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Bergamo Salute - 2026 - 88- gennaio/febbraio

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numero

88

Anno 16 Gennaio | Febbraio 2026

www.bgsalute.it Poste Italiane spa Sped. in Abb. Postale DL 353/2003 (Conv. in legge 27/02/2004 N.46) Art. 1 comma 1 LO/BG

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Chirurgia vascolare ARTERIOPATIE OSTRUTTIVE

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Stili di vita TUTTO BENE, MA ME NE VADO

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Psicologia DALLA A ALLA C: I DISTURBI DI PERSONALITÀ

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Animali TORNARE IN UFFICIO CON IL CANE

Bergamo Salute è sempre con te: leggila integralmente dal tuo computer, tablet o smartphone www.bgsalute.it

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Emma Parigi Tra Meteo e pedagogia, una vita a colori Gennaio/Febbraio 2026 | Bergamo Salute | 1


numero

88

) EDITORIALE 5 Bergamo Salute vi dà il benvenuto nel 2026 ) SPECIALITÀ A-Z 6 Chirurgia vascolare Arteriopatie ostruttive. Sintomi, cause e trattamento 10 Fotobiomodulazione Fotobiomodulazione. La luce che attiva il metabolismo! 12 Patologia neonatale Quando la vita inizia in salita

Anno 16 Gennaio | Febbraio 2026

34 Bambini Manutenzione emotiva dei genitori. Un lavoro silenzioso, ma fondamentale 36 Ragazzi Smartphone e ragazzi. Come aiutare a staccarsi senza guerre in famiglia ) IN FORMA 42 Fitness Ricominciare dal movimento: il fitness che si adatta alla vita reale

) PERSONAGGIO 18 Emma Parigi

) RICETTA 44 Vegan pizzoccheri

) IN SALUTE 22 Stili di vita Tutto bene, ,ma me ne vado 24 Alimentazione Colina. Il nutriente “dimenticato” che sostiene cervello, fegato e metabolismo 26 Alimento Barbabietola, un piccolo tubero dalle grandi virtù

) RUBRICHE 47 Animali Tornare in ufficio con il cane. I benefici (scientifici) che migliorano benessere e produttività 50 Altre terapie TMS e ictus. Come aiutare il cervello a riorganizzarsi meglio

) IN ARMONIA 28 Psicologia Dalla A alla C, i disturbi di personalità 30 Coppia Cosa cerchiamo davvero in un partner? ) IN FAMIGLIA 32 Dolce attesa Come cambia il corpo e come sostenersi dopo il parto

) ENOGASTRONOMIA 54 Ai Porticcioli di Città Alta la cucina incontra la storia ) VIAGGI DELLA SALUTE 56 Fanghi a costo zero da Vulcano a Pantelleria ) DAL TERRITORIO 58 Farmacie I farmacisti volontari. Quando la professione incontra il servizio alla comunità

60 Terzo settore La salute mentale vista dai giovani 63 Malattie rare Sindrome di Gerstmann 64 Il lato umano della medicina Da infermiera a panettiera. Un sogno che si realizza 66 Testimonianza La storia di due sorelle e di una svolta nella ricerca sui trapianti 68 Bergamox1000 La solidarietà che fa bene a tutti 70 News ) ACI 73 Nuovo Codice, vecchie abitudini. E il numero delle vittime è salito ) PROFESSIONI SANITARIE 74 La figura professionale dell’Assistente Sanitario ) STRUTTURE 78 Acustica Tassetti ) REALTÀ SALUTE 81 Convegno: “Malattia di Parkinson, conoscerla per affrontarla” Allegato centrale: Amici di Bergamo Salute

PARTECIPANTI ALLA FONDAZIONE ITALIANA PER L’EDUCAZIONE ALIMENTARE

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Bergamo Salute vi dà il benvenuto nel 2026 Ogni inizio d’anno è un momento di passaggio: un confine simbolico che invita a fermarsi, guardare indietro e, allo stesso tempo, rimettere a fuoco ciò che conta davvero. Con questo primo numero del 2026, Bergamo Salute apre un nuovo capitolo, rinnovando il proprio impe-

CLAUDIO GUALDI Direttore Responsabile

gno a raccontare la salute come un percorso fatto di scelte quotidiane, conoscenza e attenzione verso sé stessi e la comunità. Viviamo in un’epoca complessa, in cui il progresso scientifico corre veloce e la medicina si fa sempre più avanzata e personalizzata. Allo stesso tempo, cresce il bisogno di orientarsi, di comprendere, di avere strumenti affidabili per affrontare il cambiamento senza smarrirsi. La salute non è più solo assenza di malattia, ma equilibrio tra corpo, mente e relazioni, capacità di prevenire, adattarsi e prendersi cura di sé lungo tutte le fasi della vita. In questo numero, come in quelli che seguiranno, continueremo a dar voce alla ricerca, alle innovazioni terapeutiche e alle buone pratiche che migliorano la qualità della vita. Parleremo di prevenzione, di benessere psicologico,

EDITORIALE

di stili di vita sostenibili e di un sistema sanitario che evolve grazie alla tecnologia, senza perdere di vista la centralità della persona. Racconteremo storie, esperienze e modelli che aiutano a trasformare le informazioni in consapevolezza. Il 2026 sarà per Bergamo Salute un anno dedicato all’ascolto e alla responsabilità: verso noi stessi, verso gli altri e verso l’ambiente in cui viviamo. Perché la salute è un bene condiviso, che cresce quando viene coltivato insieme. Vi auguriamo di iniziare questo nuovo anno con curiosità, fiducia e attenzione al vostro benessere. Buon 2026, che sia un anno di scelte consapevoli, equilibrio e salute per tutti!

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SPECIALITÀ A-Z

CHIRURGIA VASCOLARE

Arteriopatie ostruttive: sintomi, cause e trattamento ∞ A CURA DEL DOTT. LEONE LEONINO

Note anche come arteriopatie obliteranti, sono una serie di condizioni patologiche caratterizzate dalla riduzione del flusso sanguigno nelle arterie periferiche del corpo. In questo articolo esploreremo i sintomi, le cause e le opzioni di trattamento più comuni. Le arteriopatie ostruttive si riferiscono a una condizione patologica in cui le arterie del nostro corpo restringono il proprio lume sino alla completa occlusione. Il processo principale per cui ciò avviene è l’aterosclerosi, la quale si verifica per accumulo di colesterolo e grassi lungo le pareti dei vasi sanguigni con la formazione di placche. Le arteriopatie ostruttive possono colpire diverse aree del corpo: arti inferiori e superiori, cuore, cervello.

SINTOMI DELLE ARTERIOPATIE OSTRUTTIVE I sintomi delle arteriopatie ostruttive dipendono dalla sede corporea colpita e dal grado di occlusione dei vasi. Ad esempio, nel caso

degli arti inferiori, tra i sintomi più comuni vi sono: > dolore durante la deambulazione (la cosiddetta claudicatio intermittens o “malattia delle vetrine”); > dolore anche a riposo (nei quadri clinici più avanzati); > crampi muscolari; > sensazione di freddo o intorpidimento delle estremità; > perdita degli annessi cutanei (peli e unghie); > ulcerazioni della cute.

LE PRINCIPALI CAUSE E DIAGNOSI Le arteriopatie ostruttive sono principalmente causate dai co-

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siddetti fattori di rischio cardiovascolare, quali il fumo di sigaretta, l’ipertensione arteriosa, il diabete mellito, l’ipercolesterolemia e la familiarità. Questi fattori provocano il danno della parete vascolare determinando la formazione di placche aterosclerotiche e provocando così l’ostruzione del vaso sanguigno. La diagnosi delle arteriopatie ostruttive, invece, viene effettuata attraverso la combinazione di anamnesi, esame obiettivo ed esami strumentali. Il medico può valutare i sintomi del paziente, ispezionare la cute e gli annessi cutanei, controllare le pulsazioni nelle diverse parti del corpo. I principali esami strumentali sono: > Ecocolordoppler (esame di primo livello,


DOTT. LEONINO A. LEONE Specialistain Chirurgia Vascolare Gruppo Ospedaliero San Donato (GSD)

per nulla invasivo, basato sul principio degli ultrasuoni come una qualunque ecografia); > AngioTAC, AngioRisonanzaMagnetica (esami di secondo livello, eseguibili comunque in regime

ambulatoriale, basati sulla visualizzazione radiologica dei vasi sanguigni dopo iniezione endovena di mezzi di contrasto); > Angiografia (esame eseguito in regime di ricovero, in occasione del quale vengono spesso eseguite procedure di rivascolarizzazione endovascolare quali le angioplastiche e l’inserzione di stent).

IL TRATTAMENTO E LA PREVENZIONE Il trattamento delle arteriopatie ostruttive dipende dalla gravità del quadro clinico di presentazione e dalla localizzazione delle lesioni arteriose. Le opzioni di trattamento possono comprendere modifiche dello stile di vita, come smettere

di fumare, seguire una dieta sana e praticare esercizio fisico. È essenziale poi prescrivere un’adeguata terapia medica con farmaci anti-aggreganti piastrinici, statine, anti-ipertensivi, ipoglicemizzanti orali. In altri casi può essere necessaria una rivascolarizzazione endovascolare, come l’angioplastica con eventuale posizionamento di stent, o chirurgica ‘open’ come una disostruzione arteriosa o un by-pass. La prevenzione delle arteriopatie ostruttive è fondamentale per ridurre il rischio di sviluppare la malattia. Adottare uno stile di vita sano, controllare la pressione sanguigna, mantenere un peso corporeo adeguato, seguire una dieta equilibrata e monitorare regolarmente i livelli di colesterolo sono tutte cose che possono contribuire a prevenire o ritardare l’insorgenza delle

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SPECIALITÀ A-Z

CHIRURGIA VASCOLARE

arteriopatie ostruttive. Una dieta equilibrata deve essere ricca di frutta, verdura, cereali integrali e proteine magre, limitando grassi saturi e zuccheri raffinati.

GESTIONE DEI SINTOMI E PROGNOSI La gestione dei sintomi delle arteriopatie ostruttive prevede, come detto, l’assunzione di un’adeguata terapia medica per il controllo dei valori pressori, del colesterolo e della glicemia, nonché di farmaci per favorire la circolazione e rallentare la formazione delle placche aterosclerotiche quali gli anti-aggreganti piastrinici e gli anti-coagulanti. Inoltre, possono essere prescritti farmaci per alleviare il dolore. La prognosi per i pazienti dipende da vari fattori, tra cui la gravità delle lesioni ostruttive, la tempestività della diagnosi e del trattamento, nonché l’adozione di uno stile di vita sano. Con una gestione adeguata, è possibile migliorare la circolazione sanguigna e prevenire o ritardare le complicanze associate. L’esercizio fisico regolare è fondamentale per i pazienti affetti da arteriopatia ostruttiva. L’attività fisica aiuta a promuovere la for-

mazione di nuovi circoli sanguigni collaterali migliorando la vascolarizzazione in toto e a migliorare il metabolismo muscolare. È consigliabile lavorare sotto la supervisione di uno specialista o di un fisioterapista per sviluppare un programma di esercizi adatto alle proprie caratteristiche.

RISCHI E COMPLICANZE Le arteriopatie ostruttive possono portare a una serie di rischi e complicanze. L’ischemia degli arti, una condizione in cui il flusso sanguigno è gravemente compromesso, può portare alla formazione di ulcere o lesioni trofiche che guariscono molto lentamente aumentando il rischio di infezioni spesso gravi. In casi avanzati, può verificarsi la necrosi dei tessuti o la gangrena, che possono richiedere interventi chirurgici anche estremi come l’amputazione.

SUPPORTO E GESTIONE DELL’ARTERIOPATIA OSTRUTTIVA La gestione dell’arteriopatia ostruttiva richiede un approccio multidisciplinare. Oltre al supporto del proprio Medico di Famiglia e del Chirurgo Vascolare, è im-

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portante coinvolgere un team di figure professionali che può includere fisioterapisti, infermieri specializzati nella cura delle ulcere, dietisti. L’educazione del paziente sull’autogestione del proprio stile di vita, la cura adeguata delle ulcere e la gestione dei fattori di rischio sono fondamentali per un risultato positivo. Le arteriopatie ostruttive rappresentano una condizione medica significativa che può influire sulla qualità della vita e aumentare il rischio di gravi complicanze. Riconoscere i sintomi, comprendere le cause e cercare una diagnosi precoce sono momenti fondamentali per gestire questa condizione in modo adeguato. Con un trattamento tempestivo e l’adozione di uno stile di vita sano è possibile migliorare la prognosi e ridurre il rischio di complicazioni.


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SPECIALITÀ A-Z

FOTOBIOMODULAZIONE

Fotobiomodulazione: la luce che attiva il metabolismo!

∞ A CURA DI MASSIMO DE NARDI

La fotobiomodulazione spiegata dalla ricerca: effetti immediati su metabolismo, energia e benessere muscolare LA LUCE COME “NUTRIENTE” CELLULARE: UN’IDEA CHE OGGI TROVA CONFERME SCIENTIFICHE Che la luce influenzi il nostro organismo è noto da sempre: regola i ritmi circadiani, l’umore e persino la produzione ormonale. Negli ultimi anni, però, la ricerca ha mostrato come alcune lunghezze d’onda specifiche – in particolare quelle del rosso e del vicino infrarosso – possano avere effetti ancora più profondi, interagendo con la fisiologia delle cellule. Da qui nasce la fotobiomodulazione (PBM), una tecnologia non invasiva che sfrutta LED o

laser a bassa potenza per sostenere la funzione mitocondriale, migliorare l’efficienza energetica dei tessuti e modulare processi legati all’infiammazione e al metabolismo.

PERCHÉ STUDIARE LA PBM NEL METABOLISMO? L’obesità è una condizione complessa, caratterizzata da infiammazione cronica di basso grado, resistenza insulinica e ridotta efficienza mitocondriale. Tutti fattori che incidono sul dispendio energetico a riposo (REE), l’energia necessaria all’organismo per mantenere le funzioni vitali.

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Poiché il REE costituisce la parte più consistente del metabolismo giornaliero, migliorarne anche una frazione può supportare con efficacia gli interventi tradizionali su alimentazione, movimento, sonno e gestione dello stress. Per approfondire gli effetti immediati della fotobiomodulazione sul metabolismo, ho condotto un trial randomizzato e controllato in collaborazione con l’Università di Milano, sotto la guida del prof. Roberto Codella. Lo studio ha coinvolto 32 donne, metà normopeso e metà con obesità, esposte in due sessioni casuali: una con luce rossa e NIR (633–660 nm e


850–940 nm) e una placebo con luci spente. Ogni esposizione è durata 12 minuti, distribuendo la luce su fronte e retro del corpo all’interno di un lettino PBM professionale. Il dispendio energetico a riposo è stato misurato tramite calorimetria indiretta, insieme alla valutazione della temperatura cutanea, dell’umore, della percezione dello sforzo e della flessibilità. Il paper completo è disponibile su Nutrients.

RISULTATO PRINCIPALE: +9% DI METABOLISMO A RIPOSO NELLE DONNE CON OBESITÀ Dai dati emerge un risultato chiaro: nelle donne con obesità, una sola sessione di 12 minuti di fotobiomodulazione aumenta il REE del 9,3% (da 1486 ± 327 a 1624 ± 314 kcal/giorno; p < 0.001). Il dato è ancor più interessante in quanto questo aumento avviene senza variazioni nel Respiratory Exchange Ratio (RER), indicando che l’organismo non cambia combustibile (grassi o carboidrati), ma diventa temporaneamente più efficiente nel consumo energetico globale. Nelle donne normopeso, invece, l’effetto è minore (da moderato nelle donne con obesità a piccolo nelle normopeso).

COSA SIGNIFICA, CONCRETAMENTE? Si tratta di una modulazione acu-

ta, che si manifesta in tempi molto brevi (12 minuti) e in condizioni standardizzate. L’effetto è più evidente nei soggetti con maggiore stress metabolico e potrebbe, se ripetuto nel tempo, contribuire a un miglioramento dell’efficienza energetica. Sono risultati preliminari, ma coerenti con altri lavori scientifici che mostrano come la PBM migliori la microcircolazione, l’utilizzo di ossigeno e la funzionalità mitocondriale. Oltre all’incremento del metabolismo, lo studio ha osservato un miglioramento della flessibilità muscolare valutata tramite il test sit-and-reach, una riduzione della percezione di fatica in entrambi i gruppi e l’assenza di variazioni significative della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca. Nel complesso, la fotobiomodulazione è risultata ben tollerata, sicura e fisiologicamente favorevole.

PERCHÉ PROPRIO LA LUCE ROSSA E NIR? Le lunghezze d’onda utilizzate nello studio sono quelle che interagiscono più efficacemente con i citocromi mitocondriali, in particolare con il complesso IV (citocromo c-ossidasi). Questa interazione può migliorare il potenziale di membrana dei mitocondri, aumentare temporaneamente la produzione di ATP, ridurre lo stress ossidativo e sostenere i tessuti metabolica-

MASSIMO DE NARDI Ideatore, fondatore e titolare del centro Krioplanet Krioplanet srl, Treviglio (BG)

mente più compromessi. È verosimile che proprio per questo i benefici più marcati siano stati osservati nelle donne con obesità.

CONCLUSIONI: UNA TECNOLOGIA PROMETTENTE, DA STUDIARE SU PERCORSI PIÙ LUNGHI Lo studio dimostra che la fotobiomodulazione è in grado di aumentare acutamente il metabolismo a riposo, può essere utilizzata in sicurezza anche in popolazioni metaboliche delicate e produce benefici percepiti sia sul piano muscolare sia su quello psicologico. I prossimi passi riguarderanno studi più lunghi, per capire se l’aumento acuto del REE possa tradursi in miglioramenti stabili del metabolismo, della composizione corporea e della salute cardiometabolica.

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SPECIALITÀ A-Z

PATOLOGIA NEONATALE

Quando la vita inizia in salita ∞ A CURA DI IVANA GALESSI

Percorsi, tecnologie e relazioni che sostengono i neonati più fragili e le loro famiglie. Intervista alla dott.ssa Chryssoula Tzialla, Direttrice della Patologia neonatale dell’ASST Papa Giovanni XXIII La gestione del neonato pretermine estremo richiede protocolli sempre più avanzati. Dott.ssa Tzialla, quali sono oggi gli aspetti clinici più critici e le innovazioni che stanno migliorando la sopravvivenza e la qualità di vita? Gli aspetti più critici riguardano soprattutto la funzione respiratoria: il supporto ventilatorio è uno dei punti più delicati, perché questi bambini hanno polmoni molto piccoli e fragili. Negli ultimi anni è stato fatto un grande lavoro per sviluppare tecniche di ventilazione il più possibile “gentili”. Un altro

fronte fondamentale è la neuroprotezione: si stanno studiando farmaci e integratori in grado di migliorare la funzionalità del sistema nervoso e ridurre i danni, favorendo uno sviluppo cerebrale adeguato. Anche l’ambiente ha un ruolo importante: grande attenzione viene posta alla gestione dei suoni, ai rumori, alla musicoterapia e alla presenza del genitore, che contribuisce al benessere neurologico del neonato. Le malattie respiratorie neonatali sono una delle principali cause di accesso alla Terapia Intensiva Neonatale.

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Quali sono le strategie per supportare la funzione respiratoria nei primi giorni di vita? Le difficoltà respiratorie sono quasi sempre legate alla tipologia del paziente: i prematuri estremi, soprattutto sotto il chilo e mezzo o nati prima delle 28 settimane, hanno una maturazione polmonare non ancora completa. Per questo la quasi totalità necessita, alla nascita, di un supporto respiratorio. Alcuni di questi problemi possono evolvere verso forme croniche, mentre più avanti, intorno alle 34 settimane, molti neonati iniziano a essere in grado di


sostenere autonomamente propria funzione respiratoria.

la

Le infezioni neonatali precoci e tardive restano una sfida complessa. Quali progressi stanno emergendo nella diagnosi tempestiva e nella prevenzione? Le infezioni neonatali costituiscono un capitolo molto ampio. Quelle congenite - causate da virus contratti dalla madre durante la gravidanza - sono oggi meglio gestite grazie ai progressi della diagnostica prenatale e a terapie somministrate alle donne gravide per prevenire lo sviluppo dell’infezione nel neonato. Le infezioni postnatali colpiscono soprattutto i prematuri, che sono più vulnerabili perché privi del passaggio degli anticorpi materni (che avviene nelle ultime settimane di gestazio-

ne) e perché necessitano di un’assistenza complessa con dispositivi che aumentano il rischio infettivo. Sul fronte diagnostico, la ricerca è molto attiva nell’individuazione di nuovi biomarcatori e molecole in grado di distinguere tempestivamente un neonato infetto da uno non infetto. Per quanto riguarda la prevenzione delle infezioni tardive, le strategie principali sono: > igiene delle mani, fondamentale; > alimentazione precoce con latte materno, che permette di rimuovere prima i cateteri necessari alla nutrizione; > uso appropriato degli antibiotici, per limitare il rischio di antibiotico-resistenza. I neonati con patologie complesse richiedono

DOTT.SSA CHRYSSOULA TZIALLA Direttrice della Patologia neonatale ASST Papa Giovanni XXIII, Bergamo

percorsi molto personalizzati. Come si struttura oggi un approccio diagnostico-terapeutico multidisciplinare efficace? L’approccio è necessariamente multidisciplinare e parte già dall’ambito ostetrico-ginecolo-

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SPECIALITÀ A-Z

PATOLOGIA NEONATALE

gico, con la gestione delle gravidanze a rischio. Quando una patologia viene diagnosticata in epoca prenatale, il ginecologo è il primo punto di riferimento e avvia il confronto con il neonatologo. In caso di rischio di parto prematuro si effettua un counseling specifico, basato sulle caratteristiche del singolo bambino ma anche sulle statistiche relative alla sopravvivenza e al rischio di disabilità. In base al tipo di patologia vengono coinvolte altre figure specialistiche, ad esempio il chirurgo pediatrico. È essenziale fornire ai genitori un’informazione corretta e trasparente e gestire al meglio il percorso nascita. Alcune condizioni, purtroppo, non sono compatibili con la vita post-natale, e in questi casi viene presentata anche la possibilità dell’interruzione di gravidanza nei tempi consentiti. Si tratta di momenti di counseling molto complessi. Le tecnologie in Terapia Intensiva Neonatale stanno evolvendo rapidamente.

Quali strumenti e metodologie stanno avendo il maggiore impatto sugli esiti clinici? Le innovazioni più rilevanti riguardano soprattutto il supporto respiratorio: sono disponibili macchine sempre più avanzate, che raccolgono numerosi dati e permettono una ventilazione altamente personalizzata per ogni paziente. Anche i sistemi di monitoraggio sono diventati più sofisticati, facilitando la gestione clinica quotidiana. Inoltre, gli ecografi sono oggi più maneggevoli e offrono una diagnostica più precisa e dettagliata. Il ruolo della famiglia è oggi centrale nelle cure neonatali. Quali pratiche basate sull’evidenza favoriscono l’integrazione dei genitori, anche nei casi più complessi? Quando possibile, si effettua un counseling prenatale per preparare le famiglie, ma non sempre gli eventi lo consentono: spesso tutto accade in modo improvviso.

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Attualmente le Terapie Intensive Neonatali sono completamente aperte ai genitori, la cui presenza è fondamentale. Il coinvolgimento attivo dei genitori migliora l’outcome del neonato: pratiche come la kangaroo therapy — posizionare il neonato, anche molto piccolo e ventilato, sul petto della madre o del padre — favoriscono la stabilizzazione dei parametri vitali e ricreano un legame che la nascita prematura ha interrotto bruscamente. Il rapporto con la famiglia è costante e, dato lo stress dell’ambiente e del percorso, viene sempre proposta anche la presenza di uno psicologo, che aiuta i genitori a gestire meglio la situazione.


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PERSONAGGIO

EMMA PARIGI

Emma Parigi: tra meteo e pedagogia, una vita a colori ∞ A CURA DI IVANA GALESSI

Dal piccolo schermo alle aule scolastiche, dalla mamma in carriera alla divulgatrice di passione: il racconto di chi trasforma impegno e curiosità in opportunità per sé e per gli altri Originaria di Trescore Balneario, Emma Parigi è una conduttrice televisiva con formazione da pedagogista e mamma. La sua carriera ha spaziato dalla conduzione di 3B Meteo al lavoro educativo in ospedale e nelle scuole, unendo professionalità e passione per la crescita degli altri. In questa intervista ci ha racconta-

to il suo percorso, le sfide affrontate e come riesce a conciliare vita professionale e personale. Emma, la sua carriera spazia dalla televisione come conduttrice di 3B Meteo al lavoro come pedagogista. Come si descriverebbe oggi e cosa l’ha portata

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a percorrere strade così diverse? Se la descrizione di chi siamo è legata a quello che facciamo, allora posso dire che la mia identità si intreccia profondamente con i miei percorsi professionali. La conduzione a 3B Meteo mi rappresenta perché da ormai sette anni la vivo con dedizione e passione, e negli ultimi due-tre anni è diventato il


mio lavoro a tempo pieno. Mi ha insegnato un mestiere, la disciplina, e soprattutto mi ha dato la possibilità di comunicare con tante persone in maniera autentica. Allo stesso tempo, la pedagogia è una parte di me più intima e profonda. Ho iniziato seguendo bambini con problematiche durante gli studi, e poi ho lavorato come libera professionista in ospedale. È stata un’esperienza intensa e complessa, fatta di sfide quotidiane, stress e malessere fisico, che mi ha portato a fare scelte importanti per la mia salute. Ho deciso di continuare con un master di consulenza pedagogica e, proprio mentre lo stavo completando, ho scoperto di aspettare un bambino e questo ha cambiato i miei piani di aprire uno studio. Ciononostante, il master l’ho concluso regolarmente durante la gravidanza, ottenendo il mio primo 110 e lode. Nonostante tutto, ho continuato con il meteo perché mi ha permesso di crescere, di essere conosciuta sul territorio e di unire competenze diverse. Ho avuto anche esperienze come indossatrice e come opinionista su BGTV, percorsi che, pur lontani tra loro, mi hanno aiutata a sviluppare sicurezza, comunicazione e capacità di adattamento. Oggi sento che queste due strade – pedagogia e meteo – nutrono parti diverse di me e mi fanno sentire completa. Non volevo sentirmi ristretta in un solo ambito: poter conciliare le due esperienze è una ricchezza.

incredibilmente appagante. Prima ero sportiva semiprofessionale nella pallavolo, oggi mi concedo momenti di movimento più liberi, come la palestra, per scaricare la tensione e ricaricarmi. Da un paio d’anni pratico golf, che è faticoso ma meraviglioso: sei immersa nella natura, concentrata su tecnica e strategia, e nello stesso tempo incontri tante persone. Lo vivo come una pausa mentale, un momento di evasione e serenità. Negli ultimi anni, ci sono stati progetti o esperienze che l’hanno messa alla prova

e cosa le hanno insegnato? Ce ne sono stati diversi. In ospedale, il lavoro pedagogico con bambini e famiglie era intenso: ogni giorno affrontavamo problemi complessi, delle persone, delle famiglie, dell’equipe. Ho imparato quanto sia importante il tempo, la presenza, l’ascolto attivo. Anche nei momenti di fragilità si possono trovare risorse preziose: la forza delle persone mi ha sempre sorpreso e insegnato a restare presente senza giudizio. Grazie alla mia esperienza pregressa, con 3B Meteo ho iniziato a coordinare il progetto “3B Me-

Tra impegni professionali e personali, come sceglie a cosa dedicare il suo tempo? C’è qualcosa di nuovo che la entusiasma in questo periodo? Il mio tempo è scandito principalmente dal lavoro, che amo, e dall’essere mamma di un bimbo di 16 mesi. È un’età meravigliosa, piena di scoperte quotidiane, e vivere questi momenti da vicino è Gennaio/Febbraio 2026 | Bergamo Salute | 19


PERSONAGGIO

EMMA PARIGI

teo per il sociale”, che porta la meteorologia nelle scuole, nelle RSA e nelle associazioni del territorio. L’obiettivo è condividere conoscenze scientifiche in modo accessibile, con incontri adatti a tutte le età. Abbiamo il nostro canale, 3B Channel, con video, quiz e docufilm sui cambiamenti

climatici. Tutto questo rappresenta per me una sfida continua: mi stimola, mi fa crescere e mi permette di avere un impatto concreto sulle persone. Con una vita così intensa, ci sono accorgimenti o routine che l’aiutano a mantenere

equilibrio e serenità? Mai avuto un periodo di serenità così bello come durante la gravidanza. Ora, con un bimbo piccolo, cerco di ritagliarmi piccoli momenti per me, anche solo pochi minuti al giorno, per respirare, leggere o dedicarmi a un hobby. Sono pause necessarie per ricaricare energia e ritrovare lucidità. Fermarsi, anche solo per poco, è fondamentale per mantenere equilibrio. Avere una formazione da pedagogista ha cambiato il suo approccio alla vita e alle scelte quotidiane? Sì, moltissimo. La pedagogia mi ha insegnato ad osservare, a comprendere i bisogni delle persone e a gestire le relazioni con empatia. Mi ha aiutata a prendere decisioni più consapevoli e a considerare gli effetti delle scelte sugli altri, sia sul lavoro sia nella vita privata. È un approccio che porta a valutare con attenzione, ascoltare con cura e dare spazio a ciò che davvero conta. Che consiglio darebbe a chi cerca di conciliare lavoro, interessi personali e cura di sé senza sentirsi sopraffatto? È normale sentirsi sopraffatti, soprattutto oggi. La vita corre veloce, ma è fondamentale fermarsi ogni tanto, anche solo per pochi minuti. Piccole pause quotidiane aiutano a ricaricare energia e lucidità. Non bisogna aver paura di chiedere aiuto a professionisti: non è un fallimento, ma prendersi cura di sé. Cambiamenti, incertezze, stanchezza li proviamo tutti, e vanno accolti come parte della vita. Per me è essenziale avere sfide che mi stimolano, circondarmi di persone che mi danno energia positiva e coltivare attività che mi fanno sentire viva e serena.

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IN SALUTE

STILI DI VITA

Tutto bene, ma me ne vado ∞ A CURA DELLA DOTT.SSA VITTORIA OLIVIERI

Perché non ci affezioniamo più al lavoro (nemmeno quando funziona) Quando il benessere non basta più Mai come oggi le aziende si stanno impegnando per migliorare l’esperienza lavorativa delle persone. Flessibilità, welfare, progetti di engagement, attenzione al benessere: in teoria, c’è tutto. Eppure, qualcosa non funziona. Il tasso di disaffezione cresce, la motivazione traballa e la fatica si accumula. Anche in contesti dove apparentemente “tutto va bene”. Secondo un recente report (Gallup 2024), il coinvolgimento dei lavoratori nella loro professione è ai minimi storici. Infatti, il 77% delle persone nel mondo non si sente realmente ingaggiato sul lavoro. In Italia, il dato peggiora: solo il 5% si dichiara davvero coinvolto. Sono numeri che fanno riflettere. Anche perché negli ultimi anni le aziende non sono rimaste ferme: molte hanno investito in iniziative

per il benessere, creato ambienti di lavoro più accoglienti, potenziato i canali di ascolto interno. E allora? Perché i collaboratori continuano ad andarsene, o a restare ma con meno entusiasmo? Dall’esperienza maturata tramite lo sportello psicologico aziendale Spazio Calmo, emergono segnali interessanti. Le persone arrivano al colloquio dicendo: “Sto bene, ma non mi sento più parte”. Oppure: “Non ho nulla da lamentare, ma non riesco a trovare motivazione”. C’è una disaffezione silenziosa, difficile da misurare, ma che si insinua anche in contesti sani. E che spesso non è legata a problemi evidenti, ma a qualcosa di più sottile: la perdita di senso. La sfida non è più solo far stare bene le persone. È aiutarle a crescere, a sentirsi in evoluzione. Perché, oggi più che mai, il benessere senza sviluppo rischia di diventare sta-

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gnante. E il lavoro, anche se piace, anche se funziona, può diventare demotivante. Il bisogno di direzione e le diverse generazioni Questa stanchezza, spesso, non nasce da un eccesso di carico, anzi. Il vero tema è un altro, la mancanza di direzione. Le persone sentono il bisogno di trasformare l’energia che hanno in qualcosa di significativo. E quando questa possibilità manca, si perde slancio. Lo vediamo anche nei colloqui: quando offriamo strumenti concreti per riorientare la propria traiettoria professionale, spesso si riaccende qualcosa. Non serve un grande cambiamento. A volte basta una piccola svolta. Un’altra dinamica che osserviamo riguarda le differenze generazionali. I più giovani cercano identità e riconoscimento: vogliono sen-

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tirsi visti, partecipi, capaci di incidere. I più senior, invece, rischiano di essere trascurati, percepiti come meno strategici. Entrambi, per motivi diversi, si sentono poco ascoltati. Serve uno sguardo che tenga conto della complessità, che non cerchi una soluzione unica per tutti, ma che parta dalle storie individuali. Serve una cultura aziendale che non si limiti a riconoscere, ma anche a valorizzare. Accompagnare lo sviluppo per evitare la disaffezione In questo scenario, anche l’HR è sotto pressione: chiamato a essere ascoltatore, risolutore, punto di riferimento per tutti. Ma chi si prende cura di chi si prende cura? Non è raro che i professionisti HR si sentano soli, oberati, chiamati a risolvere anche ciò che non spetta a loro. Lo stress si accumula, e il rischio di burnout aumenta. Anche qui, serve uno spazio di

ascolto e confronto. Serve una rete. La scelta di molte aziende di introdurre un servizio professionale e continuativo di ascolto psicologico risponde proprio a questa esigenza: dal bisogno di avere uno spazio professionale, trasformativo, dedicato a tutte le persone dell’azienda. Un servizio continuativo che affianca l’HR con colloqui individuali, reportistica e analisi dei trend emergenti. Un modo per trasformare i bisogni diffusi in leve di crescita, prima che si trasformino in disaffezione. Perché quando la richiesta è individuale, l’HR, specie in contesti ampi e articolati, non può farsene carico da solo. E se è vero che il lavoro non può sempre essere entusiasmante, è altrettanto vero che può restare significativo. Lo diventa quando l’azienda ti riconosce, ti ascolta, ti accompagna. Quando senti che crescere è ancora possibile. È

DOTT.SSA VITTORIA OLIVIERI Psicologa del lavoro Co-founder di Spazio Calmo Milano

questo che è importante incentivare nelle organizzazioni: una cultura del lavoro in cui lo sviluppo personale non sia un premio per pochi, ma un diritto per tutti. Perché a volte non basta stare bene. A volte, per restare, serve anche sentirsi in cammino.

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IN SALUTE

ALIMENTAZIONE

Colina: il nutriente “dimenticato” che sostiene cervello, fegato e metabolismo ∞ A CURA DI DELLA DOTT.SSA EMANUELA MOSCA

Una sostanza fondamentale per numerose funzioni dell’organismo, ma ancora poco conosciuta Tra i nutrienti essenziali spesso trascurati nella dieta quotidiana c’è la colina, una molecola simile alle vitamine del gruppo B. Il nostro organismo ne produce solo piccole quantità, insufficienti a soddisfare il fabbisogno giornaliero, per cui è necessario assumerla principalmente attraverso l’alimentazione. Un apporto adeguato risulta fondamentale in tutte le fasi della vita, contribuendo in modo concreto alla salute del cervello, del fegato e al corretto metabolismo. Dove si trova la colina e qual è il suo ruolo Le principali fonti alimentari di colina sono: uova - soprattutto il tuorlo -, fegato e frattaglie, carne e pesce, latte e derivati, legumi, frutta secca e alcune verdure (come broccoli e cavolfiori), seppur in quantità minori. Le diete molto restrittive, in particolare quelle ve-

gane non ben pianificate, possono esporre a un rischio di apporto insufficiente di colina. Dal punto di vista nutrizionale, la colina svolge tre ruoli chiave: > Cervello e sistema nervoso: una parte della colina viene trasformata in acetilcolina, un neurotrasmettitore fondamentale per memoria, apprendimento, attenzione e controllo muscolare. È coinvolta anche nella regolazione del battito cardiaco e nella contrazione dei muscoli; > Salute del fegato: la colina favorisce il corretto metabolismo dei grassi e aiuta a prevenire il loro accumulo nel fegato. Inoltre, contribuisce alla formazione di fosfatidilcolina e sfingomielina, due fosfolipidi essenziali per la struttura e la funzione delle cellule; > Struttura delle cellule:

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partecipa alla composizione delle membrane cellulari, garantendo integrità, protezione e corretta comunicazione tra le cellule. Secondo il National Institutes of Health, il fabbisogno giornaliero di colina è di 550 mg per gli uomini e 425 mg per le donne, con quantità maggiori raccomandate in gravidanza e allattamento. I benefici della colina Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha messo in luce diversi benefici legati a un adeguato apporto di colina: > salute cerebrale e memoria: contribuisce al mantenimento delle funzioni cognitive anche in età adulta. Alcuni studi suggeriscono un possibile ruolo protettivo nei confronti del declino cognitivo; > benessere del fegato: aiuta a prevenire la steatosi


> metabolismo e umore: partecipa al metabolismo dell’omocisteina e contribuisce all’equilibrio dei neurotrasmettitori coinvolti nel tono dell’umore.

DOTT.SSA EMANUELA MOSCA Biologa Nutrizionista con Laurea in Alimentazione e Nutrizione Umana Brignano Gera d’Adda (BG)

epatica non alcolica, sostenendo il metabolismo dei grassi; > sviluppo fetale: durante la gravidanza è essenziale per lo sviluppo del cervello e delle funzioni cognitive del feto;

Colina e fasi delicate della vita In gravidanza e allattamento il fabbisogno di colina aumenta sensibilmente. Studi scientifici indicano che un apporto adeguato da parte della madre è associato a un corretto sviluppo cerebrale del feto e a benefici cognitivi nel bambino. Per questo le principali società scientifiche raccomandano particolare attenzione a questo nutriente nelle donne in età fertile. Come integrare la colina nella dieta Una carenza di colina può manife-

starsi con affaticamento, difficoltà di concentrazione e, nei casi più importanti, con alterazioni della funzionalità epatica. Nonostante ciò, molte persone non raggiungono le quantità giornaliere raccomandate. Per mantenere un buon equilibrio psicofisico è utile variare il più possibile l’alimentazione, combinando diverse fonti di colina durante la giornata. Uova, pesce, carni magre e legumi rappresentano ottime scelte. Le alternative vegetali, come soia, quinoa e verdure crucifere, sono particolarmente preziose per chi segue un’alimentazione plant-based. Riscoprire la colina significa prendersi cura in modo consapevole di cervello, fegato e sistema nervoso, valorizzando un nutriente poco noto ma davvero fondamentale per il benessere di corpo e mente.

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IN SALUTE

ALIMENTO

Barbabietola, un piccolo tubero dalle grandi virtù ∞ A CURA DELLA DOTT.SSA FEDERICA BELOTTI

Dolce, colorato e ricco di nutrienti: scopriamo tutti i benefici di questo ortaggio versatile e di stagione In Italia, le varietà di barbabietole più diffuse sono quelle invernali che maturano tra novembre e febbraio. Durante questo periodo, la barbabietola offre un sapore più intenso e una consistenza ideale per diverse preparazioni, dai primi fino ai dolci, grazie al suo sapore delicato e al suo colore accesso. Ma non solo. È anche una miniera di sostanze preziose per la nostra salute. Le virtù della barbabietola I benefici della barbabietola sono molteplici. Ciò che la distingue dalle altre piante della sua famiglia è il suo intenso colore rosso-violaceo, dovuto alla presenza di pigmenti naturali (betacianine) con forti proprietà antiossidanti che contrastano l’invecchiamento cellulare. È ricca di sali minerali, soprattutto potassio, manganese e ferro. Dato che il ferro della barbabietola è un ferro vegetale (detto non-eme), se ne consiglia il consumo con il succo di limone, in modo tale che l’abbondante vitamina C favorisca l’assorbimento di questo tipo di ferro da parte del nostro organismo. Le vitamine più presenti sono

l’acido folico (vitamina B9), fondamentale nell’alimentazione delle donne in gravidanza, e la vitamina C, che grazie ai suoi forti poteri antiossidanti innalza le barriere del sistema immunitario. Inoltre, è nota la sua capacità di favorire il processo digestivo, stimolando la produzione di succhi gastrici, favorendo il transito intestinale (grazie alla fibra alimentare) e alleviando le infiammazioni a carico dell’apparato digerente. Contribuisce anche a mantenere in salute tutto il sistema cardio-vascolare grazie alla presenza di nitrato, sostanza che permette al nostro organismo di produrre ossido nitrico (NO). Quest’ultimo è un composto essenziale per migliorare la circolazione sanguigna e ridurre la pressione arteriosa, svolgendo un’azione complessiva positiva sull’apparato cardiovascolare e riducendo il rischio di patologie a carico di questo apparato. Per ultimo, stimola la diuresi, aiutando a prevenire le infezioni alle vie urinarie. Controindicazioni Ad oggi non sono note controindi-

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cazioni al consumo di barbabietola, a meno che non si soffra di allergia a questo vegetale. Attualmente non sono note interferenze tra il consumo di barbabietola rossa e l’assunzione di farmaci o altre sostanze. Suggerimenti per la cucina È un ortaggio molto amato, non solo per il suo sapore zuccherino, ma anche per il suo colore intenso, che dà un tocco “vivace”

DOTT.SSA FEDERICA BELOTTI Dietista Studio medico, Trescore Balneario; FIOS MED, Osio Sotto; DIETETICA SU MISURA, Treviglio; HUMANITAS Gavazzeni e Medical Care, Bergamo


ai piatti. È un ingrediente molto versatile, che può essere utilizzato in tante ricette, sia salate che dolci. Ecco alcuni modi con cui si può impiegare la barbabietola in cucina. è ottima come ingrediente in un risotto, per gustare il piacevole contrasto del sapore dolce della barbabietola con un formaggio fresco (come robiola, caprino o stracchino) o con lo yogurt greco. Buonissima anche consumata cruda, affettata finemente e aggiunta ad un’insalata oppure tagliata a fettine e servita come fosse un carpaccio, condita con un filo d’olio e limone. Può essere utilizzata anche per piatti in brodo, come vellutate o zuppe, o passata in forno per ottenere delle chips croccanti e colorate, perfette per gli aperitivi. Può essere anche frullata in piccola quantità insieme ai ceci per donare un tocco colorato al classico hummus. Per gli allergici al nichel è possibile

utilizzarla al posto del pomodoro per preparare un sugo colorato da utilizzare per condire la pasta. Infine, per i più golosi, la barbabietola è un ottimo ingrediente anche per i dolci (come i brownies alla barbabietola). Per approfittare di tutte le proprietà della barbabietola, è possibile anche assaporarla in un estratto, magari abbinandola a carota e arancia, per fare il pieno di beta-carotene e vitamina C. Non chiamatela verdura! La barbabietola (o rapa rossa) è un tubero, come la patata e il topinambur. Appartiene alla famiglia delle Chenopodiacee, così come la bieta da coste e gli spinaci, e non va confusa con la barbabietola bianca, utilizzata per la produzione dello zucchero. È una pianta erbacea a ciclo biennale, con fusti che possono arrivare a 1-2 metri di altezza. La radice commestibile è di colore rosso con una buccia

esterna ruvida che di solito viene staccata e scartata (più maturo è il vegetale, più ruvida è la buccia), mentre le foglie hanno una particolare forma a cuore e, nelle specie coltivate, raggiungono una lunghezza di 20 centimetri. La fioritura della barbabietola rossa avviene durante i mesi caldi, tra luglio e settembre, e la raccolta avviene tra settembre e febbraio. Si può quindi acquistare fresca sui banchi del mercato solo durante il periodo autunnale e invernale.

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IN ARMONIA

PSICOLOGIA

Dalla A alla C: i Disturbi di Personalità ∞ A CURA DELLA DOTT.SSA VITTORIA RAVERA

Comprendere i disturbi di personalità e la loro influenza sui legami con gli altri Cappuccetto Rosso si ritrova sola nel bosco, la nonna è scomparsa e l’ha lasciata senza poter consolare i suoi bisogni, che assumono così le sembianze del lupo cattivo. La nonna, figura accogliente e accudente che avrebbe dovuto prendersi cura della bambina, diventa il lupo, feroce animale selvatico pronto a divorare Cappuccetto Rosso in un sol boccone. Questa è la metafora attraverso la quale Fairbairn, psicoanalista inglese, descrive la sensazione che provano i bambini quando vivono esperienze di deprivazione, che non identificano più il caregiver come oggetto rassicurante, ma ne fanno una rappresentazione inquietante, di divoratore pericoloso. Questa è la sensazione che si sperimenta nei confronti dell’Altro quando si ha un Disturbo Schizoide di Personalità.

in tre “Cluster”. I media, i film e la letteratura si sono concentrati prevalentemente nella rappresentazione dei disturbi del Cluster B, che suonano familiari alle orecchie della maggior parte delle persone: si parla per esempio del Disturbo Borderline e del Disturbo Narcisistico di Personalità, ampiamente descritti da personaggi letterari e cinematografici. Una famosa interpretazione del Disturbo Borderline è opera di Winona Ryder nel film “Ragazze Interrotte” (1999), al fianco di Angelina Jolie che impersonifica il Disturbo Antisociale di Personalità, sempre appartenente allo stesso Cluster. Al giorno d’oggi pare inoltre che qualunque persona che non riesca a dimostrarsi emotiva-

Personalità e relazioni: schemi che si ripetono I Disturbi di Personalità sono pattern abituali di comportamento e pensiero che compromettono il funzionamento individuale e sociale. Si tratta di modi di essere inflessibili e pervasivi, raggruppabili 28 | Bergamo Salute | Gennaio/Febbraio 2026

mente sintonizzata e disponibile con qualcuno venga classificata immediatamente come narcisista, una modalità superficiale di etichettamento che tiene poco conto della sofferenza reale che si può provare con una diagnosi di Disturbo Narcisistico. Il Disturbo Schizoide fa invece parte del Cluster A, decisamente meno oggetto di fascinazione ma non per questo meno interessante da un punto di vista clinico. Fanno parte di questo gruppo anche il Disturbo Paranoide e il Disturbo Schizotipico. Diffidenza, isolamento e difficoltà a chiedere aiuto Questi tre disturbi sono legati dalla presenza di comportamenti


dei propri vissuti, senza il timore di essere aggrediti dall’Altro né esposti nelle proprie fragilità.

DOTT.SSA VITTORIA RAVERA Psicologa Gruppo Ginestra – Milano (MI)

strani ed eccentrici, diffidenza nei confronti degli altri e tendenza all’isolamento. Queste diagnosi si collocano in uno spazio clinico nebuloso, i cui confini tendono a essere labili e sfumati, rendendole difficilmente differenziabili in maniera netta dai disturbi dello spettro della Schizofrenia, con i quali condividono diverse manifestazioni fenomenologiche nonché una consistente familiarità genetica. Si tratta inoltre di condizioni cliniche che tendono a essere difficilmente trattabili proprio a causa della diffidenza di fondo che le caratterizza: è molto difficile che sorga infatti una domanda terapeutica spontanea. Si rende fondamentale creare con questi pazienti uno spazio terapeutico percepito come sicuro e protetto, nel quale possano iniziare a costruire una narrazione coerente della propria identità e

Tra controllo, evitamento e bisogno dell’Altro Il Cluster C comprende invece quattro tipologie di personalità connotate da condotte di comportamento ansiose o inibite. Il Disturbo Ossessivo Compulsivo di Personalità non va confuso con il Disturbo Ossessivo Compulsivo (OCD), che comprende tutta una serie di ossessioni che si tenta infruttuosamente di placare attraverso la messa in atto di rituali e comportamenti a scopo eliminatorio, le cosiddette compulsioni. Invece, il disturbo di personalità caratterizza persone preoccupate per l’ordine e per il perfezionismo estremo, con tendenze al controllo e sacrificio della sfera relazionale in favore del successo personale sul lavoro o negli studi. Si tratta di schemi di comportamento apparentemente favorevoli in una società fondata sul lavoro, ma se rigidamente applicati causano disagio e compromissione soprattutto nella sfera sociale. Nello stesso Cluster compaiono il Disturbo Evitante e il Disturbo Dipendente di Personalità. La personalità Evitante tende a precludersi l’esplorazione di nuovi orizzonti, è riluttante rispetto al prendere iniziativa in nuove attività e relazioni e preferisce permanere nella propria comfort zone: si ha la sensazione

di non poter mai corrispondere al proprio standard interno, dunque è meglio non tentare neanche. D’altra parte, la personalità Dipendente non è in grado di agire nel mondo senza qualcuno che la consigli e la accompagni anche nelle cose più piccole. L’Altro diventa oracolo e fonte di certezza, si è disposti a qualunque cosa per assicurarsi la sua vicinanza, anche alla sottomissione. Spesso, la sottomissione cela una forte aggressività latente, dovuta alla sofferenza che si genera nel non potersi percepire come autosufficienti; tale aggressività talvolta viene diretta all’oggetto delle proprie rassicurazioni attraverso richieste insistenti di vicinanza e supporto. L’importanza dell’empatia I Disturbi di Personalità sono modi di essere, di muoversi nel mondo e di guardare all’Altro. Avvicinarsi ad essi come clinici comporta uno sforzo empatico di grande intensità e la possibilità di venire a contatto con una sofferenza travolgente. Si deve in qualche modo tentare di partecipare all’esperienza dei propri pazienti, di comprenderli autenticamente e stabilire una solida alleanza terapeutica, al fine di tentare insieme a loro di ammorbidire i propri schemi di funzionamento. È necessario provare a percorrere inizialmente il sentiero su cui camminano, offrendo però, al momento giusto, un’altra via.

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IN ARMONIA

COPPIA

Cosa cerchiamo davvero in un partner?

∞ A CURA DI SARA CARRARA

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Dall’attrazione fisica alla disponibilità emotiva: come sono cambiate le priorità nel dating moderno Dopo le vacanze invernali, mentre torniamo alla routine quotidiana, molti si ritrovano a riflettere anche sulle relazioni: cosa cerchiamo davvero in una persona da amare? Un’indagine condotta da una popolare app di dating ha provato a rispondere a questa domanda, analizzando le differenze tra ciò che uomini e donne pensano sia importante e ciò che realmente cercano in un partner. Uomini e donne guardano cose diverse Secondo la ricerca, esiste una discrepanza interessante tra ciò che gli uomini credono che le donne desiderino e ciò che le donne effettivamente apprezzano. Gli

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uomini pensano che le donne pri- bisogni dell’altra persona fin dal vilegino principalmente l’aspetto primo appuntamento, costruenCentro clinico specializzato nella Centro cura del clinico specializzato di fisico (24%), lineamenti gradevoli do così un terreno comunepsicologia p benessere mentale, emotivoreciproca. e fisico. benessere mentale, emo comprensione (21%) e stabilità economica (20%). Ma parlando direttamente con le Centro clinico donne, emerge una realtà diver- L’impegno Do benessere sa: il 35% delle utenti considera che vale più dell’aspetto Via Qu 24124 Be la disponibilità emotiva la qualità La ricerca mostra anche che le donne l’impegno del parpiù importante, il 25% valorizza un per Dove siamo Dove siamo Contattaci Scrivici Scrivici Quinto Alpini n.4, Via Quinto Alpini Via un n.4, fattore partner Via che riconosca e rispetti i tner sta diventando +39 3355835433 info@mindfitclinic.it info@mindfitclin 24124 Bergamo (Redona) 24124 Bergamo (Redona) 24124 loro bisogni emozionali, e il 22% centrale. Ben il 72% delle intervidà priorità alla capacità di comu- state afferma che conta più l’impeDove siamo gno nella relazione che l’aspetto nicare in maniera costante. Via Quinto Alpini n.4, del Questi dati suggeriscono che, o il reddito, cioè la capacità 24124 Bergamo (Redona) spesso, gli uomini possono esse- partner di pianificare un appuntare influenzati da stereotipi, mentre mento con attenzione, ricordare le donne pongono l’accento su preferenze e abitudini, e mostrare aspetti legati alla connessione e cura verso i dettagli quotidiani. al supporto emotivo. Non a caso, “Il passaggio dal cercare un circa il 60% degli utenti riconosce partner che provveda economil’importanza di essere attenti ai camente a uno che organizza e

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pianifica con attenzione riflette una naturale evoluzione culturale”, spiegano gli esperti. Con l’avanzare dell’indipendenza economica e professionale, le donne oggi cercano partner capaci di attenzione, coerenza e disponibilità emotiva, segnali concreti di impegno, invece di gesti plateali o costosi. Piccoli gesti che contano Nel mondo del dating moderno, ciò che fa davvero la differenza sono le piccole attenzioni quotidiane, piuttosto che cene lussuose o regali costosi. Condividere una passeggiata, cucinare insieme o visitare un museo diventano occasioni per creare legami autentici e vivere esperienze significative. La ricerca evidenzia che

l’84% delle donne è più colpita da un partner che pianifica con cura un appuntamento piuttosto che da un budget elevato. Queste abitudini mostrano come il “dating intenzionale” – pensare e organizzare momenti in cui entrambi i partner possano essere presenti e partecipi – stia diventando una vera priorità. Non si tratta di rinunciare all’attrazione fisica o ai momenti speciali, ma di trasformare piccoli gesti quotidiani in strumenti concreti per rafforzare il legame emotivo. Verso un dating più consapevole I dati della ricerca suggeriscono che stiamo entrando in un’era di “micro-romanticismo”, in cui contano la presenza, l’attenzione e la cura verso l’altro. Non si tratta

di gesti plateali o eclatanti, ma di coerenza, ascolto e piccoli atti concreti che dimostrano impegno. E sebbene ci sia addirittura una giornata dedicata ai cani in ufficio e ad altri piccoli momenti di gioia quotidiana, ciò che davvero importa nel dating è la qualità della connessione emotiva. Per chi si approccia oggi al mondo del dating, il messaggio è chiaro: andare oltre gli stereotipi, osservare la persona nella sua unicità e investire emotivamente fin dal primo incontro è la chiave per costruire legami più profondi e soddisfacenti. La differenza tra una relazione superficiale e una relazione autentica spesso sta proprio in queste attenzioni consapevoli, ripetute nel tempo e percepite con sincerità.

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IN FAMIGLIA

DOLCE ATTESA

Come cambia il corpo e come sostenersi dopo il parto Gravidanza e post-partum, uno sguardo scientifico sui tempi di recupero fisico e metabolico

La gravidanza è un periodo di profonde trasformazioni per il corpo femminile. Non riguarda solo l’aumento di peso o la crescita del pancione: i muscoli, lo scheletro, il metabolismo e il sistema cardiovascolare si adattano alle esigenze del feto e della gestante. Uno studio condotto dal Weizmann Institute of Science e pubblicato su Science Advances ha analizzato l’impatto della gravidanza sul corpo delle donne, evidenziando come la gestazione modifichi in modo significativo la composizione corporea, il metabolismo e persino la struttura ossea. Alcuni cambiamenti, come l’aumento della massa grassa o la riduzione temporanea della densità ossea in specifiche aree, possono persistere anche mesi dopo il parto, sottolineando l’importanza di strategie mirate per favorire un recupero completo.

∞ A CURA DI SARA CARRARA

Tempi di recupero post-partum Non basta dare alla luce un bambino per tornare subito alla forma pre-gravidanza. Secondo uno studio pubblicato sull’European Journal of Obstetrics & Gynecology and Reproductive Biology, molte donne impiegano dai sei ai dodici mesi per osservare un recupero significativo della composizione corporea e della funzionalità muscolare. Il metabolismo, influenzato dalla gravidanza e dall’allattamento, si stabilizza gradualmente, mentre la muscolatura addominale e del pavimento pelvico necessita di esercizi mirati per ritrovare tono e forza. Questo recupero non è lineare: alcune donne possono percepire miglioramenti più rapidi, altre necessitano di più tempo per ritrovare energia e agilità. Anche il metabolismo basale, che rappresenta la quota maggiore del dispendio

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energetico giornaliero, subisce adattamenti durante la gravidanza e solo progressivamente ritorna ai valori pre-gravidanza. Le ripercussioni su mente e corpo Il recupero fisico è strettamente legato al benessere mentale. La stanchezza persistente, i cambiamenti dell’umore e la difficoltà nel ritrovare energia sono comuni nei primi mesi dopo il parto. Entrambi gli studi evidenziano come il corpo stia ancora regolando ormoni, metabolismo e composizione corporea, mentre la mente affronta le nuove responsabilità legate al neonato. Conoscere questi processi e concedersi tempi adeguati di riposo, supporto sociale e piccole routine di movimento è fondamentale per favorire un recupero sicuro e completo. La consapevolezza dei cambiamenti


corporei riduce l’ansia e la frustrazione legata all’immagine corporea, permettendo alla donna di concentrarsi sul benessere complessivo e non solo sull’aspetto estetico. Strategie efficaci per il recupero Un approccio graduale e combinato risulta il più efficace. Attività fisica moderata, esercizi di rinforzo del pavimento pelvico e della muscolatura addominale, alimentazione equilibrata e idratazione costante contribuiscono a stimolare il metabolismo, sostenere la postura e ridurre i dolori muscolari. Camminate quotidiane, esercizi di respirazione e piccoli circuiti a corpo libero possono supportare il recupero nei primi mesi, mentre attività più intense vanno riprese solo dopo il via libera medico. L’allattamento, oltre a essere nutrizionalmente importante per il bambino, so-

stiene anche il metabolismo della madre e favorisce il consumo calorico extra. Piccoli accorgimenti, come momenti di stretching leggero e posture corrette durante l’allattamento, possono prevenire tensioni muscolari e favorire il benessere complessivo. Il ruolo del tempo e della pazienza I dati scientifici ci ricordano che il corpo femminile necessita di tempo per ristabilirsi dopo nove mesi di gestazione. Le modifiche ormonali, metaboliche e muscoloscheletriche richiedono pazienza e attenzione, e la progressione del recupero non può essere forzata. Secondo le ricerche citate, il ritorno alla normale funzionalità metabolica e muscolare avviene in media entro un anno, ma varia da donna a donna. L’aspetto chiave è ascoltare il proprio corpo, rispettare i segnali di affaticamento

e integrare gradualmente attività fisica, nutrizione adeguata e momenti di relax. Questo approccio previene sovraccarichi, favorisce l’autoefficacia e riduce il rischio di problemi posturali o di stanchezza cronica. In sintesi, gravidanza e post-partum sono fasi caratterizzate da cambiamenti complessi e progressivi. Conoscere i processi fisiologici e rispettare i tempi di recupero, supportati da evidenze scientifiche del Weizmann Institute of Science e dell’European Journal of Obstetrics & Gynecology and Reproductive Biology, permette di affrontare questo periodo con consapevolezza e sicurezza. L’obiettivo è favorire la salute e l’energia della donna, sostenendo corpo e mente con piccoli passi quotidiani, esercizio mirato, alimentazione equilibrata e cura del benessere emotivo, senza fretta e senza pressioni sociali.

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IN FAMIGLIA

BAMBINI

Manutenzione emotiva dei genitori: un lavoro silenzioso, ma fondamentale ∞ A CURA DELLA DOTT.SSA FRANCESCA CONTI

Essere genitori non è un traguardo, ma un percorso che richiede continua “manutenzione”. Non quella dei doveri domestici o delle scadenze familiari, ma una più invisibile e preziosa: la manutenzione emotiva. Proprio come una casa che va arieggiata e curata per restare viva, anche il mondo interiore dei genitori ha bisogno di attenzioni regolari. Spesso, però, travolti da impegni e aspettative, si finisce per trascurare ciò che più incide sulla qualità della relazione con i figli: la propria dimensione emotiva. Quando le emozioni restano in sospeso Ogni genitore porta con sé un bagaglio affettivo: esperienze, paure, modelli educativi ricevuti, ferite non del tutto elaborate. Tutto questo, se non riconosciuto, può riaffiorare nella quotidianità familiare, influenzando il modo di reagire, parlare, accogliere. Un rimprovero troppo severo, l’impazienza davanti ai capricci, la difficoltà ad accettare l’imperfezione del figlio: spesso non sono “errori educativi”, ma segnali di emozioni accumulate e non ascoltate.

Come ricorda lo psichiatra statunitense Daniel Siegel, la capacità di un genitore di regolare le proprie emozioni è il terreno su cui nasce la sicurezza emotiva dei bambini. Piccole cure quotidiane Fare manutenzione emotiva non significa diventare genitori perfetti, ma imparare a fermarsi. In un tempo che corre, concedersi pause di consapevolezza è già un atto di cura. Può bastare un momento serale per chiedersi “come sto davvero?”, oppure riconoscere la propria stanchezza senza giudizio. Winnicott parlava della “madre sufficientemente buona”, capace di sbagliare, riparare e continuare a esserci. È in quella normalità imperfetta che si costruisce la fiducia reciproca. Strumenti per allenare la consapevolezza La manutenzione emotiva può assumere forme diverse, semplici

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ma efficaci: > condividere le fatiche con altri genitori, per scoprire che non si è soli nelle difficoltà; > scrivere: un diario emotivo aiuta a dare un nome a ciò che si prova; > ascoltare il corpo: respirare, camminare,

DOTT.SSA FRANCESCA CONTI Pedagogista, Educatrice e Consulente del sonno Bergamo


Quando serve una “revisione” più profonda A volte, la fatica emotiva dei genitori non si risolve con il semplice “tirare il fiato”. Alcuni segnali possono indicare che è il momento di cercare un supporto più strutturato: • la stanchezza diventa cronica e non passa nemmeno nei momenti di pausa; • prevalgono irritabilità, colpa o sensazione di fallimento; • le discussioni in famiglia si ripetono sempre uguali, senza soluzioni; • il rapporto con i figli genera più ansia che piacere; • ci si sente “spenti”, distanti o incapaci di provare leggerezza. In questi casi, chiedere aiuto a uno psicologo o a un pedagogista non significa “non farcela”, ma prendersi cura di sé per prendersi meglio cura degli altri. La manutenzione emotiva, come quella di ogni motore importante, richiede a volte l’intervento di un esperto: non per cambiare i pezzi, ma per rimettere in circolo l’energia e la fiducia.

praticare sport o meditazione sono modi per tornare a sé; > chiedere aiuto, quando serve: un confronto con un professionista può diventare un’occasione di crescita, non un segno di debolezza. Crescere insieme ai figli Prendersi cura di sé non è un gesto egoista, ma un atto profondamente educativo. Un genitore che coltiva la propria salute emotiva mostra ai figli che le emozioni non vanno temute o nascoste, ma ascoltate e comprese. La manutenzione emotiva, in fondo, è un modo per ricordare che la genitorialità è un processo di crescita reciproca: ogni giorno offre la possibilità di riparare, aggiustare, ricominciare. E proprio in questa continua opera silenziosa si custodisce il cuore vivo della relazione educativa.

IPB ISTITUTO POLISPECIALISTICO BERGAMASCO

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IN FAMIGLIA

RAGAZZI

Smartphone e ragazzi: come aiutare a staccarsi senza guerre in famiglia

∞ A CURA DI IVANA GALESSI

Dal modello danese PARENT alle indicazioni dei pediatri, una guida per ritrovare equilibrio nell’uso del digitale In molte famiglie il confronto sull’uso dello smartphone è diventato uno dei temi educativi più delicati. Non si tratta solo di stabilire quanto tempo i ragazzi trascorrano davanti a uno schermo, ma di capire che ruolo hanno i dispositivi digitali nella loro crescita, nelle relazioni e nella gestione delle emozioni. Un tema che non riguarda più solo l’adolescenza, ma che coinvolge bambini sempre più piccoli. Oltre al tempo di esposizione, conta come i dispositivi vengono utilizzati: video, social, giochi o app educative hanno impatti diversi sullo sviluppo cognitivo

e emotivo. Anche la qualità dei contenuti e la presenza di un adulto che media l’esperienza digitale fanno una differenza significativa, trasformando l’uso degli schermi in un’occasione di apprendimento e relazione, piuttosto che in un rischio passivo. Le raccomandazioni della Società Italiana di Pediatria A fare chiarezza arrivano le indicazioni della Società Italiana di Pediatria, che da tempo monitora l’impatto dell’esposizione agli schermi sullo sviluppo. Le raccomandazioni sono chiare: evitare qualsiasi dispositivo sotto i 2 anni,

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limitarne l’uso a meno di un’ora al giorno tra i 2 e i 5 anni e a non più di due ore quotidiane dopo i 5 anni, sempre con la supervisione di un adulto. Dopo la pandemia, però, i tempi di utilizzo sono aumentati in modo significativo, spesso raddoppiando rispetto al periodo pre-Covid. Anche l’accesso precoce a smartphone connessi a internet comporta rischi aggiuntivi: la possibilità di entrare in contatto con contenuti inappropriati o di sviluppare un rapporto compulsivo con i social network è maggiore, e può incidere sulla capacità di socializzazione reale, riducendo il tem-


po dedicato al gioco libero, alla creatività e alla relazione con coetanei e adulti. Cosa succede quando il tempo davanti allo schermo aumenta I dati raccolti dalla Commissione sulle Dipendenze Digitali della Società Italiana di Pediatria, basati su una revisione sistematica di oltre 200 studi scientifici internazionali, mostrano effetti misurabili sullo sviluppo psicofisico. Nei bambini più piccoli, già un’ora al giorno di smartphone rappresenta un fattore di rischio; oltre le due ore cresce in modo significativo la probabilità di sovrappeso e obesità. L’aumento progressivo del tempo di esposizione è inoltre associato a un rischio più elevato di ipertensione pediatrica. Gli studi di neuroimaging condotti su bambini tra i 3 e i 5 anni con un’elevata esposizione agli schermi evidenziano un minore spessore corticale nelle aree legate a linguaggio, attenzione e memoria, indice di una maturazione più lenta. A questi aspetti si aggiungono disturbi del sonno, irritabilità, difficoltà di autoregolazione e, in età più avanzata, un uso compulsivo di videogiochi e social network, con un aumento del rischio di dipendenza e cyberbullismo. La tecnologia, però, non è il problema in sé. A fare la differenza è il contesto in cui vie-

ne utilizzata e il ruolo educativo degli adulti. Il metodo danese PARENT: un’alternativa possibile Un modello interessante arriva dalla Danimarca, dove il dibattito su minori e digitale ha portato a scelte culturali e politiche molto nette. Alla base c’è il metodo educativo PARENT, elaborato dalla psicologa Jessica Joelle Alexander e dalla psicoterapeuta Iben Dissing Sandahl, che propone un approccio relazionale più che repressivo: > Play (Gioco): il gioco libero e non strutturato è considerato essenziale per sviluppare autonomia e resilienza, qualità difficilmente coltivabili davanti a uno schermo; > Authenticity (Autenticità): riconoscere le emozioni dei ragazzi, anche quelle scomode, senza anestetizzarle con il digitale; > Reframing (Ristrutturazione): leggere conflitti e frustrazioni come occasioni educative; > Empathy (Empatia): ascoltare e comprendere i bisogni emotivi, non solo correggere i comportamenti; > No ultimatums (Niente ultimatum): sostituire minacce e punizioni con regole condivise e spiegate; > Togetherness (Stare insieme):

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creare spazi di relazione reale, come pasti o serate senza smartphone, che rafforzano il senso di sicurezza e appartenenza. Il modello non si limita a imporre restrizioni, ma incoraggia un approccio coerente e quotidiano, con momenti strutturati di condivisione, ma anche spazi di autonomia, responsabilità e auto-regolazione. Educare, non proibire Il punto di forza del metodo PARENT è che non demonizza la tecnologia, ma invita a usarla in modo più consapevole. Anche i pediatri sottolineano l’importanza di parlare apertamente delle abitudini digitali dei figli, così come si fa per sonno, alimentazione o attività fisica. L’obiettivo è costruire un patto educativo chiaro, fatto di limiti coerenti e di ascolto reciproco. Aiutare i ragazzi a staccarsi dallo smartphone non significa privarli di qualcosa, ma offrire loro strumenti per crescere con maggiore equilibrio. Creare una routine quotidiana con momenti di gioco, conversazione e attività condivise permette di sviluppare resilienza, attenzione e capacità di relazione. Perché la tutela della salute digitale, come quella emotiva, si costruisce giorno dopo giorno, attraverso presenza, dialogo e buone abitudini condivise.

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IN FORMA

FITNESS

Ricominciare dal movimento: il fitness che si adatta alla vita reale

∞ A CURA DI IVANA GALESSI

Dal rientro in ufficio alle buone abitudini: perché muoversi ogni giorno fa bene alla salute Il periodo che segue le festività natalizie è spesso accompagnato da buoni propositi e da una sensazione diffusa di stanchezza fisica e mentale. Tra rientro al lavoro, impegni familiari e giornate ancora brevi, trovare il tempo – e soprattutto la motivazione – per allenarsi può sembrare complicato. Eppure, proprio i mesi di gennaio e febbraio rappresentano un momento strategico per riprendere a muoversi con gradualità, senza pressioni e senza aspettative irrealistiche. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’attività fisica regolare è uno dei pilastri fondamentali per la prevenzione di numerose patolo-

gie croniche, ma non deve necessariamente essere intensa o strutturata. Anche un movimento moderato, se praticato con continuità, è sufficiente per produrre benefici significativi su metabolismo, apparato cardiovascolare e benessere psicologico. L’obiettivo non è “rimediare” agli eccessi delle feste, ma riattivare il corpo in modo progressivo, trasformando il movimento in un’abitudine sostenibile e duratura. Allenarsi senza palestra: cosa dice la scienza sulla costanza Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha messo in discussione l’idea

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che per stare bene siano indispensabili allenamenti lunghi e impegnativi. Studi pubblicati su riviste come The Lancet e British Journal of Sports Medicine dimostrano che brevi sessioni di attività fisica, distribuite nell’arco della giornata, possono migliorare la salute tanto quanto allenamenti più tradizionali. Questo approccio, spesso definito “snack di movimento”, è particolarmente indicato per chi lavora molte ore seduto e fatica a incastrare la palestra nella routine settimanale. L’American College of Sports Medicine sottolinea inoltre l’importanza di ridurre la sedentarietà prolungata, suggerendo esercizi semplici a corpo


libero, camminate a passo sostenuto o brevi circuiti domestici. Allenarsi senza palestra, quindi, non è una rinuncia, ma una modalità diversa e più flessibile di prendersi cura di sé, perfettamente compatibile con i ritmi della vita moderna. Il movimento dopo il lavoro come alleato del benessere mentale Fare attività fisica dopo l’orario d’ufficio non serve solo a “bruciare calorie”, ma ha un impatto profondo anche sulla salute mentale. Secondo la Harvard Medical School, il movimento contribuisce a ridurre i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, e stimola la produzione di endorfine e serotonina, migliorando l’umore e la percezione di benessere. Questo aspetto è particolarmente rilevante nel periodo post-festivo,

quando il ritorno alla routine lavorativa può generare affaticamento emotivo, irritabilità e difficoltà di concentrazione. Discipline dolci come yoga, pilates o stretching, ma anche una semplice camminata all’aria aperta, favoriscono il rilassamento muscolare e aiutano a “staccare” mentalmente dal lavoro. La letteratura scientifica evidenzia inoltre che un’attività fisica serale moderata non interferisce con il sonno, anzi può migliorarne la qualità, contribuendo a ristabilire un ritmo regolare dopo i cambiamenti tipici delle vacanze. Piccole abitudini quotidiane che costruiscono salute nel lungo periodo La scienza concorda su un punto fondamentale: la regolarità è più importante dell’intensità. Integrare il movimento nella vita quotidia-

na – salire le scale, fare pause attive durante il lavoro, dedicare qualche minuto allo stretching o alla mobilità articolare – riduce il rischio di patologie come diabete, ipertensione e disturbi cardiovascolari. Le linee guida internazionali ricordano che 150 minuti settimanali di attività moderata, distribuiti nell’arco della settimana, sono sufficienti per ottenere benefici misurabili sulla salute. Dopo le festività natalizie, adottare un approccio al fitness più gentile e realistico permette di riattivare il metabolismo senza stress e senza sensi di colpa. Perché il vero cambiamento non nasce da sforzi estremi o da programmi rigidi, ma dalla capacità di rendere il movimento una parte naturale della propria quotidianità, anche nei periodi più intensi dell’anno.

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Primo piatto

Vegan Pizzoccheri

Difficoltà di preparazione Facile

Tempo di preparazione 45 minuti Tempo di cottura 20 minuti

INGREDIENTI per 4 persone 400 g.. Pizzoccheri 200 g .. Cavolo verza o cappuccio tagliato a striscioline 2 ........... Patate medie a cubetti 1 ........... Cipolla piccola affettata finemente 2 ........... Spicchi d’Aglio tritati 100 ml Bevanda di Avena senza zucchero 50 g..... Lievito in scaglie 3 .......... Cucchiai di Olio extravergine d’oliva 1 ........... Cucchiaino di Rosmarino fresco tritato qb ........ Sale e Pepe PREPARAZIONE

FABRIZIO MARTINELLI Cuoco Il Sole e la Terra, Curno (BG)

Portare a ebollizione abbondante acqua salata e cuocere le patate per 5 minuti. Aggiungere i pizzoccheri e il cavolo verza e cuocere finché la pasta sarà al dente. Scolare la pasta, le patate e il cavolo, conservando un po’ di acqua di cottura. In una padella capiente, scaldare l’olio e rosolare la cipolla e l’aglio finché dorati. Versare la bevanda di avena, il lievito, un pizzico di sale e pepe, e mescolare fino a ottenere una crema liscia. Unire i pizzoccheri scolati nella padella, mescolare bene per insaporire e, se necessario, aggiungere un po’ di acqua di cottura per legare il tutto. Insaporire con il rosmarino, aggiustare di sale e pepe, e servire subito, con una spolverata extra di lievito in fiocchi se desiderato. Il lievito può essere sostituito dai “formaggi” vegani in commercio, venduti anche in versione già grattugiata.

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ANIMALI

RUBRICHE

Tornare in ufficio con il cane: i benefici (scientifici) che migliorano benessere e produttività

∞ A CURA DI IVANA GALESSI

Come gli amici a quattro zampe possono ridurre lo stress e “alleggerire” il clima lavorativo Dopo le vacanze invernali, per molti rientrare in ufficio può essere una fonte di stress: riprendere ritmi serrati, gestire

impegni e riconfigurare l’equilibrio tra vita e lavoro non è sempre semplice. Negli ultimi anni, però, molte aziende stanno sperimen-

tando un alleato inaspettato per rendere il rientro più sereno e le giornate lavorative più positive: portare in ufficio il proprio cane.

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RUBRICHE

ANIMALI

Ridurre stress e migliorare l’umore L’idea di portare gli animali in ambiente lavorativo non è un vezzo: diversi studi scientifici condotti dalle Università della Virginia, di Miami e del Mississippi hanno mostrato benefici concreti per chi trascorre molte ore alla scrivania. Secondo queste ricerche, la presenza di cani negli spazi di lavoro può ridurre significativamente i livelli di stress e ansia dei dipendenti. Interagire con un animale, anche solo per qualche minuto, riduce la produzione di cortisolo, l’ormone dello stress, e aumenta il rilascio di ossitocina, nota come l’ormone del benessere. Queste risposte fisiologiche si traducono in una sensazione di maggiore calma, concentrazione

e soddisfazione, soprattutto nei periodi di carico di lavoro intenso o di transizione tra le stagioni, come è tipico del rientro dopo le festività. Più produttività, più collaborazione Oltre al benessere emotivo, la presenza di un cane in ufficio sembra avere anche effetti positivi sul clima lavorativo. Le ricerche raccolte dalle testate di settore evidenziano che le attività in team diventano più collaborative e piacevoli quando le persone possono condividere momenti di pausa con il proprio animale. Il cane può facilitare le relazioni interpersonali tra colleghi, rompendo il ghiaccio e favorendo interazioni informali che, a lungo termine, migliorano

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la coesione del gruppo. Questo non è un semplice “sentito dire”: secondo alcuni studi, dipendenti che portano i propri cani in ufficio riferiscono di sentirsi più connessi ai colleghi e più soddisfatti del proprio ambiente di lavoro. Migliorare le relazioni tra i membri del team significa ridurre conflitti e fraintendimenti, e favorire una cooperazione più spontanea e creativa. Attenzione, presenza e responsabilità La convivenza con cani in ufficio richiede però alcune regole chiare. Gli operatori del benessere organizzativo spiegano che non si tratta di introdurre un elemento di disturbo, ma di creare spazi e tempi che lo rendano sostenibile


per tutti. Per esempio, prevedere aree dedicate dove i cani possano riposare, evitare zone troppo affollate e definire momenti di passeggiata o pausa all’aria aperta aiuta l’animale a non sentirsi in gabbia né i colleghi a sentirsi “invasi”. Inoltre, la presenza di un cane può stimo-lare maggiore movimento: chi porta il proprio animale al lavoro è incentivato a fare brevi passeggiate fuori dall’ufficio per i bisogni o per dare una pausa al cane stesso. Queste piccole uscite si traducono in micro-momenti di attività fisica, utili per riattivare la circolazione, staccare dalla postazione e ripartire più concentrati. Benefici che partono da lontano Non bisogna dimenticare che molti padroni di cani godono già, nella vita quotidiana, di effetti positivi legati alla presenza dell’a-

nimale. Diverse ricerche scientifiche mostrano che il semplice atto di accarezzare un cane abbassa la pressione sanguigna, riduce le reazioni allo stress e può perfino supportare la salute cardiovascolare. Inserire questi benefici anche in contesti lavorativi appare dunque una naturale estensione di ciò che molte persone già sperimentano a casa. C’è una giornata dedicata… e non è un caso La diffusione del fenomeno è tale che esiste persino una Giornata mondiale del cane in ufficio, celebrata a giugno, sintomo di quanto l’idea si stia radicando non solo nel mondo del lavoro ma nella cultura organizzativa contemporanea. L’attenzione internazionale verso questo tema è un ulteriore segnale che la relazione tra esseri umani e animali può avere impatti

reali e positivi sulla qualità della vita lavorativa. Un rientro alla scrivania più umano Tornare in ufficio dopo le festività invernali non deve essere motivo di ansia o di resistenza: introdurre soluzioni basate sul benessere, come consentire l’accesso ai cani di proprietà nel rispetto di regole condivise, può aiutare a creare ambienti di lavoro più sereni, inclusivi e produttivi. In un’epoca in cui la salute mentale e la qualità della vita sul lavoro sono al centro dei dibattiti su smart working, flessibilità e nuove forme organizzative, guardare agli amici a quattro zampe come alleati di benessere può essere una strada interessante e – soprattutto – scientificamente fondata per migliorare l’esperienza lavorativa di tutti.


RUBRICHE

ALTRE TERAPIE

TMS e ictus: come aiutare il cervello a riorganizzarsi meglio ∞ A CURA DELLA DOTT.SSA GRAZIELLA MADEO

L’incidenza dell’ictus in Italia e i numeri che non possiamo ignorare In Italia, l’ictus colpisce circa 200.000 persone ogni anno, di cui l’80% sono nuovi episodi. È la terza causa di morte dopo le malattie cardiovascolari e i tumori, e rappresenta la prima causa di invalidità. Nel nostro Paese vivono oltre 900.000 persone che hanno avuto un ictus e sono sopravvissute con esiti più o meno invalidanti. I numeri della disabilità sono ancora più impressionanti: a un anno dall’evento, un terzo dei sopravvissuti presenta un grado di disabilità così elevato da essere totalmente dipendente nelle attività quotidiane. Tra le conseguenze più frequenti ci sono i disturbi motori (debolezza o paralisi di un lato del corpo), i problemi di linguaggio come l’afasia, e i deficit cognitivi che interessano memoria, attenzione e capacità di pianificazione. Il fenomeno è in costante crescita per l’invecchiamento della popolazione: il 75% degli ictus riguarda persone over 65, ma ogni anno anche

12.000 persone sotto i 55 anni vengono colpite. Di fronte a questi numeri, diventa cruciale non solo prevenire l’ictus, ma anche garantire la migliore riabilitazione possibile a chi ne è stato colpito. Ed è qui che entrano in gioco le neurotecnologie innovative come la Stimolazione Magnetica Transcranica. La riabilitazione funziona perchè il cervello si “allena” Dopo un ictus, molte persone affrontano difficoltà nel movimento, nel linguaggio, nell’attenzione o nella memoria. Queste conseguenze dipendono da quale area cerebrale è stata colpita e quanto è esteso il danno. Ma c’è una notizia incoraggiante: il cervello può imparare di nuovo. Non si tratta di magia, ma di un processo biologico ben documentato chiamato plasticità neuronale: il nostro cervello, anche in età adulta, è capace di riorganizzare le proprie connessioni, creando nuovi per-

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corsi nervosi per aggirare le aree danneggiate. È per questo che la riabilitazione va iniziata il più precocemente possibile: nei primi giorni e settimane dopo l’ictus, la plasticità è massima. Ogni movimento ripetuto con la fisioterapia, ogni parola ricercata con la logopedia, ogni esercizio di memoria sono un “allenamento” che stimola il cervello a ricostruirsi. Oggi però sappiamo che possiamo fare di più: esistono strumenti in grado di rendere il cervello ancora più allenabile, potenziando proprio quei meccanismi plastici su cui si basa la riabilitazione tradizionale. Uno è la Stimolazione Magnetica Transcranica (TMS). Che cos’è la TMS e perché è così efficace nella riabilitazione La TMS è una tecnica di stimolazione cerebrale non invasiva che utilizza impulsi magnetici (simili a quelli della risonanza magnetica, ma molto più precisi) per


stimolare aree specifiche del cervello. Non richiede anestesia, non provoca dolore e si esegue in ambulatorio. Dopo un ictus, il cervello cerca spontaneamente di compensare il danno. L’emisfero sano, non colpito, tenta di “aiutare” prendendo il controllo di alcune funzioni. A volte però lo fa in modo eccessivo, inibendo il recupero dell’emisfero danneggiato. Si crea uno squilibrio: un lato del cervello lavora troppo, l’altro troppo poco. La TMS interviene proprio su questo squilibrio. Può: > riattivare le aree cerebrali “addormentate” dall’ictus, stimolando direttamente i fenomeni plastici; > ridurre l’iperattività dell’emisfero sano, “liberando” quello danneggiato; > preparare il cervello

alla riabilitazione, rendendolo più ricettivo agli esercizi che seguiranno. In pratica, la TMS crea le condizioni ottimali perché il cervello possa riorganizzarsi più rapidamente ed efficacemente durante la fisioterapia o la logopedia. Per quali disturbi è indicata Nelle fasi post-ictus, la TMS è indicata per il recupero della funzione motoria, in quanto migliora forza, coordinazione e precisione di movimenti del braccio e della mano. Applicata prima o subito dopo la seduta di fisioterapia, facilita il riapprendimento motorio. Inoltre, la stimolazione di specifiche aree cerabrli, come il cervelletto, può consentire un miglioramento dell’equilibrio e della stabilità posturale durante il cammino.

DOTT.SSA GRAZIELLA MADEO Neurologa Direttrice Sanitaria Rimini Socia fondatrice Brain&Care

Protocolli di stimolazione TMS possono supportare la riabilitazione logopedica per quelle persone con afasia migliorando la capacità di trovare le parole, costruire frasi e comprendere il linguaggio, potenziando gli effetti della logopedia. Inoltre, la

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RUBRICHE

ALTRE TERAPIE

TMS può migliorare attenzione, memoria di lavoro, capacità di pianificazione e concentrazione, spesso compromesse anche dopo ictus “lievi”. Quando intervenire Per molto tempo si è pensato che la TMS fosse efficace solo nelle prime settimane o mesi dopo l’ictus, quando la plasticità cerebrale è al massimo. Ed è vero: intervenire precocemente offre i risultati migliori. Ma la ricerca degli ultimi anni sta cambiando questa prospettiva. Studi clinici stanno osservando miglioramento anche a distanza di molti mesi dall’ictus, quando il recupero sembra essersi stabilizzato, la TMS può dare nuovi risultati. La chiave è personalizzare il trattamento: protocollo, intensità e parametri di stimolazione devono essere calibrati sui sintomi specifici del paziente, sul tipo di lesione e sulle funzioni da recuperare. In fase

cronica, infatti, il cervello conserva comunque una certa capacità plastica, anche se meno intensa. La TMS, stimolando direttamente le reti neurali coinvolte, può “risvegliare” connessioni latenti e favorire un recupero che sembrava impossibile. Prima si inizia, meglio è. Ma non è mai troppo tardi per provare, se il trattamento viene studiato in modo mirato. Come si svolge un ciclo di trattamento Un percorso TMS per la riabilitazione post-ictus prevede, generalmente, 10-20 sedute (solitamente 5 giorni a settimana per 2-4 settimane). Ogni seduta può La TMS viene eseguita immediatamente prima o dopo la seduta di fisioterapia, logopedia o terapia cognitiva. Le valutazioni cliniche devono essere periodiche per monitorare i progressi e adattare il protocollo. Il trattamento è generalmente ben tollerato. L’effet-

to collaterale più comune è una lieve sensazione di “picchiettio” sul cuoio capelluto durante la stimolazione, che scompare subito dopo. Cosa non può fare la TMS La TMS non è una soluzione miracolosa e non funziona per tutti allo stesso modo. I risultati dipendono da: > tempo trascorso dall’ictus; > estensione e localizzazione della lesione cerebrale; > intensità della riabilitazione abbinata; > motivazione e condizioni generali del paziente. La TMS non sostituisce la riabilitazione tradizionale, ma la potenzia. È un alleato che prepara il terreno, ma serve l’impegno quotidiano nella fisioterapia e negli esercizi. Chi può accedere La TMS per l’ictus è disponibile in centri neurologici specializzati. È necessaria una valutazione neurologica approfondita per verificare l’idoneità (alcune condizioni, come epilessia non controllata o dispositivi metallici nel cranio, sono controindicazioni), definire gli obiettivi riabilitativi e scegliere il protocollo TMS più adatto al proprio quadro clinico.

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ENOGASTRONOMIA

Al Porticcioli di Città Alta la cucina incontra la storia ∞ A CURA DI EMANUELE RONCALLI

Una cena con vista sugli scavi archeologici Nel ventre di Bergamo Alta si nascondono cripte millenarie, cisterne segrete, cannoniere e gallerie sotterranee. Un dedalo di cunicoli, che si svela a intrepidi esploratori. Ma c’è un luogo antico, custodito fra pareti moderne, dove una porta si spalanca sulla storia, sui sapori della tradizione e di altri per i palati più esigenti. È Porticcioli di Piazza Mascheroni. Una location unica, tappa obbligata per gastronauti. Là dove un tempo artigiani delle botteghe medievali e mercanti di passaggio si attardavano al desco dell’Hostaria della Croce Bianca oggi romantiche coppie e brigate di amici trascorrono serate fra

crudi di mare, tartare, casoncelli e risotti. Ma non solo. Se all’architetto Adolfo Natalini, iniziatore della cosiddetta “architettura radicale”, una delle avanguardie degli Anni ’60 e ’70, spetta il merito di aver dato nuova vita a queste pagine della nostra storia, altrettanto merito va a Riccardo Condorelli, ideatore del brand Porticcioli, che da San Felice del Benaco è già approdato a Milano (prossimamente a Brescia) con un bistrot dal concept originale (cucina di pesce, atmosfera intima e pairing con gin d’autore). Al Porticcioli nel menu è compreso il sito archeologico delle antiche rovine della città capace di emozioni e suggestioni

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fra tenui luci, minuscoli anfratti e scorci talvolta indecifrabili. All’attento osservatore non può sfuggire la stratificazione delle pietre che racconta secoli e millenni di trasformazioni urbanistiche. Frammenti delle architetture storiche si sono sovrapposte nel tempo, dal VI secolo a.C. all’età tardo Repubblicana, dal Medioevo al Rinascimento. L’architetto ha liberato le rovine dalla terra, illuminato lo spazio ipogeo, offrendo al visitatore testimonianze di epoca romana, resti di un pozzo, di antiche cisterne d’acqua, ma anche di porticati, cantinati, cortili. È in questo contesto che Porticcioli offre una


cucina contemporanea che sposa singolarmente l’anima del Gin che accompagna i piatti di terra e di mare. La carta valorizza il pesce, ad iniziare dal mix di crudité a gamberi rossi, ostriche e scampi. L’ouverture può passare da un polpo croccante in guazzetto a un rombo. Bypassando i primi si può approdare a una luccioperca marinato e impanato o a una rana pescatrice in crosta di bacon croccante. Non mancano la tradizione locale dai casoncelli a una varietà di paste, come pure le carni (black angus e la porchetta di coniglio cotta a bassa temperatura). Variegata la carta dei vini, che meriterebbe qualche bollicina in più. Il Porticcioli resta in ogni caso un matrimonio di storie, quelle di un luogo e quelle dei sapori. Per chi volesse riscoprire esempi analoghi deve correre su e giù per lo Stivale. L’Archeologia di Roma (ristorante costruito nel 1804 su resti sepolcrali) era un’antica stazione di posta per il cambio dei cavalli e un prestigioso crocevia per artisti e mercanti provenienti dal Mediterraneo. Oggi l’imponente rudere di una Tomba romana funge da quinta alla bucolica visione del giardino e del glicine che da oltre 300 anni fiorisce e regala un gioco di luci e ombre nel pergolato. Ben lontana dallo spettacolo archeologico offerto da Porticcioli, conserva tuttavia alcuni resti interessanti. La cantina è custodita in un sepolcro ipogeo del I secolo d.c. e al suo interno si possono ammirare i resti di antiche urne e una finestrella da cui un tempo i carretti dei Castelli Romani scaricavano il vino per tenerlo in fresco. A Oderzo (Treviso) il ristorante Gellius è ospitato in una ex prigione risalente all’Impero Romano. Il centro della città era un crocevia dell’epoca ed è noto per l’area

archeologica del Foro Romano con i resti della basilica e un’ampia scalinata. Più vicino a noi, anche a Milano si può cenare in mezzo alla storia. Al Pane e Vino di Largo Carrobbio 4. Il ristorante ha incorporato una

torre romana del I secolo d.C. trasformandola in una sala da pranzo. Della torre è rimasta intatta la parte entro terra, a 2,7 mt sotto il livello della strada dove è allestita una scenografica saletta con pietre a vista. Intima e magica.

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VIAGGI DELLA SALUTE

Fanghi a costo zero da Vulcano a Pantelleria

Pozze argillose sulfuree alle isole Eolie e fango nero-verde nell’estremo lembo d’Europa ∞ A CURA DI CATERINA RONCALLI

Spa a cielo aperto, terme open air, centri benessere creati dalla natura. Ci sono luoghi del Bel Paese dove prendersi cura di sé a costo zero e nel contempo conoscere località e paesaggi ricchi di storia e cultura. Chi desidera sperimentare la fangoterapia, un trattamento naturale ricco di minerali con effetti antinfiammatori, detossicanti e rilassanti, trova in Sicilia ciò che può fare al caso suo.

A Vulcano, una delle straordinarie perle delle isole Eolie, i fanghi e le sorgenti sulfuree in mare aperto, sono situate vicino al porto d’arrivo. Noti da secoli per le loro proprietà curative, portano benefici per la pelle, le malattie ossee e respiratorie. La pozza dei fanghi argillosi sulfurei si rinnova continuamente dal sottosuolo; in alternativa ci si può immergere nel mare adiacente con acque

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calde in cui risciacquarsi dal fango e fare un fantastico idromassaggio. La Pozza dei Fanghi dell’isola di Vulcano è di fatto un laghetto d’acqua calda sorgiva. Profonda circa 50 cm., la pozza raggiunge i 34 gradi ed è un toccasana per la pelle. Inoltre, è possibile trarre giovamento dalle Fumarole con rigeneranti inalazioni. Come tutte le cure termali sono previsti alcuni divieti per tutelare la salute dei


caratterizzata da rocce vulcaniche sulle quali la continua erosione provocata da mare, vento ed intemperie, ha generato figure grottesche e spaventose, dove la fantasia di ognuno può individuare mostri e figure inquietanti.

visitatori, come ad esempio non fare immergere bambini al di sotto dei 5 anni d’età, non restare in acqua per più di 20 minuti consecutivi e non immergersi mai dopo aver mangiato. Altri consigli da seguire sono quelli di non applicare il fango sul viso senza un’accurata diagnosi da parte del vostro medico e di evitare il contatto con gli occhi.

Da un’isola all’altra. Eccoci al lago di Venere di Pantelleria. Questa incantevole distesa d’acqua, alimentata dalle piogge e dalle sorgenti termali che raggiungono temperature tra i 40-50 gradi, si trova in località Bugeber, all’interno del cratere di un antico vulcano. Le sorgenti si concentrano sulla sponda meridionale: qui ci si può immergere nell’acqua calda

e satura di zolfo, poi spalmare la pelle di fango dal colore nero-verde, ricco di sostanze nutrienti preziose per la pelle. Secondo la leggenda, Venere amava specchiarsi qui nelle acque cristalline prima di ogni incontro amoroso con Bacco. A rendere speciale questo bacino lacustre di origine vulcanica, è la presenza di alghe resistenti alle elevate temperature sorgive dell’acqua termale, fondamentali per la formazione del prezioso fango naturale di colore nero-verdastro. Si avverte un intenso odore di zolfo, ma spalmato sulla pelle si avrà l’effetto di un miracoloso scrub naturale. A Pantelleria si possono visitare altre attrazioni naturali come l’Arco dell’Elefante, un faraglione a forma di pachiderma; il laghetto delle Ondine con acque azzurre e scogliere vulcaniche; l’insenatura della Balata dei Turchi; le piscine naturali di Cala Gadir; la Grotta di Sataria con acqua termale curativa per i reumatismi. Ma non mancate un po’ di rispolverare la cultura locale facendo tappe al Castello medievale Barbacane che ospita il Museo Archeologico, al Villaggio di Mursia e alla Necropoli di Zighidì con i resti di un sito fenicio-punico.

Per visitare Vulcano basta uno scooter o una bicicletta. Qui si respira il fascino mitologico di Romani e Greci che chiamavano l’isola di Vulcano con il nome Terasia ovvero Terra Calda. A nord dell’isola si trova la Valle dei Mostri, ovvero una distesa di sabbia Gennaio/Febbraio 2026 | Bergamo Salute | 57


DAL TERRITORIO

FARMACIE

I farmacisti volontari: quando la professione incontra il servizio alla comunità ∞ A CURA DEL DOTT. MICHELE ROTASPERTI

Dedizione, competenza e solidarietà in ogni emergenza C’è una parte della professione farmaceutica che spesso resta in ombra, lontana dai riflettori e diversa dall’immagine quotidiana del farmacista dietro al bancone. È quella dei Farmacisti Volontari per la Protezione Civile, una realtà nata dopo il terremoto dell’Aquila del 2009, quando un gruppo di professionisti decise di portare assistenza farmaceutica direttamente nel cuore dell’emergenza, allestendo un camper-farmacia e un container in grado di garantire continuità al servizio anche in condizioni estreme. Una presenza nelle emergenze Da quell’esperienza ha preso forma un’organizzazione strutturata, attiva oggi in tutta Italia e con una sezione lombarda particolarmente dinamica. La missione dell’associazione è semplice da comprendere ma complessa nella sua realizzazione: assicurare l’ac-

cesso ai farmaci e un supporto logistico-sanitario quando le strutture tradizionali sono inagibili o sotto pressione. Durante le emergenze, i farmacisti volontari vengono attivati dalla Protezione Civile e raggiungono i luoghi colpiti con mezzi mobili e presidi pronti all’uso. Qui si occupano di dispensare i medicinali essenziali, gestire i depositi farmaceutici temporanei, conservare correttamente i prodotti sensibili e assistere medici e infermieri nelle operazioni di soccorso. Nei campi allestiti per gli sfollati installano veri e propri presidi farmaceutici da campo, capaci di portare ordine e sicurezza sanitaria in momenti segnati dal caos. Oltre l’emergenza: prevenzione e formazione Se questo è il volto dell’associazione durante una calamità, ce n’è un altro, meno drammatico ma

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altrettanto importante, che riguarda la vita ordinaria delle comunità. I farmacisti volontari, infatti, non intervengono solo quando c’è un’emergenza. Sono presenti anche nei momenti di tranquillità, partecipando a progetti di prevenzione, campagne di informazione e iniziative dedicate alla salute pubblica. Collaborano con enti e associazioni del territorio, prendono parte a eventi di sensibilizzazione e portano la loro competenza in scuole, piazze, manifestazioni dedicate alla cittadinanza. Questa attività “di prossimità” è un modo concreto per rafforzare la cultura della prevenzione e costruire un legame diretto tra professionisti e cittadini. Un ruolo importante è ricoperto anche dalla formazione continua. La sezione Lombardia organizza ogni anno esercitazioni congiunte con la Protezione Civile, nelle quali i volontari


imparano a gestire una farmacia da campo, comprendono le procedure di attivazione in caso di emergenza e si addestrano alla gestione di magazzini e approvvigionamenti. È un addestramento che richiede serietà e precisione: nel momento del bisogno, ogni errore può avere conseguenze rilevanti. Le esercitazioni, oltre a consolidare le competenze tecniche, rafforzano la capacità di lavorare in squadra e creare coordinamento con le altre figure sanitarie coinvolte. Una rete preziosa per la comunità Il portale della sezione lombarda rappresenta oggi un vero punto di riferimento per chi desidera informarsi o avvicinarsi a questa realtà. Vi si trovano lo statuto, il consiglio direttivo, le notizie delle

DOTT. MICHELE ROTASPERTI Farmacista Consigliere Ordine dei Farmacisti della provincia di Bergamo

attività in corso, gli appuntamenti formativi e la possibilità di scaricare la domanda di adesione. Questa rete di farmacisti volontari, operativa sia nei momenti di crisi che nella vita quotidiana, rappresenta un tassello fondamentale della resilienza sanitaria del territorio.

In un’epoca in cui le emergenze – naturali, sanitarie o logistiche – risultano sempre più imprevedibili, sapere che professionisti qualificati sono pronti a intervenire con competenza e rapidità offre una sicurezza preziosa per l’intera comunità. Allo stesso tempo, le loro attività ordinarie testimoniano che la tutela della salute non si costruisce solo nell’emergenza, ma giorno dopo giorno, attraverso informazione, formazione e vicinanza ai cittadini. L’Associazione dei Farmacisti Volontari ci ricorda che la farmacia non è solo un luogo, ma una funzione: quella di garantire l’accesso sicuro e competente ai farmaci, ovunque e comunque. E quando la professionalità incontra il volontariato, il risultato è un patrimonio collettivo che merita di essere conosciuto e sostenuto.

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DAL TERRITORIO

TERZO SETTORE

La salute mentale vista dai giovani ∞ A CURA DI SARA CARRARA

Fondazione Progetto Itaca coinvolge la Generazione Z in una campagna di sensibilizzazione contro stigma e pregiudizi. Negli ultimi anni, il benessere psichico è diventato un elemento sempre più centrale nella definizione di salute, soprattutto dopo l’esperienza della pandemia da Covid-19, che ha aumentato significativamente il disagio psicologico, specialmente tra i giovani, contribuendo a una maggiore sensibilità e percezione dell’importanza sociale del benessere mentale. Una situazione messa in evidenza anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che sottolinea come oltre un miliardo di persone soffra di disturbi mentali. Solo a livello europeo, secondo la relazione dell’OCSE Health At a Glance, in numerosi Stati la percentuale di giovani con sintomi di ansia e depressione è più che raddoppiata rispetto a prima della pandemia. L’impegno di Fondazione Progetto Itaca Alla luce di questo scenario e della propria mission di sensibilizzare la comunità per superare stigma e pregiudizio legato alla salute mentale, attraverso la diffusione di

una corretta informazione volta a favorire la prevenzione, la formazione delle persone e l’orientamento alla cura, Progetto Itaca – Fondazione che promuove programmi di informazione, prevenzione, supporto e riabilitazione rivolti a persone affette da disturbi della Salute Mentale e alle loro famiglie – ha promosso un nuovo progetto di sensibilizzazione in occasione della Giornata internazionale delle persone con disabilità, che ricorre il 3 dicembre, dando spazio ai giovani. La collaborazione con la GEN-Z La Fondazione, infatti, ascolta sempre con interesse le riflessioni di un target potenzialmente molto rilevante, come quello della Generazione Z, fatta di giovani provati spesso da ansia, insicurezza e fragilità. Per questo ha avviato una collaborazio-

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ne con l’Università IULM di Milano e, nello specifico, con il gruppo di studenti del Corso triennale in Comunicazione Media e Pubblicità e il Corso di Laurea Magistrale in Televisione, Cinema e New Media, al fine di realizzare una campagna di comunicazione volta proprio alla sensibilizzazione. Progetto Itaca ha quindi scelto di sostenere i giovani e le proposte creative del gruppo di lavoro, coordinato da Roberto Bernocchi, autore, docente universitario e consulente di comunicazione, esperto di pubblicità,


strategia, media digitali, comunicazione sociale, responsabilità sociale d’impresa. Nell’ambito di questa collaborazione, i ragazzi del corso universitario hanno realizzato un video – prodotto da IULM Play, piattaforma digitale e Content Factory dell’Ateneo milanese, dedicata alla produzione e alla diffusione di contenuti audiovisivi originali, – con protagonista Michele Basile, diplomato in arti drammatiche presso l’Accademia dei Filodrammatici di Milano, attore teatrale e profilo noto nelle piattaforme so-

cial come TikTok e Instagram. Da sempre sensibile alle tematiche sociali di cui parla spesso nei suoi profili, ha scelto di abbracciare il progetto di sensibilizzazione di Progetto Itaca.

Un messaggio di speranza, contro lo stigma L’obiettivo della campagna è di descrivere il tema del disagio psichico, veicolando un messaggio di speranza, e abbattendo sempre

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DAL TERRITORIO

TERZO SETTORE

di più lo stigma legato a queste malattie. Il video mira a far comprendere, in maniera leggera ed efficace, come il disagio psichico

sia più diffuso di quanto si creda e come la conoscenza, consapevolezza, il superamento della ver-

gogna e della paura, possono evitare che i disturbi si trasformino in patologia, diventando ostacoli importanti nella quotidianità delle persone. “Con questa iniziativa, Progetto Itaca propone al pubblico una narrazione della salute mentale, che si articola attraverso una modalità lontana da un racconto cupo e opprimente, e attraverso il video invia a chi lo guarda un messaggio semplice e diretto di fiducia e di speranza, pensato per essere accolto da tutti, giovani e meno giovani.” – ha commentato Felicia Giagnotti, Presidente di Fondazione Progetto Itaca ETS. Chi è Progetto Itaca Nata nel 1999 a Milano, Progetto Itaca è stata fondata da un gruppo di persone che avevano sperimentato personalmente il dolore che colpisce un’intera famiglia quando un proprio caro, spesso molto giovane, si ammala di un disturbo mentale. Oggi Progetto Itaca è presente con 17 sedi locali su tutto il territorio nazionale - tra cui Bergamo - e collabora attivamente con istituzioni pubbliche e realtà private alla realizzazione di numerosi progetti, per restare fedele alla propria mission: sensibilizzare la comunità per superare stigma e pregiudizio, attraverso la diffusione di una corretta informazione volta a favorire la prevenzione, la formazione delle persone e l’orientamento alla cura. 62 | Bergamo Salute | Gennaio/Febbraio 2026


A.R.M.R.

SINDROME DI GERSTMANN

Fondazione Ricerca Malattie Rare

INSIEME CONTRO LE MALATTIE RARE Le Malattie Rare sono un ampio gruppo di patologie (circa 7.000 secondo l’OMS), accomunate dalla bassa prevalenza nella popolazione (inferiore a cinque persone per 10.000 abitanti secondo i criteri adottati dall’Unione Europea). Con base genetica per l’80-90%, possono interessare tutti gli organi e apparati dell’organismo umano.

Codice di Esenzione. RQ0010 Categoria. Sintomi, segni e stati morbosi mal definiti. Definizione. La sindrome di Gerstmann è una condizione caratterizzata principalmente dalla perdita o assenza di alcune specifiche funzioni corticali sensitive, come conseguenza di una lesione cerebrale o nell’ambito di un disordine dello sviluppo. Epidemiologia. La precisa incidenza della patologia è tuttora sconosciuta. Maschi e femmine sono affetti in egual misura. Segni e sintomi. Questa condizione viene definita dalla presenza di quattro deficit neurologici principali: agrafia, acalculia, agnosia tattile e incapacità di distinguere tra destra e sinistra; i primi due disturbi riguardano due degli aspetti acquisiti più tardivamente della conoscenza del corpo. Eziologia. In alcuni casi la sindrome è causata da danni focali ai centri sensoriali specifici dell’emisfero sinistro dell’encefalo; possono essere responsabili la presenza di tessuto cicatriziale, traumi o tumori. Tuttavia, la tetrade può anche presentarsi in bambini con intelligenza normale, senza segni di lesioni o malattie cerebrali; in questi casi la causa è sconosciuta. Test diagnostici. La diagnosi della patologia è esclusivamente clinica.

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Terapia. Nei casi in cui la sintomatologia si presenta come disordine dell’età evolutiva il trattamento richiede un intervento di educazione speciale con riabilitazione specifica e servizi di consulenza. Quando le cause sono lesioni cerebrali o tumori, la terapia chirurgica può risolvere il disturbo. La rimozione del tessuto cicatriziale o del tumore, accompagnata a terapia riabilitativa, spesso permette di ripristinare le normali abilità dell’individuo. Dottor Angelo Serraglio Presidente Commissione Scientifica Fondazione ARMR ETS Vicepresidente Fondazione ARMR ETS

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DAL TERRITORIO

IL LATO UMANO DELLA MEDICINA

Da infermiera a panettiera: un sogno che si realizza

∞ A CURA DI SARA CARRARA

In una dimora cinquecentesca legata ai Raspis e al pittore Carlo Ceresa, Giovanni Milesi e Veruska Paninforni riportano in vita la tradizione famigliare del pane: un ritorno alle origini fatto di lentezza, cura e farine d’eccellenza A San Giovanni Bianco c’è una casa del Cinquecento che sembra trattenere nella pietra l’odore della farina e il suono ovattato dell’impasto. È qui, tra muri antichi e stanze che custodiscono memorie di secoli, che il pane torna a nascere. Sabato 18 ottobre Giovanni Milesi, 56 anni, e Veruska Paninforni, 51, hanno inaugurato “Buono come il pane”: un laboratorio artigianale ricavato all’interno della storica dimora un tempo appartenuta ai Raspis, lo stesso luogo che vide i natali del pittore seicentesco Carlo Ceresa. Lo scorso giugno, lui, ingegnere (ed assessore alla Cultura della Provincia di Bergamo da 2009 al

2014), ha lasciato dopo 27 anni il lavoro alla Smi di San Giovanni Bianco come progettista e responsabile commerciale; lei, dopo oltre 30 anni, quello di infermiera e coordinatrice delle professioni sanitarie all’ospedale di San Giovanni Bianco, come raccontato da ValBrembanaWeb. Durante i lavori di ristrutturazione, racconta Giovanni, è comparsa una traccia del passato: «Abbiamo ritrovato esattamente le mura descritte nell’atto con cui il padre di Ceresa acquistava la casa. È stato come se la storia ci indicasse la strada». «La decisione è stata condivisa fin dall’inizio», spiega

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Veruska. «Volevamo creare qualcosa che fosse davvero nostro, qualcosa da fare con le mani. Il laboratorio è piccolo: pochi macchinari, quasi tutto impastato a mano. È un gesto che chiede tempo, ma restituisce senso». Dietro questa scelta c’è una storia familiare interrotta e ora ricomposta. Giovanni lo racconta con un misto di orgoglio e pudore: «Il bisnonno Luigi iniziò a fare il panettiere nel 1890. Poi mio nonno Egildo e mio padre Lino continuarono l’attività fino al 2001. Quando l’anno scorso è mancata mia madre Ambrogia, abbiamo sentito che era arrivato il momento di

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riaccendere il forno. È come se quel profumo non potesse più restare silenzioso». Il pane di “Buono come il pane” nasce da farine selezionate e da lievitazioni lente, che possono arrivare fino a venti ore. «Non puntiamo alla quantità, ma alla rusticità», precisa Milesi. «Ogni impasto deve avere tempo di respirare. Abbiamo recuperato ricette della tradizione italiana e, qua e là, qualche incursione austriaca». Veruska sorride e aggiunge: «Io panifico da anni per noi e per i nostri figli. Qui vogliamo mettere una parte di ciò che siamo: radici, cura, lentezza. Il pane chiede calore e luce, ed è il profumo che dovrebbe accoglierci quando ci si siede a tavola». Il ritmo dell’apertura segue quello del paese: niente corse, niente ansie da produzione. Da mercoledì a sabato il laboratorio segue l’orario 8-13.30 e 17-19; domenica 8-12.

Lunedì chiuso, martedì aperto solo nel pomeriggio. «Non vogliamo inseguire la frenesia», dice Giovanni. «Preferiamo il tempo giusto dell’impasto. E il nome “Buono come il pane” viene proprio da qui: crediamo nel valore semplice delle cose fatte bene, di ciò che profuma di autentico». Nelle loro parole c’è gratitudine, un sentimento che spesso sfugge ma che qui diventa evidente. «Dietro ogni pagnotta ci sono le mani del contadino», sottolinea Giovanni. «È il primo della filiera e spesso l’ultimo nell’economia. A lui va il nostro grazie». Poi si concede una riflessione che attraversa i millenni: «Mi piace ricordare le donne che per prime raccolsero le spighe e portarono nella capanna il primo pane. La civiltà nasce lì: nel momento in cui ti rendi conto che con impegno e

In questa rubrica gli operatori sanitari (medici, infermieri etc.) si raccontano, facendo conoscere oltre al loro lato professionale la loro attività di artisti, volontari, atleti... Vuoi raccontare la tua storia su Bergamo Salute?

Scrivici su facebook o redazione@bgsalute.it! cura puoi creare alimento e sostenerti». Veruska conclude con una frase che è quasi un manifesto: «Vogliamo lasciare un’impronta quotidiana nella vita della gente. Tornare alle origini non è nostalgia: è un modo vero di andare avanti».

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DAL TERRITORIO

TESTIMONIANZA

La storia di due sorelle e di una svolta nella ricerca sui trapianti

∞ A CURA DI CLAUDIO GUALDI

Dal dono di un rene alla possibilità di vivere senza antirigetto: il percorso di Elena e Silvia e l’innovazione del Mario Negri Quando parla di ciò che è accaduto, Elena sorride con una naturalezza disarmante. Accanto a lei, Silvia ascolta commossa. «Per me è stato spontaneo», dice Elena. E in effetti la loro è una vicenda di legame familiare profondo che, sette anni fa, nell’ottobre 2018, ha portato Elena a donare un rene alla sorella. «Gliel’avevo detto già ai primi segnali della malattia: se mai avessi avuto bisogno, ci sarei stata», ricorda Elena. Una promessa che non è mai vacillata. Silvia Ortobelli Lozza, oggi 56 anni, vive a Brusaporto; Elena, 64, è un’ex insegnante che abita a Scanzorosciate. Il trapianto è stato eseguito all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo e, dopo l’intervento, entrambe sono seguite dall’Istituto Mario Negri. Ed è proprio qui che comincia l’aspetto più sorprendente della loro storia: dal 5 gennaio scorso, Silvia non assume più farmaci antirigetto

grazie a un progetto sperimentale del Mario Negri. Sono pochissimi, in tutto il mondo, i pazienti che riescono a raggiungere questo traguardo. La storia è stata raccontata con un video sul sito del Negri e in un articolo su L’Eco di Bergamo. Il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’istituto, spiega: «Il trapianto offre una seconda vita, ma i farmaci immunosoppressori, necessari per evitare il rigetto, a lungo andare possono compromettere l’organo o altre funzioni dell’organismo. «Con l’infusione di cellule mesenchimali - staminali prodotte insieme al Centro Lanzani del Papa Giovanni - siamo riusciti a indurre tolleranza verso l’organo trapiantato». Remuzzi ringrazia anche Federica Casiraghi, Norberto Perico e Piero Ruggenenti, che guidano i gruppi clinici e di ricerca coinvolti. La malattia di Silvia affonda le radici nei suoi vent’anni. All’epoca i

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primi segnali furono sottovalutati. «A quell’età credi che nulla possa fermarti», racconta. Dieci anni dopo, una cistite provocò un peggioramento improvviso: i reni lavoravano ormai al 50%. Con il passare del tempo la situazione si aggravò, finché nel 2016, seguita dal Bolognini di Seriate, iniziò la dialisi. Fu allora che Elena confermò ciò che aveva sempre detto. «Lei inizialmente non voleva – racconta –, temeva per me e per i miei tre figli: “E se un giorno ne avessero bisogno?”, mi disse». Ma il quadro clinico portò Silvia ad accettare, anche ripensando all’esperienza della loro madre, che aveva vissuto bene con un solo rene dopo un intervento per calcolosi. La donazione da vivente richiede verifiche rigorose. «Ci hanno sottoposte a esami approfonditi, e anche a colloqui psicologici e psichiatrici per garantire al tribunale che tutto fosse trasparente e volontario», spiega Elena. «Dona-


re un rene a mia sorella è stato come dare nuovamente la vita, a lei e un po’ anche a me stessa». Oggi entrambe conducono una vita serena e attiva: Elena fa volontariato alla Cascina Nuova dell’Agro, mentre Silvia aiuta in parrocchia ed è volontaria all’ospedale di Seriate. Proprio a Silvia era stata offerta la possibilità di partecipare alla sperimentazione mirata alla sospensione graduale degli immunosoppressori. Ricevute le cellule mesenchimali il giorno prima del trapianto, ha poi iniziato una riduzione progressiva delle terapie, fino alla completa sospensione a gennaio di quest’anno. Il professor Remuzzi guarda avanti con speranza: «I risultati sono importanti e frutto di una collaborazione lunga e solida con il Papa Giovanni e con il Centro Lanzani,

seguendo la visione del dottor Franco Provera». Al momento una sperimentazione su larga scala non è ancora possibile, ma ci sono nuove strade: il progetto internazionale Phoenix, che coinvolge Canada, Spagna e Francia, e l’interesse di un gruppo bergamasco per creare un centro di produzione cellulare al Kilometro Rosso. Anche una realtà irlandese sta lavorando per ottenere fondi europei. Il bisogno di investimenti, sottolinea Remuzzi, è urgente: «Riceviamo quasi ogni giorno richieste di aiuto da parte di famiglie che cercano cure per i loro figli». Intanto il Mario Negri si prepara a un nuovo passo: nel 2026 aprirà al Kilometro Rosso il Laboratorio di Immunologia del trapianto, evoluzione di quello di Ranica, sostenuto anche da una raccolta fondi online. Francesco Locati, direttore

In questa rubrica pubblichiamo la storia di una persona che ha superato un incidente, un trauma, una malattia e con il suo racconto può dare speranza agli altri. Vuoi raccontare la tua storia su Bergamo Salute?

Scrivici su facebook o redazione@bgsalute.it!

generale dell’Asst Papa Giovanni, conferma la visione condivisa: «Ricerca clinica, cure innovative e collaborazione sono la chiave. Il trapianto è un atto di fiducia nella scienza e nella vita: il nostro obiettivo è renderlo sempre più una vera rinascita».

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DAL TERRITORIO

BERGAMOX1000

La solidarietà che fa bene a tutti

∞ A CURA DI IVANA GALESSI

Istituto Guido Galli – Vittorio Cerea Academy

Il progetto di welfare territoriale promosso da PTEAM cresce, ottiene nuovi riconoscimenti e diventa un modello nazionale di prevenzione condivisa Un dicembre di traguardi importanti Il mese di dicembre ha segnato una fase decisiva per il progetto di welfare territoriale Bergamo x 1000, con tre importanti novità che ne ampliano l’impatto sul territorio. La prima è l’ottenimento del patrocinio di Federfarma Bergamo, un riconoscimento che permette a tutte le farmacie della città e della provincia di aderire ufficialmente all’iniziativa. Un passaggio fondamentale, che apre la strada alla costruzione di un protocollo d’intesa pensato per accompagnare le farmacie passo dopo passo, fornendo indicazioni chiare su come partecipare ed erogare i servizi legati al progetto. Il secondo momento chiave è stato la cena di Natale solidale, tenutasi il 4 dicembre presso il

ristorante Manuè di Ponteranica. Una serata molto partecipata, con quasi 150 persone presenti, che ha trasformato un’occasione conviviale in un gesto concreto di sostegno: parte del ricavato è stato devoluto al progetto, confermando ancora una volta quanto la solidarietà possa nascere anche da momenti di incontro e condivisione. Il terzo traguardo è arrivato da Roma, dove Bergamo x 1000 è stato protagonista delle celebrazioni per il decennale della Banca delle Visite. Durante la cena di gala, alla presenza di rappresentanti istituzionali e donatori, il progetto ha ricevuto un riconoscimento per la sua capacità di generare un modello replicabile: da qui è nato Italia x 1000, che consente ad altre città di avviare iniziative

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analoghe seguendo un protocollo ispirato al modello Bergamo x 1000. Piccoli gesti, grande valore Accanto a questi importanti traguardi istituzionali, continuano anche le adesioni dal mondo dell’artigianato e dell’impresa locale. In occasione delle festività natalizie, il panificio GranAria di Merate della famiglia Marasco ha

BERGAMOX1000 www.bergamox1000.it bergamox1000@pteamsrl. com Tel 035 0634989 Via Ettore Panseri, 14 Bergamo


scelto di sostenere Bergamo x 1000 realizzando panettoni solidali. Anche in questo caso, parte del ricavato è stato devoluto al progetto, dimostrando come anche un gesto semplice possa contribuire a costruire una rete di welfare condiviso. Recentemente, anche l’Istituto Guido Galli – Vittorio Cerea Academy di Bergamo ha scelto di aderire all’iniziativa. L’istituto ha beneficiato di 50 elettrocardiogrammi gratuiti per il personale e ospiterà il 29 gennaio 2026 la cena di gala “Chef Solidali”, in cui gli studenti metteranno le proprie competenze professionali al servizio della comunità e della prevenzione. Lo stesso Istituto Galli ha programmato un momento di confronto con gli studenti over 18 per sensibilizzare i ragazzi sull’importanza della prevenzione, della salute attraverso il tema della sanità integrativa.

uno strumento concreto di tutela della salute. Nel tempo, il progetto ha dato vita a numerose iniziative sul territorio, tra eventi benefici, momenti di sensibilizzazione e collaborazioni con realtà sociali e istituzionali. Il messaggio è chiaro: la salute non deve essere un privilegio, ma un bene comune, accessibile e condiviso. Con Bergamo x 1000, Jenny e il team di PTEAM continuano a co-

struire un progetto che cresce grazie all’impegno di chi crede nella responsabilità sociale e nella forza della comunità. L’obiettivo delle mille prestazioni resta centrale, ma il vero traguardo è culturale: diffondere un’idea di salute partecipata, solidale e accessibile. Perché quando la prevenzione diventa un gesto condiviso, la cura smette di essere un privilegio e diventa un diritto per tutti.

Cos’è Bergamo x 1000 e perché continua a crescere Bergamo x 1000 è un progetto di welfare territoriale promosso da PTEAM con l’obiettivo di donare mille prestazioni sanitarie alla comunità e diffondere la cultura della prevenzione. Un’iniziativa che mette in rete cittadini, imprese, professionisti della salute e farmacie, trasformando la solidarietà in Gennaio/Febbraio 2026 | Bergamo Salute | 69


DAL TERRITORIO

NEWS

Sclerosi multipla: l’intelligenza artificiale apre la strada a terapie sempre più personalizzate Rendere la cura della sclerosi multipla più predittiva e su misura grazie all’intelligenza artificiale. È questo l’obiettivo dello studio europeo RECLAIM, che ha già superato una soglia significativa: oltre 55.000 risonanze magnetiche e i dati clinici di più di 7.500 pazienti raccolti in otto Paesi europei. Una mole di informazioni senza precedenti, destinata a trasformare la gestione clinica della malattia. Il progetto integra dati provenienti dalla pratica clinica quotidiana, studi osservazionali e trial clinici, creando un grande database armonizzato. Le immagini di risonanza magnetica sono state analizzate in modo quantitativo grazie a strumenti di intelligenza artificiale, permettendo di correlare imaging, anamnesi, terapie, ricadute e biomarcatori. L’obiettivo è sviluppare modelli in grado di prevedere l’evoluzione della malattia nei singoli pazienti, individuare le terapie più efficaci e distinguere tra peggioramenti legati a ricadute infiammatorie e progressioni silenti. RECLAIM si inserisce nel progetto europeo CLAIMS, sostenuto dall’Innovative Health Initiative nell’ambi-

NEWS

to del programma Horizon Europe, e coinvolge 15 partner tra ospedali universitari, istituti di ricerca e aziende biotech. Capofila è il Charité – Ospedale universitario di Berlino. Per l’Italia partecipano la Casa di Cura IGEA di Milano e l’ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo, unico partner pubblico italiano del consorzio. Il Papa Giovanni XXIII contribuisce con i dati clinici e strumentali di oltre 400 pazienti seguiti dal Centro Sclerosi Multipla. «L’obiettivo è portare la medicina di precisione nella pratica quotidiana, migliorando le scelte terapeutiche e la qualità di vita delle persone con sclerosi multipla», spiega il neurologo Dario Alimonti, principal investigator dello studio per l’ASST bergamasca. Un impegno riconosciuto anche dalla Commissione europea, che ha assegnato all’ospedale un finanziamento di 200 mila euro. Un passo concreto verso una sanità sempre più guidata dai dati, capace di offrire cure più tempestive, mirate e sostenibili.


DAL TERRITORIO

NEWS

Humanitas Gavazzeni e Associazione Palinuro: una rete di sostegno per i pazienti con tumore alla vescica Una nuova collaborazione prende forma a Bergamo con l’obiettivo di rafforzare il supporto emotivo e psicologico delle persone affette da tumori della vescica e delle vie urinarie. Humanitas Gavazzeni e l’Associazione Palinuro hanno infatti avviato un percorso condiviso che affianca il trattamento clinico a un accompagnamento umano e continuativo, rivolto non solo ai pazienti ma anche alle loro famiglie. L’iniziativa nasce dalla consapevolezza che il percorso oncologico non si esaurisce nelle cure mediche, ma coinvolge profondamente la sfera emotiva e relazionale. «Il contributo delle associazioni di pazienti è fondamentale – spiega il professor Angelo Porreca, responsabile dell’Unità di Urologia di Humanitas Gavazzeni – perché accanto alle terapie offre ascolto, comprensione e sostegno, elementi che rendono il cammino di cura più sostenibile e consapevole». Un ruolo centrale è svolto anche dal case management. Francesca Simonetti, Case Manager di Urologia, sottolinea come la possibilità di condividere

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emozioni e vissuti rappresenti spesso un punto di svolta: creare un contesto accogliente e basato sulla fiducia aiuta i pazienti ad affrontare meglio le difficoltà e a sentirsi meno soli. La collaborazione prevede incontri informativi, attività dedicate al benessere psicologico e un servizio di supporto “tra pari”, anche telefonico, affidato a volontari che hanno vissuto in prima persona il percorso di cura. Un’esperienza di confronto che può offrire risposte concrete e comprensione autentica. «Unire le forze significa mettere davvero al centro la persona», afferma Edoardo Fiorini, presidente dell’Associazione Palinuro, evidenziando l’attenzione anche agli aspetti legati alla qualità della vita, come l’incontinenza, la sessualità e l’impatto psicologico della malattia. Per Massimo Castoldi, direttore sanitario di Humanitas Gavazzeni, il coinvolgimento delle associazioni rappresenta un valore strategico: «Arricchisce la nostra capacità di comprendere i bisogni dei pazienti e contribuisce al miglioramento continuo dei servizi».


DAL TERRITORIO

NEWS

“Un calcio al tumore”: sport e solidarietà all’Accademia della Guardia di Finanza Sport, solidarietà e impegno per la salute del territorio si sono incontrati nell’iniziativa benefica “Un calcio al tumore”, che si è svolta lunedì 15 dicembre presso l’Accademia della Guardia di Finanza di Bergamo. La serata è stata promossa dall’Accademia della Guardia di Finanza in collaborazione con la ASST Papa Giovanni XXIII e l’Associazione Accademia dello Sport per la Solidarietà di Bergamo, con il sostegno di Fondazione Mediolanum in qualità di charity partner.

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creta alle persone colpite dalla malattia.

L’evento ha avuto come obiettivo quello di sostenere concretamente la ricerca e l’innovazione tecnologica nella lotta contro i tumori, contribuendo all’acquisto di una tecnologia avanzata basata sull’intelligenza artificiale, destinata a migliorare la diagnosi e la cura dei pazienti oncologici dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII.

A seguire, i sostenitori dell’iniziativa hanno partecipato a uno show cooking benefico con la presenza di importanti realtà della ristorazione e della produzione alimentare del territorio, tra cui Da Vittorio Ristorante, La Marianna, Maestà Pizza & Cucina, l’Azienda Agricola Carioni e lo chef Alessandro Martinelli, con il supporto di Radici Group, Quattroerre Group e della Tenuta degli Angeli. Un’occasione in cui gusto, convivialità e beneficenza si sono intrecciati in un gesto condiviso di solidarietà.

La serata si è aperta con una partita di calcio solidale che ha visto scendere in campo i frequentatori dell’Accademia insieme ad alcuni protagonisti storici del calcio bergamasco. Un momento simbolico, capace di unire sport e solidarietà, trasformando il gioco in un messaggio di vicinanza con-

L’iniziativa si inserisce nel solco dell’impegno costante dell’Accademia della Guardia di Finanza e dell’Accademia dello Sport per la Solidarietà a favore della comunità bergamasca, da anni attive nel supporto a progetti sanitari e sociali di forte impatto per il territorio.

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SICUREZZA SULLA STRADA

ACI

Nuovo Codice, vecchie abitudini. E il numero delle vittime è salito ∞ A CURA DI VALERIO BETTONI*

Sulla soglia di un anno che si congeda e un altro dentro il quale viaggeremo – verbo connaturato all’ACI – si impongono uno sguardo al percorso fatto e che prosegue e un augurio. Il 2025 è il primo anno intero di sperimentazione del nuovo Codice della strada, entrato in vigore il 14 dicembre dell’anno passato. Da quel che si è visto e si può dire, dopo i primi due mesi di rilevato miglioramento, l’effetto è andato declinando. E purtroppo ci sono le cifre a confermare questa tendenza: per restare nella nostra provincia, il numero delle vittime è purtroppo aumentato. Nel 2024 i morti bergamaschi in incidenti erano stati 44 nei 12 mesi. Quest’anno, al momento in cui scrivo questa nota – 30 novembre – erano già 59, più altre 8 persone che hanno perso la vita sulle strade orobiche. In undici mesi 67 morti! Si sperava ed era naturale attendersi un calo, viste le nuove norme di un pacchetto sostanzialmente più restrittivo. In materia di sicurezza nella circolazione l’andamento è angosciante.

mente Ivanni Carminati, presidente dell’associazione in un’intervista per noi dell’ACI.

Nel 2007 a Filago è stata costituita l’Associazione familiari vittime della strada: in questi 18 anni di attività estesa su tutto il territorio provinciale, i lutti bergamaschi della circolazione – dati aggiornati fino al 17 novembre – sono stati 1.158. “È come se un intero nostro paese fosse cancellato dalla geografia”, ha commentato triste-

Alla luce dei risultati che si evidenziano nel numero degli incidenti, dei feriti e dei morti, occorre riconoscere – è sconsolante ma è così – che non basta. Stiamo studiando e considerando come riuscire in un’opera di persuasione e convincimento, dai pedoni ai ciclisti (le categorie ritenute più vulnerabili), dai conducenti di monopattini

Il punto di ripartenza sta qui e riguarda tutti, ma proprio tutti gli utenti della strada. Non si può andare avanti con fatalismo e bisogna anche dire che la fatalità – spesso tirata in ballo a sproposito – qui non c’entra. Da anni e con insistenza crescente – data anche la gravità permanente della situazione, che è emergenziale, noi dell’ACI di Bergamo stiamo ponendo l’accento sull’urgenza di un salto di responsabilità. > Facciamo educazione mirata con gli studenti delle superiori in prossimità della patente di guida. > Facciamo informazione sia a livello di mass media sia con interventi a dibattiti, che vogliamo peraltro intensificare. > Facciamo presenza e diamo sostegno a manifestazioni e campagne, come “SOS Mobilità” in corso in tutta Italia fino al 20 marzo 2026.

e di ciclomotori, alle categorie più numerose che sono quelle dei motociclisti, automobilisti e mezzi pesanti. Qui ci vuole un radicale cambiamento quando ci si mette alla guida. E se non si riesce a invertire la tendenza con le buone, occorrerà passare a terapie d’urto, scomode ma indispensabili, implementando il valore aggiunto e sempre più decisivo della tecnologia (radar, autovelox). Il nuovo Codice prevede sanzioni anche molto pesanti con chi infrange le norme o le ignora con supponenza e/o prepotenza. Ad esempio, è punito severamente l’uso del telefonino e simili quando si è al volante: ma troppi continuano disinvoltamente a farlo, mettendo a rischio l’incolumità degli altri utenti. Da scoraggiare vigorosamente ci sono poi gli eccessi di velocità, nel bere alcolici o farsi di droghe. La salvaguardia della vita non consente leggerezze di sorta: dev’esserci la certezza della pena per chi colpevolmente causa incidenti. L’augurio, che è anche un auspicio, a questo punto è che ci sia un sussulto di giudizio, di consapevolezza e – non sembri esagerato o fuori posto – di coscienza. Facciamo che per tutti sia un anno nuovo di salute, serenità, di sicurezza a tutti i livelli, all’insegna del sempre meglio possibile. * Presidente ACI di Bergamo

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GUIDA ALLE PROFESSIONI SANITARIE

La figura professionale dell’Assistente Sanitario

∞ A CURA DELLA DOTT.SSA GIULIA MAZZOLA

In un sistema sanitario che, spesso per necessità, concentra gran parte delle energie sulla cura delle patologie, esiste una figura professionale che lavora lontano dai riflettori, ma con un impatto profondo e silenzioso sulla vita delle persone. Un professionista che non si limita a intervenire quando la malattia è già presente, ma che agisce “a monte”, con l’obiettivo di evitare che quella malattia si sviluppi, si diffonda o comprometta la qualità della vita delle comunità. L’Assistente Sanitario è un professionista che fa della prevenzione, della promozione della salute e dell’educazione sanitaria la propria missione quotidiana. Una figura che ha radici storiche importanti, un presente fatto di responsabilità crescenti e un futu-

ro che diventa sempre più centrale in un mondo dove la salute non si costruisce solo negli ospedali, ma sul territorio e nei contesti reali, in cui le persone vivono, lavorano e crescono. Nonostante il ruolo determinante, l’Assistente Sanitario rimane ancora oggi un professionista poco conosciuto dal grande pubblico. Eppure, porta un grande contributo in molte attività fondamentali del nostro Servizio Sanitario Nazionale: campagne vaccinali, screening oncologici, sostegno alla maternità e

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all’allattamento, indagini epidemiologiche in caso di malattie infettive, promozione di stili di vita salutari e molto altro. Chi è l’Assistente Sanitario L’Assistente Sanitario è definito dal Profilo Professionale (DM 69/1997) come un professionista laureato che svolge attività di prevenzione, promozione e educazione alla salute rivolte a individui, famiglie e comunità. Si tratta di un ruolo unico perché mette insieme competenze cliniche,


educative, comunicative, organizzative e sociali. A differenza di altri professionisti sanitari che operano prevalentemente in ambito clinico o ospedaliero, l’Assistente Sanitario è un professionista di prossimità che lavora soprattutto nel territorio: scuole, consultori, Dipartimenti di Prevenzione, luoghi di lavoro, comunità. L’Assistente Sanitario facilita l’incontro tra persone e servizi, traduce informazioni complesse in messaggi comprensibili, aiuta i cittadini a orientarsi tra scelte e opportunità, promuove scelte consapevoli e autonome. La storia e gli obiettivi Dopo la Prima Guerra Mondiale, la Commission for Tuberculosis dell’American Red Cross, attiva in Italia per contrastare la tubercolosi, individua nella figura

dell’assistente sanitaria visitatrice una risorsa fondamentale per l’educazione sanitaria nelle famiglie e la sorveglianza delle comunità. Nel corso dei decenni, mentre l’introduzione dei vaccini riduceva l’incidenza delle malattie infettive, l’emergere di nuovi stili di vita portava all’aumento delle malattie croniche: ciò ha reso indispensabile che la prevenzione includesse un approccio orientato ai comportamenti individuali, agli ambienti di vita e al benessere complessivo. Nonostante l’evoluzione dei contesti, i valori dell’Assistente Sanitario sono rimasti solidi e si sono rafforzati. Oggi l’Assistente Sanitario pone al centro la persona e la comunità e lo fa attraverso dei principi solidi di responsabilità, equità e competenza; per l’Assistente Sanitario ogni persona è portatrice di bisogni, storie, culture

DOTT.SSA GIULIA MAZZOLA Presidente della Commissione di albo degli Assistenti sanitari di Bergamo

e con ciascuno è indispensabile instaurare un rapporto fiduciario, alla base dell’efficacia degli interventi educativi e preventivi. Tra gli obiettivi della professione vi è l’intenzione di aumentare l’alfabetizzazione sanitaria della popolazione, ossia ciò che l’OMS

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Gennaio/Febbraio 2026 | Bergamo Salute | 75

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GUIDA ALLE PROFESSIONI SANITARIE

definisce come la capacità di accedere, comprendere, valutare e utilizzare informazioni relative alla salute per compiere scelte consapevoli. Per perseguire questo obiettivo è essenziale anche orientare il cittadino nella vastità e complessità di servizi che il sistema sanitario italiano oggi offre. L’Assistente Sanitario in questo funge da facilitatore: unisce professionisti, servizi, enti, scuole, associazioni. La salute è un fenomeno multidimensionale e nessun professionista o servizio può lavorare da solo. Il percorso di formazione Il corso di Laurea in Assistenza Sanitaria, appartenente alla Classe SNT/4 (Professioni Sanitarie della Prevenzione), ha una durata di 3 anni e combina la preparazione

teorica con l’esperienza di tirocinio. L’accesso avviene tramite test nazionale di ingresso a numero programmato e durante le lezioni vengono affrontate materie che forniscono una visione a 360°: discipline biomediche, epidemiologia, igiene, psicologia, sociologia, diritto e molto altro. A fianco delle materie teoriche, il tirocinio gioca un ruolo centrale: ogni anno sono previste circa 500 ore sul campo, dove gli studenti, guidati da tutor, apprendono nel pratico le varie attività della professione. Dopo la laurea triennale, l’Assistente Sanitario può approfondire le proprie competenze con Master o con la Laurea Magistrale, ma è indispensabile che persegua una formazione continua per essere sempre al passo con i tempi.

76 | Bergamo Salute | Gennaio/Febbraio 2026

I servizi in cui lavora l’Assistente Sanitario La versatilità dell’Assistente Sanitario si riflette nella varietà dei contesti, pubblici e privati, in cui può operare. Tra i principali ambiti vi sono: > la prevenzione e la sorveglianza delle malattie infettive, dove l’Assistente Sanitario si impegna a trovare la fonte dell’infezione ed evitarne la diffusione; > gli screening oncologici, curandone la programmazione, l’organizzazione, il coordinamento tra i servizi, il contatto con la popolazione, il monitoraggio e la valutazione; > le vaccinazioni nelle varie fasce d’età e in tutte le fasi del processo, ovvero dall’invito al counselling


vaccinale, dall’anamnesi alla somministrazione; > l’educazione alla salute in vari ambienti di vita attraverso la progettazione, l’attuazione e la valutazione di progetti, destinati a diverse fasce d’età, improntati alla promozione di corretti stili di vita; > i consultori familiari, dove si può occupare di corsi di accompagnamento alla nascita, visite domiciliari post partum, gruppi di sostegno all’allattamento, alimentazione complementare, affettività e sessualità, oltre che ad occuparsi del benessere della coppia e della famiglia nelle diverse fasi della vita; > la medicina del lavoro, attraverso la promozione della salute negli ambienti

lavorativi, in particolare attraverso visite preventive e formazione. Vi sono numerosi luoghi dove l’Assistente sanitario può svolgere la propria attività: nella rete ospedaliera, sul territorio, nelle case di comunità, nei dipartimenti di salute mentale e dipendenze patologiche, negli enti locali territoriali autonomi, ecc., in altri Enti del Ministero della Salute, dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, in fondazioni, cooperative, ambulatori, ecc. In sostanza, l’assistente sanitario può trovare occupazione in ogni contesto in ambito preventivo, di educazione e promozione alla salute, in conformità al DM 69/1997. Le sfide del futuro Viviamo in un’epoca segnata da grandi trasformazioni: invec-

chiamento della popolazione, aumento delle malattie croniche, cambiamenti climatici, nuove vulnerabilità. In questo scenario, la prevenzione è indispensabile per garantire sostenibilità, equità e benessere collettivo. L’Assistente Sanitario è uno dei professionisti più strategici per affrontare queste sfide, perché lavora sulle cause profonde dei problemi, non solo sulle loro conseguenze. Investire nella sua valorizzazione significa investire nel futuro della salute pubblica, ricordando che la salute non è solo cura e che la prevenzione non è solo un dettaglio, bensì un percorso condiviso, un investimento culturale, un impegno che deve essere comune. Per fare ciò servono professionisti capaci di analizzare, di orientare, di accompagnare: esattamente ciò che l’Assistente Sanitario fa, ogni giorno.

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STRUTTURE

ACUSTICA TASSETTI

Acustica Tassetti: quando la tecnologia incontra la cura dell’udito

Dal primo screening all’adattamento degli apparecchi acustici, un percorso personalizzato per ogni paziente Una storia di passione e professionalità Acustica Tassetti nasce nel 2009 grazie ai dottori audioprotesisti Alessandro, Enrico e Fabio Tassetti, tre professionisti uniti dalla passione per il mondo dell’udito e dall’attenzione verso le persone con problemi di ascol-

to. Sin dai primi anni, l’obiettivo è chiaro: offrire un servizio completo che non si limiti al semplice apparecchio acustico, ma accompagni ciascun paziente in un percorso personalizzato di recupero del massimo potenziale uditivo. La professionalità del team si manifesta anche nell’investimento costante in tecnologia d’avanguardia. Acustica Tassetti dispone di strumenti innovativi, come la scansione digitale 3D per la realizzazione di apparecchi quasi invisibili e perfettamente su misura, cabine silenti e casse acustiche dedicate a test approfonditi. La filosofia è semplice:

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ogni persona è unica e il percorso uditivo deve rispettare le proprie caratteristiche ed esigenze. Un approccio multidisciplinare Lavorare bene in un centro acustico significa collaborare con diverse figure professionali. Acustica Tassetti dialoga quotidianamente con otorini, audiologi, ingegneri biomedici, logopedisti, medici di base, geriatri e psicologi. Questo permette di affrontare il problema uditivo da più punti di vista, creando un percorso integrato che non si limita al singolo apparecchio ma considera l’intera esperienza del paziente. Il trattamento di un problema uditivo non è immediato: richiede valutazioni, prove, adattamenti e supporto costante. Non esistono apparecchi universali; ogni dispositivo deve essere programmato


e adattato in base alle specifiche esigenze. Questo approccio accurato permette al paziente di ottenere risultati concreti e di godere di un ascolto più naturale e confortevole.

INFORMAZIONE PUBBLICITARIA

Screening e prevenzione: il primo passo Molti utenti ignorano quanto sia importante uno screening uditivo precoce. Acustica Tassetti offre controlli gratuiti di prevenzione, una prima verifica fondamentale per individuare eventuali problemi e intervenire tempestivamente. Le cabine silenti e le casse acustiche

permettono un test completo e approfondito, utile non solo per chi percepisce già disturbi, ma anche per chi desidera monitorare la salute del proprio udito. Inoltre, grazie a convenzioni con ASL e INAIL, chi ha diritto può ricevere supporto economico e accesso gratuito agli apparecchi acustici, rendendo la prevenzione e il trattamento accessibili a tutti. L’obiettivo è chiaro: anticipare i problemi, offrire soluzioni personalizzate e garantire che nessuno rimanga senza supporto. Una professionalità riconosciuta

Il lavoro di Acustica Tassetti non è passato inosservato. Nel 2018 e nuovamente nel 2025, la Federazione Nazionale degli Audioprotesisti ha premiato il centro per i decenni di dedizione al settore e per il costante impegno nella formazione e nell’assistenza ai pazienti. Dietro a un centro acustico c’è infatti un mondo complesso e altamente specializzato: gli apparecchi acustici non vengono prodotti internamente, ma ogni centro lavora con i principali produttori mondiali per selezionare e personalizzare i dispositivi più adatti a ciascun paziente. I congressi e i raduni internazionali a cui partecipa il team Tassetti permettono inoltre di confrontarsi con esperti di tutto il mondo, aggiornandosi sulle ultime tecnologie e sulle migliori pratiche di adattamento degli apparecchi. Questo garantisce un servizio di qualità superiore e un’attenzione continua alle esigenze dei pazienti. Assistenza, garanzie e continuità Un apparecchio acustico è solo l’inizio di un percorso. Acustica Tassetti accompagna ogni paziente con programmazioni avanzate, supporto tecnico e servizi di assistenza dedicati. L’obiettivo è che ogni persona possa vivere una vita piena e serena, con un udito efficace e confortevole, sapendo di poter contare sempre su professionisti competenti. La filosofia del centro è chiara: il valore dell’audioprotesista non si misura solo dalla tecnologia che utilizza, ma dalla capacità di comprendere il paziente, guidarlo passo dopo passo e garantirgli un ascolto ottimale. Un approccio umano, scientifico e completo, che trasforma un’esigenza sanitaria in un percorso di cura personalizzato e sicuro.

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Da sinistra: S. Vivi, M.G. Salvi, J.M. Melgari e E. Gambirasi

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REALTÀ SALUTE

Convegno: “Malattia di Parkinson, conoscerla per affrontarla”

Lo scorso 29 novembre ricorreva l’annuale Giornata Nazionale dedicata alla Malattia di Parkinson. Il giorno precedente, venerdì 28 novembre, si è tenuto un importante convegno presso la sala San Pietro del Centro Civico a Sorisole. L’incontro è stato organizzato dal locale gruppo di AIDO (Associazione Italiana Donatori di Organi) e dalla sezione di Bergamo di AIP (Associazione Italiana Parkinsoniani) sotto il patrocinio del Comune di Sorisole.

pubblico, come in rare occasioni avviene. I lavori del convegno sono stati introdotti e moderati da Ezio Gambirasi, Presidente della locale sezione AIDO. L’apertura è stata fatta dal Sindaco di Sorisole, Avv. Stefano Vivi che, dopo aver salutato il pubblico, si è complimentato con gli organizzatori e ha auspicato che potesse essere il primo di una serie di momenti informativi e formativi riguardanti le malattie rare, croniche e invalidanti.

Per AIDO questo è il primo di una serie di incontri che rientrano in un programma di informazione, rivolto ai propri iscritti ed a tutte le persone interessate, finalizzato a far conoscere e sensibilizzare in merito ad alcune patologie diffuse. Sono molte le persone infatti che hanno sentito parlare di Parkinson, ma che non conoscono esattamente la malattia. Il Parkinson è una malattia diffusa, ma poco conosciuta.

Il primo relatore è stato il dr. Jean Marc Melgari, specialista dell’Unità di Neurologia (diretta dalla dr.ssa Paola Merlo) e referente del Centro Parkinson in Humanitas Gavazzeni. Nel suo intervento, molto seguito da un pubblico particolarmente attento, il dr. Melgari ha delineato gli aspetti principali della Malattia di Parkinson concentrandosi sull’importanza del riconoscimento dei sintomi e della diagnosi precoce, sui sintomi motori e non motori, sull’approccio terapeutico e sul percorso di cura e di presa in carico, sulle principali linee di ricerca. Ne è nato un interessante momento di scambio con i presenti e il dr. Melgari ha risposto alle numerose domande poste dal pubblico.

AIP ha finalizzato l’incontro a fornire informazioni più specifiche sulla malattia di Parkinson e chiarire eventuali dubbi a persone che hanno disturbi che potrebbero essere sintomi premonitori. Per AIP l’obiettivo è stato anche quello di fare il punto sullo stato di avanzamento della ricerca scientifica. La sala San Pietro era gremita di

A seguire c’è stato l’intervento del dr Marco Guido Salvi, Presidente di AIP della sezione di Bergamo e

Vicepresidente Nazionale, che ha parlato del proprio vissuto (preoccupazioni, ansie, problemi/opportunità, relazioni in famiglia e con la gente). Su questi argomenti normalmente siamo abituati a sentire specialisti, medici, terapisti, psicologi, tutte persone competenti ed esperte, ma Marco Guido Salvi ha voluto portare la testimonianza di una persona che da 22 anni convive con la malattia. Marco Guido, aiutato dalla moglie Giordana, ha raccontato e spiegato come si sente una persona affetta da Parkinson, come convive ogni giorno e come affronta una malattia che lentamente si prende parte del cervello costringendo nel tempo ad affrontare problemi e difficoltà evidenziando però che la malattia di Parkinson non deve fermare la voglia di mettersi in gioco e di vivere pienamente la vita che vale sempre la pena di essere vissuta. “Il Parkinson non ferma la vita”. Durante l’intervento nella sala si è creato un clima di emozione e commozione per un’esperienza personale così toccante.

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Bergamo Salute anno 16 | n° 88 Gennaio | Febbraio 2026

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Grafica e impaginazione Marta Milani, AD Communication Fotografie e illustrazioni Shutterstock, Adriano Merigo Stampa Sigraf S.r.l. Via Redipuglia, 77 - 24047 Treviglio BG Casa Editrice Devon Srl Via Libertà, 29 - 24068 Seriate (BG) Tel. 035 0741903- info@devonsrl.com Pubblicità info@bgsalute.it Hanno collaborato Sara Carrara, Ivana Galessi, Caterina Roncalli, Claudio Gualdi ERRATA CORRIGE: la precedente edizione (n.87) è stata stampata da SIGRAF SRL

Iscr. Tribunale Bergamo N°26/2010 del 22/10/2010 Iscr. ROC N°25539. Tutti i diritti sono riservati. È vietata la riproduzione, anche se parziale, di qualsiasi testo o immagine. L’editore si dichiara disponibile per chi dovesse rivendicare eventuali diritti fotografici non dichiarati. I contenuti presenti su Bergamo Salute hanno scopo divulgativo e non possono in alcun modo sostituirsi a diagnosi mediche.

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