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Trump stravolge l'economia

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Trump stravolge l’economia

Perché la rivoluzione riguarda ognuno di noi di Angelo Vaccariello © Angelo Vaccariello © 2026 Burno per questa edizione Tutti i diritti riservati Collana Saggistica, 22

Progetto grafico e cover design: Sebastiano Barcaroli Impaginazione: Ruslan Viviano Correzione bozze: Salvatore Cervasio

Stampato presso Rotomail Italia S.p.A. Vignate (MI) – APRILE 2026 Burno è un marchio in esclusiva di Solone srl Via Aversana, 8 –84025 Eboli (SA) burno.it

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Trump stravolge l’Economia

perché la rivoluzione

riguarda ognuno di noi

Ai miei nonni, per i quali gli Stati Uniti furono un faro di riscatto e di speranza; una terra capace di promettere futuro e dignità.

Gli stessi Stati Uniti che oggi, forse, faticherebbero a riconoscere.

“L’America

non è mai stata semplicemente una nazione: è stata un’idea. Ed è proprio per questo che è sempre stata attraversata da contraddizioni profonde”.

Introduzione

Trump cambia le regole del gioco

Il 20 gennaio 2025 il mondo è cambiato. L’elezione di Donald Trump come quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti si sta rivelando un vero e proprio ribaltamento di paradigma.

Ma come possono le decisioni di un uomo che vive a migliaia di chilometri e che, teoricamente, non ha nulla a che vedere con l’Italia, influire sui nostri portafogli, sul nostro sistema economico e sulle nostre scelte di allocazione finanziaria?

In un mondo iperconnesso, con tutte le attività globalizzate, ciò che viene statuito alla Casa Bianca raggiunge in poco tempo anche i nostri conti correnti.

In questo libro indagheremo il fenomeno Trump; approfondiremo l’impatto delle sue decisioni sui nostri risparmi e sul nostro stile di vita e ci renderemo conto che, sebbene ci separi un oceano, gli Stati Uniti sono a un click da casa nostra.

Nella prima fase della sua Presidenza, Trump si sta muovendo come un elefante in una cristalliera sia a livello di rapporti internazionali che nella politica interna del Paese Nord Americano.

Spesso, le decisioni estere presente dal Tycoon sono proprio figlie di ciò che accade nei confini USA.

“Per distrarre l’opinione pubblica”, spiegano gli esperti che da tempo seguono le vicende americane. “No, perché The Donald (come viene chiamato dai suoi ammiratori) sta rivoluzionando il mondo come lo abbiamo conosciuto finora”, affermano coloro i quali vedono in lui una sorta di uomo della Provvidenza.

La realtà dei fatti è che Trump è una figura del caos. Uno soggetto imprevedibile che ama agire con forza anche se poi è costretto a fare marcia indietro.

È l’americano puro: l’uomo fatto tutto da solo, o almeno così piace far credere ai supporter, che con la forza dei muscoli e una volontà incrollabile non ha limiti davanti a sé.

A una specifica domanda del «New York Times» sui limiti della sua Presidenza, Trump ha risposto senza mezzi termini: “Non ho bisogno del diritto internazionale. C’è una cosa, la mia morale personale. La mia mente. Solo questo può fermarmi”1.

Come un pistolero del vecchio West, i duri che siamo abituati a vedere nei vecchi film; come un novello John Wayne, il presidente USA fa capire al mondo intero: non sfidatemi, sono pronto a fare tutto.

Egli racchiude la quintessenza della frontiera, il capitalismo senza alcun limite se non “la morale personale”, sperando sempre che essa sia presente e non ceda ai deliri autocelebrativi.

1 Intervista dei giornalisti del «New York Times» David E. Sanger e Zolan Kanno-Youngs, del 9 gennaio 2026.

È Americano in tutto e per tutto: come mangia, come parla al suo elettorale.

Nei rapporti internazionali ha mutuato l’atteggiamento dell’americano medio che, vedendo il Colosseo, pensa che tutto quello spazio potrebbe diventare un bel campo da golf nel centro di Roma.

E non si vergogna a dirlo.

Perché egli rappresenta lo yankee vero, quello del Midwest che non ha paura di dire pane al pane. Gli incontri internazionali, allora, non sono guidati dalla rigida liturgia della diplomazia, dai silenzi che dicono molto più delle parole.

No.

Trump stringe forte le mani, non ha paura di rimbrottare l’interlocutore davanti alla sua corte di fedelissimi.

Come dimenticare l’imboscata tesa a un incredulo presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, il 28 ottobre del 2025, letteralmente bullizzato dal padrone di casa e dal suo vice, J.D. Vance, che lo accusò in mondovisione di essere un ingrato nei confronti degli Stati Uniti? L’ex comico fu anche accusato di essersi vestito male e fu proprio Donald a invitarlo a presentarsi in condizioni migliori “la prossima volta”.

Non solo. Parla continuamente dei suoi successi, di quanto fantastica sia l’economia americana sotto la sua presidenza e delle famose otto guerre a cui lui ha posto fine “e ora sto lavorando per far pacificare Russia e Ucraina”.

Un atteggiamento che lascia sbigottiti gli interlocutori.

Una rivoluzione

Ogni sua apparizione pubblica, soprattutto sui palcoscenici internazionali, si trasforma in una esibizione di forza, narcisismo e di minacce.

Egli scardina i principi della diplomazia: sorrisi davanti ai fotografi, parole gentili ma chiare e rispetto per l’interlocutore.

Dalla seconda metà del Novecento fino alla sua elezione, eravamo abituati a rapporti diplomatici sempre all’insegna dell’understatement. In pubblico, i vari politici, cercano sempre di non dare segnali di mancanza di rispetto.

Fino all’avvento della seconda Presidenza Trump quando l’atteggiamento è totalmente mutato. Secondo molti analisti americani, egli si comporta come un “don”, come un membro della mafia.

Non è casuale che numerosi osservatori, in contesti diversi e indipendenti, abbiano descritto l’azione politica di Donald Trump ricorrendo alla “metafora del don”. James Comey, ex direttore dell’FBI, ha raccontato un rapporto con il presidente costruito non attorno a regole impersonali ma a richieste di lealtà personale, secondo una logica che richiama più un’organizzazione di tipo mafioso che un’istituzione democratica2.

Giornalisti investigativi come David Cay Johnston hanno parlato apertamente di un comportamento “da boss”, fondato sull’aspettativa di obbedienza assoluta e sull’uso selettivo del potere come strumento di ricompensa o punizione3.

2 James Comey, A Higher Loyalty: Truth, Lies, and Leadership, Flatiron Books, New York, 2018.

3 David Cay Johnston, The Making of Donald Trump, Melville House, New York, 2016.

Editorialisti internazionali hanno spinto la metafora fino a evocare un “Donald Corleone”4, sottolineando come l’esercizio del potere trumpiano somigli a una negoziazione permanente, priva di cornici normative condivise, in cui tutto è scambiabile e nulla è garantito. Queste immagini non vanno lette come eccessi retorici, ma come tentativi di descrivere un mutamento strutturale: il passaggio da un’economia regolata da istituzioni a un’economia governata da rapporti di forza personali.

In questo senso, la “regola del don” non è un giudizio morale su Trump, ma una chiave di lettura del suo impatto economico: quando il potere diventa personale, anche i mercati smettono di rispondere alle regole e iniziano a reagire all’arbitrio.

Diventa chiaro a tutti, allora, che ci si trova davanti a un soggetto difficilmente prevedibile che si trova a gestire e dirigere con poteri quasi assoluti la più grande potenza nucleare del mondo. Chi si sarebbe mai aspettato che la Casa Bianca avesse dato ordine di rapire il presidente di uno stato indipendente, cioè Nicolas Maduro, numero uno del Venezuela?

Utilizzo il verbo “rapire” con cognizione di causa. Molti hanno parlato di “cattura”, visto che l’ex numero uno di Caracas era inquisito dalla giustizia a stelle e strisce, ma in questo caso è evidente che le forze armate americane hanno agito per “togliere di mezzo” una persona sgradita alla presidenza americana.

E non è stato un gesto per garantire il ritorno alla democrazia. Altrimenti dovrebbero cominciare a tremare gli altri sessanta dittatori che controllano altrettanti Paesi al mondo.

4 Il giornale inglese «The Guardian» è stato il primo ad un utilizzare l’appellativo “Donald Corleone”, riferito proprio a Trump e ai suoi metodi sia nella politica interna che quella estera.

Trump come sintomo e come causa

Donald Trump può essere compreso solo se lo si considera, nello stesso tempo, come il prodotto di una crisi già in atto e come l’agente che ne modifica in profondità la traiettoria.

È sintomo di un sistema economico che ha progressivamente smesso di distribuire i benefici della crescita, di una globalizzazione che ha ampliato le disuguaglianze territoriali e sociali. Insomma è un modello fondato sulla centralità dei mercati finanziari e sulla compressione dei redditi da lavoro.

In questo contesto, la sua ascesa non rappresenta una rottura improvvisa, ma l’esito politico di squilibri accumulati nel tempo e rimossi dal discorso pubblico dominante.

Trump dà voce a una domanda di protezione che le istituzioni tradizionali non sono state in grado di soddisfare. In pratica, traduce in politica un disagio reale, anche quando lo fa in modo semplificato o strumentale.

Ma ridurlo a questo significherebbe sottovalutare il passaggio successivo, quello in cui Trump smette di essere soltanto il riflesso di una crisi e diventa uno dei suoi principali fattori di accelerazione.

Con lui, infatti, il conflitto economico non viene più mediato da regole condivise. Esso viene gestito attraverso decisioni discrezionali, negoziati bilaterali e rapporti di forza espliciti.

Il multilateralismo non viene riformato, ma svuotato; il diritto economico internazionale non viene adattato, ma aggirato; l’eccezione diventa prassi.

Il risultato non è semplicemente un cambiamento di politiche, ma una trasformazione delle aspettative su cui si fonda il funzionamento stesso dell’economia globale.

Quando il centro del sistema segnala che le regole non sono più vincolanti. A questo punto l’incertezza non è un incidente temporaneo, ma una condizione strutturale che si riflette sulle decisioni di investimento, sulle strategie delle imprese, sulla stabilità dei mercati.

Ecco perché Trump non crea ex novo l’instabilità dell’economia mondiale, ma contribuisce a renderla un elemento permanente del nuovo equilibrio, spostando il baricentro dal governo delle regole alla gestione del potere.

È qui che la distinzione tra sintomo e causa perde rilevanza analitica, perché le due dimensioni finiscono per sovrapporsi: la crisi produce Trump e Trump, a sua volta, riorganizza la crisi in un sistema più frammentato, più conflittuale e più esposto all’arbitrio politico.

Ed è per questo che la sua rivoluzione non riguarda solo la politica americana o gli assetti geopolitici, ma incide direttamente sulle condizioni materiali di famiglie, imprese e risparmiatori, chiamati a sostenere il costo di un’economia in cui la stabilità non è più un presupposto, ma una variabile negoziabile.

Ecco perché le scelte compiute a Washington possono generare una rivoluzione culturale, economica e politica anche a Roma.

Perché da tempo le economie sono strettamente collegate tra loro. Perché Trump è il numero uno di una Nazione che è stata “nume tutelare” dell’Italia sin dalla fine della seconda guerra mondiale. Anche se, per molti, il nostro Paese da qualche decennio è una colonia camuffata da Nazione amica.

Economia, la nuova frontiera dello scontro politico

Con Donald Trump l’economia non è più soltanto uno degli ambiti della decisione pubblica, ma diventa il luogo in cui lo scontro politico si manifesta nella sua forma più diretta e meno mediata. Questo non accade perché l’economia abbia improvvisamente acquisito una centralità teorica nel dibattito pubblico, ma perché le scelte economiche smettono di essere presentate come l’esito inevitabile di vincoli tecnici e tornano a essere dichiaratamente atti di potere.

Dazi, incentivi selettivi, sanzioni, minacce commerciali, pressioni sui partner e sulle imprese non sono semplicemente strumenti di politica economica: diventano messaggi politici, segnali di forza, meccanismi di disciplina.

L’economia, quindi, perde la funzione di linguaggio neutro e assume quella di campo di battaglia, perché è lì che si rendono visibili le conseguenze delle decisioni e si distribuiscono i costi del conflitto.

Trump accelera un processo già in atto, ma lo rende esplicito: non cerca di nascondere il carattere conflittuale delle scelte economiche, né di rivestirle di una retorica tecnocratica.

Al contrario, le espone, le personalizza, le utilizza come leva negoziale, trasformando il commercio, la fiscalità e perfino la sicurezza economica in strumenti di pressione politica.

Questo spostamento ha effetti che vanno ben oltre il perimetro statunitense. Quando l’accesso al mercato diventa condizionato, quando le regole vengono interpretate in modo discrezionale o sospese in nome dell’interesse nazionale, l’incertezza non resta confinata ai tavoli diplomatici, ma si propaga

lungo le catene del valore, entra nei contratti, modifica i comportamenti di investimento.

Per un’economia come quella italiana, fortemente dipendente dall’export e caratterizzata da una struttura produttiva diffusa, questo significa trasformare decisioni prese a Washington in variabili concrete della gestione quotidiana.

Un dazio non è solo un aumento di prezzo, ma un rischio che si traduce in margini più stretti, in investimenti rinviati, in strategie industriali da ripensare.

Ancora più rilevante è l’effetto dell’incertezza, che agisce prima dei dati macroeconomici e in modo meno visibile: colpisce le aspettative, riduce l’orizzonte temporale delle decisioni, aumenta il costo del capitale e penalizza chi ha meno capacità di assorbire shock improvvisi.

L’economia diventa il terreno centrale dello scontro politico non perché sia stata “politicizzata” in astratto, ma perché la politica ha smesso di nascondersi dietro l’economia. Le scelte non vengono più presentate come necessarie, ma come volute; non come neutre, ma come orientate; non come tecniche, ma come espressione di rapporti di forza. È qui che il conflitto si concentra, perché è sull’economia che si misura la credibilità delle istituzioni e la tenuta del patto sociale.

E per l’Italia questo conflitto non è un dibattito distante: è il punto in cui la geopolitica si traduce in conti economici, in cui decisioni prese altrove diventano costi interni, e in cui diventa inevitabile porsi la domanda che attraversa tutto questo libro: chi decide, e soprattutto chi paga il conto.

Questo libro è rivolto a chi avverte che le decisioni economiche prese lontano, spesso presentate come tecniche o inevitabili, hanno effetti concreti sulla propria vita professionale e personale, ma fatica a ricondurle a un quadro coerente.

È pensato per chi lavora nell’impresa, nella finanza, nelle professioni, nella pubblica amministrazione, e si trova a operare in un contesto sempre più esposto a shock esterni, in cui l’incertezza non è più un’eccezione ma una condizione stabile.

Ma è rivolto anche a chi, pur non avendo una formazione economica specialistica, percepisce che il linguaggio dell’economia è diventato centrale nel dibattito pubblico e sente l’esigenza di comprenderlo per orientarsi, per valutare, per non subirlo passivamente.

Questo non è un libro per specialisti in senso stretto, né un manuale tecnico: non presuppone competenze avanzate, ma richiede attenzione, perché non rinuncia alla complessità quando è necessaria.

L’obiettivo non è fornire risposte semplici, ma offrire strumenti di lettura che permettano di collegare fenomeni apparentemente distanti: le scelte di politica economica americana, le tensioni commerciali globali, le difficoltà dell’industria italiana, le decisioni quotidiane di imprese e famiglie. Il filo conduttore è l’idea che l’economia non sia un ambito separato dalla vita sociale e politica, ma il luogo in cui queste dimensioni si incontrano e producono effetti misurabili.

Per questo il libro si rivolge a chi vuole capire non solo cosa sta accadendo, ma perché sta accadendo e, soprattutto, chi ne sostiene i costi.

Non c’è l’ambizione di fornire previsioni definitive o soluzioni preconfezionate, ma quella di chiarire i meccanismi attraverso cui il

potere economico si esercita e si trasmette, spesso in modo opaco, dai centri decisionali globali ai contesti locali.

In questo senso, il lettore ideale non è chi cerca conferme alle proprie convinzioni, ma chi è disposto a mettere in discussione narrazioni consolidate, incluse quelle rassicuranti, e a interrogarsi sul modo in cui l’instabilità internazionale, le scelte politiche e le regole del mercato finiscono per incidere sul lavoro, sul reddito, sul risparmio. Questo libro si rivolge a chi ritiene che comprendere l’economia non sia un esercizio accademico, ma una forma di difesa civile, perché solo ciò che viene compreso può essere valutato, discusso e, se necessario, contestato.

Le citazioni e i riferimenti teorici presenti nel testo sono tratti da opere di economisti e studiosi di relazioni internazionali ampiamente riconosciuti. Le formulazioni sono rielaborate in chiave divulgativa e inserite nel discorso dell’autore.

Capitolo 1

Le radici economiche del Trumpismo

L’elezione di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti non è un’anomalia, non è un “incidente di percorso” nel grande flusso della Storia.

Trump è figlio del suo tempo.

Come abbiamo già spiegato, egli non è sintomo di un fenomeno molto più profondo ma ne è allo stesso tempo la causa.

Qual è il fenomeno di cui stiamo parlando? Si tratta della crisi strutturale del neo liberismo. Una sorta di crisi economica strisciante che gli USA si portano dietro dal crack dei mutui subprime nel 2007 e nel 2008.

Un elemento da sempre poco indagato dagli economisti e che invece deve essere evidenziato in tutta la sua drammaticità.

L’attuale situazione politica a stelle e strisce, inoltre, è figlio di un’altra frattura profonda: quella del neoliberismo.

La crisi del modello neoliberale non nasce all’improvviso né coincide con un singolo evento, ma è il risultato di un processo lungo, stratificato, che per anni è stato ignorato o minimizzato perché produceva benefici concentrati e costi diffusi.

Negli Stati Uniti è stato evidente prima che in Italia. Per comprendere come questa crisi abbia contribuito in modo decisivo all’elezione di Donald Trump, è necessario partire da un dato semplice: per decenni il neoliberismo è stato presentato come un sistema capace di garantire crescita, benessere e opportunità per tutti, a condizione di ridurre il ruolo dello Stato, liberalizzare i mercati, abbattere le barriere commerciali e affidare alle forze del mercato la distribuzione delle risorse.

In una prima fase, soprattutto tra gli anni Ottanta e Novanta, questo modello ha effettivamente prodotto risultati positivi, in particolare in termini di crescita del PIL, espansione dei mercati finanziari e aumento dei consumi. Parliamo, ovviamente, di risultati a livello globale. Ci sono anche casi, giova ricordarlo, in cui esso ha creato disastri. Un esempio tipico sono le riforme fatte in Italia durante gli anni Novanta e il default tecnico avutosi nell’estate del 1992. Sulla storia di cosa è successo nel nostro Paese, rimando al mio saggio Chi paga il Conto edito da Burno.

Già da allora cominciavano a emergere segnali di squilibrio che venivano sistematicamente sottovalutati. La crescita non era distribuita in modo uniforme; i salari reali, soprattutto negli Stati Uniti, iniziavano a stagnare; la produttività aumentava, ma i benefici si concentravano nelle fasce più alte della popolazione. Il lavoro perdeva potere contrattuale mentre il capitale, soprattutto quello finanziario, acquisiva un ruolo sempre più dominante. Questo meccanismo è diventato evidente con la globalizzazione, che ha amplificato gli effetti del neoliberismo spostando la produzione verso Paesi a basso costo del lavoro e lasciando intere aree industriali occidentali prive di prospettive.

Altri volumi pubblicati da Burno:

Chi paga il conto?, di Angelo Vaccariello

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