cibo e di sentirsi soddisfatto, rinunciare a un’ora di gioco subito, gli permetterà di portare a termine i suoi compiti e godere del piacere di aver imparato una cosa nuova. Ma per fare questo, per essere convincenti di quanto andiamo dicendo, dovremmo poter dire non solo che ci crediamo noi per primi, ma che siamo noi per primi riusciti a

mettere in pratica questi discorsi.

È necessario ricordare che noi possiamo aiutare nostro figlio ad accettare la frustrazione che comporta il rinvio o la rinuncia ad una soddisfazione immediata, solo se anche noi abbiamo imparato a farlo, riconoscendo la fatica che a volte questo comporta. Gandhi era solito raccontare questa storia. Una volta una madre andò da lui per chiedergli aiuto: suo figlio era malato e nello zucchero era stata individuata la causa dei suoi disturbi. Ma suo figlio andava matto per i dolci, li mangiava di nascosto, aggravando la sua patologia.

Gandhi l’ascoltò e poi disse a quella madre di tornare dopo due settimane. La madre era molto preoccupata e avrebbe voluto una soluzione immediata, ma accettò la proposta del Mahatma. Quando la donna e il figlio tornarono da Gandhi, questi chiamò il ragazzo e riuscì a fare un patto con lui, che da quel momento imparò a seguire la dieta e a rinunciare ai dolci. Il giorno successivo quella madre tornò dal Mahatma e gli chiese come fosse riuscito a fare quel miracolo. Gandhi le rispose che prima aveva dovuto imparare lui stesso a rinunciare ai dolci e solo successivamente si era sentito pronto a chiedere lo stesso comportamento al ragazzo.

I figli non imparano tanto dai libri e dalle parole, quanto dal carattere e dall’esempio degli educatori e i grandi devono adottare per primi il comportamento che esigono dai piccoli. Invece del “fai quello che ti dico”, dovremmo riuscire a vivere in prima persona ciò che vogliamo insegnare ai figli e agli allievi.

Francoise Dolto scrisse che il processo di umanizzazione non consiste nel raddrizzare la vita di un figlio, forzandola in modo che diventi sempre più assimilabile al nostro ideale di figlio, ma nell’amare proprio le differenze. Lo splendore del figlio sta nel fatto che lui non è mai come lo avremmo voluto, né come ce lo aspettavamo.

Ora, all’interno del discorso che stiamo provando ad intessere insieme, qualcuno potrebbe dirmi che tutto è chiaro, che tutti siamo d’accordo e che è scontato che parlare di dialogo, di empatia, di comprensione significa enunciare i principi fondamentali per costruire una buona relazione con il figlio. Ognuno di noi lo sa. Eppure - come dice Recalcatiaffermando questo, cadiamo in una grande retorica. Infatti se noi dialoghiamo e dichiariamo l’importanza di comprendere o entrare in empatia con i nostri figli, tenendo sullo sfondo l’obiettivo di fare tutto questo per convincerli, portandoli sulle nostre posizioni, allora stiamo giocando sporco. Stiamo mettendo in atto una strategia, stiamo utilizzando dei mezzi, non tanto perché ci crediamo, ma perché speriamo che, una volta applicato il dialogo, la comprensione e l’empatia, riusciremo a raggiungere il risultato sperato. Allora il nostro dialogare con il figlio diventa una sorta di indottrinamento e a quel punto diventa difficile ascoltare davvero le anomalie, le storture e le differenze di quel figlio.

Eppure proprio quello che ci sembra incomprensibile di nostro figlio è quello che Recalcati chiama il “segreto” del figlio. Cioè qualcosa che è indecifrabile e che ci sfugge di lui, ma che coincide con il suo desiderio e con il suo progetto di vita, che è tutto suo.

Questo è un passaggio importante anche se difficile. Alcuni di voi ricorderanno le lettere di Giacomo Leopardi che scrive al padre: “perdonami di non essere adeguato al tuo piano di famiglia”; o quanto Sartre scriveva a proposito del fatto che “ogni genitore che ha una aspettativa sui figli, gli conferisce un destino e per questo non potrà vedere il proprio figlio felice.”

Allora il dono più grande della genitorialità consisterebbe nel non avere aspettative e nel rispettare “il segreto” del figlio.

Quando si è bambini si ricava grande piacere nel soddisfa-

re i desideri dei genitori e si scruta con attenzione lo sguardo di approvazione di quest’ultimi. Da adolescenti si vuole soddisfare i propri gusti e si vuole a tutti i costi perseguirli. Ecco perchè diciamo che il figlio necessita del conflitto con i genitori e dell’espressione della sua rabbia per combattere il desiderio del genitore e trovare il proprio desiderio. E il genitore deve riuscire ad oscillare tra un atteggiamento in cui l’espressione centrale è “eccomi” e un altro atteggiamento in cui l’espressione centrale è “vai”. A seconda dell’età del figlio, l’intensità dell’una o dell’altra parola cambia. Intendo dire che se durante l’adolescenza la parola “eccomi” fosse prevalente rispetto al “vai”, contribuirebbe a costruire intorno al figlio un’ atmosfera claustrofobica. Ma tutto questo senza dimenticare che un genitore troppo indaffarato, che predilige il “vai”, può arrivare ad intaccare il senso di identità e sicurezza dei propri figli. Infatti soprattutto gli adolescenti per mostrarsi indipendenti assumono atteggiamenti che fanno intendere che la presenza dei genitori possa essere un peso, mentre inconsciamente hanno un profondo bisogno di comprensione e di amore ed è questo che ricercano senza poterlo ammettere a sé stessi.

E allora un figlio adolescente potrà esplodere in tutta la sua rabbia, ma un genitore dovrebbe riuscire a non entrare in conflitto. È molto complessa questa affermazione. Cosa voglio dire ? Voglio dire che un genitore non dovrebbe trovarsi in una posizione simmetrica rispetto al figlio, cioè in una posizione speculare, in un braccio di ferro. Ma educare i figli in modo non violento non significa semplicemente non picchiarli. Sappiamo che possiamo essere violenti anche con le parole. Quando un adolescente contesta le regole, spesso i genitori rispondono: ”Questa è casa mia e fino a che vivi sotto questo tetto dovrai sottostare alle mie regole!”.

E’ un messaggio che comunica conflitto e ostilità e che met-

te genitori e figli gli uni contro gli altri. Sarebbe importante trovare un terreno comune per costruire insieme il modo di aiutarsi e sostenersi a vicenda.

Un genitore “sufficientemente buono” dovrebbe vivere la rabbia del figlio, non come una minaccia al proprio ruolo, ma come un passaggio necessario per la sua crescita. Perché un fiore si esprima nella sua bellezza è necessario che il seme marcisca e muoia.

Torno a ribadire che la rabbia non si contiene con l’irrigidimento delle regole. La regola in sé non genera la buona pratica. Noi genitori dobbiamo stabilire le regole perché il figlio faccia l’esperienza della trasgressione. Non sto dicendo che non debbano esserci regole, ma che c’è un abisso tra l’assenza totale delle regole e la fede mistica nelle regole della Tata del programma televisivo. Il senso della legge necessariamente passa attraverso le regole prima, la trasgressione poi, per attraversare il dispiacere di aver disobbedito ai genitori: un dispiacere che porta il figlio, poi, al senso di responsabilità.

L’obbedienza cieca alla regola, invece, non porta al senso della legge ma a un conformarsi superficiale.

Questo è un punto che non può prescindere dall’altro aspetto a cui ho fatto già riferimento prima : la necessità di un atteggiamento coerente del genitore.

Se chiediamo ai figli, per esempio, di non restare sempre incollati al computer e al cellulare, ma poi noi stessi rispondiamo al cellulare, magari mentre siamo a tavola o mandiamo mail nei momenti che dovremmo dedicare alla famiglia, i nostri figli imparano che per mamma e papà cellulare o tablet sono più importanti di qualsiasi altra cosa o persona e che loro hanno il potere di fare ciò che vogliono, infischiandosene delle regole.

Ci aiuta ricordare che non solo possiamo fare testamento per decidere la destinazione della nostra eredità materiale, il pa-

trimonio, la casa o un tesoro di famiglia.

Noi facciamo testamento anche del nostro lascito morale.

Lo stile educativo e l’amore che abbiamo elargito o negato ai nostri figli si tramandano per generazioni.

E lo stile educativo e l’amore che doniamo non deve prescindere dalla coerenza tra quanto noi stessi mettiamo in opera nella nostra vita quotidiana e quanto chiediamo ai nostri figli.

” Ricordatevi che un’oncia di fatti vale più di una tonnellata di parole” . E queste parole di Gandhi sono il modo migliore per concludere quanto questa sera vi ho raccontato.

La capacità di “stare” ha a che fare con la capacità di stare al proprio posto, in maniera retta e responsabile, e questa condizione non si conquista una volta per sempre.

E’ tempo di non fare: sostare e so stare

Ogni anno, al sopraggiungere dell’ora legale mi ritrovo a pensare: stanotte dormirò un’ora in meno ma domani godrò di un’ora di luce in più. Quest’ultima consapevolezza mi permette di assaporare l’allungarsi della giornata. Un allungarsi che è tale per l’arrivo della stagione primaverile e per il salto forzato che facciamo fare alle lancette dell’orologio.

Un altro pensiero mi ha sempre accompagnato e forse ci ha accompagnato: abbiamo più tempo per fare le nostre cose. Per esempio, appena usciti dal lavoro possiamo fare la spesa, o un salto a trovare i propri genitori, o persino portare a spasso i figli. Eh già, la giornata si è allungata e con essa si crede che anche il tempo si sia allungato. Questo ci permette di compilare, poi, un elenco, ogni giorno diverso, di altri impegni. Più cose mettiamo nella lista e più ci sforziamo di ipotizzare che proprio nel momento in cui avvieremo il motore della nostra automobile, per una sorta di congiuntura astrale a noi favorevole, il traffico sarà scorrevole così che ogni nostra azione, potrà essere fatta il più velocemente possibile per incastrarsi in un mosaico di altre azioni che marito, figli o la commessa del supermercato compiranno con altrettanta velocità ed efficienza, in modo da permetterci di dire, a sera

“quante cose sono riuscita/o a fare oggi! ”, ostentando una certa stanchezza, ma soprattutto il nostro corpetto da supereroe che crede di aver vinto quella che siamo soliti chiamare la corsa contro il tempo.

Quest’anno il sopraggiungere dell’ora legale è entrato in una cornice ben diversa, che si chiama quarantena per il corona virus. Un virus che si è impossessato della macchina cellulare degli esseri umani.

E all’improvviso, tempo e spazio hanno subito un’ inaspettata modifica di percezione.

Quarantena veniva chiamato il periodo di isolamento di quaranta giorni imposto all’equipaggio delle navi provenienti da zone colpite dalla peste. Era il XIV secolo. Lo stesso termine fu utilizzato successivamente, all’inizio del 900, dal presidente degli Stati Uniti Roosevelt in un suo famoso discorso per indicare i provvedimenti da prendere a livello di politica internazionale contro le nazioni aggressive portatrici delle “malattie” della guerra, dell’intolleranza e dell’illegalità.

E quarantena è un termine anche utilizzato in informatica per isolare i file corrotti da virus in speciali directory, allo scopo di bloccarne la proliferazione e consentirne eventualmente l’analisi.

Una condizione quindi che ha lo scopo di bloccare la propagazione di un virus, che ha prodotto una pandemia e che impone, pertanto, un fermo a noi tutti. Ed è di questo fermo che stasera desidero parlarvi.

Ognuno di noi ha sicuramente considerato con un certo sgomento come un piccolo organismo sia stato in grado di fermare il mondo intero, di bloccare il mercato e di assolvere ad un compito che sembrava impossibile : per esempio rispondere all’esigenza del pianeta, finora sopraffatto dall’uomo, che sovente si sente padrone e non ospite della terra . Ricordo brevemente il grido di allarme che Greta Thunberg da tempo

stava lanciando e per il quale, anche chi era sensibile a questo, non sembrava trovare soluzione. Ora, a causa di un virus, assistiamo alla quasi totale chiusura di aziende che emettono gas inquinanti , al blocco di navi, di automobili , di aerei. Sarebbe altrettanto importante affrontare questi temi , ma non è il mio compito questa sera.

Vi invito invece a riflettere insieme su quanto è accaduto con il sopraggiungere della quarantena che ha risposto a quell’ esigenza di tutti o di tanti che spesso hanno lamentato di non avere tempo per esempio per vivere appieno i rapporti con i propri cari , per rallentare il ritmo della propria giornata diventato insostenibile, per ridurre il fare o per riuscire a godere la propria casa.

Un piccolo organismo, il virus, che oltre ad ammalare - e sono tanti davvero troppi ad essersi ammalati o ad esserne morti – che ci ha obbligato a fermarci, a sostare, e a chiedersi quanto e come io sono capace di stare?.

Ho nominato già più di una volta la parola “tempo”. Sant’Agostino scriveva “io so che cosa è il tempo, ma quando me lo chiedono non so spiegarlo”.

Ma che cosa è il tempo?

Parrebbe ovvio considerarlo come la somma di passato, presente e futuro: il passato è qualcosa che non è più e il futuro è qualcosa che non è ancora. Parrebbe dunque che soltanto del presente si possa dire quello che è.

E cosa significa “quello che è?”. In realtà il presente esiste come tale solo a condizione di tramutarsi in passato e di non essere ancora futuro, cioè diventa qualcosa che è stato ( per esempio l’inizio del nostro incontro è già diventato passato: è stato) e in qualcosa che sarà, in un futuro (per esempio la fine di questo incontro avverrà tra un’ora). Quindi noi viviamo il cosiddetto presente oscillando tra il ricordo che può essere nostalgico del passato e la tensione o l’anelito per il futuro.

Spesso accade che questa oscillazione, tra avere lo sguardo girato verso le nostre spalle o proiettato verso quello che accadrà domani, per un verso è necessaria: viviamo infatti il presente non potendo completamente prescindere dalle esperienze già compiute nel passato e dalla capacità di prevedere alcune conseguenze di quanto stiamo vivendo nel futuro. Quando però passato o futuro prendono il sopravvento, rischiamo di perdere di vista quanto stiamo vivendo. Facciamo un esempio: possiamo continuare a ricordare ciò che è stato, con una nostalgia che ci fa confrontare l’adesso con un’epoca ormai passata ma che ricordiamo straordinaria, come accade spesso per tutto ciò che è passato. Possiamo invece sentirci continuamente proiettati verso un domani che se da un lato non vediamo l’ora che arrivi, dall’altro sentiamo un certo timore al solo pensiero che ciò avvenga. Facciamo un esempio. A volte può capitare di vedere nostro figlio in crisi o per dirla con un eufemismo in un momento in cui non sta dando il meglio di sé. E’ capriccioso o arrabbiato, urla, scalpita, è scontroso e sembra un leone in gabbia. Per distoglierci da questa immagine che ci fa sentire in crisi o per dirla con una sola parola, ci fa sentire impotenti, possiamo trovarci a fuggire, senza esserne consapevoli, secondo due direzioni. Possiamo tornare con la memoria a quando, piccolo, bastava accoglierlo tra le braccia, stringerlo a noi e magari concedergli il ciuccio per placarlo e per renderlo di nuovo sereno. In questo caso, così ci ricordiamo o preferiamo ricordare, ci sentivamo capaci e indispensabili per lui. Possiamo invece, spaventati da un contatto che non sappiamo gestire, proiettarci in un futuro che assume scenari apocalittici: questo figlio crescerà, non acquisirà la capacità di governare le proprie emozioni e le proprie difficoltà, diventerà un adolescente oppositivo, non riuscirà a diventare autonomo e a costruire una propria vita soddisfacente.

Torniamo alla difficoltà vissuta in quel particolare momento con nostro figlio. Cosa è accaduto in noi? La fuga verso un passato ricordato nostalgicamente non fa altro che amplificare il disagio di ciò che è presente ai nostri occhi. Non può essere la soluzione tornare nel passato né per rimpiangere la facilità con cui gestivamo le cose di allora, né per intravedere nelle azioni di un tempo le cause di quello che sta accadendo ora con nostro figlio. Allo stesso modo prevedere per lui una evoluzione complessa o addirittura patologica, pesa come un macigno sulla possibilità di provare fiducia nei suoi confronti e infonderla in lui e in noi come genitori, riuscendo a far passare il messaggio: “ nonostante quanto sta accadendo in questo momento, ce la faremo!”

Queste due vie di fuga (tornare indietro a quanto il figlio era piccolo o ipotizzare la vita da adulto del figlio) non ci forniscono quindi la capacità di affrontare il presente. Possiamo trovarci invasi dalla paura che finisce per farci pre-occupare. Ma il prefisso “pre” anteposto alla parola “preoccuparsi”, contiene in se un movimento verso il futuro che ci distoglie nuovamente dalla scena penosa e difficile che si para davanti ai nostri occhi. Una scena che può riguardare il figlio o anche il partner o chi sta vivendo insieme a noi un momento di complessa soluzione. Dovremmo allora, se e quando ci riusciamo, liberarci da quel prefisso “pre” e invece di preoccuparci, dovremmo occuparci . Il termine “occuparsi” ha in sé la radice latina cap-ere che significa prendere. Si può prendere solo ciò che sta davanti a noi, che è pertanto presente e di cui prendiamo consapevolezza. Intendo dire che occuparci, comporta responsabilmente comprendere il significato di quanto sta accadendo. Sto usando “comprendere” e non “capire”, che comporta l’uso della testa, cioè di una operazione intellettuale, razionale. “Comprendere” invece comporta un prendere insieme , un prendere in sé. Per questo comprende-

re quanto sta accadendo significa riconoscere quale e quanta parte di noi entra in gioco in questo scambio con l’altro. Per dirla in altri termini: quanto io contribuisco con il mio comportamento, fatto di gesti e di parole, a che l’altro( figlio, partner, amico o collega ) reagisca in una certa maniera? Per formulare una tale domanda, è necessario avvalersi di un assunto di base: quanto accade contiene sempre un senso anche se apparentemente nascosto.

Per occuparci quindi abbiamo bisogno di fermarci, abbiamo bisogno di tempo. Quante volte ci è accaduto di credere o di sentire che a causa del poco tempo a disposizione non potevamo fermarci a comprendere? E siamo ricorsi a questa giustificazione , non riuscendo a riconoscere la fatica di distinguere il nostro ruolo in quanto accaduto. Quante volte non abbiamo voluto o potuto comprendere che quel particolare capriccio di nostro figlio è insorto dopo che, presi dai nostri pensieri o da un personale e frenetico ruolino di marcia, gli abbiamo imposto o richiesto un’azione in maniera brusca, così che il figlio non ha avuto il tempo di comprendere e accettare il cambiamento, causato dall’interruzione di un’esperienza che gli stava procurando un certo piacere: per esempio nostro figlio ha intrapreso il gioco della costruzione e noi vogliamo che smetta perché deve iniziare i compiti o perché è ora di cena . Gli chiediamo la nuova cosa da fare, caricando il nostro tono di voce di una certa ansia perché vogliamo che la nostra richiesta venga esaudita al più presto. Oppure: il nostro partner sta aprendo il tablet per guardare le mails e noi nello stesso momento gli chiediamo un aiuto, usando un tono perentorio e poi rimproverante per la scarsa collaborazione ricevuta, lamentando le nostre fatiche, con l’intento di instillare nell’altro la colpa. Il più delle volte, la mescolanza di tutto questo può procurare una vera e propria esplosione di litigi.

E’ difficile riflettere e comprendere quanto sta accadendo dentro di noi, e quanto nell’altro. E’ difficile riconoscere che ciò che conta non è solo cosa dire ma anche come dirlo. E qui, molti di voi potrebbero dirmi che non c’è tempo per mettere in pratica queste riflessioni e che tutti siamo sempre più di fretta.

Cosa è la fretta? È un termine che deriva dal latino “fricare” che significa sollecitudine nello sbrigare ovvero “fare” per avere subitamente un risultato: in altre parole una frenesia di fare che diventa un mezzo per contrastare il tempo, per vincerlo, correndo concitati. La fretta serve per potersi dire, ingannandosi “ se solo avessi più tempo a disposizione allora si che affronterei le situazioni con maggiore calma e per questo con maggiore consapevolezza; allora si che potrei affrontare la crisi con il figlio o con il partner”. Così rimandiamo ad un tempo futuro in cui non sentiremo l’urgenza di fare in fretta, la possibilità di affrontare la tensione del momento; ci illudiamo che rimandando potrebbero smorzarsi i toni che abbiamo raggiunto così che la situazione potrebbe diventare in sé più facile da gestire. Eppure, rimandare può comportare che i contrasti o le discussioni non fronteggiate subito, possono lasciare una sorta di sedimento che si accumula, così che la crisi o lo scontro successivo si verificheranno con una modalità più intensa e sicuramente più dolorosa. La fretta quindi non permette di occuparci. A sostegno di quanto vi sto dicendo, vi racconto questo aneddoto: pare che Napoleone fosse solito dire, al mattino, appena alzato, al suo assistente: “Oggi ho molta fretta. Proprio per questo, ti chiedo di vestirmi lentamente”. Così il grande condottiero si costringeva a “stare” fermo con i suoi pensieri, a comprendere il motivo di tanta urgenza e ad agire con ponderatezza. Oltre alla fretta o alla frenesia del fare, possiamo ricorrere anche ad un’altra modalità per evitare di far fronte alle si-

tuazioni. Possiamo avvertire, cioè, la necessità di alleggerire, prima possibile, il peso che ci ha procurato quella particolare tensione. Un peso derivato dalla pre-occupazione e non certo dal desiderio di occuparci. Che facciamo allora: ne parliamo con il partner – se si tratta di qualcosa che riguarda nostro figlio - e/o con l’amico o aspettiamo la seduta con lo psicologo, credendo di poter delegare all’altro la soluzione di quanto mi sta accadendo. Crediamo infatti che comunicando la preoccupazione, speriamo che chi ci ascolta prenda il peso della nostra pena, ci tranquillizzi o ci dia una formula che, una volta applicata, porti ad una soluzione definitiva. Anche in questo caso, non ci occupiamo e finiamo per ripetere gli schemi di sempre, lo stesso copione, fino al prossimo inciampo in cui torniamo a chiedere che sia l’altro a fornirci una risposta risolutiva. E così possiamo andare avanti all’infinito. La fretta, la delega, la soluzione rapida . Ora le cose sono cambiate. Ora non possiamo correre, non possiamo andare via.

La quarantena ci ha fermato dentro casa, sotto lo stesso tetto con il nostro partner, con i nostri figli, con la nostra famiglia. Ora non possiamo fare nel senso di frenesia del fare, ora dobbiamo sostare, ora dobbiamo stare. Questa parola, “ STARE” contiene la radice “sta” , ha cioè il senso originario di essere, di essere saldo, fisso, eretto. Questo presuppone avere conquistato un posto, un luogo, una stabilità e allora cosa significa stare e soprattutto saper stare?

Riprendiamo alcune parole che ho evocato per descrivere l’etimologia e il significato di “stare”. Vorrei prendere in considerazione la saldezza e la conquista di un posto dove potersi ergere in una posizione eretta. Come si fa a conquistare saldezza, posto e condizione eretta? E inoltre quest’ultima parola non rimanda anche ad un altro termine che è la rettitudine? Cioè ad una dirittura morale? Intendo dire che potremmo ipotizzare allora che la capacità di “stare” ha a che

fare con la capacità di stare al proprio posto, in maniera retta e responsabile, e che questa condizione non si conquista una volta per sempre. È piuttosto una condizione che si acquisisce e si perde continuamente e che necessita di un continuo lavorio per essere consolidata. Sicuramente il fare frenetico, il correre, o il ricorrere a continui palcoscenici su cui inscenare i ruoli della vita ci dà l’illusione di essere capaci di stare. Perché dico illusione? Perché sul palcoscenico non sempre rappresento chi sono veramente, a volte recito un copione, quello che mi fa sembrare ad esempio la migliore madre o il migliore padre, la migliore moglie o il miglior marito e il migliore professionista. Se poi ricevo dai miei interlocutori un applauso in merito, mi sembra di sentirmi soddisfatta: come accade per esempio quando mio figlio riceve complimenti dalle insegnanti, o quando la mia casa è in ordine, o quando sono in grado di preparare manicaretti prelibati, o il mio look è impeccabile, o sento di essere confermata nel mio ruolo professionale. Ma, che cosa succede quando le luci della ribalta si spengono? Cosa accade se non ci sono sempre e solo applausi e complimenti? Cosa accade se invece di un successo devo fare i conti con un insuccesso o con un fallimento?

Allora sento il terreno franare sotto i piedi, ho paura di non avere più accanto a me chi mi ammira, chi mi riconosce: sento allora un profondo senso di desolazione. Non sono capace di stare con questi sentimenti e mi rimetto rapidamente in movimento con quella frenesia che mi fa volteggiare da un luogo all’altro, alla ricerca di continui successi. Ora le cose sono cambiate. Ora dobbiamo stare. E forse per stare dovremmo poterci chiederci: “cosa c’è di tanto terribile se facciamo i conti con quanto non riusciamo a fare come vorremmo?; cosa c’è di tanto terribile se otteniamo un insuccesso o un fallimento?; Perché dovremmo pensare che se questi accadono saranno duraturi e permanenti e non sarà

possibile nessuna ripresa?”

E a queste domande non possiamo che trovare risposte dentro di noi.

E’ difficile tutto questo? Si è difficile!

Ma, lasciandoci la possibilità di essere quello che siamo senza trucco, piano piano avremo sempre meno bisogno di cercare fuori di noi la conferma, riusciremo a scendere dal palcoscenico; avremo sempre meno bisogno di uno (marito, figlio, amico, collega) che ci riconosca e ci confermi nel nostro ruolo. Le persone da cui cerchiamo di essere riconosciuti occupano un posto centrale nella nostra vita. Il loro sorriso ci assolve e il loro sguardo severo ci fa sentire condannati. E chi deve riconoscerci? Non necessariamente una persona esterna o vicina a noi. A volte il giudice più severo sta dentro di noi e ci confronta per esempio con l’ideale di madre o padre, di moglie o marito e così via, che conserviamo nascosto nell’anima. Ogni volta che tentenniamo o che inciampiamo, quel giudice si erge e ci condanna.

Allora la capacità di stare porta con sé la capacità di rinunciare all’idealizzazione, di rinunciare a quei personaggi che si affollano dentro la nostra anima e ci fanno sentire bisognosi di continue conferme. Imparare a stare da soli è un percorso che si conquista e che ci permette di stare meglio in compagnia dell’altro. Un altro la cui diversità o uguaglianza non ci disturba, ma suscita in noi un vero interesse. Le cose che l’altro fa o che dice non ci servono per trovare conferma nel nostro operato, diventano piuttosto qualcosa da comprendere per poter avviare una comunicazione vitale. È difficile? Si, è difficile per tutti, ma è possibile perché come scrive Porchia “L’indomabile nell’uomo non è il male che è in lui, è il bene”

Qualcuno potrebbe ora pormi la domanda: Perché è così difficile stare con le emozioni?

Perché sono sentimenti che non sempre riusciamo a controllare o che addirittura ci sorprendono, soprattutto se evocano in noi un’ immagine che ci appare troppo lontana da quella che crediamo dovremmo avere: come posso provare paura io, che sono adulto e mi considero forte e sicuro ? Come posso provare invidia o gelosia, io che credo di essere un altruista? Allora ci capita di non accettare e quindi di non riconoscere queste emozioni in noi, perché le consideriamo scomode, in quanto dissonanti con l’immagine che vorremmo coltivare di noi stessi. E allora? Ci è più facile scorgerle nell’altro, che a questo punto finiamo per criticare o rimproverare, anche duramente. E se poi a questo aggiungiamo il nostro egocentrismo, si spiega meglio l’irremovibile convinzione che stiamo dicendo la cosa giusta e che senza alcun dubbio stiamo dalla parte della ragione.

Come concludere questa mia chiacchierata con voi?

Mi piacerebbe ricordare che non è possibile comandare le emozioni o, come si è soliti dire gestirle, nel senso di governarne con la ragione l’intensità, la frequenza , inseguendo la pretesa di scegliere per sé solo emozioni piacevoli. Le emozioni, invece, si possono solo riconoscere, accettare ed elaborare. Se io riesco a riconoscere le mie emozioni, imparerò anche a guardare con altri occhi chi mi sta accanto, a non attribuirgli quelli che sono in realtà i miei sentimenti. Imparerò a mettermi nei suoi panni e soprattutto a non pretendere che questi si comporti come a me piace. Se non rinuncio a questa pretesa, le tensioni accumulate riempiono il vaso di questa relazione e traboccano quando gli si aggiunge anche solo una goccia o quando qualcuno prova a muovere quel vaso.

Vi saluto, adesso, prendendo a prestito le parole del Mahatma Gandhi:

“Abbi cura dei tuoi pensieri, perché si trasformeranno in azioni, abbi cura delle tue azioni, perché si trasformeranno

in abitudini, abbi cura delle tue abitudini, perché determineranno il tuo carattere, abbi cura del tuo carattere, perché determinerà il tuo destino e il tuo destino è la tua vita.”

L’essere umano diventa umano se comprende che non può avere tutto, che non può essere tutto, che non può sapere tutto. […] un impegno importante da prendere con se stessi, un impegno che è necessario perseguire con costanza per tutta la vita per cercare di essere in armonia tra ciò che si pensa e ciò che si fa.

Quando i figli crescono: adolescenza e dintorni

Questa sera sono stata invitata a parlare di adolescenza, di quel tempo di mezzo tra la fanciullezza e l’età adulta. Un tempo in cui i cambiamenti del corpo e dell’anima possono essere così rapidi da generare sorpresa o addirittura spavento: nei genitori, che possono trovarsi davanti ad un figlio che sembra all’improvviso un estraneo, nei figli, che possono trovarsi con un corpo che non riconoscono, un corpo diverso da quello di un bambino, senza sentirsi ancora grandi e forti come un adulto.

Posso immaginare che, questa sera, vi aspettiate che io vi parli di adolescenza, seguendo la consueta linea dei discorsi che di solito si fanno su questo tema; per esempio che faccia riferimento a come, al giorno d’oggi, la pubertà si impone con una certa precocità, così che bambini e bambine di 10 anni si comportano come veri e propri adolescenti mentre, d’altro canto, l’adolescenza stessa sembra non finire mai; oppure che vi dica che la condizione in cui versano i nostri ragazzi è caratterizzata da un mondo ricchissimo di informazioni, saperi, opportunità di incontro ma che dall’altra parte questi ragazzi

sono lasciati spesso soli nel loro percorso di crescita. Potrei continuare poi ricorrendo a stereotipi che ruotano intorno all’adolescenza: che è una tappa della vita, segnata da una intensa instabilità emotiva e che questa fase viene vista come un periodo di generale conflitto con i genitori. E poi concludere che i disturbi scompaiono una volta che l’adolescente è entrato in età adulta.

Potrei continuare a dire altro, seguendo questa linea. Ma ho scelto di non farlo.

Vi ricordate il titolo che il direttivo dell’associazione famiglie adottive ha scelto?

“Adolescenza e dintorni”. Efficace questo titolo! I dintorni! Nel 1930 Ortega y Gasset scrisse a proposito della costituzione di una persona: io sono io e la mia circostanza. Con questa affermazione il filosofo si riferiva alla forza dell’unione che lega la nostra essenza a coloro che ci circondano. E’ per questo che affermiamo che noi siamo e noi viviamo nella misura in cui conviviamo. Ciò vuol dire che non è che io prima esisto e poi entro in relazione con gli altri, ma che io sono frutto di una relazione che è in primis quella dello spermatozoo con l’ovulo e, successivamente, di tutte le relazioni con la mia circostanza. Allora se parliamo di adolescenza, dobbiamo parlare dell’intorno che è rappresentato prima di tutto dalla famiglia nucleare, poi da quella allargata, poi ancora dalla scuola e dal gruppo dei pari. È questa la circostanza che sostiene l’adolescente nella sua principale attività: vale a dire formare la propria identità che è strettamente connessa alla formazione del proprio carattere.

Prima di addentrarci in questi concetti ho bisogno di precisare che non affronterò questa sera quelle situazioni più complesse che configurano la psicopatologia dell’Adolescenza: non parlerò per esempio di anoressia o di bulimia o di forme variegate di tossicomania, di dipendenza patologica

da oggetti tecnologici. Non parlerò di un serio ripiegamento su se stesso, di un ritiro narcisistico. Non affronterò cioè quella condizione in cui un giovane sentendosi incapace, in quel momento della vita, di affrontare la fatica di scegliere un desiderio e di impegnarsi a realizzarlo, sentendosi solo ad affrontare questo, potrebbe giungere, in casi estremi, ad alleviare la sua condizione di disagio, arrivando a cancellare ogni desiderio fino a negare la vita stessa. Sono quelle situazioni dolorose che possono presentarsi nel divenire della vita, ma sono altresì situazioni importanti in quanto sono di per sè responsabili della richiesta di aiuto specialistico e perciò di desiderio di cambiamento.

Ho scelto invece di affrontare l’epoca dell’adolescenza a partire dal carattere e da come si forma; un carattere che è indistinguibile dalla nostra identità, che è costituito da un insieme di abitudini che determinano il modo in cui percepiamo la realtà che ci circonda, in cui sentiamo e procediamo nella vita.

E i tre elementi che partecipano alla costruzione del carattere sono : l’ambiente facilitante, l’ansia di base e la fiducia di base. Ed è di questi 3 elementi che voglio parlarvi.

Partiamo dal primo. Che cosa è un ambiente facilitante?

È un ambiente che comprende i bisogni del proprio figlio, che sa fornire una risposta ad essi modulandola a seconda dell’età del figlio. Voglio dire che diverso è interpretare i bisogni espressi dal pianto di un neonato che ha fame e rispondere ad essi, dall’ interpretare e rispondere al pianto di un bambino di 5 o 6 anni o di un ragazzo di 14. Comprendere infatti non vuol dire fornire una soddisfazione immediata, vuol dire accogliere, rispettando i tempi e i ritmi di crescita del figlio, comprendere il suo modo di essere, accettando che questo modo sia diverso da come noi genitori lo avremmo voluto. Un ambiente facilitante che noi genitori cerchiamo di costru-

ire, con tutte le nostre difficoltà e incertezze, affinché nostro figlio possa sentire che siamo li accanto a lui e che lo ameremo sempre per quello che è, qualsiasi cosa faccia: è come se dicessimo “Eccomi, ci sono”.

Questo credo sia l’amore incondizionato, un amore di cui ognuno di noi ha avuto bisogno per crescere e diventare “umano” e vitale. Un amore che non può prescindere dall’aiutare il figlio ad accettare i limiti, le rinunce, le frustrazioni, ad imparare cioè che l’essere umano diventa umano se comprende che non può avere tutto, che non può essere tutto, che  non può sapere tutto.

Questa è la legge delle leggi che inserisce nella vita umana il senso del limite, l’esperienza del limite e dell’impossibile. Solo se nella vita uno ha fatto l’esperienza del NO (un no che sia un vero no e che noi genitori dobbiamo imparare a dire e a far valere) si può dire SI e si può desiderare. Ma è bene sottolineare che i NO da dire siano pochi e riferiti alle cose importanti. Vale a dire che il NO deve essere utile alla crescita dell’adolescente e non pronunciato arbitrariamente dall’adulto per un proprio vantaggio o una propria ansia.

Ma c’è un altro compito, che ho già ricordato in altre occasioni, che un genitore deve assolvere ed è la capacità di saper dire “VAI” al proprio figlio, di concedergli cioè di allontanarsi, di intraprendere strade in base ad una sua scelta che non necessariamente coincide con quanto un genitore si aspetta.

La sfida della genitorialità è riuscire a tenere insieme “Eccomi, ci sono” e “Vai”. Così accade quando ad esempio il figlio impara a camminare e vincendo la paura che cada e si faccia male, noi genitori accogliamo il suo desiderio che si allontani dalle nostre braccia, che lo hanno fino ad allora sorretto, così accadde, a maggior ragione, con un figlio adolescente. È a questa età che non possiamo non tenere in debito conto la sua richiesta di spazio, la sua dichiarazione di sentire le maglie

della famiglia troppo strette. È qui che il grande dono della genitorialità, cioè il lasciare andare, sarà di grande aiuto per la crescita del figlio. Viene di conseguenza che per lasciare andare un figlio, è bene riconoscere quali sono i progetti che abbiamo fatto su di lui, per evitare che diventino il destino di nostro figlio, spesso con esiti molto infelici. La nostra è una responsabilità illimitata ma senza senso di proprietà: noi non siamo i proprietari della vita dei nostri figli, anche se ci dispiace accettarlo.

Tutto quanto ho fin qui ricordato per definire il concetto di ambiente facilitante sono certa sia condiviso da molti. E allora perché non sempre ci riusciamo? Perché un genitore adulto non riesce ad inaugurare la vita di un figlio e ad accompagnarlo, permettendogli di costruire la propria vita? e perché le cose si complicano proprio durante l’adolescenza, quando cioè la voglia di essere autonomo insieme alla voglia di tornare a chiedere aiuto sono particolarmente forti?

Proviamo a rispondere partendo dall’etimologia della parola adulto e adolescente. Adolescente è un participio presente del verbo “alere” preceduto dalla particella ad che funge da rafforzativo: “alere” significa nutrire, crescere e pertanto il termine rimanda a colui che si sta nutrendo, che sta crescendo.

Pure la parola “adulto” deriva dallo stesso verbo, “alere”, coniugato come participio passato, vale a dire colui che si è già nutrito, che è già cresciuto e ha portato a compimento il proprio percorso di crescita. Queste due etimologie potrebbero tranquillizzarci: gli adolescenti sono esseri la cui crescita è in fieri e noi, gli adulti, siamo coloro che hanno portato a compimento il percorso. Ma è proprio così? Noi davvero crediamo che in quanto adulti abbiamo perso del tutto quegli aspetti del carattere che ad esempio, appartenevano alla nostra fase di vita adolescente? Voglio dire che nonostante l’età cronologica, spesso ci capita di mettere in atto comportamenti che

risultano ben lontani da quelli che abbiamo da poco elencati e che garantirebbero una condizione sufficientemente buona per uno sviluppo armonico di un figlio. Per esempio sono i comportamenti che mettiamo in atto quando prevale in noi il desiderio del controllo, il bisogno di avere ragione , il bisogno di dominare ecc. Per aiutarci a comprendere meglio ciò che avviene in noi e nei nostri figli torniamo alla costituzione del carattere.

Ho detto prima che in questa costituzione contribuiscono 3 elementi: ho appena parlato di ambiente facilitante e ora affronterò il secondo elemento, l’ansia di base.

Ci aiuterebbe per proseguire nel discorso tornare con la memoria a quando eravamo noi bambini e poi adolescenti. Potremmo ricordare quando ci sentivamo a volte isolati e impotenti in un mondo che avvertivamo come potenzialmente ostile, in preda a quella che si suole chiamare ansietà di base.

Ansia di base, proprio perché non è un’ansia particolarmente invalidante, ma, se non viene riconosciuta e accolta dall’ambiente circostante, può incidere pesantemente nella costruzione del carattere.

Svariati fattori possono contribuire a definire questa insicurezza nel bambino prima, nell’adolescente poi: per esempio un comportamento instabile dei genitori, una mancanza di rispetto da parte di quest’ultimi per le necessità individuali del figlio o un atteggiamento denigratorio o una troppa ammirazione nei confronti del figlio o una richiesta di troppa o poca responsabilità, una protezione esagerata, un isolamento dagli altri coetanei, promesse non mantenute, atmosfera ostile. Fino al punto che il figlio può sentire di dover parteggiare nelle liti dei genitori. Ma il fattore sul quale vorrei richiamare l’attenzione è l’intuizione del figlio di una certa ipocrisia dell’ambiente: cioè la percezione che quanto i genitori vanno professando, dichiarando e predicando non corrisponde

alle loro azioni. In una parola sola non si mostrano coerenti e pertanto non sono una testimonianza concreta dei principi da loro sostenuti. Questo è un impegno importante da prendere con se stessi, un impegno che è necessario perseguire con costanza per tutta la vita: essere in armonia tra ciò che si pensa e ciò che si fa. Ovviamente questa è una indicazione di un percorso di crescita più facile a dirsi che ad attuarsi, quello che conta è camminare verso questa meta, sapendo che non si può raggiungere una volta per tutte. Come reagisce uno quando sente quella che abbiamo chiamato ansia di base?

In una condizione di ansia di base, ogni essere umano che sta crescendo, può strutturare difensivamente tre linee principali che indirizzano il suo andare nella vita : compiacere l’altro, andare contro l’altro, allontanarsi dall’altro. Ovviamente in una condizione di evoluzione sufficientemente buona i tre atteggiamenti non si escludono a vicenda, ma si connotano diversamente come una capacità di muoversi verso l’altro confidando in lui, di portare avanti una propria idea senza temere di trovarsi in disaccordo con l’altro e di saper stare soli senza l’altro. Sto parlando cioè della capacità di essere sé stessi nella relazione con gli altri. Cosa tutt’altro che facile!. Quindi possiamo dire che in una condizione matura, i tre atteggiamenti possono completarsi a vicenda e formare un tutto armonico. Eppure ci sono momenti della vita, o della giornata, in cui uno di questi atteggiamenti diventa predominante, rompendo l’armonia. Infatti quando questi tre atteggiamenti, confidare negli altri, riuscire a sostenere le proprie idee, saper stare da soli, entrano in conflitto, la situazione diviene più complessa. Uno solo dei tre atteggiamenti diventa predominante, pervadendo l’intera personalità e la vita in generale. Allora confidare nell’altro diventa compiacere l’altro; riuscire a sostenere le proprie idee diventa essere in lotta

con l’altro; saper stare da solo diventa allontanarsi dall’altro. Devo però precisare che questo incanalarsi solamente in una di queste direzioni può subire una modifica a seconda delle esperienze che quella persona vive con chi gli sta intorno: da questo contatto è possibile modificarsi e ricavare o recuperare una armonia.

Osserviamo da vicino, uno alla volta, i tre atteggiamenti. La persona, senza esserne consapevole, cerca di compiacere l’altro, di conquistarne l’affetto e di appoggiarsi a lui. Se in famiglia ci sono dissensi, per esempio, il figlio cercherà di appoggiarsi alla persona o al gruppo più potente, così conquisterà un senso di appartenenza che lo farà sentire meno debole e meno impaurito. Uno può sentire un marcato bisogno di affetto e di approvazione, non tollerando la lontananza dell’altro a cui rimanda la realizzazione del proprio benessere. Il tipo conciliante ha bisogno di essere amato, desiderato, accettato, approvato e apprezzato, di sentirsi importante e necessario, aiutato, protetto e guidato. È giusto presumere che ognuno voglia questo nella vita e cioè essere aiutato e sentire che la sua presenza sia gradita. Quando questo comportamento copre una condizione di disagio? Quando la persona va alla ricerca di affetto e di approvazione in una maniera frenetica, direi quasi eccessiva, e questa ricerca copre un bisogno più profondo di una continua rassicurazione. Egli cerca di vivere basandosi sulle aspettative degli altri o su quelle che crede siano le aspettative degli altri, fino a perdere il filo dei suoi desideri. Dice di essere altruista, ma in realtà diventa compiacente, eccessivamente elogiativo, grato e generoso e procede in un comportamento pacificatore e conciliante arrivando ad addossarsi la colpa e a profondersi in scuse di fronte ad una critica palesemente ingiustificata. Questo soggetto si proibisce qualsiasi tipo di comportamento aggressivo, si inibisce la critica, l’ambizione, il dichiarare le proprie esigenze e anche

la possibilità di fare qualcosa per sé stesso e di goderne, proprio perché la sua vita dipende dal giudizio degli altri.

Così facendo la sua dipendenza dagli altri si fa sempre più marcata. Dà per scontato che tutti gli altri siano superiori, che siano più belli e più intelligenti e anche nei campi in cui è abile, il suo complesso di inferiorità lo porta ad attribuire all’altro una maggiore competenza. Questo possiamo scorgerlo nel comportamento di un adolescente, questo possiamo scorgerlo nel comportamento di noi adulti. Quante volte sentiamo il bisogno impellente di conferma da parte di chi ci sta accanto: ci sentiamo abbandonati, con la sensazione di non essere importanti per gli altri, per i figli che ormai crescono o per il marito o per la moglie? Sentiamo che non bastano i successi lavorativi o quelli riportati nelle relazioni sociali, temiamo, invece, che gli obiettivi raggiunti potrebbero risultare come una sorta di bluff. E viviamo con il timore che gli altri possano scoprire chi veramente siamo e per questo abbandonarci. Allora cerchiamo di rabbonire l’altro, strutturando un modo di essere che non è più autentico. Ora passiamo ad esaminare la seconda direzione, quella di andare contro l’altro. La persona diffida dei sentimenti e delle intenzioni degli altri e si ribella, vuole essere il più forte e vuole sconfiggere gli altri in parte per difesa, in parte per vendetta. Dà per scontato che tutti siano nemici e si rifiuta di ammettere che così non è. Bisogno primario è il controllo sugli altri. Qualsiasi situazione o rapporto viene considerata dal punto di vista: cosa ne posso ricavare? Non vede ragione di rispettare i sentimenti altrui, arriva a chiedersi: “Perché dovrei preoccuparmi? Che ci pensino loro a se stessi!” Non ammetterà mai di avere paura di qualcosa e troverà mezzi drastici per controllarla. Se il tipo “conciliante” tende all’accordo, il tipo “contro” fa di tutto per essere un buon combattente. Quest’ultimo vuole ad ogni costo la vittoria. Se i due tipi sono

ora ben chiari possiamo vedere che essi rappresentano gli estremi opposti. Ciò che è desiderabile per uno è odioso per l’altro. L’uno deve gradire tutti, l’altro deve considerare tutti come potenziali nemici.

Proprio come fa l’adolescente: egli dissotterra l’ascia di guerra e combatte per principio tutto ciò che viene proposto in famiglia o a scuola. Crede che per andare avanti, per diventare abile ed avere successo deve fare il duro. Ma la mancanza di sensibilità è invece proprio ciò che rende faticoso diventare adulto. Sentire le emozioni, le sensazioni, l’attaccamento e la bellezza del mondo, tutto quello cioè che gli fa temere di tornare indietro all’infanzia, è invece proprio ciò che lo porta avanti nel mondo degli adulti.

Ma vivere con la sensazione di essere circondato da nemici che non sempre comprendono i nostri modi di essere e di cui bisogna diffidare è solo dell’età adolescenziale? Quante volte, da adulti, sentiamo proprio questi stessi sentimenti fino a sentirci diffidenti nei confronti del nostro partner, in lotta con i nostri figli o con i colleghi o con gli amici?

E infine, parliamo della terza direzione, quella che comporta l’allontanarsi dall’altro. Significa tenersi in disparte, senza né farne parte, né combattere. La persona sente di non avere molto in comune con gli altri, sente che gli altri non lo capiscono e si costruisce un mondo personale con i suoi libri e i suoi giochi e i suoi sogni. Intraprendere questa direzione porta la persona ad allontanarsi dall’altro. Per costui stare con gli altri richiede uno sforzo insopportabile per evitare il quale, la solitudine diviene l’unico mezzo valido. Il fatto decisivo è l’interiore bisogno di frapporre una distanza emozionale fra sé e gli altri, di tracciare intorno a sé una specie di cerchio magico che nessuno può attraversare per l’impellente bisogno di non venire coinvolti, di non essere disturbati. Anche qui evidente

balza agli occhi l’immagine dell’adolescente chiuso nella sua stanza, protetto dagli auricolari, in un mondo tutto suo, dove crede di non avere bisogno di nessuno. Ma siamo proprio sicuri che questo appartiene solo agli adolescenti? Quante volte noi adulti ci chiudiamo nel nostro spazio confortevole e non vogliamo che nessuno venga ad alterare il nostro equilibrio? Ora abbiamo abbastanza chiari questi tre diversi modi di procedere nella vita, che noi mettiamo in atto, quando ci troviamo in una condizione di fragilità, che non sappiamo o non vogliamo affrontare. È altrettanto chiaro che non è l’età cronologica quella che garantisce la conquista dell’armonia e che, bambino o adolescente o adulto possono assumere uno di questi tre modi di vivere, coprendo ma lasciando trasparire un certo disagio emotivo. Facciamo un’ipotesi. Proviamo a pensare ad un figlio che mette in atto per esempio comportamenti ostili e provocatori con l’intento di affermare la propria personalità e dichiarare di essere ormai cresciuto. Quando questo comportamento, difficile da sostenere per un genitore, entra in rotta di collisione con quello per esempio del padre o della madre, la situazione diventa complessa. Immaginiamo che il genitore in questione possa essere spaventato o preoccupato dei cambiamenti del figlio, e possa temere di non sapere come accompagnarlo in questa nuova fase della vita; a quel punto il genitore può mettere in atto il comportamento che abbiamo chiamato “compiacere l’altro”. Ci troviamo allora di fronte a due persone, il figlio e il genitore che stanno mettendo in atto due comportamenti opposti: il primo va “contro” l’altro e il secondo va a cercare una sorta di continuità con l’altro. Ma è necessario che vi ricordiate che quest’ultimo comportamento, così come ve l’ho raccontato, non è un atteggiamento altruista, quanto piuttosto copre la necessità di ricevere continue rassicurazioni sul proprio modo di essere, copre il bisogno di

sentirsi accettato e apprezzato, per esempio come genitore, copre il temere la separazione dal figlio, non tollerando che questi assuma atteggiamenti diversi da quelli che il genitore stesso considera appropriati. Pertanto il genitore aumenta il controllo o induce nel figlio l’idea che egli è la causa del suo malessere o di quello dell’intera famiglia. Pensiamo, ora, ad una seconda ipotesi: il figlio esibisce una richiesta di separazione dal resto della famiglia interessandosi solo al gruppo degli amici. Può accadere che questa volta sia il genitore a mettere in atto la modalità di andare “contro”, sia lui a dissotterrare l’ascia di guerra, criticando duramente il figlio stesso o gli amici di cui si circonda, fino a ricorrere a nefaste previsioni che si avvereranno se il figlio proseguirà in questi comportamenti. Allora spariamo le ultime cartucce ricorrendo a “tu farai una brutta fine” oppure “se continui così sarai bocciato a scuola” fino ad arrivare a “nessuno vorrà più starti accanto”.

Cosa accade quando genitori e figli entrano , diciamo così, in rotta di collisione e l’adulto perde la dimensione di colui che ha completato il proprio percorso di crescita? (vi ricordate il participio passato a cui ho fatto riferimento a proposito dell’etimologia della parola adulto?).

Credo che perda, proprio come la sta perdendo il figlio adolescente, la fiducia di base.

Ecco il terzo elemento su cui puntare lo zoom. Prima abbiamo parlato di Ambiente facilitante e di Ansia di base e ora di Fiducia di base. Che cosa è la fiducia di base ? È una condizione in cui possiamo credere che in ognuno di noi, in quanto essere umano, è presente un potenziale di crescita che prima o poi potrà esplicitarsi. Questo significa che di fronte ad una difficoltà o ad una sofferenza personale o di nostro figlio non serve precipitarci ad attribuire solo valenze negative o a fare previsioni tragiche. So che non è facile, ma se riuscissimo a considerare le difficoltà di un figlio come lo sforzo e il tenta-

tivo di trovare la propria strada e la propria modalità di essere, potremmo imparare a coltivare la pazienza e la costanza di saper attendere fino a che all’interno del processo di crescita, prima o poi, le potenzialità di quella persona si esprimeranno. Potremmo riuscire ad ascoltare empaticamente, a sospendere fino a dove è possibile, il giudizio per poter infondere fiducia e speranza. Questo è quanto sarebbe bello fare con nostro figlio e prima ancora con noi stessi. Infatti, con la stessa durezza e con la stessa sfiducia che abbiamo utilizzato per valutare quanto sta accadendo, per esempio con nostro figlio, noi genitori arriviamo a sentirci incapaci, cattivi e sicuramente peggiori a confronto con altri genitori che immaginiamo impeccabili. Spesso abbiamo paura della sofferenza, vogliamo garanzie e certezze che ogni cambiamento possa determinarsi senza dolore, nella pretesa che l’esistenza dovrebbe essere priva di qualsiasi conflitto o ansia o depressione. Arriviamo a sentirci in una condizione di dipendenza dall’esterno, alla ricerca di una approvazione incondizionata da parte degli altri, indispensabile per mantenere intatta la nostra immagine, per dirla con un esempio: se un figlio si comporta male in un luogo pubblico o riceve brutti voti a scuola possiamo sentirci che tutto questo mette in crisi la nostra immagine di bravo genitore che crediamo sia tale solo se esibisce, come una parte di se’, un figlio ben riuscito. Ci sentiamo a disagio, in preda alla sofferenza e alla ricerca di un rimedio immediato, di una risposta rassicurante su cui poggiare i piedi. Voglio dire che sarebbe importante cominciare intanto da noi stessi : accettare i nostri momenti di difficoltà e di timori, avere pazienza per il tempo che impieghiamo a cambiare certi nostri atteggiamenti, imparare a non ricorrere agli attacchi o alle guerre verso chi ci circonda per sentirci sollevati. Ritrovare intanto la nostra fiducia di base. Potremo così sentirci autentici, liberi dalla critica, dal rimprovero e dalla colpa e aiutare nostro

figlio a diventare autentico e fiducioso nelle proprie capacità, affinché sia possibile per lui formulare un progetto di vita e andare verso l’altro. Senza paura e sapendo che questo processo di cambiamento sia del genitore che del figlio che della loro reciproca relazione avverrà in tutto l’arco della vita. La crescita infatti non si genera secondo un andamento lineare, ma attraverso un movimento a spirale, proprio come ben rappresenta la geometria della chiocciola delle lumache. La lumaca esce dall’uovo che ha già la chiocciola e questa parte non è separabile dal resto del corpo. Crescendo la lumaca costruisce gli strati superiori sul bordo della chiocciola che poi occupa con la nuova massa corporea. Questo movimento a spirale con cui si accresce la chiocciola costituisce il giusto equilibrio fra lunghezza e area di accrescimento. Così accade agli esseri umani che possono cambiare e crescere finchè vivono, cosi finchè l’uomo continuerà ad essere costruttivo, non avrà la necessità di essere distruttivo. La mia conversazione con voi sta volgendo al termine. Permettetemi di lasciarvi con una breve storia, con una delle novelle cassidiche di Martin Buber che a me piace molto e che chi mi conosce tra voi, mi ha già sentito raccontare. È la storia del rabbino Eisik che viveva a Cracovia. Egli versava in grande miseria. Per più notti consecutive fece un sogno ricorrente in cui gli veniva ordinato di recarsi a Praga e dissotterrare un tesoro sepolto presso il ponte che porta al palazzo reale. Eisik si mise in cammino e dopo lunga strada giunse a destinazione. Il ponte era sorvegliato dalle guardie e così Eisik si mise in attesa e per tre giorni tornò sul ponte, così da poter verificare quando, una volta solo, cominciare a scavare. Al terzo giorno, il capitano delle guardie, vedendo Eisik gironzolare lì intorno, gli si avvicinò e gli chiese quale fosse il motivo che lo portava in quel luogo. Eisik raccontò il sogno. Allora il capitano rise e disse che anche lui aveva fatto

un sogno simile: gli era stato ordinato di andare a Cracovia in casa di un rabbino di nome Eisik e dissotterrare in cucina un tesoro nascosto sotto la stufa. Il capitano concluse che lui, di certo, il viaggio non lo avrebbe fatto, non credeva ai sogni e soprattutto sarebbe stato impossibile cercare un rabbino di nome Eisik, considerato il numero dei rabbini che vivevano a Cracovia e la frequenza con cui tanti di loro portavano questo nome. Eisik salutò il capitano e prese la strada di ritorno. Una volta a casa, spostò la stufa, scavò e trovo un tesoro. Ogni volta che il racconto veniva ripetuto terminava con “vi è qualcosa che in nessuna parte del mondo puoi trovare, eppure vi è un luogo dove la puoi trovare.”

Cercare dentro di noi il tesoro ci permette di continuare ad affrontare la vita accogliendo i momenti difficili, attrezzandoci a superarli o considerando la necessità di chiedere aiuto, quando non riusciamo da soli, a dare un senso a ciò che ci sta accadendo. Chiedere aiuto, rinunciando al desiderio di delegare la propria responsabilità della vita agli altri. Così continueremo, come la lumaca costruisce il suo guscio, a costruire e a consolidare la nostra fiducia di base, attingendo alle nostre risorse e accettando di essere i genitori che siamo per accogliere i figli che abbiamo e che sono come sono.

Buona costruzione !

Ogni essere vivente, nato da un rapporto sessuale, è un prodotto meticcio in quanto è una combinazione, una mescolanza dell’informazione genetica dei propri genitori e quindi ogni identità biologica implica inevitabilmente un certo grado di meticciato. Quindi siamo tutti meticci.

Accogliere l’alterità nella coppia e nei figli

Una volta, ventisei secoli fa, chiesero a Confucio : “Maestro nel regno del Sud le cose vanno male, cosa consiglierebbe?” E il saggio rispose: “Ridare alle parole il loro senso originario”

Per questo se voglio affrontare il tema dell’accoglienza dell’altro dovrei evitare che queste parole finiscano per assumere significati che poi diventano stereotipi nell’uso comune, nelle mode e nei mass media.

E allora diamo un senso ad alcune parole.

Partiamo intanto da cosa si intende con il termine Io, cioè un individuo che formata la propria identità percepisce chi gli sta intorno come Altro, cioè differente da sè.

Che cosa è l’identità? Etimologicamente questa parola proviene dal latino “identitas” parola costituita da “idem”, “lo stesso” ed “entitas”, “entità”. Quindi la parola identità si forma da una condensazione che potremmo tradurre “con la stessa entità, con lo stesso essere.”

L’identità equivale appunto alla piena somiglianza a sé stesso, e di conseguenza comporta la differenza con i suoi simili. Questo processo avviene attraverso un meccanismo psicolo-

gico che è quello dell’identificazione. L’identificazione è un percorso che ogni soggetto compie nell’arco della propria vita a partire dalle prime esperienze di separazione psicologica dalla propria madre. Numerose sono le identificazioni che, man mano che si assemblano, vanno a costituire la propria identità. Propria identità, significa quindi divenire sé stesso e non la copia fedele di un modello. Provate a pensare ad un bambino o ad una bambina che imita i gesti che vede fare ai genitori : vuole per es. le chiavi della macchina per fingere di aprire uno sportello e mettersi alla guida e partire simulando il rombo di un motore o ad una bambina che indossa le scarpe con i tacchi della mamma sentendosi così bella e grande come lei. Man mano che il bambino cresce, amplia la scelta di questi modelli da imitare prendendoli non più solo dalla ristretta cerchia familiare, spaziando nella cerchia familiare allargata o in quella del suo mondo scolastico, o ancora nel mondo dei cartoni animati: può così cercare di imitare un supereroe o un calciatore o una principessa o una ballerina. In questo processo di copia può delineare anche un modello da copiare che sia provvisto della sommatoria di qualità appartenenti a vari personaggi che ha via via incontrato e ammirato. Finisce cioè per costruire un modello idealizzato. Ad esempio, il bambino che sceglie di diventare un calciatore, può inseguire, in questo caso, l’ideale di uno infallibile che come un super eroe fa sempre e solo tanti goal e vince tutte le partite. Comincia a giocare a calcio ma sente impossibile attuare il progetto del calciatore che non sbaglia mai. Può sconfortarsi e addirittura decidere di mollare. Può invece imparare a giocare bene a calcio, rinunciando ad essere come il super campione immaginario, imparando a contribuire al successo della propria squadra. Non farà della vittoria la sua ragione di vita, ma si impegnerà a diventare, attraverso una specifica formazione, un buon giocatore pri-

ma e forse un allenatore di calcio poi, mettendosi al servizio di piccoli e giovani aspiranti calciatori. Ha messo in atto il suo progetto di vita, tollerando lo sconforto del fallimento di un sogno e adattandosi ad un nuovo modello misurato alle proprie capacità. Avrà abbandonato l’idea del super calciatore che non sbaglia mai, ma senza rimpianti, né rimorsi, nè rimproveri, vivrà al meglio la realizzazione del proprio desiderio, farà fruttare le identificazioni che via via ha compiuto nell’arco della sua vita, proprio perché si è allontanato dal modello iniziale di perfezione ideale.

I modelli che sono irraggiungibili e pertanto impossibili da materializzare, per es. il supercalciatore, se rimangono come modelli ideali, intesi nel senso di perfetti, si costituiscono in quello che la psicoanalisi chiama processo di idealizzazione, in cui le qualità e il valore dell’oggetto sono portati alla perfezione. Un’idealizzazione che incombendo con la sua presenza finisce per ricordare all’Io quanto sia diverso da come si era proposto di essere e per questo l’Io si sente al confronto sempre più debole. Questa è l’origine del sentimento di vergogna.

Invece, l’ Io diventa forte se è disposto ad imparare, a sbagliare, ad accettare insegnamenti e ad integrare le diverse identificazioni. Cioè, quando liberato dall’idealizzazione, riesce a materializzare il proprio progetto. Per farlo deve essere disposto a lasciar andare il modello idealizzato, cioè a fare il lutto, e poi a tollerare la frustrazione di fronte ad un risultato diverso dalle aspettative. Possiamo allora affermare che l’acquisizione dell’identità è un processo dinamico: da un lato non termina mai e dall’altro consente modifiche costanti. L’identità possiede aspetti primari invariabili, come per esempio quelli ricevuti ereditariamente dai genitori e dagli avi, che non si modificano nel corso del tempo; e aspetti secondari che sono il frutto della relazione con l’ambiente familiare come cerchia ristretta prima

e, successivamente, della relazione con l’ambiente culturale e sociale della cerchia allargata, in cui uno vive.

E se ora guardiamo a questa stessa persona dal punto di vista biologico, cosa arriviamo a comprendere? Faccio riferimento alla teoria di Luis Chiozza (psicoanalista argentino) che considera corpo e mente una unità indissolubile come due facce di una stessa medaglia.

Ogni individuo possiede un’identità biochimica che lo caratterizza e lo differenzia non solo dal resto della specie ma anche dai suoi consanguinei. In tutte le cellule nucleari dell’organismo esistono molecole che a mo’ di distintivo, marcano o identificano le cellule di questo organismo di modo che il sistema immunitario le riconosca come proprie. Il sistema immunitario attraverso meccanismi complessi e raffinati, ha la funzione di riconoscere il proprio e di difenderlo dall’azione di particelle e/o cellule estranee a questo individuo. La risposta immunitaria si genera grazie agli antigeni che costituiscono la cosiddetta patente di egoicità. Questi antigeni, sono sostanze capaci di generare la risposta immunitaria, cioè la risposta che il sistema immunitario mette in atto quando entra in contatto con un agente che riconosce come estraneo, stabilendo perciò ciò che è familiare e ciò che è straniero.

L’ integrazione e l’armonia del sistema immunitario produce un processo che costituisce e mantiene l’equilibrio tra tolleranza e intolleranza. Il sistema immunitario infatti non può tollerare tutto, perché parleremmo allora di una condizione di immunodeficienza, ma nemmeno eccedere nell’intolleranza: in questo eccesso finirebbe per produrre anticorpi verso sostanze che per la maggior parte delle persone sono innocue. Parleremmo allora di una condizione di allergia.

Possiamo quindi dire che ogni essere vivente, nato da un rapporto sessuale, è un prodotto meticcio in quanto è una combinazione, una mescolanza dell’informazione genetica

dei propri genitori e quindi ogni identità biologica implica inevitabilmente un certo grado di meticciato. Quindi siamo tutti meticci (L. Chiozza).

Perché vi ho raccontato tutto questo? Per ricordarci che ognuno di noi, nessuno escluso è frutto di un incrocio, di una combinazione, di un continuo incontro sia per costituire e mettere in atto il proprio piano genetico, sia per costituire e mettere in atto la propria identità psichica. È inscritta nella nostra storia organica e psicologica, in una parola nella storia di ogni essere umano, quanto siamo frutto di incontri e /o di accoglienza dell’altro. Quindi, come dice Luis Chiozza, sia che raccontiamo dell’identità biologica sia che raccontiamo dell’identità psichica di una persona, stiamo parlando della stessa storia raccontata da differenti vertici di osservazione e con termini differenti. È una storia unica che racconta di un incontro di geni e di un incontro di modelli significativi.

Una identità solida si raggiunge quando si amalgamano in modo sufficientemente stabile diverse qualità. Quando un soggetto sperimenta questa armonia sente quello che siamo soliti chiamare naturale amor proprio, amore per l’essere che uno è, amore per la razza, per il lignaggio, per il popolo a cui appartiene, senza estremizzazioni. Possiamo allora dire che se stiamo bene da soli e andiamo d’accordo con noi stessi possiamo accogliere l’altro. E allora anche l’ambiente sociale e culturale in cui si vive, come insieme di costumi, di leggi, o di abitudini, diventa un ambito dove si possono sviluppare quelle qualità individuali ricevute per eredità e per identificazioni.

Una identità ben stabilita si forma grazie anche ad un ambiente familiare in cui sono prevalsi e prevalgono coerenza e autenticità negli adulti che si prendono cura del bambino, accompagnandolo nel suo percorso di crescita. Coerenza e autenticità comportano che quanto i genitori vanno profes-

sando, dichiarando e predicando corrisponda alle loro azioni. In una parola sola: un genitore dovrebbe essere una testimonianza concreta dei principi da lui stesso sostenuti. Questo è un impegno importante da prendere con sè stessi, un impegno che ognuno è necessario persegua con costanza per tutta la vita: essere in armonia tra ciò che si pensa e ciò che si fa. Ovviamente questa è una indicazione di un percorso di crescita più facile a dirsi che ad attuarsi, quello che conta è camminare verso questa meta, sapendo che non si può raggiungere una volta per tutte. In questo modo è possibile riunire armonicamente passato e presente, un passato e un presente che è dei genitori con la loro storia personale e di coppia ed è anche del bambino. Un incontro di storie passate che confluiscono nel presente. Così si struttura una identità salutare. Una identità che dovrebbe conservare però un grado di flessibilità, che sia capace di cambiamenti e di integrazioni nuove senza cessare di essere la stessa. Quando la piantina di fico comincia a crescere, può accadere che incontri nel suo percorso un’ asperità sporgente di un muro che potrebbe ostacolarne la crescita. Ma la pianta, grazie ad un tronco disposto a torcersi, aggira l’ostacolo così da poter proseguire la sua espansione verso l’alto. Così accade che il fico “impara” ad accettare le avversità, ad adattarsi preservando il proprio progetto. L’adattamento presuppone una capacità di tolleranza che consente ad un uomo di integrarsi con l’altro, smussando gli angoli delle differenze, alla ricerca di una convivenza armonica; l’intolleranza, invece, è intesa come quella che protegge il proprio sé, e dovrà esercitarsi ad esempio quando un individuo si integra in un gruppo a cui non sente di appartenere completamente e ad un certo punto presta attenzione al desiderio di separarsene e riesce a farlo. Questo ci permette di mettere luce su un punto: l’intolleranza quando non diventa eccessiva, è una difesa necessaria per la

vita.

Prima di proseguire tengo a precisare che quanto ho fin qui descritto a proposito dello sviluppo della identità psichica è una condizione teorica utile solo alla spiegazione del processo. La vita è altro. Intendo dire che uno sviluppo di identità si evolve con arresti, regressioni e progressi, così che ognuno di noi procede nella strada della propria crescita con la propria andatura. La crescita infatti non si genera secondo un andamento lineare, ma attraverso un movimento a spirale, proprio come ben rappresenta la geometria della chiocciola delle lumache. La lumaca esce dall’uovo che ha già la chiocciola e questa parte non è separabile dal resto del corpo. Crescendo la lumaca costruisce gli strati superiori sul bordo della chiocciola che poi occupa con la nuova massa corporea. Questo movimento a spirale con cui si accresce la chiocciola costituisce il giusto equilibrio fra lunghezza e area di accrescimento.

Ho parlato di amor proprio, di importanza di preservare la propria identità, e anche dell’attrazione e della necessità di interagire , di mescolarsi e combinarsi con gli altri, che ogni individuo prova e che appartiene all’evoluzione della storia biologica e psicologica di ognuno. La convivenza umana esige, quindi, costantemente l’esercizio di un equilibrio tra il desiderio di mantenere la propria identità e la necessità ineludibile di integrarsi.

Quando viviamo la nostra identità e appartenenza in una maniera armonica non è necessario esibire e sottolineare per es il proprio ruolo. Mi riferisco al ruolo sociale che ognuno di noi svolge nella società in cui vive in relazione alla posizione che vi occupa: il ruolo di genitore o di insegnante, o di psicologo, o di medico, un ruolo che ci fa sentire appartenenti ad una determinata categoria. Per esempio si è soliti dire che essere genitori sia il mestiere più difficile del mondo. Questo ruolo contempla la relazione con il figlio che è in continua

trasformazione. Il più delle volte ci ritroviamo ad essere genitori senza aver smesso di essere figli e allora, nel non sentirci pienamente a nostro agio nel ruolo che stiamo rivestendo, in quel particolare momento, andiamo alla ricerca di una conferma esterna: pretendiamo obbedienza e rispetto dai nostri figli o risultati eccellenti dalle loro prestazioni scolastiche, credendo che questo ci fornirà la patente di bravo genitore. Una patente che non impariamo ad ottenere cercandola dentro di noi, ma che speriamo di ricevere dall’esterno. Allora accentuiamo la nostra intolleranza a certi comportamenti del figlio, provando a correggere quest’ultimo così che diventi buono ed ubbidiente, un figlio modello, ricorrendo anche a modalità rigide o al cosiddetto braccio di ferro, convinti che il punto sia piegare quel figlio al nostro volere. Facciamo un altro esempio: immaginiamo una donna che ha inseguito il desiderio di essere una moglie e una madre, di coprire questi ruoli meglio o come ha fatto la propria madre. Ipotizziamo che questa donna si trovi a vivere la decisone di diventare madre adottiva. Nonostante il sogno si sia realizzato perchè è ormai diventata madre, potrebbe permanere il sentimento di non meritarsi di appartenere pienamente alla categoria “buona madre”, continuando a credere che per ricevere questa patente sia necessario per esempio un legame di sangue con il proprio figlio. E allora, oppressa da questo sentimento, dimentica che, per un figlio, la madre è colei che lo accompagna nella crescita. O ancora: pensiamo ad un figlio adottato che vive non sentendosi pienamente appartenente alla sua famiglia adottiva perché non ha potuto elaborare la nostalgia di non avere un legame di sangue con i suoi genitori.

In questi casi, dove non riusciamo a sentire la nostra identità con armonia, finiamo per irrigidire certi nostri pensieri, certe nostre credenze, certe nostre paure, per tentare di difendere

il nostro ruolo o uno tra i ruoli, per esempio quello professionale, che siamo chiamati a interpretare nella nostra vita. Fatichiamo ad adattarci al progetto che stiamo realizzando, anche se diverso da quello idealizzato che avevamo delineato inizialmente. Così viviamo navigando tra due scogli : una intolleranza estrema e una tolleranza totale, cercando quella rotta di navigazione che ci permetterà di aprirci all’altro senza temere di perdere la propria identità.

In questa ricerca di compagnia , desideriamo incontrare uno che sia uguale e con cui poter fare coppia. Realizzato questo desiderio, vorremmo che anche chi abbiamo incontrato desideri la nostra compagnia: per questo cerchiamo di dimostrarci ai suoi occhi come uno stra-ordinario e originale. Così, estremizzando per chiarezza, uno si vede costretto a scegliere tra essere straordinario e insostituibile, arrivando a pagare il prezzo di restare solo, ed essere semplicemente quello che si è -raggiungendo l’amor proprio, di cui dicevo prima- che ha il vantaggio di farci sentire in compagnia anche in mezzo alla folla.

Il modo in cui ogni essere umano cerca di formare una coppia proviene dall’esperienza che ha vissuto di fronte alla coppia dei propri genitori. E’ un’influenza inevitabile che a volte si manifesta perfino nella tendenza compulsiva a far proprio il contrario di ciò che si è visto far loro. Formare una coppia sancisce un passaggio alla vita adulta, un’ apertura verso l’altro che trasforma il modo di vivere e di sentire la vita di ognuno dei due.

Il termine coppia implicitamente conserva un’ambiguità scomoda : allude alla condizione di paio e non di coppia: intendo dire che non somiglia ad una coppia di chiavi o di fiammiferi, quanto piuttosto ad un paio di scarpe o di guanti, in quanto si tratta di un paio complementare. Il paio di guanti stanno bene insieme,sono assortiti bene, ma il guanto destro

non può essere indossato dalla mano sinistra. Ognuno dei guanti è in coppia ma mantiene la sua specifica peculiarità. È difficile parlare di peculiarità di ognuno dei membri di una coppia e dell’amore che in essa si alimenta. È difficile anche usare la parola amore, senza creare equivoci, perché questa parola indica tante cose che finisce per essere più facile descriverle: parliamo dell’amicizia e dell’affetto che si costruiscono con gli anni e con i ricordi condivisi; parliamo della familiarità e della fiducia generate dalla stretta convivenza; parliamo del cameratismo che nasce quando si hanno gli stessi bisogni e gli stessi progetti; parliamo del desiderio dell’unione genitale e anche del desiderio di stare vicini e di essere consolati, accarezzati e confortati; parliamo dell’accettazione della nostra persona così come è, accettazione implicita nel sorriso con cui ci apprezzano. Tutte queste cose diverse le chiamiamo con una stessa parola: amore. Si è soliti affermare che l’amore non dura, intendendo che l’entusiasmo di un amore appassionato viene esaurito in una relazione duratura, logorata dalla quotidianità del rapporto. Eppure la capacità di trovare “il nuovo, ancora e ancora in ciò che è abituale è possibile anche nella quotidianità di un matrimonio”. Vedere l’altro con occhi nuovi è un’arte e una scienza che vanno coltivate quotidianamente attimo per attimo. E questa è la meraviglia dell’amore. Non serve anelare un amore inebriante in antitesi alla frustrazione che si vive. È vero che il vino può soddisfare piaceri orali ma è l’acqua quella che appaga la sete. (Chiozza L).

E allora la convivenza dovrebbe contemplare l’elogio della differenza, una differenza reciproca che a volte può emergere anche come un senso di solitudine e di incomprensione. Eppure la difficoltà che sentiamo in ogni convivenza o in ogni relazione con l’altro non è una limitazione. Così come la resistenza dell’aria è proprio ciò che sostiene l’aereo in volo,

l’incomprensione da parte dell’altro è ciò che costituisce la peculiarità della persona. Ogni membro della coppia ha bisogno di comprendere che ciò che è importante per uno non lo è necessariamente per l’altro. Ma entrambi sanno di essere reciprocamente importanti e allora è indispensabile riuscire a dialogare , rinunciare allo scontro o a con- vincere l’altro. Il fatto è che entrambi i componenti della coppia stanno parlando uno di fronte all’altro: ognuno ha un punto di osservazione speculare. Allora si può parlare di ciò che l’uno vede alle spalle dell’altro e viceversa così da arricchire l’immagine di ognuno. Questo ci permetterà di scoprire tutto ciò che abbiamo in comune e di ampliare i diversi punti di vista o di provare insieme a guardare dallo stesso lato. Allora non c’è bisogno né di fare una lotta contro gli altri, né una difesa a spada tratta delle nostre idee o convinzioni, quanto piuttosto acquisire la consapevolezza per riconoscere quella che può essere definita come la grande tentazione dell’uomo: l’egocentrismo. Egocentrismo che comporta un interesse rivolto a noi stessi, a salvaguardare le nostre abitudini e i nostri stili di vita nonostante i nostri proclami. Siamo ben consapevoli che al di là delle teorizzazioni sull’importanza della relazione con gli altri, del rispetto delle opinioni altrui e della disponibilità all’ascolto, è estremamente difficile lavorare per esempio in gruppo, accettare qualcuno che ha un’ idea differente dalla nostra o appartiene ad una diversa cultura. È frequente infatti che l’altro sia sentito come altro da me, come estraneo.

Allora, siamo partiti dall’ ineluttabilità di saper navigare tra tolleranza e intolleranza, per giungere a come per ogni essere umano sia implicito nella propria storia l’incontro con l’altro, fino a riconoscere come l’altro possa diventare il di-verso, dove versus sta a significare “contro”. Non ci resta allora che prendere consapevolezza della nostra tendenza a coltivare at-

teggiamenti egocentrici invece di coltivare l’atteggiamento di accoglienza dell’altro così che dalla relazione con questi si giunga ad una fecondazione creativa reciproca. L’Altro diventa, infatti, un’ opportunità per comprendere che proprio quello che ci disturba o ci irrita diventa un’ occasione preziosa per conoscere e accogliere la nostra parte oscura. L’altro è lo specchio- scrive Panikkar- se non mi guardo nell’altro non mi riconoscerò mai e la via per aprire la “nuova conoscenza” è il dialogo.

Il dialogo presuppone una delle cose più semplici e più difficili: l’ascolto. Io non posso ascoltare se sono pieno di me, se credo di sapere a priori che cosa l’altro dirà o se lo critico anche se credo di usare la critica nel senso più nobile della parola.

Ma la parola che indica l’ascolto è obbedienza è ab-audire.

Siamo disposti ad ubbidire?

Non dobbiamo sorprenderci che il nostro mondo di valori non appaia più coerente e ordinato e che coesistano in esso mescolandosi e opponendosi tra loro valori attuali e anacronistici.

L’individuo anteponendo se stesso e il proprio piacere come valori supremi si dissocia dall’ambito dell’appartenenza e disprezza il suo inserimento trascendente nella catena delle generazioni, che è appartenenza anche all’ordine ecosistemico. Oggi il nostro ambito socio culturale è sorpassato dalla velocità dei cambiamenti e dall’alluvione informativa che si associa a tali cambiamenti. L’intrusione massiva di cambiamenti e di informazioni impedisce la sua integrazione progressiva e la messa in gioco dei sistemi di protezione. Lo spazio sociale non ha potuto attrezzare le sue difese. Difese che dovrebbero essere rappresentate anche dalle istituzioni ma queste possono a loro volta avere un funzionamento fragile. Come posso concludere la mia conversazione? Con le parole di Chiozza:

“Quando l’adulto o l’anziano perdono la curiosità del bambino e la passione del giovane verso l’altro e verso il nuovo, allora il loro sguardo si spegne, non perché sono diventati vecchi ma perché con il trascorrere degli anni la loro vitalità si è rovinata”.

L’immagine idealizzata è ciò che ci fornisce una specie di autostima sia pure illusoria, impedendoci di sprofondare nel disprezzo di sé. E per questo fatichiamo a metterla in discussione, finendo per considerarla una parte di noi che ci risulta reale

Affrontare le criticità nella coppia e con i figli

Questo è l’argomento che Giovanni e Maria Rosaria Gentile, insieme al direttivo, mi hanno proposto per la conversazione che questa sera terrò con voi. Ho considerato come una importante apertura il fatto che non si faccia riferimento principalmente alla famiglia adottiva, ma ad una condizione che riguarda tutti e tutte le famiglie e che la parola utilizzata è “criticità” e non “crisi”. In questo momento sentiamo parlare tanto di crisi: quella ecologica, politica, economica, quella procurata dalla guerra. La parola “criticità” segnala, invece, la condizione precedente allo scoppio di una crisi. E allora se la criticità viene riconosciuta e affrontata per tempo si può evitare l’ingresso in una crisi vera e propria. Può succedere che per affrontare una crisi personale o di coppia o di un figlio sia necessario essere accompagnati da uno psicoterapeuta. Ma questa eventualità non è scontata. Vi voglio raccontare ora una storia, che riguarda una famiglia come tante,così che in conclusione io possa colloquiare con voi, sentire le vostre domande e riflessioni, così che il nostro incontro di questa sera possa diventare proficuo e stimolante

Maria è una donna di 44 anni, sposata con Fabrizio che di anni ne ha 46. Il loro matrimonio è avvenuto 14 anni fa. Hanno un figlio, Mattia, di 12 anni. E’ una mattina come tante. Maria apre gli occhi prima ancora che suoni la sveglia. Davanti a sé si para la lunga fila delle incombenze giornaliere. Non appaiono una alla volta, ma tutte insieme come fossero libri stipati su una mensola, disposti fittamente così da percepirli come un oggetto unico, compatto il cui peso è eccessivo da sostenere. Il lavoro che svolge in ufficio, ogni giorno, le piace o meglio le piaceva. Ora le sembrano troppe le richieste che le fa il capo. Sulla sua scrivania c’è una pila di carte che deve affrontare ed eliminare entro oggi. Subito dall’immagine di quella fila interminabile di scadenze che le si sono parate davanti agli occhi, appena sveglia, fuoriesce un pensiero. Dove è andata a finire la fiducia nelle sue capacità per la laurea ottenuta in tempo e per quel lavoro che all’inizio le dava soddisfazione? Ora sente che la giornata lavorativa è dura: seduta dietro la sua scrivania, le capita spesso di pensare a come dovrebbe essere più presente con Mattia, e anche con Fabrizio. Diversamente, quando è a casa con loro, le viene in mente come dovrebbe funzionare meglio al lavoro ed essere più efficiente. Ha perso il piacere di fare le cose, si sente sopraffatta da una serie di richieste che come obblighi le premono addosso. Speriamo che oggi Mattia si sbrighi ad uscire di casa. E’ necessario calcolare il tempo al minuto se vuole lasciarlo a scuola e poi entrare in ufficio in orario senza essere inghiottita dal traffico. Quanto tempo impiegherà per fare colazione? E lo zaino lo avrà preparato? Oggi ha sicuramente l’ interrogazione e ieri sera non ha voluto ripeterle la lezione! E Fabrizio l’avrebbe aiutata, almeno questa mattina? O si sarebbe ritrovata sola, come al solito, a combattere con l’inerzia di Mattia? Da tempo, sente suo marito chiuso nei suoi pensieri, nelle sue scadenze e quello che ripete a sé stessa

è quanto le sembri ormai un vero e proprio egoista. Da tempo parlano tra loro solo di cose pratiche e organizzative. Eppure quando lo aveva visto la prima volta, tanti anni fa, Fabrizio le era sembrato l’uomo giusto, quello con cui avrebbe potuto condividere una vita, quello che l’avrebbe completata. I pensieri ruotano in testa come un mulinello e mentre la sveglia suona lei è già entrata nel bagno, la faccia riflessa nello specchio. L’immagine che ne riceve è di una che non ha dormito bene, che è stanca. Come accade ormai da tante notti. Troppe. Che vita è questa? Dove sono andati a finire i miei sogni? Dove è andata a finire la forza che ho sempre avuto nell’affrontare la vita? Questo si chiede Maria. È una mattina come tante. Fabrizio gira appena la testa e con la coda dell’occhio si accorge che manca poco al suono della sveglia. Si sente stanco non ha dormito bene neanche questa notte. Sente che anche Maria è già sveglia. Vorrebbe allungare la mano per cercare quella della moglie. Vorrebbe cominciare a parlare per dirle come si sente, per raccontarle la sua fatica ogni volta che incontra quel nuovo collega arrivato da poco in ufficio. Ha paura di lui, ha paura che gli stia facendo le scarpe. Lui è un tipo intraprendente, sempre disponibile con il capo, lui è un single e non ha il peso della famiglia sulle spalle! Che penserà il capo di lui? Ha ancora fiducia in lui? E Maria? Crede ancora in lui? Spesso sente solo rimproveri dalla moglie, spesso la sente sfiduciata, e delusa nei confronti di una vita che lui, come marito, non è riuscito a garantirle. Eppure quando l’aveva vista la prima volta, tanti anni fa, Maria gli era sembrata la donna giusta, quella con cui avrebbe potuto condividere una vita, quella che lo avrebbe completato. Quanto gli sarebbe piaciuto, ora, averla ancora al suo fianco, poter ricevere da lei quello sguardo luminoso che tanto lo aveva colpito la prima volta che si erano incontrati. Ora la vede con un muso lungo, assorta nei pensieri e sempre

pronta a lamentarsi o a rimproverare. Avrebbe voluto raccontarle che all’ultima riunione di lavoro, quella in cui era arrivato tardi per andare a prendere Mattia dal basket, era stata presa una importante decisione senza che avesse potuto dire la sua. Si era sentito offeso, sminuito ma invece di chiarire e di dire comunque la propria idea, invece di affrontare quella che aveva vissuto come una ingiustizia, aveva preferito tacere, facendosi assalire da una collera che cercava di controllare, una collera che stava assorbendo molte delle sue energie, facendolo sentire stanco e senza forze.

Che vita è questa? Dove sono andati a finire i miei sogni?

Dove è andata a finire la forza che ho sempre avuto nell’affrontare la vita? Questo si chiede Fabrizio. È una mattina come tante. La sveglia suona e Mattia infila la testa sotto le coperte come a tenere lontano il richiamo di quel suono. Oggi non ha voglia di andare a scuola, si proprio come ieri! La prima media non è come alle elementari! Oggi la prof di storia deve interrogarlo e lui non ha studiato come avrebbe voluto. Ieri la mamma gli ha chiesto di ripetergli la lezione e lui le ha detto no. Ha sentito che la madre non voleva aiutarlo, ma controllare il suo lavoro, forse per rimproverarlo e ricordargli che in questo modo i bei voti ricevuti l’anno scorso, se li può proprio scordare. Ma a lui dei voti non gliene frega niente. A lui interessano gli amici, a lui interessa diventare grande…..ma come si fa a diventare grande? La voce della mamma lo raggiunge con toni contenuti ma tra un po’, tra molto poco quei toni diventeranno acuti e il “sbrigati che dobbiamo correre questa mattina!”, raggiungerà le sue orecchie come un’esplosione. Ma perché la mamma non si avvicina al suo letto, come faceva un tempo? Perché non si può parlare con calma? E cosa succederebbe se un giorno tutti e tre si prendessero una vacanza anche se non è domenica, anche se non è estate? Vorrebbe parlare Mattia e raccontare

come si sente strano, come si sente diverso per esempio da Pietro, il suo compagno di banco: erano della stessa statura alle elementari e ora Pietro lo ha superato in altezza. E poi Pietro è bravo e alle interrogazioni risponde sempre bene e Giovanna, la compagna che sta al primo banco, si, quella carina, lo guarda sempre ammirata. Mattia ha provato a parlare con la mamma, l’altra sera, ma lei si preoccupa subito e invece di ascoltarlo gli parla sopra riempendolo di consigli… e papà?

Torna sempre più tardi alla sera… non è possibile! Insomma mamma e papà dicono di amarlo, e lo amano tanto ma poi quanto sono disposti ad ascoltarlo? Quanto sono disposti a conoscere i suoi pensieri e le sue paure?

Questa storia i cui personaggi sono frutto della mia fantasia, racconta vicende comuni ad ognuno di noi. Ma io non sto raccontando di una donna, di un uomo e di un ragazzo. I tre personaggi dobbiamo sentirli come animati da sentimenti che possiamo avvertire a prescindere dal ruolo che rivestiamo, o dal sesso che rappresentiamo. Intendo dire che io posso sentirmi a volte un po’ come si sente Maria o Fabrizio o persino Mattia.

Ed è con questo preambolo che vi chiedo di continuare ad ascoltarmi.

Proviamo allora a vedere da vicino, quanto sta accadendo a questi personaggi come se avessimo a disposizione una moviola per fermare le immagini e se serve per tornare a rivedere i fotogrammi.

Lo spazio e il tempo che Maria, Fabrizio e Mattia stanno vivendo in quella mattina è apparentemente uguale per tutti e tre. Ma ciò che sentono e raccontano sembra diverso. E soprattutto ognuno non riesce a comunicare con l’altro, concentrato come è sulle emozioni che avverte e che crede di non poter trasmettere all’altro, perché non sarebbe da questi compreso. Come se dicesse : è una fatica inutile provare a parlare!

Eppure Fabrizio e Maria, specularmente, si pongono alla fine la stessa domanda: Che vita è questa? Dove sono andati a finire i miei sogni?

E allora come poter ritrovare insieme la possibilità di intendersi?

Questa è la domanda che evidenzia un periodo di criticità. Un periodo cioè di turbamento, di malessere di squilibrio che tinge di scuro ogni azione. Un periodo in cui ciò che uno avverte è soprattutto il rimpianto per una condizione precedente, una condizione passata che nostalgicamente si sente come caratterizzata solo da aspetti positivi, laddove tutto il negativo viene trasferito all’oggi. Ed è per questo che uno desidera di poter tornare alla vita di prima come se si trattasse di un film in cui si può battere un secondo ciak per migliorare la ripresa. Allora cosa sta accadendo a Maria e Fabrizio? Perché stanno nutrendo il desiderio di stare bene solo a patto che si realizzi la fantasia di poter tornare indietro nel tempo. Una fantasia che non fa i conti con la realtà. Ma poi, entrambi dovrebbero rispondere a questa domanda: stavano bene, del tutto bene nel passato, come ora preferiscono ricordare?

Capita di frequente che quando ognuno di noi avverte un senso di disagio e di malessere, a prescindere dall’intensità di quest’ultimo, prova ad affrontarlo andando alla ricerca della causa e non del significato di quanto sta avvenendo. Crede cioè che tutto sia cominciato in un preciso momento e per influenza di un preciso evento o di una persona che con il suo agire ha procurato quel disagio, quel malessere. Prova cioè a definire lo spartiacque che ha separato un prima da un dopo. Per fare questo, ognuno di noi cerca fuori da se stesso una spiegazione e per rendere questa ricerca più credibile può mettere in atto un atteggiamento di lamento, un atteggiamento rinunciatario rispetto alla possibilità di riconoscere le

energie in nostro possesso, indispensabili ad affrontare ogni situazione. Intendo dire che ci sottraiamo a riconoscere il nostro ruolo, la nostra partecipazione in quanto sta accadendo e, lamentandoci, otteniamo due apparenti vantaggi. Primo vantaggio: esiste un colpevole di cui io sono purtroppo vittima. Secondo vantaggio: se sono vittima, non ho nessuna responsabilità di quanto mi sta accadendo. La mia è una sorte crudele e ingiusta e mi aspetto che la soluzione arrivi da fuori da qualcuno più capace di me che riporti giustizia nel corso degli eventi, o meglio che premi ,con una condizione migliore, la mia vita che immeritatamente è diventata così difficile e dura. Così pensa Maria adducendo la colpa a Fabrizio, così pensa Fabrizio adducendo la colpa a Maria. Ognuno dei due vorrebbe fare il passo verso l’altro, ma rinuncia, convinto di imbarcarsi in una impresa inutile che non riceverà lo sperato e agognato risultato. Ognuno dei due sembra dire: provo, solo a condizione che il risultato sia soddisfacente.

Ma è possibile vivere le azioni della vita solo se il buon risultato è garantito?

In altre parole, ognuno di noi fatica ad accettare la frustrazione e l’impotenza che è propria di ogni essere umano, che è il limite che ci caratterizza; allora per non fare i conti con questi sentimenti, vale a dire con la consapevolezza che le cose non riescono sempre al primo colpo, o che possono non riuscire mai e che per questo bisogna modificare i progetti che possono subire un cambiamento nel corso della vita. Possono, o meglio, devono subire cambiamenti, adattamenti, dovendo fare i conti con la realtà senza la quale non potremmo realizzare proprio ciò che desideriamo concretizzare.

Se Maria e Fabrizio riuscissero invece a lasciar perdere la ricerca della causa e provassero a prendere consapevolezza di quanto sta accadendo, del significato di quanto sta accadendo, le cose potrebbero andare diversamente.

Consapevolezza! Che bella parola! Spesso la parola consapevolezza viene usata in modo indifferenziato come sinonimo della parola coscienza. In realtà coscienza e consapevolezza fanno riferimento a due dimensioni differenti del nostro modo di essere. La coscienza è quell’aspetto della tua esperienza umana che ti consente di essere qui , ora, presente. In modo esperienziale si può tradurre con “Io sono”. La consapevolezza è, invece, il prendere atto dell’essere coscienti. In modo esperienziale si può tradurre con “Io so di essere”.

“ Io so” è l’elemento che contraddistingue la consapevolezza dalla coscienza: sapere di sapere è la proprietà intrinseca della consapevolezza. Ed è la consapevolezza che ti permette di essere presente nella realtà, il più possibile in ogni ambito e aspetto della vita.

Non puoi scegliere di essere cosciente o no, ma puoi scegliere di essere consapevole. Essere consapevole ti permette di prendere una posizione, di assumerti la responsabilità, di mantenere un senso etico di ciò che fai, di amare in modo incondizionato.

Se si avvia il processo di consapevolezza, Maria, per esempio, potrebbe cominciare a guardare da vicino, pezzo per pezzo quella fila di incombenze interminabili che le si sono parate davanti agli occhi, appena sveglia. Potrebbe chiedersi perché deve credere di fare tutto, tutto insieme e nello stesso momento e soprattutto senza mai concedersi di sbagliare? C’è qualcosa a cui può rinunciare o rimandare? Potrebbe, senza provare ad alleviare il disagio, cercare di attraversare le fatiche, una ad una, di affrontarle, per verificare il significato di quel peso, di quella stanchezza e della perdita del piacere. Perché solo facendo tutto, bene e velocemente potrebbe sentirsi soddisfatta? Forse perché solo cosi si conferma quell’immagine idealizzata di donna, di moglie e di madre, che ha costruito nel tempo. Passando attraverso il dolore, la delusione e il peso

della rinuncia, potrebbe, per esempio, cominciare a misurare la grandezza dell’immagine che ha costruito di sé come donna, moglie e madre. Una immagine antica, disegnata pezzo pezzo sin da quando era piccola per superare, agli occhi dei genitori, la sorella o la cugina e che ora non vuole abbandonare e che soprattutto ancora non sa come ridisegnare. Una immagine che non deve fallire mai, che deve essere sempre inappuntabile, sempre sul pezzo, al cui confronto adesso che avverte di non farcela più si sente piccola, incapace, in una parola: fallita.

Se si avvia il processo di consapevolezza, Fabrizio potrebbe cominciare a guardare da vicino quanto non accetta di perdere, di non essere sempre vincente, e come il confronto con l’altro, per esempio il collega, gli faccia temere di non essere più il primo. Potrebbe cominciare ad essere consapevole di quanto la sua vita sia una gara continua, una competizione. Di come vada alla ricerca dell’applauso, del riconoscimento dell’altro e magari, quando questo arriva, di sentire di non meritarselo pienamente e di non aver fatto abbastanza.

Senza questo avvio di consapevolezza né Maria e né Fabrizio potranno avvicinarsi e confrontarsi. Ognuno proverà a scaricare sull’altro l’origine dei propri fallimenti. Maria dirà che la sua insoddisfazione nasce dalla mancata collaborazione di Fabrizio nel ménage familiare e da un figlio che non vuole adeguarsi a quanto lei sta provando ad inculcargli. Fabrizio, dal canto suo, crederà che tutto dipende da Maria che ha cambiato atteggiamento nei suoi confronti e dalla presenza di una famiglia che a volte sente pesargli addosso come un macigno. Sentiranno che ci sono modi di litigare ripetitivi, con uso di argomenti ripetitivi e persino di offese ripetitive. Eppure accade qualcosa per cui la reazione suscitata nell’altro appare poco comprensibile. Una, ad esempio, si muove sul piano del presente: “ Ascolta Fabrizio, ti sto dicendo…oppure

ti sto chiedendo…” e l’altro risponde invece facendo risuonare dentro di sé, aree del passato. E’ come se Fabrizio dicesse: “quello che mi stai chiedendo ha altri significati per me, che tu non capisci…” In questo caso la comunicazione tra i due sarà messa in scacco: ciò di cui parlano non riguarda più la realtà specifica della relazione ma si aggancia, evocandoli, ad eventi che hanno lasciato qualche ferita aperta.

E invece quale potrebbe essere il punto di partenza? Imparare a ricordare che quanto sentiamo, vediamo, crediamo non è in assoluto l’unica verità. È frequente essere convinti di occupare una posizione che ci fa sentire al centro del mondo, da dove la nostra visione è unica e inconfutabile. Questo è quanto siamo soliti chiamare egocentrismo. L’egocentrismo è l’atteggiamento che ognuno di noi ha quando riferisce tutto al proprio Io, prescindendo dall’esistenza di altri punti di vista e di riferimento. In questo modo tendiamo a soddisfare immediatamente i nostri bisogni senza tener conto dei limiti imposti dall’ambiente circostante e dagli altri. Egocentrismo è di Maria quando sente di essere l’unica a stare male in famiglia, è di Fabrizio o di Mattia quando pensano solo alle proprie pene. In una posizione egocentrica, Maria pretenderà che gli altri siano sempre a disposizione e cercherà di controllare la vita altrui. Lo stesso farà Fabrizio e Mattia.

A che cosa serve l’egocentrismo? A mantenere l’immagine grandiosa di sé che non deve essere messa in discussione e che per essere sostenuta necessita del continuo riconoscimento da parte degli altri.

L’immagine idealizzata è ciò che ci fornisce una specie di autostima sia pure illusoria , impedendoci di sprofondare nel disprezzo di sé. E per questo fatichiamo a metterla in discussione, finendo per considerarla una parte di noi che ci risulta reale. È indispensabile allora acquisire una buona dose di forza a reggere per es. la frustrazione o affrontare le fatiche

quotidiane. Allora una volta rafforzati potremo sopportare qualsiasi indebolimento della nostra immagine idealizzata. E poi se voglio costruire una me stessa autentica, dovrei riuscire a scegliere tra desideri che conducono in direzioni opposte. Per esempio: desidero stare da sola ed essere libera di fare quello che voglio senza legami non può stare insieme a desidero di avere un compagno, un figlio , una famiglia.

Scegliere l’uno o l’altro non è mai una scelta totalizzante. Sappiamo che avere una famiglia non è incompatibile con la possibilità di ritagliarsi spazi di autonomia. Oppure: desidero riuscire a dire quello che penso ma non voglio rinunciare a ricevere, sempre, approvazione da tutti quelli che sono intorno a me. Qui è fondamentale nuovamente una scelta. Potrò assumermi la mia responsabilità di dire il mio pensiero cercando però di rispettare l’interlocutore così che la verità che racconto non ferisca chi mi ascolta.

Prima di andare avanti nel discorso, dobbiamo fermarci a risentire le parole, a rivedere i gesti di Mattia. Per ogni figlio il percorso di consapevolezza e di attraversamento della criticità necessita della presenza attenta del genitore. Mattia sembra un ragazzo in preda all’ansia, alla paura di non sapere come si fa a crescere, come se si sentisse senza istruzioni per l’uso. Rimanda l’immagine di chi avverte un senso di impotenza e di isolamento, di fatica a sostenere la frustrazione. Ha abbandonato quel vestito che aveva fino a qualche tempo fa indossato. Ora non è più il bravo e il ragionevole Mattia, ora sente che deve combattere, che deve lottare, che deve andare contro quello che dicono gli altri, i grandi, così da far sentire la propria voce, così da far sentire che anche lui è grande , che anche lui ha i propri desideri anche se a volte non sa riconoscerli, non sa dire quali siano veramente. Sente la forza di quello che i suoi genitori vorrebbero da lui e a volte pensa che sarebbe più facile seguire le loro indicazioni. Ma poi si sente

perso e non sa più se, obbedendo ai suoi, rischia di perdere quello che gli piace, rischia di perdere i propri confini e non sapere più ciò che conta e ciò che non conta. E allora reagisce come se, dicendo no agli altri, così quasi per principio, solo in questo modo può preservare uno spazio vuoto da riempire con i propri desideri.

Certo per permettere a Mattia di affrontare questi discorsi, è necessario che Maria e Fabrizio possano imparare ad ascoltarsi senza aver paura di quanto stanno vivendo, per trovare l’energia per accogliere quella realtà che non può essere, per il suo significato intrinseco, simile ad una favola. Che non può correre liscia senza inciampi o cadute. Abbandonando la propria immagine idealizzata, possiamo ascoltare e accogliere le pene e le fatiche di nostro figlio, che non vanno ad incrinare il nostro ruolo di bravo genitore. Se vogliamo accompagnare un figlio nella ricerca della sua dimensione è necessario compiere un cammino di consapevolezza difficile ma non impossibile. Accettare di passare in mezzo alla confusione, al disorientamento, prendendosi il tempo per ascoltarsi e ascoltare, per cercare insieme il significato di quanto sta accadendo senza lanciare addosso all’altro la colpa di tutto. Quando ci troviamo in un momento di criticità, quando le cose non avvengono come vorremmo, quando sentiamo di inciampare o di cadere per terra, siamo abituati a sentirci dire che l’importante è imparare a rialzarsi. Questa affermazione sembra sostenere una sorta di invito a credere nella invincibilità. Nonostante le avversità siamo di nuovo in piedi, pronti a ripartire, più forti di prima. Ma, la frase che potrebbe risuonare meglio, seguendo il filo di quanto abbiamo fin qui detto, è allora un’altra: importante è imparare a cadere. Cosa voglio dire con questo? Imparare a cadere significa imparare a non spaventarsi della caduta, provando a non farsi troppo male. Come si fa? Per imparare

a cadere dovremmo scegliere di non sostare su un piedistallo molto alto, sul quale, una volta issati, finiremmo per sentirci superiori rispetto agli altri. Cadere da quell’altezza, allora si che potrebbe essere rovinoso. E, seguendo la metafora, ogni fallimento, ogni sconfitta verrebbe sentita come qualcosa di terribile, di insostenibile, qualcosa che potrebbe rovinare irrimediabilmente la nostra immagine. Se invece non siamo sul piedistallo, ma restiamo con i piedi ben piantati per terra, ogni caduta si può affrontare e accettare senza farsi troppo male, senza avvertirla cioè come una tragedia.

E ora: io, tu, noi tutti come affrontiamo la criticità?

Proviamo a confrontarci.

BIBLIOGRAFIA

Benedetti M. (2013) “ R come rivalità”, Cittadella Editrice, Assisi

Benedetti M. (2022) “ Idee contagiose”, Tau Editrice, Todi

Chiozza L.(2007) “ Perché ci ammaliamo” Eidon s.r.l., Perugia

Chiozza L.(2005) Le cose della vita, Città Aperta Edizioni, Troina,

Chiozza L.(2012), “L’interesse nella vita”, Istituto Aberastury

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Freud S.(1908) “Il romanzo familiare dei nevrotici”, OSF vol. V, Boringhieri, Torino

Freud S. (1920) “ Al di là del principio del piacere”, OSF vol. X

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Horney K. (1950) “Nevrosi e Sviluppo della Personalità” Casa

editrice Astrolabio, Firenze

Horney K. (1945) “ I nostri conflitti interni”, G.Martinelli

Editore, Firenze

Morrone V.A. (2013) “ Il processo terapeutico”, Alpes Italia

Editore, Roma

Panikkar R. ,Cacciari M., Touadi JL “Il problema dell’altro”, L’altra pagina Società Coop editoriale, Città di Castello

Papa M.L. (2018) “Noi ti adottiamo tu ci adotti”, Tau Editrice, Todi

POSTFAZIONE

PER RETE FAMIGLIE ADOTTIVE di Monya Ferritti

Il Coordinamento CARE è una organizzazione di secondo livello nata a Roma nel 2011. Attualmente è formata da 42 associazioni familiari adottive e affidatarie ed è l’unico coordinamento con questa tematica esistente in Italia. La costruzione di reti orizzontali fra le associazioni familiari aderenti, con altri Enti del terzo settore che hanno come finalità la tutela dell’infanzia e dell’adolescenza, e di reti verticali con le istituzioni a carattere regionale e nazionale, è nel DNA del Coordinamento. Infatti, la rete ha permesso, nel tempo, al Coordinamento CARE di rappresentare, promuovere e supportare le istanze delle famiglie accoglienti presso le istituzioni ma soprattutto ha permesso il confronto e la collaborazione tra le associazioni offrendo spazi e opportunità di apprendere dalle esperienze altrui e di valorizzare le proprie.

L’associazione Rete Famiglie Adottive è socia da molti anni del Coordinamento CARE e si configura come un avamposto autorevole, prezioso e costruttivo per tutte le famiglie adottive e le coppie candidate all’adozione che vivono nel territorio umbro.

Questa operatività efficace avviene grazie a un cambio di paradigma sviluppato dall’associazionismo familiare adottivo in questi ultimi anni e che ha trasformato le famiglie adottive da soggetti deboli, portatrici di un bisogno, obbligate a scegliere da un ventaglio di servizi generalisti predefiniti in soggetti forti – se organizzate – che sollecitano servizi specificatamente ritagliati sui loro bisogni, richieste e necessità. Le associazioni familiari, infatti, prendono le mosse a partire dal riconoscimento del bisogno di condividere un’esperienza considerevolmente significativa e pervasiva, come quella di diventare una famiglia attraverso l’adozione di un figlio. Suc-

cessivamente si sviluppano attraverso la valorizzazione delle risorse delle famiglie, anche inespresse; ciò deriva dalla capacità di creare relazioni e legami con i singoli componenti dell’associazione contribuendo, pertanto, a contrastare l’isolamento in cui, questi, possono precipitare. Sono numerosi gli interventi che realizzano le associazioni familiari sui territori in cui si sviluppano, tra questi la creazione di eventi, incontri, occasioni di confronto, dialogo e approfondimento delle famiglie adottive sui temi più rilevanti che le riguardano. Il coinvolgimento di professionisti esperti e di valore come la d.ssa Maria Luisa Papa nelle attività dell’associazione Rete Famiglie Adottive è sicuramente un fondamentale tassello nella costruzione di una rete sociale utile alle famiglie adottive e alle coppie disponibili all’adozione. Infatti, un passaggio fondamentale nella vita di un’associazione familiare è quello di costruire e avvalersi di una rete che sappia essere realmente supportiva ed efficace e ciò si realizza a partire dalla partecipazione a specifiche attività realizzate dall’associazione di operatori che conoscono i contesti, i fenomeni e le dinamiche del sistema dell’adozione e sappiano, quindi, fornire elementi di riflessione per aiutare le famiglie a leggere e interpretare i segnali provenienti dai propri componenti. La raccolta delle conversazioni che la d.ssa Papa ha tenuto in questi anni (2018 – 2023), nel corso degli incontri organizzati dall’associazione Rete Famiglie Adottive, permette di conservare e rendere accessibili i contenuti culturali che sono stati affrontati nel tempo, dall’adolescenza alla gestione della rabbia, dalla accoglienza della alterità nella coppia e nei figli all’approfondimento sulle criticità nella coppia con figli. Il volume, quindi, nel consentire una lettura di insieme delle conversazioni realizzate, offre ai lettori - nello stesso tempo - molteplici spunti di riflessione circa tematiche molto importanti per le famiglie adottive, invitandole così all’approfondimento e accompagnandoli su un percorso di consapevolizzazione.

ASSOCIAZIONE RETE FAMIGLIE ADOTTIVE (RFA)

L’Associazione Rete Famiglie Adottive nasce in Umbria per input dei coniugi Maria Rosaria Fiorelli e Giovanni Gentili e da un gruppo di famiglie che si sono conosciute frequentando i corsi post-adozione e organizzando le “Feste delle famiglie adottive”, che hanno coltivato la relazione con il territorio e si sono riconosciute nell’importanza di condividere il proprio vissuto e porsi come “compagnia” e come risorsa tra sé e altre famiglie.

Fare rete è una delle finalità principali della Rete Famiglie Adottive, associazione di famiglie adottive interessate a camminare insieme ad altre famiglie (adottive e/o interessate all’adozione) per lo sviluppo della cultura dell’adozione attraverso attività ricreative e maturative.

L’Associazione, radicata a livello locale, collabora strettamente con i servizi pubblici socio-assistenziali (o di altro genere) coinvolti nell’adozione, in un’ottica di sussidiarietà, e favorisce l’integrazione tra i servizi pubblici e quelli privati degli enti autorizzati e di altre realtà che siano interessate al tema.

Oltre alla stretta collaborazione con i servizi comunali che si occupano di adozione, si segnala la partecipazione alla Consulta comunale delle associazioni familiari del comune di Perugia, al Forags (Forum Regionale Associazioni Genitori) e al Tavolo regionale interistituzionale scuola/adozione.

La Rete Famiglie Adottive svolge, inoltre, attività atte a sensibilizzare l’opinione pubblica, gli operatori sociali, scolastici e le istituzioni pubbliche e private al rispetto ed alla difesa dei diritti dei minori adottati, affinché sia riconosciuta e valorizzata la loro peculiarità senza per questo considerarli automaticamente con “bisogni speciali”.

L’Associazione è inserita in un contesto nazionale di promozione della cultura e dell’adozione e dell’affido e fa parte del

Coordinamento CARE (Coordinamento nazionale delle associazioni familiari adottive e affidatarie in rete), associazione di secondo livello che raccoglie 42 associazioni sul territorio nazionale, che supporta e promuove l’associazionismo familiare adottivo o affidatario, sostiene le famiglie adottive e affidatarie e tutela i diritti delle bambine e dei bambini in stato di abbandono o provenienti da famiglie in difficoltà.

DIECI ANNI DI EVENTI

5 Gennaio 2015 - Prima festa delle famiglie adottive

Portano un saluto dal Servizio Adozioni nazionali ed internaziona-

li delle zone 2, 3, 4, 5 dell’Umbria:

Maria Luisa Papa, psicologo, psicoterapeuta, dirigente sanitario

Asl 1

Maria Piera Sepicacchi, assistente sociale, comune di Perugia

Beatrice Gosti, assistente sociale, comune di Perugia

Presso Ristorante Rossopomodoro, Collestrada

5 Gennaio 2016 - Secondo evento annuale

Tavola rotonda: “Essere genitori, essere figli”

Intervengono dal Servizio Adozioni nazionali ed internazionali

delle zone 2, 3, 4, 5 dell’Umbria:

Maria Luisa Papa, psicologo, psicoterapeuta, dirigente sanitario

Asl 1

Maria Piera Sepicacchi, assistente sociale, comune di Perugia

Beatrice Gosti, assistente sociale, comune di Perugia

Partecipano alla Tavola Rotonda:

Mauro Benedetti, psicologo, psicoterapeuta

Di Sisto Adriano e Mariella, famiglia adottiva e affidataria

Saluti di:

Edi Cicchi, assessore alla famiglia, ai servizi sociali, alle pari opportunità, comune di Perugia

Carla Trampini, dirigente U.O. Servizi Sociali

Moderatori: Maria Rosaria Fiorelli, Giovanni Gentili, presidenti

RFA

Presso Ristorante Rossopomodoro, Collestrada

13 Gennaio 2017- Terzo evento annuale

Tavola rotonda: “L’esperienza scolastica tra ideale e realtà: la famiglia adottiva come risorsa”. Aspetti normativi, psicologici, esperienze e prospettive

Intervengono dal Servizio Adozioni nazionali ed internazionali

delle zone 2,3,4,5 dell’Umbria:

Maria Luisa Papa, psicologo, psicoterapeuta, dirigente sanitario

Asl 1

Maria Piera Sepicacchi, assistente sociale, comune di Perugia

Beatrice Gosti, assistente sociale, comune di Perugia

Saluti di:

Edi Cicchi, assessore alla famiglia, ai servizi sociali, alle pari opportunità, comune di Perugia

Carla Trampini, dirigente U.O. Servizi Sociali

Moderatori: Maria Rosaria Fiorelli, Giovanni Gentili, presidenti

RFA

Presso Ristorante Rossopomodoro, Collestrada

13 gennaio 2018 - Quarto evento annuale

Tavola rotonda: “La gestione della rabbia nella coppia e nei figli”

Intervengono dal Servizio Adozioni nazionali ed internazionali

delle zone 2, 3, 4, 5 dell’Umbria:

Maria Luisa Papa, psicologo, psicoterapeuta, dirigente sanitario

Asl 1

Maria Piera Sepicacchi, assistente sociale, comune di Perugia

Beatrice Gosti, assistente sociale, comune di Perugia

Partecipano alla Tavola Rotonda:

Mauro Benedetti, psicologo, psicoterapeuta

Paolo Tomassoni, educatore di comunità per minori, Coop. Nuova

Dimensione

Massimo e Grazia Ranuzzi, famiglia adottiva

Saluti di:

Edi Cicchi, assessore alla famiglia, ai servizi sociali, alle pari opportunità, comune di Perugia

Carla Casciari, consigliere regionale

Maria Pia Serlupini, garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza

Luca Barberini, ass. regionale alla Sanità e Welfare

Stefania Proietti, sindaco di Assisi

Moderatori: Maria Rosaria Fiorelli, Giovanni Gentili, presidenti

RFA

Presso Centro Congressi DOMUS PACIS, Santa Maria degli Angeli (PG)

11 Gennaio 2019 - Quinto evento annuale

Tavola rotonda: “Amati da sempre”

Giusi Musumeci, figlia e mamma adottiva, autrice del libro “Amata da sempre, storia di una figlia adottiva”

in dialogo con Maria Luisa Papa, psicologo, psicoterapeuta, dirigente sanitario Asl 1

Saluti di:

Edi Cicchi, assessore alla famiglia, ai servizi sociali, alle pari opportunità, comune di Perugia

Maria Pia Serlupini, garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza

Moderatori: Maria Rosaria Fiorelli, Giovanni Gentili, presidenti

RFA

Presso Ristorante Rossopomodoro, Collestrada

19 Gennaio 2020 - Sesto evento annuale

Tavola rotonda: “Essere genitori nell’era di Internet”

Intervengono:

Roberto Contu, Liceo Sesto Properzio, Assisi

Flavia Marcacci, Pontificia Università Lateranense, Roma

Giovanni Gentili, esperto in trasformazione digitale

Testimonianza di una famiglia adottiva

Modera l’incontro:

Maria Luisa Papa, psicologo, psicoanalista, dirigente del servizio di neuropsichiatria infantile e psicologo clinico del servizio adozioni nazionali ed internazionali delle zone 2,3,4,5 dell’Umbria

Saluti di:

Stefania Proietti, sindaco di Assisi

Edi Cicchi, assessore alla famiglia, ai servizi sociali, alle pari opportunità, comune di Perugia

Presso Centro Congressi DOMUS PACIS, Santa Maria degli Angeli (PG)

Venerdì 17 aprile 2020 - incontro online

Dott.ssa Papa Maria Luisa

psicologo, psicoterapeuta, dirigente sanitario Asl 1, servizio adozioni nazionali ed internazionali delle zone sociali 2, 3, 4, 5 dell’Umbria

“È tempo di non fare: sostare e so stare”

Moderatori: Maria Rosaria Fiorelli e Giovanni Gentili, presidenti RFA

Sabato 25 aprile 2020 - incontro online

Dott.ssa Barbanera Francesca

medico-neuropsichiatra infantile presso USL Umbria 1

Esperienze formative e cliniche di lavoro con i genitori

“Esserci: genitori e figli-Dal reparenting al parenting “

Moderatori: Maria Rosaria Fiorelli e Giovanni Gentili, presidenti RFA

Venerdì 1 maggio 2020 - incontro online

Dott. Astori Sergio psicoterapeuta, psichiatra, docente all’Università Cattolica di Milano

“Tra il ‘non più’ e il ‘non ancora’”

Moderatori: Maria Rosaria Fiorelli e Giovanni Gentili, presidenti RFA

9 Gennaio 2021 - Settimo evento annuale

Tavola rotonda: “Quando i figli crescono: adolescenza e dintorni”

Intervengono:

Maria Luisa Papa, psicologo, psicoanalista, dirigente del servizio di neuropsichiatria infantile e psicologo clinico del servizio adozioni nazionali ed internazionali delle zone 2,3,4,5 dell’Umbria

Anna Guerrieri, Università dell’Aquila, referente scuola coordinamento Care, formatrice, scrittrice

Silvia e Luca Bartocci, protagonisti del libro di L. Cancrini “La sfida dell’adozione. Cronaca di una terapia riuscita.”

Saluti di:

Edi Cicchi, assessore alla famiglia, ai servizi sociali, alle pari opportunità, comune di Perugia

Moderatori: Maria Rosaria Fiorelli, Giovanni Gentili, presidenti RFA

Incontro svoltosi online

15 Gennaio 2022 - Ottavo evento annuale

Tavola rotonda: “L’accoglienza dell’alterità nella coppia e nei figli”

Intervengono:

Maria Luisa Papa, psicologo, psicoanalista, dirigente del servizio di neuropsichiatria infantile e psicologo clinico del servizio adozioni nazionali ed internazionali delle zone 2,3,4,5 dell’Umbria

Monya Ferritti, presidente del Coordinamento Care

Stefania e Alfredo Perrone, sposi e genitori

Saluti di:

Edi Cicchi, assessore alla famiglia, ai servizi sociali, alle pari opportunità, comune di Perugia

Moderatori: Maria Rosaria Fiorelli, Giovanni Gentili, presidenti

RFA

Incontro svoltosi online

9 Gennaio 2023 - Nono evento annuale

Tavola rotonda: “Affrontare le criticità nella coppia e nei figli”

Intervengono:

Maria Luisa Papa, psicologo, psicoanalista, dirigente del servizio di neuropsichiatria infantile e psicologo clinico del servizio adozioni nazionali ed internazionali delle zone 2, 3, 4, 5 dell’Umbria

Stefano Rossi e Barbara Baffetti, collaboratori dell’ufficio nazionale di pastorale familiare della Cei

Saluti di:

Edi Cicchi, assessore alla famiglia, ai servizi sociali, alle pari opportunità, comune di Perugia

Monya Ferritti, presidente del Coordinamento Care

Maria Rita Castellani, garante per l’infanzia e l’adolescenza

Elisa Granocchia, dirigente UO servizi sociali del comune di Perugia

Moderatori: Maria Rosaria Fiorelli, Giovanni Gentili, presidenti

RFA

Presso Centro Congressi DOMUS PACIS, Santa Maria degli Angeli (PG)

Breve nota su:

Maria Luisa Papa, psicologa psicoanalista, svolge attività libero professionale. Già Dirigente Sanitario Neuropsichiatria Infantile USL Umbria1 e Servizio Adozioni Nazionali e Internazionali del Comune di Perugia e delle zone sociali di Assisi-Bastia, Todi-Marsciano e del Trasimeno. Socio ordinario della

S.P.I.G.A. (Società di Psicoanalisi Interpersonale e Gruppo Analisi di Roma, fondatore Vincent Alfred Morrone). Ha scritto nel 2018 “Non ti adottiamo, tu ci adotti. Una storia dalle radici ai frutti” Tau Editore.

Monya Ferritti

Monya Ferritti è presidente del Coordinamento CARE, il Coordinamento nazionale di associazioni familiari adottive e affidatarie e, in questa veste, ha ricoperto numerosi incarichi istituzionali sui temi della protezione dell’infanzia. È tecnologa all’INAPP (Istituto di Analisi delle Politiche Pubbliche).

Cura il blog #Il-CorpoEstraneo (su piattaforma WordPress) e le corrispondenti pagine social.

M Rosaria Fiorelli

Moglie, madre, insegnante, consulente familiare, promotrice, cofondatrice e presidente dell’Associazione Rete famiglie Adottive. Autrice con G. Gentili del libro “E voi ancora niente figli?”, San Paolo, 2021. Collabora con la fondazione Misterogrande e con i Frati minori dell’Umbria per la formazione e l’accompagnamento dei fidanzati, degli sposi e delle coppie alle prese con l’infertilità

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