18 SILVIA LUCCHINI Yoga come respiro di vita: la storia di Silvia tra benessere e resilienza
numero
) EDITORIALE
5 Primavera, tempo di rinascita (anche per la salute)
) SPECIALITÀ A-Z
6 Cardiologia
Amilodosi cardiaca. (Ri)conoscera per curarla
10 Fisioterapia
La nemesi dei calciatori. Il legamento crociato anteriore
14 Terapia del dolore
Terapia del dolore. Un approccio moderno alla so erenza
) PERSONAGGIO
18 Silvia Lucchini
Yoga come respiro di vita.
La storia di Silvia tra benessere e resilienza
) IN SALUTE
22 Stili di vita
Vivere la menopausa
24 Alimentazione
Obesità. Non è solo una questione di peso
26 Alimento
Spinaci. Un concentrato di salute nel piatto
) IN ARMONIA
30 Psicologia
Il burnout invisibile del caregiver
) IN FAMIGLIA
32 Dolce attesa
Apotychiaphobia.
La paura di abortire spontaneamente
Anno 16 Marzo | Aprile 2026
34 Bambini
Il senso di colpa genitoriale. Quando sentirsi inadeguati diventa la norma
36 Ragazzi
Chatbot e adolescenti. Quando l’AI entra nella quotidianità digitale
) IN FORMA
38 Fitness
Perché ci si innamora della corsa, soprattutto in età adulta
) RICETTA
44 Tortino di erbette e coste con formaggio fresco
) RUBRICHE
47 Animali
Stiamo viziando i nostri cani?
50 Altre terapie
Omotossicologia.
Quando la cura considera l’organismo nel suo insieme
) ENOGASTRONOMIA
54 Al Convento dei Neveri si cena nelle celle dei monaci
) VIAGGI DELLA SALUTE
56 Hotel sugli alberi, benessere naturale
) DAL TERRITORIO
58 Farmacie
Carenze e indisponibilità dei farmaci. Perchè mancano e cosa si può fare
60 Terzo settore
ALT Ente Filantropico. Prevenire la trombosi con Scienza e Buonsenso
63Malattie rare Malattia di Aeles
64 Il lato umano della medicina
“A cuore aperto”. I primi 80 anni di Massimo Villani
66 Testimonianza
La lotta invisibile dei disturbi alimentari
68 BergamoX1000
La solidarietà fa il pieno. Charity dinner sold out e 1.018 visite già raccolte
) ACI
70 E adesso, dopo il colpo di freno del TAR sui 30 km/h di Bologna?
) PROFESSIONI SANITARIE
72 I medici veterinari. La prima linea invisibile
) STRUTTURE
74 Casa di cura palazzolo
76 Il Maestrale - Centro polifunzionale
) REALTÀ SALUTE
79 Stocchi Assicurazioni
81 Figurella Bergamo
Allegato centrale: Amici di Bergamo Salute
PARTECIPANTI ALLA FONDAZIONE ITALIANA PER L’EDUCAZIONE ALIMENTARE
Primavera, tempo di rinascita (anche per la salute)
Marzo e aprile portano con sé una promessa silenziosa: quella della rinascita. Le giornate si allungano, la luce cambia, l’aria si fa più mite. La natura si risveglia e, insieme a lei, anche il nostro corpo avverte il bisogno di rinnovamento. Il cambio di stagione non è solo un fatto climatico: è un passaggio che coinvolge profondamente equilibrio fisico e benessere psicologico.
Non a caso, proprio in primavera molte persone avvertono stanchezza, di coltà di concentrazione, alterazioni del sonno o un senso di irrequietezza. È la cosiddetta “astenia primaverile”, una risposta fisiologica all’adattamento dell’organismo a nuove temperature e a un diverso ritmo luce-buio. Il nostro corpo deve ricalibrare ormoni, metabolismo e abitudini quotidiane.
La buona notizia è che questo periodo può trasformarsi in un’oc-
casione preziosa per prenderci cura di noi. La primavera invita al movimento: riprendere a camminare all’aria aperta, scegliere le scale invece dell’ascensore, dedicare tempo a un’attività fisica dolce ma costante aiuta a riattivare la circolazione, migliorare l’umore e ra orzare il sistema immunitario. Anche l’alimentazione può seguire il ritmo della stagione. Portare in tavola frutta e verdura fresche, ricche di vitamine e antiossidanti, significa sostenere l’organismo in modo naturale. Idratarsi adeguatamente e ridurre cibi troppo elaborati favorisce un senso di leggerezza che si riflette sia sul corpo sia sulla mente.
Infine, la primavera è il momento ideale per fare spazio: non solo negli armadi, ma nelle abitudini. Dormire con regolarità, limitare lo stress digitale, ritagliarsi momenti di pausa e ascolto possono fare la di erenza. Il cambio di stagione
Direttore Responsabile
ci ricorda che la salute non è un traguardo statico, ma un equilibrio dinamico da coltivare giorno dopo giorno. Accogliere la primavera significa concedersi il diritto di ripartire. Con piccoli gesti quotidiani possiamo trasformare questo tempo di transizione in un’opportunità concreta di benessere, riscoprendo energia, consapevolezza e cura di sé.
CLAUDIO GUALDI
Amiloidosi cardiaca: (ri)conoscerla
per curarla
∞ A CURA DI IVANA GALESSI
Una patologia complessa e poco riconosciuta, con sintomi iniziali che vengono spesso confusi con lo scompenso cardiaco “tradizionale”.
L’amiloidosi cardiaca è una patologia complessa e a lungo rimasta poco riconosciuta, perché i suoi sintomi sono comuni a molte forme di cardiopatia e spesso vengono attribuiti all’età o allo scompenso cardiaco “tradizionale”. Ne parliamo con la dott. ssa Emilia D’Elia, referente del Day Hospital dello scompenso cardiaco e dell’Ambulatorio scompenso cardiaco dell’ASST Papa Giovanni XXIII a erente al Dipartimento Cardiovascolare diretto dal Professor Michele Senni.
L’AMILOIDOSI CARDIACA
È DEFINITA UN “CAMALEONTE
CLINICO” PER LA SUA
TENDENZA A ESSERE
CONFUSA CON PATOLOGIE
PIÙ TRADIZIONALI.
QUALI SONO I SEGNALI
CHE DOVREBBERO FARCI
SOSPETTARE L’INSORGENZA DI QUESTA PATOLOGIA?
L’amiloidosi cardiaca viene spesso definita un “camaleonte clinico” proprio perché si presenta, nella maggior parte dei casi, come una forma di scompenso cardiaco apparentemente comune. I sintomi sono quelli tipici dello scompenso: dispnea, a aticamento anche nelle attività quotidiane come salire le scale, aumento di peso legato alla ritenzione di liquidi, sensazione generale di malessere e progressiva riduzione della qualità di vita. Proprio perché il quadro clinico iniziale è sovrapponibile a quello di patologie cardiache più frequenti, l’amiloidosi può passare inosservata. Tuttavia, esistono alcuni segnali d’allarme, “red flag”, che dovrebbero far sospettare una causa meno convenzionale dello scompenso, soprattutto se presenti nell’anamnesi del paziente: la sindrome del tunnel carpale, la rottura spontanea del tendine del bicipite - nota come “segno di Popeye” - oppure la presenza delle cosiddette “spalle da football americano”, un ispessimento legato a depositi articolari. Solo ponendo attenzione alla storia clinica complessiva del paziente e collegando tra loro segnali apparentemente distanti è possibile sospettare l’amiloidosi cardiaca e avviare il percorso diagnostico.
DAL PUNTO DI VISTA FISIOPATOLOGICO, IN CHE MODO IL DEPOSITO ANOMALO DI PROTEINE NEL MUSCOLO CARDIACO NE COMPROMETTE
LA CAPACITÀ DI RILASSARSI E DI POMPARE SANGUE
IN MODO EFFICACE?
L’amiloidosi compromette il funzionamento del cuore attraverso il deposito progressivo di fibrille proteiche anomale all’interno del miocardio. Queste fibrille si accumulano tra le cellule muscolari cardiache e negli spazi extracellulari, determinando un ispessimento delle pareti ventricolari. La conseguenza principale è un’alterazione della funzione diastolica: il ventricolo diventa rigido, poco elastico, e fatica a rilassarsi e a distendersi correttamente durante la fase di riempimento. In questa fase iniziale e intermedia della malattia, la funzione sistolica è spesso conservata, cioè il cuore riesce ancora a contrarsi in modo
DOTT.SSA EMILIA D’ELIA
Referente del Day Hospital dello Scompenso cardiaco e dell’Ambulatorio scompenso cardiaco
Unità di CardiologiaOspedale Papa Giovanni XXIII, Bergamo
apparentemente e cace, ma lo fa partendo da un volume di riempimento ridotto. Con il progredire della malattia, tuttavia, il deposito di amiloide potrebbe aumentare e coinvolgere in modo più esteso il tessuto cardiaco, interferendo anche con la capacità di contrazione. Nelle fasi più avanzate può quindi comparire una vera e propria disfunzione sistolica, con un quadro clinico più complesso da gestire. Si tratta di situazioni che oggi vengono riconosciute più frequentemente rispetto al passato e che devono essere identificate e trattate, perché una diagnosi corretta permette di impostare percorsi terapeutici mirati e di migliorare la prognosi dei pazienti.
QUALI SONO
GLI ESAMI CHIAVE
PER ARRIVARE A UNA DIAGNOSI CORRETTA E PRECOCE?
La diagnosi precoce è fondamentale, perché quanto prima si riconosce l’amiloidosi cardiaca, tanto maggiori sono i benefici in termini di e cacia delle terapie, qualità di vita e sopravvivenza. Il percorso diagnostico si basa su una combinazione di esami ematici e strumentali. In una prima fase vengono eseguiti esami del sangue specifici, come elettroforesi, immunofissazione sierica e urinaria e dosaggio delle catene leggere libere, indispensabili per escludere una forma di amiloidosi di origine ematologica. Esclusa questa possibilità, si procede con la scintigrafia ossea, che permette di identificare il deposito amiloide a livello cardiaco secondo criteri validati. Le tecniche di imaging, in particolare la risonanza magnetica, contribuiscono a ra orzare il sospetto diagnostico e a valutare l’estensione del coinvolgimento del miocardio. La diagnosi definitiva resta quella istologica e in alcuni casi richiede il ricorso alla biopsia.
ESISTONO DIVERSE FORME DI AMILOIDOSI.
QUANTO È IMPORTANTE DISTINGUERE IL TIPO
DI AMILOIDE COINVOLTO E COME CAMBIA
L’APPROCCIO TERAPEUTICO?
In ambito cardiologico le principali sono due: l’amiloidosi AL, di origine ematologica, e l’amiloidosi ATTR, legata alla proteina tran-
SPECIALITÀ A-Z CARDIOLOGIA
stiretina. Nell’AL, la proteina responsabile è prodotta da un clone di plasmacellule, quindi la cura è gestita principalmente dagli ematologi, che mirano a ridurre o eliminare la produzione della proteina anomala. In questo caso la terapia è quindi rivolta alla malattia di base, non solo al cuore. Nell’ATTR, invece, il problema è la stabilità della transtiretina. Questa forma può essere wild-type, tipica degli over 60, o ereditaria, che può manifestarsi anche in soggetti più giovani e spesso con coinvolgimento neurologico. Qui l’approccio e prevede farmaci specifici che rallentano o bloccano la deposizione di amiloide, modificando la progressione della malattia. Quindi, capire il tipo di amiloide è la chiave per scegliere il trattamento giusto e definire il percorso di cura più e cace.
NEGLI ULTIMI ANNI
SONO EMERSE NUOVE OPZIONI TERAPEUTICHE?
COME STANNO MODIFICANDO PROGNOSI E QUALITÀ DI VITA?
Negli ultimi anni la terapia dell’amiloidosi cardiaca ha fatto passi
avanti significativi. Per le forme ATTR sono stati introdotti farmaci in grado di modificare la traiettoria della malattia, riducendo la progressione e migliorando la sopravvivenza. Studi pubblicati su importanti riviste scientifiche hanno dimostrato che alcune terapie possono rallentare l’accumulo di proteina amiloide e migliorare gli esiti clinici. Oggi, oltre ai farmaci già consolidati, sono disponibili nuove opzioni con meccanismi simili e altre sono in fase di introduzione clinica. Anche nelle forme genetiche con coinvolgimento neurologico esistono trattamenti specifici che agiscono sulla produzione o stabilità della transtiretina. Nel complesso, questi progressi stanno trasformando una patologia un tempo considerata rapidamente progressiva in una condizione più gestibile.
QUANTO CONTA IL LAVORO MULTIDISCIPLINARE
NELLA GESTIONE
DI QUESTA PATOLOGIA?
Il lavoro multidisciplinare è essenziale nella gestione dell’amiloidosi cardiaca. Si tratta di una malattia
sistemica che può coinvolgere non solo il cuore, ma anche altri organi come i nervi, i reni e il tratto gastrointestinale, perciò richiede una visione globale e integrata del paziente. All’ASST Papa Giovanni XXIII è stato istituito un gruppo dedicato che vede coinvolti cardiologi, ematologi, neurologi, internisti, nefrologi, radiologi e medici di medicina nucleare. Questa collaborazione è fondamentale già nella fase diagnostica, perché permette di interpretare correttamente esami clinici, imaging e test ematologici, e di distinguere rapidamente le diverse forme di amiloidosi. Anche nella fase terapeutica il confronto tra specialisti è indispensabile: la terapia specifica viene decisa in base al tipo di amiloidosi, mentre la gestione dello scompenso e delle altre complicanze richiede un supporto clinico continuo e coordinato. La rete di collaborazione si estende anche a livello ospedaliero e regionale, con confronto con centri di riferimento, perché l’obiettivo è garantire al paziente un percorso di cura sicuro, tempestivo e personalizzato.
Il Metodo Vitali si caratterizza da un team di specialisti che opera con l’obiettivo di riportare il paziente al benessere psichico, fisico ed emotivo con un approccio di medicina funzionale integrata.
La nemesi dei calciatori: il legamento crociato anteriore
Ogni anno molti calciatori subiscono un colpo duro per la loro carriera: la lesione del legamento crociato anteriore (LCA).
Un infortunio che spesso impone un intervento chirurgico e un percorso riabilitativo lungo e impegnativo.
I legamenti crociati sono due fasci robusti, situati all’interno dell’articolazione del ginocchio, che si incrociano tra i condili del femore, si inseriscono sul piatto tibiale e in base alla loro inserzione sulla tibia si distinguono in anteriore (LCA) e posteriore (LCP). La loro principale funzione è stabilizzare il ginocchio sul piano antero-posteriore, ma contribuiscono alla stabilità anche nei piani frontale e trasversale. Tuttavia, questa funzione li rende vulnerabili a lesioni in caso di movimenti combinati, come ad esempio durante i cambi di direzione. Inoltre, grazie ai numerosi meccanocettori presenti, hanno un ruolo importante per la propriocezione,
permettendo di percepire la posizione del ginocchio nello spazio.
L’INFORTUNIO PIÙ TEMUTO
DAGLI SPORTIVI
La lesione del crociato anteriore è un vero e proprio spauracchio degli atleti: è frequente negli sport che richiedono cambi di direzione rapidi e salti, come nel calcio, ed è spesso seguita da un intervento chirurgico e da lunghi mesi lontano dal campo. Nei calciatori professionisti l’incidenza stagionale può raggiungere il 3-4%, con una media di quasi mezzo caso per squadra ogni anno, con infortuni che si verificano soprattutto durante le partite. Nonostante il lungo periodo di riabilitazione, solo
una parte degli atleti torna al livello precedente all’infortunio (circa il 55-60%), e un rientro a rettato o senza adeguata preparazione espone a un rischio elevato di nuove lesioni: infatti, circa 1/3 dei giocatori incorre in una recidiva dopo il ritorno allo sport.
MECCANISMI LESIVI TIPICI E DIAGNOSI
La lesione del LCA avviene nella maggior parte dei casi senza un contatto diretto con l’avversario: il piede rimane fissato al terreno mentre il ginocchio si trova in una posizione di valgismo dinamico abbinato ad una rotazione interna di tibia, come durante un cambio di direzione, o l’atterraggio da un
∞ A CURA DEL DOTT. MATTEO TOGNOLI
salto. In quell’istante, molti giocatori riferiscono un suono simile ad un “pop”, seguito da un dolore immediato. Il ginocchio si gonfia rapidamente e il carico diventa di coltoso proprio a causa dell’intensità del dolore. La diagnosi viene successivamente confermata dalla positività di test clinici, quali il cassetto anteriore, il
Lachman e il pivot shift test, supportati dalla risonanza magnetica.
QUANDO È NECESSARIO
L’INTERVENTO CHIRURGICO?
Le lesioni del LCA possono essere trattate in modo conservativo o chirurgico. La gestione conservativa è indicata per pazienti con buona stabilità attiva, assenza di
DOTT. MATTEO TOGNOLI
Fisioterapista specializzando in fisioterapia sportiva MindFit Clinic - Bergamo
lesioni associate e forza muscolare adeguata, ed ha come obiettivi il recupero della stabilità, del ROM e della propriocezione. La ricostruzione chirurgica è consigliata in caso di instabilità o attività
sportiva intensa, con scelta del tipo di innesto tendineo tra BPTB (tendine rotuleo), tendine quadricipitale, semitendinoso/gracile e allograft, in base alle caratteristiche del paziente. Nei soggetti più giovani si ricorre frequentemente alla ricostruzione chirurgica per ridurre le potenziali complicanze legate all’infortunio, come instabilità del ginocchio, degenerazione precoce dei menischi e della cartilagine con possibile evoluzione artrosica.
LA RIABILITAZIONE:
DALL’INTERVENTO
AL RIENTRO IN SQUADRA
La riabilitazione si articola in diverse fasi, ciascuna caratterizzata da obiettivi specifici e criteri di progressione di erenti propedeutici per passare alla fase successiva: riabilitazione preoperatoria, fase precoce-iniziale, fase intermedia, fase avanzata, ritorno allo sport (RTS) e prevenzione secondaria. Si inizia già nei primi giorni postintervento, con una limitazione del carico utile per preservare l’innesto chirurgico in via di maturazione (spesso con l’utilizzo di un tutore), e attivazioni muscolari blande per contrastare la perdita di tono muscolare. Inizialmente si cerca di recuperare l’articolarità del ginocchio, successivamente gli esercizi aumentano progressi-
vamente di di coltà, con l’obiettivo di recuperare la forza dell’intero arto inferiore. Solo quando forza, mobilità e stabilità sono adeguatamente ristabilite si possono reintrodurre corsa, salti e gesti tecnici sport specifici. Non esistono scorciatoie: per tornare al livello di attività precedente all’infortunio servono mediamente nove mesi di riabilitazione, perché il nuovo legamento ha bisogno di tempo per consolidarsi e un rientro precoce aumenta significativamente il rischio di una recidiva o di altri infortuni.
CRITERI
PER IL RITORNO IN CAMPO E PREVENZIONE SECONDARIA
Non è su ciente a darsi al criterio temporale, né esistono esami strumentali in grado di verificare la prontezza dell’atleta per il ritorno in campo: la decisione dipende da valutazioni cliniche e test funzionali. È essenziale verificare che i muscoli dell’arto operato, soprattutto quadricipite e ischio-crurali, abbiano recuperato almeno il 90% della forza rispetto alla gamba sana. Anche il ROM del ginocchio deve essere completo e libero da dolore o limitazioni, senza gonfiore o irritazione articolare. Vengono poi eseguiti test funzionali in campo o in palestra, come salti monopodalici,
test di agilità e cambi di direzione. Se i risultati dell’arto infortunato sono sovrapponibili a quelli dell’arto sano e ai valori pre-infortunio, il giocatore può essere gradualmente reinserito in squadra. Inoltre, è importante considerare anche la prontezza psicologica dell’atleta, valutabile con questionari validati come l’ACLRSI. Il rinforzo muscolare, insieme a esercizi di equilibrio, propriocezione e controllo neuromuscolare, vanno mantenuti anche in seguito al ritorno allo sport, in quanto riducono il rischio di recidive e di nuovi infortuni, migliorando la stabilità e la reattività del ginocchio.
UN PERCORSO GUIDATO
DAL FISIOTERAPISTA
Il recupero da una lesione del LCA trova nella fisioterapia un cardine essenziale, perché guida ogni fase del percorso riabilitativo attraverso obiettivi e progressioni mirate. Un intervento precoce e continuativo, dalla fase preoperatoria ai giorni immediatamente successivi all’intervento, fino al ritorno in campo controllato, riduce in modo significativo il rischio di nuove lesioni. Con un approccio attivo, consapevole e supportato da professionisti competenti è possibile tornare a praticare il proprio sport in sicurezza.
Terapia del dolore: un approccio moderno alla so erenza
∞
A CURA DI SARA CARRARA
Il dolore non è un sintomo da sopportare, ma una condizione che deve essere riconosciuta e trattata in modo specialistico.
La terapia del dolore, definita anche medicina del dolore o terapia antalgica, è una disciplina medica specialistica che si occupa della prevenzione, valutazione e trattamento del dolore acuto e cronico, con l’obiettivo di alleviare la so erenza e migliorare in modo significativo la qualità di vita del paziente. Quando il dolore persiste nel tempo e supera i normali processi di guarigione, perde la sua funzione protettiva e diventa una patologia autonoma, capace di incidere profondamente sulla sfera fisica, psicologica e sociale della persona.
Il dottor Giambattista Villa, medico della Terapia del Dolore in Humanitas Gavazzeni, sottolinea che «il dolore cronico non va mai considerato un sintomo da sop-
portare, ma una condizione che deve essere riconosciuta e trattata in modo specialistico, perché può compromettere l’autonomia e il benessere generale del paziente». Il percorso inizia sempre con la pri-
DOTT. GIAMBATTISTA VILLA Medico Responsabile
Terapia del Dolore
Humanitas Gavazzeni, Bergamo
ma visita di terapia del dolore, un momento fondamentale durante il quale lo specialista analizza la storia clinica, la tipologia del dolore, la sua intensità, la durata, la localizzazione e i fattori che lo aggravano o lo alleviano, valutando anche eventuali esami diagnostici già eseguiti.
«La fase di ascolto è centrale, perché ogni dolore racconta una storia diversa e solo attraverso una valutazione approfondita è possibile costruire un percorso terapeutico personalizzato», spiega il dottor Villa. Sulla base della diagnosi, vengono definite le strategie più adatte, che possono includere terapie farmacologiche, infiltrazioni locali, blocchi antalgici, procedure mini-invasive e trattamenti eseguiti sotto guida
radiologica o ecografica, con l’obiettivo di agire in modo mirato sulla causa del dolore e ridurre gli e etti collaterali. Un ambito di intervento particolarmente frequente è quello del mal di schiena, una delle principali cause di dolore cronico e limitazione funzionale: lombalgia, sciatalgia e cervicalgia possono essere trattate con tecniche percutanee che consentono, nella maggior parte dei casi, una rapida ripresa delle attività quotidiane e un miglioramento stabile dei sintomi.
«Oggi disponiamo di metodiche poco invasive che permettono di intervenire direttamente sulla fonte del dolore, spesso evitando il ricorso alla chirurgia tradizionale», a erma il dottor Villa, evidenziando come l’innovazione tecnologica abbia ampliato le possibilità terapeutiche. La medicina del dolore si basa inoltre su un approccio multidisciplinare, che coinvolge, oltre al medico specialista, fisioterapisti, psicologi e altri professionisti sanitari, perché il dolore cronico è spesso associato a stress, ansia, disturbi del sonno e riduzione dell’attività fisica. «Prendersi cura del dolore significa prendersi cura della persona nella sua globalità, considerando corpo, mente e stile di vita», ribadisce il dottor Villa.
Un aspetto rilevante è anche il monitoraggio nel tempo, poiché
la risposta alle terapie può variare e richiedere aggiustamenti progressivi del piano di cura, sempre condivisi con il paziente. La terapia del dolore è indicata per persone di tutte le età e non richiede preparazioni particolari per la visita iniziale, rendendo l’accesso alle cure semplice e tempestivo. Inoltre, la medicina antalgica può intervenire anche in situazioni complesse come il dolore oncologico o il dolore neuropatico, dove è fondamentale un approccio specialistico e continuo per garantire sollievo e sicurezza. Per molte persone, la di coltà principale è proprio il tempo di attesa e la percezione che il dolore sia “normale” o inevitabile: «Il rischio è che il paziente si abitui alla so erenza e perda fiducia nella possibilità di migliorare», spiega il dottor Villa. Proprio per questo, la terapia del dolore non mira solo a ridurre l’intensità del dolore, ma a ripristinare la funzionalità, favorire il ritorno alle attività lavorative e sociali e prevenire l’instaurarsi di cicli di disabilità e isolamento.
Un ulteriore elemento di valore è la possibilità di integrare trattamenti di tipo fisico e riabilitativo con le cure mediche: esercizi mirati, terapie manuali e programmi di rieducazione funzionale possono infatti potenziare gli e etti delle procedure antalgiche, rendendo più stabile il risultato nel tempo. « Spesso il miglioramento reale
arriva quando si combina la cura del dolore con un percorso di recupero funzionale e supporto psicologico», osserva il dottor Villa.
Infine, la terapia del dolore è anche una disciplina che si evolve rapidamente grazie alla ricerca: nuove tecniche, nuovi approcci farmacologici e nuove modalità di monitoraggio consentono di personalizzare sempre più il trattamento, riducendo il ricorso a farmaci ad alto impatto e migliorando la sicurezza complessiva del percorso terapeutico. Grazie a percorsi integrati, continuativi e personalizzati, la terapia antalgica rappresenta oggi una risorsa concreta per chi convive con una so erenza persistente, o rendo soluzioni e caci anche nei casi più complessi e permettendo di recuperare funzionalità, autonomia e una migliore qualità della vita, trasformando il dolore da limite costante a condizione finalmente gestibile.
Yoga come respiro di vita: la storia di Silvia tra benessere e resilienza
∞
Dal percorso personale alla creazione de Le Yogine: come la pratica dello yoga può trasformare corpo, mente e comunità.
Silvia Lucchini è professionista nel settore della consulenza d’impresa e della moda, con un percorso personale che unisce rigore, creatività e attenzione al benessere. Nella vita quotidiana, lo yoga è diventato per lei uno strumento di equilibrio e presenza, trasformando il modo in cui a ronta lavoro, famiglia e sfide personali.
Silvia, come è nata la sua passione per lo yoga e in che modo questa pratica ha influenzato il suo benessere quotidiano?
La mia passione per lo yoga ha radici lontane. Ho iniziato a praticare senza troppa convinzione nel 2002, ma solo con la nascita
di mia figlia Carlotta nel 2005 ho compreso il vero valore di portare consapevolezza al corpo e della potenza del respiro. Durante il
parto ho scelto di cavalcare l’onda del dolore, senza temerla, e solo in seguito ho capito che ciò è stato possibile perché avevo imparato a
A CURA DI IVANA GALESSI
fidarmi del mio corpo. Negli anni successivi ho approfondito la pratica, integrandola anche con il Pilates, e nel 2015, con l’arrivo dei primi corsi online, ho finalmente trovato una regolarità che mi ha permesso, nel 2019, di a rontare il mio primo teacher training. È stata una scelta impulsiva, presa in un periodo intenso della mia vita, e mai avrei pensato che insegnare yoga facesse per me; invece ho scoperto un mondo intero. Sempre nel 2019, mentre studiavo, ho scoperto di avere un grave tumore al seno, che mi ha costretta ad a rontare un percorso di cura lungo e di cile: chemioterapia, rimozione del seno e delle ovaie, radioterapia e farmaci… tutto questo mentre la pandemia imperversava, con tutto il carico di fatica che ben ricordiamo. Lo yoga è stato una vera salvezza per me, ed insegnarlo si è rivelata una scoperta di creatività e benessere che non avrei mai immaginato.
Lei ha ideato il progetto delle “Yogine”. Qual è la missione principale e come pensa che lo yoga possa diventare uno strumento di salute e equilibrio per tutti?
In un mondo iperconnesso, che richiede prestazione e presenza
su più fronti contemporaneamente, lo yoga ci obbliga a restare nel presente e ad ascoltarci. Noi donne – madri, lavoratrici, impegnate a gestire mille impegni – spesso trascuriamo noi stesse e facciamo fatica a prenderci cura di noi in profondità. Quando ho iniziato a insegnare, ho chiesto alle mie amiche – le “gine” – di farmi da cavie, e ci incontravamo a casa mia, arrangiandoci con gli spazi. Sebbene fossi inesperta, ho subito notato la gioia delle persone che
partecipavano: felici del tempo dedicato a sé stesse, un tempo tutto per loro. Con l’arrivo del Covid, gli incontri in presenza sono diventati online, e il gruppo delle amiche ha aperto le porte a molte altre persone che cercavano, nel dramma del lockdown, uno spazio di benessere. Così è nato Le Yogine, un progetto che da sempre ha come mission quella di essere uno spazio di pratica, ascolto, condivisione e divertimento. Oltre alle lezioni, organizziamo
eventi speciali, collaborazioni con aziende, iniziative di charity e, dallo scorso anno, retreats e vacanze yoga: tutti momenti legati dal filo rosso della qualità, sia umana sia yogica.
In che modo lo yoga contribuisce al benessere fisico e mentale e quali benefici emergono più spesso dalla sua pratica? La parola che mi illumina sempre è embodiment, che in italiano si traduce come “incarnazione”: la capacità di tornare a sentire il corpo. Lo yoga rende questo possibile costantemente. Il risultato? Una maggiore conoscenza di sé, una presenza più consapevole e un corpo sano, perfettamente connesso alla mente. Questo si rivela prezioso soprattutto nei mo-
menti più di cili della vita, come quando si a ronta una malattia. Per questo, nel 2022, ho accolto con grande entusiasmo la proposta di “Salute allo Specchio” – un ETS attivo presso l’Università San Ra aele, con la mission di promuovere il benessere delle pazienti a ette da tumori femminili durante le terapie o nel follow-up – di portare lo yoga in ospedale. È il mio fiore all’occhiello, il progetto di cui vado più orgogliosa: un vero privilegio poter o rire il mio supporto e la mia esperienza a persone che stanno a rontando un percorso così complesso.
State portando avanti un progetto per portare lo yoga nei luoghi d’arte nel Comune di Bergamo. Se il progetto dovesse prendere forma,
cosa spera che le persone possano vivere e sentire durante queste esperienze?
Per me lo yoga è bellezza. Praticarlo in luoghi di alto valore artistico e culturale sarebbe un grande onore e, allo stesso tempo, permetterebbe di avvicinare un pubblico più ampio a questa disciplina, spesso poco conosciuta o fraintesa a causa di leggende e credenze che nulla hanno a che fare con la vera pratica dello yoga.
Quale semplice abitudine o pratica yoga consiglierebbe a chi vuole iniziare a prendersi cura di sé, anche senza essere esperto?
I miei consigli principali sono tre: non avere pregiudizi, approcciarsi alla pratica come una tavola da dipingere aperta a nuove esperienze, e non arrendersi se la prima, la seconda o la terza lezione non convince del tutto. Lo yoga è davvero per tutti: l’importante è trovare lo stile che fa al caso nostro, avere una buona guida e, naturalmente, il momento giusto per iniziare.
Vi lascio con una citazione che racchiude bene lo spirito della pratica: “Chiunque può respirare. Dunque, chiunque può praticare yoga.” (T.K.V. Desikachar)
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PER COSA PUOI RIVOLGERTI A NOI? visite mediche, piccoli traumi e ferite, terapie endovenose e intramuscolari, piccola chirurgia IL PRIMO “AMBULATORIO
Un servizio al paziente che consente di evitare lunghe attese, affiancando il Sistema Sanitario Nazionale, il Medico di Medicina Generale e il Pronto Soccorso nella gestione dei codici minori (bianchi, verdi, azzurri).
PER COSA PUOI RIVOLGERTI A NOI? visite mediche, piccoli traumi e ferite, terapie endovenose e intramuscolari, piccola chirurgia
PER COSA PUOI RIVOLGERTI A NOI? visite mediche, piccoli traumi e ferite, terapie endovenose e intramuscolari, piccola chirurgia
PER COSA PUOI RIVOLGERTI A NOI?
“AMBULATORIO APERTO” NELLA PROVINCIA DI BERGAMO!
Vivere la menopausa
A CURA DELLA DOTT.SSA VALERIA PACCHIANA E DEL DOTT. LUCA COLLEONI
La menopausa non è una malattia ma una fase naturale della vita di ogni donna, ricca di cambiamenti fisici, ormonali e psicologici ma anche di nuove possibilità e consapevolezze.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità la descrive come “ definitiva cessazione dei cicli mestruali derivante dalla perdita della funzione follicolare ovarica” sottolineando ed enfatizzando i concetti di fine e perdita come centrali in questo momento di vita così importante e delicato.
Tra miti e realtà
Fine della femminilità, del desiderio, della giovinezza… Miti (e non verità) sicuramente da sfatare ma che le donne occidentali vivono sulla propria pelle quotidianamente e sentono annunciati a gran voce dai messaggi pubblicitari e dagli ideali irrealistici che la nostra società pone come modelli assoluti. Non c’è quindi da sorprendersi di quanto risulti di cile anche solo pensare di poter accogliere con gentilezza e curiosità i segnali di cambiamento che la menopausa porta con sé, tra cui sintomi spesso descritti come inevitabili e fastidiosi: vampate, aumento di peso, perdita di concentrazione,
assenza di desiderio e chi più ne ha più ne metta.
La prospettiva globale
Un aspetto interessante da tenere in considerazione è che in altre culture questo momento viene vissuto in modo completamente diverso, con più naturalezza e normalità. È addirittura raro sentire parlare di sintomi e problematiche; alimentazione e stile di vita sicuramente influiscono ma è comprovato che è il contesto culturale ad essere rilevante rispetto a come la menopausa si manifesta e a come, di conseguenza, le donne la sperimentano.
In Cina e in Giappone, ad esempio, la menopausa è descritta come passaggio all’età della saggezza e le donne vengono celebrate e festeggiate per aver raggiunto questo traguardo che le porta a diventare custodi delle tradizioni della comunità e punto di riferimento prezioso. Anche nel mondo occidentale in ogni caso esiste una grande variabilità di espe-
rienze; ognuno vive questa fase in modo personale e unico. C’è chi so re per vampate debilitanti, chi non si riconosce, chi non si sente bene nel suo corpo, chi non riesce più ad avere una vita sessuale soddisfacente, chi vive emozioni mai vissute prima e anche chi non sperimenta grossi cambiamenti e torna presto alla sua solita vita. Non per forza tutto deve cambiare e non per forza dobbiamo attendere qualcosa che magari neanche succederà.
Ascoltarsi e prendersi cura di sé Dal punto di vista psicologico è proprio in questo momento che diventa importante imparare ad ascoltarsi davvero (soprattutto se nelle fasi di vita precedenti non era stato troppo possibile farlo), porre dei limiti, dire no a ciò che toglie energia, concedersi del tempo per rallentare, per sentire e dare valore e significato a ciò che stiamo vivendo, fare spazio. A nuove passioni, nuove routine, nuove consapevolezze e nuove versioni
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DOTT.SSA VALERIA PACCHIANA
Psicologa clinica del benessere
di noi che integrino chi siamo ora a chi siamo stati e chi vorremo essere da qui in poi. Per lavorare su di sé e sulle proprie emozioni è utile tra le altre cose prestare attenzione alla propria respirazione, con esercizi di mindfulness e rilassamento, partecipare a gruppi e incontri sul tema dove il confronto con persone che vivono
situazioni simili diventa importante fonte di sostegno e supporto.
Corpo e mente in equilibrio
Anche il corpo merita attenzione: dedicarsi un sonno di qualità, prestare maggiore attenzione all’alimentazione e al proprio stile di vita. È bene incrementare attività come camminate all’aria aperta o altro esercizio aerobico, nuoto o ginnastica in acqua, ginnastica posturale ed esercizi di muscolazione volte a mantenere o addirittura a migliorare la propria condizione fisica, ossea, articolare, muscolare e cardiovascolare. L’ideale sarebbe combinare due o più di queste tipologie per avere e etti migliorativi globali, osando anche intensità di esecuzione progressivamente crescenti. In questo momento così particolare e dal
DOTT. LUCA COLLEONI professionista in ambito motoriosportivo, economico e manageriale
sapore nuovo per chi si appresta a viverlo è sicuramente consigliabile e utile a darsi a professionisti del settore (sia in ambito psicologico che nutrizionale e di preparazione fisica) per percorrere con e cacia la strada del continuare a stare bene e perché no, stare sempre meglio. La menopausa non è la fine: è un nuovo inizio.
Obesità: non è solo una questione di peso
Prevenzione, diagnosi precoce e percorsi multidisciplinari per una sfida di salute pubblica.
Per molto tempo l’obesità è stata raccontata come il risultato di scelte personali scorrette.
Oggi questo approccio è superato. La comunità scientifica e le istituzioni sanitarie riconoscono l’obesità come una malattia cronica complessa e multiorgano, che coinvolge metabolismo, sistema cardiovascolare, assetto ormonale, infiammazione cronica e dimensione psicologica. Questo cambio di paradigma è fondamentale perché sposta l’attenzione dalla colpevolizzazione della persona a una responsabilità collettiva, fondata su prevenzione, diagnosi precoce e presa in carico continuativa.
Un’emergenza che inizia presto In Italia sovrappeso e obesità sono in costante aumento, con un dato particolarmente preoccupante: la crescita dell’obesità infantile e adolescenziale. Intervenire tardi significa esporsi a un rischio più elevato di diabete tipo 2, iperten-
sione, malattie cardiovascolari e riduzione della qualità e dell’aspettativa di vita. Agire precocemente, invece, vuol dire prevenire le complicanze e rendere il sistema sanitario più sostenibile.
Il DDL Obesità:
cosa cambia nella pratica
Il Disegno di Legge sull’obesità rappresenta un passaggio decisivo perché riconosce formalmente l’obesità come malattia cronica, da a rontare con percorsi strutturati e non episodici. Le ricadute pratiche sono concrete: > maggiore centralità della prevenzione, soprattutto in età pediatrica; > sviluppo di percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (PDTA) dedicati; > integrazione tra ospedale, territorio e case di comunità; > valorizzazione del lavoro multidisciplinare tra professionisti sanitari. Si passa così dalla logica del “peso
Biologo Nutrizionista
Già Presidente dell’Ordine dei Biologi della Lombardia
da perdere” a quella della salute da proteggere nel tempo, con interventi personalizzati e monitorati.
Perché l’obesità non è solo una questione di calorie
Per molti anni l’obesità è stata spiegata come il semplice risultato di un disequilibrio tra calorie introdotte e calorie consumate.
∞ A CURA DEL DOTT. RUDY ALEXANDER ROSSETTO
DOTT. RUDY ALEXANDER ROSSETTO
Oggi questa visione è considerata riduttiva. La ricerca scientifica ha dimostrato che il peso corporeo è regolato da un sistema estremamente complesso, in cui intervengono meccanismi biologici, ormonali e metabolici che vanno ben oltre la forza di volontà. Un ruolo chiave è svolto dal microbiota intestinale, l’insieme dei microrganismi che vivono nel nostro intestino e che influenzano l’assorbimento dei nutrienti, il metabolismo energetico e i processi infiammatori. Alterazioni del microbiota possono favorire l’aumento di peso e rendere più di cile il mantenimento dei risultati nel tempo.
A questo si aggiunge la programmazione biologica precoce: ciò che accade durante la gravidanza e nei primi anni di vita può condizionare il metabolismo e il rischio di obesità in età adulta. Anche i sistemi ormonali che regolano fame e sazietà, come leptina e insulina, possono andare incontro a meccanismi di resistenza che rendono ine caci gli approcci standard.
Infine, non vanno trascurati i fattori psicologici, sociali e ambientali, che incidono sul comportamento alimentare e sul rapporto con il cibo. È per questo che le diete “uguali per tutti” funzionano sempre meno: l’obesità non ha una sola causa e non può avere una sola soluzione.
Nutrizione, microbiota e personalizzazione: il cuore dei nuovi percorsi di cura La gestione moderna dell’obesità si basa sempre più su un principio fondamentale: la personalizzazione. La Biologia applicata alla nutrizione consente di leggere l’obesità nella sua complessità, superando l’approccio centrato esclusivamente sul peso corporeo. Valutare la composizione corporea, il metabolismo, lo stato nutrizionale e le abitudini alimentari permette di costruire interventi realmente su misura, più ecaci e soprattutto più sostenibili nel tempo. In questo contesto, il microbiota rappresenta un elemento di grande interesse, perché il suo equilibrio è strettamente legato alla risposta individuale alla dieta e agli stili di vita.
L’obiettivo non è proporre regimi alimentari restrittivi di breve durata, ma percorsi di educazione nutrizionale e prevenzione, inseriti in un lavoro multidisciplinare che coinvolga più professionisti sanitari. Questo approccio favorisce una migliore aderenza alle indicazioni, riduce il rischio di recidive e migliora gli esiti sulla salute generale. Personalizzare significa anche tenere conto delle diverse fasi della vita — infanzia, età adulta, gravidanza, invecchiamento — adattando le strategie nutrizionali alle esigenze biologiche e cliniche della persona. È qui che la nutrizio-
ne diventa uno strumento di salute pubblica, e non solo di controllo del peso.
Il World Obesity Day: dalla teoria alla pratica
In questo contesto si inserisce il grande evento nazionale organizzato in occasione del World Obesity Day e tenutosi il 4 e 5 marzo a Milano. Un congresso che ha a rontato l’obesità come malattia cronica multiorgano, lungo tutto l’arco della vita: dall’obesità infantile alla gravidanza, dallo sport alla clinica dell’adulto. Il focus è chiaro: trasformare l’evoluzione scientifica e normativa in azioni concrete, capaci di migliorare davvero la presa in carico delle persone. Il World Obesity Day non è solo una ricorrenza, ma un invito a cambiare prospettiva. Informarsi, prevenire e a darsi a percorsi basati sulla scienza è il primo passo per a rontare l’obesità senza stigma e con strumenti e caci. Perché parlare di obesità oggi significa parlare di salute pubblica, futuro e qualità della vita. E riguarda tutti.
Spinaci: un concentrato di salute nel piatto
Gli spinaci, scientificamente noti come Spinacia oleracea, sono una pianta erbacea originaria della Persia facente parte della famiglia delle Amaranthacee in cui rientrano anche la barbabietola e la quinoa. Sono tra le verdure più apprezzate per il loro valore nutrizionale e la grande versatilità in cucina rappresentando, quindi, un esempio perfetto di come gusto e salute possono convivere in un unico alimento. La raccolta degli spinaci avviene tra settembre e maggio, perciò risultano facilmente reperibili per la maggior parte dell’anno. Dal punto di vista botanico, sono caratterizzati, da un singolo stelo centrale da cui parte una grande foglia verde scuro, di forma che va dall’ovale al triangolare, liscia o ruvida a seconda della varietà.
In generale, esistono tre tipologie principali di spinaci:
> Spinaci a foglia liscia o piatta, caratterizzata da foglie morbide, arrotondate o ovali, molto apprezza, nelle insalate;
> Spinaci a foglia riccia o semi-arricciata: più consistenti, perfetti per la cottura;
> Spinaci selvatici (detti anche spinacini): piccoli e delicati usati soprattutto a crudo.
Valori nutrizionali
Gli spinaci sono ricchi di acqua che costituisce circa il 91% del loro peso. Inoltre, contengono:
> Proteine: circa 2.9 grammi, una buona quantità per essere delle verdure;
> Fibre: circa 2.2 grammi,
∞ A CURA DELLA DOTT.SSA GIULIA ONGIS
le quali garantiscono una buona regolarità intestinale;
> Vitamine: sono ricchi in vitamina A, C, K, E e vitamine del gruppo B come folati e riboflavina;
> Minerali: contengono ferro, calcio, magnesio, potassio, manganese. Tuttavia, bisogna considerare che la biodisponibilità dei minerali può essere influenzata dagli ossalati, composti organici presenti, negli spinaci che possono limitarne l’assorbimento.
Benefici sulla salute
Grazie alla loro composizione, gli spinaci possono contribuire significativamente al benessere generale. In particolare:
> per il loro alto contenuto in fibre, aiutano a mantenere
DOTT.SSA GIULIA ONGIS
Biologa Nutrizionista specializzanda in Scienza dell’Alimentazione
Studio Xenia - Seriate (BG);
SSD Malattie Endocrine e DiabetologiaASST Bergamo Ovest
il colon sano riducendo il rischio di cancro, migliorano il profilo lipidico aiutando a ridurre il colesterolo cattivo e prevenendo le patologie cardiovascolari
e facilitano l’eliminazione delle tossine mantenendo l’organismo puro;
> per il loro contenuto in potassio e nitrati, gli spinaci aiutano nel controllo della pressione sanguigna;
> gli spinaci rappresentano un’ottima fonte di antiossidanti (vitamina C e betacarotene) che combattono i radicali liberi rallentando il processo di invecchiamento cellulare;
> grazie alla presenza di vitamina A, presentano benefici per occhi e vista;
> favoriscono la salute delle ossa grazie al contenuto in vitamina K, calcio e magnesio.
Metodi di cottura
Gli spinaci sono una verdura estremamente versatile. Possono essere consumati crudi nelle
insalate, cotti al vapore, bolliti in zuppe, saltati in padella o utilizzati come ripieno per torte salate, ravioli e paste ripiene. Vengono spesso acquistati surgelati, rappresentando un’opzione comoda e valida in quanto conservano le loro proprietà nutrizionali grazie ad un processo di surgelazione rapida che ne preserva la qualità.
Consigli per il consumo
Gli spinaci contengono ferro in una forma che non è facilmente assorbibile da parte del nostro intestino. Una possibile strategia per aumentare la biodisponibilità di questo minerale è quella di aggiungere una fonte di vitamina C al pasto come per esempio un kiwi, un mandarino o semplicemente un po’ di succo di limone. Infatti, la vitamina C favorisce un miglior assorbimento intestinale del ferro.
Controindicazioni
Nonostante gli spinaci siano un alimento ricco di benefici per la salute, è importante considerare alcune controindicazioni per evitarne un consumo eccessivo o non adatto a determinate condizioni. Uno dei principali aspetti da tenere in considerazione è la presenza di acido ossalico, un composto naturale che può interferire con l’assorbimento del calcio, riducendone la disponibilità per l’organismo. Per questo, in chi soffre di osteoporosi si raccomanda di non assumere spinaci insieme ad alimenti, ad alto contenuto in calcio. Inoltre, l’acido ossalico può combinarsi con il calcio presente nelle urine, favorendo la formazione di ossalati di calcio, principale causa dei calcoli renali. Per questo motivo, chi è predisposto a sviluppare calcoli dovrebbe limitarne il consumo. Un altro aspetto da con-
siderare è il contenuto di vitamina K (essenziale per la coagulazione del sangue) la quale può interferire con l’e cacia dei farmaci anticoagulanti, come il warfarin. Inoltre, in chi so re di ipotiroidismo o disfunzioni tiroidee il consumo di spinaci va controllato e limitato in quanto questi contengono anche goitrogeni, sostanze che possono influire sulla funzione tiroidea interferendo con l’assorbimento dello iodio. Infine, gli spinaci possono interagire con alcuni farmaci diuretici, influenzando l’equilibrio idro elettrolitico dell’organismo. In tutti questi casi, è fondamentale consultare il medico prima di aumentare significativamente l’assunzione di spinaci nella dieta. Seguendo, però, un consumo moderato e bilanciato, è possibile godere di tutti i benefici di questa verdura senza incorrere in e etti indesiderati.
Il burnout invisibile del caregiver
Riconoscere, comprendere e prevenire l’esaurimento silenzioso di chi si prende cura di un familiare.
C’è una stanchezza che non fa rumore. Non urla, non chiede aiuto, non compare nei certificati. È una stanchezza che si accumula lentamente, come la polvere sulle cose che nessuno guarda più. È il burnout invisibile del caregiver. Chi si prende cura di un familiare malato, fragile, non autosu ciente, raramente si definisce “caregiver”. È figlio, figlia, partner, genitore. È “quello che c’è ”. Sempre. E proprio per questo, spesso, non viene visto. Il caregiver non smette di funzionare: continua a organizzare, somministrare farmaci, accompagnare, vegliare, rassicurare. Il corpo regge, la mente tiene. Fino a quando, silenziosamente, qualcosa inizia a consumarsi. Non è una crisi acuta. È un’erosione.
Quando la cura logora
Dal punto di vista clinico, il burnout del caregiver non è molto diverso da quello osservato nei
contesti sanitari o assistenziali: esaurimento emotivo, depersonalizzazione, riduzione del senso di e cacia. Ma qui c’è una di erenza radicale: il legame a ettivo. Non stai lavorando con qualcuno. Stai assistendo qualcuno che ami. E questo cambia tutto. La letteratura scientifica lo conferma da anni: assistere un familiare con una patologia cronica, neurodegenerativa o disabilità grave espone a un rischio elevato di depressione, ansia, disturbi del sonno, somatizzazioni, fino a un aumento documentato di mortalità e morbilità nel lungo periodo. Il costo psicologico del caregiving non è una metafora: è misurabile, cumulativo, reale. Eppure, i servizi di supporto psicologico per i caregiver sono drammaticamente insufficienti. In molti sistemi sanitari sono frammentari, temporanei, spesso legati a progetti pilota o al volontariato. La cura è concentrata sul paziente — giustamen-
te — ma chi lo sostiene quotidianamente resta fuori campo. Come se la resilienza a ettiva fosse infinita. Come se l’amore bastasse. Ma l’amore non immunizza dal collasso.
Lo stress che diventa normalità Il burnout del caregiver è spesso invisibile anche perché viene normalizzato. “È normale essere stanchi.” “È normale sentirsi in colpa.” “È normale non avere più tempo per sé ”. Quando tutto è normale, niente diventa urgente. E così il disagio si cronicizza. Dal punto di vista neuropsicologico, il caregiving prolungato espone a uno stress cronico che altera i sistemi di regolazione emotiva, aumenta l’attivazione dell’asse dello stress, riduce la capacità di recupero. Il cervello impara a restare in allerta. Non riposa più davvero. La fatica non è solo mentale: è fisiologica. E poi c’è la solitudine. Una solitudine particolare, fatta non di
∞ A CURA DEL DOTT. GABRIELE ZANARDI
assenza di persone, ma di assenza di sguardi che comprendono. Il caregiver è circondato da richieste, ma povero di riconoscimento. Nessuno chiede: come stai tu? E quando lo chiede, spesso non c’è spazio per una risposta vera.
Prendersi cura di chi cura
Prevenire il burnout del caregiver non significa insegnare a “resistere di più”. Significa intervenire prima che il sistema collassi. E gli strumenti, oggi, li conosciamo. Il primo è il riconoscimento. Dare un nome a ciò che si vive. Sapere che la fatica non è un fallimento personale, ma una risposta prevedibile a una condizione prolungata di carico emotivo. Questo, da solo, riduce il senso di colpa. Il secondo è il supporto psicologico strutturato. Non interventi emergenziali, ma spazi continuativi di elaborazione, individuali o di gruppo, dove il caregiver possa
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pensare, sentire, dire l’indicibile senza dover proteggere nessuno. Il terzo è la condivisione del carico. Nessun caregiver dovrebbe essere solo. Servizi di sollievo, reti territoriali, integrazione tra sanitario e sociale non sono optional: sono fattori protettivi documentati. Il quarto è la preservazione dell’identità. Il caregiver non è solo un caregiver. È una persona con desideri, interessi, corpo, futuro. Ogni intervento e cace tiene insieme la cura dell’altro e la continuità del sé.
Nell’arte, il caregiver raramente è protagonista. Sta ai margini della scena, come nelle tele in cui qualcuno regge la luce mentre altri agiscono. Ma senza quella presenza silenziosa, la scena crollerebbe. Rendere visibile il burnout del caregiver non è un atto di denuncia astratta. È un atto clinico, culturale ed etico. Significa riconoscere che prendersi cura ha un costo.
DOTT. GABRIELE ZANARDI
Neuropsicologo e Psicoterapeuta
Brain&Care, Milano
E che una società che si regge sulla cura invisibile è una società che consuma le sue risorse più umane. Forse la vera prevenzione inizia qui: smettere di dare per scontato chi resta.
E iniziare, finalmente, a prendersi cura anche di chi cura.
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Apotychiaphobia: la paura di abortire spontaneamente
∞ A CURA DEL DOTT. CLAUDIO CRESCINI
Quando l’inizio della gravidanza è dominato dall’ansia.
Negli ultimi anni sempre più donne, anche in assenza di fattori di rischio, vivono l’inizio della gravidanza con una paura intensa e costante: il timore di un aborto spontaneo. Questa condizione viene talvolta definita apotychiaphobia, ovvero paura del “fallimento”, applicata qui all’esperienza riproduttiva. Non si tratta di una diagnosi clinica formale, ma di un fenomeno psicologico reale e sempre più osservato, tanto da attirare l’attenzione di psicologi, ostetriche e ginecologi.
Perché oggi questa paura è più di usa?
Dal punto di vista biologico, il rischio di aborto spontaneo nel primo trimestre esiste, ma nella maggior parte dei casi è legato a cause non prevenibili (soprattutto anomalie cromosomiche), una specie di selezione naturale, e non compromette la possibilità di future gravidanze sane. Eppure, la percezione del rischio è spesso molto più alta della probabilità reale. Questo accade per diversi motivi:
> la medicalizzazione precoce
della gravidanza (test immediati, ecografie molto precoci);
> l’accesso continuo a informazioni non filtrate (internet, social, forum);
> una società a bassa fertilità, dove la gravidanza è spesso tardiva, unica, programmata e molto investita emotivamente; > la tendenza culturale a vivere ogni evento negativo non più come parte della fisiologia, ma come un fallimento personale. Il risultato è che l’attesa della nascita, che un tempo era accompagnata da discrezione e gradualità, oggi può trasformarsi in una sorveglianza ansiosa del proprio corpo.
Quali sono le conseguenze?
La paura di abortire può ridurre la gioia dell’inizio della gravidanza, aumentare stress e ipercontrollo, favorire richieste ripetute di esami o visite “rassicuranti” e, in alcuni casi, interferire con il legame a ettivo precoce per paura di “attaccarsi troppo”. Non è una fragilità individuale, ma una risposta comprensibile a un contesto culturale e comunicativo specifico.
Cosa si può fare per contenere questa paura?
Comunicare meglio il rischio - dire che “il rischio esiste” non basta. È fondamentale spiegare quanto è il rischio, cosa significa davvero e soprattutto chiarire che l’aborto spontaneo precoce è frequente nella storia umana, che nella maggioranza dei casi non è prevenibile e non è causato da comportamenti sbagliati della donna e che un aborto spontaneo non preclude gravidanze future.
Qual è la probabilità reale di aborto spontaneo?
Considerando tutte le gravidanze concepite, circa il 15–20% termina con un aborto spontaneo. Tuttavia, la maggior parte di questi avviene prima ancora che la donna sappia di essere incinta (cd. aborti preclinici). Se prendiamo invece le gravidanze clinicamente riconosciute - cioè con test positivo -, il rischio medio (aumenta con l’età materna) è del 10–12% nel primo trimestre e <1% dopo le 12 settimane. Questo significa che circa 9 gravidanze su 10 riconosciute proseguono normalmente e che
superato il primo trimestre, la probabilità di perdita diventa molto bassa. Dopo la visualizzazione del battito cardiaco fetale (6–7 settimane) il rischio di aborto scende a circa 3–5% e dopo 8–9 settimane, scende ulteriormente sotto il 2–3%. Eppure, nonostante questi dati , molte donne continuano a percepire il rischio come imminente e costante anche se molto basso.
Un aborto spontaneo compromette le gravidanze future?
No, dopo un aborto spontaneo la probabilità di avere una gravidanza successiva normale è uguale a quella di chi non ne ha mai avuti. Anche dopo due aborti spontanei consecutivi, oltre il 60–70% delle donne avrà una gravidanza a termine. Solo una piccola minoranza necessita di approfondimenti specifici.
Perché allora la paura è così forte?
Perché oggi conosciamo la gravidanza prima, la controlliamo di più e ne parliamo di più, spesso in modo emotivo e non contestualizzato. Il rischio reale è statistico, ma la paura è personale. E il cervello umano tende a sovrastimare gli eventi rari ma emotivamente carichi, come la paura di viaggiare in aereo, sebbene statisticamente sia il mezzo più sicuro in assoluto. Pensare “c’è sempre un rischio” non aiuta; pensare, invece, “In questa fase, la probabilità che la
gravidanza continui è superiore al 90% e aumenterà ogni settimana” trasforma radicalmente l’esperienza emotiva della donna.
Il messaggio chiave
L’aborto spontaneo precoce esiste, ma è molto meno frequente di quanto si pensi , nella maggior parte dei casi non è prevenibile né colpa di qualcuno e soprattutto non compromette il futuro riproduttivo di una donna. Accompagnare una gravidanza oggi significa anche insegnare a leggere i numeri, per restituire proporzione, fiducia e serenità a un’esperienza che non dovrebbe essere vissuta sotto costante minaccia. Per questo è importante:
> Restituire alla donna fiducia nel proprio corpo: l’eccesso di controlli precoci può paradossalmente aumentare l’ansia. Accompagnare la donna a riconoscere i segnali normali della gravidanza e a tollerare una quota di incertezza è parte integrante della cura;
> Normalizzare le emozioni: paura, ambivalenza e preoccupazione all’inizio della gravidanza sono normali. Dare loro un nome e uno spazio riduce il senso di isolamento e di “anormalità”;
> Integrare il supporto psicologico quando serve: in alcune donne l’ansia diventa pervasiva. In questi casi, un breve supporto psicologico può aiutare a ridimensionare i pensieri catastrofici, a distinguere tra
DOTT. CLAUDIO CRESCINI
Adjunct Professor Humanitas University Milano; Specialista in Ginecologia ed Ostetricia e Fisiopatologia della Riproduzione Umana; Presidente Fondazione Confalonieri Ragonese
rischio reale e rischio percepito e a vivere la gravidanza con maggiore consapevolezza e serenità;
> Cambiare la narrazione culturale: la gravidanza non è un percorso garantito, ma un processo biologico complesso, e la sua incertezza non è un errore, bensì una caratteristica intrinseca della vita.
Contrastare l’apotychiaphobia non significa negare i rischi, ma aiutare le donne a convivere con l’incertezza senza esserne paralizzate. Un’ostetricia davvero moderna non è solo tecnologica, ma capacità di integrare competenze scientifiche, psicologiche e umane, restituendo alla donna non solo informazioni, ma anche fiducia.
Il senso di colpa genitoriale: quando sentirsi inadeguati diventa la norma
∞ A CURA DELLA DOTT.SSA LUISA OPRANDI
Cosa
significa essere genitori al giorno d’oggi?
Essere genitori oggi significa muoversi in un territorio complesso, instabile, in cui alle responsabilità quotidiane si sommano aspettative elevate e modelli educativi contraddittori. Molte mamme e molti papà vivono con una sensazione costante di inadeguatezza, come se ogni scelta fosse sempre imperfetta, mai del tutto corretta. Il senso di colpa genitoriale è diventato così una presenza di usa, silenziosa ma persistente, che accompagna la crescita dei figli e si insinua nelle decisioni più semplici della vita familiare.
L’influenza “social”
A contribuire in modo significativo a questo clima è anche la crescente esposizione ai social network. Ogni giorno ci scorrono davanti agli occhi video, post e reel che promettono di spiegare come essere dei “buoni genitori”. In pochi secondi vengono o erte indicazioni su cosa dire, cosa evitare, come gestire le emozioni dei bam-
bini, come rispondere ai capricci, alle crisi, alle frustrazioni. Messaggi spesso semplificati, presentati come verità universali, validi per tutti e in ogni situazione. Il risultato è che molti genitori iniziano a confrontarsi non più con i propri figli reali, ma con immagini ideali di genitorialità. Ogni comportamento viene analizzato, ogni reazione messa in discussione: “ ho parlato troppo? Ho perso la pazienza? Avrei dovuto essere più calmo, più presente, più coerente? ”. In questo confronto continuo, il senso di colpa trova terreno fertile e cresce, alimentando l’idea di essere sempre in difetto. Il problema non è cercare informazioni o desiderare di migliorarsi, ma credere che la genitorialità possa essere ridotta a una serie di istruzioni da seguire alla lettera. I bambini non sono tutti uguali, così come non lo sono le famiglie. Ogni contesto ha una storia, risorse e fragilità proprie. Applicare regole standard senza considerare la realtà concreta rischia di allontanare i
genitori dal proprio sentire e dal legame autentico con i figli. Il senso di colpa, quando diventa costante, non migliora la qualità dell’educazione. Al contrario, può generare adulti insicuri, iper-controllanti o, in altri casi, paralizzati dalla paura di sbagliare. Un genitore che si sente continuamente sotto giudizio fatica a essere presente in modo sereno, a porre limiti chiari, a fidarsi delle proprie scelte educative.
Imparare a rimediare
La pedagogia ci ricorda da tempo che educare non significa essere perfetti. Donald Winnicott parlava di “madre su cientemente buona”, sottolineando come i bambini non abbiano bisogno di figure impeccabili, ma di adulti capaci di rispondere ai bisogni in modo autentico e progressivo. È proprio nelle piccole imperfezioni che il bambino impara a confrontarsi con la realtà e a sviluppare resilienza. Vedere un genitore che sbaglia, che riconosce l’errore e
prova a rimediare è un’esperienza educativa potente. Insegna che le relazioni non si basano sulla perfezione, ma sulla possibilità di riparare. Chiedere scusa a un figlio, fermarsi a riflettere, modificare il proprio comportamento sono gesti che trasmettono sicurezza più di qualsiasi regola. In questo senso, il senso di colpa può diventare uno strumento utile solo se non prende il sopravvento. Può spingere a interrogarsi, a crescere, a migliorare. Ma quando diventa paralizzante smette di essere costruttivo e rischia di compromettere la relazione educativa. Trasformare il senso di colpa in responsabilità significa accettare i propri limiti e riconoscere che crescere un figlio è un processo lungo e complesso.
Prendersi cura di sé e dei propri figli Viviamo in una società che spinge
al confronto costante e alla performance, anche in ambito educativo. Essere un “buon genitore” sembra diventare un obiettivo da dimostrare pubblicamente, piuttosto che un’esperienza da vivere nella quotidianità della relazione. Questo clima rischia di isolare le famiglie e di far sentire ogni di coltà come un fallimento personale. Restituire dignità alla fatica genitoriale è un passaggio fondamentale. Parlare apertamente delle di coltà, normalizzare il dubbio, riconoscere il bisogno di supporto sono atti educativi importanti. Chiedere aiuto, confrontarsi con un professionista, cercare uno spazio di ascolto non è un segno di debolezza, ma di consapevolezza e responsabilità.
Perché nessuno nasce genitore, e nessuno dovrebbe esserlo da solo.
Prendersi cura di sé come adulti
DOTT.SSA LUISA OPRANDI pedagogista e tutor DSA
Studio pedagogico
significa prendersi cura anche dei propri figli.
E solo liberandosi dal peso del senso di colpa è possibile costruire relazioni educative più sane, più autentiche e più umane.
“Punta al Massimo”, Fino del Monte (BG)
Chatbot e adolescenti: quando l’IA entra nella quotidianità digitale
Un’indagine del Telefono Azzurro ha esplorato opportunità e rischi dei chatbot tra studio, curiosità e salute mentale degli adolescenti.
Negli ultimi anni gli strumenti di Intelligenza Artificiale (IA), come i chatbot conversazionali, si sono di usi in modo rapido nella vita di milioni di persone, compresi i più giovani. Secondo un’indagine promossa da Telefono Azzurro in collaborazione con Ipsos Doxa, nel 2025 circa il 35% dei ragazzi italiani tra i 12 e i 18 anni ha utilizzato chatbot di IA (come ChatGPT) tra le attività online più frequenti, e il dato di conoscenza sale al 74%. L’uso di questi strumenti tra gli adolescenti non è sorprendente. I chatbot sono veloci, accessibili da smartphone o tablet e o rono risposte immediate a domande su compiti scolastici, curiosità quotidiane o semplici dubbi. Tra chi usa questi strumenti, la maggioranza li impiega soprattutto per studiare o svolgere ricerche, ma una quota significativa li utilizza anche per chiedere con-
sigli personali o “supporto emotivo”, percependo in questi sistemi una sorta di disponibilità costante e non giudicante.
Percezione positiva… ma emergono preoccupazioni Nonostante l’utilità percepita, i giovani stessi riconoscono diversi rischi legati all’uso dei chatbot. L’indagine evidenzia che il 40% dei ragazzi teme una riduzione del pensiero critico, ovvero la capacità di analizzare, interpretare e valutare informazioni in modo autonomo: lasciare che sia un algoritmo a generare risposte potrebbe indebolire la capacità di riflettere e comprendere profondamente concetti complicati. Altri rischi percepiti includono una possibile diminuzione delle relazioni sociali reali (35%), il rischio di confondere realtà e finzione (33%), la dipendenza eccessiva dagli strumenti digitali (25%), la
di usione di informazioni errate (20%) e preoccupazioni per la privacy dei dati (19%). Solo una piccola parte dei ragazzi (circa il 10%) ritiene che non vi siano eetti negativi. Queste percezioni emergono in un contesto più ampio: l’OMS stima che circa 1 adolescente su 7 tra i 10 e i 19 anni sperimenta un disagio psichico quali ansia, depressione o isolamento sociale, problemi spesso non riconosciuti né trattati in modo appropriato.
I limiti dell’IA come “amica” o “consulente” Non è solo una questione di numeri studiati in Italia. Ricerche internazionali hanno messo in luce rischi specifici legati all’uso di chatbot per temi delicati come la salute mentale. Una valutazione di Common Sense Media e Stanford Medicine ha rilevato che i chatbot comunemente usati non sono
∞ A CURA DI IVANA GALESSI
a dabili per riconoscere e rispondere correttamente a sintomi di ansia, depressione o altri disturbi psicologici, e possono persino dare risposte generiche o inadeguate invece di orientare verso un aiuto professionale. Altri studi sottolineano che questi strumenti sono progettati per intrattenere e mantenere l’utente impegnato, non per sostituire il supporto umano esperto. In conversazioni prolungate, i chatbot possono addirittura creare una illusione di relazione rispondendo con toni empatici o formulazioni rassicuranti, senza o rire risposte cliniche corrette o indicazioni sicure, soprattutto nei casi di vulnerabilità emotiva.
L’IA non sostituisce la relazione umana
Uno degli aspetti più delicati riguarda proprio il ruolo emotivo che alcuni ragazzi attribuiscono all’IA. In alcuni contesti internazionali, fino a un quarto degli adolescenti ha riferito di usare i chatbot per cercare supporto psicologico o emotivo percependo questi strumenti come “amiche”
o “confidenti”. Tuttavia, gli esperti avvertono che l’IA non può o rire la comprensione profonda, l’intuizione e il supporto umano che un genitore, un insegnante o uno psicologo può garantire. Gli algoritmi non leggono segnali corporei, non colgono sfumature emotive reali e non possono intervenire in situazioni di crisi.
Bilanciare vantaggi e rischi: l’importanza della consapevolezza
Nonostante i rischi, l’Intelligenza Artificiale resta uno strumento potente e con potenzialità importanti anche per i ragazzi: può aiutare nello studio, nell’organizzazione dei compiti, nella comprensione di concetti di cili o nella traduzione di lingue straniere. Il vero nodo sta nel saper usare l’IA in modo consapevole e critico, imparando a chiedersi non solo “che cosa dice”, ma “perché lo dice” e “come posso verificare questa informazione”. Gli educatori e gli esperti sottolineano che per i ragazzi è fondamentale sviluppare competenze di alfabetizzazione digitale e di
pensiero critico, per non limitarsi a consumare risposte ma per comprenderle, valutarle e integrarle nel proprio processo di apprendimento.
Ruolo di adulti e scuole Il ruolo di genitori, insegnanti e adulti di riferimento è essenziale in questo percorso. Creare spazi di dialogo in cui si parli apertamente di IA, delle sue opportunità e dei suoi limiti, aiuta i ragazzi a non sentirsi soli nelle loro esperienze online. Insegnare a riconoscere quando è il momento di rivolgersi a un professionista umano - ad esempio per un problema emotivo, psicologico o di salute mentale - è un messaggio che può fare la di erenza.
L’Intelligenza Artificiale non è né “amica” né “nemica”: è uno strumento che, se usato con responsabilità, può facilitare molti aspetti della vita digitale. Ma come ogni tecnologia potente, richiede conoscenza, etica e consapevolezza per non trasformarsi in un rischio per lo sviluppo emotivo e cognitivo degli adolescenti.
Perché ci si innamora della corsa, soprattutto in età adulta?
Un’attività semplice, democratica, da ritagliarsi tra impegni, stress e responsabilità.
∞ A CURA DI SERENA MONACHINO
C’è una scena che si ripete ovunque: un paio di scarpe allacciate in fretta, un orologio che vibra, la porta di casa che si chiude piano per non disturbare nessuno. E poi via: chi esce all’alba, chi infilando la corsa nella pausa pranzo, chi la sera, dopo una giornata pienissima, come se fosse l’unico momento in cui il tempo torna ad appartenere davvero a sé. La corsa sembra parlare la lingua degli over 30: quella fatta di incastri, appuntamenti, responsabilità, poco margine e tanta testa piena. In mezzo a tutto questo, correre è semplice: ti metti le scarpe e vai. Senza prenotazioni, senza orari fissi, senza dover dipendere da nessuno. Non devi aspettare che si liberi una sala, che inizi un corso, che un amico sia disponibile. Anche una corsa breve funziona: 20–30 minuti possono essere già “qualcosa” che cambia l’energia della giornata. C’è anche un’altra verità molto concreta: la corsa è democratica Non richiede attrezzature costose, abbonamenti, strutture particolari ma l’unico investimento davvero importante è uno solo: le scarpe giuste, possibilmente tecniche e adatte al proprio appoggio e alle proprie caratteristiche, perché sono il “filtro” principale tra te e l’impatto a terra. Non è questione
di marca o di moda: è prevenzione, soprattutto quando i ritmi di recupero non sono più quelli dei vent’anni.
Crea “dipendenza”
Chi corre lo dice spesso: “Se non vado, mi manca”. Non è solo abitudine: durante e dopo la corsa il corpo attiva un circuito di benessere (endorfine, dopamina, serotonina) che aiuta a scaricare lo stress, rimettere ordine nelle idee e sentirsi più leggeri. È un antistress “naturale”: non elimina i problemi, ma abbassa il rumore di fondo. Un altro punto che conquista è che la corsa è misurabile, ma non giudicante. Puoi farla da solo, senza confronto, o con qualcuno se
SERENA MONACHINO
Dottoressa in scienze motorie preventive e adattate; Massoterapista,
Co-fondatrice di Studio Xenia, Seriate
ti va. Puoi cercare la performance o semplicemente respirare meglio. E spesso diventa una piccola pratica personale: un tempo senza notifiche, senza richieste, senza ruoli. È anche un gesto istintivo: tutti possono correre, ognuno a modo suo. Ed è proprio questa naturalezza che rende più facile iniziare (e riprendere) rispetto a sport percepiti come “tecnici”.
Benefici reali, quotidiani
I benefici non restano teorici: si sentono nella vita di tutti i giorni. Si respira meglio e ci si stanca meno nelle attività quotidiane, lo stress diventa più gestibile e spesso anche il sonno si regolarizza. Il corpo sembra più “attivo” e leggero, l’umore più stabile e l’energia mentale più presente. E, con la costanza, si costruisce anche una base cardiocircolatoria più solida: la famosa “condizione fisica di base”. E poi c’è un beneficio indiretto: quando corri con costanza, spesso inizi a considerare anche altri aspetti che possono influenzarla, a dare importanza ad alimentazione, recupero, abitudini. Non sempre, ma spesso sì.
Quando la corsa smette di essere amica?
Naturalmente non è tutta poesia. Proprio perché è semplice, la cor-
sa è anche lo sport più facile da improvvisare… e quindi da trasformare in un problema. La corsa non è “pericolosa”, ma non è neutra: è un’attività a impatto, ripetitiva, con carico biomeccanico su piedi, caviglie, ginocchia, anche e rachide. Il rischio è fare troppo o fare sempre la stessa cosa senza ascoltare il corpo. Gli infortuni più frequenti arrivano così: un aumento brusco dei chilometri, troppe uscite ravvicinate, troppo entusiasmo e soprattutto poco recupero. Ci sono quindi situazioni in cui vale la pena mettere un attimo il piede sul freno e fare un controllo, soprattutto se si riparte dopo anni di sedentarietà (ancor di più con un sovrappeso importante) o se si ha una storia di problemi cardiaci e pressione non ben controllata.
Lo stesso discorso vale quando la corsa inizia a “presentare il conto” sul piano meccanico: un dolore articolare che peggiora di volta in
volta, un gonfiore evidente, una zoppia, oppure quegli infortuni che tornano sempre nello stesso punto come un ritornello. Spesso non è sfortuna: è un segnale che il corpo sta chiedendo una correzione.
In questi casi non si stringono i denti: si approfondisce. Negli adulti, infatti, i fastidi più comuni raramente arrivano dal nulla: quasi sempre sono errori di carico (troppo, troppo presto, o sempre uguale). I classici problemi sono le infiammazioni dei tendini (Achilleo o rotuleo), la fascite plantare, il dolore davanti al ginocchio tipico della sindrome femoro-rotulea, la bandelletta ileotibiale che tira sul lato esterno, oppure quelle lombalgie che spuntano quando manca un po’ di mobilità o di forza di sostegno. La buona notizia è che, nella maggior parte dei casi, basta cambiare rotta in tempo — prima che un fastidio diventi uno stop.
Un viaggio per “rimettere ordine” La corsa è semplice, ma per allenarsi in modo e cace e salutare bisogna tenere sempre presenti i principi dell’allenamento: adattamento, progressione del carico e recupero. Non perché bisogna diventare atleti, ma perché così questa attività rimane un piacere e non un’altalena fatta di start & stop. Con una gara come obiettivo, anche amatoriale, serve un minimo di programmazione: carichi progressivi, recupero e qualche stimolo mirato. Per questo, farsi guidare da un esperto - anche solo all’inizio - è una scelta intelligente: riduce il rischio di infortuni e aumenta la qualità della preparazione. Si parte per “fare movimento” e ci si ritrova a fare molto di più: a rimettere ordine, a ritrovare fiato, a sentirsi vivi. La corsa, alla fine, è questo: un piccolo viaggio che comincia appena ti allacci le scarpe.
GLI AMICI DI BERGAMO SALUTE
ALBINO
Centro Prelievi Bianalisi Albino
Via Volta, 2/4
Fondazione Honegger Rsa Onlus Albino
Via B. Crespi, 9
ALMENNO SAN BARTOLOMEO
Dott. Luis - Almenno San Bartolomeo
Via Papa Giovanni XXIII, 64
ALMÈ
Farmacia Visini
Via Italia, 2
ALZANO LOMBARDO
Itineris Srl - Alzano Lombardo
Via Roma, 6
Ospedale Pesenti Fenaroli / Asst
Bergamo Est Via Mazzini, 88
AZZANO SAN PAOLO
Fortimed Poliambulatorio
Via Cremasca, 24
Iro Medical Center
Via del donatore Avis-Aido, 13
Studio Odontoiatrico Dott. Campana
Marco
Via Castello, 20
BAGNATICA
Centro Prelievi Bianalisi Bagnatica
Piazza Gavazzeni
BERGAMO
20 Fit
Via Broseta, 27/c
ATS Bergamo - Sede
Via Galliccioli, 4
AZ Veicoli
Via per Curnasco, 70/72
Acustica Tassetti
Via Flaminio Cerasoli, 69
Ambulatorio For.US di Coop. RUAH
Via Daste e Spalenga, 15
Ambulatorio Il Maestrale
Via per Curnasco, 51
AniCura / Clinica Veterinaria Orobica
Via Zanica, 62
Antares Onlus
Via Spino, 10
Associazione Mosaico Aps
Via Palma il Vecchio, 18/C
Asst Papa Giovanni XXIII
Piazza OMS, 1
Athaena
Via Martin Luther King, 3
Avis Monterosso
Via Leonardo da Vinci, 4
Bergamo Assistenza
Via Mazzini, 24/c
Bergamo X 1000 / Banca delle Visite
Via Ettore Panseri, 14
Blu Fit Redona
Via Gusmini, 3
Cartolombarda Via Grumello, 32
Casa di Comunità / Bergamo Via Borgo Palazzo, 130
Casa di Cura Palazzolo Via San Bernardino, 56
Casa di Cura San Francesco Via IV Novembre, 7
CasaMedica
Largo Bortolo Belotti, 5
Centro Acustico Italiano Via San Bernardino, 33/c
Centro Borgo Palazzo
Via Borgo Palazzo, 43
Centro Medico Boccaleone Via Capitanio, 2/e
Centro Tutte le Età / Boccaleone Via Rovelli, 27
Centro Tutte le Età / Borgo Palazzo Via Vivaldi, 5
Centro Tutte le Età / Colognola Via dei Caravana, 7
Centro Tutte le Età / Loreto Via Pasteur, 1/a
Centro Tutte le Età / Monterosso Via Leonardo Da Vinci, 9
Centro Tutte le Età / Redona Via Leone XIII, 27
Centro Tutte le Età / San Colombano Via Quintino Basso, 2
Centro Tutte le Età / Villaggio degli Sposi Via Cantù, 2
Cooperativa Sociale Alchimia Via Boccaleone, 17c
Dipendiamo - Centro per la cura delle New Addiction
Via Torquato Taramelli, 50
Domitys Quarto Verde Via Pinamonte da Brembate, 5
Dott. Ghezzi Marco
Via Zambonate, 58
Farma Logica
Via Promessi Sposi, 19/C
Farmacia Conca Verde
Via Guglielmo Mattioli, 24
Farmacia Santa Lucia
Via Dello Statuto , 16
Farmacia Sella
Piazza Pontida, 6
DOVE PUOI TROVARE LA RIVISTA IN DISTRIBUZIONE GRATUITA
Fidas Bergamo - Ass. Donatori
Sangue
Viale Ernesto Pirovano, 4
Fisioforma
Via Pitentino, 14/a
Forneria Rota
Via Silvio Spaventa, 56
Foto Cine Ottica Skandia
Via Borgo Palazzo, 102/104
Il Bio di Francesca nel Borgo
Via Borgo Santa Caterina, 9/d
Il Casaro Bianco
Via Gianbattista Moroni, 118
Kids and Us Longuelo
Via Mattioli, 18
La Terza Piuma
Via Divisione Tridentina, 6/b
Lo Spettro delle Delizie - Autismo
è Onlus
Via Broseta, 44
Medical Farma
Via Borgo Palazzo, 112
Methodo Medical Center
Via San Giorgio, 6/n
Milano Senza Glutine - Bergamo
Via Sant’Ambrogio, 19
MindFit Clinic
Via Quinto Alpini, 4
Monica Vitali - Centro Italiano Pavimento Pelvico
Via Betty Ambiveri, 11
OPI Bergamo
Via Rovelli, 45
Ordine Medici Bergamo
Via Manzù, 25
Ordine Medici Veterinari Bergamo
Via Daste e Spalenga, 15
Ottica Gazzera
Via Gasparini, 4/e
Palamonti/CAI
Via Pizzo della Presolana, 15
Pianeta Sorriso Clinica Dentale
Via Zelasco, 1
Poliambulatorio Città di Bergamo
Via Madonna della Neve, 27
Poliambulatorio Finazzi
Via Berizzi, 45
Residenza Anni Azzurri
Via Colognola ai Colli, 8
Selene Centro Medico
Via Puccini, 51
Smuoviti Be Well
Viale Giulio Cesare, 29
Studio Dentistico Previtali
Via Broseta, 112
Studio di Podologia Zanardi
Via Suardi, 51
Unipol - Agenzia Bergamo Est
Via Broseta, 73
BONATE SOPRA
Farmacia Quattro Strade
Piazza Vittorio Emanuele II, 17
Ortopedia Tecnica Gasparini Via Milano, 57
BREMBATE DI SOPRA
Piscine Comunali Via Bruno Locatelli, 36
CALCINATE
Ospedale F.M. Fassi / Asst Bergamo Est Piazza Ospedale, 3
CALUSCO D’ADDA
Dott. Luis - Calusco d’Adda Via Bergamo, 335 CARAVAGGIO
Dott. Luis - Caravaggio Via Treviglio, 8
CASAZZA
Centro Prelievi Bianalisi Casazza Piazza della Pieve, 2
Istituto Polispecialistico Bergamasco Via Nazionale, 89
CASNIGO
Centro Sportivo Casnigo Via Lungo Romna, 2
Il Casaro Bianco Via Lungo Romna, 51 CAZZANO SANT’ANDREA
C.S. Materassi Via Melgarolo, 5
CHIUDUNO
Centro Prelievi Bianalisi Chiuduno Largo Europa, 3
Centro Prelievi Bianalisi Costa Volpino Via Marco Polo, 2
CURNO
Bongiorno Antinfortunistica
Via Enrico Fermi, 10
Dm Drogerie Markt Curno Via Enrico Fermi, 39
Dott. Leonino A. Leone Via Lungobrembo, 18/A
For Me Centro Medico
Via dell’Aeronautica, 19
Il Sole e la Terra
Via Enrico Fermi, 56
ItalianOptic
Via Bergamo, 32
DALMINE
Animal Center
Strada Statale 525, 29
Casa di Comunità / Dalmine Viale Betelli, 2
Farmacia Ornati Dott. De Amici
Via Papa Giovanni XXIII, 11
Farmacia all’Università Via Marconi, 9
Istituto Medico Sant’Alessandro Via Cavagna, 11
GAZZANIGA
Ospedale Briolini / Asst Bergamo Est Via Manzoni, 130
GORLAGO
Insieme a Te
Via Regina Margherita, 64
Namasté Salute
Piazza Gregis, 10/a
GORLE
Casa di Riposo Caprotti Zavaritt Via Arno, 14
Centro Medico MR Via Roma, 28
GRASSOBBIO
Centro Prelievi Bianalisi Grassobbio Via Fornacette, 5
GRUMELLO DEL MONTE
Four Dental Via Marconi SNC
LOVERE
Casa di Comunità / Lovere Piazzale Bonomelli, 8
Ospedale SS. Capitanio e Gerosa / Asst Bergamo Est Via Martinoli, 9
MEDOLAGO
Plurimed Via Presolana, 1 MOZZO
Dott.ssa Federica Annamaria Legrenzi - Biologa nutrizionista Via San Giovanni Battista, 5 Social Mozzo Via Verdi, 2/B
Sportindoor All in One
Via Fausto Radici, 1
NEMBRO
Bergamo Sanità Via Roma, 43
Centro Medico Santagostino
Via Cascina Colombaia, 3
Dott. Luis - Nembro
Via Monsignor Aldo Nicoli, 5
Farmacia San Faustino Via Europa, 12
OLTRE IL COLLE
Alp Life
Via Drago, 1760
OSIO SOTTO
Studio Kinesi Via Milano, 9
OSPITALETTO
Dott.ssa Seiti Mara
Via Famiglia Serlini Trav III, 16
PEDRENGO
Cooperativa ProgettAzione
Via Moroni, 6
PIARIO
Ospedale M.O. A. Locatelli / Asst Bergamo Est Via Groppino, 22
PIAZZA BREMBANA
Fondazione Don Palla
Via Monte Sole, 2
PONTE NOSSA
Itineris Srl - Ponte Nossa Via Europa, 1
PONTE SAN PIETRO
Casa di Comunità / Ponte San Pietro
Via Caironi, 7
Centro Medico Ponte
Via S. Clemente, 54
ROGNO
Centro Prelievi Bianalisi Rogno
Via Giardini, 3
ROMANO DI LOMBARDIA
Avalon Poliambulatorio
Via Rinaldo Pigola, 1
Farmacia Comunale
Via Duca D’Aosta
Ospedale SS. Trinità / Asst Bergamo
Ovest
Via S. Francesco d’Assisi, 12
ROVETTA
Centro Sportivo Rovetta
Via Papa Giovanni XXIII, 12/f
COME ABBONARTI
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RINNOVO ABBONAMENTI
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SAN GIOVANNI BIANCO
Farmacia Contenti
Via Carlo Ceresa, 44
Ospedale Civile / Asst Papa Giovanni XXIII
Via Castelli, 5
SAN PAOLO D’ARGON
Centro Prelievi Bianalisi San Paolo d’Argon
Viale delle Rimembranze
SAN PELLEGRINO TERME
In Cammino Coop. Sociale
Via de Medici, 13
Istituto Clinico Quarenghi
Via San Carlo, 70
SARNICO
Casa di Comunità / Sarnico
Via Libertà, 37
SCANZOROSCIATE
Centro Prelievi Bianalisi Scanzorosciate
Piazza della Costituzione
SEDRINA
Farmacia Micheli
Via Roma, 71/a
SERIATE
B Clinic Seriate Via Nazionale, 122
Casa di Comunità / Seriate
Via Paderno, 40
Istituto Ottico Daminelli
Via Italia, 74
NaturHouse - Seriate Via Ambiveri, 16
Ospedale Bolognini / Asst Bergamo
Est Via Paderno, 21
STEZZANO
B Clinic Stezzano
Via Santuario, Snc
Dm Drogerie Markt Stezzano
Viale Industria, 293
Farmacia San Giovanni Via Dante Alighieri, 1
TELGATE
Centro Prelievi Bianalisi Telgate Via Roma, 48
TORRE BOLDONE
Top Line Planet Via Leonardo Da Vinci, 7
TRESCORE BALNEARIO
Casa di Comunità / Trescore B. Via Mazzini, 13
Consultorio Familiare Zelinda
Via Fratelli Calvi, 1
Ospedale S. Isidoro / Asst Bergamo
Est Via Ospedale, 34
TREVIGLIO
Casa di Comunità / Treviglio
Piazzale Ospedale Luigi Meneguzzo, 1
Dm Drogerie Markt Treviglio Via Baslini
Krioplanet
Via Istria 8B - zona Pip 2
Ospedale di Treviglio - Caravaggio / Asst Bergamo Ovest
Piazzale Ospedale Luigi Meneguzzo, 1
Tecno System Via Madreperla, 12/b
TREVIOLO
Centro Oculistico San Giorgio Via delle Betulle, 21
Farmacia Bianchi Via Roma, 73/b
URGNANO
Antica Farmacia Via Papa Giovanni XXIII, 435
Dott. Luis - Urgnano Via Piemonte, 105
VALBREMBO
Engim Lombardia Via Sombreno, 2
VERDELLO
Casa Mia Verdello Via XXV Aprile, 9
VILLA D’ALMÈ
Casa di Comunità / Villa d’Almè Via Roma, 16
Farmacia Donati Via Roma, 23
Ortopedia Fagiani
Via Fornaci, 6/f
ZANICA
Farmacia Gualteri
Piazza Repubblica, 1
ZOGNO
Casa di Comunità / Zogno
Piazza Bortolo Belotti, 1/3
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TREVIGLIO Viale Oriano, 21 - 0363 45068
CASSANO D’ADDA Via Milano 4 - 0363 60647 info@medicalfarma.it - www.medicalfarma.it
L’unico centro dedicato in modo esclusivo alle disfunzioni pelviche
Via Betty Ambiveri, 11 24126 Bergamo monicavitali.it
ISTITUTO OTTICO DAMINELLI
ISTITUTO CLINICO QUARENGHI dal 1925
RIABILITAZIONE NEUROLOGICA, ORTOPEDICA, CARDIOLOGICA E RESPIRATORIA MEDICINA GENERALE
SOGGIORNO SOLLIEVO IN REGIME PRIVATO SERVIZIO ALBERGHIERO “CLASSE HOTEL” �
POLIAMBULATORIO SPECIALISTICO
Via San Carlo, 70 24016 San Pellegrino Terme (Bergamo) tel. 0345 25111 fax 0345 23158 www.clinicaquarenghi.it info@clinicaquarenghi.it
Direttore Medico di Presidio Dott. Daniele Bosone
Istituto Clinico Riabilitativo accreditato con il Servizio Sanitario Nazionale
ORARIO CONTINUATO 8:30-18:00 da lunedì a venerdì
Secondo piatto
Di coltà di preparazione
Facile
Tortino di erbette e coste con formaggio fresco
Tempo di preparazione
20 minuti
Tempo di cottura
30-40 minuti
FABRIZIO MARTINELLI Cuoco
Il Sole e la Terra, Curno (BG)
INGREDIENTI per 4 persone
400 g Erbette (bietole, spinaci) da pulire e tagliare
200 g Coste tenere, da tagliare a pezzetti
2 Cipolle di medie dimensioni, da a ettare
2 Spicchi d’aglio, da tritare
1 Tazza di Formaggio fresco (ricotta o caprino), da sbriciolare 1 Uovo
1/2 Tazza di Pangrattato
qb Sale e Pepe
qb Olio extravergine d’oliva
1 cucchiaio Aceto balsamico (opzionale)
PREPARAZIONE
Preriscaldare il forno a 180°C. So riggere le cipolle e l’aglio nell’olio extravergine di oliva fino a quando non sono trasparenti. Aggiungere le erbette e le coste, cuocere fino a quando non sono appassite. Regolare con sale e pepe. Mescolare il formaggio fresco con l’uovo e il pangrattato. Aggiungere le erbette e le coste cotte al composto di formaggio e mescolare bene. Versare il composto in una teglia imburrata e cuocere in forno per circa 30-40 minuti, o fino a quando il tortino non è dorato e sodo. Sfornare e lasciare ra reddare per qualche minuto. Servire caldo, eventualmente accompagnato da un filo di aceto balsamico.
Un bel sorriso è il tuo miglior biglietto da visita
Stiamo viziando i nostri cani?
Le nuove realtà del benessere animale, tra servizi mirati ed esperienze di lusso.
Avere un animale domestico è sempre stato un elemento caratteristico della nostra storia.
L’uomo ha stretto legami con diverse specie, ma il cane ha conquistato un ruolo unico nell’immaginario collettivo. Nel tempo, questo rapporto si è evoluto, passando da compagni di caccia e guardiani a veri membri della famiglia. I nostri amici a quattro zampe oggi sono parte integrante della vita domestica, o rendo compagnia, a etto e sostegno.
In Italia, circa il 22% delle famiglie possiede almeno un cane, un dato che conferma quanto sia radicato questo legame. Il cane non è più solo un animale da compagnia: è spesso un compagno di vita, con cui si condividono abitudini quotidiane, momenti di svago e attività fisica. Questo forte attaccamento ha trasformato anche il mercato dedicato agli ani-
mali, che negli ultimi anni ha visto nascere prodotti e servizi sempre più mirati al benessere, alla salute e alla stimolazione psicofisica dei nostri amici a quattro zampe.
La cura e il benessere dei cani oggi
Dal 2020, il settore della cura ani-
male ha registrato una crescita di circa un terzo, con oltre 1.300 nuove aziende dedicate alla salute e al benessere dei cani. Oltre ai classici studi veterinari, sono aumentati i centri di fisioterapia, asili e strutture per la riabilitazione post-operatoria o per animali anziani. In parallelo, i negozi tradizionali di alimenti
∞ A CURA DI SARA CARRARA
e accessori hanno registrato una lieve diminuzione, compensata dalla nascita di catene più strutturate e di grande distribuzione, capaci di o rire prodotti di qualità e facilmente accessibili alle famiglie. In Italia, alcune note catene di negozi hanno aperto centinaia di sedi, rispondendo a una domanda crescente di prodotti selezionati e servizi innovativi. Allo stesso tempo, esperienze come piscine dedicate alla riabilitazione dei cani o percorsi di idroterapia dimostrano quanto sia importante integrare la salute fisica con attività specifiche per favorire il recupero, la mobilità e la prevenzione di disturbi articolari o muscolari.
Questo aumento dell’o erta si riflette anche nella spesa media
annua per ciascun animale, passata dai circa 600-700 euro a oltre 900 euro, segno che le famiglie investono sempre di più nel benessere dei propri amici a quattro zampe. Non si tratta solo di cibo o accessori, ma anche di salute, stimolazione e tempo di qualità dedicato al cane. Interessante notare come la crescita economica del settore animali stia lentamente riducendo la di erenza rispetto alla spesa destinata all’infanzia, dimostrando quanto il cane sia diventato un elemento centrale della vita familiare.
Nuove esperienze per viziare il palato dei cani
La sensibilità verso il benessere animale e la volontà di dedicare
più attenzioni ai propri animali domestici hanno portato alla nascita di esperienze gastronomiche specifiche. Dal gelato artigianale ai ristoranti con menù dedicati ai cani, le proposte oggi sono molto diversificate. In alcune strutture, le cucine sono doppie: una per gli umani e una per gli animali, garantendo sicurezza e igiene. La presenza di addestratori cinofili assicura inoltre che i cani possano vivere l’esperienza in un ambiente sereno e senza stress.
In alcune località turistiche di prestigio sono nati ristoranti di lusso che propongono menù degustazione riservati ai cani, con piatti su misura, dai classici come pollo o tonno, fino a preparazioni gourmet pensate per l’occasione.
Queste esperienze mostrano come l’alimentazione stia diventando parte integrante del rapporto con l’animale, valorizzando non solo il gusto ma anche la salute e la varietà nella dieta.
Oltre al cibo, nascono corsi di educazione, attività ludico-motorie e percorsi sensoriali per stimolare mente e corpo del cane. Queste esperienze contribuiscono a un equilibrio psicofisico più completo, migliorando il comportamento, la socializzazione e riducendo il rischio di disturbi legati alla noia o allo stress.
A etto sì, ma con equilibrio Tuttavia, è importante ricordare che un eccesso di attenzioni può diventare controproducente. Alcuni prodotti o abitudini, nati dalla popolarità sui social, come profumi, cosmetici o accessori, non sempre sono graditi ai cani. Ciò
che può sembrare un gesto di cura rischia di trasformarsi in una forzatura, creando disagio o stress. Per mantenere un rapporto sano e duraturo, è fondamentale osservare attentamente le reazioni dei nostri compagni a quattro zampe e modulare le attenzioni
secondo le loro esigenze reali. Dare ciò che serve, con empatia e criterio, significa rispettare la loro natura e contribuire al loro benessere complessivo. Solo così il rapporto tra uomo e animale rimane equilibrato, soddisfacente e reciprocamente gratificante.
Omotossicologia: quando la cura considera l’organismo nel suo insieme
L’omotossicologia è una disciplina terapeutica sviluppata nella prima metà del Novecento dal medico tedesco Hans Heinrich Reckeweg, che ne elaborò i principi partendo dalle basi teoriche dell’omeopatia fondata da Samuel Hahnemann. L’intento era quello di proporre un modello interpretativo della malattia che dialogasse maggiormente con la fisiologia e con le conoscenze mediche del tempo, mantenendo però l’idea centrale di stimolare le capacità di autoregolazione dell’organismo. Il termine “omotossicologia” deriva dall’unione di “omo”, uomo, e “tossine”. Secondo questo approccio, molte manifestazioni patologiche possono essere interpretate come l’espressione di una risposta dell’organismo alla presenza di “omotossine”, cioè sostanze potenzialmente dannose di origine interna (prodotte dal
metabolismo) o esterna (ambientali, alimentari, farmacologiche). In questa prospettiva la malattia non viene vista esclusivamente come un evento da sopprimere, ma come un tentativo del corpo di difendersi ed eliminare ciò che altera l’equilibrio biologico.
La malattia come processo e non solo come sintomo Uno degli aspetti centrali dell’omotossicologia è la lettura dinamica del processo salute-malattia. L’organismo è considerato un sistema complesso capace di compensare, neutralizzare o espellere sostanze nocive attraverso meccanismi di regolazione. Quando questi meccanismi funzionano in modo e cace, lo stato di salute si mantiene; quando invece risultano sovraccaricati o indeboliti, possono comparire sintomi, infiammazioni o disturbi più strutturati.
In quest’ottica il sintomo non rappresenta soltanto un problema da eliminare, ma un segnale da comprendere. L’obiettivo terapeutico diventa quindi sostenere i processi fisiologici di difesa e detossificazione, favorendo il recupero dell’equilibrio generale. È una visione che si colloca nell’ambito della medicina integrata e che propone un approccio globale alla persona, considerando l’interazione tra ambiente, stile di vita e risposta individuale.
I preparati a bassi dosaggi e la regolazione biologica
Dal punto di vista pratico, l’omotossicologia utilizza preparati a bassi dosaggi, derivati dalla tradizione omeopatica ma rielaborati secondo i principi propri di questa disciplina. L’idea di fondo è che stimoli minimi possano attivare o modulare le risposte dell’organismo, senza sostituirsi ad esse. Per
questo motivo l’approccio viene talvolta associato al concetto di “Low Dose Medicine”, cioè medicina dei bassi dosaggi. Secondo i sostenitori della disciplina, l’intervento omotossicologico mira a favorire la regolazione biologica, sostenendo in particolare il sistema immunitario e i processi di drenaggio e depurazione. L’utilizzo avviene spesso in un’ottica complementare, a ancando – quando necessario – le terapie convenzionali. Il tempo di risposta viene considerato variabile e individuale, in relazione alle condizioni del paziente e alla fase del disturbo.
Tra interesse clinico e necessità di confronto scientifico Nel corso degli anni l’omotossicologia ha trovato spazio in diversi contesti clinici, soprattutto
nell’ambito delle condizioni croniche o ricorrenti, dove l’obiettivo non è soltanto il controllo del sintomo ma il miglioramento dell’equilibrio complessivo della persona. Alcuni professionisti la utilizzano come strumento integrativo nella pratica quotidiana, in un’ottica di personalizzazione della cura.
È importante ricordare che l’omotossicologia si colloca al di fuori della medicina basata su evidenze scientifiche consolidate secondo i criteri della ricerca clinica tradizionale. Per questo motivo, prima di intraprendere qualsiasi percorso terapeutico, è sempre opportuno confrontarsi con un professionista sanitario qualificato, valutando attentamente indicazioni, limiti e possibili integrazioni con altri trattamenti.
In definitiva, l’omotossicologia
rappresenta una proposta interpretativa della malattia che mette al centro la capacità dell’organismo di autoregolarsi. Una visione che invita a considerare la salute come un equilibrio dinamico, frutto dell’interazione continua tra corpo, ambiente e stile di vita.
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Al Convento dei Neveri si cena nelle celle dei monaci
Trascorrere una serata enogastronomica nel chiostro di un ex monastero, cenare a lume di candela nella cella di un monaco, degustare piatti mediterranei e crudité fra reperti archeologici e imponenti muri di epoca romana.
Sono esperienze uniche quelle proposte dal Convento dei Neveri di Bariano (Bergamo), dove i sapori incontrano le storie ultramillenarie di un luogo, al confine del Fosso Bergamasco, teatro di contese tra il Vescovato di Cremona e quello di Bergamo e poi tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia.
Ubicato dove sorgeva l’antico vicus romano Averga, fu fondato nel 1480 poi soppresso nel 1770. Venduto all’asta, divenne corte rustica e nel 1860, per ampliare lo spazio agricolo, venne demolita la chiesa principale, S. Maria dé Neveri, mentre è rimasta la chiesa di S. Maria del Carmine, che sorge dove un tempo era ubicata la
chiesa altomedievale dedicata a S. Giovanni Battista, a sua volta edificata dove esisteva un ninfeo romano. All’interno del Convento si trova, invece, una cappella costruita su una pieve altomedievale, con a reschi che del IV e V secolo d.C. con episodi dell’antico testamento. Grazie a sapienti lavori di recupero, conservazione e restauro, iniziati nei primi Anni Duemila,
il complesso è stato valorizzato e riqualificato realizzando un ristorante gourmet e un secondo ristorante (Braciere). Dal 2024 la struttura ospita “Il Veronelli”, spazio museale con pubblicazioni, cimeli e 12 mila bottiglie della cantina del grande giornalista.
L’eccezionalità del valore storico, culturale e artistico si accompa-
∞ A CURA DI EMANUELE RONCALLI
gna a una elevata proposta enogastronomica, in un contesto che non ha eguali: si cena fra imponenti mura di epoca romana, alte fino a 7 metri; si ammirano rari a reschi e persino una necropoli con 120 sepolture di epoca tardo romana e longobarda visibile sotto una pavimentazione trasparente.La varietà degli ambienti permette di allestire diversi spazi conviviali. Assai particolare, al piano superiore, il corridoio con 10 cellette (da 2 a 8 posti), dove una volta dormivano i frati, oggi trasformate in privée per una cena intima o un pranzo. Per un evento riservato speciale, una laurea, un anniversario, un incontro aziendale non numeroso, il Salottino si propone come soluzione ideale fino a 25 posti seduti. Lo stile è raffinato, la vista dalle ampie vetrate è impagabile. Il Salone romano è invece polifunzionale, ideale per conferenze, workshop, seminari, presentazioni aziendali e eventi culturali. Può ospitare fino a 180 posti. Il Salotto, 60 posti, è ideale per un pranzo o una cena elegante, un convivio aziendale per una ricorrenza speciale, un incontro formale con il tuo gruppo o la tua associazione. La Sala chiostro, 270 posti, è per un evento in grande
stile, spazioso ed eccellentemente illuminato. Infine, il Soppalco adiacente al ristorante e si a accia sul salone Romano, rendendo impagabili alla vista i sottostanti resti archeologici.
Dalla storia al menu. Il ristorante alla carta (anche location banqueting per matrimoni, cerimonie ed eventi aziendali) propone una cucina ra nata, che premia piatti di pesce, ma non solo. Come entrée, deliziosi e sofisticati fiori di zucca ripieni di ricotta e menta al vapore, con carpaccio di gamberi rossi e semi di zucca tostati, oppure il
trancetto di baccalà cotto nel latte con spuma di Polenta, salsa verde e insalatina di erbe. Fra i primi lo spaghettino aglio, olio e acciughe cotto in brodo di pesce, accompagnato da spuma di zabaione ai crostacei, ricci di mare e bottarga di muggine oppure i quadretti ripieni di guancia di manzo brasata. Ben equilibrata la scelta dei secondi: accanto ai classici branzini in crosta e fritture, spazio alle carni: il lombetto di capriolo arrosto, il filetto di vitello cotto al burro con funghi porcini e fondo di cottura al timo. Da provare la primaverile terrina di patate con uova di quaglia. Il ristorante propone anche plateau di crudité e un menu degustazione. Ampia e variegata la carta dei vini.
Il Convento dei Neveri ha inoltre un’altra cucina, Il Braciere del Convento, ispirato alla tradizione dell’osteria, rivista in chiave moderna e internazionale, dove vengono serviti piatti di carne alla brace, da quella prussiana a quella spagnola senza dimenticare i tagli della carne italiana. Al Braciere trovi “Il Tavolo dell’Amicizia” per cene in compagnia.
Convento dei Neveri, via per Romano 17, Bariano (Bg), tel. 0363.95439 info@conventodeineveri.com
Hotel sugli alberi, benessere naturale
«Forest bathing», yoga e piscine al My Arbor di Bressanone. Suites sospese tra le fronde al meranese San Luis di Avelengo.
Avete mai sentito parlare di «Forest bathing» (bagno nella foresta)? Questa pratica viene dal Giappone (shinrin-yoku) ed è stata adottata in Occidente con la terminologia inglese. Non si tratta di tu arsi nelle acque di un torrente alpino, ma di immergersi nei profumi, nei suoni e nei colori del bosco, per connettersi con la natura. Questa pratica ha molti benefici, certificati da studi scientifici e pubblicazioni (Environmental Research): riduce lo stress, migliora il sistema immunitario, dà benessere attraverso l’esposizione all’aria pulita e ai composti volatili (fitoncidi) emessi dalle piante, regola il ciclo del sonno. C’è chi arriva a ipotizzare che l’esposizione al verde generi una diminuzione dei livelli di colesterolo, riduca il rischio di diabete e di mortalità cardiovascolare. Camminare tra le piante,
ascoltare i suoni del bosco, toccare il muschio e la corteccia, respirare profondamente, abbracciare querce e faggi sono esempi di «Forest bathing». A fronte di tutto ciò perché allora non sperimentare un soggiorno nei boschi alloggiando tra le fronde? È la proposta degli hotel sugli alberi, spettacolari strutture che permettono di dormire in simbiosi, anzi quasi una sorta di osmosi con la natura.
Il My Arbor Dolomites sopra Bressanone (Leonharder Str. 26) a pochi passi dalle piste della Plose, costruito su palafitte è un indirizzo da segnare sul taccuino per un weekend primaverile. È «un rifugio che fluttua alto sopra la vita di tutti i giorni. Una casa che si fonde col paesaggio come se fosse parte integrante del bosco,
incastonato nel verde abete e nel grigio dolomiti», si legge sul sito My Arbor. Nelle suites si respira l’aria del legno anticato di larice e abete rosso bruciato dal sole. Ma prima di un sonno ristoratore, ci sono infinite proposte dai trattamenti della Spa Arboris a un bagno in piscina, dai bagni nella foresta ai percorsi rigeneranti, dalle sedute di yoga alle passeggiate nel bosco fra profumi di larice, pino mugo ed essenze arboree. Per le papille gustative più esigenti non può mancare una cucina gourmet con piatti altoatesini, italiani e internazionali, accompagnati da una rigorosa selezione di vini. Ma c’è dell’altro. My Arbor fa rima con sostenibilità e rispetto dell’ambiente. Senza dimenticare un occhio per il sociale. Per ogni bottiglia d’acqua venduta My Arbor dona 1 euro. Nell’anno 2022 sono stati
donati 30.000 euro alla campagna Südtirol hilft. Nel 2024 sono stati destinati 25.500euro a 15 associazioni impegnate nel territorio di Bressanone, tra cui i Vigili del Fuoco volontari, la Croce Bianca, il Soccorso Alpino e varie organizzazioni sociali. Lo scorso anno ha sostenuto con 27.500euro, tra gli altri, il “Wünschewagen”, la Croce Bianca di Bressanone e nuovamente l’iniziativa Südtirol hilft.
Tra gli hotel sugli alberi, rimanendo in Alto Adige, una segnalazione spetta al San Luis Retreat Hotel & Lodges, resort alpino di charme tra le montagne di Avelengo, vicino a Merano, a quota 1400 metri. La struttura si sviluppa in una radura all’interno di un bosco alpino di
40 ettari, attorno ad un lago naturale di .5800 mq. In questa foresta tra cervi e scoiattoli sono presenti alcuni chalet, casette sugli alberi, avvolte in una atmosfera fiabesca. Le suite sospese sono finemente
arredate con legni antichi trattati secondo le regole del Mondholz (legno lunare) che prevedono l’abbattimento degli alberi durante specifiche fasi lunari, le camere da letto sono state progettate per garantire il massimo comfort e privacy. Tessuti speciali e lini trattati naturalmente raccontano l’artigianalità e la tradizione locale. Le finestre panoramiche a tutta parete e le verande in legno o rono viste mozzafiato sulla natura incontaminata del bosco. Sono insomma luoghi unici dove ritemprarsi e vivere sospesi nell’aria. Un po’ come il «Barone rampante» di Italo Calvino.
E mi raccomando: senza telefono cellulare
Carenze e indisponibilità dei farmaci: perché mancano e cosa si può fare
L’Ordine dei Farmacisti della Provincia di Bergamo crea ‘We Care’, guida pratica per i farmacisti a supporto dei pazienti.
L’accesso ai farmaci, che rappresenta un diritto per la salute pubblica, è un pilastro fondamentale del sistema sanitario. Tuttavia, negli ultimi anni, si è assistito ad un aumento delle segnalazioni di farmaci “mancanti” sul mercato, causato da molteplici ragioni (irreperibilità del principio attivo, problematiche legate alla produzione, provvedimenti di carattere regolatorio, imprevisto incremento delle richieste di un determinato medicinale, emergenze sanitarie, disfunzioni della filiera distributiva, ecc.), fino a costituire un fenomeno sempre più di uso che impatta sulla pratica quotidiana dei professionisti della salute, compromette la continuità terapeutica e genera incertezza nei pazienti.
Carenza o indisponibilità: cause e di erenze
Un medicinale può essere “mancante” a causa di due fenomeni distinti, la carenza e l’ indisponibilità, che richiedono pertanto interventi diversi da parte del farmacista a supporto del paziente. Per “carente” si intende un me-
dicinale temporaneamente non reperibile sul territorio nazionale, in quanto il titolare AIC (il responsabile legale dell’autorizzazione e della commercializzazione del medicinale) non può assicurarne una fornitura continua rispetto al bisogno terapeutico dei pazienti. L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) monitora costantemente la carenza di medicinali sul mercato nazionale conformemente alle disposizioni contenute nel D.Lgs 219/2006. Il fenomeno della carenza non riguarda l’approvvigionamento della singola farmacia o del distributore intermedio, ma si verifica sull’intero territorio nazionale. La produzione di medicinali è un processo complesso e regolamentato da normative e linee guida stringenti, che hanno lo scopo ultimo di assicurare che vengano rispettati gli standard di qualità e sicurezza. Ogni fase della produzione, dalla sintesi del principio attivo alla distribuzione finale, è soggetta a possibili criticità che possono determinare ritardi o interruzioni della fornitura. Le cause principali della carenza di farmaci, determinate da proble-
matiche produttive e/o regolatorie sono:
> di coltà nell’approvvigionamento delle materie prime; > problemi tecnici negli impianti di produzione; > tempistiche di adeguamento a modifiche regolatorie, strategie aziendali e riduzione della produzione; > concentrazione della produzione in pochi impianti globali, picchi di domanda (legati anche ad eventi straordinari e crisi globali).
Per “indisponibile” si intende un medicinale per il quale la di coltà di reperimento non sia correlata a problematiche produttive, ma a disfunzioni della filiera distributiva. Le cause di tali distorsioni possono verificarsi a livello dei distributori intermedi (grossisti) e/o delle farmacie: tra queste, una delle più ricorrenti è sicuramente l’eccesso di esportazione (alimentato dalle di erenze di prezzo tra i paesi dell’Unione Europea), ma è anche possibile che a livello territoriale si verifichino problematiche specifiche (ad es. di -
∞ A CURA DELLA DOTT.SSA TERESA ANGELINI ZUCCHETTI
coltà logistiche o discontinuità di fornitura)
We Care: la guida per i farmacisti bergamaschi
A livello territoriale, la gestione della carenza di farmaci risulta spesso di coltosa, pertanto per a rontare e cacemente il problema è essenziale il coordinamento tra autorità competenti, aziende farmaceutiche, farmacisti e medici. Alla luce di questo scenario, nella realtà bergamasca, nasce la guida “We Care”, uno strumento pratico, sempre aggiornato, pensato per supportare i farmacisti nella gestione delle carenze e delle indisponibilità di farmaci. La guida è stata realizzata dall’Ordine dei Farmacisti di Bergamo, in collaborazione con l’ATS di Bergamo, con il supporto scientifico dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) e il patrocinio di Federfarma Bergamo. Lo scopo
DOTT.SSA TERESA ANGELINI ZUCCHETTI
Dirigente Farmacista Servizio Farmaceutico Territoriale ATS di Bergamo; membro del Collegio dei Revisori dei Conti dell’Ordine dei Farmacisti della provincia di Bergamo
di questo progetto è di aiutare i farmacisti ad orientarsi in caso di farmaco mancante, a comunicare con i pazienti e a garantire la continuità delle terapie. Si è così creata una rete di farmacisti bergamaschi, che ora possono agire
tempestivamente nei casi di irreperibilità dei farmaci, comunicare rapidamente tra loro, avere ad immediata disposizione le informazioni più aggiornate, favorendo il confronto e il supporto reciproco tra colleghi e ra orzando il dialogo con i medici del territorio, con il fine ultimo di mantenere sempre alta la qualità dell’assistenza nei confronti dei cittadini. È necessario ed auspicabile che il cittadino, in caso di di coltà di reperimento di un medicinale, mantenga la calma, eviti la corsa all’accaparramento e si rivolga al farmacista di fiducia. La maggior parte delle indisponibilità è temporanea e gestibile tramite il servizio sanitario ed il farmacista è la figura sanitaria di riferimento per verificare se il farmaco è carente o indisponibile e spiegare le principali soluzioni e le modalità con cui il paziente possa accedere alle cure alternative.
IPB ISTITUTO POLISPECIALISTICO BERGAMASCO
ALT Ente Filantropico: prevenire la trombosi con Scienza e Buonsenso
Dal 1986 ALT – Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari –oggi Ente Filantropico iscritto al RUNTS, lavora per di ondere conoscenza, promuovere prevenzione e sostenere la ricerca scientifica in un ambito che riguarda milioni di persone. Operativa su tutto il territorio nazionale dal 1987, ALT è un’associazione libera, indipendente e senza fini di lucro che ha fatto della divulgazione scientifica chiara e accessibile il proprio tratto distintivo. La trombosi, infatti, è il meccanismo alla base di malattie come infarto, ictus cerebrale, embolia polmonare, trombosi arteriosa e venosa. Si verifica quando un coagulo di sangue si forma in un punto e in un momento in cui non dovrebbe formarsi, ostacolando o interrompendo il normale flusso sanguigno. Le malattie da trombosi – ricorda ALT – colpiscono il doppio dei tumori, ma
almeno un caso su tre può essere evitato grazie alla conoscenza dei fattori di rischio e dei sintomi da non sottovalutare.
Informare per prevenire
La missione di ALT EF si fonda su tre pilastri: informazione, prevenzione e ricerca scientifica. Informare significa tradurre il linguaggio medico in parole comprensibili, perché nessuno possa dire “io non lo sapevo”. La prevenzione, secondo ALT, non coincide necessariamente con esami complessi o costosi, ma inizia dalla consapevolezza e da scelte quotidiane improntate al buonsenso.
Nel corso degli anni l’associazione ha promosso campagne di sensibilizzazione, incontri nelle scuole e nelle aziende, partecipazioni a eventi pubblici, collaborazioni istituzionali e progetti europei. Ha ideato strumenti come il questionario “Quanta salute hai in
tasca? ” per aiutare le persone a riflettere sui propri comportamenti e sul proprio rischio cardiovascolare. Centrale è l’idea che la salute non sia solo un fatto individuale, ma una responsabilità collettiva che riguarda cittadini, istituzioni e mondo scientifico.
La cura e il sostegno alla ricerca Accanto alla prevenzione, ALT sostiene la ricerca scientifica interdisciplinare sulle malattie cardiovascolari da trombosi. In quasi quarant’anni ha finanziato progetti per oltre un milione di euro, sostenendo giovani ricercatori e studi su temi specifici come l’ictus nei giovani, la trombosi e l’obesità infantile, l’embolia polmonare, il tromboembolismo venoso under 50 e la trombosi nella donna. Tra le iniziative più significative c’è il R.I.T.I. – Registro Italiano Trombosi Infantile – attivo dal 2003, che consente ai medici di condividere diagnosi e percorsi
∞ A CURA DI IVANA GALESSI
terapeutici nei casi di trombosi neonatale e pediatrica. Una rete di conoscenza fondamentale per migliorare la qualità delle cure e raccogliere dati utili alla comunità scientifica.
Il 15 aprile: la Giornata Nazionale per la Lotta alla Trombosi Dal 2012 ALT promuove la Giornata Nazionale per la Lotta alla Trombosi, che si celebra ogni terzo mercoledì di aprile. Un appuntamento annuale all’insegna del claim “Scienza & Buonsenso”, nato per spiegare in modo semplice e diretto che cos’è la trombosi, quali sono i fattori di rischio, come riconoscerne i sintomi e quali sono le possibilità di cura. La Giornata coinvolge persone di ogni età, da Nord a Sud Italia, e negli anni ha ampliato la propria presenza
ALT – Associazione per la lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari – Ente filantropico Via Lanzone, 27 – Milano
Tel.: 02 58 32 50 28 - www.trombosi.org
Conto corrente postale n° 50294206
IBAN n° IT46Z0760101600000050294206
anche sul digitale, attraverso video e contenuti informativi di usi sui social network. ALT partecipa inoltre alla World Thrombosis Day, ra orzando la rete internazionale di sensibilizzazione su queste patologie.
Un impegno che guarda lontano ALT condivide la Dichiarazione di San Valentino sottoscritta a Bruxelles nel 2000, che a erma il diritto di ogni bambino nato nel nuovo millennio a vivere almeno fino a 65 anni senza so rire di malattie cardiovascolari evitabili. Una visione che sintetizza l’impegno dell’as-
sociazione: aggiungere vita agli anni, attraverso la conoscenza. Oggi ALT continua a operare grazie al sostegno di cittadini, aziende e istituzioni, o rendo anche la possibilità di destinare contributi a fondi specifici dedicati a particolari ambiti di ricerca. Quarant’anni di attività hanno dimostrato che la prevenzione non è un concetto astratto, ma un percorso concreto fatto di informazione corretta, responsabilità individuale e ricerca scientifica. Perché la trombosi si può conoscere, si può prevenire e si può curare. E la prima cura resta sempre la consapevolezza.
MALATTIA DI AELES
A.R.M.R.
Fondazione Ricerca Malattie Rare INSIEME CONTRO LE
MALATTIE RARE
Le Malattie Rare sono un ampio gruppo di patologie (circa 7.000 secondo l’OMS), accomunate dalla bassa prevalenza nella popolazione (inferiore a cinque persone per 10.000 abitanti secondo i criteri adottati dall’Unione Europea). Con base genetica per l’80-90%, possono interessare tutti gli organi e apparati dell’organismo umano.
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Codice di Esenzione. RF0210
Categoria. Malattie del sistema nervoso e degli organi di senso.
Definizione. La malattia di Aeles è una rara alterazione del visus caratterizzata da infiammazione e formazione di manicotti biancastri attorno alla parete delle vene retiniche.
Epidemiologia. La malattia di Aeles è rara in tutto il mondo. Un’incidenza più elevata è stata segnalata nel subcontinente indiano. I maschi sono colpiti in maggiore misura rispetto alle femmine. Di solito sono coinvolti entrambi gli occhi.
Segni e sintomi. La malattia esordisce in età giovane-adulta. Solitamente si manifesta con un calo del visus dovuto a emorragia virtuale. Il quadro clinico è costituito da una periflebite prevalentemente periferica dei piccoli vasi. Si riscontrano piccoli essudati biancastri raggruppati attorno al vaso interessato oppure in forma di manicotti di lunghezza variabile. Le fasi più avanzate sono caratterizzate da vasculopatia occlusiva non infiammatoria e da emorragie retiniche estese che portano poi a neovascolarizzazione della retina con compromissione permanente dell’acuità visiva. Possono comparire rubeosi dell’iride e danno del nervo ottico da glaucoma neovascolare.
Eziologia. La causa della patologia è tuttora sconosciuta. Le ipotesi più verosimile depongono per una forma di tipo infiammatorio: nei soggetti a etti è segnalata un’alta incidenza di positività alla reazione alla tubercolina. Non è noto, tuttavia, se un’infezione micro-batterica possa contribuire alla patogenesi della malattia.
Test diagnostici. Il sospetto clinico è confermato dall’esame del fundus oculi e dalla fluorangiografia retinica.
Terapia. Non esiste una terapia risolutiva del quadro clinico. Il trattamento è sintomatico e di supporto. La fotocoagulazione laser è indicata per il trattamento dell’ischemia retinica e in caso di neovascolarizzazione.
Dottor Angelo Serraglio
Presidente Commissione Scientifica Fondazione ARMR ETS Vicepresidente Fondazione ARMR ETS
“A cuore aperto”: i primi 80 anni di Massimo Villani
Il racconto di una vita dedicata alla cardiochirurgia, tra battaglie in sala operatoria, insegnamenti umani e il futuro incerto di una disciplina che rischia di perdere giovani talenti. Il medico diventa scrittore.
∞ A CURA DI IVANA GALESSI
La prima immagine che viene in mente leggendo “I miei primi 80 anni. A cuore aperto” non è quella di un curriculum, ma di un tramonto. Un tramonto denso di luce, che non chiude una giornata, ma racconta una vita: quella del cardiochirurgo Massimo Villani, che ha saputo intrecciare tecnica chirurgica e profonda umanità in circa diecimila interventi al cuore, tra adulti e bambini.
Nato a Salerno, Villani intraprende il suo viaggio professionale con la laurea a Napoli e un percorso formativo che lo porta oltre i confini nazionali, nel Regno Unito e negli Stati Uniti. È però l’incontro con Lucio Parenzan, pioniere della cardiochirurgia italiana, a Bergamo, a cambiare per sempre il suo destino, come raccontato da L’Eco di Bergamo
All’ospedale di Bergamo, sotto la guida di Parenzan, Villani riflette in queste pagine la parabola di una crescita umana oltre che profes-
sionale. Parenzan non era solo un chirurgo: era un visionario che aveva reso Bergamo un centro di eccellenza mondiale nella cura delle malattie cardiache, soprattutto nei bambini. In quegli anni il reparto guidato da Parenzan eseguiva interventi a cuore aperto sui “ bambini blu”, quei piccoli pazienti con gravi malformazioni cardiache come la tetralogia di Fallot che, fino ad allora, avevano poche speranze di sopravvivenza.
Villani ricorda con emozione il giorno in cui, appena 25enne, gli fu a data la responsabilità del suo primo intervento in solitaria. Un atto di fiducia che lo rese il più giovane cardiochirurgo operativo in Italia e che testimonia come il maestro credesse nel talento, non nell’età. «Parenzan ci chiamava per nome», racconta Villani, ricordando l’immediatezza del suo pensiero e azione, la capacità di infondere coraggio e responsabilità a chi aveva accanto.
Dopo Bergamo, la carriera di
Villani lo porta a Torino e infine a Lecce, dove dal 1998 al 2012 dirige la divisione di Cardiochirurgia dell’ospedale “Vito Fazzi ”, trasformandola in un punto di riferimento per tutto il Sud Italia. Qui non trasferisce solo competenze tecniche, ma un’apertura internazionale che porta studenti da ogni parte del mondo per apprendere tecniche innovative, come l’operare a cuore battente senza l’ausilio della circolazione extracorporea.
Tra le pagine dell’autobiografia scorre una riflessione profonda sulla natura stessa della professione medica. Villani desidera che il suo libro non sia solo un memoir, ma un invito alle nuove generazioni a considerare la chirurgia - e in particolare la cardiochirurgia - non come un percorso da evitare, ma come una vocazione da vivere con dedizione, disciplina e umanità.
Oggi, tuttavia, quella vocazione sembra sotto pressione. In Italia,
numerosi reparti e società scientifiche stanno lanciando l’allarme: la chirurgia, in tutte le sue declinazioni, rischia di rimanere senza specialisti, perché sempre meno giovani scelgono queste strade formative. Alcuni dati parlano di posti di specializzazione vuoti e di elevati tassi di abbandono, mentre molti laureati optano per altre specialità o perfino per percorsi lavorativi all’estero.
Tra le ragioni di questa tendenza c’è anche quella che Villani definisce “medicina astensiva”: in un contesto di sempre maggiori contenziosi legali, molti giovani chirurghi evitano casi complessi per paura delle conseguenze giudiziarie, indebolendo la loro esperienza clinica.
Questa sfida si intreccia con questioni più ampie: la necessità di
tutelare chi opera ogni giorno tra turni estenuanti, la paura di un sistema giudiziario che non sempre distingue tra esito avverso e negligenza, e la carenza di percorsi formativi strutturati che combinino competenza tecnica, mentorship e qualità della vita. La Società Italiana di Chirurgia Cardiaca sottolinea l’importanza di promuovere la ricerca scientifica, l’aggiornamento e la tutela etica della professione per richiamare talenti verso questa disciplina fondamentale.
Villani, guardando al futuro, non nasconde le di coltà, ma restituisce al lettore una visione che va oltre la tecnica: quella di un mestiere che richiede cuore, pazienza e cura.
Come gli insegnamenti di Parenzan, che di fronte a un’operazione ardua chiedeva al giovane allievo
In questa rubrica gli operatori sanitari (medici, infermieri etc.) si raccontano, facendo conoscere oltre al loro lato professionale la loro attività di artisti, volontari, atleti...
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se “se la sentiva”, assicurandogli comunque il proprio sostegno. È questa relazione tra maestro e studente, questo passaggio di fiducia e responsabilità, che forse oggi più che mai deve essere custodito e celebrato.
La lotta invisibile dei disturbi alimentari
∞ A CURA DI SARA CARRARA
Francesca Finazzi ha accettato di raccontare la sua esperienza con l’anoressia trasformandola in impegno, testimonianza e speranza per tanti che ancora vivono nel buio del non detto.
La prima volta che Francesca Finazzi ha guardato davvero dentro di sé, non ha riconosciuto ciò che vedeva. Aveva 16 anni, viveva a Bergamo, studiava, sognava e… gradualmente si è persa. Nel suo sguardo e nel suo rapporto con il cibo si è insinuata una presenza silenziosa e implacabile: l’anoressia nervosa. Questa non è una semplice altalena di pensieri o un capriccio adolescenziale, ma un disturbante dialogo interiore che altera il rapporto con il corpo, con la fame, con l’a etto e con la vita stessa, come raccontato da L’Eco di Bergamo
Oggi Francesca ha 26 anni. Studia, lavora, scrive e soprattutto racconta. Racconta una storia che non appartiene soltanto a lei, ma a migliaia di persone in Italia che ogni giorno lottano in silenzio con un disturbo del comportamento alimentare, una battaglia che spesso si combatte senza voce e senza luce.
Quando nel 2021 è stata ricoverata per l’anoressia, è stato come toccare con mano una realtà che
pochi intendevano davvero comprendere. «Mi sono ammalata dieci anni fa» racconta, «e quando ho iniziato a stare male non c’era nessun sostegno tra pari, nessuno spazio che andasse oltre il medico e lo psicologo». In quel periodo, la solitudine delle parole non dette era più pesante di qualsiasi sintomo fisico.
Così, nella stanza bianca di un reparto, tra una terapia e l’altra, Francesca ha iniziato a cercare delle risposte. Cercando connessioni, ha scoperto Animenta, una realtà non-profit con base a Roma che si occupa di disturbi alimentari nella loro complessità, promuovendo una comunicazione chiara, consapevole e accessibile. «Era la prima volta che sentivo parlare di questo tema in modo umano», confida. E proprio da quel primo contatto è nata in lei un’idea: non voler più restare in silenzio. Non tanto per fare, ma per esserci. Per dire ad altri che stanno lottando: non sei solo.
Così Francesca è diventata volontaria. Ha iniziato a scrivere - articoli,
riflessioni, post da condividere sui social e sul sito dell’organizzazione - raccontando non solo la so erenza, ma anche le relazioni, le famiglie, le dinamiche quotidiane che spesso restano nell’ombra. «Si parla sempre della persona che sta male», spiega, « ma quasi mai di chi le sta accanto». Perché per chi ama una persona con un disturbo alimentare - un figlio, una sorella, un amico - ogni giorno è un equilibrio delicato tra paura e speranza.
Nel suo volontariato ha incontrato studenti nelle scuole, non con lezioni teoriche, ma con testimonianze vere. « Alla fine degli incontri», racconta, «diversi ragazzi venivano a farmi domande, a chiedere consigli, a cercare aiuto, magari per una sorella, un’amica». Queste conversazioni, intime e spontanee, raccontano quanto sia forte il bisogno di essere ascoltati: un bisogno che i numeri confermano e amplificano.
Secondo le più recenti stime in Italia, oltre 3 milioni di persone convivono con un disturbo del
comportamento alimentare, tra anoressia, bulimia e binge eating. Solo l’anoressia nervosa - quella che Francesca ha a rontato - colpisce circa l’1% della popolazione, con oltre 540.000 casi, nella stragrande maggioranza giovani e donne. E il fenomeno non è statico: negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia, i casi sono aumentati, con diagnosi sempre più precoci e un’incidenza significativa tra adolescenti e giovani adulti.
In questo contesto, i social media giocano un ruolo ambivalente: se da un lato possono essere strumenti di condivisione e supporto, dall’altro di ondono narrazioni fuorvianti o ideali immaginari, che confondono chi già è vulnerabile. «La di coltà più grande è capire a chi credere», sottolinea Francesca. «Per questo è fondamentale
avere fonti a dabili, che indirizzino verso percorsi di cura seri, che devono prevedere figure diverse come psicologi, psichiatri e nutrizionisti».
Scrivere è stato per lei anche un processo di autodifesa, un modo per trasformare il dolore in parole, e le parole in senso. «Ho pianto tantissimo», ammette, «ma mi è servito a buttare fuori quello che avevo dentro». Farlo per altri, aggiunge, l’ha aiutata a ritrovare un rapporto con se stessa e con il mondo. Oggi Francesca non scrive più per Animenta, ma il suo desiderio di fare volontariato non si è spento. Sa che in Italia i disturbi del comportamento alimentare sono profondi, complessi e, se non riconosciuti in tempo, possono accompagnare una persona per tutta la vita.
In questa rubrica pubblichiamo la storia di una persona che ha superato un incidente, un trauma, una malattia e con il suo racconto può dare speranza agli altri. Vuoi raccontare la tua storia su Bergamo Salute?
Scrivici su facebook o redazione@bgsalute.it!
Il suo racconto è un invito a guardare oltre le statistiche. È un richiamo a riconoscere chi so re anche quando tace. È la storia di una giovane donna che ha trasformato la propria fragilità in forza.
La solidarietà fa il pieno: charity dinner sold out e 1.018 visite già raccolte
∞ A CURA DI IVANA GALESSI
La solidarietà ha il sapore dell’alta cucina e il calore di una comunità che risponde. È stata una serata sold out quella andata in scena all’Istituto Galli – Vittorio Cerea Academy di Bergamo, dove studenti dei corsi di cucina, sala e ricevimenti si sono trasformati in “chef solidali”, mettendo talento e professionalità al
servizio della salute.
La charity dinner, organizzata a sostegno di Bergamox1000, ha rappresentato una tappa importante del progetto lanciato lo scorso giugno da PTeam in collaborazione con la Fondazione Banca delle Visite. L’obiettivo è ambizioso: donare mille visite cardiologiche ai cittadini della
provincia di Bergamo in di coltà economica, partendo dalle fasce più fragili.
Un traguardo sempre più vicino
A oggi il traguardo è sempre più vicino. In soli sette mesi sono state raccolte 1.018 prestazioni, per un valore di 45mila euro. «È un bel risultato. Bergamox1000
Posterino, Nicolì, Pizio, Rotondi, Campanelli
Charity Dinner
fa del bene e vogliamo continuare a farlo, con l’aiuto di tutti», ha dichiarato Jenny Pizio, amministratrice delegata di PTeam, davanti a una platea numerosa e partecipe. Delle oltre 1.000 visite raccolte, 124 sono già state erogate, ma – come sottolineato durante la serata – « abbiamo fatto tanto, ma non è ancora abbastanza».
La scuola come presidio di prevenzione L’evento, patrocinato dalla Provincia di Bergamo e da Federfarma Bergamo, ha visto anche l’ingresso u ciale dell’Istituto Galli nella circuito solidale di Banca delle Visite come “amico sostenitore”. Un’adesione che va oltre la cena solidale: la scuola ha infatti scelto di destinare 50 elettrocardiogrammi donati da Bergamox1000 a docenti e personale Ata, ribadendo che la cultura della prevenzione deve partire proprio dalle comunità educative. « Abbiamo deciso di aderire in virtù del nostro ruolo educativo. È stato importante anche per i nostri ragazzi, che hanno avuto l’opportunità di conoscere il progetto», ha spiegato il dirigente scolastico Brizio Luigi
Campanelli, presente insieme al direttore amministrativo Antonino Posterino. Un’esperienza formativa che ha unito competenze professionali e sensibilità sociale.
Una rete che continua a crescere
In sala, a testimoniare il sostegno al progetto, erano presenti rappresentanti di aziende, amministrazioni locali e realtà sanitarie, oltre a numerose autorità, tra cui il prefetto Luca Rotondi e il questore Vincenzo Nicolì. Alla serata ha partecipato anche l’amministratore delegato di MBA: una presenza significativa che ha confermato il valore e la credibilità dell’iniziativa. La rete di Bergamox1000 continua intanto ad ampliarsi: è arrivato il patrocinio di Cotabe, Consorzio Taxi Bergamo. Inoltre si amplia la rete di superdottori e supercentri, che dopo CSU del Prof. Francesco Greco, vede arrivare il centro medico Mediva di Medolago, al quale si aggiungerà presto il centro medico La Meridiana.
Bergamox1000 si conferma così non solo una campagna di raccolta fondi, ma un progetto cora-
le che unisce imprese, istituzioni, scuole e professionisti della salute in un obiettivo comune: promuovere la cultura della prevenzione e del benessere psicofisico delle persone, la salute. Il traguardo delle mille visite è ormai a portata di mano, ma la volontà è quella di andare oltre, trasformando la solidarietà in un impegno stabile per il territorio.
E adesso, dopo il colpo di freno del TAR sui 30 km/h di Bologna?
Velocità e dintorni: prendiamo il caso di Bologna. La Città, attraverso chi la guida, cioè il sindaco, aveva deciso l’introduzione dei 30 km su gran parte della rete urbana. Dopo 2 anni dal colpo di freno che era valso a Bologna il titolo di città “slow”, con imitazioni non trascurabili a Milano e a Roma, il TAR dell’EmiliaRomagna ha cancellato il limite. Si è tornati al “prima” e adesso c’è incertezza sul “dopo”. A volte si resta sconcertati nel vedere come vanno certe cose in Italia, dove c’è sempre un “poi” in agguato. Uno fa e qualcuno disfa. I casi sono innumerevoli e la metafora di riferimento è la famosa tela di Penelope, che di giorno tesseva e la notte disfaceva. Ma la regina di Itaca, icona della moglie fedele nell’Odissea, era giustificata dall’attesa del ritorno di Ulisse, che ci fu e andò come si sa. Non solo, ma erano le mani della sola Penelope che filavano. Bologna aveva aperto una strada nuova in materia di
disciplina del tra co e le cifre – dicono le statistiche – le davano e danno ragione, sul calo di incidenti e relative conseguenze e sulla vivibilità in un tempo dove la velocità generale è vorticosa in tutto quanto siamo chiamati a svolgere. Una tra le frasi che più sentiamo ripetere è che “non abbiamo tempo”, che si traduce nel dover correre. A ricorrere contro i 30 orari di Bologna erano stati due tassisti, ma a compiacersi dello stop è anche una parte politica, considerando il colore dell’Amministrazione al potere a Bologna.
A me capita spesso di citare un proverbio: non mi importa che un gatto sia bianco o nero, ma che prenda i topi. Come presidente dell’ACI di Bergamo e di Lombardia, da anni batto il chiodo della sicurezza stradale, che va perseguita ad ogni costo e con ogni mezzo, pensando ai 172 mila incidenti (475 al giorno = +4,1%), ai 233 mila feriti (641 al giorno) e
ai tremila morti dell’ultimo rilevamento ISTAT-ACI sulle strade italiane del 2024.
Non posso non pensare anche alla notizia di fine gennaio di quest’anno, quando si è saputo che su circa 11 mila dispositivi informalmente rilevati sul territorio, solo 3.800 si sono registrati sulla piattaforma. Di questi, poco più di mille rientrano automaticamente nei requisiti di omologazione in fase di adozione. Da quanto tempo il problema è sul tappeto, tirato un po’ di qua e un po’ di là?
Adesso aspettiamo di vedere come andrà a finire con il ricorso già annunciato – più che prevedibile e coerente – dal sindaco di Bologna, Matteo Lepore, deciso a opporsi alla bocciatura del TRAM (ricorso al Consiglio di Stato o riscrivere il provvedimento o entrambe le pratiche). E intanto si torna ai 50 km/h del Codice…
* Presidente ACI di Bergamo
Dott. Paolo Previtali Medico Chirurgo Odontoiatra Dott. Federico Previtali Odontoiatra
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I medici veterinari: la prima linea invisibile
∞ A CURA DEL DOTT. STEFANO SCIOSCIA
A gennaio la prima Giornata Nazionale della Prevenzione Veterinaria, un’occasione per sottolineare l’importanza della professione per la salute di tutti.
Immaginate di aprire il frigorifero e prendere un vasetto di yogurt. È un gesto quotidiano, semplice, apparentemente innocuo. Eppure, dietro quello yogurt, quella fetta di formaggio DOP o quella confezione di uova, lavora un esercito invisibile: i medici veterinari. Il 25 gennaio 2026, l’Italia ha celebrato la prima Giornata Nazionale della Prevenzione Veterinaria, un’occasione per guardare oltre il nostro cane o gatto e scoprire quanto la medicina veterinaria sia fondamentale per la salute di tutti.
Un dato sorprende più di altri: il 60% delle nuove malattie umane ha origine animale. Per prevenire queste patologie e garantire alimenti sicuri, solo nella provincia di Bergamo oltre 70 medici veterinari del Sistema Sanitario Nazionale e ettuano ogni anno controlli, ispezioni e campionamenti sistematici su latte, carne, uova e prodotti ittici destinati alle nostre tavole.
Questo lavoro quotidiano tutela la sicurezza alimentare e protegge il nostro straordinario patrimonio gastronomico. Le ispezioni negli allevamenti e negli stabilimenti di trasformazione contribuiscono anche a ridurre drasticamente l’uso degli antibiotici in veterinaria:
l’Italia è oggi tra i Paesi più virtuosi in Europa, avendo dimezzato i consumi dal 2010 e preservando molecole fondamentali per la medicina umana nella lotta contro la resistenza batterica. Un risultato reso possibile anche grazie all’impegno dei medici veterinari liberi professionisti, che operano quotidianamente negli allevamenti. Ma la prevenzione non è solo una parola: è una strategia complessa e quotidiana, costruita attraverso vaccinazioni, sorveglianza entomologica sulle zanzare per contenere virus come il West Nile, controlli nei caseifici, nei macelli e negli allevamenti, gestione delle anagrafi animali, e monitoraggio costante delle malattie infettive e parassitarie. È un lavoro silenzioso che tutela la salute degli animali, delle persone e dell’ambiente. Il valore del Made in Italy che il mondo ci riconosce e invidia, passa anche da qui: tracciabilità, sicurezza e standard qualitativi elevatissimi. Dietro prodotti che spesso diamo per scontati, dal latte al formaggio, dalla carne al miele, c’è un sistema di controlli veterinari che garantisce non solo qualità e autenticità, ma anche la protezione degli ecosistemi e degli insetti impollinatori, fondamentali per l’agricoltura e la biodiversità.
Animali, ambiente e uomo: un unico sistema vivente, in cui la salute di uno è la salute di tutti La prevenzione veterinaria contribuisce a limitare l’inquinamento ambientale, promuovendo un uso responsabile dei farmaci, riducendo la dispersione di antibiotici e antiparassitari nell’ambiente e monitorando patologie che possono colpire la fauna selvatica. Proprio la sorveglianza sanitaria di quest’ultima, infatti, dai volatili ai mammiferi selvatici, rappresenta un presidio fondamentale per individuare precocemente patogeni emergenti e proteggere l’equilibrio naturale.
E l’influenza aviaria? Anche su questo fronte i medici veterinari sono in prima linea: verificano la biosicurezza degli stabilimenti, monitorano i volatili migratori, identificano e isolano ceppi come l’H5N1 prima che possano colpire gli allevamenti o rappresentare un rischio per l’uomo. Non meno importante è il ruolo dei medici veterinari della clinica degli animali da compagnia, vere sentinelle sanitarie territoriali nella prevenzione delle zoonosi e nel controllo dei patogeni emergenti. Il legame sempre più stretto tra persone e animali comporta infatti il rischio di esposizione a microrganismi trasmessi da
zecche (come Bartonella ed Ehrlichia), ai parassiti intestinali o alle infestazioni da pulci. Grazie a programmi regolari di profilassi antiparassitaria, visite cliniche periodiche e monitoraggio dei vettori, i medici veterinari intercettano questi rischi prima che possano trasformarsi in un problema per la salute umana. Un lavoro silenzioso ma decisivo, che contribuisce alla prevenzione delle zoonosi, alla protezione della salute pubblica e al contenimento dell’antibiotico-resistenza, promuovendo un uso responsabile dei farmaci in un’ottica pienamente coerente con il principio One Health.
Il significato
della Giornata Nazionale
In Italia, 35.000 medici veterinari lavorano ogni giorno nell’ombra,
prevenendo crisi che la maggior parte di noi non vedrà mai. Lo scopo della giornata indetta il 25 gennaio a seguito di una legge dello Stato è proprio quello di accendere i riflettori su questa a ascinante e silenziosa professione, che difende la salute pubblica prima ancora che il problema esista. Perché la prevenzione è invisibile solo quando funziona.
Perché le emergenze che non accadono sono il vero successo. Perché mentre noi viviamo serenamente, qualcuno lavora per evitare il peggio.
La prevenzione non è un evento. È un gesto quotidiano strettamente legato al ruolo del medico veterinario. È una programmazione precisa che si traduce in ogni visita, ogni sopralluogo, ogni vaccino, ogni controllo e ogni scelta responsabile. La prossima volta che
Medico Veterinario
Presidente Ordine dei Medici Veterinari di Bergamo
aprirete il frigorifero, che giocherete con il vostro cane o che vi sentirete al sicuro a tavola, fermatevi un istante a pensare: quella sicurezza non è casuale. Chiedete al vostro medico veterinario: “Cosa fai per me? ” La risposta potrebbe cambiare il vostro modo di guardare la salute.
DOTT. STEFANO SCIOSCIA
Dove altri non giunge… è la relazione che cura
In un tempo in cui la medicina avanza con rapidità e la tecnologia ridefinisce i confini della diagnosi, la Casa di Cura Palazzolo continua a essere un punto di riferimento per la salute nella Bergamasca grazie a una visione che unisce innovazione, relazione e attenzione alla persona. La missione dell’Istituto a onda le radici nel carisma delle Suore delle Poverelle, che da oltre 150 anni guidano un modo di curare fondato sull’accoglienza, la centralità della persona e l’umanizzazione dei percorsi clinici. Qui, “ fare il bene” significa costruire ogni giorno relazioni di fiducia, garantire cure ecaci supportate dalle migliori tecnologie e operare in ambienti accoglienti. Una visione che continua a ispirare professionisti, équipe e operatori, impegnati a rispondere ai bisogni di salute con competenza e responsabilità. Un’o erta sanitaria completa che accompagna la persona in ogni fase di cura.
Attività ambulatoriale: un polo specialistico integrato
La Casa di Cura Palazzolo mette a disposizione una vasta gamma di specialità ambulatoriali — oltre 80 professionisti — che garantiscono percorsi diagnostici completi e multidisciplinari. La Casa di Cura
Palazzolo o re una delle più ampie e qualificate gamme di specialità ambulatoriali del territorio: Allergologia e Immunologia, Angiologia, Cardiologia, Chirurgia Generale, Dermatologia, Endocrinologia, Neurologia, Oculistica, Ortopedia, Urologia, Cure Palliative, Odontoiatria, Radiologia, Gastroenterologia, Reumatologia, Fisiatria, Fisioterapia, Logopedia, Dietistica, Pneumologia, Otorinolaringoiatria, Proctologia, Dislipidemie, e molte altre discipline. Tra le attività che emergono per valore clinico e integrazione multidisciplinare, spicca l’Ambulatorio di Allergologia e Immunologia Clinica, che a ronta le principali allergopatie respiratorie, cutanee, alimentari e farmacologiche. I professionisti dedicati garantiscono percorsi diagnostici completi – Prick test, Patch test, valutazioni farmacologiche in ambiente protetto – e operano in sinergia con cardiologi, pneumologi, otorinolaringoiatri, dermatologi e dietisti, generando un modello di cura capace di rispondere a quadri clinici complessi.
Ambulatorio di Cardiologia
La Cardiologia della Casa di Cura segue tutte le patologie cardiovascolari acquisite o congenite, con
visite specialistiche, diagnostica strumentale e continui confronti interdisciplinari che facilitano la presa in carico completa del paziente cardiologico.
Dipartimento Funzionale di Angiologia / Medicina Vascolare (Ambulatorio di Angiologia e Centro TAO)
L’Angiologia si occupa della diagnosi e della cura delle malattie delle arterie, vene e vasi linfatici, offrendo anche il servizio del Centro TAO per la gestione della terapia anticoagulante orale. Un ambulatorio essenziale per la prevenzione vascolare e per il follow up costante dei pazienti con rischio cardiovascolare e trombotico.
Odontoiatria: il valore aggiunto di essere in una Casa di Cura
L’ambulatorio odontoiatrico opera con un approccio realmente integrato, grazie alla possibilità di lavorare all’interno di una struttura clinica ospedaliera. Questo consente:
> di gestire pazienti fragili o con bisogni speciali; > di eseguire interventi complessi con il supporto del blocco operatorio;
> di collaborare con anestesisti e altri specialisti (ortopedia,
medicina interna, radiologia); > di disporre di tecnologie avanzate come lo scanner intraorale digitale.
Un modello che garantisce sicurezza, percorsi multidisciplinari e continuità assistenziale che uno studio tradizionale non può o rire
Attività di ricovero: competenze cliniche e presa in carico personalizzata I percorsi di ricovero della Casa di Cura Palazzolo integrano reparti medici, chirurgici e riabilitativi, assicurando continuità, sicurezza e personalizzazione della cura. Le principali aree includono: Medicina, Chirurgia Generale, Urologia, Ortopedia, Oculistica, Riabilitazione generale e specialistica, Cure Palliative, Subacuti, Ricoveri di sollievo e il Centro Disturbi del Comportamento Alimentare (CDCA). All’interno del Dipartimento di Chirurgia, il lavoro sinergico di Chirurgia Generale, Ortopedia, Urologia e Oculistica garantisce interventi programmati in un blocco operatorio moderno, con tre sale dedicate – una esclusiva per l’Oculistica – e tecniche mini-invasive che riducono tempi di recupero e complicanze post-operatorie.
Di grande rilevanza anche il lavoro del CDCA, dove équipe multiprofessionali a rontano i Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione attraverso percorsi ambulatoriali, day-hospital e ricovero riabilitativo, in risposta a un bisogno emergente del territorio.
I ricoveri di sollievo, infine, o rono alle famiglie di persone fragili un periodo programmato di assistenza clinica e riabilitativa in un reparto completamente ristrutturato, concepito per coniugare comfort, sicurezza e attenzione globale alla persona.
Assistenza domiciliare: la cura che arriva a casa Le attività domiciliari – Cure
Domiciliari e Cure Palliative Domiciliari – portano al domicilio del
paziente servizi sanitari e socio assistenziali strutturati, garantendo continuità assistenziale, monitoraggio clinico e supporto ai familiari, con interventi integrati nella rete territoriale ATS Bergamo.
Radiologia :attenzione, prevenzione e sicurezza
Alla Casa di Cura Palazzolo la Radiologia non è solo tecnologia: è cura, ascolto e attenzione al paziente. Il Servizio di Radiologia, completamente rinnovato, unisce prestazioni avanzate a gesti pensati per il comfort e la serenità di chi si sottopone agli esami.
Grazie a strumenti all’avanguardia, ogni indagine - dalla risonanza magnetica alla mammografia, fino alla mineralometria ossea - è eseguita con l’obiettivo di garantire diagnosi precise e rapide, fondamentali per la prevenzione e il monitoraggio della salute. Qui, la tecnologia incontra la professionalità e il carisma del personale, che accompagna ogni paziente con attenzione, spiegando le procedure e o rendo supporto durante tutto il percorso diagnostico. Un approccio che rende la Radiologia della Casa di Cura Palazzolo un punto di riferimento per chi cerca qualità, sicurezza e un’assistenza realmente centrata sulla persona.
Check Up Palazzolo: percorsi di prevenzione strutturati
La Casa di Cura o re programmi di prevenzione mirati e personalizzati:
> Check up ematici specifici per uomo e donna under/over 40, oltre a pacchetti dedicati a cardio, tiroide e ferro;
> Prevenzione Donna, con mammografia bilaterale, ecografia mammaria bilaterale, Pap test e test HPV;
> Prevenzione Osteoporosi, con MOC ed esami ematochimici specifici per il metabolismo osseo;
> Check up Dislipidemie,
CASA DI CURA PALAZZOLO
Via S. Bernardino, 56, Bergamo
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per la valutazione del rischio vascolare e la pianificazione del follow up.
Prestazioni accessibili:
SSN, Privato e Assicurazioni
Le prestazioni sono fruibili in regime di SSN, Libera Professione e Privato agevolato, una formula pensata per conciliare tempi brevi, costi accessibili e alta professionalità, o Assicurazioni/ Convenzioni, grazie a convenzioni attive con le principali compagnie e fondi sanitari integrativi. L’Ucio Privati è un servizio dedicato per l’assistenza al paziente assicurato e privato: gestione delle pratiche, verifica delle coperture, preventivi e supporto continuo nel percorso di cura.
Prenotare è semplice:
il CUP a portata di click
La Casa di Cura mette a disposizione diverse modalità di prenotazione:
> PrenoPal, il portale online che permette di prenotare prestazioni private in autonomia scegliendo medico, data e orario disponibili in tempo reale; > CUP telefonico e 6 sportelli CUP per prenotazioni, pagamenti e fatturazione, con l’aggiunta del totem self check-in per accettazioni rapide;
> Prenotazioni tramite U cio Ricoveri per ricoveri SSN, privati e assicurati.
Tutti i servizi, le specialità, le modalità di accesso e i programmi di prevenzione sono disponibili sul sito u ciale della Casa di Cura Palazzolo.
Il Maestrale, il futuro della sanità di prossimità
Nel panorama dei servizi alla persona nasce una realtà destinata a fare scuola: Il Maestrale – Centro Polifunzionale, una struttura che unisce visione imprenditoriale, attenzione al territorio e un’idea di sanità nuova, concreta e accessibile.
Dietro Il Maestrale c’è un gruppo di soci fondatori che ha scelto di investire non solo risorse economiche, ma soprattutto competenze, esperienza e una forte motivazione sociale. Professionisti con background diversi, uniti dalla volontà di creare uno spazio moderno e funzionale, capace di rispondere ai bisogni reali delle persone. Il risultato è un centro pensato per la comunità, dove innovazione e umanità viaggiano nella stessa direzione.
Il centro è diviso in due aree, un Poliambulatorio di circa 480 mq con 8 ambulatori e 3 sale d’aspetto e un’area dedicata al Business con area break, spazi di coworking, meeting room e sale per riunioni, corsi e conferenze.
Il cuore pulsante della struttura dei Poliambulatori è senza dubbio l’Ambulatorio Aperto, una novità assoluta nel panorama locale.
Un servizio innovativo che rivoluziona il concetto di accesso alle cure: niente lunghe attese, niente percorsi complessi. L’ambulatorio consente ai cittadini di rivolgersi direttamente a professionisti qualificati per diverse problematiche di salute, ricevendo risposte rapide, competenti e immediate.
Si tratta di un modello che guarda al futuro della sanità di prossimità: un punto di riferimento agile, e ciente e vicino alle persone, pensato per o rire un’alternativa concreta per tutte quelle situazioni che richiedono attenzione in tempi brevi e si configurano dal punto di vista operativo e gestionale come urgenze minori.
Scopriamo qualcosa in più di questo Ambulatorio Aperto col Direttore Sanitario del Poliambulatorio il Maestrale la Dr.ssa Monica Bettonagli: «L’urgenza minore rappresenta la stragrande maggioranza dei casi a erenti al Pronto Soccorso e una delle principali cause del cronico sovra ollamento dei Dipartimenti di Emergenza Urgenza» Da questo presupposto e dalla personale esperienza di oltre vent’anni come Medico di Pronto Soccorso, oltre che come Spe-
cialista in Chirurgia Generale ed ecografista clinico, nasce l’idea di avvicinare un servizio e cace e rapido alla popolazione. Ambulatorio Aperto ė il punto di incontro tra la necessità di molti Pazienti di trovare una risposta rapida al proprio bisogno di salute, bisogno che spazia dall’inquadramento di sintomi di recente insorgenza e lieve entità al trattamento di
traumatismi minori passando per la sutura di ferita, e personale medico di comprovata esperienza in ambito di emergenza urgenza. L’incontro avviene in un contesto inedito, il Poliambulatorio Il Maestrale, nel quale è stata posta la massima attenzione al comfort del Paziente e messi a disposizione del personale medico strumenti di ultima generazione.
«Evitare attese, - prosegue la Dr.ssa Bettonagli - essere accolti ed ascoltati, ricevere una diagnosi e una terapia corrette, sentirsi presi in carico sono il valore aggiunto di Ambulatorio Aperto».
È anche importante sottolineare come Il Maestrale – Centro Polifunzionale sia stato progettato con una visione ampia e integrata.
La struttura ospita infatti anche ambulatori dedicati a medici di alto profilo, professionisti a ermati con diverse competenze, o rendo loro spazi moderni, funzionali e tecnologicamente avanzati che andremo a scoprire nei prossimi numeri di Bergamo Salute.
Anche la scelta della posizione non è stata casuale, Il Maestrale ha cercato una struttura che potesse essere comoda, facile da raggiungere e con disponibilità di posti auto. Si trova a Bergamo in via Strada alla Trucca, vicino all’Ospedale Papa Giovanni XXIII, adiacente all’ampio parcheggio libero del Parco della Trucca.
Le particolarità di questo progetto non sono finite. La gestione di questo Poliambulatorio è a data a Padana Emergenza Soc. Coop. Sociale ONLUS. Questa realtà, da oltre 15 anni, opera nel settore del soccorso e del trasporto sanitario in Lombardia, con particolare riferimento alla provincia di Bergamo. L’esperienza maturata nel soccorso e nella costante attenzione alle esigenze dei pazienti verrà unita alla professionalità di medici qualificati, permettendo così di o rire un servizio completo anche agli utenti con di coltà legate alla movimentazione.
« Saremo in grado – ci racconta il presidente di Padana Emergenza, Marco Astori – di recarci direttamente al domicilio del paziente, con ambulanza o con un mezzo idoneo al trasporto di persone in carrozzina, per accompagnarlo al
IL MAESTRALE
Via Strada alla Trucca
Bergamo
Tel.: 035 040 3345 maestrale.bg
nostro Poliambulatorio per la visita e riportarlo a casa al termine della stessa. In questo modo semplifichiamo in maniera significativa l’accesso alle cure».
Un’o erta assolutamente innovativa e unica nel suo genere, che può rappresentare un valido supporto per molte persone nell’accesso alle cure con prezzi comunque accessibili.
Oltre all’area sanitaria, trova spazio anche una zona business elegante e riservata, pensata per il coworking, oltre ad una sala conferenze dotata di tecnologie di ultima generazione, ideale per incontri professionali, formazione ed eventi. L’area del coworking è pensata anche come appoggio alle tante persone che accompagnano quotidianamente pazienti in Ospedale ad esempio per day hospital. Al Maestrale, allo stesso costo del posteggio in ospedale potranno trovare oltre al posto auto riservato anche una scrivania dove lavorare in tranquillità servita con wi-fi, una area break e anche sale dove organizzare incontri e meeting.
Il 16 marzo 2026 segna una data storica per la sanità italiana: è il termine ultimo concesso alle strutture sanitarie, socio-sanitarie e ai professionisti per adeguare i contratti assicurativi di Responsabilità Civile al decreto attuativo della Legge Gelli-Bianco. Sebbene la norma primaria sia del 2017, il decreto sui requisiti minimi è stato emanato solo nel 2024, rendendo oggi l’adeguamento una necessità non più procrastinabile. La riforma non va letta come un mero obbligo burocratico, ma come l’implementazione di modelli di risk management evoluti. La gestione del rischio riflette un nuovo approccio culturale e un’operatività sistemica che mirano alla sicurezza delle cure come parte integrante del diritto alla salute del paziente, principio sancito nell’articolo 1 della legge.
Solidità patrimoniale e strumenti di tutela
Per garantire i risarcimenti, la legge impone massimali minimi più elevati. Qualora non si ricorra alle polizze tradizionali, le strutture possono adottare “altre analoghe misure”, ovvero la creazione di fondi rischi e sinistri a bilancio. La valutazione di adeguatezza spetta
Legge Gelli-Bianco, la dead-line del 16 marzo 2026
agli amministratori che, nelle realtà più strutturate, si avvalgono di sistemi tecnico-attuariali. Molte strutture (specialmente in Lombardia) adottano oggi sistemi “misti” basati sulla S.I.R. (Self Insured Retention): una sorta di franchigia dove la struttura gestisce direttamente i sinistri di minore entità, mentre l’assicuratore interviene oltre una determinata soglia. Questo modello, se correttamente applicato, protegge il patrimonio di professionisti e strutture. L’obiettivo è invertire quella tendenza che vedeva il 70% dei risarcimenti imputabili a soli “errori presunti ”, rendendo il mercato assicurativo più sostenibile e favorendo il rientro delle compagnie che lo avevano abbandonato.
Un contesto in evoluzione Il nuovo quadro normativo si inserisce nel definitivo superamento del “paternalismo medico” e in una crescente multidisciplinarietà dei professionisti sanitari. In questo processo, l’Intelligenza Artificiale guidata dall’uomo diventerà uno strumento cruciale per il risk management, specialmente nella diagnostica. In un settore che coinvolge risk manager, avvocati, attuari e consulenti, la chiarezza normativa
è fondamentale per evitare profili di incostituzionalità.
Obblighi per i professionisti
Le polizze delle strutture coprono sia l’ente che i dipendenti. Tuttavia: > Al professionista dipendente rimane l’obbligo di una polizza per la sola colpa grave (per i casi di rivalsa);
> Il medico libero professionista deve invece possedere una copertura integrale (colpa lieve e grave) per la propria attività autonoma.
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Da oltre quarant’anni Figurella opera nel campo della salute e del benessere femminile con un approccio che mette al centro la persona e non il semplice dimagrimento. Con più di 150 centri in Italia e oltre 500 nel mondo, Figurella propone un metodo esclusivo per le donne, supportato da assistenti qualificate e da un’équipe di professionisti della salute.
I centri Figurella non sono palestre né centri estetici, ma spazi dedicati alla salute femminile, dove ogni percorso è personalizzato. Il Metodo Figurella si basa su tre pilastri del tutto naturali: attività fisica mirata, ozono e sana alimentazione. Ogni seduta dura un’ora, su appuntamento, e prevede circa 30 minuti di esercizio almeno due volte alla settimana, in linea con le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). L’attività fisica viene svolta su un Lettino Termoattivo, in posizione di scarico, per tutelare articolazioni e colonna vertebrale. I movimenti sono studiati in base alle necessità di ciascuna donna e vengono eseguiti in modo attivo: senza macchinari che muovono il corpo, è la donna a muovere gambe e braccia, sotto il controllo atten-
Figurella: il benessere femminile tra scienza, movimento e stile di vita
to della sua assistente, solo movimenti calibrati per raggiungere il proprio obiettivo. La seduta poi si completa con l’ozono.
L’ozono previsto dal Metodo Figurella, lavora per ripristinare il microcircolo sanguigno, riattivare il metabolismo e mantenere elastici i tessuti. L’ozono ha proprietà miorilassanti, aiuta a normalizzare la pressione arteriosa, diminuire il peso delle gambe, sostenere il sistema immunitario, oltre a mantenere elastica la pelle!
L’e cacia del Metodo Figurella è stata recentemente confermata dalla ricerca scientifica “Moving brains and bodies” di Veronica Pucci e Carolina Guerra (2023–2024), che ha analizzato gli e etti del trattamento dopo tre mesi, con una frequenza di tre sedute settimanali. I risultati mostrano miglioramenti significativi nella salute fisica: riduzione media del peso corporeo di 4,6 kg, diminuzione del BMI del 7% e riduzione delle circonferenze vita e addominale di oltre 6 cm. Migliora anche la composizione corporea, con un aumento della massa muscolare e una riduzione del grasso in eccesso.
Benefici importanti emergono anche sul piano cardiovascolare e respiratorio, con miglioramenti della capacità aerobica (VO2 max), della frequenza cardiaca a riposo e sotto sforzo e della pressione arteriosa. Non meno rilevanti sono gli e etti sul benessere mentale: lo studio evidenzia una riduzione del 25% dello stress psicologico complessivo e del 30% dei sintomi depressivi.
Un altro elemento distintivo è la presenza costante dell’Assistente, che segue ogni donna durante tutta la seduta, monitora i progressi e sostiene la motivazione. Anche l’alimentazione è parte integrante del percorso: niente diete drastiche o mode alimentari, ma un piano sano, equilibrato e sostenibile, pensato per tutta la famiglia. Figurella propone un vero cambiamento dello stile di vita, con obiettivi chiari e risultati garantiti. Perché prendersi cura di sé oggi significa investire nella propria salute di domani.
FIGURELLA BERGAMO
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Bergamo Salute anno 16 | n° 89
Marzo | Aprile 2026
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• Dott. Andrea Poerio e Dott.ssa Diana Prada Referenti territoriali di Bergamo e Provincia OPL Ordine Psicologi Lombardia
• Dott. Stefano Scioscia Presidente Ordine dei Medici Veterinari di Bergamo
• Ordine dei Tecnici Sanitari di Radiologia e delle Professioni Sanitarie Tecniche, della Riabilitazione e della Prevenzione della Provincia di Bergamo nella persona del Dott. Angelo di Naro
• Dott. Simone Ruggeri Presidente Ordine Fisioterapisti (OFI) Bergamo
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Oticon Intent introduce l’innovativa tecnologia
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