Un nuovo ordine La Voce di Maria Dolens
Anno VI Marzo 2026

L’editoriale di questo mese presenta, ed è un fatto inedito nei quasi settanta numeri della rivista, un’intervista a una eminente personalità politica straniera, della quale, per un minimo di suspence, riveleremo il nome solo dopo l’ultima risposta, precisando sin d’ora trattarsi di un leader “non europeo”.
Quale è la sua visione della attualità internazionale?
Stiamo a mio parere vivendo in un’epoca di accentuata rivalità fra grandi potenze, ciò che si traduce nella messa in discussione dell’ordine internazionale da noi sin qui cono -
sciuto, basato sulle regole, e nella libertà concessa agli Stati più forti di prevaricare sui più deboli. Sullo sfondo di tale scenario, la tendenza collettiva nettamente prevalente è quella di adeguarsi alla nuova situazione, di ricercare formule di accomodamento in grado di evitare i problemi, confidando nella stabilità assicurata da un atteggiamento di acritico conformismo.
Il fenomeno da lei descritto, che si potrebbe sinteticamente definire di “ricerca di un ordine nuovo” rappresenta una fase di transizione, destinata prima o poi a rientrare, o qualcosa di più grave e profondo?
IN QUESTO NUMERO
04
Storie di Trentini nel Mondo Un 2026 pieno di iniziative
06
La tregua olimpica tra mito e realtà Un appello inascoltato
08
Servizio civile all’Archivio Disarmo Il realismo della Pace
Direttore responsabile
Marcello Filotei marcello.filotei@fondazionecampanadeicaduti.org
Iscrizione al Registro degli Operatori di Comunicazione n. 35952

Come sopra ricordato, dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi, vale a dire per 80 anni, ha prevalso l’ordine internazionale basato sul rispetto delle regole.
Tutti noi abbiamo aderito alle istituzioni di quel sistema, lodato i suoi princìpi e beneficiato della sua prevedibilità. Lo abbiamo fatto pur sapendo che, almeno in parte, si trattava di una situazione di equilibrio comunque precario, dal momento che i Paesi “forti” si sarebbero inevitabilmente sottratti dal sistema allorquando lo stesso avesse, a loro giudizio, perso il carattere di convenienza. Di conseguenza, anche in un passato recente il diritto internazionale è stato applicato, a ben vedere, con rigore variabile, a seconda dell’identità del colpevole e della vittima.
Abbiamo a lungo partecipato a certi rituali, evitando di denunciare le discrepanze esistenti fra le dichiarazioni retoriche e la realtà dei fatti. A questo punto dobbiamo riconoscere che il sistema ha smesso di funzionare e che - per rispondere con franchezza alla sua domandaci troviamo di fronte a una vera e propria frattura e non a una semplice fase di transizione.
Ritorniamo all’atteggiamento delle grandi potenze. Come lo stesso è cambiato, quali i fattori di maggiore discontinuità?
Le grandi potenze hanno iniziato a usare la integrazione economica come arma, i dazi come leva, le infrastrutture finanziarie come coercizione e le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare.
Le istituzioni multilaterali, si chiamino esse Nazioni Unite, Organizzazione mondiale del Commercio o Conferenza delle parti sul cambiamento climatico, sono sotto minaccia di obsolescenza e molti membri della comunità internazionale sono ormai tentati di risolvere i loro problemi attraverso l’acquisizione di una maggiore autonomia strategica nazionale.
Un mondo di fortezze individuali sarebbe, però, più povero e fragile e meno sostenibile. Gli investimenti collettivi, oltre a essere più efficaci e resilienti, risultano anche di gran lunga più economici rispetto agli individuali. Le complementarietà rappresentano sempre esercizi a somma positiva.
Che ne è dei “valori” sui quali avevamo costruito, dal secondo dopoguerra sino, dobbiamo a questo punto riconoscere, a ieri, il nostro sistema di relazioni internazionali? Di fronte alla situazione in forte trasformazione che stiamo osservando, chi ha interesse a difenderli e a sostenerne la validità anche per il futuro?
Immagino si riferisca a princìpi quali la sovranità nazionale, l’integrità territoriale, il divieto dell’uso della forza (eccettuati i limitati casi in cui la Carta ONU lo rende possibile), il rispetto dei diritti umani. Insomma, quello che io definisco il “realismo basato sui valori”. Personalmente ritengo essenziale che siano soprattutto le “potenze intermedie” a rimanere fedeli agli stessi, mantenendo una solida rete di collaborazione in campo economico e finanziario, nel commercio, nella cultura, oltre che - ov-
viamente - per quello che riguarda la soluzione dei principali dossier dell’attualità politica. Se tali stati agissero in ordine sparso, magari spinti da un mal riposto senso di sovranità, rischierebbero di collocarsi in una situazione di totale subordinazione alle grandi potenze che, esse si, possono permettersi di agire da sole, al di fuori di ogni concertazione. Se riusciremo nel proposito di agire insieme, il potere della legittimità, dell’integrità e del rispetto dei diritti, in una parola la supremazia delle “regole” resterà forte e risulterà anche in grado di difendersi dalle minacce esterne.
Per concludere, quali potrebbero essere le priorità per uscire dal tunnel delle incertezze e guardare con maggior ottimismo al futuro?
Posso cercare di identificare alcune direttrici di marcia. Smettere di invocare un ordine internazionale basato su regole ormai obsolete. Iniziare ad applicare gli stessi standard ad alleati e rivali, per tutelare la nostra credibilità. Dare prova di creatività in materia di accordi e istituzioni, concentrandosi su formule in grado di funzionare concretamente. Non rimpiangere il “vecchio ordine”, sia perché comunque destinato a non ritornare in vita sia perché la nostalgia del passato non ha mai rappresentato una efficace strategia alternativa. Riflettere, infine, sul fatto che proprio da una “frattura” (e qui richiamo la mia definizione di inizio intervista) può emergere un sistema addirittura migliore, in quanto più solido e più giusto.

Sciogliendo a questo punto la riserva, la personalità di cui è stato riportato il pensiero è il Premier canadese Mark Carney, da meno di un anno alla guida del governo di Ottawa. Ovviamente, non di “intervista” si tratta (anche se il vostro editorialista ne sarebbe stato molto lusingato…) ma della riproduzione, fedele anche se abbreviata e adattata a un virtuale esercizio di domanda e risposta, del discorso da lui pronunciato ad inizio febbraio al World Economic Forum di Davos. Un intervento oggetto di grande attenzione e di pressoché unanime apprezzamento da parte di governi e opinioni pubbliche, in particolare europee, per il fatto di rappresentare un messaggio decisamente diverso, e per tanti versi antitetico, rispetto a quelli provenienti, in parallelo, da un’altra capitale nord- americana. Anche a noi - ragione per la quale ce ne siamo qui in un certo senso “impadroniti” - non sfugge la positività del
messaggio di Carney. Riassumendone i tratti essenziali, la ricerca di un equilibrio fra “un vecchio e un nuovo mondo”, il ruolo che le cosiddette “medie potenze” possono esercitarvi senza rinnegare il principio delle regole e, infine, la necessità per le stesse di contrastare le oggi diffuse tendenze autoritarie e antidemocratiche attraverso efficaci meccanismi di cooperazione rafforzata.
Il mandato operativo così delineato tanto per l’Europa come per altri Paesi like minded rappresenta, a ben vedere, sia un incentivo a non abbassare la guardia sia una ventata d’ottimismo, fattori, l’uno e l’altro, non solo apprezzabili ma addirittura necessari nel particolare momento storico in cui stiamo vivendo.
Il Reggente, Marco Marsilli
Un 2026 pieno di iniziative
La collaborazione con l’Associazione Trentini nel Mondo, nata nel 1957 con finalità di solidarietà sociale e come strumento di aggregazione e assistenza per i migranti trentini e per i loro discendenti, ci ha portato spesso a ospitare storie di discendenti di trentini emigrati che hanno posto l’accento su quanto la loro origine li abbia indirizzati e influenzati nella vita. In questo caso, a inizio anno, abbiamo chiesto a Maurizio Tomasi, direttore della rivista «Trentini nel Mondo» di anticiparci le iniziative dei prossimi mesi.
Una storia come tante altre, ma che racconta un mondo distante e allo stesso tempo vicino, il tempo presente e anche il passato e come tutto questo messo insieme crei il legame con la terra d’origine dei nostri antenati.
«Il 2026 sarà un anno ricco di appuntamenti significativi»: lo ha scritto la presidente della Trentini nel Mondo, Maria Carla Failo, in apertura del suo editoriale pubblicato sul primo numero del 2026 del periodico dell’Associazione. Nell’anno appena iniziato ricorrono infatti tre significativi anniversari: il 150° dell’emigrazione in Argentina, il 75° dell’emigrazione in Cile e il 70° della tragedia di Marcinelle in Belgio. A ognuno di questi la Trentini nel Mondo dedicherà delle iniziative.
Nello specifico per il 150° anniversario di emigrazione nella terra argentina sono al momento già un paio i momenti che vedranno l’Associazione presente nel Paese sudamericano: uno ad aprile presso il Circolo di Chajarì, nella provincia di Entre Rios, luogo di arrivo dei primi emigrati trentini nel 1876, e uno a ottobre, per la data ufficiale dell’inizio dell’emigrazione nel Paese. Ma anche in Trentino l’Associazione non mancherà di ricordare questa parte tanto importante della storia dell’emigrazione locale.

L’evento al quale già si sta lavorando, che si terrà il 9 maggio presso il teatro di Vezzano in Valle dei Laghi, è un concerto di chamamé, la musica popolare del nord-est argentino, che avrà come protagonisti due grandi chitarristi del panorama mondiale, l’argentino Facundo Rodriguez (discendente di trentini emigrati da Levico) e il brasiliano Yamandu Costa. In questo caso Trentini nel Mondo collaborerà con l’Associazione ArteLaghi. Agli anniversari appena citati si aggiungono tanti altri momenti e incontri, come la
Convention Ittona in programma dall’8 al 12 ottobre a Denver in Colorado (Usa), l’appuntamento che ogni due anni riunisce i Circoli trentini di Stati Uniti e Canada, giunta alla ventiseiesima edizione. Sempre in ottobre, dall’1 al 3, a Lavis si svolgerà il convegno internazionale intitolato «Generazione futuro», promosso da Eza (Europäische Zentrum für Arbeitnehmerfragen) e Unaie (Unione Nazionale Associazioni di Immigrazione ed Emigrazione) e organizzato dalla Trentini nel Mondo, tradizionale evento autunnale
nella programmazione dell’Associazione, che si propone come occasione di riflessione approfondita su temi di attualità del mondo del lavoro: quest’anno il focus sarà sulla «generazione Z» e si ragionerà su come rafforzare il ruolo delle giovani generazioni nelle organizzazioni dei lavoratori.
Due iniziative rivestono poi una particolare rilevanza in chiave associativa. Il primo è il «Corso di italiano residenziale in Trentino» della durata di tre settimane, dal 2 al 20 marzo. I dodici partecipanti, tutti discendenti di emigrati trentini, residenti all’estero, sono stati selezionati attraverso un apposito bando. Il corso prevede 60 ore di insegnamento linguistico, due escursioni di una giornata in Trentino, due laboratori di approfondimento a settimana, possibilità di partecipare ad attività formative in ambito professionale. Organizzato in collaborazione con Ufte (Unione Famiglie Trentine all’Estero) il corso è finanziato dalla Provincia autonoma di Trento attraverso il Servizio coesione territoriale politiche abitative e valorizzazione del capitale sociale trentino all’estero.
L’altra iniziativa è l’incontro formativo per i diciotto Coordinatori dei Circoli dell’Associazione, provenienti da Argentina, Australia, Benelux, Brasile, Canada, Cile, Germania, Messico, Paraguay, Stati Uniti e Uruguay, che saranno in Trentino dal 6 all’11 luglio. La figura del Coordinatore è stata introdotta nello Statuto dell’Associazione Trentini nel Mondo in occasione dell’assemblea annuale del 2012 e pensata per facilitare e favorire i rapporti e i contatti tra i soci, i circoli e l’Associazione, attribuendo loro la funzione di «antenna della Trentini nel Mondo sul territorio, capace di recepire e ritrasmettere i segnali che provengono dalle varie realtà sociali, culturali ed economiche dei Paesi in cui si trova ad operare».

La fitta agenda del 2026 è una prosecuzione di quella dell’anno appena trascorso, che è stato altrettanto «ricco di appuntamenti significativi», a cominciare dal 150° anniversario della grande emigrazione verso il Brasile, che ha dato lo spunto alla Trentini nel Mondo per organizzare un viaggio che dal 22 maggio al 9 giugno ha portato gli oltre trenta partecipanti a visitare diciannove Circoli trentini in tre diversi Stati del Brasile (Rio Grande do Sul, Santa Catarina e San Paolo), nei quali le comunità di origine trentina sono numerose e molto attive. Il gruppo ha così avuto la possibilità di sperimentare l’entusiasmo e il calore con cui i discendenti trentini in Brasile accolgono coloro che arrivano dalla terra d’origine dei loro avi, facendolo sentire immediatamente fra amici, come a casa.
Come è stato riferito nel numero speciale della rivista dell’Associazione dedicato al viaggio, i tre aggettivi maggiormente usati dai partecipanti per descriverlo sono stati «emozionante, interessante e coinvolgente». I pareri sono stati raccolti tramite un questionario, dal quale risultano trentatré diversi aggettivi, tutti positivi.
«Emozionante» ha prevalso su tutti. Altri aggettivi ricorrenti sono «istruttivo, culturale, indimenticabile, sorprendente, formativo, educativo». C’è stato chi lo ha definito «bellissimo, fantastico, intenso, spettacolare e stupendo». Per altri è stato «affascinante, avventuroso, caloroso, commovente, illuminante, informativo, memorabile, rievocativo, rivelatore, significativo». Gli incontri con i Circoli sono stati di sicuro all’origine di aggettivi quali «allegro, amichevole, condiviso, nostalgico, solidale».
Il questionario chiedeva anche di indicare quale fosse stato il momento o l’evento più emozionante. La risposta che riassume tutte le risposte fornite è: «ogni incontro con le persone in ogni singolo posto». C’è stato chi ha segnalato alcuni momenti precisi, come la piantumazione del Bosco delle radici del 10 giugno a Nova Trento, l’alzabandiera il 2 giugno a Blumenau, l’esibizione dei gruppi italiani folcloristici a Florianopolis, «l’inno dell’emigrante cantato in modo stupendo dal coro Stella Alpina nella chiesa di Sant’Olimpia, che nel ritornello raccontava del sogno svanito del ritorno a Romagnano».
LA TREGUA OLIMPICA
TRA
MITO E REALTÀ
Un appello inascoltato
Le olimpiadi affondano le loro radici in un intreccio di religione, mito e identità culturale che risale all’antica Grecia. Nate a Olimpia nel 776 avanti Cristo, le gare atletiche non erano soltanto competizioni sportive, ma riti solenni dedicati a Zeus, il sovrano degli dèi. Nel santuario del Peloponneso, ai piedi del grande tempio che custodiva la celebre statua scolpita da Fidia, atleti e spettatori si riunivano sotto il segno di un culto condiviso. Il legame con l’Olimpo — la montagna ritenuta dimora delle divinità — non era geografico ma simbolico: i Giochi celebravano le divinità olimpiche e riflettevano l’idea che l’agonismo umano si svolgesse sotto lo sguardo degli dèi, in un equilibrio tra competizione e sa -

cralità. Basterebbe questo a segnare la distanza tra l’idea di competizione dei greci e quella del nostro tempo. Certo le olimpiadi non sono la Champions League o il basket NBA, dove l’idea di sport ha lasciato il posto a quella dello spettacolo e la competizione non ammette nessuna sacralità, ma l’intreccio tra religione, mito e identità non sembra più regnare nemmeno sotto la bandiera con i cinque cerchi. Tuttavia sarebbe un errore cadere nella retorica dei bei tempi andati continuando a ripetere che le guerre venivano interrotte per garantire lo svolgimento dei giochi, in primo luogo perché non è mai accaduto.
La tregua olimpica sicuramente è esistita ed è un principio antico che ha attraversato i secoli fino a diventare uno strumento simbolico di Pace nelle relazioni internazionali. Ma non ha mai portato alla sospensione dei conflitti su ampia scala. La tradizione della ekecheiria era strettamente legata allo svolgimento dei giochi di Olimpia. La tregua era proclamata prima e durante la competizione con l’obiettivo di garantire la sicurezza di atleti, spettatori e viaggiatori che si recavano all’evento e poi facevano ritorno alle loro città. Non ha mai portato alla cessazione completa di tutte le guerre in tutta la Grecia — come spesso viene raffigurato in modo idealizzato — ma piuttosto a un periodo durante il quale tutte le inimicizie pubbliche e private dovevano cessare almeno per proteggere il passaggio degli atleti e degli appassionati.
Varie fonti sottolineano che la sua applicazione effettiva dipendeva dalla buona volontà delle città-stato. Nonostante fosse un principio riconosciuto, non vi era un potere centrale forte in grado di farlo rispettare rigidamente, e in almeno un caso è storicamente provato che non fu osservata. Si trattava quindi soprattutto di un lasciapassare religioso e civile. Araldi sacri viaggiavano per annunciare l’imminenza dei giochi, e durante questo periodo le ostilità dovevano essere sospese per consentire un ambiente di Pace relativo. La tregua proteggeva il territorio, dove si tenevano le gare e impediva che gli atleti o i loro familiari fossero attaccati durante il viaggio. La sua durata variava, nel tempo e nella pratica, in base alle esigenze logistiche per consentire a chi voleva farlo di raggiungere Olimpia e poi di tornare alle rispettive città.
Con la rinascita dei Giochi Olimpici nel 1896, l’ideale di unità tra i popoli fu rilanciato, ma la tregua non fu immediatamente adottata come pratica internazionale.

Fu solo nel XX secolo che il concetto antico fu formalmente recuperato e attribuito a uno scopo moderno di promozione della Pace. Nel 1992 il Comitato Olimpico Internazionale (Cio) invitò ufficialmente gli Stati del mondo a osservare la tregua in occasione dei giochi, riprendendo la tradizione dell’ekecheiria. Un passo fondamentale in questa direzione fu la Risoluzione 48/11 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 25 ottobre 1993, con la quale si invitavano formalmente gli Stati membri a rispettare la tregua dal settimo giorno prima dell’inizio dei Giochi olimpici fino al settimo giorno dopo la chiusura delle Paralimpiadi. Da allora, ogni due anni l’Assemblea Generale adotta una risoluzione che riafferma l’ideale della tregua, spesso con ampio consenso e numerose sponsorizzazioni, ma, come nell’antichità, senza gli strumenti per farla rispettare.
Negli anni successivi sono state avviate iniziative istituzionali coordinate dal Cio e dall’Onu per dare sostanza all’idea di tregua. Tra queste quella del 1998, quando il Cio iniziò a esporre la bandiera delle Nazioni Unite in tutti i siti di competizione dei Giochi e si crearono strutture dedicate alla promozione della sospensione dei conflitti, come l’International Olympic Truce Foundation e l’International Olympic Truce Centre.
Nel mondo moderno, va ricordato, il significato della tregua olimpica non è quello di imporre un cessate il fuoco legalmente vincolante — cosa che non è possibile attraverso una risoluzione dell’Onu — ma piuttosto quello di esprimere un forte messaggio simbolico di Pace, dialogo e cooperazione internazionale. L’obiettivo, come dichiarato dal Palazzo di Vetro e dalle istituzioni olimpiche, è mobilitare soprattutto i giovani attorno ai valori di amicizia, rispetto e solidarietà, utiliz-

zare lo sport come mezzo di dialogo tra comunità in conflitto e creare finestre di opportunità per la riconciliazione.
Nel corso degli ultimi decenni la tregua olimpica è stata più volte riaffermata in sede internazionale, anche con larga partecipazione di Stati membri. Nel novembre 2025 l’Assemblea Generale dell’Onu ha adottato una risoluzione sulle tregue in vista dei Giochi Invernali di Milano-Cortina 2026, sostenuta da oltre 165 Paesi. Questa risoluzione, coerente con gli appelli precedenti, chiede uno stop alle ostilità durante un periodo di circa sette settimane attorno ai Giochi, invitando gli Stati a garantire sicurezza e accesso libero alle competizioni.
Nonostante questo consenso formale e simbolico, gli appelli alla tregua non sono sempre stati rispettati nella pratica. Ad esempio, durante le Olimpiadi Estive del 2024 a Parigi significative campagne diplomatiche chiedevano l’osservanza del principio, ma alcuni conflitti armati nel mondo sono proseguiti senza sosta. Similmente, nell’edizione del 2022 i richiami alla tregua non impedirono l’escalation della guerra in Ucraina, anzi la continua violenza fu uno dei fattori che portarono all’esclusione di atleti russi e bielorussi da alcune competizioni successive.
È chiaro quindi che la tregua olimpica, sebbene rivestita di forte carica simbolica e consenso internazionale, ha una efficacia limitata come strumento pratico di cessate il fuoco nelle situazioni di conflitto armato. Essa resta piuttosto un appello morale e politico che richiama l’attenzione sul potenziale dello sport come fattore di coesione umana. Questo appello, però, sembra cozzare non solo contro interessi politici e strategie militari non orientabili attraverso semplici sollecitazioni morali.
La tregua olimpica rappresenta una delle utopie più antiche, che vede lo sport come veicolo di ideali legati alla correttezza e al confronto leale. La nostra epoca sembra avere svanito questa idea di competizione, in particolare in alcune discipline nelle quali riuscire a infrangere le regole senza essere sanzionati viene considerato addirittura un talento. Resta il fatto che dal suo modesto ruolo logistico ricoperto nella Grecia antica al suo rilancio internazionale nel XX secolo, la tregua olimpica è diventata un simbolo delle aspirazioni di Pace e di dialogo tra i popoli. Una sorta di inascoltato memento che non è mai stato recepito a pieno, nemmeno nell’antichità.
SERVIZIO CIVILE ALL’ARCHIVIO DISARMO
Il realismo della Pace
Chi aveva scelto di svolgere il servizio civile all’Archivio Disarmo lo aveva fatto per convinzione ideale. La Pace appariva come un orizzonte limpido, quasi un’immagine morale: dialogo, riconciliazione, rifiuto della guerra. E invece, il primo giorno, tra le mani finirono riviste specialistiche che parlavano di sistemi d’arma, di caratteristiche tecniche, di costi di produzione, di bilanci militari. Dossier dettagliati spiegavano come fossero costruiti determinati armamenti, quanto incidessero sulle spese pubbliche, quali industrie li producessero e in che modo quelle stesse fabbriche avrebbero potuto essere riconvertite a uso civile. Fu uno scarto inatteso. Non un tradimento dell’ideale, ma il suo primo banco di prova.
In quelle stanze romane dell’istituto fondato nel 1982, la Pace non era evocata come parola consolatoria. Veniva trattata come oggetto di studio. Comprendere le dinamiche dei conflitti, analizzare l’economia della difesa, conoscere il commercio degli armamenti: questo il punto di partenza. L’idealismo trovava così un elemento di realismo capace di renderlo più solido, più concreto. Non bastava dire “no” alla guerra; occorreva sapere di cosa si stava parlando.
Tra le figure che segnarono quell’esperienza vi fu il senatore Luigi Anderlini, tra i fondatori di Archivio Disarmo. Elegante nei modi, divertito dall’entusiasmo ingenuo dei giovani, esigente nel metodo, Anderlini insisteva su un punto: la conoscenza è condizione indispensabile per la Pace. Non una formula, ma un criterio operativo. Sotto la sua guida l’istituto cominciò a costruire una biblioteca specializzata, sviluppò il Sistema Informativo a Schede — poi divenuto “IRIAD Review” — e produsse rapporti di ricerca che avrebbero alimentato il dibattito pubblico.
Le giornate trascorrevano tra l’analisi delle spese militari, lo studio delle missioni internazionali, l’esame delle politiche di controllo degli armamenti. Si imparava che dietro ogni conflitto vi sono dinamiche economiche, interessi strategici, equilibri geopolitici complessi. E si comprendeva che parlare di riconversione industriale non era un’utopia astratta, ma una questione concreta.
La Pace non era soltanto un sentimento, ma una categoria analitica e operativa. Richiedeva competenza, dialogo con università e istituzioni, confronto internazionale. Archivio Disarmo ha negli anni collaborato con centri di ricerca italiani ed esteri, offrendo studi utilizzati anche

da enti pubblici, contribuendo a formare generazioni di studenti e giovani ricercatori attraverso tirocini, stage e Servizio Civile Universale.
Un capitolo essenziale della sua attività era ed è il Premio giornalistico “Colombe d’Oro per la Pace”, istituito nel 1986. In quelle occasioni si toccava con mano il legame tra informazione e responsabilità civile. Quando nel 1991 fu premiato, tra gli altri, Igor Man, editorialista de «La Stampa», si ebbe la percezione che comprendere un conflitto attraverso parole competenti significasse già sottrarlo alla superficialità.
A distanza di anni, il ricordo di quel primo impatto con le riviste tecniche conserva una forza simbolica. L’idealista che era entrato pensando alla Pace come a un’idea quasi disincarnata, uscì con la consapevolezza che ogni ideale, per restare vivo, deve accettare la prova della realtà. La Pace, allora, diventa progetto culturale, responsabilità civile, esercizio quotidiano di conoscenza. Un cammino nel quale il sogno non viene abbandonato, ma sostenuto dalla concretezza dei fatti. Quello che accade alla Campana dei Caduti.