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L'accoglienza della vita in ogni sua faccia - Storia nr. 25 tratta da "Storytelling di Volontariato"

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Credo che la molla al volontariato sia scattata durante l’infanzia, avevo 4 anni, abitavo in una villetta a Pont canavese, la zona era il feudo partigiano di Piero, sopra il mio alloggio c’era il comando tedesco dove torturavano i partigiani, ricordo grida di dolore e giovani bendati; la villetta era a 20 mt dalla stazione, la prima sulla strada e di notte dopo l’8 settembre del ‘43 i disertori bussavano e mia mamma dopo averli rifocillati dava loro un abito civile al posto della divisa.

L’esempio poi venne da mia mamma che, ben 50 anni fa, dissuase una sua amica dall’aborto che poi sovente arrivava a casa nostra al compleanno della figlia salvata e portava fiori alla mia mamma.

La spinta decisiva fu dettata dalla perdita della mia terza figlia, Federica salì al cielo a tre anni per una leucemia fulminante che la portò via in 15 giorni. Dopo tre mesi dalla morte, per tre volte alla settimana, mi recai nel reparto oncologico dell’ospedale Regina Margherita ad intrattenere quei bimbi malati, per sollevare un po’ i genitori e per dare anche sollievo alla mia sofferenza; bimbi coi quali giocai, incontrai i loro sguardi tristi, ma che ai miei sorrisi rispondevano con un sorriso, le loro manine mi stringevano e il calore di quelle manine fu una gioia infinita per me.

Uscendo erano lacrime di dolore ma resistetti per quattro mesi.

A fine dell’anno 1980 venni a conoscenza del Centro Aiuto alla Vita aperto da poco, a Torino, dopo la legge sull’aborto e subito sentii la spinta a dedicare qualche ora a questa Associazione. Iniziai così a fare accoglienza alle mamme disperate, incerte, titubanti per una gravidanza indesiderata.

In quella sede capii che ero al posto giusto e tuttora ci sono, salvo l’interruzione per una nuova maternità a 43 anni. Il ginecologo mi propose il prelievo dei villi coriali, quando all’ottava settimana, facendo l’ecografia vidi e sentii il forte pulsare del cuoricino del mio bambino mi proposi di non fare nulla, entrai in Chiesa e dissi a Dio: il mio si completo. Trascorsi una gravidanza serena e nacque Giorgio, sano, bello.

Sono tanti i momenti belli del mio volontariato, momenti di gratifi-

cazione personale e di sprone nei momenti di stanchezza.

Ricordo il caso di una giovane madre, marito disoccupato, al quarto figlio, voleva abortire, cercai di dissuaderla, ci pensò cinque minuti, poi mi disse: ho promesso sposandomi di accogliere i figli che Dio mi avrebbe mandato, commosse ci abbracciammo, rimase vedova l’anno dopo, si risposò e la seguii per altri due figli.

Il caso della giovane 23enne, tossicomane, che dormiva col compagno sotto i ponti e andavano a sfamarsi alla mensa del Cottolengo. Un frate ci segnalò che era incinta del terzo figlio, una collega si occupò di lei, venne sistemata in una casa d’accoglienza dove si disintossicò, mi confessò che ci riuscì col desiderio di conoscere il figlio che, a distanza di otto mesi, non aveva mai visto.

Dopo tre anni, questa donna, venne al Centro nuovamente incinta, la convinsi a tenere il nascituro e così successe per il quinto, il sesto e il settimo che anche lei ebbe a 43 anni. Questa relazione si è trasformata in una bella amicizia e io sono la madrina dell’ultimo nato.

Una donna senegalese, incinta del quarto maschio, con situazione economica disastrosa, aveva deciso di interrompere la gravidanza, quando le dissi: “da cattolica le dico che suo figlio già le vuole bene, se lo elimina è come se lo uccidesse”. Lei mi guardò a lungo, “anch’io sono cattolica”, rispose, “ha ragione, lo tengo”, disse piangendo ed io piansi con lei. Ora il bimbo ha sei anni e la mamma è molto orgogliosa della scelta fatta.

Una ragazza di 22 anni, incinta e abbandonata dal ragazzo, sbattuta fuori casa dai genitori, venne da noi dopo avere visto la nostra locandina in Chiesa, con l’esame ecografico da cui si evinceva un’anomalia del feto, la convinsi a fare un’altra ecografia, dopo tre giorni tornò felice: tutto nella norma, partorì una bimba normale, trovò lavoro e ogni tanto mi telefona per ringraziarmi.

Poi la ragazza del Sud Italia, abusata dallo zio anziano, invitata ad abortire dalla famiglia e venuta a Torino da una parente suora ed indirizzata a noi per timore di anomalie fisiche del concepito, tenne il bambino e partorì un figlio sano che le permise di gestire la sua libertà.

Mi rendo conto che da quello che dirò può dipendere una nuova vita, prego intensamente Dio che sia Lui a suggerirmi argomenti giusti nel rispetto della donna che ho davanti a me.

Ci sono anche i fallimenti: due ragazzi volevamo fortemente il figlio, non mi lasciai intimorire né dagli insulti né dalle minacce della mamma di lei che alla fine, però, ebbe il sopravento.

La soddisfazione più bella è quella di vedere le mamme felici che mi cercano, credono in me, tengono buoni i consigli e a volte arrivano con oggetti dei loro Paesi, ma la soddisfazione più grande è vedere la creatura che ti sorride.

Trentacinque anni di volontariato attivo costituiscono un bel tessuto umano, con trame di sorrisi, di delusioni, di rabbia anche per avere fallito, di gioia, di stanchezza personale e di rinunce personali.

Rimane il fatto di credere in quello che predico, c’è anche l’umano desiderio, ora che sono anziana, di essere utile all’umanità e poi sì mantiene allenato il cervello, io mi occupo della segreteria e sono costretta ad aggiornarmi.

Al Centro di mamme che hanno necessità se ne presentano sovente anche solo perché hanno bisogno del corredino o dell’attrezzatura o il latte in polvere o semplicemente di un sorriso incoraggiante.

Aiutando la vita nascente la mia percezione della vita è cambiata, il contatto con le persone, l’ascoltare gli altri per me è essenziale e mi fa dimenticare quando dagli 8 ai 14 anni balbettavo, allora non c’erano i logopedisti che aiutavano e per me comunicare era un grosso problema.

Il mio desiderio di continuare gli studi fu talmente grande che, nell’estate di passaggio dalla media alle scuole superiori, mi inventai degli esercizi fonici e riuscii da sola ad andare ad acquistare nei negozi, dove prima mi presentavo con un biglietto, ad essere interrogata senza farlo alla lavagna scrivendo le risposte con relativo scherno delle compagne; per mia fortuna i compagni maschi furono sempre rispettosi e non perchè fossi attraente!

Fui anche soggetto di volontariato a 24 anni, il primo amore mi diede

molta fiducia, mi fece superare vari complessi d’inferiorità e gli devo molto anche se poi mi mollò alla vigilia delle nozze!

Mettendo tutto sulla bilancia ritengo di dare e di ricevere in egual misura, a volte mi piacerebbe dare di più, ma nella mia vita non c’è ordinarietà: o sono piena d’impegni o passo periodi banali ed è così anche nel volontariato dove ho picchi di emozioni o momenti di delusione.

Come donna mi sento naturalmente di avvicinare il prossimo, aderisco ad una vasta comunità religiosa che mi ha permesso di avvicinare e conoscere tante persone altruiste e grazie a loro ho avuto l’opportunità di ospitare per parecchio tempo bambini stranieri bisognosi.

Anche nella quotidianità si è un volontario, infatti ai miei vicini di casa francesi davo il benvenuto quando arrivavano, li invitavo a cena facendoli sentire in famiglia; mi hanno chiamato il loro angelo per averli indirizzati nei posti giusti e l’amicizia con loro è ancora viva, tuttora, nonostante siano ritornati nel loro paese.

Il senso di dare tutta me stessa in ogni situazione, mi ha portato a seguire l’impulso di portare a casa mia, più volte, le ragazze madri che conoscevo, prima di trovarle una sistemazione definitiva; due di queste mamme mi telefonarono in seguito per rivederci e per mostrarmi il loro figlio cresciuto.

Spero che Dio mi doni ancora la salute e la forza per continuare in questa mia opera.

Piera guccione

Associazione centro di aiuto alla vita Promuove la cultura alla vita perché la donna sia libera di accogliere il figlio che porta in grembo

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