!
RIVISTA ANTIFASCISTA ANTIMAFIA E FEMMINISTA SOMMARIO 3 - L’ESTATE DELL’IPOCRISIA Graziella Proto 5 - CROCIERE, ARMI E AFFARI DI STATO Antonio Mazzeo 11 - ODORE DI VACANZE? FACCIAMO UN BEL DECRETO LEGGE Fulvio Vassallo Paleologo 15 - MARION CAVE: UN’INGLESE AL CONFINO Tilde Pajno 21 - IL POZZO DEI PICCIRIDDI Graziella Proto 26 - RADICI DI LIBERTÀ, ORIZZONTI DI DEMOCRAZIA Amalia Zampaglione 29 - UNA STORIA DI RESISTENZA E D’AMORE Mimma Grillo 33 - UN TESORO CHE LA SICILIA NON SÀ CUSTODIRE Claudia Bennasai 35 - VENT’ANNI DI DE “LE SICILIANE/CASABLANCA” Clara Artale 38 - SAMARCANDA: DAGLI IMPERI AL DESERTO TOSSICO Renata Governali
LIBRI 40 - LA MAGIA DI UN ILLUSTRASCARPE Sebiana Leonardi
Si ringraziano Sandro Rosi per l’illustrazione di copertina e Mauro Biani per l’immagine a corredo dell’editoriale e per le vignette Direttora: Graziella Proto protograziella@gmail.com - lesiciliane.redazione@gmail.com Redazione: Enza Scuderi, Amalia Zampaglione, Renata Governali; Mimma Grillo, Clara Artale, Sebiana Leonardi. Scrivono per noi: Antonio Mazzeo, Fulvio Vassallo Paleologo, Giorgio Gresta. Registrazione Tribunale di Catania n 23/06 del 12.7.06
TRA LA SABBIA CHE SCOTTA E L'OMBRA DELLA GUERRA
A Avrei voluto, per una volta, scrivere di vacanze, di leggerezza, di quel meritato riposo che tutti cerchiamo. Ma come si fa a parlare di svago quando l’estate si trasforma, per troppi, in una scadenza da superare indenni? L'estate non è più una promessa, è un test di resistenza. Mentre il caldo opprime la città con numeri da record, la cronaca quotidiana si consuma nella fatica silenziosa di una popolazione che fa i conti con un carovita che non lascia scampo. L'inflazione ha ridisegnato persino la geografia del tempo libero: le spiagge attrezzate sono ormai club esclusivi, lasciando alle famiglie le cosiddette "spiagge dei pezzenti", strisce di sabbia pubblica e dimenticata dove ci si accalca in cerca di un respiro, a costo zero. Catania non fa eccezione, ma è a Messina che il panorama si fa più cupo, rivelando scenari che la maggior parte dei cittadini preferisce – o forse non può – vedere. Se guardiamo oltre il miraggio del turismo mordi-e-fuggi, ci accorgiamo che Messina sta diventando qualcos'altro. Da una parte, il polo crocieristico svuota la città di ogni partecipazione decisionale; dall'altra, una silenziosa militarizzazione dei moli la trasforma in un ingranaggio di una macchina ben più grande. La cittadinanza, ridotta a spettatrice muta, assiste a decisioni prese in uffici remoti, tra Ginevra e i palazzi romani. Qui lo Stretto smette di essere solo una ferita urbanistica per diventare un nodo geopolitico inquietante. È qui che l’ipocrisia tocca il vertice: mentre i depliant pubblicitari dipingono le navi da crociera come bianche cattedrali di divertimento, le inchieste giornalistiche – come quelle lucide e coraggiose di Antonio Mazzeo – ci restituiscono l’immagine speculare. Quello stesso scalo che dovrebbe portare ricchezza, rischierebbe di diventare un nodo logistico per l'industria bellica. La stessa compagnia marittima che ci vende il sogno della vacanza sarebbe indicata tra le più coinvolte nel trasporto di materiali strategici, acciaio balistico e droni destinati ad alimentare conflitti sanguinari, dalla Palestina al Medio Oriente.
LeSiciliane - Casablanca
3
L'attracco messinese cesserebbe dunque di essere un semplice fatto economico per tramutarsi in una questione morale. Possiamo accettare, passivamente, che la Sicilia — terra storicamente votata all'accoglienza e frontiera di pace — si trasformi nell'ingranaggio logistico di un massacro globale? Nel frattempo a Roma, prima di andare in spiaggia, mentre le persone programmano o sognano ( di fare) le vacanze, si decide l'ennesimo decreto sui migranti. L'ennesima spallata del Viminale ai diritti umani, lucidamente analizzata da giuristi come Fulvio Vassallo Paleologo. L'obiettivo è chiaro: blindare le frontiere moltiplicando i centri di detenzione e aggirando le garanzie dei richiedenti asilo con la scusa del "rischio di fuga". Una deriva burocratica che riduce le tutele legali attraverso "sperimentazioni" che violano palesemente la Carta costituzionale e il diritto dell'Unione Europea. Allons enfants. Svegliamoci. È tempo di capire che non possiamo limitarci a lottare contro l’ondata di calore. Dobbiamo smettere di essere spettatori silenziosi mentre la nostra terra viene usata per alimentare il fuoco altrove e le nostre leggi calpestano la dignità umana. La vera emergenza non è l'afa, è la nostra indifferenza
LeSiciliane - Casablanca
4
LE ROTTE COMPLICI DI MSC DA GIOIA TAURO AL NUOVO TERMINAL DI MESSINA
CROCIERE, ARMI E AFFARI DI STATO Antonio Mazzeo
Un terminal crocieristico a Messina, a poche centinaia di metri dal Palazzo municipale, dalla Cattedrale e dal campanile con l’orologio astronomico più grande al mondo, per far sbarcare nel capoluogo dello Stretto fino a un milione di “turisti” all’anno. Così, dopo le scorribande a Gaza, West Bank, Libano, Siria, Yemen ed Iran, la nuova meta turistica per israeliani e militari in pausa-premio sarà la Sicilia. Quasi tutto ruota attorno alla MSC, che opera in Israele dal 1990 con collegamenti marittimi settimanali e promuove Gerusalemme definendola "capitale di Israele". Prima il Salento, poi la Sardegna, adesso la Sicilia. L’Isola è il nuovo paradiso dei turisti israeliani, militari in pausa-premio dopo le scorribande a Gaza, West Bank (Cisgiordania), Libano, Siria, Yemen ed Iran di manager e dipendenti delle grandi aziende dello stato sionista che fanno profitti con le commesse di guerra e gli investimenti nei territori occupati, in palese violazione del diritto internazionale. L’ultimo caso ha visto il residence di lusso a Brucoli (Augusta) del gruppo Mangia’s invaso da funzionari e agenti di Ashtrom Goup, il principale gruppo di costruzione e immobiliare israeliano, con tanto di escursioni scortate dalla polizia di stato italiana, ai più importanti musei e scavi archeologici del siracusano. Come se non bastasse, si profila all’orizzonte la trasformazione della Sicilia nella principale meta nel Mediterraneo del crocerismo di massa, sotto la spinta e gli interessi plurimiliardari di uno degli attori più potenti del mercato, la MSC - Mediterranean Shipping Company, indissolubilmente legata all’establishment finanziario, economico e militare di Israele.
La MSC - Mediterranean Shipping Company S.A. è la prima compagnia di gestione di linee cargo a livello mondiale; dispone di 900 navi portacontainer e movimenta annualmente 27 milioni di TEU (unità-container equivalente a venti piedi). La compagnia è presente in 155 paesi con 493 uffici, 70.000 dipendenti, 500 porti scalati, 200 rotte commerciali. Secondo i dati più recenti, MSC gestisce il 20,6% del traffico marittimo mondiale, seguito dalla Maersk con il 14,1%. Attraverso la Terminal Investment Limited (TIL), MSC controlla o partecipa alla gestione di decine di terminal strategici nei principali “gateway” marittimi mondiali. Parallelamente, ha rafforzato la propria presenza nella logistica terrestre, nei servizi ferroviari, nel trasporto intermodale e nelle attività portuali. In Italia il gruppo MSC gestisce il transhipment nel porto di Gioia Tauro (Reggio Calabria) e attraverso la Marinvest S.r.l. controlla diversi terminal portuali, tra cui Napoli, La Spezia, Civitavecchia, Genova, Catania, Venezia e Brindisi.
LeSiciliane - Casablanca
5
Un paio di settimane fa, l’Autorità di Sistema Portuale dello Stretto ha affidato, per 21 anni, ad una società interamente controllata dal colosso dei trasporti navali e della logistica marittima MSC, la gestione del costruendo terminal croceristico della città di Messina, a poche centinaia di metri dal Palazzo municipale, dalla Cattedrale e dal campanile con l’orologio astronomico più grande al mondo. Con il fine dichiarato di far sbarcare presto nel capoluogo dello Stretto fino a un milione di “turisti” all’anno. Una scelta devastante dal punto di vista socioambientale senza alcun effetto concreto sul piano occupazionale, che si sommerà alla trasformazione dell’antistante zona falcata, sede della base della Marina Militare, in un centro operativo per la guerra navale in ambito nazionale e NATO, previo ampliamento delle infrastrutture per consentire l’approdo fino a quattro grandi pattugliatori navali di ultima generazione - i PPX polivalenti lunghi ognuno 95 metri - di produzione Leonardo-Fincantieri SpA.
L’hub crocieristico e il Polo militare navale di Messina sanciscono l’ennesimo saccheggio del territorio siciliano, con l’espoliazione di ogni forma di partecipazione decisionale da parte dei cittadini.
Con l’aggravante, stavolta, che l’intervento estrattivista sul “locale” si interfaccerà con i crimini globali, a partire dal genocidio del popolo palestinese per mano delle classi dirigenti economico-finanziarie e militari israeliane, ben protette e alimentate a tutti i livelli internazionalmente. Sì, perché proprio la MSC - Mediterranean Shipping Company è indicata come una delle società marittime più coinvolte nella logistica di guerra a sostegno delle forze armate di Israele, nella loro azione sanguinaria contro i palestinesi e tanti altri popoli mediorientali. Sarà la società Messina Cruise Terminal S.r.l. che curerà la realizzazione del terminal dello Stretto e ne gestirà il funzionamento per quasi un quarto di secolo. In verità di Messina ha solo il nome, perché la sede sociale in via Agostino Depretis 31, Napoli ed è presso la Camera di commercio partenopea che è stata iscritta il 27 maggio 2013.
LeSiciliane - Casablanca
6
Oggetto sociale la gestione servizi della stazione marittima e l’accoglienza dei passeggeri delle navi da crociera. Identità e assetti societari del gestore dello Stretto La società può svolgere inoltre il controllo degli accessi e la vigilanza; l’applicazione delle misure di security della struttura; la gestione degli spazi pubblicitari; la pulizia e raccolta rifiuti nell’area di gestione; lo sfruttamento di aree commerciali interne. La Messina Cruise Terminal S.r.l. ha iniziato le proprie attività il 30 luglio 2013; il capitale sociale è di 20.000 euro: il 97% (19.400 euro) in mano a Marinvest S.r.l., mentre il restante 3% (600 euro) è di MSC Sicilia S.r.l.. Nonostante la società abbia registrato nel 2014 un fatturato annuo di 1.381.846 euro (con un utile negativo di 174.321 euro), alla data del 31 marzo 2026 registra in organico solo due dipendenti.
Gianpiero Aponte
Secondo la rivista Forbes, nel 2025 Gianluigi e Rafaela erano in possesso di un patrimonio di circa 75 miliardi di dollari, classificando il primo al 44º posto tra gli uomini più ricchi del pianeta e la moglie al primo tra le donne. Gianluigi Aponte ha iniziato la sua carriera come capitano di traghetti passeggeri nel golfo di Napoli. Successivamente si è trasferito a Ginevra per operare nel settore bancario all’interno della società IOS (Investors Overseas Services), di proprietà del finanziere plurimiliardario Bernard “Bernie” Cornfeld, nato ad Istanbul, Turchia, da padre ebreo rumeno e madre ebrea russa. Nel 1969, dopo aver ottenuto un finanziamento dai genitori della moglie Rafaela, Gianluigi Aponte acquistò la sua prima nave da carico, “Patricia” con cui avviò attività di importexport in Corno d’Africa. Da quel momento l’ascesa dell’armatore è stata inarrestabile: nel 1988 ha acquisito la storica società di navigazione Flotta Lauro-Starlauro per fondare una linea di crociere sussidiaria, MSC Crociere. Sempre nel 1988, Aponte diede vita alla divisione logistica di MSC per il servizio di trasporto terrestre globale. Dodici anni dopo fu fondata la Terminal Investment Limited (TiL) per operare in tutto il mondo nel settore della gestione di terminal container.
Marinvest è una società di diritto italiano soggetta al controllo (indiretto) della MSC Mediterranean Shipping Company Holding S.A., quartier generale a Ginevra (Svizzera), leader a livello internazionale nei settori del trasporto marittimo di merci e passeggeri e delle crociere, nonché dei servizi portuali di movimentazione e della logistica. Anche l’altra società che detiene un piccolo capitale sociale di Messina Cruise Terminal, MSC Sicilia S.r.l., è interamente controllata da MSC Mediterranean Shipping Company. Con sede sociale a Tremestieri Etneo (Catania) e sede operativa a Palermo, MSC Sicilia svolge servizi connessi al trasporto marittimo e per vie d’acqua; in ambito croceristico MSC Sicilia gestisce oltre 150 scali l’anno nei porti di Palermo, Messina e Siracusa. (BOX 1)
Rafaela Diamant Pinas
LeSiciliane - Casablanca
7
“Esistono collegamenti rapidi e diretti da Israele a qualsiasi altra destinazione europea”, sottolinea MSC. “I servizi europei regolari e di trasporto marittimo a corto raggio di MSC fanno scalo settimanalmente ad Haifa e ad Ashdod”. Gli itinerari del turismo complice e il supporto logistico bellico
A capo dell’holding MSC ci sono i coniugi Gianluigi Aponte (originario di Sant’Agnello, Napoli e naturalizzato svizzero) e Rafaela Diamant Pinas (doppia cittadinanza, svizzera e israeliana).(Box 2) Nonostante si parli e si scrivi un po’ ovunque di “gruppo Aponte”, alla realizzazione e al consolidamento dell’impero economicofinanziario ha dato un contributo fondamentale Rafaela Diamant Pinas, la “self-made woman più ricca del mondo”, così come viene descritta da alcune testate giornalistiche. “Figlia di un banchiere israeliano con sede in Svizzera, Rafaela è donna forte e determinata; ed è la donna senza la quale la compagnia di navigazione MSC non avrebbe avuto il successo che ha avuto”, scrive Io donna. Gianpiero Aponte e Rafaela Diamant Pinas hanno avuto due figli, Diego e Alexa, rispettivamente presidente del gruppo e direttrice finanziaria di MSC. A fine 2025 i coniugi hanno deciso di trasferire a Diego e Alexa Aponte la proprietà di tutte le società. Gianluigi Aponte ha mantenuto comunque il ruolo di executive chairman. Come documentato e denunciato da BDS Italia (la sezione italiana del movimento a guida palestinese per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele), MSC è direttamente coinvolta nella logistica di guerra e nel genocidio dei palestinesi della Striscia di Gaza. L’MSC opera nello stato sionista dal 1990 e attualmente muove da qui 600.000 TEU di merci all’anno.
Altrettando inscindibili i legami di MSC con Israele nel settore crocieristico. La Mediterranean Shippin Company offre due distinti itinerari per visitare lo Stato sionista e alcune località palestinesi della West Bank (Cisgiordania), ovviamente senza mai ricordarne l’occupazione illegale; negli spot pubblicitari Gerusalemme viene descritta inoltre come “capitale di Israele”. Il conflitto scatenato da Israele nella Striscia di
Gaza dopo il 7 ottobre 2023 non ha limitato o ridotto le operazioni del gruppo MSC da e verso Israele. “La società ha fornito servizi di trasporto, stoccaggio e logistica a tutti i suoi clienti in Israele e continua a effettuare scali regolari nei porti israeliani senza interruzioni”, scrive BDS Italia. “Con lo scoppio della guerra, la direzione dell’azienda in Israele si è dedicata al trasporto di attrezzature militari e mediche essenziali, nonché al trasporto di progetti speciali da destinazioni in tutto il mondo, essenziali per rafforzare le capacità di combattimento e di sicurezza”.
LeSiciliane - Casablanca
8
Inoltre MSC ha deciso di non imporre sovrapprezzi di guerra ai propri clienti, nonostante le compagnie assicurative abbiano aumentato i premi per le navi che fanno scalo in Israele, né ha riscosso le spese di sosta prolungata dei container nei porti israeliani a seguito della riduzione del personale richiamato al fronte.
Tra i principali porti del Mediterraneo utilizzati da MSC per il trasporto di sistemi d’arma e attrezzature strategiche c’è quello di Gioia Tauro. Il 18 giugno 2024 ha fatto scalo nell’hub calabrese la nave cargo MSC “Arina”, posta subito sotto sequestro dalle forze dell’ordine poiché trasportava un ingente materiale bellico all’interno di alcuni container provenienti dalla Cina. Nello specifico venivano individuati droni del tipo “Chengdu Wing Loong II”, modificati con un sistema di collegamento dati Thales e ottiche israeliane. I sistemi di guerra erano destinati alle forze militari libiche di Bengasi, guidate da Khalifa Haftar. Il 28 giugno 2024, sempre nel porto di Gioia Tauro, la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Dogane hanno posto sotto sequestro un
carico di armi a bordo della portacontainer MSC “Apolline”, anch’esso destinato alle milizie libiche del generale Haftar. Relativamente alla Israele connection di MSC - Mediterranean Shipping Company è opportuno menzionare quanto documentato dalla giornalista Linda Maggiori, autrice del volume “La flotta del genocidio”, pubblicato da Altreconomia nel dicembre 2025. “Durante il genocidio, MSC ha continuato a fornire servizi di trasporto, stoccaggio e logistica a tutti i suoi clienti in Israele e ad effettuare scali regolari nei porti israeliani, senza interruzioni”, scrive Maggiori.
L’autrice si è soffermata in particolare sulle rotte che collegano alcuni porti italiani a Israele, attraverso il mare Adriatico e il Tirreno: la Linea A della MSC che collega Koper, Trieste, Venezia, Haifa ed Ashdod; la Israel Feeder da Gioia Tauro ad Ashdod e Haifa e ritorno al porto calabrese via Beirut (Libano), Izmit e Tekirdağ (Turchia), Port Said (Egitto). Rotte sensibili e carichi speciali nei porti italiani A seguito di una segnalazione della stessa giornalista e di BDS Italia e USB Calabria, il
LeSiciliane - Casablanca
9
18 marzo 2026 la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle dogane del terminal di Gioia Tauro hanno bloccato e messo sotto ispezione otto container con una partita di acciaio balistico proveniente dall’India. Gli otto container avrebbero fatto parte di un carico molto più grande di acciaio partito dall’India tra il dicembre 2025 e il gennaio 2026 su quattro diverse navi cargo della compagnia MSC. Le ispezioni hanno accertato che l’acciaio era stato prodotto dall’acciaieria indiana RL Steels & Energy Ltd., che nel suo sito rivendica una “partnership duratura con le aziende della difesa israeliane”. La stessa azienda a novembre 2025 aveva spedito 125 tonnellate di acciaio per uso militare alla fabbrica di armi IMI Systems, di proprietà di Elbit System, che si trova a Ramat HaSharon in Israele. Sui traffici di materiale militare verso Israele si è soffermato il rapporto sui traffici di armi e carburante dall’Italia verso Israele, pubblicato nel marzo 2026 dal Palestinian Youth Movement e dai Giovani Palestinesi in Italia (GPI). Secondo le due organizzazioni, a partire dall’ottobre 2023 almeno 22 spedizioni militari sono partite dai porti italiani dirette in Israele, di cui 18 destinate al gruppo militare-industriale Elbit Systems e alle sue filiali. “La maggior parte dei carichi è stata imbarcata nei porti di Ravenna e Genova, con una spedizione aggiuntiva partita da Venezia e un’altra da Salerno”, scrivono i giovani palestinesi. La maggior parte delle navi mercantili associate a spedizioni dai porti italiani verso Israele sono di proprietà della MSC - Mediterranean Shipping Company e della controllata MSC Shipmanagement Ltd.: si tratta delle MSC “Adriana II”, “Asli II”, “Caitlin II”, “Edith II”, “Lea II”, “Melani III”, “Mia Summer II”, “Nita” e “Rhiannon”.
Il 20 aprile 2026, tredici imbarcazioni della Global Sumud Flotilla in rotta verso la Striscia di Gaza, dopo la partenza dal porto di Barcelona, si sono sganciate dal resto della flotta nonviolenta per intercettare e deviare la MSC “Maya” in navigazione a largo delle coste della Tunisia per dirigersi verso i porti di Ashdod e Haifa. Secondo gli attivisti della Global Sumud Flotilla, l’unità del gruppo Aponte stava trasportando “materie prime fondamentali per alimentare la macchina bellica israeliana”. Gli scioperi e le azioni dirette dei portuali in tutto il Mediterraneo e le operazioni di “blocco navale” promosse dalla Flotilla hanno posto all’attenzione internazionale le gravissime responsabilità di MSC nell’alimentare le operazioni belliche israeliane in tutto lo scacchiere mediorientale e la campagna genocidiaria contro il popolo palestinese. Ma, soprattutto, hanno segnato una direzione chiara e netta verso cui indirizzare gli sforzi della comunità mondiale che solidarizza con le sorelle e i fratelli gazawi e chiede la fine immediata dei massacri e il ritiro di Israele dai territori illegalmente occupati. Fermare tutto a partire dai centri della logistica di guerra e di morte, boicottare, disinvestire e sanzionare le holding e i gruppi finanziari, economici e industriali che moltiplicano profitti e dividendi sul sangue dei palestinesi. MSC in testa con il suo terminal hub a Messina del crocierismo mangia, distruggi e fuggi.
LeSiciliane - Casablanca
10
PROPAGANDA ELETTORALE PER DECRETO LEGGE CONTRO I DIRITTI UMANI
1/1",!/#!$'*'(=,>! )'**#'+1!?(!@,-! /,*",&1!-,22,! Fulvio Vassallo Paleologo )A8B69!$4CC4889!
Prima di andare in spiaggia, un bel decreto sui migranti non si nega a nessuno: ecco il DL 100/2026. L'ennesima spallata del Viminale ai diritti umani si traduce nell'estensione selvaggia della detenzione amministrativa e in "sperimentazioni" che violano palesemente la Carta costituzionale e il diritto UE. L'obiettivo del Viminale appare chiaro: blindare le frontiere moltiplicando i centri di detenzione e aggirando le garanzie dei richiedenti asilo con la scusa del "rischio di fuga". L'analisi di una deriva burocratica che riduce le garanzie legali a meri intralci da aggirare. Dopo mesi di martellante propaganda sul ruolo decisivo dell’Italia nella formulazione definitiva degli atti legislativi previsti dal Patto europeo sulla migrazione e l’asilo del 2024, con la parziale implementazione dei Regolamenti UE alla scadenza del 12 giugno scorso, il governo Meloni nasconde difficoltà politiche e disfunzioni organizzative con un provvedimento legislativo adottato in via d’urgenza: il decreto legge n. 100/2026, da fare approvare al Parlamento ad agosto, secondo un copione ormai abituale alla vigilia delle ferie estive. Nel frattempo, senza clamori mediatici, continua il conflitto a bassa intensità contro le ONG che operano soccorsi in mare, con provvedimenti di fermo amministrativo puntualmente sospesi o annullati dalla magistratura, e si inasprisce il trattamento delle persone detenute nei centri per i rimpatri. La regolamentazione per legge delle modalità del trattenimento, richiesta dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 96/2025 e richiamata anche dalla più recente sentenza della Consulta n. 40/2026, rimane ancora affidata a un
disegno di legge per cui si prevedono diversi mesi prima della definitiva approvazione. Intanto, l’apertura di nuovi centri di detenzione sta incontrando un’opposizione sempre più forte sui territori, e non si vede dove e quando potranno essere avviate nuove strutture hotspot o centri di “confinamento”, denominati adesso centri PAF (per le "procedure accelerate in
!
!"#$%$&$'(")*)+','-&'(%')
..)
frontiera"). Sembra funzionare soltanto la politica degli accordi bilaterali con paesi terzi per bloccare le partenze o le traversate, ma questo “successo”, oltre alle vittime in mare, sta determinando un degrado senza precedenti della condizione dei migranti intrappolati nei paesi di transito (Libia e Tunisia). Fino a quando a Bruxelles continueranno a chiudere gli occhi su abusi sempre più gravi sui quali si dovranno pronunciare la Corte Penale Internazionale e la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo? Il sistema dei centri di detenzione in Italia è allo sbando e non contribuisce certo all’aumento delle espulsioni effettivamente eseguite, mentre il Disegno di legge 1869/2026, che dovrebbe disciplinare le modalità di trattenimento, procede a rilento al Senato, malgrado i richiami rivolti al legislatore dalla Corte Costituzionale (sentenza n. 96/2025). Per non parlare del centro per i rimpatri di Gjader (un villaggio dell’Albania), che funziona solo a scopo dimostrativo, con persone già trattenute in Italia e trasferite in Albania per essere poi ricondotte in Italia, in vista del rimpatrio, solo perché qualche precedente penale o la dichiarazione di pericolosità sociale sembrano più utili per giustificare all’opinione pubblica e agli elettori uno spreco senza precedenti di risorse. Si tratta di un modello propagandistico che non avrà basi legali neppure con l’entrata in vigore del nuovo Regolamento europeo sui rimpatri. Infatti, i cosiddetti hub di rimpatrio previsti dall’Unione Europea, con il trasferimento della giurisdizione in vista dei rimpatri ai paesi terzi “sicuri”, non hanno nulla in comune con i centri di detenzione in Albania, che rimangono sottoposti alla giurisdizione italiana. In ogni caso, se è vero che i nuovi Hub di rimpatrio nei paesi terzi si potranno avviare solo sulla base di accordi bilaterali, occorre ricordare che il Regolamento europeo (UE) n. 656/2014 non è stato abrogato dai nuovi Regolamenti che attuano il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, e prevede obblighi precisi per gli Stati, come l’Italia, che ospitano agenti di Frontex per il controllo delle frontiere esterne e per le attività di rimpatrio forzato.
Politiche di frontiera, compressione dei diritti e forzature normative: In base al ‘Considerando 13’ di questo Regolamento europeo, ancora oggi direttamente vincolante per gli Stati membri, “L’eventuale esistenza di un accordo tra uno Stato membro e un paese terzo non esime gli Stati membri dai loro obblighi derivanti dal diritto dell’Unione e internazionale, in particolare per quanto riguarda l’osservanza del principio di non respingimento, quando gli stessi Stati sono a conoscenza, o dovrebbero esserlo, del fatto che lacune sistemiche nella procedura di asilo e nelle condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo in quel paese terzo equivalgono a sostanziali motivi per ritenere che il richiedente asilo rischi concretamente di subire trattamenti inumani o degradanti, o quando tali Stati sanno o dovrebbero sapere che quel paese terzo mette in atto comportamenti in violazione del principio di non respingimento.” Il Viminale e i suoi organi periferici pensano soltanto a moltiplicare i casi di detenzione amministrativa, con l’estensione illimitata della motivazione di “rischio di fuga”, in modo da ridurre le garanzie per i richiedenti asilo nelle procedure in frontiera. Si profilano becere “soluzioni innovative” per fare quello che l’Unione Europea non prevede, e “sperimentazioni” illegali sulla base di provvedimenti amministrativi in contrasto con la Costituzione, con il diritto internazionale e con il diritto euro-unionale. Già dopo poche settimane dall'entrata in vigore, il decreto legge n. 100/2026 si sta rivelando inapplicabile per la mancanza di strutture, per l'opacità delle procedure, per le
LeSiciliane - Casablanca
12
carenze di personale e di risorse economiche. In pochi giorni non sembra davvero realizzabile l’istituzione delle nuove sezioni stralcio presso le sezioni specializzate dei tribunali in materia di immigrazione, finalizzate allo smaltimento dei ricorsi arretrati. Appare inoltre una violazione del principio costituzionale del giudice naturale previsto per legge (art. 25 Cost.) il coinvolgimento, anche in funzione monocratica, dei giudici di pace – magistrati onorari non di ruolo e dunque maggiormente condizionabili dagli indirizzi di governo – in una materia tanto delicata come quella che riguarda il riconoscimento di uno status di protezione. Non vi è neppure traccia degli organi di “monitoraggio indipendente” sulle procedure in frontiera, previsti dall’Unione Europea per compensare la delimitazione dei controlli giurisdizionali. Il decreto legge n. 100/2026 adegua solo in parte, e nella parte peggiore, la normativa interna ai nuovi Regolamenti europei. Si prevede soprattutto un nuovo tipo di fermo amministrativo per sette giorni durante il cosiddetto screening (accertamento) in frontiera, tre nel caso di "rintraccio" già all'interno del territorio nazionale, e poi “l’applicazione obbligatoria delle procedure di asilo alla frontiera, e nelle zone assimilate, che devono essere espletate entro il termine massimo di 12 settimane, con la possibilità che il richiedente protezione internazionale sia autorizzato a risiedere soltanto in un luogo specifico” in quasi tutti i casi. Questo nuovo tipo di confinamento, che assume le caratteristiche di un "fermo di polizia", sarà obbligatorio per chi verrà sottoposto prima allo screening e poi alle procedure accelerate di
frontiera in tutti i casi nei quali le autorità di polizia accerteranno il “rischio di fuga”. La dilatazione del rischio di fuga e il diritto di difesa
Perché ricorra il “rischio di fuga”, possono riscontrarsi “una o più” di queste circostanze: “mancato possesso del passaporto o di altro documento equipollente, in corso di validità”; “mancanza di idonea documentazione atta a dimostrare la disponibilità di un alloggio ove possa essere agevolmente rintracciato ovvero di un indirizzo affidabile”; “l’avere in precedenza dichiarato o attestato falsamente le proprie generalità, anche al solo fine di evitare l’adozione o l’esecuzione di un provvedimento di espulsione o di respingimento; l’aver fornito, nel corso degli accertamenti o in occasione della richiesta di protezione internazionale, informazioni manifestamente strumentali finalizzate a rallentare i controlli o le procedure in capo alle autorità competenti”; l’aver “in precedenza tentato di eludere i controlli di frontiera” e “l’aver rifiutato di sottoporsi al rilevamento fotodattiloscopico”. Praticamente tutti i migranti che faranno ingresso irregolare in Italia, inclusi minori, soggetti vulnerabili, donne e richiedenti asilo, si troveranno nelle condizioni che legittimano l’accertamento del “rischio di fuga” e le conseguenti misure amministrative di
LeSiciliane - Casablanca
13
limitazione della libertà personale. Non è chiaro quale convalida giurisdizionale sia garantita su un numero tanto elevato di persone sulle quali si deciderà, magari in poche ore, per eludere la convalida di un giudice, soltanto in base alla discrezionalità di polizia. Ciò avviene in violazione degli articoli 3, 10, 13, 16, 24 e 32 della Costituzione, oltre che delle corrispondenti norme che, anche nei casi di ingresso e soggiorno irregolare, tutelano i diritti fondamentali della persona in base alle Convenzioni internazionali e alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. La previsione contenuta nel nuovo decreto legge, secondo cui “Il richiedente la cui domanda di protezione internazionale è esaminata con procedura di asilo alla frontiera può essere trasferito, da un punto della frontiera esterna in cui è stato sottoposto agli accertamenti di cui al regolamento (UE) 2024/1356 e ha fatto domanda, a uno specifico luogo sito alla frontiera esterna o in prossimità della stessa o in altri luoghi designati sul territorio nazionale nei quali vi sono strutture dedicate alle procedure di frontiera”, non gioverà certo al funzionamento dei centri di detenzione in Albania, che non possono essere considerati “territorio nazionale”. Anche se l’Unione Europea sembra trasferire agli Stati membri la responsabilità (con gli ingenti oneri económicos) di negoziare con i paesi terzi per l'istituzione di questi centri di detenzione extra-UE. Con il decreto legge n. 100/2026 il governo italiano ricorre a misure persino distorsive della futura normativa europea che si vanta di avere contribuito a determinare. Esattamente il contrario di quello che aveva chiesto la Commissione europea, che lo scorso 8 maggio sollecitava gli Stati a un’applicazione uniforme e tempestiva di tutto il Patto sulla migrazione e l’asilo e al rispetto delle norme previste dalle Convenzioni internazionali e dal diritto dei Trattati UE, come l’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali UE che riconosce a chiunque il diritto a una difesa effettiva.
Il diritto di difesa si lega alla tutela dei diritti fondamentali di tutti i richiedenti asilo, a partire già dalla prima manifestazione della volontà di chiedere protezione, come impongono, oltre alla normativa UE, gli articoli 10 e 24 della Costituzione italiana.
LeSiciliane - Casablanca
14
DALL'INGHILTERRA ALL’ANTIFASCISMO: L'INCONTRO CON CARLO ROSSELLI
MARION CAVE: UN’INGLESE AL CONFINO TILDE PAJNO Quando parliamo della famiglia Rosselli pensiamo soprattutto a Carlo e a Nello, antifascisti sin dai primi anni venti del Novecento ed impegnati, da sempre, nella costruzione di un ideale di patria fondata sui principi di legalità e democrazia che portò alla nascita del movimento Giustizia e Libertà nel 1930. Oltre il celebre sacrificio di Carlo e Nello Rosselli, l'antifascismo europeo ha avuto in Marion Cave una delle sue figure più determinate e meno conosciute. Moglie di Carlo, descritta da Salvemini come uno spirito brillante e un "raggio di sole", Marion ne condivise la lotta e il confino. La sua storia di coraggio e militanza rivive oggi attraverso le lettere e i documenti d'archivio. Nata nella contea inglese del Berkshire il 1° dicembre 1896, Marion si era laureata in lingua e letteratura francese nel prestigioso Bedford College ma aveva sviluppato, fin dall’adolescenza, un interesse speciale per l’Italia e la sua cultura, tanto che nel 1919 si stabilì a Firenze per proseguire lo studio della lingua italiana. Nel capoluogo toscano, per arrotondare le magre entrate, la giovane cominciò a insegnare inglese al British College dove conobbe Gaetano Salvemini, che la introdusse nei circoli antifascisti italiani e le fece conoscere Carlo Rosselli.
“Se c’era una donna degna di Carlo Rosselli, tu eri quella. Eravate destinati ad intendersi” (G. Salvemini, ne Il Ponte, novembre 1949). Marion e Carlo si sposarono con rito civile a Genova nel
LeSiciliane - Casablanca
luglio del 1926 e fondarono, insieme a Salvemini, il giornale clandestino “Non mollare”. Era lei a battere a macchina gli articoli della rivista e a spedire in giro per il mondo i fascicoli fuorilegge. Dopo l’arresto di Salvemini e gli assalti degli squadristi fascisti nella loro casa, la coppia decise di lasciare Genova e trasferirsi a Milano, dove il gruppo socialista di Pietro Nenni aveva dato vita alla rivista “Il Quarto Stato”. Nella città lombarda Marion ebbe la possibilità di conoscere i maggiori esponenti del Partito Socialista e di frequentare, in particolare, Filippo
15
Turati, poco prima che quest’ultimo lasciasse per sempre l’Italia. Il 14 dicembre 1926 Ferruccio Parri e Carlo Rosselli, appena rientrati dalla Corsica dove avevano scortato l’anziano fondatore del partito, vennero arrestati e incarcerati. Durante il processo Marion riuscì a introdurre in aula una giornalista inglese spacciandola per sua cugina, facendo in modo che la notizia dell’arresto e della condanna si diffondesse all’estero.
La giovane donna inglese bene educata, colta, intelligente, curiosa e luminosa come “un raggio di sole” diventa sempre più la combattiva, ribelle e determinata compagna di un uomo impegnato anima e corpo nella lotta al fascismo, che Marion condivide pienamente. Il Ministero dell’Interno, in una nota del 19 gennaio 1927, la definisce “una donna forte, coraggiosa ed isterica e perciò ritenuta pericolosa quanto e forse più del consorte”.
La figlia Amelia, molti anni dopo la sua morte, la ricorda come “una donna bellissima, più avventurosa – forse – di mio padre”. E delle donne della famiglia, a cominciare dalla nonna paterna Amelia Pincherle, racconta quanto fossero libere e attive, esattamente come i loro mariti, perché “non c’era l’idea della donna succube, impaurita o frenante”. Dopo l’arresto e il processo a Savona, Carlo venne condannato a cinque anni di confino a Lipari, dove giunse nel dicembre 1927. L’8 gennaio 1928 Marion lo raggiunse con il piccolo John (chiamato Mirtillino), che aveva allora appena sei mesi. Aveva conservato la cittadinanza inglese ed era quindi pur sempre una suddita di Sua Maestà Britannica. La famiglia disponeva di una buona rendita che Marion seppe gestire con perspicacia, riuscendo a trasferire le risorse finanziarie del marito in banche svizzere ed inglesi. Inoltre, grazie alla collaborazione del padre Alfred Cave, riuscì ad attivare un canale di comunicazione che – attraverso l’Inghilterra – arrivasse ai compagni fuoriusciti in Francia, creando così le condizioni che permisero la fuga di Carlo dal confino di Lipari nel 1929. Nel periodo compreso tra il dicembre 1927 ed il luglio 1929 Carlo abitò in una villetta appartata (sita nel
LeSiciliane - Casablanca
vico Diana di Lipari) dove si riunivano regolarmente i confinati a lui più vicini – Lussu, Dolci, Nitti e poi anche Ferruccio Parri e Paolo Fabbri – e dove si cominciò ad architettare il piano di fuga. LA RETE CLANDESTINA E I MESSAGGI IN CODICE
“A Lipari, island dei venti, abitavamo sull’orlo della città una piccola casa di aspetto arabo che guardava su vigne e su collinette. Uno stretto, tortuoso sentiero vi conduceva. Nelle giornate invernali, il vento tirava tanto forte che faceva un baccano del diavolo in casa…. Eravamo un gruppetto felice ad abitare quella casa. Carlo per la prima volta conosceva suo figlio, che aveva appena visto nei pochi minuti concessi dalle autorità carcerarie per un colloquio con la famiglia. Il bambino irradiava gioia e pace. Carlo si gettava con entusiasmo nel compito di padre” (Lettera di M. Cave alla suocera, in Di Vito –
16
Gialdroni, Lipari 1929: fuga dal confino). Il “Club dell’evasione”, come lo chiamava Lussu, si allargò con l’arrivo di Marion che – al contrario delle aspettative e dei timori di tutti – si rivelò subito entusiasta dell’idea di fuggire, ben sapendo che mai Carlo avrebbe sopportato cinque lunghi anni d’inazione e di isolamento. Il problema più urgente era quello di trovare un modo sicuro per comunicare con gli amici fuggiti all’estero aggirando la censura fascista: si trovò così l’escamotage dei messaggi in codice e dell’inchiostro simpatico, che Marion trasportava in una boccetta di profumo durante i suoi numerosi spostamenti dall’isola alla terraferma. Alfred Cave riceveva in Inghilterra le lettere della figlia e le inoltrava al gruppo di antifascisti fuoriusciti che a Parigi organizzavano l’evasione. Riscaldato dalla fiamma di una candela, l’inchiostro simpatico emergeva con i suoi caratteri rossi nascosti tra le righe di messaggi apparentemente banali, in un intreccio rocambolesco e fortunoso. Salvemini ricorda che Marion portava da Lipari i piani di evasione e tornava con le risposte: senza di lei e della sua incessante attività di collegamento niente sarebbe stato possibile. Nel corso del 1928 lei e il Mirtillino fecero diversi viaggi tra Lipari, Firenze e
Londra: seguiva con preoccupazione l’organizzazione del piano, che però si rivelò presto fallimentare. A dicembre di quell’anno tornò a Lipari e la famiglia sembrò ritrovare un poco di armonia, tanto da organizzare una grande festa della befana per i bambini dei confinati con nasoni e trombette, fuochetti d’artificio e porcellini che si gonfiano. Intanto Carlo “di nascosto scrive”: nasce così quel Socialismo liberale che Marion trafugò fuori da Lipari e poi fuori dall’Italia e che venne stampato a Parigi nel 1930. Finalmente, dopo alcuni tentativi falliti, nella notte tra il 27 ed il 28 luglio 1929, Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Francesco Fausto Nitti riuscirono a “prendere il largo” su un veloce motoscafo noleggiato a
LeSiciliane - Casablanca
Marsiglia da Tarchiani, con a bordo Italo Oxilia, Gioacchino Dolci ed il motorista Vonin. Il Dream V prelevò i fuggiaschi in un mare incredibilmente placido sotto la banchina di San Giuseppe a Lipari e, in una corsa folle, quasi sotto gli occhi dei militi, partì a razzo verso la Tunisia.
17
Marion aveva lasciato l’isola qualche tempo prima con il piccolo John ed attendeva notizie a Courmayeur, insieme alla suocera. Intanto i fuggiaschi si imbarcavano a Tunisi su un traghetto che li portò a Marsiglia e da lì, in treno, raggiunsero Parigi. Alla notizia della fuga, che come si può facilmente intuire fu una vera e propria “batosta” per il regime, la prima ad essere arrestata e rinchiusa nel carcere di Aosta fu proprio Marion, accusata di complicità “Pregammo tutti gli amici di tempestare in prigione, ad Aosta, Marion - suddita inglese - con telegrammi di protesta e che firmassero con nomi inventati: duchesse, lords, arcivescovi, deputati inesistenti. Il pacchiano di Roma non avrebbe sospettato la burla, si sarebbe spaventato di quei nomi altisonanti e tu saresti stata mollata…” (G. Salvemini, op. cit.) Marion era incinta di Melina, concepita a Lipari
prima della sua partenza, ed aveva con sé John di appena due anni: l’imbarazzo del console inglese a Roma e la valanga di proteste, vere e false, arrivate dall’Inghilterra, convinsero le autorità fasciste a rilasciarla nel giro di pochi giorni. Partì quindi per Parigi, dove il 28 marzo 1930 nacque Amelia, che sarebbe diventata una delle più importanti poetesse del Novecento. Finalmente, dopo tante traversie, Carlo e Marion poterono riabbracciarsi nella capitale francese, dove fondarono, con gli amici ed i compagni di lotta, il Movimento “Giustizia e Libertà”. (Targa apposta sulla casa di C. Rosselli a Lipari)
LeSiciliane - Casablanca
Nel 1931 venne alla luce il terzogenito Andrea (detto Aghi) ma i problemi di salute di Marion si accentuarono: soffriva sin dall’adolescenza di una malattia cardiaca che ne condizionò l’esistenza e ne causò la morte prematura nel 1949. Fu costretta dai medici ad un lungo periodo di riposo mentre Carlo, insieme a Lussu, Nitti, Tarchiani e altri, era impegnato su vari fronti, compreso quello spagnolo contro i falangisti di Francisco Franco “Oggi in Spagna, domani in Italia!” era il motto di Carlo, e certo Marion lo avrebbe raggiunto se avesse potuto; fu invece lui a tornare da lei, perché – costretto all’immobilità da una brutta flebite – dovette lasciare i compagni di lotta e rientrare a Parigi. L'assassinio dei fratelli Rosselli e il doloroso dopoguerra. Nel maggio del 1937, Carlo si recò con Marion a Bagnoles-del’Orne per sottoporsi a un trattamento idroterapico; qui li raggiunse Nello per una breve vacanza. Qualche giorno dopo Marion rientrò a Parigi per festeggiare il compleanno di John: il Mirtillino, infatti, avrebbe compiuto dieci anni l’8 giugno. Il 9 giugno 1937 Carlo e Nello Rosselli furono brutalmente assassinati dai sicari del gruppo estremista La Cagoule, ingaggiati dai servizi segreti italiani su ordine di Mussolini e di Ciano. “E venne poi la fine,
18
la fine per Carlo, e per Nello, e per te. Ché da allora in poi la tua vita non fu che uno scendere doloroso verso la morte” (G. Salvemini, op. cit.). Dopo l'assassinio del marito e del cognato, Marion alternò soggiorni in Inghilterra a permanenze più lunghe in Francia, prima a Parigi e poi, dal gennaio 1940, a Nantes dove venne colpita da un ictus che le paralizzò parzialmente il corpo. Con lo sfondamento delle linee francesi da parte dei tedeschi, quello che restava della famiglia (Amelia senior con le due nuore ed i nipoti ancora bambini) decise di scappare prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, dove – nonostante la malattia – Marion svolse ancora attività politica, rivestendo un ruolo prestigioso nel consiglio direttivo della Mazzini Society. Nel giugno 1945, in un'intervista radiofonica,
esprimeva ancora la sua forza e la sua fede incrollabile nella democrazia, raccontando il desiderio di fondare, dopo il suo ritorno in Italia, una lega di donne elettrici per sviluppare una maggiore consapevolezza dell’importanza del voto. Nell’autunno del 1945 la famiglia ottenne il visto per rientrare in Italia, ma un secondo grave ictus colpì Marion, che fu costretta a trasferirsi in Florida per curarsi, affidando i figli alla nonna. Solo nel 1946 poterono fare ritorno in Italia ma lei, delusa dalla situazione politica interna, nell’aprile del 1947 decise di tornare a Londra. Nel frattempo le sue condizioni di salute si erano aggravate tanto da richiedere altri ricoveri in ospedale, dove morì nell’ottobre del 1949 a soli cinquantadue anni. Quando si spense, la figlia Amelia (Melina) aveva 19 anni ed era lontana,
LeSiciliane - Casablanca
in Italia con la nonna. Anche questa volta la morte si presentava come un vuoto, un’assenza, la stessa che l’aveva travolta a sette anni quando Marion le aveva comunicato l'uccisione del padre. “Vicino a quel tuo capezzale piangeva la madre ed ero io che ti guardavo stringere le palpebre” (A. Rosselli, Serie Ospedaliera). La figura materna, per Amelia, è quella che abbandona per prima, che espelle fin dalla nascita, e quindi la sua mancanza è la mancanza di un corpo, un vuoto assoluto che niente potrà mai riempire. Amelia, considerata dalla critica letteraria una delle più grandi poetesse del Novecento, non superò mai il trauma della scomparsa di Carlo e di Marion. Non tornò mai a visitare i luoghi del confino, quell’isola lontana dove era stata concepita e dalle cui coste il padre era fuggito una notte d’estate del 1929, esattamente otto mesi prima della sua nascita.
19
COMUNICATO STAMPA Catania Summer Fest 2026: c’è anche Renny Zapato nel cartellone. Il 4 settembre aprirà il concerto di Fabio Rovazzi C’è anche il nome di Renny Zapato (all’anagrafe Renato Zappalà), nel prestigioso cartellone del Catania Summer Fest 2026, l'importante hub di eventi estivi promosso dal Comune di Catania. Il noto rocker, icona del rockabilly anni '80 e del punk 'n' roll californiano, si esibirà il prossimo 4 settembre in Piazza Palestro a Catania, dove la Zapato Band farà da open act al concerto del poliedrico cantautore e attore Fabio Rovazzi. Per l'artista catanese questo appuntamento corona un periodo d'oro ricco di soddisfazioni professionali, trainato dal successo dell'ultimo LP “Un vecchio giubbotto di pelle” (prodotto da Debby Licciardello per l'etichetta Tequila Records Label Ct). L'album, i cui testi portano la firma del celebre attore e musicista Claudio Gregori (in arte Greg), contiene otto tracce tra cui spiccano cover intramontabili e brani inediti come Brand New Cadillac, Tutti Frutti, Good Boys, Crazy Baby, Frustami e Baciami, oltre a due speciali featuring: uno con la leggenda della musica italiana Bobby Solo e l'altro con l'attore e showman Lallo Circosta. Il disco è disponibile sia sulle piattaforme online sia in formato vinile a tiratura limitata. La spinta creativa di Zapato non si ferma: la rotazione radiofonica e l'energia live degli ultimi singoli estratti, Crazy Baby e Good Boys, stanno già infiammando le piazze. L'estate di Renny Zapato valica anche i confini nazionali. Dal 1° al 7 luglio, l'artista volerà in Spagna per partecipare al rinomato Festival Internazionale di Rockabilly e Punkabilly a Santa Susanna, in Costa Brava. Un percorso artistico solido, il suo, tanto da guadagnarsi citazioni in diversi saggi sulla storia del rock e un posto nel nuovo Dizionario della Canzone Italiana curato dal critico musicale e televisivo Dario Salvatori. Non solo musica: Zapato si distingue da anni come versatile attore caratterista tra cinema, teatro e televisione. Il pubblico lo ha applaudito in fiction di successo come L'Onore e il Rispetto 5, La mossa del cavallo, Medicina Generale, Fili Noir e Un Siciliano a Roma. Sul grande schermo ha fatto parte del cast di pellicole e serie cult come Un Natale Stupefacente, Un Natale col Boss, D.N.A. Decisamente Non Adatti, Oro e Piombo, Io non pago, Baci salati, Sicilian Gangsters e la pluripremiata serie The Bad Guy. Subito dopo l'evento con Rovazzi, Renny Zapato e la sua line-up d'eccezione , composta da Emanuele Spampinato (contrabbasso), Ciro Magnano (chitarra) e Alessandro Grillo (batteria), torneranno in sala di registrazione. L'obiettivo è l'incisione di un nuovo singolo dal forte impatto nazionale, intitolato “Indiano Metropolitano”. Donatella Elisa Monica Turillo
LeSiciliane - Casablanca
20
LA STRAGE DEI QUATTRO RAGAZZINI DI SAN CRISTOFORO
IL POZZO DEI PICCIRIDDI Graziella Proto Nel mese di luglio del 1976, quattro ragazzini del quartiere San Cristoforo di Catania commettono lo scippo sbagliato: strappano la borsa all'anziana madre dell’emergente boss mafioso Nitto Santapaola e osano schernire suo fratello Salvatore. Un banale reato di strada viene così strumentalizzato come un imperdonabile sgarbo dinastico. Saranno condannati a morire per un diabolico stratagemma dello stesso Santapaola, pronto a dimostrare di non aver bisogno di permessi per uccidere e scalare l’intera organizzazione criminale. Una vecchia storia lasciata nel dimenticatoio per quasi cinquant'anni che oggi un'inchiesta al tribunale di Genova riporta alla luce. Ora, un murales nel quartiere San Cristoforo ricorda i quattro adolescenti: Riccardo, Giovanni, Benedetto e Lorenzo. Intanto il ricordo. Ci incamminammo nel bosco di Mazzarino. Non era nemmeno un sentiero, ma un viottolo scosceso che si arrampicava tra la vegetazione; gli alberi erano così fitti e serrati da non lasciare intravedere neppure uno spicchio di cielo. Camminavamo in fila indiana. La troupe di Enzo Biagi seguiva i miei passi e io, a mia volta, seguivo quel compagno sconosciuto che, con immenso coraggio e dopo mille raccomandazioni, aveva accettato di farci da guida. Solo poche ore prima, come tutti gli altri, si era trincerato dietro un "non so nulla". Mentre ci inoltravamo lungo quel labile serpente di terra, la paura si faceva palpabile, densa. Gli operatori della Rai inviati da Enzo Biagi, tesi e sgomenti, di tanto in tanto mi sussurravano all'orecchio, come se il bosco stesso potesse udirci: «Ma tu... non hai paura?». Rispondevo con un sorriso accennato, quasi imbarazzato. In quel periodo della mia vita con la paura ci facevo i conti ogni giorno, ma avevo deciso di non assecondarla, di dimostrare l'esatto contrario. Ero giovane e arrabbiata con un mondo così ricco di ingiustizie.
LeSiciliane - Casablanca
21
Per le parole non c'era spazio. Non solo perché il cammino esigeva fiato - e quella salita sembrava infinita - ma perché all'altro orecchio dovevo ascoltare mio marito che, sottovoce, imprecava contro la mia follia. La sera prima, non appena aveva capito dove mi sarei spinta l'indomani, Giovanni aveva deciso che non mi avrebbe lasciata sola. Era profondamente preoccupato. Guardando quel paesaggio ostile, magico e misterioso, continuava a ripetermi: «Qui potrebbero uccidere un intero esercito e nessuno se ne accorgerebbe. Tu sei pazza. Meno male che sono venuto». Poi, finalmente, lo spiazzo. E il pozzo. Non era la cattedrale alla fine del Cammino di Santiago, ma l’emozione era la stessa. Grande e palpitante. Fu un groviglio di emozioni contrastanti, un assalto di pensieri cupi. Ci guardavamo in silenzio. In quel momento ognuno di noi – segretamente - desiderava soltanto una cosa: riguadagnare la macchina e ritornare alla vita. Quel posto così singolare, per certi versi persino bellissimo e tragicamente misterioso, sembrava piuttosto il regno di una strega cattiva. La tana di un mostro sanguinario. Ma perché eravamo lì? Cosa ci aveva spinto? Cosa cercavamo con tanta ansia? Dietro quel silenzio e quel pozzo si nasconde infatti una storia di straordinaria potenza drammatica e dal valore storico immenso: la strage dei quattro ragazzini di San Cristoforo. LO SGARBO SUPREMO SUL PALCOSCENICO DI CATANIA Tutto cominciò all’inizio di luglio del 1976. Probabilmente un sabato. Un’ebbrezza densa di zagara fioriva nell'aria, sospinta dal vento che accarezzava gli agrumeti della piana catanese fino a contagiare i balconi della città. Nel cuore di San Cristoforo il mercato rionale vibrava di un’animazione febbrile: un teatro a cielo aperto dove la vita era un’elegante danza di maschere, trattative e dissimulazioni. Catania, in fondo, è un immenso palcoscenico. Ai margini di quella marea umana, quattro ragazzini tra i dodici e i quindici anni – Giovanni, Riccardo, Lorenzo e Benedetto – scivolavano tra i vicoli in sella a due Vespe 50. Facevano impennare i motorini e ridevano a squarciagola, felici di evadere, anche solo per un giorno, dai tuguri delle loro famiglie numerose. Nel frattempo, un’anziana donna rientrava verso casa con la spesa. La storia non ci ha consegnato i suoi tratti precisi, ma possiamo descriverla lasciandoci guidare dall'immaginazione: avanzava guardando il mondo dall'alto in basso, con una postura rigidamente eretta che costringeva chiunque a guardarla dal basso verso l’alto. Camminava con il passo lento e cadenzato di chi sa che nessuno oserà mai sbarrarle la strada. Era una matriarca, e lo sapeva. Al suo passaggio la folla si apriva con una deferenza quasi sacrale, un rispetto timoroso. Quella donna era la madre di Nitto Santapaola. Lei e le sue due sorelle – le tre sorelle D’Emanuele – rappresentavano un caso antropologico unico. È difficile spiegarsi come tre sorelle siano state capaci di partorire una dinastia di cugini primi tutti affiliati o boss importanti ai vertici di Cosa Nostra. Famiglie, in questa striscia di terra, pesanti e importanti: Santapaola, Ercolano, Ferrera.
LeSiciliane - Casablanca
22
Si racconta che proprio Nitto Santapaola, insieme al cugino Natale D’Emanuele, avesse frequentato il seminario con l'intenzione di farsi prete, prima che il destino deviasse verso il sangue, portandoli a tenere in pugno la città per decenni. Il tutto con la complicità dei poteri forti, comprese le cattedrali dell’informazione e della giustizia. L’anziana donna, con il suo incedere imperioso, sembrava urlare al mondo di non vergognarsi dei figli. Al contrario, come se avesse allattato quei boss feroci con latte e veleno, ne assaporava con boria il potere. E la loro scalata era solo all'inizio. Quel continuo e successivo successo, come oggi sappiamo, fu agevolato da connivenze istituzionali così profonde che parlare di semplici collusioni sarebbe un eufemismo. Qualche anno dopo, nel dicembre del 1984, Catania avrebbe vissuto un vero terremoto politico e giudiziario: finirono in manette tre magistrati, il comandante dei Carabinieri e i vertici del carcere, tutti travolti dal sospetto più infamante, ovvero aver piegato lo Stato ai desideri di Nitto Santapaola. Ma in quel giorno di luglio del 1976, al mercato di San Cristoforo, i quattro giovani scippatori cercavano solo una vittima e, ai loro occhi inesperti, quella anziana signora così spavalda parve la preda perfetta. L’assalto fu rapido, brutale. Le strapparono la borsa, ma la donna resistette con insospettabile fierezza; nella colluttazione cadde a terra, fratturandosi un braccio. Il bottino si rivelò misero, appena una manciata di lire, ma loro non sapevano che il prezzo di quel gesto sarebbe stato incalcolabile. Senza saperlo, i quattro ragazzini avevano violato il codice dell'intoccabile. In un istante crudele, i piccoli predatori si mutarono in prede e, alcuni giorni dopo, il 7 luglio del 1976, di loro non restò alcuna traccia: scomparvero nel nulla, inghiottiti per sempre dal silenzio di Catania. LA FINE DEL SILENZIO E LO STRAZIO DELLE MADRI Poi, dopo dodici anni di strazio, arrivarono le rivelazioni di Calderone. Annunci che hanno squarciato il velo di omertà, restituendo i corpi dei picciriddi alla terra, alla verità e alla storia. E le sue dichiarazioni non lasciano spazio all’immaginazione. Non ce n’è bisogno. «Lo zio Turi! Lo zio della Capricciosa!» urlarono i ragazzini. Turi allora era il proprietario della rosticceria "La Capricciosa". Un quarantenne borioso che portava addosso il peso di molti più anni: goffo, pesante, con la barba perennemente incolta e gli occhietti infantili infossati in una faccia simile a una pagnotta lievitata male. Eppure camminava a testa alta, si sentiva un re, forte di un cognome che a Catania pesava come piombo: Santapaola. Nessuno osava contrariarlo, nel timore di silenziose ritorsioni; tutti, però, sapevano che quel locale strategico era solo il paravento che il fratello minore Nitto gli aveva regalato per toglierlo dalla strada. «Lo zio Turi! Lo zio della Capricciosa!» ripeterono rincuorati i quattro ragazzini. Da due giorni i ragazzi erano rinchiusi al buio in una stalla, consumati dalla fame e dal terrore. Trovarsi davanti un volto familiare – quel Salvatore Santapaola che gestiva la rosticceria nel loro quartiere, a San Cristoforo – accese in loro una speranza. Pensarono che il peggio fosse passato. Poche ore dopo, invece, l'orrore si compì. Furono massacrati a calci e pugni, strozzati e gettati in fondo a un pozzo. Nel suo racconto, il pentito Antonino Calderone ha messo l’accento su un dettaglio che gela il sangue: persino Pippo Marchese – dichiara – uno dei killer reclutati per l'esecuzione, fu colto da uno spasmo di pietà e non riuscì a stringere il cappio attorno al collo di uno dei piccoli.
LeSiciliane - Casablanca
23
Quasi a dimostrare che persino in quelle belve albergasse un residuo di umanità, Marchese tolse le mani dal collo del ragazzo e lo lanciò nel pozzo... ancora vivo. «Riccardo uscì di casa abbastanza presto, quel giorno. Era il 7 luglio del 1976. Non l'ho più rivisto». Le parole della madre di Riccardo, raccolte durante l’intervista RAI che nel 1988 realizzammo per conto di Enzo Biagi, riecheggiano identiche nei ricordi delle madri di Giovanni, Benedetto e Lorenzo. Per dodici anni queste quattro donne, strette in un unico abbraccio di dolore e speranza, hanno girato l'Italia con pochi spiccioli in tasca e le fotografie dei loro figli. Hanno cercato nei vicoli più malfamati, ovunque. Ogni tanto qualche sciacallo alimentava una falsa pista: «L'ho visto là», «È stato avvistato su quel treno». E loro partivano, aggrappate a quella stessa foto, senza arrendersi all'evidenza che il tempo passava, che quei bambini non avevano più dodici o tredici anni e che quelle immagini ormai non servivano più. Ma quale era la vera colpa di quei quattro ragazzi? Davano fastidio, sì. Erano piccoli scippatori disubbidienti, sì. Tuttavia erano pur sempre bassa manovalanza di quartiere. Non ci piove. Ma avevano commesso lo sgarbo supremo: avevano preso in giro Salvatore Santapaola, lo "zio Turi", e avevano scippato la matriarca, madre di quel Nitto in costante ascesa verso i vertici di Cosa Nostra. Bisognava dare un segnale.
IL DIABOLICO INGANNO E IL PATTO DI SANGUE Da quel momento, per i quattro ragazzi il tempo si fermò. La ricostruzione di quei giorni drammatici è affidata alle parole di Antonino Calderone, allora sodale di Santapaola e in seguito collaboratore di giustizia. Rapiti nel cuore della città, i ragazzini vennero deportati in un casolare sperduto nelle campagne della provincia di Caltanissetta, prigionieri per due giorni senza cibo né acqua, mentre fuori si consumava un macabro dibattito sul loro destino. Calderone tentò di mediare, provando a convincere Santapaola che una severa lezione sarebbe bastata, che uccidere dei bambini era un limite da non valicare. Ma Nitto fu irremovibile. Per azzerare ogni esitazione e stringere i suoi complici in un patto di sangue senza ritorno, il boss ideò un piano diabolico: fece entrare nella stanza dei prigionieri suo fratello, che i quattro riconobbero all'istante, essendo il proprietario della rosticceria che frequentavano abitualmente. Mostrando il volto del carceriere, Santapaola tolse a tutti ogni via
LeSiciliane - Casablanca
24
d'uscita. Con quel cinico stratagemma, il boss sigillò per sempre la condanna a morte di Giovanni, Riccardo, Lorenzo e Benedetto, scavalcando persino i vertici della Cupola palermitana, che non erano d’accordo. Quel 7 di luglio del '76 i quattro furono prelevati. Ma quel "carico" scottava troppo; nessun mafioso locale voleva rischiare l'ergastolo per dei bambini. Cominciò così un macabro pellegrinaggio: prima un garage, poi una stalla, fino ad arrivare, dopo due giorni, a una tenuta nelle campagne di Mazzarino. La maggior parte dei capi e dei sottocapi non voleva quell'esecuzione: in fondo, dicevano, erano solo ragazzate. Ma è a questo punto che si compie l'infamia. Calderone racconta che Salvatore Santapaola entrò nella stalla con la scusa di portare loro qualcosa da mangiare. Quando lo videro, i ragazzini urlarono di gioia: «Lo zio Turi!». Ma lo zio Turi uscì subito e, lontano dagli sguardi e dalle orecchie dei quattro picciriddi, disse ai complici che ancora discutevano sul da farsi: «Mi hanno riconosciuto. A questo punto dobbiamo ammazzarli per forza». Il disegno di potere del fratello Nitto poteva essere realizzato. La violazione del codice d'onore e lo sgarbo alla madre erano solo pretesti. La verità, come confermeranno altri pentiti, è che i Santapaola avevano bisogno di quel sangue per imporsi, per bruciare le tappe dell'ascesa criminale. E ci riuscirono partendo da lì: dal pozzo di Mazzarino e dal sacrificio di quattro ragazzini.
Nota dell'autore: L'ultimo pensiero: la menzogna del codice d'onore. L'idea che la mafia non tocchi donne e bambini è un'infamia terrificante, per certi versi, almeno in passato, è stata persino confortante. Non è mai stato così. Soffermandoci solo ai bambini: Giuseppe Letizia, ad appena tredici anni, fu avvelenato nel 1948 solo per essere stato testimone involontario di un omicidio di Cosa Nostra. Si può essere vittime per errore, per punizione, per vendetta o per lanciare un messaggio. Di fronte a questa logica feroce non esistono santuari. Non esistono innocenti. Esiste solo l'orrore che la memoria ha il dovere di non dimenticare.
LeSiciliane - Casablanca
25
DEMOCRAZIA SOTTO ASSEDIO: ANTIFASCISMO UNICA BUSSOLA
RADICI DI LIBERTÀ, ORIZZONTI DI DEMOCRAZIA Amalia Zampaglione
Di fronte a un quadro geopolitico frammentato e a un preoccupante disinteresse per la memoria storica, l'antifascismo si riconferma l'unico baluardo contro spinte illiberali. Contrastare la banalizzazione dei conflitti e difendere le libertà ereditate dal passato non è una scelta retorica, ma un dovere civile. L'antifascismo si pone così come il garante vitale di una democrazia reale, partecipata e attiva. Queste in sintesi le conclusioni tracciate dal XXI Congresso nazionale dell'ANPPIA (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti), tenutosi dal 29 al 31 maggio 2026 a Rimini. Essere antifascisti oggi non è un esercizio di memoria rivolto al passato, ma un atto di resistenza civile necessario per difendere le fragili fondamenta della nostra democrazia.
Con questa consapevolezza, il XXI Congresso nazionale dell'ANPPIA (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti), tenutosi dal 29 al 31 maggio 2026
LeSiciliane - Casablanca
presso la Sala Convegni del Palazzo del Turismo a Rimini, ha tracciato una rotta politica chiara: l'antifascismo deve tornare a essere, come ottant'anni fa, il presidio indispensabile contro ogni deriva autoritaria e ogni forma di compressione dei diritti. In un momento in cui i conflitti internazionali e la volatilità delle tregue minacciano la stabilità globale, il Congresso ha ribadito che la testimonianza storica non è un atto di contemplazione, ma la bussola più rigorosa per orientare l'impegno civico del nostro tempo.
26
Il valore storico dell'ottantesimo anniversario L'edizione 2026 del congresso si è svolta in un anno di straordinaria rilevanza simbolica, caratterizzato da coincidenze storiche che pongono l'ANPPIA di fronte a nuove responsabilità. Ricorrono infatti gli ottant'anni dalla fondazione dell’Associazione, nata per riunire coloro che avevano lottato attivamente contro il regime fascista, e, parallelamente, l'ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica Italiana. In questo quadro, assume un valore particolare la ricorrenza della profonda novità del voto alle donne, un passaggio che ha segnato la storia della nostra democrazia rendendola finalmente inclusiva e compiuta. Questa coincidenza temporale non è di natura puramente cronologica, ma di profonda sostanza politica: la Repubblica è nata proprio dal sacrificio e dalla lotta di chi ha combattuto il fascismo per costruire le basi di una convivenza civile fondata sulla libertà e sull'uguaglianza.
Il valore del confronto tra i delegati Il cuore pulsante di questo XXI Congresso è stato rappresentato dalla partecipazione attiva di oltre 70 delegati, provenienti dalle 48 sezioni e federazioni che compongono il tessuto dell'ANPPIA su tutto il territorio nazionale. L'evento si è configurato come un terreno fertile e vitale per lo scambio di esperienze vissute quotidianamente nei territori, dove il complesso lavoro di
testimonianza storica e di educazione alla cittadinanza democratica prosegue costantemente, spesso lontano dai riflettori della grande cronaca. Il dibattito ha affrontato la sostanza stessa dell'essere antifascisti oggi, in un contesto mutato rispetto al passato. Come emerso durante le tre giornate di lavoro, l'antifascismo non deve limitarsi a una rievocazione nostalgica, ma deve farsi alimento e fondamento di un impegno civico rinnovato, capace di difendere la pace in ogni sede e di attuare quotidianamente i principi fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione.
Le voci del Congresso e lo spessore culturale La solennità di questo momento è stata sottolineata dalla prestigiosa partecipazione di autorità e personalità di spicco che hanno voluto portare il loro saluto all'ANPPIA. Nella giornata inaugurale del 29 maggio, sono intervenuti, tra gli altri, la Vicepresidente del Senato Anna Rossomando, il deputato Andrea De Maria, e l'assessora della Regione Toscana Alessandra Nardini. La partecipazione è stata arricchita dalla presenza del delegato della Cgil Gaetano Mincuzzi, dal presidente dell'Anpi Nazionale Dino Spanghero, dal presidente dell'Aicvas Italo Poma e dal presidente dell'Anvrg Valerio Benelli.
libro di Giovanni Geppetti "Per un'alba nuova", con le letture poetiche dell'attrice Stefania Polidori. L'intervento del delegato più giovane, Vincenzo Desiante, ha portato la voce delle nuove generazioni, confermando la volontà dell'Associazione di favorire un vitale passaggio di testimone.
Il documento politico: cuore strategico del mandato Il documento politico approvato a conclusione dei lavori rappresenta il cuore strategico del mandato congressuale. Tale testo, frutto di un esteso confronto che ha visto confluire diverse sensibilità e proposte, è stato perfezionato attraverso un articolato iter di emendamenti. Questa fase ha permesso di raccogliere le istanze provenienti da tutte le 48 sezioni e federazioni, rendendo il documento una sintesi collegiale del pensiero dell'associazione. Il testo finale, pienamente accessibile ai soci e ai simpatizzanti attraverso il QR-code dedicato, non va letto solo come una serie di intenti, ma come un impegno vincolante verso la difesa della democrazia e dei diritti civili per il prossimo triennio. Esso traccia la rotta politica dell'ANPPIA in un momento in cui la memoria storica deve trasformarsi in azione militante contro ogni forma di compressione dei diritti.
Il programma ha offerto momenti di alto profilo culturale: il prof. Luigi Ferrajoli ha tenuto una lectio magistralis, mentre lo storico Davide Conti ha presentato il
LeSiciliane - Casablanca
27
Il nuovo assetto dirigenziale Il processo di rinnovo è culminato il 17 giugno con l'elezione del nuovo Consiglio Nazionale, che ha riconfermato all'unanimità Spartaco Geppetti alla presidenza dell'ANPPIA Nazionale. Il nuovo organigramma vede inoltre Serena Colonna nel ruolo di segretaria generale, coadiuvata da Massimo Meliconi in qualità di vicepresidente vicario e da Marco Miccoli come vicepresidente. Questo assetto dirigenziale ha il compito di traghettare l'Associazione verso le sfide future, forte del mandato ricevuto dai delegati e del documento politico che guiderà le attività del prossimo triennio.
Antifascismo oggi: necessità severa
una
In conclusione, appare imprescindibile riflettere sul messaggio programmatico emerso dal XXI Congresso e riportato in evidenza sulla copertina della rivista "l'antifascista": Antifascismo oggi per difendere la democrazia. Questa non è una mera declamazione d'intenti, ma una severa e urgente necessità politica. In un'epoca in cui le basi stesse del vivere civile sono insidiate da conflitti che si moltiplicano e da una pericolosa volatilità delle tregue internazionali, l'antifascismo smette di essere un retaggio del passato per trasformarsi nell'unico argine possibile alla deriva autoritaria.
LeSiciliane - Casablanca
È doveroso osservare con asprezza come la memoria storica sia oggi troppe volte ignorata, vittima di un "fanatismo" che si nutre di menzogne e di minacce incrociate, rendendo il panorama geopolitico una scacchiera di scaramucce prive di lungimiranza. Difendere la democrazia, nel contesto attuale, significa rifiutare categoricamente la normalizzazione della guerra e opporsi con intransigenza intellettuale a chiunque cerchi di svuotare di significato le conquiste di libertà ottenute dal sacrificio di chi ci ha preceduto. L'antifascismo, dunque, rimane la condizione necessaria e sufficiente affinché la democrazia non diventi un simulacro vuoto, ma resti una pratica viva, esigente e quotidiana di libertà.
28
"PERCHÉ ERO RAGAZZO": LA VERITÀ E IL RISCATTO DI ALAA FARAJ
UNA STORIA DI RESISTENZA E D’AMORE Mimma Grillo
Trecento fogli vergati a mano, spediti in ventotto lettere dal buio di una cella dell'Ucciardone. È nato così "Perché ero ragazzo", il diariomanifesto con cui Alaa Faraj ha trasformato un'ingiustizia kafkiana in un cammino collettivo di verità, riscatto e amore. Il dolore di essere condannato come scafista e assassino, trasformato in luce grazie all'incontro con la professoressa Alessandra Sciurba. Dalle sbarre alla libertà, dal Premio Terzani 2026 fino al matrimonio celebrato lo scorso 6 giugno nella parrocchia di Don Pino Puglisi a Brancaccio, la vicenda di Alaa è il simbolo di una lotta che non si ferma, mentre si attende, a ottobre, la revisione del processo per lui e i suoi compagni ancora detenuti. "Perché ero ragazzo" è il libro che Alaa Faraj ha scritto in carcere tra il 2023 e il 2024 e trasmesso poi (circa 300 fogli vergati a mano a stampatello) con 28 lettere inviate da marzo a dicembre 2024 ad Alessandra Sciurba (militante antirazzista da sempre, oggi docente di Filosofia del Diritto presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Palermo), incontrata nel febbraio 2023 durante i laboratori di un progetto artistico chiamato “Spazio Acrobazie” sviluppato all’interno
della Casa di Reclusione Ucciardone di Palermo. Nel libro Alaa racconta, con il suo italiano appreso durante gli anni di carcere (dall’agosto 2015), di un viaggio fatto di speranza e pericolo, del dolore per la morte dei compagni di viaggio, dell’arresto e dell’ingiusta condanna. Lo sguardo di Alaa lo percepiamo inizialmente sconvolto, poi sempre più consapevole e fiducioso, nonostante tutti gli errori giudiziari, nella giustizia dello Stato Italiano. La lotta di Faraj per la libertà è diventata a poco a poco la lotta di una “Comunità” di cui fanno parte tutte e tutti quelli che credono insieme ad Alaa alla forza della verità: dall’Arcivescovo di Palermo Don Corrado Lorefice, a Don Luigi Ciotti, fondatore e attivista di Libera, a Luciana Castellina, giornalista ed ex eurodeputata, a Gustavo Zagrebelsky, giurista e costituzionalista, a Giorgia Linares di SeaWatch, e a tante altre ed altri (giornalisti, artisti, opinionisti) che hanno portato avanti un
LeSiciliane - Casablanca
29
cammino di lotta per la giustizia in un panorama carcerario come quello italiano che ha attualmente più di 3.000 persone arrestate negli ultimi 10 anni come scafisti, mentre i trafficanti veri – che non rischiano – rimangono a casa a fare affari, magari in combutta con i Paesi da cui partono i migranti. Ormai, dopo la grande diffusione del libro, tutti quelli che leggono “Perché ero ragazzo” diventano in qualche modo componenti effettivi e attivisti di questa comunità di resistenza. La storia comincia la notte del 14 agosto del 2015: Alaa e due suoi amici, Abiad e Tarek, partono da Zuwara, in Libia, alla volta della mitica Europa. La barca ha a bordo circa 300 persone. I tre ragazzi giovanissimi (Alaa ha 20 anni) hanno tentato nei mesi precedenti di trovare un visto regolare, cosa impossibile perché a causa della guerra civile in Libia non ci sono più le Ambasciate Europee (trasferitesi in Tunisia). A Tripoli c’è solo la possibilità di avere un visto di 15 giorni per Malta: ma Alaa e i suoi amici sono calciatori, vogliono andare in Europa (Svizzera o Germania, pensano) per realizzare il sogno di diventare bravi calciatori e per studiare all’Università (Alaa è già iscritto in ingegneria, ma in Libia c’è la guerra civile e non si può più studiare né fare i calciatori). Durante la traversata su quella barca col suo inverosimile carico umano, succedono ovviamente cose terribili: un ragazzo del Bangladesh viene picchiato da uno dei trafficanti (che poi lascerà la nave) detto “Meranda” (nomignolo che a quanto pare viene usato in Libia per i “rossi” di pelle e che richiama una bevanda all’arancia) che viene affrontato da Alaa che difende e salva il ragazzo. L'ingiusta condanna a 30 anni A seguito di questo diverbio Alaa e i suoi compagni sono riconosciuti comunque come libici e vengono sistemati in un posto "privilegiato" vicino al motore. Questo in seguito sarà uno degli elementi usati dalla polizia e dall’accusa nel processo che imputerà ad Alaa e ai suoi amici non solo il reato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina, ma anche il reato di concorso in omicidio plurimo (ai sensi del Capo A e del
Capo B dell’art. 12-bis del Testo Unico sull’Immigrazione), e questo perché alla fine della navigazione saranno rinvenuti dalle navi soccorritrici i corpi di 49 migranti morti, chiusi dai trafficanti nelle stive. Comincia così un “gioco al massacro” che prende di mira i passeggeri libici presenti sulla nave (i libici non migrano, è il detto comune) sospettati di essere “l’equipaggio” dei trafficanti, nonostante ci sia stata la confessione del “Capitano” (tunisino) che dichiara di essere stato l’unico a guidare il mezzo, ma di non essere a conoscenza della presenza dei migranti chiusi nella stiva prima della partenza dai trafficanti. Il fatto è che alcuni dei migranti mostrano già sulle navi soccorritrici (una italiana e una norvegese, dell’Agenzia Frontex) molta ostilità nei confronti dei migranti libici presenti sulla nave: quasi tutti hanno conosciuto i campi di prigionia gestiti in Libia dai trafficanti e sono convinti che tutti i libici siano trafficanti… quindi mostrano avversione e ostilità verso i ragazzi libici, verso Alaa e i suoi amici, che erano passeggeri come tutti gli altri, e che come gli altri hanno pagato 1.000 dinari per imbarcarsi… ma che non sono creduti. La strage di ferragosto sarà chiamata la strage di quella notte. La nave norvegese accompagnerà tutti i passeggeri a Catania, ma Alaa e i suoi amici non seguiranno l’iter degli altri passeggeri che verranno accompagnati nei vari centri di accoglienza per migranti: per Alaa e i suoi amici il 17 agosto 2015 si apriranno le porte del carcere di Catania di Piazza Lanza. Contro di loro, che pure durante il viaggio avevano aiutato un ragazzo del Bangladesh scappato dalla stiva, vengono usati elementi di prova assolutamente inconsistenti (il posto privilegiato vicino al motore, la presunta distribuzione di qualche bottiglietta d’acqua, l’essere additati dagli altri migranti come “libici” e quindi sospetti). Così Alaa e gli altri ragazzi (sono sei in tutto) verranno condannati alla fine del processo di primo grado a 30 anni di carcere (sentenza del 5 marzo 2017). Si avvicendano nella difesa diversi avvocati: d’ufficio il primo, che purtroppo consiglia ad Alaa e agli altri di avvalersi della “facoltà di non rispondere”
LeSiciliane - Casablanca
30
durante il primo incidente probatorio (cosa che Alaa ritiene sia stata alla base dell’ingiusto esito del procedimento). Un secondo avvocato consiglierà ai ragazzi di avvalersi del rito abbreviato, scelta espressamente rifiutata da Alaa e dai suoi amici che, essendo innocenti, non possono che portare avanti la loro battaglia col rito ordinario per il riconoscimento della loro innocenza. Un terzo avvocato proverà finalmente a farsi carico in maniera corretta della difesa dei ragazzi, ma non servirà a cambiare il corso delle cose. Anche l’Avvocata Cinzia Pecoraro, attuale avvocata di Alaa, non riuscirà ad avere un buon esito nel ricorso in Appello e nel ricorso in Cassazione: le rispettive sentenze del giugno 2020 (Alaa ha 25 anni) e del luglio 2021 (Alaa ha 26 anni) confermeranno la condanna a 30 anni.
Ingegneria Civile e Ambientale. Lavorerà come volontario in biblioteca e come cuoco in cucina. Ad agosto del 2022 viene trasferito alla Casa Circondariale Ucciardone di Palermo, dove incontra la professoressa Alessandra Sciurba durante i laboratori del progetto Spazio Acrobazie. Alessandra conquista subito la fiducia di Alaa esprimendo, durante i laboratori, il suo più grande desiderio: quello di far parte di una Comunità di persone che lottano e combattono per i diritti, contro l’ingiustizia e per l’uguaglianza. Così comincia il rapporto tra Alaa e Alessandra. Così nasce il libro “Perché ero ragazzo”, pubblicato da Sellerio nel 2025 e che nel 2026 si aggiudica il premio Terzani: un grande successo editoriale, con presentazioni in tutta Italia.
La rinascita all'Ucciardone, la libertà e il miracolo dell'amore. Nel settembre 2018 intanto Alaa è trasferito presso la Casa Circondariale di Caltagirone dove proseguirà il suo percorso di crescita culturale: prenderà il diploma di liceo artistico e si iscriverà ad
Ma la Comunità di amore e resistenza che porta avanti la lotta di Alaa per la verità compie altri prodigi: dopo la pronuncia di inammissibilità di marzo 2025 della richiesta di revisione del processo e dopo che la Cassazione rigetta nel giugno 2025 il ricorso contro quella pronuncia,
LeSiciliane - Casablanca
31
a dicembre 2025 il Presidente Mattarella concede la grazia parziale (riduzione della pena di 11 anni e 4 mesi). Successivamente, a seguito di un'ulteriore richiesta di revisione formulata dall’avvocata, il 18 maggio 2026 viene accettata dalla Corte d’Appello di Messina la richiesta di revisione del processo e Alaa è libero (con sospensione della pena). Intanto il rapporto tra Alaa e Alessandra è diventato amore: annunciano il loro matrimonio, che si è celebrato il 6 giugno scorso. Tutto si annoda prodigiosamente in questa storia: Alaa aveva conosciuto Don Ciotti nel 2017 e il 21 marzo di quell’anno aveva letto alcuni nomi di vittime di mafia nella consueta manifestazione organizzata da Libera.
Tra i nomi letti da Alaa c'era quello di Don Pino Puglisi, il prete di Brancaccio ucciso dalla mafia nel 1993. Sarà proprio nella chiesa di San Gaetano, che è stata la parrocchia di Don Puglisi a Brancaccio, che Don Ciotti insieme a Don Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo, officeranno il rito del matrimonio di Alaa e Alessandra. È stato un momento forte ed emozionante per tutti i presenti (al di là del fatto di essere o meno credenti), perché tutti ci siamo sentiti dentro un “rito” collettivo che aveva la forza di essere il proseguimento del cammino di resilienza iniziato da Alaa, anche per tutte le vittime innocenti che hanno subito la stessa ingiustizia. Don Ciotti, rivolgendosi ad Alaa, ha detto quasi scherzando: "Caro Alaa, noi siamo qui oggi tutti insieme venendo da mondi diversi e da religioni diverse… ma Dio non ha mai detto di essere cattolico…". Erasmo, militante politico da sempre, ha letto “l’Inno alla carità” di San Paolo, nella prima lettera ai Corinzi. Alla fine del rito, un grande abbraccio sull’altare ha unito credenti e non credenti; c’era anche Luciana Castellina, un’altra del gruppo dei “Rangers” di Alaa e Alessandra e di tutti quelli che fanno della loro vita uno strumento per spostare la montagna dell’ingiustizia dal cammino dei più fragili. Oggi Alaa ha 31 anni, è iscritto alla facoltà di Scienze politiche e fa l’allenatore di calcio per ragazzi. Ad ottobre inizierà il processo di revisione anche per i suoi compagni, tuttora in carcere.
LeSiciliane - Casablanca
32
LE EOLIE, IL CINEMA E LA MEMORI
UN TESORO CHE LA SICILIA NON SA CUSTODIRE Claudia Bennasai La Sicilia continua a non saper fare memoria del proprio cinema. Si organizzano festival, si celebrano le nuove produzioni, ma raramente si costruisce un racconto organico di ciò che è stato. Eppure, basterebbe guardarsi intorno e riannodare i fili della storia. La Sicilia continua a ospitare festival cinematografici e ad attrarre produzioni nazionali e internazionali, ma fatica ancora a valorizzare uno dei suoi patrimoni culturali più importanti: la propria storia cinematografica.
altri. Un’eredità che, secondo lo storico e critico cinematografico Nino Genovese, dovrebbe diventare un elemento identitario e una leva di sviluppo turistico. Anche se tutto questo, ed ecco il paradosso, nel 2026 non viene celebrato neanche sui magneti da vendere ai turisti che popolano le sette sorelle eoliane.
Le Isole Eolie ne rappresentano forse l’esempio più emblematico. Qui è nata la cinematografia subacquea professionale, qui si è consumata la celebre “guerra dei vulcani” tra Roberto Rossellini e William Dieterle, qui hanno lavorato Ingrid Bergman, Anna Magnani, Michelangelo Antonioni, Massimo Troisi, Nanni Moretti, i fratelli Taviani e molti
«Dopo essere state, in epoca fascista, luogo di confino per diversi condannati politici, le Isole Eolie furono riscoperte nel dopoguerra grazie al cinema», spiega Genovese. «Erano isole così ricche di storia, di leggende, di grandi tradizioni culturali, con acque cristalline e paesaggi stupendi, che non potevano non esercitare un notevole richiamo sui cineasti.»
LeSiciliane - Casablanca
33
L’inizio di questa storia ha una data precisa: il 15 agosto 1946. «Arrivarono a Lipari Francesco Alliata, Pietro Moncada, Quintino Di Napoli e Renzo Avanzo. Costruirono artigianalmente delle attrezzature per le riprese subacquee e realizzarono Cacciatori sottomarini, documentario che segna la nascita della cinematografia subacquea documentaristica professionale.» Da quell’esperienza nacque la Panaria Film, destinata a realizzare opere come Bianche Eolie e Isole di cenere, capaci di raccontare i due volti dell’arcipelago: quello luminoso delle cave di pomice e quello scuro dei paesaggi vulcanici.
Pochi anni dopo le Eolie divennero il centro dell’attenzione mondiale grazie a due film destinati a entrare nella storia del cinema: Stromboli. Terra di Dio di Roberto Rossellini e Vulcano di William Dieterle. «La stampa dell’epoca – ricorda Nino Genovese, che è anche giornalista – amplificò la rivalità tra Ingrid Bergman e Anna Magnani e quella tra le due troupe, creando quella che venne definita la “guerra dei vulcani”. Si organizzavano perfino gite e crociere da Messina, Milazzo e Reggio Calabria esclusivamente per visitare i set cinematografici.» Il paradosso della memoria: festival presenti, storia assente Per lo studioso il bilancio di quella vicenda è inequivocabile. «A mio avviso c’è un unico, solo, vero vincitore: non sono né Ingrid Bergman, né Anna Magnani, né Roberto Rossellini o William Dieterle. Sono soprattutto le Isole Eolie, con la loro incomparabile bellezza, il loro fascino e quell’alone ormai mitico e leggendario che quei film hanno
conferito loro, contribuendo ad attirare l’attenzione mondiale sull’intero arcipelago.» Negli anni le Eolie sono rimaste uno dei set naturali più affascinanti del Mediterraneo. Antonioni apre L’avventura tra Panarea e Lisca Bianca; i fratelli Taviani ambientano una delle pagine più intense di Kaos alle cave di pomice di Lipari; Luigi Comencini conclude Buon Natale… Buon Anno a Vulcano; Sergio Castellitto gira parte di Libero Burro a Malfa; Massimo Troisi e Michael Radford trasformano Pollara nell’immagine universale de Il Postino; Nanni Moretti dedica alle isole uno degli episodi più celebri di Caro diario; Marco Tullio Giordana sceglie Stromboli per il finale de La meglio gioventù. «Sono proprio questi i veri film interamente eoliani», osserva Genovese. «Il cinema ha avuto un ruolo determinante nel costruire l’immagine internazionale delle Eolie, contribuendo in modo significativo al loro sviluppo turistico e culturale.» Ma proprio qui emerge il paradosso. Le Eolie custodiscono una parte fondamentale della storia del cinema italiano e internazionale senza che questa diventi davvero patrimonio collettivo. «Questo legame tra cinema e territorio non dovrebbe essere dimenticato, ma ricordato e valorizzato», sottolinea Genovese. «Così come è avvenuto per la Casa Rossa di Stromboli, dove soggiornarono Roberto Rossellini e Ingrid Bergman, lo stesso dovrebbe accadere per tante altre location, come la casa de Il Postino a Pollara, che potrebbero diventare mete di visite ancora più di quanto non lo siano oggi.» E aggiunge: «Sono fondamentali le informazioni, le offerte promozionali e la comunicazione, sfruttando anche l’eco mediatica dei social, che oggi rappresentano i mezzi più seguiti.» L’impressione, però, è che la Sicilia continui a non saper fare memoria del proprio cinema. Si organizzano festival, si celebrano le nuove produzioni, ma raramente si costruisce un racconto organico di ciò che è stato. Eppure, basterebbe guardarsi intorno e riannodare i fili della storia.
LeSiciliane - Casablanca
34
UNA GRANDE FESTA A CATANIA PER CELEBRARE VENT'ANNI DI INFORMAZIONE LIBERA E CONTROCORRENTE
VENT’ANNI DE “LE SICILIANE/CASABLANCA” Clara Artale I festeggiamenti per i vent'anni della rivista "Le Siciliane - Casablanca" si sono tenuti il 29 maggio 2026 a Catania, presso il cortile della CGIL in via Crociferi 44. L'evento ha voluto celebrare due decenni di attività di una testata da sempre in prima linea nella difesa delle minoranze, dei diritti delle donne e delle vittime di ogni ingiustizia. Nata nel solco del giornalismo etico di Giuseppe Fava, la rivista – diretta fin dalle origini da Graziella Proto – porta avanti una costante e coraggiosa battaglia contro la mafia, l’intimidazione e l’omertà. La storia della rivista affonda le sue radici proprio nell'esperienza de I Siciliani di Giuseppe Fava. Raccolto il testimone all'indomani della tragica scomparsa del fondatore, Graziella Proto e lo storico gruppo di redazione scelsero di proseguire quella straordinaria esperienza di giornalismo d'inchiesta e di lotta. Un impegno proseguito negli anni attraverso importanti collaborazioni editoriali e sfociato, nel 2006, grazie anche a un contributo destinato a sostenere l'editoria femminile e il lavoro delle donne, nella fondazione della testata "Casablanca edizioni Le siciliane" (inizialmente nota come Casablanca). L'incontro culturale del 29 maggio, guidato dallo slogan "Facemu sgrusciu!", è stato una vera e propria festa della memoria civile, dell'inchiesta e dell'arte. La giornata si è articolata in due momenti principali: Una mattinata di dibattito dedicata all'informazione libera e all'eredità civile di Giuseppe
Fava, alla presenza di Francesca Andreozzi (presidente della Fondazione Fava); un pomeriggio dedicato al tema “Una foto sulla città” vista con gli occhi dei magistrati Dora
LeSiciliane - Casablanca
35
Bonifacio, Sebastiano Ardita, Nico Marino e, in collegamento da remoto, Franca Imbergamo.
in cui l'amore per l'inchiesta e la scrittura si è tradotto in note, parole, luci, suoni e interventi di grande profondità. Per restituire al meglio questa esperienza, abbiamo raccolto le voci degli artisti che si sono esibiti sul palco. Di seguito, vi proponiamo le domande rivolte ai protagonisti della musica, dello spettacolo e dell'arte, per poi lasciarvi alle loro risposte. In che veste hai partecipato alla serata? Cosa ti ha spinto a partecipare alla serata dedicata a "Le Siciliane"? Conoscevi già questa realtà e quali sono i tuoi prossimi impegni? Renny Zapato “Ho partecipato in veste di cantante con la mia band di rockabilly e punk roll. Vi presento il gruppo: Alessandro Grillo alla batteria, Ciro Magnano alla chitarra, Emanuele Spampinato al contrabbasso, io - Renny Zapato - alla voce. Siamo Zapato & band. Conoscevo poco la realtà, ma grazie al mio ufficio stampa Donatella Turillo ho conosciuto la vostra bella rivista. I prossimi impegni della band saranno vari live in Sicilia e il 4 settembre il concerto in piazza Palestro insieme a Fabio Rovazzi. Dopo entreremo in sala per il nostro nuovo singolo dal titolo Indiano metropolitano. Grazie”.
Un grande concerto collettivo serale con performance dal vivo, sotto la direzione artistica di Emanuele Ciauda (il quale, per l'occasione, ha anche scritto e dedicato una canzone alla direttora). La riuscita dell'evento si deve al lavoro appassionato del comitato organizzatore, composto da: Amalia Zampaglione, Emanuele Ciauda, Donatella Turillo, Giovanni Iozzia, Dafne Anastasi, Marcello Failla, Eliana Rasera, Marilena Bongiovanni e Alessandra Rosso. L'atmosfera della serata è stata caratterizzata da una gioiosa energia e da una viva passione,
Gloria Santangelo “Ho partecipato come cantautrice. Sono stata invitata da Emanuele Ciauda, che mi ha illustrato il valore culturale e sociale dell'iniziativa. Dopo essermi documentata più a fondo, ho aderito con convinzione. La mia madrina artistica è Rosa Balistreri: una figura che ha profondamente ispirato il mio percorso. Il mio canto nasce dalla ricerca di giustizia e consapevolezza e la mia via/chitarra è sempre stata la mia arma gentile. Non conoscevo direttamente la realtà della rivista, ma appena ne ho compreso il significato e la missione l'ho sentita immediatamente vicina al mio percorso artistico. Negli ultimi anni ho avuto anche l'onore di interpretare Rosa Balistreri come attrice grazie all'opportunità offertami dal regista Pino Pesce. Essere parte di una serata dedicata alle donne siciliane e a una figura così simbolica ha rappresentato per me un'emozione autentica e un grande onore.
LeSiciliane - Casablanca
36
Porto avanti il mio progetto artistico con brani in lingua siciliana e quest'estate sarò in tournée nelle piazze della Sicilia. Il mio desiderio è dare voce alla nostra terra, unendo i siciliani attraverso la musica, la cultura e le nostre radici comuni”. Cinzia Caminiti “Il 29 maggio ho accettato con piacere di festeggiare i vent'anni di un giornalismo coraggioso, etico e importante per la nostra città diretto da una donna che in questo tempo non si è risparmiata in fermezza e determinazione: Graziella Proto. Per questa partecipazione ho voluto dare un segnale di Legalità e Antimafia (valori che da sempre ci accomunano) portando in scena un breve brano tratto dal mio ultimo spettacolo di teatro civile del quale ho curato il testo e la regia "Libere donne contro la mafia" che ha come protagonista Francesca Serio, madre di Salvatore Carnevale, sindacalista ucciso dalla mafia, prima donna Testimone di Giustizia in Italia e figura rappresentativa della lotta a cosa nostra. È stato emozionante, divertente e civilmente doveroso. Ringrazio gli organizzatori per l'invito. Attualmente e nel prossimo futuro sarò impegnata a promuovere il mio ultimo libro "Francesca Serio e le altre Donne contro la mafia"”.
Grace Previti “Mi chiamo Grace Previti e ho cantato e interpretato testi che raccontano la nostra Sicilia insieme a Noemi Squillaci, che ha accompagnato ed espresso voce con le armonie e le improvvisazioni attraverso il suono della sua chitarra. Con grande onore abbiamo deciso di partecipare al ventesimo anniversario del giornale “Le Siciliane” che con grande coraggio ha sempre difeso e lottato per la nostra terra. Graziella Proto è una grande Donna, la sua forza ha dato vigore a molte voci e di questo ne siamo pienamente grate. Saremo liete di accogliervi con la nostra musica nei progetti futuri come “Chiazza Fest” che si terrà il 28 agosto nella piazza principale di Acireale”. Salvatore Campisi “Ho partecipato alla serata come tenore, sono stato onorato di partecipare per celebrare il ventennale della rivista. Tra l'altro ho conosciuto con piacere personalmente Graziella Proto, che con la rivista si occupa di importanti temi sociali. Tutto questo insieme a tanti ottimi artisti e auguro alla rivista sempre più successo. In questo momento sono impegnato in un concerto che si terrà alla villa comunale di Sant'Agata li Battiati con il coro lirico Opera Mundi. Vi saluto e vi mando un grande abbraccio”. Nicola Costa “Fare legalità vuol dire tenere desta e attiva la memoria dei nostri migliori esempi. La mia presenza, come artista e come professionista, era un atto dovuto. Un'urgenza. Come lo è il riportare in scena a distanza di 11 anni il mio "Processo alle intenzioni", testo scritto nel lontano 2003 ma ancora attualissimo, che denuncia la troppa presenza della politica in teatro... Ma anche il troppo teatro nella politica. E poi, il 7 agosto, per il Catania Summer Fest, sono molto contento di riportare in scena "Morte di un giudice - Omaggio a Rocco Chinnici" di Giovanni Coppola, al cortile Platamone. Il teatro è uno strumento di riflessione e di lotta non violenta importantissimo”.
LeSiciliane - Casablanca
37
SAMARCANDA: DAGLI IMPERI AL DESERTO TOSSICO Renata Governali
Samarcanda, antica capitale dell’Uzbekistan, è una delle città più vecchie del mondo, con i suoi 2750 anni di storia; un luogo di fiaba per le leggende che, per secoli, l’hanno raccontata a partire dal suo nome, che deriverebbe da quelli del re Samar e della sua regina Kand, primi governatori di Samarcanda, legati da un indissolubile amore e uniti per sempre nel nome della città. In questo luogo nacque Roxana, la sposa prediletta di Alessandro Magno, quella che gli diede il suo unico figlio. Questa città, per molti giovani degli anni sessanta e settanta, ha rappresentato un simbolo più che una meta reale, in quanto allora l’Uzbekistan faceva parte dell’Unione Sovietica; sul piano dell’immaginario evocava l’Oriente, la libertà, il fascino misterioso di un mondo lontano. Una città fantastica, crocevia della Via della seta, crogiolo di popoli e di culture che ha rappresentato per molti hippy un luogo mitico dove poter vivere fuori dagli schemi e respirare aria di libertà.
In quegli anni invece, dopo una storia millenaria che aveva visto tra i suoi protagonisti condottieri come Alessandro Magno, Gengis Khan, Tamerlano e i conquistatori arabi Samanidi, a seguito della rivoluzione russa e fino al 1991, la regione entrò a far parte dell’Unione Sovietica e nel 1924 fu creata la Repubblica Socialista Uzbeka. I sovietici imposero la loro lingua — che ancora oggi viene parlata insieme all’uzbeko - e la loro cultura, avviarono forti repressioni religiose, realizzarono una massiccia industrializzazione e urbanizzazione creando città commerciali, e attuarono un'intensiva coltivazione del cotone. Uno dei più grandi disastri ambientali degli anni sessanta, conseguente alla scellerata politica sovietica che perseguiva l’incremento della produzione di cotone, fu il declino del lago di Aral, il quarto lago più grande del mondo, che ha perso il 90% del suo volume d’acqua. Infatti, per irrigare le piantagioni
LeSiciliane - Casablanca
38
intensive di cotone furono deviati i fiumi immissari Amu Darya e Syr Darya. Il lago di Aral, progressivamente depauperato delle sue acque, oggi è la rappresentazione di uno dei più grandi disastri ecologici: si è trasformato nel deserto tossico di Aralkum, con terribili conseguenze quali il crollo dell’industria locale incentrata sulla pesca e la modifica del clima, con un aumento drammatico della siccità. Inoltre, i residui chimici delle coltivazioni del cotone hanno causato un danno irreversibile alla flora e alla fauna. Ne sono testimoni silenziosi i grandi pescherecci ormai arrugginiti, arenati su distese di sabbia e sale un tempo fondali marini, come fantasmi in un cimitero.
Oggi l’Uzbekistan, che nel 1991 con la dissoluzione dell’URSS dichiarò la propria indipendenza, con i suoi trenta milioni di abitanti continua a dipendere da un'attività agricola di sussistenza, anche se negli ultimi anni ha avviato riforme economiche, un'apertura internazionale e lo sviluppo del turismo. D’altronde le città storiche di Samarcanda, Bukhara e Khiva, con le madrase (antiche scuole coraniche) e le moschee di piastrelle azzurre e blu, ricche di storia e di monumenti oggi patrimoni culturali di grande valore, richiamano tanti visitatori da tutto il mondo.
Gli uzbeki, che costituiscono la maggioranza della popolazione, sono in prevalenza sunniti; non sembrano affollare le moschee, ma vivono una religiosità calma che si riflette nei comportamenti della vita quotidiana, mostrando gentilezza, accoglienza e il bisogno di raccontare le proprie radici culturali da poco riconquistate. Tengono molto alla famiglia e agli eventi familiari come, ad esempio, i matrimoni, che impegnano in festeggiamenti che durano giorni. O le festività come il Navruz, il capodanno persiano che cade il ventuno di marzo e celebra, da duemilacinquecento anni, la vita.
La festa, collegata alla dottrina di Zoroastro, contrappone la luce alle tenebre, la vita alla morte, la spiritualità alla materialità: una rinascita che investe l’esistenza di tutti gli uzbeki, che in questa ricorrenza puliscono minuziosamente le case, comprano semi da piantare, preparano squisiti cibi, suonano e danzano per oltre dieci giorni in tutto il paese. Gli uzbeki sono orgogliosi della loro storia, che annovera, oltre ai grandi conquistatori, anche filosofi come Avicenna (nato a Samarcanda, che aveva letto e studiato Aristotele), i grandi architetti che costruirono moschee, madrase e mausolei, e Ulugh Beg, nipote di Tamerlano e uno dei più interessanti astronomi dell’antichità. Nel 1428, Ulugh Beg fece costruire uno straordinario osservatorio astronomico costituito da un gigantesco sestante in muratura per studiare la luna, il sole e le stelle; ciò gli consentì di compilare il catalogo “Zij-i Sultani” (noto come le tavole astronomiche di Ulugh Beg), una delle prime mappe del cielo che contiene le coordinate di 1018 stelle, la cui precisione non è stata messa in dubbio nemmeno dai moderni telesco
LeSiciliane - Casablanca
39
LIBRI
LA MAGIA DI UN ILLUSTRASCARPE Sebiana Leonardi Immaginazione e realtà, magia e ordinarietà vengono raccontate da Giuseppina Radice in “Crispino l’illustrascarpe”. Il duro, onesto lavoro e la dedizione nei confronti di quest’ultimo dominano questa storia adatta ai più piccoli e agli adulti. Entrambi ne possono trarre una visione differente della propria vita quotidiana. Crispino cresce e apprende un mestiere che gli consente di stare a stretto contatto con le persone: riesce a capire chi si trova davanti solo guardando le sue scarpe. Ne comprende passioni, bisogni, desideri e tratti della personalità. Ogni essere umano mostra in superficie una parte di se stesso e soltanto i più attenti, come Crispino, riescono a captarla. La magia in questo racconto viene espressa attraverso la profonda devozione nei confronti di comunissime scarpe. Le scarpe parlano, hanno delle storie alle spalle e personificano i loro proprietari. Crispino le ascolta, le ammira, le comprende e se ne prende cura come se fossero delle persone. Parole chiave come “potere”, “lavoro”, “onestà”, “amore” e “valori” sono evidenziate in grassetto e racchiudono quello che il racconto vuole insegnarci, e lo fanno in modo semplice e riconoscibile nelle minuzie. Importante è la riflessione scaturita dalle frasi: “sembra che alcune persone nascano per comandare su persone che scelgono di obbedire senza capire ma applaudendo” e “c’è una grande differenza tra chi è pecora per nascita e chi lo diventa per ottenere benefici”. Ognuno di noi sceglie da chi e da cosa farsi rappresentare; spesso lo fa per coscienza personale, seguita da un’attenta riflessione, altre volte invece per convenienza, altre ancora lo fa e basta. Sono
quest’impulsività e questa cieca fiducia che risultano poi essere pericolose per una comunità. Il potere può sembrare soltanto una parola significativa, ma in realtà racchiude molto di più. Può indicare spietatezza, inclinazioni e obiettivi. “Potere” è forse uno dei sostantivi più pericolosi che si possano utilizzare. A causa del potere esistono ed esisteranno scontri, guerre, minacce. La ricerca e il perseguimento di quest’ultimo sono spesso spietati e pochissime volte il termine riesce ad avere accezioni positive. Il racconto, però, si muove verso una corrente più leggera, positiva potremmo dire. La realtà viene accettata e abbracciata da Crispino, che riesce a dare dignità alle scarpe e alle loro storie. Viene amato e apprezzato da loro, viene incoraggiato, e il suo sforzo e la sua dedizione vengono premiati. Giuseppina Radice conclude il tutto con un sentimento di soddisfazione che muove in ognuno di noi una speranza che – è vero – è dura a morire, e ci spinge ogni giorno a cercare qualcosa di migliore, qualcosa da salvare.
LeSiciliane - Casablanca
40