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Lesiciliane/casablanca n° 91

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VENT'ANNI DI GIORNALISMO MILITANTE. CON AMORE E CON FOLLIA

Graziella Proto

Oggi a Catania un gruppo dell’informazione di "serie B" – quella che non ha pubblicità, né padrini politici alle spalle, né santi in paradiso, e si immola firmando cambiali e rischiando la propria casa per la libertà di informazione, per la verità e per il giornalismo etico di Giuseppe Fava –festeggia 20 anni. Festeggiamo l'informazione che non ha padroni né necrologi censurati, ma solo tanta passione, molta follia e zero filtri. "Giornalismo militante", si dice, ma ci guardano con tenerezza. Dei sempliciotti che non sanno arricchirsi.

Noi dell’informazione di serie B, con orgoglio, da Catania chiamiamo a raccolta coloro che credono in questo impegno, perché abbiamo deciso di autofesteggiarci. Faremo un brindisi alla nostra salute, certamente, ma brinderemo anche alla nostra follia per ciò che abbiamo fatto in tutti questi anni. Per il nostro ardore. La nostra passione. La nostra onestà. Per festeggiare vent'anni di ostinata, etica povertà.

Per decenni, a Catania, la formula del potere è stata semplice come una ricetta della nonna: prendi la città, prendi l’unico quotidiano locale, agita bene e ottieni il monopolio assoluto del pensiero. Per generazioni, La Sicilia non è stato solo un giornale: è stata la colonna sonora, il filtro Instagram ante litteram e l'arbitro indiscusso della società civile. Volevi ribellarti? Volevi incanalare la rabbia popolare? Spiacenti, l'agenda del

giorno la decideva l'Editore-DirettorePlenipotenziario.

Persino una Commissione Antimafia, in gita di piacere sotto l'Etna, osò suggerire che quel giornale e il suo timoniere fossero lo snodo cruciale di un triangolo amoroso tra politica, economia e finanza. E vabbè, potremmo aggiungere pure la mafia, giusto per non farci mancare nulla e soprattutto perché molti interessi coincidevano.

Eppure, a sentire le stanze della redazione, a Catania la mafia semplicemente non esisteva. Come ha candidamente confessato di recente un alto esponente del giornale: «Eh, ma noi all'interno non ne avevamo la percezione!» Una distrazione comprensibile. Come fare, d'altronde, a "percepire" l'impero miliardario sorto attorno ai mitici "Cavalieri del Lavoro" (Graci, Rendo, Costanzo, Finocchiaro)? Come accorgersi dei loro legami con i clan, anche se il prefetto Dalla Chiesa li indicava a dito a mezza Italia da Palermo a Torino e indagava sulle fatture false del Cavaliere Rendo? Evidentemente, in redazione soffrivano tutti di una gravissima e selettiva forma di sinusite che impediva di fiutare l'odore dei soldi.

In città c’era un blocco di potere granitico. I soldi dei Cavalieri, l’economia, gli intellettuali e ciliegina sulla torta una giustizia talmente solerte nell'insabbiare e proteggere che sembrava dotata di un servizio di pulizie integrato.

La linea editoriale di quel quotidiano era di un'efficacia straordinaria: la parola "mafia" era abolita. Non solo negli articoli di cronaca, ma persino nei necrologi. Se moriva un boss, moriva un "noto filantropo". Qualcuno potrebbe dire: «Vabbè, il giornale è privato e il padrone ci fa quello che vuole». Certo. E da imprenditore decisamente disinibito e senza troppi grilli morali per la testa, il Cavaliere ha trasformato l'informazione nel più grande affare della città, diversificando gli investimenti: dalle rotative ai centri commerciali, dalle Porte di Catania al Sicily Outlet Village. Lui era l'anima nera della provincia? Chi provava a dirlo ad alta voce veniva isolato, mentre il resto della città si riscopriva improvvisamente non vedente. Chi doveva urlare sussurrava, chi doveva vigilare dormiva, e il sistema si incancreniva mentre molti ingenui pensavano di avere a che fare solo con un banale monopolista dell’informazione.

Un giornalista ci provò a raccontare questo splendore. Si chiamava Pippo Fava. Lo uccisero il 5 gennaio del 1984, perché certe verità rovinavano il paesaggio. Il Cavaliere del giornalismo etneo sembrava intoccabile. Non c’erano "giudici a Berlino" capaci di disturbarlo. Poi, il colpo di scena degno di una serie Netflix: finisce sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Un processo monumentale, i cui faldoni contengono la vera storia degli ultimi cinquant'anni di Catania. Com'è finita? Assolto, dice la verità giudiziaria. E noi ci inchiniamo alla sentenza.

Ma per fortuna esiste ancora la verità etica e politica, un lusso a cui è bene non rinunciare. Perché nelle pagine di quel quotidiano la storia di Catania era totalmente diversa. Era una favola, una chimera, un meraviglioso racconto fantasy in cui Catania era, pensate un po', "la Milano del Sud".

Una Milano del Sud davvero bizzarra, rimasta tale anche quando l'Enel decideva di staccare letteralmente la luce a interi quartieri popolari perché l'amministrazione comunale non pagava le bollette. Ma non vi preoccupate: nei salotti buoni del centro l'elettricità non è mai mancata. E laddove non arrivava l'Enel, ci pensava La Sicilia: con la sua informazione illuminata, ha tenuto felicemente la città al buio per cinquant'anni.

LA SOLIDARIETÀ DIETRO LE SBARRE

Graziella Proto

Sono liberi, stanno tornando a casa, ma l'indignazione resta. L'assalto ai velieri della pace e i successivi abusi non sono una novità, ma l'ultima trovata del ministro Ben Gvir segna un punto di non ritorno: filmare la degradazione di uomini e donne ammanettati e costretti a inginocchiarsi a testa bassa davanti ai mitra. Un gesto che il nostro Capo dello Stato ha definito, senza giri di parole, "infimo".

Di fronte a violazioni così palesi dei diritti umani in acque internazionali, la presa di distanze di Netanyahu – che ora parla di azioni "fuori dagli standard del Paese" –suona tardiva e ipocrita. Perché il Premier ha tollerato tutto questo fino ad ora? La risposta, probabilmente, sta nelle urne che si avvicinano. Ora si apre la fase del dopo: staremo a vedere, e soprattutto a vigilare, su cosa succederà adesso.

Quelli che si stanno ricongiungendo ai propri cari in queste ore sono gli ultimi testimoni di una violenza che va avanti da settimane. Prima di loro, a tracciare questa drammatica strada, erano stati Thiago Ávila e Saif

Abukeshek, liberati solo quindici giorni fa dopo aver vissuto l'inferno.

Nella nostra memoria e nella nostra immaginazione restano impresse le gelide celle del centro di detenzione di Shikma, ad Ashkelon, dove il silenzio dell'isolamento non è stato un vuoto, ma un urlo. È il coraggio di Thiago e Saif che ha rotto quelle pareti. Dal 6 maggio scorso, i loro corpi erano diventati l'unico campo di battaglia rimasto: avevano scelto lo sciopero della fame. Un corpo che si consuma, grammo dopo grammo, per gridare contro il sopruso di una detenzione senza

legge e la violenza di interrogatori che di civile non hanno nemmeno l'ombra.

Sono stati prelevati dalle forze israeliane in acque internazionali durante l'abbordaggio alla Global Sumud Flotilla al largo di Creta e, secondo le denunce degli organizzatori, sono stati deportati in Israele.

Per chi li conosce, Thiago e Saif sono l'esatto opposto della violenza. Sono anime splendide, animate da una mitezza che spiazza e da un’incapacità viscerale di fare del male.

Eppure, nel mondo capovolto della

propaganda bellica, la loro dedizione all'umanità è diventata una colpa. L'accusa? Terrorismo. Il solito, stantio riflesso di chi deve trasformare la solidarietà e l'accoglienza

in reato per giustificare il sequestro di un sogno.

Israele parla di ‘sicurezza’, ma viene da chiedersi: sicurezza da chi? Da chi porta riso? Da chi porta speranza? Da chi offre sogni ai disperati? Sembra piuttosto la cieca convinzione di chi crede di poter agire al di sopra di ogni legge umana e internazionale, convinto che il mondo sia solo un cerchio di nemici da annientare.

Bibi Netanyahu – il manovratore dei processi per corruzione, l'ombra inseguita da mandati di cattura internazionali si ostina a non capire. Caro Bibi, non stai sfidando ‘quattro barchette’ cariche di aiuti. Stai sfidando una flotta internazionale di 30 Paesi, un mosaico di bandiere che ha scatenato un'overdose di ottimismo e dignità. Prima o poi il mondo uscirà dal torpore emotivo in cui è caduto e ti saprà presentare il conto. C’è sempre un giudice a Berlino. Quella della flottiglia e dei sognatori che la inseguono non è politica di palazzo: è un’energia positiva carica di progetti e voglia di libertà. Una forza grande e invasiva che ha svegliato tanti giovani, rimettendo in

circolazione la voglia di partecipazione e riportandoli nelle piazze e nei porti senza la benedizione di partiti, padroni o padrini. In Italia lo abbiamo constatato nelle manifestazioni che hanno invaso le città, ma lo sentiamo anche nel battito di questa missione partita il 26 aprile da Augusta: 60 barche contro un muro d'acqua e acciaio. Poi, il blitz. A mille chilometri da Gaza, al largo di Creta, la forza bruta ha spezzato la navigazione. 22 navi sequestrate. Oltre 200 attivisti detenuti. Corpi bendati, polsi stretti da fascette di plastica che segnano la carne, ore di incertezza totale. Hanno usato droni, interferenze elettroniche e cannoni ad acqua contro chi aveva solo la propria presenza fisica come scudo, contro chi, nei cannoni, avrebbe preferito mettere dei fiori. Intanto la giustizia inizia a muoversi: la Procura di Roma ha aperto un fascicolo per sequestro di persona e naufragio. Non è una questione di opinioni, è un crimine commesso in acque internazionali contro cittadini italiani ed europei. Contemporaneamente, la rabbia si fa pressione diplomatica: da Benedetta Scuderi ad Ada Colau, la voce della Global Sumud Flotilla arriva fino alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. Nonostante i sequestri, nonostante la violenza, dal porto di Creta il messaggio dei superstiti è una scarica di adrenalina pura. Gli attivisti rilanciano: "Se prima avevamo un milione di motivi per andare a Gaza, ora ne abbiamo uno in più: riportare a casa i nostri compagni."

Non è uno slogan. È un giuramento. La Flotilla non è affondata: naviga nel cuore di chiunque si rifiuti di accettare che la solidarietà finisca dietro le sbarre. Thiago, Saif: con un mare libero, liberato, insieme, fino a Gaza.

Il siciliano Alessio Catanzaro

DALLA SICILIA A GAZA: L’ESPERIENZA DI GIORGIO PATTI A BORDO DELL’OTARIA

Graziella Proto

La Global Sumud Flotilla, con la nave Otaria (sulla quale era imbarcato Giorgio Patti), ha preso il largo a fine agosto ed è stata intercettata e abbordata dalla Marina israeliana il 1° ottobre 2025 in acque internazionali.

Recentemente, il 26 aprile 2026, la Global Sumud Flotilla è salpata dal porto di Augusta (SR). Giorgio faceva parte anche di quest'ultima spedizione.

I troppi eventi cruenti dell’ultimo periodo avevano fatto sì che, per alcuni mesi, com'era prevedibile, sulle flottiglie pro-Gaza calasse il silenzio. Eppure, la tensione politica ed emotiva che queste missioni sono riuscite a scatenare nel cuore delle persone è stata profonda: non solo tra gli attivisti, ma in quella marea umana che per giorni ha occupato le piazze. Tra loro c’era tanta gente comune, formata da persone non politicizzate né militanti, che per un attimo ha sperato – o si è illusa – che il vento stesse

per cambiare. Si è creduto che la diplomazia potesse finalmente fare il proprio lavoro. Un lavoro – quello diplomatico – certamente complesso, ma le flottiglie pro-Gaza hanno dimostrato due cose fondamentali: primo, che il cambiamento può partire dal basso e senza armi; secondo, che la strada per un dialogo, grazie alla risonanza mediatica scaturita dalle loro azioni, si stava già aprendo. Tutto questo andava ben oltre la missione principale: la consegna di aiuti

d’emergenza, medicinali e kit sanitari direttamente alla popolazione palestinese. Da non dimenticare, inoltre, come tali spedizioni abbiano denunciato a livello mondiale il blocco navale imposto dal 2007, accendendo i riflettori su una crisi umana prima ancora che politica, e mostrando al mondo il genocidio del popolo palestinese. Per anni, queste navi hanno solcato il Mediterraneo non solo come vettori di aiuti, ma come simboli galleggianti di una diplomazia civile che non accetta il silenzio. Negli anni il percorso non è stato privo di ostacoli: dalla tragica memoria della Mavi Marmara nel 2010, in cui morirono dieci persone, fino alle massicce mobilitazioni della Global Sumud Flotilla (GSF) del 2025. Non si è trattato di ‘quattro barchette’, ma di una flotta internazionale con volontari provenienti da oltre 30 paesi. Lo scopo era spezzare l'assedio di Gaza, trasformando la navigazione in un canale di protesta: un blocco d'acqua e acciaio da contrastare esclusivamente con la determinazione dei corpi a bordo.

ma un’iniziativa a servizio di un’agenda terroristica». Di parere opposto la società civile che, a terra, ha sostenuto la missione con passione, unendosi anche allo sciopero generale indetto dalla Cgil. Tra le imbarcazioni della flotta spicca l’Otaria, un guscio di dodici metri della componente italiana, diventato simbolo di resistenza per aver sfidato droni e arrembaggi in acque internazionali. «Il simbolo è la nostra arma più affilata», ha dichiarato un attivista a bordo. «Su questa barca, quando senti le esplosioni delle flashbang, capisci che non stai solo portando pacchi: stai costringendo il mondo a guardare dove preferirebbe chiudere gli occhi. La nostra resa non violenta è stata la testimonianza più forte di chi ha solo la propria voce per opporsi a una flotta da guerra».

L'Intervista

Abbiamo parlato di questa esperienza con Giorgio Patti, imbarcato sull’Otaria.

La Global Sumud Flotilla è salpata da Portopalo di Capo Passero, all'estremità sudest della Sicilia. Le quaranta imbarcazioni non sono partite all’unisono: il forte vento da nordest e le onde furibonde hanno imposto cambi di programma e ritardi. In quel frangente, gli organizzatori hanno chiesto ai partecipanti di aggiungere al nome di ogni barca quello di una città palestinese: «Serve a richiamare l’attenzione sulla cancellazione e la pulizia etnica della Palestina», hanno spiegato. La risposta del Ministero degli Esteri israeliano non si è fatta attendere, dichiarando su X: «Questa non è una missione umanitaria,

Giorgio, 37 anni, catanese d'origine ma cittadino del mondo, è un attivista che gestisce un B&B a Bologna. Militante dall'età di 14 anni, dedica la sua vita ai temi della non violenza, dell’ecologismo (è membro di Greenpeace) e dei diritti umani. Attualmente si trova in Sicilia per conseguire la patente nautica: il suo sogno è lavorare sulle navi di Medici Senza Frontiere.

Perché hai deciso di imbarcarti?

«Sono da sempre legato alla causa palestinese. Sono una persona d’azione, da ‘prima linea’: con Greenpeace sono stato spesso coinvolto in azioni dirette non violente. Quando ho

scoperto la Flottiglia, ho capito che rispecchiava perfettamente i miei ideali. Partecipare è stato straordinario, anche se non c’è nulla di piacevole nel farsi arrestare o subire violenza. Non è stato affatto un ‘fine settimana lungo’».

Com’è andata la preparazione?

«Tutto è iniziato al porto di Augusta, con la formazione per i nuovi volontari. Abbiamo imparato a conoscerci e a prendere ogni decisione collettivamente. Questo metodo democratico si è rivelato fondamentale, specialmente in prigione. Mentre i tecnici e i meccanici sistemavano le barche, io mi occupavo di vele e cime. Quasi tutto il team italiano era su barche a vela».

Come vi siete preparati all'eventualità di uno scontro?

«Abbiamo fatto simulazioni per gestire la tensione durante l’incontro con l’esercito. Dovevamo capire chi fosse in grado di reggere lo stress psicologico. Siamo partiti con la quasi certezza che saremmo stati sequestrati e arrestati. L'esperienza di chi ci ha preceduto negli anni passati è stata una guida costante».

Che tipo di compagni di viaggio hai avuto?

«C’erano molte persone anziane. In cella mi sono trovato con un uomo di 85 anni che, durante la detenzione, ha avuto un attacco d’asma durato ore. Abbiamo urlato per chiedere soccorso, ma non si è presentato nessuno. Abbiamo dovuto ‘sventolarlo’ e tranquillizzarlo noi per tutta la notte, temendo che ci morisse tra le braccia. C’era anche un signore inglese diabetico a cui è stata negata l’insulina per giorni».

C’è un paradosso generazionale in questa storia, vero?

«Sì. Spesso si parla dei ‘ragazzi della flottiglia’, ma in realtà i giovani intorno ai vent'anni erano pochissimi; la maggior parte era over 40. Il capitano della mia barca ha compiuto 72 anni il giorno prima dell’attacco. Al contrario, i soldati israeliani erano giovanissimi, sui 25 anni, spesso inesperti e sofferenti di mal di mare. Alcuni sembravano quasi sbadati: una volta, mentre aggiustavo una vela, mi sono ritrovato circondato dalle loro armi lasciate incustodite. Avrei potuto prenderle, ma il rischio che fosse una trappola era alto. Ho detto loro: "Finché non togliete i fucili dalle cime che devo manovrare, io non mi muovo". In quei momenti la mente è un frullatore, ma una cosa era chiara: io non avrei mai toccato un'arma»

Il presente dell'impegno: la rotta del 2026

Quella dell'Otaria nel 2025 non è rimasta un'azione isolata. Di recente, il 26 aprile 2026, una nuova flotta umanitaria è salpata proprio dal porto di Augusta: un'altra spedizione di civili decisi a sfidare il blocco per portare aiuti e speranza a Gaza.

Giorgio Patti ha scelto di esserci anche questa volta, tornando a imbarcarsi in prima linea. La risposta della storia non è cambiata, traducendosi ancora una volta in blocchi, cattura e maltrattamenti. Ma se i corpi dei volontari possono essere fermati e le imbarcazioni sequestrate, il finale di questa cronaca dimostra che lo spirito di chi sceglie di non voltarsi dall'altra parte resta invincibile. Giorgio non si girerà mai dall'altra parte.

DA AL DHAFRA A SIGONELLA: LA ROTTA DEI TRITON

Il ruolo della stazione aeronavale siciliana di Sigonella si è rivelato cruciale sin dalle fasi calde che hanno preceduto l'attacco statunitense e israeliano. Da quel momento, i droni MQ-4C Triton della Marina USA hanno solcato quotidianamente i cieli dell'isola per dirigersi verso lo scacchiere mediorientale. Sviluppati dall'industria statunitense Northrop Grumman specificamente per la US Navy, questi velivoli senza pilota operano in pianta stabile dal territorio c atanese, trasformando la base di Sigonella in una vera e propria piattaforma di lancio per missioni di intelligence nel Mediterraneo. Quanti abitanti dell’isola sono a conoscenza della pericolosità di questa base? Quanti siciliani hanno consapevolezza del fatto che la Sicilia è un bersaglio militare?

Inaspettatamente, domenica 10 maggio un grande drone MQ-4C “Triton” in dotazione alla Marina militare degli Stati Uniti d’America è atterrato a Sigonella proveniente dalla

base aerea di Al Dhafra, Emirati Arabi Uniti, da dove operava da mesi a supporto dei bombardamenti USA e israeliani contro l’Iran.

Il velivolo senza pilota è giunto in Sicilia dopo aver attraversato il Mar Rosso e il Mediterraneo. A partire dall’inizio del 2026, il “Triton” di US Navy (codice di registrazione 169660 / VVPE660) era impiegato per svolgere dagli Emirati operazioni di intelligence, riconoscimento e sorveglianza delle acque del Golfo Persico, propedeutiche all’individuazione di alcuni obiettivi militari e civili iraniani che sono stati colpiti dai bombardieri e dai sistemi missilistici di Washington e Tel Aviv dopo il 24 febbraio.

Gli MQ-4C “Triton” sono tra i droni più avanzati e sofisticati delle forze armate USA per lo svolgimento di lunghe e complesse missioni di sorveglianza dei corridoi marittimi strategici e per la raccolta di dati d’intelligence sulle forze “nemiche”. I droni sono basati sulla piattaforma dell’RQ-4 “Global Hawk” prodotto dall’industria aerospaziale statunitense Nortrop Grumman. In particolare, rispetto alla versione “madre” entrata in funzione con l’US Air Force, questi velivoli montano una struttura alare rinforzata per operare in condizioni meteorologiche avverse e resistere maggiormente alla grandine, all’impatto con i volatili, ai fulmini e al ghiaccio.

Lunghi 14,5 metri e con un’apertura alare di 39,9, i “Triton” possono operare entro un raggio di 2.000 miglia nautiche dalla base di decollo, a un’altitudine massima di 18.288 metri e una velocità di crociera di 575 km/h. I velivoli godono di un’autonomia di volo tra le 24 e le 30 ore consecutive. Nel corso di una sola missione i sofisticati sensori di bordo rilevano, classificano e tracciano obiettivi marittimi operanti in profondità monitorando fino ad una superficie di quattro milioni di miglia nautiche. Quello giunto a Sigonella dallo scalo emiratino di Al Dhafra non è però l’unico

“Triton” utilizzato per la campagna bellica contro Teheran. Fin dalla vigilia dell’attacco USA ed israeliano, non c’è stato giorno che dalla stazione aeronavale siciliana non siano decollati verso il Medio Oriente droni MQ4C di US Navy. Sigonella ha assunto un ruolo chiave per l’individuazione di

Bushehr che ospita una delle maggiori infrastrutture della Marina militare iraniana ed un impianto per l’arricchimento dell’uranio. Il velivolo si è poi diretto verso l’isola di Kharg, terminal petrolifero da cui viene esportato quasi il 90% del greggio di produzione iraniana. Sia il distretto di Bushehr che l’isola di

potenziali obiettivi da colpire in Iran. “Questi velivoli tracciano i movimenti navali militari e il traffico commerciale e svolgono un’efficace allerta preventiva contro potenziali minacce asimmetriche”, spiegano gli analisti del sito ItaMilRadar che monitorizza i voli militari nel Mediterraneo. Le attività dei “Triton” sono poi propedeutiche alle operazioni di attacco vero e proprio. L’esempio più eclatante risale all’8 marzo 2026, quando un MQ-4C partito da Sigonella ha condotto una lunga missione in prossimità delle coste nordorientali iraniane, presso il distretto di

Kharg sono stati oggetto di un massiccio bombardamento USA, la notte del 14 marzo. E’ indubbio che senza il monitoraggio dell’area e l’individuazione dei potenziali target da parte del “Triton” di Sigonella, non sarebbe stato possibile effettuare con successo gli strike.

Incidenti di volo e l'hub permanente dal 2024

L’installazione di Sigonella ha svolto un ruolo chiave anche durante i bombardamenti israeliani contro l’Iran nel giugno 2025. Poche ore dopo l’attacco ai siti nucleari di

Fordow, Natanz ed Esfahan, un drone MQ-4C “Triton” ha effettuato una lunga missione nello spazio aereo del Golfo Persico, sorvolando lo Stretto di Hormuz, l’Oman e gli Emirati Arabi nel corso della mattinata del 22 giugno, probabilmente per spiare le reazioni dell’Iran all’attacco dei bombardieri B-2 e avere piena conoscenza di quanto accadeva alle forze navali USA presenti nell’area. Dal 18 aprile un “Triton” è stato trasferito dalla base di Sigonella a quella di Muwaffaq Salti, nel distretto di Zarqa, Giordania; da lì, dopo il 21 aprile, ha svolto numerose attività di intelligence top secret nell’area mediorientale. “Dallo scalo militare giordano, il drone statunitense può monitorare attivamente l’Iraq, la Siria, il corridoio del Mar Rosso, lo Stretto di Hormuz e parti della Penisola arabica, mantenendo inoltre una flessibilità operativa in tutto il Golfo”, spiegano gli analisti di ItaMilRadar. “La decisione di riposizionare il Triton presso la base aerea “Al Hussein” sembra rispondere a considerazioni di tipo operativo e politico. Il trasferimento in un’area prossima al Golfo consente alla Marina statunitense di ridurre i tempi di spostamento e di accrescere la presenza in orbita sulle aree critiche come lo Stretto di Hormuz (…) Operando dalla Giordania, l’MQ-4C

riduce l’esposizione politica come invece è accaduto con un hub tradizionale come quello di Sigonella”.

Saudita. Il velivolo aveva trasmesso qualche minuto prima il codice di emergenza internazionale.

Il trasferimento del drone da Sigonella alla Giordania ha accresciuto le potenzialità operativa dell’assetto bellico, ma è probabile che abbiano pesato sulla scelta di Washington le preoccupazioni espresse dall’opinione pubblica italiana sul progressivo coinvolgimento del nostro paese nell’escalation del conflitto contro l’Iran, dopo che sono stati documentati i voli spia di droni e pattugliatori dalla Sicilia e il via vai dallo scalo di Aviano (Pordenone) di aerei tanker per il rifornimento in volo.

La Giordania non ha portato fortuna ai droni “Triton” di Sigonella. La mattina di giovedì 7 maggio, l’MQ-4C registrato con il codice 169804-Overlord02, dopo la partenza dalla base “Al Hussein” è sparito ai radar mentre sorvolava lo spazio aereo a nord dell’Arabia

Un altro incidente era avvenuto il 9 aprile ad un analogo velivolo senza pilota di US Navy. In quell’occasione il “Triton” era decollato però da Sigonella per poi sparire in volo mentre sorvolava il Golfo Persico. Ad oggi restano ancora ignote le cause della “scomparsa”: abbattuto dalla controaerea iraniana o precipitato in mare per un guasto tecnico? Quel che è certo è che il 16 aprile è stato trasferito a Sigonella dalla Naval Air Station di Jacksonville, Florida, un velivolo gemello.

ItaMilRadar ha tracciato il volo sull’Atlantico di un Northrop Grumman MQ4C “Triton” (codice VVPE602), dagli Stati Uniti alla Sicilia. “Questa nuova dislocazione si è resa prontamente necessaria per rimpiazzare il velivolo perduto lo scorso 9

aprile nel Golfo Persico”, hanno spiegato gli analisti. “Il nuovo arrivo consentirà alla Marina militare statunitense di mantenere inalterate le proprie capacità di intelligence a lungo raggio nel teatro operativo”.

Come abbiamo visto, due giorni dopo il drone d’intelligence ha raggiunto la base aerea giordana.

I “Triton” operano dalla base siciliana dal 2024. In quell’anno furono registrati

quattro arrivi di droni dagli Stati Uniti d’America. Il primo velivolo giunse il 30 marzo; il secondo il 19 aprile; il terzo il 18 luglio e il quarto il 7 settembre. Da allora i droni sono stati impiegati operativamente in missioni di intelligence e riconoscimento nel Mediterraneo centrale ed orientale (fino a Gaza e alle coste di Israele, Siria e Libano), in nord Africa (principalmente a largo delle coste libiche) e in est Europa (a supporto delle attività belliche ucraine contro la Russia).

Immancabilmente Sigonella e la Sicilia intera vanno in ogni guerra…

La base aerea di Sigonella (intitolata al capitano pilota Cosimo Di Palma) è una delle installazioni militari più importanti, strategiche e discusse del Mediterraneo. Tecnica mente è un aeroporto militare italiano che ospita la Naval Air Station (NAS) Sigonella della Marina statunitense ed è utilizzata come base di supporto anche dalla NATO. La Marina degli Stati Uniti (U.S. Navy) aveva bisogno di una base per i suoi aerei da pattugliamento marittimo. L'Italia propose la piana di Catania, un'area pianeggiante, vicina al mare e strategicamente perfetta al centro del Mediterraneo. Il 25 giugno 1957 l'Italia concesse formalmente l'uso del sito agli Stati Uniti con un "accordo temporaneo" (che dura ancora oggi). Nel 1959 la base divenne operativa. Con il passare degli anni e l'aumentare della flotta sovietica nel Mediterraneo, Sigonella passò da semplice aeroporto secondario a fulcro logistico fondamentale per la Sesta Flotta degli Stati Uniti. Nel 1980, venne ufficialmente riclassificata come Naval Air Station (NAS), un rango superiore che ne decretava l'autonomia gestionale e operativa. Il numero di personale americano (militari e famiglie) crebbe vertiginosamente, trasformando Sigonella in una vera e propria cittadina americana in terra siciliana, dotata di scuole, ospedali e centri commerciali (i Navy Exchange). Negli anni '90 la base è stata il fulcro logistico per le operazioni Desert Storm (1991) e per i bombardamenti in Kosovo (1999). Sigonella è stata una delle basi di lancio principali per i raid aerei della coalizione NATO contro il regime di Gheddafi nel 2011. Negli ultimi quindici anni, Sigonella si è trasformata nella "capitale dei droni" del Mediterraneo. Ospita i droni a mericani RQ-4 Global Hawk e i droni della NATO (Alliance Ground Surveillance - AGS), utilizzati per la sorveglianza ad altissima tecnologia dei confini meridionali e orientali dell'Europa, oltre alle missioni di pattugliamento marittimo contro il traffico di esseri umani e il contrabbando.

La storia della base di Sigonella

L’ULTIMO

PETROLIO: LINFA VITALE A COSTO DI VITE UMANE

Senza alcuna dichiarazione di guerra, nel marzo del 2003, l’esercito degli Stati Uniti entrò in Iraq, dando inizio a una guerra che terminò ufficialmente nel 2011, causando la morte di almeno 600.000 persone. Nel 2007 Alan Greenspan, dichiarò, nel suo libro di memorie, che la vera ragione dell’invasione dell'Iraq era impedire all'Unione Europea e alle potenze emergenti come la Cina e l'India di fruire di quelle enormi riserve di petrolio. L’Iraq di Saddam Hussein, per la fornitura di petrolio, stipulava contratti in euro. Gli USA (con l’appoggio interessato di Israele), lo scorso 28 febbraio, ha attaccato di nuovo l’Iran. Pare siano disposti a imporre, anche con la forza e con palesi violazioni del diritto internazionale, il mantenimento dell’attuale ordine mondiale. È in gioco la loro stessa sopravvivenza. Come diceva Pier Paolo Pasolini: Petrolio. Petrolio e sempre Petrolio.

Nel 1941, Hitler violò il patto Molotov-Ribbentrop del 1939, l’accordo di non aggressione reciproca, che aveva permesso a Germania e Unione Sovietica di spartirsi la Polonia, e diede il via all’Operazione Barbarossa. Le motivazioni ideologiche erano la distruzione del comunismo e la conquista del "Lebensraum" (il Libero Spazio, ovvero l'espansione a oriente per colonizzare nuove terre e ridurre in schiavitù le popolazioni

slave, considerate inferiori). Il motivo pratico dell’attacco all’Unione Sovietica era la necessità di

conquistare e sfruttare le risorse petrolifere del Caucaso per alimentare la macchina bellica tedesca.

Stante alla definizione di Wikipedia, appare evidente che, da diversi anni, sia in corso una guerra ibrida a livello globale. Protagonisti due blocchi, di cui USA e Cina sono le punte di diamante. Da un lato l’Occidente, dall’altro i BRICS (acronimo che deriva dalle iniziali degli Stati fondatori: Brasile, Cina, Russia, India e Sudafrica; a cui negli ultimi due anni si sono aggiunti Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Indonesia e Iran). Gli strumenti utilizzati in questa guerra sono: manovre militari, disinformazione, dazi commerciali, corruzione di organismi sovranazionali e/o di governi di Stati indipendenti, intelligenza artificiale, contratti per le materie prime, criptovalute, rotte commerciali, guerre locali.

Tutto questo è iniziato oltre 50 anni fa. Nel 1971, il presidente degli USA, Richard Nixon, sospese la convertibilità del dollaro in oro, ponendo fine al sistema che ancorava tutte le valute all'oro. Questa decisione diede inizio al periodo dei cambi fluttuanti, in cui il valore di una moneta si basa sulla “fiducia” nel relativo Stato, piuttosto che sulle sue riserve auree. Nel 1973, forse come risposta a Israele per la guerra del Kippur, Ahmed Zaki Yamani, a capo dell'OPEC, quadruplicò in pochi giorni il prezzo del greggio, scatenando la grande crisi petrolifera

L'Opec (Organization of the Petroleum Exporting Countries - Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio) fu fondata il 14 settembre 1960. Nel 1973, anno della prima grande crisi petrolifera, l'OPEC () era formata dai membri fondatori e da altri paesi che avevano aderito negli anni '60 e primi anni '70. I paesi membri nel 1973 includevano: Membri Fondatori (1960): Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait, Venezuela. Altri membri nel 1973: Algeria, Indonesia, Libia, Nigeria, Qatar, Emirati Arabi Uniti. Durante l'embargo del 1973, i paesi arabi dell'OPEC (OAPEC) giocarono un ruolo centrale nel taglio della produzione, influenzando le decisioni dell'intera organizzazione. L'Ecuador, entrato nel 1973, uscì dall'organizzazione nel 1992 ma vi ha fatto ritorno nel 2007.

È recentissima l’uscita degli Emirati Arabi Uniti, dopo circa 60 anni di appartenenza. Secondo diversi analisti, questa azione potrebbe indebolire l’influenza globale dell’Opec, perché gli Emirati erano uno dei maggiori produttori del gruppo. Alcuni osservatori parlano di un crescente contrasto strategico con l’Arabia Saudita.

mondiale. Fino a quel momento, il petrolio veniva acquistato principalmente con la valuta del paese che lo estraeva e produceva. Nel 1974, Stati Uniti e Arabia Saudita (che è il secondo

Paese al mondo per riserve petrolifere, con circa 267 miliardi di barili), stipularono un accordo segreto (desecretato solo nel 2004); l’OPEC si impegnava a vendere il proprio petrolio soltanto in dollari e a reinvestire i proventi nell'economia americana. Fu la nascita del “petrodollaro”, lo strumento che ha consentito agli Stati Uniti di estendere il proprio dominio economico a livello planetario. Uno dei primi atti di guerra ibrida globale. La richiesta mondiale di petrolio ha alimentato la domanda dei dollari necessari per pagarlo, che a sua volta ha alimentato la domanda di titoli del Tesoro statunitense. Una moneta forte che ha dato benessere agli USA, ma un meccanismo che col passare del tempo ne ha fatto incrementare il debito. Oggi il debito USA ammonta a circa 40 trilioni di dollari, oltre un terzo dell’intero PIL mondiale (ricordiamo che un trilione equivale a mille miliardi). Gli Stati

dell’Unione Europea detengono complessivamente circa 1500 miliardi del debito USA, il solo Giappone circa 1000 miliardi, la Cina 800 miliardi. Ma, allo stesso tempo, i grandi fondi di investimento USA sono i principali detentori esteri dei debiti pubblici europei. Questo è lo scenario della guerra ibrida in atto; un risiko in cui l’importanza strategica di territori o di Stati è definita non solo dalla loro ubicazione geografica, ma soprattutto dalla loro ricchezza in termini di risorse naturali. In primis, petrolio e gas naturale.

Gli amici Yankee contro l’euro

causando la morte di almeno 600.000 persone. Gli USA avevano sostenuto che l’allora presidente iracheno, Saddam Hussein, disponesse di un arsenale di armi chimiche (e biologiche) e che fosse pronto a usarle, in accordo con al-Qaida, contro l’Occidente. Tali armi di distruzione di massa non furono mai trovate. L’Iraq (con 145 miliardi di barili) occupa il quinto posto nella “classifica” dei Paesi con maggiori riserve di petrolio. Nel 2007, l’ex presidente della Federal Reserve statunitense, Alan Greenspan, dichiarò, nel suo libro di memorie, che la vera ragione dell’invasione dell'Iraq era impedire all'Unione Europea e alle potenze emergenti come la

Dopo gli eventi dell’11 settembre 2001, senza alcuna dichiarazione di guerra, nel marzo del 2003, l’esercito degli Stati Uniti entrò in Iraq, dando inizio a una guerra che terminò ufficialmente nel 2011,

Cina e l'India di fruire di quelle enormi riserve di petrolio. Incidentalmente, l’Iraq di Saddam Hussein, per la fornitura di petrolio, stipulava contratti in euro. Sempre incidentalmente, anche la Libia del colonnello

Petrolio è un romanzo postumo di Pier Paolo Pasolini, pubblicato nel 1992. L’opera, rimasta incompiuta, racconta la crisi morale e politica dell’Italia degli anni

Sessanta e Settanta attraverso la figura di Carlo, un ingegnere legato al mondo dell’industria petrolifera. Mescolando narrativa, saggio, riflessione politica e autobiografia, il libro affronta temi come il potere, la corruzione, la sessualità e il rapporto tra individuo e società, diventando una delle opere più complesse e controverse della letteratura italiana contemporanea.

Gheddafi, dopo avere nazionalizzato l'industria petrolifera, vendeva petrolio in valute diverse dal dollaro. Nel 2009, Gheddafi propose l’emissione e l’adozione del dinaro d'oro, una valuta

panafricana che fosse di nuovo basata sul principio della parità aurea. Nel 2011, la coalizione guidata da USA, Francia e Regno Unito, intervenne in Libia. Gheddafi fu ucciso. La Libia ha riserve petrolifere per 48 miliardi di barili e occupa il decimo posto nella “classifica” dei Paesi con maggiori riserve di petrolio. Al primo posto di questa “classifica” c’è il Venezuela, con riserve che ammontano a circa 303 miliardi di barili. Fino al rapimento del Presidente Maduro da parte degli USA, la Cina acquistava il 68% del petrolio venezuelano pagandolo in yuan o tramite accordi di scambio. Il Venezuela aveva manifestato l’intenzione di aderire ai BRICS. Oggi il petrolio venezuelano, al di là dei profitti, pur cospicui, per le compagnie petrolifere occidentali, viene di nuovo trattato in dollari. Ma torniamo ai nostri giorni. Abbiamo già scritto (Le Siciliane - CASABLANCA n.82 / marzo-aprile 2024) dell’interesse di Israele al controllo totale della Striscia di Gaza, anche per accaparrarsi l’immenso giacimento di gas naturale di fronte a tale costa. Così come, sempre su queste pagine (Le SicilianeCASABLANCA n. 90 / novembre 2025) abbiamo accennato al conflitto tra Israele e USA contro l’ Iran del 13 giugno 2025, col pretesto della distruzione di infrastrutture nucleari.

L’Iran è un Paese più esteso di Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Spagna messe insieme. È collocato in una posizione strategica importante; collocato tra Europa, Russia e Cina rappresenta un ponte naturale tra Oriente e Occidente. Inoltre controlla lo Stretto di Hormuz, punto di snodo energetico critico, da cui transita circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto (GNL) mondiali. Infine, ma fondamentale, l’Iran occupa il terzo posto nella “classifica” dei Paesi con maggiori riserve di petrolio, con circa 209 miliardi di barili. Non deve stupire, quindi, che gli USA (con l’appoggio interessato di Israele) abbiano, lo scorso 28 febbraio, attaccato di nuovo l’Iran. E che siano disposti a imporre, anche con la forza e con palesi violazioni del diritto internazionale, il mantenimento dell’attuale

ordine mondiale. È in gioco la loro stessa sopravvivenza. La mente illuminata di Pier Paolo Pasolini, già nel 1972, aveva concepito la sua opera più ambiziosa, su cui lavorò fino al giorno della sua morte; pubblicata, pur se incompleta, postuma. Oltre 500 pagine di appunti numerati e di frammenti più o meno estesi. Titolo: Petrolio. Petrolio inteso come linfa del mondo, come strumento di dominio, di corruzione, di morte. Elemento fondamentale nella guerra ibrida globale in corso.

Salmān bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd settimo re dell'Arabia Saudita

CONDIZIONATA E SVUOTAMENTO DEI DIRITTI

PIÙ MURI GIURIDICI CHE SOLIDARIETÀ EUROPEA

Fulvio Vassallo Paleologo

Il fallimento dei meccanismi di solidarietà europea e la progressiva restrizione dello spazio di libera circolazione di Schengen hanno trasformato i confini in-terni in zone d'ombra giuridica, segnate da prassi discriminatorie e respingi -menti sommari. Con l'approvazione del Patto UE sulla migrazione e l'asilo del 2024, l'Europa sceglie la via del contrasto punitivo ai movimenti secondari e della "finzione di non ingresso". Un a svolta restrittiva che l'ordinamento italiano si trova ora a dover recepire con urgenza e non poche contraddizioni.

Dalla Convenzione del 1990 al Nuovo Patto UE del 2024, trent'anni di politiche europee non sono bastati a superare la logica del "primo paese d'ingresso", traducendosi spesso in respingimenti illegali alle frontiere interne ed esterne. Oggi, la riforma del Sistema europeo comune d'asilo (CEAS) e il nuovo Codice frontiere Schengen istituzionalizzano una svolta repressiva che criminalizza gli ingressi e normalizza la detenzione amministrativa. È in questo scenario di progressivo svuotamento dei diritti fondamentali che si inserisce il complesso dibattito sul recepimento italiano della nuova normativa.

A febbraio di quest’anno il governo adottava un eterogeneo Disegno di legge, contenente “Disposizioni in materia di immigrazione e protezione internazionale, nonché disposizioni per l'attuazione del Patto dell'Unione europea sulla migrazione e l'asilo del 14 maggio 2024”. Si tentava così di adeguare la normativa nazionale ai nove Regolamenti ed alla Direttiva in materia di accoglienza previsti dal Patto europeo sulla migrazione e l’asilo del 2024, ma occorrevano due mesi perché la Proposta di legge approvata dal Consiglio dei ministri fosse presentata come DDL n.1869 all’esame, tuttora in corso, del Senato.

Non si può escludere a questo punto che il governo, di fronte alla impossibilità di adottare in via definitiva un provvedimento tanto complesso entro poche settimane, adotti l’ennesimo Decreto legge in via di urgenza, con il rischio che il provvedimento subisca emendamenti improvvisati per ragioni di propaganda politica e finisca per essere approvato ad agosto, come già verificato in passato per analoghi provvedimenti in questa materia.

In ogni caso il dettato dei Regolamenti europei sarà comunque vincolante a partire dal 12 giugno prossimo e tanto varrà non solo per il legislatore che non potrà varare norme in contrasto, ma anche per i giudici, e per le autorità amministrative, che dovranno applicare la normativa tuttora vigente tenendo conto dell’abrogazione del Regolamento Dublino III (n.604/2013) e del collegato Regolamento Eurodac (n.603/2013) sulla raccolta dati dei richiedenti asilo, che scatta proprio a partire dal 12 giugno 2026.

enunciati nel regolamento (UE) Dublino III n. 604/2013 (art. 84, par. 2).

Il Regolamento estende a 20 mesi il termine ordinario per la cessazione della responsabilità del paese di primo ingresso (12 mesi solo nel caso di sbarco a seguito di un’operazione di ricerca e soccorso) e prevede la semplice notifica allo Stato ritenuto competente nel caso di richiesta di ripresa in carico (ovvero laddove risulti già presentata una domanda in quello Stato membro).

L'ISTITUZIONALIZZAZIONE DEI RESPINGIMENTI,

Il nuovo Regolamento europeo 2024/1351 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 14 maggio 2024, sulla gestione dell’asilo e della migrazione, che modifica i regolamenti (UE) 2021/1147 e (UE) 2021/1060 e che abroga il regolamento (UE) n. 604/2013 (Dublino III), dovrà essere applicato dagli Stati membri entro il 12 giugno 2026, con l’obbligo per questi stessi Stati di adottare nel frattempo una normativa interna di adeguamento, che permetta l’attuazione effettiva del Regolamento. Secondo il nuovo Regolamento, per le domande di protezione internazionale registrate entro il 30 giugno 2026, lo Stato membro competente per l’esame continuerà ad essere individuato conformemente ai criteri

La cosiddetta solidarietà tra Stati, tante volte evocata, scatta soltanto in presenza di situazioni di forte pressione migratoria, dichiarata a livello europeo, (sussistente in caso di arrivi via terra, aria o mare o di richieste di cittadini di paesi terzi o apolidi tale da dare luogo a obblighi sproporzionati per uno Stato membro). In questo caso tutti gli stati membri dovrebbero contribuire con ricollocamenti (ovvero trasferimenti di un richiedente o beneficiario di protezione internazionale dal territorio di uno Stato membro beneficiario al territorio di uno Stato contribuente), per i quali vengono fissati limiti numerici, con la possibilità di prestare, in luogo delle ricollocazioni, meri contributi finanziari. Con l’abrogazione del vecchio Regolamento Dublino III del 2013 nel nuovo Regolamento europeo 2024/1351 sulla gestione dell’asilo e

della migrazione le possibilità di ricorso effettivo sono drasticamente ridotte e prevalgono gli aspetti punitivi per tutti coloro che si sono resi responsabili di un movimento secondario, di un passaggio non autorizzato in

un paese diverso da quello di primo ingresso. Nei loro confronti, oltre a vari ostacoli che renderanno poco probabile il riconoscimento di uno status di protezione, si prospetta un abbattimento delle possibilità di accesso alle misure di assistenza oggi vigenti, a partire dall’assistenza sanitaria ridotta ai casi di emergenza, con una gravissima lesione del principio di uguaglianza nell’esercizio effettivo di diritti fondamentali come il diritto alla salute. Nel caso dei minori stranieri non accompagnati, alla luce degli orientamenti generali sempre più restrittivi in materia di immigrazione e asilo, ormai prevalenti a livello europeo, malgrado si affermi in principio la prevalenza del superiore interesse del minore, la riforma potrebbe comportare procedure più rigorose nella identificazione e nell’attribuzione dell’età, e gravi limitazioni nel diritto di chiedere asilo in paesi diversi da quelli di primo ingresso.

Più in generale, gli obiettivi di una comune “responsabilità” e “solidarietà” nella “gestione” dell’asilo da parte degli stati membri appaiono ancora lontani da raggiungere, mentre saranno immediate e tangibili le restrizioni procedurali e sostanziali inflitte ai richiedenti protezione. Rimangono

soltanto alcune clausole umanitarie (art.35) in base alle quali uno Stato membro può decidere di esaminare una domanda di protezione internazionale di un cittadino di paese terzo o un apolide registrata nel suo territorio, anche se non è competente per tale esame conformemente ai criteri stabiliti nel regolamento e viene ancora prevista la possibilità di ricongiungimento familiare. Ma con una forte limitazione nella cerchia più ristretta di parentela che può essere considerata

in questi casi.

La scelta di riformare in peggio un sistema che ha già prodotto autentici disastri sul piano umanitario e legale, come il Regolamento Dublino, aumenterà soltanto il numero di persone costrette ad una condizione di irregolarità. Nuovi muri , anche sul piano giuridico e sociale, ormai dividono gli stati europei, con una linea di frontiera, protetta da respingimenti sommari e spesso illegali, anche a danno di minori non accompagnati, che da Ventimiglia, attraverso Chiasso ed il Brennero, si estende fino alla Serbia ed alla Macedonia, a tutto danno degli stati più esposti come Italia e Grecia, ma soprattutto con lo svuotamento dei diritti fondamentali da riconoscere a tutte le persone in movimento, e non solo quando sono in cerca di protezione, o assumono formalmente la qualifica di richiedenti asilo.

LE MADRI DELL’ANTIMAFIA CIVILE

Umberto Santino

La tragica vicenda di Giuseppa Di Sano, la commerciante che sfidò i falsari e i clan nella Palermo del 1896 pagando con la vita della fig lia. Una testimonianza forte e coraggiosa. Una madre ferita che sfida la mafia gerarchica e unitaria delle origini: il boicottaggio e la violenza contro una donna che non si piegò al volere del gruppo mafioso. Le relazioni del questore Sangiorgi che, già alla fine dell’Ottocento, mette in evidenza la struttura di Cosa nostra come un sistema gerarchico e protetto dalla politica: criminalità e controllo sociale. Un fatto di cronaca trasformato in un'analisi sociologica.

“Io sono la madre dell’infelice Sansone Emanuela che la sera del 27 dicembre 1896 fu assassinata in via S. Polo; ed anch’io nelle stesse circostanze di tempo e di luogo fui gravemente ferita d’arma da fuoco, rimanendo

per lungo tempo in pericolo per la vita ed inabilitata al lavoro”.

Così comincia il verbale della deposizione di Giuseppa Di Sano, trascritta nel linguaggio dei delegati di Pubblica Sicurezza che la raccolgono e sbagliano la denominazione della strada, attribuendola a un santo, forse il San Polo (Paolo) veneziano, mentre la denominazione corretta doveva essere Sampolo, una famiglia o il Pietro Sampolo, giurista e avvocato ucciso il 17 maggio 1861. Giuseppa dice che gestisce un negozio di merci e di vino, che fornisce di alimenti le Guardie di finanza e i Reali Carabinieri della stazione Giardino Inglese e racconta che alcuni clienti compravano da lei generi vari e volevano pagarli con biglietti e monete falsi. Lei capisce che sono falsi e non li accetta. Qualche giorno dopo nel quartiere ci sono degli arresti e viene individuato lo stabilimento in cui si fabbricavano monete false.

Emanuela Sansone

Da quel giorno comincia la persecuzione nei suoi confronti. Nel quartiere ci sono dei mafiosi che fanno parte del gruppo Falde, individuato dal questore Ermanno Sangiorgi come uno dei gruppi in cui si articola la mafia palermitana. Sangiorgi è stato questore a Palermo dal 1898 al 1907 e in una serie di relazioni ha tracciato una geografia della mafia che, rivisitata oggi, dopo un lungo oblio, è di grande attualità.

Nella relazione dell’8 novembre 1898 il questore scrive: “L’agro palermitano è purtroppo funestato da una vasta associazione di malfattori, organizzata in sezioni, divisa in gruppi; ogni gruppo è regolato da un capo e, secondo il numero dei componenti e la estensione territoriale su cui debba svolgersi la propria azione, a questo capo viene aggiunto un sottocapo. E a questa compagine di malviventi è preposto un capo supremo”. E il questore tiene a sottolineare: “I caporioni della mafia stanno sotto la salvaguardia di Senatori, Deputati ed altri influenti personaggi che li proteggono e li difendono, per essere poi, alla lor volta, da essi protetti e difesi”.

Quindi: una mafia strutturata, gerarchica, unitaria, non un’informe congerie di cosche o solo un modello comportamentale, un modo d’essere. Una Cosa nostra ante litteram, un fenomeno criminale ma anche sociale e politico, con un sistema di relazioni che la colloca all’interno di un blocco dominante.

Vengono individuati otto gruppi: Piana dei Colli, Acquasanta, Falde, Malaspina, Uditore, Passo di Rigano, Perpignano, Olivuzza, in pratica tutto il territorio della città e dei sobborghi.

I mafiosi del gruppo Falde, che sono tra gli arrestati, pensano che la Di Sano abbia informato le forze dell’ordine e la pensano così anche molti abitanti del quartiere, succubi della mafia, che disertano il negozio, la offendono palesemente come “donna da 22 soldi”, cioè spiona. Ma ai mafiosi questo non basta e preparano il delitto. Praticano un foro nel muretto di fronte al negozio e da lì sparano. Un primo colpo ferisce gravemente Giuseppa, un secondo uccide Emanuela, accorsa per soccorrere la madre.

Tutto poteva finire qui, con una notizia da cronaca nera e una parodia di inchiesta che non individua né esecutori né mandanti. Un mistero come tanti altri. Ma le cose vanno diversamente: Giuseppa denuncia quelli che ritiene responsabili del delitto, resiste alle minacce, a un secondo attentato, e riesce ad ottenere la condanna di uno degli esecutori. Una vittoria parziale, ma che paga a caro prezzo.

Giuseppa e le altre: non solo vittime dolenti

A conclusione della sua deposizione Giuseppa dichiara: “E quasi che fossi io la colpevole, mi sono veduta da allora mal vista e sfuggita da tutti, tanto che sono pochi coloro che vengono a fare acquisti nel mio negozio, restringendosi il loro numero agli onesti, che non sentono le influenze della mafia; sicché al danno sofferto, in conseguenza del disastro che mi colpì, e per cui dovetti sostenere ingenti spese e alla piaga insanabile che mi produsse nel cuore la disgraziata morte della diciottenne mia figliola, si aggiunse ora il danno economico prodotto dalla persecuzione della mafia, che non mi perdona una colpa che io mai commisi”.

Il Centro Impastato, la Biblioteca delle donne, il Museo sociale di Danisinni, con il sostegno

Francesca Serio

di varie associazioni, hanno ritenuto di dover far rivivere una storia che Palermo ha dimenticato. È stato piantumato un albero nel Giardino della Memoria di Casa Felicia, nei pressi di Cinisi; è stata apposta una lapide nel luogo del delitto; in uno spazio circostante,

intitolato ad Antonino Caponnetto, è stata installata un’opera d’arte effimera, e il 27 dicembre al No Mafia Memorial si è presentato il volume “Il delitto di via Sampolo. Ricordando Emanuela Sansone e Giuseppa Di Sano”.

Più che celebrare una commemorazione, abbiamo voluto dare un contributo alla riconsiderazione del ruolo delle donne nella storia dell’antimafia civile. Emanuela non è, come si è scritto e si continua a scrivere, la prima donna uccisa dalla mafia e Giuseppa non è la prima donna a denunciare e sfidare la

mafia. Il 10 marzo 1878 a Palermo scompare la diciassettenne Anna Nocera. Era a servizio presso la casa dei fratelli Amoroso e uno di essi l’ha sedotta e messa incinta e, per metterla a tacere, l’ha fatta scomparire. Al processo la madre, Vincenza Cuticchia, una donna del popolo palermitano, accusa l’assassino della figlia. Il processo si conclude con nove condanne a morte.

E ci sono altre donne che parlano e denunciano. Sono le madri di un’antimafia civile, che trasformano l’amore materno in una presa di coscienza e in una volontà di ribellione a una società che coniuga mafia e patriarcato e vuole le donne succubi e marginali. Si dirà: sono casi individuali, ma nelle mobilitazioni dei Fasci siciliani le donne sono in primo piano e fondano Fasci di sole donne, dando vita a un’esperienza collettiva di protofemminismo. La repressione sanguinosa vorrà cancellare quella stagione di lotte, ma si troverà il modo per riprenderle e nelle lotte contadine le donne continueranno ad essere in prima linea. Da questa storia proviene Francesca Serio, la madre di Salvatore Carnevale, il sindacalista ucciso nel 1955, e Felicia Bartolotta, la madre di Peppino Impastato, apre un nuovo ciclo di antimafia civile al femminile, con Michela Buscemi e Vita Rugnetta, parti civili al maxiprocesso, purtroppo isolate dal vicinato ma anche dall’antimafia “ufficiale”, e che il Centro Impastato e l’Associazione delle donne siciliane contro la mafia hanno sostenuto come esempi di liberazione dalla sudditanza alla mafia, che ancora coinvolge buona parte della popolazione

Cinzia Caminiti in una scena dello spettacolo teatrale "Donne contro la mafia"
Felicia Bartolotta
Michela Buscemi

LA FIGLIA DELL’INFILTRATO

LA TRINCEA CIVILE DI LUANA ILARDO

Graziella Proto

Luana Ilardo: dallo studio della criminologia alla trincea civile. Il cammino fiero di una donna che combatte per la dignità del padre, pur riconoscendone le colpe. Il coraggio di una figlia che ha trasformato il dolore in una ricerca incessante di verità e nella lotta contro il pregiudizio. Il papà, Luigi Ilardo, capomafia e confidente del colonnello Riccio, scelse lo Stato diventando un infiltrato in Cosa Nostra per arrestare Provenzano. Fu assassinato il 10 maggio 1996, a tre giorni dall'ingresso nel programma di protezione. Una storia di amore filiale diventato scudo, memoria e promessa eterna oltre il silenzio. Uno Stato che non protegge.

Catania, 10 maggio 1996. Il flash di un fotografo squarcia il buio della sera, ma non c’è luce in quello scatto. C’è solo l’orrore. Sull'asfalto giace Luigi Ilardo, crivellato dal piombo mafioso. Riversa su di lui, come un’ombra straziata, c'è sua figlia Luana.

«Mi ricordo bene», sussurra oggi, con una voce che sembra arrivare da quell'inferno. «Io che piango seduta a terra, con addosso il sangue di papà, appoggiata alla ruota di una gazzella dei Carabinieri».

La serata è tiepida, una tipica vigilia d'estate siciliana. Sono circa le 20,45 e via Mario Sangiorgi, nel salotto buono di Catania, brulica ancora del respiro della città. Luigi Ilardo è a un passo da casa, a un passo dalla salvezza. Accosta l'auto, scende con il gesto quotidiano di chi sta per rincasare e si avvicina al bagagliaio. Dal Corso Italia spuntano due moto enduro e piombano sulla scena. La occupa per intero. A bordo ci sono due sicari: giovani, rapidi, invisibili dietro i caschi. Il motore ruggisce, poi il silenzio viene squarciato. Nove colpi. Una sequenza ritmica, spietata, che non lascia scamp o. Ilardo crolla, mentre l'odore acre della polvere da sparo invade l'aria.

Questione di attimi… poi il caos. Una volante della Polizia, che si trova per caso nelle vicinanze, intercetta il rombo delle moto in fuga e a sirene spiegate le insegue, inutilmente, tra i vicoli del centro; ma i killer sfrecciano via, svanendo come fantasmi nei meandri della città.

Intanto, sotto quel palazzo si consuma la tragedia vera. Gli spari hanno richiamato i vicini, i passanti e, soprattutto, loro. I familiari di Luigi si precipitano in

strada, attirati da quel rumore sinistro che sapevano, in cuor loro, potesse arrivare da un momento all'altro. Trovano il corpo a terra, il respiro che si fa flebile, gli occhi che cercano un’ultima immagine di normalità. I soccorsi sono tempestivi, ma la precisione dei killer è stata chirurgica. Non c'è spazio per i miracoli: Luigi Ilardo muore lì, sul marciapiede, davanti allo sguardo terrorizzato dei suoi cari, portando con sé segreti che avrebbero potuto far tremare i palazzi del potere. In un attimo, la storia di un uomo diventa la ferita aperta di un'intera nazione.

Eppure era quasi fatta. Mancavano appena tre giorni. Settantadue ore separavano Luigi Ilardo dal programma di protezione, dalla possibilità di diventare ufficialmente un collaboratore di giustizia e smantellare i segreti di Cosa Nostra. Invece, una fuga di notizie infame lo ha bruciato. L’ha consegnato ai killer prima che lo Stato potesse blindarlo. La mafia non perdona chi decide di saltare il fosso, e il destino di Ilardo è stato sigillato dal tradimento di chi sapeva. Non è stato solo un omicidio; è stata un'esecuzione chirurgica contro il tempo.

Luana allora aveva sedici anni, il suo mondo era fatto di sogni adolescenziali e uscite con gli amici. La mafia era un concetto astratto, un mostro lontano. «Cosa fosse Cosa Nostra l’ho compreso dopo, sulla mia pelle», confessa.

Tuttavia, i segnali erano lì, nascosti dietro i viaggi della domenica verso carceri lontane, giustificati con la bugia del "lavoro fuori città". A dieci anni, Luana aveva già sfidato il silenzio di pietra della nonna: «Voglio la verità». Ma la verità era troppo sporca per quella bolla

di buone scuole, vestiti eleganti e dignità borghese in cui la tenevano protetta.

«Dal 10 maggio non andai più a scuola, il mio stato traumatico non me lo permetteva. Non passava istante in cui le lacrime non scendessero come fiumi in piena; l’unico desiderio che avevo era raggiungerlo».

LA FINE DELL'INNOCENZA E LE LETTERE «LEOPARDIANE»

«Dietro insistenza della scuola, quasi a forza, mi presentai per gli esami di recupero. Il giorno indicato, vestita a lutto ho portato quel lutto per tre anni , innanzi alla commissione iniziai nuovamente a piangere.

Mi dissero: “Signorina Ilardo, sappiamo tutto, non deve giustificarsi di nulla, le facciamo le nostre condoglianze”».

«Quella maledettissima sera non sapevo perché realmente fosse morto papà, ma mentre lo tenevo ancora caldo tra le mie braccia, gli promisi che avrei fatto qualsiasi cosa per dargli giustizia».

La chiacchierata con Luana Ilardo è commovente. Emozionante. Travolgente. Bloccante. Non puoi, non sai, non osi interromperla per fare domande. Lei, imbarazzata, piange. Quel fiume di dolore non si può interrompere per chiedere spiegazioni. Ti abbandoni anche tu e ci si lascia trasportare dal flusso contagioso del dolore. Una dolenza quasi pacata in quel momento, accettata da Luana, forse, per scaricare un poco di peso. «La nostra era una famiglia onesta. Mio nonno era un imprenditore stimato, papà un uomo colto che scriveva lettere dal sapore leopardiano, tormentato da un conflitto interiore che lo stava divorando», racconta spesso. Purtroppo per lui, dicono gli atti ufficiali, è cresciuto con la mafia dentro casa. La mafia non ha dovuto nemmeno bussare alla porta: era lì, vesti ta di normalità e quotidianità. Affetti familiari. Luana racconta e sottolinea che le origini del padre, Luigi Ilardo, non lasciavano presagire, almeno inizialmente, alcuna ombra criminale. Egli affonda le proprie radici in un terreno sociale che appare agli antipodi dei codici

mafiosi, circondato da una costellazione familiare che includeva persino integerrimi servitori dello Stato. Figlio di un’élite siciliana solida e rispettata, Luigi respira fin dalla nascita un’aria di prestigio. Nel libro “Luigi Ilardo: omicidio di Stato”, Luana dice: «Mio nonno Calogero era un ricco e facoltoso commerciante, aveva una grossa azienda agricola a Lentini (Siracusa) dove commerciava prodotti agricoli e capi di bestiame. La nostra proprietà era una delle più grandi e impo rtanti della zona, mio nonno fu addirittura il primo fornitore di bestiame dello Stato italiano dopo gli anni massacranti del dopoguerra. La nostra proprietà, per questi meriti, era solita ospitare autorevoli cariche istituzionali e giornalisti con relative riprese tv».

La madre di Luigi, Francesca Mastrolorito, era una donna di raffinata cultura, espressione di quell'alta borghesia catanese più colta e distaccata. Era un’insegnante rispettata, figlia di un’ottima famiglia. Una donna, una mamma e una nonna generosa e presente. La signora Ilardo per il figlio aveva un debole particolare. Luigi, quindi, è cresciuto tra gli agi e le aspettative di un futuro radioso; non era un "figlio del malaffare", ma un giovane dalle grandi promesse. Ottenuto il diploma di geometra, scelse di coltivare il proprio talento presso la facoltà di Architettura, delineando il percorso di un futuro professionista. A poco più di vent’anni possedeva una Porsche nera ultimo modello e frequentava i migliori locali della città.

MARGHERITA, LA MADRE EVANESCENTE E IL NOME NEGATO

E la mamma di Luana? Una figura evanescente. Fragile. Allora giovane vittima dell’alcol. «Mia madre Margherita racconta e scrive Luana è stata una delle donne più belle che ho visto in vita mia. Aveva lunghi capelli castani, era molto alta e slanciata, con un fisico da modella…». Era una giovane veneta dallo spirito libero e indipendente. Fin da ragazza aveva imparato a muoversi per il mondo, facendo la spola tra Belluno, la sua terra d'origine, e la Germania, d ove lavorava insieme al fratello.

«Si incontrarono in discoteca, e da quella stessa sera, mia madre mi raccontò che non ritornò più a Belluno. Il loro fu un grande amore; sin da subito fu accolta nella casa dei miei nonni paterni come una quarta figlia. Il loro fu un amore acerbo e di breve durata».

Luana nasce nel 1980, nel mezzo di una tempesta. Suo padre, Luigi Ilardo, è latitante e non può riconoscerla: per i primi sei anni di vita lei non sarà una Ilardo, ma Luana Dalla Lastra. Di quel periodo resta la magia dei racconti di sua madre Margherita che, nonostante le sue problematiche, rievoca il primo incontro con Luigi come un raro momento di quiete e d'amore.

Ma la quiete dura un soffio. A soli venti giorni dalla nascita, la madre l’abbandona:

«Mi lasciò dalla zia Costantina di Enna, sorella della nonna paterna Francesca, un'altra donna eccezionale che ho chiamato sempre mamma, fino a quando se n'è andata

qualche anno fa. Lei era letteralmente innamorata di me, aveva sempre desiderato una figlia femmina».

Fin da piccola, quella di Luana è una vita travagliata: oggetto di ricatto tra i genitori, un pacco trasportato da una città all’altra a seconda delle persone con cui doveva stare. La mamma? La nonna? La zia di Enna? E poi le carceri, il luogo dove papà "lavorava". Era fuori per lavoro, non poteva spostarsi e allora andavano loro. Le due sorelline. Sempre eleganti. Sempre amorevoli. «Negli occhi di mia nonna, in quelle occasioni, si leggeva a tratti la vergogna di trovarsi in luoghi del genere; i dispiaceri erano impressi sul suo viso e nei suoi grandi occhi verdi».

« Per tutta la sua detenzione mio padre con noi figlie è stato sempre presente, ogni settimana scriveva regolarmente a casa, a volte anche più lettere, attraverso le quali ci teneva a gestire so prattutto la nostra crescita e l'educazione».

Il trasferimento all’Asinara arrivò come una devastazione, un colpo brutale e improvviso. Quella volta lo Stato non ebbe nemmeno la decenza di una telefonata per avvisare. All'ingresso del penitenziario di Lecce, documenti alla mano per le solite visite, i guardiani liquidarono la famiglia annunciando il cambio di rotta: Asinara.

Al suono di quel nome, il gelo pietrificò la signora Ilardo. Si immobilizzò all'istante, trasformandosi in una statua di ghiaccio. «In quel silenzio capimmo tutto». Seguirono giorni febbrili. Telefonate. Visite. L’Asinara? Perché? Per quanto tempo? E come raggiungere l’isola? Quali restrizioni si sarebbero sommate a quelle attuali? La cupezza dei giorni, i troppi silenzi, le frasi interrotte…« quando noi ragazzine entravamo in una stanza racconta Luana portavano la nostra vita già dolente al limite della sopportazione. Infine si decisero a parlare, non ricordo più chi si fece carico di quella comunicazione delicata. All'inizio io e mia sorella eravamo troppo piccole anche solo per capire cosa rappresentasse quel nome, "Asinara". Ma a spiegarcelo, senza bisogno di parole, fu il terrore visibile sul volto di nostra nonna».

CALVARIO ALL'ASINARA: LA DIGNITÀ CALPESTATA

Dodici, a volte persino diciotto ore di viaggio infinito, solo per stringere a sé il proprio figlio per una manciata di minuti. Ma il prezzo più alto da pagare non era la distanza: era l’asettica ferocia dei controlli, fino all'infamia della perquisizione vaginale. Spogliata di ogni veste e di ogni umana dignità, la madre di Luigi Ilardo affrontava quel calvario in assoluta solitudine. Al ritorno a casa era una donna distrutta. Ma quel vuoto negli occhi non era figlio della semplice stanchezza, né solo del fango che le avevano gettato addosso. Era la ferita profonda nel cuore che continuava a sanguinare per come vedeva trattare suo figlio. Lo strazio di ritrovarlo prigioniero in quella divisa da carcerato, con i capelli tosati brutalmente, come si fa con le bestie.

«…sedato, drogato, percosso, azzannato da cani lupi introdotti la notte dentro le celle da personale carcerario e oggetto di punizioni corporali. Spesso veniva messo in cubicoli completamente al buio per giorni, nudo, senza la possibilità di stare in posizione eretta, non potendo riaprire, alla sua uscita, gli occhi per non danneggiarsi la vista. Oltre a tali torture, mio padre fu anche sottoposto a ben due elettroshock…», dichiarerà Luana in Commissione Antimafia il 16 novembre 2021.

E poi c’era il suo sguardo. Dura nte quegli scarni incontri, Luigi agli occhi della madre appariva assente, con gli occhi persi nel vuoto, come se la sua coscienza fosse stata anestetizzata da farmaci o sedativi. Il suo Gino era diventato un estraneo a se stesso, un uomo irriconoscibile. Un dolore così devastante che i familiari non potevano non leggerlo sul suo corpo.

«Ogni volta che tornava da quei colloqui, la nonna sembrava aver perso cinque anni di vita. Noi, io e mia sorella, fummo private di quell’ora di amore. Papà era l'unica figura di riferimento, aveva un amore incondizionato per noi, un amore particolare. Se so che cos'è l'amore lo devo a lui, perché nonostante il tempo era davvero poco, erano ore di amore puro. Come ci guardava, come ci abbracciava e ci baciava sulle labbra: era proprio Amore puro».

«Ho vissuto gli anni a seguire combattendo tra la voglia di diventare un fantasma nel mondo e il tormentato pensiero che la mia promessa dovesse trovare pace. Dico sempre di essere stata una pentola a pressione».

Chi è Luana adesso? Un fantasma? Una guerriera? Una vittima?

«Luana è il frutto di tutto questo disastro. Da quando ho preso consapevolezza, dico che la mia vita è stata un puzzle che ho buttato per aria duemila volte e rimesso a terra altre tremila… È tutto racchiuso in una frase che mi dice spesso il mio terapeuta: “Signora, lei dovrebbe smettere di vivere la vita di suo padre e iniziare a vivere la sua”».

Ma come si fa? Da dove si comincia?

«Il giorno che conobbi Salvatore Borsellino per la prima volta non mi sentii più la figlia di un mafioso, né di un infiltrato, né di un collaboratore, né di un traditore, ma una figlia addolorata che voleva solo giustizia per il suo papà. Salvatore mi convinse che io non c’entravo nulla con tutto quello che era successo alla mia famiglia, e da parte mia era più che legittimo chiedere verità e giustizia per una morte così densa di punti d’ombra e opacità». Infine, il pugno allo stomaco: «“Luana, gli assassini di tuo padre sono gli stessi di mio fratello…”, parole che cambiarono irrimediabilmente la mia vita. Cominciai a scavare, a sviscerare ogni tassello della storia di mio padre per cercare la verità e capire cosa volessero significare le parole di Salvatore».

«Dopo anni trovai alcune risposte; risposte insufficienti ad appagare quel senso di ingiustizia subita e di giustizia desiderata, ma ho capito anche che aiutare il prossimo significava aiutare quella ragazzina piccola che nessuno si curò di aiutare…».

LUIGI ILARDO: DINASTIA CRIMINALE E SEGRETI DI STATO

IL LUNGO CAMMINO VERSO LA "TRATTATIVA"

Graziella Proto

La sorte di Luigi Ilardo viene indirizzata prima ancora della sua nascita dal matrimonio tra la zia materna, Maria Ilardo, e Francesco "Don Ciccio" Madonia, futuro vertice della famiglia mafiosa di Vallelunga Pratameno e stretto alleato di Totò Riina.

Alla prematura scomparsa della zia Maria, a soli 39 anni, i figli della donna – tra cui Giuseppe "Piddu" Madonia – vengono accolti nella casa della nonna materna.

Poiché Don Ciccio è già latitante, Luigi Ilardo e il cugino Giuseppe crescono sotto lo stesso tetto, sviluppando un legame stretto. Da questa convivenza nasce il rapporto privilegiato tra Luigi e lo zio acquisito: Don Ciccio Madonia lo sceglie come autista personale e assistente in ogni spostamento, inserendolo progressivamente nelle dinamiche di vertice di Cosa Nostra.

A metà degli anni Settanta, l'abitazione di Ilardo ospita per alcuni mesi il latitante brindisino Giovanni Chisena, inviato su richiesta del boss corleonese Luciano Liggio, il quale manteneva consolidati rapporti con il patriarca Madonia. Chisena rappresenta una figura pericolosa e di raccordo tra il contrabbando di armi e sigarette, l'eversione di destra, la criminalità organizzata del Nord e del Sud Italia e settori dei servizi segreti deviati; un soggetto che trascina lo stesso Ilardo nei propri traffici. Il punto di svolta avviene nel 1978, quando Francesco Madonia viene assassinato da una fazione antagonista. Giuseppe "Piddu" Madonia eredita il comando della famiglia nissena e Luigi Ilardo, a 27 anni, viene formalmente affiliato come "uomo d'onore". Ha inizio una fase di intensa attività criminale legata a sequestri di persona e traffico internazionale d'armi. Successivamente si rende latitante a Barcellona Pozzo di Gotto, fino all'arresto avvenuto nel 1983 all'aeroporto di Roma Ciampino. Condannato a 17 anni per associazione mafiosa, sconta undici anni di reclusione in diverse strutture, tra cui Favignana, Lecce e l'Asinara. Nell'aprile del 1993, a pochi mesi dalla scarcerazione, Ilardo invia una lettera a Gianni De Gennaro, allora capo

della Direzione Investigativa Antimafia (DIA), manifestando l'intenzione di collaborare. De Gennaro affida la gestione del detenuto al colonnello Michele Riccio. Insieme concordano una strategia operativa atipica: Ilardo, registrato con il nome in codice "Fonte Oriente", assume il ruolo di infiltrato per conto dello Stato. Nel frattempo, in seguito all'arresto del cugino Piddu Madonia, Ilardo assume la reggenza della famiglia di Caltanissetta.

Riccio trasmette regolarmente i verbali dell'attività ai vertici della DIA e all'autorità giudiziaria di Palermo, informando inizialmente il magistrato Gian Carlo Caselli e, successivamente, il procuratore Giuseppe Pignatone. Nel 1995, con l'uscita di De Gennaro dalla DIA, Riccio rientra nell'Arma dei Carabinieri, venendo integrato nel ROS (Raggruppamento Operativo Speciale) sotto il comando del generale Mauro Obinu e del colonnello Mario Mori. Il 28 ottobre 1995, Ilardo comunica a Riccio di aver ottenuto un incontro riservato con il latitante Bernardo Provenzano, fissato per il 31 ottobre a Mezzojuso. L'arresto del boss tuttavia non avviene, aprendo una lunga stagione di controversie giudiziarie sul caso… fino ai giorni nostri

In seguito al fallimento dell'operazione, Ilardo richiede l'accesso formale al programma di protezione. Il 2 maggio 1996, nella sede del ROS a Roma, si tiene l'incontro con i magistrati Gian Carlo Caselli, Giuseppe Tinebra e la dottoressa Principato della DDA di Palermo. In una stanza adiacente, prima dell'inizio del verbale, Ilardo affronta il colonnello Mario Mori e, senza mezzi termini, gli dice: «Molti attentati che sono stati addebitati esclusivamente a Cosa nostra sono stati commissionati da voi, e voi lo sapete bene». A seguito di queste affermazioni, Mori si allontana senza replicare. Era il 2 maggio del 1996. Appena otto giorni dopo, il 10 maggio, Luigi Ilardo viene assassinato a Catania prima di poter rendere ufficiale la sua collaborazione. Una fine che evidenzia l'esistenza di gravi falle e fughe di notizie all'interno delle istituzioni.

“FRANCA DE ROMA”: RITRATTO DI UNA

FAMIGLIA PARTIGIANA

Roma anni 40. Il cuore del dramma batte in via Catanzaro 1, tra casa, bottega e cantina. È qui che il 1° novembre 1943 si riuniscono i capi della V zona di Roma per pianificare le azioni militari. Ed è qui che, il mattino seguente, irrompono le SS e portano via il padrone di casa Agostino Raponi detto Augusto. In quella abitazione vive anche la moglie Pina, fioraia e la loro figlioletta allora di 5 anni Franca. Franca Raponi oggi ultraottantenne, attraverso un libro e interventi orali racconta la storia del padre, Augusto Raponi, partigiano del gruppo scintilla della V zona di Roma e del perché lei è quella donna che è: una partigiana irriducibile.

Ho conosciuto Franca nell’isola di Marettimo che lei ancora una volta visitava e a cui io sono “abbarbicata” ormai da decenni. In quelle lunghe giornate abbagliate di luce, tra acqua e cielo, ho ascoltato i suoi racconti, e le sue parole mi hanno ridato la fiducia nel senso e nella forza della memoria da tenere salda dentro, nonostante il buio dei tempi che viviamo. Un percorso di vita che scava solchi quello di Franca Raponi, romana , artista, figlia di partigiani della V zona di Roma del PCI nella lotta contro il nazifascismo , anzi il suo è in realtà un doppio percorso costruito, uno, sulla passione politica, l’altro, sulla passione per la bellezza della natura: passioni entrambe trasmesse dal padre Agostino (Augusto o Agustarello) Raponi (comandante

organizzatore della V zona Pci di Roma) e dalla madre Giuseppina( Pina) Bocci, fiorai di tutta una vita nella mitica casa-negozio- cantina di Via Catanzaro 1/3. Alle sue due passioni Franca “de Roma” (come

orgogliosamente si definisce) ha dato espressione anche con le parole scritte, quelle di due libri preziosi ma purtroppo quasi introvabili ormai: uno è titolato “Scintilla nella Resistenza Romana – Memoria del fioraio Agostino Raponi e della Quinta Zona del PCI in Via Catanzaro 1/3 Roma”, Edizioni Associate, Roma 2011; l’altro ha come titolo “ZINGARO” La Riserva in arte e natura – Ed.Temi 2010. Franca è una roccia inattaccabile, così mi è apparsa subito nonostante il passo incerto e i suoi anni (87). Nella premessa del primo libro (Scintilla) così scrive: «la pubblicazione di queste memorie del Gruppo Scintilla vuole essere il tentativo di capire come la Resistenza organizzata per combattere il nazifascismo a Roma sia nata da esigenze preesistenti e abbia avuto un suo

sbocco nella partecipazione al movimento di lotta che portò alla Liberazione delle regioni settentrionali del Paese.» Spiega che il nome del Gruppo “Scintilla”, di cui ha fatto parte il padre Arturo prima di passare col PCI, faceva riferimento al termine russo Iskra (scintilla), nome del giornale degli emigrati russi, molti

dei quali socialisti, tra i protagonisti della Rivoluzione d’ottobre del 1917. «Il libro - scrive Franca nella prefazione - è nato quasi esclusivamente dai vari incontri organizzati da Augusto Raponi nell’aprile del 1974 con alcune delle persone che parteciparono attivamente alla lotta di resistenza al nazifascismo nella V zona di Roma che comprendeva i quartieri Macao, Italia, San Lorenzo, Vigna Mangani, Tiburtino Terzo Ponte Mammolo, Pietralata, San Basilio, Settecamini. Scopo degli incontri fu la raccolta dei ricordi di tutti coloro che provarono sulla loro pelle, mettendo a rischio la propria vita e quella dei propri cari, principi divenuti poi fondamentali nella stesura della Costituzione italiana nel 1948.»

Dentro una cella delle SS la storia tra le braccia

Nel suo racconto Franca dà voce non solo al padre Augusto e alla madre Pina, ma a tanti altri protagonisti di quella lotta attraverso la raccolta delle loro testimonianze, scritte e orali (che

Franca registrava) riportate fedelmente.

Il primo capitolo ovviamente è la testimonianza orale e scritta del capitano partigiano Agostino (Augusto) Raponi : « Prima del 40 l’attività dei pochi compagni socialisti, comunisti e anarchici, si limitava ad incontri in qualche bar ritenuto sicuro del quartiere (quartiere Italia nato per esigenze d’immagine del regime fascista con case e servizi per i gerarchi fascisti) oppure nelle abitazioni (…), nei primi mesi del 40 gli appartenenti a questo gruppo costituirono un’organizzazione col nome di Gruppo Scintilla, da cui nacque un settimanale, La Scintilla, organo del Movimento Comunista d’Italia, distribuito in tutta Roma (…).»

Poi il calvario e la lotta di un resistente romano Augusto appunto. La sua storia non è solo una sequenza di arresti, ma il ritratto di una Roma clandestina che, tra il 1941 e il 1944, non ha mai smesso di respirare.

Ciò che emerge nel libro di Franca è che c’è un confine sottile tra la cronaca di una vita e il racconto di un’epoca. Per l’autore di queste memorie, cioè suo padre Augusto, quel confine è tracciato dalle sbarre di una cella e dal rumore dei passi delle SS che lo condussero in Via Tasso e sottoposto a torture per 6 giorni,

Ai primi di gennaio 1944 in carcere come compagno di cella

aveva Saragat …e poi per sopraggiunta emottisi viene trasferito all’infermeria del carcere insieme a Leone Ginzburg, gonfio di botte e pieno di ferite. «L’ho assistito tutta la notte, spirò tra le mie braccia, nel febbraio del 44 (…» Un epilogo tragico. La solidarietà nel dolore estremo. Un ultimo abbraccio in una cella gelida. Il senso di un’intera generazione racchiuso in una semplice frase.

«Dopo l’interessamento del professor Fegiz sono trasferito al Sanatorio Forlaniani (…) e dieci giorni prima dell’arrivo degli Alleati, il 18 maggio 44, mi concessero la libertà provvisoria (…). Per le elezioni del 48 la direzione del Partito mi propose un seggio in Senato. Ci rinunciai per dare la precedenza ad altri compagni che avevano fatto più carcere di me.»

Fin qui il racconto di Augusto, ma Franca, nel capitolo dedicato alle donne partigiane della zona V del PCI di Roma, ci fa ascoltare anche la voce della madre, Giuseppina Bocci, detta Pina: “Sono venuti a casa in via Catanzaro (il 2 dicembre del 42) i fascisti con i militi. Mi sono chiusa in bagno con i volantini, per scaricarli nel water, ma la tazza si è intasata, così li ho buttati dalla finestra che dava sul cortile sperando che il portiere non li vedesse. Hanno preso Augusto e non mi hanno detto dove lo portavano”. E

racconta ancora Pina a proposito dell’arresto del marito del 2 novembre 43.»

La partigiana e il politico fascista

«Scendo in negozio – continua Pina - i tedeschi avevano già interrogato il commesso terrorizzato (…), vogliono che io indichi la strada per il vivaio, mi fanno salire sul taxi e prendono anche mia figlia Franca di 5 anni. Speravo che Augusto non ci fosse al vivaio, ma avevo anche paura perché ci avrebbero trattenute in ostaggio se lui non si presentava (…), arrivati al vivaio in via Ernesto Monaci vedo Augusto che ci aveva visti, si avvia verso di noi e si costituisce. Mi lasciano senza dirmi dove lo portavano (…). Poi ho saputo dove lo avevano portato e, quando ho ritirato i vestiti sporchi, nella tasca della giacca di Augusto ho trovato il bocchino di osso, con cui fumava, tutto frantumato come polvere e mi resi conto delle torture che stava subendo in Via Tasso.»

«Durante il carcere di mio marito - continua Pina - io continuavo l’attività commerciale e dei fiori (…), una sera ricevo una telefonata di avviso, dicevano che la stazione ferroviaria Tiburtina era stata minata…mi dicono di scappare, rispondo che rimango in casa perché c’è il rischio di un falso allarme di cui potevano approfittare per rubare a casa…

Storie da ricordare

“Sono nata nel 1938, fra casa e bottega più cantina, sede della V zona del PCI durante la Resistenza romana, in Via Catanzaro1/3-Roma. Mi sono iscritta alla FGCI a 18 anni. Poi è stato tutto un susseguirsi di lotte: dalle manifestazioni per il Vietnam a quelle per lo Statuto dei Lavoratori, per il divorzio, per l’aborto, per gli asili nido, per la Rivoluzione Cubana, contro il franchismo in Spagna e…altro. Dal 1972 al 1984 sono stata Consigliera al 3° Municipio di Roma, responsabile di vari Settori. Nel 1989 mi sono presentata nelle liste del PCI come artigiana indipendente alle elezioni comunali di Roma. Nel 2008 ho costituito la Sezione ANPI dedicata a Luigi Gavioli, ucciso alle Fosse Ardeatine, GAP della V Zona del PCI di Roma, che faceva parte del Gruppo che si riuniva in Via Catanzaro 1/3 (ex cantina di mio padre, ex Sezione del PCI, oggi Sezione del PD). Nel 2000 la Presidente della Federazione dei Verdi, Grazia Francescato, mi ha nominata responsabile dell’Area “Arte e Natura” della Federazione. Nel 2011 ho pubblicato il libro “Scintilla nella Resistenza Romanamemoria del fioraio Agostino della Quinta Zona del PCI in Via Catanzaro 1/3 Roma”. Ho partecipato all’occupazione dell’ex Cinema Palazzo, a San Lorenzo, Roma, fino al 2019 quando è arrivato l’ordine di sgombero della Sindaca Virginia Raggi”.

Franca: viandante, nomade della terra

Franca è anche un’artista della bellezza e della natura. La sua ricerca si esprime in installazioni vegetali che utilizzano piante, fiori e reperti costieri, come la mostra itinerante del '94 “Mediterranea Ariaterrafuocoacqua”. Esposta tra il Baglio di Scopello, Palermo e Ustica, l'opera si compone di sette installazioni-metafore: da Ulisse (l'Aria) a Penelope (il Fuoco), fino alla Tonnara di Scopello, celebrazione del suo legame magico con la Sicilia.

A testimoniare il valore del suo pensiero ci sono da figure d’eccezione: Fra i tanti:

Simona Mafai, che ne recensì il lavoro su Mezzocielo nel 1995. Letizia Battaglia, ritratta mentre solleva al cielo il libro di Franca, “Zingaro, la Riserva in arte e natura” (2010), nato su invito del Prof. Franco Pedrotti e curato, per la parte botanica, dal Prof. Francesco M. Raimondo

In questo volume, ormai rarissimo, Franca è definita dalla giornalista Andreina De Tomassi come una “viandante, nomade della terra... figlia del Mediterraneo”. Nelle sue pagine, Franca cita Kavafis per spiegare il senso del suo percorso: un viaggio di conoscenza dove l’opera Ulisse, a forma di vela e di Sicilia, conduce una ricerca guidata da temi etici e sentimentali.

Il mare resta il suo più grande amore terreno. E lo sguardo di Franca, oggi come nella foto di gioventù, rimane quello luminoso e intatto di chi, ancora a ottantasette anni tra i silenzi di Marettimo, non smette di cercare l’anima profonda della natura.

Una casa che Pina avrebbe voluto comprare perché I proprietari scappavano per paura dei bombardamenti.

«Che ti passa per la mente? – mi disse mio marito in carcere - Ora che la guerra finisce, la casa deve essere per tutti un diritto. Io sono in carcere per questo, per difendere questi diritti e per una nuova giustizia sociale, e tu vuoi

comprare casa? Così non la comprai e ancora me ne pento.»

Con genitori così, con le immagini di quanto da loro vissuto nei ricordi della bambina che allora era Franca, è chiaro come l’adulta

che poi è diventata abbia trasformato quei ricordi in un percorso di resistenza continua. E la Franca di 87 anni che ho conosciuto a Marettimo, è UNA “resistente”.

Impossibile dimenticare un episodio avvenuto una sera del mese di agosto scorso: atmosfera totalmente vacanziera attorno, concerto jazz al porto…non la vedo più accanto a me, da lontano vedo un capannello di carabinieri,

«La Resistenza non è stata solo fatta di uomini armati, ma è nata dal coraggio e dalla determinazione di donne che per prime hanno detto di no.» Carla Capponi

…un personaggio politico della destra di governo …e Franca: come non capire cosa la abbia spinta ad avvicinarsi, col suo passo lento, al politico in questione per dirgli “tu sei un fascista”? Nell’isola non si è parlato d’altro per un po’ di

carabinieri che, dopo due ore di tentativi (Franca teneva duro ma poi ha quasi provato tenerezza per quei loro sguardi quasi intimiditi), hanno portato a termine quell’operazione “sicurezza”… la definisce così il politico che aggiunge, “la signora ha un

giorni…ma forse qualcuno per la prima volta si è fatto qualche domanda… Il personaggio politico ha preteso che Franca fosse identificata da due imbarazzatissimi giovani

bastone in mano” alludendo al bastone a cui Franca si appoggia per poter camminare. Senza non potrebbe camminare e lo si vede. Come sempre negano l’evidente

TERANGA: ACCOGLIENZA, OSPITALITÀ, GENEROSITÀ

SENEGAL, LA “NOSTRA BARCA”

Renata Governali

Si chiama Sunugal, la nostra barca, ed è il volto di un’Africa che sceglie la pace. Il Senegal è l’esempio africano di stabilità e accoglienza. Nel Paese della Teranga, dove la musica è il battito del cuore, la convivenza tra fedi e popoli è un dogma. Ma dietro le luci di un modello democratico e la stabilità politica ci sono tante ferite aperte. Una crisi sociale che spinge migliaia di giovani - troppi figli della Teranga - verso i viaggi della speranza, sfidando il mare a costo della vita. Nelle ultime elezioni le donne elette in Parlamento costituiscono il 42,2% al di sopra della media mondiale che è il 26% ma nonostante ciò le donne rimangono sotto-rappresentate nei ruoli decisionali più strategici.

Affacciato sull'Oceano

Atlantico e incastonato tra Mauritania, Guinea e il lembo di terra del Gambia, il Senegal è molto più di una semplice collocazione geografica. Il suo nome, che riecheggia quello del grande fiume che attraversa il Paese come una spina dorsale, affonda le radici nella lingua wolof: Sunugal, ovvero "la nostra barca". Un termine che trascende la geografia per farsi manifesto identitario di un intero popolo.

che l’unico modo per avanzare e sopravvivere al mare aperto è remare all'unisono.

In questa metafora nautica risiede l’essenza stessa della

nazione: la barca non è solo un mezzo di trasporto, ma un simbolo sacro di coesione sociale. È la rappresentazione plastica di una comunità che, consapevole di condividere lo stesso scafo, ha compreso

Questo spirito di solidarietà è il vero motore del Senegal. In un panorama africano spesso frammentato, il Paese si distingue per una pacifica convivenza, dove il mosaico di etnie e religioni diverse non è percepito come una divisione, ma come parte integrante di una rotta comune. Qui, l’unità nazionale non è uno slogan politico, ma un impegno

quotidiano, un patto tacito che spinge i senegalesi a fare quadrato attorno a un destino condiviso.

Questo primo tratto del popolo senegalese mi ha molto colpita nel mio viaggio attraverso questo meraviglioso Paese dove la natura è rigogliosa e dove i fiumi maestosi incontrano il mare creando lussureggianti lagune verdi di mangrovie e popolate da straordinarie varietà di uccelli, di pesci,di tanti altri animali marini.

Il secondo tratto è espresso da un’altra parola wolof: teranga che significa accoglienza, ospitalità, generosità nei confronti degli altri. Dopo l’indipendenza dai Francesi, il Senegal è diventato simbolo di orgoglio africano, di dignità e di coesistenza pacifica tra popoli diversi: i Wolof, che costituiscono il gruppo più numeroso della popolazione insediata prevalentemente nelle regioni centrali e costiere, i Serer, i Fula o

Peul pastori nomadi, i Mandinka, i Jola che vivono nella regione della Casamance, noti per essere

eccellenti agricoltori di riso, miglio e arachidi; i Soninke, i Mauri,i Lebu, i Bassari. E, seppure le differenze fisiche come statura e corporatura sembrano minime, si riconoscono tra loro, riconoscono le rispettive appartenenze al primo sguardo. Le lingue parlate, oltre quella francese retaggio dei colonizzatori, che è diventata idioma ufficiale, sono almeno quattro: Wolof ,Pular,Jola e Mandinka. La diversità è anche nell’appartenenza religiosa: ci sono musulmani, cristiani e ancora alcune sacche che praticano l’animismo che, comunque, affiora come sottofondo magico e di superstizione anche in chi si è convertito ad altre religioni.

Tutti portano un amuleto che ricevono al momento della nascita da uno sciamano del villaggio. Tutti hanno un animale totemico che li rappresenta. Ma la convivenza pacifica tra queste appartenenze religiose si può notare nei cimiteri che ospitano tombe cristiane e musulmane in assoluta armonia.

Arriviamo a Dakar alle nove di sera; abbiamo lasciato i primi languori dell’autunno e ci troviamo avvolti da un’aria caldissima, tutto è fermo, e luci dell’aeroporto soffiano vapori. Siamo

stanchi i controlli di polizia dei passaporti e dei bagagli sono stati estenuanti Incontriamo la nostra guida Manuel che parla italiano. È un giovane uomo poi ci dirà che ha più di 50 anni ed è della tribù dei Serer, fa il contadino e il pescatore e quando lo contattano la guida freelance. Indossa un paio di pantaloni così colorati che arlecchino può mettersi da parte. Ci trasciniamo con le pesanti valige fino ad un pulmino che di anni ne deve avere molti e lì incontriamo il

nostro autista Moussa più sobrio di Manuel nel suo completo di tela grigio. I due si pizzicano in lingua Wolof e lo faranno per tutto il viaggio. Moussa è musulmano e della tribù dei Pool e Manuel come detto è dei Serer.

Ci portano a dormire in un albergo in periferia non saprei con quante stelle

grandissima, vediamo il palazzo del governo, la chiesa cattolica e la stazione

assaltano i negozi di souvenir e molte donne senegalesi ci seducono con la loro merce, in giro sempre pronte a dileguarsi al primo avviso della polizia.

potrebbe essere catalogato ma certamente non con molte, non c’è neanche il sapone nel bagno. Ma nella camera il grande letto col baldacchino ricoperto dalle bianche zanzariere mi fa entrare in una bella atmosfera.

IL PRIMO GIORNO

Andiamo in giro per Dakar, mi colpisce la grande statua della famiglia che è alta cinquanta metri. La città è caotica ma non sembra

in stile coloniale francese da dove parte ancora il famoso treno Dakar - Bamako. Poi ci rechiamo al molo e attendiamo un traghetto per l’isola di Goree patrimonio dell’Unesco per visitare La casa degli schiavi. Una costruzione coloniale dove venivano rinchiusi gli schiavi prima di attraversare la porta del non ritorno che li avrebbe portati nelle Americhe. I muri scuri delle celle sembrano trasudare ancora dolore e lacrime. La barbarie umana è senza speranze e un pensiero va alle guerre e alle torture che ancora oggi insanguinano il mondo, nulla sembra essere cambiato. Goree con le sue casette colorate è comunque un luogo che sembra calmo e sonnolento, i turisti

C’è una bella chiesa coloniale e una natura rigogliosa, i residenti si radunano sotto grandi alberi al fresco e conducono la loro vita con ritmi che appaiono molto più lenti dei nostri. Incontriamo una donna che sta allattando uno dei gemelli che ha appena partorito mentre l’altro è tra le braccia del papà. Poi ripassando vedremo i due minuscoli bimbi stesi per terra sopra una stuoia e coperti con una zanzariera rigida che mi ha ricordato quella che usava mia nonna sull’insalatiera per proteggerla dalle mosche. Gli altri bambini sono allegri, giocano, anche quelli più grandi che scherzano davanti alla porta della scuola.

Le donne qui sono bellissime e molto femminili, molte indossano

sulla testa un velo o un foulard o un turbante che è sempre in pendant con i colori e la fantasia dell’abito. I sorrisi sono smaglianti credo che qui i dentisti hanno poco da lavorare. I denti li puliscono con dei bastoncini che disinfettano e penso migliorino la qualità dello smalto.

Da Goree ci spostiamo verso il lago Retba una volta ultima tappa della ParigiDakar. Il caldo è diventato soffocante, il fondo di questo lago è costituito da sale che le donne trasportano a riva in grossi cesti sulla testa. Le senegalesi vengono abituate da bambine a portare pesi sulla testa anche ingenti e questo lavoro

dedicano alla agricoltura o alla pastorizia oltre che prendersi cura dei bambini che qui, come una volta da noi, sono accuditi da tutte le donne della famiglia. I divorzi sono pochissimi perché quando ci sono tensioni in una coppia, la guida Manuel lo spiega, è lo zio della sposa che dirime le questioni insieme a tutto il villaggio.

Saliamo su una piroga che galleggia sulle acque del lago in un silenzio avvolgente che quasi ci spinge ad osservarlo e scivoliamo sulle acque del lago attenti a non dire parole inutili.

SECONDO GIORNO

All’inizio della giornata viaggiamo verso Saint-

esercizio poi ne avvantaggia la postura e l’incedere. Gli uomini con le barche dragano il fondo per raccogliere il sale e le donne lo trasportano. Qui tutte le donne lavorano come portatrici, o vendono nei mercati del pesce, oppure si

Louis e il deserto di Lompoul, dove un gruppo di giovani gestisce un resort; mangiamo riso giallo e pollo con le cipolle. Il pomeriggio ce ne andiamo in spiaggia. Il nostro albergo, costituito da tanti tukul, è lambito dalle acque dell’oceano. La battigia è grande; ci sono molti ragazzi che corrono o fanno addominali. Tutti i

senegalesi hanno buona cura del proprio corpo: non ne abbiamo visto uno grasso o malandato.

Raccogliamo tante conchiglie che hanno un buco nella sommità; ne faremo collane da scambiarci a cena. Dopo gamberetti e calamari "da Dio", assaggiamo il succo del baobab, questo albero magnifico che assorbe l’acqua dal tronco durante la stagione delle piogge: una pianta miracolosa che viene utilizzata in tutte le sue parti.

Altra meraviglia di questa terra sono gli uccelli: i fenicotteri abitano gli alberi delle città, sono una presenza che attraversa il cielo. Poi c’è il Parco degli uccelli dove, fra gli altri, vive una numerosissima colonia di cormorani. Mi ricorda tanto Vendicari, con le cannette che affiorano dal mare, aironi rosa e cinerini, falchi e rapaci, garzette, aquile pescatrici; ma

vediamo anche scimmie, facoceri e, in acqua, qualche sonnolento varano.

Pranziamo in un ristorante che sarebbe meglio definire "bettola". Non conviene andare in cucina, altrimenti non riusciremmo a mangiare: tutto è ricoperto da sciami di mosche. Ci

case hanno l’essenziale e le persone, pur non essendo ricche, sembrano contente del poco che hanno e vivono secondo un ritmo naturale.

Un Paese meraviglioso. Tuttavia, perché molti giovani affrontano i viaggi della speranza e cercano di raggiungere l’Europa, a

portano il piatto nazionale, il thieboudienne: riso cotto nella salsa di pomodoro e servito con pesce fritto. Una vera delizia, e nessuno di noi si sente male.

Non ci facciamo mancare neppure una passeggiata in calesse per le strade di SaintLouis, con stradine e anfratti di una povertà indescrivibile: bambini scalzi, laceri, un'umanità spalmata in un girone dell’inferno, così diversa da quella vista a Gorée, dove le

volte a costo della loro stessa vita? La risposta è semplice: la distribuzione della ricchezza non è per nulla equa. Circa il 50% del reddito totale è accentrato nelle mani di una classe relativamente ristretta e circa il 40% della popolazione vive al di sotto della soglia nazionale di povertà. Le diseguaglianze incidono fortemente sulla salute, sull’educazione e sulla qualità della vita.

Nei pressi dell'isola dei pescatori, la popolazione vive ammassata all’aperto; le case sono affollate e i molti bambini, seminudi, si muovono per i vicoli insieme a capre e altri animali, in una convivenza e promiscuità che fa male al cuore. L’odore del pesce messo a seccare è insopportabile; milioni di mosche fameliche ricoprono il pescato nelle povere bancarelle gestite dalle donne. Una situazione da girone dell'inferno: è da qui che probabilmente partono i giovani alla ricerca di migliori condizioni di vita, con il proposito nel cuore di poter trovare un lavoro all’estero e inviare dei soldi alla famiglia rimasta in quell’inferno.

(foto di Stefano Fuschino)

«LA RIVOLUZIONE SARÀ FEMMINISTA, O NON SARÀ»

«La rivoluzione sarà femminista, o non sarà» - slogan emblema del femminismo popolare - oggi assume un nuovo volto: drammaturga, attrice, accademica, manager culturale transmigrante. (Pries, 2002: 572) Un nuovo soggetto mi grante che, nell’era della globalizzazione, mantiene legami sociali, economici e culturali simultanei con più di un paese, sfidando la visione lineare e unidirezionale della migrazione.

Karin Chirinos

Queste caratteristiche si evidenziano nel modo in cui le donne affrontano problematiche specifiche, diverse tra loro ma globalmente interconnesse: povertà, disoccupazione, femminicidi, guerre e tratta di esseri um ani. La lingua emerge come elemento mobilitante, le lingue minoritarie in chiave decoloniale diventano strumento di risoluzione dei conflitti e critica alle politiche migratorie disumane in Europa e in America Recentemente ho avuto il privilegio di vivere in prima persona un'espressione emblematica del nuovo femminismo intersezionale: lo spettacolo UPROAR (Scandalo). Questa coproduzione italoperuviana, nata dalla creatività di donne migranti, dà voce alla memoria dei tragici eventi legati alle manifestazioni per la democrazia in Perù contro il governo Boluarte ferite ancora aperte e in attesa di giustizia. È stato inoltre un onore collaborare

alla gestazione alla genesi del seminario Corpi in scena, voci in dialogo, un progetto che prosegue questo necessario confronto tra arte e impegno civile.

Il teatro transmigrante come spazio di empowerment sociolinguistico femminile, spiega, come le donne ispanoamericane in Europa utilizzino il teatro per rielaborare il trauma, preservare la memoria, rafforzare reti di solidarietà, esercitare sororità femminile e promuovere il plurilinguismo. Esperienze che rappresentano esempi virtuosi di transmigrazione femminile artisticamente e socialmente trasformativa.

UPROAR (Scandalo) invita il pubblico a un viaggio dall’ingiustizia alla speranza, guidato dall’unione. Mescolando danza ribelle, costumi sonori, archivi audiovisivi e partecipazione del pubblico. Uno spettacolo che onora la

tradizione latinoamericana e suggerisce di usare musica e danza come espressione politica.

Nato dalle proteste del 2022–2023 in Perù, affronta corruzione, discriminazione e disuguaglianza come questioni di rilevanza globale.

Lo spettacolo è stato creato dalle artiste di origine peruviana residenti in Inghilterra Carolina Rieckhof e Moyra Silva. Il collettivo, Rieckhof-Silva Collective, indaga sul come le pratiche ancestrali di resilienza, rituale e memoria possano essere attivate nella performance contemporanea, mostrando come movimento, suono e oggetti trasmettano riflessione sociale e memoria collettiva nel tempo e nei diversi contesti. Un processo di sperimentazione, ricerca e collaborazione con comunità e professionisti di diversi settori. L’opera è politica. Coinvolgente e d’impatto. Progettata per far immergere il pubblico nella riflessione e nell’esperienza condivisa. Valorizzando la produzione artistica ispanoamericana e creando un dialogo interculturale che riconosce storie di violenza, spostamento e resilienza, la presentazione di UPROAR fa parte dell’accordo istituzionale tra l’IILA (Istituto Italo-Latinoamericano) e l’Università La Sapienza, che include la programmazione di tre opere provenienti da Cile, Messico e Perù nella stagione del Nuovo Teatro Sapienza, Il seminario Corpi in scena, voci in dialogo: teatro transmigrante, spazio di empowerment sociolinguistico femminile, sviluppato tra febbraio e giugno 2026 presso il Dipartimento di Metodi e Modelli per l’Economia, il Territorio e la Finanza (MEMOTEF) dell’Università La Sapienza, completa e arricchisce questa apertura. Nato all’interno della cattedra di lingua spagnola, il seminario mette in luce le esperienze artistiche di sei drammaturghe di origine ispanoamericana residenti tra Europa e America Latina. Attraverso il teatro, queste artiste hanno superato la precarietà

socioeconomica, rielaborato il trauma, costruito nuove forme di cittadinanza ed esercitato giustizia attraverso la pace e l’arte. Queste esperienze funzionano come narrazioni alternative che evidenziano gli aspetti virtuosi della migrazione, rafforzando il dialogo culturale e sociale tra Europa e America. Durante sei incontri, si esplora come queste pratiche di autogestione collettiva, sostegno sororale e plurilinguismo contribuiscano a costruire forme alternative di cittadinanza e militanza artistica.

Questi sei laboratori, gratuiti, aperti alla

cittadinanza, mostrano come il teatro si trasformi in un archivio vivo di memoria, piattaforma di sororità femminile, spazio di giustizia sociale e promotore del plurilinguismo, dove corpo e voce permettono di rielaborare l’esperienza migratoria, ricostruire la memoria culturale e generare inclusione sociale, economica e politica. Insieme, la presentazione di UPROAR e lo sviluppo del seminario Corpi in scena, voci in dialogo, costituiscono una testimonianza viva della messa in pratica del femminismo intersezionale. Allo stesso tempo, evidenziano come la drammaturgia femminile transmigrante e il teatro multilingue funzionino come dispositivi di resilienza, memoria attiva, sororità femminile, giustizia creativa e riconoscimento del plurilinguismo come strumento di risoluzione dei conflitti culturali.

Ester Pantano e la sua voglia di Cambiare il mondo

“FIMMINE FORTI E IN CAMMINO IN SCENA”

Una giovane donna. Una talentuosa attrice catanese amata a teatro, al cinema e in televisione. Ester Pantano, con un passato di successo nella ginnastica artistica a livelli agonistici, dopo la maturità scientifica si iscrive alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere per poi entrare al Centro sperimentale di cinematografia a Roma. Ha recitato in film per la televisione come “La mossa del cavallo - C'era una volta Vigata” e nel film indipendente “Labbra blu”; È coprotagonista della serie “Màkari” diretta da Michele Soavi, dove recita nei panni dell'architetto Suleima, interpreta anche Jessica nella serie Imma Tataranni. Applaudita a teatro nei panni della sposa di Ulisse nell’opera teatrale "Penelope - L'Odissea è Fimmina” per la regia di Luana Rondinelli.

Ho avuto il piacere di assistere allo spettacolo presso il Teatro Massimo Città di Siracusa e di intervistarla.

Descrivimi Penelope così come l'avete portata in scena, donna temeraria e diversa da quella che siamo abituati a incontrare.

“Abbiamo a che fare con una Penelope differente. Credo che lei riesca a mantenere la promessa, è fedele alla parola data, aspetta finché non torna Odisseo. Accade però qualcosa: dopo il rincontro si chiede chi sia il marito per lei e cosa sia lei per lui. A un certo punto dello spettacolo ci rendiamo conto che in realtà loro non hanno mai vissuto ma si sono attesi ed è un po' quello che succede anche ad altre coppie che stanno insieme da molti anni, non si vivono più ma non trovano il coraggio di riprendere in mano la propria vita e ripartire

col sentirsi vivi per qualcuno e per qualcosa. In tutto ciò si racchiude il cambio di direzione sia dal punto di vista della regia che della scrittura: la protagonista decide di ripartire e di andare via e in questo viaggio verso la libertà non pensa solo a sé stessa ma al mondo femminile che cerca di portare con sé rappresentato dall'ancella e dalla balia. Vuole che anche loro riscattino la loro vita, vuole risollevare la collettività femminile.

Riprende il concetto della sorellanza che è importante e che spesso viene sottovalutato o scambiato per altro. Invece è anche questo, uno scambio, un continuo entrare in discussione per poter trovare una soluzione che vada bene per tutte. In questo la nostra Penelope è un grande simbolo e mi

abbiamo la possibilità di rimetterci in cammino, a qualsiasi età”.

Parlami di un altro personaggio femminile

che ti è rimasto dentro.

sento molto vicina a lei, perché non si sta nei luoghi dove non si fiorisce, bisogna essere audaci, prendersi per mano e andare via se necessario. Il messaggio è che tutte e tutti

“Ho sempre portato in scena donne forti, personaggi femministi a cui ho dato voce. Un ruolo a cui sono molto legata è quello di Francesca Morivillo nel film biografico del 2025, diretto da Simona Izzo e Ricky Tognazzi, “Francesca e Giovanni". Ho interpretato la magistrata e ho dato un corpo al suo impegno sociale, alla voglia di riscattare la periferia, perché tutti dobbiamo essere uguali, nessuno può essere condannato per l'eredità dei padri. Nonostante lei facesse parte di una famiglia di magistrati e appartenesse dunque alla borghesia ha lottato affinché il bene fosse comune, questo credo sia un grande insegnamento. Porto con me il sogno che tutti possano vivere con dignità la propria vita, in questo mondo spesso palcoscenico di ingiustizie sembra utopia. Bisogna lottare, dimostrare vicinanza a chi non ha i beni di prima necessità. Credo che questo sogno possa partire dalle donne, dalla loro grande sensibilità. “La mafia sarà vinta da un esercito di maestre elementari” diceva Gesualdo Bufalino e le donne sono sempre state delle grandi maestre di vita”.

Grazie a Ester Pantano e alla sua voglia di cambiare il mondo.

(foto di Stefano Fuschino)

I Briganti di Librino oltre la meta

IL RUGBY COME RISCATTO SOCIALE

In libreria una storia che ha cambiato la vita dei ragazzi in un quartiere – Librino - nato come città ideale. La città satellite la chiamarono ma non è stata mai finita, anzi e diventato un'area di spaccio e criminalità. I ragazzini preda della manovalanza criminale. Un bel giorno qualcuno ha la stessa idea di Nelson Mandela: una squadra di rugby. Inizialmente un campo fangoso o duro come il marmo a seconda della stagione, tanto divertimento per i ragazzi, speranze e sogni per il futuro e poi una squadra vera: I BRIGANTI. Perdite e sconfitte, ma il desiderio di rivalsa dei ragazzi che negli anni si alternano è sempre positivo e guarda avanti. Oltre la meta.

Ogni storia merita di essere narrata, ma in questo caso ci troviamo davanti ad un racconto così travolgente ed emozionante da non consentirci di staccare gli occhi dalle pagine. Non si parla di avventura, missioni impossibili o storie di fantascienza; si parla della cruda realtà e della bellezza che, a prescindere dalla difficoltà, riesce a spiccare nelle piccole cose.

Sara Rattaro racconta, nella maniera più morbida e avvolgente possibile, la

storia dei Briganti di Librino; una squadra di Rugby nata proprio in uno dei quartieri considerati tra i più malfamati della Sicilia. Marco è il protagonista, un

giovane orfano di madre, con un padre apparentemente duro, un cuore spezzato e la necessità di trovare qualcosa per la quale sopravvivere. Vive a Librino, quartiere amato dalla madre, ma odiato dal padre e casualmente, un pomeriggio, si ritrova ad osservare alcuni ragazzi che giocano a rugby in un parcheggio abbandonato e ne rimane ammaliato. Nel giro di poco anche lui

inizia a far parte degli allenamenti, conosce nuova gente e si interfaccia con altre realtà diverse dalla sua. Rocco, Carlo, Santo ed Enzo – quello che diventerà una figura cardine per Marcosono i suoi nuovi compagni di squadra. Paolo e Franco sono invece gli allenatori, due uomini determinati, ma empatici, con il sogno di fare di Librino e di quella squadra qualcosa di più grande, qualcosa di buono. Marco però gioca già a calcio, per volere del padre, e non nutre particolare amore per questo sport, al contrario si sente vivo solo quando gioca a Rugby ed è disposto a tutto pur di difendere questa passione. Marco e i ragazzi fonderanno una vera e propria squadra, si alleneranno duramente per

mesi e affronteranno delle vere partite. Avranno una divisa ufficiale, un nome ufficiale e, dopo sforzi incommensurabili anche un campo. I ragazzi costruiranno la loro storia e la loro squadra con calma e pazienza, ma ogni porta aperta li porterà a fronteggiare ostilità e difficoltà di ogni genere. Cresceranno e impareranno ogni giorno che, in particolare per i Briganti, nella vita nulla è in regalo, ma frutto di sudore e fatica. Si trovano ad affrontare decine di ostacoli, dai più banali (come la realizzazione di divise ufficiali) ai più atroci (come il dolore del lutto). Il contesto in cui vivono è loro amico e nemico al contempo, ma la loro forza gli consentirà sempre di non

arrendersi e di cercare una soluzione pacifica per far fronte alle difficoltà. Questa storia racconta del concetto stesso di determinazione e coraggio.

La lettura di questo racconto ci porta a riflettere su una realtà che spesso consideriamo lontana da noi, ma che in verità è più vicina di quanto crediamo. È una riflessione sulla correttezza d’animo e l’esempio lampante su come da avvenimenti spiacevoli possano ramificarsi sentimenti mirati a fare da base per la costruzione di qualcosa di migliore.

I Briganti hanno un po’ incarnato la figura della fenice che risorge dalle ceneri, hanno attraversato il fuoco, ne sono rimasti bruciati, ma sono risorti soddisfatti e col cuore colmo, così come il lettore che, grazie a loro, riesce a credere un po’ di più al potere della collettività.

Vincenza Scuderi, Il Cinema Blu , con illustrazioni di Serena Aiello, Villaggio Maori, 2025

Attualmente in esclusiva presso la casa editrice: https://www.villaggiomaori.com/ Dal 1° settembre in libreria e negli shop online!

Il Cinema Blu è un romanzo in cui si incrociano storie, architetture e luoghi, soprattutto città. E tutto parte da un’elegante sala cinematografica nel centro di un luogo che potrebbe essere Catania. Solo che il Cinema Blu è l’unica sala a scomparsa del mondo: d’estate scende sottoterra in attesa di ritornare in superficie il 15 settembre.

Risvolto di copertina:

Cosa accadrebbe se il cinema non fosse solo finzione ma un luogo reale da varcare? Mario ha diciott’anni, una cinepresa nel cuore e decine di cortometraggi che vivono solo nella sua immaginazione. L’estate gli regala un privilegio raro: abitare sopra il Cinema Blu, un’elegante sala a scomparsa nel cuore di Catania. Un giorno, seguendo una ragazza misteriosa e due tecnici indaffarati, Mario scopre una botola che conduce nei sotterranei dell’edificio: un labirinto di macchine, ingranaggi, luci e ombre. È lì che incontra Ester Libuše – enigmatica e sfuggente, forse guida, forse inganno. Ester lo accompagna dove il confine tra spettatore e protagonista si dissolve: dentro il Circolo del Cinema Blu, dove le storie si attraversano e i film si abitano.

Nelle raffinate parole di Vincenza Scuderi, accompagnate dalle illustrazioni di Serena Aiello, prende forma un viaggio quasi onirico, da una pellicola a un’altra, tra domande che non attendono risposte e finali che forse sarebbe meglio non scrivere. Perché a volte il cinema accade davvero.

L’autrice

Vincenza Scuderi nasce a Catania nel 1972. Vive fra la Sicilia, dove lavora come germanista presso l’università del capoluogo etneo, e la Repubblica Ceca. È poeta, saggista, traduttrice, autrice di racconti e redattrice della rivista antimafia “LeSiciliane-Casablanca”. Ha pubblicato con Fara Editore le raccolte di poesia Accade soprattutto per la strada, contenuta nel volume collettaneo Scelte vincenti (2013), e La soluzione (2024).

L’illustratrice

Serena Aiello, classe 1996, è originaria di Augusta. Vive a Catania dove lavora come ostetrica. Illustratrice, da sempre intreccia il mondo della cura con quello del disegno, dando forma a ciò che le parole spesso non riescono a dire. Realizza loghi e progetti grafici, portando alla luce, con la stessa attenzione, corpi e idee, facendo spazio a ciò che desidera nascere.

Tramonti e Nebbie (prefazione di Mauro Pierfederici; editrice Prova d’Autore, 74 pp.) è composta da 50 poesie brevi ed è la sesta silloge di Stefano Gresta. In essa si evidenzia l’evoluzione poetica dell’autore. Il viaggio poetico e dell’uomo appare sincrono e si palesa per questo ancora più emozionante. Oggi Gresta giunge all’età matura e si manifesta con versi asciutti e scarni ma densissimi, quasi criptici, da assaporare lentamente e da interpretare con strumenti sottili più che con la ragione come si conviene nell’ars poetica. (Daniela Marra)

"Mamita sta bene" di Donatella Turillo (Algra Editore). Un romanzo autobiografico. Un cammino nell’anima tormentata dell’autrice. Un viaggio in Messico. Un’esplorazione dell’invisibile, di quanto trascende il mondo fisico. Il legame indissolubile tra madre e figlia. Un viaggio nel viaggio, ricco di forza, coraggio. Una narrazione dai ritmi incalzanti. Ironia e sarcasmo come fil rouge in una storia da leggere d’un fiato.

Donatella Turillo è nata a Catania nel 1970. Giornalista non per caso e fotografa per passione, è un’anima felice, curiosa, irrequieta. Talvolta un sorriso triste. Uno spirito libero, che scorre nei sentieri borghesi del non si fa, delle convenzioni sociali, dalle quali cerca di liberarsi sin da bambina.

“LA GABBIA E IL CIELO. Storia e storie degli ultimi minatori di Sicilia” di Natya Migliori

“La gabbia e il cielo” è un viaggio. Un viaggio fra le anse dei fiumi Imera, Platani e Salso, alla ricerca degli ultimi minatori di Sicilia, attraverso i frammenti delle miniere di zolfo e della loro storia controversa.

L’idea nasce dalla profonda consapevolezza che la memoria delle zolfare, gli stessi mestieri legati al mondo dell’oro giallo si perderanno insieme agli ultimi custodi di quella storia. E dalla conseguente esigenza di immortalarne racconti, aneddoti, volti.

La prima parte del viaggio comincia dalla miniera-museo Trabia Tallarita, a Riesi, in provincia di Caltanissetta. Qui è ancora possibile intuire l’antico splendore dei macchinari, della teleferica, del villaggio dei minatori. Ma da qui ha anche inizio il percorso attraverso il lato oscuro di quello splendore: le morti, gli incidenti, le condizioni degli operai ai limiti della sopravvivenza.

Le testimonianze dei minatori portano il racconto a Sommatino, dove della florida economia mineraria resta solo la cementificazione del paese e delle esistenze. E a

Serradifalco, dove a prendere la parola sono i versi dell’ultimo dei carusi: Giuseppe Cordaro, il poeta minatore.

La seconda parte del libro si sposta a Casteltermini, in provincia di Agrigento, all’interno della miniera di Cozzo Disi, dove si può toccare con mano la discesa agli inferi che giorno dopo giorno portava i minatori a ottocento metri sotto terra, dentro la gabbia, a bramare un cielo che avrebbero forse rivisto alla fine di una giornata fatta di rischi e preghiere.

Il viaggio, come a chiudere un cerchio, si conclude a Caltanissetta, nel silenzio permeato di tragedia del “cimitero dei carusi ”, a Gessolungo

Ogni capitolo porta il nome dei minatori a cui è lasciato il compito di raccontare, di portare chi legge indietro nel tempo, nelle viscere della terra, fra le piaghe ancora aperte di una vita senza sole.

Attraverso le parole di Salvatore, Sebastiano e Nicola anche le lotte dei minatori diventano parte integrante del viaggio. La terza parte del libro, grazie a loro, ripercorre gli scioperi e le conquiste sindacali, fino all’inesorabile declino per mano dell’Ente Minerario Siciliano, alla chiusura definitiva, alla seconda morte: il fallito restauro.

Un’appendice finale non poteva non raccontare l’ombra della mafia, il lato oscuro dell’oro giallo, dalle “origini”, con don Calogero Vizzini e gli altri, agli anni Sessanta, con Graziano Verzotto, segretario regionale di Democrazia Cristiana nonché figura chiave dei legami fra cosa nostra, politica ed Ente Minerario. Dal momento in cui sono state raccolte le testimonianze (2019, era pre-covid), Salvatore Drago, caruso di 102 anni, e Giuseppe Cordaro, il poeta minatore, purtroppo hanno abbandonato questa vita. Ma sono loro ad aver lasciato forse le tracce più indelebili in questo viaggio.

NICOLA GRATTERI – ANTONIO NICASO

COME RADICI

UNA STORIA SULLE SECONDE POSSIBILITÀ

Mondadori

€ 16,00

216 pagine

In copertina: illustrazione di Giulia Tomai Dagli 11 anni

Un romanzo profondo e coinvolgente sulle seconde opportunità, perché a volte è proprio dagli errori che si cresce.

Carlo Marino è un pubblico ministero ormai in pensione, che dal tribunale di Milano si trasferisce nella campagna calabrese per coltivare la terra di famiglia. Cesare è il figlio di un boss locale, un ragazzino arrabbiato e con un reato grave alle spalle, a cui però è stata offerta una “messa alla prova”, una misura alternativa al carcere. Le loro strade si incrociano all’ombra degli aranci, quando Cesare, insieme ad altri due ragazzi della comunità, inizia ad aiutare il magistrato nei lavori di campagna. A poco a poco, il ragazzo scopre che dietro ogni singolo frutto c’è il lavoro. E che il lavoro dà dignità, se organizzato con principi di giustizia. Una storia tutta diversa rispetto a quella che gli ha insegnato la sua famiglia, per cui il lavoro agricolo è solo sfruttamento e guadagno. Da che parte stare? Sarà proprio una delle braccianti del padre, Estel, a mettere Cesare di fronte alla sfida più coraggiosa: rompere con il passato per affondare le sue radici in una terra nuova.

NICOLA GRATTERI, procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, è uno dei magistrati più esposti nella lotta alle mafie e vive sotto scorta dal 1989. È molto sensibile all’educazione dei giovani e a tal fine tiene conferenze nelle scuole e nelle università. Insieme ad Antonio Nicaso, per Mondadori ha pubblicato diversi bestseller, tra questi La mafia fa schifo, Non chiamateli eroi, La

Costituzione attraverso le donne e gli uomini che l’hanno fatta e Senza scorciatoie

ANTONIO NICASO, storico delle organizzazioni criminali, è uno dei massimi esperti dei fenomeni di tipo mafioso. Insegna Storia sociale della criminalità organizzata alla Queen’s University, in Canada. Ha scritto oltre sessanta libri, tra cui, sempre per Mondadori, La mafia spiegata ai ragazzi e, insieme a Nicola Gratteri, Non chiamateli eroi, La Costituzione attraverso le donne e gli uomini che l’hanno fatta e Senza scorciat

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