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Rivista Arti Marziali Cintura Nera 528 Luglio 2026

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«C'è

differenza tra felicità e pace interiore? Sì. La felicità dipende dal fatto che le circostanze ven- gano percepite come positive; la pace interiore no.»

Perle del Guerriero Eckhart Tolle

Editoriale Editoriale

La mente e lo spirito, il loro potere e le loro sfere di influenza La mente e lo spirito, il loro potere e le loro sfere di influenza

Molti studenti mi chiedono dell’importanza della mente e del suo potere reale in un percorso personale e spirituale. Tutto o niente! Queste grandi domande non hanno risposte semplici e, prima di poter essere risolte, devono essere inserite in un contesto più ampio.

La mente è una scoperta della coscienza dell'essere e uno strumento con una base e un supporto biologico (e non solo il cervello!). Se osserviamo il processo evolutivo, comprenderemo il senso della sua comparsa e le fasi della polarizzazione. La terra, madre di tutto ciò che vi è in essa, co-creatrice insieme al cielo di tutte le cose, ha attraversato tre grandi fasi evolutive.

Vale a dire: litogenesi (creazione della struttura solida e del supporto di base), biogenesi (comparsa della vita), Noogenesi (comparsa della coscienza). Questo processo indica una tendenza prima verso il movimento, la trasformazione verso la complessità, l’individuazione (polarizzazione, molteplicità di forme) e, infine, la coscienza di essere differenziati. Noi umani siamo in qualche modo “i frutti” dell’evoluzione del pianeta e il suo seme.

La coscienza vegetale, che esiste, è molto limitata all’automatismo; quella animale acquisisce poi un livello superiore, ma con forti basi pre-programmate (istinto) e, infine, l’uomo appare nel programma evolutivo portando con sé le precedenti, ma come supporto di una coscienza di essere chiaramente differenziata. La Noogenesi implica quindi un salto sostanziale nell’evoluzione della materia, poiché questa acquisisce per la prima volta la capacità di essere consapevole di sé stessa e di un’apparente separazione. È attraverso gli esseri umani che l'Universo contempla se stesso per la prima volta.

La comparsa della coscienza è quindi la causa e la madre della mente, il suo miglior strumento per interpretare la realtà. È una scoperta magnifica, ma è limitata di serie dal suo sistema di creazione a strati. Noi esseri umani possediamo un cervello primitivo, sul quale si creano nuovi strati, fino al suo ultimo strato, il cervello prefrontale che permette la capacità logica e analitica. Tutte queste strutture sono interconnesse ed elaborano le informazioni in modo complesso, per cui siamo tanto animali quanto umani, tanto vegetali quanto umani, e possediamo nel nostro corpo i minerali che hanno costituito la terra stessa. L'essere umano è un compendio complesso dell'intera sequenza evolutiva, il suo prodotto finale, la parte più alta della catena trofica ed è nel nostro cervello che risiede la sua maggiore distinzione e dove si produce il maggior consumo di energia di tutto il corpo.

La mente è un compendio funzionale basato su una struttura biologica determinante, ma possiede un lato più sottile; questo è legato alla sua parte invisibile o spirituale e parla della sua vibrazione a livello quantistico. Un'auto è un'auto, ma anche se è dello stesso modello, genererà modi di comportarsi diversi quando viene guidata, semplicemente per il colore con cui è stata verniciata. Le compagnie di assicurazione lo sanno bene e non considerano allo stesso modo un'auto rossa e una bianca. Abbiamo quindi nella mente condizionamenti strutturali e funzionali, condizionamenti ereditari e acquisiti, e quelli derivanti dal suo stesso stato vibrazionale e mutevole, dalla frequenza, dalla positività o negatività, dall'eccesso o dal difetto, dall'espansione o dalla contrazione, ecc. Voler produrre cambiamenti sostanziali in una persona ignorando tutto ciò, è come voler attaccare un leone a colpi di scoregge.

La mente da sola, l’uubo, o chakra mentale, contrariamente a quanto pensano molte persone, genera una bassa tensione. È troppo mutevole e malleabile per necessità evolutiva per sostenere una tensione continua. Per questo diciamo che “le parole se le porta il vento” o che “la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”. La mente articola, analizza e decide anche, e principalmente, in funzione di tutte quelle limitazioni, e infine in funzione dello stato frequenziale e vibrazionale in cui si trova l’essere.

La mente e lo spirito, il loro potere e le loro sfere di influenza
La mente e lo spirito, il loro potere e le loro sfere di influenza

Analizzando la storia del pianeta, possiamo concludere che le direzioni dell’evoluzione sono: in avanti, verso l’alto, verso l’interno e verso il tutto. In avanti: anche i primi esseri, alla ricerca del cibo, hanno creato nella parte frontale i loro meccanismi percettivi (occhi, ecc.). Verso l’alto: la storia dell’evoluzione è la storia dell’alzarsi da terra, prima per potersi muovere (piante contro animali), e dopo aver nuotato sono passati a strisciare sulla terra (anfibi), per poi camminare su quattro zampe e infine alzarsi su due, stabilizzando il loro asse cielo-terra (colonna vertebrale-antenna). Verso l’interno, l’essere prende coscienza di sé (anche qui ci sono livelli), delle proprie differenze e peculiarità, nonché del proprio posto nel mondo. Infine, verso il tutto: ogni essere in particolare sperimenta la propria finitezza e quindi il proprio ritorno all’origine, lasciando la propria parte fisica sulla terra e liberando il proprio spirito verso una nuova rinascita come energia più o meno cosciente. Al di là di ciò, una volta evoluto, l’essere umano, entrando nella fase quattro, inizia a rivolgere la propria coscienza verso il proprio origine essenziale, comprendendo di essere una goccia nell’oceano, identificandosi ogni giorno di più con la propria parte immortale, separando il corpo dallo spirito, iniziando a vedere ogni giorno di più il fenomeno vitale, dallo spirituale verso il materiale.

Queste direzioni sono impresse a fuoco nel nostro scenario (la natura) e nel nostro DNA. Lo stato e le condizioni in cui si realizzano sono elementi mutevoli e ciclici, legati a questioni di maggiore natura e importanza nella vita di ogni individuo: spirito, scopo, evoluzione, ecc.

Quando si agisce sull’essenza, tutto cambia: «Chi è in grado di gestire il molto, è in grado di gestire il poco», come recita il proverbio; da qui i cambiamenti significativi che osserviamo dopo i riti di passaggio, o nei ritiri spirituali, «ashikoro», che realizziamo nell’ebunto, poiché in questi i cambiamenti agiscono a livello quantistico, modificando la vibrazione della struttura essenziale dell’essere. La mente del soggetto cambierà di conseguenza, e non come fattore trasformativo di base, generando l’occasione di guardare le cose in modo diverso al mutare del colore e dello stato vibrazionale del suo essere, ovvero i pilastri della sua identità strutturale e funzionale al tempo stesso.

Il potere della mente, per quanto grande, si circoscrive e si limita al suo stato operativo, così come agli strumenti acquisiti, e tende a incidere maggiormente nel suo ambito naturale di azione (pensieri).

Se lo stato del corpo energetico e tensivo è positivo, la mente tenderà a interpretare adeguatamente le informazioni e a prendere le decisioni più corrette. In caso contrario, è normale interpretare male le cose e decidere in modo inadeguato. Se a questo aggiungiamo il fatto che attiriamo ciò che emaniamo, (il simile si unisce al simile all’interno di uno stesso piano), agendo sullo stato vibrazionale essenziale del corpo spirituale e tensivo, creiamo tutte le condizioni affinché la vita scorra nei suoi canali naturali in modo positivo, inquadrati ovviamente nella cornice dello scenario e delle necessità personali di quello specifico spirito che vive una vita materiale fatta di riadattamenti, obiettivi da raggiungere e destino.

La mente è uno strumento che ci permette di analizzare l’ambiente e prendere decisioni; il suo potere risiede in questo ambito, poiché la sua sintesi ci conferisce la capacità di scegliere e di posizionarci di fronte agli eventi mutevoli della nostra vita, generando conseguenze, attirando e respingendo cose, situazioni ed esperienze. Data la sua composizione e il suo significato, ha possibilità limitate di influenzare e trasformare le nostre vite. Nonostante le sue capacità siano essenziali, la mente non può essere trattata definitivamente solo a sé stante senza considerare la sua natura di strumento di qualcosa di superiore a cui appartiene e a cui risponde, lo spirito.

“Se lo stato del corpo energetico e tensivo è positivo, la mente tenderà a interpretare adeguatamente le informazioni e a prendere le decisioni più corrette. In caso contrario, è normale interpretare male le cose e decidere in modo inadeguato.”

“Se lo stato del corpo energetico e tensivo è positivo, la mente tenderà a interpretare adeguatamente le informazioni e a prendere le decisioni più corrette. In caso contrario, è normale interpretare male le cose e decidere in modo inadeguato.”

CHUCK NORRIS: RICORDANDO IL DRAGO…

Quando Bruce Lee incontrò John Benn, il padrino mafioso di “La furia del drago”, gli disse: “John, non ti renderò ricco con il film, ma ti renderò famoso...” Effettivamente, nessuno si è arricchito grazie a lui, tuttavia, con la fama e il riconoscimento ottenuti al suo fianco, hanno vissuto di “rendite” per anni, almeno la grande maggioranza di coloro che hanno avuto la “fortuna” di incrociare la sua strada; forse Chuck Norris non ha fatto eccezione…

Indubbiamente “Operazione Drago” è il classico per eccellenza del cinema di arti marziali, tuttavia, il miglior combattimento di questo genere nella storia del cinema è quello tra Bruce Lee e Chuck Norris al Colosseo di Roma in “La furia del drago”. Non a caso fu definito all’epoca il combattimento del secolo e, in effetti, lo fu e lo è tuttora, poiché fino ad oggi non è stato superato in nessun altro film, nonostante sia stato girato più di 40 anni fa…

Dopo la morte di Bruce Lee, il trono del “Re delle arti marziali” rimase vacante; sembrava che nessun orientale avesse il talento sufficiente per occuparlo, quindi Hollywood cercò un’alternativa; logicamente, l’unico occidentale con fama e conoscenze marziali per occuparlo in quel periodo era Chuck Norris. Il primo attore occidentale del cosiddetto cinema di arti marziali che aprì una scia a Hollywood che anni dopo sarebbe stata seguita da altri attori come Steven Seagal, Jean Claude Van Damme, Jeff Speakman, Wesley Snipes, ecc. Chuck Norris, anticipando il declino del cinema delle arti marziali, trionfò prima in Nord America e poi nel resto del mondo con Walker, Texas Ranger, una serie televisiva composta da tre episodi pilota di 90 minuti e 200 episodi di 45 minuti, in cui apparvero grandi star ed esperti di arti marziali.

“Due grandi che ci hanno lasciato! Che questo articolo serva da omaggio a entrambi, individui straordinari che hanno segnato la storia delle arti marziali moderne”

Testo: Gladys Caballero & Pedro Conde.
Foto: Pedro Conde.

“Bruce Lee è stato senza dubbio il pioniere del Full Contact, è stato il primo a utilizzare guanti e protezioni, quando in America si conosceva solo il Karate”

Indubbiamente, chi ha offerto a Chuck Norris l’opportunità di entrare nel mondo del cinema è stato Bruce Lee, occasione che lui non ha sprecato e, grazie alle sue scelte azzeccate e alla fortuna, è forse l’attore più rispettato del cinema marziale, almeno in Nord America dove è una vera e propria istituzione, ma come è nata l’amicizia tra Bruce Lee e Chuck Norris?

“Ho conosciuto Bruce Lee nel 1968, a New York, in occasione dell’All American Grand Championship che si teneva al Madison Square Garden, io gareggiavo e lui era una celebrità; quando vinsi, il promotore mi presentò a Bruce Lee. Anche se sapevo chi fosse e lui mi aveva visto nei tornei, non avevamo avuto l’occasione di conoscerci personalmente. L’avevo visto nella sua grande esibizione al Campionato Internazionale di Long Beach nel 1964 e conoscevo il suo lavoro come attore nella serie televisiva Green Hornet. Bruce si congratulò con me, riconoscendo quanto fosse stato difficile battere Joe Lewis nella finale del campionato. Parlammo amichevolmente e scoprimmo che alloggiavamo nello stesso hotel; avevo combattuto dalle 10:00 del mattino ed erano le 23:00 di sera, ero molto stanco ma era da tempo che volevo conoscerlo. Così abbiamo iniziato a parlare e a scambiarci filosofie e tecniche, poi abbiamo preso un taxi insieme, eravamo davvero presi dalla conversazione. Siamo arrivati all’ascensore e ci siamo fermati al suo piano, lui era al 7° e io al 9° e continuavamo a parlare, così sono uscito dall’ascensore e mi sono fermato nel corridoio, erano quasi le 00:00 di notte e un attimo dopo mi sono tolto la giacca e abbiamo iniziato ad allenarci e ti giuro che la volta successiva che ho guardato l’orologio erano le 07:00 del mattino. Bruce era così dinamico che mi sono sembrati solo venti minuti. È incredibile che nessuno abbia chiamato la sicurezza dell’hotel lamentandosi di due pazzi che facevano movimenti strani nel corridoio. Non riuscivo a crederci, avevo un volo di ritorno per Los Angeles tra due ore. “Non importa”, disse Bruce, “quando torniamo ci alleneremo insieme”. Poco tempo dopo, mi invitò ad allenarmi nel cortile di casa sua a Culver City, in California. Bruce aveva ogni tipo di attrezzatura nel suo cortile, compreso un manichino di legno che aveva costruito lui stesso, un palo ricoperto di paglia per praticare i colpi, paracolpi e guantoni da boxe. Ci allenavamo due volte alla settimana per tre o quattro ore a sessione, e lo facemmo per due anni. Bruce mi insegnò alcune delle sue tecniche di Kung Fu e io gli insegnai alcuni dei calci alti del Tae Kwon Do. Un aneddoto significativo è che quando Bruce ed io iniziammo ad allenarci insieme, lui non calciava in alto; i suoi concetti si basavano sul colpire sotto l’anca, quindi gli insegnai a dare una certa altezza ai calci. Fui io a insegnargli a calciare in alto. Lui riteneva che dare un calcio alla testa fosse come sferrare un pugno alle gambe, il che non è del tutto illogico, e su questo basava il suo lavoro di gambe nel Jeet Kune Do; ma gli dissi che bisognava possedere l'abilità sufficiente per calciare ovunque, e così gli insegnai i calci alti, in rotazione, ecc., e naturalmente imparò molto in fretta! Aveva un talento speciale per imparare e assimilare. In meno di sei mesi era in grado di eseguire quei calci bene quanto me e li aggiunse al suo repertorio con straordinaria efficacia. Credo che la grande versatilità delle attrezzature di allenamento di cui disponeva abbia contribuito enormemente a questo. In quel campo era anni avanti rispetto a tutti noi; inoltre, Bruce era estremamente competente e saggio nelle arti marziali e, a parità di peso, uno degli uomini più forti che io abbia mai conosciuto.”

Chuck Norris conserva bei ricordi di quegli anni di allenamento, rilasciando a volte dichiarazioni sorprendenti al riguardo… “Bruce Lee è stato sicuramente il pioniere del Full Contact, è stato il primo a usare guantoni e protezioni, quando in America si conosceva solo il karate, ma... (Chuck Norris sorride e aggiunge) non ha mai combattuto. Mi sono allenato con lui per due anni, e non ha mai combattuto con me. Gli dicevo: “Bruce, facciamo un piccolo combattimento”, e lui mi rispondeva “No, pratichiamo la tecnica, la tecnica”. Quindi non ho mai avuto l'opportunità di misurarmi con lui. Faceva sempre delle tecniche, swash!, e questo era tutto (Norris esegue due rapide tecniche di pugno e torna in posizione).”

Più di un lettore si chiederà: perché non hanno mai combattuto? Cosa facevano durante quegli allenamenti? A quell’epoca, a parte il makiwara, nelle arti marziali si usavano pochi altri attrezzi; Bruce Lee fu un pioniere e un innovatore nell’adattare attrezzature di altri sport, arrivando persino a inventare e progettare alcuni attrezzi per ottimizzare i suoi allenamenti. Chuck Norris, così come altri esperti di arti marziali, era d’accordo sul fatto che con essi si ottenessero grandi risultati in breve tempo.

“Ho conosciuto Bruce Lee nel 1968, a New York, in occasione dell’All American Grand Championship che si teneva al Madison Square Garden; io gareggiavo e lui era una celebrità; quando vinsi, il promotore mi presentò a Bruce Lee. Anche se sapevo chi fosse e lui mi aveva visto nei tornei, non avevamo avuto l’occasione di conoscerci personalmente.”

“Bruce Lee aveva un’attrezzatura magnifica per allenarsi e noi facevamo proprio questo, solo allenarci: sacco da boxe, calci e tutto quel genere di cose. Non abbiamo mai combattuto insieme; io ero un lottatore professionista e lui no, ma era bravo, molto bravo. Sicuramente in un combattimento reale l’avrei battuto, ma Bruce Lee non voleva arrivare a quel punto e… nemmeno io.”

Curiosamente, e nonostante ciò che alcuni pensano, la prima volta che Bruce Lee chiamò Chuck Norris per partecipare a un film non fu in “La furia del drago”; il suo debutto al cinema si dovette a Bruce Lee, ma nel lungometraggio “La villa dei sette piaceri”, film interpretato da Dean Martin, Elke Sommer e Sharon Tate, in cui il Drago era il coreografo delle scene d’azione e le cui riprese si svolsero nel luglio del 1968.

Gli esordi di Chuck Norris nel cinema non furono molto incoraggianti… “Poco prima del campionato internazionale, ricevetti una telefonata da Bruce Lee che mi disse di aver ottenuto un contratto come coordinatore delle controfigure per il film

The Wrecking Crew, interpretato da Dean Martin ed Elke Sommer. C’è una piccola parte e penso che tu la faresti molto bene, mi disse Bruce. Sarai la guardia del corpo di Elke, combatterai contro Dean Martin e dirai una battuta. Ti interessa?

Certo che sì, gli risposi. Anche se non sapevo nulla di recitazione, pensai che sarebbe stato bello provarci. Mi disse la data in cui dovevo presentarmi sul set, era il giorno dopo il Campionato Internazionale.”

Chuck Norris non voleva che gli toccassero il viso per non presentarsi alle riprese con il volto pieno di lividi, per questo,

in finale, negli spogliatoi disse a Skipper Mullins, il karateka numero tre nella classifica nazionale<<Domani avrò la mia prima parte in un film. Colpiscimi il corpo, ma non toccarmi il viso>>, questi gli rispose: «Va bene, ma mi sarai debitore»Ovviamente Skipper non mantenne la parola: dopo avergli inflitto una serie di colpi, sferrò un forte pugno all’occhio di Chuck Norris, che vinse il torneo ma si portò a casa un ricordo spiacevole sul set… “Il giorno dopo arrivai sul set con un livido che il truccatore impiegò un’ora a coprire. Ero affascinato quando sono entrato nello studio di registrazione per prepararmi al mio debutto. Non ero mai stato su un set prima d’allora e non sapevo cosa aspettarmi. Lo studio era un capannone immenso e il luogo in cui stavamo lavorando era un cubo gigante con soffitti altissimi, luci enormi e abbaglianti e cavi ovunque. Decine di persone andavano da una parte all’altra come formiche e mi chiedevo come si potesse girare un film in mezzo a tanto caos. Ben presto il regista prese il comando e ci mettemmo al lavoro. Come molti in quel periodo, non sapevo nulla delle riprese, pensavo che i registi dei film accendessero semplicemente una telecamera e gli attori recitassero le loro parti, proprio come si fa nelle scuole superiori. Mi sbagliavo di grosso. Ci volevano due ore per girare ogni scena. Le luci dovevano essere regolate, le angolazioni della telecamera dovevano essere controllate e gli attori dovevano essere scelti e posizionati al loro posto. Il mio debutto al cinema si riduceva a una frase. Nel film, Dean Martin entrava in un nightclub, io dovevo mettermi di fronte a lui e dirgli: «Mi permetta, signor Helm?». La sequenza doveva concludersi

con una rissa tra me e Dean. Durante le settimane precedenti le riprese, ripetei quella frase più e più volte guardandomi allo specchio del bagno, cercando di trovare il tono migliore per dirla. Quando le telecamere iniziarono a girare, Dean Martin entrò puntuale. Quando lo vidi avvicinarsi, sentii la gola e il corpo irrigidirsi. La frase mi uscì come un sospiro. «Mi permetta, signor Helm?» Dean Martin sembrò non notare la mia voce roca e mi porse obbediente la pistola. Pensai: «Qui finisce la mia carriera artistica! Non sono nemmeno riuscito a dire una frase correttamente!»

Tante ore passate ad allenarsi insieme, era inevitabile che nascesse una grande stima reciproca, dove il rispetto e l’empatia erano sempre presenti, quindi non è strano che condividessero confidenze e sogni:

«La sua più grande qualità, e forse anche il suo peggior difetto, era la stessa: Bruce Lee viveva e respirava arti marziali. Trasformava le cose più banali e comuni della vita in qualcosa che fosse collegato all’allenamento delle arti marziali: Non sono sicuro che sapesse cosa significasse rilassarsi. Eravamo buoni amici, abbastanza da farmi confidare il suo sogno. Chuck, voglio diventare una star del cinema, mi disse: Tutto quello che sto facendo è finalizzato a questo obiettivo. Bruce stava allenando diverse celebrità come Kareem Abdul Jabarr, James Coburn, Lee Marvin e Steve McQueen. I suoi allievi lo raccomandavano spesso per piccole parti nei film e Bruce aveva lavorato come controfigura in molti di essi. Ma non gli bastava essere la controfigura delle star. Voleva che il suo nome apparisse con le luci al neon sulle insegne dei

cinema e, con la motivazione che aveva, non c'era dubbio che ci sarebbe riuscito.”

Farsi strada a Hollywood non era facile, soprattutto per un orientale; a quel tempo non c’era nessun attore asiatico che recitasse in una produzione americana. Seguendo il consiglio dei suoi amici, Bruce Lee accettò un contratto con la Golden Harvest per recitare in due film che sarebbero stati girati nel Sud-Est asiatico

“Bruce andò a Hong Kong per continuare la sua carriera di attore e non ebbi più sue notizie; dopo circa due anni, una mattina mi telefonò da Hong Kong e mi disse: Chuck, ho girato due film a Hong Kong e sono stati un grande successo al botteghino, ho appena finito la sceneggiatura di un film che girerò a Roma, al Colosseo, mi disse con emozione: Due gladiatori che combattono all’ultimo sangue! La cosa migliore è che prepareremo noi stessi la coreografia. Ti prometto che il combattimento sarà il momento culminante del film, voglio realizzare una scena di lotta che tutti ricorderanno. «Fantastico!» gli dissi. «Chi vince?» chiesi. Bruce rispose ridendo: «Iooo, sono la star!» «Ah, sconfiggerai l’attuale campione mondiale di karate?» «Noooo», rispose Bruce. «Ucciderò l’attuale campione mondiale di karate.» Scoppiai a ridere e mi impegnai a realizzare il film; accettai di partecipare perché sapevo che, se Bruce era coinvolto, non sarebbe stata una sciocchezza. Ho sempre rispettato il suo modo di fare le cose e ammiravo in particolare la sua ricerca della perfezione e del realismo nelle arti marziali. “

Tre settimane dopo Bruce Lee chiamò di nuovo Chuck Norris per informarlo che le riprese del film stavano per iniziare e gli chiese se fosse pronto a partire per Roma. In quel momento Chuck Norris scoprì che il suo ruolo era quello di un lottatore a pagamento, un artista marziale, ingaggiato per dare una lezione a Bruce Lee.

“Non avevo mai viaggiato in Europa prima d’allora, quindi chiesi a Bob Wall, mio caro amico e socio nelle accademie di karate, di accompagnarmi. Quando arrivammo all’aeroporto Leonardo da Vinci a Roma, Bruce ci stava aspettando con una troupe per riprenderci mentre scendevamo dall’aereo. Bruce voleva utilizzare la scena dell’arrivo come parte del film. Dato che Bob era con me, Bruce decise di coinvolgerlo anche in quella. Erano passati due anni dall’ultima volta che avevo visto Bruce, ma era cordiale come sempre. Non si vergognava delle manifestazioni di affetto tra uomini e ci diede un grande abbraccio prima di accompagnarci alla macchina. Per la scena al Colosseo voleva che si vedesse un avversario formidabile. Io pesavo 73 chili contro i suoi 65, lui voleva che ingrassassi di altri 9 o 10 chili. Fortunatamente, il mio metabolismo era molto lento e potevo aumentare di 3 o 4 chili in meno di una settimana, ovviamente se avessi ridotto gli allenamenti e trascurato la dieta. Gli dissi: «Fantastico! Posso mangiare a sazietà a spese dell’azienda». Bob e io trascorremmo due settimane girovagando come tipici turisti, visitando luoghi come la Basilica di San Pietro, il Vaticano, monumenti come la Fontana di Trevi e gli splendidi giardini di Villa Borghese. Ho trovato un ristorante dove potevo mangiare pasta e gelato a volontà, il migliore che abbia mai assaggiato in vita mia. Quasi tutte le sere cenavamo alla Taverna Flavia a Trastevere. Ho iniziato a ingrassare immediatamente, raggiungendo l’obiettivo nei tempi previsti. ”

“Ho sempre rispettato il suo modo di fare le cose e ammiravo in particolare la sua ricerca della perfezione e del realismo nelle arti marziali.”

Le riprese di “La furia del drago” iniziarono il 10 maggio 1972, con un budget iniziale di 350.000 dollari; la troupe iniziava a lavorare alle 06:00 del mattino e finiva alle 18:00 o alle 20:00, a seconda della giornata. Nei primi giorni Bruce Lee si dedicò a girare le scene in esterni necessarie per il film, girando in alcune delle strade e piazze più rappresentative di Roma come Via Vittorio Veneto, i giardini della Fontana di Tivoli, Piazza Navona, ecc. Una volta terminato, si incontrò con Chuck Norris per girare il combattimento al Colosseo. Dato che non avevano il permesso di girare nell’anfiteatro, misero in alcune borse da viaggio una telecamera e l’attrezzatura necessaria per le riprese; dopo aver dato una mancia alle guardie affinché facessero finta di “niente”, iniziarono a lavorare…

“Bruce ed io siamo andati al Colosseo per verificare i dettagli della grande scena del combattimento. Era una sensazione strana, stare accanto a lui in uno di quei tunnel che portavano all’arena. Mi sono venuti in mente film come Spartaco, dove Kirk Douglas combatteva nell’arena, e ho provato un senso di rispetto pensando ai veri combattimenti all’ultimo sangue che si svolgevano regolarmente al Colosseo per intrattenere la popolazione romana. Il Colosseo era più grande e imponente di quanto avessi immaginato. Ci sedemmo su uno dei sedili di pietra dell’arena e discutemmo della scena. Bruce ha preso appunti sugli angoli delle telecamere. Ha pianificato la scena in modo che sembrasse che fossimo due gladiatori che combattevano l'uno contro l'altro. Dato che eravamo noi stessi

a occuparci della coreografia, mi ha chiesto: «Cosa vuoi fare?» Gli ho detto: «Beh, farò questo e questo», mostrandogli alcune tecniche che pensavo fossero interessanti. Lui ha detto «ok», e così ha preparato le sue difese. Così siamo usciti nell'arena e abbiamo fatto uno sparring libero; dato che ci conoscevamo così bene, perché ci allenavamo insieme da molto tempo, la scena è venuta perfetta: in essa Bruce non faceva altro che attaccarmi, tutto qui. Attaccare, attaccare, attaccarmi. Cercava di logorarmi ed era tutto al rallentatore. Ricordo che si muoveva con quei bellissimi movimenti fluidi cercando di logorarmi e quando provavo ad attaccare, lui si abbassava e schivava continuamente. Alla fine, quando ho mancato tutti i miei colpi, ho iniziato a sentirmi stanco, lui è avanzato, sferrando colpi a tutti i miei punti vulnerabili, mettendomi KO. A quel punto ero completamente esausto. Poi mi ha sbattuto contro un muro e siamo arrivati al punto in cui ho lanciato un urlo e Bruce mi ha spinto contro il muro. Quello è stato il momento in cui mi ha rotto il polso, il gomito e il ginocchio destro, sono caduto a terra e cercavo di rialzarmi. Così siamo arrivati alla scena drammatica in cui io cerco di alzarmi e continuare a lottare con grande sforzo, poi Bruce mi guarda come per dire: «Basta, ho vinto io». Avevano posizionato la telecamera in modo da inquadrare sia il suo volto che il mio, da una parte all’altra. Quello che cercavano di trasmettere era che io in qualche modo sorridessi, un sorriso di ringraziamento, ma no, del tipo: “Sono un professionista, o ce la fai o muori”, e io preferivo morire piuttosto che arrendermi o per-

dere, quel tipo di sorriso. In quel momento ho lanciato un urlo e mi sono avventato su Bruce, quasi volando, e lui mi ha bloccato, afferrandomi per il collo. L’unica cosa che potevo fare era colpirlo con una serie di colpi ai reni e alla fine lui mi ha spezzato il collo. Poi mi ha adagiato a terra delicatamente e si è allontanato come se provasse rimorso per avermi ucciso. Fortunatamente Bruce non mi ha costretto a essere così malvagio, quello era un combattimento tra due professionisti. Alla fine del combattimento, quando mi uccide, mi copre con la giacca della mia divisa e mi mette la cintura sopra in modo molto cerimoniale e rispettoso”.

Ci sono voluti tre giorni per girare il duello; lo scontro sarebbe stato il culmine del film. Secondo Linda Lee, il grande combattimento con Chuck Norris ha richiesto 20 pagine di regia scritta ed è stato pianificato con la stessa cura dell’esecuzione di un balletto professionale. Bruce Lee ha ideato la coreografia a casa sua, provando spesso i movimenti con lei. Secondo la vedova: “All’improvviso gli veniva un’ispirazione e mi diceva: ‘Dai, proviamo questo!’. Tutto quel lavoro e la genialità di Bruce Lee sono stati immortalati sullo schermo; ecco cosa ne pensa Chuck Norris…

“È stato difficile e impegnativo, ma mi sono divertito a farlo. Anche se Bruce era un regista alle prime armi, sapeva cosa voleva e in che modo la telecamera doveva riprenderlo. Proprio come Bruce aveva previsto, la nostra scena di combattimento è diventata un classico. Oggi, se chiedi a

qualsiasi studente di arti marziali qual è il suo combattimento preferito in un film, quasi tutti ti risponderanno che ricordano la scena di combattimento tra Bruce Lee e me in La furia del drago. È incredibile quanto sia venuta bene, considerando che avevamo solo una telecamera.”

Ma cosa la rende diversa? Perché una prestigiosa rivista nordamericana l’ha inclusa tra le 10 migliori scene d’azione della storia del cinema?

“Oggi ci sono tantissime scene di combattimento molto belle. Il combattimento tra Bruce e me era più di tipo emotivo, ci guardavamo, ci osservavamo, e tra una ripresa e l’altra combattevamo. È stato questo a rendere la scena di combattimento di “La furia del drago” così emozionante. Bruce era molto intelligente, ha sempre voluto trasmettere un sentimento davanti alla telecamera, perché le tecniche utilizzate sono le stesse che uso io nei miei film, ma quell’emozione che Bruce creava nell’atmosfera, con la telecamera… era qualcosa di speciale. Generalmente, i combattimenti sono lotte, qualche pugno, movimenti, ecc. Ma Bruce era davvero molto intelligente, sapeva come usare la telecamera per creare emozione e tensione nel combattimento, generando un climax senza pari. In quel campo bisogna riconoscere che era un genio.”

Ci furono problemi di logistica, tempo, permessi e innumerevoli altre difficoltà da superare a Roma, per cui la scena di combattimento non fu completata… “Bruce, Bob Wall ed io volammo a Hong Kong per girare il resto delle nostre scene. Il giorno in cui arrivammo lì, Bruce aveva

organizzato la nostra partecipazione come ospiti al programma televisivo più famoso della città. Godetevi la serata, la versione di Hong Kong del programma americano The Tonight Show con Johnny Carson.”

Invitati dalla HK-TVB, Bruce, Norris e Bob Wall si sono presentati per esibirsi in una dimostrazione di arti marziali e rilasciare un'intervista; l'intenzione di Bruce Lee di presentare Norris e Bob Wall al pubblico di Hong Kong non era

cambiata. Quando sono andati in onda, il presentatore Josiah Lau, che conosceva Bruce Lee, gli ha detto: “Bruce, il nostro pubblico è molto interessato a te, potresti dirci cosa hai fatto di recente? Bruce rispose:“Raymond Chow e io siamo stati recentemente a Roma per girare le scene in esterni del nostro nuovo film; è venuto a Hong Kong con noi un altro artista marziale, il campione del campionato americano di karate, il signor Norris, che è venuto direttamente

dagli Stati Uniti a Roma per lavorare con noi. Oltre a lui, c’è un altro americano esperto di karate, il signor Bob Wall. Entrambi hanno partecipato al nostro film La furia del drago.”Lau chiese: “Ho letto sul giornale che Norris e Bob Wall sono tuoi allievi; è anche risaputo che quando hanno iniziato a seguirti erano già persone famose, campioni di karate da molti anni. Credo che il tuo JKD debba essere molto potente!” Bruce, scuotendo la testa e muovendo le mani, disse: “No, non fare questo gioco con me, non ho mai detto che siano miei allievi, siamo amici, quando abbiamo tempo ci incontriamo e discutiamo di arti marziali.”Dopodiché Bruce Lee spiegò cos’era il Jeet Kune Do ed espresse diverse opinioni sulle arti marziali in generale e in particolare sul Kung Fu cinese. Il pubblico voleva vedere il Drago in azione, ma Bruce rifiutò l’invito e disse:“Il pubblico di Hong Kong mi conosce già, oggi presenteremo questi due uomini, artisti marziali in La furia del drago e nella vita reale, Norris e Bob Wall. Sono loro i protagonisti oggi. Dovrei lasciare che siano loro a intervenire oggi.” Il pubblico presente in studio ha applaudito il suggerimento. Norris e Bob, sorridendo, si sono alzati e hanno chiesto “Cosa volete vedere?” Dato che i presenti non sapevano molto di arti marziali, non sapevano cosa rispondere, quindi Bruce ha detto:“Posso suggerire un’idea? In sostanza, gli artisti marziali si allenano in quattro cose: precisione, aggressività, rapidità e forza. Penso che potremmo fare un gioco per mostrare la precisione dei loro calci. Bob Wall terrà una sigaretta in bocca e Norris gliela toglierà con un calcio.”

Tutti rimasero entusiasti dell’idea. Bruce aggiunse:“Come tutti sappiamo, le nostre gambe sono fatte per camminare; se vogliamo usarle per raggiungere un oggetto in alto, sarà piuttosto complicato controllarle. Questo accade perché quando si solleva una gamba, l’altra deve sostenere il peso del corpo. Calciare con precisione non è facile, soprattutto se devi colpire rapidamente un oggetto piccolo. Bob deve tenere la sigaretta in bocca, quindi se Norris non è preciso, è ovvio che Bob potrebbe ferirsi alla bocca o al naso.” A Bob Wall fu subito data una sigaretta, Norris osservò Bob per qualche secondo e fuhh, in un secondo, ruotò il corpo, sollevò la gamba destra e colpì la sigaretta, la piccola sigaretta volò in aria. Il pubblico è scoppiato in un applauso, ma non era soddisfatto, ne voleva ancora; a tal proposito Chuck Norris commenta: “Mi hanno chiesto di fare alcune dimostrazioni di arti marziali e ho iniziato a calciare una sigaretta dalla bocca di Bob, ho rotto alcune assi, poi Bob e io abbiamo fatto una dimostrazione di combattimento libero. Ho colpito Bob con un calcio rotante da dietro che gli è andato sul petto e l’ha mandato dall’altra parte dello studio. Tutti sono rimasti impressionati, ma Bob si è rialzato come se nulla fosse. Quando finimmo l’esibizione, il conduttore del programma volle vedere la protezione che Bob indossava sul petto. «Quale protezione?», gli disse Bob, mentre apriva la parte superiore del suo gi. L’impronta del mio piede era sul suo petto. “

Quando finì l’esibizione, Lau chiese loro: «Molti dicono che voi due siate allievi di Bruce, ma Bruce lo nega, dice che siete amici. Qual è la verità?

Chuck Norris, come sempre rispettoso e prudente, rispose: “Forse pensa che le nostre tecniche di karate non siano abbastanza buone e che non siamo qualificati per essere suoi allievi, tuttavia noi ammiriamo il suo Kung Fu. Quindi, anche se non ci tratta come suoi allievi, noi lo consideriamo il nostro maestro.” Quelle dichiarazioni in onda causarono problemi al colosso americano; molti praticanti di arti marziali desideravano la fama, alcuni esperti come Lau Tai-chuen, dopo aver sfidato Bruce Lee attraverso la stampa, raggiunsero il loro scopo. Nel

“Proprio come Bruce aveva previsto, la nostra scena di combattimento è diventata un classico. Oggi, se chiedi a qualsiasi studente di arti marziali qual è il suo combattimento preferito in un film, quasi tutti ti risponderanno che ricordano la scena di combattimento tra Bruce Lee e me in La furia del drago. È incredibile quanto sia venuta bene, considerando che avevamo solo una telecamera.”

caso di Lau, nonostante non abbia combattuto contro Bruce Lee, grazie alla pubblicità ottenuta riuscì a ottenere una parte in un film, anche se la sua carriera cinematografica fu effimera: lavorò solo in quattro lungometraggi. Qualcuno, seguendo il suo esempio, tentò di fare lo stesso con Chuck Norris: “Il giorno dopo, su un giornale locale, qualcuno mi sfidò a combattere. Bruce rimase sbalordito dall’articolo e me lo lesse. – Cosa pensi che dovrei fare? –gli chiesi. – Non dargli retta – mi disse. – Mi sfidano sempre. Vogliono solo pubblicità, tuttavia, Bob era infastidito. - Io non sono il protagonista del film - disse a Bruce - E se accettassi? - Fai pure, se è quello che vuoi - gli disse Bruce. Bob andò in onda la sera seguente nel programma televisivo e disse al pubblico: Un telespettatore ha sfidato il mio istruttore, Chuck Norris. Chuck è un lottatore migliore di me. Per questo voglio affrontarti: chiunque tu sia, combatti prima con me e dimostra di essere un degno avversario per lui. Il nostro incontro si terrà in questo programma televisivo, così tutti a Hong Kong vedranno come ti faccio a pezzi. Lo sfidante, chiunque fosse, non si presentò mai e nessuno mi sfidò più a Hong Kong». Il film terminò e Bob Wall insieme a Chuck Norris tornarono in Nord America, riprendendo il loro lavoro come istruttori di arti marziali. Entrambi si dimenticarono del film, pensando che sarebbe stato proiettato solo in Asia; Bruce Lee avrebbe continuato la sua carriera di attore e, dopo aver visto e constatato la fama che aveva ottenuto in Oriente, entrambi pensarono che si sarebbe dedicato totalmente alla sua carriera e che ci sarebbe voluto molto tempo prima di rivedersi, ma si sbagliavano… “A metà luglio del 1973, Bruce Lee venne a Los Angeles per sottoporsi a una visita medica. Mi chiamò per pranzare, avvisai Bob Wall e ci

incontrammo in un ristorante di Chinatown. Devo ammettere che Bruce mi sembrò in ottima forma. Magro e forte. Bruce si mostrò molto ottimista. Ci raccontò che a Hong Kong i medici non avevano trovato la causa di alcuni svenimenti che aveva avuto di recente, quello era il vero motivo della sua visita in città. Era venuto a sottoporsi ad alcuni esami in uno dei migliori ospedali di Los Angeles. Era molto contento perché i medici non avevano trovato nulla, gli avevano detto che aveva il fisico di un ragazzo di 18 anni. A trentadue anni, sembrava in perfette condizioni fisiche, ma io ero perplesso. Beh, ma se stai così bene, cosa pensano i medici che abbia causato i tuoi svenimenti? Bruce mi disse mentre mangiava: «Lo stress, immagino, troppo lavoro, mancanza di riposo, le solite cose». Cominciò a parlarci del lavoro estenuante della sua ultima produzione, “Enter the Dragon”, ed era molto ottimista sui risultati. La verità è che, sia fisicamente che mentalmente, era al massimo della forma. Ne parlai con Bob al ritorno a casa. - Dopo un breve silenzio, aggiunse - Fu l’ultima volta che lo vidi in vita...”

Poco dopo quel pranzo “Il piccolo drago” tornò a Hong Kong, nulla lasciava presagire gli eventi terribili che stavano per verificarsi… Bruce Lee morì il 20 luglio 1973; cinque giorni dopo si tenne a Hong Kong una cerimonia funebre in una sede centrale e lussuosa, sebbene piccola, della Kowloon Funeral Home. Secondo i media, l’evento riunì circa 25.000 persone. Amici, familiari, colleghi di lavoro e innumerevoli sconosciuti si sono riuniti per dare a Bruce Lee il loro ultimo saluto. Il giorno seguente è uscito a Hong Kong “Operazione Drago”, forse i produttori hanno voluto approfittare di quel momento funesto per proiettare la sua ultima opera...

Il 31 luglio Bruce Lee è stato sepolto a Seattle, il funera-

le è stato più tranquillo e intimo. Vi hanno partecipato circa centottanta persone, tra amici e parenti. La bara era ricoperta di fiori bianchi, gialli e rossi, disposti in modo da formare il simbolo dello ying-yang. A portare la bara erano Steve McQueen, James Coburn, Dan Inosanto, Taky Kimura, Peter Chin e Robert, il fratello di Bruce Lee; tra gli amici e i parenti più stretti c'era Chuck Norris... “Quattro giorni dopo aver pranzato con lui, ho sentito la terribile notizia della sua morte. Non volevo crederci, l’avevo appena visto così radioso e vivace, l’immagine vivente della buona salute, dell’entusiasmo e della felicità. Com’era possibile? Le voci sulla sua misteriosa morte attraversarono il Pacifico più velocemente del jet che trasportava la sua bara. Alcune voci suggerivano che Bruce fosse morto per aver assunto marijuana, scatenando interrogativi sul suo uso di droghe. Altre suggerivano che la sua ben nota sperimentazione con gli steroidi gli avesse causato la morte. Altre ancora parlavano del fatto che Bruce fosse stato ucciso con un colpo mortale da un sicario, un esperto di tecniche orientali di assassinio. Alcune delle spiegazioni proposte sulla sua morte sembravano plausibili, ma la maggior parte erano ridicole. Forse le voci erano semplicemente il modo in cui il mondo cercava di dare una spiegazione alla realtà; che a nessuno di noi sono garantiti i prossimi cinque secondi. La vita è un dono di Dio. In quei giorni, la versione ufficiale della morte presentata dai medici legali di Hong Kong fu un edema cerebrale causato da una reazione ipersensibile a un ingrediente di una pastiglia per il mal di testa, molto simile alla rara reazione che alcuni individui hanno quando vengono punti da un'ape. I medici statunitensi dissero che si trattò di un aneurisma cerebrale. Bruce fu sepolto a Seattle e, data la sua forte affinità con la comunità cine-

se, in precedenza si era tenuta un'altra cerimonia funebre a Hong Kong con la partecipazione di oltre ventimila fan. Ho partecipato al funerale di Seattle insieme a Bob Wall, Steve McQueen e James Coburn; quest'ultimo era uno degli allievi privati di Bruce e ha tenuto un discorso molto commovente sul suo maestro.

Terminato il funerale, Bob, James, Steve ed io siamo tornati in aereo, ma il volo è stato estremamente silenzioso. Ognuno di noi sembrava immerso nei propri pensieri, analizzando il messaggio che la morte di Bruce ci aveva lasciato. Eccolo lì, al massimo della forma, all'apice della carriera e all'improvviso tutto era finito; certo, aveva raggiunto il suo obiettivo di diventare una grande star, ma e allora? A cosa serviva tutto questo alla sua meravigliosa moglie e ai due figli che si era lasciato alle spalle?

Dopo la sua morte ci ho pensato molto e sono giunto alla conclusione che la vita non si misura in anni, ma in risultati. Bruce aveva due obiettivi nella vita: uno era essere riconosciuto come artista marziale, cosa che ovviamente ha raggiunto, e due, essere riconosciuto come attore, cosa che ha raggiunto. Quindi Bruce ha raggiunto i due obiettivi che aveva nella vita, in un breve periodo di 32 anni. Molti di noi vivranno 80 anni e non raggiungeranno gli obiettivi che si sono prefissati.”

Il primo episodio della serie Kung Fu andò in onda negli Stati Uniti il 14 ottobre 1972 e inizialmente si intitolava “The Warrior”; la serie era basata sull’idea originale de “Il piccolo drago” e, essendo un grande successo, con essa, in Occidente, si cominciarono a diffondere le arti marziali. Ironia della sorte, il 17 agosto 1973, a quasi un mese dalla sua scomparsa, uscì a New York “Operazione Drago”; due giorni dopo sarebbe stato proiettato in altre città nordame-

ricane: il mito cominciava a nascere… il pubblico chiedeva a gran voce altri film di Bruce Lee. Il 7 agosto 1974, quasi un anno dopo l’uscita di “Enter the Dragon”, uscì “La furia del drago”…

“Mi ero quasi dimenticato del film, finché non iniziarono a pubblicizzarlo nei cinema. Quando uscì nel sud della California, molti dei miei allievi si affrettarono a vederlo; la mattina seguente andai in una delle mie scuole e tutti mi guardavano come se non credessero che Bruce non mi avesse davvero ucciso, a me è sembrato molto divertente, si capiva che erano rimasti impressionati da ciò che avevano visto la sera prima. Credo si possa dire che le scene di combattimento di “La furia del drago” fossero il massimo in termini di realismo e perfezione di qualsiasi film di arti marziali che un fan abbia mai potuto vedere. Certamente, Bruce Lee aveva scoperto una formula vincente per i suoi film. La gente riempiva i cinema per vedere i suoi film. Il budget di “La furia del drago” era stato di 240.000 dollari e alla fine aveva incassato più di ottanta milioni di dollari in tutto il mondo. “

L'immagine di Chuck Norris che combatte contro Bruce Lee apparve su numerose pubblicazioni. In Occidente cominciarono a uscire innumerevoli film di arti marziali; nuovamente il colosso americano fu ingaggiato nel 1974 dalla Golden Harvest per interpretare nuovamente il cattivo in “La tigre di San Francisco” (Slaughter in San Francisco & Karate Cop) . Nel Sud-Est asiatico gli studi cercavano un successore del “Piccolo drago”, ma questi non si faceva vedere; quando il genere iniziò a

declinare, uscirono film con i cloni di Bruce Lee. Chuck Norris non pensò mai di diventare una star di Hollywood; infatti, poco dopo aver terminato “The Turn of the Dragon”, aveva lavorato in una modestissima produzione americana intitolata “The Student Teachers” (1973) e tornò a dedicarsi alle sue lezioni e alle palestre. Nel 1977 recitò per la prima volta in un lungometraggio, intitolato “Il potere della forza” (Breaker, breaker); un anno dopo sarebbe uscito “I coraggiosi si vestono di nero” e, per la prima volta, nella promozione e nelle pubblicazioni, veniva annunciato come il successore di Bruce Lee. In Occidente il pubblico era stanco di tante produzioni cinesi e aveva bisogno di un nuovo eroe, il resto è storia… All’inizio della sua carriera era inevitabile che venisse paragonato a Bruce Lee e che gli venisse chiesto del suo stile di combattimento…

“Il Jeet Kune Do è un sistema geniale, ma bisogna riconoscere che era fatto solo per Bruce Lee. Per svilupparlo, ha introdotto all’interno di un unico sistema di combattimento tutte quelle tecniche che conosceva grazie ad altri maestri ed esperti, inoltre attingeva molte conoscenze dalla sua grande biblioteca, ma ripeto, il Jeet Kune Do era adatto solo a lui; non è un sistema che un altro potesse mettere in pratica, poiché per farlo servivano la sua genialità e il suo talento e questo nessuno ce l’ha. Per questi motivi posso affermare che Bruce Lee era il JKD e il JKD era Bruce Lee. Non ha lasciato un sistema di combattimento che i suoi allievi potessero seguire, e nemmeno Dan Inosanto è riuscito a farlo, per-

ché variava così tanto ed era così complesso che non potrò mai sapere se esiste un sistema con regole e basi che possano essere seguite per raggiungere la sua perfezione.

Ogni arte marziale possiede una sua peculiarità e idiosincrasia che la rende diversa dalle altre; nel caso del Jeet Kune Do, qual è la sua particolarità? Secondo Chuck Norris…

“L’essenza del JeetKune Do è la velocità e l’esplosività, c’è solo un problema: non tutti possiedono queste caratteristiche. Bruce era davvero veloce… era un fanatico, era il praticante di arti marziali più fanatico che io abbia mai conosciuto, lo viveva, lo respirava, dalla mattina alla sera la sua mente era solo arti marziali. Ciò che lo ha reso così grande è stato il fatto che non si è fermato alla tradizione. Cercava sempre modi per perfezionarsi. Amava la vita, se la godeva in ogni momento, era una persona molto ottimista, non diventava mai pessimista di fronte a nulla, aveva tanta energia, un'energia incredibile che ti trasmetteva.”

Il combattimento del secolo è rimasto impresso nella memoria di migliaia di spettatori; ovviamente a Chuck

Norris è stato chiesto più di una volta del livello marziale del suo amico e compagno di allenamento, soprattutto agli inizi della sua carriera, quando la stessa domanda era incessante: «Cosa sarebbe successo in un vero combattimento tra voi due?». La sua risposta, a grandi linee, era sempre la stessa…«So solo che grazie a Bruce Lee le arti marziali sono state conosciute in tutto il mondo e che lui era un genio in questo campo. Ora è morto e se avesse potuto battere me o un peso massimo, non importa.»

Certamente, se oggi le arti marziali sono conosciute a livello mondiale è grazie a Bruce Lee; senza di lui non avrebbero mai raggiunto la diffusione che hanno, per questo è l’icona indiscussa di esse, posizione che occupa da oltre 40 anni; tutto il resto era e sono banalità che non portano a nulla; ciò che è indiscutibile è che i suoi film non sono ancora stati superati e che nessun altro attore, nonostante l’evoluzione delle arti marziali, sia stato in grado di detronizzarlo e, allo stato attuale di questo genere cinematografico, non c’è alcun successore a breve termine. Quindi lunga vita al “Re”, nessuno ha mai fatto tanto per le arti marziali.

Momenti salienti dell’Ocean State Grand Nationals 2026

Don e Christine Rodrigues hanno organizzato la 44ª edizione dell’Ocean State Grand Nationals, una tappa del NASKA World Tour, tenutasi al Crowne Plaza Hotel di Warwick (Rhode Island) dal 10 al 12 aprile 2026. L’Ocean State Grand Nationals ha riunito alcuni dei migliori talenti delle arti marziali in questo evento di prim’ordine, in cui atleti d’élite hanno gareggiato per gli ambiti titoli di campione del mondo.

Tenutasi in un'atmosfera elettrizzante, la serata è stata caratterizzata da intense competizioni in diverse categorie, tra cui forme, armi e combattimento a punti, oltre alle gare a squadre. L'evento di quest'anno ha avuto senza dubbio un'impronta internazionale, con partecipanti provenienti da tutti gli Stati Uniti, Canada, Guatemala, Repubblica Dominicana, Porto Rico, Messico, Ungheria, Germania, Venezuela e Grecia!

Lo spettacolo serale di sabato si è aperto con un'emozionante esibizione a cura dei campioni della squadra dimostrativa Competitive Edge. Successivamente, le due migliori scuole partner sono state premiate con una Smart TV a colori da 86 pollici e un'altra da 75 pollici. I vincitori sono stati Next Level Martial Arts, del Bronx (New York), e The Lab, di Rhinebeck (New York). I premi sono stati sponsorizzati dall’Ocean State Collision Center e consegnati dalla famiglia Zangari e dal sindaco di Warwick, Frank Picozzi. La città di Warwick ha nuovamente sponsorizzato l’Ocean State, così come Century Martial Arts, FFM2, la Fondazione Tori Lynn Andreozzi, Paul Mitchell Haircare, Ocean State Collision e Asian World of Martial Arts.

L'ospite speciale di quest'anno e vincitore del Premio Leggenda è stato il campione del mondo Pedro «The Axe Man» Xavier! Sabato si è formata una lunga fila di appassionati presso lo stand dell'Ocean State Collision per ottenere una maglietta autografata gratuitamente da Pedro. L'istruttore di Pedro, il maestro Joe Pina, è salito sul palco per consegnare a Pedro il Premio Leggenda insieme ai promotori Don e Christine Rodrigues.

Alcuni dei vincitori dell'emozionante spettacolo serale sono stati: Julia Damascena ha vinto il Gran Campionato di Forme Femminili Under -13, mentre Kodi Molina si è aggiudicata il Gran Campionato Generale di Forme Femminili dai 14 ai 17 anni. Caleb Baschnagel ha conquistato il Gran Campionato di Forme Maschili Under-13, mentre Judah Sagawa si è assicurato sia il Gran Campionato Generale di Forme Maschili dai 14 ai 17 anni che quello di Armi. Madalynn Wiersma ha vinto il Gran Campionato di Armi Femminile Under 13 e Leopold Aramovich ha vinto quello di Armi Maschile Under -13. Amanda Duarte ha vinto il Gran Campionato di Armi Femminile dai 14 ai 17 anni. Jake Presley si è aggiudicato il Gran Campionato Generale di Armi Tradizionali Maschile. Avery Presley ha conquistato il suo primo Gran Campionato Generale nella categoria di armi CMX femminili. Phillip Brumme ha vinto il Gran Campionato Generale di armi CMX maschili over 18. Mitchell Street si è aggiudicato il Gran

Campionato Generale di forme tradizionali maschili over 18. Esteban Tremblay ha vinto il Gran Campionato Generale di forme CMX maschili con un pieno di vittorie! Haley Glass Mancillas si è aggiudicata il Gran Campionato Generale di forme CMX femminili con una vittoria schiacciante. L'emozionante gara di forme sincronizzate è stata vinta dalla squadra Revolution e quella di armi sincronizzate dalla squadra Paul Mitchell. La gara di forme tradizionali maschili è stata vinta da Mitchell Street e in quella femminile, Maddy Kennaway ha vinto di nuovo! I vincitori della Hall of Fame dell'Ocean State del 2026 sono stati Alexander Brooks-Major II, Renee Potter, Anjey Bannon, Ricardo Rodríguez, Elizabeth Dunton (Warwick Tourism), Peggy Oliver (direttrice generale dell'Hotel Crowne Plaza), Jeff Doss e il dottor El-Java Abdul-Qadir. Il Premio al Veterano è stato assegnato al sig. John D’Angelo III, che si è ritirato dall’Aeronautica Militare degli Stati Uniti nel 2006 con il grado di sergente maggiore. Attualmente è cintura nera di terzo grado in Oki-Ryu Kenpo. Combattimento e Super Fights: Victoria Homsani è stata nominata Gran Campionessa di Combattimento nella categoria femminile 16-17 anni a seguito dell’infortunio della sua avversaria, Sandrine Audy. Il campione di combattimento maschile 16-17 anni è stato Luis «Picky» Rivera, che ha battuto Jahmir Caton. Katana Everett, del team Paul Mitchell, ha vinto il Gran Campionato Generale di Combate sconfiggendo la sua compagna di squadra, Katarina Herman, con un punteggio di 5-2. Il Gran Campionato dei pesi leggeri maschili è stato vinto da Enrique Letona, dopo aver sconfitto suo fratello Jason, mentre il Gran Campionato dei pesi massimi maschili è stato conquistato da Dimitrios Economo, dalla Grecia. Il Top 10 Team USA ha vinto il Campionato di combattimento a squadre maschile dopo aver rimontato contro il team Paul Mitchell.

La grande finale delle eliminatorie è stata quella dei Campionati Open Maschile e Femminile, sponsorizzati da Female Fighter Matter Too e dalla signora Maggie Messina. I vincitori delle divisioni maschile e femminile si sono aggiudicati 3. 000 dollari, il secondo classificato ha vinto 1.000 dollari, i due terzi classificati hanno vinto 500 dollari ciascuno e i finalisti dal quinto all'ottavo posto hanno vinto 250 dollari ciascuno. Stefanie Megerie, dalla Germania, ha conquistato il titolo femminile in una finale controversa contro Katarina Herman, dal Canada. Bailey Murphy, dagli Stati Uniti, ha vinto il Campionato Open Peso Supermaschile nell'evento principale sconfiggendo

Enrique Letona, dal Guatemala. L'Ocean State Grand Nationals 2026 si è rivelato un evento emozionante, in cui sono emersi la dedizione e il talento degli artisti marziali di diverse discipline. Con esibizioni impressionanti e momenti memorabili, la competizione non solo ha messo in risalto i risultati individuali, ma ha anche sottolineato lo spirito di comunità delle arti marziali. Mentre gli atleti attendono con trepidazione le future competizioni, l'eredità dei Grand Nationals di quest'anno servirà da ispirazione per molti. Gli Ocean State Grand Nationals del 2027 si terranno dal 2 al 4 aprile 2027!

OSS o OSU: La mia riverenza e il mio più profondo rispetto

C'è una parola giapponese che oggi viene usata spesso da molte persone che praticano le arti marziali (soprattutto nel karate). È una parola che ormai è conosciuta in quasi tutto il mondo. Quella parola è OSS o OSU. Tuttavia, se si chiede a diversi istruttori di arti marziali quale sia il significato esatto di questa parola, così come la sua origine, ovvero da dove provenga esattamente, solo pochi istruttori saranno in grado di dare una risposta precisa a questa domanda. Molti esperti di arti marziali, così come diversi professori, storici e persino scienziati di tutto il mondo, discutono da tempo su questa parola e cercano una risposta chiara a questa domanda.

La parola OSS o OSU è usata in diverse arti marziali in tutto il mondo: in quasi tutti gli stili di karate, nel Kenpo americano, nel Kajukenbo, nel judo, nel jiu-jitsu, nel ninjutsu, nell'aikido, nella lotta di sumo, nel sambo, nel jiu-jitsu brasiliano, nel karate a contatto parziale e totale, nel kickboxing, nel taekwondo, nella muay thai, nel kung fu sanda, nel kendo, nell'arte del kobudō, così come in molte altre. La parola è nota anche a molti membri della polizia e dell'esercito, ed è familiare tra lottatori, pugili, schermidori, così come tra chi pratica le MMA. Possiamo affermare con certezza che la parola OSS (o OSU) si è radicata in molte arti marziali. Alcuni istruttori ti diranno che la parola OSS (o OSU) è un'espressione universale che non ha un unico significato, ma diversi. Così, a seconda della situazione, la parola può significare: «Sì», «Capisco», «Per favore», «Grazie», «Lo farò», «Ecco qui», e può anche essere usata come saluto, come «Buongiorno» o «Arrivederci». Ma è davvero così?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo esaminare diverse teorie sull'origine di questa parola, nonché il suo vero significato nelle arti marziali. Alcuni esperti di arti marziali ti diranno che, in sostanza, esistono solo tre diverse teorie sull'origine di questa parola e sul suo significato. Non sarei d'accordo con questo, perché credo che in realtà esistano diverse teorie sul significato di questa parola. Tuttavia, iniziamo la nostra esplorazione di questa parola passo dopo passo. La parola OSS o OSU viene pronunciata e scritta in modi leggermente diversi a seconda del paese. La maggior parte delle persone scrive la parola come OSS o OSU; la differenza sta principalmente nell’ortografia, anche se entrambe le forme sono corrette e accettabili. La pronuncia effettiva della parola si avvicina di più all’espressione «OHSS».

Alcuni istruttori di arti marziali vi diranno che l'origine della parola OSS (o OSU), così come il suo uso, proviene originariamente dal Giappone, ma non da Okinawa, la culla del karate. Tale affermazione è solo parzialmente corretta. Per chiarire meglio la questione, iniziamo esaminando le diverse teorie sull'origine e sul significato di questa parola giapponese. Una delle teorie più note proviene dall'esperto di lingua giapponese Dr.

Il significato del classico saluto Il significato del classico saluto

Mizutani Osame, professore all'Università di Nagoya, che ha pubblicato un'opera intitolata «Il giapponese: la lingua parlata nella vita giapponese». Nella sua opera, il professor Dr. M. Osame ha dedicato particolare attenzione, tra gli altri argomenti, allo studio di vari saluti molto noti utilizzati in Giappone.

Il Dr. M. Osame ha concluso nella sua ricerca che la parola giapponese OSS (o OSU) potrebbe essere un'abbreviazione dell'espressione giapponese ufficiale e formale «Ohayo gozaimasu». I giapponesi usano questa espressione in rare occasioni quando desiderano dire cortesemente «Buongiorno» a qualcuno. Il Dr. M. Osame ritiene inoltre che la parola OSS (OSU) possa rappresentare un’espressione più colloquiale, utilizzata principalmente dagli uomini quando si rivolgono tra loro, e che, in tali casi, la parola abbia un significato simile all’espressione inglese «HEY YA’». Tuttavia, potremmo anche avere motivi per mettere in discussione questo lavoro accademico pubblicato dal dottor Osame, poiché non conosciamo il numero esatto dei partecipanti che hanno preso parte alla ricerca, né la loro età. Per questo motivo, la reale credibilità dello studio, ovvero la reale portata dell’uso di questa parola nelle diverse regioni del Giappone, rimane incerta. Inoltre, sorge una domanda legittima: quale relazione avrebbe questo con l’uso della parola nelle arti marziali (karate, judo, sumo, jiu-jitsu, kendo, aikido)?

La seconda teoria si basa su alcune ricerche storiche che suggeriscono che la parola OSS potrebbe essere stata inventata da un samurai del clan Saga, Yamamoto Tsunetomo (1659-1719), sull'isola di Kyushu. Il samurai Tsunetomo è l'autore del famoso libro «Hagakure», in cui spiega aspetti della vita marziale e spirituale dei guerrieri samurai giapponesi. Nel suo libro, tra le altre cose, Tsunetomo menziona che i giovani guerrieri del clan Saga nei secoli XVII e XVIII si salutavano ogni mattina mentre andavano a scuola con la parola OSS. Tuttavia, anche questa teoria presenta delle lacune, poiché, sebbene cerchi di indicarci la possibilità storica che la parola OSS fosse utilizzata dai samurai, in realtà non ci dice nulla sul significato della parola in sé.

Esiste anche una terza teoria che suggerisce che la parola OSS (o OSU) potrebbe essere un'abbreviazione della frase «Onegaishimasu» (pronunciata oh–na–guy–she–mus), che in una traduzione approssimativa significherebbe «Per favore, prenditi cura di me» o «Mi affido a te». Ma quale relazione diretta avrebbe questo con le arti marziali? Avrebbe senso solo nel caso in cui un giovane studente si presentasse in un dojo, anche se questa teoria va presa con un po' di scetticismo. Alcuni istruttori sostengono che la parola OSS (OSU) sia un modo educato per dire «per favore» e che sia una forma informale dell’espressione «onegaishimasu». Ma è davvero così? Non possiamo affermare con certezza che la parola OSS (o OSU), nel contesto delle arti marziali moderne, abbia realmente quel significato.

Esiste anche una quarta teoria, promossa con maggiore forza nel karate Kyokushinkai (sebbene la stessa teoria sia abbastanza nota anche tra gli altri), nota come «Osu no Seishin». Secondo questa teoria, la parola OSU (o OSS) è considerata un'abbreviazione di due parole: il verbo «osu», che significa spingere o sforzarsi con forza, e la parola «shinobu», che significa sopportare. Tuttavia, esiste davvero un collegamento diretto con la frase «Osu no Seishin» quando, in realtà, la parola «oshi» significa sforzarsi con forza, mentre «shinobu» significa resistere? Per questo motivo, possiamo dire che risulta, come minimo, un po’ strano

affermare che la parola OSU (o OSS) sia un’abbreviazione. E se lo fosse, da quali parole giapponesi sarebbe stata abbreviata esattamente, ovvero da quale frase concreta: «Osu no Seishin» o «Oshi Shinobu»?

Inoltre, per quanto riguarda alcuni istruttori che affermano che la parola OSU (o OSS) rappresenti lo spirito guerriero e rifletta l’importanza della pazienza, della determinazione e della perseveranza nelle arti marziali, possiamo solo dire che tale interpretazione non ci convince del tutto. Alcuni istruttori di karate Kyokushinkai arrivano addirittura ad affermare che la parola OSU (o OSS) sia apparsa per la prima volta proprio all’interno del karate Kyokushinkai. Ebbene, non è così. Masutatsu Oyama pubblicò i suoi primi libri in Giappone nel 1958, e solo intorno al 1966 li pubblicò in America e in Europa. A quel punto, la parola OSS (o OSU) era già in uso in Europa tra i praticanti di arti marziali. Come si può vedere, anche questa teoria presenta alcune lacune e non risponde alle domande fondamentali: la parola deriva davvero da lì, e qual è il suo vero significato? Esiste anche una teoria secondo cui alcuni libri di storia ci dicono che la parola risale all'inizio del XX secolo, quando apparve per la prima volta all'Accademia degli Ufficiali della Marina Imperiale Giapponese. Tuttavia, questa teoria è confutata da un'altra che ci dice che nel suo libro —«Il libro dei cinque anelli» o «Go Rin No Sho», scritto da Miyamoto Musashi, un famoso guerriero con la katana— , egli scrisse che i samurai usano OSS/OSU o altre frasi simili per raccogliere la loro forza interiore, nonché per rendere omaggio al loro avversario in tre occasioni: prima del combattimento, durante il combattimento e dopo il combattimento (che solitamente terminava in modo fatale). Questa teoria viene talvolta utilizzata nel BJJ, e alcuni istruttori sostengono che la parola OSS/OSU funga da complimento, nonché da incoraggiamento per se stessi, e persino da ammirazione per la buona esecuzione di una tecnica. Tuttavia, questa non è la spiegazione corretta, né lo è l’uso della parola.

Alcuni istruttori sostengono che la parola OSS (o OSU) sia apparsa in alcuni film e suggeriscono che questa sia una «prova» di qualcosa, ma non spiegano esattamente cosa dovrebbe dimostrare. Citano anche alcuni chef che usano la parola OSS (OSU), così come alcuni presentatori televisivi e altri, ma non riescono a spiegare quale relazione abbia tutto ciò con le arti marziali. Alcuni istruttori di aikido sostengono che la parola OSS (o OSU) sia l'abbreviazione dell'espressione «Ohayo gozaimasu», che si traduce come «buongiorno» (secondo la ricerca del Dr. Osame). Tuttavia, questa affermazione va presa con un alto grado di scetticismo, poiché in realtà non spiega nulla di significativo. Alcuni maestri di arti marziali di fama mondiale non sostengono affatto l’uso della parola OSS (o OSU), poiché la considerano inappropriata, artificiale e priva di senso.

Tra alcuni istruttori, possiamo sottolineare in particolare le parole del noto maestro Fumio Demura (1938–2015), il quale disse:

«OSS non è una buona parola. La gente dice spesso OSS, OSS, OSS. Ma capiscono almeno il significato della parola? Nemmeno io la capisco del tutto. In Giappone, solo i gangster usano questa parola continuamente».

E sì, è vero. Ora arriviamo ai gangster giapponesi. Forse ti chiederai: cosa c’entrano i gangster giapponesi con la parola OSS (o OSU), e se hanno qualcosa a che fare, come si collega questo alle arti marziali? Ebbene sì, c'entra. La Yakuza è il gruppo della criminalità organizzata giapponese più conosciuto, famoso per la sua rigida gerarchia, i suoi rituali e i tatuaggi che ricoprono tutto il corpo. I clan più importanti sono Yamaguchi-gumi, Sumiyoshi-kai e Inagawa-kai. Si dedicano all'estorsione, al ricatto, al gioco d'azzardo e ad altre attività illegali.

Ciò che più ci interessa è il fatto che i membri di questi clan si salutano tra loro con la parola OSS. Per loro, la parola significa umiltà e serve come espressione di rispetto reciproco. In Giappone, i membri della Yakuza avevano influenza su

Il significato del classico saluto Il significato del classico saluto

molte professioni: commercianti, ristoratori, macellai, artigiani, così come la polizia, i politici e numerose altre professioni, inclusi gli istruttori di arti marziali. Collaboravano con alcuni istruttori, mentre altri venivano addirittura estorti o utilizzati come allenatori per i loro membri. Uno dei clan più grandi della Yakuza aveva sede a Naha, Okinawa. Per questo motivo, gli istruttori di Okinawa tendono a evitare l'uso della parola OSS, per evitare qualsiasi associazione con i gangster o con il clan della Yakuza. Curiosamente, alcuni stili di arti marziali di Okinawa utilizzano emblemi che sono versioni identiche o leggermente modificate dei simboli del clan Yakuza, in particolare del clan Kyokuryu-kai. Questi stili includono l'Uechi-ryu, lo Shorin-ryu, il Kyokushinkairyu, il Ryu Kyu Kempo, il Goshin-ryu Kempo, il Ryu Koku Seindokan, nonché alcuni stili di jiu-jitsu.

La Yakuza utilizza la parola OSS in riferimento al codice Bushido dei samurai, in particolare alle sue sette virtù fondamentali: Meiyo (onore), Yu (coraggio), Gi (integrità), Rei (rispetto), Jin (compassione), Makoto (onestà e umiltà) e Chugi (dovere e lealtà) . In altre parole, associano l'uso di OSS al codice Bushido, che a sua volta ha forti legami con le arti marziali giapponesi. La yakuza non è l'unica organizzazione mafiosa che saluta con OSS; anche alcune ramificazioni delle triadi cinesi utilizzano un saluto simile, combinando un inchino con la parola OSS, specialmente tra i membri di Hong Kong, Singapore, Malesia, Taiwan e Stati Uniti. In sintesi, i giapponesi tendono a evitare di usare la parola OSS perché evoca direttamente associazioni con il mondo della malavita. Per questo motivo, si astengono per lo più dall'usarla in pubblico, anche all'interno dei loro dojo e centri di allenamento di arti marziali.

Sebbene sia vero che in alcuni istituti e università giapponesi certi gruppi sportivi utilizzino la parola, e che anche alcuni atleti la impieghino, e che essa compaia in alcune arti marziali, nella maggior parte dei casi i giapponesi usano raramente questa parola al di fuori dei centri di arti marziali, cioè fuori dal dojo, e non ne sono favorevoli all'uso. Ciononostante, la parola OSS (o OSU) si è saldamente affermata nelle arti marziali di tutto il mondo. Alcuni la usano frequentemente, altri addirittura in modo eccessivo, mentre altri la impiegano con maggiore moderazione. Ma sai davvero quando si deve usare questa parola nelle arti marziali? Secondo le regole non scritte, in realtà dovrebbe essere usata molto meno frequentemente di quanto si creda comunemente. La parola si usa sempre nel momento in cui entri in un centro sportivo o in un dojo, anche solo facendo il primo passo all'interno. Anche se non c'è nessuno nel dojo al momento del tuo arrivo, dici «OSS» (o «OSU») entrando, a mo' di riverenza e saluto, cioè come atto di rispetto verso l'arte marziale che pratichi e verso il dojo stesso. Se nel dojo sono già presenti un istruttore e alcuni allievi, li saluti con un solo «OSS» (o «OSU»). Se l'istruttore non era nel dojo al tuo arrivo ed entra più tardi, lo saluti separatamente con «OSS» (o «OSU»). Quando esci dal dojo, di solito non è necessario dire questa parola. Nelle competizioni, la parola viene utilizzata una sola volta, sia per salutare il tuo avversario e il suo allenatore, sia per salutare i giudici. Se hai successo e sali sul podio per ricevere una medaglia o un trofeo, dici OSS (o OSU) in segno di gratitudine verso gli organizzatori del torneo. Una volta che lasci la competizione, non sei più obbligato a utilizzare la parola.

Se sei in un dojo e un istruttore ti sta parlando o spiegando qualcosa, non sei obbligato a rispondere con la parola OSS (o OSU). Allo stesso modo, se sei in una competizione e il tuo istruttore ti sta guidando, spiegandoti tattiche, tecniche o altre istruzioni, non sei obbligato a rispondere con OSS (o OSU). Nelle arti marziali, la parola semplicemente non viene utilizzata in queste situazioni. Molte persone si chiedono quindi: cosa significa realmente la parola OSS (o OSU) nel contesto delle arti marziali? La risposta è, in realtà, piuttosto

Il significato del classico saluto Il significato del classico saluto

semplice. Se chiedi a diversi istruttori di diverse arti marziali in tutto il mondo di spiegare, con parole semplici, cosa significhi essenzialmente per loro la parola OSS (o OSU), circa il 95% di loro darà la stessa risposta: «Il mio inchino e il mio profondo rispetto». Alcuni istruttori utilizzano addirittura la parola OSS (o OSU) alla fine della corrispondenza scritta come saluto di commiato, esprimendo un profondo rispetto verso la persona a cui è indirizzata la lettera.

E, infine, ecco un'altra teoria sull'uso della parola OSS (o OSU) nelle arti marziali moderne, studiata dal professor David «Sensei» Stainko, croato, che a prima vista può sembrare del tutto strana o addirittura assurda. Quando il karate, il judo, il jiujitsu, l’aikido, il kendo e altre arti marziali giapponesi iniziarono a essere praticate in Europa, la parola OSS (o OSU) arrivò un po’ più tardi. Gli istruttori europei capirono che la parola era accompagnata da un inchino verso la persona a cui era rivolta,

come segno di rispetto. E, per quanto possa sembrare incredibile, questo era tutto ciò che sapevano della parola in quel momento. Un inchino, poi la parola OSS (o OSU), e per loro aveva senso. Perché? Perché sapevano che in Giappone, come parte della cultura del galateo, fare un inchino è molto comune. Tuttavia, gli europei (come occidentali) associarono rapidamente questa usanza giapponese a una delle loro tradizioni precedenti, il che ne facilitò la comprensione e l’accettazione. Da quel momento in poi, iniziarono a utilizzarlo frequentemente nelle arti marziali, integrandolo in modo naturale nella loro pratica.

Così, in Germania già nel XVII secolo, i mercanti utilizzavano un saluto molto conosciuto, «Mein Bogen», e in Austria lo stesso saluto veniva pronunciato come «Mein Bucken». Questo saluto si effettuava inclinando la testa o la parte superiore del corpo verso la persona che si salutava, ed era conosciuto

come «il mio inchino». Questo saluto non solo era conosciuto in Germania e in Austria, ma era anche comune in Svizzera, Ungheria, Croazia, Slovenia e in alcune parti di Italia, Belgio, Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Polonia, Serbia e persino Russia. In altre parole, il saluto «la mia riverenza» era un'usanza ampiamente riconosciuta in tutta Europa. I praticanti di arti marziali europei hanno semplicemente combinato questa usanza familiare di inchinarsi con una nuova parola, OSS (o OSU), quando hanno adottato le arti marziali giapponesi. Applicarono qualcosa che già conoscevano come soluzione a qualcosa che, altrimenti, era loro estraneo e sconosciuto. E, cosa più importante, non commisero alcun errore. In questo modo, gli europei non solo adottarono questa usanza giapponese, ma, in un certo senso, contribuirono a diffonderla tra gli appassionati di arti marziali di tutto il mondo.

Pertanto, l'inchino rappresenta l'umiltà, e le parole OSS (o

OSU) esprimono il profondo rispetto di qualcuno verso la persona a cui si rivolge, e questo è universalmente accettato nelle arti marziali. Quando qualcuno si rivolge a te con un inchino e dice OSS (o OSU), quella semplice parola trasmette il suo profondo rispetto verso di te, e questo è il più grande riconoscimento che puoi ricevere da un'altra persona nelle arti marziali. Questa breve parola di tre lettere, quando viene pronunciata, rappresenta molto più che recitare titoli, più che usare parole per i gradi, e persino più che offrire regali o altri gesti. Nelle arti marziali, tutto inizia con il rispetto. Il mio inchino e la parola pronunciata «OSS» o «OSU», come segno del mio profondo rispetto verso di te, dicono tutto di me. Spero che questa spiegazione chiarisca ciò che molte persone nelle arti marziali dicono e fanno spesso, anche se molte di loro capiscono solo in parte o non capiscono affatto perché lo fanno.

Il significato del classico saluto Il significato del classico saluto

La vita, l'eredità e lo spirito indomito del tenente colonnello

Chaim Peer

10° dan | Krav Maga | Kapap | BJJ | IDF Lotar | Iron Man

Ci sono uomini che le avversità plasmano, e ci sono uomini che si forgiato da soli nonostante esse. Chaim Peer appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Nel corso di una vita che abbraccia guerre, campionati, aule e zone di combattimento, è diventato una delle figure più rispettate e discretamente influenti delle arti marziali israeliane, dell'addestramento militare e della resilienza umana. Per chi lo conosce — e ho la fortuna di annoverarmi tra questi —, non è semplicemente una leggenda. È un amico.

Ho conosciuto Chaim attraverso la nazionale israeliana di rugby, dove io ricoprivo il ruolo di preparatore atletico e lui quello di commissario tecnico. Fin dalla prima sessione di allenamento insieme, è stato chiaro che si trattava di un uomo diverso da tutti quelli che avevo conosciuto nello sport. La sua conoscenza del corpo umano — i suoi limiti, il suo potenziale, le sue dimensioni psicologiche — andava ben oltre ciò che la maggior parte degli allenatori si pone mai. Ma era il suo carattere a distinguerlo: calmo sotto pressione, esigente nei suoi standard, generoso con la sua saggezza e dotato di un calore che faceva sì che tutti gli atleti intorno a lui volessero essere migliori.

Per cinque anni abbiamo girato il mondo insieme con la nazionale, gareggiando in partite internazionali in tutti i continenti. Quei viaggi hanno forgiato qualcosa di più profondo di un rapporto professionale. Hanno forgiato un'amicizia, basata sul sacrificio condiviso, sulle conversazioni notturne nelle camere d'albergo all'estero, su quella speciale fratellanza che nasce dal rappresentare il proprio paese sulla scena mondiale. Chaim Peer era, in tutti i sensi, un compagno di squadra.

Le fondamenta: un guerriero colto

La storia di Chaim Peer non inizia in un dojo né su un campo da rugby. Inizia, come tante storie della sua generazione, sul fronte del conflitto più devastante di Israele: la guerra dello Yom Kippur dell’ottobre 1973. Era giovane quando le forze egiziane e siriane sferrarono il loro attacco a sorpresa nel giorno più sacro del calendario ebraico, cogliendo Israele alla sprovvista in un modo che scosse la nazione nel profondo. Le perdite furono catastrofiche. L'impatto psicologico fu incommensurabile. Tuttavia, fu proprio in quel crogiolo che si forgiò Chaim Peer.

La sua carriera militare lo ha portato al grado di tenente colonnello nelle Forze di Difesa di Israele, dove è diventato una delle figure di spicco nell'insegnamento del Krav Maga e della dottrina del combattimento corpo a corpo. Il suo

Uscì dalla guerra non spezzato, ma temprato — proprio come si tempra l'acciaio: più duro, più affilato e più resistente di prima. Chi lo conosce dice che non parla mai molto di quei giorni, ma le lezioni della guerra sono codificate in tutto ciò che fa. L'impegno nella preparazione. Il rifiuto di accettare la sconfitta mentale. La comprensione che la resistenza non è solo fisica, ma una decisione presa nel profondo della volontà.

ruolo nell'unità d'élite Lotar (antiterrorismo) delle IDF lo ha messo in contatto con alcuni dei migliori agenti al mondo, e la sua reputazione di combinare la brutalità fisica con l'intelligenza psicologica lo ha reso un istruttore molto richiesto in tutto il settore della difesa israeliana.

Il Dojo dell'Università di Tel Aviv

Dopo i nostri anni in tournée con la nazionale di rugby, Chaim si unì al mio dojo all'Università di Tel Aviv, e fu qui che iniziò un nuovo capitolo della nostra collaborazione. Ciò che apportò all'allenamento fu straordinario: una sintesi della disciplina delle

arti marziali tradizionali, il Krav Maga collaudato in combattimento, il Kapap (un antico sistema israeliano di combattimento corpo a corpo) e un interesse emergente per i principi del combattimento a terra che presto avrebbero trasformato gli sport da combattimento in tutto il mondo.

Il dojo si trasformò in una sorta di laboratorio vivente. Gli allievi arrivavano da tutta Tel Aviv — atleti, soldati, civili — e trovarono in Chaim un istruttore che esigeva il massimo ma insegnava con pazienza e precisione. Il suo approccio non si basava mai sull’ego o sulla prestazione. Si concentrava sempre sulla funzionalità: cosa funziona? Cosa resiste al contatto con un avversario reale? Cosa regge sotto pressione? Quando arrivò il momento di andarmene — per entrare a far parte dello YAMAM, l’unità antiterrorismo d’élite israeliana — affidai a Chaim il compito di portare avanti ciò che avevamo costruito. Lui non si limitò a mantenerlo. Lo portò a un livello superiore. Il club di jiu-jitsu e BJJ dell’Università di Tel Aviv, sotto la sua guida, è diventato una delle principali istituzioni di arti marziali del Paese, e la sua influenza si è estesa ben oltre le mura dell'università.

Un'eredità scritta nei campioni

La vera misura di un istruttore di arti marziali non si trova nelle sue cinture o nei suoi trofei. Si trova nella qualità degli allievi che forma. Secondo questo criterio, Chaim Peer si colloca al livello più alto.

Tra i nomi più importanti che si sono formati sotto la sua guida figurano Eran Bert, Ido e Roye Pariente, lottatori e istruttori che a loro volta sono diventati pilastri della comunità israeliana di MMA e BJJ. Il lignaggio che ha seminato si estende a palestre, accademie e unità militari in tutto il paese. Molti dei principali istruttori di MMA in Israele oggi fanno risalire la loro formazione di base, direttamente o indirettamente, a Chaim Peer. In un paese in cui la cultura delle arti marziali ha vissuto un boom negli ultimi due decenni, lui è stato uno dei primi a gettare le basi.

Il suo grado di 10° dan nelle arti marziali israeliane è un riconoscimento non solo della sua maestria tecnica, ma di una vita intera dedicata a questa forma d'arte e alle persone che la praticano. Ha contribuito a plasmare la dottrina del Krav Maga così come esiste oggi all'interno delle IDF, lavorando a fianco delle istituzioni e delle unità che definiscono il modo in cui i soldati israeliani si preparano al combattimento corpo a corpo. La parola «Lotar» — antiterrorismo in ebraico — ha un peso enorme nei circoli militari, e l’impronta di Chaim Peer è presente in gran parte della filosofia di addestramento che ha reso le capacità antiterroristiche di Israele rispettate a livello mondiale. È anche praticante e insegnante di Kapap —acronimo di Krav Panim el Panim, combattimento faccia a faccia—, uno dei più antichi sistemi di combattimento formalizzati sviluppati all’interno della tradizione militare israeliana. Laddove molti istruttori si specializzano, Chaim sintetizza. Il suo approccio multidisciplinare, che lui chiama Multi Fight, riflette la consapevolezza che il combattimento reale non rispetta i limiti delle categorie.

L'atleta che non si è mai fermato

Ciò che rende Chaim Peer davvero straordinario — e ciò che lo distingue da innumerevoli istruttori di arti marziali che parlano di disciplina ma praticano la comodità — è che non ha mai smesso di mettersi alla prova fisicamente. A un'età in cui la maggior parte degli uomini con i suoi successi si accontenterebbe di insegnare da una tribuna, Chaim continua a gareggiare in maratone e triathlon Ironman. Gioca a pallanuoto. Si allena. Sudando. Soffre volontariamente.

Questa non è vanità. È la filosofia fatta realtà. Chaim ha capito da tempo che il corpo e la mente non sono strumenti separati: sono un unico sistema, e quel sistema deve essere sottoposto a carico per rimanere affidabile sotto pressione. I suoi seminari sulla resistenza mentale e fisica, che tiene a unità delle forze speciali e squadre sportive d’élite in tutto il mondo, non si basano sulla teoria, ma sull’esperienza vissuta e continua. Quando parla di superare il dolore, di trovare chiarezza al di là dell’esaurimento, parla

come un uomo che ha fatto esattamente questo ieri e lo rifarà domani.

Questo impegno verso l’eccellenza fisica di fronte all’invecchiamento è di per sé una forma di insegnamento. I suoi allievi — che siano soldati che si preparano a una missione o atleti alla ricerca di un record personale — vedono nel loro maestro la prova che i limiti del corpo sono in gran parte negoziabili, non fissi. È una lezione potente, impartita senza una sola parola.

Il 7 ottobre e il peso della testimonianza

Ho rivisto Chaim durante la mia ultima visita in Israele, una visita che si è svolta all’ombra della peggiore atrocità nella storia della nazione dalla sua fondazione. Il 7 ottobre 2023, più di tremila terroristi di Gaza hanno attraversato il confine e hanno compiuto un massacro di una brutalità atroce: hanno ucciso, violentato, bruciato vive delle persone e rapito intere famiglie. Le comunità della zona circostante Gaza —kibbutz e piccoli inse-

diamenti che erano esistiti con una sorta di deciso ottimismo ai margini del pericolo— sono stati rasi al suolo in una sola mattinata. La nazione è stata sconvolta in egual misura dal dolore e dalla rabbia.

Chaim, come sapevo avrebbe fatto, non si era allontanato dall’orrore. Vi si era avvicinato. Nelle settimane successive all’attacco, fu uno di quelli che organizzò e guidò squadre per aiutare i sopravvissuti — i civili che avevano sopportato l’insopportabile, che si erano nascosti nei rifugi mentre uccidevano i loro vicini, che erano usciti in un mondo trasformato fino a diventare irriconoscibile. Il suo lavoro in quei momenti non era militare. Era umano. Si sedeva con la gente. Ascoltava. Li aiutava a trovare, in ogni modo possibile, una via di ritorno verso qualcosa di solido.

Quando lo vidi, capii che il peso di tutto ciò lo aveva segnato. Come avrebbe potuto essere altrimenti? Aveva assistito a cose a cui nessuno dovrebbe mai assistere, aveva ascoltato testimonianze che sfiorano i limiti di ciò che il linguaggio può contenere. C'era qualcosa nei suoi occhi che era diverso: una pesantezza, una gravità in più. Eppure, era ancora in piedi. Continuava ad andare avanti. Stava organizzando la fase successiva, pianificando la prossima sessione, preparando il prossimo seminario. Perché Chaim Peer è fatto così.

Mentre lo osservavo, pensai al giovane soldato che era sopravvissuto alla Guerra dello Yom Kippur cinquant'anni prima. La storia gli aveva imposto una nuova e terribile prova, e lui la affrontava nello stesso modo in cui aveva affrontato tutte le prove precedenti: con presenza, con determinazione e con la tranquilla ferocia di un uomo che aveva deciso, molti decenni fa, che non si sarebbe lasciato abbattere.

Un uomo d'onore

C'è un'espressione in ebraico —Ish Emet— che significa, più o meno, «un uomo vero». Indica qualcosa che va oltre l'onestà in senso stretto: una sorta di integrità che permea ogni aspetto della vita di una persona, che non fa distinzione tra ciò che si rappresenta e ciò che è reale. È un'espressione che ho sentito usare per riferirsi a Chaim Peer da parte di persone che lo hanno conosciuto in contesti molto diversi — come soldato, come allenatore, come istruttore, come amico — e che gli calza a pennello con una precisione insolita.

Non parla di onore. Lo mette in pratica. La sua lealtà verso i suoi allievi è assoluta. Il suo impegno verso le istituzioni e le unità che ha servito è incrollabile. La sua disponibilità ad affrontare le difficoltà — fisiche, emotive, morali — senza battere ciglio non è una posa, ma una caratteristica strutturale profonda di chi è. In un mondo che celebra la performance e l’immagine, Chaim Peer è quasi aggressivamente genuino.

I soldati che si sono addestrati sotto i suoi ordini lo sanno. Gli atleti che hanno gareggiato al suo fianco lo sanno. I sopravvis-

suti con cui si è seduto dopo il 7 ottobre lo sanno. E noi che abbiamo avuto la fortuna di chiamarlo amico lo sappiamo meglio di chiunque altro.

Per concludere: ciò che insegna Chaim Peer

Ho trascorso molti anni in ambienti dove la durezza è la norma: unità militari, programmi sportivi d’élite, competizioni di alto livello. Ho conosciuto molte persone forti. Ma Chaim Peer rappresenta un tipo particolare di forza che è più rara della forza fisica o dell’abilità tecnica. È la forza di una persona che ha integrato i propri valori così profondamente che l’avversità non trova alcuna crepa da sfruttare.

Il dojo che dirige all’Università di Tel Aviv non è semplicemente un luogo dove le persone imparano a combattere. È un

luogo dove le persone imparano a resistere — a costruire quel tipo di architettura interiore che rimane in piedi quando tutto intorno crolla. Questo è il vero programma di studi, e scaturisce direttamente dalla vita dell’uomo che lo impartisce.

Chaim Peer, tenente colonnello, 10° dan, atleta Ironman, allenatore di campioni e servitore della sua nazione nei momenti più bui: lui è, nel senso più autentico, forgiato nel ferro. E continua a forgiare gli altri.

È uno dei veri privilegi della mia vita poterlo chiamare mio amico.

— Scritto in onore del tenente colonnello Chaim Peer Guerriero. Maestro. Amico.

✦ Nelle sue stesse parole ✦ Risposta personale di Chaim Peer

«Avi, per la sorpresa il telefono mi è quasi caduto dalle mani. Mi sono sentito sopraffatto dai superlativi che mi hai concesso e che hai scritto su di me. Come veterano di quattro guerre — Yom Kippur, le due guerre del Libano e le Spade di Ferro — , con innumerevoli operazioni alle spalle, nemmeno tutto questo mi ha temprato abbastanza da assimilare e digerire tutto ciò che hai scritto su di me. Non è un caso che io abbia sempre avuto cura di interiorizzare e integrare nel mio carattere la vera camerateria e amicizia che esiste tra una persona e i suoi simili; e, nonostante ciò, mi commuove al punto che faccio fatica ad assimilare l’enorme quantità di bontà e la solida amicizia che traspare dalle parole che hai scritto.

Apprezzo e ti ringrazio profondamente per ciò che hai scritto. Non sapevo nemmeno che mi vedessi in questo modo, o che pensassi questo di me. Ancora una volta, la mia più profonda gratitudine e il mio più caloroso riconoscimento per ogni parola che mi hai dedicato in questo terzo capitolo della mia vita piena.

Come figlio unico di genitori sopravvissuti all’Olocausto — sopravvissuti a una numerosa famiglia ungherese che è svanita nei forni crematori di Auschwitz-Birkenau —, il mio obiettivo personale, apparentemente discreto, è sempre stato quello di dimostrare con determinazione che il mio popolo è forte, che sopravvive e che non c’è alcuna possibilità di distruggerlo. E quando la vera amicizia si eleva al di sopra di sé stessa, diventa una «risorsa» importante ed essenziale, insieme all’aiuto ai deboli o a coloro che restano indietro e lottano.

Quando guardo indietro, mi sento molto orgoglioso di ciò che ho passato e di ciò che ho vissuto. Anche se negli ultimi anni siamo passati dall’essere un popolo all’essere un «rimanente».

Avi, ancora una volta: grazie e il mio più profondo ringraziamento per ciò che hai scritto e per ciò che abbiamo vissuto insieme in quegli anni turbolenti e non sempre semplici, nel bene e nel male.

Parte III: I tratti della sociopatia —

Il fascino, il controllo e l’assenza del sacro

L’anima si rivela attraverso schemi ricorrenti. Non in episodi isolati.

Non in un singolo fallimento.

Non in un periodo sfortunato.

Ma in modi ripetuti di rapportarsi alla verità, al potere e agli altri.

Questo è importante, perché molte anime sono imperfette senza essere vuote. Molte persone mentono per paura e poi se ne pentono. Molte feriscono gli altri nella confusione e poi se ne rammaricano. Molte falliscono in amore perché sono immature, non perché sono predatrici. Molte hanno periodi di egoismo senza essersi completamente arresate al culto di sé.

Pertanto, dobbiamo essere perspicaci.

Non isterici.

Non semplicistici.

Senza fretta di condannare.

Tuttavia, il discernimento richiede anche coraggio. Non dobbiamo scusare modelli che rivelano un profondo disordine morale semplicemente perché l’involucro è lucido. I tratti esterni della sociopatia possono essere sottili, persino socialmente premiati. Ma sotto di essi giace una profonda violazione della relazione sacra.

Esaminiamo alcuni di questi tratti, non come una lista di controllo clinica, ma come segni morali e spirituali di svuotamento.

1. Fascino senza dedizione

Uno dei tratti più ingannevoli è il fascino.

Molte persone pensano che la sincerità e il fascino siano la stessa cosa. Non lo sono. La sincerità nasce dalla congruenza interiore. Il fascino può essere generato senza verità. Si può imparare, affinare, adattare, mettere in atto. Può essere squisitamente intelligente e completamente vuoto.

La personalità sociopatica spesso studia le persone nello stesso modo in cui un predatore studia i movimenti. Rileva l’in-

« Beaucoup de gens pensent que la sincérité et le charme sont la même chose. Ce n’est pas le cas. La sincérité découle de la cohérence intérieure. Le charme peut être généré sans vérité. »

sicurezza, il desiderio, la vanità, i bisogni insoddisfatti, le ferite, le ambizioni, le paure. Ascolta, sì, ma non necessariamente per sapere. Spesso, per tracciare una mappa. Per capire dove esistono punti di accesso. Per imparare quale riflesso di sé sbloccherà l'accesso.

Ecco perché queste persone possono risultare inebrianti all'inizio. Sembrano vederti. Sembrano attente. Sembrano insolitamente presenti. Ma ciò che sembra presenza può essere solo precisione. Ciò che sembra intimità può essere solo valutazione.

L'amore genuino rivela il sé e onora l'altro. Il fascino strategico rivela solo ciò che è utile e cerca un vantaggio.

Ecco perché molti si sentono confusi dopo aver incontrato una persona del genere. «Ma sembravano così affettuosi». Sì, forse. Una recita può risultare convincente, specialmente quando l'altra persona desidera disperatamente che sia reale.

2. Mentire come atmosfera, non come fatto

Le persone comuni possono mentire sotto pressione. Questo è già un male. Ma il modello sociopatico va oltre. Mentire diventa qualcosa di atmosferico. Non è un'eccezione disperata. È un ambiente adattivo. La persona mente non solo per sfuggire alle conseguenze, ma per plasmare la percezione, mantenere il controllo, creare confusione, preservare la superiorità o divertirsi con il potere.

Le bugie più pericolose non sono sempre le più grandi. Spesso sono le piccole distorsioni strategiche che si accumulano fino a quando la realtà stessa diventa instabile attorno alla persona. Una storia qui, un'omissione là, una sottile contraddizione, una revisione, un'accusa, una narrazione inventata... finché chi la circonda inizia a dubitare delle proprie percezioni.

La verità diventa argilla nelle sue mani.

Questo è spiritualmente mostruoso perché la verità non è semplicemente informazione. La verità è la base della relazione. Una volta che la verità viene violata abitualmente, non può rimanere alcuna vera comunione. Può esserci attaccamento. Può esserci intensità. Può esserci dipendenza. Può esserci desiderio. Ma non c'è comunione, perché la comunione richiede realtà.

Cristo disse:

«Allora conoscerete la verità, e la verità vi renderà liberi».

Giovanni 8:32

Lo spirito sociopatico odia questo perché la verità gli toglie il controllo. La libertà negli altri è pericolosa per il manipolatore. Ha bisogno della distorsione per mantenere il suo vantaggio.

3.

Manipolazione

dell’emozione senza partecipazione morale in essa

Questo è forse uno dei segnali più chiari: la capacità di utilizzare l’emozione senza entrare realmente nel suo significato morale.

Una persona del genere può piangere quando le conviene, scusarsi quando si sente con le spalle al muro, adulare quando le è vantaggioso, infuriarsi quando viene sfidata, ritirarsi quando ciò provoca panico, o confessare quanto basta per riconquistare la fiducia. La questione non è se l’emozione sia presente o assente esternamente. La questione è se l’emozione sia collegata alla verità e al pentimento, o se funzioni semplicemente come uno strumento.

C’è un’enorme differenza tra provare dispiacere perché si è stati scoperti e provare dispiacere perché si è fatto qualcosa di male. Una è autocommiserazione. L’altra è contrizione.

La persona sociopatica può provare la prima in modo vivido. La seconda, raramente.

4. La reificazione degli altri

Qui arriviamo al nocciolo della questione.

L'anima sociopatica reifica. Le persone non sono viste come esseri sacri e uguali, ma come categorie: utili o inutili, forti o deboli, ammiratrici o minacciose, disponibili o ostili, redditizie o sacrificabili.

Questa oggettivazione può manifestarsi in ambito sessuale, professionale, emotivo, sociale o spirituale. La forma varia; la logica rimane.

La persona si chiede inconsciamente:

Cosa può fare questa persona per me?

In che modo questa persona può rafforzarmi?

Come si può utilizzare questa persona?

Quale pericolo rappresenta questa persona per la mia immagine o i miei desideri?

Raramente si chiede:

Come onoro quest'anima?

Qual è la mia responsabilità davanti a Dio nei confronti di questa persona?

Come posso amare senza consumare?

Una volta che la reificazione prende il sopravvento, lo sfruttamento diventa quasi inevitabile. L'unica questione è lo stile.

5. L'assenza di rimorso — o la sua imitazione convincente

Il rimorso è sacro.

Non è piacevole.

Non è comodo.

Ma è sacro.

È il dolore che protegge l’anima dalla corruzione totale. È il testimone interiore che dice: Hai violato qualcosa di reale. È la porta attraverso cui entra il pentimento. Senza rimorso, il peccato si calcifica.

La persona sociopatica può rammaricarsi dei risultati.

Può rammaricarsi di essere stata scoperta.

Può rammaricarsi di perdere accesso, comodità, ammirazione o controllo.

Ma il dolore genuino per il danno inflitto agli altri è spesso allarmante assente — o è superficiale, effimero e rapidamente sostituito dall’autogiustificazione.

Quando viene confrontato, può persino riflettere il rimorso atteso. Ha imparato il copione:

«So di averti fatto del male».

«Mi odio per questo».

«Non è mai stata mia intenzione».

«Sono distrutto».

«Ci sto provando».

Parole. A volte molto belle. Ma guarda cosa succede dopo. Cambia il comportamento?

La verità si approfondisce?

Aumenta la responsabilità?

Appare l’umiltà?

Si sottomette ai limiti, alle conseguenze e all’esposizione?

O semplicemente il ciclo si ripete?

Il vero pentimento porta frutto.

La recita cerca di rientrare in gioco.

6. Rabbia di fronte alla messa a nudo

Uno dei segnali più certi non è semplicemente la cattiva azione, ma il tipo di risposta che emerge quando viene segnalata la cattiva azione.

L'anima sana ma imperfetta può difendersi inizialmente, sì. Molti lo fanno. Ma se c'è vita nella coscienza, la verità finisce per penetrare. Appare la vergogna. Inizia la riflessione. L'umiltà è possibile.

Ma il sociopatico di solito risponde alla denuncia con rabbia, disprezzo, scherno, inversione o ritorsione calcolata. Perché? Perché la denuncia minaccia la falsa sovranità. Essere visti con precisione è intollerabile. Per questo, la persona attacca lo specchio.

Potrebbe darti del pazzo.

Instabile.

Ingiusto.

Abusivo.

Debole.

Ossessivo.

Implacabile.

Deve screditare il testimone, perché la verità stessa è il nemico. Ecco perché chi si confronta con questo tipo di persone spesso se ne va sentendosi disorientato, in colpa o in imbarazzo, anche quando è stato proprio lui a subire la violazione. Il manipolatore proietta con tale forza che la realtà morale diventa sfocata. Questa è una guerra spirituale a livello relazionale.

7. Godere del potere sulla fragilità

Forse il segnale più oscuro è questo: la persona non solo approfitta della debolezza, ma ne è attratta perché le offre potere. Potrebbe cercare persone fiduciose, empatiche, idealiste, ferite o devote perché quelle anime sono più facili da legare, leggere, destabilizzare e dominare.

Potrebbe non dirlo apertamente. Potrebbe non ammetterlo nemmeno consapevolmente. Ma si sente più vivo dove c'è asimmetria. La reciprocità non gli interessa tanto quanto il vantaggio.

L'ideale Hwarang si oppone totalmente a questo. Il vero guerriero protegge la debolezza; non se ne nutre. Possiede la forza affinché gli altri possano reggersi in piedi, non affinché lui possa elevarsi al di sopra di coloro che tremano.

Ecco perché la sociopatia è, nella sua essenza, anti-guerriera. Può imitare la disciplina, la determinazione, la compostezza e l'audacia, ma è spiritualmente codarda. Si approfitta invece di proteg-

gere. Usa invece di servire. Cerca la superiorità, non la responsabilità.

8. L'incapacità di inchinarsi

Qui arriviamo al segno più profondo di tutti. L'anima sociopatica non può inchinarsi veramente. Non nel suo intimo.

Può imitare la sottomissione se le è vantaggioso. Può adulare l'autorità. Può mostrare riverenza. Può citare le Scritture, la filosofia, la morale, la psicologia, persino l’umiltà stessa. Ma nel suo intimo, l’io rimane in trono.

Inchinarsi significa accettare di non essere sovrani.

Inchinarsi significa riconoscere la verità al di sopra dell’appetito.

Inchinarsi significa sottomettere l’io a Dio, alla coscienza, all’ordine morale, alla responsabilità.

La personalità sociopatica si oppone a questo fin dalla radice. Può essere affascinata dal potere, dalla religione, dal rituale, dalla gerarchia o dal simbolismo, ma solo se questi possono essere cooptati. La resa autentica è intollerabile perché richiede la destituzione.

Ed è proprio questo che deve accadere per la redenzione. Il falso re deve scendere dal trono.

Fino ad allora, tutti i tratti rimangono rami dello stesso albero avvelenato: l’io intronizzato, il cuore sepolto, il rifiuto di inchinarsi.

Questa è la sociopatia nella sua forma morale e spirituale.

Non è semplicemente cattiva condotta.

Non è semplicemente personalità.

Ma una vita organizzata attorno alla conservazione e all’espansione dell’io a scapito dell’amore, della verità e del rispetto.

E ora dobbiamo porci la domanda dietro la domanda: in che modo la Scrittura illumina questa oscurità?

Parte IV: La Scrittura e l’anima sociopatica

La Bibbia non usa la parola moderna «sociopatia».

Fa qualcosa di più profondo.

Rivela l’anatomia del cuore caduto.

La Scrittura non si limita a catalogare i sintomi. Ne espone l’essenza. Va oltre il comportamento fino a raggiungere la signoria: la domanda su cosa governa l’essere umano. È la verità o l’appetito? Dio o l’io? L’amore o l’orgoglio? Il rispetto o la ribellione?

In questo senso, la Scrittura parla con inquietante precisione della condizione sociopatica.

Il cuore indurito

Più e più volte, la Bibbia mette in guardia contro l’indurimento del cuore.

Un cuore duro non è semplicemente un cuore forte. Non è resilienza. Non è disciplina. È un cuore che ha resistito alla verità così ripetutamente che la sua capacità di risposta diminuisce. La convinzione non penetra più. La misericordia non ammorbidisce più. La sofferenza non insegna più. Le vite degli altri non hanno più un peso sacro.

Il faraone è uno dei grandi ritratti biblici di questa condizione. Vede la sofferenza. Provoca sofferenza. Viene avvertito. Viene affrontato. Subisce le conseguenze. Eppure continua. Perché? Perché il suo cuore è indurito. Il potere conta più della verità. Il controllo conta più della giustizia. La sua volontà conta più delle grida degli oppressi.

Questo è il principio sociopatico in linguaggio spirituale.

Un cuore può arrivare a essere così impegnato nella propria sovranità che nemmeno la realtà, la piaga, l’avvertimento e la devastazione lo umiliano.

Coscienza cauterizzata

Paolo scrive di coloro la cui coscienza è «cauterizzata come con un ferro rovente» (1 Timoteo 4:2). Che immagine. Una coscienza bruciata. Segnata. Insensibile dove dovrebbe esserci sensibilità.

Questo è ciò che provoca il peccato ripetuto senza pentimento. All'inizio, la coscienza pizzica. Poi avverte. Poi protesta. Ma se viene ignorata abbastanza a lungo, la sua voce si indebolisce. Non perché la moralità sia cambiata, ma perché la capacità di risposta è stata danneggiata.

L'anima sociopatica non è semplicemente ignara del bene e del male. Spesso ha annullato il bene e il male così tante volte che la testimonianza interiore è quasi inaccessibile. Per questo, spesso, la semplice argomentazione fallisce. Non si tratta semplicemente di un ragionamento errato, ma di una sensibilità morale ottusa.

Lupi travestiti da agnelli

Cristo avvertì:

«Guardatevi dai falsi profeti. Vengono a voi con la pelle di agnello, ma dentro sono lupi feroci».

Matteo 7:15

Questa è una delle descrizioni spirituali più chiare del travestimento predatorio. Il pericolo non è solo che il male esista, ma che possa rivestirsi di innocenza, gentilezza, spiritualità, persino di servizio.

Il lupo non si annuncia. Entra attraverso la fiducia.

Ecco perché il discernimento non è facoltativo né per il guerriero né per il credente. Bisogna imparare a guardare non solo le parole, l’immagine, l’intensità, il fascino, la conoscenza o il sentimento, ma il frutto.

Cristo continua:

«Dai loro frutti li riconoscerete».

Matteo 7:16

Non dal loro vocabolario.

Non dalle loro lacrime.

Non dalle loro promesse.

Non dalla loro fiducia.

Dai loro frutti.

Le persone intorno a loro diventano più libere o più confuse?

Più forti o più indebolite?

Più sincere o più instabili?

Più integre o più sfruttate?

I frutti rivelano l’essenza.

Amanti di se stessi

La descrizione di Paolo in 2 Timoteo 3 è spaventosamente attuale:

«La gente sarà amante di se stessa, amante del denaro, vanitosa, orgogliosa, offensiva… ingrata, empia, senza amore… calunniatrice, senza autocontrollo, brutale, non amante del bene…»

Notate come l’amor proprio, quando è disordinato, diventi la fonte della corruzione. La questione non è la dignità adeguata. È l’io come ossessione, l’io come idolo, l’io come centro che consuma tutto. Una volta che l’io diventa dio, tutte le relazioni si distorcono.

L'anima sociopatica è la massima espressione di questo principio.

L'assenza di amore

Paolo scrive:

«L'amore non fa del male al prossimo».

Romani 13:10

Semplice. Assoluto. Scomodo.

Non è che l’amore non metta mai in discussione, non disciplini mai, non ferisca mai il comfort falsamente idealizzato. Ma l’amore non usa il danno come metodo per l’esaltazione di sé. Non si compiace di destabilizzare gli altri. Non li consuma. Non manipola la loro dignità per piacere o guadagno.

Dove si infligge un danno ripetuto senza pentimento, l’amore è assente, indipendentemente dalle parole pronunciate.

E se l’amore è assente, Dio è assente dal centro, perché «Dio è amore» (1 Giovanni 4:8). Non sentimentalismo. Non indulgenza. Non teatro romantico. Ma amore santo, sacrificale e veritiero.

Ecco perché l’anima sociopatica non è semplicemente psicologicamente disturbata. È spiritualmente alienata. Si è isolata dalla vita stessa dell’amore che rende completa la personalità.

La logica demoniaca dell’accusa e dell’inversione

La Scrittura chiama Satana «il padre della menzogna» (Giovanni 8:44) e «l’accusatore». Queste non sono descrizioni casuali. Le menzogne e l’accusa sono due degli strumenti principali attraverso i quali si inverte la realtà. Il colpevole diventa vittima. Il sincero diventa instabile. L'innocente diventa sospettato. L'oppresso diventa aggressore.

Ti suona familiare?

Gran parte della manipolazione sociopatica segue questa logica. Non perché ognuna di queste persone sia «demoniaca» in senso sensazionalistico, ma perché la struttura spirituale della distorsione si allinea con la falsità, l'accusa, l'inversione e il dominio. La realtà non viene accettata; viene deformata. La verità non viene onorata; diventa un'arma.

Sia il guerriero che il credente devono vedere questo con chiarezza.

Il rimedio: la morte del falso io

Se le Scritture diagnosticano il problema in profondità, rivelano anche l'unico vero rimedio.

Non è mero superamento personale.

Non è riparare l'immagine.

Non è il controllo del comportamento.

Non è il rimorso strategico.

Il rimedio è la morte e la rinascita.

Cristo dice:

«Chiunque voglia essere mio discepolo, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua».

Luca 9:23

Questo è intollerabile per la struttura sociopatica, perché esige proprio ciò che l’io vuoto teme di più: la destituzione.

Rinnegare se stessi non significa odiare se stessi. Significa rinunciare alla falsa sovranità dell’ego. Smettere di fare dell’appetito un re. Smettere di adorare il controllo. Smettere di preservare l’io a tutti i costi. Morire al falso io affinché il vero io — ancorato a Dio — possa vivere.

Non c’è altra cura. Non in ultima analisi.

La terapia può aiutare.

Le conseguenze possono frenare.

L'introspezione può chiarire.

Ma a meno che non si abbandoni il falso trono, la radice rimane.

Ecco perché Cristo è la risposta definitiva alla sociopatia: non perché fornisca un travestimento religioso, ma perché solo Lui rivela e guarisce la ribellione più profonda: l'intronizzazione dell'io al di sopra di Dio e l'uso degli altri al servizio di quel trono.

Sulla croce, ogni falso potere viene smascherato.

Ogni manipolazione viene giudicata.

Ogni orgoglio viene umiliato.

Tutte le scuse si esauriscono.

E l'invito rimane aperto: Inchinati. Confessa.

Muori al falso io.

Sii rinnovato.

Ma pochi vogliono questo, perché è costoso. Non è un ritocco cosmetico. È la crocifissione dell’ego.

Eppure, non c’è una via minore verso la vita.

«Molte persone pensano che la sincerità e il fascino siano la stessa cosa. Non lo sono. La sincerità nasce dalla congruenza interiore. Il fascino può essere generato senza verità». «Gran parte della manipolazione sociopatica segue questa logica. Non perché ciascuna di queste persone sia “demoniaca” in un senso sensazionalistico, ma perché la struttura spirituale della distorsione si allinea con la falsità, l’accusa, l’inversione e il dominio. La realtà non viene accettata; viene distorta. La verità non viene onorata; viene trasformata in un’arma».

IL PENSIERO PITAGORICO APPLICATO

La matematica è il modo in cui prossimo descrivere il mondo, organizzare il sapere, comprendere ciò che ci circonda, elaborare tesi e previsioni. Galileo diceva che la natura è un libro di matematica. Molti di noi pensano che la matematica sia solo far di conto, invece essa è un modo efficace di pensare di creare collegamenti funzionali alla comprensione di fenomeni, di sintetizzare una grande mole di informazione e di riconoscere schemi ricorrenti che ci permettono di fare previsioni. I grandi maestri di scherma italiani hanno sempre detto che la matematica e la geometria, sono le fondamenta dell’arte della spada. Per Pitagora tutto è numero non in senso astratto ma in senso pratico perché tutto era esprimibile in numero, il suono , la natura, il cosmo intero. Sulla scia delle indicazione i del maestro del passato applicheremo alla scherma dell’area jonica il suo modello di pensiero sintetizzando il programma le azioni essenziali le taccttiche e le strategie in una scala numerica. In questa scala ogni neuro esprime una o piu azioni che formano il tessuto fondamentale dell’arte mortale. In queso modo si poptra avere una visone globale dell’arte della scherma corta jonica ma anche permettere al nosytrp cervello di stabilire relazioni funzionali tra una azione l’altra. Vediamo in concreto di cosa stiamo parlando esponendo i concerti le strategie e le azioni tecniche collegate al niemrp . Ricordiamo che il nulmeto non è quello che intendiamo nella vita quotidiana ma è la sintesi di un concetto di un pensiero che permette di organizzare l0’esperienza .

•Il n 1 . Per Pitagora era la Monade, l’origine e persino lo stesso Dio. Nella nostra scherma jonica esso rappresenta il punto, quindi il colpo di punta altrimenti detto la puntata. A questo numero è associato anche il movimento circolare che come vedremo piu avanti sarà meglio sviluppato ed espresso al termine della scala ovvero al numero 10.

•Il n 2 per Pitagora è il femminile, rappresenta la dualità. Nella scherma Jonica è l’unione di due punti realizzando cosi una linea ovvero il colpo di taglio. Questa può avere tre direzioni: verticali, orizzontali e diagonali e per ciascuna di esse due versi: a salire o a scendere, oppure da destra verso sinistra e viceversa. Il numero due rappresenta anche le due impugnature fondamentali: quella diritta e quella rovesciata. Queste modalità non riguardano solo il coltello ma anche altre armi come i coltellacci (machete) di diverse dimensioni e persino le armi da percussione come bastoni oppure spranghe di ferro. il numero due rappresentata anche la divisione in due parti, a questo concetto binario è associata la fondamentale divisione del corpo umano in due metà. Ci stiamo riferendo alla cosiddetta linea centrale ovvero un tratto immaginario che divide in senso longitudinale, sia il mio corpo che quello dell’avversario. Tale concezione permette una efficace difesa classificando immediatamente degli attachi che arrivano al bersaglio da destra oppure da sinistra.

•Con il numero 3 abbiamo per Pitagora il maschile ma anche l’armonia. Nella scherma jonica incominciamo ad avere una suddivisione del teatro dello scontro in tre distanze: la lunga, la media e la corta. Talvolta può essere utile suddividere lo spazio in tre cerchi concentrici come facevano i maestri rinascimentali italiani e spagnoli.

•Il numero 4 ci da la possibilità di suddividere il bersaglio in 4 quadranti. Si tratta di immaginare il corpo dell’avversario tagliato da una linea verticale la linea centrale (già citata) e da una linea orizzontale che la interseca formando così una croce. La croce genera 4 quadranti dentro i quali possono arrivare gli attacchi dell’altro. Questa classificazione permette una efficace organizzazione delle parate o schivate. Si pensi che tale suddivisine è rimasta integra nella scuole di Arnis de Mano nelle filippine.

•Il numero 5 ci indica innanzi tutto i cinque spostamenti fondamentali del corpo ciò che ormai in tutto il mondo si chiama footwork: il passo in avanti (step e slide) che si ottiene allungando il piede avanzato e scivolando quelle arretrato per ricomporre la distanza tra i piedi uguale a quella di partenza. Il secondo passo è il passo indietro in questo caso il piede arretrato si allunga all’indietro e richiamando quello avanzato si raggiunge la stessa distanza di partenza. Il terzo passo è il passo laterale nella direzione della schiena, se per esempio abbiamo il piede destro avanzato lo spostiamo alla nostra destra e , a seguire, si sposta anche il sinistro a destra per raggiungere la posizione analoga a quella di partenza ma con il capo intero traslocato alla propria destra. Il quarto passo è quello di petto, se per esempio ci troviamo col il piede destro avanzato muoveremo prima il piede arretrato (il sinistro) e poi riallineando il piede destro alla nostra sinistra; troveremo così l’intero corpo traslocato alla nostra sinistra. Infine il quinto passo lo possiamo chiamare compasso oppure passo del torero (così come è denominato nei vecchi libri di boxe) oppure passo a perno e persino alla giapponese TAI SABAKI. Si tratta di fare perno sul piede avanzato e col piede arretrato si esegue un quarto di cerchio cambiando l'orientamento di

tutto il corpo. Il passo a perno può anche essere eseguito sul piede arretrato in questo caso l’arco di cerchio sarà eseguito dal piede avanzato. A questo numero associamo anche le 5 parate fondamentali: bassa interna , bassa esterna, alta esterna , alta interna sopra la testa.

•Al numero sei è associata la prima combinazione che potremmo sintetizzare come 3+3. Il bersaglio è suddiviso da due linee orizzontali creando cosi tre spazi: uno basso, uno medio ed uno alto. Ci si allena a raggiungere ciascuno di questi 3 settori partendo da ciascuna delle tre distanze la lunga, la media e la corta.

•Al numero sette è associata la combinazione delle 5 punte con il taglio rappresentato dal n 2 quindi abbiamo 5+2. Ricordiamo poi che i tagli seguono tre direzioni: orizzontale, verticale e diagonale.

•Siamo arrivati al numero 8 che rappresenta la via di mezzo tra il quadrato e il cerchio ovvero l’ottagono. Figura cara sia ai cinesi che alla nostra tradizione templare. Senza spingerci nell’esoterico il numero 8 è stato ampiamente usato indicare gli otto tagli della spada, anche in occidente l’asterisco guidava gli allievi nell’esecuzione dei tagli. Nel film “arte mortale” il maestro di coltello insegna al suo allievo come manovrare la lama muovendola sull’asterisco disegnato sullo specchio. Il judo usa questo simbolo per cìfar comprendere le 8 direzioni per lo squilibrio Happo No Kusushi. Il footwork sulle 8 direzioni permette spostamenti non solo avanti e indietro di lato a destra e a sinistra ma anche i passi diagonali che sono una fusione dei due movimento precedenti.

•Il 9 è l’ultimo numero prima delle decina per questo definito il più esoterico. Sul piano pratico che è quello che a noi interessa maggiormente in questa sede, il nove può essere suddiviso in vai modi vediamone alcuni: 2+1+3+3 traducendo abbiamo col 2 i colpi di taglio, con 1 la punta, con il primo 3 le tre distanze e con il secondo 3 le tre altezze. Altra interessante suddivisione è 5+4 con questa si indica la capacità di usare le 5 punte nei 4 quadranti che suddividono il bersaglio. Permettetemi di illustrare ancora una possibilità tra le innumerevoli che il n 9 offre: l’8+1. Andiamo a vedere che cosa vuol dire. Con il numero 8 sono intendiamo le 8 direzioni mentre con 1 ci si riferisce alla punta. Si tratta di imparare a colpire di punta mentre si usano gli 8 spostamenti, un colpo per ogni direzione ovviamente avanzando, arretrando e cambiando mano per colpire con la sinistra all’occorrenza.

•L’ultimo numero che prendiamo in esame è il numero dieci è la tetraktis pitagorica formata da 1+2+3+4. Rappresentata da un triangolo equilatero formato alla base da 4 punti sormontati da 3 punti, poi 2 e infine 1. Questo triangolo può essere inscritto in un cerchio dividendolo in tre parti uguali di 120° . Nella scherma jonica il 10 rappresenta la padronanza del sapere espresso dalla conoscenza sintetizzata nei precedenti numeri. A questo noi associamo i movimenti circolari come le cavazioni o contro-cavazioni ma anche i trasporti idi mano armata e di mano libera.

Avere a mente questi rapporti numero - movimenti ci permette di capire cosa stiamo facendo e come collegare funzionalmente un’azione con un’altra cosa che non sempre viene spiegata o messa in evidenza. Questa operazione mentale facilita non solo l’apprendimento ma anche la memorizzazione di un vasto programma come quello della scherma jonica che affonda le sue radici nell’antica magna Grecia.

Québec Open 2026: un evento di arti marziali di prim'ordine in Nord America

Il Campionato Internazionale di Arti Marziali Québec Open ha riunito ancora una volta la comunità delle arti marziali in un grande evento, tenutosi dal 23 al 25 aprile presso le strutture del PEPS dell'Università Laval.

Giunto alla sua 43ª edizione, il Québec Open ha accolto circa 1000 partecipanti provenienti da più di una dozzina di paesi, confermando il suo status di uno dei principali tornei internazionali del Nord America. Si tratta di un evento unico e in continua evoluzione che svolge un ruolo chiave nella promozione di stili di vita sani, nella valorizzazione dello sport di alto livello e nella proiezione della città di Québec sulla scena mondiale.

Quest'anno, tutte le categorie si sono attenute alle norme della NASKA, il che ha reso l'Open di Québec una tappa ufficiale del circuito World Tour, riconosciuto per i suoi elevati standard e la sua organizzazione professionale. Inoltre, le categorie di combattimento continuo (contatto leggero) e una varietà di formati competitivi hanno migliorato l'esperienza complessiva.

L'Open di Quebec si distingue anche per la sua componente educativa, con seminari di alto livello aperti a tutti i praticanti. Queste sessioni offrono preziose opportunità per lo sviluppo tecnico e lo scambio significativo all'interno della comunità delle arti marziali.

Senza dubbio, il momento clou del weekend rimane lo spettacolo delle finali del sabato sera. Presentato davanti a un pubblico impressionante all'Anfiteatro Desjardins, questo «spettacolo serale» è ormai ampiamente considerato il migliore del circuito NASKA, una reputazione confermata da spettatori, concorrenti, genitori, promotori e allenatori. La sua atmosfera unica, la produzione di alto livello e l’innegabile energia lo rendono un evento da non perdere. Per molti, salire sul palco dell’Open del Quebec è diventato un obiettivo in sé.

L'esibizione inaugurale, a cura della squadra d'élite degli Studios Unis, ha dato il tono con un potente mix di intensità, precisione ed emozione, mettendo in risalto la profondità e l'arte delle arti marziali.

L'evento può contare anche sulla dedizione di circa 125 volontari, tra cui un gran numero di arbitri, la cui professionalità svolge un ruolo cruciale nel garantire una competizione di alta qualità.

Il Québec Open gode del sostegno essenziale di partner importanti, tra cui Destination Québec Cité, la città di Québec, il Bureau des grands événements, il Governo del Québec, il Secrétariat à la Capitale-Nationale e il Ministero del Turismo, che contribuiscono tutti alla crescita continua e alla portata internazionale dell’evento.

L'evento è guidato da un team di promotori impegnati — David Bossinotte, Claire Cocozza, Samuel Gagnon e Keila Mejía — la cui visione ed esperienza continuano a elevare il Québec Open a punto di riferimento nel mondo delle arti marziali.

Riconosciuto per la sua costanza, l'eccellenza organizzativa e l'esperienza unica, il Québec Open continua a consolidarsi come evento di punta nel circuito internazionale.

L'organizzazione guarda già alla prossima edizione, che si terrà alla fine di aprile del 2027, con il chiaro impegno di superare i limiti e offrire un'esperienza ancora più coinvolgente.

EBUNTO

Tradizione, antropologia e “scienza dell’invisibile”

Nel corso della storia, numerose culture hanno sviluppato sistemi di conoscenza volti a comprendere ciò che sfugge alla percezione ordinaria dell’essere umano: le emozioni, la coscienza, l’intuizione, gli stati interiori e il rapporto tra l’individuo e le forze che configurano la sua realtà.

In Oriente, concetti come il Qi cinese, il Prana indù o determinate correnti esoteriche giapponesi hanno cercato di dare forma a ciò che oggi alcuni ricercatori contemporanei mettono in relazione con la percezione, la psicologia del profondo e gli stati di coscienza ampliata.

In questo contesto emerge l’Ebunto, una tradizione spirituale ed energetica legata al popolo Hagumo —chiamato anche Shizen in Giappone, “i naturali”— e definita da molti dei suoi praticanti come un’autentica “scienza dell’invisibile”.

Lungi dal presentarsi come una religione, l’Ebunto si descrive come un complesso sistema di osservazione, studio e pratica orientato alla comprensione delle energie, delle tensioni interne dell’essere umano e dei modelli che influenzano il comportamento, le emozioni e l’evoluzione personale.

Per conoscere meglio questa tradizione, abbiamo parlato con Shidoshi Kakushin Sergio Verdeguer (Ushashi Kawazuki) e Kakushin Felipe Kawazuki, due delle figure più rappresentative della Scuola Centrale di Ebunto in Spagna.

«L’Ebunto è un’arte antica ed estremamente complessa»

—Da una prospettiva antropologica, come definireste l’Ebunto?

—L’antropologia studia, in sostanza, “il cammino dell’uomo sulla Terra”. L’Ebunto fa parte di quei sistemi antichi attraverso i quali diverse culture hanno cercato di comprendere la natura umana, la coscienza e le forze invisibili che influenzano l’esistenza.

Potremmo dividere storicamente l’Ebunto in tre grandi fasi.

La prima corrisponde al periodo precedente alla mescolanza tra il popolo Hagumo e i giapponesi. Il popolo Hagumo

proveniva originariamente da regioni legate all’isola di Hokkaido ed era formato da influenze mongole, cinesi e tribù locali. I primi abitanti di Hokkaido furono gli Ainu, termine che nella loro lingua significa “umano”.

Era un popolo di agricoltori, pescatori e cacciatori, con scarsa capacità militare, il che fece sì che venisse progressivamente spostato e assorbito dall’espansione giapponese. In quel contesto, l'Ebunto emerse anche come sistema di protezione culturale, spirituale e umana.

La seconda fase arriva con la progressiva integrazione tra le due culture. Il Giappone apporta sofisticazione filosofica, disciplina e struttura, mentre il popolo Hagumo mantiene un profondo legame con la natura e le tradizioni ancestrali.

La terza fase corrisponde all’arrivo dell’Ebunto in Brasile, per mano di Ogawa Sensei e Shinyuki Sensei. Lì iniziò una profonda riorganizzazione della conoscenza, nel tentativo di separare la componente puramente mitica da un approccio più analitico ed empirico.

«La spiritualità deve essere studiata partendo dal dubbio»

—Parliamo costantemente di una dimensione scientifica all’interno dell’Ebunto. A cosa si riferisce esattamente?

—La scienza consiste nell’osservare, analizzare e scomporre ogni fenomeno per comprenderlo. Per questo l’Ebunto è suddiviso in molteplici aree di studio e materie specifiche.

Ora, nessun percorso spirituale può essere spiegato com-

pletamente attraverso parametri scientifici convenzionali. La cosa giusta è avvicinarsi alla spiritualità partendo dal dubbio, dalla messa in discussione e dall’osservazione imparziale.

Dubitare non significa attaccare. Mettere in discussione non implica screditare. Significa osservare da diverse prospettive.

Nelle nostre scuole insistiamo molto sull’evitare tre grandi errori che storicamente hanno deformato numerosi percorsi spirituali: la mistificazione, il romanticismo e la fantasia.

Una delle materie fondamentali all’interno dell’Ebunto è

Nemboga, tradotta come “lucidità”, perché non si può studiare la spiritualità senza una mente chiara, equilibrata e razionale.

“L’Ebunto non è elitario”

—A volte si è detto che l’Ebunto è una tradizione riservata alle élite. È vero?

—No. Chiunque può studiare l’Ebunto.

È vero che per secoli è stata una conoscenza discreta e persino riservata, ma questo non significa elitarismo. Storicamente, molte persone influenti, aristocratici o figure di potere hanno cercato questo tipo di insegnamenti, ma il percorso spirituale è sempre profondamente individuale.

Un maestro può accompagnarti, orientarti o aiutarti, ma le decisioni finali spettano sempre all’individuo.

Molte persone arrivano nelle nostre scuole dopo aver attraversato situazioni difficili, crisi personali o profonde ricerche interiori. In un certo senso, si dice spesso che esistano due vie verso la spiritualità: il dolore o l’amore.

«L’Ebunto studia energie, tensioni e modelli di realtà»

—A qualcuno che non ha mai sentito parlare dell’Ebunto, come si potrebbe spiegare in modo semplice cosa studia esattamente?

—L’Ebunto studia le relazioni tra energia, coscienza e comportamento umano.

Lavoriamo con tensioni emotive, stati mentali, frequenze vibrazionali, elementi naturali, modelli comportamentali e processi di trasformazione personale.

Studiamo anche come determinati eventi sembrino ripetersi seguendo strutture o schemi concreti all’interno della vita umana.

Da un punto di vista esterno si potrebbero trovare alcuni parallelismi con la filosofia orientale, il simbolismo, lo sciamanesimo o alcuni studi moderni sulla percezione e il comportamento. Ma l’Ebunto non può essere ridotto completamente a nessuna di queste categorie. Possiede una propria identità.

“Le nove forze dell’Ebunto”

—All’interno di questa tradizione si parla di forze chiamate Rangu o Tengu, che rappresentano i diversi frattali della natura. Cosa rappresentano?

—All’interno dell’Ebunto esistono nove forze principali chiamate Rangu (Tengu). Non sono intese come divinità o entità, ma come archetipi energetici legati a diversi aspetti dell’esistenza umana.

Rappresentano concetti come la trasformazione, la saggezza, le emozioni, l’equilibrio, il conflitto, l’abbondanza, il destino o la spiritualità.

Secondo questa visione, tali forze si manifestano costantemente nella vita quotidiana e possono essere osservate, comprese e armonizzate attraverso la disciplina, lo studio e l’esperienza.

“La conoscenza deve rimanere intatta”

—Se una persona volesse studiare l’Ebunto, cosa dovrebbe fare?

—La prima cosa è trovare una scuola autentica, in grado di preservare la tradizione originale e trasmettere la conoscenza senza alterazioni.

Il popolo Hagumo possiede persino un proprio dialetto che si mantiene ancora in determinate cerimonie, preghiere e trasmissioni interne.

Il sistema completo dell’Ebunto è composto da 41 materie spirituali. Alcune trattano aspetti filosofici; altre sviluppano la percezione, la disciplina mentale o l’interpretazione energetica.

L’obiettivo non è “credere” ciecamente in qualcosa, ma imparare a percepire come agiscono certe energie e come armonizzarle correttamente.

“Pragmatismo, serietà e conoscenza” —Quali sarebbero allora le basi fondamentali di questo percorso?

—Tre pilastri: pragmatismo, serietà e conoscenza. Qualsiasi percorso spirituale che perda questi tre elementi corre il rischio di cadere nella superstizione o nella manipolazione emotiva.

Ecco perché insistiamo tanto sull’osservazione, lo studio e l’esperienza diretta.

“Le esperienze devono essere vissute”

—Come lavorate attualmente all’interno delle scuole?

—Disponiamo di corsi, formazione audiovisiva e diverse aree di studio. Esistono anche sistemi tradizionali di interpretazione e analisi —36 tipi di oracoli— orientati a comprendere cause, conseguenze e schemi presenti nella vita delle persone. Così come un profondo intreccio di calcoli numerici che ci permettono di accedere a determinate informazioni di diverso ambito e per diversi usi.

In molti casi accogliamo persone desiderose di conoscere ciò che va oltre ciò che abbiamo semplicemente a portata di mano. Alla ricerca di quell’essenza che non si mostra a prima vista, lontana dalle cose quotidiane. Forse è questo uno dei grandi motivi di attrazione nell’avvicinarsi al mondo dell’invisibile. Cose pragmatiche che a volte sfuggono alla nostra ragione, situazioni che si vedono, si sentono e, cosa più importante, si manifestano in prima persona. Si tratta di un'esperienza unica e intrasferibile. Tecniche ancestrali volte a bilanciare le tensioni tra corpo, mente e una dimensione spirituale spesso sconosciuta, dove emergono nuovi modelli di comprensione al di là del tangibile.

“Chiunque può studiare l’Ebunto. È vero che per secoli è stata una conoscenza discreta e persino riservata, ma ciò non significa elitarismo. Storicamente, molte persone influenti, aristocratici o figure di potere hanno cercato questo tipo di insegnamenti, ma il percorso spirituale è sempre profondamente individuale.”

Ma l’importante è capire che nessuna esperienza può essere spiegata completamente a parole. Deve essere vissuta.

“Il mondo è iniziato senza l’uomo e finirà senza di lui”

—Durante tutta l’intervista insistete molto sul mantenere una visione razionale della spiritualità.

—Esattamente. Citiamo spesso l’antropologo Ralph Linton quando affermava:

“Il mondo è iniziato senza l’uomo e finirà senza di lui.”

Questa frase ci ricorda l’importanza di comprendere l’essere umano da una prospettiva umile e osservativa, lontana da dogmatismi e assolutismi.

Conclusione

Al di là delle interpretazioni che si possano dare sulla sua dimensione spirituale o energetica, l’Ebunto si presenta come un sistema complesso di tradizione, simbolismo, disciplina e osservazione umana che è riuscito a sopravvivere per generazioni adattandosi a diversi contesti culturali.

Attualmente, la Scuola Centrale di Ebunto in Spagna continua a sviluppare attività formative e incontri internazionali volti a preservare questa eredità ancestrale.

Il nostro ringraziamento va a Shidoshi Kokeisha Sergio Verdeguer e Kokeisha Felipe per aver condiviso parte di una tradizione ancora poco conosciuta in Occidente.

TAOWS UNIVERSITY VALENCIA WingTsun e Escrima Concepts

Testo: Franco Vacirca foto: SOHA Royce Gracie Jiu-Jitsu Retreat, Cyprus

Gracie

Concepts® Brazilian Jiu-Jitsu in Europa

Il passato: come è iniziato tutto!

Spesso si afferma che il nostro jiu-jitsu (ju-jutsu) risalga all’epoca dei samurai. Tuttavia, ciò è errato, poiché durante l’era dei samurai questi guerrieri praticavano forme di combattimento completamente diverse. Immaginate un samurai impegnato in un combattimento corpo a corpo mentre indossa un’armatura pesante e complessa. In realtà, il Jiu-Jitsu è nato intorno agli anni 1900-1910, quando i primi maestri giapponesi arrivarono in Europa e in seguito si trasferirono in Sudamerica per condurre una vita migliore e più sicura.

Anche la parola «Jiu-Jitsu» (o «Ju-Jutsu») ha avuto origine qui, in Occidente, per dare un nome a questa arte marziale «flessibile» o «adattabile». A quell’epoca, i cinesi erano già in Europa con il loro Kung Fu (o Gung Fu), e pochissime persone potevano riconoscere o comprendere la differenza. Le prime scuole di Savate (o Chausson) Kickboxing sorsero a Marsiglia sulla base delle arti marziali cinesi, dove molti nobili si allenavano per difendersi dagli attacchi di strada.

Quando arrivarono i giapponesi, la gente volle adottare questa arte marziale, che in seguito divenne nota come «arte morbida» (Braz. Arte Suave). Curiosamente, questa arte marziale attirava le donne molto più di altre come la boxe, la savate o la lotta libera, anch’esse ampiamente praticate in Occidente.

Dopo che in Giappone furono deposte le spade e numerose arti marziali (Bujutsu) furono proibite, la maggior parte di queste scuole (Ryu) scomparve e non trovò altra via d’uscita che reinventarsi in Occidente. Così rinacque l’arte marziale del jiu-jitsu.

Numerosi giovani maestri giunsero in Europa con la speranza di trasmettere le loro preziose conoscenze. Spesso erano addirittura i figli degli antichi grandi maestri a venire in Europa. L’interesse per loro come esperti di combattimento crebbe in modo significativo, un fatto che fu rapidamente riconosciuto in tutta l’Asia. Così, i giovani maestri — che spesso avevano scarse abilità o esperienza nell’insegnamento — trovarono buoni impieghi come istruttori nella polizia o come una sorta di «maggiordomo 007 moderno» per chi se lo potesse permettere. Una volta che il jiu-jitsu si era affermato in Europa, alcuni di

loro si trasferirono in Sudamerica, dove esisteva una fiorente cultura di circhi e spettacoli di combattimento e dove venivano pagati bene come esperti di combattimento. In Brasile, numerosi circhi erano in tournée, molti dei quali diretti da europei — in particolare italiani, spagnoli e portoghesi — che si erano stabiliti lì. Spesso non si fermavano solo in Brasile, ma viaggiavano in tutto il Sudamerica; anche l’Argentina e il Messico erano destinazioni popolari.

La Spagna aveva offerto una nuova casa a diversi maestri giapponesi di jiu-jitsu, tra cui il famoso Mitsuyo Maeda, che si guadagnò il soprannome di «Conte Koma» a Siviglia mentre viaggiava, tra le altre cose, come lottatore per guadagnarsi da vivere. Maeda non fu il primo giapponese a recarsi in Brasile, ma fu senza dubbio uno dei primi a insegnare il jiu-jitsu alla popolazione locale, e non solo ai suoi connazionali.

Si dice che Maeda sia arrivato a Belém do Pará intorno al 1914. Insieme ai suoi amici, anch'essi giovani esperti di jiu-jitsu provenienti dalla sua terra natale, viaggiò per il Sudamerica e in seguito vi si stabilì in modo permanente.

Insieme al suo amico più caro, Satake, noto con il soprannome di «Black Belly», si dice anche che abbia fondato le prime scuole di jiu-jitsu. Si diceva che Satake, più anziano, fosse un eccellente maestro della «Arte Suave». A differenza di Maeda, Satake era un lottatore migliore. Si costruì un'ottima reputazione presentando il jiu-jitsu in vari teatri in tutto il Brasile ed era sempre pronto a dimostrare le sue conoscenze e abilità. Combatté contro numerosi artisti marziali, tra cui lottatori, esperti di capoeira, pugili e altri che cercavano di vincere premi in denaro.

Quando Satake tornò in Giappone per sostenere la patria durante la Prima guerra mondiale, come fecero molti altri, Maeda decise di rimanere in Brasile e di prendere in mano la scuola di Satake come maestro. Tra i suoi allievi c'erano diversi brasiliani molto entusiasti e diligenti che avevano raggiunto un alto livello di abilità sotto la guida di Satake e che ora aiutavano Maeda come istruttori nelle lezioni di jiu-jitsu.

Uno di loro era Pires dos Reis, un giovane ambizioso che ricopriva una carica importante all’interno della Polizia Nazionale. Introdusse il jiu-jitsu nel corpo di polizia e istituì uno dei primi programmi di addestramento per agenti di polizia, che in seguito divenne formazione obbligatoria in tutto il Paese.

Pires fondò anche la prima accademia a Rio de Janeiro. Nel 1925 fu nominato capo allenatore della polizia di quella città. Neanche lui fu il primo brasiliano a fondare una scuola di jiu-jitsu a Rio. Per aiutarlo, reclutò i giovani Gracie — Carlos, George ed Hélio —, tutti e tre avevano iniziato il loro addestramento con lui, e non con Maeda. George non rimase a lungo a Rio, poiché voleva separarsi dalla famiglia, in particolare da Carlos e Hélio, per seguire la propria strada. Si trasferì quindi a San Paolo, dove trovò un nuovo mentore in Geo Omori, un esperto giapponese di jiu-jitsu e lotta libera, tra le altre discipline.

Hélio e Carlos, dal canto loro, rimasero con Pires. Nel 1936, presero in mano la scuola di Pires dopo che questi aveva accettato un nuovo incarico di insegnante a Fortaleza. Hélio e Carlos ribattezzarono la loro scuola «Academia Gracie de Jiu-Jitsu». A

metà degli anni ‘40, durante la Seconda Guerra Mondiale, Carlos ebbe problemi con la legge e dovette persino lasciare Rio de Janeiro per un bel po’ di tempo. Circolavano voci, tra le altre cose, chefosse fuggito in Argentina, dove avrebbe conosciuto un nutrizionista, e che al suo ritorno avesse sviluppato la «Dieta Gracie». Tuttavia, non vi è alcuna documentazione scritta che lo confermi.

Hélio Gracie dovette improvvisamente farsi carico non solo della scuola, ma anche del sostentamento della numerosa famiglia, come ricorda il mio maestro Pedro Hemetério. Carlos aveva l’abitudine di volere sempre una moglie giovane e nuova, ed è così che finì per avere 21 figli. Naturalmente, non era sempre il padre biologico di questi bambini; piuttosto, spesso entravano a far parte della famiglia attraverso i suoi nuovi matrimoni.

Dato che la scuola funzionava piuttosto bene sotto la guida di Hélio, Carlos ora viaggiava in tutto il Brasile. A Belém do Pará, mise un annuncio sul giornale locale, presentandosi come esperto di jiu-jitsu e offrendo ai partecipanti che avessero completato l’intero corso con lui un posto come istruttore nella sua scuola di jiu-jitsu di Rio de Janeiro. «Molti vennero da diverse regioni per cogliere questa opportunità», ricorda il mio maestro Hemetério, che all’epoca partecipò anche lui a quell’allenamento così intensivo. «Durò un anno e, alla fine, eravamo rimasti solo in due!», continuò Pedro. Alla fine, Pedro non solo ricevette la cintura nera dalle mani di Carlos Gracie, ma anche il posto promesso nella scuola di Rio, lavorando al fianco di Hélio Gracie.

Nel corso degli anni di lavoro insieme, Hélio e Pedro diventarono ottimi amici, e la famiglia lo accolse come «zio Pedro». Carlos rimase fuori da Rio de Janeiro, così il nuovo patriarca, Hélio, iniziò a forgiare la propria strada nell’insegnamento per attirare più membri. A quel tempo, svilupparono insieme il programma delle lezioni, dato che fondamentalmente impartivano solo lezioni private a piccoli gruppi.

L'attenzione era incentrata sull'autodifesa, poiché non esiste-

vano le competizioni sportive di jiu-jitsu così come le conosciamo oggi. La situazione cambiò solo con il ripristino della Federazione di Jiu-Jitsu a Rio de Janeiro negli anni '60 da parte di Hélio Gracie, Hélio Vigio e Pedro Hemetério. Le lezioni e le tecniche furono strutturate in modo che gli allievi potessero apprendere i principi di base e adattare le tecniche alle loro capacità fisiche, invece di memorizzare innumerevoli tecniche.

Per continuare a promuovere il jiu-jitsu in tutto il paese, Hélio, Pedro e la nuova generazione dei Gracie — tra cui Rolls e Carlson —, così come persone esterne alla famiglia Gracie come Iván Gomes, che fondò la scuola con Carlson a Copacabana, rimasero attivi. Mentre Hélio continuava a competere intensamente sul ring del Vale Tudo in nome della sua famiglia e del jiu-jitsu, Pedro ricopriva il ruolo di capo allenatore. Fu così che la maggior parte della nuova generazione venne allenata da lui.

Man mano che George Gracie acquisiva nuovi allievi a San Paolo, suo fratello minore, Hélio, insistette affinché tornasse a Rio de Janeiro per aiutarlo. Ma George aveva lavorato duramente per arrivare dove era, quindi decise di rimanere a San Paolo insieme a Geo Omori. Hélio alla fine decise che suo fratello George affrontasse il suo miglior allievo, Pedro Hemetério, in un incontro di jiu-jitsu. «Non potevo oppormi alla decisione di Hélio perché era il mio maestro», mi raccontò Pedro, «ma tutta la situazione non mi piaceva affatto, perché lui era anche il fratello maggiore di Hélio».

Così alla fine si affrontarono. Pedro si era preparato bene, mentre George credeva di essere il miglior lottatore. Ma Pedro

vinse rapidamente l’incontro. Quella stessa notte, un gruppo di persone interessate si avvicinò a Pedro e gli chiese se sarebbe rimasto a San Paolo per insegnare lì il suo jiu-jitsu. Questo gruppo non solo lo aiutò a trovare un posto dove insegnare, ma gli fornì anche un appartamento, così si trasferì a San Paolo praticamente subito e vi si stabilì in modo permanente. Non passò molto tempo prima che chiudesse la scuola di George Gracie — dato che anche il suo maestro, Omori, era deceduto — e così tornò a Rio, dove, tuttavia, non indossò mai più il kimono. La scuola del professor Pedro, dal canto suo, divenne la rappresentante ufficiale del jiu-jitsu di Hélio Gracie a San Paolo. Il legame con Rio de Janeiro, tuttavia, si indebolì sempre più, poiché anche la generazione successiva aveva nuovi piani per il futuro del jiu-jitsu (brasiliano) moderno. Sorsero nuove scuole in tutto il Brasile, alcune fondate dai Gracie, altre dai loro allievi più illustri e altre ancora da altri lignaggi della prima e della seconda ondata di immigrazione giapponese. Il (nuovo) Judo del Kodokan di Tokyo creò una maggiore «concorrenza». Ma a quel punto erano arrivati in Brasile anche il Kung-fu e il Karate, per cui si vedevano sempre più combattimenti di Vale-Tudo (MMA) con lottatori vestiti con kimono bianchi. I giapponesi erano soliti riferirsi al jiujitsu come a «judo brasiliano» per sottolinearne il maggiore prestigio nella società. Nel frattempo, tuttavia, il jiu-jitsu brasiliano si era già consolidato e diffuso a tal punto che persino in Giappone veniva praticato dai migliori atleti di lotta libera e grappling.

Il futuro: qui e ora!

Come ho già descritto, la prima associazione di jiujitsu fu fondata a metà degli anni '60 a Rio de Janeiro (Guanabara). I membri fondatori stabilirono i gradi delle cinture, le categorie di peso per le competizioni, un sistema di punteggio semplice, la durata degli incontri e tutto il resto. Si tennero così i primi tornei ufficiali, ai quali in seguito parteciparono anche numerosi judoka, sebbene con scarso successo.

In questo modo, il BJJ divenne un'arte marziale indipendente e ben organizzata. Con il cambio generazionale, quando Carlos Gracie Jr. riorganizzò la federazione a Rio e in seguito fondò la Federazione Internazionale di BJJ (IBJJF), il BJJ agonistico conobbe un altro boom nel 1996, in gran parte grazie al successo di Royce Gracie, il figlio di Hélio Gracie, nell'UFC.

Negli anni '80, uno dei figli maggiori di Hélio, Rorion Gracie, emigrò negli Stati Uniti. Dopo un breve soggiorno a New York, decise di recarsi in California per promuovere il jiu-jitsu di suo padre sotto il caldo sole. Ma in California incontrò una resistenza significativa, poiché la Professional Karate Association (PKA) era ben consolidata lì con le sue solide scuole e un proprio programma televisivo. Grazie al surf, Rorion conobbe diversi brasiliani. Tramite un amico che aveva anche lui praticato jiu-jitsu a Rio, riuscì a procurarsi un doppio garage dove poté sistemare alcuni materassini e tenere così le sue prime lezioni.

Fu così che nacque il famoso e primo Gracie Garage e, con esso, la diffusione del Gracie Jiu-Jitsu in tutto il mondo. Non ci volle molto perché Rorion avesse una lunga lista d’attesa di persone ansiose di imparare il suo jiu-jitsu brasiliano, me compreso. Non ci volle

molto nemmeno perché Rorion fondasse la prima Accademia ufficiale di Gracie Jiu-Jitsu a Torrance (Los Angeles). Per tutti noi, questo luogo divenne la principale fonte di autentico BJJ negli anni Novanta.

Dato che mi allenavo all'Accademia di Torrance a intervalli regolari dalla Svizzera (a partire dal 1991), ho colto l'occasione per allenarmi con Rorion e, allo stesso tempo, con Royce. Di tanto in tanto, ero sul tatami anche con altri, anche se Royce è diventato il mio istruttore principale, sia nelle lezioni private che in quelle aperte che si tenevano al mattino e al pomeriggio.

Non era un compito facile quello che avevo intrapreso, ma ho preso molto sul serio l'apprendimento del Gracie Jiu-Jitsu fin dal primo momento. Ho avuto anche un periodo, specialmente tra il 1996 e il 2004, durante il quale abbiamo partecipato a competizioni sportive di BJJ. Così mi sono allenato anche con i cugini Gracie, i fratelli Machado — in particolare con Rigan, John e Roger. Tuttavia, questa fase è rimasta tale, perché per me gli aspetti dell’autodifesa e della forma fisica attraverso il jiu-jitsu erano molto più importanti.

Quando Royce Gracie è entrato nell'ottagono dell'UFC, il Vale Tudo (MMA) non mi interessava più di tanto, perché mi sono subito reso conto che agli americani non interessava il jiu-jitsu, ma trovare il prossimo «Superman delle arti marziali». Rorion ha rivenduto rapidamente l’UFC, per un milione di dollari, a quanto si diceva. Ma noi non eravamo lì per l’UFC; eravamo lì per Royce Gracie e il jiu-jitsu brasiliano.

Il mio Gracie Jiu-Jitsu non è cambiato molto negli ultimi anni, dato che continuo a considerarmi un allievo di Royce Gracie. Durante il periodo in cui mi sono allenato con Pedro Hemetério, ho sentito di ricominciare da zero, nonostante fossi già una cintura nera riconosciuta e dirigessi la mia scuola di Jiu-Jitsu a Zurigo in quel momento. Direi che la mia carriera nel GJJ è iniziata davvero quando ho ottenuto la cintura blu.

Sono finito con il maestro Pedro a San Paolo grazie a Hélio Gracie, quando mi allenavo a Rio de Janeiro alla Gracie Humaita sotto la guida del Gran Maestro in persona e gli chiesi dove, secondo lui, avrei dovuto andare ad allenarmi per diventare un buon istruttore. Allora mi suggerì qui con mio figlio Royler, in California con Rorion, o con Pedro Hemetério a San Paolo, che è dove il mio viaggio mi ha portato in seguito.

Vorrei ringraziare SOHA Retreats e il maestro Royce Gracie per l'eccezionale campo di jiu-jitsu di quest'anno. È stata un'altra esperienza incredibile! Questa è stata la terza volta che ho partecipato all'RG Training Camp organizzato da SOHA Retreats. La prima volta si è svolta in Portogallo e ha superato le mie aspettative. Poi è stata la volta di Cipro — due volte — e quel posto è davvero un gioiello. L'hotel e il personale sono di prima classe, e la posizione è fantastica, con tantissime cose da fare per tutta la famiglia. Allenarsi con il maestro Royce è stato stimolante e professionale, come sempre, proprio come l'ho conosciuto in oltre 32 anni. Manuel Benages è un vero padrone di casa, e SOHA Retreats è di prim'ordine. L'unica cosa che posso dire in questo momento è: se volete unirvi a noi la prossima volta, dovreste iniziare a pianificare il vostro viaggio al più presto!

Apprezzo sempre i vostri commenti.

www.graciejiujitsu.eu

La

strategia

dell’intrusione della Muay Boran

Una delle strategie più devastanti della Muay Boran può essere descritta con la definizione seguente: Paksa Waeg Rang, ปักษาแหวกรัง. Il significato di queste parole è "l'uccello fa capolino o fa irruzione nel nido". La parola chiave è Waeg che significa irrompere o separare. Quando entri nella difesa o nella guardia dell'avversario, apri la strada a molte opzioni offensive devastanti. In effetti, il "nido" dell'avversario è una metafora per indicare i punti deboli della sua anatomia situati lungo una linea immaginaria che va dalla cima della sua testa al suo perineo: questa zona del corpo cruciale viene comunemente chiamata linea centrale. Diverse arti di combattimento orientali basano le loro strategie offensive e difensive sulla teoria della linea centrale. La maggior parte dei combattenti apprende all'inizio della carriera che molti punti deboli si trovano sopra o vicino alla parte centrale del proprio corpo: imparare ad attaccare l'area centrale dell'avversario è un percorso sicuro verso la vittoria. Allo stesso modo, proteggere i propri punti sensibili è fondamentale per garantire la sicurezza in un combattimento. Concentrando la propria difesa sulla copertura della linea centrale è un atteggiamento razionale che fornisce sicurezza anche nelle fasi offensive.

Ogni praticante di Muay Boran dovrebbe iniziare la sua formazione seguendo questi tre passaggi:

Passaggio 1. Impara a rilevare i punti vitali che si trovano lungo la linea centrale. Questa linea divide il corpo verticalmente in due metà, lato sinistro e lato destro. Molti punti sensibili si trovano sopra o molto vicino a questa linea verticale immaginaria. Alcuni dei più importanti per il combattimento sono i seguenti: (1) fontanella, (2) occhi, (3) radice del naso, (4) labbro superiore, (5) gola, (6) lati del collo, (7) sterno, (8) cuore, (9) plesso solare, (10) vescica, (11) inguine.

Gli attacchi a ciascuno di questi punti sono potenzialmente distruttivi. I bersagli sulla testa sono raggiunti meglio con colpi di mano e gomito. I bersagli sul corpo possono essere attaccati con mani, gomiti e ginocchia. I calci e i colpi di ginocchio sono l'opzione migliore per attaccare i bersagli più bassi.

Step 2. Sviluppa efficaci strategie offensive progettate per attaccare la linea centrale degli avversari. Colpire lungo la linea centrale può causare gravi danni e, in caso di attacchi molto precisi, anche la morte. Per irrompere nella guardia dell'avversario e raggiungere il suo centro, un combattente di Muay Boran di solito impiega attacchi in linea retta: calci diretti, pugni diretti e gomitate a spinta. Una posizione di guardia standard è progettata per proteggere alcuni dei punti più sensibili ma, senza un passo laterale, una parata o un blocco, è impossibile coprire tutti i bersagli contemporaneamente con una sola guardia. Per questo motivo, imparare ad attaccare tutti i punti deboli lungo la linea centrale con diverse armi del corpo è un must per sviluppare inarrestabili tattiche offensive.

Passaggio 2. Partendo da una buona posizione di guardia, sviluppa una serie di strategie difensive progettate per respingere possibili attacchi mirati alla tua linea centrale e contrattaccare. Coprire la propria linea centrale è cruciale nei combattimenti senza regole, dal momento che un forte attacco al "nido" può rapidamente porre fine allo scontro in ogni momento. Se il nostro centro è esposto, un avversario intelligente raggiungerà facilmente i nostri punti vitali; al contrario, con una solida guardia e una buona strategia difensiva, costringeremo il nostro avversario ad attaccare prima le aree meno sensibili, per portarci ad aprire la nostra linea centrale per una mossa finale. Questo creerà aperture lungo la sua linea interna e ci darà abbastanza tempo per reagire passando all'offensiva, dirigendo i nostri attacchi al suo centro che sarà probabilmente scoperto.

La strategia di combattimento Paksa Weag Rang è progettata per imparare ad attaccare la linea centrale degli avversari nel modo più efficiente. Questa Mai Muay (tecnica di combattimento) testata sui campi di battaglia si basa sullo sviluppo di riflessi istintivi che consentono a un combattente di sfondare le difese dell’avversario nello stesso momento in cui sta eseguendo il suo attacco o immediatamente dopo. Nell'applicazione del contrattacco, un esperto della strategia Paksa Waeg Rang si adopererà sempre per eseguire simultaneamente le tecniche di difesa e contrattacco: se, ad esempio, un braccio devia l'attacco dell'avversario, l'altro dovrebbe allo stesso tempo eseguire un contrattacco. Questo modo di contrattaccare rende qualsiasi tipo di difesa che l'avversario può usare, praticamente inutile; mentre un braccio devia o blocca, l'altro braccio (o una gamba) raggiunge i bersagli scoperti con una potenza sufficiente a provocare un KO improvviso. Questa è l'arte intrinseca di questa Mai Muay Boran.

“Cuando entras en la defensa o en la guardia del oponente, abres el camino a muchas opciones ofensivas devastadoras”

Vediamo alcuni esempi di possibili applicazioni di questa antica strategia di combattimento contro alcuni degli attacchi più comuni.

1. Paksa Waeg Rang contro i pugni circolari (Mahd Wiang). Fare un passo avanti e contemporaneamente deviare il pugno e colpire. Mentre l'avversario si muove verso di te e inizia a lanciare un pugno circolare arretrato, non perdere tempo e avanza verso l'attacco. La tua mente deve essere focalizzata sul bersaglio del tuo contrattacco, in questo caso una ginocchiata bassa diretta all'inguine o alla vescica. Mentre fai un passo in avanti e lanci la ginocchiata, usa l'avambraccio per bloccare lo slancio del pugno circolare. L'osso esterno del tuo avambraccio dovrebbe impattare contro l'avambraccio interno dell'avversario, una dolorosa tecnica di blocco che contribuirà a confonderlo rendendogli praticamente impossibile bloccare il tuo contrattacco.

2. Paksa Waeg Rang contro i calci circolari (Tae Wiang). Fai un passo avanti e contemporaneamente blocca il calcio (e se possibile afferra la gamba) e poi colpisci. Il calcio circolare è un attacco molto potente che tutti i combattenti dovrebbero imparare a neutralizzare e contrastare correttamente. Se provi a evitare un calcio circolare spostandoti lateralmente, scoprirai che la gamba attaccante ti seguirà e ti colpirà comunque. L'opzione difensiva migliore è applicare la strategia Paksa Waeg Rang e fare un passo avanti: i gomiti dovrebbero impattare contro la tibia (parte centrale) e la coscia dell'avversario, arrestando il calcio e probabilmente ferendo la gamba attaccante. Una rapida presa della gamba e un veloce contrattacco dovrebbero seguire subito dopo. I possibili contro colpi sono: un calcio laterale basso al ginocchio della gamba d’appoggio o un calcio circolare verticale all’inguine.

3. Paksa Waeg Rang contro pugni diretti (Mahd Trong). Deviare il pugno e contemporaneamente avanzare e colpire. Irrompere nella guardia dell'avversario mentre lancia un pugno diretto non è un compito facile. La strategia di intrusione Paksa Waeg Rang è l'opzione migliore di fronte a un buon straight-hitter (colpitore in line retta). Mentre l'attaccante si fa avanti e inizia a lanciare il pugno, piegati leggermente in avanti e fai un passo. Mentre ti muovi in avanti, stendi il braccio avanzato creando così un "binario" che allontana il pugno diretto dal tuo corpo. Allo stesso tempo, la linea centrale dell'avversario verrà lasciata completamente incustodita e aperta a diversi possibili contrattacchi (colpi di gomito, colpi di ginocchio, testate, calci circolari verticali).

4. Paksa Waeg Rang contro i calci diretti (Tiip Trong). Deviare il calcio, fare un passo avanti e colpire. Per raggiungere il "nido" dell'avversario quando attacca con un calcio frontale, il difensore deve prima deviare la gamba attaccante con una deflezione bassa. Allo stesso tempo, dovrebbe avanzare e agganciare la gamba dell'avversario: così facendo, il difensore può facilmente raggiungere la linea centrale dell'attaccante, pronto a reagire con colpi o proiezioni. I contrattacchi possono andare dai colpi di gomito al viso, al collo o alla gola, ai colpi di ginocchio all'inguine. Diverse tecniche di proiezione possono anche essere eseguite dalla presa alla gamba: spostandosi in avanti, in diagonale o lateralmente, l'avversario già sbilanciato può essere abbattuto con relativa facilità.

5. Paksa Waeg Rang contro presa al collo singola o doppia (Chap Ko). Fai un passo avanti e controlla le braccia dell'avversario e colpisci. L’intrusione nella guardia dell'attaccante può essere eseguita anche contro un tentativo di presa al collo con una o due braccia. Mentre l'attaccante fa un passo avanti nel tentativo di metterti una o entrambe le mani intorno al collo, vai verso di lui e intercetta le sue braccia mettendo gli avambracci o i polsi nell'incavo dei suoi gomiti. Strattonando le sue braccia, colpiscilo con la fronte: prosegui immediatamente con una ginocchiata all'inguine. I bersagli del colpo di testa si trovano lungo la sua linea centrale, così come l'inguine: naso, orbite, mento sono punti deboli che, se colpiti con sufficiente potenza, possono causare un drammatico KO.

Per informazioni sull’IMBA:

•Sito ufficiale IMBA: www.muaythai.it

•Europa: Dani Warnicki (IMBA Finland) dani.warnicki@imbafinland.com

•Sud America: Juan Carlos Duran (IMBA Colombia) imbacolombia@gmail.com

•Oceania: Maria Quaglia (IMBA Australia) imbaaust@gmail.com

•Segreteria Generale: Marika Vallone (IMBA Italia) imbageneralsecretary@gmail.com

Karate e Realtà

Pensi che con la tua arte marziale avresti la meglio in uno scontro reale?

È capitato a quasi tutti. Sei a una riunione, dici che ti alleni e, prima che te ne renda conto, qualcuno tira fuori l’inevitabile domanda da un milione di dollari: «E se ti attaccassero per strada, ti servirebbe davvero a difenderti?».

Per decenni, il cinema ci ha venduto la fantasia del maestro invincibile capace di sbarazzarsi di diversi aggressori senza battere ciglio. Ma quando togliamo alle arti marziali i riflettori, le sceneggiature e le coreografie, ci rimane una realtà molto più cruda. La domanda non è solo legittima, ma è un test di onestà brutale che ogni praticante dovrebbe porsi almeno una volta nella vita.

Il pericolo dell'illusione del tatami

Il primo grande errore è confondere l'ambiente controllato con la realtà. Nel dojo, in palestra o sul ring ci sono regole, un pavimento liscio, un arbitro e, soprattutto, un compagno che condivide un codice di condotta. Sai cosa ti aspetta, agisci sotto una protezione normativa e, nel peggiore dei casi, puoi battere le mani per arrenderti e fermare l'azione. La strada non ha regole, né categorie di peso, né fair play. Uno scontro reale è caotico, sporco, imprevedibile e asimmetrico. Non c'è riscaldamento preliminare. L'aggressore non avvisa, cerca la sorpresa, il vantaggio e, spesso, può portare un'arma o essere accompagnato. Per questo, credere che l'abilità in un ambiente sportivo ti renda immune in un vicolo buio è la strada più diretta verso un grave errore.

L'arte o il metodo?

Molti dibattiti si perdono nella teoria su quale stile sia superiore: se la percussione della Muay Thai, la distanza del Karate, il controllo del Judo o la sottomissione del Jiu-Jitsu. Tuttavia, l'efficacia reale non risiede nell'acronimo dell'arte, ma nel modo in cui ci si allena.

Un sistema incentrato esclusivamente sull'estetica, sulla competizione sportiva regolamentata o su forme rigide senza un lavorodi opposizione reale, difficilmente sopravviverà all'impatto dell'adrenalina pura. Affinché una risposta funzioni sotto pressione, l'allenamento deve aver integrato il fattore stress, la gestione della paura, la distanza reale e l'accettazione del contatto fisico. Se non ci si allena sotto pressione psicologica, il corpo semplicemente si blocca quando la minaccia è reale.

La vera vittoria: l'arte della prevenzione

Paradossalmente, la più grande virtù di un sistema di combattimento efficace si dimostra quando non c'è confronto fisico. L'allenamento serio non conferisce superpoteri, ma fornisce tre strumenti cruciali:

Consapevolezza situazionale: la capacità di leggere l'ambiente, fiutare il pericolo prima che si materializzi ed evitarlo. Controllo dell'ego: la maturità necessaria per voltarsi e andarsene di fronte a una provocazione, sapendo che non c'è nulla da dimostrare a nessuno.

De-escalation: l'uso della moderazione e della comunicazione verbale per spegnere il fuoco prima che scoccino le scintille.

KickToro: la risposta avallata dall'esperienza

Portare queste raccomandazioni dalla teoria alla pratica richiede qualcosa di più delle buone intenzioni; richiede un metodo di allenamento progettato specificamente per lo scenario peggiore.

In questo senso, il sistema di allenamento KickToro nasce proprio per superare i limiti del tatami convenzionale. Non si basa su supposizioni né su schemi coreografici, ma sulla cruda realtà. Il metodo KickToro è stato rigorosamente testato e ha dimostrato la sua totale efficacia in situazioni reali di massimo rischio, dove non ci sono seconde possibilità. Applicando in modo rigoroso i principi di gestione dello stress, anticipazione e incisività quando la de-escalation non è più possibile, questo sistema fornisce al praticante gli strumenti reali per avere la meglio.

Se domani ti troverai coinvolto in una situazione estrema, nessuna cintura ti garantirà la vittoria per il semplice fatto di indossarla. Ciò che ti salverà sarà la tua capacità di adattamento, la tua preparazione mentale al caos e un sistema di allenamento che ci sia già stato prima di te.

La prossima volta che ti chiederanno se vinceresti in uno scontro reale, la risposta più onesta e marziale possibile è: «Mi alleno per non doverlo scoprire mai, ma se dovesse succedere, il mio allenamento ha già dimostrato di essere all'altezza».

Ho sempre detto che il valore principale alla base della diffusione del Karate risiede nel suo stesso nome, cosa su cui molti esperti concordano con me. Curiosamente, Karate (mano vuota) emerge come un nome adattivo alle circostanze che hanno circondato la sua comparsa nel contesto dell’epoca (fine della seconda guerra mondiale).

Il “To Te” o “To De” si struttura come un sistema di autodifesa sull’isola di Okinawa, che inizia a far parte dell’impero giapponese molto tempo dopo che le isole principali si erano unite in un’unica nazione, sotto il mandato di un imperatore e, in particolare, sotto il controllo dei suoi “favori”, noti come Shogun. Okinawa possedeva una propria lingua e cultura fortemente influenzate dalla cultura cinese ed esisteva sotto il controllo di un re, fino a quando il Giappone non la assimilò. In quel contesto si verificò un’importante acculturazione, con i conquistatori che cercavano di imporre le forme e le culture giapponesi tra i suoi abitanti.

Funakoshi, che sapeva parlare e scrivere perfettamente il giapponese, essendo un insegnante, imparò da due lignaggi distinti, due maestri straordinari, che gli fornirono le basi del suo stile.

Quando si presentò l'occasione della sua diffusione in Giappone, il nome doveva essere giapponesizzato, da qui la ricerca di un Kanji che si adattasse al concetto originale. Un'arte marziale di Okinawa non avrebbe mai avuto alcuna possibilità di essere accettata in Giappone, certamente non prima della guerra, in un clima di fanatismo nazionalista come quello esistente, e nemmeno dopo, poiché, pur avendo perso il conflitto, l'orgoglioso popolo giapponese avrebbe accettato solo qualcosa di proprio (come nel caso del Judo).

Funakoshi ha agito in quel contesto come un ponte tra due mondi, due culture e due epoche; a tal fine ha saputo sfruttare i precedenti di Jigoro Kano strutturando il Ju Jutsu all'interno di un nuovo contesto, il Ju-do, un contesto privo della rudezza e della tradizionalità che avrebbero potuto infastidire gli occupanti americani. Gli Jutsu si trasformarono in “do”, distaccandosi da un passato conflittuale, per adattarsi al nuovo contesto, arrivando persino, nel caso del Judo, ad andare oltre e a farne uno sport, il primo giapponese ammesso alle Olimpiadi.

Lo stesso processo si verificò anni dopo con l'Aiki Ju Jutsu, una forma di difesa delle classi alte, molto più sofisticata del Judo e che Morihei Ueshiba trasformò in Aikido, con il grande successo che conosciamo oggi.

Funakoshi seppe agire con intelligenza, anche se non arrivò così lontano come Kano. Egli non ammise mai la pratica del Kumite e tanto meno la sua qualificazione come sport; questo passo seppe compierlo in particolare il suo allievo, Nakayama, che affrontò la crescente necessità di rispondere a questa realtà e l’enorme interesse che tale possibilità suscitava tra i suoi praticanti.

La Federazione Mondiale portò avanti questo processo che, con il successo che oggi conosciamo e la figura di uno spagnolo, D. Antonio Espinos, sarà per sempre legato alla sua storia.

In precedenza, negli anni Cinquanta e Sessanta, un grande impulso di crescita sorse sulla costa occidentale degli Stati Uniti. Hollywood aveva già sperimentato le possibilità di un tipo di film a basso costo ma di grande successo. Bruce Lee fu senza dubbio il primo a riuscirci e, grazie a lui, un nome spiccò su tutti: Chuck Norris.

A quel tempo tutto ciò che aveva a che fare con i calci era conosciuto come karate. Lo stesso taekwondo negli Stati Uniti all’inizio dovette usare il nome di karate coreano!

Attraverso il grande schermo e la TV, con Texas Ranger, Norris ha esaltato i valori del karate per il grande pubblico, attribuendo un'immagine positiva a questa disciplina. La storia scritta dagli eroi, dai miti, è quella che penetra in profondità nell'inconscio collettivo e stabilisce i valori e il riconoscimento che l'umanità intera attribuisce a ogni cosa.

Chuck Norris ci ha lasciati lo scorso mese; che queste righe servano anche da umile omaggio a un uomo che ha scritto il nome Karate a caratteri cubitali sui cartelloni dei cinema, portando la passione per il nostro sport e arte marziale in tutto il mondo.

Un uomo esemplare. Nessuno di coloro che lo hanno conosciuto mi ha mai detto una sola parola negativa su di lui! Al contrario! Ha dimostrato che si può avere successo senza perdere l’umiltà e ha continuato a studiare con ogni tipo di maestro come uno studente qualsiasi. Ha saputo aiutare la gioventù americana ad allontanarsi dalla droga attraverso la pratica del Karate, con la sua fondazione “Kick drugs out of kids” e fino a 9 giorni prima della sua morte continuava a dare calci a un sacco.

Dopo di lui ne sono venuti altri, ma lui è stato il primo e la sua eredità è enorme, così come devono esserlo il nostro riconoscimento e la nostra gratitudine nell’onorare la sua memoria. Addio, Sensei Norris!

Alfredo Tucci

Appunti sulla storia del Karate

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