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SOSTienimi

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S.O.S.Tienimi di Giacomo Visconti © Giacomo Visconti

© 2026 Burno per questa edizione Tutti i diritti riservati Collana Narrativa, 6

Progetto grafico e cover design: Sebastiano Barcaroli

Impaginazione: Ruslan Viviano

Correzione bozze: Marco Ambrosini

Stampato presso Rotomail Italia S.p.A. Vignate (MI) – FEBBRAIO 2026 Burno

è un marchio in esclusiva di Solone srl Via Aversana, 8 –84025 Eboli (SA) burno.it @burnoedizioni #burno

GIACOMO VISCONTI

S.O.S.TIENIMI

È giunto il momento di curare la società, non le persone con autismo.

INTRODUZIONE

Mi ciamo Sara, o 14 anni e faccio l’arberghiero. O una sorelina più piccola, che si chiama Chiara. Ha ancora 0 anni, in fati sulla torta che o preparato per quando è nata c’erano 0 candeline. Non scrivo benisimo, ansi mi sto impegniando perche so che ai pagato questo libro e vuoi leggere qualcosa di senzato. Perche non si puo publicare un libro cosi? Immaggino che tu stai capendo quello che ti dico ma ti da fastidio perché non rispetta de le regole. Ecco. Io funziono propio come questa introduzione: non sono come uno si aspeta e vengo messa da parte. Per questo o afiddato la mia storia a un narratore onniscente. Non so se si scrive cosi, ma lo dice sempre la mia prof di italiano quando cè qualcuno che sa tuto di tutti, anche nei pensieri.

PARTE I SILVIA o DELLA SELVA OSCURA

Sara non riusciva proprio a dimenticarlo quell’abbraccio. Lei al centro, poi tutt’intorno Nicole, Giacomo, Elsa, Ahmed, Sofia, Luca e tutti gli altri, stretti dalle maestre Sabrina, Antonella e Ilaria. Non erano tanto più alte di loro, ma quel calore umano, che li aveva accompagnati per cinque anni, li avvolgeva e li sovrastava.

Sabrina era la maestra di Italiano della VB e si era ritrovata a insegnare un po’ per caso, un po’ per gioco, ma le piaceva tanto. Si era trasferita a Faenza per amore, dove il marito lavorava come medico di base.

Da quando insegnava lì, faceva coppia fissa con Ilaria, vocata per le humanae litterae, ma alla quale, per uno strano scherzo del destino, era stato affidato l’insegnamento delle materie scientifiche che le riusciva tuttavia benissimo grazie allo studio e all’amore per i bambini.

Antonella, invece, era la maestra della classe, di tutti: non si sapeva bene perché fosse lì, e si metteva accanto a chiunque avesse bisogno.

«Maestra, ho finito!», diceva qualcuno, alzando la mano.

«Arrivo!», rispondeva Antonella, facendo lo slalom tra i banchi, cercando di non scivolare tra le matite, i pennarelli e le gomme, che a decine si accumulavano in una giornata di scuola, ora dopo ora.

Non insegnava né italiano, né matematica, né inglese, né ginnastica, e contemporaneamente insegnava tutte queste cose insieme. A volte c’era, a volte no. Forse quando non c’era era perché aveva delle cose da fare a casa, pensavano alcuni. Eppure non aveva né marito né figli, ma solo un gatto di nome Gigetto. “Solo” si fa per dire, perché quel gatto le dava parecchio da fare.

Una volta aveva offerto spettacolo a tutto il vicinato, standosene tra i rami di un albero. Non voleva proprio scendere, o forse non ci riusciva. Se ne accorse un bambino che sentiva miagolare, ma non capiva da dove venisse quel suono. Lui cercava in basso, giustamente. Ma Gigetto era su un albero, come un uccello.

Succede sempre così: ci illudiamo che le cose vadano come ci aspettiamo. Invece la vita, purtroppo o per fortuna, va diversamente.

Così per Sara, che sperava di non separarsi mai dai suoi compagni di classe, che l’avevano accolta, che non l’avevano mai fatta sentire diversa. Forse perché quella diversità non la vedevano proprio.

Si erano trovati tutti insieme, a sei anni, e si erano presi per quello che erano, senza farsi troppe domande.

C’era Nicole, coi suoi codini nei capelli, sempre in tuta rosa o fucsia, piena di energie, che non facevi in tempo a finire una frase che aveva già un’infinità di domande.

Giacomo, paffutello, con gli occhiali che poggiavano sul nasino a patata, sempre sporco di cioccolata o di zucchero a velo sulla felpa.

Elsa, che si chiamava come la regina dei ghiacci, come piaceva ricordare a tutti quando si presentava a qualcuno, e che amava scorrazzare per l’aula lanciando pezzi di carta che nella sua testa erano cristalli di neve.

Ahmed, timidissimo, che proprio non riusciva a parlare in pubblico, ma che sapeva scrivere benissimo e la maestra Sabrina non vedeva l’ora di leggere un suo tema, perché dentro ci trovava la poesia.

Sofia, bella come il sole, con le guanciotte rosa come se tutte le mattine un pittore gliele dipingesse con il pennello, che amava leggere sempre.

Luca, amante della storia, che vedeva dinosauri ovunque, sempre impaziente di andare in giardino a ricreazione, convinto che, scava scava, avrebbe trovato le ossa di un triceratopo.

E poi c’era lei: Sara, una bambina sempre sorridente, che metteva di buon umore chiunque la incontrasse. Portava i capelli a caschetto, con la riga nel mezzo, sempre pieni di forfora, che le cadeva sulle larghe e ricurve spalle. Non se ne vergognava, le ricordava la neve o il formaggio sulla pasta. Non aveva ancora maturato uno sguardo giudicante che la mettesse in imbarazzo con gli altri e i compagni, altresì, ancora non ci facevano caso. Gli occhi erano due grandi nocciole, buone più della Nutella, e Sara sorrideva prima con gli occhi, poi con la bocca. Questa era sottile e screpolata, e nascondeva trentadue denti, un po’ giallognoli, un po’ storti e un po’ pieni di tartaro. Le guance erano cosparse di voglie del colore del vino fragolino, il naso era alla francese e guardava all’insù, le orecchie erano leggermente a sventola e Sara, quando si guardava allo specchio, le sbatteva credendo di poter volare. Ce la faceva, con la fantasia, ma non ci riusciva per le leggi della fisica: due piccole orecchie a sventola non avrebbero mai potuto sollevare una bambina di oltre 70 chili. Indossava perlopiù felpe rosa e tute attillate in ciniglia con la zampa d’elefante, salvo non sapere che l’anno successivo, a scuola, l’avrebbero chiamata proprio così: “elefante” o “maiale”. Ma ancora non era giunto il tempo di preoccuparsi. Questo era ancora il tempo delle maestre Sabrina, Ilaria e Antonella, di Luca, Sofia, Amhed, Elsa, Giacomo e Nicole… Era il tempo dell’accoglienza e dell’assenza di giudizio.

Sabato 6 giugno 2021

Caro diario, Ogi e’ stato lultimo giorno di scuola e il momento piu bello e’ stato quando ci siamo mesi tutti in cerchio e la maestra sabrina e la

maestra antonela e la maestra ilaria si sono mese in cerchio anche loro che sono maestre e non ci credevo cuando l anno fatto. E ci siamo abracciati per un ora intera. Ero molto triste perche sapevo che non li vedevo mai piu sopra tuto nicole che era la mia miliore amica perche si vestiva sempre di rosa che e il mio colore preferito e quando la vedevo mi facieva stare bene.

Ma per fortuna ci sei tu che anche tu sei il mio miliore amico e non ti lasciero mai e ti voglio bene per sempre.

L’estate passò velocemente con il nonno, nella sua casa di campagna romagnola, forse perché le giornate si ripetevano identiche: la sveglia al mattino con il suono del gallo, la colazione con il latte appena munto della capretta Heidi e con le uova fresche delle due galline Coco e Chanel, montate con lo zucchero e un goccio di caffè, dei piccoli lavoretti di giardinaggio come si faceva per un progetto a scuola, il pranzo a suon di panini al prosciutto e formaggio, il pomeriggio passato tra un’amaca che la reggeva a fatica e ore interminabili di gioco nei campi, fino al tramonto.

Era questo l’unico elemento che le permetteva, più o meno consapevolmente, di accorgersi che l’estate stava finendo: le giornate si accorciavano e Sara non se ne rendeva conto guardando l’orologio che non aveva e che, comunque, non avrebbe saputo leggere, ma perché il tempo per giocare le sembrava sempre meno.

«Di già?», gridava al nonno che la invitava a tornare a casa. «Eh sì, topina» così la chiamava il nonno, «si fa buio ed è pericoloso stare fuori!».

Così, dopo aver salutato Heidi, Coco e Chanel, tornava triste a casa, con l’unica consolazione della cena del nonno, che ogni sera la stupiva con effetti speciali, e dei momenti passati insieme

al cagnolino Crispy e ai due gattini Mac e Bacon, che insieme facevano il suo piatto preferito. Ma per quello “originale” – perché comunque il nonno, in tre mesi, cercava di accontentarla in qualche modo con le pancette di sua produzione – avrebbe dovuto aspettare di tornare in città, quando sarebbe arrivato il tempo della scuola media.

A lei questa parola proprio non andava giù, perché, anche se non sapeva verbalizzarlo, dentro di sé sapeva che lei era, o per qualcosa o per un’altra, sempre sopra o sotto la media.

Il QI, per esempio, stando agli ultimi test, era sotto la media; viceversa, il suo peso era sopra la media; quando correvano, il cronometro segnava dei valori sopra la media dei risultati dei suoi amici… e così via.

Domenica 25 l’uglio 2021

Caro diario,

Il nonno mi vuole tanto bene e mi cucina sempre i miei piati preferiti e sopra tutto noi 2 abiamo un segreto che sapiamo solo noi 2. La mamma e papa’ non voliono che io bevo il caffe, ma il nonno melo mete sempre un po ma poco nelle uova sbatute con lo zuchero. Papa’ dice che lo zuchero mi fa male i denti ma non sa che io bevo il cafe e questo segreto ora lo sai anche tu che sei il mio miliore amico e non lo devi dire propio a nessuno ne meno se ti obligano ok?

Ti volio bene per sempre perche con servì tutti i miei segreti.

Che buona la parmigiana della mamma. Fritta. Rigorosamente fritta. Quella al forno non era una variante ammissibile. Non era una versione light. Non era una parmigiana, punto e basta.

Silvia sapeva che per un po’ avrebbe dovuto rinunciare alla parmigiana di melanzane di mamma Concetta, che immancabilmente decorava la tavola imbandita della domenica. Già, i piatti di Concetta erano delle opere d’arte che appagavano prima l’olfatto e la vista, e poi il gusto. A dire il vero, anche l’udito veniva coinvolto, con lo scoppiettare del sugo nella pentola e il friccicorio dell’olio di semi, e persino il tatto, quando qualcosa si mangiava con le mani. Insomma, era un’esperienza sensoriale a 360 gradi. A tavola, non ci si poteva disporre a caso: ognuno aveva il proprio posto, secondo le gerarchie di una famiglia matriarcale.

Nonna Eleonora, che il paese conosceva come Norina, per la sua corporatura minuta, stava a capotavola. Cucinava per tutti, già a partire dal lunedì precedente, con indosso un grembiule fatto ricamare dai nipoti. Nonostante le ore passate a cucinare e il posto a capotavola, era l’ultima a servirsi il piatto. Era il più misero, quello venuto peggio, ma la vera gioia, per lei, non era gustare la fatica di una settimana, ma vedere la sua famiglia felice, mentre assaggiava i suoi piatti. Le sue soddisfazioni erano una macchia di sugo sulla maglietta bianca, il rumore delle tagliatelle risucchiate rumorosamente con la bocca, le mani che seguivano la rotondità della pancia piena.

Suo marito Domenico, Mimmo, non le stava accanto, perché prima vi erano le loro quattro figlie: Maria Rosa, Maria Annunziata, detta Nunzia, Maria Concetta, la mamma di Silvia, e Maria.

Solo allora venivano Mimmo e suo fratello, rimasto vedovo, i figli Rosario e Giuseppe, con i relativi figli e nipoti. Insomma, ognuno aveva il posto fisso.

E proprio quello doveva essere la massima aspirazione di Silvia, un posto fisso, come il posto a tavola della domenica. Non c’era spazio per i desideri e per le ambizioni personali, per la danza, per la pittura, per la musica e per tutte quelle attività che facevano perdere solo tempo, e soprattutto non garantivano quella stabilità e quel benessere di cui la famiglia necessitava. Con uno stipendio

statale, a Ficarazzi, a pochi chilometri da Palermo, Silvia avrebbe fatto la bella vita. Era però necessario fare qualche sacrificio.

Silvia desiderava fare l’architetta, progettare gli interni delle case, arredare i set cinematografici, e per questo aveva studiato. Ma il lavoro, giù in Sicilia, non arrivava mai.

«Perché non ti butti nel mondo della scuola, come ha fatto tua cugina Maria?», le disse un giorno Calogero, suo padre. «Il posto fisso, ricorda, il posto fisso…», continuò.

Silvia mal sopportava quell’espressione, perché desiderava smontare quegli stereotipi sul Sud Italia e, in particolare, sui siciliani, alla ricerca di un posto fisso. Ma in cuor suo sapeva che forse non c’erano alternative.

Così, dopo quella battuta di suo padre, alla quale non aveva dato risposta, si chiuse in camera sua, si stese sul letto, con gli occhi aperti e a pancia in su, e iniziò a pensare. Pensò che forse chiamare sua cugina Maria poteva davvero essere la soluzione. Cercò il suo smartphone tra i numerosi pupazzi e peluche che sovrastavano il suo lettino, che era lo stesso di quando era bambina, perché “Silvia è la piccolina di casa, la nostra principessa, e non deve crescere mai”, come dicevano mamma Concetta e papà Calogero.

Scrollò la rubrica per qualche minuto, incerta sul da farsi. Digitò “Maria”. Ed ecco la fase più complicata: trovare la Maria giusta, tra le tante che costellavano la sua famiglia cattolica, che voleva a tutti i costi garantirsi la protezione della Madonna. Si ricordò di averla salvata Maria, con accanto un cuoricino, e la trovò. Uno, due, tre squilli. Quasi ci aveva rinunciato, in quell’attesa che le sembrava interminabile, quando al quarto squillo sua cugina rispose.

«Pronto, Maria?»

«Ehi, cuginetta! Come stai?», gridò Maria, con l’entusiasmo e la curiosità di chi risponde a una chiamata inaspettata.

«Insomma… sto bene, ma c’è una cosa di cui vorrei parlarti.»

«Certo, dimmi tutto!», replicò, incurante del fatto che Silvia non avesse ricambiato la domanda.

«Senti, come sai, io mi sono laureata in Architettura, contro la volontà dei miei genitori, che volevano che facessi Scienze della formazione, per fare la maestra come te».

In realtà, Calogero e Concetta non volevano affatto che Silvia facesse la maestra, desideravano soltanto che anche Silvia, come Maria, avesse il posto fisso.

«Sì, lo so. È il motivo per cui per tanto tempo non vi siete parlati. E ora che succede?»

«Ecco, diciamo che… forse avevano ragione.»

«Eh già! E solo adesso lo hai capito?», rispose Maria, quasi meravigliandosi dell’ingenuità della cugina. «Fosse stato solo il posto fisso. Due settimane di vacanza a Natale, una a Pasqua, quasi tre mesi d’estate, i ponti, la malattia, il congedo matrimoniale. A queste cose devi pensare, non all’architettura…», continuò, sminuendo i desideri della cugina.

Maria non ebbe il tempo di finire la frase, che spostò il telefono per richiamare all’ordine i suoi figli.

«Cataldo! Sei il più grande! Aiuta Antonio a mettersi le scarpe, che poi dobbiamo uscire».

Questa scena di vita quotidiana, che Silvia poté solo intuire, fece nascere in lei un senso di invidia e insoddisfazione che non le appartenevano. Realizzò, in pochi istanti, che a tutte quelle cose non pensava, ma quell’espressione, “congedo matrimoniale”, la fece sprofondare in pensieri viziosi.

Aveva ormai 38 anni, ancora non aveva trovato lavoro, perché sperava di mettere a frutto, lì, a Ficarazzi, i suoi anni di

studio, e soprattutto non aveva ancora trovato marito, perché cercava quello giusto. Quello giusto, per lei, era un uomo che le permettesse di guidare durante un viaggio; che non desse per scontato che era lei a dover lavare, stirare e cucinare, oltre che a sparecchiare, spazzare e tutto quello che necessita il mantenimento di una casa; un uomo che le permettesse di offrire la cena se le andava…

Ma in quel paesino, a pochi chilometri da Palermo, tutto questo sembrava ancora impossibile. Questi pensieri non poteva condividerli, non poteva gridarli ad alta voce o, almeno, non era ancora il momento.

Si limitò a risponderle:

«Certo che ci ho pensato, per questo ti ho chiamata! Che cosa bisogna fare?»

«Inizia mandando MAD qua e là, poi ti aiuterò a entrare in qualche graduatoria».

Maria dava per scontato che Silvia ci capisse qualcosa; ma la scuola, per Silvia, non era un desiderio da realizzare. Non era un pezzettino che le mancava per vivere una vita che le corrispondesse. Era un’esigenza dell’ultimo minuto. Anzi, degli ultimi quindici minuti. Esigenza, per di più, che non era mai stata sua. Lo era diventata da quando il padre le aveva messo il tarlo del posto fisso.

«MAD… che? Scusa, ma non ho capito!», disse perplessa.

«MAD. Messa a disposizione. Un documento con cui scrivi cosa puoi insegnare con la tua laurea: e le scuole, se hanno bisogno, ti chiamano.»

A Palermo erano sature le classi di concorso di Lettere e Matematica, figurarsi quelle di Tecnologia! La soluzione non

sembravano essere né le MAD né le graduatorie provinciali della Sicilia, ma questa scoperta sarebbe avvenuta di lì a poco, durante uno dei pranzi della domenica a casa di nonna Norina.

«Guarda, Maria, io non ci sto capendo niente. Vediamoci domenica da nonna, se puoi, e mi spieghi meglio».

E così fu.

Era domenica. Il tempo passava e cresceva l’attesa della parmigiana di Concetta. Immancabile sulla tavola di nonna Norina, che quel giorno prevedeva un antipasto con i formaggi e con i salumi di nonno Mimmo, le polpettine al sugo, una lasagna di anelletti con ragù, piselli e besciamella, agnello e coniglio con patate al forno e i cannoli con la ricotta fresca di zia Nunzia. C’erano tutti, ognuno al proprio posto. Con la tavola allungata, per accogliere Maria e Giuseppe, con i loro figli Cataldo e Antonio.

«Allora, questo posto fisso, glielo diamo o no a Silvietta nostra?», intervenne subito Calogero, spezzando l’infinita catena di “buon appetito” che si accavallavano gli uni sugli altri.

Durante quella domenica di sole, sembrava non si dovesse parlare di altro.

Maria aveva studiato, forse più di quanto aveva fatto durante tutta la sua carriera scolastica. Lo sguardo di zio Calogero la intimoriva più di quanto potessero fare gli sguardi attenti dei professori all’università. Che a dirla tutta, non erano né interessati né attenti, ma annoiati e convinti di non sentire nulla che già non sapessero da sé. Calogero, invece, aveva un interesse reale: dare a

sua figlia Silvia un posto fisso, anzi, il posto fisso. Maria non sapeva come dire a sua cugina che le graduatorie, a Ficarazzi, a Palermo e in tutta l’isola, erano sature.

Ma Silvia lo sapeva già.

Avete presente quelle cose che non riusciamo a dire agli altri per paura? Per paura di offendere, di fare un torto, di deludere… ma che gli altri, di loro, già sanno. E allora diventa una gara a chi la dice per primo, per togliere un fardello all’altro.

Erano piene ed esaurite le graduatorie di Lettere e Matematica, figurarsi quelle di Tecnologia. Un insegnante di Lettere di scuola media ha tra le otto e le dieci ore in una classe; chi insegna Tecnologia a malapena due, se in quei 120 minuti di lezione si considerano l’intervallo, il cambio d’ora, l’appello, la stesura delle note e dei richiami, l’inserimento dei voti… arrivano sì e no a un’ora e mezza.

Considerando che il contratto di un insegnante di scuola secondaria prevede 18 ore di lezione frontale a settimana, un professore di Lettere ha normalmente due classi; un professore di Tecnologia almeno nove. In Sicilia, dove le scuole sono piccoline, un solo professore di Tecnologia bastava a coprire tutte le classi. Bisognava confidare nel part-time di qualche anima pia disposta a fare la fame con lo stipendio ridotto, ma non poteva essere un valido appiglio. La soluzione, per Silvia, laureata in Architettura, poteva essere soltanto l’iscrizione nelle graduatorie provinciali di Faenza, che quell’anno, stando all’analisi incrociata di tabelle, informazioni dei sindacati, e post sui social, sembrava la scelta migliore, se non l’unica possibile.

Quando poteva, il nonno accompagnava Sara al mare. Non a Rimini. Nemmeno a Riccione, Cervia o Cesenatico. Erano mete troppo ricercate per la famiglia di Sara. Anche Marina di Ravenna,

con il suo parcheggio a pagamento lungo il viale di pini, lo era. Sara andava nelle spiagge libere dei lidi ferraresi. Lido di Dante, di Classe o Casalborsetti.

Qualche volta, era capitato di trascorrere una settimana in campeggio, perché papà Nicola e mamma Cecilia avevano fatto i calcoli a tavolino, e si erano accorti che una settimana in campeggio e la spesa in un supermercato economico potevano costare meno degli avanti e indietro con l’automobile a benzina da Faenza, o dalla campagna limitrofa in cui viveva nonno Luigi, al mare.

Sara, che d’estate perdeva la percezione del tempo, riconosceva i sabati e le domeniche, perché erano i giorni del mare. Quando si svegliava, sentiva l’odore del caffè passare da sotto la porta della sua cameretta. Non che i suoi genitori non facessero la moka tutti i giorni, ma papà Nicola si svegliava prestissimo, soprattutto d’estate, per andare a lavorare nei campi. D’inverno, quando veniva il tempo della manutenzione, si prendeva il lusso di non svegliarsi prima dell’alba. Lo faceva perché doveva anticipare il sole che picchiava forte. Già a mezzogiorno la situazione diventava insostenibile, e si prendeva una pausa fino a quando i raggi divenivano non certo piacevoli, ma almeno tollerabili.

Mamma Cecilia, invece, faceva l’operaia. Aveva orari non umani, ma sicuramente più accettabili. Non era solita rifarsi la moka, anche perché, quando potevano, dovevano risparmiare. Dunque, si accontentava del caffè freddo.

Il sabato e la domenica, quando Nicola e Cecilia godevano del privilegio di svegliarsi alle nove, la differenza con la sveglia di Sara si livellava, per cui l’aroma del caffè era perfettamente riconoscibile. E se il profumo del caffè diceva a Sara che era giunto il fine settimana, quello della crema solare le confermava che erano un sabato o una domenica d’estate.

Poi veniva il tempo dei suoni piacevoli: quello delle infradito sbattute fuori dalla finestra per togliere gli ultimi granellini di

sabbia; quello dell’ombrellone che trascinava giù con sé le sedie sdraio dal controsoffitto; il frullatore che mescolava alla velocità della luce il latte con le fragole, una banana e il Nesquik. Disgustoso, per alcuni; ma guai a Nicola o Cecilia a non mettere tre cucchiai colmi di Nesquik dentro ogni frullato, qualunque fossero gli ingredienti. Dalla banana, accettabile; al kiwi, discutibile. Per tutti, ma non per Sara.

Infine era il tempo dei rumori: le grida di mamma e papà, per chi, tra loro, dovesse fare cosa. Quella divisione dei compiti, così, urlata, mandava Sara, che era iperacusica e soffriva di acufene, su tutte le furie.

«Nicola! Prendi tu l’ombrellone che io non ci arrivo!»

«Ma sto caricando la macchina! Prendi una sedia e allungati tu!»

«Pure?! Io sto finendo di preparare i panini per il pranzo! Fallo tu!»

«Meglio l’ombra che il cibo, con questo caldo!», sbuffava Nicola, che pesava sì e no 50 chili e tutto c’era tra le sue priorità, fuorché il mangiare.

«Poi quando viene l’ora di pranzo non ti lamentare se non c’è nulla nella borsa frigo!», ribatteva Cecilia. Consapevole che questo discorso non avrebbe attecchito sul marito.

Queste conversazioni, con toni di voce un po’ più alti del normale, generavano in Sara delle vere e proprie crisi. Iniziava ad agitarsi compulsivamente, quando ancora era nel letto, poi si tappava le orecchie con due dita e iniziava a strizzare gli occhi, quasi volesse trattenere le lacrime.

«Basta!», gridava. «Smettetela! Non ce la faccio più!»

«Hai ragione, tesoro», interveniva prontamente la mamma, che poco prima non aveva trovato il tempo per il marito.

E così iniziava la giornata per Sara. Un piede dopo l’altro su un tappetino morbidissimo con sopra disegnati degli unicorni. Rosa, fucsia, violetti e lilla, come tutto ciò che la circondava e desiderava per sé.

I piedi paffutelli e screpolati, tuttavia, non li appoggiava a caso, su quei morbidi batuffoli di spugna, che facevano da contrasto alla pesantezza e all’asperità dei piedi. Prima il destro, poi il sinistro. Altrimenti, la giornata sarebbe stata un disastro. Per lei, nelle sue convinzioni; e per i suoi genitori o chi le stava attorno, perché avrebbero dovuto sopportare i suoi apparenti deliri. Apparenti, perché, nella testa di Sara, seguivano una logica tanto precisa quanto inspiegabile al mondo.

Cecilia, quel giorno, le si avvicinò con i due costumi rosa che avevano in casa e fece scegliere a Sara quale avrebbero dovuto portare al mare. Già una volta aveva fatto l’errore di scegliere per lei, optando ovviamente per quello sbagliato in un cinquanta per cento di possibilità. Meglio, dunque, lasciare a Sara la scelta, per non rovinarsi una rara domenica d’estate al mare.

I costumi erano solo due, non tanto per la povertà della famiglia, che comunque non li spingeva ad accumulare cose inutili, quanto per la fisicità di Sara, poiché era raro che dei negozi di abbigliamento per bambini avessero le cosiddette taglie forti.

Scelse il costume intero, rosa pastello, tappezzato di coni gelato gusto fragola e panna.

Cecilia, però, mise nella sua borsa da mare anche l’altro, convinta che, prima o poi, le sarebbe servito. Sara scivolò dal letto in cucina, dove l’aspettavano un succo di frutta alla pera e una merendina confezionata, che nulla avevano a che fare con le colazioni e le merende artigianali di nonno Luigi. La merendina, che in quella domenica d’agosto era la versione del discount dei ben più noti cornetti di marca, era stata servita a Sara già pronta per essere mangiata, fuori dalla busta trasparente che la conservava.

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La ricetta di Luce nella Città di Fretta E invece fr*gna!

Il suono dei giorni di pioggia

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