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La Voce di Maria Dolens - n.67 Febbraio 2026

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Mensile della Fondazione Campana dei Caduti

Non tutto è perduto La Voce di Maria Dolens

Anno VI Febbraio 2026

L’osservazione della attualità internazionale ci porta a riconoscere che i motivi di preoccupazione a fronte del progressivo disgregarsi dei principi sui quali era stato costituito, a partire dal 1945, un ordine mondiale in grado di evitare il ripetersi degli orrori dei due conflitti mondiali, appaiono, purtroppo, giustificati da una serie di recenti eventi.

Partendo dalle due principali aree di crisi, la medio orientale e la russo/ ucraina, è certamente vero che nella prima la drammatica conflittualità dei mesi scorsi ha assunto caratteri di minore ampiezza, ma non per questo può ritenersi definitivamen-

te superata, in assenza di una precisa timetable sugli interventi di ricostruzione dei territori (in primis la striscia di Gaza), il disarmo di Hamas ed il ritiro dell’esercito israeliano e, soprattutto, sulle fasi di attuazione di quel sistema dei «due popoli e due Stati», che nelle valutazioni politiche più lungimiranti appare la sola soluzione suscettibile di condurre israeliani e palestinesi alla tanto agognata pacificazione a lungo termine.

Nella seconda continuano sostanzialmente inalterati i combattimenti sul terreno e gli attacchi alle città ucraine da parte dei missili e dei droni russi all’interno di un conflitto che è oramai prossimo ad entrare

IN QUESTO NUMERO

04

Il Forum trentino per la Pace e i diritti umani

Lo sforzo congiunto di istituzioni e società civile

06

Il Carter center di Atlanta

La diplomazia della società civile

08

La Fiamma Olimpica alla Campana dei Caduti

Direttore responsabile

Marcello Filotei marcello.filotei@fondazionecampanadeicaduti.org

Iscrizione al Registro degli Operatori di Comunicazione n. 35952

nel quinto anno di durata, un tempo superiore - per rendere l’idea - a quello compreso fra il 1941 ed il 1945 della guerra fra la Germania nazista e l’allora Unione Sovietica.

Gli sforzi della comunità internazionale, con la attiva (anche se spesso discordante) partecipazione degli Stati Uniti e dei Paesi europei, riuniti nella coalizione cosiddetta dei “volenterosi”, sono in particolare mirati ad affrontare i due aspetti probabilmente più ostici della architettura post-conflitto. Si tratta, da un lato, della identificazione delle possibili “regioni” ucraine da assegnare, in un futuro assetto concordato, alla Federazione Russa e, dall’altro, delle “garanzie di sicurezza“ da fissare a favore di Kyev allo scopo di scongiurare, nell’avvenire, nuove rivendicazioni di Mosca, territoriali o di altra natura, nei confronti del Paese confinante. Nonostante i canali di dialogo fra i negoziatori del presidente Putin e gli omologhi “occidentali” rimangano aperti - fattore, questo ultimo, certamente positivo e importante - il percorso da compiere appare ancora lungo e disseminato di ostacoli.

Allargando ulteriormente il campo di analisi permangono altresì irrisolti molti di quei conflitti che potremmo definire “a carattere regionale”, inseriti dai competenti servizi delle Nazione Unite in un lungo elenco, formato da una cinquantina di distinte aree di crisi. Ad alcune di esse (vedasi il contenzioso sino/pakistano) qualsiasi etichetta “locale” va, in realtà, molto stretta, per le evidenti ben più vaste implicazioni di carattere geo-politico che vi sono collegate. La lista non sarebbe, beninteso, completa senza l’Iran, il cui accostamento a una polveriera minacciata di esplosione appare pienamente

rispondente alla gravità degli scontri in atto fra i manifestanti anti- governativi e le forze di polizia al servizio del regime degli Ayatollah impegnate in feroci attività di repressione. Qualora, come da talune fonti evocato, “attori esterni” si sentissero in dovere di intervenire a loro volta, ci troveremmo di fronte a una escalation difficilmente controllabile.

Al consistente numero di casi critici appartiene ormai da qualche settimana, dopo cioè l’intervento militare americano, anche il Venezuela. Gli eventi del 3 gennaio che hanno portato al “rapimento” del presidente Maduro e al suo forzoso trasferimento a Washington per essere tradotto davanti ad un tribunale statunitense per reati di narco-terrorismo, hanno formato oggetto di ampie (e, inevitabilmente, discordanti) interpretazioni da parte di governi, analisti politici e media mondiali. Per quanto ci riguarda, a sintetico commento del “blitz” militare a stelle e strisce evidenziamo una rinnovata, profonda preoccupazione di fronte all’incessante attacco cui sono sottoposti, ormai da qualche tempo, i princìpi alla base dei rapporti inter-statuali (fra i quali rientrano il rispetto della sovranità, l’inviolabilità dei confini, la “non ingerenza” negli affari interni e altri) ereditati dal secondo dopoguerra.

Forma infatti corollario obbligato di quell’arbitrio del più forte che sembra, purtroppo, destinato a consolidarsi nei rapporti internazionali, l’esplicito riconoscimento della prevalenza delle armi sulla diplomazia, uno scenario che i padri delle Nazioni Unite avevano a tutti i costi voluto evitare attraverso la creazione di un sistema multilaterale avente nel “Palazzo di Vetro” il principale punto di riferimento. Per rimanere nel campo de -

© Randy Tarampi

gli Stati Uniti, appare emblematico a questo riguardo l’intervenuto loro ritiro, in coincidenza con il secondo mandato del presidente Trump, da ben 66 organizzazioni internazionali, la metà delle quali collegate alle Nazioni Unite.

Sono peraltro dell’avviso che la scoraggiante analisi sin qui condotta non debba impedirci di valorizzare l’emergere (o la conferma dell’esistenza) di qualche “luce” nel panorama internazionale, anche a dimostrazione del fatto che le democrazie sono in grado, se fondate su solidi presupposti di credibilità e condivisione, di opporre efficaci “anticorpi” al profilarsi di minacce illiberali e antidemocratiche.

In tale spirito, desidero sottolineare sinteticamente i “comportamenti virtuosi” in cui si sono distinti nel corso del 2025 alcuni membri della comunità di Stati, escludendo volutamente da tale classifica i membri dell’ Unione Europea.

Nell’elenco inserisco certamente il Canada, in grado di resistere, grazie anche all’operato del nuovo Premier Mark Carney, alle pressioni di vario genere esercitate dal potente vicino meridionale, senza rispondere alle provocazioni o replicarvi con argomentazioni populiste. Vi aggiungo la Moldova, i cui abitanti hanno respinto le lusinghe provenienti dalle forze politiche più nazionaliste, scegliendo attraverso le recenti elezioni la strada dell’ulteriore avvicinamento all’Europa. Menzione speciale anche per la Corea del Sud, un anno fa minacciata

da un presidente autoritario di misure repressive quali l’imposizione della legge marziale e la chiusura del Parlamento, e ora, grazie alla massiccia mobilitazione della propria popolazione, ritornata in pieno sul percorso democratico. Dal Sud America ci proviene l’esempio del Brasile, Paese che ha a sua volta saputo assicurare il rispetto degli esiti delle urne, prendendo le distanze dai tentativi di sovvertire l’ordine costituito, mettendo anche in atto una efficace politica di difesa della foresta amazzonica. Rimanendo nello stesso continente e limitatamente al contesto economico anche l’Argentina ha titolo a essere inserita fra i “virtuosi”, per il drastico contenimento dell’inflazione (passata dal 211 al 30 pc), il forte ridimensionamento degli indici di povertà (meno 21 punti nel 2024) e, più in generale, l’ormai consolidato processo di liberalizzazione della propria economia.

L’auspicio, credo condivisibile, è che nel corso del 2026 all’inserimento in detta lista possano legittimamente aspirare ulteriori Paesi, provenienti anche da aree geografiche a forte connotazione di rischio. Secondo osservatori qualificati, una possibile new entry sarebbe rappresentata dalla Siria, che da un anno a questa parte, dopo il defenestramento di Bashar al- Assad, ha mostrato concreti segnali di collaborazione tanto con Stati Uniti ed Europa che con i vicini di area. Un comportamento suscettibile, auspicabilmente, di tradursi in un positivo precedente per altri.

Il Reggente, Marco Marsilli

Voce di Maria Dolens

IL FORUM TRENTINO PER LA PACE E I

DIRITTI UMANI

Lo sforzo congiunto di istituzioni e società civile

Avviamo in questo numero una collaborazione con il Il Forum trentino per la Pace e i diritti umani, una realtà che lavora sul territorio a difesa e promozione degli stessi valori rappresentati da Maria Dolens. Per questo primo articolo abbiamo chiesto al presidente, Antonio Trombetta, di introdurci all’attività dell’organizzazione.

Il Forum trentino per la Pace e i diritti umani (più semplicemente “ForumPace”) è un organismo del Consiglio provinciale ed è stato istituito dalla legge provinciale n. 11 del 1991, che si intitola: «Promozione e diffusione della cultura della Pace».

Con questa norma la Provincia autonoma di Trento — in coerenza con i principi costituzionali che sanciscono il ripudio della guerra come mezzo di

risoluzione delle controversie internazionali, la promozione dei diritti umani, delle libertà democratiche e della cooperazione internazionale — riconosce nella Pace un diritto fondamentale degli esseri umani e dei popoli e decide di impegnarsi in suo favore.

Si tratta di un’istituzione unica nel panorama italiano, che si caratterizza per il tentativo di mettere insieme la società civile con la parte istituzionale (gli organi politici della Provincia), fa-

cendoli dialogare e collaborare. L’assemblea di ForumPace, organo fondamentale di funzionamento, è, infatti, composta dalle associazioni che sul territorio si occupano di iniziative nel campo dei diritti umani, della cooperazione e dello sviluppo internazionale, della difesa popolare non violenta, della Pace, del disarmo, del servizio civile. Insieme a loro sono presenti i più alti responsabili istituzionali: i presidenti della Provincia e del Consiglio provinciale e tre consiglieri provinciali. Sono, inoltre, rappresentati i comuni e gli enti di ricerca e formazione (la Fondazione Museo storico del Trentino, il Museo storico italiano della guerra, l’Università degli studi di Trento). Tra questi un posto di rilievo ha la Fondazione Campana dei caduti di Rovereto. Questa sinergia tra società civile e ente istituzionale si può realizzare anche in alcune finalità che la legge assegna al Forum, quali quelle di formulare proposte e fornire consulenze alla Giunta e al Consiglio in ordine alla promozione o alla adesione ad iniziative sulla Pace; favorire l’introduzione nei programmi delle scuole dello studio dei problemi della Pace e dei diritti; promuovere la realizzazione di sussidi didattici e audiovisivi sui problemi della Pace e della solidarietà fra i popoli, per le scuole di ogni ordine e grado; promuovere l’istituzione di borse di studio per ricerche condotte da studenti delle scuole di ogni ordine e grado e dell’Università di Trento su tematiche attinenti alla Pace e ai diritti umani. ForumPace, infine, può formulare proposte alla Giunta provinciale in relazione agli strumenti di programmazione.

L’assemblea elegge il Consiglio per la Pace e i diritti umani, che affianca il presidente nella programmazione e nella gestione delle attività, come la realizzazione di iniziative e manifestazioni di particolare interesse ai fini della cultura della Pace, della solidarietà fra i popoli e dei diritti umani.

Da sinistra Barbara Gallo, giornalista specializzata e collaboratrice di IRIAD - Archivio Disarmo, Massimiliano Pilati, ex presidente del Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, Emanuele Giordana, giornalista, presidente di Afgana e direttore editoriale del portale atlanteguerre.it, e Tehseen Nisar, collaboratrice di South Asian Democratic Forum durante l’evento dal titolo “Vent’anni dopo, vent’anni indietro?” svoltosi l’11 settembre 2021 presso Campana dei Caduti
Voce di Maria Dolens

tanti segnavia, attraverso gli archivi dei protagonisti il percorso storico dell’ideale e dell’impegno pacifista», svoltosi il 13/7/2023

La struttura operativa messa a disposizione di ForumPace è molto semplice: è composta, infatti, da un coordinatore/formatore e da una impiegata amministrativa. Attualmente si avvale della collaborazione di un volontario per la comunicazione e di alcuni giovani in servizio civile e in tirocinio curriculare universitario.

Il ristretto personale e il basso budget messo a disposizione per le attività non sono un problema grave perché la natura di ForumPace non è quella di promuovere in proprio ma quella di generare, suscitare, accompagnare l’azione di chi già si occupa di Pace e diritti. Potremmo dire che è un attivatore di potenzialità e risorse, che cerca di valorizzare quanto viene fatto e di favorire sinergie e collaborazioni.

Questo non significa che ForumPace non si impegni soprattutto su due versanti: quello della comunicazione e della promozione e quello della formazione e della sensibilizzazione. Sono innumerevoli gli interventi nelle scuole di ogni ordine e grado: dalle elementari alle superiori. Bisogna dire che la sensibilità e l’attenzione che si riscontrano nel mondo scolastico sono abbastanza alti e che la presenza del Forum è sempre più richiesta.

In merito alla comunicazione, si cura con regolarità il sito web ufficiale (https://forumPace.consiglio.provincia. tn.it) e si opera molto sui social, specialmente su Instagram. Come house organ, viene prodotta una newsletter mensile rivolta alle entità aderenti.

La sensibilizzazione è rivolta all’intera popolazione anche attraverso interventi sui giornali. I giovani sono certamente in cima alle attenzioni di ForumPace: a loro sono dedicati molti momenti di incontro, che si svolgono soprattutto in periferia. L’attenzione verso le zone più periferiche della provincia è molto elevata.

Un lavoro decisamente rilevante che ha preso avvio dopo le elezioni comunali dello scorso anno è quello che consiste nel tessere una rete di collegamenti e scambi di buone pratiche

con gli amministratori locali. Una trentina di Comuni viene seguita per portare avanti azioni di sensibilizzazione nei territori.

Dall’inizio della legislatura nel 2023 (la composizione viene interamente rinnovata a ogni cambio del Consiglio provinciale), si è deciso di coinvolgere in modo diretto le varie associazioni attraverso 6 aree tematiche: cultura (la cultura della Pace, con attenzione speciale al linguaggio), diritti e discriminazioni (lavorare per l’uguaglianza sostanziale), nuove cittadinanze (persone migranti ma non solo), Pace e disarmo (come affrontare i conflitti e risolverli senza violenza nella prospettiva della cooperazione internazionale), partecipazione, scuola e comunità (costruzione di comunità inclusive e collaborative), sostenibilità e giustizia climatica (contrastare i cambiamenti in un’ottica di equità).

A livello nazionale ForumPace aderisce alla Rete Italiana Pace e Disarmo e di volta in volta supporta le campagne che vengono attivate sui temi di competenza.

I tempi che stiamo vivendo non sono certo favorevoli alla Pace, forse ancor meno di quando è nato 35 anni fa. Questa è la sfida che ForumPace raccoglie ogni giorno, proponendosi di fare da collante per le associazioni aderenti e con le istituzioni. La stessa Fondazione Campana dei caduti è un interlocutore privilegiato per dialogare ed operare a favore della Pace.

Da sx don Mario Costalunga, cofondatore di “Beati i costruttori di pace”, padre Alex Zanotelli e Massimiliano Pilati, ex presidente del Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani, durante l’incontro «Come

IL CARTER CENTER DI ATLANTA

La diplomazia della società civile

Avolte cercare sul web realtà che lavorano sugli stessi principi che ispirano la Fondazione Campana dei Caduti porta a scoperte fruttuose. Ci sono infatti nel mondo realtà che organizzano la loro attività a partire da un principio ancora non troppo popolare, quello che intende la Pace non come una dichiarazione astratta, ma come una pratica quotidiana, misurabile, verificabile.

Quando nel 1982 l’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter fondò assieme alla moglie Rosalynn ad Atlanta il Carter Center lo fecero a partire da questa convinzione. James Earl Carter Jr., detto Jimmy aveva appena perso le elezioni per il secondo mandato alla Casa Bianca contro Ronald Reagan e, come fa spesso chi ha ricoperto cariche importanti, cominciò a lavorare con maggiore libertà di movimento, e minori poteri, su alcuni principi che gli stavano a cuore. A prescindere dal giudizio politico sul suo operato da presidente, oggi è interessante verificare la struttura e i risultati dei Peace Programs avviati dal Carter Center che, così come documentati sul sito ufficiale dell’ente, rappresentano un articolato esempio di intervento non governativo nel campo della prevenzione dei conflitti e della stabilizzazione politica. L’azione del centro si fonda su un presupposto chiaro e costantemente ribadito

nei suoi documenti: la Pace duratura non può esistere senza diritti, partecipazione politica e stato di diritto. Per questo, sin dalla sua nascita, il Carter Center ha scelto di operare in contesti segnati da transizioni fragili, crisi istituzionali o conflitti irrisolti, sviluppando programmi che intrecciano osservazione elettorale, promozione delle libertà civili, accesso alla giustizia e mediazione. Secondo quanto riportato nei materiali ufficiali, l’organizzazione ha lavorato in più di settantacinque Paesi, con una presenza significativa in Africa, Medio Oriente, America Latina e Asia, adattando i propri strumenti a contesti politici, culturali e sociali profondamente diversi.

Uno dei pilastri storici dell’attività del Carter Center è l’osservazione elettorale internazionale. Fin dagli anni Ottanta, l’organizzazione ha contribuito a definire standard oggi largamente condivisi, monitorando elezioni presidenziali, parlamentari e referendum in Paesi attraversati da tensioni politiche o da processi di democratizzazione incompleti. Questa attività, ampiamente documentata sul sito del centro e nei report pubblicati negli anni, non si limita alla verifica tecnica delle procedure di voto, ma include valutazioni sull’accesso equo alla competizione politica, sulla libertà dei media e sulla possibilità per i cittadini di esprimersi senza intimidazioni. In tempi più recenti, il Carter Center

ha esteso questo lavoro anche ai sistemi di voto elettronico e digitale, collaborando con le Nazioni Unite e altri organismi internazionali per sviluppare metodologie di osservazione adeguate alle nuove tecnologie.

Accanto alle elezioni, il centro ha investito in modo crescente nei programmi sullo stato di diritto e sull’accesso all’informazione. La documentazione disponibile mostra come il Carter Center consideri la trasparenza un elemento essenziale della prevenzione dei conflitti: laddove i cittadini possono accedere ai documenti pubblici, conoscere le decisioni delle istituzioni e chiedere conto ai governi, diminuiscono le condizioni che alimentano violenza e instabilità. In diversi Paesi, l’organizzazione ha sostenuto riforme legislative, formato funzionari pubblici e affiancato organizzazioni della società civile impegnate nella difesa del diritto all’informazione.

Un altro asse centrale dell’attività riguarda la promozione dei diritti umani, con un’attenzione particolare ai gruppi più esposti alla violenza e all’esclusione

Jimmy Carter durante la convention del Carter Center nel 1992 a Las Vegas

I Peace Programs includono iniziative dedicate alla tutela dei difensori dei diritti umani, spesso bersaglio di intimidazioni o repressione, e programmi mirati al rafforzamento del ruolo di donne e ragazze nei processi politici e sociali. Nei documenti strategici pubblicati dal centro si sottolinea come l’inclusione di genere non sia solo una questione di equità, ma una condizione necessaria per la stabilità delle società post-conflitto. Le disuguaglianze, se ignorate, tendono infatti a riprodursi e a riemergere sotto forma di nuove tensioni.

Negli ultimi anni, il Carter Center ha riconosciuto apertamente che il contesto globale in cui opera è cambiato. Il piano strategico dei Peace Programs evidenzia la crescente diffusione di pratiche autoritarie, la crisi di fiducia nelle istituzioni democratiche e l’impatto della disinformazione, soprattutto online, sui processi politici. Per rispondere a queste sfide, l’organizzazione ha avviato collaborazioni con università e centri di ricerca, sviluppando strumenti di analisi dell’ambiente digitale e promuovendo iniziative volte a contrastare la manipolazione dell’informazione e l’odio online, considerati fattori di rischio per la Pace.

Un tratto distintivo del Carter Center, più volte richiamato nei suoi materiali ufficiali, è la scelta di operare come attore indipendente, non legato a governi o interessi geopolitici specifici. Questa posizione consente all’organizzazione di intervenire in situazioni dove la diplomazia statale incontra limiti evidenti, offrendo spazi di dialogo informale o facilitando contatti tra parti in conflitto. La storia del centro, ricostruita anche attraverso fonti enciclopediche e report pubblici, mostra come questa “diplomazia della società civile” abbia permesso di mantenere canali aperti anche in momenti di forte tensione internazionale.

Un altro elemento costante nell’approccio del Carter Center è il lavoro con partner locali. I documenti strategici insistono sulla necessità di rafforzare competenze

e capacità già presenti nei Paesi in cui il Centro opera, evitando interventi calati dall’alto. L’obiettivo dichiarato è quello di costruire processi sostenibili, che continuino anche dopo la conclusione delle missioni internazionali, lasciando alle comunità strumenti concreti per gestire conflitti, monitorare istituzioni e difendere i diritti.

Nel complesso, l’attività dei Peace Programs del Carter Center restituisce l’immagine di un’organizzazione che ha scelto di muoversi lontano dai riflettori, privilegiando la continuità e la verifica dei risultati. La Pace, nella visione che emerge dai documenti ufficiali, non è un evento spettacolare né un accordo firmato una volta per tutte, ma un lavoro lento, fatto di regole, partecipazione e fiducia. In un sistema internazionale segnato da crisi ricorrenti e da un crescente scetticismo verso le istituzioni multilaterali, il Carter Center continua a proporre una pratica della Pace fondata su dati, osservazione e diritti, rivendicando il ruolo della società civile come attore politico a pieno titolo. Esattamente come sul Colle di Miravalle si lavora ogni giorno perché nulla sia dato per scontato nella costruzione di un futuro pacifico, o almeno meno conflittuale.

La Voce di Maria Dolens

La Fiamma Olimpica alla Campana dei Caduti

Il 18 gennaio la Fiamma Olimpica ha raggiunto un luogo simbolo della Pace: la Campana dei Caduti di Rovereto, che da oltre un secolo richiama il mondo ai valori della riconciliazione e della solidarietà tra i popoli.

Il Reggente della Fondazione, Marco Marsilli, nelle vesti di tedoforo ha attraversato con la fiaccola il Viale delle Bandiere per simboleggiare il bisogno di Pace e di rispetto dei Diritti Umani di tutti i popoli del mondo. Al suo arrivo nell’Anfiteatro che ospita Maria Dolens lo attendevano il presidente della Provincia autonoma di

Trento Maurizio Fugatti, il presidente del Consiglio Provinciale Claudio Soini, l’assessore all’Istruzione, Cultura, per i giovani e per le Pari opportunità, Francesca Gerosa, e la sindaca di Rovereto Giulia Robol, insieme ad autorità civili e militari e a una folla di cittadini che hanno voluto assistere a un avvenimento inedito sul Colle di Miravalle.

L’arrivo della Fiamma è stato accompagnato dalle voci del Minicoro di Rovereto, che ha intonato l’inno olimpico di fronte alle oltre mille persone che gremivano gli spalti dell’Anfiteatro.

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