Rivista Arti Marziali Cintura Nera 529 Agosto 2026
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“Se ciò che è sacro non viene rispettato, non c’è nulla su cui basare la propria condotta.”
Perle del ConfucioGuerriero
TS Addio a mia mamma Addio a mia mamma
to lasciando che il tempo faccia il suo corso prima di affrontare questo testo. Voglio che sia privo di ogni traccia di dolore per la perdita, ma forse quel momento è già arrivato. Ovviamente piango la morte di mia madre, ma allo stesso tempo la persona che era un tempo se n’è andata, confusa dietro quel velo di assenza che offusca la mente e ha un soprannome tedesco. Da molto tempo ormai aveva smesso di sapere chi fosse, di riconoscermi, di poter conversare e di ascoltare i suoi consigli misurati, sempre impeccabili e rispettosi della libertà altrui.
Per quasi 10 anni sono riuscita, a forza di affetto e attenzioni, a mantenerla attiva e protetta. La pandemia ha finito per peggiorare le cose e un bel giorno abbiamo capito, anche dopo aver cambiato casa per lei (se ne andava!), che io e María non potevamo più fare nulla. In questi casi bisogna saper accettare quella sconfitta come un ulteriore passo della malattia e cercare un aiuto professionale. Così abbiamo fatto. Abbiamo avuto la fortuna di trovare un posto impeccabile: ¡Selegna! E per di più a tre minuti da casa! Non era economico, no, ma valeva ogni euro che abbiamo pagato nei successivi quasi 5 anni. Rosana e Telvi, due angeli vocazionali, ci hanno accompagnato per tutto il tempo e, cosa più importante, hanno dato il giusto ritmo a ogni fase di mamma, sapendo bene che nessuna sarebbe stata migliore della precedente… Finché è stato possibile, d’estate andavamo in spiaggia con lei ogni settimana, e immancabilmente io e María le facevamo visita ogni settimana, per tutto questo tempo, fatta eccezione per i periodi di raffreddore o influenza, quando non ci si sentiva proprio di portare in quel santuario germi del genere.
Editoriale Editoriale
In questi anni sono state numerose le esperienze curiose ed emozionanti con la mamma. In una certa occasione, quando potevamo ancora portarla a mangiare a casa, la mamma manifestò lo spirito di suo padre e per mezz’ora ebbe una conversazione incredibile con noi. Iniziò dicendo: «Ringrazio i vostri spiriti che mi hanno permesso di venire». In quel momento, María e io ci guardavamo increduli. Riconobbi i gesti e il modo di parlare e di rispondere di mio nonno, un vero personaggio. Non lo sapevamo, ma quella fu l’ultima volta che riuscimmo a portarla a mangiare a casa.
Due anni fa mia madre ha attraversato un momento critico, una polmonite per cui abbiamo dovuto ricoverarla. L’ha superata, ma aveva «chiuso la bocca», non voleva più mangiare e, cosa peggiore, era molto agitata. Ho percepito che quell’agitazione non proveniva tanto da lei quanto dagli spiriti della famiglia che si erano avvicinati con la migliore intenzione di aiutare, ma che non erano in grado di farlo.
Nel pantheon degli spiriti dell’ebunto esiste un solo tipo di entità che si occupa degli spiriti dei defunti: le anziane sacerdotesse che custodivano i cimiteri, conosciute come Majo. Esiste tuttavia un altro nome per indicare una loro qualità, Aburaca; un nome strano, ovviamente, e poco conosciuto persino tra gli iniziati. La Majo che cammina con me possiede questa qualità e, vista la situazione, sono andato a chiederle con insistenza di intervenire per mettere ordine e allontanare qualsiasi spirito la cui presenza non fosse d’aiuto, ma costituisse invece un ostacolo. In quel momento pensavamo che la mamma potesse morire, e io dissi che se doveva succedere, quello era il suo momento, non quello di nessun altro.
Il giorno dopo andammo a trovarla: era completamente cambiata, era serena e lei, che all’epoca era in grado di articolare solo alcune parole, spesso senza senso, ci disse spalancando gli occhi: «Aburaca è lassù! È lei che comanda!»
Il processo di deterioramento, chi l’ha vissuto lo sa, è duro e inappellabile, ma siamo rimasti saldi nell’impegno di trasmetterle amore, che lei lo ricevesse consapevolmente o meno, in ogni visita, in ogni massaggino, in ogni bacio, in ogni carezza.
Da giovane, la mamma disse a me e a mio fratello: «Quando sarò vecchia, mi porterete in una struttura, ma non in una di guerra, questo è certo; andate ogni tanto a controllare che non mi trattino male». La mamma era sempre impeccabile, pulitissima, idratata e ben accudita. Dubito che questo facesse qualche differenza per lei, ma di certo ne faceva per noi.
L’ultima settimana la mamma non voleva mangiare, aveva un po’ di febbre, e mi hanno proposto di portarla in ospedale per farle una radiografia. Ovviamente ho detto che non se ne parlava nemmeno. Selegna disponeva di strutture eccellenti simili a un reparto di terapia intensiva ed era pronta per le cure palliative. È arrivato allora il medico di riferimento del distretto e le ha prescritto degli antibiotici, lasciando, nel caso fosse stato necessario, gli antidolorifici se l’angoscia avesse attanagliato il suo animo. Non fu necessario. Avevamo incaricato diverse Majo di occuparsi della situazione. Una volta stabilizzata, con una flebo che la manteneva idratata, la mamma si è spenta senza angoscia.
Venerdì mattina andai a trovarla, come ogni giorno di quella settimana. Era stabile, tranquilla, nulla faceva sospettare che la fine fosse così imminente, ma uscendo dall’ospedale e salendo in macchina, scoppiai a piangere per la prima volta in quei cinque anni. La mattina seguente smise di respirare.
Quel giorno, sabato 16 maggio, avevamo in programma una celebrazione spirituale a casa mia, con 25 invitati; che ci crediate o no, una celebrazione dedicata ai nostri defunti!, ai nostri spiriti guida, conosciuti come Senzo o Saogi. Tra i presenti non erano pochi quelli che l’avevano conosciuta, il che equivaleva a dire che l’avevano amata, perché doña Luz ha sempre brillato di luce propria.
No, no, c’è dolore nella perdita. C’è sollievo, perché quel diventare senza essere presenti, specialmente per chi con tanta forza e profondità è stato vivo e vigile in tutta l’accezione del termine, è una condanna in vita che nessuno vorrebbe. La scienza medica prolunga la vita aggirando quegli episodi che un tempo ci conducevano nel giardino dei silenziosi, e talvolta quelle battaglie vittoriose ci portano a stati di sopravvivenza difficilmente paragonabili all’idea stessa di vita.
Abbiamo accompagnato la mamma al meglio delle nostre possibilità, sia nella sua vita che nella sua morte; nei momenti belli, ci siamo goduti la sua compagnia; in quelli difficili, non di rado i ruoli si sono invertiti, e io sono finito per diventare suo padre. È stata una persona meravigliosa, e grazie a lei posso dire senza ombra di dubbio che io… sono il figlio della Luce! Ecco, questo sì che è qualcosa!
Buon viaggio, cara mamma!, grazie di tutto… continua a brillare, lucecita, Luzita, Doña Luz…
Close Combat
Close Combat Pro Militari e Polizia
Il Close Combat per professionisti dell’esercito e delle forze dell’ordine, noto come combattimento corpo a corpo, rappresenta una delle forme più antiche e al tempo stesso più complesse di scontro umano. Le sue radici risalgono alle prime fasi della storia dell’umanità, quando la sopravvivenza dipendeva direttamente dalla capacità di difendersi o imporsi senza l’ausilio di strumenti. Nonostante il progresso tecnologico e la crescente regolamentazione della violenza nelle società moderne, il combattimento corpo a corpo non ha perso nulla della sua rilevanza. Anzi, si è evoluto e ha assunto diversi ruoli come mezzo di autodifesa, disciplina sportiva, strumento militare e strumento di sviluppo personale.
In sostanza, il combattimento ravvicinato descrive lo scontro fisico diretto tra due o più persone senza l’uso di armi. Il termine comprende una moltitudine di tecniche, strategie e filosofie che si sono sviluppate nel corso dei secoli in diversi contesti culturali. Questa diversità è espressione della capacità dell’uomo di adattarsi a diversi scenari di minaccia e condizioni ambientali. Mentre in alcune regioni sono nate arti marziali strutturate con regole e fondamenti filosofici chiaramente definiti, altrove si sono sviluppati sistemi pragmatici orientati esclusivamente all’efficienza e alla sopravvivenza.
Pro Militari e Polizia Pro Militari e Polizia
«Un combattente esperto sa riconoscere quando deve attaccare, schivare o prendere il controllo. Questa capacità non si acquisisce dall’oggi al domani, ma è il risultato di un allenamento intenso e costante.»
Militar y Policial Militar y Policial
Da un punto di vista storico, il combattimento corpo a corpo era una necessità. In epoche in cui le armi non erano disponibili o risultavano inaffidabili, le persone dovevano imparare a utilizzare il proprio corpo come strumento primario. Queste abilità venivano spesso tramandate e perfezionate all’interno delle comunità. In molte culture ne sono derivati sistemi complessi con metodi di allenamento ben definiti, gerarchie e linee guida etiche. Questo sviluppo dimostra che il combattimento ravvicinato non è mai stato solo pura violenza, ma ha sempre rappresentato anche una forma di conoscenza, disciplina e identità culturale.
Un elemento centrale del combattimento ravvicinato è il controllo del proprio corpo. Ciò comprende forza, resistenza, agilità e coordinazione, ma anche una profonda comprensione del tempismo e della distanza. Le tecniche efficaci raramente si basano esclusivamente sulla forza bruta. Si tratta piuttosto di impiegare l’energia in modo mirato e di rendere i movimenti efficienti. Un combattente esperto riconosce quando deve attaccare, schivare o assumere il controllo. Questa capacità non si acquisisce dall’oggi al domani, ma è il risultato di un allenamento intenso e continuo.
Oltre alla dimensione fisica, la componente mentale gioca un ruolo decisivo. In una situazione di conflitto reale, il corpo umano è esposto a reazioni di stress estreme. L’adrenalina, la paura e l’insicurezza possono distorcere la percezione e compromettere la capacità decisionale. Pertanto, è essenziale sviluppare la forza mentale. Ciò comprende la capacità di mantenere la calma sotto pressione, analizzare rapidamente la situazione e agire con determinazione. Molti sistemi di allenamento integrano quindi in modo mirato esercizi per la gestione dello stress, la concentrazione e il controllo emotivo.
Un fattore spesso sottovalutato nel combattimento ravvicinato è la percezione situazionale. A differenza del contesto sportivo, dove le regole e le condizioni quadro sono chiaramente definite, un conflitto reale si svolge in ambienti imprevedibili. Spazi ristretti, scarsa visibilità o più aggressori possono complicare notevolmente la situazione. Un combattente competente tiene conto di questi fattori e adatta il proprio comportamento di conseguenza. In questo contesto, l’ambiente circostante può rappresentare sia un pericolo che una risorsa. Porte, mobili o altri ostacoli possono essere utilizzati per creare distanza o per controllare l’avversario.
L’autodifesa è uno dei motivi più comuni per cui le persone si avvicinano al combattimento ravvicinato. In questo contesto non è la vittoria nel senso classico a essere in primo piano, bensì l’obiettivo di porre fine a una situazione di pericolo nel modo più rapido e sicuro possibile. Un’autodifesa efficace si basa su tecniche semplici e solide, che possono essere messe in atto anche in condizioni di stress. Allo stesso tempo, la prevenzione gioca un ruolo decisivo. L’attenzione, il linguaggio del corpo e la capacità di riconoscere tempestivamente situazioni potenzialmente pericolose sono spesso più importanti delle tecniche di combattimento vere e proprie.
In ambito militare, il combattimento corpo a corpo riveste un ruolo particolare. I soldati vengono preparati a rimanere operativi anche in situazioni in cui non dispongono di armi. I sistemi militari di combattimento corpo a corpo si differenziano nettamente dalle arti marziali civili. Di norma sono meno formalizzati e si concentrano esclusivamente sull’efficienza e sul raggiungimento dell’obiettivo. Le tecniche vengono valutate in base alla rapidità e all’affidabilità con cui riescono a mettere fuori combattimento un avversario. Vengono insegnati anche metodi che, in ambito civile, non possono essere applicati per motivi etici o giuridici.
L’aspetto sportivo del combattimento ravvicinato si è sviluppato notevolmente soprattutto nel XX e XXI secolo. Le competizioni offrono un ambiente strutturato e sicuro in cui è possibile mettere alla prova e migliorare le proprie abilità. Grazie a regole chiare, categorie di peso e misure di protezione, il rischio di infortuni viene ridotto al minimo senza perdere il carattere agonistico. Il combattimento ravvicinato sportivo richiede non solo abilità tecniche, ma anche pensiero strategico, adattabilità tattica e un’elevata prestanza fisica.
Una differenza fondamentale tra il combattimento ravvicinato sportivo e quello reale risiede nelle condizioni generali. Mentre nello sport la correttezza e la sicurezza sono in primo piano, nelle situazioni di conflitto reali non esistono tali garanzie. Ciò non significa tuttavia che l’allenamento sportivo sia privo di valore. Al contrario: costituisce una solida base per la forma fisica, la comprensione della tecnica e la resistenza mentale. È tuttavia fondamentale riconoscere i limiti del contesto sportivo e, se necessario, integrarlo con un allenamento specifico di autodifesa.
Un altro aspetto significativo del combattimento ravvicinato è lo sviluppo personale. L’allenamento regolare promuove la disciplina, la perseveranza e l’autoriflessione. I progressi spesso diventano visibili solo lentamente, il che richiede pazienza e una visione a lungo termine. Allo stesso tempo, chi si allena impara a gestire le battute d’arresto e a migliorarsi continuamente. Queste esperienze non si riflettono solo nell’ambito sportivo, ma influenzano positivamente anche altri aspetti della vita.
Le basi tecniche del combattimento ravvicinato possono essere suddivise in diverse categorie. Le tecniche di pugno utilizzano le braccia per sferrare colpi mirati. Le tecniche di calcio ampliano la portata e consentono attacchi potenti a distanza. Le tecniche di presa e di leva servono a controllare l’avversario e sono particolarmente rilevanti in situazioni in cui si vuole evitare uno scambio diretto di colpi. Le proiezioni e il combattimento a terra svolgono un ruolo importante quando lo scontro si sposta a distanza ravvicinata. Una formazione completa integra elementi provenienti da tutti questi ambiti e pone l’accento sulla loro combinazione efficace.
La capacità di adattamento è una delle abilità più importanti nel combattimento corpo a corpo. Nessun avversario reagisce allo stesso modo e nessuna situazione è completamente prevedibile. Le sequenze rigide possono quindi diventare rapidamente inefficaci. I combattenti di successo sviluppano un senso della dinamica e imparano ad applicare le loro tecniche in modo flessibile. Ciò richiede non solo abilità tecnica, ma anche un alto grado di esperienza e comprensione della situazione.
L’etica e la responsabilità sono indissolubilmente legate al tema del combattimento ravvicinato. La capacità di infliggere danni fisici a un’altra persona comporta inevitabilmente una dimensione morale. Molte arti marziali sottolineano quindi valori come il rispetto, l’autocontrollo e la moderazione. L’obiettivo non è quello di promuovere la violenza, ma di gestirla in modo consapevole e responsabile. Nella pratica, ciò significa che gli scontri fisici dovrebbero essere considerati solo come ultima risorsa.
«Le tecniche efficaci raramente si basano esclusivamente sulla forza bruta. Si tratta piuttosto di impiegare l’energia in modo mirato e di rendere i movimenti efficienti»
Pro Militari e Polizia Pro Militari e Polizia
Nella società moderna, il combattimento ravvicinato si è affermato anche come concetto di fitness. I programmi di allenamento combinano elementi provenienti da diversi sistemi di combattimento con classici esercizi di resistenza e forza. Questa forma di allenamento è particolarmente efficace, poiché coinvolge tutto il corpo e allo stesso tempo migliora le capacità di coordinazione. Inoltre, offre un’elevata motivazione grazie a contenuti variegati e progressi evidenti.
Anche l’integrazione della tecnologia ha trasformato l’allenamento nel combattimento ravvicinato. Le analisi video consentono una valutazione dettagliata delle sequenze di movimento, mentre le piattaforme digitali facilitano l’accesso ai contenuti di allenamento. I programmi di allenamento virtuali possono essere particolarmente utili per la pratica individuale. Tuttavia, il contatto diretto con i compagni di allenamento rimane indispensabile. Solo attraverso l’interazione reale è possibile sviluppare in modo autentico il tempismo, la percezione della distanza e la reattività.
Un altro aspetto moderno è il crescente approccio scientifico all’argomento. Le conoscenze provenienti da settori quali le scienze motorie, la psicologia e la biomeccanica confluiscono sempre più nei metodi di allenamento. In questo modo l’allenamento diventa più efficiente e mirato. Allo stesso tempo, questo sviluppo contribuisce a ridurre i rischi di infortunio e a promuovere la salute a lungo termine di chi si allena.
Anche a livello sociale la percezione del Close Combat è cambiata. Mentre in passato gli scontri fisici erano spesso considerati una componente necessaria della vita, oggi la prevenzione e la deescalation sono in primo piano. Le arti marziali e l’autodifesa vengono sempre più intese come mezzi per rafforzare l’autostima e la sicurezza personale. Questo sviluppo riflette un cambiamento fondamentale dei valori, in cui al centro non c’è il confronto, ma il controllo.
In sintesi, si può affermare che il Close Combat è un ambito complesso e dinamico che va ben oltre la mera applicazione di tecniche. Esso unisce aspetti fisici, mentali ed etici e offre numerose opportunità di crescita personale. Che si tratti di competizioni sportive, di autodifesa o di contesti professionali, i principi del combattimento ravvicinato rimangono rilevanti e adattabili.
Allo stesso tempo, è importante riconoscere i limiti e i rischi. L’uso responsabile delle abilità apprese è fondamentale. La violenza dovrebbe sempre essere l’ultima risorsa e l’attenzione dovrebbe concentrarsi sul cercare, per quanto possibile, di evitare o disinnescare i conflitti. In un mondo ideale, il combattimento ravvicinato sarebbe superfluo. Tuttavia, finché esistono incertezze e conflitti, rimane un’abilità importante, a condizione che venga impiegata con prudenza, rispetto e senso di responsabilità.
In un mondo sempre più complesso, il combattimento ravvicinato offre quindi non solo competenze pratiche, ma anche un percorso di autoriflessione e di rafforzamento personale. Mette alla prova l’individuo a livello fisico e mentale e crea una comprensione più profonda di sé stessi e dell’ambiente circostante. È proprio in questa combinazione che risiede il suo fascino e la sua importanza duraturi.
“Il Close Combat Pro Military & Police è più di un semplice
combattimento: è la capacità di mantenere il controllo sotto pressione estrema. La vera forza non sta nella violenza, ma nella disciplina, nella consapevolezza e nella decisione giusta nel momento decisivo.”
Pro Militari e Polizia Pro Militari e Polizia
Lo sviluppo
Lo sviluppo dei sistemi di combattimento corpo a corpo e dei moderni concetti di autoprotezione riflette i cambiamenti a cui le forze armate e gli organismi di sicurezza sono stati sottoposti nel corso del tempo. Sebbene gli scontri fisici siano da sempre parte integrante della realtà militare, la loro importanza nel contesto della guerra moderna è notevolmente mutata. Oggi il combattimento corpo a corpo non va più considerato isolatamente, ma inserito in un sistema globale che comprende addestramento, tecnologia, strategia e preparazione psicologica.
Combattimento corpo a corpo militare: funzionalità anziché tradizione
A differenza delle arti marziali classiche, nel contesto militare non sono la tradizione o la competizione sportiva a essere in primo piano, bensì la pura funzionalità. I sistemi di combattimento corpo a corpo militari sono progettati per essere efficaci in condizioni estreme. I soldati vengono addestrati a rimanere operativi anche quando le armi si guastano, vanno perse o non possono essere utilizzate, ad esempio in spazi ristretti, in caso di incontri a sorpresa o in situazioni in cui l’uso delle armi da fuoco non è appropriato dal punto di vista tattico o giuridico.
L’addestramento combina elementi provenienti da diverse discipline, quali tecniche di pugno, calcio, lancio e lotta a terra, ma è fortemente semplificato e standardizzato. L’obiettivo è trasmettere tecniche che possano essere applicate in modo affidabile in situazioni di stress. Le sequenze di movimenti complesse o gli aspetti estetici non hanno alcuna rilevanza. Ciò che conta è la neutralizzazione rapida, controllata e adeguata alla situazione di una minaccia.
Addestramento e integrazione tattica
Le forze armate moderne integrano il combattimento corpo a corpo come parte integrante della loro formazione di base e specialistica. Non si tratta solo di tecniche fisiche, ma di una comprensione globale delle situazioni operative. I soldati imparano a riconoscere i rischi, a valutare le distanze e a prendere decisioni in pochi secondi. Una componente essenziale è la cosiddetta consapevolezza situazionale. Questa comprende la capacità di analizzare continuamente l’ambiente circostante, di individuare tempestivamente potenziali pericoli e di reagire in modo adeguato. Soprattutto nei conflitti asimmetrici, nelle operazioni urbane o nei combattimenti casa per casa, questa capacità è determinante per la sopravvivenza.
Inoltre, il lavoro di squadra riveste un ruolo centrale. Il combattimento ravvicinato militare raramente viene condotto in modo isolato, ma è integrato in processi tattici. Comunicazione, coordinamento e chiare catene di comando garantiscono che, anche in situazioni dinamiche e confuse, sia possibile mantenere un approccio strutturato.
«A differenza delle arti marziali classiche, nel contesto militare non sono in primo piano la tradizione o la competizione sportiva, bensì la pura funzionalità»
Pro Militari e Polizia Pro Militari e Polizia
Autoprotezione nelle operazioni militari
L’autoprotezione è un elemento centrale dell’addestramento militare. I soldati non devono solo proteggere gli altri, ma anche preservare la propria integrità fisica e mentale. Ciò comprende sia misure preventive che strategie di reazione in caso di emergenza.
La prevenzione inizia con una corretta valutazione delle situazioni. Grazie all’esperienza e all’addestramento, le forze operative sviluppano un intuito per gli sviluppi potenzialmente pericolosi. Allo stesso tempo vengono insegnate tecniche di deescalation per risolvere i conflitti, per quanto possibile, senza ricorrere alla forza – un aspetto che acquista particolare importanza soprattutto nelle missioni internazionali e nel contatto con la popolazione civile.
Se tuttavia si verifica un’escalation, è necessario agire con determinazione. Le tecniche militari di combattimento corpo a corpo sono concepite per ottenere rapidamente il controllo e stabilizzare la situazione. In questo contesto viene attribuita grande importanza alla proporzionalità e al rispetto del quadro giuridico.
«I
sistemi di combattimento corpo a corpo militari sono concepiti per essere efficaci in condizioni estreme. I soldati vengono addestrati a rimanere operativi anche quando le armi falliscono, vengono smarrite o non possono essere utilizzate, ad esempio in spazi ristretti, in caso di incontri a sorpresa o in situazioni in cui l’uso delle armi da fuoco non è appropriato dal punto di vista tattico o giuridico»
Pro Militari e Polizia Pro Militari e Polizia
«In sostanza, il combattimento ravvicinato descrive lo scontro fisico diretto tra due o più persone senza l’uso di armi. Il termine comprende una moltitudine di tecniche, strategie e filosofie che si sono sviluppate nel corso dei secoli in diversi contesti
culturali»
Supporto tecnologico e sistemi di difesa moderni
Il ruolo del combattimento corpo a corpo è cambiato nel corso degli sviluppi tecnologici, ma non ha affatto perso importanza. Le forze armate moderne dispongono di una vasta gamma di strumenti tecnici che aumentano l’autoprotezione e la capacità operativa. Tra questi figurano equipaggiamenti di protezione individuale come giubbotti balistici, elmetti o occhiali protettivi, nonché mezzi operativi non letali.
Inoltre, si ricorre sempre più spesso a sistemi digitali. Droni, sensori, tecnologie di sorveglianza e sistemi di comunicazione interconnessi consentono una valutazione più precisa della situazione e migliorano il processo decisionale. Queste tecnologie riducono in molti casi la necessità di uno scontro fisico diretto, ma non possono sostituirlo completamente.
Soprattutto in situazioni imprevedibili, l’essere umano, con le sue capacità fisiche e mentali, rimane il fattore decisivo. Per questo motivo, la combinazione tra supporto tecnologico e addestramento classico è considerata la chiave della difesa moderna.
Stress psicologico e forza mentale
Le operazioni militari comportano notevoli sollecitazioni psicologiche. Lo stress, l’incertezza e il potenziale pericolo di morte pongono elevate esigenze alla stabilità mentale dei soldati. Il combattimento ravvicinato accentua ulteriormente questo carico, poiché implica una vicinanza fisica immediata e uno scontro diretto. Per questo motivo, l’addestramento psicologico è parte integrante della formazione. I soldati imparano a gestire lo stress, a controllare le proprie emozioni e a rimanere operativi anche sotto pressione estrema. Dopo le operazioni, inoltre, il follow-up e l’assistenza psicologica svolgono un ruolo importante per ridurre lo stress a lungo termine.
Rilevanza per i concetti di sicurezza civile
I principi dell’addestramento militare trovano sempre più applicazione anche in ambito civile, in particolare presso le forze di polizia e i servizi di sicurezza. Elementi quali la consapevolezza situazionale, la deescalation e semplici tecniche di autodifesa vengono adattati e integrati nei programmi di addestramento. Anche per i civili l’autoprotezione sta acquisendo sempre più importanza. In questo caso non si tratta tanto di abilità di combattimento in senso stretto, quanto piuttosto di prevenzione, attenzione e comportamento corretto in situazioni di pericolo. I concetti militari fungono spesso da base in questo ambito, ma vengono adattati al contesto giuridico e sociale.
Pro Militari e Polizia Pro Militari e Polizia
«Una componente fondamentale del Close Combat è il controllo del proprio corpo. Ciò comprende forza, resistenza, agilità e coordinazione, ma anche una profonda comprensione del tempismo e della distanza.»
Prospettive future
Lo sviluppo futuro dei sistemi militari di combattimento ravvicinato sarà fortemente influenzato dalle innovazioni tecnologiche e dall’evoluzione delle minacce. L’intelligenza artificiale, i sistemi automatizzati e la realtà estesa potrebbero cambiare in modo significativo l’addestramento e la preparazione alle operazioni. Le simulazioni consentono di ricreare scenari realistici in cui i soldati possono esercitarsi in situazioni complesse senza essere esposti a pericoli reali.
Allo stesso tempo, l’importanza delle competenze di base rimane immutata. La forma fisica, la reattività e la forza mentale saranno indispensabili anche in futuro. I sistemi tecnologici possono fornire supporto, ma non possono sostituire ciò che, nel momento decisivo, deve essere compiuto dall’uomo stesso.
Un’altra tendenza è la maggiore enfasi sulla prevenzione e sull’evitamento dei conflitti. I moderni concetti operativi attribuiscono sempre più importanza alla prevenzione tempestiva delle escalation. La comunicazione, la competenza interculturale e il pensiero strategico acquisiscono sempre più importanza e integrano le classiche competenze militari. Pro
Considerazioni finali
Il combattimento corpo a corpo militare e l’autodifesa fanno oggi parte di un sistema complessivo complesso che va ben oltre le mere tecniche di combattimento. Essi uniscono capacità fisiche, pensiero tattico, supporto tecnologico e responsabilità etica. Per i soldati ciò significa un continuo sviluppo, sia a livello fisico che mentale.
In un mondo caratterizzato da incertezze e cambiamenti dinamici, la capacità di autodifesa rimane una componente essenziale della sicurezza. Allo stesso tempo, essa richiede un elevato senso di responsabilità. La gestione professionale della violenza, il suo uso controllato e la ricerca della deescalation sono principi centrali della moderna formazione militare.
Il futuro mostrerà come questi concetti si evolveranno. Una cosa è però già chiara oggi: chi è preparato, pensa in modo flessibile e agisce in modo responsabile sarà in grado di affrontare meglio le sfide delle moderne situazioni di sicurezza, sia nelle operazioni militari che nella vita civile.
Conclusione: l’approccio militare al combattimento ravvicinato, all’autodifesa e ai moderni sistemi di difesa dimostra chiaramente che oggi la sicurezza si basa sull’interazione di diversi fattori. Le capacità fisiche da sole non bastano: è determinante la combinazione di addestramento tattico, forza mentale, supporto tecnologico e comportamento responsabile. I soldati e le forze operative devono essere in grado di adattarsi rapidamente a situazioni mutevoli, riconoscere tempestivamente i pericoli e reagire in modo deciso ma proporzionato.
Allo stesso tempo, è evidente che la prevenzione e la deescalation stanno acquisendo sempre maggiore importanza. L’intervento fisico diretto è oggi spesso l’ultima risorsa, non la prima opzione. I moderni concetti militari puntano quindi sempre più sulla preparazione, sulla strategia e sul controllo, al fine di disinnescare i conflitti il più presto possibile.
Questi principi hanno rilevanza anche al di là dell’ambito militare. L’autoprotezione, l’attenzione e la disciplina sono competenze che assumono sempre maggiore importanza in un mondo incerto e dinamico. In definitiva, non si tratta solo di saper combattere, ma di sapere quando e come evitare la violenza o ricorrervi in modo mirato.
In sintesi, si può affermare che una sicurezza efficace nasce dalla conoscenza, dall’addestramento e dalla responsabilità. Chi unisce questi elementi non solo è meglio preparato, ma agisce anche in modo più consapevole e sostenibile nelle situazioni critiche.
“Una sicurezza efficace nasce dalla conoscenza, allenamento e responsabilità. Chi unisce questi elementi non solo è meglio preparato, ma agisce anche in modo più consapevole e sostenibile nelle situazioni critiche.”
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NEGOTIATION-JUTSU
Combatti come se la tua vita dipendesse da questo L’arte della negoziazione come autodifesa
Introduzione: ogni incontro è una negoziazione
L’autodifesa non è solo il momento del combattimento fisico. Inizia molto prima che volino i pugni, nello scambio silenzioso di sguardi in un parcheggio, nella tensione di una conversazione che potrebbe prendere una piega qualsiasi, nella postura del tuo corpo mentre cammini per strada di notte. La vera autodifesa, spogliata della sua veste di competizione sportiva, consiste nel lottare per la propria vita e, come ogni cosa nella vita, inizia con la negoziazione.
Prendiamo in considerazione un gesto semplice come attraversare la strada. Guardi a destra e a sinistra. Noti un’auto che si avvicina.In quell’istante ha inizio una negoziazione: uno scambio silenzioso di intenzioni tra te e l’automobilista. Rallenterà? Si è accorto di te? In base alla sua velocità, al contatto visivo, alla sua reazione, decidi: attraverso o aspetto? Questa è pura negoziazione. Non viene pronunciata alcuna parola, eppure in pochi secondi si conclude un accordo complesso.
La stessa dinamica regola ogni situazione di autodifesa. Prima ancora che venga sferrato un solo pugno, prima ancora che una minaccia venga verbalizzata, una negoziazione è già in corso. Comprendere questo – comprenderlo veramente –cambia tutto nel modo in cui affronti sia il conflitto che la protezione.
La negoziazione del predatore:
leggere l’ambiente
Nel regno animale, il leone non si limita a caricare il branco. Osserva. Valuta. Cerca segni di debolezza: il cervo che zoppica, quello che resta indietro, quello la cui attenzione è altrove. Il predatore sta negoziando con l’ambiente, ponendo una domanda silenziosa: «Il rischio vale la ricompensa?»
I predatori umani – coloro che cercano di fare del male per strada, nei parcheggi bui, nei momenti di vulnerabilità – operano secondo la stessa logica. Scrutano l’ambiente alla ricerca di bersagli facili. Stanno negoziando con le potenziali vittime prima ancora che queste si rendano conto di essere coinvolte in una negoziazione.
Ed è qui che la tua prima mossa difensiva diventa fondamentale: sii il cervo che balza in aria. Sii colui che trasmette forza, consapevolezza e costo. Cammina con determinazione. Stabilisci un contatto visivo. Trasmetti sicurezza attraverso il linguaggio del corpo. Così facendo, entri nella negoziazione del predatore e la vinci senza dire una sola parola. Questa non è spavalderia. È strategia. È il primo principio del Negotiation-Jutsu: plasmare la negoziazione prima che si arrivi alle parole.
Empatia tattica: l’arma dell’FBI che puoi usare per strada
L’ex negoziatore capo dell’FBI per i casi di ostaggi, Chris Voss, ha coniato il termine «empatia tattica» per indicare il processo deliberato e calcolato di comprendere, classificare e gestire le emozioni di un’altra persona per costruire fiducia e influenzare i risultati. Nella sua opera fondamentale, *Never Split the Difference*, Voss dimostra come questo concetto, nato nella negoziazione di ostaggi, si applichi a ogni interazione umana ad alto rischio.
«L’empatia tattica non significa essere gentili. Significa comprendere l’altra parte abbastanza a fondo da guidarla verso il risultato che desideri.» Chris Voss, Black Swan Group
Nel contesto dell’autodifesa, l’empatia tattica significa leggere la persona che hai di fronte – anche un potenziale aggressore – con profondità e chiarezza. Cosa sta provando? Cosa vuole? Ha paura? È arrabbiato? È disperato? Un animale messo alle strette è il più pericoloso. Chi si sente ascoltato e riconosciuto è meno propenso a inasprire la situazione.
Applicare l’empatia tattica in un incontro di strada teso potrebbe significare, ad esempio: abbassare la voce, riconoscere la tensione, offrire all’altra persona una «via d’uscita» verbale. «Ehi, non voglio guai.» Questa non è debolezza. È la mossa iniziale più potente nella negoziazione: disinnesca le emozioni e crea spazio per una risoluzione non violenta.
Il corpo come tavolo di negoziazione
Anche dopo che è iniziata una colluttazione fisica, la negoziazione continua, ora espressa attraverso il posizionamento fisico, il movimento e il sacrificio. Ogni postura, ogni posizione di difesa, ogni movimento è un’affermazione che viene fatta e una domanda che viene posta.
Consideriamo la posizione di difesa. Quando alzi le mani per proteggerti il viso, stai stringendo un accordo: le tue mani sono ora esposte, il tuo viso è coperto. Si tratta di uno scambio negoziato. Hai deciso cosa sei disposto a rischiare in cambio di ciò che devi proteggere. Di fronte a un’arma, ad esempio un coltello, il calcolo diventa ancora più esplicito:
•Rischierò le mie mani per proteggere il collo?
•Sacrificherò un taglio all’avambraccio per ottenere il controllo?
•Quale parte del mio corpo offrirò come scudo e quale dovrò proteggere a tutti i costi?
Queste non sono decisioni prese nel pieno del panico da un istinto non addestrato. Sono esiti negoziati preparati in anticipo attraverso l’allenamento, provati fino a diventare riflessi. Il corpo che si è allenato bene sa quali compromessi è disposto a fare sotto pressione.
Ecco perché l’allenamento nelle arti marziali è inscindibile dall’allenamento alla negoziazione. Esercitarsi su una tecnica significa esercitarsi su una decisione. Ogni ripetizione è il corpo che prova una risposta negoziata: «Quando loro fanno X, io risponderò con Y».
Principi fondamentali: le arti marziali applicate alla negoziazione
La sovrapposizione tra il dojo e il tavolo delle trattative non è metaforica, ma strutturale. Entrambi richiedono lo stesso stato interiore e lo stesso insieme di competenze:
1. Mentalità e stato di equilibrio
Sia l’artista marziale che il negoziatore esperto agiscono da una posizione di calma sicurezza: non arroganza, ma umile prontezza. L’ego chiude la mente. L’umiltà la apre. Il negoziatore che entra pretendendo il dominio ha già perso il controllo della situazione, proprio come il combattente che si lancia in avanti con rabbia ha già telegrafato ogni sua mossa.
2. Leggere l’avversario
Un esperto di arti marziali non osserva il pugno, ma la spalla, i fianchi, gli occhi. Cerca ciò che precede il colpo. Allo stesso modo, un abile negoziatore non ascolta solo le parole, ma ciò che si cela dietro di esse: il tono, l’esitazione, ciò che non viene detto. Entrambe le arti richiedono un’attenzione radicale.
3. Fluidità anziché rigidità
Nell’Aikido, la forza maggiore deriva dal cedere, fondendosi con la forza in arrivo e reindirizzandola. Il “Jujitsu della negoziazione”, come descritto nel testo fondamentale sulla negoziazione *Getting to Yes*, applica esattamente questo principio: invece di attaccare frontalmente la posizione dell’altra parte, usa la sua energia. Fai domande. Esplora gli interessi. Reindirizza.
4. Il potere dell’inquadramento e del “judo verbale”
Le parole sono armi e, come tutte le armi, possono essere ribaltate. Il “judo verbale” è l’arte di usare il linguaggio per allentare la tensione, reindirizzare e guidare. Un semplice riformulamento di una situazione – “Vedo che sei frustrato” invece di “Calmati” – può trasformare un confronto in una conversazione.
5. Rispecchiamento ed etichettatura
Dal lavoro di Chris Voss derivano due delle micro-tecniche più potenti in qualsiasi negoziazione: il rispecchiamento (ripetere le ultime parole dette da qualcuno) e l’etichettatura (dare un nome a un’emozione che si osserva: «Sembra che tu ti senta mancato di rispetto»). Entrambe creano un senso di comprensione, che spesso è tutto ciò di cui una persona instabile ha bisogno per fare un passo indietro dal baratro.
Il modello DEAL: quando le parole sono la tua prima arma
Prima di ricorrere a qualsiasi tecnica fisica, c’è spesso una finestra, a volte larga solo pochi secondi, in cui la negoziazione verbale può risolvere completamente la situazione. Il metodo DEAL offre un approccio strutturato:
•Disinnescare la situazione: affronta prima di tutto l’emozione. «Ti ascolto. Capisco che tu sia arrabbiato.»
•Approfondisci. Individua l’interesse sottostante. Di cosa ha effettivamente bisogno questa persona?
•Concordare: individuare eventuali punti in comune, per quanto piccoli.
•Presentare le opzioni: offrire alternative al conflitto.
Conoscere il proprio BATNA (Best Alternative to a Negotiated Agreement, ovvero la migliore alternativa a un accordo negoziato) è altrettanto fondamentale. Prima di qualsiasi negoziazione, devi sapere: se questa fallisce, qual è la mia prossima mossa? In un contesto di autodifesa, il tuo BATNA potrebbe essere la difesa fisica, la fuga, chiedere aiuto o mostrare un deterrente. Conoscere il proprio BATNA ti dà fiducia; la fiducia rende migliori negoziatori e migliori combattenti.
Cinque principi del dojo per qualsiasi negoziazione
Che si tratti di negoziare un accordo commerciale, affrontare un confronto per strada o una disputa per l’affidamento dei figli, il dojo insegna gli stessi cinque principi:
1. Mostra rispetto. Entra con dignità, non con prepotenza. L’umiltà crea fiducia; l’arroganza la distrugge. Il combattente che entra nel dojo con l’ego in primo piano è già stato sconfitto.
2. Entra nella "zona". Avvicinati rilassato, con la mente vuota e in silenzio. Metti da parte i tuoi obiettivi e concentrati sulla consapevolezza. Ascolta con piena presenza. La mossa
migliore nasce dall’attenzione totale.
3. Presta la massima attenzione. Nel dojo, una mente distratta si becca un livido. In una trattativa, una mente distratta perde l’attimo giusto. L’attenzione è l’arma più affilata in qualsiasi situazione.
4. Trasmetti calma. Nessuna via verso la risoluzione inizia brandendo la spada. Quando la tensione sale, abbassa la voce. Rallenta. Ribadisci ciò su cui siete d’accordo. La calma non è passività, è controllo.
5. Trova un margine di manovra. C’è sempre una variabile che puoi modificare. Quale soluzione di contingenza puoi offrire? Quale percorso alternativo esiste? Una situazione di stallo è permanente solo se smetti di cercare una via d’uscita.
Agire o non agire: il continuum dell’uso della forza
Ogni negoziazione in un contesto di autodifesa giunge in ultima analisi allo stesso bivio: agire o non agire. E se si agisce, allora come? Con quale forza? In quale momento?
Il principio dell’uso della forza ci ricorda che il livello di forza applicato deve essere proporzionato e adeguato alla minaccia. Non è possibile, né dal punto di vista legale, né etico, né strategico, rispondere a un insulto verbale con un colpo d’arma. La negoziazione della forza è importante quanto qualsiasi negoziazione verbale. È necessario valutare costantemente:
•Questa minaccia è reale e immediata?
•Si tratta di forza letale o di forza gestibile?
•Sto rispondendo o sto reagendo? Si tratta di legittima difesa o di ego?
•Qual è il quadro post-conflitto: polizia, tribunali, testimoni?
I migliori esperti di autodifesa pianificano la negoziazione post-conflitto tanto quanto il conflitto stesso. Lo scontro può durare pochi secondi; il processo in tribunale può durare anni. Ogni uso della forza comporta una negoziazione con il sistema legale che ne consegue. Questo non è un motivo per esitare quando la vita è davvero in pericolo; è un motivo per sapere sempre perché si sta agendo.
«Quando la tua vita è in pericolo, combatti come se la tua vita dipendesse da questo, perché è proprio così. Ma ricorda: nel momento in cui la minaccia cessa, la negoziazione ricomincia.»
Prevenzione:
La più grande vittoria negoziale
L’esito più sottovalutato in qualsiasi conflitto è la prevenzione. Le lotte evitate sono battaglie vinte senza alcun costo. La disponibilità a dire «Mi dispiace», a placare verbalmente la situazione, a offrire a qualcuno una via d’uscita che gli permetta di salvare la faccia: questi non sono segni di debolezza. Sono la massima espressione della mentalità del guerriero della negoziazione.
Molti scontri violenti degenerano perché una o entrambe le parti sentono di non avere una via d’uscita che preservi la loro dignità. Un abile praticante di Negotiation-Jutsu crea quella via d’uscita per l’altra persona. Offre al potenziale aggressore una via d’uscita che gli permetta di salvare la faccia e, così facendo, salva tutti dal pericolo.
Questa non è ingenuità. Ci sono predatori che non negoziano. Ci sono momenti in cui le parole falliscono e solo l’abilità fisica può farti superare la situazione. Ma anche in quei casi – soprattutto in quei casi – la mentalità del negoziatore ti è d’aiuto. Calma. Presenza. Strategia. Sapere cosa vuoi. Conoscere il tuo BATNA. Sapere quando concludere l’accordo con altri mezzi.
L’amore porta amore, la violenza porta risultati: un’equazione pericolosa
La frase «la violenza porta risultati» merita un’analisi, in particolare perché sia nel contesto della strada che in quello delle relazioni personali viene spesso fraintesa e pericolosamente applicata in modo errato.
In combattimento, sì, una forza decisiva applicata al momento giusto produce risultati. Ma questa non è una legge universale delle relazioni umane. Nella vita personale, in amore, nella comunità, la convinzione che un comportamento aggressivo, coercitivo o manipolativo «vinca» è il segno distintivo del legame traumatico e delle dinamiche di abuso, non di una connessione sana.
Chi pratica il Negotiation-Jutsu deve tenere presenti entrambe le verità contemporaneamente: per strada, la forza a volte è necessaria e decisiva. Nella vita, nelle relazioni, gli spazi tra amore, rispetto e comunicazione autentica non sono punti deboli. Sono gli strumenti più duraturi e potenti di cui disponiamo.
Il guerriero che non riesce a fare questa distinzione, che porta l’energia del combattimento in ogni interazione, che scambia il controllo per connessione, non è protetto. È isolato. E l’isolamento è di per sé una vulnerabilità.
Conclusione: negoziate come se la vostra vita dipendesse da questo
Il Negotiation-Jutsu non è una metafora. È un modo di muoversi nel mondo con attenzione, empatia, strategia e preparazione. Riconosce che ogni incontro umano comporta una negoziazione dinamica, dal momento del contatto visivo alla risoluzione finale.
Chi pratica l’autodifesa e comprende la negoziazione è più pericoloso di chi sa solo combattere, perché vince più spesso, con meno costi e in più situazioni. Vince per strada, nella sala del consiglio, nelle conversazioni difficili e, in seguito, in tribunale.
Allena il tuo corpo. Allena la tua mente. Allena la tua voce. Leggi Chris Voss. Entra nel dojo. Cammina con determinazione. Conosci il tuo BATNA. Sii il cervo che balza, quello che dice, senza parole: «Non sono un bersaglio facile. Trova un’altra strada».
E se la strada porta comunque al conflitto, combatti come se la tua vita dipendesse da questo. Perché a volte è proprio così.
Riferimenti chiave e letture consigliate
Never Split the Difference, Chris Voss e Tahl Raz (Black Swan Group)
Getting to Yes di Roger Fisher e William Ury (Harvard Negotiation Project)
Verbal Judo, di George J. Thompson e Jerry B. Jenkins
The Gift of Fear, di Gavin de Becker Principi sull’uso della forza – Standard PPCT / FLETC
Il FLETC (Federal Law Enforcement Training Centers) è un’agenzia del Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti che fornisce formazione a oltre 100 agenzie federali e a numerose organizzazioni di polizia statali, locali e tribali.
Il PPCT (Pressure Point Control Tactics) è un sistema di controllo del soggetto spesso integrato nell’addestramento alle tattiche difensive, incentrato sui punti di pressione, sulle prese articolari e sui contrattacchi basati su ricerche tattiche, giuridiche e mediche.
CAMP PRIMAVERILE IN SLOVENIA 2026
53° Esame per la cintura nera ed evento internazionale di arti marziali Novo Mesto, Slovenia | 20-22 marzo 2026
Un'eredità di venticinque anni: il mio ritorno annuale in Slovenia
Negli ultimi 25 anni, ho avuto l’onore e il privilegio di essere invitato in Slovenia ogni primavera — a volte insieme a maestri diversi, ma sempre animato dallo stesso spirito incrollabile. Anno dopo anno, intraprendo questo viaggio per assistere a qualcosa di raro e davvero speciale: un’organizzazione di arti marziali che non si limita a sopravvivere al passare del tempo, ma diventa più forte, più profonda e più determinata con il susseguirsi delle stagioni.
Ho visto allievi varcare la soglia come cinture bianche — giovani, incerti, alla ricerca di qualcosa — e ho visto quelle stesse persone ergersi a testa alta anni dopo, conquistando gradi che riflettono non solo la padronanza tecnica, ma una vera e propria trasformazione personale. Quella continuità, quel filo conduttore di crescita, è qualcosa per cui nutro il più profondo rispetto. Non è comune. È straordinario.
E al centro di tutto questo, anno dopo anno, ci sono due persone la cui dedizione rende tutto possibile: Tina Kincl e Kyoshi Borut Kincl. Quest’anno non è stato diverso. Ancora una volta, hanno organizzato un campo e una cerimonia di cintura nera di altissima qualità — un tributo alla loro visione, alla loro energia e al loro amore per quest’arte e questa comunità.
L’evento: Novo Mesto, marzo 2026
Lo scorso fine settimana, dal 20 al 22 marzo, la città di Novo Mesto ha ospitato un evento internazionale di arti marziali di notevole portata e importanza. La cerimonia di consegna delle cinture nere della Federazione di Kempo Arnis, tenutasi sabato sera presso il Palazzetto dello Sport Leon Štukelj, ha riunito oltre 1.500 visitatori — tra cui ospiti provenienti dal mondo dello sport, della politica e degli affari.
L’evento è iniziato con una cerimonia solenne, all’altezza della sua importanza: l’inno nazionale sloveno è stato eseguito magnificamente da Ida Metelko, creando un’atmosfera di dignità, orgoglio e profondo apprezzamento per ciò che le arti marziali possono rappresentare in una comunità. Il sindaco del Comune di Novo Mesto, Gregor Macedoni, si è rivolto al pubblico riunito ed ha espresso il suo sostegno personale al continuo sviluppo delle arti marziali nella regione.
Attraverso prove impegnative, i partecipanti provenienti da molte nazioni hanno dimostrato i livelli di conoscenza, dedizione e perseveranza che definiscono al meglio il Kempo Arnis. Cinquantatre candidati sono saliti sul tatami — ognuno dei quali rappresentava anni di sacrificio personale, studio e impegno.
I Maestri: un gruppo internazionale d’eccellenza
Ciò che ha conferito al Campo di Primavera di quest’anno una profondità e un’atmosfera così eccezionali è stato il calibro degli istruttori riuniti. È stato un onore per me allenarmi al fianco di maestri la cui esperienza complessiva abbraccia continenti, discipline e decenni, e imparare da loro.
Kancho Gerard Gordeau — 9° Dan di Karate Kyokushin
Quest’anno, la Federazione di Kempo Arnis ha accolto per la prima volta il leggendario Kancho Gerard Gordeau, 9° Dan di Karate Kyokushin — un nome che non ha bisogno di presentazioni per chiunque conosca la storia delle arti marziali moderne. Pioniere delle MMA moderne, il Kancho Gordeau è stato finalista nel primissimo torneo UFC “ ” della storia. Ha combattuto il primo incontro ufficiale secondo le regole delle MMA contro il lottatore di sumo Tela Tula, prima di affrontare il leggendario Royce Gracie in finale.
Al di là dei suoi successi storici, ciò che colpisce di più di Kancho Gordeau quando ci si allena al suo fianco è il suo carattere: la sua autorevolezza discreta, la sua profonda conoscenza, la sua straordinaria esperienza e il suo amore genuino per l’arte. È noto per i suoi implacabili calci bassi, la sua disciplina ferrea e il suo eccezionale spirito combattivo. Rappresenta un ponte unico tra le arti marziali tradizionali e il combattimento reale, e la sua presenza ha conferito all’intero seminario un’atmosfera straordinaria e indimenticabile.
GM Gabrielle Roloff — Maestra di Tapi Tapi, Modern Arnis
La nostra amica e insegnante di lunga data, la Gran Maestra Gabrielle Roloff, è tornata in Slovenia come una delle donne di più alto rango nel mondo delle arti marziali. Vera maestra di Tapi Tapi e Modern Arnis, la GM Roloff è una delle eredi ufficialmente riconosciute del leggendario Remy Presas (RIP) — un lignaggio che comporta un peso e una responsabilità immensi. La sua presenza al campo è stata sia fonte di ispirazione che un dono, e nutro il più profondo rispetto per la sua conoscenza, la sua dedizione alla conservazione degli insegnamenti autentici del Modern Arnis e la sua generosità come istruttrice.
Martijn De Bruijn — Rappresentante di Hanshi Patrick McCarthy, AikiKenpoJujutsu
Abbiamo avuto inoltre l’onore di accogliere Martijn De Bruijn dall’Olanda, rappresentante di Hanshi Patrick McCarthy e dell’IRKRS (International Ryukyu Kempo Research Society), nonché praticante di AikiKenpoJujutsu. Lo stesso Hanshi Patrick McCarthy ha inviato i suoi più calorosi saluti e il suo benvenuto da Okinawa, sebbene non abbia potuto unirsi a noi di persona. Martijn e io condividiamo un profondo legame attraverso l’AikiKenpoJujutsu, ed è stato un piacere condividere il tatami con lui e rappresentare insieme l’arte e l’eredità che Hanshi McCarthy ha dedicato la sua vita a costruire.
Jacob Lim — Istruttore di Singapore, allievo di Kyoshi Leon Koh
Abbiamo avuto l’ulteriore onore di dare il benvenuto a Jacob Lim, che ha viaggiato appositamente da Singapore per partecipare a questo evento. Istruttore sotto la guida di Kyoshi Leon Koh, la presenza di Jacob è stata un bellissimo promemoria di quanto sia davvero vasta la portata di questa federazione e di questa arte. Fa parte della nostra grande famiglia mondiale — una famiglia che attraversa oceani e confini, unita da un impegno condiviso verso l’eccellenza e il percorso marziale.
Avi Nardia — AikiKenpoJujutsu, KAPAP, CDC
Per quanto mi riguarda, sono Avi Nardia e sono ospite abituale in Slovenia da oltre 25 anni. Sono il fondatore di CDC/KAPAP, Istruttore Capo Internazionale di AikiKenpoJujutsu e detentore del 4° Dan nel JiuJitsu brasiliano sotto la guida del Maestro Machado. Ho ricoperto il ruolo di istruttore presso unità speciali militari e di polizia in tutto il mondo. Ma quando arrivo in Slovenia ogni primavera, non arrivo come relatore ospite: arrivo come una persona che ama sinceramente questa comunità, queste persone e questo percorso condiviso. Insegnare al campo quest’anno è stato un privilegio, e ciò che mi ha colpito di più è stato quanto tutti noi abbiamo studiato e imparato gli uni dagli altri. Lo scambio tra gli istruttori è stato ricco quanto l’insegnamento stesso.
Tina e Borut Kincl: il cuore di tutto
Nessuna parola che io possa scrivere è in grado di cogliere appieno ciò che Tina e Borut Kincl hanno costruito — e continuano a costruire — a Novo Mesto e oltre. Borut è la figura centrale di questa federazione: il suo fondatore, il suo visionario e il suo servitore più devoto. Con decenni di lavoro instancabile, ha creato un sistema che va ben oltre lo sport, ben oltre la tecnica, ben oltre le mura del dojo.
Tina lo ha espresso in modo splendido con le sue stesse parole dopo l’evento di quest’anno: «Per realizzare un evento così ambizioso, ci vuole innanzitutto una persona pazza che non si arrenda mai. Grazie Borut per averci convinto a seguire la tua follia con la tua energia». Quella «follia» — quel rifiuto di accontentarsi, di rallentare, di accettare qualcosa di meno dell’eccellenza — è esattamente ciò che ha reso la Federazione di Kempo Arnis ciò che è oggi.
Kyoshi Borut Kincl detiene l’8° Dan in Ryukyu Kempo Karate – Kyusho Jitsu – Tuite, il 7° Dan in KAPAP – Jiu-Jitsu israeliano, e diversi dan sia nel Modern Arnis che nel Karate Shotokan. È proprietario e istruttore capo del Kempo Arnis World Honbu Dojo, fondatore e presidente della Federazione Kempo Arnis, membro della Hall of Fame delle arti marziali e addestratore delle forze speciali in tutto il mondo. Il suo 8° Dan in AikiKenpoJujutsu — conseguito a Okinawa da
Hanshi Patrick McCarthy — è un riconoscimento del fatto che il suo percorso si fonda sulle basi più autentiche e sugli standard più elevati possibili.
E dietro ogni grande leader c’è un partner altrettanto straordinario. Tina Kincl è il cuore organizzativo di questa federazione — co-organizzatrice dello Spring Camp, dell’esame per la cintura nera e dello spettacolare evento serale. Lei descrive la missione con parole che trovo profondamente commoventi: «Sia io che Borut siamo stati cresciuti con lo spirito di apprezzare le nostre origini. Amiamo la nostra famiglia e le persone che ci circondano e vogliamo creare una comunità in cui, nel momento in cui varchi la soglia, la tua unica identità sia quella di membro del Kenpo Arnis. Ecco perché non lo consideriamo un lavoro, ma una famiglia allargata».
A entrambi — Tina e Borut — porgo il mio più profondo inchino di rispetto. Quello che avete costruito non è solo una federazione. È una famiglia. È un’eredità.
Il 53° esame per la cintura nera: un momento di luce
Cinquantatre candidati si sono presentati sul tatami per l’esame di cintura nera di quest’anno — e tutti portavano con sé il peso di anni di preparazione. Nelle parole di Renshi Damir Ivandic, 5° Dan, che ha colto lo spirito della serata con straordinaria eloquenza:
«Quei 53 sul tatami erano davvero pieni di luce, ma non c’era meno luce in tutti gli altri che hanno eseguito il kata con noi, combattuto con noi o ci hanno incitato dagli spalti. La forza è forte dentro di noi. Non solo in quel sabato indimenticabile: sabato è stato così perché noi siamo così ogni lunedì, martedì o qualsiasi altro giorno. Sabato è stata solo la conferma di ciò».
Anche il Renshi Ivandic ha riflettuto sul percorso della federazione stessa, citando Isaac Newton: «Se ho visto più lontano, è perché mi sono appoggiato sulle spalle dei giganti» — un tributo appropriato alle fondamenta che il Kyoshi Borut Kincl ha costruito per quasi un quarto di secolo.
Tutti i membri hanno eseguito insieme il kata Taikyoku 1 prima dell’inizio degli incontri. L’intera sala — con oltre 1.500 persone — è diventata un unico corpo, muovendosi all’unisono, respirando all’unisono, onorando insieme l’arte. È stato un momento che non dimenticherò.
Nel Kempo Arnis, la cintura nera non è una meta, ma un impegno. Un impegno verso un ulteriore sviluppo, verso una maggiore responsabilità e verso una comprensione più profonda del percorso marziale.
Rappresentanza internazionale: una famiglia globale
Squadra di Malta — Risultato eccezionale
Vanno le più sentite congratulazioni al team KAF Malta per l’eccezionale prestazione dimostrata durante gli esami di cintura e il ritiro di allenamento. I loro risultati sono una testimonianza della dedizione, del sacrificio e della forza della famiglia del Kempo Arnis oltre i confini nazionali:
•Nicole Sultana — 1° Dan
•Christina Said — 2° Dan
•Emanuel Said — 2° Dan
•Matthew Grima — 2° Dan
•Franco Magrin — 2° Dan
•Ryan Attard — 2° Dan
•Amir Samhan — 2° Dan
•Joseph Portelli — 4° Dan
Come ha scritto la squadra maltese nel proprio tributo: «Non potremo mai esprimere abbastanza la nostra gratitudine a Kyoshi Borut Kincl, che è stato la forza trainante di tutto questo. La sua passione, energia, convinzione e visione hanno trasformato un sogno in realtà, unendo le persone e costruendo una comunità incredibile che è davvero difficile da descrivere a parole». Un tributo che fa eco ai sentimenti di ogni persona che ha fatto parte di questa federazione.
Squadra Germania — Jan Torborg, 3° Dan
Congratulazioni anche a Jan Torborg della squadra tedesca, che durante questo raduno ha sostenuto con successo l’esame per il 3° Dan, superandolo. Il suo risultato rappresenta un’altra pietra miliare di cui andare fieri nella crescente espansione internazionale della federazione.
Informazioni sulla Federazione Kempo Arnis: lo spirito della tradizione nell’arte del presente
La Federazione Kempo Arnis (KAF) è una sintesi unica di tre sistemi marziali: il Ryukyu Kempo Tomari-te Karate, l’arte marziale filippina Modern Arnis e il KAPAP – Krav Maga israeliano. Il suo programma di base consente ai praticanti di raggiungere la cintura nera o il livello di istruttore in tutte e tre le arti ed è ufficialmente riconosciuto dalle principali organizzazioni internazionali, tra cui IRKRS, DKI, IMAFP e ANA.
Ciò che distingue il Kempo Arnis dalle altre arti marziali è sia il suo scopo che la sua filosofia. Non è concepito per lo sport o la competizione, ma è pensato per un’autodifesa realistica in qualsiasi situazione, contro un numero qualsiasi di avversari, in qualsiasi ambiente. Come afferma Kyoshi Borut: «Padroneggiare questa disciplina richiede non solo forza fisica e capacità atletiche, ma anche spontaneità e conoscenza del corpo umano e della psicologia, il che ci permette di iniziare a imparare il Kempo Arnis a qualsiasi età».
La federazione sostiene che qualsiasi arte che non cambi e non si adatti sia morta — mero folklore. Il Kempo Arnis è quindi un’arte viva, che si evolve a seconda del tempo e del luogo, liberando gli aspetti più efficaci delle arti marziali tradizionali dalle interpretazioni ingombranti che le hanno congelate nel tempo, pur mantenendo il più profondo rispetto per le sue origini nelle tradizioni di Okinawa e delle Filippine.
Cosa otterrai grazie al Kempo Arnis — Nelle parole di Kyoshi Borut Kincl
1. Vere e proprie abilità di autodifesa
Imparerai a utilizzare strategie e tecniche tratte da tre dei sistemi marziali più efficaci al mondo, preparandoti ad affrontare situazioni pericolose nei contesti moderni della vita reale.
2. Migliori capacità cognitive
L’allenamento richiede un alto livello di concentrazione, favorendo la lucidità mentale e l’arte di mantenere la pace interiore sotto stress — abilità che si trasferiscono direttamente nella vita quotidiana.
3. Riduzione dei livelli di stress
Il Kempo Arnis è un potente antistress. L’allenamento fisico stimola il corpo a rilasciare endorfine, creando un naturale senso di benessere.
4. Miglioramento della forma fisica
L’allenamento sviluppa resistenza, flessibilità, forza e resistenza attraverso schemi di movimento vari e mirati.
5. Maggiore fiducia in se stessi
I progressi sia nella forma fisica che nelle arti marziali sviluppano naturalmente una profonda e meritata fiducia in se stessi — quella che deriva dal superare davvero le sfide.
6. Comunità e senso di appartenenza
Entrare a far parte della famiglia del Kempo Arnis significa entrare in una comunità di persone che la pensano allo stesso modo, legate da valori condivisi, sfide comuni e crescita condivisa: una vera e propria famiglia allargata.
KAF: una tradizione di primati in Slovenia e nell’ex Jugoslavia
La KAF e la sua predecessora, la RKSI, hanno svolto un ruolo di primo piano nell’innovazione e nella ricerca nel campo delle arti marziali in Slovenia e nell’ex Jugoslavia sin dalla loro fondazione. Tra i loro numerosi risultati pionieristici:
•I primi a insegnare i concetti delle vere arti marziali nella regione
•I primi a organizzare seminari sulle arti marziali israeliane — Krav Maga, KAPAP e Israel Combat Systems
•I primi istruttori autorizzati di arti marziali israeliane in Slovenia
•I primi ad allenare e insegnare il Bunkai Jitsu ad alti livelli
•I primi a insegnare e organizzare seminari di Kyusho Jitsu – Tuite
•I primi e unici maestri di Ryukyu Kempo – Kyusho Jitsu – Tuite in Slovenia
•I primi a insegnare e organizzare seminari di arti marziali filippine (con maestri quali Bram Frank – CSSD/SC, Marc Denny – Dog Brothers, Cristino Vasquez – IMAFP, Jon Escudero – LSAI, Ken Smith – IMAF, Gaby Roloff – IMAF)
•I primi a organizzare incontri e competizioni di combattimento con bastone e coltello
•Primi maestri di arti marziali filippine in Slovenia
•I primi a organizzare un seminario sull’arte marziale russa Systema
•I primi a insegnare e organizzare un seminario di Kiai Jitsu
•Primi ad organizzare competizioni secondo le regole del karate Kyokushinkai (Knock Down)
Questo percorso di innovazione e ricerca continua. Come ha affermato lo stesso Kyoshi Borut: «Noi della KAF sappiamo che abbiamo ancora una lunga strada da percorrere nella ricerca e nello studio approfondito dell’uomo e del suo essere. Lo studio delle arti marziali è quindi, in verità, uno studio della vita».
Conclusione: dal cuore di un guerriero a quello di un altro
Ogni anno lascio la Slovenia con il cuore colmo. Colmo di conoscenza, colmo di amicizia, colmo di ispirazione e colmo di profonda gratitudine per ciò che questa comunità rappresenta.
Quest’anno non ha fatto eccezione. Anzi, quest’anno è stato eccezionale. Aver potuto allenarmi al fianco di Kancho Gerard Gordeau, della GM Gabrielle Roloff, di Martijn De Bruijn, di Jacob Lim e dell’intera famiglia del Kempo Arnis — sempre guidati dalla visione di Kyoshi Borut Kincl e dallo straordinario spirito organizzativo di Tina Kincl — è stato un privilegio che non prendo alla leggera.
Tina ha scritto a proposito della cerimonia di quest’anno: «Siamo riusciti a mettere in contatto persone provenienti da angoli diversi del mondo, con credenze diverse e background ancora più diversi». Questo, per me, è il vero risultato. La tecnica si può insegnare. La filosofia si può studiare. Ma la capacità di mettere in contatto in modo autentico esseri umani di culture, lingue e background diversi — quella è rara. Quella è leadership. Quello è amore.
Kyoshi Borut Kincl è giustamente riconosciuto come il miglior ambasciatore della Slovenia attraverso le arti marziali. Ha portato Novo Mesto sulla mappa del mondo — non attraverso la politica o il commercio, ma attraverso il linguaggio universale della disciplina, del rispetto e dello spirito marziale.
Tornerò l’anno prossimo. Ci torno sempre. Perché qui, in Slovenia, nel cuore della Federazione di Kempo Arnis, trovo ciò che ogni praticante di arti marziali cerca: una comunità che mette in pratica ciò che predica. Persone che sono veramente, nel dojo e nella vita, membri del Kempo Arnis.
OSU | Avi Nardia
Istruttore Capo Internazionale, AikiKenpoJujutsu Fondatore, CDC / KAPAP | 4° Dan, Machado Brazilian Jiu-Jitsu Istruttore per unità speciali militari e di polizia in tutto il mondo
Da oltre 25 anni istruttore ospite presso la Federazione di Kempo Arnis, Slovenia Primavera 2026
La visita di Kano Jigoro a Okinawa nel 1927 di Patrick McCarthy
Nel gennaio del 1927, Kanō Jigorō si recò a Okinawa principalmente per inaugurare il primo Jūdō Yūdansha Shinkō-kai dell’isola. In quanto aristocratico di notevole prestigio, Kanō esercitava una notevole influenza politica. Godeva dell’attenzione del governo, del Ministero dell’Istruzione, del Dipartimento della Guerra e del Butokukai, ed era ampiamente considerato in tutto il Giappone come il principale educatore della nazione. La sua visita a Okinawa fu quindi considerata un grande onore, e un comitato conservatore — organizzato tramite il consiglio scolastico locale — compì notevoli sforzi per garantire che fosse accolta in modo adeguato.
Tra gli eventi organizzati per la visita di Kanō vi era una dimostrazione di Tōdi (唐手), l’arte marziale allora comunemente scritta con i caratteri che indicano te 手, «mano» o «arte», con il prefisso 唐, che denota un’origine straniera — in particolare cinese. Vale la pena soffermarsi su questo punto, poiché la scelta della nomenclatura per il programma della dimostrazione era tutt’altro che casuale.
La classificazione del Tōdi in tre principali distretti — Shuri, Naha e Tomari — era apparsa per la prima volta negli scritti di Funakoshi Gichin. Nel 1913, Funakoshi descrisse il Tōdi, reso anche come Tōdi-jutsu Kenpō (唐手術拳法), come appartenente a due grandi lignaggi di origine cinese: lo Shōrin-ryū (少林流) e lo Shōrei-ryū (昭霊流), entrambi nomi che si riferiscono a templi o tradizioni associate alla Cina. Oggi possiamo riconoscere che «Shōrei» era molto probabilmente una trascrizione errata o confusa, forse meglio interpretabile in relazione al Wudang (武當/Wǔdāng), mentre Shōrin rimanda chiaramente allo Shaolin. Ciononostante, questa classificazione geografica rimase in gran parte una convenzione descrittiva piuttosto che una questione di uso pubblico o ufficiale.
Verso la fine del 1926, il comitato incaricato di organizzare la dimostrazione in vista della visita di Kanō a gennaio scelse di adottare pubblicamente la classificazione geografica, preferendola al termine originale Tōdi ( 唐手 ). Furono selezionate tre autorità locali per rappresentare i rispettivi distretti: Mabuni Kenwa (摩文仁賢 和, 1889–1952), in rappresentanza del Tōdi a Shuri; Miyagi Chōjun (宮 城長順, 1888–1953), in rappresentanza del Tōdi a Naha; e Kyān Chōtoku ( 喜屋武朝徳 , 1870–1945), in rappresentanza del Tōdi a Tomari — da cui derivano i termini Shuri-di (首里手), Naha-di ( 那覇手 ) e Tomari-di ( 泊手 ). Essendo ormai associate a una figura di fama e influenza nazionale come Kanō Jigorō, queste denominazioni acquisirono una nuova vita propria e crebbero rapidamente in popolarità come identificatori riconosciuti delle principali tradizioni dell’isola. Sebbene si dica che anche Motobu Chōki ( 本部朝基 , 1870–1944) abbia dimostrato il Tameshiwari e che Ōshiro Chōjo ( 大城朝恕, 1887–1935) abbia eseguito il bōjutsu, tali esibizioni non sono direttamente rilevanti ai fini del presente argomento. Non è difficile comprendere il ragionamento alla base di questa decisione. Il prefisso 唐 , letto come Kara o Tō, identificava esplicitamente la Cina come fonte della pratica. In un periodo di intenso nazionalismo, sentimento anti-cinese e crescente radicalizzazione militare, ciò comportava un evidente rischio politico. Presentare il Tōdi con il suo nome originale davanti a un dignitario giapponese del continente così di spicco — che aveva legami diretti
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con il governo e le istituzioni nazionali — sarebbe stato probabilmente considerato, nel migliore dei casi, di cattivo gusto e, nel peggiore, politicamente provocatorio. Sostituendo i nomi dei distretti locali in cui ciascun principale dimostratore insegnava e praticava, il comitato ottenne un risultato piuttosto elegante: i riferimenti alla Cina furono discretamente messi da parte e, al loro posto, l’arte fu presentata come qualcosa di radicato nella stessa Okinawa, conferendole sia legittimità pubblica che orgoglio locale.
Quando teneva lezioni ai giovani, Kanō sottolineava molto spesso due principi fondamentali:
Seiryoku Zen'yō (精力善用) — «Massimo uso efficiente della propria energia». Non solo nel combattimento, ma anche nello studio, nel lavoro, nella vita quotidiana e nella condotta personale. Insegnava che il successo deriva dall’uso saggio e senza sprechi dell’energia sia mentale che fisica.
Jita Kyōei (自他共栄) — “Benessere e beneficio reciproci” o “Tu ed io prosperiamo insieme”. L’idea che il successo individuale debba contribuire al bene più ampio della società. Il vero progresso, secondo Kanō, non era l’avanzamento egoistico, bensì il miglioramento collettivo.
La nomenclatura presente in quel programma finì per affermarsi. A mio avviso, sebbene Funakoshi avesse impiegato per la prima volta la classificazione geografica nel 1913, fu proprio questo significativo evento culturale a contribuire a far nascere l’identificazione pubblica, comune e duratura, del Tōdi come le distinte pratiche locali dello Shuri-te, del Naha-te e del Tomari-te.
Eppure è proprio qui che, da allora, si è insinuato un errore di non poco conto nella documentazione storica. Alcuni sto-
rici — e, per estensione, coloro che sono stati influenzati dal loro lavoro — sembrano aver tratto da questo episodio la conclusione che i prefissi geografici riflettessero stili dell’arte genuinamente distinti e codificati, ciascuno unico al proprio distretto. Non credo che sia così.
Sia che si faccia risalire questa classificazione all’articolo di giornale di Funakoshi del 1913 o alla dimostrazione del 1927 stessa, le etichette geografiche erano, in origine, poco più che una convenienza pratica — un mezzo per identificare l’arte in base al comune o al principato associato ai suoi esponenti più di spicco. Ciò che distingueva lo Shuri-te, il Naha-te e il Tomari-te non era, in senso significativo, una differenza fondamentale nell’arte stessa, ma piuttosto le caratteristiche individuali e le preferenze didattiche di coloro che ne curavano la trasmissione.
Funakoshi descriveva lo Shuri-te come agile e veloce, caratterizzato da una respirazione naturale, da un gioco di gambe leggero, da attacchi diretti e da movimenti evasivi del corpo. Il Naha-te, al contrario, veniva descritto come orientato verso posizioni ben radicate, l’allenamento della tensione, la respirazione regolata e la generazione di potenza a distanza ravvicinata. Il Tomari-te veniva spesso presentato come una sintesi delle due tradizioni, che univa la mobilità alla stabilità e il movimento lineare all’evasione circolare del corpo.
Sebbene tali descrizioni facciano parte della documentazione storica, non devono essere confuse con rigide distinzioni tecniche. In realtà, tutti i metodi di combattimento efficaci
dipendono proprio dalle qualità attribuite a ciascuna tradizione. La velocità senza stabilità è compromessa. La potenza senza mobilità è limitata. L’evasione senza struttura è inaffidabile. Il radicamento, la respirazione, lo spostamento del corpo, l’agilità e la generazione di potenza non sono caratteristiche esclusive di un lignaggio geografico piuttosto che di un altro; sono requisiti universali di una pratica combattiva funzionale. Il fattore determinante non è il luogo in cui un praticante si trovava a vivere, né l’etichetta successivamente attribuita alla sua tradizione, ma la natura della violenza fisica che si sta affrontando. Un praticante alto e agile proveniente da Naha non abbandonerebbe improvvisamente la mobilità a causa della geografia, né un praticante compatto e potente proveniente da Shuri ignorerebbe il valore del radicamento e della forza a distanza ravvicinata. I problemi posti dagli atti abituali di violenza fisica sono universali, e le soluzioni che essi richiedono trascendono le classificazioni regionali.
Viste in questa ottica, le distinzioni storiche tra Shuri-te, Naha-te e Tomari-te rivelano più le personalità, le preferenze e i metodi di allenamento di maestri influenti che eventuali differenze fondamentali nell’arte stessa che ne sta alla base.
Questa interpretazione trova conferma nelle osservazioni di Miyagi Chōjun (宮城長順, 1888–1953) durante i ormai famosi Colloqui della Tavola Rotonda del 1936, spesso definiti «Incontro dei Maestri». Quando la discussione si spostò sulle
La visita di Kano Jigoro a Okinawa nel 1927
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Patrick McCarthy Patrick McCarthy
La visita a Okinawa en 1927 de Jigoro Kano
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differenze tra le varie tradizioni del Karate-dō di Okinawa, a Miyagi fu chiesto di spiegare in che modo uno stile differisse dall’altro. La sua risposta fu al tempo stesso semplice e rivelatrice. Se esistevano delle differenze, suggerì, queste erano in gran parte legate al modo in cui gli stessi principi e le stesse pratiche venivano insegnati da istruttori diversi. In altre parole, le distinzioni riflettevano meno l’arte in sé che le persone incaricate di trasmetterla.
Una tale prospettiva mette in discussione la tendenza successiva a considerare lo Shuri-te, il Naha-te e il Tomarite come sistemi fondamentalmente diversi. Suggerisce piuttosto che ciò che li separava fosse spesso una questione di enfasi, pedagogia, temperamento, fisico, esperienza e preferenze personali. Le differenze erano personali piuttosto che stilistiche: un riflesso dei maestri, non del metodo. Infatti, se si esaminano i kata giunti fino a noi, gli esercizi a due, le pratiche di allenamento e i resoconti storici associati a queste tradizioni, i punti in comune superano di gran lunga le differenze. Tutti miravano a coltivare una meccanica corporea efficiente, una generazione di potenza efficace,
una respirazione corretta, mobilità, stabilità, movimenti evasivi e risposte pratiche alla violenza interpersonale. Ciò che variava non era l’obiettivo, ma il percorso intrapreso per raggiungerlo. Le etichette regionali possono aver avuto un’utile funzione descrittiva ai loro tempi, ma non dovrebbero essere scambiate per prove dell’esistenza di arti fondamentalmente diverse. Erano, prima di tutto, comodi identificatori geografici associati a tradizioni plasmate da singoli maestri, ciascuno dei quali interpretava e trasmetteva un corpus comune di conoscenze attraverso la lente della propria esperienza personale.
Leggere retrospettivamente in quei prefissi l’esistenza di scuole separate e formalmente definite significa, a mio avviso, scambiare un esercizio di etichettatura di natura amministrativa e politicamente motivata per una prova di autentica divergenza stilistica.
In nessun altro ambito questo malinteso è più evidente che nelle pratiche moderne altamente stilizzate di oggi, dove l’attenzione è spesso rivolta alle differenze estetiche piuttosto che alla funzione combattiva comune. Sebbene i
Funakoshi Gichin
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metodi di allenamento contemporanei possano porre l’accento su aspetti diversi, l’arte stessa è nata dall’esigenza di autodifesa. Il come e il perché di come affrontare gli atti di violenza fisica erano determinati dalle dinamiche di quegli stessi atti e dalle differenze individuali di chi vi reagiva. In tal senso, l’arte non è mai stata veramente divisa dalla geografia. È stata plasmata dalle persone, dalle circostanze, dall’esperienza e dalla necessità.
Cenni sulla visita di Kano Jigoro a Okinawa nel 1927
Il 31 dicembre 1926, Kanō Jigorō, il visionario ideatore del Jūdō, salpò alla volta di Naha a bordo dell’Amakusa Maru. Il 2 gennaio 1927 giunse a Kagoshima, dove lui e i suoi colleghi scesero dalla nave in serata per cenare al famoso ristorante Suehiro.
Giunto a Naha il 3 gennaio 1927, la sua visita si concentrò sull’inaugurazione dell’Associazione Jūdō Yūdansha di Okinawa, sull’incontro con vari funzionari sia del settore pubblico che diquello privato, sulla visita alle attrazioni locali e sulla partecipazione ad attività culturali e alla degustazione della cucina locale. Ebbe inoltre l’opportunità di incontrare esperti locali di karate, tra cui Miyagi Chōjun, Motobu Chōki, Mabuni Kenwa, Kyān Chōtoku e Ōshiro Chōjo.
Al suo arrivo, alle 9:00 del mattino, fu accolto da una grande folla che comprendeva membri sia del settore pubblico che di quello privato, tra cui Kishimoto Gashō — un politico locale della prefettura ed ex compagno di università di Kanō a Tokyo.
Dopo aver preso alloggio, consumarono un pasto insie-
me, e i giorni successivi furono dedicati a varie attività legate al judo, conferenze e visite turistiche, tra cui l’assistere a uno spettacolo in cui si affrontavano una mangusta e un habu. Kanō visitò la Biblioteca Prefettizia e il Municipio, incontrando vari funzionari. Si recò inoltre al Castello di Shuri in auto — anziché in treno, per risparmiare tempo — e visitò altri siti importanti, tra cui l’antica dimora del re, il suo luogo di sepoltura, la Scuola Industriale e il Tempio Enkakuji, situato accanto alla Shihan Gakkō.
L’incontro con Miyagi Chōjun sembrò rappresentare un momento particolarmente significativo, poiché Miyagi era considerato un esperto locale di karate. Oltre alla sua formazione a Okinawa, Miyagi si era recato anche due volte in Cina per approfondire le proprie abilità e conoscenze. Dimostrò con cortesia varie sequenze e rispose alle domande di Kanō; le sue intuizioni fornirono preziose chiarificazioni sui fondamenti di quest’arte. Durante lo stesso incontro, un uomo cinese — molto probabilmente Go Kenki — mostrò a sua volta tecniche simili al karate basate sullo stile della Gru, offrendo un’ulteriore prospettiva sulla pratica.
Al termine di questa sessione illuminante, Kanō e i suoi compagni furono invitati a casa di Ōshiro-san — un altro politico locale — insieme a un gruppo di studenti della Scuola Normale Superiore, tra cui figurava anche il suo figlio maggiore, a sua volta piuttosto esperto di karate.
Il 6 gennaio 1927, dopo una mattinata intensa, Kanō e Ōshiro-san assistettero a una dimostrazione di bōjutsu tenuta da un maestro locale, ovvero Ōshiro Chōjo. A questa seguì un’esibizione di Tamashiwari a cura del stimato Motobu Chōki. La dedizione di Motobu al perfezionamento del karate attraverso anni di pratica e ricerca gli aveva valso la reputazione di autorità locale nell’applicazione pratica. Impressionato dalla preparazione fisica di Motobu, Kanō esaminò personalmente le sue mani e i suoi pugni e riconobbe i suoi lodevoli sforzi.
A conclusione della sua visita a Okinawa, Kanō partì da Naha l’8 gennaio 1927, arrivando a Kagoshima la mattina seguente alle 9:00. Questo viaggio, sebbene incentrato sul Jūdō, dimostrò il sincero apprezzamento di Kanō per il ricco patrimonio delle arti marziali di Okinawa, in particolare il karate, e il suo coinvolgimento in esso, grazie all’interazione con praticanti di grande esperienza quali Miyagi Chōjun, Motobu Chōki, Mabuni Kenwa, Kyān Chōtoku e altri.
• Fonte: Diario del viaggio di Kanō a Okinawa e Kyūshū, Jūdō, marzo 1927, pp. 28–36. Un ringraziamento speciale a Lance Gatling Shihan di Tokyo per il materiale di riferimento Cronologia del karate di Kano Jigoro a cura di Shishida Fumiaki, Università di Waseda (Journal of Martial Arts Anthropology, vol. 11, nn. 1–4, 2011, p. 44)
1908/1909 — Kanō Jigorō entra in contatto per la prima volta con il karate di Okinawa in occasione di un evento giovanile sponsorizzato dal Butokukai a Kyoto.
18 aprile 1911 — Un gruppo di istruttori di karate della scuola normale di Okinawa fa visita a Kanō Jigorō a casa sua e al Kōdōkan.
Marzo–giugno 1922 — Kanō assiste alle dimostrazioni di Funakoshi Gichin e Gima Shinken e, in seguito, offre il suo sostegno attivo all’introduzione del karate nel Giappone continentale.
Novembre 1922 ~ Vedi Appendice IRKRS
Ottobre 1926 ~ Vedi Appendice IRKRS
3–7 gennaio 1927 — Kanō si reca a Okinawa per quattro notti e cinque giorni, accompagnato da Nagaoka Shūichi e Yokomoto Isekichi.
6 gennaio 1927 — Kanō assiste a una dimostrazione di karate nell’auditorium della Scuola Normale della Prefettura di Okinawa. Fonti contemporanee del 1927 descrivono la
sua reazione ai movimenti di questa arte come “straordinaria” o “feroce”. Nella stessa occasione, assistette anche a una dimostrazione di bōjutsu tenuta da Ōshiro Chōjō (大城朝恕, 1887–1935), oltre alla famosa dimostrazione di rottura delle assi di Motobu Chōki (本部朝基, 1870–1944).
Appendice IRKRS ~ A prescindere da questa cronologia, riguardo alle due precedenti visite di Kanō a Okinawa:
Fonte: Kindai Karate-dō no Rekishi o Kataru (近代空手道の歴史を語る, «Raccontando la storia del karate-dō moderno») di Fujiwara Ryōzō (藤原稜三) e Gima Shinken (儀間真謹), p. 90: «si recò lì nel novembre 1922 e nell’ottobre 1926». Pubblicato da Shin Jinbutsu Ōraisha, 1986.
Patrick McCarthy Patrick McCarthy
Postfazione
C’è un’ultima osservazione che mi sembra valga la pena fare, e riguarda i due principi fondamentali di Kanō nel contesto di ciò a cui assistette durante la sua visita a Okinawa.
Seiryoku Zen'yō — il massimo uso efficiente della propria energia — e Jita Kyōei — benessere e beneficio reciproci — non erano principi che Kanō limitava al Jūdō. Erano, per lui, verità universali applicabili a ogni aspetto dell’impegno umano: studio, lavoro, vita quotidiana e condotta personale. Sarebbe difficile immaginare che un uomo della sua perspicacia non abbia riconosciuto quegli stessi principi all’opera nel karate, così come gli furono dimostrati nel gennaio 1927.
Kanō conosceva già Funakoshi Gichin e il suo approccio all’arte. Funakoshi aveva descritto lo Shuri-te in termini di agilità, respirazione naturale, gioco di gambe leggero, attacchi diretti e movimenti evasivi del corpo — un sistema coerente e ammirevole di per sé, ma che rappresentava solo una parte di ciò che l’arte, nella sua interezza, aveva da offrire. Quando Kanō assistette poi alle dimostrazioni delle rispettive tradizioni da parte di Miyagi Chōjun, Mabuni Kenwa e Kyān Chōtoku, si trovò di fronte proprio a quelle qualità che la descrizione di Funakoshi non aveva compreso: stabilità radicata, respirazione regolata, allenamento della tensione e generazione di potenza a distanza ravvicinata. Nel loro insieme, le dimostrazioni avrebbero presentato qualcosa di considerevolmente più grande della somma delle loro parti.
Per una mente plasmata dal Seiryoku Zen’yō, l’implicazione era evidente. L’applicazione efficace di qualsiasi tecnica — sia nel combattimento che nella vita — non si basa sulla padronanza isolata di un insieme di abilità tratte da un’unica tradizione. Si basa invece sull’impiego intelligente ed efficiente dell’insieme. La velocità senza stabilità è incompleta. La potenza senza mobilità è limitata. Ogni qualità dipende dalle altre e ne è valorizzata. Le etichette geografiche attribuite a queste tradizioni erano, in tal senso, irrilevanti. Ciò che Kanō vide non erano tre arti separate, ma un unico corpus di conoscenze espresso attraverso diverse enfasi.
E se Seiryoku Zen’yō rimanda all’uso efficiente del tutto rispetto al parziale, allora Jita Kyōei rimanda a qualcosa di altrettanto rilevante: che il vero progresso non si ottiene attraverso l’isolamento o il privilegiare una tradizione rispetto a un’altra, ma attraverso la loro integrazione collettiva. Non un avanzamento egoistico, ma un miglioramento reciproco.
Credo che questo sia proprio ciò che anche il Dai Nippon Butokukai arrivò a riconoscere durante quella che potremmo giustamente definire l’epoca d’oro della diffusione del karate nella terraferma — quel decennio straordinario tra i primi anni ’20 e il dicembre 1933, quando l’arte fu formalmente ratificata come un’unica tradizione unificata. Riunendo le varie pratiche sotto un’unica denominazione, il Butokukai stava, consapevolmente o meno, affermando proprio quei principi che Kanō aveva a lungo sostenuto: che il tutto è maggiore della somma delle sue parti e che il miglioramento collettivo prevale sulla conservazione di confini artificiali. Kanō lo aveva intuito nel judo. Quasi certamente lo aveva intuito anche nel karate. E nel 1933, il Butokukai lo rese ufficiale.
Patrick McCarthy
マカシー パトリック
Hanshi 10° Dan 範士十段
Società Internazionale di Ricerca sul Karate-jutsu delle Ryukyu ~ fondata nel 1988
Società Internazionale di Ricerca sul Karate-jutsu di Ryukyu http://www.koryu-uchinadi.com
Panoramica sull'IRKRS https://tinyurl.com/5xxmm4nb Libri di Patrick McCarthy https://tinyurl.com/5xf5m2se Il mio profilo Facebook https://www.facebook.com/Koryu.Uchinadi Koryu Uchinadi su Facebook tinyurl.com/4yu82323
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Qualcosa di interessante https://tinyurl.com/vc7dfjsw Il passaggio a KU http://irkrs.blogspot.com/2020/09/what-is-koryu-uchinaditransitioning-to.html?view=magazine Riunire persone che condividono gli stessi ideali per perseguire obiettivi comuni e celebrare l’empowerment, i risultati personali e il cameratismo attraverso il Koryu Uchinadi. Il legame con il passato è il ponte verso il futuro: l’esclusivo sistema di pratiche applicative del Koryu Uchinadi è un percorso che unisce kata e kumite. Il KU può anche essere appreso e insegnato come alternativa stimolante ai metodi convenzionali di fitness fisico e gestione dello stress. Imparare a rispondere con distacco alle aggressioni ingiustificate richiede l’empowerment personale. Tale allenamento promuove una calma interiore e, laddove sussiste un conflitto, aiuta a ripristinare un equilibrio naturale nelle relazioni personali e professionali.
LE STRANE COPPIE
L’impiego di due arnesi, uno per mano, per combattere le battaglie risale alla preistoria. Le incisioni rupestri hanno mostrato come i guerrieri del passato avessero appreso ad impugnare lo scudo con una mano e un’arma, da taglio o da percussione, nell’altra mano, di solito in quella dominante. Anche la coppia frusta e spada sembra avere origini antiche, accoppiata che ritroviamo talvolta nella combinazione coltello e frusta oppure bastone e frusta. Se pensiamo al rinascimento italiano scopriamo che il “bel paese” ha donato al mondo la straordinaria coppia della spada e la daga conosciuta nel mondo delle arti marziali grazie alla diffusione delle arti filippine. L’arcipelago del sud-est asiatico, colonizzato proprio durante il periodo rinascimentale dagli spagnoli, ha generato una cultura “mestizo” nella quale oriente e occidente si sono efficacemente fusi insieme. Come abbiamo già avuto modo di dire in questa stessa sede, la spada e daga, era la coppia d’armi adoperata dai capitani di ventura (soprattutto italiani) al servizio dei reparti di élite al seguito di Magellano. In effetti questa accoppiata rappresenta la combinazioni d’ami per eccellenza. Nell’arcipelago asiatico questa accoppiata è stata soppiantata dal bastone e coltello strumenti più poveri, ma più facilmente reperibili. L’impiego in battaglia delle due armi ha permesso una migliore espressione sia nell’offesa che nella difensa.
Anche i samurai giapponesi noti per la loro spada a due mani, arrivarono, dopo un centinaio d’anni, alla stessa conclusione: il grande spadaccino Miyamoto Musashi infatti ideò la scuola Ni Ten (due cieli) nella quale una mano reggeva la classica katana e nell’altra la più piccola wakizashi. Tornando in occidente e soprattutto nel bacino del mediterraneo ricordiamo che il coltello, che abbiamo definito come la spada del popolo, viene impiegato singolarmente oppure in coppia con la giacca, espressione popolare della cappa e spada, oppure associato con la cintura che, come possiamo facilmente intuire, deriva dalla coppia frusta e spada.
In ogni angolo del pianeta l’uomo ha imparato ad trasformare uno strumento di lavoro in un’arma da guerra, si pensi alla crociata detta dei pezzenti formata da persone che non avevano neppure la possibilità di acquistare né un cavallo, né un’armatura e neppure una spada. Questi avventurieri si lanciavano nell’impresa armati di bastone e di forconi pronti a prendere rudimentali lezioni di maneggio presso alcune stazioni, soprattutto sul suolo italiano, prima di imbarcarsi per la Palestina. Cavalieri esperti nel mestiere delle armi si prodigavano in luoghi come Messina in Sicilia per addestrare le improvvisate reclute.
In oriente il Nun cha ku, reso famoso da Bruce Lee, ed il tonfa, divennero talmente noti al pubblico dei marzialisti tanto da far dimenticare la loro più umile origine ovvero strumenti da lavoro utili per battere il riso. Nel sud -est asiatico sorte analoga è toccata ad un altro attrezzo - arma, un particolare coltello dalla lama ricurva presente in diverse dimensioni in tutta l’area malese. Molti pensano che sia un’arma creata per rendere più efficace la propria arte marziale. Anche io la pensavo così, fino a quando in un mercato molto popolare di Sumatra ne vidi una grande quantità di tutte le forme e dimensioni. Capii subito che non si trattava di una rivendita di oggetti per arti marziali o la difesa personale ma di strumenti di lavoro. Erano infatti i coltelli usati dai pellai, coloro che lavorano il cuoio e la pelle. La mercanzia era esposta su una semplice coperta stesa sull’asfalto, mi chinai verso il rivenditore che stava seduto per terra e chiesi a cosa servissero tutti quei coltelli. Egli mi risposte con un esempio: prese un pezzo di pelle tagliare un ed iniziò a tagliarla con movimenti
abili e rapidi. Allorché gli chiesi come mai alcuni (non tutti) avessero un anello nel quale infilare il dito. La risposta fu semplice ed il suo mimare la scena fu, ancora una volta, illuminante: l’anello permetteva di usare la due mani senza dover posare e riprendere il coltello ogni volta, quando non serviva lo si faceva penzolare dalla mano. Alcuni si agganciavano all’indice, altri al mignolo ed altri ancora in uno delle altre dita a seconda della comodità dell’operaio. L’anello faceva infatti risparmiare molto tempo perché non si era obbligati a lasciare l’arnese per usare le due mani, posarlo per poi riprenderlo, in quanto restava sempre agganciato alla mano. Altri coltelli erano invece sprovvisti di anello ma il rivenditore aggiunse che alcuni avevano l’abitudine di agganciarli al polso con una corda mentre altri non ne volevano sapere di anelli o corde e preferivano usarlo come un semplice skinner a lama curva.
Quando, nei paesi dell’area ionica, vidi per la prima volta la mazzola, usata dai marinai, agganciata al polso oppure, come facevano i più esperti, al pollice, mi tornarono in mente i metodi impiegati a Sumatra per fissare il coltellino ricurvo. La piccola mazza con cui si stordiva o si uccideva il pescato, soprattutto i polipi, era, all’occorrenza, usata come strumento da difesa per stordire gli umani oppure per rompere le ossa di un braccio armato rendendo la passività della parata una sorta di contrattacco offensivo.
L’uso della mazzola nella difesa, sopratutto alla luce di quanto detto sopra,, è frutto d della creatività umana che trasforma qualsiasi attrezzo in arma. Oggi è uno strumento ormai raro, difficile da reperire ed ancora più difficile è ricostruire l’impiego marziale di tale arnese. Chi sapeva è morto da tempo e i superstiti non amano parlare di queste cose, soprattutto nel nostro sud Italia. Conoscere queste usanze significava avere avuto un passato burrascoso, aver preso parte a liti o peggio ad organizzazioni che di cavalleresco avevano solo la forma esteriore.
Ancor più riservato e prezioso è l’impiego della mazzola e del coltello in coppia, anzi tra tutte le coppie sopra elencate questa è la più strana ed anche la più rara, non per questo meno efficace, anzi il loro potenziale è addirittura esplosivo. Di solito la mano dominante (la destra per i destri e la sinistra per i mancini ) impugna il coltello mentre con l’altra mano si tiene le mazzola. Le parate e le azioni non sono differenti dal coltello singolo tuttavia si deve imparare a coordinare le azioni delle due parti per aver la massima efficacia da entrambe.
Il primo vantaggio consiste nel parare con la mazzola e non con la mano nuda avendo un maggiore margine di sicurezza nella parata diminuendo di conseguenza notevolmente i rischi di un taglio accidentale.
In secondo luogo la parata è un colpo secco che già da sola può risolvere il duello spezzando il polso dell’avversario o comunque disarmarlo in seguito al doloroso impatto.
I bersagli della mazzola non si limitano al polso o alla mano essa è efficace sulle clavicole, sul petto e ovviamente sulla testa.
Persino le ginocchia o le caviglie possono ricevere forti danni. Per raggiungere questi bersagli si devono usare con specifiche tecniche abbassandosi oppure approfittare di un calcio sferrato dall’attaccante per colpirlo alle gambe senza doversi abbassare.
“In ogni angolo del pianeta l’uomo ha imparato ad trasformare uno strumento di lavoro in un’arma da guerra, si pensi alla crociata detta dei pezzenti formata da persone che non avevano neppure la possibilità di acquistare né un cavallo, né un’armatura e neppure una spada. Questi avventurieri si lanciavano nell’impresa armati di bastone e di forconi pronti a prendere rudimentali lezioni di maneggio presso alcune stazioni, soprattutto sul suolo italiano, prima di imbarcarsi per la Palestina.”
Muay Boran: strategie di lotta contro i pugni
La Muay Thai è l'arte siamese del combattimento disarmato. Le uniche "armi" che sono sempre disponibili sono le nostre parti del corpo, in particolare: mani, gambe, ginocchia, gomiti e testa. La Muay ha reso l'uso di quelle armi naturali una vera scienza: un praticante di Muay Thai è addestrato ad attaccare e a difendersi utilizzando con perizia quelle stesse parti del corpo in centinaia di modi estremamente efficienti. Per questo motivo, tutti gli appassionati di arti marziali considerano la Muay come un tipico esempio di "arte basata sui colpi". Un'arte di questo genere è una disciplina di combattimento le cui tecniche sono focalizzate sull'uso di colpi potenti come sistema principale per sconfiggere un nemico/avversario. La maggior parte degli esperti considera le tecniche di percussione della Muay Thai come alcune delle migliori esistenti in termini di potenza esplosiva ed efficienza letale.
Questo è sicuramente vero: tuttavia, c'è molto di più. In effetti, la Muay ha una lunga storia che risale a secoli fa. Nel corso degli anni, quest’Arte Marziale ha attraversato una serie di trasformazioni, passando da disciplina da campo di battaglia a sport di combattimento raffinato e ben regolato. Le varie versioni della Muay prima della grande rivoluzione di questo stile che avvenne intorno all'anno 1930, non erano centrate solo sui colpi, ma consistevano in molteplici strategie di combattimento come afferrare, bloccare, torcere e rompere gli arti o il collo dell'avversario. Alcune di queste tecniche sono ancora in uso nella moderna boxe thailandese, ma l'introduzione dei guantoni da boxe e le rigide norme applicate durante i combattimenti sul ring hanno portato a una progressiva rinuncia a quelle tattiche di combattimento. Al contrario, l'antica Muay era ricca di tecniche e strategie di lotta corpo a corpo: una delle strategie ancestrali utilizzate per eliminare i nemici sul campo di battaglia consisteva nell’afferrare un braccio ed eseguire leve, torsioni, colpi nella zona del gomito per disarmarlo o comunque per renderlo inabile al combattimento.
Vista l’efficacia di questa tecnica, ancora oggi attaccare il gomito è la strategia primaria che i lottatori di Muay Pram esperti impiegano per "spezzare l'ala del cigno": in altre parole per mettere il nemico in una condizione di estrema debolezza dovuta al dolore e allo squilibrio fisico e psicologico. Il risultato istantaneo di un gomito danneggiato è un'impossibilità quasi totale di offendere o difendersi correttamente.
Il gomito si trova tra il braccio e l'avambraccio e forma il perno centrale della catena motoria degli arti superiori. In un combattimento, se riesci a mettere in leva il gomito dell'avversario, come conseguenza controllerai anche la sua spalla e, come risultato, potrai controllare tutto il suo corpo.
Se la leva viene applicato con uno strappo, l'articolazione del gomito può essere danneggiata in modo permanete. L'avversario non sarà più in grado di colpirti con il braccio o di usare un'arma contro di te: la sua capacità di combattere sarà drasticamente ridotta.
Tuttavia, poiché l'articolazione del gomito è protetta da muscoli e tendini forti, danneggiarla non è molto facile. Infatti, se l'avversario si rende conto che il suo gomito viene attaccato, come reazione istintiva tenderà a contrarre i muscoli del braccio, proteggendo ulteriormente l'articolazione. A questo punto, completare una leva diventa molto difficile. Pertanto, per poter applicare una leva e danneggiare il gomito è necessario agire rapidamente e con grande determinazione.
La maggior parte delle leve al gomito sono applicate contro prese o pugni. Se si vuole afferrare il braccio di chi ci sta portando un pugno, al fine di applicare correttamente la tecnica, si deve prima imparare a percepire e a controllare il colpo dell'avversario.
Tuttavia, poiché nei colpi di pugno il braccio è esteso e tirato indietro rapidamente, afferrare il polso dell’attaccante potrebbe rivelarsi molto difficile. E’ anche vero però che nell'esecuzione dei pugni, il gomito si muove più lentamente della mano: per questo si consiglia di afferrare sia il gomito che il polso allo stesso tempo o in rapida successione per ottenere un aggancio più sicuro.
Non appena hai afferrato il braccio dell'avversario, devi immediatamente applicare una leva dolorosa o un colpo: hai solo una frazione di secondo a tua disposizione prima che l'avversario esegua una contro tecnica. Perciò, sii veloce, sii accurato e sii incisivo se vuoi che la leva sia efficace.
In questa fase, entrano in gioco tutte le sofisticate strategie del Muay Pram volte a bloccare i pugni e intrappolare il braccio attaccante. Un Nak Muay Pram (combattente di Muay Pram) adeguatamente addestrato dovrebbe possedere dozzine di tecniche altamente efficaci per intercettare e catturare il braccio di qualsiasi avversario lo stia attaccando. Per una persona non addestrata, catturare e trattenere un pugno scagliato a tutta velocità può sembrare impossibile da realizzare; tuttavia, i praticanti di Muay Boran imparano a farlo dalla prima lezione. E praticano queste tecniche regolarmente fino a quando afferrare un pugno diventa un gesto automatico.
Le 3 principali strategie del Muay Pram per evitare i pugni alla testa favorendo la presa al braccio dell’avversario sono: la tecnica dei 4 palmi (Kan Pad Mue), aprire la guardia verso l’alto (Poed Su) e mettere un fiore dietro l’orecchio (Dtad Mala).
Ad esempio contro un pugno diretto in faccia, il combattente di Muay Pram può semplicemente ruotare la parte superiore del corpo e lasciare che il colpo lo sfiori appena. Allo stesso tempo, aggancia il polso dell'avversario con il proprio polso e blocca il gomito con la spalla. Una secca rotazione dei fianchi e una spinta della spalla contro il braccio dell'attaccante, gli spezza facilmente l'articolazione del gomito. Se l'avversario dovesse attaccare con un gancio o una sventola alla testa, il Nak Muay Pram può reagire con la famosa tattica di difesa aggressiva detta Dtad Mala. L'impatto sarebbe attenuato e allo stesso tempo la punta del gomito del difensore urterebbe contro la gola o la faccia dell'avversario. A questo punto sarebbe facilmente applicabile un rapido aggancio dall’alto. Una esplosiva rotazione dei fianchi è il movimento che solitamente viene applicato a questo punto, causando una lussazione del gomito del braccio intrappolato.
•Sud America: Juan Carlos Duran (IMBA Colombia) imbacolombia@gmail.com
•Oceania: Maria Quaglia (IMBA Australia) imbaaust@gmail.com
•Segreteria Generale: Marika Vallone (IMBA Italia) imbageneralsecretary@gmail.com
Il cammino si fa camminando: il mio percorso nel Bugei e nell’Ebunto
Di João Paulo Gomes Barbosa «Viandante, non c’è sentiero; il sentiero si traccia camminando.”
Antonio Machado (poeta spagnolo, 1875–1939)
La mia storia con il Kaze no Ryu Bugei è iniziata nel 2005, quando quasi per caso ho scoperto che qui nella mia città, Uberlândia (MG), si praticavano il Kenjutsu e l’Aikijujutsu. Ho chiesto di poter seguire una lezione di prova e, da allora, continuo a praticare senza sosta, approfondendo sempre di più gli aspetti tecnici, storici e gli elementi più profondi della cultura del Bugei.
Il mio primo contatto con lo Shidoshi Jordan Augusto avvenne nel 2006, in occasione di un seminario di Kyujutsu che lui, insieme ad altri istruttori della scuola come lo Shidoshi Juliana, lo Shidoshi André, lo Shidoshi Giovanni e lo Shidoshi Thiago, tenne nella mia città. Dopo quell’evento ne seguirono altri, come il corso di difesa urbana e i corsi invernali ed estivi, tradizionalmente offerti dalla sede centrale, che fino ad allora si trovava a Goiânia (GO).
Uno degli aspetti che mi ha sempre colpito è stato l’affetto e l’attenzione che Shidoshi Jordan ha sempre dedicato ai partecipanti ai corsi — non solo nell’insegnamento dei contenuti e nel rispondere ai dubbi al termine degli eventi, ma anche nel prendersi cura delle persone dopo le attività. Di solito venivano organizzati momenti di convivialità affinché tutti potessero condividere momenti piacevoli e ripassare i concetti insegnati. Venivano così proposti barbecue, sushi e altre specialità giapponesi — specialità degli Shidoshi e delle persone presenti in quel momento nella scuola —, oltre ad altre forme di socializzazione, affinché tutti si sentissero integrati e parte di un gruppo che condivideva lo stesso interesse.
Per questo motivo, pensavo che nel corso del 2006 e, soprattutto, nel 2007, avrei potuto avere molti contatti con lo Shidoshi Jordan, sia qui nella mia città, sia presso la sede centrale. Ma, curiosamente, il 2006 è stato l’ultimo anno in cui lo Shidoshi Jordan è stato in Brasile, poiché in quel periodo si è trasferito in Spagna, dove risiede ancora oggi e dove porta avanti le attività che svolgeva in Brasile, ma ora con una portata globale, rivolgendosi a persone provenienti da diversi paesi.
Ricordo con affetto che una delle ultime feste si tenne a casa mia, dove tutti i partecipanti si impegnarono a preparare sushi e altri piatti giapponesi, facendo in modo che tutti potessero sentirsi accolti e sentirsi parte della scuola, in quei suoi ultimi momenti in Brasile
Il fatto che vivesse all’estero, tuttavia, non ha significato un allontanamento. Anzi, al contrario: è stato un momento di avvicinamento attraverso altri strumenti, come le riunioni virtuali e, soprattutto, i testi e i video che venivano condivisi sul sito della scuola.
Il sito è sempre stato un luogo di grande ammirazione e di visite costanti, poiché Shidoshi Jordan pubblicava circa quattro testi al giorno sui temi più vari, oltre a mettere a disposizione video e altri materiali didattici. Ciò ci permetteva di comprendere ancora meglio gli strumenti e le tecniche che venivano diffusi non solo in Europa, ma anche qui in Brasile, attraverso le persone formate da Shidoshi Jordan, come, ad esempio, Shidoshi Thiago Morais, che è stato il mio insegnante
durante quel periodo.
Confesso che spesso era difficile stare al passo con la mole di conoscenze diffuse da Shidoshi Jordan attraverso i testi e i video, ma lo sforzo era necessario per comprendere, in modo sistematico, tutti i contenuti che, in maniera molto versatile, venivano messi a disposizione, come l’Akijujutsu, il Jujutsu, Kenjutsu, Sumiê, il rapporto maestro-allievi, il rapporto sempai-kohai e tante altre arti offerte dalla scuola.
E così proseguì la formazione. Oltre al sito web della scuola, Shidoshi Jordan pubblicò anche articoli sulla rivista «Budo International» e, ogni volta che questi articoli venivano pubblicati in formato cartaceo, in quel periodo (ricordiamo che stiamo parlando del primo decennio degli anni 2000), inviava — tramite strumenti digitali come l’e-mail o pubblicando sul sito della scuola — una copia degli articoli e delle copertine su in cui era protagonista, affinché noi, qui in Brasile, potessimo vedere quanto fosse fiorente il percorso del Bugei a livello internazionale.
Questo riconoscimento rendeva tutti noi in Brasile molto felici, poiché vedere il nostro insegnante insignito del titolo di «tesoro vivente» nella Hall of Fame e partecipare a importanti festival come il Festival di Bercy in Francia era davvero fonte di ispirazione e sicuramente ha contribuito a far sì che noi, qui in Brasile, di poter avere a nostra volta un posto d’onore in importanti festival, come il Festival del Giappone a San Paolo (SP), considerato il più grande evento di cultura giapponese dell’America Latina.
È stato davvero bello seguire questo percorso nel corso degli anni, fino a quando, negli anni 2009, 2010, 2011 e 2012, abbiamo potuto, proprio da qui dal Brasile, recarci in Spagna per partecipare a seminari e incontri internazionali promossi dalla sede centrale della scuola, ora in Europa. Poter condividere momenti di allenamento e insegnamenti non solo con Shidoshi Jordan, ma anche con altri rappresentanti di paesi come Stati Uniti, Messico, Portogallo, Italia, Qatar e tanti altri, ci ha permesso inoltre di comprendere come queste culture locali assorbissero i contenuti di Shidoshi Jordan, che a sua volta le ammirava molto.
Fu proprio in uno di questi incontri che ebbi l’opportunità di conoscere anche la dimensione spirituale della nostra scuola, il cosiddetto Montou. Grazie alle conferenze e alle spiegazioni fornite da persone vicine a Shidoshi Jordan e responsabili di quest’area nella scuola, come Shidoshi Alfredo Tucci e altri, è stato possibile comprendere un po’ meglio questo aspetto. Dopo le cerimonie necessarie, ho potuto anche approfondire questo percorso e conoscere sempre di più i segreti e i misteri che circondano questo tipo di studio. Proprio come nell’arte marziale, un detto che la gente qui in Brasile ripeteva — e che, ovviamente, ha iniziato a ripetere anche in Europa — riassumeva l’importanza del Bugei e dell’Ebunto nella vita delle persone. In sintesi, affermava che sia il Bugei che l’Ebunto sono percorsi ammirati da molti, ma seguiti da pochi, a testimonianza della serietà e del valore che la scuola rivestiva per tutti noi. Da allora, ho potuto partecipare a corsi e manifestazioni incentrati anche su questo percorso spirituale, cosicché, ogni volta che andavo in Europa, non venivano trasmessi solo elementi legati all’arte marziale, ma anche elementi relativi al percorso spirituale della scuola, che si traducevano sia nell’Ebunto sia nelle arti volte allo sviluppo mentale, come il Sumi-e e lo Shodo.
Ho avuto l’opportunità di vedere di persona Shidoshi Jordan realizzare bellissime opere, soprattutto di Sumi-e e Shodo, e di offrire e regalare queste opere alle persone in modo così gentile e amichevole — che fossero visitatori, praticanti o persone che frequentavano quotidianamente la scuola. Chi arrivava veniva accolto con tanta gentilezza che, per quanto possibile, riceveva in dono anche queste opere.
Un aspetto che desidero sottolineare e menzionare con grande affetto e attenzione è che Shidoshi Jordan ha sempre accolto le persone con grande calore. Io stesso, quando vado in Spagna, ho il privilegio di stargli sempre vicino. In molte occasioni ho potuto soggiornare a casa di Shidoshi, cosa che ha contribuito in modo molto importante a farmi imparare e praticare il più a lungo possibile. Gli allenamenti, spesso, superavano le otto ore al giorno, e questa immersione ci permetteva di comprendere sempre di più i percorsi marziali e spirituali della scuola.
Per evitare che questo rapporto si trasformasse in un abuso, mi sono sempre messo a disposizione di Shidoshi Jordan, con grande umiltà e disponibilità, per aiutarlo nelle questioni in cui potevo essere utile e, in modo disponibile, attento e umile, contribuire non solo a soddisfarne le esigenze, ma anche a occuparmi delle questioni della scuola, affinché, grazie a questa disponibilità, la scuola potesse crescere sempre di più.
Un altro momento importante che posso sottolineare in questa mia storia con il Bugei si è verificato durante la pandemia, quando, grazie agli strumenti virtuali, è stato possibile tenere riunioni online. È stato un momento in cui ho potuto approfondire ancora di più la disciplina marziale e la spiritualità della scuola, oltre a conoscere nuove persone che si sono unite alla storia di Shidoshi Jordan e che, naturalmente, fanno parte anche della mia storia e della mia formazione — e alle quali sono profondamente grato.
Questo è uno spaccato della storia di ciò che ho vissuto e sto vivendo nella scuola, che mette in luce gli oltre 20 anni di dedizione ai percorsi tradizionali del nostro lignaggio e che, senza dubbio, si ripeteranno per altri almeno 20 anni.
Ringrazio con umiltà e rispetto non solo Shidoshi Jordan, ma anche tutti coloro che mi hanno accompagnato in questo percorso e che, ciascuno a modo proprio, hanno contribuito alla mia formazione e alla mia crescita nella scuola.
«Non seguire le orme degli antichi; cerca ciò che loro cercavano.»
Matsuo Bashō (poeta giapponese, 1644–1694)
By Dr. Neil Farber, Co-Founder of FIMA & GM Maurice Elmalem CEO/Director Budo Magazine
FITA 2026
CONFERENZA INTERNAZIONALE DI FORMAZIONE E PREMI FIMA
La FITA 2026, la Conferenza Internazionale di Formazione e Premi della FIMA, si è tenuta a Phoenix, in Arizona, dal 29 al 31 maggio presso l’Holiday Inn Phoenix Airport di Phoenix, AZ. Il weekend ha offerto oltre 16 ore di formazione, la più straordinaria schiera di icone e leggende dell’autodifesa che hanno tenuto seminari su diverse discipline (Krav Maga, Jiu-Jitsu brasiliano, arti marziali miste, kickboxing) e il banchetto di premiazione dell’Israeli Martial Arts Hall of Honors.
Fin dalla sua fondazione, la FIMA è stata un’organizzazione ombrello internazionale e apolitica dedicata alla promozione delle arti marziali israeliane di alta qualità. Ha avuto origine dallo sviluppo storico del Krav Maga e del Kapap ed è stata istituita per fungere da organo di governo e da rete globale per i praticanti e le accademie che insegnano questi sistemi di autodifesa di derivazione militare. Quella che in origine faceva parte dell’addestramento militare obbligatorio è poi diventata una disciplina obbligatoria per gli studenti israeliani a partire dalla terza media, proseguendo durante le scuole superiori e fino al servizio militare. Sistema noto per il suo approccio diretto e pratico, il Krav Maga pone l’accento su movimenti rapidi e decisivi, progettati per neutralizzare rapidamente le minacce. Le tecniche si concentrano su colpi, calci e spinte rapidi per creare distanza ed evitare un contatto ravvicinato prolungato, rendendole così efficienti e affidabili.
Con l’evento giunto alla sua seconda edizione, si è potuto chiaramente osservare la splendida collaborazione tra studenti, grandi maestri e istruttori provenienti da diversi paesi, impegnati in seminari sia pratici che teorici. Ilya Dunsky, esperto di Krav Maga con 30 anni di esperienza nell’addestramento all’autodifesa e oltre 20 anni di esperienza nell’insegnamento, ha aperto la giornata di venerdì illustrando i tre principi che risolvono il novanta per cento delle minacce con pistola. Samuel Kwok, un artista marziale di grande esperienza che ha viaggiato in tutto il mondo insegnando le sue tecniche uniche, ha illustrato il Wing Chun per la strada. Eyal Yanilov ha guidato una sala gremita attraverso le tecniche di autodifesa in caso di rapina e presa di ostaggi contro una pistola spianata. Gavriel Schneider, cintura nera di 9° grado e figura di grande
prestigio nel campo dell’autodifesa, delle arti marziali e della formazione con oltre 40 anni di esperienza, ha analizzato gli indicatori pre-conflitto che consentono di evitare lo scontro fin dall’inizio. Carlos Machado, rinomato esperto di Brazilian JiuJitsu, noto per il suo «sistema completo di guardia a farfalla per dominare dal basso», ha illustrato le tecniche di presa e i punti chiave dell’autodifesa. Nella sua presentazione, Dan Severn, leggendario lottatore di MMA, campione UFC e membro della Hall of Fame, ha fornito consigli approfonditi, frutto dei suoi anni di vasta esperienza nel combattimento, su come reagire a un aggressore, che si tratti di prese, strangolamenti, atterramenti o colpi. Don “The Dragon” Wilson ha illustrato gli elementi fondamentali del kickboxing, mentre Shonie Carter, veterano dell’UFC, ha mostrato tecniche pratiche di judo da
strada. Benny “The Jet” Urquidez, sei volte campione mondiale imbattuto di kickboxing, ha condiviso il suo metodo “Jet Combatives”. La leggenda delle arti marziali e kickboxer professionista Bill “Superfoot” Wallace ha presentato con grande stile il suo “Superfoot Combatives”.
Jeff Speakman, istruttore certificato di tattiche difensive (DTI) e “istruttore di armi da taglio”, ci ha presentato il Kenpo 5.0. Julius Melegrito, istruttore di Philippine Combatives e del sistema di autodifesa Sandata, ha tenuto una presentazione dinamica sul combattimento con i bastoni, utilizzando due bastoni per difendersi da vari attacchi. Dana Abbott ha portato le arti della spada nell’autodifesa moderna, mentre Chris Lane e Greg Schneider hanno guidato tutti attraverso un allenamento tattico. Tra gli altri relatori dei seminari figuravano Cynthia Rothrock, Silvio Simac, Olivier Gruner e molti altri. Qualunque cosa si volesse imparare, un maestro era a pochi passi di distanza, pronto a insegnarla.
Venerdì sera, prima di cena, tutti hanno assistito a uno straordinario spettacolo all’aperto presso l’hotel,
con giochi di fuoco, acrobazie e una dimostrazione di coltellismo dal ritmo serrato. Più tardi, abbiamo assistito allo sbalorditivo numero di inghiottimento di spade di Dan Meyer: un’impresa incredibile e audace. Sabato, prima di cena, un altro spettacolo ha messo in mostra straordinarie abilità di equilibrio e giocoleria. Il momento clou del weekend, tuttavia, è stata la Hall of Fame. Quest’anno è stato onorato il compianto Chuck Norris. Era molto più di una star del cinema: era un vero campione. Cinque dei suoi cari amici sono saliti sul palco per ricevere l’onorificenza a suo nome: Bill “Superfoot” Wallace, Carlos Machado, Benny “The Jet” Urquidez, Joe Corley e Jeff Smith. Mentre quelle cinque leggende stavano lì insieme per il loro amico, la sala è rimasta in silenzio, per poi alzarsi in piedi all’unisono. Non c’era occhio asciutto in sala. È stato un addio degno di quell’uomo. Tra coloro che ci hanno onorato della loro presenza c’era Chuck Zito, attore affermato e guardia del corpo personale (di celebrità, pugili e personalità politiche, tra cui Donald Trump e la sua famiglia ), oltre al dottor Robert Goldman, un vero uomo del Rinascimento dai molteplici talenti e detentore di numerosi Guinness World Records.
INSERITI NELLA HALL OF FAME DEL 2026
Premi “Leggende viventi”
Benny “The Jet” Urquidez (kickboxing) Bill “Superfoot” Wallace (Karate a contatto pieno)
Ernie Reyes Sr. (Arti marziali americane)Dan "The Beast" Severn (MMA)
Carlos Machado (Jiu-Jitsu brasiliano) Jeff Speakman (Kenpo)
Ran Steinberg (Dennis Survival Ju Jitsu)Moti Horenstein (sport da combattimento misti)
Premio alla carriera
Chuck Norris - Tutto
Darren Levine - Krav Maga
Al termine di questa edizione dell’evento FITA 2026, ci sono stati ricordati alcuni aspetti fondamentali delle arti marziali: eredità, carattere e comunità. Padroneggiare le arti marziali non è una meta, ma un percorso che dura tutta la vita all’insegna dell’umiltà, del rispetto e della perseveranza.
«Mentre questo capitolo dell’evento FITA 2026 volgeva al termine, ci sono stati ricordati alcuni aspetti fondamentali delle arti marziali: eredità, carattere e comunità.
«Mentre questo capitolo dell’evento FITA 2026 volgeva al termine, ci sono stati ricordati alcuni aspetti fondamentali delle arti marziali: eredità, carattere e comunità.
Padroneggiare le arti marziali non è una meta, ma una ricerca che dura tutta la vita all’insegna dell’umiltà, del rispetto e della perseveranza.»
Padroneggiare le arti marziali non è una meta, ma una ricerca che dura tutta la vita all’insegna dell’umiltà, del rispetto e della perseveranza.»
Parte V: Lo spirito sociopatico nella società moderna
Una delle grandi confusioni della nostra epoca è che immaginiamo il male solo in termini drammatici.
Cerchiamo gli estremi.
Per i titoli dei giornali.
Di mostri evidenti.
Di crolli spettacolari.
Nel frattempo, forme più ordinarie di corruzione dell’anima vengono normalizzate, premiate e persino ammirate.
Ecco perché lo spirito sociopatico prospera nella cultura moderna. Non solo negli individui patologici, ma come modello di valori. È intessuto nei sistemi, negli incentivi, nei media, nelle relazioni, nella politica, nella sessualità e nel mondo degli affari. L’epoca stessa spesso allontana le persone dal rispetto per il sacro e le orienta verso l’utilitarismo.
Considerate i messaggi che le persone ricevono quotidianamente:
Prenditi cura di te stesso.
Crea il tuo marchio personale.
Sfrutta la tua immagine.
Non lasciarti turbare.
Non far mai vedere che hai bisogno di qualcosa.
Prendi tutto quello che puoi.
Usa il tuo dolore come moneta di scambio.
Sfrutta la debolezza prima che la debolezza sfrutti te.
Controlla la narrazione.
Conquista la sala.
Proteggiti prima di tutto.
Prendi le distanze.
Monetizza l'attenzione.
Mostrati potente.
Mostrati desiderabile. Mostrati superiore.
E soprattutto: non inchinarti.
Fotos: Claire Davey
Dimmi onestamente: tutto questo non prepara il terreno alla sociopatia?
Una cultura ossessionata dall’immagine piuttosto che dall’essenza, dai risultati piuttosto che dalla coscienza, dal potere piuttosto che dal rispetto, e dal consumo piuttosto che dalla comunione, genererà inevitabilmente anime vuote. Le persone imparano a fingere cura senza sacrificio, a imitare l’intimità senza verità, a parlare di moralità senza obbedienza, a usare un linguaggio di guarigione evitando al contempo di assumersi responsabilità.
La modernità spesso insegna alle persone a diventare gestori della percezione piuttosto che servitori della verità.
Ecco perché molti tratti sociopatici possono sembrare «di successo». La spietatezza viene chiamata ambizione. La freddezza emotiva viene chiamata compostezza. La menzogna strategica viene chiamata astuzia. La gestione narcisistica dell’immagine viene chiamata sicurezza. La seduzione predatoria viene chiamata carisma. L’interesse personale implacabile viene chiamato forza. La manipolazione pubblica viene chiamata leadership.
Non c’è da stupirsi che lo spirito dell’epoca sia affamato.
L’ideale degli Hwarang non riguardava mai e solo la tecnica marziale. Riguardava la formazione di un essere umano capace di mettere la propria forza al servizio dell’ordine morale. Un guerriero che non sa inchinarsi diventa un pericolo per la comunità. Allo stesso modo, una società che premia chi non si piega diventerà spiritualmente instabile, indipendentemente da quanto possa diventare tecnologicamente avanzata, ricca o efficiente.
Guardatevi intorno.
Viviamo in un’epoca di connessione e alienazione.
Esposizione e vuoto.
Visibilità e povertà interiore.
Rumore e vacuità.
Molte persone oggi sanno come manifestare empatia meglio di
quanto sappiano metterla in pratica. Sanno come usare il linguaggio dell’autenticità pur rimanendo profondamente sulla difensiva. Sanno come raccontare la sofferenza, ma non come pentirsi di averla inflitta. Sanno come apparire profondi, ma non come inginocchiarsi davanti alla verità.
Ecco perché il discernimento è più necessario che mai. Lo spirito sociopatico non ha più bisogno di mostrarsi con evidente crudeltà. Ora può rivestirsi di raffinatezza. Psicologia. Attivismo. Spiritualità. Professionalità. Romanticismo. Può nascondersi in ogni ambito in cui la debolezza umana possa essere sfruttata a proprio vantaggio.
Una persona può usare un linguaggio spirituale per conquistare la fiducia.
Un linguaggio psicologico per eludere le proprie responsabilità.
Un linguaggio morale per far vergognare gli altri.
Un linguaggio da vittima per manipolare la compassione.
Un linguaggio d’amore per ottenere accesso.
Il linguaggio del successo per intimidire.
Il vocabolario cambia.
Il trono rimane lo stesso.
L'io al centro.
Gli altri in orbita.
Dio è escluso o strumentalizzato.
Ecco perché le persone moderne sono spesso così confuse nelle relazioni. Non hanno a che fare solo con l’immaturità personale, ma con un’intera cultura che ha desacralizzato la persona. Una volta che le persone non sono più viste come portatrici dell’immagine divina, diventano rapidamente delle funzioni: corpi, simboli di status, risorse, pubblico, regolatori emotivi, trofei, trampolini di lancio.
E una volta che ciò accade, lo sfruttamento non sembra più scioccante. Sembra normale.
Il cristiano e il guerriero devono rifiutare tutto questo completamente.
Un essere umano non è un’utilità.
Non è uno specchio.
Non è una fonte di approvvigionamento.
Non è un corpo per soddisfare i propri appetiti.
Non è una piattaforma per il tuo ego.
Non è un bersaglio per il tuo risentimento.
Non è un ruolo nel tuo teatro privato.
Ogni persona è sacra.
Imperfetta, sì. Caduta, sì. Complicata, sì.
Ma sacra.
Dimenticarlo significa scivolare verso la sociopatia, sia essa estrema o sottile.
Ecco perché l’elogio della società conta ben poco se la società stessa è disordinata. Si può essere ammirati dalla propria epoca e rimanere comunque marci. Si può essere influenti e spiritualmente falliti. Si può sembrare potenti pur essendo incapaci di amare. Si possono comandare seguaci pur rimanendo incapaci di prendersi cura di una singola anima.
Non misurate la salute in base agli applausi.
Misuratela dai frutti.
Dalla verità.
Dalla capacità di pentirsi.
Dalla capacità di amare senza consumare.
Dalla disponibilità ad assumersi le proprie responsabilità.
Con l’umiltà davanti a Dio.
E se non recuperiamo questi criteri, continueremo a scambiare il vuoto patinato per grandezza.
Parte VI: Un’anima sociopatica può essere redenta?
Questa è la domanda che molti temono di porre.
Non perché sia astratta, ma perché è personale. Alcuni la pongono perché sono stati feriti da una persona del genere e vogliono giustizia. Altri la pongono perché intravedono in se stessi tendenze spaventose e vogliono speranza. Altri ancora la pongono perché amano qualcuno il cui cuore sembra sepolto, irraggiungibile.
Chiediamocelo quindi senza giri di parole:
Un’anima sociopatica può essere redenta?
La mia risposta è questa:
Con l’uomo, forse ben poco.
Con Dio, nessuna anima è fuori dalla Sua portata.
Ma non tutte le anime sceglieranno di farsi raggiungere.
Questa distinzione è importante.
La redenzione non è magia.
Non è l’aggiramento della verità.
Non è ottimismo sentimentale.
Non è la negazione del danno causato.
La redenzione richiede un confronto con la realtà così duro che il falso sé non possa più essere mantenuto.
Per l’anima sociopatica, ciò è particolarmente difficile perché il falso sé non è semplicemente un travestimento: è una fortezza, una struttura di sopravvivenza, un trono, una religione e un’identità, tutto allo stesso tempo. Abbandonarlo sembra un annientamento. Pentirsi richiederebbe alla persona di provare proprio quel senso di colpa, quel dolore, quella vergogna, quel bisogno e quella dipendenza che ha cercato di evitare per tutta la sua esistenza.
Ecco perché molti non si pentono.
Non perché la grazia non sia disponibile.
Ma perché arrendersi è insopportabile.
Eppure, insopportabile non significa impossibile.
Ci sono momenti nella vita in cui la fortezza si incrina. Le conseguenze si aggravano. Le relazioni crollano. L’esposizione spoglia l’illusione. L’immagine ammirata crolla. Il corpo invecchia. Il controllo sfugge. La persona si trova di fronte a una sofferenza che non può dominare, sedurre, manipolare o da cui non può sfuggire. A volte allora, per la prima volta, il sé vuoto trema.
Questa è misericordia, anche se non sembra tale.
Il fondo è spesso la grazia sotto le spoglie della brutalità.
La domanda allora è se la persona si indurirà ulteriormente o se alla fine si inchinerà.
Se si piega — si piega davvero — la redenzione è possibile. Ma bisogna capire cosa ciò significhi.
Significa:
Niente più scuse.
Niente più manipolazioni narrative.
Niente più confessioni parziali.
Basta usare il pentimento come tattica.
Basta con la priorità data all’immagine rispetto alla verità.
Significa accettare le conseguenze.
Dire la verità senza cercare di proteggersi.
Riparare al danno, ove possibile.
Sottomettersi ai limiti.
Accettare di esporsi.
Imparare l’empatia non come una recita, ma come partecipazione al dolore altrui.
Permettere al cuore di spezzarsi dove prima era corazzato.
Permettere a Dio di regnare dove un tempo regnava l’io.
Questa è la morte del falso sé.
E solo allora può iniziare la resurrezione.
Zaccheo è un bellissimo esempio biblico. Un uomo la cui vita ruotava attorno allo sfruttamento. Prendeva dagli altri. Traeva profitto dalla corruzione. Usava il potere in modo egoistico. Poi Cristo lo incontrò — e il pentimento divenne visibile non solo nell’emozione, ma nei frutti: restituzione, umiltà, inversione di rotta.
Questo è il modello.
Non solo parole. Frutti.
Potrebbe anche un’anima profondamente sociopatica essere trasformata da Cristo? Sì. Perché Cristo può raggiungere ciò che la psicologia non riesce a raggiungere. Può far risorgere ciò che la coscienza ha quasi perso. Può spezzare la pietra e ricreare la carne.
Dio dice in Ezechiele:
«Toglierò da voi il vostro cuore di pietra e vi darò un cuore di carne».
Ezechiele 36,26
Ecco. È tutta qui la questione.
Un cuore di pietra.
Un cuore di carne.
L’anima sociopatica è simile alla pietra: dura, sulla difensiva, indifferente a ciò che dovrebbe commuoverla. La redenzione non è una questione superficiale. È una questione del cuore. Dio deve sostituire ciò che l’io ha indurito.
Ma cerchiamo anche di essere onesti.
Alcuni non vogliono la carne.
La pietra dà più sicurezza.
La pietra non sanguina.
La pietra non trema.
La pietra non ha bisogno di nulla.
La pietra non si inginocchia facilmente.
Quindi, sebbene la redenzione sia possibile in linea di principio, nella pratica è rara, a meno che la sofferenza, la grazia, la verità e l’abbandono non convergano in modi straordinari.
Ecco perché il discernimento e i limiti rimangono essenziali. La speranza in Dio non richiede una sconsiderata esposizione a ripetuti danni. Si può pregare per la redenzione di qualcuno e comunque mantenere le distanze. Si può credere nella grazia e comunque negare l’accesso. Si può desiderare ardentemente la trasformazione e comunque indicare chiaramente il pericolo.
Il perdono non abolisce la saggezza.
La compassione non annulla i limiti.
La grazia non significa ingenuità.
Cristo disse ai Suoi seguaci di essere «astuti come i serpenti e innocenti come le colombe» (Matteo 10:16). Questa è saggezza. L’innocenza senza discernimento diventa preda. Il discernimento senza innocenza diventa cinismo. Entrambi sono necessari.
Quindi sì, la redenzione è possibile.
Ma non è mai a buon mercato.
Mai superficiale.
Mai solo verbale.
Un’anima sociopatica redenta avrebbe un aspetto radicalmente diverso: sincera, umile, responsabile, addolorata per il male causato, disposta a sottomettersi, disposti a rinunciare al proprio status, disposti a riparare al danno, disposti a essere persone comuni, disposti ad amare senza pretese.
Qualunque cosa di meno possa essere un miglioramento nella forma, ma non una piena trasformazione nello spirito.
Tuttavia, lasciamo il giudizio finale a Dio. Egli vede ciò che noi non possiamo vedere. Sa se l’inchino è sincero. Sa se le lacrime sono una strategia o un segno di contrizione. Sa se il cuore di pietra si sta incrinando o si sta solo adattando.
Il nostro dovere non è quello di sostituirci a Dio.
Il nostro dovere è discernere, dire la verità, custodire ciò che è sacro e inchinarci davanti a Colui che solo può giudicare e ristabilire giustamente.
ALTERNATIVE NON CONVENZIONALI (UCA)
L'APPROCCIO UNICO DI FRANCO VACIRCA AL JIU-JITSU
BUDO: Professor Franco, lei è stato il primo a portare il Brazilian Jiu-Jitsu in Europa, viaggiando dalla California a Zurigo per farlo. Molti dei primi allievi di BJJ della sua accademia sono diventati istruttori. Tuttavia, non tutti rappresentano la sua filosofia. Perché?
VACIRCA: Innanzitutto, lasciami dire che siamo stati presentati alla famiglia Gracie e al nostro maestro più o meno nello stesso periodo, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Con “noi” intendo mio fratello Demetrio, mia sorella Maria Carmen e me stesso. Le arti marziali sono sempre state un’attività che noi tre abbiamo condiviso nella famiglia Vacirca, anche se sono sempre stato io a incoraggiare mio fratello e mia sorella in modo positivo. Per me è sempre stato importante averli al mio fianco, e ci siamo sempre sostenuti a vicenda, anche quando avevamo opinioni diverse. Ad esempio, all’inizio degli anni ’90, mio fratello Demetrio ha introdotto i “Natural Movements” e lo yoga nel BJJ. Non riesco a individuare un motivo preciso per cui alcuni dei nostri allievi se ne siano andati e abbiano intrapreso la propria strada, ma onestamente, per noi va benissimo così. Coloro che sono rimasti con noi sono nostri amici e colleghi da oltre 37 anni. La gente va e viene. Immagino si possa dire che sto facendo del mio meglio per mantenere viva la “tradizione Gracie” così come mi è stata insegnata, ma forse non è in linea con la filosofia di tutti.
Nel mio Dojo non insegno solo il Gracie Jiu-Jitsu – al giorno d’oggi preferisco il termine “Dojo” a “Accademia”, anche se in passato ho usato io stesso il termine “Accademia”. Ho avuto l’enorme onore di rappresentare il mio maestro di Muay Thai, Ajarn Chai Sirisute, dal 1989, e ho sempre integrato diverse arti marziali filippine (FMA), come il Kali e l’Eskrima, nel mio
insegnamento, in particolare per quanto riguarda l’uso delle armi e il combattimento con il coltello. Alleno le persone in modo che siano il più realistiche possibile. L’aspetto sportivo del BJJ è secondario per me. Voglio che i miei allievi siano in grado di difendersi se necessario. È molto facile lasciarsi trascinare dal “sogno delle arti marziali” al giorno d’oggi, quando guardo al BJJ. Nella nostra rete Gracie Concepts® abbiamo persone provenienti da diversi contesti i con obiettivi diversi. Tuttavia, ciò non influisce sul modo in cui insegno il mio programma. Ad essere onesti, quanti istruttori ed esperti di arti marziali si sono mai trovati in un vero scontro di strada? Pochissimi! La maggior parte degli insegnanti di arti marziali non è mai stata colpita. Il risultato è che questi esperti insegnano una sorta di “danza” delle arti marziali, che attira l’attenzione dei curiosi, e alcune persone ne rimangono affascinate.
Mi dedico al mio lavoro di insegnante di arti marziali. Non ho tempo per la politica. Le regole di base che ho stabilito per la rete Gracie Concepts® sono molto semplici e vi offrono un’opportunità unica per imparare il Gracie Jiu-Jitsu ed essere voi stessi. Vi chiedo di seguire il nostro programma di 54 lezioni; altrimenti, come potrei valutare il livello dei vostri allievi? A un certo livello, fornisco anche “Alternative” e “Alternative non convenzionali” (UCA) per aiutarvi a sviluppare una migliore comprensione di come applicarle al vostro “gioco” di Jiu-Jitsu.
Il nostro lavoro con Gracie Concepts® è iniziato nel 1996 con la fondazione dei primi gruppi affiliati di BJJ in paesi come la Grecia con Dimitrios Gletzakos, l’Italia con Fabrizio Manzo, la Germania con Peter Angerer, Mario Stapel e André Stock, e molti altri. Sono stati anche i primi cinture nere, e abbiamo condiviso momenti e storie fantastici.
Oggi, noi della rete Gracie Concepts® possiamo essere molto orgogliosi del lavoro svolto finora, e dobbiamo continuare ad andare avanti senza mai arrenderci.
BUDO: Rispetto alle vostre scuole e ai vostri dojo partner, probabilmente avete la sede più piccola, senza logo né altre insegne, senza foto o certificazioni alle pareti, senza medaglie, trofei o cinture, e con un’area tatami di forse 70 m²! Come mai?
VACIRCA: In realtà, il dojo di Zurigo (Svizzera) non è nemmeno di mia proprietà. Tuttavia, qui insegno ogni giorno Gracie Jiu-Jitsu, Muay Thai e FMA/Kali. In passato avevo avuto modo di possedere un dojo più grande, ma a causa della mancanza di tempo e della necessità di rimanere flessibile per diversi progetti, questa è la sede perfetta — almeno per ora, dalla fine delle restrizioni imposte dalla pandemia di Coronavirus.
Chi si allena con me non dovrebbe lasciarsi attrarre da qualcosa che non è reale. Abbiamo sempre puntato sulla realtà sin dal 16 luglio 1995, quando è stata fondata la Vacirca Academy of Martial Arts (VAMA). Dal 1989 al 1991 eravamo solo un gruppo di studio; si chiamava “The Basement”, proprio come la scuola di Nino Bernardo (Wong Shun Leung Wing Chun) a Londra, nel Regno Unito. Dal 1991 fino all’apertura della VAMA nel 1995, abbiamo sperimentato vari metodi di allenamento e insegnamento.
Tra il 1991 e il 1995, abbiamo anche cambiato più volte il
nome del nostro gruppo di allenamento, influenzati dai miei maestri che all’epoca vivevano in California. Ho introdotto il Progressive Fighting System (PFS) organizzando un seminario di Paul Vunak in Svizzera. Grazie a questo seminario, Paul mi ha aiutato a introdurre le prime tecniche di Brazilian Jiu-Jitsu dei Gracie a terra nel mio gruppo di PFS/Kali/Muay Thai. Pur vivendo letteralmente a Hermosa Beach e concentrandomi sulle arti marziali e sul lavoro, insegnavo ai miei allievi a Zurigo. Erano diventati così bravi che dovevo allenarmi più duramente per stare al passo con loro, cosa non sempre facile vista la grande dedizione dei nostri allievi.
Venivano a trovarmi a casa anche persone provenienti da diversi paesi. In quel periodo ci concentravamo maggiormente sui concetti del Jeet Kune Do (PFS/Kali) e, in seguito, sul BJJ. La richiesta di seminari VAMA e lezioni private aumentò rapidamente. Alcuni dei nostri allievi credevano che avrebbero ottenuto lo stesso successo, o addirittura di più, se si fossero separati da noi, ma la realtà si rivelò ben diversa. Nel giro di pochi anni aprirono molte scuole di JKD, ma altrettante dovettero chiudere. Non era possibile insegnare semplicemente leggendo il “Tao del JKD”, e pochissimi possedevano le qualità personali e i mezzi finanziari per viaggiare e imparare diretta-
mente dalla fonte. Alcuni di loro trovarono il modo di guadagnare denaro presentandosi come sedicenti esperti di JKD, allenando altri in modo da potersi permettere di viaggiare o invitare istruttori dalla California. Ma ammettiamolo, non è una soluzione a lungo termine. Le arti marziali potrebbero non essere adatte a tutti, e chi non le prende sul serio non va mai molto lontano.
BUDO: Cosa ne pensi del successo che il BJJ ha riscosso in Europa?
VACIRCA: Ok, ma cosa intendi per BJJ? All’inizio degli anni ’90, gli istruttori negli Stati Uniti iniziarono a usare il termine “Brazilian Jiu-Jitsu” (BJJ) perché il Gran Maestro Rorion Gracie, uno dei figli maggiori del Gran Maestro Hélio Gracie e cofondatore dell’UFC, era in conflitto con alcuni membri della sua stessa famiglia per registrare il marchio “Gracie Jiu-Jitsu”. In Europa, il Brazilian JiuJitsu ha due significati: le persone usano il termine BJJ quando si allenano in una scuola che insegna Brazilian Jiu-Jitsu, sia Gracie che non Gracie, e le persone che si allenano in Wrestling, Judo, JiuJitsu, Luta-Livre, ecc., e gareggiano nei tornei di BJJ. Qui in Europa, BJJ è un termine generico che indica che ci si allena anche nel “combattimento a terra”, ma si potrebbe anche insegnare Krav Maga, Judo o Wrestling, e comunque partecipare a tornei di BJJ e definirsi un praticante di BJJ! Un anno fa ho visitato la UFC Gym di Berlino con il Maestro Royce Gracie, poiché stavo tenendo un seminario per lui. Quando siamo arrivati alla reception della palestra, il direttore ci ha chiesto se poteva aiutarci e se volevamo visitare la palestra. Ho risposto di sì, ma il responsabile non ha riconosciuto il Maestro Royce, così gli ho detto per f : «Conosce questo signore?». Lui ha risposto: «No!». Ho subito ribattuto: «Beh,
questo è il campione UFC Royce Gracie!». Mentre facevamo il giro della palestra, il responsabile stava usando il cellulare per cercare Royce Gracie su Google!
Le MMA non hanno dato i risultati che il BJJ avrebbe dovuto ottenere. Il BJJ ha aiutato le MMA, ma non viceversa. Se volete allenarvi nel BJJ, cercate una scuola di BJJ come si deve.
Quando ho iniziato a insegnare Gracie Jiu-Jitsu pur non essendo brasiliano, la maggior parte delle persone non credeva che fossi una cintura nera riconosciuta. Ancora oggi, la maggior parte dei brasiliani crede che per insegnare Jiu-Jitsu si debba essere brasiliani. Lo stesso valeva negli anni ’70 con il Kung Fu: il mio maestro doveva affrontare molto scetticismo perché era spagnolo e viveva in Svizzera, eppure era in grado di insegnare arti marziali cinesi. Per fortuna, le cose cambiano col tempo. Purtroppo, però, troppi brasiliani credono di essere buoni insegnanti solo perché hanno vinto qualche torneo di BJJ. Come mi ricorda sempre il mio maestro di GJJ, Pedro Hemetério: «Un buon combattente non è necessariamente un buon insegnante». La vendita di cinture e diplomi in Europa da parte di organizzazioni e insegnanti brasiliani non è una novità e sta diventando sempre più comune.
Sono un europeo che ha appreso un’arte marziale brasiliana con profonde radici nel Jiu-Jitsu giapponese. L’ho portata in Europa, e questa è la mia interpretazione personale di ciò che ho imparato dai miei maestri. Le mie conoscenze e abilità sono migliorate con l’esperienza e il tempo. Con l’aiuto dei miei maestri, ho adattato il programma didattico tradizionale e ho utilizzato tecnologie e strumenti didattici moderni per migliorarlo. Gli standard si sono innalzati. È come in qualsiasi altro sport.
Alla gente piace definire il Jiu-Jitsu “l’arte dei samurai”, ma non è
corretto. Immaginate un samurai con tutta la sua armatura che combatte a terra come si fa oggi nel BJJ. I samurai erano grandi ai loro tempi, ma oggi disponiamo di competenze, conoscenze e tecnologie molto più avanzate.
BUDO: Il tuo stile di insegnamento non è né esplosivo né lento. Il tuo approccio è più “tradizionale” o “moderno”?
VACIRCA: Alcuni mi chiedono se insegno “vecchia scuola” o “nuova scuola”, e io rispondo sempre: “scuola della verità”! Ovviamente, è la MIA verità! Non è la verità di nessuno dei miei maestri. Posso solo interpretare ciò che credo mi abbiano trasmesso i miei maestri, ma in definitiva sono io che mi trovo qui davanti a te. Credo che il mio “modo di muovermi” sia un’estensione del Jiu-Jitsu tradizionale. Sono stato la prima cintura nera di Jiu-Jitsu brasiliano e sono stato addestrato dalla prima e dalla seconda generazione della famiglia Gracie. Potrei scegliere di insegnare il Jiu-Jitsu brasiliano nello stesso modo in cui mi è stato insegnato, utilizzando le stesse tecniche che uso oggi. È l’esperienza di oltre 35 anni di allenamento a fare la differenza. Per me, il Jiu-Jitsu è sopravvivenza. Sì, è divertente mettere delicatamente al tappeto il mio compagno di allenamento che mi sorride, ma è una cosa seria quando ci alleniamo per l’autodifesa. Credo che sia per questo che oggi così tante persone si dedicano al Gracie Jiu-Jitsu.
BUDO: Tutti i tuoi allievi della prima generazione insegnano ancora con te?
VACIRCA: No, certo che no! Come ho detto prima, mi sento onorato che abbiamo condiviso il nostro percorso per un po’, ma sono anche felice che si siano fatti una propria strada nel Brazilian Jiu-Jitsu. Peter Angerer, ad esempio, è diventato il fondatore e leader del famoso German Top Team. Visito ancora la sua sede centrale a Reutlingen per seminari ed esami di cintura. Lo stesso vale per André Stock a Magdeburgo: vedo i suoi allievi almeno una volta all’anno. Nel frattempo, ho circa quindici scuole in Europa con circa duemila allievi, e abbiamo altre quindici squadre più piccole in varie regioni. Non mi interessa il mercato statunitense, anche se in passato abbiamo ricevuto richieste. Non mi interessa nemmeno il mercato asiatico, anche se da molti anni intratteniamo rapporti con gruppi giapponesi di BJJ. Solo il tempo ci dirà cosa ci riserva il futuro. Ho molti allievi, come Thomas Mehnert, che è istruttore presso l’Accademia di Formazione della Polizia e mi segue da oltre vent’anni. Nel 2006, lui ed io abbiamo fondato il Gracie Jiu-Jitsu Team Berlin. Un altro eccellente insegnante di GJJ è Maurice (Mo) Wollny, proprietario della Panda Gym Berlin. Sì, il mio mercato principale è la Germania e la Svizzera, e non è facile espandersi se si vuole anche mantenere il proprio dojo.
BUDO: Cosa possiamo aspettarci dal tuo nuovo DVD, “Unconventional Alternatives”? A quale livello di cintura sono adatte queste tecniche?
VACIRCA: Inizialmente seguiamo un programma
strutturato per le lezioni. Tuttavia, quando si insegna ogni giorno, si acquisisce una maggiore conoscenza di tutti gli scenari possibili. Nei nostri gruppi abbiamo allievi molto dediti, impegnati e interessati. Quando si tengono seminari e lezioni, può capitare di ripetere gli stessi principi e le stesse tecniche, ma applicandoli a scenari diversi. Ho sviluppato l’idea che gli allievi debbano imparare in modo naturale. Ogni allievo farà proprio ciò che funziona meglio per il proprio corpo. Il BJJ agonistico pone l’accento sulle doti atletiche, ma le nostre tecniche no. Ciò significa che ti avvicinerai al Gracie Jiu-Jitsu da un punto di vista molto personale. Sei tu a usare il sistema, non il sistema a usare te.
Il Randori (termine giapponese che significa “JiuJitsu libero”) è una delle chiavi del successo nel Brazilian Jiu-Jitsu. Il Randori non è uno sparring. Quando osservo lo sparring nella boxe, a volte mi sembra molto simile a un vero combattimento. Non è così che voglio che i miei allievi si allenino. Nel Randori, l’obiettivo è sperimentare in un ambiente sicuro, progressivo e di sostegno. Non è raro vedere centinaia di tecniche diverse in una sola sessione di Randori.
BUDO: Quanto sono importanti le difese contro gli aggressori armati? Insegnate la difesa contro gli attacchi con il coltello?
VACIRCA: Sì, lo faccio, ma solo una volta che gli allievi hanno familiarizzato con l’arma e compreso che devono allenare le loro tecniche con grande serietà. Nel nostro Dojo abbiamo sempre svolto anche allenamenti dedicati alle “armi”. A mio parere, se si vuole difendersi da un’arma, bisogna anche sapere di cosa è capace. La difesa contro coltelli, bastoni e pistole è essenziale oggi per il praticante completo di Jiu-Jitsu. Tuttavia, la maggior parte degli istruttori preferisce evitare questo argomento, concentrandosi invece su medaglie e cinture. È molto più facile così, ed è anche per questo che non ci sono molti istruttori di BJJ validi e a tutto tondo.
Diamo calci, sferriamo pugni, lottiamo corpo a corpo e combattiamo a terra. Consideriamo il Gracie Jiu-Jitsu come un’autodifesa a 360 gradi. In una rissa di strada non ci sono regole. Se vuoi sopravvivere a un attacco, devi vincere. Il sopravvissuto è colui che vince lo scontro. Non abbiamo regole. Durante l’allenamento, tuttavia, stiamo attenti a non ferirci a vicenda. Nel Jiu-Jitsu c’è sempre contatto. È facile ferire il proprio compagno di allenamento. Il randori non sostituisce una vera rissa di strada.
Utilizziamo il randori anche per allenarci contro i colpi e le armi. Il tuo corpo reagirà in modo molto naturale e non come se stessi ballando. Nel BJJ, potresti imparare una tecnica che richiede dieci o più passaggi prima di portare a una sottomissione. Questo non è realistico.
Per stare un passo avanti al tuo avversario, devi pensare fuori dagli schemi ed esplorare strategie e tecniche non convenzionali. Incorporare approcci unici e innovativi nel tuo Jiu-Jitsu può farti distinguere dagli altri e aiutarti ad avere successo in modi che non avresti mai ritenuto possibili.
Un modo per farlo è considerare il fallimento come un’opportunità di apprendimento. Anziché vedere le battute d’arresto come ostacoli, considerale come trampolini di lancio verso la crescita e il miglioramento. Assumersi dei rischi e imparare dagli errori può aiutarti a sviluppare una mentalità resiliente che ti spingerà in avanti.
Un’altra strategia consiste nel mettere a frutto i tuoi punti di forza e i tuoi talenti unici. Individua ciò che ti distingue dagli altri e usa queste qualità a tuo vantaggio. Che si tratti di un’abilità particolare, di una prospettiva unica o di un approccio creativo, sfruttare i tuoi punti di forza individuali può aiutarti a distinguerti.
BUDO: Sei stato diverse volte in Giappone; puoi raccontarci qualcosa al riguardo?
VACIRCA: Per molti di coloro che praticano il Jiu-Jitsu (scritto “Ju-Jutsu” nella nuova ortografia giapponese), il tema delle “radici giapponesi” rappresenta essenzialmente un “viaggio alla scoperta della propria identità”. Che si sia cresciuti in Giappone o meno, il legame con il “Paese del Sol Levante” plasma profondamente il senso di sé. La ricerca delle “proprie radici” in Giappone può assumere varie forme. Alcuni traggono ispirazione da Musashi Miyamoto, il più famoso spadaccino, mentre altri guardano a Mitsuyo Maeda, il maestro di Jiu-Jitsu, prima che partisse per il Brasile.
Certamente, ci sono anche coloro che sono affascinati da una «fusione di tradizioni» come il buddismo e lo shintoismo, la lingua, i rituali come la cerimonia del tè e molto altro ancora — tutti elementi che plasmano le loro vite e i loro valori.
Da “gaijin” (straniero), non sempre si capisce tutto a prima vista; gran parte di ciò che all’inizio sembra piuttosto chiaro si rivela poi meno semplice, specialmente quando si tratta di un amico (e in seguito persino di una moglie o di un marito). Potrei raccontare alcune brevi storie al riguardo che hanno plasmato i miei vari percorsi in Giappone.
Il mio “viaggio” è nato da vari eventi “casuali” — o forse non così casuali. Per “paura o rispetto” di poter involontariamente ferire le persone che avevo incontrato nel mio percorso o di non riuscire a proteggere a sufficienza la fiducia riposta in me, ho deciso di convivere con questo “peso rassicurante” per molti anni e di non condividerlo quasi con nessuno. È stato solo negli ultimi due o tre anni, dopo che la persona che per prima mi ha portato in Giappone mi ha chiaramente dato il permesso di parlarne apertamente, che ho iniziato a raccontare queste storie.
I veri maestri in Giappone che conosco non parlano mai delle arti del JJ nel modo in cui lo facciamo oggi in Europa, negli Stati Uniti o in Brasile. Sono convinto che non l’abbiano mai fatto; anche quando maestri come Maeda si recarono in Europa, il JJ non era mai ciò che immaginiamo oggi. Per loro, il JJ è «Nihon» (日本) o «Nippon» (にっぽん) e dovrebbe quindi essere inteso anche come «Tai-Jutsu/Tai-Jitsu». Entrambi i termini (Nihon e Nippon) significano letteralmente “origine del sole”. “Tai” si rife-
risce alle tecniche di combattimento “fisiche” o alle “abilità”, poiché il Jiu-Jitsu è sempre stato associato alle armi, che si trattasse di una corda, di un coltello, di una spada o di un bastone. Nel mio percorso, probabilmente ho davvero trovato le mie “radici giapponesi” (Nikkeijin) semplicemente condividendo spesso il viaggio con qualcuno che amavo o che mi piaceva. Nella mia vita professionale ho incontrato, tra le altre cose, il “Kaizen” e ho imparato a imparare, ottimizzare e crescere a piccoli passi. Attraverso questo percorso, credo anche di aver sperimentato un profondo legame con l’estetica e la mentalità giapponesi, anche se ero solo un ospite. Il concetto di “Ikigai” (il senso della vita) o l’apprezzamento della perfezione e della cortesia fanno parte del patrimonio culturale giapponese: ho portato tutto questo a casa con me nel mio zaino.
BUDO: Due seminari in un mese – e con due leggende assolute del BJJ! Come è successo?
VACIRCA: Come? (sorridendo) È semplice: grazie ad anni passati a conoscerci e a una collaborazione sincera. Il Maestro Royce Gracie ha offerto a me e al mio amico e compagno di dojo Thomas Mehnert l’opportunità di ingaggiarlo con breve preavviso durante il SOHA Camp a Cipro. Non ci siamo lasciati sfuggire questa occasione. Il Maestro Royce viene a trovarci una volta all’anno, e vogliamo che continui così, anche grazie al sostegno dei nostri membri. Per noi non è solo una leggenda dell’UFC. Traiamo tutti grande beneficio dalle sue conoscenze e, come persona, è qualcuno che vale assolutamente la pena conoscere. È alla mano con tutti e si percepisce che insegna il Gracie Jiu-Jitsu con grande passione e professionalità. Sono passati quasi 35 anni da quando ho iniziato ad allenarmi con lui e suo fratello maggiore, Rorion Gracie, in California. Conosco il Maestro Sergio “Malibu” Jardim da quasi altrettanto tempo. L’ho incontrato in occasione del primo Campionato mondiale di BJJ a Rio de Janeiro. Insieme a uno dei miei maestri di Rio de Janeiro, Mauricio Pereira (Behring), gestiva l’azienda di abbigliamento HUNTER, ed è così che ci siamo conosciuti. Il professor Mauricão (RIP) è purtroppo venuto a mancare in giovane età, ma sono rimasto in contatto con il Maestro Malibu. È un allievo della tradizione originale dei Gracie, si è allenato sotto la guida, tra gli altri, del leggendario Rolls Gracie ed è ora titolare della cintura corallo di 8° grado. Alla sua cerimonia di consegna del grado erano presenti allievi di alto livello di Hélio Gracie, come Francisco Mansur (cintura rossa), Rorion Gracie (cintura rossa), Reyson Gracie (cintura rossa) e il nostro comune amico Joe Moreira (cintura rossa). Il Maestro Malibu ha grandi progetti, di cui spero di potervi parlare presto qui.
BUDO: Grazie mille, Mestre, per aver dedicato del tempo a parlare con noi.