QUALCOSINA SU DI ME
L’ironia (e autoironia) delle origini
Mia madre viene dal Belgio, mio padre da Monghidoro. In entrambi i casi si tratta di posti piccoli e semi-sconosciuti. Sarebbero poi proprio del tutto sconosciuti se non fosse per birra e cioccolato (Belgio) e per Gianni Morandi (Monghidoro).
Il fatto di essere conterraneo di Morandi, tra l’altro, mi consente sempre di giocarmi una esilarante battuta se qualche amico, goffamente, inserisce il mio nome e l’aggettivo famoso nella stessa frase, cioè: «Non sono neanche il più famoso di Monghidoro…». Rimane comunque una combinazione interessante, quella relativa alle mie origini.
Entrambi i contesti si portano dietro peculiarità che hanno sicuramente influito sul mio carattere. Essere un montanaro italo-belga ti fa già partire con un buon margine di vantaggio nella gara che si corre sulla strada dell’autoironia.
Sia belgi che montanari sono facili bersagli di stereotipi.
Il Belgio è visto da alcuni come quel paesino ignoto grande come una regione italiana – per giunta diviso in due – così irrilevante da non saper neanche rallentare l’avanzata dei tedeschi durante la guerra (anzi, le guerre). È birra, cioccolata, fumetti e poco altro. Si parla francese ma non è la Francia. Si parla olandese (quasi) ma non è l’Olanda.
Il Belgio sa solo cosa non è.
La montagna invece – sempre dando retta agli stereotipi – è terra di stupidotti. Il montanaro vive nei boschi, parla con le mucche, non è particolarmente colto. È teneramente ingenuo.
Bene. Crescere in un contesto in cui è facile diventare oggetto di battute sarcastiche, tende a stimolare maggiormente la ricerca di una soluzione logica da adottare in tali circostanze.
Si può reagire male, impuntarsi, prenderla sul personale e rimetterci il fegato. Oppure, si può lavorare sull’autoironia.
È un’arma strana, l’autoironia. In molti pensano di averla nel proprio arsenale ma in pochi la sfoderano davvero, quando serve.
Siamo – in teoria – tutti capaci di ridere di noi stessi. Ma quando la battuta tocca qualcosa che ci riguarda da più vicino, quando mette in discussione ciò su cui abbiamo costruito le nostre certezze… ecco, allora diventa più difficile.
Però, rimuovere quel sottile – ma pesante – velo di ego, che ricopre molti di noi, sembra essere la chiave per vivere una vita più serena.
Essere ironici – e in particolare autoironici – ci ricorda che siamo tutti un po’ strani, a modo nostro; ma è proprio questo il punto: lo siamo tutti.
È per questo che mi piace pensare – e ripetere di continuo –che l’ironia avvicina le persone.
Montanaro, in parte
Essere montanari spesso viene associato – non sempre giustamente – con l’essere testardi, solitari e anche un po’ rozzi. Il montanaro stereotipato non ha la mente particolarmente aperta, non sperimenta, non ammette di aver torto.
Ora, mi rendo conto che il concetto risulta applicabile a molte persone in generale, a prescindere da quanto vivono lontane dal livello del mare. E infatti è così.
Ma quello del montanaro cocciuto e con il paraocchi rimane uno stereotipo esistente. E, a dirla tutta, riconosco di essere stato quel tipo di persona per diversi anni.
Oggi, per fortuna, sono un po’ cambiato.
Essere montanaro comporta, però, anche lati positivi. Come, ad esempio, avere un forte legame con il proprio territorio e un generale amore nei confronti della natura.
Su questo punto sì, sono decisamente montanaro anche ora. Amo il verde, la tranquillità della campagna e le bestiole che ci abitano.
L’aver passato i due terzi della mia vita in un paese di montagna mi ha comunque reso chiaro che non potrei fare ciò che faccio vivendo stabilmente in un contesto del genere. E, lavoro a parte, non sarei neanche a mio agio. Troppo isolamento dal resto del mondo fa male, come troppo di qualsiasi altra cosa.
Negli ultimi anni mi sono spostato molto, ma il verde e la natura rimangono una parte importante di me.
Majakovskij scriveva: «Mai potrai smettere di amare la terra con cui hai condiviso il freddo». Ecco, diciamo che sia metaforicamente, sia letteralmente, la frase coglie in pieno ciò che cerco di comunicare. Un legame forte, inevitabile, quasi imposto.
Ma destinato ad esserci sempre.
Cerco di tornare a casa con regolarità per respirare un po’ di aria buona. Ma anche quando sono via, mi porto dietro i beni intangibili che contano: il profumo del fieno, il colore dei faggi in autunno, il sapore delle nespole mature, il verso della poiana.
Se chiudo gli occhi lo sento, il freddo di Majakovskij. Sento l’aria, il vento della montagna, che è diverso dagli altri venti. Si porta dietro tutto quello che ha visto, e te lo fa sentire. Ti conduce altrove, anche indietro nel tempo. A volte è più rigido e ti mette alla prova. A volte, invece, ti racconta storie…
Va bene, sto divagando. Datti una regolata Nickulele, ricordati che tecnicamente sei un pagliaccio, non un poeta.
Scuola e primo “live”
Non sono mai stato uno studente modello. O meglio, non ho mai studiato come avrei dovuto. Alle scuole medie, complici il contesto scolastico più sereno da paesino di montagna (eravamo in 12 in classe) e alcuni insegnanti particolarmente stimolanti, andavo bene. Andavo molto bene. Ma non perché studiassi o fossi più disciplinato degli altri, semplicemente ero interessato a ciò che sentivo e tendevo a ricordarmelo facilmente.
E poi, vabbè, erano pur sempre le medie, avere voti alti non faceva di me un genio.
La doccia fredda è arrivata dopo, al liceo.
Se a 13 anni (quindi prima di frequentare le scuole superiori) qualcuno mi avesse chiesto di disegnare una mappa del mondo intero, avrei probabilmente fatto un grosso cerchio con sopra scritto “Monghidoro”, da cui partiva una lunga linea verso l’alto che terminava con la scritta “Belgio” e, infine, da qualche parte in mezzo alle due estremità, avrei rappresentato l’esotica e misteriosa “Bologna”.
Le superiori a Bologna rappresentavano per me un contesto totalmente nuovo, diverso. Era tutto più grande.
Sì, mi rendo conto che, a questo punto, venga quasi automatico immaginare il sottoscritto come il topolino di campagna che si ritrova in città completamente spaesato; magari ha ancora addosso il cappello da contadino e si porta dietro quel simpatico bastone con un sacco di stoffa legato in fondo (per qualche motivo, il simbolo universale per indicare che qualcuno proviene dalla campagna).
L’immagine del topo contadino non è neanche così esagerata, perché dà un’idea abbastanza chiara di come mi sentivo dentro.
Non ci ho messo molto a capire che ora le cose a scuola sarebbero andate diversamente. Ero, forse per la prima volta in vita mia, uscito dalla famosa comfort zone, e non sapevo tanto come reagire.
Non me la sarei più cavata ricordandomi ciò di cui avevamo parlato in classe. Dovevo, incredibile ma vero, iniziare a studiare. L’ho fatto? No.
Se un giorno qualcuno inventerà la macchina del tempo, la chiederò gentilmente in prestito per andare a scusarmi con i professori che mi hanno sopportato in quegli anni.
E, già che ci sono, andrei anche a dire un paio di cosette al me del passato – quel ragazzino semi-ribelle – per vedere la sua espressione sentendo cose tipo: «Hai presente quegli autori latini che tanto odi come non hai mai odiato nulla prima? Beh, fra qualche anno li leggerai addirittura per diletto. Biologia? La studierai – senti questa – per tua scelta. E più avanti tornerai persino a scuola a insegnarla».
Fantascienza.
Ora che ho avuto l’occasione di sperimentare in prima persona cosa significa stare dall’altra parte della cattedra, capisco quanto quello dell’insegnante sia uno dei mestieri più complessi in assoluto.
E non facilita le cose avere a che fare con un ragazzino che non apre libro e protesta a caso per ogni interrogazione andata male. Ah sì, e che davanti all’intera scuola, l’ultimo giorno dell’anno, suona una canzone satirica che si conclude con «questa scuola fa proprio ca**re».
Già. Nickulele – o meglio, una versione prematura e provocatoria di Nickulele – doveva saltare fuori prima o poi. Anche se, va detto, la passione per le canzoni ironiche l’ho sempre manifestata, ma di questo parlerò più avanti.
Era l’ultimo giorno di scuola, frequentavo la terza superiore.
Mi era stato chiesto di suonare un paio di canzoni per intrattenere studenti e insegnanti (e preside) in occasione della festicciola di fine anno.
Dopo aver eseguito – piuttosto malino – un paio di pezzi dei Red Hot Chili Peppers, ho avuto la brillante idea di interpretare una parodia della sigla di Willy il Principe di Bel-Air indirizzata a scuola e insegnanti. In tono, diciamo, satirico.
E non si trattava di battute gradevoli o critiche costruttive. No, andavo dritto al punto. Il mio punto. E cioè che quella scuola faceva schifo, c’era troppo da studiare e noi studenti eravamo sfruttati.
In mia difesa – e lo specifico perché oggi io per primo non vado particolarmente orgoglioso di quell’opera – nella prima parte della canzone mi concentravo soprattutto sull’apparire autoironico. Dalle prime rime emergevano battute, indirizzate a me stesso, che mostravano in modo abbastanza evidente quanto fossi piuttosto scarso come studente.
Ma se decidi di chiudere la canzone con un netto e deciso «che scuola di m***a», e altre espressioni non propriamente eleganti, beh, il messaggio finale non lascia molto spazio all’interpretazione.
Ciò che ne seguì fu un mix caotico di risate soffocate e sguardi imbarazzati.
Ricordo distintamente un amico che, in modo abbastanza diretto, mi comunicava che l’esibizione appena conclusa poteva comportare rischi concreti per la mia permanenza nella classe terza. Nello specifico, penso che le parole esatte fossero: «Ciao Nico! Ciao ciao!», con tanto di gesto della mano.
Percepivo, però, una strana sensazione positiva.
Lo so, difficile a dirsi in un contesto del genere; ma nell’imbarazzo generale avevo riconosciuto distintamente risate sincere.
La mia canzoncina stupida non era di certo strutturata nel migliore dei modi e alcuni versi risultavano decisamente sgraziati, ma rimaneva la mia canzoncina stupida.
L’avevo creata io.
Avevo esternato – in maniera goffa – battute e riflessioni che il pubblico aveva saputo cogliere. Le loro risate si traducevano
in: «Sì! È capitato anche a me», oppure «in effetti la penso così anch’io». E davano veramente l’impressione di aver apprezzato.
Mi sentivo stranamente connesso a chi mi ascoltava.
Prendevo in giro me stesso, la scuola, gli altri ragazzi. Ci si prendeva meno sul serio.
Anche se si trattava di banali, e a volte ridicole, problematiche da studenti, riderne insieme sembrava rendere tutto più leggero.
L’ironia sembrava rimetterci tutti sullo stesso piano.
Finite le risate, seguì un breve colloquio con dirigente scolastico e vicepreside.
In maniera piuttosto anticlimatica, non ci furono particolari cazziate. Il preside mi menzionò un paio di aspetti della canzone che non aveva particolarmente gradito, ma nulla di più.
Si mostrò anche decisamente sportivo nel richiamarmi per la festa dell’anno seguente, lasciandomi libero di esibirmi come preferivo.
Ciò che sembrava destinato a concludersi in tragedia, tutto sommato, era finito bene. Ci si era divertiti, chi più chi meno, e la scuola era finita, perciò si percepiva anche più leggerezza nell’aria.
Tutto è bene quel che finisce bene, quindi? Questa rischiosa esibizione alla fine non lasciò tracce e nessuno se la prese? Non proprio. A settembre mi bocciarono.
L’università
La bocciatura della terza superiore la considero un attrito necessario per la mia crescita personale.
Certo, non è il ragionamento che avrei fatto all’epoca; ma una buona dose di prospettiva e di sincera umiltà mi serviva. Anzi, ne sarebbe servita anche di più, ma per il momento era il massimo che potevo permettermi.
Ho affrontato i restanti anni di liceo con un po’ più di maturità (un po’ eh, non esageriamo), poi ho tentato la fortuna all’università, cercando un indirizzo che si avvicinasse il più possibile ai miei interessi.
Purtroppo, come è risultato più che evidente negli anni successivi, non avevo affatto le idee chiare sul mio futuro.
La facoltà di Scienze naturali incuriosisce e affascina molti, ma pochi sanno veramente cosa sia.
«Wow! Scienze naturali! Bello… Studi gli animali? E che lavoro farai?»
La risposta breve è: «No, studi quasi unicamente sassi e finirai a insegnare».
Ok, ho esagerato un po’. Scherzi a parte, è vero che si tratta di una facoltà stimolante e con un ampio ventaglio di materie affrontate a 360 gradi. È effettivamente la soluzione migliore se ci si vuole creare un’idea valida di com’è fatto il nostro buon vecchio pianeta e si hanno a disposizione tre anni.
La questione relativa agli sbocchi lavorativi, invece, è un po’ più complicata.
I mestieri in questo settore specifico scarseggiano (e non solo qui, a dirla tutta, come potrebbe confermare qualsiasi laureato).
Ma l’ambito relativo alla salvaguardia dell’ambiente sembra essere uno dei più snobbati in assoluto.
Eppure la salute del pianeta ci riguarda tutti. Riguarda anche e soprattutto la nostra, di salute.
Quando dichiariamo guerra alla natura perdiamo, sempre.
E la scelta di investire così poco in questo settore, purtroppo, è anche abbastanza comprensibile. Non giustificabile, ma comprensibile: economicamente parlando, non è un campo particolarmente ricco, quindi non paga bene.
Da un punto di vista non materiale, invece, è il più ricco di tutti.
Ad ogni modo, i tre anni di Scienze naturali mi sono piaciuti e mi hanno fatto crescere. Ho scoperto o approfondito passioni che mi portavo dietro fin da bambino. Ho conosciuto persone eccezionali.
Porterò sempre nel cuore i ragazzi di quella facoltà.
Eravamo in pochi, quasi una classe, come a scuola. Mi sentivo a mio agio.
Ci accomunavano spesso origini improbabili e, negli anni precedenti, avevamo seguito percorsi molto diversi fra loro. Eppure, tra le tante differenze, ci assomigliavamo.
Era un contesto amichevole, quasi come se ci si fosse messi d’accordo prima per essere gentili e disponibili con tutti (compresi i montanari italo-belgi con tanta confusione in testa).
L’empatia e le risate avvicinavano ogni studente, dal rivoluzionario al nerd burlone, dalla vegana ostinata al placido hippie.
Un contesto così accogliente non lo avevo mai conosciuto. Bastava ridere per capirsi. E, ridendo, potevo essere me stesso senza troppi filtri.
Gli spostamenti
Nonostante l’esperienza piacevole, sono uscito dall’università con le stesse idee confuse di quando ero entrato. La sensazione era familiare. Non era la prima volta che mi sentivo circondato da gente realizzata, con piani più o meno chiari per il proprio futuro, mentre io ancora mi chiedevo dove caspita sarei andato a finire nei giorni seguenti.
Sicuramente la staticità della mia vita in quel momento non mi aiutava a chiarirmi le idee, tantomeno a trovarne di nuove. Mi serviva uno stimolo esterno per cambiare le cose.
Ma dovevo andarmelo a cercare. È ormai un cliché parlare di abbandono della comfort zone come azione necessaria
per progredire, ma non è mai sbagliato parlarne. Tendiamo, in genere, a ricercare la stabilità e a sviluppare abitudini strutturate e ben definite per dare equilibrio alla nostra vita. Il rischio è, però, quello di cadere nella trappola della routine e della convenienza, perdendo elasticità mentale e occasioni potenzialmente benefiche.
Non voglio lasciar intendere che questa visione della vita appartenga ad ogni individuo, le eccezioni ci sono eccome; né intendo descrivere l’essere abitudinari come un atteggiamento prettamente negativo e da rifiutare a prescindere. Ciò che ho osservato, però, è che lo stimolo esterno di cui parlo è fondamentale per ricordarci il potenziale e le risorse che abbiamo a disposizione in quanto esseri umani, che in un contesto di perenne rilassamento rimarrebbero inespressi. Abbandonare – anche momentaneamente – la propria zona di comfort equivale a rimettersi in gioco, aprire la mente a nuove idee e considerare prospettive diverse. E non sempre questa azione necessaria di distacco risulta piacevole; anzi, spesso dobbiamo attivamente sforzarci per smuovere qualcosa, per liberarci da quel sottile e pesantissimo velo che ci fa sentire sicuri, sì, ma che ci impedisce di cambiare. Non è facile. Ma la consapevolezza di uscirne anche solo un po’ più saggi, più forti, più ricchi dentro, insomma persone migliori, è forse una delle più potenti motivazioni per andare avanti.
Dopo l’università mi sono quindi guardato intorno alla ricerca di nuove esperienze (e di modi per guadagnarmi da vivere). Ripeto, come se non fosse già abbastanza chiaro, che avevo parecchia confusione in testa.
In quel periodo ho svolto vari lavori. Non mi entusiasmavano particolarmente e si trattava comunque di brevi parentesi, quindi mi limiterò a elencarli: cameriere, lavapiatti, aiuto cuoco, autista, cassiere, giardiniere, addetto forno, addetto consegne (e forse altri, non ricordo bene).
Dopo questa carrellata di mestieri improbabili, ho deciso di trasferirmi in Belgio da mia nonna. Al momento della partenza non mi ero posto limiti temporali, la mia permanenza poteva durare settimane o anni, non avevo piani. Cercavo uno stimolo che mi aiutasse (senza fare troppa retorica) a capire un po’ meglio me stesso; magari spinto anche dal fatto che mi trovavo fisicamente lontano da tutto ciò a cui ero abituato e che davo per scontato. Pensavo di conoscere il Belgio, avendoci passato molto tempo da bambino. Ma abitarci proprio e cercare – timidamente – un ruolo nella società, mi ha convinto che non sapevo nulla, o quasi, di quel piccolo Paese mitteleuropeo. Ora, almeno – come diceva un signore greco fastidiosamente saggio 2500 anni fa – sapevo di non sapere. Ho comunque avuto l’occasione di passare del tempo prezioso con parenti a cui tengo molto, e che non vedo spesso. Ho visitato luoghi suggestivi. Non è stato così male.
L’esperienza in Belgio era risultata formativa, ma la grande rivelazione non era arrivata. Sono quindi tornato in patria.
Dall’Appennino, che bene o male è sempre stata la mia base operativa, mi sono spostato sulle Alpi; stavolta per questioni legate al lavoro della mia ragazza di allora. Nello specifico, stavamo in Trentino Alto Adige, dove ho trascorso alcuni mesi decisamente piacevoli e suggestivi. Non ho trovato, neanche qui, una svolta importante per la mia carriera professionale – che tecnicamente non esisteva e non era mai esistita – però ho raccolto mele. Raccogliere mele era, paradossalmente, il lavoro più bello che avessi fatto fino ad allora. Era faticoso, ma almeno si sentivano gli uccellini. Era quasi come se quello fosse un posto magico, là in mezzo alle montagne, dove gli inevitabili e incombenti problemi della vita non sarebbero arrivati. Sarei dovuto tornare a breve nel caos della società, con annessi stress e dubbi sul futuro. Ma non in quel momento. In quel momento raccoglievo mele.
Il mio vagabondare in cerca di risposte non era concluso.
Dopo la gita in Trentino, altre circostanze e altre necessità lavorative mi hanno portato sulla riviera romagnola, in pratica l’opposto della montagna a cui ero abituato. Io, un testardo montanaro, ora tradivo le mie origini trasferendomi al mare? Stranamente sì. Ma non ci è voluto molto per convincermi che anche la costa può avere un forte fascino, specie nelle stagioni meno turistiche. Anche in questo caso ho sperimentato i lavori più vari, dallo svolgere sondaggi su mezzi pubblici al raccogliere ombrelloni in spiaggia. Non posso dire di non essere stato flessibile.
Inaspettatamente – e molti giovani laureati capiranno il motivo dell’utilizzo della parola inaspettatamente – qui ho anche trovato una professione inerente alla mia laurea, cioè l’educatore ambientale nelle scuole. Ho avuto la possibilità di visitare decine di istituti e interagire con parecchi studenti di scuole elementari e medie. In quanto esperto esterno venivo anche preso sul serio: una sensazione alla quale non ero abituato. Inoltre, per la prima volta mi confrontavo regolarmente con una delle mie più grandi paure: parlare in pubblico. Ciò che spaventa, se praticato con un po’ di coraggio e motivazione, col tempo spaventa di meno. Ma non dico niente di nuovo. Confrontarmi con il pubblico – anche se si trattava principalmente di giovani studenti – mi sarebbe risultato parecchio utile per il futuro.
Ci sono pochi dubbi sul fatto che gli spostamenti degli ultimi anni abbiano fortemente condizionato, in positivo, il mio modo di vedere il mondo.
Avevo sperimentato realtà diverse. Non era sparito il disordine mentale che ormai mi caratterizzava, anzi. Ma lungo la strada sentivo di aver consolidato, a poco a poco, un’idea che mi portavo dietro da anni: variare contesto, conoscere persone nuove, aprirmi a nuovi progetti mi stava convincendo che forse era il caso provarci.
Il tempo passava ed era arrivato il momento di sviluppare l’idea che sognavo potesse definire il mio futuro.
Ma era così improbabile, ridicola e infantile che in passato mi vergognavo a prenderla sul serio, anche solo per qualche secondo. Figuriamoci parlarne e metterla in pratica. Era proprio per l’automatico rifiuto di vedere questa come un’opportunità reale, che per molto tempo mi ero negato la possibilità di definirla e darle un minimo di identità.
Questo nebuloso pensiero, però, non smetteva mai di ripresentarsi. Era, paradossalmente, l’unica convinzione che avevo, l’unico appiglio, lo scoglio che era rimasto stabile nel mare di confusione della mia testa.
La certezza di qualcosa di decisamente incerto.
Mi piaceva suonare, mi piaceva divertire. Sentivo il bisogno di creare. Cosa di preciso? Non ne avevo idea, ma dovevo approfondire.