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La sepoltura dei topi e altri racconti

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La sepoltura dei topi e altri racconti di Bram Stoker © 2026 Burno per questa edizione Tutti i diritti riservati. Collana Horror Dimenticati, 1 Progetto grafico e impaginazione Domenico V. Venezia cover design: Sebastiano Barcaroli Traduzione: Flavia Forestieri Correzione bozze: Giuseppe Congedo Stampato in Cina – febbraio 2026 Burno è un marchio in esclusiva di Solone srl Via Aversana, 8 – 84025 Eboli (SA)

burno.it

BurnoEdizioni #burno


I N D I C E

I.

La Coppa di Cristallo

7

II.

Salvato da un Fantasma

25

III.

La Profezia della Zingara

39

IV.

I Duplici

53

V.

Gibbet Hill

73

VI.

La Casa del Giudice

89

VII.

Il Segreto della Crescita d’Oro

113

VIII. Il Vecchio Hoggen: un Mistero

131

IX.

Il Ritorno di Abel Behenna

165

X.

La Squaw

187

XI.

L’Uomo di Shorrox

205

XII.

Il Sogno delle Mani Rosse

223

XIII. Le Sabbie di Crooken

237

XIV. La Sepoltura dei Topi

263

XV.

L’Ospite di Dracula

293

I racconti

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I L A

NA SCI TA

DEL

SOGNO

e acque azzurre battono contro le mura del palazzo; quando resto in ascolto ne sento il lieve, carezzevole sciabordio sul marmo. Lontano, in mezzo al mare, scorgo le onde scintillare al sole, sempre ridenti, sempre sfavillanti, sempre solari. Onde felici! Felici nella vostra letizia, tre volte felici nella vostra libertà! Mi alzo dal lavoro, mi arrampico sul muro e raggiungo la strombatura della finestra. Afferro uno spigolo della pietra e mi tiro su finché non sono accovacciato nel vano. Mare, mare, che si estende fin dove l’occhio arriva. Lo fisso finché la vista mi si annebbia; ed è in quell’indistinto che lo spirito torna a vedere. L’anima mia vola sulle ali della memoria al di là di quel mare azzurro e sorridente, oltre le onde che brillano e le vele luminose, verso la terra che chiamo casa. A poco a poco mi sembra di riacquistare la vista vera, mi guardo attorno e rivedo la vecchia casa in cui nacqui. La sua semplicità severa mi appare nuova. Vedo lì i miei libri consunti e i manoscritti e i disegni, e laggiù, più in alto sopra la porta, sugli scaffali, le prime prove d’arte, acerbe e goffe. Come mi sembrano insignificanti ora! Eppure, se fossi libero, non darei la peggiore di quelle prove per tutto ciò che possiedo oggi. Possiedo? Sto sognando. Il sogno mi riporta alla vita. Balzo giù dal davanzale e riprendo a lavorare con foga, perché ogni linea tracciata sulla carta, ogni forma che nasce dal gesso mi avvicina alla libertà. Forgerò una coppa la cui bellezza farà impallidire le glorie della Gre-

L

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La Sepoltura dei Topi e altri racconti di Bram Stoker

cia nel suo secolo d’oro! Un amore e una speranza come i miei devono pur tradursi, prima o poi, in una qualche forma di bellezza. Quando Lui lo vedrà, griderà estasiato e ordinerà che mi liberino. E ogni volta che penso alla libertà, anche se dovesse arrivare per mano sua, dimentico l’odio e il debito di vendetta che ho con lui. Ah! Allora volerò sulle ali del mattino oltre il mare, a casa — a casa sua — e la stringerò fra le braccia perché nulla ci separi mai più! Ma, oh Spirito del Giorno! Se mai lei dovesse essere — No, no, non oso neppure pensarlo, altrimenti impazzirei. Oh Tempo, Tempo! Creatore e distruttore delle fortune degli uomini, perché corri così rapido per gli altri, mentre per me ti trascini così lentamente? Forse, proprio in questo istante, la mia casa è già abbandonata, e lei — la mia sposa d’un’ora — riposa quieta nella fredda terra. Oh, questa sospensione mi strapperà il senno! Al lavoro, al lavoro! La libertà mi attende; Aurora è il premio delle mie fatiche! Così mi getto di nuovo sull’opera; ma né alla mente né alla mano, entrambe ardenti, discende fuoco o vigore. Quasi pazzo per la disperazione, mi scaglio contro le mura della prigione, poi m’inerpico nella strombatura e ancora una volta volgo lo sguardo all’oceano, senza trovarvi speranza alcuna. E là rimango, finché la notte, stendendo sulla natura il suo manto di tenebre, non rimanda ancora una volta a domani la possibilità d’impegnarmi. Così trascorrono i miei giorni, che diventano settimane e mesi. E così diverranno anni, se la vita vorrà indugiare così a lungo come ospite sgradito dentro di me; poiché cos’è mai l’uomo senza speranza? E questa speranza, in questo petto stanco, non è forse già vicina alla morte?

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La Coppa di Cristallo

Ieri notte, nei miei sogni, mi è giunto, come un’ispirazione dallo Spirito del Giorno, il disegno della mia coppa. Per tutta la giornata il mio desiderio di libertà — di Aurora, o anche solo di notizie su di lei — si è decuplicato e cuore e mente ardevano. Fuori di me, mi sono scagliato come un uccello in gabbia contro le sbarre della prigione. Fuori di me, sono balzato sul davanzale della finestra e ho scrutato, con gli occhi fuori dalle orbite, il mare libero e sconfinato. E lì sono rimasto, finché la mia furia non si è esaurita; poi mi sono addormentato e ho sognato te, Aurora — te e la libertà. Nelle orecchie ho sentito di nuovo la vecchia canzone che cantavamo insieme, da bambini, quando passeggiavamo sulla spiaggia; quando, da innamorati, guardavamo il sole tuffarsi nell’oceano, e io vedevo la sua gloria raddoppiarsi mentre brillava nei tuoi occhi e si addolciva sulla tua guancia; e quando, come mia sposa, ti stringevi a me mentre le mie braccia ti avvolgevano su quella lingua di terra deserta da cui piombò la banda di pirati che mi strappò via. Oh! Come il mio cuore maledice quegli uomini — non uomini, ma demoni! Ma di quello scontro terribile mi resta un solo un barlume di gioia, — che la mia resistenza trattenne quei segugi infernali, e che, prima di essere battuto, questa mano destra ne spedì uno all’altro mondo. Il mio spirito si esalta a quel pensiero, a quel colpo che ti salvò da una vita peggiore della morte. A quel ricordo le mie guance ardono, le vene si gonfiano sulla fronte. I miei occhi si accendono, e corro come un folle intorno alla mia prigione, «Oh, se avessi qui uno dei miei nemici! Gli fracasserei il cranio contro queste mura di marmo e gli calpesterei il cuore mentre giace a terra davanti a me!» Queste mura non lo risparmierebbero. Sono spietate, lo so fin troppo bene. Oh, crudele beffa della gentilezza, trasformare un palazzo in prigione e deridere con sculture e forme splendide il cuore di un prigioniero che soffre! Meravigliose, davvero, queste pareti scolpite! Gli uomini le dicono bellissime; ma, Aurora, con la tua bellezza sempre davanti ai miei occhi, quale altra forma, che gli uomini chiamano bella, può sembrarmi tale? Come chi ha fissato il sole e poi non vede più luce sulla terra a causa della gloria che tinge le sue iridi, così la tua bellezza o anche solo il suo ricordo ha mutato le cose più splendide in tenebre e deformità. Nel sogno di ieri notte, mentre nelle orecchie mi tornava dolce, come musica che giunge dall’acqua lontana, la vecchia can11


La Sepoltura dei Topi e altri racconti di Bram Stoker

zone che cantavamo insieme, alla mente, come un raggio di luce, mi è balenata un’idea la cui grandezza mi ha lasciato senza parole. Davanti agli occhi mi è apparso un vaso di tale bellezza che ho capito che la speranza era rinata, e il Grande Spirito aveva posato il mio piede sul primo gradino della scala che da questo palazzo-prigione porta alla libertà e a te. Oggi ho ottenuto un blocco di cristallo — perché solo in una sostanza così limpida posso dar corpo al mio sogno — e ho iniziato il lavoro. All’inizio la mia mano sembrava aver perso la sua destrezza, e già stavo per cedere alla disperazione, quando, come il ricordo di un sogno, nelle orecchie mi sono tornate le note di quella vecchia canzone. L’ho cantata piano tra me e me, e poco a poco mi sono calmato; ma, oh! Come suonava diversa senza la tua voce, Aurora, che si univa alla mia! Ma a che serve struggersi? Al lavoro, al lavoro! Ogni colpo di cesello mi avvicina a te. La mia coppa ogni giorno si avvicina al compimento. Canto mentre lavoro, e il canto che mai mi abbandona è quello che più amo. Sento l’eco della mia voce vibrare nella coppa; e quando la mia voce tace, la nota lamentosa della canzone si prolunga in dolce, triste musica dentro la coppa di cristallo. Ascolto, piegando l’orecchio, e talvolta piango mentre ascolto, tanta è la mestizia che l’eco reca al mio canto. Per quanto imperfetta, la mia voce crea musica soave, e la sua eco nella coppa guida la mia mano verso la perfezione, mentre lavoro. Oh, se la tua voce si alzasse e si abbassasse insieme alla mia, Aurora, allora il mondo vedrebbe una coppa di bellezza tale da ridestare come mai prima d’ora i fuochi sopiti dell’amore umano per ciò che è bello; perché, se io, in tristezza, imperfetto nella mia solitudine e nel mio dolore, riesco a compiere un’opera simile, che cosa potrei mai creare nella gioia, perfetto accanto a te? So che la mia opera è buona come artista, e sento che lo è anche come uomo; e la coppa stessa, facendosi ogni giorno più bella, rimanda un’eco più cristallina. Oh! Se lavorassi nella gioia, con quale gaudio risuonerebbe delle nostre voci! Allora udiremmo un’eco e una musica quali i mortali raramente odono; ma ora l’eco, come il mio canto, sembra imperfetta. Ogni giorno mi sento più debole; eppure continuo a lavorare — lavoro con tutta l’anima — poiché non sto forse lavorando per la libertà e per te?

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La Coppa di Cristallo

La mia opera è quasi compiuta. Giorno dopo giorno, ora dopo ora, la coppa si avvicina alla sua forma definitiva. Sempre più limpido si fa l’eco mentre canto; sempre più dolce, più triste, più straziante l’eco del lamento che chiude la canzone. Giorno dopo giorno io divento sempre più debole; eppure continuo a lavorare con tutta la mia anima. Di notte, pensando a te, mi assale il pensiero che non ti rivedrò mai più — che respiro dopo respiro, io riverso la mia vita nella coppa di cristallo, e che là rimarrà quando io non sarò più. Così bella è diventata, così tanto l’amo, che potrei morire lieto d’essere l’artefice di tale opera, se non fosse per te — per l’amore che ho per te, per la speranza che ripongo in te, per il timore che nutro per te, per l’angoscia che mi darebbe il tuo dolore, quando saprai che io non ci sono più. Alla mia opera mancano ormai soltanto pochi ritocchi. La mia vita lentamente si spegne, e sento che con l’ultimo tocco essa passerà per sempre nella coppa. Finché quel tocco non sarà dato, non devo morire — non morirò. Il mio odio è svanito. Tanto grandi furono i torti subiti che la mia vendetta non sarebbe che un compenso troppo misero al mio dolore. Lascio la vendetta a chi è più giusto e più potente di me. Te, o Aurora, io attenderò nella terra dei fiori, dove tu ed io cammineremo insieme, senza più separarci, mai più, mai più! Ah, mai più! Addio, Aurora — Aurora — Aurora!

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II L A

FESTA

DEL L A

BEL L E Z Z A

a Festa della Bellezza si avvicina a grandi passi, benché non con la rapidità che il mio sovrano desidererebbe. Egli non sembra avere altro pensiero che rendere questa celebrazione più grandiosa e splendida di qualunque altra si sia mai vista. Cinque estati fa la sua Festa della Bellezza fu più grandiosa di tutte quelle celebrate nel regno di suo padre messe insieme; eppure, appena ebbe termine e i premi furono consegnati ai vincitori, egli concepì il vasto progetto il cui esito sarà messo alla prova quando la luna raggiungerà la sua pienezza. Fu concepito con audacia e realizzato con audacia; scelto e compiuto con la stessa risolutezza che conviene a un sovrano. Ma non riesco a credere che avrà buon fine. Questo anelito di perfezione è destinato, alla fine, a rimanere inappagato — questo desiderio che spinge un re a gettare al vento la sua giustizia regale, tentando di raggiungere la sua Mecca attraverso un deserto di speranze spezzate e vite perdute. Ma basta! Non devo osare pensare male del mio signore o delle sue azioni; e poi, le mura hanno orecchie. Devo lasciar da parte questi pensieri pericolosi e confinare la mente entro i limiti che le sono imposti.

L

La luna cresce rapida, e con la sua pienezza giunge la Festa della Bellezza, il cui successo dipende quasi interamente dalla mia vigilanza e dalla mia diligenza; poiché, se il cerimoniere fallisse nel suo compito, chi mai potrebbe colmare quel vuoto? Vediamo allora quali arti sono presenti e quali opere gareggia14


La Coppa di Cristallo

no. Tutte avranno il loro premio: la poesia, nelle sue varie forme, e la prosa; la scultura, con le incisioni nei metalli, nel vetro, nel legno, nell’avorio, le gemme intagliate e i gioielli incastonati; la pittura su tela, vetro, legno, pietra e metallo; la musica, vocale e strumentale; la danza. Se quella donna canterà, allora avremo un autentico trionfo della musica; ma anche lei sembra malata. Tutti i nostri migliori artisti finiscono per ammalarsi o morire, benché si prometta loro la libertà o ricompense o entrambe se sapranno distinguersi. Mai, certo, una Festa della Bellezza è stata così fastosa e così riccamente ornata come quella che la luna piena sta per contemplare e ascoltare; ma ah! Il coronamento della festa sarà la coppa di cristallo. Mai i miei occhi hanno veduto una bellezza simile, un mirabile connubio di materia e luce. È certo che una qualche forza arcana deve aver contribuito a trarre tanta grazia da un freddo blocco di cristallo. Devo vegliare che non accada nulla alla coppa. Oggi, quando la sfiorai, essa sprigionò un suono così squillante che il cuore mi balzò nel petto, temendo si fosse incrinata. D’ora in avanti, fino al momento in cui la consegnerò al mio signore, nessuna mano all’infuori della mia la toccherà, per timore che possa subire danno. Strana è la storia di quella coppa. Nacque nella cella di un prigioniero, strappato alla sua casa d’artista al di là del mare, costretto a esaltare con la sua opera lo splendore della festa — spiato da emissari, seguito e pedinato, finché un’occasione — crudele per lui — non lo consegnò nelle mani del mio signore. Anch’egli, povera falena, svolazzò attorno alla fiamma: il richiamo della libertà lo sospinse a sforzi tanto intensi che finì col consumarsi. Quella coppa di cristallo gli costò cara. Molti uomini, lavorando a una simile meraviglia, avrebbero dimenticato la propria prigionia; egli invece pareva recare nel cuore un dolore così profondo da soffocare ogni orgoglio. Come delirava i primi tempi! Correva per la sua stanza, poi saliva sull’imbotte della finestra e fissava lontano, verso il mare! Povero prigioniero! Forse, al di là di quel mare, qualcuno lo attendeva, più caro al suo cuore di qualunque coppa, persino di una coppa splendida come la sua, ammesso che un’altra simile possa esistere su questa terra… Ebbene, alla fine tutti dobbiamo morire, prima o poi, e forse chi muore per primo evita maggiori dolori, chi può dirlo? E quando iniziò la coppa, come cantava per 15


La Sepoltura dei Topi e altri racconti di Bram Stoker

tutto il giorno! Dal momento in cui il sole lanciava la sua prima freccia infuocata contro le schiere in ritirata delle nubi notturne, fino a quando le ombre della sera, avanzando, sospingevano gli ultimi raggi verso occidente — e sempre la stessa canzone! Come cantava, solo! Eppure, talvolta, avrei quasi giurato che dalla sua stanza giungessero non una, ma due voci… Ma, ormai, non riecheggerà mai più né dalle mura di un carcere, né da un pendio colpito dall’aria libera. I suoi occhi non contempleranno mai più la bellezza della sua coppa di cristallo. Fortunatamente visse abbastanza da portarla a compimento. Quante volte ho tremato, temendo che la morte lo cogliesse mentre lo vedevo, giorno dopo giorno, indebolirsi chino sul vaso incompiuto. I suoi occhi non dovranno mai più contemplare la bellezza nata dalla sua anima? Oh, mai più! Oh Morte, cupo Re del Terrore, quanto è possente il tuo scettro! Potente oltre ogni misura è l’onda della tua mano che, a turno, ci convoca nel tuo regno lontano al di là dei poli! Oh, se almeno tu, povero prigioniero, fossi vissuto per assistere al tuo trionfo, alla Festa della Bellezza, una vittoria che nessun uomo aveva mai raggiunto prima sarebbe stata la tua. Avresti potuto udire il grido che acclama il vincitore, gli applausi che lo accompagnano mentre varca i cancelli del palazzo e si allontana, finalmente libero. Ora invece la tua coppa comparirà tra i sorrisi della bellezza, della nobiltà e del potere, mentre tu giaci là, nella tua stanza solitaria, freddo come il marmo che ne ricopre le pareti. E in fin dei conti, la festa sarà incompleta, giacché non tutti i vincitori potranno essere incoronati. Devo chiedere al mio signore come si debba colmare il vuoto lasciato da un concorrente che, se vincitore, non può ricevere la sua corona. Così tardi? Devo vederlo prima che sia trascorsa l’ora del riposo di mezzogiorno. Gran Dio! Come tremavo mentre il mio signore mi rispondeva! Lo trovai nella sua camera, come d’abitudine a quell’ora. Giaceva disteso sul suo letto, privo di vesti, mezzo assopito; e il pigro zefiro, intriso dei profumi del giardino, filtrava dalle finestre laterali mosso dai ventagli, cullandolo dolcemente nel sonno. La stanza, oscurata, era fresca e silenziosa. Dal vestibolo saliva il mormorio delle fontane e lo scroscio soave dell’acqua che cade. “Oh, felice,” mi dissi in cuor mio, “oh, felice grande Re, che godi 16


La Coppa di Cristallo

di simili delizie!” La brezza dei ventagli passava sulle corde delle arpe eoliche, e un’armonia dolce, confusa, gioiosa si levava, simile a un lontano mormorio di voci infantili che cantano nelle valli e si diffondono galleggiando nel vento. Quando entrai nella stanza, in punta di piedi e trattenendo il respiro, un senso di timore mi invase. Io, che ero nato e avevo vissuto tutta la vita entro i confini della corte — io, che ogni giorno parlavo con il mio sovrano e ricevevo da lui le istruzioni più dettagliate per la festa ormai imminente — io, che per tutta la vita lo avevo guardato come a uno spirito, venerandolo come più che uomo — provai quasi orrore; perché in quell’istante, nella sua quieta stanza, mezzo addormentato tra la musica sonnolenta delle arpe e delle fontane, egli mi appariva più simile a un uomo comune che a un dio. A quel pensiero rabbrividii, sgomento, poiché mi sembrò d’aver commesso sacrilegio. La mia venerazione per il mio signore era divenuta tanto parte della mia natura, che concepirlo soltanto come uomo fra gli uomini mi parve l’anarchia stessa della mia anima. Mi avvicinai al suo giaciglio e lo osservai in silenzio. Sembrava che prestasse un ascolto distratto a quella musica incostante; e man mano che la melodia cresceva e svaniva, il suo petto si alzava e si abbassava, respirando in accordo con il ritmo del suono. Dopo qualche istante parve avvertire la presenza di qualcuno nella stanza, benché sul suo volto non si leggesse alcun segno di attenzione e i suoi occhi restassero chiusi. Quando li aprì e mi scorse, domandò, «Tutto bene con la Festa della Bellezza?» perché questo, più di ogni altra cosa, occupava i suoi pensieri. Io risposi che tutto procedeva senza ostacoli, ma che ero venuto a chiedere 17


La Sepoltura dei Topi e altri racconti di Bram Stoker

quale fosse il suo volere riguardo a un posto rimasto vacante tra i concorrenti. Egli chiese, «Vacante per quale motivo?»; ed io, «Per la morte.» Subito replicò con ansia, «E l’opera, fu terminata?» Quando gli confermai di sì, egli si lasciò ricadere sul letto con un sospiro di sollievo, dopo essersi mezzo sollevato per la preoccupazione. Poi, dopo un momento, disse, «Tutti i concorrenti devono essere presenti alla festa.» «Tutti?» chiesi io. «Tutti,» ripeté, «vivi o morti; poiché l’antica usanza deve essere rispettata e i vincitori incoronati.» Rimase ancora un poco in silenzio, e poi soggiunse lentamente, «Vincitori o martiri.» E vidi allora tornare in lui lo spirito regale. E riprese. «Questa sarà la mia ultima Festa della Bellezza. Tutti i prigionieri saranno liberati. Dalla mia dimora è scaturito già troppo dolore. Troppe ingiustizie hanno macchiato il nome del re.» Non aggiunse altro, ma rimase disteso, con gli occhi chiusi. Dal tremito delle sue mani e dal respiro affannoso compresi che era agitato da una forte emozione, e pensai, “È un uomo, eppure è un re; ma anche da re non gli è concessa la felicità. Grande Spirito della Giustizia! Sei tu che distribuisci gioie e sofferenze agli uomini, al re come allo schiavo! E più di tutti ami coloro ai quali concedi la pace!” A poco a poco il mio signore si fece più calmo, e infine cadde in un dolce sonno; ma anche addormentato, respirava ancora al ritmo del mormorio crescente delle arpe. «A ciascuno è dato,» mormorai piano, «qualcosa che lo lega al mondo delle cose reali. La tua vita, o Re, è incatenata dalla compassione alla voce della Verità, che è Musica! Trema, perché davanti a una melodia suprema potresti avvertire la tua piccolezza, e morire.» E, senza far rumore, uscii dalla stanza.

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A LT R I VOL U M I P U B B L I C AT I DA BU R NO I N QU E STA C OL L A NA : Robert Louis Stevenson, Favole Nere


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