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Il vento tra i salici

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Il vento tra i salici di Kenneth Grahame

Titolo originale: The Wind in the Willows

Illustrazioni di Chris Dunn

Edizione originale in inglese: © Éditions Caurette 2022 www.caurette.com

© 2025 Burno per questa edizione Tutti i diritti riservati. Collana Illustrati, 3

Progetto grafico, impaginazione e cover design: Sebastiano Barcaroli

Illustrazione di copertina e quarta: Chris Dunn

Traduzione: Flavia Forestieri

Correzione bozze: Marco D'Apice

Stampato in Cina – FEBBRAIO 2026

Burno

è un marchio in esclusiva di Solone srl Via Aversana, 8 – 84025 Eboli (SA) burno.it @burnoedizioni

tra i

kenneth grahame

Vento Salici Il

illustrato da chris dunn

INDICE

La riva del fiume.................................................................

La strada aperta...................................................................

Il bosco selvaggio..................................................................

Il signor Tasso...................................................................... Dulce domum......................................................................

Il signor Rospo....................................................................

Il Pifferaio alle porte dell'alba...............................................

Le avventure del Rospo.........................................................

Tutti viaggiatori....................................................................

Altre avventure del Rospo.....................................................

Come estivo acquazzone venne il suo pianto...........................

Il ritorno di Ulisse................................................................

LA RIVA DEL FIUME

Pertutta la mattinata la Talpa si era dedicata con impegno alla pulizia primaverile della sua casetta. Prima con scope, poi con strofinacci per la polvere; quindi su scale, sgabelli e sedie, armata di un pennello e di un secchio d’acqua e calce; finché ebbe polvere in gola e negli occhi, schizzi di bianco su tutto il suo manto scuro, la schiena dolorante e le braccia esauste. La primavera aleggiava nell’aria lassù e nella terra sotto e tutt’intorno, insinuandosi perfino nella sua modesta casetta buia, con il suo spirito di divina insoddisfazione e desiderio. Nulla di sorprendente, quindi, se all’improvviso lasciò cadere il pennello sul pavimento, sbottò «Ne ho abbastanza!» e «Basta così!» e perfino «Al diavolo le pulizie di primavera!» e uscì di casa con decisione, senza neanche prendersi il tempo

di mettersi la giacchetta. Qualcosa, lassù, la chiamava con urgenza, così imboccò il ripido e stretto cunicolo che, nel suo caso, corrispondeva alla ben battuta strada carrozzabile utilizzata dagli animali le cui case erano più vicine al sole e all’aria. Così scavò, frugò, raspò e grattò, poi ancora grattò, raspò, frugò e scavò, muovendo con energia le zampette e sussurrando tra sé, «Si sale! Si sale!» finché, finalmente, il suo musetto emerse al sole, e si ritrovò a trotterellare nell’erba tiepida di un vasto prato.

«Meraviglioso!», disse tra sé. «Molto meglio che imbiancare!». Il sole batteva forte sul suo pelo, leggere brezze accarezzavano la sua fronte accaldata, e dopo tanto tempo trascorso in isolamento sotterraneo, il canto degli uccelli felici piombava sulle sue orecchie assuefatte al silenzio come un’esplosione di suoni. Saltellando a quattro zampe, per la gioia di vivere e il piacere della primavera senza pulizie, proseguì attraverso il prato finché giunse alla siepe dall’altro lato.

«Altolà!», ordinò un coniglio attempatello da uno spiraglio della siepe. «Sei soldi per il diritto di passaggio sulla strada privata!». Ma in un attimo fu rovesciato dall’impaziente e sprezzante Talpa, che trotterellò lungo la siepe, ridacchiando degli altri conigli che, allarmati, sbirciavano dalle loro tane per capire cosa stesse accadendo. «Salsa di cipolle! Salsa di cipolle!», schernì divertita, e scomparve prima che i conigli potessero pensare a una risposta adeguata. A quel punto, iniziarono tutti a rimproverarsi l’un l’altro. «Sciocco che sei! Perché non le hai detto…?» «Già, perché non dirle…» «Potevi ricordarle…» e così via, come sempre accade; ma, ovviamente, era ormai troppo tardi, come succede ogni volta. Tutto sembrava troppo bello per essere reale. Vagabondò vivace qua e là, attraverso i campi, lungo le siepi, tra i boschetti, trovando ovunque uccelli intenti a costruire nidi, fiori in boccio, foglie che stormivano – tutto era attivo, in fermento e impegnato. E invece di sentire il pungolo della coscienza che la rimproverava “Torna a imbiancare!” riusciva

soltanto a provare l’esaltante sensazione di essere l’unica creatura oziosa in mezzo a tanti abitanti operosi. Dopo tutto, il bello di una vacanza non sta tanto nel riposarsi, quanto nell’osservare gli altri affaticarsi.

Giudicò la sua felicità completa quando, dopo aver vagabondato a lungo senza meta, improvvisamente si fermò sulla riva di un fiume rigonfio. Mai prima nella sua vita aveva visto un fiume – questo lucente, sinuoso animale tutto corpo, che incalza e mormora, afferra le cose con un gorgoglio e le libera con una risatina, lanciarsi sulle sue fresche compagne di gioco che si divincolavano e di nuovo venivano catturate e trattenute. Tutto brillava, tutto tremolava – lampi e riflessi e scintille, fruscii e vortici, mormorii e gorgoglii. La Talpa era stregata, rapita, affascinata. Percorse la sponda come un bambino che si affanna, estasiato, dietro a un uomo intento a raccontargli storie emozionanti; infine, stanca, si sedette sulla riva, mentre il fiume continuava a parlarle, un flusso incessante delle più incantevoli storie del mondo, sgorgate dal cuore della terra per essere infine narrate all’insaziabile mare.

Sedendo sull’erba e alzando gli occhi oltre il fiume, sulla riva opposta, una tana oscura, proprio al livello dell’acqua, attirò il suo sguardo, e come in un sogno, si sorprese a immaginare quanto sarebbe stata perfetta come rifugio per un animale dai bisogni modesti e desideroso di un piccolo gioiello di dimora fluviale, proprio a filo d’acqua e lontana dal rumore e dalla polvere. Mentre la osservava attentamente, qualcosa di lucente e minuscolo parve scintillare nel cuore della tana, svanì, poi ribrillò ancor di più, simile a una piccola stella. Ma difficilmente poteva trattarsi

di una stella in una posizione tanto improbabile; ed era troppo vivida e piccola per essere una lucciola. Poi, scrutando ancora, lo scintillio la fissò, rivelandosi essere un occhio; e pian piano un musetto iniziò a delinearsi attorno all’occhio come una cornice attorno a un dipinto.

Un musetto scuro, con baffi.

Un musetto rotondo e serio, con quello stesso scintillio negli occhi che per primo aveva attirato l’attenzione della Talpa.

Orecchie piccole ben sagomate e un pelo folto, come seta!

Era il Topo d’Acqua!

I due animali si fermarono e si osservarono con prudenza.

«Ehi, Talpa!», disse il Topo d’Acqua.

«Be’, Topo?», disse la Talpa.

«Ti piacerebbe attraversare?», domandò il Topo senza indugio.

«Oh, un conto è dirlo,» replicò la Talpa, un po’ diffidente, del tutto inesperta di fiumi e della vita sulla riva e delle sue peculiarità.

Il Topo non rispose, ma si chinò e sciolse una fune e tirò con forza; poi balzò con leggerezza in una barchetta che la Talpa non aveva ancora notato. Era dipinta di azzurro all’esterno e bianca all’interno, e conteneva giusto due animali; e il cuore della Talpa ne fu subito conquistato, pur senza aver ancora compreso appieno il suo utilizzo.

Il Topo vogò svelto fino all’altra riva e attraccò. Poi tese la zampa anteriore mentre la Talpa scendeva esitando.

«Aggrappati a questa!», disse. «Su, salta con decisione!», e la Talpa con sua grande meraviglia e gioia si ritrovò comodamente seduta a poppa di una vera barca.

«Che splendida giornata!», osservò, mentre il Topo spostava e riprendeva i remi. «Sai, non sono mai salita su una barca in vita mia.»

«Cosa?», esclamò il Topo, spalancando la bocca. «Mai stata su… mai… ma io… allora, cosa facevi?»

«È tutto così bello?», domandò la Talpa timidamente, anche se già incline a crederlo, mentre se ne stava al suo posto osservando i cuscini, i remi, gli uncini e tutti gli affascinantissimi arredi e sentiva il leggero ondeggiare della barca sotto di sé.

«Bello? È la sola cosa bella,» dichiarò solennemente il Topo d’Acqua, piegandosi in avanti per la vogata. «Fidati, mia giovane amica, non c’è nulla, assolutamente nulla che sia la metà del semplice bighellonare attorno alle barche. Semplice bighellonare,» disse ancora con aria sognante, «bighellonare intorno alle barche; bighellonare…».

«Attento, Topo!», strillò all’improvviso la Talpa.

Troppo tardi. La barca cozzò contro la riva scoscesa. Il vogatore, il gioioso sognatore, finì sul fondo, le zampe all'aria.

«–Attorno alle barche… o con le barche,» proseguì il Topo con calma, ricomponendosi con un’allegra risatina. «Dentro o fuori, non ha importanza. Nulla sembra davvero contare, ed è questo il bello. Che tu parta o meno; che tu raggiunga una meta o un’altra o non arrivi neanche, sei comunque impegnato, e non fai nulla di preciso; e quando hai finito, c’è sempre qualcos’altro da fare, che puoi decidere di affrontare, ma di solito te ne guardi bene. Senti! Se non hai impegni stamattina, che ne dici di scendere il fiume insieme e trascorrerci l’intera giornata?».

La Talpa zampettò per l’incontenibile entusiasmo, gonfiò il petto con un sospiro di pura gioia, e si abbandonò soddisfatta sui morbidi cuscini. «Che giornata mi aspetta!», disse. «Salpiamo subito!».

«Aspetta un attimo, allora!», comandò il Topo. Annodò la gomena a un anello dell’attracco, si arrampicò fino alla sua tana, e dopo un breve intervallo riapparve barcollante sotto a un grosso paniere di vimini per la colazione.

«Mettilo sotto i piedi,» disse alla Talpa mentre lo passava a bordo. Poi sciolse la gomena e riprese i remi.

«Cosa c’è dentro?», chiese la Talpa, fremendo di curiosità.

«Pollo freddo,» rispose il Topo con semplicità. «Lingua fredda, prosciutto freddo, manzo freddo, cetriolini sottaceto, insalata, panini francesi, sandwich al crescione, carne in gelatina, birra allo zenzero, limonata, soda…».

«Oh, basta, basta!», lo interruppe la Talpa estasiata. «È troppo!».

«Davvero lo pensi?», chiese il Topo con genuina perplessità. «È solo quello che mi porto dietro per queste gitarelle; e gli altri animali mi dicono sempre che sono un taccagno e…».

La Talpa non ascoltò ulteriormente. Immersa nella nuova vita che scopriva, rapita dal luccichio e dall’incresparsi dell’acqua, dai profumi e dai suoni e dal sole, aveva affondato una zampa nell’acqua e si perdeva in lunghi sogni a occhi aperti. Il Topo d’Acqua, da buon compagno, continuò a vogare con ritmo costante facendo attenzione a non disturbarla.

«Quel tuo abito mi piace, cara mia,» osservò dopo mezz’ora o giù di lì. «Ho intenzione di procurarmi un abito da società in velluto nero prima o poi, appena potrò permettermelo.»

«Chiedo perdono,» disse la Talpa, ridestandosi con qualche sforzo.

«Devi considerarmi piuttosto rozza; ma tutto questo è così nuovo per me. Quindi – questo – è – un – fiume!».

«Il Fiume,» la corresse il Topo.

«E tu vivi davvero vicino al fiume? Che vita meravigliosa!».

«Vicino a lui e con lui e su di lui e dentro di lui,» disse il Topo. «È per me fratello e sorella, e zie e compagnia, e cibo e bevande, e ovviamente bagno. È il mio mondo, e io non ne desidero altri. Ciò che non possiede non vale la pena d’essere posseduto, ciò che non conosce non merita d’essere conosciuto. Cielo! Quante giornate abbiamo vissuto insieme! D’inverno o d’estate, in primavera o in autunno, ha sempre il suo carattere e il suo fascino. Quando le piene arrivano in febbraio, e le mie cantine e fondamenta si riempiono fino all’orlo di un liquido che non mi piace

per nulla, e l’acqua scura lambisce la finestra della mia camera da letto migliore; o quando si secca tutto lasciando pozze di fango che profumano come un pasticcio d’uva passa, e i giunchi e le ortiche invadono i canali e io posso cercare sulla gran parte del suo letto asciutto e trovare cibo fresco e quelle piccole cose che la gente distratta lascia cadere fuori dalla barca!».

«Ma non ti annoi ogni tanto?», azzardò la Talpa. «Tu e il fiume soli, senza nessuno con cui scambiare una parola?»

«Nessuno con cui… be’, non voglio essere scortese con te,» disse il Topo con indulgenza. «Sei nuova a tutto questo, e naturalmente non puoi saperlo. La riva è così popolata al giorno d’oggi che in tanti emigrano in massa. Oh, no, non sono certo i soliti traslochi, tutt’altro. Lontre, martin pescatori, folaghe, gallinelle d’acqua, tutti loro ogni giorno e tutto il giorno a volere qualcosa da te – come se uno non avesse già le sue faccende a cui pensare!».

«Che cos’è laggiù?», domandò la Talpa, indicando con la zampa uno sfondo boscoso che incorniciava cupamente i frutteti sulla riva opposta.

«Quello? Quello è il Bosco Selvaggio,» spiegò il Topo, sbrigativo.

«Noi del fiume non ci andiamo mica spesso.»

«Non c’è… non c’è gente fidata, laggiù?», chiese la Talpa con un certo nervosismo.

«Be’,» rispose il Topo, «fammi riflettere. Gli scoiattoli, brava gente. E i conigli… qualcuno, ma sono di tanti tipi. E poi c’è il Tasso, ovviamente. Vive proprio nel cuore del bosco; non vivrebbe in nessun altro posto, neanche se lo pagassero. Caro vecchio Tasso! Nessuno ci ha a che fare. E tanto meglio…», aggiunse con un tono significativo.

«Perché? Chi dovrebbe averci a che fare?», incalzò la Talpa.

«Be’, naturalmente… ci sono altri,» disse il Topo con un po’ di esitazione. «Donnole… ed ermellini… e volpi e via dicendo. Gente educata sotto certi aspetti… sono in buoni rapporti con loro… quando ci si incontra,

si passa la giornata insieme, e cose simili… ma a volte esagerano, non si può negarlo, e allora… be’, non puoi fidarti del tutto, e questo è quanto.»

La Talpa sapeva che tra gli animali non era educazione insistere su una preoccupazione o anche solo accennarla; così lasciò cadere l’argomento.

«E oltre il Bosco Selvaggio?», chiese. «Dove tutto è azzurro e sfumato, e si scorgono cose che potrebbero essere colline oppure no, e qualcosa che somiglia al fumo di città, o è solo un banco di nuvole?»

«Oltre il Bosco Selvaggio c’è il Gran Mondo,» spiegò il Topo. «Qualcosa che non ha importanza, né per te né per me. Io non ci sono mai stato, e mai ci andrò, e nemmeno tu, se hai un po’ di sale in zucca. Ti prego, non parlarne più. Laggiù! Finalmente siamo arrivati al nostro stagno, dove faremo colazione».

Lasciarono la corrente principale, ed entrarono in quello che a prima vista sembrava un laghetto incastonato nella terra. Verdi colline digradavano su entrambe le rive, scure radici nodose affioravano sotto la superficie dell’acqua tranquilla, mentre a un’estremità il riflesso argenteo e la spuma bianca di una cascata scrosciavano da una ruota di mulino perennemente gocciolante, che a sua volta si appoggiava a un vecchio mulino intonacato di grigio, riempiendo l’aria di un mormorio, sommesso e ovattato, ma da cui emergevano allegramente a intervalli tante vocine distinte. Era così meraviglioso che la Talpa poté solo sollevare le zampe e mormorare con voce roca, «Oh, oh!».

Il Topo accostò la barca alla riva, la ormeggiò, aiutò la Talpa ancora un po’ impacciata a sbarcare, e scaricò il paniere. La Talpa implorò come fosse una grazia il permesso di occuparsi lei stessa di disfarlo; e il Topo fu ben lieto di accontentarla e di distendersi sull’erba a riposare, mentre la sua amica in preda all’eccitazione srotolava la tovaglia e la sistemava, afferrava gli involucri misteriosi e ne disponeva il contenuto con ordine, continuando a mormorare «Oh! oh!» a ogni nuova sorpresa. Quando tutto fu sistemato, il Topo la invitò: «Fatti sotto, vecchia mia!», e la Talpa

fu contentissima di obbedire, ché quella mattina si era alzata presto per dedicarsi alle pulizie di primavera, come spesso succede, e non aveva avuto il tempo di mangiare un boccone, né tantomeno un pasto; da allora ne aveva viste così tante che le sembrava fossero trascorsi molti giorni.

«Cosa stai guardando?», chiese infine il Topo, quando la loro fame si fu un po’ placata e gli occhi della Talpa poterono distogliersi dalla tovaglia.

«Osservo,» rispose la Talpa, «una fila di bolle che vedo avanzare sulla superficie dell’acqua. La cosa mi sembra divertente.»

«Bolle? Oho!», esclamò il Topo, e lanciò un grido festoso a mo’ di richiamo.

Un grande muso lucente emerse sulla sponda, e la Lontra vi si arrampicò e scrollò via l’acqua dal pelo.

«Ghiottoni pezzenti!», osservò dirigendosi verso le provviste.

«Perché non mi hai invitata, Topolino?»

«È stata un’idea dell’ultimo momento,» si giustificò il Topo. «A proposito… la mia amica signora Talpa.»

«Molto lieta, senza dubbio,» disse la Lontra, e in un attimo i due animali divennero amici.

«Che trambusto ovunque!», continuò la Lontra. «Sembra che oggi tutto il mondo sia venuto al fiume. Sono arrivata in questo stagno sperando di trovare un po’ di pace, e inciampo in due compari come voi! Almeno… scusate… non intendevo proprio questo».

Un fruscio alle loro spalle provenne da una siepe ancora folta delle foglie dell’anno precedente, e un muso striato sorretto da due alte spalle li occhieggiò.

«Vieni avanti, vecchio Tasso!», gridò il Topo.

Il Tasso avanzò trotterellando di qualche passo; poi borbottò, «Hm, compagnia,» si voltò e scomparve.

«Sempre lo stesso!», commentò il Topo con delusione. «Odia la compagnia. Non lo vedremo più, oggi. Be’, dicci: chi c’è al fiume?»

«Il Rospo, per dirne uno,» rispose la Lontra. «Sul suo sandolino nuovo di pacca; vestiti nuovi, tutto nuovo!».

I due animali si scambiarono un’occhiata e risero.

«Un tempo non voleva altro che la vela,» ricordò il Topo. «Poi si annoiò e passò al gioco d’azzardo. Niente gli aggradava di più che scommettere tutto il giorno e tutti i giorni, e ne venne fuori un bel guaio. L’anno scorso, la mania della casa galleggiante, e ci costrinse tutti a passare del tempo con lui sulla sua barca attrezzata a dimora, fingendo di divertirci un mondo. Sembrava deciso a passare il resto della sua vita in una casa galleggiante. Sempre così, qualsiasi cosa intraprenda; dopo un po’ si stufa, e se ne inventa una nuova.»

«Un buon tipo, però,» disse la Lontra pensierosa, «ma privo di costanza… specialmente in barca!».

Dal punto in cui sedevano, potevano scorgere la corrente principale oltre la piccola isola che li separava; proprio in quel momento un sandolino apparve sfrecciando, il vogatore – una figura tarchiata e robusta – sciabordando i remi con malagrazia e beccheggiando paurosamente, vogando con tutta la sua energia. Il Topo si alzò e lo chiamò, ma il Rospo – ché era lui –scosse la testa con aria grave e continuò ostinatamente a remare.

«Cadrà dalla barca da un momento all’altro, se beccheggia così,» commentò il Topo, rimettendosi seduto.

«Ovviamente,» ridacchiò la Lontra. «Ti ho mai raccontato quella bella del Rospo e del sovrintendente alle chiuse? Andò così. Il Rospo…». Una mosca maggiolina errante presa dall’ebbrezza del suo stesso sangue caldo e della vita che scorre, volteggiò incerta sopra la corrente. Ci fu un gorgoglio nell’acqua, uno schiocco improvviso! E la mosca maggiolina svanì nel nulla.

Così come la Lontra.

La Talpa abbassò lo sguardo. La voce riecheggiava ancora nelle sue orecchie, ma il punto in cui la Lontra si era sdraiata appariva ora chiaramente deserto. Non una Lontra in vista fino all’orizzonte lontano.

Ma sulla superficie dell’acqua riapparve la fila di bolle.

Il Topo canticchiò distrattamente un motivetto a bocca chiusa, e la Talpa si ricordò che secondo l’etichetta degli animali era proibito fare qualsiasi commento sulla repentina scomparsa di un amico in qualunque momento o qualunque fosse la ragione.

«Bene,» disse il Topo, «direi che è ora di sgomberare. Mi chiedo chi tra noi due è meglio che rifaccia il paniere.» Non sembrava particolarmente desideroso di occuparsene.

«Oh, ti prego, lasciamelo fare!», implorò la Talpa. Così, naturalmente, il Topo acconsentì.

Rifare un paniere non è cosa piacevole quanto disfarlo. Non lo è mai. Ma la Talpa era in vena di godersi tutto, anche se dopo aver chiuso e legato saldamente il paniere scoprì un piatto scintillare tra l’erba, e dopo un nuovo sforzo il Topo le indicò una forchetta che chiunque avrebbe dovuto vedere, e infine, to’! il vasetto della mostarda, su cui si era inconsapevolmente seduta – finché tutto fu sistemato, senza troppa perdita di pazienza.

Il sole declinava, mentre il Topo remava dolcemente verso casa tutto preso dai suoi pensieri, mormorando tra sé brani di poesie, e non badando troppo alla Talpa. Ma la Talpa era satolla di cibo, e di intenso compiacimento, e di orgoglio, e si sentiva già a casa in barca (così credeva) e cominciava a smaniare: e all’improvviso sbottò, «Topolino! Ti prego, voglio remare, ora!».

Il Topo scosse la testa con un sorriso. «Non ancora, mia cara amica,» disse, «aspetta almeno qualche lezione. Non è mica semplice come sembra».

La Talpa rimase in silenzio per un minuto o due. Ma poi iniziò a ingelosirsi sempre più del Topo, che vogava con forza e leggerezza al tempo stesso, e il suo orgoglio cominciò a sussurrarle che avrebbe potuto fare altrettanto bene. Con uno scatto si lanciò in avanti e afferrò i remi, così bruscamente che il Topo, assorto nell’acqua e intento a declamare sottovoce, fu colto alla sprovvista e sbalzato dal suo sedile a gambe all’aria per la seconda volta, mentre la Talpa trionfante si impossessava del suo posto e brandiva i remi con piena sicurezza.

«Ferma, scioccona!», strillò il Topo dal fondo della barca. «Non sai come si fa, tu! Ci farai affondare!».

La Talpa sollevò i remi con energia, e li affondò vigorosamente nell’acqua. Mancò la superficie, i remi le si alzarono sopra la testa, e si ritrovò accanto al Topo sdraiato. Spaventatissima, si aggrappò al bordo della barca, e un istante dopo – plaff!

La barca si rovesciò, e la Talpa si ritrovò a dibattersi nel fiume.

Oh, com’era gelida l’acqua, e oh, quanto era bagnata! Come rombò nelle sue orecchie, mentre andava giù, giù, giù! Come apparve luminoso e accogliente il sole quando riemerse tossendo e sputacchiando! E come fu nero il suo terrore quando si sentì di nuovo sprofondare! Poi una zampa robusta la afferrò per la collottola. Era il Topo, e stava chiaramente

ridendo – la Talpa poteva sentirlo ridere, dalla vibrazione del suo braccio e della sua zampa, e persino dal suo stesso collo.

Il Topo afferrò un remo e lo sistemò sotto il braccio della Talpa; poi fece lo stesso con l’altro e, nuotandole dietro, spinse la povera bestia verso riva, la tirò fuori e la sistemò sulla sponda, una massa fradicia e infangata di miseria.

Quando il Topo l’ebbe strofinata un po’ e le ebbe spremuto di dosso un poco d’acqua, disse, «Su, mia cara! Trotta su e giù lungo il sentiero del rimorchio, finché non ti riscaldi e ti asciughi, mentre io mi tuffo a recuperare il paniere».

Così la sventurata Talpa, fradicia fuori e dentro imbarazzata, trotterellò finché non si asciugò, mentre il Topo si immergeva di nuovo, recuperava la barca, la raddrizzava e l’ormeggiava, raccoglieva qui e là i suoi oggetti sparsi sulla riva, e infine ritrovava il paniere sforzandosi di riapprodare con il carico.

Quando tutto fu pronto per la ripartenza, la Talpa, accasciata e zoppicante, si sistemò a poppa; e mentre si mettevano in cammino, parlò con voce sommessa e rotta dall’emozione: «Topolino, mio generoso amico! Sono così dispiaciuta per il mio sciocco e sconsiderato comportamento. Il cuore mi si stringe a morte al pensiero che avrei potuto perdere quel bellissimo paniere. In verità, sono stata una vera stupida, e lo ammetto. Vuoi chiudere un occhio su tutto questo e perdonarmi, e lasciare che tutto torni come prima?»

«Ma sì, che tu sia benedetta,» assentì il Topo con entusiasmo. «Cosa vuoi che sia un po’ d’umidità per un topo di fiume? Sono più i giorni che ci sto dentro che fuori! Non ci pensare più; e, senti un po’! Credo che faresti meglio a fermarti da me per un po’. Una casetta semplice e spartana, sai – niente a che vedere con la casa del Rospo – ma quella non l’hai ancora vista. Però, posso sistemarti per bene. E ti insegnerò a vogare e a remare, e in breve sarai a tuo agio sull’acqua come tutti noi».

La Talpa fu così commossa dal suo parlare gentile che non trovò subito le parole per rispondere, e dovette persino asciugarsi un paio di lacrimoni con il dorso della zampa. Ma il Topo distolse lo sguardo con discrezione, e subito la Talpa si sentì rincuorata e persino in grado di ricambiare l’impertinenza di due gallinelle d’acqua che ridacchiavano di quella presenza inzaccherata.

Al loro rientro, il Topo attizzò il fuoco nel tinello e, dopo averle procurato una vestaglia e delle pantofole, sistemò la Talpa in una comoda poltrona davanti al caminetto, e fino all’ora di cena, le raccontò storie

del fiume. Storie da far rabbrividire un animale di terra come la Talpa. Racconti di chiuse, e improvvise piene, e di lucci in agguato, e di imbarcazioni che lasciavano cadere bottiglie con messaggi, e di aironi e della loro aria altezzosa con chi rivolgesse loro la parola; e avventure lungo i canali, e delle notti a pesca con la Lontra, o di spedizioni nei campi lontani insieme al Tasso. La cena fu un pasto particolarmente allegro; ma dopo poco una Talpa insonnolita dovette essere accompagnata al piano superiore dal suo premuroso ospite, nella miglior stanza da letto, dove subito posò il capo sul cuscino in pace e felice, sapendo che il suo nuovo amico il Fiume sfiorava il divanzale della sua finestra.

Questa giornata fu solo la prima di molte altre simili per la Talpa emancipata, ognuna più lunga e ricca di meraviglie man mano che l’estate si avvicinava. Imparò a nuotare e a remare, scoprendo la gioia dell’acqua corrente; e, con l’orecchio teso verso i canneti, colse di tanto in tanto qualche frammento di ciò che il vento sussurrava tra loro incessantemente.

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Il Piccolo Lord

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