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Rivista Arti Marziali Cintura Nera 527 Giugno 2026

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“Nessun uomo è un'isola. Esistere solo per se stessi è privo di significato. Raggiungiamo la massima soddisfazione quando ci relazioniamo a uno scopo più grande nella vita, a qualcosa di più grande di noi stessi.”

Perle del Guerriero

Del mio passaggio per Budo. Frammenti di una storia intima.

“Viandante, le tue impronte son la via, e nient’altro; viandante, non c’è via, la via si fa camminando.

Camminando si fa via e volgendo indietro lo sguardo si vede il sentiero che mai si deve tornare a calpestare.

Viandante, non c’è via ma solo scie nel mare….”

Antonio Machado

È passato mezzo secolo da quando, da adolescente, ho iniziato a lavorare nella Librería Argentina della mia famiglia a Madrid. I libri, la conoscenza, la comunicazione sono stati quindi (non poteva essere altrimenti con un simile stellium in Gemelli!) al centro della mia vita… Anzi, già prima della mia nascita! Poiché mio padre ha dato inizio alla saga con azioni straordinarie. In un solo giorno, Basilio Antonio Tucci annunciò a tutta pagina (e che pagine!... Erano come lenzuola!) sul quotidiano argentino “La Nación” la pubblicazione, in un solo giorno, di ben 150 nuovi libri! La collezione Boreal, della casa editrice GLEM, e alcuni altri gioielli, come la “Storia degli eterodossi spagnoli” di Marcelino Menéndez Pelayo. Che inizio!

Mio padre, scomparso prematuramente, lasciò in attività la Librería, oltre alla distributrice di libri spagnola Vitae, e alla sua guida mia madre, Luz Romero, che, di 25 anni più giovane di lui, seppe dirigerla con saggezza e dedizione, trasformandola, oltre che

“Quel distacco che ne deriva, alcuni lo interpretano come alterigia, arroganza o superbia, ma la verità è che dietro a tutto ciò c’è solo un ragazzo serio, un bravo ragazzo responsabile, a cui viene affidato qualcosa da fare, e lui lo fa… nel miglior modo possibile. La vita è qualcosa di straordinario, bisogna solo cercare di non essere un completo idiota!”

in un’ambasciata culturale dell’Argentina in Spagna, nella prima libreria specializzata in esoterismo di quella Spagna franchista.

L'importatore numero 33 (VITAE) faceva passare i libri proibiti alla dogana, mescolando le partite o giocando sull'ignoranza dei censori. (“Un incubo con l'aria condizionata” di Henry Miller entrò più di una volta come libro tecnico!…). Così arrivavano alla vendita clandestina libri proibiti, edizioni argentine di Miguel Hernández, Machado, Alberti ecc… e quei libri “eretici” sull’esoterismo e la spiritualità di KIER, Losada, ecc...

Da lei sono passati tutti coloro che in quel mondo sono e sono stati in questo paese in materia di spiritualità, da Don Eduardo Alfonso (quaranta lezioni di medicina naturale), Ramiro Calle, o Salvador Freixedo e persino Fernando Sánchez Dragó, Enrique de Vicente, Juan García Atienza e poi altri più giovani, come Javier Sierra, e un lunghissimo eccetera di autori, santi e visionari di quel tempo geniale, libertario e creativo.

C'erano anche molti scrittori brillanti, bisogna ricordare che era l'epoca del boom latinoamericano. Tra i tanti illustri poeti che vi hanno fatto visita, devo menzionare Vicente Aleixandre, Buero Vallejo e, naturalmente, il grande Jorge Luis Borges, che, tra molti altri, ci hanno onorato con la loro presenza e amicizia; Luis Rosales o Benedetti venivano a prendere un caffè ogni settimana… Tutti adoravano quella luce che era “Doña Luz” e che brillava con eleganza e forza propria nel suo feudo.

Anche la regina Doña Sofía era una cliente abituale e si lasciava consigliare, perché Luz aveva criterio, presenza e saggezza a profusione. Illustri figure storiche passarono per quella peculiare libreria, tra cui “il mago”, José López Rega, ricordo ancora il suo sguardo profondo e azzurro, o il “negro Rojas”, l’elegante ammiraglio che realizzò il blocco navale dell’Argentina, o María Estela Martínez de Perón; il generale non entrò mai; aspettava fuori nella sua auto ufficiale, poiché la sua prima malefatta al ritorno in patria fu bruciare i libri della nostra casa editrice a Buenos Aires; mio padre, che era un gentiluomo, uscì in una certa occasione per salutarlo e lo invitò a entrare, cosa che il generale apprezzò ma

“C’è una particolare eleganza in quell’immagine del cowboy che si perde lentamente all’orizzonte, verso il sole al tramonto… come lui, me ne vado, ma resto, impresso nella retina del pubblico, in quella lenta transizione, fino a quando non arriverà quella definitiva (Dio non voglia che sia troppo presto!), in cui appariranno impresse le lettere: The End”

declinò: «Grazie. So dove sono venuto». Mio nonno D. Alfredo era un duro caudillo radicale, e fu proprio nei locali della nostra casa editrice che si tramò in segreto la sua destituzione.

Durante la dittatura argentina arrivammo ad avere una ONG operativa nella libreria, quando queste non esistevano nemmeno. Mia madre riuscì ad accogliere fino a 11 lavoratori, tra cui professori universitari che avevano dovuto salire sull’aereo senza valigia, poiché sapevano per certo che sarebbero stati “fatti sparire” il giorno dopo. L’unica cosa che avevano in tasca all’arrivo all’aeroporto di Madrid Barajas era un foglio con l’indirizzo, la Libreria Argentina e il numero di telefono di doña Luz.

Ci furono mostre di pittura argentina, un omaggio a Borges, che i madrileni del quartiere applaudirono dalle finestre, e il Martin Fierro, di pari passo con la Costituzione del ’78, ricevette la stessa sassata che ci lanciarono quando esponemmo la sua prima edizione in vetrina con le bandiere dei due paesi. Anni dopo mia madre sposò l’attore argentino noto come Alberto Dalbes (Francisco Eduardo Eyras), che fondò la casa editrice Eyras. Alberto era il rappresentante in Spagna di Paramahansa Yogananda e a casa nostra ogni domenica si tenevano le meditazioni. Alberto era un uomo straordinario e a 15 anni mi aprì gli occhi sul mondo dello Yoga, della salute naturale e della macrobiotica.

L’interesse per la medicina tradizionale giapponese è diventato un punto chiave della mia vita e in questa ricerca ho conosciuto nel 1980 quello che sarebbe stato il mio primo maestro di karate, il mio caro Miguel Ángel Establés Elduque, braccio destro di Yamashita Sensei e di conseguenza factotum della prima Goyu Kai in Spagna. Miguel era appena tornato dagli studi presso la East West Foundation con Mihio Kushi a Boston.

Sotto: La mia prima tessera di Judo nel 1970!

In alto: Mio padre con me a Rio de Janeiro, dove vivevamo per metà dell’anno.

Alcune foto alla Librería Argentina. Con il grande Jorge Luis Borges, l’unico ritratto che ho a casa mia è al suo fianco!

Luis Rosales, il poeta, con Dionisio Ridruejo! Mia madre con Borges e in alto il drammaturgo spagnolo D. Antonio Buero Vallejo insieme a Eduardo Zúñiga...

Questa combinazione (karate e medicina naturale) ha guidato la mia vita in due direzioni ben precise mentre studiavo antropologia americana all’Università Complutense di Madrid. Questo interesse mi ha portato a scrivere e pubblicare il mio primo libro “Cucina Naturale, per una vita più piena” (Editore Everest, 1980), che è diventato un successo con più di 12 edizioni e 60.000 copie vendute; contemporaneamente avvenne la mia riscoperta delle arti marziali con il karate (avevo iniziato il judo a soli 8 anni nella leggendaria palestra Fujiyama).

Dopo i miei studi di Karate Goju con Miguel Ángel Establés della scuola di Yamashita (fu lui a esaminarmi per la cintura gialla!), conobbi, durante un'intervista per la rivista SENDERO, José Luis Paniagua Tevar. Giunsi a lui attraverso uno dei miei maestri più importanti, José María Sánchez Barrio, che all'epoca avevo conosciuto tramite Miguel Ángel Establés. José María era un personaggio davvero singolare, viveva a Las Lastras, ad Ávila; all’epoca era stato legato al movimen-

to originario della macrobiotica e della medicina naturale. La sua straordinaria conoscenza in questi e altri ambiti e le esperienze vissute con lui hanno cambiato la mia vita.

All’epoca pubblicava la rivista SENDERO e io vi ho collaborato in diversi numeri. Il mio rapporto con José María si è protratto, con periodi di allontanamento, per molti anni, durante i quali è arrivato persino a trasferirsi vicino a casa mia ad Alpedrete, dove all’epoca è diventato anche vicino di casa di Miguel Establés. È senza dubbio la persona che, forgiandosi da sé, possedeva la mente più brillante che io abbia mai conosciuto. Ha inventato e sviluppato la termoregolazione, un sistema di cura basato sull'uso del freddo e del caldo, e ha scritto diversi libri, alcuni dei quali pubblicati da me, inclusa una collaborazione tra noi due, la nostra versione de L'arte della guerra di Sun Tzu.

Dopo la morte del mio patrigno Alberto, avvenuta mentre prestavo servizio militare a Ceuta, mi sono dovuto occupare della casa editrice; una volta congedato, l’ho naturalmente orientata verso gli argomenti che conoscevo meglio e che mi appassionavano, le arti marziali. A Francoforte riuscii ad acquisire i diritti della Kodansha, casa editrice nazionale giapponese, e tradussi e pubblicai per la prima volta in spagnolo i fondatori del Judo, del Karate e dell’Aikido, così come, in seguito, altri grandi autori del settore, come Bruce Lee.

Diventare l'editore di riferimento nel settore in lingua spagnola attirò l'attenzione del direttore di una nuova rivista di arti marziali chiamata “SENSEI”, José María Fraguas. La rivista, allora diretta dal famoso edi-

Sopra: il premio Nobel uruguaiano Mario Benedetti andava a prendere il caffè ogni giorno con mia madre, la libreria era un punto di riferimento nel boom latinoamericano. Sotto, il giorno in cui hanno rotto la nostra vetrina.

Nella pagina a fronte, il mio patrigno e mia madre sulla porta della Librería. Sotto: Doña Luz che regna sul suo trono; donna coraggiosa, intelligente, straordinaria!

tore di Muscle & Fitness Rafael Santonja, dovette chiudere al numero 8 e Fraguas mi cercò per propormi di avviare un progetto insieme; così nacquero “CINTURON NEGRO” e Budo International.

All’inizio Fraguas portava dagli Stati Uniti delle fotocopie con grandi immagini tratte da riviste come Inside Kung Fu e, con quelle tradotte e qualche altro articolo, abbiamo messo insieme i primi numeri. Gli inizi furono molto difficili e io, che non volevo farmi coinvolgere nella faccenda, finii per farlo per necessità, visti i risultati disastrosi che ottenevamo. A quel tempo mi interessava più di ogni altra cosa la pittura e l’editoria e i suoi libri mi davano abbastanza per vivere.

Riuscii a risanare la situazione economica della rivista con grande dedizione. Tra le altre cose, cercando di risparmiare sulla produzione, mi comprai il mio primo Macintosh. Pochi anni dopo Fraguas decise di lasciare l'azienda. Ciò che sembrava poterci portare al disastro, dato che era lui a occuparsi dell'organizzazione dei contenuti, si trasformò invece in una straordinaria occasione di crescita.

Cercai instancabilmente un direttore che sostituisse il suo lavoro alla guida della rivista, ma nessun profilo era adatto. Le persone interessate a quel ruolo o sufficientemente esperte in materia lo erano in modo parziale o per interesse personale. Un karateka avrebbe parlato di karate, un judoka di judo, e così via. In una rivista di arti marziali la neutralità era tanto indispensabile quanto difficile...

D'altra parte la rivista, nonostante fosse poco redditizia, cominciava a guadagnare notorietà, quindi non erano pochi coloro che ambivano a quel ruolo. Nessuno risultò ottimale per quella posizione e data l'urgenza della decisione, alla fine decisi di farmi avanti e occuparmi di tutto in prima persona. Se gestire la parte imprenditoriale era già qualcosa che facevo, immischiarmi nei contenuti era tutta un'altra cosa.

In alto: A casa di Miguel Ángel Estables, dove in due occasioni ho preparato una cena giapponese per il grande Yosuke Yamashita. Sotto, gli allievi del TEAM con José Luis Paniagua. Sotto, con lui il giorno in cui mi ha consegnato la cintura nera – la prima che ha consegnato! – e insieme nella sua terra, Valdepeñas. Sopra, con Miguel Estables nella zona di Santa Ana a Madrid, dove Yamashita aveva il suo dojo e dove ho imparato la cucina giapponese con il mio insegnante Seishiro Funamitsu, capo cuoco del mitico ristorante Donzoko.

Quando abbiamo avviato la rivista mi è sembrata una buona idea che avrebbe sostenuto la vendita dei nostri libri, ma ho posto come condizione a Frauas ed Estanislao che non dovessi occuparmene io. Non avevo alcun interesse a distinguermi nel settore; nei primi numeri scrissi persino una rubrica il cui nome esprimeva la mia posizione sulla questione, dal titolo generico “Desde las sombras” e con lo pseudonimo di “Enrique Romero”, il mio secondo nome e cognome. Non volevo apparire… Ogni volta che il destino ha incrociato il mio cammino, questo fenomeno si è ripetuto. Ho sempre accettato il peso delle responsabilità, che spesso mi hanno spinto verso posizioni di rilievo non ricercate (Saturno in Capricorno all’ascendente). Non sono stati pochi gli amici su cui ho potuto contare in quella transizione; Raúl Gutiérrez è stato uno di loro: ha passato giorni a ordinare le foto del nostro archivio per stile! Grazie, amico! I miei nove anni con Paniagua, un eterodossa delle arti marziali (autore di un classico che consiglio sempre, “Arti mar-

Diverse foto del mio periodo nell'esercito spagnolo a Ceuta, nella cavalleria meccanizzata MONTESA 3 in Nord Africa, prima come caporale dei ricognitori e poi come caporale maggiore dello stato maggiore di comando. Il mio colonnello Carlos de Meer de Ribera fu protagonista in quegli anni di notizie in prima pagina in Spagna, in tempi turbolenti. Ho insegnato karate, rifatto il plastico del reggimento, lasciato un presepe di argilla che ha vinto il concorso dei presepi, un mese di manovre nel deserto, turni di guardia come soldato e poi come sottufficiale… nei reparti meccanizzati mi sono lanciato dai TOA molte volte durante i primi mesi; marce notturne, servizi “speciali” e soprattutto mi sono fatto alcuni grandi amici come Josep Solé. L'esercito mi ha offerto di restare e di mandarmi all'accademia per fare carriera... ho ringraziato e ho proseguito per la mia strada...

ziali. L’equilibrio corpo-mente”), mi hanno formato in modo molto diverso dalla media dei praticanti di quel tempo. Con Paniagua praticavamo karate, taekwondo, tai chi, jogging, meditazione e yoga. Il TEAM (Laboratorio sperimentale di arti marziali) è stato un luogo e un'esperienza unici con personaggi eterodossi e il mio passaggio da lì mi ha fornito un criterio e una distanza straordinari per giudicare il contesto marziale da una posizione integrativa, molto rara a quei tempi. È stato proprio quel criterio a permettermi di elaborare contenuti per la rivista propri e distintivi rispetto a tutto ciò che veniva pubblicato allora. Fraguas ha aperto la porta, ha tracciato un percorso inedito per me, e io l’ho trasformato a modo mio perché non avevo altra scelta.

A seguito di quei cambiamenti, la rivista iniziò ad attirare l’attenzione di altre aziende del settore in Francia, Germania e Italia, dando vita a partnership per l’edizione mensile della rivista in diverse lingue.

Ma le edizioni internazionali non nacquero così; la prima di tutte ebbe un’altra origine, legata al mio rapporto con Lisbona, dove vivevano i miei nonni. Mentre mi trovavo per caso a casa di mia madre a Madrid per qualche giorno, squillò il telefono. Un medico voleva parlare con mia madre: mia nonna, che si prendeva cura di mio nonno, molto dipendente dalla dialisi, aveva il cancro. Chiamai mia madre, che allora viveva spensierata e felice a Buenos Aires; dovette tornare in fretta per prendersi cura di loro. Durante le mie continue visite a Lisbona constatai che, nonostante la sua forza, la pressione delle circostanze stava avendo la meglio su di lei e le comprai un Macintosh, con l’intenzione di darle uno scopo esterno che potesse sostenere la sua quotidianità; e per farlo, mi venne in mente di farle tradurre la rivista in portoghese. Nacque così la prima edizione in lingua straniera di Cinturón Negro e quel nome che avevo scelto per costituire la società “Budo International Publishing Company” acquisì improvvisamente un senso e un valore reali. Poi vennero le altre, prima la Francia, con Thierry Plee, figlio della leggenda del karate Henry Plee, poi la Germania (Stefan Billen fu molto coinvolto), l’Italia con Jutte Sport, ecc. ecc…

Era la prima volta che succedeva una cosa del genere: una rivista di arti marziali diventava internazionale! Parliamo di un’epoca in cui non esisteva Internet e, come mezzo di comunicazione di massa, nessuno aveva mai varcato i confini nel settore delle arti marziali. In Francia, Karate Bushido, che regnava incontrastato, trovò un degno concorrente in Budo International. In Italia, a “Samurai” successe la stessa cosa, e in Germania, Svizzera e Austria, le riviste di Norbert Schiffer si trovarono di fronte a una nuova alternativa, Kampfkunst International.

In quel periodo fummo la prima rivista a pubblicare una copertina sulla famiglia Gracie fuori dal Brasile e, anni dopo, i primi a parlare dell’UFC in Europa (per cui fummo molto criticati…).

Le arti marziali europee, fino ad allora ignorate, riapparvero nel settore grazie a noi e molte tradizioni antiche o etniche acquisirono prestigio a partire dalla pubblicazione sulle nostre pagine: il “Jogo do pau” portoghese, il palo, il tolete e il garrote delle Canarie, il Silat, il Kali, la Capoeira, le arti marziali dei nativi americani e un lunghissimo eccetera. Molte arti interne, prima disprezzate, sono state fatte conoscere. Il Kyusho Jitsu è uscito dalla “clandestinità” in Europa e Sudamerica diventando un fenomeno controverso grazie ai nostri articoli.

L’applicazione delle arti marziali in ambito poliziesco e militare ha trovato per la prima volta uno spazio rilevante in una rivista di arti marziali. Il Krav Maga, il Kapap, il SOG e tante altre discipline sono cresciute in modo esponenziale al ritmo delle nostre pubblicazioni. Un intero settore ingiustamente emarginato è stato reintegrato al suo giusto posto come arte marziale.

Sopra: Con José María Sánchez Barrio ad Ávila Un vero genio! Riflettendo sulla natura dell'acqua nelle pozze di Burgohondo, senza dubbio uno dei miei luoghi preferiti. Sotto: al mio compleanno ad Alpedrete; in quegli anni José María, Estables ed io vivevamo uno accanto all’altro.
A sinistra: il giorno in cui ho conosciuto il mio insegnante appena arrivato dal Brasile, 25 maggio 2006. Il giorno del mio compleanno! In alto: anni dopo, mentre ricevo il mio diploma di Shidoshi dalle mani di Shidoshi Jordan Augusto.

Non sono stati pochi i nomi che hanno trovato nella nostra rivista l’eco che li ha resi famosi. Il Wing Tsun, minoritario al di fuori della Germania, ha fatto un salto di qualità con Victor Gutierrez ed Emin Boztepe sulle nostre copertine. Lo stesso Kaiser del Wing Tsun, il GM Keith Kernspecht, ha stipulato un accordo di cooperazione con BUDO, che prevedeva un inserto mensile di 16 pagine nelle nostre riviste, “WT International”, durato diversi anni, portando il Wing Tsun (Wing Chun) a diventare il fenomeno di massa che è oggi.

Tutto ciò è stato arricchito da un preziosissimo materiale audiovisivo che abbiamo iniziato a registrare in video e che anni dopo sarebbe diventato un archivio eccezionale di quasi 1.000 produzioni video. Abbiamo pubblicato contemporaneamente più di 200 titoli in libri in diverse lingue e la rivista è arrivata a essere pubblicata fino a 12 lingue ogni mese, anche se alcune di esse sono state esperienze più o meno fugaci: turco, croato, ecc... e altre più durature come il cinese mandarino, il cinese moderno, il russo, il giapponese, ecc., che hanno rappresentato un salto quantico per quanto riguarda le comunicazioni nel settore marziale.

Abbiamo realizzato due programmi documentari per la Universal Pictures che hanno riscosso un grande successo. L'enorme produzione di materiali e lavoro ha portato a riunire un gruppo considerevole di persone che lavoravano nei nostri uffici: traduttori, impaginatori, fotografi, editori... Inizialmente in affitto, abbiamo occupato sedi sempre più grandi e arrivò un momento in cui trovai un terreno straordinario in cima a una collina, con lo skyline di Madrid ai piedi, a Valdemorillo. A quel tempo vivevo già nella sierra di Madrid, lontano dal frastuono del mondo, e decisi di costruire lì degli uffici su misura per soddisfare le nostre esigenze, con uno studio completamente insonorizzato e quattro piani

A sinistra: in alto il gruppo di investitori di Budo América.

Sotto: Maurice Elmalem, Cynthia Rothrock e altri partecipanti a un grande evento a Madrid con 20.000 spettatori.

Sotto: il giorno in cui ho conosciuto il colonnello Sanchis mentre costruivamo i nostri uffici; la sua presenza è stata fondamentale per dare il via all'idea di realizzare l'edizione nordamericana.

Gli uffici di Budo a Valdemorillo. Quattro meravigliosi piani dedicati al nostro impegno, un esempio di straordinaria creatività e design (Tomás de Santiago, architetto), in cui si percepiva l’incontro tra Oriente e Occidente che stava alla base del nostro progetto di comunicazione. Lo studio insonorizzato sotterraneo era un enorme bunker dove abbiamo registrato centinaia di video e scattato moltissime foto. Hatsumi, quando ci ha fatto visita, ha espresso a voce alta ciò che molti altri hanno detto o taciuto. “Mai in vita mia una rivista di arti marziali in tutto il mondo mi ha mostrato una professionalità simile!

coronati da una bellissima pagoda di ispirazione giapponese. Il mio ufficio personale era coronato da un giardino Zen pieno di bambù, jacaranda, pietre e bellissimi fiori.

Avevamo ampliato e diversificato la nostra attività e una parte non trascurabile di questo processo fu la decisione di aprire un negozio in un locale di proprietà della mia famiglia nel centro di Madrid. A tal fine strinsi rapporti con FUJI e la famiglia Servent, rapporti che durarono molti anni. A quel tempo Budo International era un'azienda completa nel settore delle arti marziali: vendeva kimono, armi, pubblicava video, libri e una rivista. Nel negozio il mio socio, Estanislao Cortés, si occupava di quel reparto: vendevamo tutto questo.

Il successo di questo sistema ci ha portato a concederlo in franchising in altri paesi. Perché no? L’Europa era sotto il nostro controllo e quello dei nostri partner: JUTTE sport in Italia, FUJI in Francia, Billen in Germania, ecc. La nostra edizione in inglese era arrivata persino in Gran Bretagna (Black Belt UK); l’isola è sempre stata e sarà sempre un caso a sé stante in Europa e anche in questo settore; tutto sembrava indicare che non ci fosse alcun motivo per cui il grande mercato mondiale, gli Stati Uniti d’America, dovesse resisterci. Per un obiettivo così grande, riunii un gruppo di amici e Maestri di grande successo e interessati ad espandersi lì; Maestri che avevano già sperimentato in prima persona un successo internazionale senza precedenti associandosi alla rivista. Così abbiamo creato Budo International USA apportando il know-how e un capitale iniziale importante per realizzare quel sogno.

Fu in quel momento, e tramite l’allora colonnello Sanchís (oggi generale), che conobbi Maurice Elmalem; insieme a loro due, Marco de Cesaris, la professoressa Lilla Distefanno, Sifu Paolo Cangelosi, Sifu Victor Gutiérrez e Joaquín Almería, ci avventurammo nell’avvio della stampa e della distribuzione negli Stati Uniti di Budo International America.

Nonostante il prodotto fosse stato accolto molto bene dagli esperti, la verità è che siamo arrivati sul mercato delle riviste nel momento peggiore possibile. I dati di vendita del numero uno arrivarono solo parzialmente poco prima di dare l’ordine di stampa del numero due, ma erano tanto positivi quanto assurdi, il che mi portò a ridurre drasticamente la tiratura, fattore che ci permise in seguito di andare avanti per diversi anni.

Nessuno lo sapeva allora, poiché le distributrici lo tenevano ben nascosto, ma i punti vendita che un tempo controllavano le distributrici si erano chiusi in modo esponenziale. Questo, unito all’enorme territorio di quel paese, dava cifre disastrose che cercavano di nascondere. Era il periodo in cui le distributrici avevano perso tutto il loro potere; non disponevano più, come un tempo, di punti vendita efficienti, poiché erano sorti centri specializzati, del tipo “Barnes & Noble”, dove non solo sceglievano cosa mettere sugli scaffali, ma ti facevano pagare in anticipo per il semplice uso dello spazio espositivo!

Le case di distribuzione cominciarono a fallire e a diventare superflue, il mercato era cambiato completamente e noi ci trovammo nel mezzo di quella trasformazione. Un viaggio negli Stati Uniti mise in luce questi aspetti e facemmo un secondo sforzo collettivo per cercare di dare seguito al progetto. Tutti i soci hanno risposto all’appello. Nel frattempo abbiamo trasferito la sede da Las Vegas a New York e Maurice ha fatto un coraggioso passo avanti, occupandosi della vendita di video dai suoi uffici nel Bronx. Insieme, Maurice ed io, abbiamo tenuto in piedi il progetto per diversi anni, con sacrifici e sopportando perdite, finché non è diventato chiaro che non si poteva andare avanti. In quel periodo Internet entrava in scena come un elefante in un negozio di porcellane. Quel nuovo paradigma finì per dare il colpo di grazia al sistema di distribuzione delle riviste cartacee negli Stati Uniti e,

All’Accademia di Polizia di New York, con la quale abbiamo intrattenuto un magnifico rapporto, specialmente dopo gli attacchi dell’11 settembre, dove mi hanno onorato in vari modi e con i cui membri mantengo ancora oggi una stretta amicizia.

sebbene in Europa funzionassero ancora, cominciavano a mostrare seri segni di debolezza. Dato che venivo dal futuro (gli Stati Uniti), ho adottato le misure adeguate nella nostra attività nel Vecchio Continente e ho iniziato ad adeguarmi in Spagna; per due anni, abbiamo pubblicato la rivista online un mese e in edicola il mese successivo. Dato che non eravamo solo editori, ma anche i nostri principali inserzionisti, potevamo verificare l’incidenza dell’una e dell’altra sulle vendite dei prodotti per effettuare confronti.

Due anni sono stati sufficienti per constatare che il cambiamento di paradigma non parlava di un futuro da venire, ma di un presente ormai consolidato. Nei mesi online siamo arrivati a raddoppiare le vendite dei nostri prodotti rispetto ai mesi cartacei e, nonostante il naturale attaccamento che si aveva al nobile supporto della carta, ho deciso che era ora di fare il salto completo verso le nuove tecnologie, mentre osservavo i nostri concorrenti affogare poco a poco in una battaglia persa. La crisi del 2008 ha accelerato le decisioni.

Nelle pagine seguenti foto con alcuni dei tantissimi Maestri con cui abbiamo lavorato per quarant’anni, più di 800 video, 200 libri, innumerevoli articoli. Non ci sono tutti, sarebbe impossibile, ho solo selezionato a caso alcune delle foto; che mi perdonino coloro che non sono presenti, non per questo sono meno importanti per me!

L'evoluzione delle tecnologie ha ridotto sia il fabbisogno di personale, sia quello di uno spazio dedicato alla produzione della rivista. Un cellulare da 1.000 euro offriva una qualità superiore rispetto alle nostre vecchie fotocamere professionali che costavano 10.000! La sede di Budo non era più necessaria e la crisi economica dei mutui subprime ha finito per mettere le cose al loro posto. Il mio socio si è ammalato e non poteva più occuparsi del negozio, Fuji ha preso il testimone. Ho venduto gli uffici, la mia casa e, con pochi bagagli, dopo aver conosciu-

to la mia attuale moglie, mi sono trasferito a Valencia.

La fase digitale ha portato molte cose positive, poiché abbiamo accompagnato il cambiamento con successo, superando il milione di lettori: la rivista, quando era cartacea, non aveva mai raggiunto cifre simili!

Ci siamo impegnati intensamente in questo nuovo periodo. Abbiamo costruito un sito web impressionante, tradotto in 9 lingue, e ci siamo concentrati sulle nostre competenze principali: la vendita di video e libri. Il nostro canale YouTube

ha raggiunto i 112.000 iscritti e abbiamo persino avviato nuovi linguaggi.

Con Internet il consumo di informazioni si è accelerato a tal punto che siamo passati dal realizzare una rivista mensile a realizzarne una quinquennale! Il mio lavoro personale si è moltiplicato; Internet era un mostro che doveva essere alimentato continuamente. Facebook… i social network, è lì che ci siamo scontrati con la Chiesa, Sancho! La superficialità dei media attuali non si sposava con l’idea di ciò che

è marziale, e la nostra attività, incentrata sulla vendita di video e libri, non aveva tra quelle persone, di solito giovanissimi, il suo target principale.

Il tempo passa e, con il suo scorrere, si cambia. Alcuni cicli si chiudono, altri si aprono. A 66 anni culmina per me un'intera fase. Il mio caro amico, il colonnello Ramos Alcaraz, diceva che i grandi guerrieri non muoiono, ma scompaiono confondendosi con l'orizzonte.

In questa fase passo il testimone imprenditoriale a Maurice,

ma rimarrò al suo fianco, dando seguito a questa nuova etapa ma senza le pesanti responsabilità del quotidiano dell'imprenditore.

José María Sánchez Barrio parlava di “fase quattro”, il tempo in cui, preparandoci al ritorno al tutto, entriamo prevalentemente verso l’interno.

Fray Luis de León ce lo ha detto con bellezza e cura: Che vita serena quella di chi fugge dal rumore del mondo,

e segue il sentiero nascosto, per dove sono passati i pochi saggi che nel mondo sono stati; Tuttavia, e così ho promesso, sarò qui, come un tempo, a vostra disposizione. La rivista continuerà come prima, con la stessa redazione; la mia rubrica non mancherà, ora con una nuova denominazione, ma i lavori, i meandri e le vicissitudini imprenditoriali non occuperanno più il mio tempo, né turberanno il mio sonno.

Il Maestro Maurice arriva pieno di entusiasmo, di idee e di energia per portare avanti la rivista, specialmente negli Stati Uniti dove ha già moltissimi lettori. Sono ormai anni che il mio slancio si è esaurito; quando le cose non brillano più per te è il momento di fare un passo di lato, cedere il timone e seguire un altro nuovo sentiero che abbia un cuore.

Tuttavia, l’importante non è tanto come si entra nelle cose, ma come se ne esce… altri orizzonti mi chiamano con ardore. Dal 2006, anno in cui ho conosciuto il mio maestro di ebunto Shidoshi Jordan Augusto, che mi ha insegnato tutto ciò che so sulla materia, specialmente voi che mi seguite più da vicino, conoscete la mia dedizione

alla sua diffusione e al suo insegnamento.

Quattro anni fa ho avviato una piccola scuola per dare seguito a qualcosa di molto più grande di me, sempre nella modestia della mia conoscenza della materia, ma con cuore, entusiasmo e una determinazione crescenti. Probabilmente dedicherò gli anni che mi restano prevalentemente a questa materia, ma chissà… almeno così sembrano indicare tutti i segnali. Il destino, che è tanto testardo quanto paradossale, si inclina con forza in questa direzione; lo si capisce quando tutto scorre, e quando l’interno e l’esterno si corrispondono e scorrono naturalmente senza grandi tensioni.

Maurice è un buon amico, arriva a questa posizione per amore, non per avidità, poiché la fortuna gli ha sorriso nella vita ed è un architetto e costruttore di grande successo. Nessuno meglio di lui per occupare quella posizione che oggi abbandono. Così, ancora una volta, rispettiamo il precetto ermetico: «Affinché nulla cambi, tutto deve cambiare!» E in questo modo l’avventura continua.

Rileggendo questo testo penso: a chi può interessare questa piccola storia? Le cose accadono, i ricordi se ne vanno con il vento; nessuno di noi è importante e tuttavia, siamo tutti necessari nel grande gioco del cambiamento. Mi è stato insegnato, tuttavia, che bisogna chiudere i cicli con

dei gesti; questo piccolo ricordo, estratto o riassunto (che mi perdonino i molti che ho tralasciato), è il mio brindisi al sole, sia per tirarlo fuori, sia affinché possa essere utile a chi ne fosse interessato, e con ciò, lasciando traccia, archiviare definitivamente la questione.

Non mi rivendico, né mi faccio i complimenti. I risultati qui raccontati sono stati importanti per me al momento; ora non lo sono più, perché dopo ogni capote caricata, il toro scopre che una volta rotta la carica, dopo l’inganno, non c’è nulla, solo la spinta che dall’interno gli graffia le viscere, la sua natura, per andare avanti… finché il corpo regge. Per fortuna, in molte cose siamo toreri e possiamo decidere

quando cambiare le sorti e uccidere il toro. Se ora uscirò dalla porta grande o meno, lo deciderà il tempo; in ciò che ho azzeccato, in ciò che ho sbagliato, le differenze si dissolvono nella distanza e nel tempo… finita la funzione, il sipario cala, spetta al pubblico dare il suo verdetto.

Il figlio dell'uomo sono le sue azioni; ciò che consuma l'uomo sono i suoi sogni; il sogno del Budo mi ha consumato e ora mi sputa addosso, perché da tempo ha smesso di essere il mio sogno. Ci sono rimasto per disciplina, per onore, poiché da tempo non lo faccio per necessità, ma, se lo è, per me sì, quella di compiere la mia parte in questo mio destino assegnato.

Ringrazio tutti coloro che mi hanno aiutato nel mio impegno e anche coloro che mi hanno sfidato o contrastato lungo il cammino; grazie a loro sono cresciuto e sono riuscito ad andare oltre me stesso. L'eredità non è più proprietà di chi l'ha creata, ma di chi la utilizza; vi lascio le cose, i video, i libri, le riviste carta-

cee o digitali. So che molti cuori e molte vite sono stati toccati da questo insieme di comunicazioni e questa è la cosa più importante, perché a loro volta hanno commosso altre persone e il messaggio era buono, cristallino, positivo.

Legioni di spiriti e persone sono rimaste soddisfatte di tutto questo; altre non tanto… che ci si può fare, non si può accontentare tutti! Uno ha fatto ciò che ha potuto, secondo la propria natura, secondo le proprie leali conoscenze e con i mezzi a sua disposizione.

Molti notai attesteranno quanto qui scritto, e alcuni “otari” racconteranno la storia a modo loro. Ne hanno tutto il diritto! Ma chi oggi scrive e pubblica qui è il vostro servitore; a chi non piace, pazienza! La mia posizione nel settore non mi interessa più da tempo; sto giocando in altri campionati e a un altro gioco, e da lì ho compreso l’importanza di chiudere bene i cicli, quindi Alfredo! Non facciamo più onde!

La verità è che non mi resta più nulla in sospeso; non porto rancore, né nutro alcuna vendetta nascosta. Accolgo l’esperienza per quello che è stata e, con sincera gratitudine, guardo e ammiro la fortuna che mi è toccata nel ricoprire un ruolo di rilievo, in un mondo che ho saputo apprezzare, per quanto (e non sembra un evento isolato nella mia esistenza) non sia stato qualcosa di cercato. Quel distacco che ne deriva, alcuni lo interpretano come altezzosità, arroganza o superbia, ma la verità è che dietro a tutto ciò c'è solo un ragazzino serio, un bravo ragazzo responsabile, a cui viene affidato qualcosa da fare, e lui lo fa... nel miglior

modo possibile. La vita è qualcosa di straordinario, bisogna solo cercare di non essere un completo idiota!

C'è una particolare eleganza in quell'immagine del cowboy che si perde lentamente all'orizzonte, verso il tramonto... come lui, me ne vado, ma resto, impresso nella retina del pubblico, in quella lenta transizione, fino a quando non arriverà quella definitiva (Dio non voglia che sia troppo pres-

to!), in cui appariranno impresse le lettere: The End. Fino ad allora, vostro servitore, continuerò come “emerito”, “fondatore” o “Vescovo onorario”, metteteci voi il cognome che volete, e tranquilli, perché Maurice ha preso il testimone, per questo gli dico: Grazie amico! E grazie a tutti voi amici per avermi accompagnato!

In questi ultimi anni, in innumerevoli occasioni e in vari contesti, Shidoshi Alfredo Tucci ha diffuso l’Ebunto e diretto un ciclo di conferenze Oriente in Occidente, presso il centro culturale “La Malagueta” di Malaga e nei congressi sul benessere della CADENA SER in tutta la Spagna.

Intervista a Maurice Elmalem, nuovo CEO di Budo Max USA, e Alfredo Tucci.

B.I.: Un momento importante nella storia della rivista, vero?

Alfredo Tucci: Senza dubbio! Le cose nascono, si evolvono e crescono, poi si stabilizzano e iniziano a declinare. È la legge della natura. L'unico modo per evitare che decaano è, come recita il proverbio giapponese: «Quando raggiungi la vetta, continua a salire»; per questo deve esserci una rinascita e questa, in un modo o nell'altro, implica sempre prima una morte, una fine. L'uomo saggio deve leggere le circostanze, i cicli e agire di conseguenza. Non vado ancora in pensione, ma devo prepararmi alla fase successiva ed è da qui che deriva questo significativo cambio al timone della nave.

B.I.: Perché il Gran Maestro Elmalem?

Alfredo Tucci: È semplice, abbiamo una storia in comune, ci conosciamo bene; abbiamo lottato insieme in circostanze avverse quando siamo arrivati negli Stati Uniti ed è proprio nelle avversità che si conoscono le persone.

Maurice è un vero appassionato di arti marziali. Lungi dal viverci (è un imprenditore e costruttore di grandissimo successo a New York), le ha considerate per quello che sono: una fonte di crescita personale e di valori interiori, salute e carattere. Siamo completamente d'accordo su questo! Questo gli dà una libertà straordinaria per non trattare la rivista come un semplice business, ma come ciò che è sempre stata, uno strumento di comunicazione in un'era di profonde trasformazioni del settore, un faro, una guida che valorizza l'antico senza sminuire il nuovo, dando il giusto valore a ogni cosa.

Maurice porta inoltre idee fresche e questo è sempre positivo; inoltre, nel corso della sua vita ha sviluppato molti contatti nel settore negli Stati Uniti e in tutto il mondo e, naturalmente, Budo International, in un modo o nell’altro, essendo situata in Europa, ha sempre agito facendo pendere l’ago della bilancia verso il vecchio continente.

Maurice Elmalem: Conosco molto bene Alfredo Tucci, se così non fosse non avrei mai fatto questo passo; lui continuerà a occuparsi della rivista, ma io spero di portare grandi nomi dagli Stati Uniti, miei amici personali che sono grandi attori o artisti marziali e giovani promesse che stanno avendo successo lì e che qui in Europa non conoscete. È una nuova fase in cui siamo aperti a nuove persone,

maestri che non hanno ancora lavorato con noi, organizzazioni che conosco e che sono entusiaste dell’idea.

B.I.: Lei ha organizzato due delle Hall of Fame più memorabili della storia in America. Ce ne saranno altre?

Maurice Elmalem: Sicuramente sì, perché è giunto il momento di organizzare un altro evento, e molte altre cose! Da tempo mi chiedono di riproporlo coloro che ne hanno fatto parte. Ma prima c’è molto lavoro da fare. Abbiamo già allestito i nostri uffici a New York, nuovi numeri di telefono, e stiamo ultimando lo studio per registrare lì.

Voglio portare celebrità di altri sport e del cinema legate alle arti marziali, e persone e amici con cui ho lavorato; grandi

nomi come Keanu Reeves, Randy Couture, Bill Wallace, Chuck Zito, Benny “the Jet” Urquidez, Michael Jay White, Westley Snipes, Arnold Schwarzenegger, Shannon Lee, Kevin Sorbo, Cynthia Rothrock, Don Wilson, Ray Mercer, Carlos Machado, Dolph Lundgren, Billy Blanks e molti altri.

B.I.: Dopo quasi quarant’anni di rivista, cosa si aspetta per i prossimi anni?

Alfredo Tucci: Le arti marziali sono eterne, ma la loro interpretazione (al di là delle mode) è qualcosa che, pur adattandosi, rimane nel tempo.

La comunicazione e i suoi mezzi stanno vivendo tempi rivoluzionari. Nessuno può sapere dove andranno nei prossimi anni, ma ciò che è certo è che i grandi nomi e i maestri che

lavorano e hanno realizzato quasi 1000 video con noi, hanno lasciato un'eredità eterna, perché in qualsiasi momento, un uomo avrà solo due braccia e due gambe articolate e questo non cambierà! Con questo si lavorerà sempre nel combattimento e nell'autodifesa.

Conosco Maurice da molti anni. Sono sicuro che saprà trovare delle risposte a queste nuove situazioni. È un uomo di successo, perché è capace di vedere opportunità dove altri vedono problemi.

La cosa più ammirevole di questo passo che sta compiendo è che lo fa con il cuore. Non ha bisogno di questo per fare soldi, ma essendo un grande imprenditore lo farà, perché in modo naturale individua e interpreta le necessità del momento: tutto ciò che tocca si trasforma in oro.

Ci sono molti giovani che ancora non ci conoscono, perché c'è stato un cambio generazionale. Maurice, che ha dei nipoti, è molto entusiasta di raggiungere loro e ha grandi idee per i social network ecc... Tutto ciò contribuirà a completare aspetti che non abbiamo curato in passato, concentrandoci sulle nostre competenze centrali, persone professionali di questo settore, interessate a imparare dai migliori e ad avere accesso a informazioni verificate, invece che a video “gratuiti” che insegnano tecniche non collaudate. È un settore che però va curato, perché queste persone sono il futuro, senza però dimenticare i nostri clienti e amici che hanno sostenuto questo progetto in tutti questi anni. Aggiungere, anziché togliere, ciò che di buono già esiste.

Maurice Elmalem.: Alfredo ha ragione, c'è molto da fare in questo ambito. Ci sono giovani incredibili. Proprio questo fine settimana sono stato all’Ocean State National Championship a Rhode Island di Don Rodríguez, come ogni anno, e ho visto alcuni giovani motivati e straordinari. Tutte queste persone possono ampliare i propri orizzonti semplicemente lavorando con noi; siamo l’unica testata americana ed europea che può essere letta in tutto il mondo e che ha il prestigio e l’esperienza sufficienti per affrontare questa sfida.

Confido che faremo il necessario. Sono a vostra disposizione a questo nuovo indirizzo email: info@budomaxintl.com e a questo numero di telefono: 001 7186527100. La società Budo Max International LLC da questo mese di maggio sarà al timone, ma a livello operativo, per quanto riguarda la produzione della rivista, il mio amico Alfredo Tucci continuerà a occuparsene.

Abbiamo dedicato un'intera settimana chiusi insieme a pianificare questa nuova fase a casa di Alfredo a Valencia. Abbiamo goduto di ore e ore di bel tempo, chiacchierate dopo un tuffo in piscina, durante gli aperitivi, al calar della sera… È stato molto piacevole e allo stesso tempo intenso. L'intesa c'è. È come se non fosse passato il tempo dal nostro ultimo incontro.

Alfredo Tucci: Maurice è stato molto affettuoso nell'affrontare l'intera questione. È un uomo d'affari tosto, un newyorkese doc! Ha gestito il suo ristorante con grande successo così come costruisce edifici di 80 piani... la cosa fantastica di lui è che non perde mai di vista la nostra storia comune. Per entrambi le arti marziali sono qualcosa di personale, con dei valori... Inoltre siamo persone mature e condividiamo entrambi un amore comune per l'arte, e quella sensibilità speciale cambia tutto.

Maurice realizza meravigliose opere d'arte con le farfalle, dipinge e progetta spazi e edifici incredibili. Tutti conoscono il mio lato artistico, quindi possiamo dire che l'amore per l'Arte, comprese le Arti Marziali, è allo stesso tempo il carburante e l'olio di questa relazione.

Lavoreremo insieme affinché questa nuova fase ci porti molte gioie e sempre con questo spirito di servizio alla comunità marziale.

Maurice Elmalem: Sinceramente, se non fosse stato per Alfredo al mio fianco, non avrei mai fatto questo passo. Non ho bisogno di nulla di tutto questo dal punto di vista economico, ma quando mi dedico a qualcosa, mi ci dedico! Non so fare le cose in altro modo!

Alfredo Tucci: Maurice è un uomo d’azione! Ha portato un sacco di idee fantastiche, nuove iniziative. È ciò di cui Budo ha bisogno in questa nuova fase.

Maurice Elmalem: L’esperienza quarantennale di Alfredo è indispensabile; molte delle cose a cui avevo pensato, in un modo o nell’altro, erano già state provate. La prospettiva data dall’esperienza è sempre essenziale. Altre, invece, sono arrivate come una ventata di freschezza...

Alfredo Tucci: Sì, ci sono punti di vista e idee geniali a cui non avevamo nemmeno pensato. Bisogna anche considerare che il fatto che Maurice sia negli Stati Uniti gli offre molti vantaggi operativi nei rapporti con aziende come Amazon, YouTube, ecc... poiché queste offrono alle aziende nordamericane un trattamento preferenziale che noi europei non abbiamo...

Maurice Elmalem: Voglio portare sulla rivista grandi nomi d'America, che arricchiranno la linea editoriale, e continueremo a contare sulle grandi firme che hanno reso possibile la rivista e che non sono solo amici di Alfredo ma anche miei, come Paolo Cangelosi, Jordan Augusto, Marco de Cesaris, Taejoon Lee, Salvatore Oliva, Avi Nardia, ecc...

Avvicinare persone che amano le arti marziali e che sono famose in tutto il mondo, ampliando la gamma di contenuti con attori, pugili, la maggior parte dei quali sono miei amici e saranno felici di far parte di questo progetto.

Alfredo Tucci: In quarant'anni non sono mai stato sulla copertina della rivista! È una sensazione strana, ma l'anniversario merita di dare risalto all'evento (ride). Tu invece ci sei stato, e più di una volta! Ricordo quando abbiamo scattato la foto della tua rottura del vetro in studio per il tuo record Guinness UF… Avevamo una sola possibilità! Che foto!

Maurice Elmalem: Sì! Lì si è visto che sapevamo essere sincronizzati noi due!

È proprio questa l'idea! Con questo spirito intraprendiamo l'avventura di questa nuova fase. Ora è il momento delle nuove generazioni, affinché anche loro possano realizzare i propri sogni, come abbiamo fatto noi.

Alfredo Tucci: Amen!

Maurice Elmalem, premiato da Marquis Who’s Who per i suoi successi nell’architettura e nel design

Maurice Elmalem è un innovativo imprenditore e promotore immobiliare

BRONX, New York. Maurice Elmalem è stato inserito in Marquis Who’s Who. Come in tutti i volumi biografici di Marquis Who’s Who, le persone che vi compaiono sono selezionate in base al loro attuale valore di riferimento. Durante il processo di selezione vengono presi in considerazione fattori quali la posizione ricoperta, i risultati di rilievo, la visibilità e la notorietà in un determinato settore.

Il signor Elmalem è presidente della Maurice Contractors and Designers Inc. Real Estate Developers, una società da lui fondata nel 1986 in qualità di appaltatore generale e architetto. Il signor Elmalem acquista attivamente terreni liberi su cui progettare e successivamente costruire condomini, edifici commerciali e abitazioni, e continua a dimostrare una grande passione nel trasformare con maestria le idee dei suoi clienti in realtà.

È noto come brillante progettista architettonico e promotore immobiliare con oltre 500 progetti al suo attivo. Il suo lavoro è guidato dalla sua filosofia secondo cui esiste una relazione significativa tra il design formale e le prestazioni. Il suo approccio si basa su un concetto che stabilisce nuovi standard per il rapporto tra l'ambiente costruito e quello naturale utilizzando i più recenti prodotti architettonici disponibili.

Imprenditore e investitore di spicco con 48 anni di esperienza, tra le sue credenziali figura l'aver lavorato per aziende come Tishman Bros., Helmsley & Spear, Waldorf Palace, le prestigiose gallerie d'arte Royal-Athena di New York, Bloomingdale’s, Citibank, Paragon Honda, Ford, State Farm, Costco, American Tickets, centri benessere e fitness, Nova Optical Labs, centri comunitari VIP, il ristorante New Yorker, farmacie, centri medici, studi legali, studi medici e dentistici, 531 Management LLC, nonché vari nuovi edifici residenziali e locali commerciali a New York. Ha anche collaborato a progetti di ristorazione in qualità di comproprietario e direttore generale del ristorante New Yorker. Inoltre, è proprietario della Zion Film Corporation in Israele e della 531 Management LLC.

Una vasta gamma di interessi diversi è il fattore trainante delle attività personali e professionali del signor Elmalem. Ha seguito la sua passione per l'architettura e il suo amore per l'arte per dedicarsi alla progettazione di strutture e, successivamente, ha acquisito esperienza pratica in un ampio contesto di progetti commerciali. In particolare, il signor Elmalem ha esplorato con entusiasmo diversi segmenti del settore immobiliare alla ricerca di proprietà promettenti, il che si è rivelato fondamentale per la sua attuale iniziativa imprenditoriale.

Maurice è arrivato negli Stati Uniti all'inizio degli anni '70 proveniente dall'Europa ed è cresciuto in una famiglia modesta con un forte background religioso, che lo ha ispirato a essere una persona integra. Molti di coloro che lo ammirano cercano di emularlo. Il signor Elmalem vanta anche risultati accademici eccezionali, tra cui una laurea in Ingegneria e Architettura presso la Columbia University. Ha completato corsi di cinematografia, interior design e edilizia generale. Il profilo del signor Elmalem è ulteriormente definito dalle sue credenziali distintive, che includono l'abilitazione come architetto nello Stato di New York e la certificazione di formazione continua della Pace University.

Il signor Elmalem è un rinomato esperto di arti marziali la cui esibizione ha fatto scalpore alle Olimpiadi del 1976 e del 1988. Inoltre, è sette volte campione del mondo e detiene otto record mondiali Guinness, ed è stato onorato che la sua storia ispiratrice sia stata presentata nei programmi di David Letterman e Jay Leno. Le sue abilità nel combattimento e nella break dance sono state documentate nel Guinness dei primati, sotto gli occhi di milioni di persone in tutto il mondo attraverso la trasmissione televisiva in diretta su Channel 5, ABC Wide World of Sports, Fox 5, Discovery, MSG Network, Chanel Plus, la televisione italiana e spagnola, Spike TV, Telemundo TV, ESPN, Ohio TV, Bronx TV, Joe Franklyn, Channel 9, Channel 12 e Johnny Carson. Si è esibito in spettacoli dal vivo al Madison Square Garden, al Nassau Coliseum, allo Studio 54, all’Apollo Theatre, alla Gleason Gym e alla Carnegie Hall. Ha partecipato a due Olimpiadi e a tre Giochi Maccabi di Israele. Il signor Elmalem condivide la sua profonda conoscenza dello sport per motivare gli altri attraverso programmi di educazione fisica e seminari di autodifesa in tutto il mondo.

Tra i vari interessi del signor Elmalem figurano attività creative come la pittura, la musica, la scrittura e l’arte delle farfalle. È stato inoltre orgoglioso di collaborare con Zubin Mehta, un famoso direttore d'orchestra attivo in Israele. Il signor Elmalem si è distinto come consulente di esperti nei film «Karate Kid», «Paying Mr. McGetty», «The Martial Arts Kid» e «Champions of the Deep». È stato attore e produttore esecutivo del film «Black Creek», di prossima uscita. Numerosi riconoscimenti hanno segnato le tappe fondamentali della carriera del signor Elmalem. È lieto di essere apparso su diverse riviste prestigiose; inoltre, è estremamente orgoglioso dei suoi successi nelle arti marziali. Attribuisce il suo successo all’impegno nel servire gli altri e nel collaborare strettamente con loro sia a livello personale che professionale. Si dedica inoltre con entusiasmo alla filantropia, attraverso la quale il signor Elmalem esercita costantemente un impatto positivo sugli altri.

È stato insignito dei Premi Presidenziali dello Sport del 1993, consegnati dal presidente Bill Clinton e da Arnold Schwarzenegger. È stato inserito in oltre 250 Hall of Fame in tutto il mondo. È conosciuto come l'Architetto delle Arti Marziali, Houdini, Uomo del Rinascimento e il più grande temerario delle arti marziali campione del mondo, per i suoi infiniti talenti, non solo nelle arti marziali, ma anche nella sua visione e nella sua attività di costruzione architettonica. Nel settembre 2000, dopo la sua esibizione all’Oriental World of Self Defense al Madison Square Garden di New York, la star del cinema Chuck Norris gli ha consegnato la cintura di campione del mondo, su cui era inciso «World Extreme Daredevil Champion», e gli ha detto: «Signor Elmalem, lei è un grande campione».

Nel 2006, il signor Elmalem ha vinto la cintura di «Migliore dei Migliori» all’Arnold Sports Festival in Ohio, organizzato dal governatore Arnold Schwarzenegger. La sua carriera nelle arti marziali abbraccia cinque decenni.

Grazie ai suoi eccellenti voti a scuola e al suo alto quoziente intellettivo, ha ottenuto e sperimentato molto nella sua vita. È apparso più volte nella lista “Who’s Who in the East” per il suo eccezionale contributo alla progettazione architettonica nel 1999 ed è stato scelto tra i 400 migliori appaltatori generali degli Stati Uniti dalla rivista Engineering Report. Il GM Maurice è stato inserito nello Sports Karate Museum di Houston, in Texas, e nel Martial Arts History Museum di Burbank, in California, nel 2015 come uno dei leader più rispettati della comunità delle arti marziali. È stato ospite d’onore dei governi di Corea, Isole Cayman, Israele, Francia, Spagna, Canada, Italia e Stati Uniti. È stato insignito del prestigioso premio della Hall of Fame di Bruce Lee 2018 in Ohio. Nel 2022 e nel 2023, lui e la sua azienda sono stati nominati per il premio «Best of 2023 Hall of Fame Bronx Award Program». È autore, produttore di quattro film e di oltre 40 DVD, imprenditore ed editore della rivista Budo Martial Arts Magazine.

Guardando al futuro, il signor Elmalem intende dare priorità alla sua salute e al suo benessere, continuando a viaggiare, dedicandosi alle produzioni cinematografiche e all'esplorazione culturale per ampliare le sue prospettive, godersi la musica, perseguire le sue aspirazioni creative nell'arte e partecipare alle attività familiari. È entusiasta di lasciare un'eredità produttiva alle future generazioni, cosa che il signor Elmalem garantirà scrivendo e pubblicando altri libri su salute, poesia e sport, oltre a romanzi.

Le pietre costruiscono muri, fondamenta e ponti

di Patrick McCarthy Okinawa, Giappone

C'è una splendida citazione del matematico del XIX secolo Henri Poincaré: «La scienza si fonda sui fatti, proprio come una casa si costruisce con le pietre; tuttavia, la semplice raccolta di fatti non è più scienza di quanto un mucchio di pietre sia una casa». La logica e la semplicità di Poincaré mi colpirono profondamente mentre cercavo di affrontare il problema dell’apprendimento e della raccolta indiscriminata di kata, invece di comprendere realmente la scienza dell’applicazione su cui erano costruiti. Quando resi pubblici i risultati dei miei studi personali all’inizio degli anni ’90, mi piovvero addosso montagne di pietre per il solo fatto di aver messo in discussione quella che allora era considerata una verità accettata. Sebbene per molti sembri un argomento dimenticato, e una storia deliberatamente ignorata da alcuni, continuo ad essere orgoglioso di aver guidato un movimento i cui sforzi hanno contribuito a spianare la strada a ciò che oggi è considerato normale.

Verticale contro orizzontale

Voglio mettere in chiaro che non mi sono mai opposto alla gerarchia verticale — il paradigma tradizionale dell’autorità posizionale e la mentalità del «fai come ti dicono» che la accompagna —, ma ho sempre preferito le relazioni strutturate orizzontalmente. All’inizio della mia carriera ho avuto la fortuna di imparare che la trasparenza, il contributo reciproco e la responsabilità all’interno di un team di leader esperti sono ciò che funziona meglio per me. Questo è particolarmente vero quando non tutti la pensano allo stesso modo su una stessa questione. La fusione tra la scienza moderna e le arti marziali ha contribuito a ridefinire la tradizione e a rafforzare il suo percorso di trasformazione. Trattandosi di un settore multidimensionale, gli appassionati di oggi si sentono molto più a loro agio nell’adottare un pensiero asimmetrico per accelerare la loro pratica e il loro apprendimento.

Riflessione

Guardando indietro, la prima volta che ho vinto una competizione da giovane, ho provato l'euforia della vittoria, ma mi sentivo a disagio nell'essere al centro dell'attenzione. Giovane e ingenuo, non riuscivo a capire perché la mia cerchia di amici avesse iniziato a comportarsi in modo strano e a trattarmi in modo diverso. Questo tipo di comportamento sarebbe continuato per tutta la mia carriera agonistica e, per molti versi, per gran parte della mia vita. Ho capito che ciò era dovuto in gran parte al fatto che mi sentivo istintivamente attratto dalle sfide, che continuavo ad avere una curiosità insaziabile e che non sentivo mai il bisogno di cercare l'approvazione o la conferma degli altri. Diventare un atleta agonista è stato l'inizio. Fondare un dojo è stato un altro punto di svolta, così come scrivere il mio primo libro. Ricevere premi e pubblicità ha ampliato ulteriormente la schiera dei critici. Quando sono diventato un editorialista regolare e ho iniziato ad apparire sulle copertine di riviste internazionali di arti marziali, mi ero già abituato alle critiche. Decidendo di sviluppare il mio stile di insegnamento, fondare un'organizzazione e viaggiare per il mondo come istruttore molto richiesto in seminari internazionali, ho finito per capire che i detrattori sono semplicemente parte del percorso verso il successo.

Mi hanno lanciato pietre per gran parte della mia vita e da una grande varietà di direzioni: a partire da rivali competitivi invidiosi e plagiatori, la lista dei critici è cresciuta in modo esponenziale. Fanatici insicuri e attaccati a uno stile, arrabbiati perché ho osato mettere in discussione uno status quo radicato e mai messo in discussione. Allievi con arie di superiorità che si sono sentiti

«Era da molto tempo che riflettevo su cosa fare con le tante pietre che mi hanno lanciato i miei detrattori. Istintivamente, volevo restituirgliele, credendo che ciò mi avrebbe dato una certa soddisfazione. Tuttavia, la parte più sensata di me si è resa conto che una tale ritorsione mi avrebbe solo sminuito e avrebbe portato alla costruzione di ulteriori muri».

scontenti dopo essere stati privati di privilegi speciali o di riconoscimento. Sono stato bersaglio di truffatori, ciarlatani e predatori che, grazie all’aiuto e al sostegno di persone di principio, sono stati da allora smascherati per il loro comportamento poco etico e le loro attività criminali. Tra i peggiori trasgressori ci sono i sociopatici — in particolare la sempre affascinante stirpe dei narcisisti —, un promemoria della rappresaglia che si affronta quando si parla con franchezza e onestà di chi causa danno.

Per molto tempo ho riflettuto su cosa fare con le tante pietre che mi hanno lanciato i miei detrattori. Istintivamente, volevo restituirgliele, credendo che ciò mi avrebbe dato una certa soddisfazione. Tuttavia, la parte migliore di me si è resa conto che una tale vendetta mi avrebbe solo sminuito e avrebbe portato all’innalzamento di ulteriori muri. Ho deciso invece di usare quelle pietre per gettare le fondamenta su cui costruire ponti. Nonostante abbia dovuto dar fuoco ad alcune lungo il percorso — affinché la torcia brillasse più intensamente illuminando la strada davanti a me — è stato un viaggio straordinario. Ho compiuto progressi considerevoli utilizzando la mia piattaforma come forza di unità e come forum per coltivare connessioni tra persone affini alla ricerca di obiettivi comuni. Ciò che ci separa non è mai importante quanto ciò che ci unisce, e un autentico vantaggio reciproco va a beneficio di tutti.

Conclusione

La critica è il prezzo dell'ambizione, e la chiarezza spesso precede il progresso. Gli ostacoli sono garantiti, ma, proprio come le pietre e i muri, possono essere un impedimento o una fonte di ispirazione. L'ambizione può essere una via verso il progresso, e la perseveranza è il veicolo che ti porta lì. Come osservò Confucio, sia chi crede di poterlo fare sia chi crede di non poterlo fare hanno ragione. Puoi osservarmi, deridermi, bloccarmi o unirti a me. Quello che non puoi fare è fermarmi.

Patrick McCarthy

IRKRS — Direttore Okinawa, Giappone

Okinawa

Il Budo, la vita quotidiana in Giappone e lo spirito al di là della tecnica

Il mio ultimo viaggio in Giappone è stato indimenticabile. Tra le tante persone meravigliose che ho rivisto c'era il mio vecchio amico Shmulik Nadlin. Anni fa, mentre ero molto immerso nel kendo e dedicavo la maggior parte del mio tempo e delle mie energie a diventare un kendoka migliore, Shmulik studiava karate Kyokushin. Questa volta, mi ha sorpreso non solo quanto avesse imparato il giapponese, ma anche quanto profondamente si fosse immerso nella comprensione della cultura giapponese. Oggi condivide questa conoscenza con i visitatori del Giappone e scrive spesso sui significati più profondi che si nascondono dietro le tradizioni e la vita quotidiana giapponesi.

Durante una delle nostre conversazioni, Shmulik e io abbiamo parlato di diverse parole giapponesi che sono molto più di semplice vocabolario. Sono modi di vivere. Queste idee mi hanno accompagnato a Okinawa e a Tokyo, dove ho potuto constatare nuovamente quanto le persone siano pazienti le une con le altre.

In molti paesi, la gente si spazientisce rapidamente, suona il clacson dell'auto o reagisce in modo aggressivo quando c'è ressa. In Giappone, la gente semplicemente aspetta. C'è una comprensione silenziosa e un rispetto per gli altri. Una parola che riflette questo spirito è «gaman suru».

Gaman suru ( 我慢する ) significa resistere, perseverare, essere pazienti e tollerare le difficoltà senza lamentarsi. È controllo emotivo, disciplina e forza silenziosa. Non è debolezza. È la capacità di mantenere la calma e la compostezza anche sotto stress.

Questo si può vedere ovunque in Giappone. Forse in nessun altro luogo è più visibile che al famoso incrocio di Shibuya, a Tokyo, dove migliaia di persone attraversano contemporaneamente in quello che sembra un caos totale, eppure tutti si muovono in armonia.

In una delle mie ultime conversazioni con Shmulik, mi ha chiesto cosa ne pensassi della guerra. La mia risposta è stata semplice: torta e buon caffè. Ha riso e ha detto: «Questo è un grande kōan».

Un kōan (公案 ) è una domanda o una storia paradossale utilizzata nel buddismo zen per andare oltre la logica e il pensiero ordinario. Domande come «Qual è il suono di una sola mano che applaude?» non pretendono di avere risposte razionali. Il loro obiettivo è aiutarci a vedere la realtà in modo diverso e a comprendere noi stessi più profondamente.

Per i praticanti di arti marziali, queste idee sono molto importanti. Il budō non è solo tecnica, competizione o difesa personale. Il budō è uno stile di vita.

Questo spirito sarà approfondito durante il ritiro di Okinawa, dal 20 al 24 ottobre, con Hanshi Patrick McCarthy, Kyoshi Borut Kincl e Avi Nardia. Dopo Okinawa, i seminari e i workshop proseguiranno a Tokyo, al MagaGym, dove praticanti di diverse provenienze e sistemi potranno allenarsi insieme ed esplorare non solo le tecniche, ma anche i valori più profondi del budō.

Omotenashi e lo spirito del budo

In Giappone, la parola omotenashi viene spesso tradotta semplicemente come «ospitalità». Tuttavia, il suo vero significato va ben oltre la cortesia o il buon servizio.

Omotenashi è l’arte di anticipare i bisogni di un’altra persona prima che li esprima. È dare sinceramente dal cuore senza aspettarsi nulla in cambio. È rispetto, umiltà, gratitudine e piena attenzione.

Nel dojo, ogni inchino, ogni passo e ogni respiro controllato riflettono l'omotenashi. Il rispetto per lo spazio di allenamento, il maestro, il compagno di allenamento e l'arte stessa sono tutte espressioni di questo principio.

Il maestro che corregge con fermezza ma con giustizia pratica l'omotenashi. Il compagno di allenamento che ti spinge oltre i tuoi limiti, pur rimanendo rispettoso e controllato, pratica l'omotenashi. E l'allievo che accetta la correzione con gratitudine ne pratica la forma più profonda.

Questo è lo spirito del Budō, non solo nel dojo, ma nella vita quotidiana.

SEN NO SEN

先の先

La risposta ancestrale al ciclo OODA: Iniziativa, Ki e il ciclo decisionale nel combattimento

Dove la saggezza del Budō si unisce alla strategia di combattimento moderna

Uno studio su Shin-Gi-Tai: mente, tecnica e corpo

Prologo: Perché le vecchie usanze sono ancora rilevanti

C'è una domanda che tormenta ogni serio studente di arti marziali che studia anche la violenza del mondo moderno: perché il guerriero antico sembrava meglio preparato — non solo fisicamente, ma anche mentalmente e spiritualmente — alla brutalità del combattimento rispetto a molti guerrieri di oggi?

Viviamo in un'era di straordinario allenamento fisico. I combattenti moderni sono più veloci, più forti e in forma come in quasi nessun altro momento della storia. La scienza del fitness, della nutrizione e delle prestazioni sportive ha fatto passi da gigante oltre ciò che qualsiasi samurai o bushi avrebbe potuto immaginare. Eppure, nonostante tutto questo, lo stress posttraumatico e il crollo psicologicodopo il combattimento sono molto diffusi. Nonostante tutto questo, i guerrieri si bloccano sotto pressione, interpretano male le situazioni e non riescono a trovare quella profonda fonte di calma e determinazione che le antiche tradizioni sembravano coltivare quasi come qualcosa di naturale.

La differenza, credo, risiede in uno squilibrio fondamentale. I sistemi di combattimento moderni hanno dedicato un'enorme energia al corpo — alla forma fisica, al posizionamento tattico, alla gestione delle armi — e molto meno a ciò che le antiche tradizioni del budo chiamavano Shin-Gi-Tai: mente, tecnica e corpo, intesi come tre pilastri inseparabili e ugualmente essenziali.

Nell'antico budo e nel codice del bushido, il guerriero veniva addestrato come persona integra. La mente e lo spirito non erano elementi aggiuntivi o tocchi finali aggiunti dopo la padronanza fisica. Erano la base. Senza una mente allenata e disciplinata, il corpo non può funzionare al massimo livello. Senza spirito —non solo spirito di lotta o aggressività, ma qualcosa di più profondo: il Ki, l’energia vitale interna che collega l’io con l’ambiente circostante e con l’avversario—, il guerriero è mezzo cieco, reagisce a ciò che è superficiale mentre gli sfugge la corrente più profonda di ciò che sta realmente accadendo.

Questo articolo esplora uno dei concetti più profondi di quell’antica tradizione: Sen no Sen, l’arte di prendere l’iniziativa nel momento preciso in cui l’avversario si impegna nel suo attacco. Ed esplora come questo antico principio non sia semplicemente interessante dal punto di vista storico, ma offra una risposta diretta e pratica a uno dei quadri centrali della teoria

moderna del processo decisionale in combattimento: il ciclo OODA di John Boyd.

L'argomentazione è la seguente: il Sen no Sen, correttamente compreso e allenato, non solo compete con il ciclo OODA, ma lo trascende. Sviluppando la sensibilità per percepire il Ki dell'avversario, il praticante non dipende più esclusivamente dalla vista. Il ciclo si accorcia non perché si agisce più rapidamente all'interno dello stesso processo, ma perché si esce completamente dal ciclo reattivo. E questo è qualcosa che gli antichi maestri sapevano, anche se lo chiamavano in altro modo.

Prima parte: I tre pilastri — Shin, Gi, Tai

La tradizione classica delle arti marziali giapponesi concepisce il guerriero attraverso tre dimensioni inseparabili:

• Shin (心): Shin (心) — Mente: La dimensione mentale e psicologica. Consapevolezza, intenzione, percezione, regolazione emotiva e la capacità di agire senza esitazione.

• Gi (技): Gi (技) — Tecnica: L'abilità raffinata dell'esecuzione. Non solo la meccanica fisica, ma la saggezza incorporata che deriva dalla ripetizione profonda — una tecnica così praticata da non richiedere più il pensiero cosciente.

• Tai (体): Tai (体) — Corpo: Preparazione fisica, forza strutturale, mobilità e il veicolo attraverso il quale si esprimono la mente e la tecnica.

Questi tre elementi non devono mai esistere in modo isolato. Nel Go Rin no Sho (Il libro dei cinque anelli) di Miyamoto Musashi, scritto tra il 1643 e il 1645, lo afferma chiaramente: la mente deve essere aperta e unificata con il corpo, in modo da eliminare il divario tra percezione ed esecuzione. Senza la mente, il corpo non funziona al massimo delle sue capacità. Senza il corpo, la mente non può guidare l'esecuzione tecnica. E senza una tecnica raffinata, sia la mente che il corpo sono privi di direzione.

I sistemi di combattimento moderni, nonostante la loro sofisticazione, hanno in gran parte ridotto questo quadro tripartito a una sola parte: il corpo. Le metriche della prestazione fisica — forza, resistenza, velocità, esplosività — dominano l’allenamento. La tecnica viene insegnata, naturalmente, ma spesso in modo separato dal contesto mentale e spirituale che le conferisce il suo significato più profondo. E lo Shin — la mente — viene spesso affrontato solo quando qualcosa è andato catastroficamente storto, sotto forma di trattamento post-traumatico piuttosto che di coltivazione pre-combattimento.

Non si tratta di una svista da poco. I guerrieri antichi affrontavano combattimenti che, da qualsiasi punto di vista, erano più immediati e personalmente brutali di quasi tutto ciò che affrontiamo oggi. Spada contro spada a un palmo di distanza. Senza armature, senza armi a lunga gittata, senza possibilità di ritirata se le cose andavano male. Eppure, le testimonianze — storiche, letterarie e conservate nelle tradizioni orali delle arti marziali— suggeriscono che molti di questi guerrieri affrontas-

sero questa realtà con una resilienza psicologica che l’addestramento moderno ha faticato a replicare. La risposta non è semplicemente che fossero più duri o meno sensibili. La risposta è che il sistema di addestramento stesso affrontava i tre pilastri. La coltivazione dello Shin — e, al suo interno, lo sviluppo della sensibilità verso il Ki — era fondamentale per la preparazione quanto qualsiasi esercizio fisico.

Seconda parte: Ki — L’energia vitale oltre gli

occhi

Prima di poter comprendere appieno il Sen no Sen, dobbiamo dedicare del tempo al Ki (気), uno dei concetti più fraintesi e, nell'addestramento al combattimento occidentale, più trascurati della tradizione delle arti marziali.

Che cos'è il Ki?

Ki è il termine giapponese per indicare l'energia vitale o forza interiore — lo stesso concetto del Qi nella tradizione cinese. Rappresenta l'energia vitale fondamentale che scorre all'interno e tra gli esseri viventi. Nel giapponese quotidiano, il Ki è intessuto in tutto il linguaggio in modi che rivelano quanto questo concetto sia centrale per comprendere la mente, l'emozione e l'intenzione:

• Genki (元気) — Sano, pieno di energia: letteralmente «Ki centrato»

• Kiai (気合) — Il grido di energia concentrata delle arti marziali, che concentra il Ki in un unico momento esplosivo

• Ki ni naru (気になる) — Essere curiosi o preoccupati: «il Ki si sta muovendo»

• Ki ga au (気が合う) — Andare d’accordo con qualcuno: «i Ki sono in armonia»

• Ki wo tsukau (気をつかう) — Essere premuroso: «utilizzare il Ki verso un'altra persona» Questa onnipresenza linguistica è significativa. Il Ki non è un concetto mistico esotico riservato agli specialisti delle arti marziali. È il modo abituale e quotidiano in cui i giapponesi descrivono il flusso di energia, l'intenzione e l'atmosfera tra le persone. Ogni persona in Giappone comprende, a livello intuitivo, cosa significhi sentire il Ki di una stanza, o percepire che il Ki di qualcuno è cambiato.

Il Ki nelle arti marziali

Nel contesto delle arti marziali, il Ki acquista un significato più raffinato e specifico. È la forza interiore che collega l’azione fisica all’intenzione mentale: la corrente che scorre tra la decisione di muoversi e il movimento stesso. Nell'Aikido, il Ki viene coltivato come mezzo principale per dirigere la tecnica: il praticante impara a proiettare l'intenzione dal centro del corpo verso l'esterno attraverso le estremità, utilizzando il Ki per guidare e reindirizzare l'energia dell'attaccante invece di opporvisi con la forza bruta.

Nel kendo e nelle arti tradizionali della spada, la sensibilità verso il Ki dell’avversario è intesa come il livello più alto di consapevolezza: la capacità di percepire non solo ciò che l’avversario sta facendo, ma ciò che sta per fare, e persino ciò che intende fare prima che la decisione fisica si sia completamente formata. Questa non è magia. È una forma raffinata di attenzione percettiva che rileva microsegnali di intenzione — sottili cambiamenti nella postura, nella distribuzione del peso, nel respiro, nel movimento oculare, nella tensione muscolare — prima che tali segnali si siano trasformati in un'azione visibile.

Fondamentalmente, non si accede a questa sensibilità principalmente attraverso gli occhi. Gli occhi sono veloci, ma sono reattivi: rispondono a un movimento che è già iniziato. La sensibilità al Ki, debitamente allenata, opera a un livello più profondo: è una sintonia di tutto il corpo con il campo di intenzione che circonda l’avversario. Coglie segnali che gli occhi non possono percepire perché non aspetta il movimento, ma intuisce la preparazione al movimento.

Questo è il ponte verso il Sen no Sen. Ed è la dimensione dell'allenamento che la maggior parte dei sistemi di combattimento moderni ha lasciato non sviluppata.

Terza parte: I tre Sen — Un quadro di iniziativa

Il concetto di Sen (先) — che si traduce più direttamente come «prima», «davanti» o «prendere l’iniziativa» — è uno dei principi organizzativi centrali della strategia marziale giapponese. È stato trasmesso attraverso le tradizioni della spada, sistematizzato negli insegnamenti di Miyamoto Musashi e portato avanti nel kendo, nel karate, nel judo e nell’aikido.

La parola «Sensei» (先生) utilizza lo stesso carattere: colui che è «davanti» o «prima» — colui che è avanzato di più nel cammino. Ciò dà un'idea di quanto sia profondamente radicato il concetto di iniziativa, previsione ed essere «davanti» nel pensiero marziale e culturale giapponese.

Musashi, nel suo Libro del Fuoco all'interno del Go Rin no Sho, identifica tre applicazioni fondamentali di Sen sotto il titolo «Prendere le tre iniziative». Queste sono state tramandate e elaborate nel corso dei secoli, e oggi sono più comunemente conosciute come:

Sen Sen no Sen (先先の先) — L'iniziativa superiore

Questo è il livello più alto: agire sull'intenzione dell'avversario prima che questi si sia impegnato a compiere un movimento fisico. Il praticante legge il Ki dell'avversario — la decisione mentale di attaccare — e attacca mentre l'avversario è ancora nel processo di formare la sua intenzione. Non c'è ancora alcun «attacco» a cui rispondere, solo la preparazione energetica per uno. Ciò richiede che il praticante mantenga quella che Musashi definiva una mente «chiara come uno specchio senza macchie»: perfettamente immobile, perfettamente ricettiva, in grado di percepire i cambiamenti più sottili nello stato interiore dell’avversario.

«Non colpisci il corpo, ma l’intenzione. Neutralizzi la tempesta prima che si formi la prima nuvola».

Sen no Sen (先の先) — L'iniziativa dell'attacco

Questo è il tema centrale del nostro articolo: attaccare nel momento preciso in cui l'avversario inizia il suo attacco. L'avversario si è impegnato mentalmente e il suo corpo ha iniziato a muoversi, ma il movimento non si è ancora sviluppato completamente. Il praticante intercetta in questo preciso momento —catturando l'avversario quando è più impegnato e meno in grado di difendersi, avendo abbandonato una posizione ma senza essere ancora arrivato a quella successiva.

Nel kendo, questo si manifesta come Debana-waza: colpire l’avversario nel momento in cui si alza per attaccare, prima che la sua tecnica sia completa. Nel karate, è il Deai Waza: prendere l’iniziativa nel momento dell’incontro. Nel judo e nell’aikido, consiste nell’utilizzare il proprio slancio in avanti e l’energia dell’avversario nell’istante del suo impegno per indirizzarlo verso una tecnica.

Fondamentalmente, il Sen no Sen non va inteso come un contrattacco nel senso convenzionale, ma come un'intercettazione simultanea. Non si aspetta l'attacco per reagire, ma si percepisce l'inizio dell'attacco e si agisce al suo interno, nello stesso istante. È un'azione congiunta, non una sequenza.

Go no Sen (後の先) — L'iniziativa successiva

Go no Sen significa prendere l'iniziativa dopo che l'avversario ha già sferrato il suo attacco. Il praticante riceve o devia l'attacco e poi contrattacca prima che l'avversario possa riprendersi. Sebbene ciò richieda una vera abilità, opera all'estremità reattiva dello spettro: l'avversario ha segnato il momento, e il praticante deve rispondere al suo interno.

È importante sottolineare che il Go no Sen non è semplicemente una risposta fisica, ma uno stato mentale di profonda armonia con il movimento dell'avversario. Eseguire veramente il Go no Sen al massimo livello significa fondersi con il ritmo dell'attacco dell'avversario in modo così completo che il contrattacco emerge come una naturale continuazione della stessa energia dell'attaccante: il Ki dell'attacco viene utilizzato per estinguere l'attacco stesso.

Tai no Sen — L'iniziativa dell'attesa

Il Tai no Sen consiste nel presentare una posizione deliberatamente vulnerabile per invitare l'avversario ad attaccare, e poi utilizzare il Tai Sabaki (movimento del corpo) per cambiare la distanza e l'angolo, creando un vuoto che sconvolge il tempismo dell'avversario e apre un'opportunità per un contrattacco decisivo. L'«attesa» qui non è passiva, ma strategicamente attiva, poiché controlla il processo decisionale dell'avversario gestendo ciò che vede e le opzioni che gli sembrano disponibili.

Le tre aperture

Tutte queste strategie operano attraverso la comprensione di tre tipi di aperture (Suki) in un avversario:

• Un'apertura nella mente dell'avversario: perdita di concentrazione, distrazione causata da una finta, eccessiva attenzione al proprio attacco piuttosto che alla tua risposta.

• Un'apertura nella guardia dell'avversario: Kamae (posizione di combattimento) carente, mani troppo alte o troppo basse, un ritmo prevedibile.

• Un'apertura nella tecnica dell'avversario: arretrare troppo prima di colpire, abbassare le mani durante un calcio, impegnarsi eccessivamente in una tecnica.

Sen, in tutte le sue forme, è l'arte di percepire queste aperture e agire su di esse nel preciso istante in cui si presentano — il che di solito è una frazione di secondo.

Quarta parte: Il ciclo OODA — Il quadro di Boyd per la superiorità nel processo decisionale

Il colonnello John Boyd era un pilota di caccia dell’Aeronautica Militare degli Stati Uniti e uno stratega militare che ha sviluppato uno dei modelli più influenti della dottrina di combattimento moderna. Mentre pilotava un F-86 durante la Guerra di Corea, Boyd rimase affascinato dal motivo per cui i piloti statunitensi ottenevano sistematicamente un rapporto di abbattimenti favorevole rispetto ai piloti nemici che volavano sul MiG-15, tecnicamente superiore. La sua risposta lo portò a sviluppare una teoria completa sul processo decisionale in combattimento che, da allora, è stata applicata ben oltre la guerra aerea: al combattimento terrestre, alla strategia aziendale, alla sicurezza informatica, alla risposta alle emergenze e molto altro ancora.

Le quattro fasi

Osservare

Il pilota raccoglie informazioni grezze dall'ambiente circostante: cosa sta facendo l'avversario, dove si trova, quali armi o strumenti ha a disposizione, com'è il terreno. Questa è la fase di input sensoriale.

Orientare

Questa è la fase più critica e complessa. L'osservatore elabora i dati grezzi attraverso i filtri dell'esperienza precedente, del condizionamento culturale, dei modelli mentali, dell'addestramento e della dottrina. L'orientamento non è neutro: modella ciò che vediamo e ciò che crediamo significhi. Due osservatori con diversi schemi di orientamento possono percepire lo stesso evento in modi radicalmente diversi e giungere a conclusioni opposte. Boyd riteneva che questa fosse la fase decisiva: vincere o perdere dipende in gran parte da questo, dalla qualità e dalla velocità dell'orientamento.

Decidere

Basandosi sull'orientamento, il combattente formula un piano d'azione. È qui che la strategia si trasforma in intenzione. La decisione può essere istantanea o può richiedere un momento di riflessione, a seconda di quanto la fase di Orientamento abbia preparato la mente a riconoscere la situazione.

Agire

Si esegue la decisione. Si compie l’azione. E poi, immediatamente, il combattente torna a Osservare — osservando gli effetti dell’azione e ricevendo nuove informazioni per ricominciare il ciclo.

L’idea chiave del quadro di Boyd è che si tratta di un ciclo, non di una sequenza, e che la vittoria appartiene al combattente che riesce a percorrerlo più velocemente dell’avversario. Quando stai completando il tuo secondo o terzo ciclo mentre l’avversario si trova ancora nella sua prima fase di Orientamento, sei, nel linguaggio di Boyd, «all’interno del suo ciclo decisionale». Le osservazioni dell’avversario diventano obsolete prima che possa agire di conseguenza. Sta sempre reagendo a qualcosa che è già cambiato. Perde coerenza, si confonde, commette errori e, in ultima analisi, crolla.

Il concetto di Boyd di «entrare nel ciclo dell’avversario» è profondo e ha dimostrato il suo valore in molti ambiti. Ma comporta un presupposto implicito che merita di essere esaminato: presuppone che gli strumenti principali della consapevolezza in combattimento siano i sensi convenzionali, specialmente la vista, e che il miglioramento derivi principalmente dall’elaborazione più rapida di tali input. È qui che Sen no Sen offre qualcosa che il modello del ciclo OODA non offre.

Quinta parte: Sen no Sen come risposta al ciclo OODA

Sia il ciclo OODA che il concetto di Sen rappresentano risposte alla stessa sfida fondamentale: come agire in modo decisivo ed efficace in una situazione in rapido cambiamento, incerta e potenzialmente letale. Ma affrontano questa sfida da angolazioni diverse e, quando vengono compresi congiuntamente, rivelano qualcosa di più potente di quanto offra ciascuno separatamente.

Dove convergono i modelli

Il ciclo OODA e lo spettro di Sen condividono un'idea centrale comune: il combattente che agisce mentre l'avversario è ancora in fase di elaborazione vince. Boyd chiama questo «entrare nel ciclo». La tradizione della spada giapponese lo chiama prendere l’iniziativa: Sen. Entrambi riconoscono che la vittoria non si basa principalmente sulla forza o sulla velocità nel senso convenzionale, ma sul momento della decisione: agire nell’istante in cui la tua azione è più dirompente per il ciclo dell’avversario.

I tre Sen corrispondono al ciclo OODA in modo rivelatore:

• Go no Sen corrisponde a un ciclo OODA reattivo: osservi l'attacco completato, ti orienti, decidi e agisci in risposta. Sei sempre un ciclo indietro rispetto all'inizio dell'attaccante, il che significa che la tua vittoria dipende dall'eseguire il tuo ciclo di risposta più velocemente di quanto l'attaccante impieghi a completare il suo.

• Sen no Sen corrisponde all'agire all'interno della fase di Azione dell'avversario: percepisci l'inizio dell'attacco e agisci simultaneamente, cogliendo l'avversario in pieno movimento. La tua azione non si limita a rispondere al ciclo, ma fa crollare il ciclo dell'avversario rendendo la sua azione inutile prima che sia completata.

• Sen Sen no Sen consiste nell’agire prima ancora che l’avversario abbia raggiunto la sua fase di Decisione: percepisci l’intenzione di attaccare e agisci mentre l’avversario si trova ancora nella fase di Orientamento o nella fase iniziale di Decisione. Il suo ciclo non viene mai completato. Viene neutralizzato prima ancora di aver agito.

In che modo Sen no Sen trascende il ciclo OODA

Questa è la distinzione cruciale e l'argomento centrale di questo articolo: Il ciclo OODA, così come viene comunemente inteso e applicato, è principalmente un quadro visivo. La fase di Osservazione si basa principalmente su ciò che vediamo. La fase di Orientamento elabora le informazioni visive e uditive attraverso i nostri modelli mentali. Le fasi di Decisione e Azione vengono eseguite sulla base di questo orientamento ancorato al visivo. Nella sua forma più sofisticata, il ciclo OODA presuppone che la coscienza si costruisca a partire da input sensoriali — principalmente gli occhi— e che la velocità aumenti elaborando tali input in modo più efficiente.

Sen no Sen —soprattutto al livello di Sen Sen no Sen— rompe completamente questo presupposto.

Per percepire l’intenzione di un avversario prima che questi si sia mosso fisicamente, il praticante non sta utilizzando una versione più veloce dello stesso processo di osservazione visiva. Sta operando su un canale completamente diverso: la sensibilità al Ki. Sta percependo il campo di intenzione, la preparazione energetica, la mobilitazione interna che precede il movimento. Si tratta di informazioni che gli occhi non possono fornire, perché gli occhi rispondono al movimento, e a questo livello non c'è ancora movimento.

Ciò significa che il praticante di Sen no Sen non si limita a eseguire un ciclo OODA più veloce. Accorcia il ciclo accedendo a una dimensione di informazioni che il ciclo, così come è normalmente concepito, non include nemmeno. La sua fase di Osservazione cattura più dati — e più rilevanti. La sua fase di Orientamento non lavora più intensamente; dispone di un segnale più ricco e precoce con cui lavorare. Il divario tra Osservare e Agire si riduce non perché l'elaborazione sia più veloce, ma perché l'osservazione iniziale coglie la situazione a un livello più precoce e fondamentale.

«Gli occhi vedono ciò che è accaduto. Il Ki percepisce ciò che sta per accadere. Il guerriero che dipende esclusivamente dagli occhi sarà sempre, a un certo livello, in ritardo»

Il meccanismo: come il Ki accorcia il ciclo

Quando un praticante ha sviluppato una sensibilità genuina al Ki attraverso un allenamento approfondito, la fase di Osservazione del suo ciclo OODA non si limita più a ciò che è visibile. Sta captando segnali nel Ki dell’avversario — il campo energetico dell’intenzione — che precedono qualsiasi movimento fisico. Questi segnali possono includere:

• Micro-cambiamenti nella distribuzione del peso dell’avversario che indicano un imminente impegno in una direzione

• Cambiamenti nel ritmo respiratorio che indicano una mobilizzazione interna

• Sottili alterazioni della tensione muscolare visibili nelle spalle, nel collo o nei fianchi prima che le mani o i piedi si muovano

• Una qualità di attenzione negli occhi dell’avversario che rivela la formazione di un’intenzione specifica

• La «sensazione» generale del Ki dell’avversario — sia che stia salendo, accumulandosi, vacillando o impegnandosi

Nessuna di queste cose è mistica. Sono tutte segnali fisici reali e sottili che un osservatore altamente addestrato può imparare a leggere. Ma la chiave è che sono più accessibili a un praticante che si è allenato a prestarvi attenzione — che ha sviluppato quella che potremmo chiamare osservazione tattile ed energetica insieme all’osservazione visiva.

L’Enzan no Metsuke («sguardo alla montagna lontana») insegnato nelle arti marziali tradizionali giapponesi è direttamente rilevante in questo contesto. Invece di fissare lo sguardo su un punto specifico — una mano, un'arma, un volto —, il praticante coltiva uno sguardo ampio, morbido e sfocato che abbraccia l'intero campo energetico dell'avversario. Questo tipo di attenzione non è più veloce nell'elaborare le informazioni visive nel senso convenzionale. Ma è molto più sensibile al campo di Ki che precede il movimento, perché non si concentra in modo ristretto sulle superfici in cui il movimento finirà per manifestarsi.

Il ruolo decisivo dell'orientamento

Boyd ha identificato la fase di Orientamento come l'elemento più critico del ciclo OODA, e la tradizione del Sen conferma questa idea da una prospettiva diversa.

Il motivo per cui il Sen no Sen richiede anni di allenamento non è principalmente fisico. Le abilità fisiche coinvolte — sincronizzazione, posizionamento, meccanica del colpo — possono essere sviluppate con relativa rapidità. La sfida più profonda è sviluppare il quadro di orientamento che permetta al praticante di interpretare correttamente ciò che sta percependo. Riconoscere il segnale nel rumore del Ki dell’avversario richiede una biblioteca interna di esperienze di riferimento: migliaia di ripetizioni osservando come si percepisce la mobilitazione interna di diverse intenzioni, come appaiono e si percepiscono i microsegnali di un attacco deciso rispetto a una finta, come cambia la qualità del Ki dell’avversario mentre passa dall’osservazione all’intenzione e all’azione.

Ecco perché Musashi scrisse che la tecnica deve diventare «una cosa sola con il corpo» attraverso l’intensa ripetizione —non affinché il corpo possa agire senza la mente, ma affinché la mente si liberi dalla gestione della meccanica della tecnica e possa dedicarsi pienamente al compito di orientamento più profondo che è leggere il Ki dell’avversario. Il praticante che gestisce ancora consapevolmente il proprio gioco di gambe o la propria guardia non può prestare attenzione ai segnali sottili del momento dell’iniziativa. Chi ha interiorizzato completamente questi fondamenti può farlo.

In termini di OODA: la padronanza di Sen no Sen è la padronanza dell’Orientamento. E l’Orientamento non è una versione più veloce dello stesso processo, ma un cambiamento qualitativo in ciò verso cui il processo si orienta.

Sesta parte: Mente e spirito — Ciò che

l'addestramento moderno ha dimenticato

Torniamo ora alla domanda con cui abbiamo iniziato: perché il guerriero antico sembrava essere psicologicamente meglio preparato alla brutalità del combattimento rispetto a molti guerrieri moderni?

Il sistema di addestramento descritto in questo articolo non è semplicemente un insieme di strumenti fisici o tattici. È, in sostanza, un sistema per sviluppare una particolare qualità della coscienza: un modo di essere presenti nel mondo che è calmo, vigile, sensibile e non reattivo nel senso convenzionale.

Zanshin — Coscienza che non finisce

Zanshin (残心 ) viene solitamente tradotto come «mente che rimane» o «coscienza sostenuta». Descrive la qualità di presenza vigile che l'artista marziale mantiene prima, durante e dopo uno scontro: una preparazione continua che non scatta né crolla, ma si mantiene come una condizione fondamentale dell'essere.

L'addestramento al combattimento moderno crea spesso un modello di allerta condizionato da specifici segnali ambientali: la vista di un'arma, il segnale di entrare in combattimento, il suono di una minaccia. Al di fuori di questi fattori scatenanti, il praticante può essere psicologicamente «disconnesso». Questo modello binario di eccitazione (acceso/spento), sebbene apparentemente efficiente, crea vulnerabilità in situazioni ambigue in cui il segnale

di minaccia non è chiaro, e contribuisce alla difficoltà di de-escalation dopo il combattimento: il sistema che si è attivato è difficile da disattivare.

Zanshin, al contrario, non è una risposta di emergenza. È una qualità fondamentale di calma e attenzione continua. Non richiede un picco di adrenalina per funzionare. Ed è proprio questo tipo di consapevolezza la più sensibile al Ki, perché i segnali del Ki sono sottili e richiedono un campo tranquillo e ricettivo per essere percepiti.

Mushin — La mente vuota

Mushin (無心) — «senza mente» o «mente vuota» — è lo stato di chiarezza mentale in cui il praticante è pienamente presente senza l'interferenza del pensiero discorsivo, dell'ansia anticipatoria o dell'emozione reattiva. In questo stato, la percezione e l'azione sorgono direttamente, senza lo strato mediatore della deliberazione cosciente.

Musashi descrisse questo come il colpo del «non pensiero»: un'azione così integrata che non vi è alcun intervallo percepibile tra la percezione di un'opportunità e l'esecuzione di una risposta. Ciò è direttamente analogo a ciò che il ciclo OODA descrive come la fusione delle fasi Decidere e Agire nella fase di Orientamento attraverso una pratica sufficiente e la chiarezza mentale.

Ma il Mushin è più di uno strumento tattico. È uno stato psicologico che protegge genuinamente la salute mentale. Il praticante che ha imparato a mantenere il Mushin — che ha imparato a essere pienamente presente senza essere reattivo, a osservare senza

attaccamento né avversione — sta sviluppando esattamente il tipo di flessibilità psicologica e resilienza che ora, grazie alla moderna scienza del trauma, comprendiamo protegga dal danno psicologico dell’esposizione al combattimento.

Il guerriero antico non era meno sensibile alla violenza o alla sofferenza. Erano addestrati a rimanere presenti in mezzo ad essa senza lasciarsi sopraffare — a mantenere quella quiete interiore che permette una percezione chiara e un'azione decisa anche in mezzo al caos. Questa non è repressione emotiva; è una qualità coltivata della coscienza che permette all'emozione di fluire senza frammentare la coscienza sottostante.

Lo spirito del guerriero e il Ki

Lo «spirito di combattimento» spesso enfatizzato nell’addestramento militare e nelle arti marziali moderne è reale e importante. Ma è, di per sé, solo una frazione di ciò che le antiche tradizioni intendevano per spirito (Ki, in questo contesto).

Il Ki come spirito non è aggressività. È vitalità: la sensazione di essere pienamente vivi e totalmente connessi con ciò che sta accadendo. È la qualità che rende pericoloso un guerriero, non perché sia disposto ad attaccare, ma perché è così pienamente presente che nulla sfugge alla sua coscienza e ogni azione si nutre della pienezza di ciò che è reale in quel momento.

Un praticante con un Ki ben sviluppato non ha bisogno di essere arrabbiato per essere efficace. Non ha bisogno di funzionare a base di adrenalina. È efficace perché è pienamente presente — e un avversario può percepire quella presenza come una sorta di pressione, un'emanazione di coscienza concentrata, che influisce sul suo stesso Ki e spesso disturba sottilmente la sua capacità di eseguire i propri piani. Questo è ciò che le antiche tradizioni giapponesi chiamavano Kihaku: spirito o forza di volontà di tale intensità da influenzare l'avversario anche prima che venga applicata qualsiasi tecnica fisica. Il praticante esperto di Go no Sen veniva descritto come qualcuno con un Kihaku così potente che gli avversari lo percepivano come una forza palpabile. Non si tratta di fantasia. È l’effetto osservabile di una presenza concentrata e allenata sullo stato psicologico di un avversario sensibile a tali cose — il che è il caso della maggior parte delle persone, che abbiano o meno le parole per descriverlo.

Settima parte: Allenamento del Sen no Sen — Approcci pratici

Se accettiamo l’argomentazione secondo cui il Sen no Sen offre qualcosa che il quadro del ciclo OODA da solo non offre —ovvero che sviluppare la sensibilità al Ki permette al praticante di accorciare il proprio ciclo decisionale non elaborando

più velocemente, ma accedendo a segnali più precoci e ricchi —, allora la domanda è: come lo alleniamo realmente? I seguenti approcci sintetizzano i metodi tradizionali conservati nelle arti marziali con ciò che ora comprendiamo sull'apprendimento percettivo, la cognizione incorporata e l'allenamento dell'attenzione.

1. Enzan no Metsuke — Lo sguardo verso la montagna lontana

Sostituisci lo sguardo stretto e focalizzato con un'attenzione visiva ampia, morbida e diffusa che abbracci contemporaneamente tutto il corpo dell'avversario. Pratica questo sia nella vita quotidiana che nell'allenamento: osserva l'insieme di una stanza o di una scena di strada invece di fissarti su dettagli specifici. Questo modo di prestare attenzione è più sensibile al movimento periferico e ai sottili segnali che precedono l'azione fisica.

2. Allenamento in coppia al rallentatore per la percezione del Ki

Lavorate con un partner al rallentatore. L'obiettivo non è esercitarsi nella tecnica a velocità ridotta, ma sviluppare la sensibilità necessaria per percepire il momento dell'impegno — l'istante in cui la decisione del partner di muoversi diventa irreversibile. A velocità normale, questo momento è invisibile. Al rallentatore, diventa percepibile come un sottile spostamento del peso, un leggero cambiamento nel tono muscolare, una micro-alterazione nella respirazione. Ripeti migliaia di volte finché la sensazione non ti è familiare come un'impronta digitale.

3. Allenamento della consapevolezza tattile

La percezione del Ki non è solo visiva. Usa metodi di allenamento che sviluppino la sensibilità tattile e propriocettiva all'energia e all'intenzione dell'avversario. Gli esercizi di spingere le mani (dal Tai Chi), gli esercizi di sensibilità dell'Aikido e del Wing Chun e pratiche simili sviluppano tutti la capacità di percepire attraverso il contatto l'intenzione dell'avversario prima che questi si sia completamente impegnato in essa. Anche l'allenamento bendato, in cui il praticante deve orientarsi interamente attraverso la consapevolezza sonora e tattile, può sviluppare notevolmente le dimensioni non visive della percezione.

4. Seme — Pressione controllata

Esercitatevi a proiettare il Ki deliberatamente verso un avversario durante l'allenamento, con l'intento di sconvolgere il suo stato mentale e forzare una reazione. Questo allena sia la proiezione del Ki (influenzando il ciclo dell'avversario dall'esterno) sia la sensibilità per percepire come il Ki dell'avversario si sposta in risposta. Col tempo, il praticante impara a leggere questi spostamenti come informazioni sul tempismo e sull'intenzione.

5. Debana Waza — Colpire all'inizio

In tutte le forme di combattimento controllato, impegnatevi a intercettare l'attacco dell'avversario proprio all'inizio, piuttosto che aspettare che si sviluppi. Questo costringe il praticante a sviluppare la sensibilità ai segnali precoci che è il cuore del Sen no Sen. Iniziate con attacchi prestabiliti (Yakuzoku Geiko) in cui il tempismo è noto, e aumentate gradualmente l'imprevedibilità man mano che la sensibilità si sviluppa.

6. Meditazione e coltivazione del Mushin

La meditazione seduta regolare non è un'aggiunta blanda all'allenamento duro. È un metodo diretto per sviluppare la qualità della presenza calma e non reattiva che è il prerequisito per la sensibilità al Ki. Una mente che corre ad alta velocità tra pensieri, anticipazioni ed emozioni reattive non può rilevare i segnali sottili del Ki. Inizia le sessioni di allenamen-

to con brevi periodi di quiete e attenzione consapevole alla consapevolezza del momento presente. Sviluppa la capacità di rimanere in Mushin durante lo sparring — pienamente vigile, pienamente reattivo, senza l'interferenza della paura anticipatoria o dell'emozione reattiva.

7. Comprendere il tuo Sen naturale

Come osservano gli antichi insegnamenti, la maggior parte dei praticanti è naturalmente incline verso uno dei tre Sen. Il praticante impaziente e aggressivo tende naturalmente verso il Sen no Sen — il colpo proattivo. Il praticante paziente e strategico tende naturalmente verso il Go no Sen — l'attesa e il contrattacco. Comprendere la propria tendenza naturale è l'inizio della saggezza, non la fine. Allenate tutti e tre, in modo da poter scegliere quale utilizzare contro un determinato avversario piuttosto che ricorrere automaticamente a ciò che vi è più comodo. Il praticante prevedibile è sempre vulnerabile, indipendentemente da quanto sia abile nella sua modalità preferita.

Parte Ottava: Un quadro unificato — La saggezza del Budo per il guerriero moderno

Abbiamo trattato argomenti significativi. Mettiamoli insieme. Il ciclo OODA è un quadro di riferimento autentico e prezioso per comprendere il processo decisionale in combattimento. L'intuizione di Boyd secondo cui la vittoria va al combattente che riesce a passare dall'osservazione, all'orientamento, alla decisione e all'azione più velocemente dell'avversario — e soprattutto a chi riesce a disturbare l'orientamento dell'avversario — è confermata da secoli di esperienza marziale.

Ma il ciclo OODA, così come viene tipicamente applicato, opera principalmente a livello superficiale di azione e reazione visibili. È un quadro di riferimento per essere più veloci all’interno del normale ciclo di percezione del combattimento.

Il Sen no Sen, e la tradizione del Budo in cui si inserisce, offre qualcosa di più: un modo per accorciare il ciclo non essendo più veloci al suo interno, ma entrando nel ciclo in un punto precedente, attraverso un canale di percezione diverso. Sviluppando la sensibilità al Ki — al campo di intenzione che circonda un avversario — il praticante accede a informazioni che sono più precoci e più utilizzabili di qualsiasi cosa possano fornire i soli occhi. Non sta semplicemente eseguendo una versione più veloce dello stesso processo. Sta osservando qualcosa di diverso — la causa a monte piuttosto che l’effetto a valle.

Questa è l’antica risposta al ciclo OODA. Ed è una risposta che richiede la coltivazione dello Shin — la mente — e lo sviluppo della sensibilità al Ki, insieme al condizionamento fisico e al perfezionamento tecnico che rappresentano il Tai e il Gi del Budo.

“Il guerriero che si affida solo agli occhi reagirà sempre a ciò che è già iniziato. Il guerriero che percepisce il Ki agisce prima dell'inizio — non attraverso la profezia, ma attraverso una qualità di attenzione così raffinata che la preparazione all'azione è visibile quanto l'azione stessa.”

Questo non è appannaggio esclusivo del Giappone antico.

È una capacità umana. È allenabile. Ed è, forse, una delle dimensioni più importanti dello sviluppo del guerriero che i moderni sistemi di combattimento devono ancora recuperare appieno.

Gli antichi guerrieri del Budo affrontavano il loro mondo brutale con una resilienza psicologica che molti guerrieri moderni faticano a trovare. La differenza non sta nella violenza che affrontavano — sotto ogni punto di vista, la loro era più immediata e più personale. La differenza sta nella completezza della loro preparazione: Corpo, Tecnica e Mente. Shin, Gi, Tai. Tutti e tre i pilastri, che stanno insieme, a sostenere un guerriero che non era semplicemente addestrato a combattere, ma coltivato per essere pienamente umano — consapevole, presente, connesso e senza paura.

Insegnare il Sen no Sen — insegnarlo genuinamente, con tutte le sue dimensioni mentali e spirituali intatte — è una delle cose più potenti che le arti marziali moderne e i sistemi di combattimento possano fare per i guerrieri di cui si prendono cura. Non solo per renderli più efficaci in combattimento, ma per renderli più integri come esseri umani. Perché la stessa qualità di consapevolezza che permette al Sen no Sen di funzionare in un combattimento è la stessa qualità di consapevolezza che permette a un guerriero di tornare dal combattimento rimanendo pienamente se stesso. Questo potrebbe essere il dono più grande del Sen no Sen.

Riepilogo di riferimento: Sen e OODA — Quadro comparativo Livello di Sen

Sen Sen no Sen: Agisce durante la fase di Orientamento/Decisione dell'avversario. Livello più alto — percepisce il Ki dell'intento prima del movimento. Interrompe direttamente l'OODA prima che raggiunga l'Azione.

Sen no Sen: agisce durante la fase di Azione dell'avversario. Intercetta all'inizio del movimento. Fa crollare il ciclo dell'avversario a metà.

Go no Sen: agisce dopo la fase di Azione dell'avversario. Risponde a un attacco completato o in fase di sviluppo. Vince grazie a un ciclo di risposta più veloce.

Tai no Sen: manipola la fase di Osservazione/Orientamento dell'avversario attraverso una postura deliberata. Controlla ciò che l'avversario vede e quindi ciò che decide.

Conclusione: studiare l'antico per comprendere il nuovo

“Studiare l'antico significa comprendere il nuovo.”

Questo articolo è iniziato con una massima tradizionale e finisce con un'altra. Le antiche arti marziali non offrono risposte obsolete a domande irrilevanti. Offrono, codificate in secoli di esperienza collaudata, una comprensione profonda dell'essere umano sotto pressione che i modelli moderni stanno ancora, per molti versi, cercando di raggiungere.

Il ciclo OODA è moderno. Il Sen no Sen è antico. Parlano della stessa cosa da due estremi opposti della stessa verità. Uniscili — unisci Shin, Gi e Tai — e il guerriero che ne emerge non è solo più veloce o più forte. È più consapevole. Più presente. Più capace di agire da quel profondo stato di calma che rende possibile sia l'eccellenza in combattimento che l'integrità al di fuori di esso.

Questo è ciò a cui il Budo ha sempre puntato. Questo è ciò a cui il Sen no Sen, se ben compreso, punta ancora oggi.

先の先

L'iniziativa dell'attacco. L'iniziativa della consapevolezza. L'iniziativa dell'intero essere umano.

I PILASTRI DI EBUNTO IN EUROPA

Di fronte al destino non esiste fortuna... «È incredibile la forza delle cose quando devono accadere».

Nessuna frase può definire meglio l'arrivo di EBUNTO in Spagna di questa. È il 2 aprile del 2006. JOHO (Shidoshi)

Juliana Galende – la mia ex moglie – ed io eravamo arrivati in Spagna con l'intenzione di iniziare una nuova vita.

Credi nel caos? Nella fortuna? Pensi che sia frutto del destino? Pensi che sia già tutto prestabilito? È una domanda ricorrente per le persone?

Confucio saggiamente ci chiede: “Quanti anni avresti se non sapessi quanti anni hai?”

Dopo decenni di estrema dedizione e tanta stanchezza dovuta a progetti intensi e consecutivi, avevamo deciso di lasciare la strada dell’insegnamento e cambiare paese, per iniziare qualcosa di nuovo che non avesse nulla a che fare con la mia vecchia professione. La destinazione iniziale era il Giappone, grazie alle persone e alle opportunità che potevano presentarsi grazie alle amicizie acquisite in tutti questi anni e ai legami professionali.

Tuttavia, tramite alcune amiche che vivevano in Spagna, a JOHO (Shidoshi) Juliana giunse l’idea che, se il nostro piano era quello di avere una nuova vita, forse quella fosse una destinazione favorevole – data la vicinanza della lingua e la qualità della vita descritta in modo entusiasmante. Ebbene, il 5 aprile 2006 siamo partiti dal Brasile e il giorno seguente siamo atterrati all’aeroporto “Josep Tarradellas Barcelona-El

Prat” della città di Barcellona.

Tutto era stato organizzato dal Brasile: le persone avrebbero dovuto aspettarci all’uscita e guidarci verso questa presunta nuova vita. Tuttavia, nulla di tutto ciò è accaduto. Non c'era nessuno ad aspettarci. Solo due giorni dopo, dopo continue telefonate, un'amica di JOHO (Shidoshi) Juliana Galende si presentò all'hotel dove alloggiavamo, grazie all'aiuto di un tassista.

Contrariamente a quanto ci aspettavamo, fummo portati in un paesino a circa cinquanta chilometri dalla città di Barcellona chiamato Saint Celoni – un bel posto tra due montagne. L'area di Montnegre a Sant Celoni è una zona abitata e un importante spazio naturale, parte del “Parco Naturale Montnegre i el Corredor”, nella provincia di Barcellona. Sant Celoni funge da porta d'accesso a questo ambiente boscoso, caratterizzato dai suoi boschi di querce e castagni, ed è un'area di grande interesse naturalistico e paesaggistico.

Senza parlare la lingua e senza prospettive, mi sono recato in una telefonia locale con l’intenzione di chiamare in Brasile e chiarire alcune cose. È stato allora che ho conosciuto Hamid –una persona curiosa di origine marocchina. Dato che avevamo solo un cellulare prepagato, era più conveniente effettuare le chiamate da lì.

Non sono poche le volte in cui vorremmo che gli altri risolvessero i nostri problemi, o addirittura ci indicassero una risposta alle nostre tante domande. Nel mio modo di vedere la vita e i suoi “dettagli”, la quotidianità è una metamorfosi costante che elabora diversi tipi di “rivoluzione coscienziale”; dico al singolare, si tratta di diversi ragionamenti e posizioni.

Ciò può significare che tutti noi possediamo un tipo individuale di atmosfera di distruzione e di rinnovamento. Ogni momento, ogni istante, tutto rappresenta parte di questo viaggio che compiamo ogni giorno. Confucio ci dice che “L'uomo superiore è perseverante nel vero cammino e non solo perseverante”. Tale realtà

ci proietta verso la formazione di un tutto che rappresenta parte della nostra esistenza; parte di un cammino che si alternerà sempre man mano che avanziamo al comando delle nostre verità interiori, che non sono altro che la nostra stessa vita in sé.

Hamid è stata la prima persona che, poco a poco, mi ha spiegato come funzionava il mio nuovo paese. Due settimane dopo, ricevemmo una telefonata da Alfredo Tucci, CEO della più prestigiosa rivista di arti marziali – Budo International. Il signor Tucci, nipote di portoghesi, parlava perfettamente la nostra lingua; il che, in gran parte, facilitò la trattativa per quella che sarebbe diventata la prima “copertina” da noi interpretata. Qualcosa che avrebbe cambiato completamente il destino della nostra storia.

Madrid, 25 maggio 2006. Per coincidenza, il giorno del compleanno del signor Tucci. Dopo le registrazioni e le foto, una bella amicizia avrebbe segnato il punto di partenza che avrebbe scritto definitivamente la storia dell’EBUNTO in Europa.

Essere sulla prima copertina di una rivista così importante è stata la pietra miliare che ha fatto sì che le persone iniziassero a cercarci a Sain Celoni. La prima persona è stata Luís Nogueira, insieme a sua moglie Rebeca Roca, che sono rimasti nella nostra scuola fino al 2015. Dopo il loro arrivo, molti altri si sono interessati a conoscerci.

Un caro professore diceva che non possiamo stare sempre a “scambiare” le cose con la vita. Ed è vero! In profondità significa che le nostre decisioni, i nostri atteggiamenti e così via

rifletteranno nell'essere la costanza che la vita, in sé, rappresenta l'assimilazione dei frutti di ogni momento; una sorta di continua sperimentazione in cui non ci si può fermare.

Se osserviamo attraverso la via dell'evoluzione, svilupperemo un tipo di prospettiva che sposta questa stessa vita, o la sua realtà, in uno scenario in cui questo stesso essere è obbligato ad assumere il controllo della “nave della propria vita”. Per questo, inevitabilmente, vivrà nelle proprie verità e menzogne le ragioni che lo portano a percepire, o meno, la propria importanza nel proprio processo o cammino. Questo, parallelamente, ci rimanda alla riflessione che, alla fine, ci porta al punto in cui è come dire che esistono vari tipi di vita e realtà in un unico essere.

Nel 2007 abbiamo partecipato alla prima Hall of Fame, organizzata dalla rivista Budo International e dall’ISMA – guidata dal Maestro di arti marziali e generale dei “Mariners” americani Santiago Sanchis. Diversi maestri di diversi paesi per la prima volta hanno posato lo sguardo su di noi e si sono interessati al nostro lavoro. Io, che amavo una vita discreta, tranquilla, mi trovavo ora sul palcoscenico del mondo.

Arriva quindi il momento in cui, a causa della storia di JOHO (Shidoshi) Juliana Galende con un corso di medicina iniziato in Brasile, Barcellona non riconosce i suoi crediti e la speranza che qualche altra città li riconoscesse, guidati dalle opinioni di altri spagnoli, ci ha portato a Valencia; città che sarebbe diventata la nostra residenza definitiva.

Tra i tanti andirivieni a Madrid, JOHO (Shidoshi) Juliana Galende ed io, sempre discreti riguardo al tema della nostra spiritualità, a poco a poco lasciavamo trapelare alcune informazioni relative alle nostre credenze e conoscenze. Attraverso il signor Tucci, conosco Francisco (Paco) Suarez, persona che sarebbe diventata all’interno dell’EBUNTO un importante “Kotoma Tonbo”.

Nel 2008, finalmente, il signor Tucci si avvia sui sentieri dell’EBUNTO. Valencia e Madrid condividevano interessi comuni per quanto riguardava la conservazione dell’EBUNTO. Stephen Hawking, autore di molti libri, tra cui L’universo in un guscio di noce, ci dice: «È una questione di esperienza comune che le cose diventino più disordinate e caotiche con il tempo».

Inutile dire che la nostra vita sarebbe cambiata per sempre. Il destino, questo grande protagonista capace di trasformare come per magia la vita di qualsiasi mortale, aveva bussato alla nostra porta. Avevano ragione i miei maestri quando dicevano che «L’uomo che non guarda se stesso, né guarda ciò che lo circonda, non può conoscere la propria realtà né quella di ciò che lo circonda». Pertanto, penso che chi non conosce se stesso e ignora se possiede o meno un ruolo determinato nella vita,

sia in realtà morto, anche se mangia e beve, come i suoi simili.

Nel 2011, un ASHAKORO - Hajimeru (iniziazione) di diverse persone provenienti da vari paesi pone la Spagna, definitivamente, come un punto importante nella storia dell’EBUNTO.

Nello stesso anno, il signor Tucci si trasferisce definitivamente nella città di Valencia e inizia un nuovo capitolo della nostra storia. Studi, intensità, progetti... Arthur Schopenhauer disse che “Il destino mescola le carte, e noi le giochiamo”.

Così era il nostro momento in cui, a seguito delle necessità locali indicate dalla “spiritualità”, confermate dai maestri, si sarebbero compiuti nuovi passi e, intrisi di possibilità, di orizzonti, si sarebbe tenuta un'importante festività nella provincia di Cheste - un comune spagnolo situato nella regione di Hoya de Buñol, nell'entroterra della provincia di Valencia, nella Comunità Valenciana, a 26 km dal capoluogo di provincia.

Tra continue cerimonie, nel 2014 avremmo formato i primi responsabili dell’EBUNTO. Sei nuovi insegnanti avrebbero dovuto costituire le fondamenta di questa fortezza che sarebbe crollata e caduta completamente dopo circa un anno. Con la stessa inerzia, JOHO (Shidoshi) Juliana Galende decide di dedicarsi alla medicina e il nostro divorzio, in modo amichevole, segna l’inizio di una nuova fase in cui si sarebbe dovuto scrivere un nuovo capitolo.

Nel 2016, durante un viaggio in Messico, ho conosciuto la mia nuova moglie – la psicologa forense Alma Alejandra –, che anni dopo si sarebbe trasferita a Valencia per aiutarmi a ricostruire ciò che era andato perduto.

Diverse linee di pensiero attribuiscono solo al Bene o al Male la chiave della nostra vita, della nostra felicità... Sarà vero? Dal giorno in cui siamo nati, da quando siamo venuti al mondo, siamo destinati a immergerci in diverse prospettive, in diversi punti

di equilibrio che sembrano più dei bivi dove la certezza non c'entra: il dubbio la fa da padrone!

Durante questo periodo, JOHO (Shidoshi) Joao Paulo, in modo impeccabile, si avvicina a me e, attraverso un viaggio in Spagna (ospitato a casa mia), dà inizio a una nuova fase della sua formazione.

Ogni esperienza corrisponde allo stato di osservazione che esercitiamo su noi stessi e, di conseguenza, sugli altri. La diversità dei momenti e degli istanti ha le sue radici ben salde nell’“ora”. È fondata e radicata sull’istante presente. Se in questo breve lasso di tempo la tua predilezione è per il Bene o per il Male, senza alcun dubbio, dico: sì, sono solo questi due a decidere della tua vita.

Tuttavia, io vedo sempre le cose dal punto di vista del mondo spirituale. Nella mia concezione, siamo esseri spirituali che vivono un'esperienza materiale. Siamo il frutto di ciò che indica la nostra coscienza; siamo il frutto di una frazione di secondo che definisce la forza che agisce in modo istantaneo quando associamo le nostre idee; quando la nostra convinzione determina ciò che dobbiamo vedere..... Ci hai mai pensato?

Durante i suoi continui viaggi in Spagna, JOHO (Shidoshi) Daniel Motheo, il mio allievo più anziano, ha proseguito il suo apprendistato ed è diventato un importante punto di riferimento della nostra cultura e tradizione.

Nel 2021 abbiamo inaugurato la mia nuova scuola e con essa l'arrivo di molti nuovi allievi e insegnanti. Tra loro Kotoma Tonbo Fabián Garcia, JOHO (Shidoshi) Sibila Silva, JOHO (Shidoshi)

Morales,

Alma

Hermes Romero... Una nuova fase è iniziata il 25 aprile 2026, con nuove cariche e responsabili della cura e della trasmissione della nostra cultura e tradizione.

Miguel
JOHO (Shidoshi) Sérgio Verdeguer, JOHO (Shidoshi) Vicente Laparra, JOHO (Shidoshi)
Alejandra, JOHO (Shidoshi)

Legati alla mia persona al giorno d'oggi, sia nella parte marziale che in quella spirituale, ci sono i seguenti nomi:

JOHO (Shidoshi) Tonbo Alfredo Tucci (Goemon Kawazuki)

Kokeisha Kawazuki Togo, Direttrice della rivista Black Belt

Magazine e CEO della Budo International Publishing Co.

Tonbo Francisco Suárez

Tonbo Fabián Garcia

JOHO (Shidoshi) Juliana Galende

JOHO (Shidoshi) Marcos Amaral

JOHO (Shidoshi) Maria de Manuel

JOHO (Shidoshi) Daniel Motheo

JOHO (Shidoshi) Thiago Moraes

JOHO (Shidoshi) Sérgio Botelho

JOHO (Shidoshi) André Bortoluzzi

JOHO (Shidoshi) João Paulo Gomes

JOHO (Shidoshi) Giovanni Nunes

JOHO (Shidoshi) Raoni Rosa

Sensei Leonardo Nunes

Sensei Sérgio Moraes

Sensei Miguel Estables

JOHO (Shidoshi) Hermes Romero

JOHO (Shidoshi) Vicente Laparra

JOHO (Shidoshi) Sergio Verdeguer

JOHO (Shidoshi) Alma Alejandra

JOHO (Shidoshi) Sibila Sol Silva

JOHO (Shidoshi) Miguel Morales.

Sensei Stéphane Postel (Francia)

Sensei Alfredo Garcia

Sensei Rafael Ferreira Dos Santos

* Gli altri nomi di JOHO (Shidoshi) e Sensei che non compaiono qui, o servono a scopi personali o non hanno raggiunto un livello sufficiente.

“Nel regno dei fini ogni cosa ha o un prezzo o una dignità!”

Immanuel Kant.

Nicht witzig!

Dezember 2025, Franco Vacircas Seminar, im Panda Gym Berlin. Franco ruft zwei Mädchen in die Mitte, um ihre Technik zu zeigen, und fragt die übrigen Teilnehmer: «Was seht ihr falsch?»

Eine leise männliche Stimme hinter mir murmelt: «Frauen!»

Der Witz mag harmlos wirken, doch er wirft eine ernsthafte Frage auf: Werden Frauen im Jiu-Jitsu wirklich willkommen geheissen?

Die Zahl weiblicher Jiu-JitsuPraktizierender steigt kontinuierlich – auch in Kindergruppen ist dieser Trend sichtbar. Gleichzeitig übernehmen immer mehr qualifizierte Frauen Positionen als Trainerinnen oder Instruktorinnen. Ich habe mehrere von ihnen befragt, und erfreulicherweise berichtete keine von sexistischen Erfahrungen im Unterricht. Doch das bedeutet nicht, dass Diskriminierung vollständig aus der Kampfkunstwelt verschwunden ist –sonst gäbe es keinen Grund, diese Zeilen zu schreiben.

Article by Maryam Kegel, Closing remarks by Franco Vacirca

Eine Matte für alle?

Im Gegensatz zu meinem Heimatland, dem Iran, sind die Trainingsräume in Europa gemischt. Frauen und Männer trainieren gemeinsam auf der Matte. Das bedeutet auch, dass ich gegen Männer rollen darf.

Wie Maren vom Panda Gym Berlin es formuliert: «Es ist wichtig, dass Frauen die Möglichkeit haben, mit Männern zu trainieren, denn auf der Strasse kann ein Gegner ebenfalls ein Mann sein.»

Persönlich wurde ich auf der Matte meist mit Respekt behandelt. Dennoch gab es auch unangenehme Momente: Männer, die nicht mit Frauen rollen wollten, oder solche, die ihre körperliche Stärke demonstrativ zur Schau stellten.

Diese Erfahrungen bringen mich immer wieder zu derselben Frage – an mich selbst und an meine Trainer: Werden Frauen im Jiu-Jitsu wirklich fair behandelt?

Mit «fair» meine ich mehr als nur das Vermeiden plumper sexistischer Witze wie dem am Anfang dieser Geschichte. Fairness bedeutet auch, dass Frauen nicht lediglich als Mittel zur Erhöhung der Diversität betrachtet werden. Es bedeutet, dass die Leistung der Teilnehmerinnen und Teilnehmer unabhängig vom Geschlecht bewertet wird –allein nach Technik, Einsatz und Entwicklung auf der Matte.

Das Ziel dieses Textes ist jedoch nicht, diese Frage endgültig zu beantworten. Eine einfache Antwort – ein klares Ja oder Nein – wäre zu kurz gegriffen. Vielmehr möchte ich das Thema aus verschiedenen Perspektiven beleuchten.

Die eigentliche Antwort muss sich jeder selbst stellen.

Möchtest du einen stärkeren Partner?

«Wir können die Partner tauschen, wenn du mit jemandem Stärkerem trainieren möchtest»

Diesen Satz höre ich gelegentlich mitten im Training – und zwar ausschliesslich von Frauen.

Ehrlich gesagt überrascht mich das nicht. Am Anfang meines eigenen Weges im Brazilian Jiu-Jitsu habe ich selbst ähnliche Sätze zu meinen Trainingspartnern gesagt. Dahinter steckt oft ein Gefühl von Unsicherheit – vor allem die Befürchtung, körperlich nicht mithalten zu können.

Vielleicht ist das ein normales Gefühl für viele Anfängerinnen und Anfänger. Allerdings habe ich solche Worte bisher selten von männlichen Anfängern gehört.

Der Punkt ist deutlich: Viele Frauen trauen sich zunächst nicht, gegen Männer zu kämpfen oder mit ihnen zu trainieren. Die Tatsache, dass Männer körperlich häufig im Vorteil sind, verstärkt dieses Gefühl natürlich.

Aus meiner eigenen Erfahrung kann ich jedoch sagen: In einer Trainingsumgebung, die von Respekt und gegenseitigem Vertrauen geprägt ist, verschwindet diese Unsicherheit mit der Zeit. Sie wird allmählich durch Selbstvertrauen ersetzt.

Gleichzeitig wirken abwertende oder sexistische Kommentare in die entgegengesetzte Richtung: Sie verstärken genau diese Unsicherheit, anstatt sie abzubauen.

Dabei spreche ich bewusst von denjenigen, die bleiben – von den Trainierenden, die weitermachen. Nicht von denen, die nach der ersten unangenehmen Erfahrung oder den ersten blauen Flecken auf der Matte das Training abbrechen und dem Jiu-Jitsu den Rücken kehren.

Ein weiterer Aspekt ist ebenso wichtig: Eine Frau muss sich zunächst selbst als gleichwertige Trainingspartnerin sehen. Ein erster Schritt dahin kann sein, abwertende oder sexistische Kommentare nicht zu verinnerlichen und ihnen nicht zu viel Gewicht zu geben.

Was dabei oft übersehen wird: Ein guter Trainingspartner ist nicht zwangsläufig der stärkste – und nicht jeder starke Partner trägt automatisch zu deiner Entwicklung bei.

Eine Trainingseinheit nur für Frauen

Manche Schulen bieten spezielle Trainingseinheiten ausschliesslich für Frauen an – eine Stunde, in der nur Frauen auf der Matte trainieren und rollen. Ohne schwitzende Männer.

Die Ideen dahinter sind unterschiedlich: Für einige steht der geschützte Raum im Vordergrund, in dem erste Unsicherheiten abgebaut werden können. Für andere geht es stärker um Gemeinschaft und Austausch untereinander.

Ein konkretes Beispiel dafür ist das Panda Gym Berlin, wo einmal pro Woche ein BJJ-Training nur für Frauen angeboten wird. Dort haben Mütter zudem die Möglichkeit, ihre Kinder mitzubringen, die während des Trainings am Mattenrand spielen können.

«Es geht um eine starke Community für Frauen, die Familie und einen freundlichen Einstieg in das Jiu-Jitsu. Der Einstieg ist oft die grösste Hürde, und der enge körperliche Kontakt mit verschiedenen Personen ist oft ungewohnt.», meinte Maurice Wollny, Inhaber von Panda Gym Berlin.

In MMA Jerusalem Academy gibt es zweimal pro Woche Trainingseinheiten nur für Frauen. Der Grund dafür ist laut Sharir Richman, dem Inhaber der Schule und der Head von ICCS-Organisation, dass es Frauen gibt, die aus kulturellen oder religiösen Gründen keinen körperlichen Kontakt mit Männern haben möchten.

Im Crazy Team BJJ in Sevilla (Spanien) hingegen gibt es keine speziellen Trainingseinheiten für weibliche Teilnehmerinnen. «Aus dem gleichen Grund, aus dem es auch keine Trainingseinheiten nur für Männer gibt», sagt Alberto Gonzalez, Headcoach und Leiter der Schule.

Die spezifische Trainingsmöglichkeit bietet zahlreiche Vorteile – insbesondere für unsichere Anfängerinnen, die zunächst Selbstvertrauen aufbauen müssen. Sie kann auch für fortgeschrittene Frauen eine gute Gelegenheit sein, sich gezielt auf Wettkämpfe vorzubereiten und mit Partnerinnen auf ähnlichem Niveau und in vergleichbaren Gewichtsklassen zu trainieren.

Auf der anderen Seite darf man nicht ausser Acht lassen, dass solche Trainingseinheiten für manche Frauen auch eine Komfortzone schaffen können, die sie nur ungern verlassen.

Dazu sagt Sharir Richman: «Das Frauentraining, soweit ich es sehe, ist gut für Frauen, die sich nicht wohl dabei fühlen, mit Männern zu trainieren. Wenn sie mit Frauentraining anfangen und später ins gemischte Training wechseln, ist das sehr gut. Aber Frauen, die nie mit Männern trainieren, bleiben in einer Art Illusion – und das ist problematisch. Sie könnten einen Schock erleben, wenn sie diese Realität irgendwann erfahren. Der Grund ist, dass Männer grundsätzlich körperlich stärker sind. Gleichzeitig bietet das Training mit Männern viele Vorteile: Es hilft dir, deine Technik und deinen Game-Plan zu entwickeln, und du lernst, was dich in einem echten Kampf erwartet – wie schnell und präzise du sein musst.»

Diese Überlegungen werfen jedoch weitere Fragen auf: Was ist mit unsicheren männlichen Anfängern? Auch sie stehen oft vor ähnlichen Hürden – ohne dass es vergleichbare geschützte Trainingsräume für sie gibt.

Zudem stellt sich die Frage, ob die Trainingsqualität in separaten Einheiten für Frauen langfristig mit der eines regulären Trainings vergleichbar ist. Wird dort mit der gleichen Sorgfalt ein strukturierter Trainingsplan verfolgt wie in anderen Einheiten? Und werden Anspruch, Didaktik und Erwartungen an das Frauentraining auf demselben Niveau angesetzt wie im gemischten Training?

Wenn dies nicht der Fall ist, wäre es aus meiner Sicht eine Form der Diskriminierung gegenüber Frauen. Ein weiterer Aspekt betrifft die Wahrnehmung innerhalb der Schule: Werden Frauen von männlichen Trainingspartnern gleichermassen ernst genommen, wenn es parallel spezielle Einheiten nur für sie gibt? Oder verstärkt dies ungewollt die Vorstellung, dass sie «anders» trainieren müssen?

Schliesslich bleibt auch eine grundsätzliche Frage offen: Ist es bereits eine Form von Ungleichbehandlung, wenn spezielle Trainingsangebote für Frauen geschaffen werden, während vergleichbare Formate für Männer nicht existieren – oder ist es vielmehr ein notwendiger Ausgleich bestehender struktureller Unterschiede?

Natürlich gibt es keine allgemeingültige Antwort auf diese Fragen. Je nach Trainingsumfeld, zugrunde liegenden Prinzipien und Motivation können unterschiedliche Perspektiven und Realitäten entstehen.

Ich kann hier nur aus meinen eigenen Erfahrungen sprechen – und genau diese führen mich zu den genannten Fragen.

Was ich jedoch betonen möchte: Frauentrainingseinheiten sollten nicht als Übungsfeld für Instruktoren betrachtet werden.

Fazit

Es ist seit Langem bekannt, dass Frauen sich ihren eigenen Platz in der Kampfkunst erobert haben. Dabei geht es nicht darum, ob wir für Selbstverteidigung, Wettkampf oder persönliche Entwicklung auf der Matte trainieren. Entscheidend ist, anzuerkennen, dass Menschen sich in körperlicher und mentaler Stärke unterscheiden.

Eine faire Trainingskultur erkennt diese Unterschiede an, ohne sie zu verstärken. Sie schafft Raum für Entwicklung, ohne künstliche Grenzen zu ziehen.

Jiu-Jitsu ist für mich viel mehr als nur ein Sport. Es ist ein Weg, immer weiter zu entdecken. Ein Weg, der mich zum Denken anregt – nach aussen in die Welt und nach innen in den Menschen.

– Maryam Kegel

Schlusswort:

Meiner Meinung nach gibt es hier (fast) nichts hinzuzufügen. Ich stehe vollkommen hinter diesem Bericht von Maryam Kegel und bedanke mich für ihre offenen und klaren Aussagen.

Was die separaten Frauengruppen angeht, bin ich gleicher Meinung wie unser Brazilian Jiu-Jitsu-Kollege in Sevilla: Warum sollte es Frauengruppen geben? Bei uns gibt es schliesslich auch keine «nur» Männergruppen! Als ich kürzlich beim oben genannten Seminar in Berlin war, gab es eine Reaktion von Maryam, die ungefähr wie folgt war: «Franco, ich habe gesehen, dass du jetzt auch eine ‚nur Frauengruppe‘ hast!» (dabei lächelte sie, weil ich mich immer gegen dieses Gruppenformat gestellt habe, und das weiss sie sehr gut.)

Tatsächlich brachte mich Meister Sylvio Behring, als er kürzlich bei uns zu Besuch war, auf diese Idee. Und so trainieren bei uns neustens, Frauen und Mädchen ab 13 Jahren, einmal in der Woche kostenlos in einer geschlossenen Gruppe. Der Trainingsinhalt ist derselbe wie bei den Männern, ausser dass wir zusätzlich noch wichtige Sicherheitstipps geben wollen, die meiner bescheidenen Meinung nach wichtig sind.

Warum kostenlos? Weil ich meiner Community zeigen will, wie wichtig Selbstverteidigung für Frauen und Mädchen ist. Es gibt viele Gründe, weshalb Frauen es sich so schwer machen, auf die Matte zu kommen und Jiu-Jitsu zu erlernen. Ich denke, so mache ich einen Schritt und biete mich als Trainer an.

Ein weiterer wichtiger Grund ergab sich, als ich damit konfrontiert wurde, dass in einem WhatsApp-Chat blöde Jiu-Jitsu-Memes verteilt wurden. Da dachte ich mir, dass wir in unseren Schulen alle möglichen sexuellen Orientierungen ansprechen. Auf meinem Tatame gibt es keinen Platz für Gespräche über Hautfarbe, sexuelle Orientierung, Religion und Politik.

Ich weiss aber aus verschiedenen Kreisen, dass dies nicht nur ein Problem im BJJ und Kampfsport generell ist. Auch im Fussball und Basketball stehen die Organisationen, Vereine, Leiter und Trainer immer wieder vor Situationen, in denen gewisse Menschen einfach «zu dumm» sind und den tiefen Drang spüren ihre «Neandertaler-Wurzeln» zeigen zu müssen.

Im Brazilian Jiu-Jitsu gibt es auch ein anderes Phänomen, weshalb wir als Teamleiter Präventionsarbeit leisten müssen. In den letzten Monaten wurden international bekannte BJJ-Trainer und Leaders, wegen sexuellen Missbrauchs von Minderjährigen entlassen und müssen nun auch mit rechtlichen Konsequenzen rechnen. Als ich mich in Berlin in der Umkleidekabine befand, fragte mich einer der Seminarteilnehmer: «Franco, du trägst einen Tiefschutz im BJJ?» Meine Antwort war: «Ja, immer, wenn ich weiss, dass auch Frauen, Mädchen und Kinder/Jugendliche dabei sind!» «Ach so, das verstehe ich!», kam als Antwort zurück.

Wenn ich es offen sagen darf, habe ich manchmal das Gefühl, dass Sport die Intelligenz von Männern negativ beeinflusst und die grauen Zellen, wie es Detektiv Poirot sagen würde, komplett blockiert oder sie gar ausschaltet.

Wenn ichmir den Fussballsport anschaue, muss ich mich jedes Mal zwingen, nicht gleich zu übergeben. Die Emotionen der Fans schlagen in totale Aggressivität um, als wäre ein Tor mehr als nur ein Ball im Netz. Nach langer Zeit war endlich wieder ein internationales Kickbox-Event in der Schweiz in den Schlagzeilen, aber nicht, weil die Veranstaltung so grandios war, sondern weil die Fans eine Massenschlägerei anfingen, ohne dass der Zweikampf im Ring begonnen hatte.

Wir Menschen haben noch einen langen Weg vor uns, sowohl in zahlreichen Lebenssituationen als auch in der Art, wie wir unser Leben miteinander teilen wollen. Ich vertraue jedoch der nächsten Generation. Sie wird nicht nur besseres BJJ machen, sondern kann damit auch sämtliche Mauern abbauen. Sie wird das Jiu-Jitsu nutzen, um eine bessere, sicherere und vor allem offenere Welt zu gestalten.

Il pugno esplosivo del Muay Lert Rit.

Esponenti di antiche arti di combattimento come il Pankration e il Pugilatum, esperti di arti di combattimento medievali europee, artisti marziali cinesi e guerrieri siamesi, tutti conoscevano l'efficacia del pugno diretto verticale per il combattimento reale. Anche i pugili a mani nude del 18 ° secolo e quelli con i guantoni del 19° secolo e dei primi del 20° secolo in Europa e in America che hanno fatto una scienza del combattimento con i pugni, erano soliti scagliare pugni diretti nella posizione con il “pollice in su”. Questo modo di dare pugni si contrappone alla posizione con il palmo ruotato verso il basso che è comune in molte arti marziali e nella moderna boxe.

In Thailandia, secondo il maestro Chaisawat, la posizione standard della mano per colpire con i diretti è con il pollice in su. La motivazione originale era che un guerriero armato di spada (il Daab Thailandese in questo caso) poteva vedersi costretto scagliare pugni in una situazione di combattimento a distanza ravvicinata. È chiaro che per farlo doveva tenere la mano chiusa in posizione verticale perché ruotarla non era un'opzione mentre la spada era saldamente nella sua mano. Le tecniche a mani nude seguivano la biomeccanica dei combattimenti armati: quindi il pugno diretto alla testa di base veniva eseguito con un pugno verticale. Inoltre, lo stile del nord est della Thailandia, il Muay Korat, ha fatto di questo modo di portare i pugni diretti, un vero marchio di fabbrica di quel sistema, temuto dagli esponenti degli altri stili regionali.

La domanda è: perché questa specifica posizione della mano per i colpi diretti non è più praticata al giorno d'oggi, quando migliaia di esperti combattenti di tutto il mondo la hanno usata per secoli?La risposta può essere trovata nelle parole del grande pugile Jack Dempsey, che ha studiato come usare i pugni nel combattimento reale come pochi dei suoi colleghi campioni hanno mai fatto.

Nel suo libro di testo sul Fist Fighting (cioè la dolce scienza dell’autodifesa e non lo sport del pugilato) del 1950 intitolato Championship Fighting: explosive punching and aggressive defence ha chiarito che un concetto fondamentale nel colpire è il principio delle linee di forza. Nei pugni diretti, la linea di forza (o power line) è una linea immaginaria che corre dal corpo attraverso la spalla e il gomito ed esce dalle 3 nocche inferiori del pugno verticale. Poiché questa posizione è anatomicamente forte e sicura per l'attaccante, è il modo più puro e più potente di tirare un pugno diretto. Secondo Dempsey, i fondamentali delle vere tecniche di pugno non vengono insegnate ai principianti e il concetto estremamente importante della linea di forza è stato dimenticato.

Proviamo ad analizzare ulteriormente questo concetto.

Nei colpi a pugni nudi è preferibile colpire con una superficie più grande e più piatta per distribuire la forza dell'impatto su un'area del pugno più ampia. Ciò significa che è corretto colpire con le tre nocche del mignolo, dell'anulare e del medio. La nocca dell'anulare è il mirino che useremo per puntare l'obiettivo a cui miriamo. La nostra anatomia determina l'efficienza del pugno nella posizione “ pollice in su”: infatti, se si tiene il braccio disteso con il pugno in posizione verticale, si noterà che una linea retta corre dalla spalla alle tre nocche inferiori. Lo stesso non è vero con le prime due nocche. Pertanto, poiché colpendo con la parte inferiore del pugno si ottiene una linea retta dalla mano al gomito e quindi alla spalla, il pugno verticale è anatomicamente più resistente del colpo col palmo ruotato verso il basso. Questo modo di colpire basato sulla corretta biomeccanica offre la linea più solida per assorbire l'energia cinetica del colpo. Quando eserciti la tua energia su un oggetto (il tuo bersaglio) otterrai la stessa quantità di energia di ritorno. Questa è la terza legge della fisica di Newton: per ogni azione c'è una reazione uguale e contraria. Pertanto, più duramente colpisci, più energia di ritorno devi essere pronto a sopportare. Nei pugni verticali, l'intero braccio e non solo una parte di esso assorbe l'energia del colpo che viene rispedita verso mano che impatta.

Il modo più semplice di "provarlo" (come sostiene Dempsey) consiste nell’estendere rigidamente il braccio verso una parete premendo il pugno tenuto in posizione verticale all'altezza del mento. Appoggia il peso del corpo e lascia che il braccio sostenga tutto la tua massa. Noterai che le 3 nocche più basse forniscono un supporto solido naturale al tuo peso. Sentirai una forte linea di energia che corre dal tuo corpo a spalla, gomito, polso e le 3 nocche inferiori. Così facendo sentirai la vera linea di forza dei pugni diretti verticali. Questo è il famoso " impatto su tre nocche" che Jack Dempsey considerava la migliore applicazione di una linea di forza pura.

Un pugno diretto verticale ha molte possibili applicazioni, per quanto riguarda la distanza dall'avversario. Le applicazioni più ovvie sono a lungo raggio ma anche a distanza ravvicinata può essere un'arma impressionante.

• Applicazioni a lungo raggio.

La maggior parte delle volte, un pugno verticale deve essere usato per attaccare l'avversario da lontano, durante il cosiddetto out-fighting (o combattimento alla distanza). Un passo avanti esplosivo e un

• Per maggiori informazioni sul tema del pugno del Muay Lert Rit: Guida ufficiale all’IMBA Lert Rit: http://www.muaythai.it/imba-lert-rit/?lang=it#guide

• Per maggiori informazioni sulla Muay Boran IMBA:

• Sito ufficiale IMBA: www.muaythai.it

• Europa: Dani Warnicki (IMBA Finland) dani.warnicki@imbafinland.com

•Sud America: Juan Carlos Duran (IMBA Colombia) imbacolombia@gmail.com

• Oceania: Maria Quaglia (IMBA Australia) imbaaust@gmail.com

• Segreteria Generale: Marika Vallone (IMBA Italia) imbageneralsecretary@gmail.com

diretto verticale tempestivo sono tutto ciò di cui hai bisogno per mettere fuori combattimento il tuo avversario. Questo è ciò che Jack Dempsey chiamava colpo di pugno esplosivo: fai un passo avanti come se stessi cadendo e lancia un pugno lungo la linea di forza, ricordando di utilizzare la nocca dell'anulare come mirino. Nel Muay Lert Rit il tipo di energia espresso dalla potente combinazione di uno scatto in avanti e contemporaneo lancio di un colpo è chiamato “la freccia avvelenata”. In effetti il pugno scagliato con questa potenza esplosiva è paragonabile ad una freccia

scagliata da un grande arco che, se colpisce bersagli sensibili causa danni irreparabili. In effetti, se raggiungi con precisione il mento, la mascella, l'orbita oculare o il naso dell'avversario, è probabile che l’avversario andrà al tappeto e ci resterà.

Dalla lunga distanza, puoi anche applicare il passo e pugno verticale contro i calci (come nella tecnica del Combat Muay Boran chiamata "il corvo becca l’uovo"). Quando l'avversario inizia a ruotare i fianchi per lanciare la gamba circolarmente, non perdere tempo e fai un rapido

passo in avanti esplodendo con un potente pugno verticale diretto, pensando di sfondare il bersaglio (il volto, la gola o il lato della sua testa). Un rapido knockout è spesso il risultato drammatico di questa azione.

• Applicazioni a corto raggio.

In alcuni casi sei costretto a dare un pugno da una breve distanza dal bersaglio. Questo è il caso delle situazioni in cui non vuoi lottare con l'avversario e preferisci invece intrappolare e colpire. Anche a distanza ravvicinata, un pugno diretto verticale può essere la scelta migliore per

spedire rapidamente il tuo avversario al tappeto. In effetti, il pugno verticale consente anche di sviluppare una grande potenza a breve distanza dal bersaglio. Ciò è dovuto principalmente alla posizione anatomicamente corretta della spalla. In effetti, quando il braccio è esteso davanti a te e il pugno è nella posizione pollice in su, la spalla è naturalmente connessa al corpo ed è bloccata in una posizione che collega fortemente la massa corporea con il braccio. Questa è una garanzia di ottimale trasferimento di energia e di grande sicurezza per l'attaccante nel momento dell'impatto.

La Scherma Jonica ha i kata? l’allenamento “a solo”

Una delle più evidenti differenze tra le discipline orientali e quelle occidentali sembra essere la presenza delle “forme” nelle prime e la totale assenza di queste nelle seconde. Per “forme” si intendono sequenze di movimenti da eseguirsi a solo. Esse costituiscono la struttura portante di molte arti marziali: i kata del karate i Tao Lu del Kung Fu, i Jurus del Silat i Sayaw del kali filippino… Se invece pensiamo alla boxe, alla scherma, alla lotta, ovvero alle arti occidentali, queste affascinanti sequenze di movimenti “a solo” sembrano non esistere.

La Scherma Jonica La Scherma Jonica

È davvero così?

Prima di rispondere a questa domanda cerchiamo di approfondire il perché si pratichino le “forme” e a cosa servono queste sequenze di movimenti che caratterizzano cosi tanto le arti marziali orientali. Per cercare di comprendere faremo una una continua comparazione tra i sistemi adottati nei due emisferi del pianeta (quello occidentale e quello orientale). Il primo motivo dell’esistenza delle suddette “forme” sembra essere il bisogno di conservare e trasmettere il sapere. In occidente il sistema marziale veniva immortalato con disegni, didascalie e spiegazioni talvolta espresse addirittura in versi. Se prendiamo ad esempio il testo Fiore di battaglia di Fiore dei Liberi notiamo per l’appunto che l’autore trasmette il suo sapere con disegni e si cimenta pure nella produzione poetica per descrivere le azioni di difesa rappresentate dal maestro che spesso porta una corona sulla testa. I versi e le immagini guidano il lettore all’apprendimento, si impara come eludere un attacco di spada, bastone o daga e e rispondere adeguatamente. Solo un secolo più tardi, in pieno rinascimento il milanese Camillo Agrippa illustrerà il suo trattato Scientia d’arme con meravigliosi disegni tanto che alcuni studiosi li attribuiscono a Michelangelo che era suo allievo. In oriente anziché i disegni, le spiegazioni didascaliche e le rime poetiche si è preferito scrivere dei "libri virtuali” ovvero conservare il sapere attraverso la memorizzazione di sequenze di movimenti che, come carta stampata, venivano tramandati da maestro ad allievo. Esiste tuttavia anche in oriente, in Cina e Giappone, qualche accenno a manuali tecnici corredati da alcuni primitivi disegni, da canzoni che dovrebbero fungere da istruzioni. Si pensi a quelle di alcune scuole di Tai Chi Chuan, tuttavia non sono comparabili con i trattati presenti nelle biblioteche occidentali. Addirittura pensando ancora una volta ai trattati di Agrippa in Italia o del Carranza in Spagna si toccano temi come la geometria, l’aritmetica, la musica e le scienze in generale a complemento dell’arte della scherma.

Se il primo scopo delle forme è conservativo il secondo fine è invece formativo. L’esecuzione delle suddette sequenze di movimenti educa il corpo alle posizioni da assumere ed alle azioni da compiere poi con il compagno. Il grande vantaggio è costituito dal fatto che ci si può allenare da soli raggiungendo persino un buon livello tecnico se ovviamente, le figure che compongono la forme sono ben eseguite. È comunque chiaro a tutti che l’applicazione col compagno non potrà mai venire meno. È altrettanto vero che le forme permettono di portarsi avanti con gli studi e mantenere le qualità psicofisiche necessarie senza per forza avere un partner a disposizione. In tutti gli stili marziali possiamo distinguere due tipi di forme: quelle cristallizzate da eseguirsi con rigorosa precisione e quelle libere ovvero una sorta di improvvisazione da parte dell’esecutore. Nelle arti marziali occidentali questa pratica di esecuzione dei movimenti a solo o in coppia con figure preordinate dal forte valore estetico non era però del tutto sconosciuta. Pochi infatti sanno che le danze non servivano solo come divertimento, oppure come momento conviviale ma erano una vera e propria educazione motoria. Queste esecuzioni donavano ritmo e fluidità alle azioni del guerriero. Non tutti sanno che solo gli uomini- guerrieri potevo danzare e talvolta lo facevano proprio prima della battaglia per avere la giusta carica psicofisica per ingraziarsi le divinità o addirittura per spaventare il nemico (come la danza HAKA dei Maori o quella degli Zulù). In Italia troviamo, ancora oggi, la danza della spada che simula proprio il combattimento oppure le tarantelle e le pizziche che possono essere considerate come dei veri e propri kata di scherma di coltello. L’Italia del sud è stata influenzata per un lungo periodo dalla cultura spagnola e soprattutto nel sud della penisola iberica troviamo il celeberrimo flamenco che talvolta simula proprio un combattimento con la lama corta. I gitani hanno contribuito allo sviluppo di questa danze - kata portando sia nel sud Italia che in Spagna la loro particolare conoscenza nell’arte del coltello. La danza dei coltelli gitana si esegue con un coltello in mano e sempre con una o due lame si esegue la

La Scherma Jonica La Scherma Jonica

Baila Flamenca un forma di flamenco a mano armata. C’è di più: tra i gitani esiste anche la Danza del fuoco in cui in una mano si tiene il coltello e nell’altra un tizzone ardente. Anche in Calabria (sud Italia) c’è la stessa usanza nella danza dei coltelli calabrese e nella tarantella calabrese si danza con un coltello in mano simulando un vero e proprio duello. Oggi il coltello è spesso sostituito da un bastoncino e talvolta dalla mano tesa a taglio poiché in passato era facile, complice il vino, passare dal ballo alla lite reale. Il sud Italia ha avuto molte influenze prima di tutte quella greca tanto che il territorio era denominato Magna Grecia. Soprattutto sulle sponde del mar Jonio gli ellenici ha importato danze guerriere da eseguirsi con le lame. A Creta, isola di grande tradizione guerriera c’è il Pirrichios in cui i ballerini danzano armati di coltelli. Nel nord della Grecia ancora oggi troviamo la danza dei coltelli di Kastoria anche in questo caso i ballerini sono armati di lame. Sull’altra sponda del mare Jonio troviamo l’Albania con cui il sud Italia ha stretti legami ed anche quì troviamo sia le danze dei coltelli (nelle regioni montuose settentrionali) che quella delle spade (nel meridione).

La musica svolge un compito importante nella danza e permette di coordinare il movimento, di imprimere un ritmo alla esecuzione e spesso, proprio come nel flamenco o nel gamelang balinese, il ballerini seguono il variare ritmico dei musicisti creando una comunicazione silenziosa tra chi danza e chi suona.

I movimenti a solo possono anche essere guidati da figure geometriche: linee rette, figure a forma di croce, semicerchi, cerchi concentrici, reticolati, quadrati, triangoli, asterischi… queste figure possono guidare sia il movimento dei piedi sia il movimento delle mani per sorprendere l’avversario.

La scherma rinascimentale, come abbiamo detto sopra, ci ha lasciato una notevole documentazione dello stretto rapporto tra figure geometriche e maneggio delle lama. Possiamo tuttavia intuire che un personaggio come Pitagora, maestro di arti marziali greche, avesse attinto a piene mani alla scienza della geometria per migliorare gli spostamenti dei suoi atleti.

Musica e geometria dunque sono gli ingredienti per una buona libera esecuzione di movimenti a solo o in coppia, sia a mano nuda che con il coltello singolo, o associato con cintura, giacca, cappello, tizzone ardente, mazzola da pescatore, o un’altra lama.

Concludiamo con le parole in rima di un maestro italiano del secolo XV Filippo Vadi nel suo “De arte gladiatoria Dimicandi”che pensava che la scherma fosse una forma di musica e i movimenti dell’arma non facevano altro che descrivere figure geometriche. Sono suoi i seguenti versi:

La geometria e musica comparte

Le loro virtù scientifiche in la spada

Per adornare il gran lume di Marte.

Ancora una volta dobbiamo concludere che spesso l’uomo occidentale appassionato di arti marziali orientali si informa molto sulla tradizione giapponese o cinese ma conosce molto poco della gloriosa tradizione di casa sua.

Una nota finale riguarda l’abbigliamento usato almeno nel lontano passato. Per gli allenamenti si calzavano i sandali oppure il piede nudo per una questione molto pratica: si possedeva solo un paio di scarpe e queste dovevano essere tenute da conto senza sciuparle con le azioni della scherma. Il torso era nudo sia perché parliamo di zone dove le temperature sono per diversi mesi dell’anno elevate oppure indossando la camicia per chi se lo poteva permettere. Il terreno ideale per la pratica della scherma era la spiaggia, il prato (spesso una radura tra pungenti fichi d’India), i cimiteri, oppure le case abbandonate. Si trattava sempre di luoghi appartati in orari insoliti dove nessuno poteva osservare le suddette pratiche. Se per caso qualche contadino o ragazzino sopraffatto dalla curiosità era testimone di tali allenamenti non avrebbe mai fatto parola con nessuno neppure davanti a pesanti minacce. L’arte jonica è segreta perché è l’arte del sangue recitavano sottovoce gli anziani.

L'autodifesa è molto più di una semplice difesa fisica

L'autodifesa, spesso definita «self defense», è molto più che l'apprendimento di tecniche per respingere fisicamente gli attacchi. Si tratta di un concetto globale che comprende la forma fisica, la forza mentale, la consapevolezza, la prevenzione e le conoscenze giuridiche. In un mondo in cui il senso di sicurezza e l'autodeterminazione assumono sempre più importanza, l'autodifesa svolge un ruolo fondamentale, specialmente per quelle persone che prendono sul serio la propria responsabilità personale e desiderano imparare a proteggersi in situazioni critiche.

1. L'importanza dell'autodifesa

L'autodifesa significa proteggersi da danni fisici o psicologici. Non si tratta di rispondere alla violenza con la violenza, ma piuttosto di riconoscere i pericoli, evitarli e, se necessario, reagire ad essi in modo efficace. Ogni persona ha diritto all'autoprotezione.

L'autodifesa non serve, quindi, all'aggressione, ma alla de-escalation e alla sicurezza. Trasmette fiducia nella propria capacità di agire e può contribuire in modo decisivo a evitare il ruolo di vittima. Proprio nelle situazioni delicate, è la forza mentale a determinare le decisioni giuste e l'azione adeguata.

2. La prevenzione come prima linea di difesa

Il modo più efficace di difesa personale è non trovarsi in una situazione pericolosa. La prevenzione inizia con l'attenzione. Le persone che percepiscono attivamente l'ambiente circostante, riconoscono i potenziali rischi ed evitano per tempo determinati luoghi o situazioni, riducono notevolmente la loro esposizione al pericolo.

La consapevolezza della sicurezza si acquisisce attraverso l'allenamento:

•Osservazione dell'ambiente circostante: chi è attento nota i cambiamenti, i comportamenti insoliti o le possibili fonti di pericolo.

•Linguaggio del corpo e presenza: una postura eretta e sicura di sé trasmette forza e vigilanza e può dissuadere i potenziali aggressori.

•Fidarsi dell'istinto: l'intuizione è un potente sistema di allerta. Se una situazione «non sembra a posto», è meglio evitarla.

•Scambio di informazioni: in città o quando si viaggia, è utile informarsi sulla situazione di sicurezza locale, sulle condizioni di illuminazione e sui luoghi a cui rivolgersi in caso di necessità.

Tutto ciò dimostra che l’autodifesa inizia già nella mente, molto prima che si verifichi un attacco.

3. Aspetti fisici dell'autodifesa

Oltre alla prevenzione, l'allenamento fisico costituisce il nucleo dell'autodifesa classica. L'obiettivo è imparare tecniche semplici ed efficaci che possano essere applicate in situazioni di stress, indipendentemente dal sesso, dall'altezza o dalla forma fisica.

Gli elementi tipici sono pugni, calci, liberazioni da prese e lo sfruttamento selettivo dei punti deboli dell'avversario. Discipline e concetti di allenamento importanti:

•Krav Maga: un sistema israeliano moderno, noto per la sua efficacia e i suoi scenari realistici. Allena la reazione, la determinazione e la capacità di adattamento.

•Wing Chun: un'arte marziale cinese basata sull'efficienza, la rapidità e il movimento economico. Ideale per persone con minori capacità fisiche.

•Jiu-Jitsu o Brazilian Jiu-Jitsu: qui l'attenzione si concentra sulla lotta a terra e sulle tecniche di leva per controllare l'aggressore o renderlo inoffensivo.

•Boxe e kickboxing: migliorano la condizione fisica, la coordinazione e la potenza di colpo, componenti importanti per reazioni rapide e precise.

L'obiettivo dell'allenamento non è diventare un lottatore, ma essere in grado di difendersi in caso di emergenza. La pratica regolare rafforza inoltre la forma fisica, i riflessi, l'equilibrio e la resistenza.

4. Forza psicologica ed emotiva

L'autodifesa inizia nella mente. Chi mantiene la calma in una situazione di stress ha maggiori possibilità di agire con lucidità. La paura è una compagna naturale nelle situazioni di pericolo, ma può paralizzare o provocare reazioni irriflessive. Per questo motivo, i programmi di allenamento integrano sempre più componenti psicologiche: gestione dello stress, preparazione mentale e superamento della paura. Attraverso la pratica ripetuta di scenari realistici, il cervello viene condizionato a riconoscere più rapidamente le situazioni di pericolo e a ottimizzare le reazioni istintive.

Un altro aspetto importante è l’assertività: stabilire limiti chiari. Una voce ferma, un «No!» deciso o una postura corporea decisa possono prevenire molti attacchi. Le persone che sanno imporsi verbalmente e non verbalmente irradiano un’autorità naturale che spesso dissuade gli aggressori.

5. Difesa personale per diversi gruppi target

Donne:

Statisticamente, le donne si sentono minacciate più spesso da aggressioni fisiche. Per questo motivo, molte scuole offrono corsi speciali di autodifesa per donne. Questi si concentrano su situazioni realistiche, come aggressioni in luoghi pubblici o molestie. L'enfasi è posta sulle tecniche di liberazione, sull'uso della propria voce e sulla forza mentale. B Bambini e adolescenti:B

Per i giovani, la prevenzione è la cosa più importante: riconoscere i pericoli, saper dire «No!» e sapere come chiedere aiuto. L'autodifesa insegna loro ad ascoltare il proprio istinto e a rispettare i limiti. Allo stesso tempo, rafforza l'autostima e riduce il rischio di molestie.

Anziani:

Anche gli anziani possono trarre beneficio dall'autodifesa. In questo caso, non si tratta tanto di tecniche fisiche, quanto piuttosto di consapevolezza, equilibrio corporeo e semplici sequenze di movimenti che possono essere eseguite in momenti di stress.

6. Fondamenti giuridici dell’autodifesa

Ciò significa che chi difende se stesso o altri da un attacco in corso e illegale agisce in modo legittimo, anche se l’aggressore rimane ferito.

Tuttavia, si applica il principio di proporzionalità: la difesa non deve eccedere lo stretto necessario. L'obiettivo è porre fine all'attacco, non vendicarsi. Per questo è importante allenare le tecniche di autodifesa in modo che possano essere applicate in modo efficace, ma controllato.

7. L'autodifesa come sviluppo personale

Chi pratica l'autodifesa cambia anche il proprio atteggiamento nei confronti della vita. Si impara ad assumersi responsabilità, a stabilire dei limiti, ad accettare le conseguenze e a gestire lo stress. Questa fiducia in se stessi ha spesso un effetto positivo in altri ambiti della vita: nel lavoro, nelle relazioni o nella vita quotidiana.

Molte persone affermano che, grazie all'allenamento regolare, acquisiscono maggiore consapevolezza del proprio corpo, presenza mentale e pace interiore. Alcuni paragonano

addirittura l'autodifesa a una forma di meditazione in movimento, poiché allena la concentrazione e la serenità.

8. Evoluzione moderna e autodifesa digitale

Nell’era della digitalizzazione, anche l’autodifesa virtuale — la protezione dei dati personali e della privacy — è diventata parte dell’autoprotezione. La «ciberautodifesa» comprende il comportamento sicuro in rete, la protezione delle informazioni sensibili e l’individuazione dei tentativi di manipolazione, ad esempio tramite phishing o ingegneria sociale.

Questo concetto ampliato evidenzia che, al giorno d’oggi, l’autodifesa deve essere intesa in modo integrale: fisica, psichica e digitale.

Conclusione:

L’autodifesa significa assumere il controllo della propria sicurezza: fisica, mentale e giuridica. Non è un’espressione di violenza, ma di rispetto per se stessi e di fiducia in se stessi. Chiunque può impararla, indipendentemente dall’età, dal genere o dalla forma fisica.

L'obiettivo non è diventare invincibili, ma mantenersi preparati, vigili e capaci di agire. Chi si difende da solo non solo protegge il proprio corpo, ma anche la propria dignità, la propria libertà e la propria qualità di vita.

Sociopathy part 1 Sociopathy part 1

Sociopatici

Lo svuotamento dell'anima umana

Prologo: Quando il cuore tace

Ci sono molti pericoli che un guerriero deve imparare ad affrontare.

Alcuni sono evidenti.

Una spada.

Un pugno.

Un nemico che ti sta di fronte, in piena vista.

Questi non sono i più pericolosi.

I nemici più pericolosi sono quelli che si insinuano in silenzio.

Quelli che non ti attaccano dall’esterno, ma che sorgono dall’interno.

Quelli che non feriscono prima la carne, ma che corrodono l’anima.

Quelli che lasciano il corpo in piedi, il volto sorridente, la voce sicura, e tuttavia svuotano il cuore fino a quando un uomo non è più in grado di distinguere tra potere e amore, controllo e verità, conquista e scopo.

Uno di questi nemici è ciò che nel linguaggio moderno viene comunemente chiamato sociopatia.

Non parlo qui semplicemente come farebbe un medico, né mi interessa ridurre il mistero dell'anima umana a un'etichetta sterile. C'è un posto per la medicina, un posto per la diagnosi, un posto per la psicologia, e queste discipline hanno la loro utilità. Ma il guerriero, il ricercatore, l'uomo spirituale, deve andare oltre. Deve chiedersi non solo «Qual è il comportamento?», ma «Qual è lo spirito che c'è dietro?». Non solo «Cosa succede a questa persona?», ma «Cosa è morto dentro di lei?». Non solo «Come funziona?», ma «In cosa si è trasformata?».

Perché la più grande tragedia della vita umana non è semplicemente diventare malvagi. È diventare incapaci di sentire il peso del male.

Questo è molto più terrificante.

Un uomo può peccare e rimanere salvabile, perché la coscienza arde ancora dentro di lui. Può fallire, può cadere, può ferire gli altri, ma se è ancora capace di piangere, se può ancora provare vergogna, se può ancora tremare di fronte alla verità, allora qualcosa di sacro rimane vivo dentro di lui. Ma quando il cuore si indurisce così tanto, diventa così difensivo, si allontana così tanto dalla compassione che il dolore di un'altra persona non viene più percepito come reale, allora non stiamo più parlando semplicemente di debolezza. Stiamo parlando di una profonda corruzione dell'essere umano.

La sociopatia, in questo senso, non è solo inganno.

Non è solo manipolazione.

Non è solo egoismo.

È la graduale intronizzazione dell’io a spese dell’anima.

È la condizione in cui la persona non vede più gli altri come esseri sacri che portano l’immagine di Dio, ma come oggetti: utili, usa e getta, strategici, divertenti, redditizi o ostacolanti. È la riduzione della relazione all’utilità. È la separazione del potere dall'amore. È l'elevazione del desiderio personale al di sopra della verità, al di sopra della compassione, al di sopra della riverenza, al di sopra della responsabilità, al di sopra di Dio stesso.

La persona sociopatica può sembrare forte.

Infatti, spesso lo sembra.

Può sembrare serena sotto pressione.

Può sembrare intrepida, determinata, carismatica, persino superiore.

Può dire la cosa giusta, imitare le emozioni appropriate, trasmettere sicurezza e dominare la sala.

Ma bisogna guardare oltre.

Molti confondono l'assenza di paura visibile con il coraggio.

Non lo è.

Molti confondono la freddezza emotiva con la padronanza.

Non lo è.

Molti confondono il fascino con il carattere. Non lo è.

Molti confondono la calma calcolata con la saggezza. Non lo è.

Anche una pietra è calma. Questo non la rende viva.

La questione non è se una persona possa apparire forte.

La questione è se la sua forza sia radicata nella verità, nella compassione, nel rispetto e nella responsabilità, o se sia semplicemente l’efficiente meccanismo di una volontà egoistica.

Agli Hwarang veniva insegnato che, prima di alzare la spada, lo spirito deve inchinarsi. Perché? Perché il potere senza umiltà si trasforma in violenza. L'abilità senza coscienza si trasforma in depredazione. L'intelligenza senza amore si trasforma in corruzione. E la disciplina senza Dio si trasforma in adorazione di sé stessi. Il pericolo della sociopatia è proprio questo: un essere umano può diventare altamente funzionale nel mondo mentre si deforma spiritualmente dall’interno. Può guadagnare influenza mentre perde la propria anima. Può imparare a leggere le persone, ma non ad amarle. Può padroneggiare la strategia, ma non padroneggiare mai se stesso. Ecco perché la sociopatia deve essere intesa non solo come un disturbo sociale, ma come un monito spirituale.

Solleva una domanda terrificante:

Cosa succede quando un essere umano si separa dal significato morale della sofferenza di un'altra persona?

Cosa succede quando le lacrime degli altri non ti commuovono più?

Quando il senso di colpa diventa un fastidio invece che una convinzione?

Quando la verità diventa negoziabile?

Quando le bugie diventano strumenti?

Quando le relazioni diventano transazioni?

Quando persino la gentilezza diventa una recita?

Quando smetti di chiederti «È giusto?» e inizi a chiederti solo «Posso farla franca?»

Quella è la caduta.

E siamo sinceri: questa caduta non inizia con i mostri.

Inizia con la gente comune.

Inizia con piccoli compromessi.

Inizia con l’ego.

Inizia dalle ferite che non guariscono.

Inizia dall’orgoglio, dalla paura, dal senso di diritto, dal risentimento e dal rifiuto di rendere conto.

Inizia quando scegliamo il controllo sulla vulnerabilità, l’immagine sulla verità, il vantaggio sulla coscienza.

Inizia quando il cuore comincia a tacere.

La tragedia è che la società moderna spesso premia le prime forme di questa corruzione. Ammiriamo l'ambizione spietata. Celebriamo il dominio e lo chiamiamo leadership. Glorifichiamo l'interesse personale e lo chiamiamo fiducia. Addestriamo le persone a curare le apparenze, a manipolare le percezioni e a sfruttare le relazioni per ottenere vantaggi. Confondiamo il non preoccuparci con l'essere maturi. Confondiamo il distacco emotivo con la maturità. Confondiamo l'intimidazione con il rispetto. Confondiamo l'istinto di conservazione con la saggezza. E poi ci chiediamo perché così tante anime muoiano di fame mentre tanti ego fioriscono.

Comprendi questo, comprendilo davvero.

L'essere umano non è stato creato semplicemente per sopravvivere.

Non è stato creato semplicemente per vincere.

Non è stato creato semplicemente per consumare, acquisire, impressionare, sedurre, dominare o sopportare.

È stato creato per amare.

Per servire.

Per conoscere la verità.

Per camminare con umiltà davanti a Dio.

Per proteggere il sacro.

Per assumersi la responsabilità.

Per diventare un canale attraverso il quale la bontà, la giustizia, la misericordia e il coraggio possano fluire verso

il mondo.

Quando si perde quell’orientamento sacro, l’anima non rimane neutrale.

Non si limita a fare una pausa.

Si ritira in se stessa.

Comincia a nutrirsi di se stessa.

E ciò che rimane può continuare a sembrare un uomo, ma non uno completo.

Questo articolo non è stato scritto per condannare da lontano, né per porci al di sopra di coloro che esaminiamo. È stato scritto perché ogni ricercatore serio deve affrontare la possibilità che i semi di questa corruzione esistano, in una certa misura, dentro tutti noi. Forse non nella loro forma più estrema. Forse non nella piena manifestazione che distrugge vite senza rimorsi. Ma la radice è lì ogni volta che sfruttiamo la debolezza, manipoliamo l’affetto, mascheriamo l’egoismo da virtù o ci induriamo di fronte alla sofferenza degli altri.

Ecco perché questo non è semplicemente un articolo su «loro».

Riguarda noi.

Riguarda ciò in cui si trasformano gli esseri umani quando si abbandona la verità.

Quando si incorona l’orgoglio.

Quando si idolatrano le ferite.

Quando si elude la responsabilità.

Quando Dio viene sostituito dall’io.

E, tuttavia, non scrivo senza speranza.

Finché c’è respiro, la redenzione rimane possibile. Finché un uomo può ancora ascoltare la verità, provare convinzione, inginocchiarsi, pentirsi, arrendersi, la storia non è finita. Il cuore può essere sepolto, ma non deve necessariamente rimanere morto. L'anima può essere indurita, ma non deve necessariamente rimanere inaccessibile. Ciò che è stato distorto può, per grazia, essere portato alla luce.

Ma solo se si è disposti ad affrontare la verità.

Ed è lì che inizia ogni vera guarigione.

Non con le scuse.

Non con la gestione dell'immagine.

Non con la colpa.

Non con la superiorità.

Ma con la terribile, purificatrice e liberatoria verità.

Cominciamo da lì.

Parte I: Al di là dell'etichetta: ciò che la sociopatia rivela davvero

Le parole sono pericolose.

Quando vengono usate con noncuranza, nascondono più di quanto rivelino.

Quando vengono usate in modo superficiale, ci danno l'illusione di comprendere senza il peso della vera perspicacia.

«Sociopatia» è una di quelle parole.

La gente la usa ormai con totale naturalezza. Un amante egoista viene definito sociopatico. Un capo severo viene definito sociopatico. Un bugiardo, un manipolatore, un amico egoista, un ex senza cuore, un politico crudele: a tutti viene affibbiata un’etichetta, come se dare un nome al comportamento equivalesse a comprendere l’anima che c’è dietro.

Ma il guerriero non deve mai accontentarsi di una denominazione superficiale.

Deve cercare l’essenza.

Deve chiedersi: qual è la radice?

I segni esterni possono variare. Una persona mente compulsivamente. Un’altra manipola l’affetto. Un’altra approfitta della fiducia. Un’altra non prova rimorsi. Un’altra prova piacere nel controllo. Un’altra può ferire le persone ripetutamente e, tuttavia, dormire placidamente. Un'altra usa l'intimità come un'arma. Un'altra parla il linguaggio dell'amore mentre vive secondo la legge dell'appetito. Un'altra può imitare la compassione così bene che persino i saggi si lasciano ingannare.

Questi sono sintomi.

Ma qual è l'essenza?

L'essenza è questa: una profonda rottura tra l'io e la realtà morale degli altri.

La predisposizione sociopatica non si limita a infrangere le regole.

Rompe il rapporto con la coscienza.

Rompe il rispetto per la dignità umana.

Rompe la sacra barriera che dice: «Quest’altra persona non è di tua proprietà perché tu la utilizzi».

Ecco perché la sociopatia non può essere intesa semplicemente come un problema comportamentale. È un disturbo delle relazioni — non solo con la società, ma con la verità, con l’empatia, con la responsabilità morale e, in ultima analisi, con Dio. L’anima sociopatica, in un senso profondo, ha smesso di percepire gli altri come esseri sacri. Può studiarli. Può affascinarli. Può anticiparne le reazioni. Potrebbe persino aver bisogno di loro. Ma non le onora. Questa è la differenza.

Alcuni pensano che l’empatia significhi debolezza emotiva. No. L’empatia è riconoscimento morale. È la capacità di sentire, in modo autentico, che la gioia e il dolore di un’altra persona sono reali. Che la sua sofferenza conta. Che la sua umanità non è secondaria al tuo desiderio.

Senza questo, l’intelligenza diventa predatoria.

Il fascino diventa esca.

La forza diventa intimidazione.

L'amore diventa teatro.

E la relazione diventa una caccia.

Ecco perché la sociopatia è così agghiacciante. Non è sempre esplosiva. Anzi, spesso è serena. Non è sempre violenta. Spesso è molto controllata. Non è sempre visibilmente crudele. Spesso è raffinata, strategica, seducente e socialmente abile.

La mente immatura si aspetta che il male abbia un aspetto brutto.

Spesso non è così.

A volte il male è eloquente.

A volte è attraente.

A volte ha successo.

A volte è disciplinato.

A volte indossa la fiducia come un mantello regale.

A volte parla con certezza, sorride senza calore e osserva le tue ferite come uno stratega studia una mappa.

Non essere ingenuo.

Non tutti coloro che comprendono le emozioni le provano correttamente.

Non tutti coloro che dicono «ti amo» sanno cos'è l'amore.

Non tutti coloro che piangono sono sinceri.

Non tutti coloro che sono tranquilli sono in pace.

Non tutti coloro che sono forti sono buoni.

Il mondo insegna alle persone ad ammirare la superficie. Dio guarda il cuore.

Le Scritture ci dicono chiaramente:

«L'uomo guarda all'apparenza esteriore, ma il Signore guarda al cuore».

1 Samuele 16:7

Ed è proprio nel cuore che sta il nocciolo della questione.

Perché la persona sociopatica spesso diventa molto abile nella gestione esteriore poiché manca di sostanza interiore. Quando la coscienza genuina è debole, l’apparenza diventa fondamentale. Se non si può essere buoni, si può comunque sembrarlo. Se non si può amare, si può comunque imitarlo. Se non si può entrare in contatto, si può comunque controllare. Se non si

può provare rimorso, si può comunque imparare come dovrebbe apparire il rimorso.

Ecco perché queste persone possono confondere così tanto gli altri. Le loro parole e le loro azioni non coincidono a lungo, ma la loro recita può essere abbastanza convincente da ritardare la presa di coscienza. E poiché molte persone desiderano credere al meglio, scusano ciò che avrebbe dovuto essere visto chiaramente. Confondono l’incoerenza con la complessità. Confondono la manipolazione con il dolore. Confondono il pericolo con il semplice fatto di essere feriti.

Ora, mi capisci bene: il dolore è reale. Il trauma è reale. La frattura è reale. Le persone portano con sé ferite terribili dell’infanzia, dell’abbandono, dell’umiliazione, del tradimento e della paura. Molti comportamenti distruttivi nascono dal dolore. Ma il dolore, per quanto profondo, non giustifica la crudeltà. Le ferite spiegano molto, ma non giustificano l'uso ripetuto degli altri senza pentimento.

È qui che entra in gioco la responsabilità morale.

Una persona ferita può aggredire qualcuno e poi pentirsene.

Una persona ferita può sbagliare e poi pentirsi.

Una persona ferita può fare del male e poi cercare la verità.

Ma quando una persona viola, inganna, sfrutta, umilia e manipola ripetutamente — e poi lo razionalizza, lo minimizza, lo nega o addirittura se lo gode —, non siamo più di fronte a un semplice dolore. Siamo di fronte a una persona che ha iniziato a fare della distorsione morale la propria dimora.

Ecco perché la questione è così seria.

La sociopatia non è semplicemente «essere danneggiati».

È il danno trasformato in arma.

È l’autoprotezione trasformata in dominio.

È una volontà così impegnata nella propria conservazione, gratificazione e controllo da trattare le vite degli altri come danni collaterali.

E come avviene tutto questo?

Non all’improvviso.

L’anima non si svuota in un solo istante.

Si svuota per la ripetizione.

Per la concessione.

Per il peccato non confessato.

Per le bugie provate.

Per il senso di colpa ignorato.

Per gli appetiti assecondati.

Per la coscienza ignorata più e più volte fino a quando la sua voce si indebolisce.

All’inizio, la persona lo sa.

Poi, la persona si razionalizza.

Poi, la persona si adatta.

Poi, la persona si identifica con la distorsione.

E infine, la persona non si chiede più se qualcosa sia sbagliato, ma solo se sia efficace.

Questa è la progressione.

In questo senso, la sociopatia rivela qualcosa di terribile ma importante sulla condizione umana: una persona può diventare altamente funzionale mentre si deforma moralmente. La società di solito premia i risultati, non la purezza di cuore. Premia l'immagine, la performance, il carisma, i risultati, la persuasione, l'ambizione, l'influenza. Una persona può prosperare esternamente mentre muore interiormente. Può essere ammirata pubblicamente mentre marcisce spiritualmente. Può conquistare il mondo e perdere la propria anima, esattamente come ha avvertito Cristo.

«A che servirà all'uomo conquistare il mondo intero, se perde la propria anima?»

Matteo 16:26

Il modello sociopatico è una risposta a questa domanda. È ciò che accade quando il guadagno diventa un dio.

Quando l'io diventa sovrano.

Quando la coscienza diventa un ostacolo.

Quando la verità si subordina all’appetito.

Ora approfondiamo ancora di più.

La persona sociopatica non solo è priva di amore. Spesso ne ha paura. L’amore genuino richiede vulnerabilità, reciprocità, riverenza e dedizione. Richiede di riconoscere che l’altra persona non è una pedina nella tua storia, ma una vita sacra affidata alle tue cure. Questo terrorizza l'anima disordinata perché l'amore non può essere controllato come si controlla una recita. Il vero amore mette a nudo. Richiede di rendere conto. Esige la verità. Minaccia l'io falso.

Per questo, l'anima sociopatica tende a sostituire l'intimità con il dominio.

Dominare è più sicuro che amare.

Manipolare è più sicuro che fidarsi.

Sedurre è più sicuro che lasciarsi conoscere.

Controllare è più sicuro che arrendersi.

Usare è più sicuro che apprezzare.

Ecco perché queste persone possono sembrare potenti mentre rimangono profondamente atrofizzate. Possono conquistare situazioni, ma non se stesse. Possono leggere la debolezza, ma non onorare la forza. Possono entrare in stanze, relazioni e istituzioni con precisione strategica, e tuttavia rimanere spiritualmente infantili, incapaci di inginocchiarsi, incapaci di pentirsi, incapaci di amare senza consumare.

Questa non è grandezza.

È una deformità mascherata da forza.

Gli Hwarang capivano che la vera forza deve essere radicata nella riverenza, nella moderazione, nella lealtà e nello scopo morale. Un guerriero che non sa governare il proprio ego non è adatto a governare il proprio potere. A un uomo che non sa inchinarsi non si può affidare la spada. E un essere umano che non riesce a percepire il sacro in un'altra vita diventa pericolo-

so, per quanto raffinato, disciplinato o dotato possa sembrare.

Allora, cos'è la sociopatia?

È la possibilità agghiacciante che un'anima umana si pieghi così tanto verso l'interno da utilizzare i doni dell'intelligenza, della percezione, del linguaggio, della sessualità, della strategia e del potere non per la comunione, ma per lo sfruttamento. Non per la protezione, ma per l'autoesaltazione. Non per la verità, ma per la manipolazione. Non per Dio, ma per il trono dell'io.

E se siamo saggi, non ci limiteremo a chiederci: «Chi intorno a me è così?».

Ci porremo la domanda più difficile:

In quale parte di me hanno inizio queste tendenze?

Perché la guarigione inizia dove finisce l’illusione.

Parte II: La nascita dell’io vuoto

Nessun bambino nasce dicendo: «Voglio diventare un distruttore di fiducia».

Nessun neonato giace nella culla tramando la manipolazione.

Nessun bambino piccolo dice: «Un giorno non proverò nulla quando gli altri si spezzeranno».

Nessuna bambina dice: «Un giorno trasformerò l’affetto in strategia».

La corruzione arriva dopo.

Il che significa che dobbiamo porci una domanda dolorosa ma necessaria:

Come nasce l’io vuoto?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo partire da dove inizia ogni verità seria: dalla frattura dell’innocenza.

Gli esseri umani nascono vulnerabili. Dipendenti. Ricettivi. Aperti. Qualsiasi forza che emerga in seguito, ha origine nella debolezza. Veniamo al mondo con il bisogno di contatto, amore, cura, sintonia, guida e protezione. Conosciamo noi stessi attraverso le relazioni. Scopriamo la realtà attraverso la fiducia. Comprendiamo la sicurezza attraverso il volto e la presenza di un'altra persona.

Quando questo fondamento sacro viene violato, distorto, trascurato o usato come arma, qualcosa di profondo può andare storto nell'architettura dell'anima.

Un bambino che è costantemente amato impara che le relazioni sono sicure.

Un bambino che viene guidato impara che ci si può fidare della verità.

Un bambino che viene corretto con amore impara che i limiti non sono rifiuto.

Un bambino che viene visto impara che il suo mondo interiore conta.

Ma un bambino che viene usato, scartato, terrorizzato, umiliato, manipolato o abbandonato emotivamente può imparare un vangelo molto diverso.

Può imparare che la vulnerabilità è pericolosa.

Che la dipendenza è umiliazione.

Che la tenerezza porta al dolore.

Che la verità non protegge.

Che l’amore è instabile.

Che le persone non sono affidabili.

Che il controllo è sopravvivenza.

E una volta che questa lezione penetra abbastanza in profondità, l’anima inizia a riorganizzarsi attorno alla difesa.

È lì che inizia lo svuotamento.

Ora, lasciami essere chiaro. Non tutti coloro che soffrono diventano sociopatici. Molti di coloro che sopportano ferite terribili diventano compassionevoli proprio perché conoscono il dolore. Molte anime spezzate diventano misericordiose. Molte persone tradite diventano oneste. Molti bambini abbandonati diventano adulti profondamente amorevoli. La sofferenza non determina il destino.

Ma la sofferenza non sanata può distorcere il destino.

Soprattutto quando il dolore non viene affrontato con verità e amore, ma con orgoglio, risentimento, senso di diritto e desiderio di controllo. Allora la ferita non è più semplicemente qualcosa che si sopporta. Diventa qualcosa a cui si obbedisce. Diventa identità. Diventa metodo. Diventa permesso.

Il bambino ferito dice: «Non voglio mai più sentirmi impotente». Questo è comprensibile.

L'adulto corrotto dice allora: «Pertanto, mi assicurerò che gli altri si sentano impotenti prima che possano farmi del male».

È lì che inizia la tragedia.

Invece di diventare umile attraverso la sofferenza, la persona si rafforza con essa. Invece di lasciare che il dolore le apra il cuore, il dolore lo indurisce fino a trasformarlo in un'armatura. E poiché l'armatura funziona — almeno in apparenza —, viene scambiata per forza.

Ma l'armatura non è pelle.

E la difesa non è vita.

L'io vuoto nasce quando la protezione diventa la legge suprema. Quando la persona smette di chiedersi: «Che cos'è la verità?», e si chiede solo: «Cosa mi impedisce di essere ferito, smascherato, umiliato o vulnerabile?». Una volta che questo diventa il principio guida, tutte le facoltà dell’io iniziano a piegarsi ad esso.

La verità diventa negoziabile.

L’affetto diventa strategico.

La moralità diventa situazionale.

Gli altri diventano strumenti.

La coscienza diventa un’interferenza.

Il cuore non scompare all’improvviso.

Si seppellisce.

Strato dopo strato.

Seppellito sotto la paura.

Seppellito sotto la rabbia.

Seppellito sotto l’umiliazione.

Seppellito sotto l’ambizione.

Seppellito sotto l’autoprotezione.

Seppellito sotto il bisogno di non inginocchiarsi mai più.

Ed è qui che l’orgoglio entra con una forza devastante.

L’orgoglio offre sempre lo stesso veleno:

Non sarai più debole.

Non sarai più inferiore a nessuno.

Non sarai più in balia dell'amore.

Non avrai bisogno di nessuno.

Diventerai intoccabile.

È la vecchia menzogna edenica in una forma più psicologica.

Il serpente disse: «Sarai come Dio».

L'orgoglio continua a dire la stessa cosa.

Non necessariamente in linguaggio religioso. A volte in linguaggio emotivo. A volte in linguaggio di sopravvivenza. A volte in linguaggio terapeutico. A volte nel linguaggio dell’empowerment.

Ma sotto tutto questo c’è la stessa ribellione:

Definirò il bene e il male da solo.

Non mi fiderò di nessuna autorità al di sopra di me.

Diventerò il mio stesso protettore, la mia stessa legge, il mio stesso centro, il mio stesso salvatore.

Questo è l’inizio dell’io vuoto.

È possibile che la persona sia stata ferita dagli altri, sì. Ma poi arriva il momento fatidico in cui la ferita si trasforma in auto-deificazione. La persona non si limita più a proteggersi. Si intronizza. E una volta che l’io è intronizzato, la relazione è subordinata all’appetito.

Ecco perché la sociopatia porta spesso con sé un’aria di fredda sovranità. La persona non è semplicemente impulsiva. Spesso si sente al di sopra. Al di sopra della correttezza. Al di sopra dei normali obblighi emotivi. Al di sopra del senso di colpa. Al di sopra della tenerezza che guida le persone perbene. Può persino disprezzare queste capacità negli altri, vedendo l’empatia come una debolezza, il rimorso come un fastidio e il sacrificio personale come una sciocchezza.

Che cosa è successo?

La persona ha scelto l’invulnerabilità al posto dell’umanità. E quella scelta — provata per anni — svuota l’anima.

Ora, ecco un’altra dolorosa verità: a volte i semi vengono innaffiati non solo dal dolore, ma anche dalle lodi. Un bambino dotato per natura — bello, intelligente, carismatico, talentuoso, manipolatore per istinto — può scoprire presto che il rendimento gli apre le porte. Che il fascino apre le porte. Che la percezione è potere. Che l’emozione può essere imitata. Che si possono prendere in giro gli adulti. Che si può sfuggire alle conseguenze.

Se il carattere non si forma insieme a questi doni, il pericolo si moltiplica.

Perché allora il bambino non si limita a difendersi dal dolore. Sta imparando l'ebbrezza del controllo.

Impara:

Posso dire ciò che hanno bisogno di sentire.

Posso diventare ciò che vogliono vedere.

Posso fingere sincerità senza rinunciare a nulla di reale.

Posso vincere senza amare.

Posso prendere senza che sembri che io prenda.

Questo è spiritualmente catastrofico.

Perché i doni senza formazione si trasformano in corruzione.

Il potere senza riverenza si trasforma in depredazione.

L'astuzia senza coscienza diventa un'arma.

Ecco perché le Scritture mettono così spesso in guardia riguardo al cuore. Non perché l'emozione sia cattiva, ma perché il cuore senza controllo — specialmente quando si fonde con l'orgoglio — diventa astuto nella sua auto-giustificazione.

«Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa, e perverso; chi lo conoscerà?»

Geremia 17:9

Questo non significa che il cuore sia inutile. Significa che il cuore, separato dalla verità e da Dio, può diventare un maestro dell’autoinganno. Può chiamare giustizia la vendetta. Può chiamare saggezza il controllo. Può chiamare amore la lussuria. Può chiamare pace l’intorpidimento emotivo. Può chiamare rispetto di sé l’orgoglio. Può chiamare forza la crudeltà.

Questo è il pericolo.

L’io vuoto non è sempre consapevolmente malvagio. A volte è profondamente ingannato. Crede nelle proprie narrazioni. Si giustifica con un fervore quasi religioso. Tutti gli altri avevano torto. Tutti gli altri erano deboli. Tutti gli altri se lo meritavano. Tutti gli altri lo hanno frainteso. Tutti gli altri hanno fallito la prova.

E poiché la persona è impegnata a preservare il falso sé, la verità diventa insopportabile. La responsabilità autentica sembra un annientamento. Pentirsi richiederebbe il crollo dell’identità costruita per evitare il dolore. Ammettere l’errore richiederebbe tornare ad essere vulnerabili. Inginocchiarsi sembrerebbe come morire.

Così, invece di far morire il falso sé, la persona lascia che il vero sé appassisca.

Questa è la nascita del sé vuoto.

Non semplicemente dolore.

Non semplicemente orgoglio.

Ma dolore fuso con orgoglio in una falsa sovranità.

Ecco perché la guarigione, quando è possibile, richiede sempre lo stesso terribile miracolo: la persona deve essere disposta a provare ciò che ha passato tutta la vita a evitare. Vergogna. Dolore.

Dipendenza. Colpa. Bisogno. Perdita. Impotenza.

Solo allora il cuore sepolto può cominciare a riemergere. Ma prima di ciò arriva la discesa più profonda. Perché una volta che nasce l’io vuoto, non rimane passivo. Comincia ad agire.

Ed è lì che la sociopatia si rende visibile nel mondo.

«L'io

vuoto non è sempre consapevolmente malvagio. A volte inganna profondamente se stesso. Crede nelle proprie narrazioni. Si giustifica con un fervore quasi religioso. Tutti gli altri avevano torto. Tutti gli altri erano deboli. Tutti gli altri se lo meritavano. Tutti gli altri lo hanno frainteso. Tutti gli altri hanno fallito la prova».

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