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Autobiografia di Monaldo Leopardi

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Autobiografa di Monaldo Leopardi di Monaldo Leopardi

© 2025 Burno per questa edizione

Tutti i diritti riservati

Collana Letteratura Classica Dimenticata, 1

Progetto grafco e cover design: Sebastiano Barcaroli e Nicola Pesce Impaginazione: Ruslan Viviano Correzione bozze a cura della redazione

Stampato in Cina – febbraio 2026 Burno

è un marchio in esclusiva di Solone srl Via Aversana, 8 –84025 Eboli (SA) burno.it

@burnoedizioni #burno

Pubblicato con il contributo della Regione Campania.

Autobiografia

di MONALDO LEOPARDI

Prefazione di NICOLA PESCE

Prefazione

Qualche anno fa mi sono accostato più intensamente alla famiglia Leopardi. Non so se sia nato prima l’uovo o la gallina.

Non so cioè se fu visitare casa Leopardi ad ispirarmi l’idea di base per La biblioteca dei libri dimenticati oppure se, al contrario, avevo già avuto quell’idea e visitai la casa per poterne scrivere meglio.

In pratica volevo che Leopardi tornasse in vita, e mi parlasse. Anzi volevo tornare io a inizio Ottocento e gli volevo domandare tante cose, come le avrei domandate a un fratello. Soprattutto – siccome mi sembrava che avessimo avuto due padri molto simili – volevo sfogarmi con lui e che lui si sfogasse con me.

Per chi tanto lo ha amato ai tempi della scuola, o per chi lo ha riscoperto in seguito, è una emozione indicibile muovere i passi dove li muoveva lui. Affacciarsi dalle finestre che

danno sulla piazzetta del Sabato del Villaggio, vedere i suoi fogli originali con qualche cancellatura, passare attraverso i libri che lui leggeva, visitare la sua camera da letto, quella del fratello Carlo e così via.

Ci pensate alle cancellature e alle correzioni di un Giacomo Leopardi? Basta un trattino e «Da codesto confine il guardo esclude» diventa «De l’ultimo orizzonte il guardo esclude» e milioni di italiani lo studiano così nei secoli dei secoli!

Non so quindi se fu la casa a ispirarmi oppure no, ma una cosa è certa: tra quelle mura ti senti tremare. E rifletti su tante cose.

E io ho riflettuto tanto su questo Conte Monaldo. Perché il dolore che tira fuori il figlio Giacomo quando ne parla nelle sue lettere, la rabbia, l’odio, l’amore, il risentimento, il bisogno di approvazione, mi ricordavano quello che provavo io mio padre.

E pensai che se avessi capito qualcosa in più di Monaldo forse avrei capito qualcosa in più anche della mia vita. Non è forse per questo che tutti noi leggiamo la grande letteratura del passato?

Fin dal primo passo nel «paterno ostello», il Conte Monaldo mi apparve diverso da quello che mi era stato raccontato. Comprava tantissimi libri, e all’epoca non era facile neppure trovarli. Si procurava i libri proibiti, quelli che la chiesa metteva all’indice, che non sono quelli che ci immagineremmo noi oggi ma il Decameron di Boccaccio, Il Principe di Machiavelli, e poi

Vittorio Alfieri, Ugo Foscolo, Cesare Beccaria, Ludovico Ariosto, Voltaire, Jean-Jacques Rousseau, Stendhal, Erasmo da Rotterdam, Blaise Pascal, Gustave Flaubert, Dumas figlio, Martin Lutero, David Hume, Émile Zola, Jonathan Swift, Victor Hugo, Daniel Defoe, John Milton, Denis Diderot, Jean de la Fontaine e persino un libro di Dante, il De Monarchia, e un libro di un papa!

Nomi che a vederli oggi lasciano allibiti: cosa c’era da vietare? Ad ogni buon conto il Conte Monaldo se li procurava. Per sé e per i figli. Aveva ottenuto una dispensa papale che lo autorizzava a possederli a patto che fossero tenuti in una libreria chiusa a chiave. E nella casa a Recanati quella libreria c’è, con su scritto “Prohibiti”, e siamo certi che il

piccolo Giacomo potesse leggerli ogni volta che voleva.

Insomma Monaldo non era così cattivo e bigotto come siamo abituati a pensare! Aveva persino aperto al pubblico recanatese tutta la biblioteca: chiunque poteva entrare in orari stabiliti e leggere. Vero è che nessuno vi entrò mai.

Quando mi accorsi che Monaldo non era poi così cattivo, mi venne voglia di scoprire se avesse scritto qualcosa.

E che sorpresa venire a sapere che aveva scritto, e tanto! Che i suoi libri erano forse più famosi di quelli del figlio mentre era in vita! Aveva scritto soprattutto dei “dialoghi filosofici” che avevano avuto un grande successo.

E subito mi vien da pensare alle Operette morali del figlio, a quei dialoghi tra la moda e la morte, tra Ercole e Atlante, tra un folletto e uno gnomo e così via. Il figlio aveva forse tratto ispirazione dal padre?

La cosa che più mi colpì fu scoprire che Monaldo aveva scritto una Autobiografia. Non riuscivo a trovarla su internet. Per questo ho voluto che fosse ristampata e l’avete ora fra le mani. La trovai nella Libreria degli Studenti, a Roma, che poi mi regalò il volume

e quindi mi pare doveroso oltre che piacevole salutare qui i suoi numi tutelari, Matteo e Cesare.

La lessi avidamente. Tornando alla mia città fermavo la macchina già in autogrill per leggere un pezzo, in una edizione Longanesi del 1971, bianca e profumata.

Fin dal primo capitolo rimaniamo basiti: i padri hanno un padre! Anche Monaldo aveva avuto un padre. Questa cosa mi scosse. Allora anche mio padre aveva avuto un padre!

Suo padre… era il Conte Giacomo Leopardi. Questi morì a trentanove anni, quando il piccolo Monaldo ne aveva solo quattro. E in punto di morte voleva diseredarlo, voleva chiamare il «fratello Vito al maggiorascato della famiglia».

E scrive: «Non so quale ragione poteva suggerirgli quel proponimento, ma credo che se viveva con me alcuni altri anni, non avria sentito la vergogna di essermi padre».

Queste parole bastano a spezzarmi il cuore. Il Conte Monaldo, il cattivone, il padre padrone, a quattro anni sentiva già su di sé la vergogna di suo padre.

Avendolo perduto a quattro anni, ricordava di lui soltanto due cose. La prima è che

un giorno lui e la sorellina litigavano per una piccola sedia. Dunque arrivò suo padre e la fracassò con un piede.

La seconda è che una sera il padre gli ordinò di sedersi e non muoversi fino a nuovo ordine, e poi partì, senza ricordarsi di revocare l’ordine, di consentirgli di alzarsi. Il piccolo Monaldo non voleva andare a coricarsi dopo ore ed ore sulla sedia per paura di risultare poi disobbediente. Ah, quando non c’erano i telefonini!

E continuando a leggere noi scopriamo un bambino fragile, di buon intelletto, pieno di tenerezza e pensieri profondi, piuttosto abbandonato dagli altri, senza grandi affetti intorno a sé, che pure poi è cresciuto e si è fatto uomo.

Nelle prime pagine me la presi allora con suo figlio Giacomo, gridando dentro me: mi hai mentito! Tuo padre era buono!

Poi però, proseguendo nella lettura, continuavo a ricordarmi di stare ascoltando soltanto la campana di Monaldo. E la sua campana, da sola, bastava a preoccuparmi.

Infatti da un lato mi sentivo subito d’accordo in alcune cose, in alcuni moti d’orgoglio, dall’altro mi rendevo conto che io non avrei

mai detto o scritto di me le cose a quel modo. Solo un dittatore ne sarebbe stato capace.

«Il fatto sta,» scrive Monaldo per esempio, «che la natura o l’abitudine a sovrastare mi è sempre rimasta, e mi adatto malissimo, anzi non mi adatto in modo veruno alle seconde parti. Voglio piegarmi, voglio essere docile, rimettermi a tacere; ma in sostanza tutto quello che mi ha avvicinato, ha sempre fatto a mio modo, e quello che non si è fatto a modo mio, mi è sembrato malfatto».

Immaginate a esser figli o mogli di un uomo così, che poi prosegue rincarando la dose: «In verità mi pare che il desiderio di vedere seguita la mia opinione non sia tutto orgoglio, bensì amore del giusto e del vero».

Ecco un uomo che non vuole fare il padrone… ma bisogna obbedirgli perché ciò che dice lui è il giusto e il vero. Mi fa accapponare la pelle. È così che nascono le dittature e le distopie, secondo me.

Eppure… andando avanti a leggere questa Autobiografia vediamo come in molte occasioni – ad esempio uno scampato matrimonio – lui non abbia saputo comportarsi con discernimento. E, anche se non lo dice, sappiamo che stava distruggendo ogni aspetto

economico della famiglia, e che dovette intervenire sua moglie, la marchesa Adelaide Antici, affinché non facessero bancarotta.

Volevo utilizzare i miei approfondimenti sul Conte Monaldo per fare luce anche nel mio cuore su mio padre.

Ma più leggevo e più si delineava un quadro confuso dentro di me. Monaldo è stato un uomo grande, con la mente protesa verso le cose grandi, che ha avuto la lungimiranza di far studiare al meglio i propri figli, che ha fondato una biblioteca, che l’ha aperta al popolo recanatese. Ma è stato anche un uomo piccolo, gretto, insicuro senza volerlo ammettere, e perciò irascibile, che voleva avere sempre ragione.

Un uomo capace di momenti di assoluta umiltà: «…arrivato agli anni maturi e aperti gli occhi, ho confessato a me stesso che io non so cosa alcuna, e mi sono rassegnato a vivere e morire senza esser dotto, quantunque di esserlo avessi nudrita cupidissima voglia». Che un istante dopo trasforma in orgoglio: «Mentre però vivevo alquanto umiliato per questa conoscenza, si è andato aprendo ai miei occhi il libro del mondo, ed ho veduto che si può essere uomo senza esser dotto, e che

ordinariamente a se stessi ed agli altri giovano più gli uomini che i dottori».

Ecco, lui non ha potuto essere dotto e pertanto i dotti non sono gente buona, è migliore lui!

Del resto io non credo che potesse diventare dotto un uomo che non studiava tanto per amore del sapere quanto per voglia di trionfare sulle cose difficili da capire. Credo che anche in questa frase ci sia tutta l’indicazione della sua insicurezza e della sua

ferocia: «Io nudrivo brama ardentissima di sapere. Allettato pochissimo dai trattenimenti puerili leggevo sempre, e più ostinatamente quelle cose che meno intendevo per avere la gloria di averle intese».

Alcuni punti mi hanno fatto proprio sorridere. Quando ad esempio scrive un intero capitolo per dire «Alla gioventù non si nieghi qualche denaro», proprio lui che gestiva il figlio Giacomo allargandogli o stringendogli il collare a strangolo col ricatto di tagliargli i fondi!

Oppure quando confessa di aver rubato dei soldi al suo precettore, soldi che erano della sua famiglia… Quando sarà suo figlio

Giacomo Leopardi a rubargli allo stesso modo qualcosa, lui non glielo perdonerà mai.

Altri punti invece mi hanno colpito e mi hanno consentito una visione della storia che altri libri non mi avevano dato. Mi son domandato: ma c’era sempre la guerra a Recanati?

Cioè oggi sembra strano che ci sia stata una guerra ai confini dell’Europa, ma nel 1700 c’era una guerra che passava da Recanati ogni cinque o dieci anni! Passano continuamente eserciti! Cosicché i nobili non hanno nemmeno più idea di chi comandi, da quale parte schierarsi e così via. Fare una cosa buona un anno diventa un pretesto per essere impiccati l’anno dopo.

Mi hanno colpito molto questi continui eserciti che attraversano Recanati, queste carrozze che depredano e si caricano d’oro, questi sotterfugi, questi ricatti, questi governi fatti e disfatti nell’arco di pochi mesi.

In che tempi difficili è vissuto il Conte Monaldo! Un giorno era un nobile in un palazzo e il giorno dopo fuggiva con la moglie incinta dormendo nascosti nei pagliai pieni di pulci!

Io me la sento, quindi, di non dargli troppo addosso.

È nato da un padre collerico in tempi difficili, è rimasto orfano a quattro anni, ne ha passate di tutti i colori, ed è rimasto un uomo buono, positivo, capace di scrivere e ammaliare. E poi certo, ha commesso terribili errori come padre, come li commettiamo credo noi tutti.

Dopo tutto questo perdono, però, resta sempre un goccio d’amaro nelle bocche di noi figli.

Accade quando ci accorgiamo che ci sono dieci pagine di dissertazione sui vari tipi di monete che avevano corso ai tempi suoi, che si ha voglia e modo di citare certe camicie, o un cavallo rubato e poi riscattato, ma non il tempo di dire una parola che fosse una, di dire: «Oggi è nato mio figlio. Oggi mio figlio ha detto la prima parola. Oggi mio figlio sa leggere in latino, in greco antico, in sanscrito e in aramaico».

Il fatto che si sia potuto parlare di un sacco di sciocchezze inutili e non della nascita dei suoi figli – né di quell’astro nascente che sapeva leggere e parlare tutte le lingue antiche e non cessava di sbalordire chiunque lo

incontrasse – mi lascerà sempre una piccola ferita nel cuore, una ferita che Giacomo Leopardi conosceva bene. Era invidia, Giacomo, non ci pensare.

Nicola Pesce 24 settembre 2025

nascita

Nacqui al mezzo giorno il dì 16 Agosto 1776 dal Conte Giacomo Leopardi di Recanati, e dalla Marchesa Virginia Mosca di Pesaro, e da essi nacquero pure successivamente Vito, Ferdinanda ed Enea. Credo che l’infanzia mia niente offrisse di singolare, come non l’offre ordinariamente l’infanzia degli altri uomini; tuttavia il mio buon padre che morì nel 1781 avendo egli 39 anni, ed io non più che quattro anni compiti, voleva pospormi nel suo testamento, chiamando il fratello Vito al maggiorascato della Famiglia. I miei zii ne lo distolsero. Non so quale ragione poteva suggerirgli quel proponimento, ma credo che se viveva con me alcuni altri anni, non avria sentito vergogna di essemi padre. Egli avrebbe meglio diretta la mia gioventù, ed io quantunque abbia sbagliato non raramente, tutto assieme ho tenuta una condotta da galantuomo.

mio padre

Ad onta della tenera età in cui lo perdetti, ricordo il mio genitore e ho certezza che le idee conservatene provengono dalla mia memoria direttamente, e non mi vennero suggerite da altri. Mi pare di vederlo alzarsi una volta chetamente di gran matino per andare alla caccia; e un giorno in cui sdegnato di un litigio che avevo con mia sorella per una piccola sedia, la fracassò con un piede; e una sera in cui annoiato della mia importunità mi comandò di sedere fino a nuovo ordine, sicché partito egli senza ricordarsi di darlo io ricusava di andare a cena e a letto per timore di essere inobediente; e un inverno nel quale segnava col carbone nel pavimento i limiti che non dovevo oltrepassare per accostarmi al fuoco; e molte volte in cui già infermo mi conduceva a trottare, e ordinava al cavalcante

per compiacermi di battere la frusta. Altre assai memorie ho di lui, ma soprattutto ricordo il giorno in cui morì, perché in esso ricusando le donne di condurmi secondo il solito a baciargli la mano, gridai Babbo è morto, e piansi disperatamente. Nel giorno istesso vidi gettarsi dalla finestra le materasse sulle quali era spirato. Come è certo che io conservo queste idee originali, così è pur certo che pochi giorni dopo parlandosi della sua morte mi pareva che si parlasse di cosa accaduta cent’anni prima, ed io vedeva allora quell’epoca nella mia memoria a quella distanza medesima in cui la vedo adesso, scorsi già 43 anni dal tristo avvenimento. Forse nei primi giorni tutti affettarono di non parlarne, e si cercò divertire la mia tristezza con divagamenti puerili sicché la prima idea soverchiata dalle altre successive, si trovava già non poco aretrata allorquando accadeva di richiamarla. Il Padre mio fu religioso, saggio, ottimo cittadino, e la sua morte venne compianta generalmente. Lasciando in questi fogli onorata memoria di lui, ricordo ai miei posteri che nell’anniversario della sua morte ho fatto sempre celebrare un uffizio sollenne in espiazione dell’anima sua, e lo ricordo

perché sappiano avere io compiuto questo dovere di filiale pietà, e perché quando io sarò morto, i Figli miei si rammentino pietosamente di me, se avrò potuto meritare la loro affezione.

III

felicità di memoria

Giacché ho parlato della memoria voglio rammentarne un tratto singolare, che pochi vorranno credere, ma pure è vero indubitabilissimamente. Il Conte Vito Leopardi mio Avo morì alli 17 di ottobre del 1777 essendo io nella età di soli 14 mesi. Io lo ricordo vestito con abito lungo di casa che mi dava un cucchiaio di robba dolce, e ricordo pure un certo squallore e sconcerto nella famiglia nel giorno in cui fu colpito di Apoplesia, overo nel giorno in cui morì. Assuefatto a cento quotidiane carezze, mi pare di essere tuttora sdegnato perché in quel giorno nessuno si curava di me.

simpatia e antipatia

Alcuni ridicoli avvenimenti dell’infanzia mi hanno fatto conoscere che la simpatia e la antipatia altro non sono fuorché la ricordanza di piaceri o disgusti ricevuti da una persona o da altra somigliante a quella che ne risveglia l’idea. Di cinque anni venni condotto con mia madre ad un pranzo, e stando con donne o ragazzi in tavola separata mi fu donato un bel Trionfo di zucchero. Mentre andavo superbo di questo tesoro il marchese Vincenzo Antici alzatosi già dalla mensa e scherzando con me ruppe il Trionfo e lo mangiò in buona parte. All’intorno di quella età mi portavano in coro nella nostra Chiesa Parocchiale, e lì anch’io accompagnavo il canto dei preti con la mia voce che non è stata mai addattabile al canto. Il sacerdote don Nicola Frullani annoiato delle mie distonanze mi sgridò e mi fece

tacere. Da allora in poi il marchese Antici e il Frullani mi furono sempre antipatici quanto può dirsi, e tuttora quando incontro questo buon Prete mi sento inclito a volergli male. Verso il marchese Antici mi riuscì a stento di calmare alquanto il mio spirito perché sua nepote divenne mia moglie, e perché era in verità, degnissimo e buonissimo cavaliere.

don vincenzo ferri

Viceversa il sacerdote don Vincenzo Ferri cappellano di casa era il rifugio di me e delli Fratelli miei nell’infanzia nostra, perché sopportava qualunque impertinenza, ci contentava in tutti i desiderî, e ci rallegrava con la sua inalterabile giocondità. Era il più brutto uomo del paese, ma l’affetto che risentivo per lui mi rese talmente simpatici i tratti del suo volto che oggi pure mi sento inclinato ad amare chiunque sopra una tinta affricana ha occhi di gatto, gran bocca e naso schiacciato, perché mi presenta l’idea del mio ottimo Ferri.

Voglio dire un’altra parola di questo buon Prete di cui probabilmente non si parlerà più fino al giorno del Giudizio universale. Ancorché non avesse nè coltura nè dottrina, il suo ingegno il buon cuore e l’ottimo

umore lo rendevano utilissimo agli amici e grato a tutte le società. Attaccatissimo alla mia famiglia con la quale visse trenta anni si inteneriva fino alle lagrime ad ogni piccola evenienza domestica, e qualora conosceva alcun desiderio o mio o dei miei congiunti non trovava riposo finché aveva ottenuto di soddisfarlo. Siccome aveva per lungo tempo amministrato alcuna parte delle mie sostanze, allorché venne a morire, gli dissi che risentendo inquietudine per le cose mie la deponesse francamente perché intendevo di fargli amplissima condonazione, ma egli parte ridendosi di me e parte sdegnandosi replicò non averne bisogno perché mai mi aveva pregiudicato neppure di un paolo.

Morì nel 1806 con ilarità e rassegnazione cristiana, e senza smentire il suo naturale sempre faceto, perché stando in silenzio il sacerdote che lo assisteva negli ultimi istanti, «Ebbene, gli disse, ditemi qualche cosa; non state a fare il minchione quando dovete assistere i moribondi».

VI

ancora dell’infanzia

Tornando all’infanzia mia se ne andava passando come quella di tutti i Fanciulli in giuochi e puerilità, senza che ora me ne sovvenga cosa degna di rimarcarsi. Lascerò un po’ di carta in bianco per aggiungere quello di cui potessi ricordarmi. Tanto però con i miei fratelli, quanto con altri molti fanciulli che trattavamo frequentemente, nel passeggio, nel giuoco, nello studio e in ogni circostanza io prendevo il tuono della superiorità, e tutti mi facevano largo. Talvolta si redimevano chiamandomi soverchiatore, e questa taccia mi pungeva all’estremo. Credo che in verità non la meritassi, ed ho abborrita sempre la superchieria talmente che ho urtato nell’estremo contrario e più volte sono stato generoso improvidamente, e con gravissimo danno mio. Forse quel mio soprastare

dipendeva dall’età, da qualche poco di ingegno, e dalle circostanze domestiche, perché venendo riconosciuto Padrone di sufficiente Patrimonio, la Famiglia non mi scontentava, ed avevo mezzi per grandeggiare fra i Bambocci compagni miei.

Il fatto sta che la natura o l’abitudine di sovrastare mi è sempre rimasta, e mi addatto malissimo anzi non mi addatto in modo veruno alle seconde parti. Voglio piegarmi, voglio esser docile, rimettermi e tacere; ma in sostanza tutto quello che mi ha avvicinato ha fatto sempre a mio modo, e quello che non si è fatto a modo mio mi è sembrato malfatto. Non vorrei adularmi, e non ho interesse alcuno per farlo, ma in verità mi pare che il desiderio di vedere seguita la mia opinione non sia tutto orgoglio, bensì amore del giusto e del vero. Ho cercato sempre con buona fede quelli che vedessero meglio di me ed ho trovate persone saggie, persone dotte, persone sperimentate; ma di ingegni quadri da tutte le parti e liberi da qualunque scabrosità ne ho trovati pochissimi, e ordinariamente in qualche punto la mia ragione, o forse il mio amor proprio mi hanno detto, tu pensi e vedi meglio di quelli. L’esperienza di

tutta la vita mi ha dimostrato sempre vero il detto, credo di Seneca, che non si dà ingegno grande senza la sua dose di Pazzia, e mi ha sorpreso il vedere che in qualche angoluccio delle menti le più elevate si nascondevano incredibili puerilità. Ho fatta alcuna ricerca in me stesso per conoscere quale fosse il deliquio della mia ragione, e non avendolo trovato mi è venuta la tentazione di credere che la mia mente fosse superiore a molte, non già in elevazione ma in quadratura. Forse sono stato indulgente con me medesimo e forse è decreto della natura che l’uomo non conosca la sua debolezza caratteristica, ma se altri conosceranno la mia, io certamente non la ho dissimulata con mala fede.

don giuseppe torres

mio precettore

Il mio buon Ferri mi insegnò un po’ d’alfabeto, e poi don Francesco Micheloni incominciò ad erudirmi nella lingua latina, e don Giobatta Damanti venne insegnandomi a scrivere. La mia Madre però e li miei zii avendo determinato di educarmi in casa pensarono alla scelta di un Precettore e lo cercarono fra gli ex-Gesuiti spagnuoli che espulsi dalla Patria loro abondavano nel nostro Stato. In quel tempo le reliquie disperse di quell’ordine illustre e straziato erano l’ordinario rifugio di chiunque cercava un uomo saggio dotto e dabene, ed è incredibile quanto vantaggio recassero alle nostre provincie questi esuli rispettabili. A me toccò don Giuseppe Torres nato gentiluomo in Veracroce nell’America settentrionale il dì

25 febbraio dell’anno 1744. Questo è stato non già il mio precettore soltanto, ma il mio Padre ed amico, e a lui devo la mia educazione, i miei principî, e tutto il mio essere di cristiano, e di galantuomo. Lo ho amato sempre, onorato e rispettato finché dopo di essere vissuto con me trentasette anni, morì fralle mie braccia il giorno 14 novembreov del 1821. Tuttavia si renda onore alla verità, e si avvertano i Padri suoi molti requisiti che devono ricercarsi nell’Institutore della gioventù. L’ottimo Torres fu l’assassino degli studî miei ed io non sono riuscito un uomo dotto, perché egli non seppe studiare il suo Allievo, e perché il suo metodo di ammaestrare era cattivo decisamente. Si conoscerà da quanto andrò soggiungendo.

Capitolo XL 171 matrimonio mio

Capitolo XLI

seconda invasione dei francesi

Capitolo XLII

repubblica romana

Capitolo XLIII

digressione sulla moneta

Capitolo XLIV 197 rapacità e stravaganze del governo repubblicano

Capitolo XLV

speculazione mal riuscita

Capitolo XLVI

mio arresto in ancona

Capitolo XLVII

morte del mio zio carlo

Capitolo XLVIII

morte del zio paolo

Capitolo XLIX

principj della insorgenza

Capitolo L 215 i briganti entrano in recanati

Capitolo LI 216 mi fanno governatore

Capitolo LII

primo corpo dei francesi respinto

Capitolo LIII 224 i francesi prendono recanati e la saccheggiano

Capitolo LIV

mi condannano a morte

Capitolo LV

vengo arrestato e poi rilasciato

Capitolo LVI

abboccamento col generale mounnier

Capitolo LVII

strage in macerata

Capitolo LVIII

i francesi tentano di prendere ostaggi da recanati

Capitolo LIX

si propone la difesa di questa città

Capitolo LX

Capitolo LXI

morte di la hoz

Capitolo LXIV

strage degli austriaci

Capitolo LXV

assedio di ancona

Capitolo LXVI

Capitolo LXVIII

del mio zio luigi

Capitolo LXIX

arresto del marchese mosca e sua liberazione

Capitolo LXX

reggenza austriaca

Capitolo LXXI

passaggio di pio vii Capitolo LXXII

conto dell’amministrazione annonaria

mio viaggio a roma Capitolo

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