Settembre 2026
Numero 0
LA FORZA DELLA RAGIONE di Gianni Riotta
«La Storia si può dividere in tre movimenti: quelli che procedono veloci, quelli che avanzano lenti e quelli che sembrano non muoversi affatto» insegnava lo storico Fernand Braudel e la massima illustra alla perfezione il primo quarto del XXI secolo. Il mondo seguito alla Guerra Fredda appariva destinato a sviluppo, tecnologia e democrazia, ma la chiusura della Russia nell’antico canone del Cremlino, il boom economico cinese senza cambi nel regime, il comprensibile malcontento radicale dei ceti medi e popolari, negli Usa e nell’Unione europea, per la perdita di status sociale e identità familiari, l’avvento di paesi e potenze in crescita in Asia e America Latina, con flussi migratori imponenti, hanno imposto quei movimenti, invisibili a politici, studiosi e media, presagiti da Braudel. Il 2016, con Brexit e la presidenza di Donald Trump, è stato fenomeno nascosto il cui maelstrom ancora ci agita. Il presidente repubblicano è tornato nel 2024 alla Casa Bianca, con un’agenda di dazi, isolazionismo e con una guerra in Iran che non ha dato i frutti sperati. Il presidente russo Putin combatte in Ucraina un conflitto che analisti, sprovveduti o interessati, stimavano breve e che dura ormai per Mosca più della Seconda Guerra Mondiale, mentre il Medio Oriente, da Gaza a Hormuz, e l’Africa vedono la guerra tornare con la “brutale verità” dei romanzi di Vasily Grossman. Oggi in Gran Bretagna, Germania e Francia forze politiche nazionaliste sono ai primi posti nei sondaggi e anche in Italia movimenti sovranisti e antieuropei divampano,
come roghi nel cambio climatico. L’Ue resta indietro, su difesa e AI. La redazione di Zeta, periodico della Scuola di Giornalismo Luiss, guidata da Giorgio Casadio e Alberto Flores d’Arcais, allinea in questo numero grandi firme, dal Nobel Giorgio Parisi al presidente Emanuele Orsini, da parlamentari italiani all’architetto Carlo Ratti, al leggendario Bill Emmott, il critico Ian Buruma, gli scrittori Dacia Maraini e Emmanuel Carrère, l’economista Azzurra Rinaldi, parterre di cui ogni testata sarebbe orgogliosa. A fianco, i reportage di strada dei nostri giornalisti, nel design dell’artista Francesco Diodori, selezionato da una call online. Zeta è cosciente che l’esito dello scontro fra Ordine e Disordine, nel nostro tempo, non sarà semplice, né la sfida indolore o breve. Molti, ulteriori, scacchi ci attendono, molte sofferenze e ingiustizie occuperanno social media e newsletter. AI ovunque. Eppure, l’impegno di queste pagine, la passione dei suoi autori, Boomer, Millennial e Generazione Z, le voci raccolte ci lasciano affermare con serenità che, per faticoso che sia il cammino, le forze del male, della miseria, della dittatura e dell’oppressione non prevarranno e, infine, gli ideali di giustizia e libertà dei nostri padri e delle nostre madri rifioriranno. Celebriamo quest’anno gli 80 anni della Repubblica Italiana e i 250 degli Stati Uniti e la speranza di una nuova stagione di benessere e diritti resta dunque, per noi tutti in Luiss, il miglior auspicio comune. “Podcast Riottoso”
(L’editoriale)
GIORNI DI GUERRA
(PAG. 6-19)
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SEZIONE 1
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BILL EMMOTT «Stati Uniti, Cina e Russia sono tornate a sfidarsi apertamente, ma nessuna di loro ha più la forza di imporre da sola le regole del gioco». Per Bill Emmott, giornalista britannico, ex direttore del settimanale The Economist e dal 2010 editorialista de La Stampa, il nuovo ordine mondiale potrebbe non avere uno schema preciso, né un arbitro. In mezzo l’Ucraina, Taiwan, l’intelligenza artificiale e l’Europa che cerca di «preservare la sua libertà. Siamo tornati a un tempo di competizione tra grandi Stati». Questa volta, però, il potere è più distribuito e il disordine più difficile da contenere. Dire che il mondo sia tornato al passato è riduttivo. «Stati Uniti, Russia e Cina restano gli attori principali, ma non sono molto più forti degli altri Paesi». È in questo spazio che crescono le «medie potenze, come spiegato dal primo ministro canadese Mark Carney, paesi diventati più importanti nella politica internazionale grazie allo sviluppo economico e tecnologico». «La competizione tra Stati si baserà su tecnologia e territorio. La prima si riferisce all’intelligenza artificiale, perché chi ne controllerà lo sviluppo potrà rendere gli altri Paesi dipendenti». Il secondo rimanda al controllo dello spazio, forma più antica del dominio: «Basti guardare le mire di Trump su Cuba e Groenlandia, ma anche la guerra in Ucraina portata avanti dalla Russia». In questo quadro si inseriscono gli Usa, «una potenza che crede che le regole siano solo per i piccoli Stati» e che, riprendendo la formula del politologo Stephen Walt pubblicata sulla rivista Foreign Affairs, «possono essere descritti come un egemone predatorio». Lo stesso arretramento attraversa le democrazie liberali europee: «Le economie di questi Paesi sono diventate meno capaci di produrre risultati per i cittadini e hanno così generato una nuova fonte di rabbia». «Nel nuovo ordine si deve guardare oltre gli attori tradizionali. (Giorni di guerra) 6
L’India, per esempio, sarà una superpotenza nella propria regione, non nel mondo, e cercherà di tutelare la sicurezza del continente asiatico. L’Indonesia, invece, con una popolazione di 200 milioni di abitanti, sta riducendo il divario con la Cina». Il nuovo ordine non dipenderà solo da Washington, Pechino e Mosca, ma anche da Paesi capaci di spostare equilibri regionali. In questa trasformazione, «l’Europa ha la priorità di mantenere la propria libertà e prosperità in un’epoca in cui è minacciata ai suoi confini orientali dalla politica estera di Vladimir Putin. La Russia è una potenza in declino per il calo della popolazione e la dipendenza dalle esportazioni di combustibili fossili». Mosca, però, «possiede armi nucleari e un grande esercito», restando in grado di fare pressione sui territori vicini. Nonostante ciò, è «un partner minore della Cina». Infine, «prestiamo molta attenzione alle tensioni che coinvolgono noi o le superpotenze, ignorando storie che non ci riguardano direttamente. Penso al Sudan, alla guerra civile nella Repubblica Democratica del Congo o al Mali». Si tratta di una caratteristica del disordine mondiale degli ultimi vent’anni: «Le istituzioni internazionali non sono abbastanza forti per gestire gli attriti locali. Questa situazione produrrà conflitti imprevedibili nei prossimi anni». di Valerio Forte
Bill Emmott è un giornalista e saggista britannico. Laureato a Oxford, è stato direttore del settimanale The Economist dal 1993 al 2006. Dal 2010 collabora con il quotidiano La Stampa, dove pubblica editoriali su politica e crisi internazionali.
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(Giorni di guerra)
IL LABIRINTO Dissoluzione dell’Unione Sovietica
Annessione della Crimea
Brexit
(Giorni di guerra)
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Caduta del Muro di Berlino
Guerra del Golfo
Guerra in Afghanistan
Primavera araba
Prima amministrazione Donald Trump
Pandemia COVID-19
Invasione russa dell’Ucraina
Guerra Israele–Hamas
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(Giorni di guerra)
Venticinque anni dopo le Torri di Tommaso Provera
Ogni ordine mondiale nasce con una promessa e si riconosce da una scena. La Pace di Westfalia ebbe Münster e Osnabrück: mappe, sigilli, confini da ristabilire dopo la Guerra dei trent’anni. La fine della Seconda guerra mondiale ebbe Yalta, Potsdam, San Francisco, la Carta delle Nazioni Unite: la forza trattenuta dal diritto. Il 1990 ebbe Bush davanti al Congresso statunitense, un leggio in legno, il diritto
internazionale al posto della legge del più forte. Il nostro tempo, invece, è una sequenza di fratture. Srebrenica, l’11 settembre, Lehman Brothers, la guerra in Siria, la Brexit, Kiev, Gaza. Ogni tappa ha tolto qualcosa alla promessa iniziale. Vertici, sanzioni, mediazioni notturne smentite il mattino seguente. Le regole sono lì, nei trattati, nelle dichiarazioni finali, ma arrivano dopo i carri armati e i missili.
L’11 settembre 1990, a Washington, il presidente degli Stati Uniti George H. W. Bush entra alla Camera dei rappresentanti con passo deciso. Dietro di lui, bandiere, legni lucidi, cravatte scure e applausi. Il Muro di Berlino è caduto da dieci mesi. L’Unione Sovietica non è più il nemico di un tempo, prossima al collasso. Da quaranta giorni Saddam Hussein, presidente dell’Iraq, ha occupato il Kuwait. Bush parla di un «new world order», un nuovo ordine mondiale in cui «the rule of law supplants the rule of the jungle»: la legge al posto della giungla. Per un momento, nella grande sala americana, quella frase sembra vera. Al Palazzo di Vetro, il Consiglio di Sicurezza autorizza l’uso di «tutti i mezzi necessari» contro l’Iraq. Le Nazioni Unite paiono, per una stagione brevissima, in grado di rispondere a una violazione del diritto internazionale con un’azione comune. Nel febbraio 1991, nel deserto, le colonne irachene bruciano sulla strada per Bassora, sotto i bombardamenti statunitensi. Il Kuwait viene liberato, il confine ripristinato e gli Stati Uniti si presentano come custode dell’equilibrio mondiale. È il momento unipolare: una sola potenza ha la capacità militare, economica e simbolica di dettare le regole del gioco. Srebrenica, luglio 1995. È stata dichiarata safe area dalle Nazioni Unite, una zona protetta. A Potočari, davanti alla base del Dutchbat, il battaglione olandese dei caschi blu, migliaia di bosniaci musulmani aspettano protezione e aiuti. Il generale Ratko Mladić, comandante militare serbo-bosniaco, entra in città davanti alle telecamere. Distribuisce carezze ai bambini e dice di voler offrire in regalo la città al popolo serbo. Poi gli uomini e i ragazzi vengono separati dalle donne. Più di ottomila vengono uccisi. I loro nomi finiscono nelle fosse comuni di Kravica, Pilica, Branjevo. La parola “protezione” rimane sui report. I corpi spariscono sotto la terra. La pace arriva qualche mese dopo, ma non in Europa. In Ohio, nella base militare di Wright-Patterson, Slobodan Milošević, presidente serbo, Franjo Tuđman, presidente croato, e Alija Izetbegović, presidente bosniaco, vengono chiusi per ventuno giorni tra corridoi istituzionali, mappe e caffè americani. Gli accordi di Dayton fermano il conflitto.
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L’11 settembre 2001 quattro aerei di linea vengono dirottati da un gruppo di terroristi e fatti schiantare contro obiettivi civili e militari negli Stati Uniti. A New York uomini e donne scendono le scale delle Torri Gemelle circondati da fumo e cenere, oltre 2.900 persone perdono la vita. A Washington brucia un lato del Pentagono. In Pennsylvania un Boeing cade in un campo. Al-Qaeda non ha un seggio all’Onu, né confini da occupare. Ha scuole di volo, telefoni, cassette video, conti bancari, cellule in Afghanistan, Pakistan, Yemen, Somalia, Siria e Maghreb.
Il 5 febbraio 2003 Colin Powell, segretario di Stato americano, si siede davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Sul tavolo ha fotografie satellitari, grafici, intercettazioni. «Saddam Hussein e il suo regime stanno nascondendo i loro sforzi per produrre armi di distruzione di massa», dice Powell agitando una piccola fiala di antrace. Inizia una guerra preventiva. Nel 2003 Washington guida l’invasione dell’Iraq. L’arsenale non viene trovato. La fiducia nelle regole internazionali si incrina.
Il 15 settembre 2008, dagli uffici di Lehman Brothers, società di servizi finanziari statunitense, gli impiegati escono con scatoloni di cartone e i badge appesi al collo. Il crollo del mercato immobiliare negli Usa provoca una crisi mondiale: case pignorate, fabbriche chiuse, banche al collasso. La globalizzazione, raccontata come promessa di efficienza, mostra i limiti dell’interdipendenza.
1. Il presidente degli Stati Uniti George H.W. Bush interviene davanti al Congresso sulla situazione in Iraq (11/09/1990) Ron Sachs/Reuters 2. Rifugiati su un camion sovraffollato dell’UNHCR il 31 marzo 1993, durante l’evacuazione dalla città di Srebrenica (31/03/1993)/Reuters 3. L’aereo UAF 175 si schianta contro la torre sud del World Trade Center
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a New York (11/01/2001) Robert J. Fisch/Wikimedia Commons 4. Il segretario di Stato americano Colin Powell mostra la fiala di antrace al Consiglio di Sicurezza dell’Onu (05/02/2003)/Wikimedia Commons 5. La sede centrale di Lehman Brothers a Manhattan prima del fallimento nel 2008 (12/08/2007) David Shankbone/Wikimedia Commons
(Giorni di guerra)
La Cina, entrata nell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001, non rimane la “fabbrica” del mondo occidentale. Diventa mercato, creditore e potenza tecnologica. Il potere smette di passare per basi militari e trattati. Inizia a dipendere dalle catene di fornitura, dall’energia, dai chip, dalle terre rare. Pechino partecipa alla fondazione dei BRICS, un raggruppamento politico-economico composto da Cina, Brasile, Russia, India e Sudafrica nato per coordinare i mercati emergenti e offrire un’alternativa all’assetto globale dominato dall’Occidente. Oggi la coalizione rappresenta più della metà della popolazione mondiale e circa il 44% del Pil globale.
Nel giugno 2014, a Mosul, in Iraq, Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato islamico, sale sul minbar della moschea al-Nuri e proclama il califfato. La guerra in Siria assicura allo Stato islamico profondità territoriale, armi e un pubblico globale. Le bandiere nere dell’Isis appaiono sugli schermi di tutto il pianeta: ostaggi in tuta arancione, foreign fighters, esecuzioni montate come trailer.
Nel 2016 il Regno Unito vota per lasciare l’Unione europea: 17.410.742 schede, il 51,9%. Sui manifesti c’è scritto Take back control. Riprendere il controllo da Bruxelles, dai mercati e dai tecnici. Fino ad allora l’Unione si era allargata. Per la prima volta un Paese rinuncia al processo di integrazione europea. La sfiducia nelle istituzioni si esprime in tutto il mondo: la prima elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, la proliferazione delle destre nazionaliste e populiste europee, l’ascesa politica di Jair Bolsonaro in Brasile e la vittoria di Rodrigo Duterte alle presidenziali nelle Filippine.
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All’alba del 24 febbraio 2022, la Russia lancia l’invasione su larga scala dell’Ucraina. I carri armati superano il confine e i droni Shahed di fabbricazione iraniana colpiscono Kiev. Nelle stazioni della metropolitana della capitale le famiglie ucraine dormono sulle banchine con i telefoni accesi, le valigie accanto, i bambini avvolti nelle coperte. Il 2 marzo l’Assemblea generale dell’Onu condanna l’attacco russo con 141 voti favorevoli, 5 contrari e 35 astensioni. Dopo più di quattro anni in Ucraina si combatte ancora.
Il 7 ottobre 2023 Hamas entra nel sud di Israele, uccide oltre 1.200 persone e porta via circa 250 ostaggi. La risposta israeliana trasforma la Striscia di Gaza in una geografia di tende, macerie, ospedali assediati e camion fermi ai valichi. Terrorismo, autodifesa, occupazione, proporzionalità, ostaggi, civili, genocidio: ogni parola è diventata scontro.
6. Shi Guangshen, ministro del Commercio estero e della Cooperazione economica, firma l’adesione della Cina all’Organizzazione Mondiale del Commercio (21/01/2009)/World Trade Organization 7. Combattente dello Stato Islamico durante una parata militare nella provincia di Raqqa, in Siria (30/06/2014) Ho/Planet Pix via ZUMA Wire, via Reuters
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8. Un manifestante pro Brexit fuori il Parlamento inglese (26/09/2019) Chiral Jon/ Wikimedia Commons 9. Un soldato ucraino presidia un ponte distrutto nella regione di Kiev (04/04/2022) The Presidential Office of Ukraine www.president.gov.ua 10. I palestinesi tra le macerie nel campo profughi di Jabalia, nella nord della Striscia di Gaza (12/06/2026) Mahmoud Issa/Reuters
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I luoghi più pericolosi del mondo di Annavera Scardone
Crisi climatica, conflitti, terrorismo, criminalità, governi autocratici. Una regione può essere pericolosa per molti motivi. Nel corso degli anni, le cause si sono alimentate tra loro: l’Artico diventa terreno di scontro perché i suoi ghiacci si sciolgono, le nubi tossiche create dai
bombardamenti delle raffinerie di Teheran hanno reso l’aria irrespirabile per giorni, l’autoritarismo di Putin e Netanyahu ha ridotto in macerie Ucraina e Gaza. In quest’epoca di caos, i luoghi pericolosi sembrano destinati ad aumentare.
Iran Secondo Amnesty International, nel 2025 in Iran si sono consumate più di 2.000 esecuzioni. Per spaventare la popolazione, lo Stato dispone che molte delle condanne a morte siano pubbliche e organizzate nelle piazze, giustificate come “deterrenti contro la criminalità”. Molte uccisioni avvengono con l’impiccagione nelle carceri, spesso all’alba, senza avvisare le famiglie. Spesso i corpi non vengono restituiti alle famiglie.
Donbass Le città di Donetsk e Luhansk sono sotto controllo filorusso già da anni. In molte zone si usano rubli, programmi scolastici russi e amministrazioni legate a Mosca. Molti cartelli stradali e simboli ucraini sono stati rimossi. Soprattutto nella regione di Donetsk l’acqua è razionata e la popolazione può disporne solo in giorni ed orari prestabiliti. Si usano sacchetti di plastica persino nei water per non scaricare tutta l’acqua a disposizione e poterla riutilizzare.
Sudan Dal 2023 il Paese è teatro di guerra civile. Nel Darfur da oltre un anno le comunità sono isolate, senza accesso a cibo e beni essenziali, costrette in molti casi a nutrirsi di mangime animale per sopravvivere. Il ronzio dei droni che solcano il cielo inquieta e paralizza la popolazione, che è traumatizzata da quel tipo di rumore. Khartoum, la capitale, è collassata su sé stessa, abbandonata nelle macerie.
Mali Dal 2012 è in corso una guerra civile in cui sono intervenute nel tempo anche Francia e Russia. Nel 2020 e nel 2021 ci sono stati due colpi di Stato. Nel Paese si verificano regolari attacchi terroristici, il rischio di sequestro è elevato e operano organizzazioni armate legate ad al-Qaeda e ISIS.
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Messico – Celaya, Tijuana, Ciudad Juarez, Ciudad Obregon, Irapuato, Ensenada, Uruapan Nella classifica delle 10 città al mondo con più omicidi nel 2023, ben 7 sono in Messico. Ciò è dovuto alla presenza di organizzazioni criminali mafiose per il controllo del territorio. A Celaya ci sono stati nel 2023 109 omicidi per 100.000 abitanti. Più di 1 omicidio al giorno in una città grande circa quanto Bologna. Per comparazione, in Italia ce ne sono 0,5 ogni 100.000 abitanti.
Sahel La regione del Sahel (deserto del Sahara) rappresenta uno scenario estremo non solo dal punto di vista climatico (con massime sempre sopra i 30 gradi tutto l’anno), ma anche per l’instabilità politica e istituzionale, economie fragili aggravate da insicurezza alimentare e cambiamenti climatici, insufficiente governance regionale e proliferazione di gruppi armati jihadisti. È una delle regioni geografiche più colpite dal surriscaldamento globale.
Myanmar Questo stato asiatico, che versa in una grave crisi politica, è anche il luogo delle spam cities. Ci sono migliaia di persone attratte con false proposte di lavoro e poi schiavizzate da organizzazioni criminali e costrette a “lavorare” come truffatori in romance scam o frodi finanziarie.
Afghanistan A gennaio 2026 è stato introdotto un nuovo Codice penale che cancella i diritti civili e ghettizza le donne, marginalizzandole alla sfera domestica. Non possono alzare la voce in pubblico o cantare. È imposto l’obbligo di coprire il corpo e il viso, ed è vietato guardare negli occhi uomini che non siano parenti stretti. Il decreto n. 18 (intitolato “Princìpi di separazione tra coniugi”) stabilisce che il silenzio di una ragazza vergine può essere interpretato dalle autorità come un consenso implicito alle nozze ed è valido anche per le minori.
Striscia di Gaza Dall’inizio del conflitto le vittime registrate sono circa 80.000 soltanto nella Striscia. A Gaza è stato perpetrato anche un ecocidio, che ha sterminato tutte le specie di piante e alberi in grado di produrre beni primari per una popolazione. Soltanto l’1% del territorio della Striscia è rimasto illeso. Tutto il resto è coperto di detriti e di ordigni inesplosi nel sottosuolo. Non è stata sterminata solo un’intera popolazione di innocenti, ma anche qualsiasi forma di vita che potesse permetterne il rimpatrio.
Artico Il progressivo scioglimento delle calotte polari nell’Artico sta aprendo nuove rotte marittime, preziosi punti di passaggio dall’Europa all’Asia. Di conseguenza le potenze che fanno da corona alla regione artica, tra le quali Groenlandia, Stati Uniti, Canada e Russia, stanno militarizzando gli affacci sul Polo Nord, ricco di minerali preziosi, petrolio e gas naturali.
1. Bandiera iraniana tra le macerie dopo un attacco a Teheran, in Iran (04/03/2026) Majid Asgaripour/WANA via Reuters 2. Una strada di Bucha, in Ucraina, dopo l’inizio dell’invasione russa (04/04/2022) Oleksandr Ratushniak/Wikimedia Commons 3. Soldati di frontiera del Ciad che ispezionano veicoli in uscita dal Sudan (22/11/2025) Amr Abdallah Dalsh/Reuters 4. Un ufficiale maliano dà istruzioni durante un’operazione militare nel nord del Paese (01/2021) Frederic Petry/Hans Lucas via Reuters 5. Polizia antisommossa durante una manifestazione contro il traffico di droga a Città del Messico (20/11/2025) Josue Perez/ZUMA Press Wire
6. Paesaggio della regione del Sahel, fascia semiarida dell’Africa subsahariana (21/01/2009) Daniel Tiveau/CIFOR 7. Protesta a Yangon, in Myanmar, contro il colpo di stato militare del 2021 (09/02/2021) Voice of America 8. Membri delle Forze Militari Afghane nella regione di Tora Bora, Afghanistan (05/05/2002) Jeremy T. Lock/USAF 9. Un bambino tra i resti di un edificio nella Striscia di Gaza (10/03/2009) gloucester2gaza/Wikimedia Commons 10. Una nave rompiaghiaccio in navigazione verso il Polo Nord (03/08/2001) Wofratz/Wikimedia Commons
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(Giorni di guerra)
Taiwan Zero Day Troy, studente di Taipei, riflette sul futuro dell’isola tra pressioni cinesi e incertezza sugli aiuti statunitensi
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di Valerio Forte
«Ho paura che l’autoritarismo possa espandersi e che i diritti umani vengano violati». Troy lo dice dopo qualche secondo di silenzio. Ha diciannove anni, studia civic education all’Università di Taiwan e collabora con Amnesty International come youth delegate. Parla in inglese, al computer, con la camera accesa. Per rispondere alle domande su Cina e Stati Uniti chiede tempo. Quando riprende la parola è sicuro di quello che dice, consapevole che il futuro dell’isola riguarda chi ha la sua età: «È importante investire nella consapevolezza dei giovani». «Mi occupo di promuovere la partecipazione dei miei coetanei e di portare il loro punto di vista all’interno dell’organizzazione». Con altri studenti ha aperto un account Instagram dove porta contenuti, pensati per creare consapevolezza sui diritti umani. La giornata inizia come quella di molti universitari: sveglia, notizie, social, lezioni. «Creo video in cui racconto la storia di Taiwan e spiego il periodo autoritario attraversato dal nostro Paese». Taipei elegge il suo presidente, ha un Parlamento, partiti in competizione, una stampa libera e una società civile attiva. La Cina considera l’isola parte del suo territorio e non rinuncia all’obiettivo di annetterla. Gli Stati Uniti non la riconoscono come Stato sovrano, ma ne restano un alleato informale e il principale fornitore di armi. Nei colloqui tra i presidenti Donald Trump e Xi Jinping nel maggio 2026, le due potenze non sono riuscite a trovare un punto d’incontro, lasciando il Paese esposto a pressioni militari, diplomatiche e commerciali. «In passato ho percepito una limitazione di diritti fondamentali come l’istruzione e la libertà di espressione. Per questo seguo con attenzione ciò che accade in luoghi
(Giorni di guerra)
come Hong Kong. Temo che il mio Stato possa diventare il prossimo territorio esposto a pericoli autoritari esterni». L’instabilità passa dai canali diplomatici, politici e dalle piattaforme digitali. «Oggi le minacce non assumono soltanto la forma di una guerra tradizionale. Esistono la disinformazione, la manipolazione dell’opinione pubblica e le interferenze economico-finanziarie». «Non voglio che Taiwan venga assorbita dalla Cina. Negare la sovranità di un Paese rappresenta una violazione dei diritti delle persone che vi abitano. Non possiamo sapere con certezza se un conflitto avverrà oppure no, ma possiamo continuare a difendere con convinzione la libertà e la democrazia». La sua generazione è cresciuta dopo la fine della legge marziale nel 1987, lontana dalla censura della stampa e dalle carceri per oppositori politici. «Molti giovani della mia generazione sono nati in una democrazia consolidata e forse danno per scontate alcune libertà. Poi vedono ciò che accade in Cina e comprendono quanto siamo fortunati». Dall’esterno l’isola viene raccontata come una linea rossa tra Washington e Pechino. Troy rifiuta questa narrazione: «Abbiamo vissuto diverse dominazioni e abbiamo sviluppato identità differenti. Ma i taiwanesi sono protagonisti della loro storia». Prima di salutare, Troy riprende un episodio del Novecento: «Cinquant’anni fa diversi abitanti furono perseguitati dal regime autoritario perché difendevano la libertà. Prima di essere colpiti dalla repressione, affrontarono il loro destino sorridendo, per dimostrare la forza delle proprie idee. Quando penso a quel sorriso trovo il coraggio di guardare a un futuro migliore per questo Paese».
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Troy durante una lezione all’Università di Taiwan
I soldati taiwanesi trasportano un drone di sorveglianza durante un’esercitazione a Kaohsiung, Taiwan (29/01/2026) Ann Wang/REUTERS
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Un uomo prega accanto ai camion che trasportano aiuti e carburante verso la Striscia di Gaza al valico di Rafah, sul lato egiziano (10/02/2026)/REUTERS
Sulle spalle dei giganti Negoziati a Doha, Il Cairo e Islamabad, le potenze medie sono indispensabili per risolvere le crisi internazionali
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di Gianmaria Oroni
Qatar, Turchia, Emirati Arabi Uniti, India, Pakistan ed Egitto non risolvono da soli le guerre, ma nelle crisi più complesse sono Paesi difficili da evitare. Sono potenze medie che controllano rotte commerciali, relazioni militari e passaggi umanitari. Il caso egiziano racconta bene questo meccanismo. Francesca Paci, giornalista de La Stampa, definisce l’Egitto «un attore importantissimo nella regione medio orientale», anche se «non il più importante come sarebbe stato in passato». È dentro tutti i dossier che riguardano Israele, Palestina, deserto del Sinai, Mediterraneo, migrazioni, energia e Canale di Suez. È un Paese che non può essere aggirato, perché controlla uno dei punti più sensibili della crisi mediorientale: il confine con Gaza. Con gli accordi del 1979 di Camp David, l’Egitto fu il primo Paese arabo a normalizzare i rapporti con Israele. Quella scelta, contestata da una parte della società, non è mai stata davvero rimessa in discussione. È una pace impopolare, ma stabile. Questa continuità, secondo Paci, fa del Cairo un interlocutore essenziale: tiene insieme il rapporto con Israele e il legame con l’ Europa. Il valico di Rafah tra Gaza e il confine egiziano è insieme una frontiera, un corridoio umanitario, un punto di pressione diplomatica e una linea di sicurezza. Da lì passano aiuti, feriti e trattative. Ma c’è anche la paura egiziana che la crisi palestinese travolga il Sinai, alimenti nuove reti terroristiche o produca flussi migratori difficili da gestire. Per la comunità internazionale, invece, Rafah è uno degli ultimi canali disponibili per il dialogo. Se l’Egitto si tira indietro, ogni mediazione su Gaza diventa più complicata. «È il più grande dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo e il più stabile, ma è una dittatura». Per gli europei Il Cairo è utile per il controllo delle coste, il contenimento delle partenze dei migranti e per la sicurezza dei commerci: «un partner affidabile, con buona pace dei diritti umani» dice la giornalista. La stessa logica riguarda altre potenze medie. Il Qatar pesa perché mantiene canali con Hamas e con Washington. La Turchia perché può parlare
(Giorni di guerra)
con la Nato, con Mosca e con Kiev. Gli Emirati perché uniscono forza finanziaria, logistica e relazioni trasversali. L’India perché prova a presentarsi come voce istituzionale del Sud globale senza rompere del tutto con l’Occidente. Il Pakistan perché, nei dossier che coinvolgono Iran, Golfo di Suez e Stati Uniti, può far valere posizione geografica, capacità militare e rapporti storici. La mediazione, però, non è solo una questione di confini, intelligence o interessi economici. «Un Paese diventa credibile non tanto per il potere che esercita o la posizione che occupa, ma per la fiducia che ispira», afferma don Yoannis Lahzi Gaid, sacerdote egiziano ed ex segretario particolare di Papa Francesco. La fiducia nasce da «coerenza, prossimità e libertà rispetto agli interessi immediati». Gaid insiste sull’aspetto religioso della diplomazia mediorientale, capace di mantenere aperti canali quando la politica si interrompe. «Il dialogo religioso non sostituisce quello tradizionale, ma può preparare il terreno». Il rapporto tra Santa Sede e Al-Azhar, il più importante centro di insegnamento dell’Islam, non apre corridoi, non firma accordi, ma può costruire fiducia e offrire un linguaggio comune. Ne è la prova il viaggio di Papa Francesco al Cairo nel 2017 e il Documento sulla Fratellanza Umana del 2019. Il rischio è che il dialogo diventi una formula vuota. «Queste interlocuzioni possono essere usate come copertura simbolica da coloro che nascondono dietro i sorrisi cattiva volontà o vili interessi. Una mediazione autentica non deve limitarsi a rendere il conflitto più gestibile. Deve provare ad affrontarne le cause profonde. È una soglia difficile, soprattutto quando gli Stati usano i canali diplomatici come strumenti di potere, reputazione e scambio», conclude Gaid. Le potenze medie si muovono dentro questa ambivalenza. Possono aprire spazi negoziali, ma anche trasformarli in moneta politica. Possono facilitare una tregua, ma anche rafforzare il proprio peso regionale. Oggi non conta solo chi può imporre una decisione, ma anche chi riesce a restare al tavolo principale.
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IL SECOLO DELLA CINA
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SEZIONE 2
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GIADA MESSETTI A Shenzen il cielo è azzurro e limpido sopra 13 milioni di abitanti. Le auto scorrono senza rumore su chilometri di strade, i contanti sono spariti da anni e per pagare nei negozi o entrare in luoghi come Disneyland ormai basta solo il volto. «Pensavo di essere pronta», racconta Giada Messetti, sinologa e divulgatrice, di ritorno dal suo ultimo viaggio in Cina. «E invece, per tutta la durata del volo, continuavo a chiedermi: come la racconto questa cosa in Italia?». È uno spaesamento che, secondo Messetti, nasce anche dal modo in cui l’Europa continua a osservare Pechino. La Cina di oggi ha poco a che fare con l’immaginario occidentale fatto di smog, produzione a basso costo e imitazioni tecnologiche. «Il più grande fraintendimento è pensare che il cinese medio sogni di vivere nel Vecchio Continente o negli Stati Uniti. C’è stato un momento in cui l’Occidente era aspirazionale. Oggi non lo è più». Il cambiamento è prima di tutto psicologico. La generazione cresciuta negli anni Duemila ha visto la Cina entrare nell’Organizzazione mondiale del commercio, ospitare le Olimpiadi di Pechino nel 2008, diventare la seconda economia mondiale e trasformare nel giro di pochi anni città soffocate dall’inquinamento in metropoli ipertecnologiche. Un’ascesa che ha prodotto orgoglio nazionale e la convinzione che il proprio paese non sia più una periferia del mondo, ma uno dei suoi centri decisivi. «La Cina decide del nostro futuro e l’Europa ha ancora difficoltà ad accettarlo». L’immagine che emerge è molto più complessa di quella monolitica raccontata in Occidente. «Abbiamo in mente Xi Jinping e basta. Come se i cinesi fossero un popolo obbediente, tutti uguali». In realtà la società cinese è attraversata da tensioni, discussioni e trasformazioni continue, anche dentro un sistema fortemente controllato. (Il secolo della Cina) 22
Persino la rete cinese, descritta in Occidente come uno spazio completamente blindato, è più articolata di quanto si immagini. La censura esiste, ma esiste anche una capacità di adattamento da parte degli utenti. La metafora dello scrittore Yu Hua descrive internet in Cina come “un gioco tra il gatto e il topo”: il controllo rincorre continuamente una società che trova nuovi modi per aggirarlo. Dietro l’immagine della superpotenza tecnologica, però, emergono fragilità profonde. I giovani cresciuti nel pieno del boom economico iniziano a confrontarsi con il rallentamento della crescita, la crisi immobiliare, la disoccupazione e un costo più alto della vita. «Rischiano di essere la prima generazione ad avere un futuro peggiore del proprio passato». Dentro questo equilibrio fragile tra crescita, controllo e stabilità, Pechino sta ridefinendo la propria postura globale. Per la sinologa l’incontro tra Xi Jinping e Donald Trump a maggio 2026 ha rappresentato il momento in cui la Cina ha cercato di affermarsi apertamente come pari degli Stati Uniti. Non più una potenza emergente, ma uno dei due poli attorno a cui si organizza il nuovo ordine mondiale. Taiwan in questo scenario resta la linea rossa invalicabile, mentre la parola chiave della diplomazia cinese diventa “stabilità”. Nel frattempo, l’Europa sembra restare ai margini: «Il problema è che non vedo una progetto». Mentre Cina e Stati Uniti ridefiniscono rapporti economici, tecnologici e strategici, Bruxelles appare in ritardo, stretta tra dipendenza americana, difficoltà industriali e assenza di una politica comune davvero autonoma. Ed è forse qui che la Cina diventa uno specchio dell’Occidente. Il punto, suggerisce Messetti, non è stabilire se il modello cinese piaccia oppure no, ma capire quanto il mondo stia cambiando più velocemente delle categorie con cui continuiamo a raccontarlo. di Camilla Stacchiotti
Giada Messetti è sinologa e divulgatrice specializzata nella cultura e nella società cinese contemporanea. è autrice della trilogia di saggi Nella testa del Dragone (2020), La Cina è già qui (2022) e La Cina è un’aragosta (2025).
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(Il secolo della Cina)
POTENZE IN GARA I
La competizione tra Cina, Stati Uniti e Unione europea PIL a confronto
Fonte: World Bank Group *Il dato è espresso in notazione americana: 1 trillion equivale a 1000 miliardi
(Il secolo della Cina)
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Difesa e spesa militare Fonte: World Bank Group *I valori indicano la spesa militare delle tre potenze nel 2024 **La percentuale rappresenta il peso di questa spesa sul PIL ***Il dato è espresso in notazione americana: 1 billion equivale a 1 miliardo
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Il confronto tra Cina, Stati Uniti e Unione europea passa per alcuni settori strategici: la crescita economica, la spesa militare, gli investimenti in tecnologia e intelligenza artificiale. Tre dimensioni che provano a indicarci dove si sta spostando il potere globale. In economia, Pechino, dalla posizione marginale degli anni Novanta, ha colmato il divario con Ue e Usa. Il PIL di Washington resta il più alto, ma l’economia cinese cresce a un ritmo elevato. Sul piano militare, gli Stati Uniti spendono di più e sostengono il peso maggiore in rapporto al PIL. La Cina cresce in modo costante e controllato, mentre Bruxelles accelera con gli investimenti nella Difesa, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina e l’incertezza dell’Alleanza atlantica con il secondo insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Nel settore AI e delle startup specializzate nella gestione dei dati, il distacco è evidente. Sono gli Stati Uniti ad attirare la quota più alta di investimenti, mentre la Cina ha raggiunto un picco nel 2021 per poi rallentare. L’Europa, intanto, resta poco competitiva.
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AI e data start-up
Fonte: OECD.AI (2026) *I valori indicano la somma degli investimenti venture capital nei tre mercati **Il dato è espresso in notazione americana: 1 billion equivale a 1 miliardo
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(Il secolo della Cina)
La supervisione dei lavori nel porto di Chancay in Perù (14/06/2024), Presidencia Perù
Lo shopping di Pechino Mentre Washington scommette sulle basi militari, la Cina costruisce una rete globale di porti commerciali I
di Salvatrice D’Anna Campo
Il 14 novembre 2024, nel Palazzo del Governo di Lima, la presidente peruviana Dina Boluarte e il leader cinese Xi Jinping erano fianco a fianco davanti a uno schermo che mostrava il porto di Chancay in diretta. Si tratta di un hub portuale automatizzato sulla costa settentrionale del Perù, in cui la compagnia statale cinese COSCO Shipping Ports detiene il 60% delle quote. Insieme diedero il comando: «Aprite il porto!». Le gru entrarono in funzione, mentre una nave COSCO faceva risuonare la sirena nella nebbia del Pacifico. Xi definì l’infrastruttura «il punto di partenza di un Cammino Inca della Nuova Era», mentre Boluarte concluse con: «Viva la Cina! Viva l’amicizia tra Perù e Cina!». Mentre gli Stati Uniti hanno circa 750 basi militari all’estero, la Cina ne ha solo una a Gibuti, in Africa. In compenso, ha costruito una rete globale di porti commerciali: 129 progetti in tutto il mondo, 17 dei quali con partecipazione di maggioranza. Di questi, secondo il think thank americano Council on Foreign Relations, 14 sono potenzialmente adatti a operazioni navali. Wendy Leutert, esperta di economia cinese, e il ricercatore Isaac Kardon spiegano che «la distinzione tra “commerciale” e “strategico” non è così netta. L’importanza economica degli asset all’estero crea un imperativo strategico a proteggerne e assicurarne l’accesso». È un mandato che l’Esercito Popolare
(Il secolo della Cina)
della Liberazione ha integrato nelle sue missioni dal 2004. Pablo Javier Gomez Debarbieri, ingegnere che ha lavorato nel porto di Chancay, respinge l’ipotesi di una base navale cinese: «In Perù, ogni ingresso di imbarcazioni militari richiede l’approvazione del Congresso». Il rischio di perdere il controllo dell’hub, però, è emerso quando le autorità peruviane hanno tentato di revocare i diritti esclusivi cinesi invocando le norme antimonopolio. Il Congresso ha modificato la legge pur di preservare il controllo di Pechino sul megaporto: «La sovranità si esercita all’interno di una struttura di dipendenza economica», osserva Leutert. Gomez Debarbieri aggiunge: «L’America Latina è fonte di materie prime. Le aziende cinesi sono sempre più attive nel settore minerario in Perù per assicurarsi queste risorse». Secondo Leutert, i porti commerciali offrono vantaggi in termini di supporto logistico, intelligence e influenza dei flussi commerciali. «Pechino è in grado di ottenere un vantaggio strategico maggiore attraverso gli asset delle proprie imprese all’estero», conclude Leutert. Gli analisti militari cinesi considerano l’infrastruttura commerciale un’opzione di ripiego rispetto alle basi dedicate. È questa ambiguità, tra affari e strategia, a rendere i porti uno strumento di potere difficile da contrastare.
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Sotto gli occhi di Xi Jinping Telecamere intelligenti, dati biometrici e analisi del comportamento: il sistema di controllo del Partito I
di Camilla Stacchiotti
Un uomo uiguro prende il telefono, scava una buca e lo seppellisce. Pensa che sia quello il problema. Da mesi vede amici, parenti e vicini sparire nel nulla. Sa che le autorità controllano tutto, ma non sa come. Crede che basti far sparire il dispositivo per sottrarsi allo sguardo dello Stato. Non immagina che sarà proprio quel gesto a renderlo sospetto. «L'ironia», racconta Maya Wang, direttrice associata per la Cina dell’ONG Human Rights Watch, «è che il sistema considerava anomalo il fatto che un telefono sparisse dalla rete per giorni. Era uno dei segnali che rendevano una persona inaffidabile». Sembra una storia da romanzo distopico. Invece accade nella Cina di Xi Jinping e racconta il modo in cui il Paese sta ridefinendo il rapporto tra tecnologia e potere. Per anni lo Xinjiang, la regione occidentale abitata dalla minoranza musulmana uigura, è stato il laboratorio più avanzato del controllo digitale. Telecamere intelligenti, raccolta di dati biometrici, software in grado di analizzare comportamenti e relazioni sociali: un ecosistema costruito per individuare chi viene considerato una possibile minaccia prima ancora di commettere un reato. Secondo Wang, il punto non è la tecnologia in sé. È il progetto politico che la guida. «La Cina ha aspirazioni totalitarie. La tecnologia viene incorporata all'interno di un sistema di controllo sociale multidimensionale». L’obiettivo finale è esplicito: garantire quella che il Partito definisce “stabilità sociale”, ovvero la capacità di rimanere al potere per sempre. Nello Xinjiang questo sistema raggiunge livelli estremi. Le autorità raccolgono enormi quantità di dati e li elaborano attraverso piattaforme che segnalano comportamenti definiti "irregolari". Non servono prove di un crimine. Basta avere contatti con la persona sbagliata, utilizzare poco il telefono o fare qualcosa che un algoritmo considera fuori norma. In alcuni casi, il confine tra sicurezza e arbitrio scompare del tutto. «Ci sono persone finite in prigione per comportamenti perfettamente ordinari, come farsi crescere la barba». Quando ogni aspetto della vita quotidiana può essere trasformato in un indicatore di rischio, il cittadino non sa più quali regole stia infrangendo. Il vero interrogativo, oggi, non riguarda soltanto ciò che accade dentro i confini cinesi. Wang racconta di come Pechino stia rafforzando la propria presenza nelle Isole Salomone, piccolo arcipelago del Pacifico, diventato uno dei fronti più sensibili della competizione tra Cina e Occidente. In gioco non ci sono soltanto accordi economici o militari. C'è l'esportazione di un modello di sicurezza fondato sulla raccolta dei dati e sul rafforzamento del potere statale: «La Cina sta contribuendo a cambiare la struttura del mondo. A privilegiare il potere statale rispetto alle libertà individuali». Per la ricercatrice non si tratta di un futuro lontano, sta già accadendo. Molti governi acquistano sistemi
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di sorveglianza senza interrogarsi sulle conseguenze. Altri vedono in queste tecnologie uno strumento efficace per consolidare il controllo sociale. Eppure, gli anticorpi esistono già. Spesso invisibili, perché fanno parte della quotidianità democratica. «Per molti europei il General Data Protection Regulation (GDPR), la normativa europea che disciplina il trattamento dei dati personali, è soltanto un'altra legge. Ma per molte persone nel mondo rappresenta una protezione contro un futuro di sorveglianza onnipresente». Le società che godono del “lusso” delle libertà civili tendono a pensare che certe minacce riguardino qualcun altro, ma nessuno è immune. Se non vengono difesi, gli spazi di libertà possono restringersi lentamente. Per questo, la sfida dell'intelligenza artificiale non interessa soltanto gli ingegneri o le grandi aziende della Silicon Valley. Riguarda il rapporto tra cittadini e potere: il diritto all'errore, all'anonimato, alla libertà di movimento, la possibilità di vivere senza essere costantemente classificati. L'uomo che ha seppellito il telefono nel terreno pensava di poter sfuggire alla macchina. Non aveva capito che la macchina non stava cercando il suo dispositivo. Stava cercando lui.
Le videocamere di sorveglianza a Piazza Tiananmen nel centro di Pechino (05/10/2019), Mehdi Chebil / Hans Lucas via Reuters Connect
(Il secolo della Cina)
Confucio in cattedra La Scuola di Giornalismo Luiss, accordi con le università di Renmin Pechino, Fudan Shangai, Nanyang Singapore
I
di Alice Pavarotti
Pechino - «Raccontate la Cina in modo sbagliato, o, comunque, parziale»: la frase mi è ritornata come un refrain durante la missione che mi ha portata a Shanghai e nella capitale Pechino, oltre che nella città stato di Singapore, vedetta verso l’Asia meridionale. La prima cosa che ho notato sono le telecamere, ovunque, impossibile alzare lo sguardo senza incontrarle. Cammino, anche di notte, sola, senza la tensione sgradevole che ho in Italia. Mi sento al sicuro e per un momento penso: «Non sarebbe male averle anche da noi». Poi mi torna in mente il commento di un passeggero vicino: «Chi dice che prenderebbe solo alcune cose di un sistema non capisce che funziona nella sua totalità. Tutto o niente». La contraddizione delle telecamere nascoste mi accompagnerà per tutto il viaggio. In Occidente la Cina è raccontata con pregiudizi, Paese chiuso al suo interno eppure votato alla scena internazionale, come intuisco, in chiave istituzionale, visitando il China International Communications Group (CICG), editore di diversi magazine in Europa, tra cui China Today, al desk anche due giornalisti occidentali, un inglese e un americano, i più riservati del gruppo. CICG sta per aprire una sede a Parigi e ha redattori in tutto il mondo. Una redazione è dedicata a Europa e Africa, scelta interessante, chissà se dettata dalla vicinanza geografica o dall’intuizione di futuri assi geopolitici che noi fatichiamo a cogliere. Ci mostrano gli ultimi numeri di China Today: una cover story è dedicata all’incontro tra il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez e il presidente cinese Xi Jinping. Xi resta al centro del potere, il loro special report recita compunto: «Vi raccontiamo il nuovo programma di letture, guidati dalla visione del presidente Xi». Allo stesso modo, viene affrontata la questione degli Uyghur, ma solo dal punto di vista storico e culturale, senza soffermarsi sugli aspetti più controversi di cui si occupano i media occidentali, come le accuse di campi di detenzione, deportazioni e persecuzione della minoranza musulmana. Una giornalista europea di base da anni a Shangai mi spiega: «Non è vero che non puoi parlare male della società cinese. Si può, basta non incolpare il governo. Quando ho detto a mia mamma che andavo a fare la giornalista in Cina, è sbottata: “Sei pazza?”», racconta scherzando. «In Europa molti dei miei lavori non verrebbero capiti. Magari i media mi commissionerebbero un pezzo sui disastri ambientali qui. Ma se proponi un reportage sull’identità delle donne, sui mercati locali, sulla vita quotidiana delle famiglie, l’interesse è basso». «Un anno fa, in Qinghai, regione al confine con il Tibet, ho realizzato un reportage su un ragazzo originario della zona, che vive in una famiglia di nomadi. Abbiamo attraversato la Cina in treno, poi siamo arrivati in autostop a casa sua, quattromila metri di altezza sull’Himalaya. Anche in mezzo alla natura, la polizia mi ha monitorata ogni giorno. Hanno fermato il bus su cui viaggiavo per interrogarmi, anche se alla fine ho realizzato il documentario, a patto di registrarmi ogni giorno alla stazione degli agenti più vicina. Le minoranze etniche stanno cambiando rapidamente: sempre meno cittadini parlano tibetano, a scuola insegnano solo mandarino. Il ragazzo al centro
(Il secolo della Cina)
della storia rappresenta questa trasformazione, persone che si trasferiscono dalle tende alle metropoli, soffrendo una frattura identitaria dolorosa». Hu Jiani, “Jenny”, come si presenta, nome inglese scelto apposta per facilitare la comunicazione con l’estero, frequenta invece il primo anno del Master in Giornalismo alla Fudan University di Shanghai: «Studio nel corso internazionale perché voglio insegnare al mondo a raccontare una Cina più autentica», dice sorridendo. «Molti vedono la Cina come una minaccia, ma non è così, vogliamo aiutare i paesi a svilupparsi se mai». Una studentessa della Renmin University a Pechino, quarto anno di giornalismo, mi cita il filosofo Antonio Gramsci e il concetto di «egemonia culturale» per spiegarmi perché vuole fare l’inviata: «Esiste una forte disuguaglianza nei sistemi di comunicazione: alcuni nazioni restano fuori dalle narrazioni dominanti e quindi ricevono meno risorse e supporto». È difficile, qualcuno mi dice impossibile, raccontare la Cina senza viverci, «perché cambia alla velocità della luce: solo due anni fa era tutto diverso. La tecnologia cinese è molto avanzata e spesso questo non viene capito», dice Jenny con fierezza. Qualche ora dopo, nella sede di Shanghai di Tencent, il colosso tecnologico proprietario di WeChat, capisco cosa intende. Il responsabile dell’incontro inizia a parlare in cinese e noi, inizialmente, restiamo spiazzati. Ma in tempo reale, sullo schermo compare la traduzione in italiano, generata dal loro nuovo modello di intelligenza artificiale. Non è l’unico esempio. Poco dopo, anche Xiaoning Lyu, docente della Luiss che viaggia con noi, ci mostra come in Cina sia ormai possibile effettuare pagamenti semplicemente con il palmo della mano, grazie alla lettura biometrica. Del resto, gran parte della vita quotidiana passa attraverso lo smartphone: applicazioni come WeChat, Alipay e Didi sono strumenti indispensabili per comunicare, pagare, prenotare servizi, spostarsi. Senza, si è completamente esclusi dalla società. Anche i robot che consegnano il cibo direttamente nelle camere d’albergo sono la normalità. Allo stesso tempo, emerge una storia dalle radici millenarie, in cui l’antico si mescola continuamente al nuovo. A Pechino abbiamo avuto l’onore di conoscere Ma Weidu, uno dei più importanti e celebri collezionisti cinesi, e di visitare la sua collezione privata esposta al Guanfu Museum, il primo museo privato della Cina, da lui fondato nel 1996. Tra mobili antichi, porcellane, ceramiche e oggetti della tradizione, mi ha colpito soprattutto la conversazione iniziale con lui: nel darci il benvenuto, ha subito cercato un parallelismo tra l’importanza che storia e patrimonio culturale rivestono in Italia e l’orgoglio con cui lui stesso raccontava e custodiva quelli del suo Paese. Secondo il filosofo cinese Confucio, la natura degli uomini è la stessa, sono le loro abitudini che li separano. Alla fine del viaggio, la sensazione è che la Cina sia insieme ciò che ci raccontiamo in Europa e ciò che, una volta arrivati qui, sembra mettere in discussione quei racconti. Un Paese lontano da noi, geograficamente e culturalmente, ma che presenta anche inattesi punti di contatto.
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Aeroporto internazionale di Pechino-Daxing
Una delle quattro Jiaolou, le torri angolari della Città Probita, affacciata sul fiume Tongzi He a Pechino
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(Il secolo della Cina)
LA VOCE DELLA MACCHINA
(PAG. 32-41)
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SEZIONE 3
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JEREMY CAPLAN «Oggi esistono tecnologie nuove, potenti, capaci di fare cose che solo pochi anni fa non erano possibili», Jeremy Caplan, Director of Teaching and Learning alla Craig Newmark Graduate School of Journalism della CUNY, parte dall’entusiasmo. I numeri gli danno ragione: a giugno 2026 ChatGPT ha toccato il miliardo di utenti mensili, un traguardo che nemmeno TikTok, Instagram o YouTube, avevano raggiunto così in fretta. Oggi circa il 57% del traffico web è generato da macchine e per abitare l’infrastruttura dell’AI, secondo Caplan, è necessario evitare di prendere una posizione a priori: «Dobbiamo affrontarla con un pragmatismo curioso e scettico, essere aperti, esplorativi e sperimentali». Il giornalismo è il settore dove ogni giorno si osservano cambiamenti. Già nel 2025 il 9% degli articoli pubblicati dai maggiori quotidiani statunitensi è stato generato parzialmente o completamente dall’intelligenza artificiale. Questa tecnologia «sta influenzando il lavoro in moltissimi modi: può analizzare milioni, persino miliardi di dati, individuare modelli e anomalie, e permettere al giornalista di svolgere approfondimenti». Va chiarito un malinteso: «L’idea che l’AI serva soprattutto a scrivere testi. La generazione degli articoli dovrebbe essere uno degli ultimi usi a cui pensare». Meglio trascrizione, traduzione e analisi di dataset, conservando il ruolo di «arbitro finale», perché l’obiettivo «non è la sostituzione dell’essere umano, come spesso si pensa, ma un’assistenza che amplifica ciò che si può fare». Sui mercati Caplan è meno pessimista di molti analisti. «La crescita dell’AI continuerà perché l’adozione è già molto ampia: miliardi di persone usano questi strumenti non solo perché sono interessanti, ma perché li trovano utili. Questo rende l’AI diversa da altre bolle tecnologiche basate soprattutto sulla speculazione». Ci sarà però una scrematura, come nell’era dei social: «Alcune aziende falliranno, altre (La voce della macchina) 32
verranno vendute. A qualcuno sembrerà lo scoppio di una bolla, ma è il normale processo di consolidamento dei cicli tecnologici». I vincitori non sono già scritti: «OpenAI, Anthropic, Microsoft e Google non saranno le uniche a dominare». Né saranno solo americani: «Vedremo emergere aziende da varie parti del mondo». In Europa sono già presenti molte imprese «a Berlino o in Scandinavia» e, nonostante la burocrazia e gli ostacoli fiscali, ci sono grandi possibilità: «La legislazione europea su privacy e dati potrebbe creare opportunità per startup nella sicurezza informatica». A preoccupare è il proliferare sul web dei contenuti sintetici: «Rischiamo di essere sommersi da informazioni fino a non riuscire più a distinguere il segnale dal rumore». La questione più urgente è il «rischio di una resa cognitiva: permettere agli strumenti di pensare al posto nostro, esternalizzando creatività, analisi e pensiero critico alle macchine, perdendo - lungo il percorso - una parte della nostra umanità». Perché «il cervello resta acuto se lo usiamo. Se non lo usiamo, si indebolisce come un muscolo». Ci sono poi l’isolamento sociale e la solitudine: «Più ci affidiamo alle macchine per collaborare, più rischiamo di ridurre la nostra connessione con gli altri esseri umani». La soluzione è tornare ogni tanto alla vita analogica: «Sono un grande sostenitore del “tech Sabbath”: dedicare un giorno alla settimana, o almeno una parte, a non usare la tecnologia». Cresciuto a Boston con una formazione da musicista prima che da giornalista, conclude: «Non andrei ad ascoltare un robot suonare il violino: preferisco sentire un essere umano». di Gianluca Brazzioli
Jeremy Caplan è Director of Teaching and Learning alla Craig Newmark Graduate School of Journalism della CUNY, a New York, dove guida l’Entrepreneurial Journalism Creators Program.
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(La voce della macchina)
ALL’ AI PIACE CALDO
I modelli di intelligenza artificiale diventano sempre più capaci, ma dietro c’è una macchina fisica fatta di data center I
L’intelligenza artificiale arriva a noi come qualcosa di invisibile. Scriviamo una domanda, aspettiamo pochi secondi, riceviamo una risposta. Un testo, un’immagine, una riga di codice sembrano comparire dal nulla. Ogni generazione di modelli, però, richiede capacità di calcolo, server, sistemi di raffreddamento, energia. La crescita dell’AI non riguarda solo quello che succede sullo schermo, ma anche l’infrastruttura fisica che permette alla macchina di rispondere. Tra il 2022 e il 2026, i modelli sviluppati da OpenAI, Google, Anthropic e Deepseek hanno registrato valori sempre più alti nell’Intelligence Index, un indice che restituisce un punteggio sulle capacità
dell’AI in compiti come ragionamento, matematica e programmazione. In pochi anni, sistemi che sembravano sperimentali sono diventati strumenti integrati nel lavoro, nella ricerca, nella produzione di immagini e codice: modelli sempre più capaci e performanti. La crescita delle prestazioni, però, riguarda anche le infrastrutture da cui l’AI dipende. Ogni miglioramento nelle capacità richiede più data center, reti elettriche e potenza di calcolo. Al progresso del software si accompagna la crescita della macchina fisica che lo rende possibile.
2024 361 TWh 2023 2022
325 TWh
298 TWh
(La voce della macchina)
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Fonte: Artificial Analysis Intelligence Index v4.0
TWh (terawattora) consumati OpenAI Google Anthropic Giugno 2026
DeepSeek
568 TWh 2026 485 TWh 2025 415 TWh
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(La voce della macchina)
La scienza di arrivare primi AI, social e traffico in calo, il futuro del giornalismo è riconoscere i segnali prima che diventino notizie
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di Gianluca Brazzioli
«Lo spazio in cui il giornalismo aggiungeva valore, fra l’evento e la nostra comprensione, si è ridotto fino a scomparire»: così l’imprenditore e giornalista computazionale Francesco Marconi parla della rivoluzione che sta attraversando le redazioni. «Quando l’informazione viaggia più rapidamente di quanto l’essere umano riesca a comprenderla, la spiegazione arriva a conseguenze già prodotte», spiega. Nell’epoca della velocità estrema, le notizie arrivano immediatamente sui social network, la competizione è spietata e la remunerazione è bassa. Tutti i contenuti prodotti possono essere messi insieme da un’intelligenza artificiale in pochi secondi. Per questo Marconi teorizza le pre-news: «Rilevare i segnali deboli che attraversano i dati pubblici, atti regolatori, registri scientifici, fascicoli giudiziari, reti di sensori, prima che si cristallizzino in titoli di giornale». Un approccio che è di fatto «un’abitudine mentale» da adottare nel lavoro giornalistico: il compito del cronista diventa «osservare un sistema in modo continuo e riconoscere, prima di chiunque altro, quando qualcosa sta andando storto». In questo modo si possono prevedere le notizie più influenti, quelle che hanno la maggiore capacità di incidere sul mondo. Marconi parla degli aumenti nelle ricerche online sui sintomi respiratori prima dell’arrivo della pandemia di Covid-19 o dell’aumento dei default sui mutui che poteva anticipare la crisi finanziaria del 2008. Le potenzialità sono grandi, il problema è capire come sfruttarle: «Le redazioni sono sotto pressione. Scrivono per la nuova “economia dell’attenzione”, accelerando il declino al quale tentano di sottrarsi». Valerio Bassan, giornalista e autore della newsletter Ellissi su Substack, estende il problema alla struttura del settore dell’informazione: «È preoccupante la scarsa capacità di adattamento dei giornali. Sono anni che il loro modello è in crisi, ma tante testate non hanno avuto la voglia, o la forza, di cambiare». La scarsa attitudine del mondo dei media ad adattarsi alle nuove tecnologie si sta palesando anche con l’intelligenza artificiale. In fondo a un articolo pubblicato su un quotidiano locale italiano lo scorso ottobre si leggeva: «Vuoi che lo trasformi in un articolo da pubblicare su un quotidiano (con titolo, occhiello e impaginazione giornalistica) o in una versione più narrativa da magazine d’inchiesta?». Una gaffe che rivela quanto questo strumento sia usato senza controllo nelle redazioni. Nella confusione, l’Ordine dei giornalisti ha provato anche a inserire delle regole: «L’intelligenza artificiale non può in alcun modo sostituire l’attività giornalistica», recita il nuovo articolo 19 del codice deontologico. Più che una norma da rispettare appare come un tentativo di arginare un cambiamento inevitabile. Un recente studio dell’Università del Maryland ha rivelato che già il 9% degli articoli pubblicati sui giornali americani è almeno parzialmente generato dall’AI. Il digitale aveva messo in crisi il cartaceo, ora gli LLM, i modelli linguistici di intelligenza artificiale,
(La voce della macchina)
cambiano l’audience. Lo scorso decennio è stata l’epoca d’oro della SEO (Search engine optimization): chi riusciva a comparire più in alto nei risultati sul web aveva a disposizione click, pubblicità e soldi. Poi sono arrivati i modelli AI e tra il 2024 e il 2025 il traffico che da Google porta agli articoli è calato del 33%. In un solo anno. Il diretto responsabile è AI Overview. Quel piccolo riassunto che si visualizza in testa alla pagina di ricerca e che scoraggia gli utenti dal cliccare sui contenuti. Molti si fermano lì, leggono quelle due righe scritte da un LLM, e se ne vanno. Non tutti però vedono questo come un problema. «La fine della SEO quasi mi rincuora», afferma Bassan. «È una pratica che non ho mai amato. Così come il declino dei modelli troppo dipendenti dal volume dei click. Ma questa non è la fine del giornalismo». In questa rivoluzione qualcuno potrebbe addirittura guadagnarci, sfruttando il fulcro del cambiamento: i motori di intelligenza artificiale. Reuters Institute la chiama AEO, Artificial engine optimisation: se gli articoli saranno in grado di farsi citare dagli LLM verranno letti di più. Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, durante il confronto con gli studenti di giornalismo avvenuto lo scorso aprile al Quirinale, ha invitato «a rifuggire dal rischio di indolenza o di negligenza: le trasformazioni non mutano la natura della professione, anzi, ne accentuano, piuttosto, le responsabilità». Oneri, impegni e vincoli in un settore dove il denaro è sempre meno. Ne sono un esempio le tirature certificate dei primi due quotidiani italiani: Corriere della Sera e la Repubblica. Nel 2006 in media stampavano circa 800mila copie al giorno.
Una pila di giornali abbandonati sul ciglio della strada (2014)/William W. Ward
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A vent’anni di distanza il primo tira circa 100mila copie cartacee, mentre la Repubblica poco più della metà. In Italia esistono storicamente i contributi pubblici per sostenere il giornalismo. Alberto Barachini è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’informazione e all’editoria: «Una scelta che si legava alla varietà di soggetti politici presenti nel nostro Paese. Oggi non esistono più i giornali di partito ma il sostegno è rimasto». Nell’attuale crisi del settore, i finanziamenti adesso sembrano una soluzione: «C’è un paradosso: oggi senza il sostegno pubblico molte realtà editoriali non riuscirebbero a sopravvivere. Nei primi anni di vertici europei sull’editoria spesso venivamo interrogati criticamente sul finanziamento pubblico. Oggi c’è forte interesse da Francia e Germania, ma anche da paesi extraeuropei».
Immagine generata con l’intelligenza artificiale
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(La voce della macchina)
L’algoritmo con licenza di uccidere Dai droni in Libia ai nuovi dispositivi militari basati sull’AI, la decisione su chi vive e chi muore sfugge dal controllo umano I
di Michelangelo Mecchia
Il drone prende quota, calcola la traiettoria, mette a fuoco l’obiettivo: l’algoritmo ha individuato il nemico. Lo sciame punta contro convogli e truppe in ritirata lungo la costa occidentale libica, a ovest di Tripoli. I quadricotteri sorvolano la spiaggia e colpiscono soldati. «Furono braccati e ingaggiati a distanza da droni di combattimento senza pilota oppure da sistemi d’arma autonomi letali, come lo Stm Kargu-2», scrive un panel di esperti delle Nazioni Unite in un report del 2021 sulla guerra civile in Libia. «I droni erano programmati per attaccare obiettivi senza richiedere una connessione dati tra l’operatore e la munizione». È la prima volta che in un documento ufficiale si accenna all’ipotesi che un’arma abbia colpito militari senza passare per l’autorizzazione di un essere umano. I fatti risalgono al 2020. In questi anni l’industria della difesa globale ha investito miliardi di dollari in intelligenza artificiale. Ma una macchina può decidere della vita e della morte di un uomo? Se un velivolo pilotato dall’AI commette un crimine di guerra, chi se ne assume la responsabilità? L’automazione dei conflitti ne abbatte il costo politico: per un governo è più sostenibile combattere se al fronte non muoiono cittadini, ma esplodono robot e droni. Rendendo l’uso della forza
più comune nelle dinamiche tra Stati. Nel 2023 il segretario generale dell’Onu António Guterres e la presidente del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) Mirjana Spoljaric hanno chiesto divieti e restrizioni sulle Laws (sistemi d’arma autonomi e letali), in virtù della «crescente disponibilità e accessibilità di tecnologie nuove e sofisticate, come quelle nel campo della robotica e dell’intelligenza artificiale». Il bando non coprirebbe tutte le applicazioni AI in ambito militare, che vanno distinte in base a funzione (difensiva/offensiva) e bersaglio (mezzi/ uomini) del dispositivo. Ma soprattutto per la posizione degli algoritmi nella catena operativa - individuazione, localizzazione, tracciamento, designazione dell’obiettivo, ingaggio, valutazione degli effetti - e ruolo dell’essere umano, che può essere dentro, “sopra” (cioè con un ruolo di supervisione) o fuori dal ciclo decisionale (human in/on/ out the loop). Ad esempio, Harpy è una munizione circuitante, vale a dire una sorta di drone kamikaze, completamente autonoma, di fattura israeliana, che però traccia e colpisce i radar del nemico, cioè oggetti militari per natura. Ci sono gli strumenti di supporto decisionale basati
Immagine generata con l’intelligenza artificiale
(La voce della macchina)
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sull’intelligenza artificiale (AI-Dss), che suggeriscono bersagli, ma lasciano all’operatore la responsabilità di premere il grilletto. Il CICR considera queste applicazioni meno problematiche, anche se esorta la comunità internazionale a varare delle rigide norme d’uso. I divieti dovrebbero riguardare i sistemi d’arma autonomi «imprevedibili» (bisogna poterne prevedere il comportamento e intervenire per disattivarli) o «antipersona», se sono progettati per aprire il fuoco quando rilevano la presenza del nemico. In pubblico tutte le aziende del settore si impegnano a rispettare il principio man in the loop. Già nel 2019 l’ONG olandese Pax, a conclusione di uno studio sull’industria della difesa, denunciava lo sviluppo di armi senza un «controllo umano significativo». Su cinquanta produttori (scelti in base a fatturato e peso nel mercato militare), trenta sono stati classificati «ad alto rischio», perché privi di policy solide in materia e al lavoro su tecnologie pericolose. In questa lista ricorrono storici conglomerati come Lockheed Martin e Boeing (Usa),
ma anche Rostec (Russia) e Stm (Turchia). L’autore della ricerca Frank Slijper, contattato da Zeta, non rileva cambiamenti positivi rispetto al passato, tutt’altro: «La tendenza si è accellerata in modi impensabili solo cinque anni fa». Il tema è entrato nell’agenda delle Nazioni Unite nel 2013, ma mancano regole. Tre anni dopo è stato istituito un forum diplomatico per discutere un trattato, il Group of Governmental Experts. Nonostante le lunghe negoziazioni Stati Uniti e Russia frenano su nuove norme vincolanti. Persino un trattato sulle Laws potrebbe non essere sufficiente. Alexander Blanchard, analista dello Stockholm International Peace Research Institute, scrive a Zeta che «la presenza di un essere umano nel ciclo decisionale non garantisce di per sé un giudizio umano significativo». Un AI-Dss che restituisce all’operatore una lista di bersagli potrebbe presentare «informazioni inaccurate, incomplete, fuorvianti o false, rappresentando un civile come combattente». Inoltre «gli esseri umani tendono ad attribuire maggiore fiducia agli output dei sistemi automatizzati rispetto al proprio giudizio».
U.S. Marine che lancia un drone durante un’esercitazione sul Mar Nero a Mykolayivka in Ucraina (19/07/2017)/Flickr
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(La voce della macchina)
Immagine generata con l’intelligenza artificiale
Re Musk I e i suoi sudditi I
Grok, ChatGPT e Claude incarnano tre idee diverse di potere, sicurezza e democrazia
di Gianluca Brazzioli
Tre intelligenze artificiali, tre democrazie incompatibili. La storia di xAI di Elon Musk, OpenAI di Sam Altman e Anthropic di Dario Amodei diventa uno scontro ideologico. Nello scorso decennio le piattaforme della Silicon Valley erano neutrali, o almeno si professavano tali. La tecnologia aveva l’obiettivo di connettere le persone e cercava di prendere le distanze dal coinvolgimento politico. Oggi i brand delle big tech sono schierati: «Sono Mecha-Hitler», rispondeva qualche mese fa xAI. La programmazione dei system prompt - i codici che definiscono il “carattere” della macchina - era stata eccessivamente sbilanciata, e il modello continuava a parlare di una fantomatica teoria cospirazionista per cui sarebbe in atto un genocidio dei bianchi in Sudafrica. Rimane la direzione che Musk voleva dare alla sua creatura: un’impronta ultra-libertaria. La radicalizzazione non è l’unica posizione possibile. Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, era un grande finanziatore del Partito Democratico americano ma lo scorso anno si è definito “politically homeless”, politicamente un senzatetto. Nel frattempo ha stretto rapporti con il governo e il suo ChatGPT è usato dal Pentagono per compiti di intelligence. La prima ad aprirsi all’utilizzo militare era stata Anthropic, l’intelligenza artificiale dell’imprenditore italoamericano Dario Amodei. Lo scorso febbraio si è ribellata alla richiesta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump a usare senza limiti i suoi sistemi, dicendo no alle armi che uccidono senza controllo umano. La Casa Bianca ha ordinato a tutte le agenzie federali di smettere di usare Anthropic, poi ha fatto un passo indietro: la guerra con l’Iran ha reso quei sistemi indispensabili. Inavvertitamente, Trump aveva svolto una grande campagna promozionale per Claude, che ha fatto record di download. Ha dato l’impressione agli utenti di essere più sicura e attenta alla privacy rispetto a ChatGPT, che i consumatori hanno cominciato ad eliminare. Una guerra tra Ceo per convincere il cliente a spostarsi
(La voce della macchina)
da una piattaforma all’altra sulla base di un’ideologia. Lo teorizzavano già James Dale Davidson e William Rees-Mogg in The Sovereign Individual (1997), il testo di riferimento della nuova Silicon Valley e del miliardario di Palantir Peter Thiel. Secondo il libro, Internet e la globalizzazione avrebbero indebolito gli Stati nazionali, trasferendo potere a individui mobili, ricchi e tecnologicamente avanzati. Il costituzionalista Andrea Venanzoni ha studiato il pensiero di Peter Thiel e ha seguito le lezioni che ha tenuto a Roma: «The Sovereign Individual ha rappresentato una forte ispirazione per molti magnati della tecnologia (…). Una visione che oggi ritorna nelle teorie delle piattaforme private come alternative allo Stato tradizionale». Secondo il giurista esistono già dei casi concreti come l’Argentina di Milei, dove il Pentagono e alcune grandi aziende tecnologiche si stanno muovendo in sincronia, accumulando potere politico ed economico: «Allo status di cittadinanza verrebbe contrattualmente sostituito quello di consumatore, con gli utenti che scelgono i loro Stati-piattaforma di appartenenza a seconda dei propri convincimenti e dei servizi offerti». Le innovazioni procedono e l’Europa, grande mercato di utenti, è stata la prima ad aprire alla regolamentazione con l’AI Act del 2024. Le aziende tecnologiche sono state critiche ma si sono arrese quando il resto del mondo ha cominciato ad adottare delle norme in materia. Brando Benifei è europarlamentare del Partito Democratico e relatore dell’AI Act: «Le big tech agiscono come attori sistemici, intrecciati con le strategie nazionali dei loro paesi d’origine, che usano la loro posizione per indebolire le nostre regole dall’esterno e dall’interno». A questo scenario Benifei risponde con regole e innovazione: «Sull’intelligenza artificiale, l’Europa può costruire un vantaggio puntando su modelli affidabili e sicuri. È lì che la qualità batte la potenza bruta, e che le nostre regole diventano un asset competitivo, non un ostacolo».
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Dottor Chatbot “Dica trentatré” I
Molti si rivolgono ai sistemi LLM per avere conforto, ma non sono addestrati per le minoranze
di Matilde Risi
Molto prima che l’intelligenza artificiale generativa diventasse una presenza quotidiana nelle nostre vite, Google aveva iniziato a mostrare agli utenti che facevano ricerche riconducibili a una situazione di crisi, risorse per la prevenzione del suicidio. Quella scelta oggi appare come un’anticipazione di un dibattito più ampio: quando una persona in difficoltà si rivolge prima a una macchina che a un essere umano, quale tipo di aiuto dovrebbe ricevere? È la domanda che ha affrontato AI and Suicide Prevention: A Health Equity Lens, il webinar organizzato dall’American Foundation for Suicide Prevention (AFSP) durante il Mental Health Awareness Month. Al centro del confronto, chi non ha un’assicurazione sanitaria, chi appartiene a comunità afroamericane o latinoamericane spesso sottorappresentate nei percorsi di assistenza, studenti universitari schiacciati tra precarietà economica e pressione psicologica, e tutti quei gruppi per i quali accedere a un supporto psicologico è un percorso a ostacoli fatto di barriere economiche, culturali e istituzionali. L’intelligenza artificiale applicata alla salute mentale è disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro e risponde nel momento del bisogno. Megan Jones Bell, Clinical Director di Google, ha sottolineato come gli strumenti conversazionali basati sull’AI offrano un supporto immediato che può rendere una sofferenza vissuta in solitudine un aiuto concreto. Jazmin Reyes-Portillo, psicologa clinica della Montclair State University, ha evidenziato come «l’intelligenza artificiale potrebbe abbassare la soglia psicologica che separa una persona dalla richiesta di aiuto». In molte comunità, il ricorso ai servizi di salute mentale è ancora accompagnato da stigma, diffidenza o barriere culturali. Aprire una chat e formulare una domanda può essere più semplice che contattare uno psicologo.
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Leslie Adams, ricercatrice della Stanford University che studia il rischio suicidario nelle comunità afroamericane, ha osservato che l’AI potrebbe offrire un supporto a basso costo e facilmente accessibile. È difficile, però, che la sofferenza psicologica si esprima attraverso un linguaggio clinico chiaro e diretto. Le persone comunicano il proprio disagio con metafore, battute, riferimenti culturali, allusioni e linguaggi codificati. Adams ha sottolineato come i modelli linguistici di intelligenza artificiale (LLM) siano «addestrati su enormi quantità di testo proveniente da Internet, un patrimonio informativo che tende a riflettere le prospettive dominanti». Le modalità con cui una persona afroamericana, latina o appartenente ad altre comunità marginalizzate esprime dolore possono differire da quelle prevalenti nei dati di addestramento. L’umorismo, ad esempio, può essere utilizzato come meccanismo di difesa. Se il sistema non possiede il contesto culturale necessario, rischia di non riconoscere il bisogno di aiuto. Nella prevenzione del suicidio, un errore di interpretazione si traduce in un’occasione mancata per intervenire. L’equità deve essere incorporata sin dall’inizio del processo di sviluppo e le comunità dovrebbero contribuire a definire quali problemi affrontare, quali risultati raggiungere e quali modalità di intervento siano appropriate. Dovrebbero partecipare alle decisioni sulla raccolta dei dati, sulla valutazione dei modelli e sul monitoraggio degli effetti che questi strumenti producono nel tempo. Adams ha espresso il concetto in modo diretto: «La rappresentanza, da sola, non è equità. Se le persone appartenenti alle comunità interessate vengono invitate al tavolo senza avere alcun potere decisionale, il processo rimane estrattivo. L’equità richiede condivisione del potere, governance partecipativa e responsabilità reciproca».
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GAMEOVER DEMOCRAZIA
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SEZIONE 4
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IAN BURUMA Uno dei maggiori pericoli per la democrazia liberale è la sfiducia generalizzata nelle sue istituzioni. La Repubblica di Weimar crollò perché poche persone erano disposte a difenderla. Il populismo di destra nell’Europa di oggi è un sintomo di diffidenza nei confronti della liberaldemocrazia. Molte persone non credono nei media tradizionali e nell’istruzione superiore come fonti di informazione. Di conseguenza, i demagoghi che pretendono di parlare direttamente a nome del popolo esercitano un forte fascino. Questi ultimi assecondano i pregiudizi popolari, incolpando immigrati e minoranze di tutti i mali della società. Ci troviamo in un periodo di regressione democratica. Molte persone hanno la sensazione di aver perso il controllo della propria vita, del proprio posto nella società, delle proprie condizioni economiche. Tanti chiedono soluzioni semplici che non possono essere soddisfatte dal lento e ponderato processo della democrazia liberale. Mussolini prometteva il “decisionismo”: l’uomo forte capace di superare tutti gli interessi particolari e le interminabili discussioni parlamentari per decidere ciò che andava fatto. È esattamente ciò che promettono oggi i leader populisti: Donald Trump non si affida al parere degli esperti, ma al proprio “istinto”. Quando le persone – o persino le nazioni – percepiscono che il loro status è in declino, possono diventare più vulnerabili all’estremismo. Negli Stati Uniti, per esempio, molti bianchi poco istruiti si sentono lasciati indietro e disprezzati dalle élite urbane istruite. Tendenze simili si osservano in Europa, dove i cittadini meno privilegiati, spesso residenti nelle aree rurali, si sentono minacciati dagli immigrati. L’idea che l’Islam rappresenti il pericolo maggiore per il loro senso di appartenenza e per la loro posizione sociale è facilmente sfruttata da politici ostili ai principi democratici. Il sistema democratico può funzionare soltanto finché (Game over democrazia) 44
i cittadini credono che coloro che eleggono per governare rappresentino realmente gli interessi degli elettori. Se i rappresentanti delle istituzioni vengono percepiti come figure corrotte che si preoccupano soltanto dei propri interessi, la fiducia nel sistema finirà per crollare. La democrazia liberale, a differenza della “democrazia diretta”, si fonda sulla rappresentanza. I parlamentari discutono e si confrontano per nostro conto. Se non pensiamo che siano in grado di farlo, il risultato sarà la polarizzazione e l’ascesa del populismo. Perché la democrazia possa funzionare, deve esistere un certo consenso sul fatto che la verità abbia valore e che sia possibile fidarsi di fonti comuni di informazione. A causa dell’erosione della fiducia in ogni forma di autorità, i media tradizionali hanno perso gran parte della loro credibilità. Le persone si affidano sempre più a bolle di pregiudizi, disinformazione, propaganda e opinioni personali, diffuse attraverso Internet. Come i demagoghi degli anni Trenta sfruttarono la potenza della radio, quelli di oggi sanno perfettamente come utilizzare i social media. Possono parlare “direttamente” al popolo, senza il filtro di editori e giornalisti, che potrebbero aiutarci a distinguere la verità dalle mistificazioni pericolose. Il rischio è che le persone finiscano per adattarsi all’erosione della democrazia. La questione principale oggi è come affrontare un mondo instabile, attraversato da cambiamenti enormi e rapidissimi: tecnologici, sociali, politici e culturali. Tutto questo genera smarrimento e alimenta la domanda di soluzioni semplici di demagoghi populisti. Il futuro è più difficile da prevedere che mai. Testo raccolto da Lorenzo Gironacci e Silvia Sisto
Ian Buruma è uno scrittore e storico olandese, docente di Diritti umani e Giornalismo al Bard College, nello Stato di New York. Nel 2026 ha pubblicato “Stay Alive: Berlin, 1939-1945”.
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(Game over democrazia)
LA VENDETTA DELL’UOMO FORTE Per decenni la democrazia è sembrata il punto di arrivo della storia politica contemporanea. Dopo la Seconda guerra mondiale, e poi ancora dopo il 1989, elezioni libere, pluralismo, diritti civili e separazione dei poteri sono apparsi come il linguaggio comune del nuovo ordine globale. L’idea era che il mondo si sarebbe mosso verso sistemi più aperti, più rappresentativi, più liberi. Oggi quella direzione è meno chiara. Nel 2025 gli Stati pienamente democratici sono una minoranza: 26 nel mondo, contro 61 regimi autoritari. In mezzo, una zona
grigia fatta di democrazie imperfette e regimi ibridi, Paesi in cui il potere è meno contendibile, le istituzioni sono più fragili e i diritti possono essere compressi. In questo spazio, si afferma la figura dell’uomo forte: leader che promettono ordine, stabilità e protezione; governi che concentrano potere, indeboliscono i contrappesi, delegittimano opposizioni, stampa e magistratura. Così, la crisi della democrazia procede per erosione.
Fonte: World Bank Group, Democracy Index (2024)
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Dal 1900 a oggi, l’indice globale della democrazia mostra una traiettoria fatta di avanzamenti e regressioni. L’espansione dopo la Prima guerra mondiale, il crollo degli anni Trenta, la ricostruzione del secondo dopoguerra, l’accelerazione dopo il 1989 e il rallentamento degli anni più recenti raccontano una storia meno lineare di quanto si pensasse. Il Democracy Index valuta lo stato di salute di una democrazia fornendo un punteggio da 0 a 1 in base a una serie di informazioni chiave. Si misura quanto i cittadini hanno la possibilità di scegliere i propri leader con elezioni libere ed eque, godono delle libertà civili, preferiscono la democrazia ad altri sistemi politici, partecipano alla vita pubblica e vantano un governo efficiente che agisce nel loro interesse.
Fonte: World Bank Group, Democracy Index (2024) *Il grado di democrazia è calcolato su un punteggio da 0 a 1
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Il sogno perduto dei kibbutzim Il racconto delle realtà comunitarie israeliane e come sono cambiate sotto il governo Netanyahu I
di Lorenzo Gironacci
«Al governo Netanyahu non importa nulla di noi. Noi siamo la sinistra israeliana, quelli che vogliono la pace, che vogliono proteggere la gente che abita nei territori dei coloni», l’educatrice e scrittrice romana Angelica Edna Calò Livné, che vive nel kibbutz Sasa nel nord di Israele dal 1975, spiega a Zeta la relazione tra lo Stato ebraico e le realtà comunitarie. Una sintesi divenuta nel tempo sempre più complicata, tra crisi economiche e la perdita dell’ideologia alla base di questi movimenti. Il kibbutz è un sistema nel quale una comunità vive condividendo i beni e seguendo principi socialisti-egualitari. Sono sorti nel primo decennio del ventesimo secolo nel territorio palestinese, controllato in quel momento dal governo ottomano, nella stessa zona che diventerà lo Stato di Israele nel 1948. Quello di Sasa, al confine col Libano, è uno dei più particolari: «Nel nostro Dna c’è l’educazione, la cultura e un approccio liberale, per cui ci sono diversi scrittori e artisti. A differenza di molti, siamo rimasti comunitari». Esistono 250 kibbutzim nello Stato ebraico, con circa 125mila abitanti, cioè l’1.3% della popolazione totale di Israele, rispetto al 6% registrato alla fine del 1948. Le privatizzazioni di queste realtà sono iniziate dagli anni ottanta, a causa di problemi economici interni (iperinflazione al 130%) e un cambio del paradigma iniziale. Calò spiega: «Qui a Sasa nessuno può decidere da solo, perché abbiamo ancora i mezzi di produzione in comune, la sala da pranzo in comune e una fabbrica che è di tutti». Una resistenza non solo economica, ma anche politica: «Il kibbutz comunitario è un’ espressione di umanità, di responsabilità e di autogestione. Noi abbiamo mantenuto lo spirito originario». Un ideale che, negli anni Sessanta e Settanta,
era un polo di attrazione internazionale: «Sono nata a Roma in una famiglia borghese. Avevamo tutto, ma ho deciso che la mia vita doveva essere più semplice. Sono andata via dall’Italia quando avevo venti anni». Il sogno socialista si è scontrato con la radicalizzazione delle istituzioni israeliane, dovuta all’ascesa del partito di destra Likud nel 1977, seguito dal governo Netanyahu dal 1996 al 1999 e dal 2009 fino ad oggi: «Siamo messi al bando. Chi è all’esecutivo che sta facendo molti danni, non solo al movimento kibbutz ma soprattutto alla reputazione internazionale di Israele». Il riferimento è anche all’operato dell’Idf, la forza militare della Nazione, e a Itamar Ben-Gvir, il ministro della Sicurezza nazionale arrestato più volte per incitamento all’odio: «Nell’esercito fanno cose che non sono né ebraiche, né cristiane, né umane», dice Calò. Un altro elemento che ha indebolito l’importanza delle strutture comunitarie all’interno del Paese è l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, che ha preso di mira i kibbutzim al confine con la Striscia di Gaza: «Sasa è stato evacuato subito dopo: da quattrocento persone siamo rimasti solo in cinquanta. Gli abitanti sono tornati solo a marzo 2025». A segnalare un’involuzione democratica in Israele c’è anche la riforma giudiziaria che accentrerebbe il potere nelle mani del governo: «Noi abbiamo manifestato contro questa proposta di legge, avviata nel 2023. Vogliamo che sia un tribunale a decidere sulla giustizia e non l’esecutivo». Oggi Sasa sta affrontando una fase di cambiamento: «Alcuni vogliono la privatizzazione, ma è ingiusto. Ognuno di noi fà la sua parte secondo quello che può dare. Questo è il kibbutz e deve rimanere così».
Il kibbutz Sasa nel 1950 Israele Parker/Wikimedia Commons
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Un detenuto mostra ferite e tracce di sangue dietro le sbarre di un carcere in El Salvador (14/12/2019) Thiago Dezan/Farpa
Dietro le sbarre di El Salvador I
Due avvocati salvadoregni rifugiati in Spagna denunciano gli abusi del presidente Bukele
di Rocco Matone
«I diritti umani non devono essere sacrificati in nome della sicurezza», afferma l’avvocatessa per i diritti umani salvadoregna Ivania Cruz. «Il fatto che il presidente Nayib Bukele sia popolare non è sinonimo di buono o giusto. Persino Hitler era popolare in Germania ed è stato un genocida. Lo stesso vale oggi per Bukele a El Salvador». Cruz parla dalla Spagna, dove ha ottenuto lo status di rifugiata politica insieme a Rudy Joya, anche lui legale. Per anni Cruz e Joya avevano difeso famiglie sfrattate da progetti statali e turistici, comunità povere, detenuti senza prove. Nel 2019 avevano fondato UNIDEHC, un’organizzazione nata per offrire assistenza legale ai prigionieri politici. Nel maggio 2025 il governo aveva chiesto all’Interpol una Notifica Rossa contro di loro per associazione illecita. I relatori speciali delle Nazioni Unite hanno poi definito quelle accuse prive di fondamento e motivate dal loro lavoro in difesa dei diritti umani. «Il nostro compagno e portavoce Fidel Zavala ha avuto una sorte diversa. Detenuto ingiustamente per tredici mesi, è stato di nuovo arrestato arbitrariamente». Nel marzo 2022, il presidente Bukele ha proclamato il regime di eccezione per combattere le gang criminali: sono cominciati gli arresti di massa e le famiglie hanno iniziato a cercare figli e mariti nei registri di polizia, nei tribunali o davanti ai penitenziari. «Oggi non sono più le bande a fare del male in El Salvador», dice Rudy Joya. «È lo Stato a compiere abusi». Dalle carceri arrivano denunce di torture, stupri, malattie non curate, morti di persone mai condannate. Circa 90 mila persone sono state imprigionate dal 2022 e meno di 10 mila sono state rilasciate. L’ONG Human Rights Watch stima che El Salvador abbia oggi uno dei tassi di detenzione più alti al mondo: circa il 2%
(Game over democrazia)
della popolazione, una ogni cinquanta. Secondo i sondaggi Gallup, società di analisi dati statunitense, il Paese è più sicuro rispetto al passato, quando era tra i più violenti dell’America Latina. Bukele presenta questi risultati come la prova che il suo modello funziona. Nel giugno 2025, alcuni funzionari hanno raccontato di aver ricevuto pressioni per raggiungere quote di arresti, anche con prove fragili o inesistenti. I quartieri più poveri sono quelli dove la polizia è entrata con più forza. Quando il capofamiglia viene imprigionato, spesso sparisce l’unico reddito. Lo Stato non riesce a sostenere una popolazione carceraria cresciuta così in fretta e il peso cade sulle famiglie dei detenuti: «Conosco una venditrice ambulante a cui avevano arrestato tre figli. Non aveva abbastanza soldi per preparare tre pacchi di sussistenza. Così ne comprava uno solo e lo consegnava a rotazione: ogni tre mesi a un figlio diverso», racconta Cruz. «La strategia di Bukele sta lasciando dietro di sé un’ondata di miseria, disintegrazione familiare e infanzia abbandonata. In molti casi, l’assenza dei genitori ha costretto gli anziani a farsi carico dei nipoti». Un rapporto presentato alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani sostiene che la deriva repressiva abbia superato la soglia dei crimini contro l’umanità: «Una delle 18 persone che sono riuscita a far uscire dal carcere era una ragazza LGBTQIA+, liberata dopo essersi ammalata di tumore. La ragazza ha raccontato di essere stata legata nuda a un palo all’aperto. Di essere stata chiusa in isolamento tra parassiti, senza acqua né cibo, sul pavimento umido. Dopo il rilascio ha continuato a vivere con la paura di essere arrestata di nuovo».
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Cara Italia, perché ti odio I
Storia di un astensionista, tra sfiducia nelle istituzioni e disinteresse verso la politica
di Silvia Sisto
La domenica elettorale per Davide è una giornata qualunque. Nessuna preoccupazione di dimenticare i documenti o di arrivare presto al seggio per evitare la fila. L’ultima volta che ha messo una scheda nell’urna era il 2015. La scelta di non votare lo accomuna a quasi un italiano su due. Davide ha 52 anni, è dirigente in Accenture, multinazionale americana specializzata nella consulenza tecnologica. Coordina progetti complessi per il settore bancario. È abituato a lavorare con obiettivi precisi da raggiungere valutando ogni decisione in termini di impatto: «Sono una persona molto pragmatica. Nel lavoro come nella vita privata devo vedere risultati reali. La politica è quanto di più distante da questa concretezza. La vedo come un altro problema rispetto a quelli che già esistono». Nelle sue parole non c’è rabbia, piuttosto una sfiducia elaborata nel tempo: «Ho iniziato saltando alcune elezioni locali, poi ho smesso del tutto». I meccanismi del voto li conosce da vicino. Ha passato quasi quindici anni come presidente di seggio. Dietro la sua astensione non c’è una presa di posizione superficiale: «Non è una cosa che faccio a cuor leggero. Fino a una decina di anni fa avevo ancora una spinta ideologica. Ho sempre scelto centrodestra perché mi riconoscevo in una certa idea liberale. Col tempo ho smesso di vedere differenze tra le varie aree politiche». La rottura definitiva arriva con la caduta del governo di Mario Draghi nel 2022: «Una figura di profilo internazionale, competente, equilibrata, con un curriculum inattaccabile. Quando ho visto
come l’hanno mandato via ho pensato che fosse finita». Per Davide, l’interesse collettivo è passato in secondo piano: «Ogni decisione è orientata al mantenimento del consenso. Nella vita ho imparato che, se voglio garantire determinati standard alla mia famiglia, devo costruirmeli privatamente. Non riesco più a contare sul sistema pubblico». Racconta che oggi mancano esponenti politici di alto profilo: «Quando ero più giovane c’erano figure autorevoli, anche lontane dalle mie idee. Penso al segretario del Partito comunista italiano negli anni Settanta Enrico Berlinguer o a Bettino Craxi, che fu a capo del Partito socialista italiano. Anche all’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, a tratti, riconosco capacità importanti». Tra i leader di oggi, una figura fa eccezione: «Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Mi colpiscono la sua autorevolezza e il suo equilibrio». Sull’astensionismo ha un’idea precisa: «Credo che ai partiti faccia comodo. A parole dicono di voler riportare le persone alle urne, ma non fanno nulla per facilitarlo. Prendiamo gli studenti fuorisede: basterebbe uno SPID per consentire di votare in sicurezza ovunque ci si trovi». Solo una cosa lo frena dall’impegnarsi in prima persona: «Credo di avere competenze che potrebbero essere utili. Però non penso che riuscirei a muovermi dentro le logiche attuali della politica. Inoltre, vengo da una famiglia operaia e ho lavorato tantissimo per arrivare dove sono oggi. Mettere a rischio la stabilità che ho costruito per me e la mia famiglia è qualcosa che non mi sento di fare».
Cartello di un manifestante durante la protesta a Napoli contro il governo dopo la vittoria del No al referendum sulla giustizia (23/03/2026) Antonio Balasco/LPS via ZUMA Press Wire
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La prima volta non si scorda mai I
Tre milioni di giovani italiani debuttano al voto alle elezioni 2027
di Giovanni Denti
L’aula-ripostiglio in fondo al corridoio come cabina elettorale, mentre una scatola di scarpe vuota funge da urna in cui deporre la propria preferenza. Le elezioni studentesche dei rappresentanti d’istituto: così tutti i ragazzi approcciano il voto. Anche per i circa tre milioni nati tra il 2005 e il 2009 che l’anno prossimo si troveranno, per la prima volta, davanti alla vera scheda per le elezioni politiche. Il suono della campanella accompagna gli studenti fuori dai cancelli del liceo classico Giulio Cesare di Roma. «Non andare a votare è sbagliato. Noi giovani abbiamo una grande responsabilità e spesso non viene considerata come meriterebbe. Dobbiamo acquisire maggiore consapevolezza del peso che abbiamo e del cambiamento positivo che possiamo portare», dice una ragazza dell’ultimo anno. Accanto a lei, una compagna di classe annuisce: «In questo momento non mi sento pronta. Voglio informarmi meglio per prendere una decisione giusta. Lo farò confrontandomi con i miei genitori, attraverso i social media e parlando con la mia migliore amica, che è appassionata di politica e saprà aiutarmi a capire il panorama e le prospettive». Per Filippo Sensi, senatore, giornalista ed esperto di comunicazione politica, «il referendum sulla giustizia dello scorso marzo ha sfatato l’idea di giovani apatici, indifferenti e disinteressati, restituendoci l’immagine di una fascia d’età, quella tra i 18 e i 25 anni, molto determinata. I ragazzi che si sono recati alle urne hanno avuto un forte impatto sia sull’affluenza che sul risultato». Una tendenza che, se confermata, segnerebbe un cambiamento rispetto alla tornata elettorale del 2022. In quell’occasione, secondo l’istituto di ricerca Ipsos, il 35% dei giovanissimi ha scelto il non voto in un’elezione che aveva già registrato la partecipazione più bassa
di sempre per delle Politiche. Sulla base dei risultati del referendum costituzionale, segnato da un’affluenza inattesa del 67% tra 18 e 34 anni (quella generale è stata del 59%), Sensi ipotizza che «alle prossime politiche una larga parte di questo elettorato torni a votare con lo stesso impegno e la stessa determinazione. Non è possibile dirlo con certezza, ma è ragionevole pensarlo». Altro che indifferenza e impoliticità: c’è voglia di partecipare e di far sentire la propria voce, anche se questa possibilità è spesso limitata per gli universitari e i lavoratori che non possono rientrare nel comune di residenza per il voto. La zona davanti all’edificio scolastico è ormai vuota e i ragazzi si incamminano verso casa. Una studentessa, seduta alla fermata dell’autobus, assicura che non farà parte del partito degli astensionisti: «Nel 2027 voterò per la prima volta e, per me, non sarà soltanto un diritto, ma anche una responsabilità. Mi informo già da tempo: leggo i giornali e seguo i dibattiti politici. Credo che lamentarsi senza partecipare serva a poco. So già verso quale area politica mi orienterò». Una nuova voglia di protagonismo e rappresentanza emerge tra chi ha le idee chiare e chi rimane concentrato sulla maturità. «Andare a votare significa scegliere. È l’unico modo per esercitare non un privilegio, ma un diritto garantito dalla Costituzione», ricorda Filippo Sensi. «In un momento storico in cui la democrazia viene messa in discussione, trascurata e aggredita, riaffermarne l’importanza e la centralità è fondamentale. I nostri diritti sono il frutto di una lunga serie di lotte e non dobbiamo limitarci a possederli: dobbiamo esercitarli». Intanto il pomeriggio dei ragazzi del Giulio Cesare scorre veloce sui libri scolastici in vista dell’esame. Referendum, agenda, quorum: al classico è uscito latino.
La manifestazione No Kings a Roma che ha mobilitato molti giovani (28/03/2026) Vincenzo Livieri/REUTERS
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LA QUINTA STAGIONE
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GIORGIO PARISI L’umanità deve compiere oggi alcune scelte essenziali, e la più pressante di tutte riguarda il cambiamento climatico. Da decenni la scienza ci avverte che i comportamenti umani stanno preparando un aumento vertiginoso della temperatura del pianeta. Sfortunatamente le azioni dei governi non sono state all’altezza della sfida, e i risultati finora ottenuti restano molto modesti. Le inondazioni, gli uragani, le ondate di calore, gli incendi davanti ai quali siamo rimasti spettatori attoniti sono soltanto un timidissimo assaggio di ciò che ci attende, su una scala enormemente più grande. Vorrei però cominciare non dai dati, che pure sono ormai noti, ma da una condizione preliminare senza la quale nessun dato serve a nulla: la fiducia nella scienza. È una condizione che diamo troppo spesso per scontata, e che invece negli ultimi anni si è fatta fragile. Fidarsi della scienza Mi è capitato più volte di paragonare la nostra condizione a quella di chi guida di notte. La scienza è come i fari dell’automobile: illumina la strada, ma la responsabilità di non finire fuori strada resta del guidatore, il quale deve anche ricordare che i fari hanno una portata limitata, e che i pericoli possono annidarsi oltre il cono di luce o sbucare all’improvviso1. La politica è al volante. Ma per servirsi dei fari bisogna, prima di tutto, fidarsi dei fari. Come si promuove questa fiducia? Non basta certo che gli scienziati ripetano «fidatevi di noi». È necessario far conoscere la scienza non soltanto nei suoi risultati, come fa la divulgazione tradizionale, ma anche nel suo modo di procedere: i dubbi, gli insuccessi, il lavoro faticoso durante il quale le conoscenze si accumulano una dopo l’altra e le sacche di incertezza vengono pian piano ridotte. (La quinta stagione) 56
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Bisogna spiegare come si forma il consenso scientifico, che è cosa ben più solida del risultato di un singolo esperimento. Capita spesso di leggere sulla stampa che un certo risultato è stato pubblicato su una rivista scientifica e quindi sarebbe indiscutibile; in realtà una singola pubblicazione non determina affatto la correttezza di un risultato. La comunità raggiunge il consenso sull’affidabilità di una scoperta attraverso un processo lungo e severo, «provando e riprovando». Nelle società occidentali, invece, sono cresciute forti tendenze antiscientifiche: il prestigio della scienza e la fiducia riposta in essa diminuiscono rapidamente, mentre si diffondono pratiche pseudoscientifiche d’ogni genere. Abbiamo visto, durante la pandemia di Covid-19, la tragedia di tante persone morte per essersi rifiutate di vaccinarsi: un rifiuto che diventa ancora più grave quando riguarda il cambiamento climatico, come purtroppo spesso accade. Sarebbe troppo comodo, però, attribuire questa diffidenza soltanto all’ignoranza altrui. Una parte della responsabilità è nostra, degli scienziati. La sfiducia di massa può nascere anche da una certa arroganza di chi presenta la scienza come una sapienza assoluta e pretende un assenso incondizionato fondato sull’autorità degli esperti, anziché sulle prove disponibili. Quando i cattivi divulgatori dipingono i risultati scientifici come una stregoneria superiore, comprensibile solo a pochi eletti, finiscono per spingere il pubblico verso un atteggiamento irrazionale: se la scienza diventa una pseudomagia, perché mai non scegliere la magia vera al posto del suo surrogato? Riconoscere i limiti del nostro sapere non indebolisce la scienza: la rende più credibile. Le radici della diffidenza sono però ancora più profonde. Stiamo entrando in un periodo di pessimismo sul futuro, alimentato da crisi di varia natura: la crisi economica, il riscaldamento globale, l’esaurimento delle risorse, l’inquinamento, e in molti paesi l’aumento delle disuguaglianze, la precarietà, le guerre. Un tempo si pensava che il futuro sarebbe stato necessariamente migliore del presente; oggi molti temono che le generazioni che verranno staranno peggio di noi. E poiché alla scienza si attribuiva il merito del progresso, ora le si addossa 57 (La quinta stagione)
il biasimo del declino, reale o soltanto percepito che sia: la scienza viene sentita come una cattiva maestra che ci avrebbe condotti nella direzione sbagliata. Vale la pena ricordare che lo sviluppo della scienza non è affatto inarrestabile. Confidare ciecamente nella sua ineluttabilità è un errore: i Romani conservarono la tecnologia greca curandosi assai poco della scienza greca, e la matematica e astronoma Ipazia fu fatta a pezzi in un’Alessandria infiammata dal fanatismo, senza che nessuno si curasse delle conseguenze di lungo periodo, anzi rallegrandosi della scomparsa di un sapere ritenuto inutile o dannoso. La conoscenza è una conquista fragile, che ogni generazione deve difendere. Come si fanno le previsioni del clima Vale la pena spiegare, allora, come nascono le previsioni sul clima, perché è proprio la loro storia a giustificare la fiducia che chiediamo. Si è cominciato, negli anni Sessanta e Settanta, con modelli piuttosto rudimentali. Già nel 1967 Syukuro Manabe e Richard Wetherald, con un modello semplice ma fisicamente sensato, calcolarono che un raddoppio dell’anidride carbonica avrebbe innalzato la temperatura di circa due gradi2. Era una vera previsione, non un esercizio di compiacenza: in quegli anni la temperatura del pianeta non stava nemmeno salendo, e tuttavia quel calcolo si è rivelato sostanzialmente giusto, assai vicino a quanto poi abbiamo osservato. A Manabe, e a Klaus Hasselmann che mise a punto i metodi per distinguere l’impronta umana dalla variabilità naturale del clima, è stato conferito il premio Nobel per la fisica nel 2021, lo stesso anno in cui l’ho ricevuto io3. Lo ricordo non per vanto, ma perché quel riconoscimento è anche il riconoscimento che la fisica del clima fa previsioni serie e verificabili. Da quei modelli rudimentali si è giunti a modelli oggi straordinariamente raffinati, che tengono conto di un numero enorme di fattori: gli oceani, i ghiacci, le nubi, la chimica dell’atmosfera. La loro affidabilità non è un atto di fede. I modelli vengono messi alla prova confrontando le loro previsioni con il clima del passato, di cui conosciamo l’andamento, (La quinta stagione) 58 I
e confrontando di continuo i risultati teorici con i dati sperimentali. Il fatto che un modello rudimentale del 1967 e un modello che gira oggi su un supercalcolatore concordino sull’essenziale è, di per sé, una prova forte: vuol dire che il risultato non dipende dai dettagli, ma coglie qualcosa di reale. Per fare tutto questo servono dati, e oggi se ne raccolgono quantità immense, da satelliti, boe e strumenti immersi negli oceani. Fra le osservazioni più importanti per noi europei ci sono quelle sulla grande circolazione dell’Atlantico, l’AMOC, di cui fa parte la Corrente del Golfo: è ciò che porta calore verso il nostro continente, e i dati mostrano che sta rallentando. Proprio in questi giorni è arrivata una notizia grave: gli Stati Uniti hanno deciso di smantellare una vasta rete di osservazione oceanica, circa novecento strumenti, fra cui gli ormeggi che alimentavano il monitoraggio dell’AMOC4. Rischiamo di restare senza gli occhi con cui finora abbiamo seguito questa corrente. Eppure la posta è altissima: se l’AMOC si indebolisse gravemente o si fermasse (cosa che alcuni studi recenti ritengono possibile già entro questo secolo, qualora le emissioni proseguano agli attuali ritmi, anche se la tempistica resta incerta e discussa), le conseguenze per l’Europa sarebbero drammatiche, con un raffreddamento che in alcune zone alcune stime spingono fino a una decina di gradi5. È un paradosso doloroso: proprio mentre la strada si fa più buia, scegliamo di spegnere i fari. Che cosa ci dice la scienza e perché l’incertezza fa paura Veniamo allora ai dati. I modelli del clima prevedono che, in uno scenario intermedio di riduzione delle emissioni dei gas serra, la temperatura potrebbe salire fra 2 e 3 gradi. Questo intervallo è quello che oggi possiamo stimare al meglio, e la correttezza dei modelli è stata verificata confrontandone le previsioni con il clima del passato. Deve però essere chiaro a tutti un punto delicato: se la temperatura aumenta oltre i 2 gradi, entriamo in una terra incognita, nella quale possono manifestarsi fenomeni che non abbiamo previsto e che possono peggiorare enormemente la situazione. Su questo punto, da fisico che ha lavorato a lungo sui sistemi complessi e disordinati, sento il dovere di insistere. 59 (La quinta stagione) I
L’aumento della temperatura non dipende solo dalle emissioni dirette: è mitigato da moltissimi meccanismi di regolazione, i quali però potrebbero cessare di funzionare proprio a causa dell’aumento stesso della temperatura. Nei sistemi con molte parti che interagiscono, le risposte non sono quasi mai proporzionali alle cause. Esistono soglie oltre le quali il sistema non torna sui suoi passi: piccole spinte aggiuntive possono innescare trasformazioni grandi, rapide e, soprattutto, irreversibili. È ciò che oggi si chiamano punti di non ritorno6. Il limite inferiore dei 2 gradi è qualcosa su cui possiamo essere abbastanza sicuri; è lo scenario peggiore che resta difficile da definire, e che potrebbe rivelarsi molto, molto più grave di quanto immaginiamo. Il rapporto dell’IPCC indica che i rischi legati ai punti di non ritorno diventano elevati già intorno ai 2 gradi, e molto elevati fra 2,5 e 47. Un’analisi più recente, pubblicata su Science, stima che già oltre 1,5 gradi diversi di questi punti (dalla fusione delle calotte della Groenlandia e dell’Antartide occidentale allo scongelamento del permafrost, dal deperimento della foresta amazzonica all’indebolimento della stessa circolazione atlantica) potrebbero essere innescati8. Proprio perché non vediamo bene che cosa si nasconde oltre quelle soglie, la prudenza impone di rallentare, non di accelerare. Sappiamo tutti che il medico pietoso fece la piaga purulenta: la politica ha il dovere di non essere un medico pietoso, e di non aspettare, come accadde durante la pandemia, che gli ospedali siano pieni prima di intervenire. Abbiamo dunque di fronte un problema enorme, che richiede interventi decisi non soltanto per bloccare l’emissione dei gas serra, ma anche per investire nella ricerca: dobbiamo essere in grado di sviluppare nuove tecnologie capaci di conservare l’energia, trasformandola all’occorrenza in carburanti puliti basati su risorse rinnovabili. Non dobbiamo solo salvarci dall’effetto serra, ma anche evitare di cadere nella trappola terribile dell’esaurimento delle risorse naturali. E va affrontato con decisione il capitolo del risparmio energetico: finché pretenderemo che la temperatura interna delle nostre case resti pressoché costante fra l’estate e l’inverno, sarà ben difficile fermare le emissioni. (La quinta stagione) 60
Una sola lotta: clima, disuguaglianze, pace Bloccare con successo il cambiamento climatico richiede uno sforzo immane da parte di tutti: è un’operazione dal costo colossale, non soltanto finanziario ma anche sociale, con mutamenti che incidono profondamente sulle nostre esistenze. Il compito della politica è fare in modo che questi costi siano accettabili da tutti, e dunque ripartiti in modo equo: chi ha utilizzato più risorse deve contribuire di più, così da incidere il meno possibile sul grosso della popolazione. La decenza richiede che i paesi i quali oggi pesano di più sulle risorse del pianeta compiano gli sforzi maggiori. Non si tratta soltanto di giustizia. Se i costi non saranno distribuiti in modo equo e solidale, gli sforzi per combattere il riscaldamento saranno ostacolati dai ceti sociali e dai paesi più poveri. La lotta al cambiamento climatico può riuscire solo con un trasferimento massiccio di risorse dai paesi ricchi a quelli poveri, e questo è possibile soltanto in un mondo solidale. Ma come può essere solidale un mondo in cui le disuguaglianze sono così forti e, all’interno di molti paesi, perfino in crescita, come purtroppo accade anche in Italia? La lotta contro le disuguaglianze non può essere separata dalla lotta contro il cambiamento climatico. E per avere un mondo solidale serve anche un mondo privo di guerre, sia commerciali sia, a maggior ragione, combattute con le armi. Da questo punto di vista la situazione mondiale è andata negli ultimi anni fortemente peggiorando: abbiamo sotto gli occhi l’orrenda carneficina in Palestina e la terribile guerra fra Russia e Ucraina, combattuta con armi sofisticatissime, che ha gettato sulle strade milioni di profughi. Quasi ogni giorno si sente riaffacciarsi la minaccia dell’uso delle armi nucleari, un pericolo che credevamo dimenticato. Anche se il numero delle testate è enormemente diminuito rispetto ai decenni della guerra fredda, gli arsenali residui restano in grado di devastare l’intero emisfero settentrionale. La logica è ancora quella della distruzione reciproca assicurata, e rimane essenziale disinnescare i conflitti prima che si arrivi a uno scontro diretto fra gli eserciti. Gli scienziati hanno qui una responsabilità antica. Fu l’enormità del potere distruttivo dell’energia atomica 61 (La quinta stagione)
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a spingerli, già a metà del Novecento, a prendersi cura delle conseguenze del proprio lavoro: il Manifesto Russell-Einstein del 1955, e il movimento Pugwash che ne nacque, mostrano che la diplomazia degli scienziati può contribuire concretamente alla pace9. È nello stesso spirito che, insieme ad altri premi Nobel e a presidenti di accademie scientifiche, ho sottoscritto un appello affinché tutti i paesi riducano le spese militari del 2% all’anno per cinque anni¹⁰. Non è una proposta rivoluzionaria, dato che si tratta di una riduzione minima, ma sarebbe un’importante inversione di tendenza, e libererebbe risorse ingenti per fronteggiare le emergenze planetarie. Le stesse somme che oggi spendiamo in armamenti basterebbero a finanziare buona parte della transizione verso le energie rinnovabili: è una scelta, non un destino. Clima, disuguaglianza e guerra non sono tre problemi distinti che per caso si presentano insieme: sono tre facce dello stesso problema. Affrontarli separatamente significa non risolverne nessuno. La scienza che unisce i popoli C’è però un motivo per non disperare, ed è paradossalmente la scienza stessa. La scienza è oggi un’attività mondiale, estremamente interconnessa, e proprio per questo si presta benissimo a costruire legami e ponti fra persone di paesi diversi, sottolineando ciò che unisce gli esseri umani al di là dei nazionalismi. Non è un fatto nuovo. Già a partire dai clerici vagantes e dalla fondazione delle università, l’Europa fu caratterizzata da una classe di persone colte che restavano in contatto costante, parlavano una lingua condivisa e si spostavano da un luogo all’altro: scienziati, filosofi e umanisti che crearono, ben prima degli Stati moderni, uno spazio culturale comune. L’esempio più limpido è forse il CERN, fondato nel 1954 da dodici paesi europei: tre anni prima del Trattato di Roma, che avrebbe dato vita alla Comunità economica europea con soli sei paesi. La cooperazione scientifica ha spesso anticipato e preparato la cooperazione politica. Lo stesso vale per un programma come l’Erasmus, fra i più forti fattori (La quinta stagione) 62 I
di coesione dell’Unione, che ha permesso a generazioni di giovani di sentirsi cittadini europei. Estenderne lo spirito anche oltre i nostri confini, immaginando un giorno qualcosa come un programma «Eulero» rivolto pure alla Russia, non sarebbe semplice, certo, ma proprio per questo sarebbe utilissimo: la conoscenza reciproca è il primo antidoto alla guerra. Per preparare la pace, del resto, non basta dichiararsi a favore della pace: occorre che gli Stati costruiscano pazientemente una rete di relazioni e di trattati capaci di smussare le tensioni e di eliminare alla radice le possibili cause di conflitto. I trattati raramente nascono all’improvviso; quasi sempre germogliano da anni di analisi e di confronto nella società civile. È un lavoro lento, che guarda a dove saremo fra dieci o vent’anni, e che richiede insieme volontà politica e capacità d’invenzione. È esattamente il tipo di lavoro che la comunità scientifica sa fare, e che dovrebbe tornare a fare anche in questo campo. La misura di ciò che conta: oltre il PIL Permettetemi di aggiungere una considerazione di natura economica, che mi pare il cuore della questione. Il prodotto interno lordo dei singoli paesi sta alla base delle decisioni politiche, e la missione dei governi sembra essere quella di accrescere il PIL il più possibile: un obiettivo che entra in profondo contrasto con l’arresto del cambiamento climatico. Vorrei fare mie alcune parole che Robert Kennedy pronunciò il 18 marzo del 1968 all’Università del Kansas¹¹: «Il prodotto nazionale lordo comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per ripulire le nostre autostrade dalla carneficina. Comprende le serrature speciali per le nostre porte e le prigioni per chi le scardina. Comprende la distruzione delle sequoie e la scomparsa delle nostre meraviglie naturali travolte da uno sviluppo caotico. […] Misura tutto, insomma, tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, tranne il motivo per cui siamo orgogliosi di essere americani; e questo vale per ogni paese del mondo». Il prodotto nazionale lordo non è una buona misura dell’economia, perché cattura la quantità ma non la qualità 63 (La quinta stagione) I
della crescita. Se rimarrà al centro della nostra attenzione, il futuro sarà triste. La ragione è semplice: ciò che misuriamo orienta ciò che cerchiamo. Un indice che conta allo stesso modo la cura di un bosco e il suo abbattimento, la prevenzione di una malattia e le spese per curarla, ci spinge a confondere il movimento con il progresso. Il punto non è puramente teorico: il PIL può crescere proprio mentre il pianeta si degrada. Un disastro ambientale, con la successiva opera di ricostruzione, fa aumentare il prodotto; una foresta lasciata in piedi, che pure ci protegge, non vi compare. Un’economia che bruci più in fretta le proprie risorse appare, secondo questa misura, più prospera di una che le conservi per i figli. Finché la missione dei governi sarà far salire quel numero, ogni provvedimento serio contro il cambiamento climatico apparirà come un costo da rinviare, e non come ciò che è: un investimento sul futuro. Sono stati proposti molti indici alternativi, e l’idea più promettente non è quella di sostituire al PIL un solo numero diverso, ma di affiancargli un paniere di indicatori, nel quale il PIL sia soltanto una voce fra le altre. Penso all’Indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, che accosta al reddito la salute e l’istruzione¹²; all’Indice di benessere economico sostenibile, che sottrae al conto i danni ambientali¹³; al lavoro della commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi, voluta nel 2008 proprio per superare l’eccessivo affidamento al PIL¹⁴; e, in Italia, al rapporto sul Benessere equo e sostenibile che l’ISTAT pubblica da oltre un decennio¹⁵. I politici, i giornalisti, gli economisti che pianificano il nostro futuro e ne misurano i progressi dovrebbero abituarsi a usare strumenti capaci di considerare anche ciò che il PIL, per sua natura, lascia fuori. Una parola ai più giovani Sappiamo ormai che la vita sulla Terra è un sistema complesso e interconnesso, nel quale l’uomo non è un parametro assoluto ma deve tenere conto delle altre specie viventi, se non vuole rischiare lui stesso l’estinzione o ritrovarsi a sopravvivere su un pianeta desertificato. Questa evidenza, però, stenta terribilmente a diventare coscienza collettiva, convinzione (La quinta stagione) 64
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profonda capace di orientare le scelte di ogni giorno. E non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire: per operare un vero cambio di prospettiva non basta parlare alla ragione, bisogna parlare anche al cuore. Occorre far sentire la bellezza e insieme la fragilità del nostro ecosistema, e la necessità di prendersene cura, con la stessa dedizione paziente con cui il Piccolo Principe curava il suo pianeta. Mi rivolgo soprattutto a voi, studentesse e studenti, che di questa rivista siete gli artefici. Il futuro è vostro, e avete diritto a tutti gli strumenti che permettano di orientarsi in un mondo complesso. Ritengo doveroso che ci siano persone che cercano di capire e di spiegare come stanno le cose: capire ciò che ci circonda significa anche non subirlo passivamente. Quello che abbiamo visto finora non fa ben sperare: siamo già in grave ritardo, e la consapevolezza di ciò a cui andiamo incontro non è ancora all’altezza della situazione. Ma proprio per questo chi ha senso di responsabilità deve impegnarsi ancora di più. Rifugiarsi nella depressione non migliora le cose; e francamente non possiamo permettercelo. Serve, ancora una volta, l’ottimismo della volontà quando il pessimismo della ragione non può essere ignorato¹⁶. La scienza ci offre i fari; a noi tutti, e a voi che venite dopo, spetta il volante. ¹ Ho usato più volte questa immagine, fra l’altro nel discorso tenuto alla Camera dei deputati l’8 ottobre 2021, alla vigilia della Conferenza ONU sul clima di Glasgow (COP26). ² S. Manabe e R. T. Wetherald, «Thermal Equilibrium of the Atmosphere with a Given Distribution of Relative Humidity», Journal of the Atmospheric Sciences, 24 (1967), pp. 241-259. Il modello prevedeva, per un raddoppio della CO₂, un riscaldamento di circa 2,4 °C, stima poi rivelatasi notevolmente vicina a quanto osservato. ³ Il premio Nobel per la fisica del 2021 fu assegnato per metà a Syukuro Manabe e Klaus Hasselmann «per la modellizzazione fisica del clima terrestre e per aver previsto in modo affidabile il riscaldamento globale», e per l’altra metà a chi scrive, per gli studi sui sistemi disordinati. A Hasselmann si devono, fra l’altro, i modelli stocastici del clima (1976) e i metodi per distinguere l’impronta umana dalla variabilità naturale. ⁴ Nel giugno 2026 la National Science Foundation statunitense ha avviato lo smantellamento della Ocean Observatories Initiative, una rete di circa 900 strumenti nell’Atlantico e nel Pacifico; fra questi, gli ormeggi del Mare di Irminger, presso la Groenlandia, fornivano dati essenziali per il monitoraggio dell’AMOC. La notizia è stata riportata, fra gli altri, da Cnn, Scientific American e Yale Environment 360. ⁵ Il dibattito sui tempi e sugli effetti di un eventuale collasso dell’AMOC è aperto: l’IPCC ritiene molto probabile un suo indebolimento nel corso del secolo, ma poco probabile un collasso completo entro il 2100; alcuni studi recenti, più allarmanti, non lo escludono. Le stime di raffreddamento per l’Europa nord-occidentale arrivano, in alcune zone, fino a una decina di gradi. ⁶ T. M. Lenton et al., «Tipping elements in the Earth’s climate system», Proceedings of the National Academy of Sciences, 105 (2008), pp. 17861793: è il lavoro che ha definito in modo rigoroso il concetto di «elemento di non ritorno» del sistema climatico. ⁷ IPCC, Climate Change 2023: Synthesis Report, Ginevra 2023.
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Il rapporto indica che i rischi associati ai punti di non ritorno diventano elevati intorno a 2 °C di riscaldamento rispetto ai livelli preindustriali, e molto elevati fra 2,5 e 4 °C. ⁸ D. I. Armstrong McKay et al., «Exceeding 1.5 °C global warming could trigger multiple climate tipping points», Science, 377 (2022), eabn7950. ⁹ Il Manifesto Russell-Einstein, reso pubblico il 9 luglio 1955 e firmato da undici fra scienziati e intellettuali, è all’origine del movimento Pugwash, la cui prima conferenza si tenne nel 1957. ¹⁰ Mi riferisco all’appello, sottoscritto nel 2021 insieme ad altri premi Nobel e altri scienziati, per una riduzione concordata delle spese militari del 2% annuo per cinque anni. ¹¹ R. F. Kennedy, discorso alla University of Kansas, 18 marzo 1968. Kennedy parlava del prodotto nazionale lordo (Gross National Product), allora misura corrente; la traduzione è mia. ¹² L’Indice di sviluppo umano (Human Development Index) fu introdotto dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) nel primo Human Development Report del 1990, concepito da Mahbub ul Haq con il contributo di Amartya Sen. ¹³ L’Indice di benessere economico sostenibile (Index of Sustainable Economic Welfare) fu proposto da H. Daly e J. Cobb in For the Common Good, Beacon Press, Boston 1989. ¹⁴ J. Stiglitz, A. Sen, J.-P. Fitoussi, Report by the Commission on the Measurement of Economic Performance and Social Progress, Parigi 2009. La Commissione fu istituita nel 2008 su iniziativa del governo francese proprio per superare l’eccessivo affidamento al PIL. ¹⁵ In Italia l’Istat, insieme al CNEL, pubblica dal 2013 il rapporto sul Benessere equo e sostenibile (BES): un cruscotto di indicatori che affianca il PIL. ¹⁶ «Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà»: la formula, cara ad Antonio Gramsci, è ripresa da Romain Rolland.
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MORIRE DI SETE
Fonte: World Resources Institute, Aqueduct 4.0 *Il dato sullo stress idrico dei Paesi si basa su 13 indicatori di rischio dell’acqua
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Basso stress idrico
Alto stress idrico Regioni in cui l’acqua è motivo di conflitto
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In fuga dalle nuvole I
Dalle isole del Pacifico al Bangladesh, la crisi climatica costringe settantamila persone al giorno a partire
di Costanza Saporito
Ogni anno, duecentottanta cittadini di Tuvalu, un piccolo arcipelago di nove isole al centro dell’Oceano Pacifico, fanno le valigie ed emigrano in Australia. Le maree sempre più alte minacciano gli atolli, a due metri sul livello del mare, ed entro il 2100 il quarto Stato più piccolo del mondo potrebbe scomparire, inghiottito dall’Oceano. A migliaia di chilometri di distanza, in Somalia, la pioggia latita per mesi e quando alla fine arriva è violenta. Il terreno arido viene devastato dalle inondazioni che distruggono i raccolti e decimano il bestiame, costringendo milioni di persone alla fuga. Nelle Filippine, i tifoni, stagione dopo stagione più frequenti e potenti, abbattono case e strade e provocano frane che spazzano via interi villaggi. Quando torna il sereno gli abitanti ricostruiscono, finché decidono che l’unico modo per vivere una vita degna sia spostarsi. Per Lawrence Huang, analista del Migration Policy Institute di Washington, «la migrazione climatica non è uno scenario astratto del futuro, è già in atto». L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati indica il cambiamento climatico come prima causa di migrazione interna nel mondo – settantamila persone al giorno – mentre la Banca Mondiale stima che entro il 2050 fino a duecentosedici milioni saranno costretti a spostarsi. «Tutte le regioni del pianeta sono coinvolte, ma alcune aree sono più vulnerabili. È il caso dell’Asia meridionale e sud-orientale e dell’Africa subsahariana, così come delle zone costiere e dei piccoli Stati insulari del Pacifico», aggiunge Huang. Il Bangladesh è uno dei paesi più colpiti. Parvez Bhuiyan, ricercatore per la Refugee and Migratory
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Movements Research Unit di Dhaka, la capitale, lavora da anni nei campi di reinsediamento delle principali città del Paese dove ascolta le storie di chi ha dovuto abbandonare la propria terra a causa degli effetti del cambiamento climatico. «Rifiutano il termine migranti climatici», spiega, «si definiscono più semplicemente Bachtuhara, che in bengalese vuol dire “quelli che hanno perso la propria casa”». Le cause degli sfollamenti in Bangladesh sono molteplici: «Cicloni, erosione delle rive, salinizzazione dei terreni, siccità». Chi perde tutto tende a riversarsi nelle città «dove però si ritrova a vivere in quartieri sovraffollati in cui l’acqua potabile e l’elettricità scarseggiano e le condizioni igienico-sanitarie sono precarie». Si tratta di un’emergenza che i governi dei paesi più colpiti affrontano da soli. Chi fugge da un ciclone o da un oceano che avanza agli occhi del diritto internazionale non esiste. «La Convenzione di Ginevra del 1951 non include i disastri causati dal cambiamento climatico tra i fattori che permettono di richiedere lo status di rifugiato», spiega Erika Moranduzzo, giurista ed esperta di Greenpeace, ONG che si occupa di protezione ambientale. «I paesi che soffrono di più gli effetti del cambiamento climatico sono quelli che meno hanno contribuito alle emissioni di gas serra. Tentano di adattarsi e di introdurre politiche di mitigazione, ma possono fare poco se i paesi occidentali non fanno la loro parte. Sono Stati già vulnerabili, solcati da preesistenti diseguaglianze che vengono amplificate. I migranti climatici sono il volto umano di questa ingiustizia».
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Una strada fangosa e con le auto ammassate dopo le inondazioni causate dal tifone Kalmaegi a Bacayan, Cebu City, Filippine (05/11/2025) Eloisa Lopez/REUTERS
Un risciò attraversa le vie allagate di Chattogram in Bangladesh dopo che forti piogge hanno inondato le strade (28/04/2026) Md Rafayat Haque Khan/ZUMA Press Wire
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Florida, le paludi restano senza acqua I
Nella Contea di Jackson piogge tropicali e siccità prosciugano raccolti e falde acquifere
di Andrea Charur
La primavera è una stagione di lavoro intenso. È il momento in cui i coltivatori di arachidi seminano e i produttori di cocomeri raccolgono i frutti. Nel 2026, però, nella contea di Jackson le lunghe giornate sotto il sole, con temperature vicine ai 30 °C, sono diventate una prova di resistenza. Una siccità insolita per la Florida, uno Stato associato a sole, umidità, piogge tropicali e zone paludose. La mancanza d’acqua ha prosciugato il suolo, ridotto le riserve idriche e messo a rischio i raccolti. Secondo Doug Mayo, funzionario della Contea per l’Institute of Food and Agricultural Sciences dell’Università della Florida, la siccità è iniziata ad agosto 2025, quando gli uragani formatisi sull’Atlantico hanno contribuito a portare via umidità dallo Stato. L’impatto sui raccolti autunnali è stato pesante: Mayo stima perdite comprese tra il 35 e il 50%. Le più colpite sono state le coltivazioni di arachidi e cotone, penalizzate dal fatto che circa l’85% delle aziende agricole della Contea non ha sistemi di irrigazione, troppo costosi per molti produttori. «Un agricoltore che è nel settore da 60 anni mi ha detto di non aver mai visto rese così scarse», racconta Mayo. Alla siccità si è aggiunto un secondo problema: l’aumento dei prezzi legato ai dazi globali. Questi due fattori hanno ridotto drasticamente i margini di profitto degli agricoltori. Ad aprile, secondo il U.S. Drought Monitor, circa l’80% dello Stato si trovava in condizioni di siccità estrema, con danni diffusi a colture, pascoli e riserve idriche. Oltre il 20% era classificato nella categoria di siccità eccezionale con impatti potenzialmente duraturi. Secondo Esther Mullen, meteorologa dell’Università della Florida specializzata in variabilità climatica, il deficit idrico medio nello Stato supera i 50 centimetri. In altre parole, alla Florida manca una quantità d’acqua equivalente a più di mezzo metro di pioggia rispetto ai livelli attesi. Anche le riserve dell’acquifero della Florida, una sorta di serbatoio naturale di acqua dolce, risultano basse. Alla fine di aprile, un memorandum del Suwannee River Water Management District ha indicato che 42 pozzi della zona presentavano livelli «estremamente bassi», tanto che il Distretto ha approvato restrizioni all’irrigazione, come limitazioni per l’uso agricolo.
Mullen ha spiegato a Zeta che la siccità è il risultato della combinazione di più fattori. Durante l’estate 2025, la Florida non è stata colpita da cicloni tropicali che, pur essendo pericolosi, portano grandi quantità di pioggia. In inverno, il sud degli Stati Uniti ha iniziato a risentire degli effetti di La Niña, un fenomeno climatico legato al raffreddamento anomalo delle acque superficiali dell’Oceano Pacifico equatoriale: modifica la circolazione atmosferica e favorisce un clima secco. Il risultato è un terreno indebolito prima dell’arrivo dei mesi più caldi. In gran parte della Florida il suolo è sabbioso: lascia filtrare l’acqua e ne trattiene poca. Una caratteristica che obbliga un reintegro costante, soprattutto nelle aree agricole: «Di recente le precipitazioni sono aumentate, ma non sono sufficienti», ha spiegato Mullen. Qualche pioggia non basta a compensare mesi di deficit idrico, soprattutto se l’acqua scorre via rapidamente invece di restare nel terreno. Una siccità così grave non si vedeva in Florida dal 2012. Secondo Mullen, quella attuale colpisce più territori e con effetti più marcati. «È innescata da altri processi ma viene amplificata dal riscaldamento globale», ha detto Mullen: un’atmosfera più calda aumenta l’evaporazione, sottrae più umidità al suolo e trasforma una fase secca in una crisi idrica. Un altro problema sono gli incendi, aumentati a causa della vegetazione secca e del caldo. Quelli di questa stagione sono i più estesi che Mullen abbia visto da quando si è trasferita nello Stato, otto anni fa. A Gainesville, a maggio, diversi roghi hanno spinto l’Università della Florida ad avvertire studenti e docenti della presenza di fumo denso nel campus: «Nell’edificio in cui lavoro era ovunque. L’odore si sentiva dappertutto, anche a casa mia», ha raccontato Mullen. La fine della siccità potrebbe arrivare con El Niño, fenomeno opposto a La Niña e previsto per l’estate, che porterebbe pioggia e condizioni più umide. Resta l’incertezza sui tempi e sull’efficacia di questo cambio di scenario: potrebbe non arrivare abbastanza presto, né bastare a compensare i danni già accumulati. Per Mullen, questa crisi dovrebbe spingere la Florida a ripensare la gestione delle proprie risorse idriche per prepararsi a un futuro in cui siccità, caldo e pressione sulle falde potrebbero diventare più frequenti.
Una barca attraversa le paludi delle Everglades in Florida durante la siccità (23/02/2026) Maria Alejandra Cardona/REUTERS
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Deserto Pianura Padana I
Dal caldo siciliano alle alluvioni in Emilia Romagna, in Italia città e campagne soffrono climi estremi
di Pietro Morolli
Il 16 maggio 2023 Andrea Bianconcini ha perso tutto, due volte. Alle tre e mezza del pomeriggio l’acqua è entrata nella sua lavanderia industriale di Cesena: un metro e venti di fango, centocinquantamila euro di macchinari nuovi distrutti. Alle otto di sera si è presa anche casa sua, a Forlì. «Per pochi secondi ho rischiato di annegare», racconta oggi. «Dall’alluvione ho salvato solo i vestiti che avevo addosso». A più di mille chilometri di distanza Emanuele Vita, imprenditore agricolo di Agrigento, aspettava l’acqua che non arrivava. Produce uva e limoni nella Sicilia centrale, dove le dighe lavorano a circa il 30% della capacità. «Fino a qualche anno fa portavano l’acqua con regolarità», dice. «Oggi arriva due giorni a settimana. Gli imprenditori ormai puntano su colture semiaride, che hanno una resa minore. Questo non consente di crescere come azienda». Stessa Italia, problemi opposti. In realtà, spiega Antonello Pasini, fisico del clima del CNR e autore de L’equazione dei disastri, alluvioni e siccità sono effetti della stessa trasformazione. «Negli ultimi cinquant’anni la temperatura media globale è salita di circa un grado. In passato, un cambiamento simile richiedeva mille anni». Nel Mediterraneo il riscaldamento è ancora più rapido: «L’anticiclone delle Azzorre, che rendeva le estati italiane relativamente stabili, è stato sostituito dagli anticicloni africani, più caldi e secchi. Il risultato sono mesi senza pioggia alternati a precipitazioni violentissime». «Quando l’aria fredda incontra un mare molto caldo», continua Pasini, «il Mediterraneo si trasforma in carburante atmosferico. Il vapore acqueo alimenta temporali sempre più intensi; gli Appennini fanno il resto,
costringendo le masse d’aria a salire e scaricare enormi quantità d’acqua in poche ore. I torrenti appenninici sono quasi asciutti per gran parte dell’anno, poi vanno in piena nel giro di minuti. Non è come il Po, dove una piena si può prevedere con giorni d’anticipo. Qui l’acqua arriva all’improvviso». Il problema non è solo climatico. È infrastrutturale. Roberto Gambino, ex sindaco di Caltanissetta, ha gestito le prime fasi della crisi idrica esplosa in Sicilia nel 2024. «Abbiamo avuto tre rotture dell’acquedotto Ancipa in un mese, siamo stati quindici giorni senz’acqua in città», racconta. «Ma il problema della siccità in Sicilia potrebbe quasi non esistere, se fossero state realizzate le opere previste». L’esempio che cita è la diga Blufi, sulle Madonie. Doveva raccogliere l’acqua delle sorgenti montane della Sicilia centrale. «Non è mai stata completata. Il potabilizzatore invece sì, ma d’estate il torrente è in secca. E il potabilizzatore non lavora come dovrebbe». Piani approvati, fondi stanziati, cantieri mai finiti: le conseguenze ricadono su agricoltori e allevatori. «Una vacca beve oltre centro litri al giorno», ricorda Gambino. «Quando l’acqua non arriva, gli allevatori sono costretti ad abbattere i capi». La distanza tra emergenza e risposta pubblica è un tema che attraversa tutta la penisola. Bianconcini ha presentato tutte le pratiche per i rimborsi dell’alluvione: perizie, fatture, documentazione completa. Sta ancora aspettando. Nel frattempo la sua azienda è rimasta ferma sei mesi, con oltre duecentomila euro di fatturato persi. «Lo Stato non deve regalarmi niente», dice. «Ma un prestito senza interessi da restituire in vent’anni mi avrebbe permesso di riaprire subito. Invece l’erario
La lavanderia di Andrea Bianconcini allagata a Cesena
La città di Lugo in Emilia Romagna sommersa dall’acqua (18/05/2023) Cecilia Fasciani/NurPhoto via REUTERS
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ha perso IVA e contributi e pagato la cassa integrazione». Nel laboratorio di Cesena, Bianconcini ha rimesso in moto le macchine. Non tutte. Alcune sono state sostituite, altre no. Nelle campagne agrigentine, invece, Vita misura il tempo sull’assenza: due giorni d’acqua, poi niente. Gli alberi crescono lo stesso, ma più lentamente, diversi da come erano stati immaginati. Due uomini, due paesaggi opposti. Da una parte un flusso che arriva all’improvviso, senza controllo; dall’altra intervalli così lunghi da cambiare la terra stessa.
Il lago di Jato in Sicilia prosciugato dalla siccità (15/07/2002) REUTERS
I lavori per costruire un serbatoio d’acqua a Caltanissetta in Sicilia (25/08/2024) Louiza Vradi/REUTERS
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Accendiamo le luci dell’Energia La crisi nel Golfo rilancia la sfida energetica europea: intervista a Emanuele Orsini, presidente di Confindustria I
di Lavinia Ceci
Gli effetti della guerra in Medio Oriente sono arrivati fino alle bollette europee. Il blocco dello stretto di Hormuz, da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale, ha fatto salire i prezzi dell’energia, riportando il tema al centro dell’agenda dell’Unione europea. Una questione già emersa
con l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, quando il caro bollette aveva messo sotto pressione famiglie, imprese e governi. Per l’Italia e l’Europa, l’indipendenza energetica è diventata una priorità di sicurezza. Zeta ne ha parlato con Emanuele Orsini, presidente di Confindustria.
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Quali sono le mosse più urgenti che chiederebbe all’Europa per evitare una possibile recessione se non si negozia la pace nel Golfo? La prima è sostenere con determinazione ogni iniziativa diplomatica per garantire la sicurezza delle rotte commerciali ed energetiche internazionali. La seconda è accelerare la costruzione di un vero mercato unico dell’energia, superando frammentazioni e barriere nazionali che oggi limitano l’efficienza del sistema europeo. La terza è attivare strumenti finanziari comuni per sostenere investimenti strategici in energia, infrastrutture e innovazione. Anche se lo Stretto di Hormuz dovesse riaprire con il fragile accordo trovato tra Stati Uniti e Iran, i mercati continuerebbero a registrare una forte volatilità. La crisi ha dimostrato ancora una volta quanto l’Europa sia esposta alle tensioni geopolitiche e quanto sia necessario rafforzare la resilienza economica e industriale del continente.
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Contro il rischio di una deindustrializzazione in Europa quali sono le misure energetiche prioritarie? La priorità assoluta è ridurre il costo dell’energia per le imprese e per le famiglie. Oggi sul prezzo dell’elettricità incidono non soltanto le quotazioni del gas, ma anche il costo della CO₂. Negli ultimi anni il prezzo delle quote ETS (ndr permesso negoziabile nel mercato dell’Ue che fissa un tetto massimo all’inquinamento industriale) è passato da circa 6-7 euro a tonnellata a valori vicini ai 90 euro, trasferendo costi rilevanti all’intero sistema produttivo. Per riferimento è bene ricordare che negli Stati Uniti l’ETS è stabile tra 25 e 30 dollari. Non contestiamo la tassa su chi inquina, contestiamo le due incongruenze dell’ETS per come è strutturato in Europa: in primis è soggetto di speculazione, in seconda istanza sono crediti che vengono comprati dalle imprese europee e finiscono direttamente nelle tasche dei nostri competitori cinesi e di oltreoceano. Un paradosso. Una sospensione temporanea dell’ETS applicato alla produzione termoelettrica consentirebbe di ridurre il Prezzo Unico Nazionale di circa 25-30 euro al megawattora. Parallelamente bisognerebbe accelerare gli investimenti nelle rinnovabili e nelle infrastrutture energetiche. Infine, è necessario evitare che ogni Stato proceda da solo con misure nazionali che rischiano di alterare la concorrenza all’interno del mercato europeo.
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Cosa occorre fare per ridurre il divario di costo dell’energia tra Italia, Germania e Francia? Prima di tutto bisogna riconoscere che i nostri principali partner hanno compiuto scelte energetiche di lungo periodo che oggi producono effetti concreti. La Germania ha investito fortemente nell’eolico, la Francia nel nucleare e la Spagna nelle rinnovabili. L’Italia continua invece a registrare prezzi significativamente superiori. A marzo il Prezzo Unico Nazionale si è attestato mediamente a 143 euro per megawattora, superiore del 44% rispetto alla Germania, del 123% rispetto alla Francia e del 240% rispetto alla Spagna. Per recuperare terreno dobbiamo aumentare la produzione nazionale di energia, accelerare lo sviluppo delle rinnovabili, rafforzare le reti, partire con il nucleare e favorire strumenti che consentano alle imprese di programmare i costi energetici nel lungo periodo.
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Quali sono le tempistiche e le tecnologie necessarie per adottare il nucleare affinché incida davvero sulle bollette? Il nucleare non rappresenta una risposta immediata all’emergenza dei prezzi, ma una scelta strategica per il futuro. Servono tempi medio-lunghi, un quadro normativo stabile e investimenti nella formazione delle competenze e nella filiera industriale. Le tecnologie più promettenti sono i piccoli reattori modulari e i reattori avanzati di nuova generazione. Soluzioni più flessibili rispetto al passato e particolarmente adatte a un sistema manifatturiero diffuso come quello italiano. L’importante è iniziare subito il percorso di sperimentazione per non accumulare ulteriori ritardi rispetto agli altri Paesi industrializzati.
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L’attenzione sul nucleare rischia di rallentare gli investimenti sulle rinnovabili? Le due tecnologie rispondono a esigenze diverse e devono essere considerate complementari. Le rinnovabili consentono di aumentare rapidamente la produzione di energia a basse emissioni e di ridurre la dipendenza dalle importazioni. Il nucleare, invece, garantisce continuità di generazione e stabilità del sistema elettrico. L’obiettivo deve essere costruire un mix energetico equilibrato. Escludere una delle due opzioni significherebbe rinunciare a uno strumento utile per affrontare una transizione che richiede pragmatismo e non contrapposizioni ideologiche.
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Quali obiettivi concreti sulle rinnovabili bisogna centrare entro i prossimi cinque anni per ridurre la dipendenza dal gas? La priorità è sbloccare le 4.000 autorizzazioni ancora ferme e realizzare almeno 50 gigawatt aggiuntivi di capacità installata. Occorre inoltre completare gli allacciamenti degli impianti già autorizzati, investire nelle reti e nei sistemi di accumulo e favorire il disaccoppiamento del prezzo dell’energia rinnovabile da quello del gas. Sono fondamentali i Power Purchase Agreement, contratti di lungo periodo che consentono alle imprese di acquistare energia a prezzi più stabili e prevedibili e ai produttori di programmare gli investimenti.
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Quali sono le misure concrete che industrie, grandi società e corporation italiane possono fare per ridurre emissioni ed essere più sostenibili? La prima leva è l’efficienza energetica. Le imprese devono investire nella modernizzazione degli impianti, nella digitalizzazione dei processi e nell’utilizzo di tecnologie innovative per ridurre consumi e sprechi. Occorre inoltre sfruttare pienamente gli strumenti di incentivazione disponibili, dai Certificati Bianchi al Conto Termico, fino alle opportunità offerte
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dall’autoconsumo energetico, dalla cogenerazione ad alto rendimento e dal biometano. La sostenibilità deve essere considerata un investimento che rafforza la produttività, l’innovazione e la capacità di competere sui mercati internazionali. I
Se dovesse spiegare a un imprenditore medio perché la questione energetica oggi è “il” tema per la sopravvivenza dell’industria italiana, cosa direbbe? La questione energetica non riguarda soltanto le bollette. È una questione di sicurezza nazionale. Parliamo della possibilità di accendere la luce la sera, ma anche di mandare avanti le fabbriche, di investire, innovare, esportare e creare occupazione. L’Italia è la seconda manifattura d’Europa e una parte importante della sua ricchezza dipende dalla forza del sistema industriale. Secondo le stime del Centro Studi Confindustria, a causa del protrarsi del conflitto in Medio Oriente nel 2026 le imprese potrebbero sostenere maggiori costi energetici per circa 21 miliardi di euro. È una cifra che incide direttamente sulla capacità di competere e di crescere. Per questo il tema dell’energia è oggi una priorità strategica nazionale: dalla capacità di garantire forniture sicure e costi sostenibili dipende una parte rilevante del futuro economica e industriale del Paese. Ormai non c’è più tempo, bisogna fare presto.
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DACIA MARAINI «Il voto significa dare un’identità sociale alla persona», la scrittrice, poetessa e saggista Dacia Maraini riflette, in un colloquio con Zeta, sulla condizione femminile nei primi ottant’anni della Repubblica. Il 2 giugno 1946 tredici milioni di italiane vanno alle urne per la prima volta, e in un solo giorno sia il Paese – il cui destino per secoli è rimasto in mano a pochi – che le donne, a lungo considerate «minorenni incapaci di giudizio si liberano dal giogo che le vuole mute. Solo che la libertà di cui godono oggi le italiane non basta a riequilibrare i rapporti di forza». «I cambiamenti più importanti sono avvenuti dopo il Sessantotto, e in particolar modo con la nascita del Movimento delle donne. Già nel 1963 era decaduta l’interdizione per imbecillitas sexus che impediva alle italiane di accedere a cariche pubbliche come la magistratura, perché considerate naturalmente troppo deboli» ricostruisce l’autrice di La lunga vita di Marianna Ucrìa. Ma è negli anni Settanta che avviene la vera metamorfosi secondo Maraini: «L’avvento del femminismo cambia le leggi sulla famiglia e la società, donando alle donne libertà fino a quel momento impensabili. Cambia il diritto di famiglia, che dal 1975 garantisce la parità tra coniugi, la collaborazione nella gestione familiare, l’abolizione della potestà maritale, e viene promulgata la legge sul divorzio. Nel ’77 viene riconosciuta l’uguaglianza di trattamento salariale tra uomini e donne e la tutela delle lavoratrici madri». Fondamentali il 1978 per la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza e il 1981 con l’abolizione del delitto d’onore e il matrimonio riparatore, che prepara la strada al riconoscimento, nel 1996, della violenza sessuale come crimine contro la persona e non contro la moralità pubblica. Ma, ammonisce Dacia Maraini, alle rivoluzioni giuridiche (Italia Italie) 78
non sono seguite, però, rivoluzioni altrettanto compiute nel campo del riconoscimento culturale. Sono ancora molti i nodi da sciogliere e «uno di questi è l’attenzione che le istituzioni non riservano al pensiero, alle parole e alle creazioni delle donne». Se il mercato librario abbonda di testi di autrici, tuttavia il punto di vista femminile passa spesso in secondo piano: «Basta guardare le antologie per le scuole. Le scrittrici sono una sua venti, e nello stabilire i valori letterari per le prossime generazioni le donne vengono così dimenticate». E non perché manchi un pubblico di riferimento, dal momento che l’80% delle donne dichiara di dedicarsi alla lettura. «Ciò che manca è il prestigio che accompagni la creazione di un modello culturale a cui fare riferimento nei luoghi istituzionali». di Lavinia Ceci
Dacia Maraini è una scrittrice, poetessa e drammaturga (Fiesole, 1936). Tra le maggiori autrici italiane, ha raccontato con occhio critico la condizione delle donne, vincendo anche il Premio Strega con Buio (Rizzoli, 1999).
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ANNA ASCANI Deputata del Partito Democratico e vicepresidente della Camera dei Deputati, ha concentrato il suo impegno su scuola, innovazione, pari opportunità e diritti. In questa
intervista racconta il ruolo dell’Italia e dell’Europa nello scenario internazionale, le prospettive del centrosinistra e il rapporto tra politica e nuove generazioni.
L’incerta tregua tra Stati Uniti e Iran e le tensioni persistenti nel Golfo mostrano quanto l’instabilità regionale pesi sull’economia mondiale e sugli equilibri diplomatici. Dal suo punto di vista, quali sono oggi i rischi maggiori per l’Italia e per l’Europa?
ma come una condizione irrinunciabile di un Occidente che si fonda su principi e valori democratici che è nostro dovere tutelare. Penso che in questa stagione di grande incertezza e disorientamento, di punti di riferimento che mancano e nuove sfide che si affacciano, il più grave errore fatto fin qui dall’Unione europea sia stato quello di essere timida nel fronteggiare attacchi e provocazioni. E quello dell’Italia guidata da Giorgia Meloni di essersi mostrata subalterna a Trump nel tentativo di accreditarsi con lui. Un fallimento. Il modo in cui il presidente americano si è rivolto alla premier è stato inaccettabile. Ma Giorgia Meloni è arrivata tardi a capirlo, dopo aver ceduto su tutto, su troppo, persino sul Board of Peace. Una sottovalutazione che ha delle conseguenze, non tanto e non solo su di lei e il suo governo, ma sulla vita delle italiane e degli italiani. Che dovrebbero essere la priorità della sua agenda politica. E invece chiaramente non lo sono.
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Più che rischi, dovremmo parlare di effetti. Siamo immersi in una crisi globale, gli equilibri mondiali non sono solo mutati, sono stravolti. Il paradigma è cambiato. Quelli che un tempo erano alleati solidi adesso trattano l’Europa e l’Italia come avversari. Si scagliano contro le classi politiche europee e sdegnano il multilateralismo. Il presidente americano al suo secondo mandato ha innescato una guerra commerciale con dazi e tariffe che hanno avuto e stanno avendo pesanti ripercussioni sull’economia dei nostri Paesi. Il mondo brucia, è piombato nella devastazione e nella violenza: la guerra scatenata da Usa e Israele nei confronti dell’Iran è frutto di una decisione unilaterale e surreale, se consideriamo che lo stesso Trump dopo i bombardamenti del giugno del 2025 aveva dichiarato estinto per sempre il programma nucleare iraniano. Di fronte a un quadro a tinte così fosche, l’Unione europea deve trovare un nuovo protagonismo se vuole salvaguardare i diritti democratici di cui è portatrice. Ma non ci può essere protagonismo senza reale integrazione, senza unità politica. Bisogna essere un’unica voce, forte. Fin qui la destra italiana al governo non ha mostrato di essere all’altezza, più preoccupata di compiacere Trump che di mettere mano ai problemi reali delle persone, il carburante alle stelle, i prezzi schizzati e insostenibili, un’inflazione al 3% e i salari reali più bassi dell’8% rispetto al 2021. Gli italiani subiscono già gli effetti dell’instabilità, il rischio che corriamo è di aggravare una situazione critica, scivolare verso una recessione e condannarci all’irrilevanza. E per scongiurarlo è necessario riportare l’Italia dove deve stare. In Europa. Con autorevolezza e credibilità. I
Dopo lo scontro tra Trump e Meloni, il rapporto con gli Stati Uniti appare più incerto e la collaborazione tra Washington, NATO ed Europa attraversa una fase critica. Le tensioni sono destinate a peggiorare fino alla fine della presidenza Trump nel 2029 o esiste ancora uno spazio di mediazione? Lo spazio di mediazione deve esserci. Non dobbiamo concepirlo come una concessione,
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Come dovrebbe arrivare il centrosinistra alle prossime elezioni politiche: con quale coalizione, quale programma e quale leadership? Il centrosinistra sta facendo un significativo lavoro per costruire l’alternativa a questa destra disattenta e incapace. Dico sta facendo perché sebbene il tema si stia imponendo con più forza in vista delle prossime elezioni, l’impegno unitario delle forze di centrosinistra per il Paese va avanti da anni, con risultati notevoli, nelle regioni in cui governiamo insieme, come la mia, l’Umbria. Ed è un impegno che non guarda ai nomi e alle leadership, né si blocca su sterili dibattiti sui perimetri della coalizione. Guarda al programma, all’orizzonte, all’entusiasmo che serve all’Italia per rialzarsi da quattro anni di malgoverno meloniano. Si concentra sulle richieste delle persone e dei territori. Traduce i bisogni in proposte che riguardano la sanità e la scuola pubblica, il lavoro e i salari, la famiglia, le donne, i congedi parentali paritari, le infrastrutture, la sicurezza, il tessuto produttivo e l’economia. Penso che i 15 milioni di elettrici ed elettori che hanno fatto sentire la propria voce allo scorso referendum abbiano lanciato un chiaro segnale. Di difesa della Costituzione e di bocciatura del governo. Noi dobbiamo parlare a queste persone, presentare loro un progetto di Paese che entusiasmi perché rispondente alle loro esigenze. Mostrare che un’altra Italia può esserci e siamo in grado di dargliela.
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Se il centrosinistra vincesse le prossime elezioni, quali sarebbero le prime riforme a cui lavorerebbe? Le do tre dati: circa quattro milioni di lavoratori poveri, una donna su cinque lascia il lavoro dopo il primo figlio, sei milioni di italiani rinunciano alle cure. È dalla fotografia delle criticità del Paese che si deve partire per fare riforme buone e giuste: il salario minimo, perché non è concepibile che il lavoro non sia strumento di riscatto e benessere. I congedi paritari parentali, perché non c’è parità se le donne non possono autodeterminarsi e fare scelte libere. La sanità pubblica, perché non si può negare un diritto universale, depotenziando il servizio sanitario nazionale e costringendo i cittadini – che possono – a pagare di tasca propria. Ne aggiungo una quarta: una nuova centralità della scuola pubblica. Sa qual è il paradosso? Che il governo Meloni ha celebrato in tutti i modi possibili e immaginabili la sua longevità come fosse sinonimo di stabilità. Stanno governando dal 2022 e avrebbero potuto fare riforme strutturali e necessarie. Avevano risorse come mai in passato, quelle del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Non sono stati in grado di fare nulla. Niente di rilevante. Hanno promosso soltanto riforme ideologiche, quella sulla giustizia per smantellare la Costituzione, l’autonomia differenziata per colpire l’unità nazionale. E adesso la legge elettorale, unica priorità per assicurarsi la rielezione mentre gli italiani sono in affanno e faticano ad arrivare a fine mese. È per questo che dobbiamo e vogliamo essere un’alternativa.
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Lei è entrata in Parlamento giovanissima, ha un PhD alla Luiss e parlando di giovani, nel suo libro “Senza Maestri” ha scritto di una «generazione fragile». Perché oggi tanti ragazzi si sentono lontani dalla politica e come recuperare la loro fiducia? Non sono convinta che i giovani si sentano lontani dalla politica. Al referendum il loro voto è stato
determinante, si sono schierati in difesa della nostra Carta costituzionale, si sono mobilitati facendo sentire la propria voce. E lo fanno ogni volta che devono tutelare diritti fondamentali. Quello che piuttosto dovremmo chiederci è se la politica è vicina ai giovani. Sa dare risposte alle loro fragilità e interpretare le loro speranze? È capace di costruire azioni e interventi che non guardino al domani o al dopodomani ma al futuro? Cosa fa per chi vuole restare in questo Paese ma non può perché non può programmare la propria vita? Per chi vuole studiare ma non può permettersi un affitto in una città diversa dalla propria? Credo che la politica oggi non sempre sia in grado di parlare con le nuove generazioni. Rimane rintanata in logiche che non hanno nulla a che vedere con le esigenze di chi ha bisogno di un sogno, di una prospettiva per costruire il proprio cammino. Dobbiamo recuperare questo rapporto, entusiasmarle. Un po’ come hanno fatto 80 anni fa le madri e i padri costituenti. Scrivendo la Costituzione hanno fatto un patto di democrazia con le generazioni future. È questo ciò a cui dobbiamo ambire. I
Qual è la sua visione dell’Italia oggi e quale Italia sogna? L’Italia che vedo oggi è un Paese di grande potenzialità che arranca sotto il peso di crisi globali e di un governo che non è in grado di fronteggiarle come dovrebbe. Ma le energie vive continuano a scorrere, aspettano solo il momento di poter fuoriuscire e generare sviluppo e benessere. Quella che sogno non è solo mia. Nel senso che l’Italia che deve essere, la migliore possibile, è messa nero su bianco dentro la Costituzione. È tutto lì. Un Paese di diritti e di uguaglianza. Di libertà e di giustizia. Di inclusione e pari opportunità. Sta a noi darle attuazione e portare a compimento ciò che ancora è rimasto solo enunciato. La democrazia ha bisogno di essere inverata giorno dopo giorno. Col contributo di tutte e tutti.
di Paolina Palmisciano
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SARA KELANY Deputata di Fratelli d’Italia e responsabile nazionale Immigrazione del partito, è una voce della maggioranza sui temi dell’identità, della politica estera e della sicurezza.
In questa intervista racconta la sua visione sull’Italia, sul governo Meloni e sulle sfide internazionali.
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a farlo, nonostante le voragini nelle casse dello Stato che ci avevano lasciato le sinistre.
La guerra in Iran, il blocco di Hormuz, la fragile pace nel Golfo e in Libano hanno scosso diplomazie ed economie. Come valuta la situazione e che ruolo può avere il governo della premier Giorgia Meloni? L’Iran è stato uno dei maggiori destabilizzatori del Medio Oriente. Per il tramite dei suoi Proxy è riuscito sostanzialmente a bloccare il percorso degli accordi di Abramo e a spuntare delle condizioni da cui sta indubitabilmente traendo vantaggio. Il presidente Meloni è stata la prima ad andare nei Paesi del Golfo per garantire sostegno politico e diplomatico e per questo è stata ringraziata. Ogni sua azione è orientata a scongiurare che la situazione internazionale possa pregiudicare l’interesse nazionale. L’autorevolezza del presidente e la stabilità del governo italiano costituiscono a questo fine una garanzia.
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Il rapporto con un alleato storico come gli Stati Uniti è sempre più incerto per Unione Europea e Nato, compreso lo scontro Trump-Meloni dopo il G7. La frattura durerà fino alla fine della presidenza Trump o può ricomporsi? Il rapporto tra Usa e Italia è radicato negli anni: siamo e restiamo Paesi amici. Sullo “scontro” post G7 ritengo abbia già scritto la parola Fine il presidente Meloni, che ha riportato nell’alveo delle istituzioni ciò che altri avevano spostato su un piano personale. Giorgia Meloni ha sempre avuto a cuore l’interesse italiano e ha agito di conseguenza. I rapporti tra Italia e Usa vanno ben oltre le intemerate alle quali ci ha abituato il presidente Trump.
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Dal 4 settembre 2026 il governo Meloni diventerà il più longevo della storia repubblicana. Quale ritiene siano i risultati raggiunti e quali le sfide ancora aperte? Di risultati ne abbiamo raggiunti molti, larga parte del programma è stato messo a terra. I fondamentali della nostra economia hanno tenuto ad una tempesta perfetta e siamo il governo più in salute d’Europa. Potrei elencare una serie di dati positivi, da quelli sull’immigrazione a quelli su lavoro e occupazione femminile, oltre ai tagli delle tasse. Sappiamo che c’è molto altro da fare e siamo pronti
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Dopo l’uscita dell’ex generale Roberto Vannacci dalla Lega e la nascita di Futuro Nazionale, quale sarà l’evoluzione del centrodestra? Ritiene che l’attuale coalizione riuscirà a mantenere compattezza nella campagna elettorale 2027? Il centrodestra nella sua compagine attuale è una coalizione ben rodata, da trent’anni governiamo e amministriamo realtà locali. Stiamo finendo un’esperienza di governo difficilissima e lavoreremo ancora insieme per realizzare tutti gli obiettivi. La nascita di altri partiti non ha una minima influenza sulla tenuta di questa alleanza storica.
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Lei è figlia di un padre egiziano e ha una doppia cittadinanza Italia Egitto. In che modo le due antiche culture che ha alle spalle formano la sua storia personale e il suo impegno politico? Sono una donna fortunata, che ha avuto il privilegio di abbeverarsi di due culture figlie di una storia millenaria. Sono stata nutrita nelle differenze e allenata a riconoscerne vantaggi e distorsioni. Tutto questo inevitabilmente ha influito sul mio impegno politico, che nasce quando ero poco più che una bambina. Sui banchi di scuola ho deciso di non restare indifferente e ho iniziato a fare politica a destra, nel Fronte della Gioventù, un luogo in cui si respirava un’aria di libertà intellettuale e una tensione morale che non vedevo da nessun’altra parte. I
Qual è la sua idea di Italia nel XXI secolo, che futuro vede per il nostro Paese? Io per l’Italia sogno un futuro grande, degno della Nazione che è. Un futuro per cui varrà sempre la pena di battersi, nonostante le complessità e la fatica, ma mantenere la barra dritta. Essere orgogliosi di ciò che si rappresenta nel mondo e mettere a terra tutte le energie che gli italiani posseggono è una buona strada per agguantare il nostro meritato, bellissimo futuro.
di Maria Giulia Giordanelli
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EMANUELE LOPERFIDO Deputato di Fratelli d’Italia e membro della Commissione Affari esteri della Camera, segue i dossier legati a politica internazionale, difesa, sicurezza e antiterrorismo.
In questa intervista parla delle crisi nel Mediterraneo, dei rapporti tra Italia, Europa e Stati Uniti, del futuro del centrodestra e dell’Italia che immagina.
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all’Europa di togliere lacci e normative che rischiano di azzoppare le nostre aziende rispetto a quelle di Paesi con bassi salari, minori tutele dei lavoratori e meno vincoli ambientali. Oggi l’Italia è percepita come un Paese più solido e credibile. Il compito dei prossimi anni sarà trasformare questa stabilità in cambiamento profondo.
La guerra in Iran, il blocco di Hormuz, la fragile pace nel Golfo e in Libano hanno scosso diplomazie ed economie. Lei fa parte della Commissione OSCE antiterrorismo: come valuta la situazione e che ruolo può avere il governo della premier Giorgia Meloni? La situazione è molto delicata. Ogni volta che si acuiscono le tensioni, comprendiamo quanto siano esposti la nostra sicurezza, il nostro sviluppo economico, l’approvvigionamento energetico e il commercio globale. Il Mediterraneo allargato è fondamentale per l’Italia e per l’Europa. Dal Libano del 1982, il nostro Paese è stato capace di mediare e contribuire alla stabilità. L’obiettivo di chi vuole colpire l’Occidente è alimentare instabilità, propaganda e radicalizzazione, offrendo spazio a chi utilizza il terrorismo come pressione politica. L’Italia, per storia, posizione geografica e diplomazia, può contribuire a tenere aperti canali di dialogo e a sostenere ogni percorso realistico di de-escalation. Il governo Meloni ha rafforzato collocazione euro-atlantica, dialogo con i partner regionali, sicurezza energetica e attenzione al Mediterraneo, anche attraverso il Piano Mattei. Cooperazione e sviluppo restano strumenti essenziali.
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Il rapporto con un alleato storico come gli Stati Uniti è sempre più incerto per Unione europea e NATO, compreso lo scontro Trump-Meloni dopo il G7. La frattura durerà fino alla fine della presidenza Trump? I rapporti tra Italia e Usa sono più profondi di una polemica, anche quando spiacevole e inopportuna. Le polemiche possono ferire, ma le nostre comunità continuano a lavorare in sintonia e in sinergia. L’interscambio tra i due Paesi supera i 110 miliardi di dollari: ciò dimostra quanto la politica abbia il dovere di dialogare e tutelare interessi reali e strategici – economici, energetici e tecnologici - di imprese, lavoratori e comunità. Il rapporto tra Italia e Usa è solido perché fondato su valori, ideali e principi comuni, come libertà, democrazia e sicurezza condivisa. Dobbiamo continuare a lavorare per rafforzare la gamba europea della NATO. L’alleanza con gli Usa resta fondamentale, ma l’Europa deve essere sempre più capace di tutelare i propri interessi con maggiori responsabilità, investimenti e autonomia. Resto ottimista sul futuro: Italia e Stati Uniti continuano a dialogare, con mutuo beneficio.
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Dal 4 settembre 2026 il governo Meloni diventerà il più longevo della storia repubblicana. Quali ritiene siano i risultati raggiunti e quali le sfide ancora aperte? Siamo stati abituati a governi brevi e maggioranze fragili. Il primo risultato del governo Meloni è la stabilità che produce credibilità e consente di programmare. Ciò ha permesso una politica seria sui conti pubblici, senza rinunciare al sostegno all’economia reale. Il debito, pur restando una questione, è tornato attrattivo per gli investitori: lo dimostrano la domanda dei mercati e il giudizio delle agenzie di rating. Le sfide restano: salari, sanità, denatalità, produttività, energia, casa e giovani. Anche la difesa della nostra manifattura, chiedendo
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Dopo l’uscita di Roberto Vannacci dalla Lega e la nascita di Futuro Nazionale, quale sarà l’evoluzione del centrodestra? Ritiene che l’attuale coalizione riuscirà a mantenere compattezza alle elezioni 2027? Il centrodestra ha sempre avuto sensibilità diverse. La sua forza è stata la capacità di stare insieme con una visione comune: sicurezza, libertà economica, identità nazionale, famiglia, lavoro e difesa dell’interesse italiano nel mondo. Come ha detto Meloni, a noi spetta governare bene per continuare a dare risposte ai cittadini. Sull’immigrazione, il governo Meloni ha contribuito a portare l’Ue verso un nuovo approccio, anche con il regolamento sui rimpatri. Di fronte ai risultati raggiunti in tema di sicurezza, economia e credibilità internazionale, dobbiamo continuare a offrire la nostra proposta politica agli elettori. Con chiunque la condivida. Con lealtà.
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Il 30 maggio scorso ha sposato l’oncologa Elisa Coassin, assessore di centrosinistra nella sua città. Negli Usa ci sono nozze bipartisan, vedi Jim Carville, consigliere di Clinton, e Mary Matalin, di Bush Sr. Come si vive in famiglia, tra amore e politica? Chi ha fatto politica sin dai movimenti studenteschi è abituato a confrontarsi con idee e proposte diverse. È una sfida positiva: uno stimolo ad approfondire e capire meglio le ragioni della propria posizione. Non lo vivo con timore o incertezza. Con Elisa, pur avendo storie politiche diverse, condividiamo il rispetto per il reciproco percorso, l’amore per la comunità, il senso di servizio e la concretezza nel dare risposte ai cittadini attraverso la politica. In casa, ci rimette di più sua figlia tredicenne, sintonizzata sui canali di informazione H24.
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Qual è la sua idea di Italia nel XXI secolo?
Sogno un’Italia consapevole della propria forza, che viva senza complessi di inferiorità. Abbiamo una storia e territori unici, cultura, ricerca, università, piccole e medie imprese, capacità diplomatica e creatività. Ciò genera una manifattura capace di innovarsi, rilanciarsi e conquistare nuovi mercati. L’Italia del XXI secolo deve essere europea, mediterranea e atlantica. Deve investire su giovani, tecnologia, AI, energia, difesa, formazione e natalità; proteggere il proprio patrimonio, ma avere il coraggio di innovare. Vorrei si possa fare impresa, con giovani adeguatamente formati, innamorati del proprio Paese e consapevoli che qui si possono unire qualità della vita, storia, identità e futuro. Sogno un Paese serio, libero, orgoglioso, capace di stare nel mondo con la schiena dritta e con l’intelligenza della sua storia. di Maria Giulia Giordanelli
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DOV’È LA VITTORIA? L’Italia del 2046 sarà il risultato di come affronteremo i problemi di oggi: scuola, lavoro precario, sanità, carceri, energia, immigrazione, divario tra Nord e Sud, paesi che si svuotano e nascite che diminuiscono. Questi ingranaggi alimentano un sistema arrugginito, con effetti che si accumulano nel tempo: un Paese che invecchia rende più fragile il welfare;
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un lavoro instabile riduce la possibilità di scegliere dove vivere, quando avere figli e come curarsi; territori meno serviti perdono abitanti e opportunità. Il 2046 non è uno scenario inevitabile. È un punto di osservazione da cui leggere il presente e capire quali conseguenze possono produrre, nel tempo, le fragilità rimandate troppo a lungo.
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Dal Medioevo alla Fifth Avenue I
Il panno Casentino racconta tradizione e innovazione nel Made in Italy
di Bianca Bettacci
Non solo il tubino nero che tutti ricordano. In Colazione da Tiffany (1961, regia di Blake Edwards) c’è un’altra scena cult per gli appassionati di moda: quando la protagonista Holly Golightly, interpretata da Audrey Hepburn, attraversa Manhattan avvolta in un cappotto doppiopetto color arancio acceso firmato Givenchy. Il tessuto fitto e leggermente riccioluto del soprabito non arriva da Parigi né da Milano né da Londra. Arriva da Stia, paese di tremila abitanti nell’Appennino toscano. Il punto di colore ha un nome preciso, “becco d’oca”, e insieme al verde “bandiera” definisce il panno Casentino, una lana lavorata che oggi attraversa una fase di discontinuità produttiva dopo una storia secolare. «Non è un tessuto che si descrive facilmente. Si riconosce al tatto, come una superficie che non resta mai ferma», racconta Paolo, artigiano della Premiata Tessitura TACS di Stia. «Ogni pezzo è unico perché fatto ancora a mano con metodi antichi». Il panno nasce da lana pura e attraversa tredici passaggi. Quello decisivo è la ratinatura, quando la superficie del tessuto si arriccia sotto l’azione meccanica e prende la sua forma caratteristica. «Un tempo si usavano strumenti abrasivi rudimentali», spiega l’artigiano. «Oggi abbiamo le macchine, ma il principio è lo stesso: far reagire la fibra. Il riccio non è decorazione, è una risposta del materiale allo stress». Le origini di questo prodotto risalgono
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al Trecento, quando in Casentino le pezze venivano usate come merce di scambio per pagare i tributi alla Repubblica Fiorentina. Era un materiale funzionale, pensato per il freddo e per il lavoro all’aperto dei monaci di Camaldoli e della Verna. Sette secoli dopo, la geografia produttiva del panno ha subito molti cambiamenti: nell’ottobre 2025 ha chiuso la Manifattura del Casentino, storica azienda del distretto aretino; ad aprile 2026 il gruppo tessile pratese Manteco ha riattivato la produzione del panno nello stabilimento di Casentino Lane, a Bibbiena. Il sapere resta in valle, ma cambia mano: dal distretto artigianale ad aziende che lavorano per il lusso internazionale. L’anello più fragile resta la rifinitura, dove le competenze non sono codificate e si trasmettono per osservazione diretta: quando un rattinatore va in pensione, il suo gesto se ne va con lui. Il rilancio industriale può conservare il marchio e i macchinari; più difficile è trattenere le mani che li sanno usare. L’intero sistema moda italiano si regge su una rete di lavorazioni intermedie altamente specializzate, invisibili rispetto al prodotto finale. Il Made in Italy che esportiamo è una catena di gesti minuti su cui poggia un comparto tessile-moda da circa 60 miliardi di euro. Nel caso del panno Casentino, la sopravvivenza dipende dalla tenuta di un “saper fare” che si sta disperdendo lungo una filiera sempre più frammentata e che necessita di essere tutelata.
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Una macchina ratinatrice e un panno del caratteristico colore arancione “becco d’oca”, Archivio storico Museo dell’Arte della Lana
Delle tessitrici al lavoro presso il Lanificio di Stia agli inizi del Novecento, Archivio storico Museo dell’Arte della Lana
Immagine dal film Colazione da Tiffany (1961) © Paramount Pictures
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Cartello in töitschu che indica il centro di Issime
Una lingua senza dizionario I
Nella piccola comunità walser di Issime, il töitschu resiste nelle conversazioni dei più anziani
di Paolina Palmisciano
Tutti i giovedì d’inverno, per due ore, la biblioteca comunale di Issime, piccolo paese della Valle d’Aosta, si riempie di donne e uomini dai capelli bianchi. «È il giorno degli z’kuntji», dice Irene Alby, insegnante in pensione nata e cresciuta lì. In töitschu, la variante del tedesco meridionale parlata nel borgo, questa parola indica i racconti. Da novembre ad aprile, gli anziani si ritrovano tra gli scaffali e chiacchierano: il puzzle finito con i nipoti, la torta di crema e mirtilli preparata la domenica, la puntata della Signora in giallo rivista in televisione. Tutto in una lingua che fuori da quelle mura si sente sempre meno. «Quando ero bambina il töitschu era ovunque», racconta Irene. Nelle cene in famiglia, nei giochi coi coetanei, in fila dal panettiere. «A scuola ho capito che i suoni del mondo erano altri». Gli insegnanti, che arrivavano da fuori, imponevano l’uso dell’italiano: «Temevano ci scambiassimo messaggi in codice». Sorride e ammette: «Non avevano torto». Le torna in mente un autobus di Torino: lei e sua cugina, poco più che ventenni, sedute accanto a un gruppo di universitari. «Sentendoci parlare si erano convinti fossimo tedesche o svedesi. Facevano commenti: alcuni belli, altri meno. Noi capivamo tutto e ridevamo, ma loro non potevano saperlo». Quando a sei anni Pierluigi Ronco iniziò le elementari, la maestra convocò i genitori perché non riusciva a comprenderlo. Oggi che di anni ne ha 22, quel pensiero lo diverte: «Io non conoscevo l’italiano, lei
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il töitschu. Non ci capivamo». Daniela Consol, sua madre, spiega: «Mio marito e io siamo entrambi del posto. In famiglia abbiamo sempre usato il dialetto locale, con cui abbiamo cresciuto i nostri figli. Per noi è la lingua del cuore». Fuori di casa, Pierluigi e i suoi fratelli impiegano quella forma antichissima di tedesco con gli anziani di Issime: «Siamo gli unici della nostra generazione a parlare töitschu». C’è fierezza nella sua voce mentre dice: «Abbiamo qualcosa in più, non in meno degli altri. Se mai avrò figli, glielo insegnerò perché non posso accettare che non si parli più». Quel dialetto alto alemanno è arrivato nella Valle del Lys nel tardo Medioevo con i Walser, una popolazione germanica proveniente dalla Svizzera. Da allora è rimasto immutato, tramandato solo oralmente. «Non saprei nemmeno come scriverlo», ammette Pierluigi. Per tanti oggetti manca un termine adeguato: la televisione, la macchina, il computer sono arrivati secoli dopo la lingua. «Quando non sappiamo dire qualcosa, mettiamo la z davanti alla parola italiana perché molti vocaboli cominciano così», scherza Daniela: «Z-telefono, per esempio». Nei momenti di incertezza, non esiste un dizionario di riferimento. «Quando ero piccola, la mia grammatica erano i racconti e le correzioni di chi era più grande di me», spiega Irene. Quando aveva un dubbio, bussava alla porta dei più anziani. «Oggi non posso chiedere a nessuno. Oggi l’anziana sono io».
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Benvenuto in classe ora arrangiati Prof! Tra precariato, stipendi bassi e cattedre vacanti, gli insegnanti sono intrappolati in un sistema che non funziona I
di Dylan Browne-Wilkinson
Del primo giorno in classe molti insegnanti ricordano spaesamento e sorpresa. «Nessuno mi aveva mai detto che, entrando in aula, mi sarei trovata davanti a trenta persone che dipendevano da me e che avrei dovuto gestire», racconta Emerenziana Sinagra, docente siciliana che ha ottenuto il suo primo incarico stabile nel 2016. Nonostante avesse già lavorato per cinque anni come precaria prima di vincere il concorso straordinario per l’abilitazione, non si sentiva preparata alla quotidianità della vita scolastica. La sua esperienza aiuta a comprendere le difficoltà strutturali del sistema educativo italiano. Da decenni la scuola cerca di affrontare il problema del precariato: migliaia di insegnanti lavorano con contratti a tempo determinato senza una stabilizzazione definitiva, come accaduto a Sinagra. «Era impossibile riuscire a insegnare in Sicilia, perché i posti disponibili per le supplenze erano pochissimi», spiega l’insegnante. Secondo Vanessa Roghi, storica, autrice televisiva e scrittrice italiana, il problema dipende da una lunga serie di riforme incompiute: «Non si è mai risolto, ha solo cambiato nome. Si pensi alla Buona Scuola del 2015, che puntava a ridurre il precariato prevedendo l’assunzione dei docenti dopo 36 mesi di servizio. Grande ambizione normativa, debole trasformazione pedagogica». Una situazione che, nel tempo, ha contribuito ad ampliare il divario: al Nord la carenza di docenti resta cronica, aggravata da stipendi considerati troppo bassi rispetto al costo della vita; al Sud i docenti sono costretti ad accettare incarichi lontano da casa. Le conseguenze non riguardano solo la distribuzione
territoriale dei docenti, ma anche il ricambio generazionale della professione. L’età media degli insegnanti italiani continua a crescere e si aggira intorno ai 51 anni. Secondo la FLC CGIL, il sindacato che tutela i lavoratori dell’istruzione, solo il 6,4% dei docenti ha meno di 35 anni. Si tratta del terzo dato più basso d’Europa, preceduto solo dalla Grecia (4,6%) e dal Portogallo (3,4%). Eppure, ai bandi per i percorsi di formazione docenti del 2025 sono arrivate 226.802 domande per appena 58.135 posti disponibili. Per affrontare questa situazione, nel 2022 il governo Draghi ha approvato la Riforma Bianchi, che ha sostituito il precedente sistema dei 24 Crediti Formativi Universitari (CFU) con un percorso da 60 CFU. Il nuovo impianto introduce pilastri fondamentali come un tirocinio obbligatorio di almeno 126 ore nelle scuole e un concorso annuale semplificato per l’abilitazione. «Non ho avuto difficoltà a trovare una scuola per il tirocinio, perché la mia università forniva un elenco di istituti convenzionati», racconta Auri Calosci, studente dell’Università Roma Tre impegnato nel percorso di formazione iniziale. «Ho aiutato a correggere compiti e verifiche, ho anche tenuto un paio di lezioni. È stata una bella esperienza». Nonostante la riforma punti a preparare al meglio i futuri docenti, restano dubbi sulla capacità del sistema di attrarre nuovi insegnanti. «Finché gli stipendi non saranno più adeguati all’impegno e al carico di lavoro richiesto», osserva Giovanna Casaretto, professoressa in pensione dopo 29 anni di lavoro, «sarà difficile convincere i candidati più qualificati a coprire le cattedre vacanti».
Un’aula vuota del Liceo Classico Torquato Tasso di Roma
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Una pasta e fagioli per la fine del mondo I
Le razioni K delle forze armate italiane contengono tutto il necessario, ma devono adattarsi alle nuove guerre
di Tommaso Provera
In una razione da combattimento anche una pasta e fagioli deve obbedire a regole che la cucina domestica non conosce. Deve entrare cruda in una scatoletta, cuocersi durante la sterilizzazione senza diventare poltiglia, aspettare mesi o anni in un magazzino, viaggiare su un camion, in una stiva o nello zaino di un soldato e infine accettare la possibilità di essere mangiata fredda. Quando Alfredo Capasso, direttore di AR Food, l’azienda napoletana che coordina la produzione delle razioni italiane, deve scegliere il suo prodotto preferito, non ha dubbi: «A me piace molto la pasta e fagioli. Una ricetta che si avvicina a quella che potremmo preparare a casa. Gustosa, piacevole e si può mangiare anche non scaldata». Il ditalino rigato, spiega, regge bene la sterilizzazione e mantiene una buona consistenza. In guerra, o durante un’esercitazione, non è una qualità secondaria. Le razioni K, nate come cibo da campo per l’esercito americano durante la Seconda guerra mondiale, sono una giornata alimentare compressa. Dentro la busta verde sigillata ci sono colazione, pranzo e cena: biscotti, gelatine, caffè liofilizzato, latte concentrato, cioccolato, tortellini al ragù, carne, crackers, barrette, accessori per scaldare e pulire. Sette moduli contrassegnati da colori diversi, una composizione di base che si ripete con variazioni.
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AR Food la descrive come una “H24” pensata per soddisfare le esigenze caloriche di un militare e come oggetto dalla chiara identità nazionale: cibi riconoscibili, già assaggiati sulle tavole delle proprie case. Questa familiarità è il risultato di un compromesso. Una scatoletta di pasta o carne non deve soltanto avere un buon sapore. Deve restare sterile, trasportabile, apribile e riconoscibile. Capasso racconta che un prodotto può soddisfare i requisiti e, allo stesso tempo, fallire come cibo: «È una questione di equilibrio». Anche il biscotto, nelle specifiche tecniche, è sottoposto a una prova di sopravvivenza: “Immerso in acqua tiepida, il biscotto dovrà galleggiare, assorbire acqua facilmente ed in quantità notevole, gonfiarsi e rammollirsi abbastanza presto senza spappolarsi”. La cucina procede per aggiustamenti, memoria, assaggi. La razione per ripetizione. Se una bustina di zucchero deve pesare otto grammi, nove sono un errore, anche se sembrano un regalo. Dentro la conformità, però, sopravvive qualcosa di intimo. Un capitano, di stanza nella base militare di Novo Selo in Bulgaria, racconta di amare il latte condensato: «Ha il sapore di quando ero bambino». Il gusto e la qualità dei prodotti scelti per la razione sono una piccola finzione di casa. In missione, la nostalgia può portare chi mangia altrove per qualche secondo. Per anni la forza della razione italiana è stata
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la completezza. Una piccola architettura alimentare autosufficiente. Oggi quella caratteristica comincia a pesare. La razione è apprezzata dai militari stranieri che la invidiano per il suo sapore casalingo, «ma è ingombrante e non sempre viene consumata per intero». Le nuove guerre richiedono cibo leggero e adattabile: componenti diversi in base alla missione, al clima, alla corporatura e alle abitudini alimentari. Tra i nuovi fronti c’è l’Artico: a temperature estreme una razione con componenti umide come quella italiana può congelarsi e la confezione deve potersi aprire con i guanti. Per questo, il ministero della Difesa sta ripensando le razioni. «Siamo sulla linea di partenza», racconta il generale Maurizio Rinaldi, responsabile della fase di sperimentazione. Dovranno essere più pratiche: una scatoletta richiede di fermarsi, aprire, scaldare; una busta liofilizzata può stare nella tasca della mimetica, essere consumata in movimento e diventare un pasto con un po’ d’acqua. L’obiettivo è adattarsi alle nuove esigenze senza perdere l’idea che ha reso diversa la razione italiana: un cibo da combattimento che prova ancora a somigliare a un pasto. «Non possiamo abbassare il livello», dice Rinaldi. «Siamo pur sempre italiani. Magari cercheremo di metterci dentro la pasta alla carbonara liofilizzata».
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LE CITTÀ VISIBILI
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CARLO RATTI Le regole dell’abitare stanno cambiando rapidamente. Di recente Bloomberg mi ha chiesto del numero crescente di persone che lavorano a Milano ma vivono a Torino. È ciò che già decenni fa il grande sociologo urbano Guido Martinotti definiva city users: persone che non dormono in una città, ma la usano intensamente. Oggi l’alta velocità e il lavoro ibrido continuano a trasformare Milano in una metropoli iper-centrica, circondata da una costellazione più ampia che include Torino, Bologna, Reggio Emilia, Genova e Bergamo. Il futuro di Milano, in un certo senso, potrebbe cominciare da Torino. Quando si parla di Smart City, sento spesso promesse di efficienza, sostenibilità e servizi migliori. Ma c’è il rischio che l’innovazione diventi un privilegio per pochi. Per questo ho sempre preferito parlare di Senseable City più che di Smart City. La Smart City suona come qualcosa venduto da un fornitore tecnologico. Una città “senseable”, invece, è una città capace di ascoltare, reagire ed essere compresa dai suoi cittadini. Progetti come Vela Celeste a Napoli mi interessano proprio perché l’intelligenza artificiale non viene usata come gadget, ma come strumento per portare memorie, frustrazioni e idee degli abitanti dentro il processo progettuale. L’innovazione conta solo se allarga l’accesso alla città, come cerchiamo di dimostrare anche in Brasile con il Senseable Rio Lab. Con quel progetto abbiamo mostrato come i dati aiutino a leggere la città in tempo reale. Il passaggio più difficile è trasformarli in decisioni politiche comprensibili e condivise dai cittadini. Oggi le città non soffrono per mancanza di dati: rischiano piuttosto di affogarci dentro. Il database è diventato uno dei modi preferiti dal mondo contemporaneo per evitare di pensare. Da Real Time Rome in poi, il punto non è mai stato raccogliere dati per il gusto di farlo. Il punto era rendere la vita urbana abbastanza visibile perché cittadini e istituzioni potessero (Le città visibili) 94
discuterne meglio. Gli algoritmi possono ottimizzare il traffico o i consumi energetici, ma non sanno che forma di vita urbana sia desiderabile. Questa resta una domanda politica. I migliori sindaci oggi sono traduttori: prendono forze che sembrano astratte e le trasformano in decisioni su autobus, scuole, ombra, case, marciapiedi, spazio pubblico. È lì che il globale diventa governabile. In Italia si parla spesso di rigenerazione dei piccoli centri. I borghi diventano interessanti quando smettiamo di trattarli come cartoline. Penso a Barbaresco e ad Angelo Gaja: un territorio vitivinicolo considerato marginale che è diventato un riferimento globale senza trasformarsi in una piccola capitale. È quello che ho chiamato il lato bello della globalizzazione, o globalizzazione di nicchia. La stessa logica può valere per i piccoli centri: meno persone, ma affinità più forti, vocazioni più precise, reti migliori. Anche il numero di Dunbar (ndr concetto antropologico che indica il numero di persone con cui un individuo può mantenere relazioni sociali stabili) è utile qui: un piccolo luogo può funzionare se trasforma la quantità in qualità. La nostalgia, invece, è spesso il posto dove i progetti vanno a morire. Tra gli elementi decisivi che rendono un luogo davvero abitabile, partirei dal tempo. Una casa può essere bellissima, ma se la giornata viene consumata dal pendolarismo, da servizi fragili o dalla solitudine, non si abita davvero un luogo: lo si sopporta. The Greenary, la casa che ho progettato attorno a un ficus di dieci metri vicino a Parma, è un esempio domestico di un’idea più ampia: abitare è un’ecologia. Include luce, mobilità, cura, lavoro, piante, vicini e la possibilità di rallentare. L’architettura non è mai soltanto muri. È la coreografia della vita quotidiana. La qualità urbana si lega sempre più al movimento, alla prossimità, alla possibilità di camminare. Sul Guardian ho scritto di uno studio condotto con colleghi di Yale, Harvard, MIT e altre università, usando l’intelligenza artificiale per confrontare spazi pubblici degli anni Settanta con gli stessi luoghi di oggi. Le persone camminano più velocemente, si fermano meno, si incontrano meno nello spazio pubblico. 95 (Le città visibili)
È un dato che dovrebbe preoccuparci. William H. Whyte lo aveva capito decenni fa: panchine, ombra, bordi, attraversamenti, piani terra non sono dettagli. Decidono se una città invita alla vita o si limita a processare il movimento. Ogni volta che sento descrivere la città come un sistema da ottimizzare, mi viene da chiedere: ottimizzare per chi? Certo, gli autobus devono arrivare puntuali e gli ospedali devono funzionare. Nessuno prova nostalgia per l’inefficienza. Il problema comincia quando la città viene trattata come un terminal aeroportuale: pulita, prevedibile, senza attrito, e un po’ morta. Jane Jacobs ci ha insegnato che la vita urbana dipende anche da un certo disordine della prossimità. La tecnologia dovrebbe aiutarci a percepirlo, non a stirarlo via. Se dovessi indicare una priorità per chi governa oggi una città, direi adattamento, ma in senso molto concreto. A Napoli, Vela Celeste chiede come un edificio ferito possa rientrare in un processo civico. A Belém, AquaPraça chiede come l’architettura possa stare con l’acqua invece di fingere di dominarla. A Milano, la questione dei city users chiede come una metropoli possa crescere senza limitarsi a spingere fuori chi la abita. La priorità, in fondo, è semplice: riusare ciò che può essere riusato, raffrescare ciò che si surriscalda, ascoltare prima di decidere, e lasciare spazio alla vita pubblica prima che il foglio Excel chiuda la discussione. Testo raccolto da Sabrina Fasano
Carlo Ratti, architetto e ingegnere torinese, è fondatore e direttore del MIT Senseable City Lab presso il Massachusetts Institute of Technology. Nel 2025 è stato curatore della Biennale di Venezia.
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QUANTO COSTA UN CITTADINO? Fonte: OpenCoesione, Istat
Investimenti per abitante Bassi
Alti
Attrattività migratoria Bassa
Alta
Una città cresce quando riesce a offrire servizi migliori, spostamenti più semplici, infrastrutture digitali, scuole, reti e strumenti capaci di rendere più facile arrivare o restare. I fondi pubblici destinati ai progetti smart mostrano dove si investe per rendere i territori più efficienti, connessi e abitabili. Le province italiane sono lette insieme al saldo migratorio del 2024: la differenza tra chi si trasferisce in un territorio e chi lo lascia. Il confronto permette di osservare se le aree che ricevono più risorse per innovazione e servizi sono anche quelle più capaci di attrarre nuovi residenti.
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Qualcosa in Comune
FIRENZE «Stiamo cercando di tutelare l’identità e la residenza della nostra città», spiega Sara Funaro, psicologa di 50 anni e sindaca di Firenze dall’estate 2024. Alla guida del capoluogo toscano, con circa quindici milioni
di visitatori all’anno, si confronta con una delle sfide più complesse delle grandi città europee: mantenere un equilibrio tra attrattività turistica e diritto dei residenti a continuare ad abitare il centro urbano.
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Firenze continua ad attirare milioni di visitatori. Come si evita che il turismo cambi l’identità della città?
servizi sulle tramvie e sugli autobus e agenti di prossimità sul territorio.
Lavoriamo sul tema del turismo sostenibile con una serie di norme per la tutela del centro storico e dell’abitare in città. Siamo i primi in Italia ad aver messo in piedi un regolamento sugli affitti brevi, con uno stop a nuove aperture nel centro storico e, dopo uno studio approfondito, anche in altre zone dove l’impatto iniziava a essere importante. Abbiamo inserito il divieto di installare key-box, imponendone la rimozione, e regolato il trasporto turistico atipico, vietando caddy e risciò in area Unesco, limitando il tutto a ventiquattro mezzi su due percorsi definiti.
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Che cosa cercano oggi i giovani da una città?
La qualità della formazione universitaria, ma anche sostenibilità dell’abitare e luoghi di socialità. I ragazzi non cercano solo dove dormire e dove studiare, le città sono attrattive anche quando danno la possibilità di mettere insieme luoghi di aggregazione. Per questo stiamo spingendo sulle politiche abitative e siamo anche la prima città in Italia che sta costruendo studentati pubblici. I
La sicurezza è diventata la principale preoccupazione dei fiorentini? I fiorentini portano molto all’attenzione il tema della sicurezza. Non è una percezione, è la realtà, perché le problematiche legate alla microcriminalità ci sono. La competenza della sicurezza è del Governo e continuiamo a chiedere risposte che purtroppo non stanno arrivando, perché le carenze delle forze dell’ordine sui nostri territori sono ormai strutturali. I cittadini hanno bisogno di vedere le divise per strada. Dall’inizio del mio mandato ho assunto più di duecento agenti di Polizia municipale. Abbiamo inserito presidi fissi,
Quanto pesa la mobilità nella qualità della vita di una città come Firenze? Tantissimo. Siamo nella fase di realizzazione e completamento delle linee della tramvia, perché vogliamo spingere verso un trasporto sostenibile. Garantire un sistema integrato tra tramvia, autobus e mobilità ciclabile, che dia ai cittadini una soluzione alternativa al mezzo privato, è un elemento che ormai fa parte della quotidianità delle grandi capitali europee.
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Come immagina la Firenze del futuro?
Il mio auspicio è vedere Firenze con una risoluzione vera sulle politiche abitative. Mi piacerebbe essere ricordata, dopo Giorgio La Pira, come la sindaca che ha inciso sulle politiche abitative. Mi immagino una città più verde, con un trasporto efficiente e un livello alto dei servizi. Una città in cui la residenza aumenta e non diminuisce. I
Una città può ancora cambiare la vita delle persone?
Firenze sì, perché è sempre stata apripista dal punto di vista internazionale e può ancora esserlo. Ad esempio, sugli affitti brevi siamo stati la prima città in Italia a muoverci con una regolamentazione. Sono convinta che Firenze possa continuare a far sentire la propria voce e a generare anche un cambiamento culturale.
Panorama del centro storico di Firenze (21/08/2020) Wikimedia Commons
(Le città visibili)
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PORANO Marco Conticelli, impiegato pubblico di 61 anni, è sindaco di Porano, in provincia di Terni, dal 2019. Per i piccoli centri come il comune umbro il tema non è il traffico o il costo degli affitti. La sfida è contrastare spopolamento e calo
demografico. Qualcuno si è trasferito qui in fuga dalle città, ma negli ultimi dieci anni il paesino ha perso oltre cento abitanti, in gran parte giovani.
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Sindaco Conticelli, perché oggi un giovane dovrebbe restare a Porano?
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Perché qui c’è una qualità della vita che nei grandi centri è sempre più difficile trovare. Siamo immersi nella natura, abbiamo un ambiente sano e i servizi essenziali. Siamo vicinissimi a Orvieto, alla ferrovia e all’autostrada: chi vuole lavorare a Roma o Firenze può farlo senza rinunciare alla tranquillità.
Da noi non ci sono grandi problemi di sicurezza. Può capitare qualche furto nelle abitazioni, ma è un fenomeno marginale. In un territorio come il nostro fa notizia proprio perché accade raramente. Abbiamo comunque investito nel rifacimento dell’illuminazione pubblica, un intervento che aiuta i cittadini a sentirsi più tranquilli.
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Il turismo può essere una leva di crescita?
Può aiutare molto. Stiamo investendo sul turismo lento, legato alla sentieristica e ai cammini. Sul nostro territorio passa un tratto della Via Romea Germanica e credo che questa possa essere una delle chiavi per lo sviluppo. I
Nei capoluoghi l’insicurezza ha il volto del degrado o della microcriminalità. A Porano che volto ha?
Porano rischia di diventare un paese dormitorio?
Lo è stato in passato, ma oggi non lo definirei più così. Negli ultimi tempi sono arrivate giovani famiglie e questo ci ha permesso di rafforzare l’offerta per i residenti: abbiamo un nido comunale, scuole e attività dedicate ai cittadini.
Che effetto le fa vedere qualcuno lasciare una grande città per scegliere un borgo come il vostro?
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Fa una bellissima impressione. Abbiamo molte persone, come la scrittrice Susanna Tamaro, che scelgono Porano come seconda casa o luogo in cui vivere. Cercano una dimensione più umana, più vicina alla natura.
Fare in modo che i nostri comuni restino vivi. Significa continuare a garantire opportunità nonostante risorse sempre più limitate. L’obiettivo è restare piccole realtà dove si possa vivere bene.
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di Andrea Carbotti
Qual è la richiesta che sente più spesso dai cittadini?
Qual è la sfida del futuro?
Il problema principale è quello dei trasporti e dei collegamenti. Nei territori come il nostro la mobilità è ancora una criticità. I mezzi sono pochi, spesso calibrati sugli orari scolastici, e spostarsi non è sempre semplice. I
Quanto pesa vedere abbassarsi le serrande di un’attività? Pesa moltissimo. Per un piccolo comune perdere un servizio significa perdere un pezzo di vita. La chiusura degli sportelli bancari, ad esempio, è un problema nazionale, in particolare per la popolazione anziana che ha meno familiarità con gli strumenti digitali. Cerchiamo sempre di trovare alternative come nel caso del distributore di carburante chiuso nel 2021, che siamo riusciti a riattivare.
Vista su Porano (21/08/2020) Wikimedia Commons
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(Le città visibili)
Bancarotta per sedici metri quadrati I
Affitti alti, vita cara e salari fermi: Milano offre lavoro ai giovani ma viverci è diventato un lusso
di Federico D’Onofrio
Il vecchio detto “A Milan se viv ben, se ghe i danè”, oggi suona più attuale che mai: a Milano si vive bene, ma solo se si hanno i soldi. Qui il costo della vita continua a crescere e abitare la città sta diventando un privilegio per pochi. «Pur di restare arrivi a normalizzare dei posti in cui non avresti mai pensato di poter vivere». Francesca, 30 anni, siciliana, si è trasferita nel capoluogo lombardo nel 2023. Dopo aver vinto un concorso da dipendente pubblica, ha scelto di stare con il fidanzato Michele in una delle zone più esclusive, CityLife. «Pagavamo 800 euro al mese per un appartamento di 16 metri quadri. La casa era fatiscente. Avevamo tutto in una stanza: il letto, quello a incasso, un frigo-bar e un tavolino davanti alla porta d’ingresso. Per uscire di casa, dovevamo spostarlo». Dopo sei mesi, Francesca e Michele capiscono che quella non può essere una soluzione stabile: «Ci vergognavamo a ospitare i nostri parenti. A un certo punto non puoi più sopportare determinati compromessi». La città attira giovani lavoratori, offre loro occasioni, ma poi rende sempre più difficile abitarla. Secondo il report Milano Inside Out dell’Osservatorio Casa Abbordabile nel 2024 i prezzi delle case sono aumentati dell’8,5%, gli affitti del 6,8%, mentre i salari medi sono cresciuti solo del 4,2%. «Se non sei lì, sei fuori dal mondo», spiega Francesca. «C’è gente che sacrifica tutto per restare. Si rinuncia a una visita medica per un aperitivo in più». Non solo case: a Milano ormai tutto è più caro. «Uno spritz al centro lo paghi anche 21 euro. E qui non ci sono solo ricconi, ma anche semplici lavoratori. Con un buono pasto non ci pranzi», dice Francesca. I prezzi stanno aumentando anche nelle periferie. È il fenomeno della gentrificazione: nei quartieri popolari della zona Nord, per esempio NoLo, il mercato immobiliare è cresciuto di oltre il 60% in vent’anni, secondo una ricerca del Politecnico di Milano. I redditi, invece, solo del 7%. I residenti storici sono costretti ad andare via: per il Comune circa 40 mila milanesi ogni anno si trasferiscono nei comuni limitrofi. Francesca e Michele oggi vivono a Lissone, in provincia di Monza-Brianza, e continuano a frequentare Milano da pendolari. «Vivere fuori per me è un grande sì. Scelgo io quando andare in città, però torno nella mia casa nel verde». Un’alternativa che attira sempre di più. «Il valore del nostro appartamento è cresciuto di 10-15 mila euro in due anni. Qui in Brianza si costruisce sempre di più. E presto non si capirà più dove finisce Milano e dove comincia l’hinterland». Francesca consiglierebbe ancora di vivere a Milano: «Dal punto di vista lavorativo ti dà tantissimo. Ma stare qui, soprattutto se sei sola, è difficile».
(Le città visibili)
Il quartiere Citylife a Milano (06/2020)/Wikimedia Commons
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Un robot con AI integrata che gestisce il traffico a Hangzhou, provincia dello Zhejiang, in Cina (03/12/2025) Wang Gang/China News Service/VCG via REUTERS
La spia ti guarda ad ogni semaforo Le smart cities promettono servizi più efficienti, ma rischiano di diventare strumenti di sorveglianza I
di Sabrina Fasano
Un ciclista percorre le strade della città. Attorno a lui, una rete invisibile di sensori e sistemi digitali monitora il traffico, raccoglie dati sugli spostamenti e contribuisce a ottimare la gestione dei servizi urbani. Nello stesso momento, in un quartiere, i cassonetti intelligenti segnalano quando devono essere svuotati, mentre negli edifici pubblici gli impianti regolano automaticamente i consumi energetici. Non è fantascienza. È il 2026 in una “città intelligente”. La promessa è allettante e propone servizi più efficienti, meno sprechi e una mobilità più fluida. Dietro questa innovazione, però, si cela un’enorme quantità di informazioni prodotta ogni giorno dall’attività urbana. «L’individuo non può diventare un semplice dato da analizzare o una variabile da ottimizzare», dice Filippo Marchesani, ricercatore del Dipartimento di Economia Aziendale dell’Università G. d’Annunzio di Chieti-Pescara e autore del saggio The Global Smart City: Challenges and Opportunities in the Digital Age. Da un lato città più efficienti e sostenibili, dall’altro il rischio che la raccolta massiccia di dati trasformi le persone in oggetti di monitoraggio. Mentre Milano, Bologna e altre realtà italiane accelerano la propria
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digitalizzazione, il confine tra innovazione e controllo si fa sempre più sottile. Spostamenti, abitudini e tempi di percorrenza vengono raccolti e analizzati in tempo reale. In Italia, uno dei casi più significativi è Bergamo: «La città è stata pioniera nel digitale tra le realtà medie italiane. Un esempio recente è l’uso dell’intelligenza artificiale nell’Ufficio Protocollo per analizzare e reindirizzare automaticamente le comunicazioni di cittadini e stakeholder, migliorando i tempi di risposta». Sul fronte europeo, il modello di riferimento per una smart city orientata alla sostenibilità è Copenaghen. «La città ha integrato sostenibilità energetica, mobilità dolce e partecipazione dei cittadini. Con l’iniziativa CopenPay, chi usa la bicicletta o raccoglie rifiuti viene premiato con cibo ed esperienze culturali: la sostenibilità diventa così un’abitudine condivisa», sottolinea Marchesani. Dalla mobilità alla gestione energetica, fino alla raccolta dei rifiuti, tutto può essere ottimizzato grazie ai dati, ma «dietro ogni dato c’è una persona», avverte. «Il cittadino non può essere ridotto a una semplice variabile: è il motore della città intelligente e, allo stesso tempo, il suo obiettivo finale».
(Le città visibili)
Sempre caro mi fu questo smart Colle I
Con coliving e lavoro da remoto, Vallo di Nera sperimenta una nuova forma di abitare temporaneo
di Antonia Verderosa
Paesi arroccati, castelli medievali e campanili che suonano per sempre meno persone. I borghi italiani continuano a perdere abitanti. Negli ultimi anni, però, case riaperte o vecchie stalle trasformate in spazi comuni si sono riempite di nomadi digitali e smart workers da tutto il mondo. Il coliving, forma di vivere condiviso per lavoratori da remoto, si sta diffondendo in Italia. Tra le vie di Vallo di Nera, piccolo paese in provincia di Perugia, una ragazza russa si ferma a parlare con alcuni anziani. Cerca le parole in inglese, loro rispondono in italiano e in dialetto. Quando qualcuno nomina la cicoria lei si illumina: la conosce. Tra gesti impacciati e parole ripetute più volte inizia il racconto di un’abitudine comune: nella campagna in cui è cresciuta, come in quella umbra, con la radice della pianta si preparava una bevanda scura quando il caffè era troppo caro. Tanto basta per capirsi. «È dalle esperienze condivise che nasce il nostro progetto di ospitalità diffusa», racconta Riccardo Mattioli, fondatore di Dolce Vita Coliving. Prima di arrivare in Umbria, Mattioli ha vissuto da nomade digitale alle Canarie, tra le isole di Tenerife e Fuerteventura. È lì che ha scoperto i coliving: abitazioni con stanze private e spazi comuni, pensate per chi lavora attraverso uno schermo. «Una soluzione poco conosciuta in Italia» spiega, «per questo ho scelto di esportarla e viverla. Mi sono appena registrato come residente». Nel centro storico di Vallo di Nera abitano circa ottanta persone, 335 nell’intero comune. «Gli imprenditori locali hanno lottato contro lo spopolamento, ma i paesi sotto i mille abitanti hanno diverse difficoltà»: scuole che chiudono, autobus che non passano, giovani che vanno via. Secondo la Strategia nazionale per le aree interne, questi territori occupano più della metà della superficie italiana ma ci vive meno di un quarto della popolazione. «Il governo ha testato diverse soluzioni. Per ora non sembrano funzionare»: case a un euro, bonus per trasferirsi nei piccoli comuni, contributi per le ristrutturazioni. Sulle pagine dei giornali si parla
(Le città visibili)
di rinascita dei borghi. Poi restano seconde residenze, soggiorni brevi, presenze intermittenti. «Il problema non è attrarre gente. È farla restare. Questi luoghi sono perfetti per il turismo veloce: i visitatori scattano foto, pranzano, ripartono. Il posto non viene vissuto». Dolce Vita Coliving è una struttura che guarda alla comunità, al verde, all’economia circolare: i co-liver cucinano insieme, usano l’orto e spazi recuperati. In un anno da Vallo di Nera sono passati cinquanta ospiti: un terzo italiani, un terzo europei, un terzo statunitensi. Restano in media un mese e mezzo, qualcuno si ferma per sei: «Sono professionisti del marketing, dipendenti di azienda o persone in una fase di cambiamento: lavoratori in pausa dopo un burnout o che hanno preso un anno sabbatico». A fine giornata si chiudono i computer. C’è chi fa yoga all’aperto, chi porta a spasso il cane dei residenti, chi segue le lezioni di cucina organizzate nel centro storico. Presenze che giovano ai più anziani: «Con il passare degli anni hanno perso molti amici. I nuovi arrivi fanno compagnia». La colazione al bar, la spesa alla fattoria, una cena al ristorante contribuiscono all’economia locale: «Da una prima stima con il 10-15% in più. Nei giorni feriali le attività riescono a incassare quanto prima facevano nel weekend». Restare qualche settimana non significa ripopolare: «Servono amministrazioni capaci di collaborare, case disponibili, servizi efficienti e una comunità pronta ad accogliere. Così si può replicare il modello». Tra chi passa e chi prende la residenza ci sono ritorni, tentativi, settimane che diventano mesi. Thomas, polacco, accompagnatore turistico, doveva fermarsi pochi giorni. A Roma era andato in burnout: «Troppo caotica». Adesso vive nel borgo, collabora con Dolce Vita, cucina per gli altri ospiti, si allena con i residenti, prende in prestito i libri nella biblioteca allestita in una vecchia stalla. È qualcuno che, almeno per ora, non è ripartito.
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Uno scorcio di Vallo di Nera, comune in provincia di Perugia
Colivers in pausa dallo smart working durante una sessione di yoga
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LA VITA A RATE
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SEZIONE 8
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AZZURRA RINALDI Vivi a Milano nel 2026, lavori, guadagni. Poco, se come rivela un recente report di Deutsche Bank, in media il 76% del tuo stipendio viene speso in affitto. Non va molto meglio a Roma, dove per lo stesso motivo ne evapora il 65%. Potrebbe andare peggio: potresti essere una donna e guadagnare il 10% in meno rispetto a un tuo collega uomo, come da indagini di Odm Consulting su dati Istat. O avere la sfortuna di essere nato a Lisbona, città in cui un intero salario non copre il costo di un alloggio. «Non è normale che a trent’anni, lavorando, non riesci a pagarti una casa», dice l’economista Azzurra Rinaldi. C’è un problema culturale: in Italia si fa fatica a parlare di soldi. «È ancora un tabù che arriva dalla visione cattolica del denaro come un male, non se ne discute in famiglia, in coppia, nemmeno tra amici», aggiunge, ma per il settimanale britannico The Economist il termine “affordability”, la possibilità delle persone di permettersi una vita degna, è in cima alla lista dei candidati per diventare la parola del 2026. A metterla sotto i riflettori, si legge, è «un consenso transatlantico sul fatto che i prezzi stanno aumentando senza controllo». Per Rinaldi «il patto che avevamo stretto col capitalismo si è rotto: lavoriamo, ci formiamo, rispettiamo la nostra parte, eppure non riusciamo più ad avere una quotidianità decorosa». Una situazione che punisce più duramente le donne, che «aggiungono al lavoro retribuito quasi cinque ore al giorno di impegno gratuito di cura, un secondo turno che non finisce mai. In Italia una donna su cinque è costretta a lasciare l’impiego dopo il primo figlio e questo dato aumenta in proporzione dal secondo in poi». «Il tema», aggiunge l’economista, «è anche la retorica politica della colpevolizzazione. Si prende il singolo per parlare di tutti, un’altra vittoria del sistema capitalistico. Qui invece siamo di fronte a un problema collettivo, che coinvolge tutti. (La vita a rate) 106
Quando una ragazza istruita si accorge che non è obbligata a rimanere dove si trova, se ne va dove le possono garantire una vita migliore e se un trentacinquenne vive ancora con i genitori non è perché voglia fare il bamboccione, ma perché non ha scelta». «Io sono un’utopista: mi piacerebbe che un partito dicesse “togliamo soldi al riarmo e li mettiamo su casa, salari, servizi di cura”», spiega, «ma finché questo non accade, fare impresa rimane la prima forma di resistenza dentro il capitalismo. Le iniziative femminili, in particolare al Sud, assumono un gran numero di donne. Ce la risolviamo da sole, ma non dovrebbe funzionare così». Perché il diritto a «un salario giusto è scritto in Costituzione: il salario minimo, che in Italia non esiste, è solo la soglia quantitativa sotto la quale quel diritto non è più rispettato. Sarebbe bellissimo costruire finalmente una narrazione del futuro per questo Paese: è quello che manca alle persone giovani per decidere di restare». di Andrea De Luca Italia
Azzurra Rinaldi è docente di Economia politica all’Università Sapienza di Roma e direttrice della School of Gender Economics. Si occupa di parità di genere e indipendenza economica femminile. È autrice di Soldi, sesso e potere (2026).
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(La vita a rate)
Fonte: Eurostat
(La vita a rate)
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DUE STIPENDI E UNA CAPANNA Il salario minimo è previsto in 21 Paesi europei. Eppure, in 16 delle loro capitali, non basta a coprire l’affitto medio di un bilocale. A Praga, per potersi permettere
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un appartamento, servono quasi due stipendi; anche nelle città più accessibili, il canone assorbe comunque almeno il 70% della retribuzione minima.
(La vita a rate)
Come si pronuncia Zohran da noi? I
La sinistra europea prova a imitare il sindaco socialista di New York Mamdani e punta sull’affordability
di Andrea De Luca Italia
Il 26 gennaio 2026 il sindaco di New York, Zohran Mamdani, sale sul palco del Tonight Show, uno dei più importanti programmi di intrattenimento della TV americana. Interrompe il presentatore Jimmy Fallon, riceve un lungo applauso e pronuncia una battuta: «In città fa così freddo che i prezzi degli affitti si sono congelati da soli». È l’apice pop di una campagna elettorale vinta appena venti giorni prima e costruita mettendo al centro i temi dell’affordability, del costo della vita troppo alto per i cittadini. L’eco di un discorso che sta attraversando l’Atlantico. «Per anni in Italia e in Europa i partiti progressisti hanno trattato questi problemi in modo tecnico e frammentario, perdendo il contatto con chi li vive sulla propria pelle. La destra ha occupato quel vuoto con risposte identitarie», spiega Cristina Guarda, europarlamentare dei Verdi. Da quest’anno lavora al progetto Right to stay dell’Unione europea. «A Strasburgo mi sto battendo perché il diritto delle persone a restare nelle proprie comunità non sia solo un concetto sbandierato e abusato, ma perché diventi un principio operativo nella futura programmazione della politica di coesione post-2027», racconta. Questo, per Guarda, significa «fondi di coesione vincolati a obiettivi misurabili, investimenti in housing sociale e politiche di genere, trasporti pubblici nelle aree periferiche finanziati come infrastruttura garantita. Restare non può essere un privilegio solo per chi ha una famiglia benestante alle spalle». «Stiamo assistendo a un fenomeno per cui interi
edifici scompaiono dal mercato immobiliare solo perché è più facile affittarli ai turisti piuttosto che ai residenti», commenta invece Jagna Marczułajtis-Walczak, europarlamentare polacca del Partito popolare europeo e membro di HOUS, il comitato speciale per la crisi abitativa dell’Ue. «Per noi è importante monitorare e contrastare le acquisizioni di immobili su larga scala da parte di soggetti stranieri mosse esclusivamente da finalità speculative», prosegue. Che il futuro delle battaglie elettorali in Europa si possa giocare sul campo dell’affordability lo dimostrano i recenti risultati elettorali in Galles. Gli indipendentisti di Plaid Cymru hanno ottenuto la maggioranza in Parlamento per la prima volta quest’anno dopo un secolo di dominio del partito Labour. «Gli estremisti fanno leva sulla frustrazione, noi abbiamo scelto la speranza», dice Carmen Smith, il più giovane membro nominato alla House of Lords del Regno Unito. «In alcune aree costiere del Nord del Galles i nostri consigli hanno aumentato la tassa sulla casa fino al 200%, se si tratta di una seconda proprietà. Molte persone hanno deciso di vendere e questo ha permesso ai residenti di tornare a vivere nella propria comunità», specifica. Una misura necessaria, perché «una generazione intrappolata in affitti che costano quanto un mutuo potrà tornare a permettersi la vita solo se la politica avrà il coraggio di trasformare in legge il diritto a una casa accessibile e di investire davvero in salari, servizi e welfare che rendano di nuovo possibile restare».
I residenti di Monaco in Germania manifestano per affitti a prezzi accessibili (02/04/2023)Sachelle Babbar/ZUMA Press Wire via REUTERS
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Il sindaco di New York Zohran Mamdani durante un evento di campagna elettorale a Long Island City, nel Queens (25/06/2025) Laura Brett/ZUMA Press Wire via REUTERS
Un manifestante che fa il segno della pace durante una protesta contro l’alto costo della vita a Madrid in Spagna (24/05/2026) Kacper Pempel/REUTERS
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(La vita a rate)
I conti in rosso del cuore solitario Tra spese elevate, pochi risparmi e politiche per le famiglie tradizionali, vivere da soli è diventato sempre più difficile
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di Davide Bertusi
Roma non è più una città per cuori solitari, o almeno non per i loro portafogli. Negli ultimi decenni, una trasformazione silenziosa ha riscritto la demografia italiana. Chi sceglie o si ritrova a condurre una vita da single deve fare i conti con un assetto economico urbano che sembra penalizzare i single. Vivere da soli nella Capitale è diventato un lusso. Secondo l’Istat, in Italia i nuclei monopersonali hanno raggiunto il 36,2% del totale, ma le città restano strutturate per famiglie tradizionali. «Ogni mese è un esercizio di equilibrismo finanziario», racconta Gianluca, 31 anni, ingegnere gestionale a Roma. «Destino il 45% dello stipendio al mio bilocale. Le utenze, il cibo e le spese condominiali ricadono su di me. Basta un imprevisto medico o un guasto all’auto per azzerare i risparmi», spiega. Per i single gli animali sono l’unica soluzione gestibile. Secondo i dati di Confartigianato Roma, la pet economy è in ascesa. Cani e gatti costano meno di un figlio, occupano meno spazio di un partner, ma offrono la stessa compagnia in appartamenti sempre più piccoli. Al contrario, stare in coppia non è più solo un progetto d’amore, ma l’ammortizzatore sociale più efficiente. «Quando abbiamo deciso di convivere, la nostra capacità di spesa è raddoppiata» spiegano Chiara e Alessandro, entrambi trentenni residenti
nel quartiere San Giovanni. «Dividere l’affitto di un trilocale e dimezzare le bollette ci permette di abitare in una zona centrale e risparmiare per il futuro». I dati confermano questo squilibrio. Le rilevazioni ufficiali dell’Istat sulla spesa delle famiglie certificano che una persona sola sotto i 35 anni affronta una spesa media mensile di circa 1.800 euro per mantenersi. La voce in assoluto più pesante è quella legata alla casa, che tra affitto, acqua, gas ed elettricità assorbe da sola il 41% dell’intero budget mensile di un single. Anche il carrello della spesa si trasforma in una tassa sull’autonomia. Sempre l’Istat evidenzia come la spesa pro capite per cibi e bevande sia superiore di quasi il 30% rispetto a quella di un componente di una famiglia più numerosa, a causa del costo più elevato delle monoporzioni e dei maggiori sprechi alimentari. Di fatto, l’intera struttura dei prezzi continua a ignorare la realtà di milioni di italiani. Vivere da soli è una conquista di libertà. Peccato che, giorno dopo giorno, ne stiamo scoprendo l’insostenibile prezzo. Finché le politiche fiscali continueranno a trattare i single come un’eccezione temporanea in attesa del matrimonio, e i piani urbanistici non scommetteranno su modelli di cohousing più flessibili, l’atomizzazione sociale si tradurrà nell’impoverimento progressivo delle forze più fresche del nostro Paese.
Uno studente dell’Università Federico II di Napoli protesta contro gli affitti elevati (12/05/2023) IMAGO/Antonio Balasco via REUTERS
(La vita a rate)
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Manifestazione per la Giornata Internazionale della Donna a Torino (07/03/2026) Elisa Marchina/NurPhoto via REUTERS
Un padrone per compagno Senza autonomia economica, troppe donne restano in relazioni in cui il controllo dei soldi diventa abuso
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di Elin Kaasa
Non le lasciava i soldi per fare la spesa. Doveva chiedere il permesso anche per comprare un paio di scarpe ai figli. Il conto corrente era solo lui a controllarlo, le bollette solo lui a pagarle, le carte solo lui a usarle. E quando lei ha provato ad andarsene, la minaccia è arrivata subito: «Smetto di pagare tutto e i debiti restano a te». La violenza economica spesso comincia così. Senza schiaffi, senza lividi. Ma con il controllo del denaro usato come strumento di potere dentro una relazione. Una forma di abuso ancora poco riconosciuta in Italia, anche da chi la subisce. «Spesso non viene individuata, nemmeno da chi la vive, perché non lascia segni sulla pelle», ha ricordato la Rettrice della Sapienza Antonella Polimeni durante la conferenza Una giornata non basta, nel novembre 2025. Ed è proprio questo il problema: il silenzio. Perché il controllo economico viene ancora troppo spesso considerato “normale” dentro una coppia. «In trent’anni di lavoro non è mai accaduto che una donna si sia rivolta a noi denunciando esclusivamente la violenza economica vissuta in una relazione», racconta Luisanna Porcu, psicologa e coordinatrice del Centro Antiviolenza Onda Rosa di Nuoro. Quasi sempre emerge dopo, insieme alle violenze fisiche o psicologiche. «Le donne vengono educate ad accettare questa asimmetria», spiega. Eppure è proprio lì che spesso nasce la dipendenza più difficile da spezzare. Perché senza soldi, senza un lavoro, senza autonomia, anche dire “basta” diventa complicato. «Non è un problema di coppia. Il potere che i maltrattanti esercitano sul genere femminile nasce dalla disparità di potere», sottolinea Porcu. La disuguaglianza parte molto prima delle violenze esplicite e si riflette anche nel mondo del lavoro. Secondo Azzurra Rinaldi, economista e direttrice della School of Gender Economics dell’Università Unitelma Sapienza,
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il sistema continua a spingere gli uomini verso una maggiore forza economica, mentre penalizza le donne soprattutto quando diventano madri. I dati Istat e Inps mostrano infatti che dopo la nascita del primo figlio il divario occupazionale aumenta. Per molti padri arriva quello che gli esperti chiamano “fatherhood premium”, cioè una crescita retributiva nel tempo. Per molte madri, invece, la maternità si traduce in riduzioni di orario non volontarie o nell’abbandono del lavoro. La paternità viene premiata, la maternità penalizzata. E senza un reddito proprio, si perde anche il potere di dire “no”. La violenza economica spesso si insinua lentamente. All’inizio lui convince la compagna a lasciare il lavoro promettendo che penserà a tutto lui. Poi arrivano il controllo delle spese, i soldi contati, le rinunce. In un Paese dove una donna su tre non possiede un conto corrente personale, la dipendenza può diventare totale. «Le donne vengono usate come prestanome per aprire aziende o chiedere contributi per l’uomo», racconta ancora Porcu. In Sardegna, dove esistono forti incentivi agricoli per l’imprenditoria femminile, ci sono attività intestate alle donne ma gestite in realtà dai compagni. E quando una donna prova a separarsi, la leva economica torna a essere un’arma. «La minaccia è che l’uomo smette di pagare le rate, lasciando che il passivo rimanga intestato a lei e ne paralizzi ogni possibilità di ripartire». È una gabbia invisibile. Perché senza indipendenza economica molte vittime non riescono ad andare via, anche quando la violenza è evidente. E allora le leggi, da sole, rischiano di non bastare. Perché la libertà passa prima di tutto dalla possibilità concreta di scegliere il proprio futuro.
(La vita a rate)
PRIMA E DOPO I PASTI
(PAG. 116-123)
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SEZIONE 9
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WALTER RICCIARDI La sanità sta entrando in uno dei passaggi più complessi della sua storia recente. In Italia, ma più in generale in tutto il mondo occidentale, i sistemi sanitari sono chiamati a rispondere contemporaneamente a tre grandi trasformazioni: l’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle malattie croniche e l’esplosione delle innovazioni tecnologiche. A queste si aggiungono le conseguenze economiche e sociali delle crisi globali – pandemia, inflazione, cambiamenti climatici, tensioni geopolitiche – che stanno ridefinendo priorità e modelli organizzativi. Negli ultimi decenni la sanità è stata costruita soprattutto per curare l’acuzie: ospedali, emergenze, interventi specialistici. Oggi, invece, la domanda principale riguarda la gestione di condizioni croniche e fragilità di lunga durata. Sempre più persone convivono con diabete, malattie cardiovascolari, disturbi neurodegenerativi o problematiche legate alla salute mentale. L’Italia è uno dei Paesi più longevi al mondo e nei prossimi dieci anni la quota di popolazione anziana crescerà ulteriormente. Questo significa che aumenteranno i bisogni di assistenza continuativa, domiciliare e territoriale. La vera sfida non sarà soltanto vivere più a lungo, ma garantire anni di vita in buona salute. Per questo il paradigma sanitario dovrà spostarsi dalla cura alla prevenzione. Investire in prevenzione significa agire sugli stili di vita, sulla qualità dell’ambiente, sull’alimentazione, sull’attività fisica e sulla salute mentale. Significa anche ridurre le disuguaglianze sociali, perché oggi le condizioni economiche e culturali incidono profondamente sull’aspettativa di vita e sull’accesso ai servizi. Medici, infermieri e operatori sociosanitari rappresentano il vero motore del sistema, ma da anni vivono una crescente pressione. Carenza di professionisti, burnout, difficoltà organizzative e scarsa attrattività di alcune professioni stanno (Prima e dopo i pasti) 116
creando una crisi strutturale. Nei prossimi dieci anni molti operatori andranno in pensione e il rischio è di non riuscire a sostituirli adeguatamente. Senza un grande investimento sulle competenze, sulle condizioni di lavoro e sulla valorizzazione professionale, qualsiasi riforma rischia di rimanere incompleta. Parallelamente, la tecnologia sta aprendo possibilità straordinarie. L’intelligenza artificiale, la telemedicina, i big data e la medicina personalizzata possono migliorare diagnosi, monitoraggio e percorsi terapeutici. Già oggi algoritmi avanzati supportano l’analisi delle immagini diagnostiche, mentre sensori e dispositivi digitali consentono di seguire i pazienti direttamente a casa. Nei prossimi anni la sanità sarà sempre più connessa e distribuita sul territorio. Tuttavia, l’innovazione non rappresenta automaticamente una soluzione. La digitalizzazione richiede infrastrutture, competenze e governance. Inoltre, esiste il rischio di ampliare le disuguaglianze tra chi ha accesso agli strumenti digitali e chi ne resta escluso. La sfida sarà quindi utilizzare la tecnologia per umanizzare le cure e non per sostituire la relazione tra professionista e paziente. Ondate di calore, inquinamento, eventi climatici estremi e diffusione di nuove patologie mostrano quanto la salute umana sia legata agli ecosistemi. Il concetto di Planetary Health – la salute del pianeta come condizione della salute delle persone – sarà sempre più importante nelle politiche sanitarie. Gli ospedali stessi dovranno diventare più sostenibili dal punto di vista energetico e ambientale. Anche la sostenibilità economica sarà un tema decisivo. L’aumento dei costi delle tecnologie, dei farmaci innovativi e dell’assistenza a lungo termine rischia di mettere sotto pressione i bilanci pubblici. Nei prossimi dieci anni i sistemi sanitari dovranno trovare un equilibrio tra universalismo, qualità delle cure e sostenibilità finanziaria. In Italia questo significa rafforzare il Servizio Sanitario Nazionale, evitando che crescano le disuguaglianze territoriali e sociali nell’accesso alle cure. La pandemia di Covid-19 ha mostrato sia la fragilità sia il valore della sanità pubblica. Ha evidenziato l’importanza della prevenzione, della medicina territoriale, della ricerca 117 (Prima e dopo i pasti)
scientifica e della cooperazione tra istituzioni. Ma ha reso evidente che la salute non può essere considerata solo un costo: è un investimento strategico per la coesione sociale, la produttività economica e la qualità della vita. Nei prossimi dieci anni la sanità sarà chiamata a una trasformazione profonda. Non basteranno interventi marginali o riforme tecniche. Servirà una nuova visione capace di integrare salute, innovazione, sostenibilità ambientale e inclusione sociale. La sfida non sarà solo curare meglio, ma costruire società più sane, resilienti ed eque. Il futuro della sanità dipenderà dalla capacità di mettere al centro la persona, rafforzando i legami tra ospedale, territorio, comunità e welfare. Perché la salute del futuro non si giocherà soltanto dentro gli ospedali, ma nella qualità complessiva della vita delle persone e dei territori in cui vivono. Testo raccolto da Maria Giulia Giordanelli e Chiara Servino
Walter Ricciardi è professore ordinario all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Esperto di sanità pubblica, è stato presidente dell’Istituto Superiore di Sanità e consigliere scientifico del Ministro della Salute durante l’emergenza Covid-19.
(Prima e dopo i pasti)
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IN MILIONI SENZA CURE La rinuncia alle cure continua a essere uno degli indicatori più evidenti delle difficoltà di accesso al sistema sanitario in Italia. Nel 2019 interessava il 6,3% della popolazione, ma con la pandemia la quota è salita fino all’11% nel 2021. Dopo la flessione registrata nel 2022 e nel 2023,
nel 2024 il dato torna a crescere, raggiungendo il 9,9% della popolazione, pari a circa 6 milioni di persone. Un valore ancora ben superiore ai livelli pre-pandemici, a conferma che il problema persiste anche dopo la fine dell’emergenza Covid-19.
Fonte: Istat *L’indicatore misura la quota di persone che dichiara di aver rinunciato a visite specialistiche o esami diagnostici pur avendone bisogno, per ragioni economiche, di lista d’attesa o di accessibilità
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(Prima e dopo i pasti)
Spaghetti al ketchup I
Nel centro di Umbertide, i disturbi alimentari dei più piccoli si curano partendo dal gioco e dall’ascolto
di Maria Giulia Giordanelli
Ogni volta che va a prendere sua figlia all’asilo, la mamma di Ilaria cerca con lo sguardo una lavagnetta. È appesa a una colonna in fondo all’ingresso e riporta i nomi dei bambini che quel giorno non hanno mangiato. Un promemoria per le maestre, niente di più. Ma il nome della figlia è sempre lì. La madre scrolla le spalle, infila il cappotto alla bambina e torna a casa in silenzio. Ilaria ha quattro anni e mangia sempre le stesse cose: minestrina frullata, pasta in bianco, qualche pezzetto di pollo. Non ha mai assaggiato la cioccolata, il gelato o un frutto che non fosse un omogeneizzato in vasetto. Già l’allattamento e lo svezzamento erano stati difficili, poi la selettività si è fatta sempre più rigida. Quando la madre varca la porta dello studio della neuropsichiatra infantile Paola Antonelli è esausta: la preoccupazione dei primi anni ha lasciato il posto alla rabbia, e la rabbia alla rassegnazione. Antonelli dirige il centro ambulatoriale per i disturbi del comportamento alimentare di Umbertide (Perugia), il primo in Italia ad essersi specializzato nel trattamento di queste patologie in età evolutiva. Quella rassegnazione ormai la riconosce subito: «Quando una mamma entra con il bambino e gli dice “fai il bravo, sennò la dottoressa ti sgrida”, ci troviamo di fronte a una forma di resa», spiega. Il punto non è il capriccio infantile, ma il senso di inadeguatezza che si insinua nei genitori: nessuna madre resta indifferente al rifiuto del cibo di un figlio, lo vive come un rifiuto di sé e della propria funzione di cura, «ma non è vero che non c’è niente da fare. Le strategie esistono, e passano tutte per la relazione. Il cibo è relazione, è quella che va ricostruita». La struttura lavora con le famiglie attraverso Le mani in pasta, un percorso di dieci incontri settimanali
in cui l’avvicinamento al cibo avviene attraverso la giocoterapia: dai disegni, al laboratorio sensoriale, fino al contatto diretto con gli alimenti. Da qualche mese è stato attivato un protocollo specifico per bambini con disturbo dello spettro autistico, nei quali la selettività alimentare può raggiungere forme estreme. «Con loro lavoriamo individualmente, perché ogni bambino richiede un progetto terapeutico su misura». Il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo (Arfid) - introdotto nel manuale diagnostico dei disturbi mentali Dsm-5 nel 2013 - è sempre più diffuso tra i bambini e, se ignorato, può favorire altre problematiche. Chi ne soffre evita il cibo per paura delle sue caratteristiche sensoriali o perché associa ad esso un episodio traumatico. Nel suo ambulatorio, Antonelli registra un aumento dei segnali di sofferenza e un abbassamento dell’età di esordio: problemi d’ansia che rendono difficile la socialità e lo stare a scuola, gesti autolesivi e cali di autostima. Per l’esperta «la colpa non è dei social network. Il problema è, semmai, l’esposizione incontrollata agli schermi o l’uso di filtri digitali che alterano la percezione. Nelle menti più fragili, questo genera una pericolosa confusione tra il sé e la propria immagine». «Spesso i genitori si sentono disarmati, ma il nostro compito è dimostrare loro che non è così», conclude Antonelli. Per la madre di Ilaria il percorso ha richiesto tempo. Ha dovuto attraversare la rabbia per capire che sotto c’era la paura, e in quella paura riconoscere l’amore. Un giorno Ilaria le dice: «Ho fame». La tavola è apparecchiata, la nonna si affaccenda ai fornelli. La madre la abbraccia e scoppia in lacrime.
Le mani in Pasta, il laboratorio del Centro DCA di Umbertide, pensato per i bambini con disturbo da alimentazione selettiva
(Prima e dopo i pasti)
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Hotel Burnout I
I super ricchi si riprendono dalla vita frenetica con massaggi e trattamenti antistress nei resort di lusso
di Chiara Servino
Svegliati, sono le 6 del mattino. Alzati, butta giù un caffè al volo. Sei in ritardo. Lava i denti. Metti il completo. Sei in ritardo. Esci di casa, vai in garage. Sali in macchina, i semafori sono tutti rossi. Arriva a lavoro, siediti alla tua scrivania e non rialzarti fino alle 9 di sera, se va bene. Torna a casa, ordina qualcosa da mangiare e vai a dormire, pronto a rifarlo di nuovo domani. Da capo, ogni giorno. Per molti non è una fase. È uno stile di vita. Il corpo, prima o poi, presenta il conto. Andare in burnout non significa essere stressati: diversi studi lo collegano a insonnia, depressione, problemi cardiovascolari, stanchezza cronica e persino a un aumento del rischio di malattie gravi. Dopo aver costruito una cultura che glorifica l’esaurimento, stiamo costruendo un’industria miliardaria per curarlo. Qui entrano in scena i wellness retreat: luoghi esclusivi dove chi se lo può permettere paga migliaia di euro per disintossicarsi dallo stile di vita che li ha distrutti. Gli hotel si trovano in ville e palazzi spesso edificati in luoghi dove sono presenti sorgenti naturali. Esistono moltissimi programmi wellness: per perdere peso, contrastare i segni del tempo, ridurre la cellulite, alleviare lo stress, ritrovare energia e vitalità, fino a favorire la fertilità. I costi variano in base al trattamento. Si aggirano intorno ai 1200 euro al giorno a cui bisogna aggiungere l’alloggio, suites che hanno un prezzo minimo di 850 euro per notte. I trattamenti durano tra i cinque e i sette giorni e prevedono infusioni di vitamine, elettrocardiogrammi, sessioni di agopuntura o di crioterapia, test genetici del microbiota, analisi baropodometriche, scansioni del corpo e visite mediche. Tra i clienti, industriali, imprenditori, ereditieri,
chiunque possa permettersi di fare una vacanza di 7 giorni al costo di 20 mila euro. A 33 anni, Matteo (nome di fantasia) è manager in una società specializzata nella gestione di ville di lusso. Qualche tempo fa ha deciso di seguire un percorso di ringiovanimento cellulare in una struttura del Trentino-Alto Adige: «Sono andato anche per vedere come si comporta la concorrenza. I trattamenti sono interessanti, ma niente di eccezionale: non ho trovato lo stesso livello di attenzione che offriamo nei nostri centri». Matteo è un trentatreenne atipico, la maggior parte dei suoi coetanei non si può permettere questo tipo di percorsi: «Lavoro tanto e a volte ho bisogno di rigenerarmi. Nel settore dell’ospitalità sei sempre a prenderti cura degli altri ma nessuno lo fa per te. Penso di meritare anche io un po’ di riposo». Il burnout e l’eccessivo lavoro, però, non sono un problema esclusivo di chi può permettersi una suite da 850 euro a notte. Sono molto più diffusi. Secondo l’indagine HR Trends 2025 di Randstad Professional, un lavoratore italiano su tre vive di frequente situazioni di stress correlato al lavoro, mentre sette su dieci chiedono maggiore attenzione al benessere mentale. Secondo UnoBravo, servizio di psicoterapia online, a cercare più spesso supporto sono i giovani adulti tra i 25 e i 44 anni, quelli che dovrebbero trovarsi negli anni “migliori” della propria carriera. Non tutti possono permettersi di fermarsi allo stesso modo. Per alcuni il burnout significa sparire una settimana in un resort tra montagne e trattamenti detox. Per altri significa continuare ad andare al lavoro stanchi, insonni, svuotati, aspettando le ferie o sperando che basti il weekend.
Immagine generata con l’intelligenza artificiale
(Prima e dopo i pasti)
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Immagine generata con l’intelligenza artificiale
La pillola del giorno prima Tra test genetici, intelligenza artificiale e dati biometrici, la medicina si sta spostando dalla cura alla prevenzione
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di Paola Del Prete
«Dopo aver fatto il test del Dna, mi è stato comunicato che avevo una mutazione genetica. L’équipe medica mi ha seguito in tutti i passi che ho fatto. Nel corso della vita, la probabilità che avevo di ammalarmi era tra il 70 e l’80%», racconta Alessandra, artista di Luino, comune in provincia di Varese. «Era molto rischioso perché anche mia mamma ha avuto il tumore al seno, quindi avevo familiarità con la malattia». La sanità predittiva sta cambiando il modo in cui la medicina tradizionale interpreta la malattia. Invece di curare la patologia, i medici vogliono anticipare la comparsa dei sintomi attraverso test genetici e screening biometrici. In questo modo è possibile prevedere con quanta probabilità potranno insorgere malattie sia in soggetti sani che a rischio. Dopo quindici anni di attese, visite e giornate passate negli stessi ambulatori, Alessandra ha deciso di optare per l’unica soluzione capace di ridurre il rischio, rimuovere il seno e le ovaie: «Per me è stato impegnativo affrontare la fase del post-intervento perché si va incontro ad un cambio radicale del corpo femminile. Però non mi sono mai pentita di aver fatto il test genetico». In Italia il 63% dei cittadini guarda con favore all’intelligenza artificiale nella sanità, mentre il 73% ritiene utile l’AI per l’analisi dei dati clinici e il 61% per ridurre
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la burocrazia negli ospedali. I dati dell’Osservatorio nazionale promosso da FIASO evidenziano una crescente fiducia verso le nuove tecnologie applicate alla salute. La piattaforma italiana Gigey è una startup che si colloca nell’intersezione tra longevity tech e digital health. Elena Lo Baido, Ceo dell’impresa, spiega: «L’obiettivo della medicina è quello di non arrivare alla cronicità delle malattie. Gigey lo fa combinando diversi aspetti come la mappatura biometrica e la creazione di protocolli integrati che ci permettono di lavorare in modo personalizzato su corpo e mente». Questo approccio si estende anche alla pediatria. A Roma, il reparto infantile dell’ospedale Bambino Gesù ha sviluppato l’area di ricerca di sanità predittiva e preventiva. Il dottor Alberto Tozzi, responsabile dell’unità, spiega: «Gli algoritmi di intelligenza artificiale ci danno la possibilità di predire eventi a lungo termine. Possiamo sapere in anticipo chi svilupperà una certa condizione». Nei contesti più delicati, la nuova frontiera sanitaria promette di trasformare il modo in cui prevenzione e cura vengono pensate. Ma, come sottolinea il dottor Tozzi, la sfida non sarà soltanto tecnologica: «Se riusciremo a fare tesoro dei dati che abbiamo, riusciremo a creare una medicina più equa e di maggiore qualità».
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IL MONDO ALLA DIRITTA
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SEZIONE 10
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MARGHERITA VICARIO Nella Dichiarazione universale dei diritti umani, proclamata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, non compare il diritto all’umanità. Se esistesse, sarebbe – secondo Margherita Vicario, cantante e regista romana nata nel 1988 – il più fragile in questo momento: «La deumanizzazione, la negazione dell’identità dell’altro, è sempre più diffusa e ciò comporta un cambio nella percezione della realtà». Molti diritti fondamentali sono in pericolo e, proprio per questo, diventa necessario tornare a chiederci che cosa siano: «Sono il punto di partenza per la dignità. Una base comune che dovrebbe essere garantita a tutti e tutte, da cui ognuno può sviluppare le proprie esigenze, le proprie ambizioni, la propria vita». Vicario è stata una delle ambassador del Roma Pride 2026, la manifestazione della comunità LGBTQIA+. Nel corso della sua carriera, ha costruito un rapporto di fiducia e vicinanza con molte persone: «Nelle canzoni parlo di autodeterminazione, di affermazione dei propri bisogni. Tengo molto a far sì che ciascuno possa far sentire la propria voce, in maniera autentica. Poi dipende da te quale voce vuoi far arrivare, da chi sei, da chi ami, da cosa vuoi fare nella vita, però l’importante è che tutti abbiano il diritto di essere ascoltati». Una sensibilità che Vicario coltiva sin da bambina, cresciuta in una famiglia impegnata nel sociale, e che non si limita al racconto della comunità queer. «Parlo spesso dal punto di vista femminile. È il mio corpo, la mia identità, vedo il mondo da questa prospettiva. In Italia, essendo un Paese profondamente cattolico, abbiamo evidenti difficoltà», racconta. «In Afghanistan, se non sei uomo, ti viene vietato di uscire, di andare a scuola, di cantare. Da una parte si tende a relativizzare tutto, ma dall’altra significa che, a livello globale, c’è un problema enorme con il genere femminile». Nei (Il mondo alla diritta) 126
suoi lavori – dal brano Ave Maria, pubblicato nel 2023, al film Gloria! con cui ha conquistato tre premi ai David di Donatello 2025 – ha raccontato le donne in molte delle loro forme. «Nel cinema ci sono poche registe. Credo però che, a essere escluse dall’industria e dal mondo culturale italiano, siano le compositrici. È difficile trovare spazio, data la secolare tradizione al maschile». All’ultima edizione del Festival di Sanremo, dove Vicario è stata ospite nel 2022, su 118 autori citati nei crediti dei brani quindici erano donne. Un dato che si inserisce in un contesto più ampio: secondo il report Inclusion in the Recording Studio 2025 della USC Annenberg Inclusion Initiative, negli ultimi 14 anni le autrici nelle canzoni della classifica Billboard Hot 100 hanno rappresentato solo il 13,9% dei crediti. La sperimentazione e la versatilità hanno permesso a Vicario di superare questi ostacoli: «Io stessa sono la fautrice del mio percorso. Lo paragono spesso a un fiume che sgorga da una fonte rigogliosa per poi seguire le varie anse, le curve, gli argini. Sperimentare mi permette sia di sopravvivere sia di essere libera». Tra guerre, diritti umani negati e crisi delle democrazie, Vicario ha la sensazione che ci sia sempre qualcosa di grave all’orizzonte: «La rabbia degli ultimi anni ha lasciato il posto alla stanchezza e al disgusto. Questo non vuol dire che non abbia la forza per continuare a credere nelle cose belle, anzi grazie al mio lavoro ho l’opportunità di vedere il lato migliore dell’umanità. La collettività, l’ascolto, la cura e la poesia fanno parte della mia vita e mi sollevano. Sono fortunata ad avere accesso alla bellezza del mondo». di Luca Galati
Margherita Vicario è una cantautrice, attrice e regista, attiva tra cinema, fiction e musica indipendente. Dopo gli album Minimal Musical (2014) e Bingo (2021), ha esordito alla regia con il film Gloria! nel 2024.
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PASSAPORTO DELLE LIBERTÀ
*Il campione di riferimento (lo stesso di ILGA-Europe) comprende 49 Paesi tra Europa e Asia centrale *I valori percentuali rappresentano la media dei punteggi ottenuti nei report dai Paesi considerati
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59 , 5 % 8
% 75
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Tacco dodici per non avere paura La Drag Queen Silvana della Magliana porta sul palco risate, romanità e orgoglio queer I
La Drag Queen Silvana della Magliana davanti al Colosseo a Roma
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di Joe Toolan
Quando sale sul palcoscenico, truccata, con una parrucca enorme sulla testa e tacchi vertiginosi, Silvana della Magliana ha un solo obiettivo: far ridere il pubblico. «Il messaggio che voglio portare con Silvana è un messaggio positivo, legato al sorriso, alla risata e al benessere», racconta. Il drag unisce teatro, moda, make-up, danza e satira per mettere in scena identità e genere, sfidandone i confini. Legato alla storia della comunità LGBTQIA+, nasce nelle ballroom degli anni Settanta e Ottanta, tra le comunità queer afroamericane e latine di New York. Quelle notti erano rifugi contro razzismo e omofobia, spazi in cui esistere senza paura. Rimasto a lungo ai margini, il drag è entrato nella cultura pop grazie a programmi come RuPaul’s Drag Race e al documentario Paris Is Burning, diretto da Jennie Livingston. Silvana è arrivata in questo mondo quasi per caso. Studiava recitazione e doppiaggio e lavorava già nello spettacolo, anche se, racconta, «non era previsto nella mia idea di artista». Poi un amico le ha proposto di partecipare a uno show. Due anni dopo ha capito che quella sarebbe diventata la sua strada. A quel punto doveva solo scegliere un nome. “Silvana” deriva dall’attrice Silvana Pampanini ed è ispirato a un momento iconico della Rai, in cui Pampanini disse alla conduttrice Caterina Balivo: «Per lavorare in Rai o sei puttana o sei comunista». “Della Magliana”, perchè è «pazza di Romanzo Criminale», la serie tv che racconta la banda mafiosa della Capitale, ma anche per la musicalità del nome. La romanità influenza il personaggio, perché Roma «abbraccia tante persone provenienti da tutto il mondo». L’invito alla terza stagione di Drag Race Italia arriva quando la carriera di Silvana sta prendendo slancio. La prima reazione, però, è il rifiuto. «Avevo paura», racconta. A farle cambiare idea è il compagno, durante quello che ricorda come il primo litigio della loro relazione: «O dici di sì o stasera te ne vai da casa». Silvana arriva fino alla finale e conquista il titolo di Miss Congeniality. «Era come se avessi vinto il programma. Un’esperienza che mi ha cambiato la vita». Fuori dalla televisione, Silvana cerca di divertire il suo pubblico. Ricorda una serata in cui una signora «ha riso come una matta per tutta la sera durante lo spettacolo». Alla fine, la figlia della donna le si è avvicinata: «Grazie, perché a mamma resta poco da vivere e oggi l’hai fatta divertire tanto». Per Silvana, quel momento resta uno dei più importanti vissuti sul palco: «Mi ha reso orgogliosa del personaggio che faccio». Per Silvana, in scena nessuno deve nascondersi. «La cosa più importante è non aver paura. Dietro trucco e vestiti c’è qualcuno che ha sempre qualcosa da dire».
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Daria Kryukova interviene durante il convegno organizzato da L’Europeista sulle frontiere d’Europa
Ama il tuo Putin o dritto in carcere La storia di Daria Kryukova, attivista e blogger costretta a lasciare la Russia perché contraria all’invasione dell’Ucraina I
di Ludovico Falzone
«Putin è un bullo e se la prende con i deboli», dice Daria Kryukova, attivista e blogger, costretta a lasciare la Russia nel 2022 appena due settimane dopo l’invasione dell’Ucraina. Le sue critiche ai bombardamenti di Kiev e Kharkiv l’avevano resa un bersaglio del regime. Dopo aver studiato a Rimini, oggi Daria vive a Milano. La sua vita è cambiata: vede la sua famiglia solo attraverso uno schermo. Si chiedono come stanno, ma non parlano mai di politica. «Ami il nostro Paese o vai in carcere»: è questa la minaccia del FSB (il Servizio federale per la sicurezza russo) contro chiunque esprima dissenso. «Dopo l’introduzione della censura, che prevede pene fino a 15 anni di carcere, ho deciso di non aspettare e di non rischiare: sono andata via», racconta parlando un corretto italiano con accento russo. Sotto il regime di Putin, la negazione dei diritti è totale e ogni tentativo di rivolta viene represso. L’attivista ricorda il tentato golpe di Evgenij Prigožin (il capo del gruppo Wagner rimosso e poi morto in un misterioso incidente aereo nel 2023), come esempio di un sistema in cui ogni forma di dissenso viene neutralizzata, insieme alla censura che colpisce l’attivismo quotidiano. Kryukova cita l’ex studentessa di medicina Daria Kozyreva, condannata a due anni e otto mesi per «denigrazione pubblica delle forze armate» e la pediatra Nadezhda Buyanova, che rischia una condanna fino a quindici anni di carcere per le sue considerazioni sul conflitto. Il controllo del regime si estende a ogni forma di diversità: «Anche la comunità LGBTQIA+ è colpita da provvedimenti repressivi, costringendo i suoi membri a dover nascondere il proprio orientamento sessuale», racconta Daria. La limitazione dei diritti sociali è legata alla chiusura degli ultimi media
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indipendenti e al blocco dei social che hanno cancellato ogni accesso all’informazione. Il governo ha limitato l’uso di piattaforme come Facebook, mentre i canali di comunicazione interni sono controllati dal regime. La stampa di stato mostra i “progressi” del conflitto, alimentando l’effetto del “Rally ‘round the flag” (stringersi attorno alla bandiera): alimentare il patriottismo per generare un finto consenso verso il leader. «C’è una sorta di autocensura che spinge i russi ad avere paura e a vivere facendo finta che la guerra non esista». La distanza non limita Daria Kryukova nella sua battaglia contro il regime di Putin. Insieme all’associazione Russi Liberi, sostiene i prigionieri politici maltrattati nelle carceri, inviando loro lettere per alleviare la solitudine dell’isolamento: «La pace è ancora lontana, per il momento non vedo alcuna vera intenzione di negoziare. Se Putin rimane al potere non cambierà nulla. La gente è stanca della dittatura, persino le élite vicine al presidente sperano che arrivi qualcun altro, ma nel frattempo nessuno fa nulla». Tuttavia, l’attivista ha una speranza: «Non credo che dopo di lui ci sarà un leader peggiore. Chi verrà sarà più liberale: dovrà abolire le pressioni e le leggi restrittive per guadagnare popolarità e consenso». L’esperienza di Daria mostra il costo drammatico della lotta per i diritti: il prezzo di vivere lontano con la paura di essere sempre sotto controllo. In questo scenario, secondo l’attivista, «l’Europa dovrebbe mostrarsi più forte e compatta nel mezzo del corridoio geopolitico tra Putin e Trump, accelerando i tempi burocratici per porsi come un vero intermediario di pace». Perché, come conclude Kryukova, «Tutti sogniamo che in futuro la Russia sia parte dell’Europa».
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Daria Kryukova durante una manifestazione contro la guerra in Ucraina di fronte al Colosseo, Roma
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La Messa è finita andate in guerra I
Uccisioni, rapimenti e violenza. Le persecuzioni religiose in Nigeria nel silenzio della comunità internazionale
di Vincenzo Lilli
Il 29 marzo 2026, Domenica delle Palme, ventisette persone sono state uccise in tre località dell’arcidiocesi di Jos, nel Plateau, uno dei 36 Stati che compongono la Nigeria. Gli attacchi contro la popolazione cristiana – che supera i 100 milioni – vanno avanti da anni. Una violenza non uniforme, che si articola in tre zone principali. Nei 12 Stati del nord in cui vige la Sharia, la legge islamica, dominano le organizzazioni terroristiche jihadiste di Boko Haram e di Iswap. A sud il gruppo separatista Ipob fa strage degli oppositori politici. Al centro i militanti Fulani contano il più alto numero di vittime, con i loro assalti ai villaggi di agricoltori cristiani. La World Watch List, il rapporto annuale della Fondazione Open Doors che elenca i 50 Paesi in cui i cristiani subiscono le persecuzioni più estreme, mette la Nigeria al settimo posto. A dirlo sono i numeri: solo nel 2025 ci sono stati 3.490 uccisioni, 2.293 rapimenti e oltre mille violenze sessuali. «Le persecuzioni sono dovute all’antagonismo etnico-religioso e all’oppressione islamica», racconta Angelo Currò, responsabile di Open Doors per il Centro Italia e la Lombardia. Se gran parte della violenza non trova risposta è perché «in Nigeria esiste una certa cultura dell’impunità». L’apparato militare è a trazione musulmana e le forze dell’ordine intervengono in ritardo, generando nelle vittime il sospetto di una complicità istituzionale. «Sotto la presidenza di Tinubu, posizioni
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importanti nel settore della sicurezza sono ancora occupate da musulmani Fulani del nord», aggiunge. L’applicazione della legge islamica è un altro punto che i cristiani e le diverse minoranze religiose percepiscono come una minaccia. L’articolo 10 della costituzione nigeriana, promulgata nel 1999, vieta ai governi statali di adottare una religione ufficiale. «La questione è molto dibattuta», continua Currò, ricordando però che «un sistema giuridico in qualche modo basato sul diritto islamico esisteva nel nord della Nigeria già prima del colonialismo britannico, ed è sempre esistito anche dopo l’indipendenza della nazione». La comunità internazionale resta in silenzio. Nell’ottobre 2025 il presidente americano Donald Trump si limitò ad annunciare di voler reinserire la Nigeria nella lista dei Cpc (Countries of particular concern, Paesi responsabili di serie violazioni della libertà religiosa), e anche il Papa si è sempre mosso con prudenza. «C’è un tentativo da parte della Santa Sede», spiega Matteo Matzuzzi, giornalista de Il Foglio, «di evitare la chiamata alla guerra di civiltà», etichettando le violenze come semplici lotte per la sopravvivenza. Una convinzione non condivisa dall’episcopato locale. Se davvero i miliziani musulmani, privati delle loro terre dai cambiamenti climatici, stessero combattendo per non morire di fame «non avrebbero bisogno di entrare nelle chiese e di tagliare la testa ai fedeli lì riuniti».
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Donne all’ingresso della Cattedrale del Sacro Cuore di Benin City in Nigeria
Cristiani sfollati in un campo nello Stato di Benue in Nigeria/Fondazione Open Doors
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Divieto di sosta fra i miei pensieri I
Mente sotto osservazione e dati più accessibili, i nuovi diritti che ci proteggono dalle neurotecnologie
di Alessandro Marchiello
Fino a pochi anni fa l’idea che si potessero raccogliere informazioni dall’attività cerebrale sembrava appartenere alla fantascienza. Oggi, invece, lo sviluppo delle neurotecnologie e l’intelligenza artificiale stanno cambiando il rapporto tra mente umana, dati personali e diritti fondamentali. Da qui nasce il dibattito sui neurodiritti: una serie di tutele pensate per proteggere la nostra sfera cognitiva. La questione è capire se queste nuove sfide richiedano una nuova categoria di diritti. Il termine “neurodiritti” è stato introdotto nel 2017 dagli studiosi Marcello Ienca e Roberto Andorno per indicare alcune misure per salvaguardare gli individui dall’avanzamento delle neurotecnologie. Tra queste rientrano la libertà cognitiva, cioè il diritto a non subire manipolazioni mentali non autorizzate, la privacy, l’integrità mentale e la continuità psicologica, intesa come difesa dell’identità personale. L’idea alla base è che, avendo sempre di più la capacità di raccogliere informazioni sull’attività cerebrale, potrebbero essere necessari strumenti giuridici in grado di proteggere i dati neurali. Alessia Farano, docente di Diritto ed Etica delle Tecnologie Emergenti all’Università Luiss, si occupa del rapporto del diritto con le neuroscienze e l’innovazione tecnologica. Secondo lei, la crescente diffusione di questi strumenti rende sempre più urgente interrogarsi su come preservare la nostra attività cerebrale e la sfera cognitiva. «Quello che storicamente era protetto da una sorta di privacy naturale, i pensieri, le emozioni, le intenzioni degli individui, è oggi singolarmente esposto allo sguardo altrui». Le preoccupazioni legate ai neurodiritti non nascono dalle applicazioni mediche, che già oggi consentono di trattare patologie neurologiche o di recuperare alcune funzioni compromesse. Il problema, secondo Farano, emerge quando questi strumenti escono dagli ospedali e diventano prodotti destinati al mercato. «Il confine tra cura e potenziale controllo si colloca proprio nella transizione dall’applicazione clinica a quella commerciale o di potenziamento», spiega. Sistemi sviluppati per finalità terapeutiche potrebbero essere utilizzati in futuro per monitorare l’attenzione sul posto di lavoro, migliorare le prestazioni cognitive o documentare il comportamento
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degli utenti. A quel punto, la questione riguarderebbe chi detiene questi dati e come possono essere utilizzati. Sembrano pericoli lontani, ma Farano invita a non sottovalutarli: «Come società, abbiamo già dimostrato una forte propensione a cedere quote di privacy in cambio di comodità, connessione sociale e servizi gratuiti nell’era digitale». Dispositivi pensati per monitorare il sonno, migliorare la concentrazione o ottimizzare le performance cognitive potrebbero rendere sempre più normale la mappatura dell’attività cerebrale. «Questa trasparenza cognitiva rischia di essere accettata con la stessa leggerezza con cui oggi accettiamo i cookies online», spiega la docente, ricordando che i dati cerebrali non rappresentano semplici informazioni commerciali, ma riguardano aspetti profondi dell’identità, delle emozioni e della vita mentale degli individui. Una parte della comunità scientifica e giuridica ritiene necessario introdurre una nuova categoria di diritti per proteggere la mente umana, ma non tutti sono d’accordo. Secondo Farano, «il diritto alla privacy, inteso nella sua accezione più dinamica, è senz’altro in grado di tutelare l’integrità dei dati neurali, esattamente come ha fatto in passato con quelli genetici o biometrici». A suo avviso, anche la libertà di pensiero e il principio dell’inviolabilità della persona offrono strumenti adeguati a contrastare eventuali interferenze esterne sulla sfera mentale. Più che rincorrere ogni innovazione con nuove categorie giuridiche, la sfida sarebbe quella di adattare e interpretare in modo efficace quelle che esistono. Nel 2021, il Cile è diventato il primo Paese al mondo a introdurre una tutela costituzionale dei neurodiritti, mentre altri paesi stanno iniziando a interrogarsi su come regolamentare questi dati. In Europa l’approccio finora è stato diverso. Secondo la docente, più che creare nuove norme, le garanzie offerte dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e dalle Costituzioni nazionali possono già fornire strumenti adeguati ad affrontare queste sfide. Se per secoli pensieri, emozioni e intenzioni sono stati protetti da una sorta di “privacy naturale”, l’avanzamento delle neurotecnologie ci costringe a chiederci come preservare quello spazio quando la tecnologia vi si avvicina sempre di più.
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Immagine generata con l’intelligenza artificiale
Immagine generata con l’intelligenza artificiale
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Liberté, Égalité, Vérité I
Tra deepfake e polarizzazione la filosofa Franca D’Agostini racconta perché la verità è diventata un diritto
di Antonia Verderosa
Il 6 gennaio 2021, il militante Maga Jacob Chansley fa irruzione nel Campidoglio di Washington a torso nudo. Ha il volto dipinto di rosso, bianco e blu, un copricapo di pelliccia con corna da bisonte, una lancia con la bandiera americana. È convinto di difendere l’elezione a presidente degli Stati Uniti rubata a Donald Trump. «I WON THIS ELECTION, BY A LOT!», scriveva il candidato repubblicano su X. I voti dicevano altro. «È facile polarizzare in una società ipercomunicativa», spiega Franca D’Agostini, filosofa della verità e della logica. Il flusso continuo di informazioni ha portato la studiosa e il politologo Maurizio Ferrera a elaborare la nozione di “diritti aletici”, dal greco antico aletheia. Il termine rimanda alla verità, che è ormai «il primo problema di ogni democrazia». Ma non è chiaro come, e con quali strumenti giuridici, politici, culturali, possiamo affrontarlo. «Ci siamo chiesti: a quale esigenza risponde il nostro bisogno del vero? Possiamo trasformarlo in diritti?». I due autori hanno risposto nel saggio La verità al potere (Einaudi, 2019). Alla base c’è l’idea fondamentale che per vivere democraticamente dobbiamo poter credere a ciò che ci viene detto, fidarci delle istituzioni
del sapere ed esercitare il nostro giudizio senza aspettarci dure contraddizioni e conflitti. «Oggi queste necessità sono sistematicamente violate». A partire dal 2016, con la prima vittoria di Trump e con la Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, e in seguito la pandemia di Covid-19, l’invasione russa dell’Ucraina, la guerra a Gaza, l’intelligenza artificiale generativa, «ci appare sempre più chiaro che abbiamo a che fare con fatti-non-fatti, su cui chiunque può avere opinioni contrapposte». Dati sanitari manipolati, immagini di guerra non verificate, video decontestualizzati: «Siamo esposti a un eccesso di informazioni vere, false, parziali, contraddittorie. Si può credere a ogni versione o a nessuna, oppure continuare a fidarsi solo delle proprie fonti». Entrano in gioco gli algoritmi, che «selezionano per noi». Decidono che cosa appare prima, cosa scompare, cosa diventa virale. Così si crea la polarizzazione: camere di risonanza, negazionismi, cospirazionismi, «è nato un intero vocabolario per raccontare il nostro tempo». Nei conflitti contemporanei, la battaglia per il controllo della narrazione accompagna
Jacob Chansley (noto come “QAnon Shaman”) (18/12/2023) Gage Skidmore/ Wikimedia Commons
Un gruppo di attivisti pro-Brexit manifesta a Londra (31/05/2016) Derek Bennett/ Wikimedia Commons
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quella sul campo. «La guerra ha sempre usato la menzogna per giustificarsi», e con i bot e l’AI la propaganda ha nuovi strumenti. Le nuove tecnologie possono distorcere video, moltiplicare immagini, imitare documenti. «Le macchine non incontrano mai la realtà dei fatti, ma solo dati. Noi, invece, siamo costretti a confrontarci con il mondo, capirlo, interpretarlo e, se necessario, rivedere i nostri giudizi». Esistono tutele contro nuove frodi, inganni e manipolazioni. «Le norme oggi non bastano. Perché un diritto sia tutelato occorre una cultura che ne renda visibili le ragioni». Da qui l’importanza delle istituzioni aletiche, i luoghi in cui il vero viene discusso, verificato, conservato: la scuola, la scienza, la giustizia, il giornalismo. «Il mondo in cui il falso non riesce a dominare la sfera pubblica deve ancora essere costruito. Per trovare una soluzione dobbiamo iniziare a promuovere in ogni campo, e in noi stessi, l’educazione alla verità». Che non significa imporci di dire il vero in ogni caso; vuol dire, spiega D’Agostini, «essere consapevoli del ruolo primario che svolge nelle nostre vite». Graffito No Vax a Milano (11/10/2016) Mænsard vokser/ Wikimedia Commons
Un carro armato distrutto vicino al fiume Irpin’ nella regione di Kiev (04/04/2022) The Presidential Office of Ukraine www.president.gov.ua
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COOLTURA
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EMMANUEL CARRÈRE Invecchiando, credo di essere diventato più indulgente nei confronti di me stesso come personaggio dei miei libri. Mi sento un po’ meno colpevole, e forse ho capito che non serve molto sentirsi continuamente in colpa quando si scrive di sé. Nei miei primi libri c’era più crudeltà, anche verso me stesso, e forse una forma di masochismo. Oggi tutto questo si è attenuato. Non direi che sia una grande conquista morale, ma sono quei piccoli progressi che si fanno nella vita: si impara a guardarsi con un po’ più di distanza, e forse anche con un po’ più di misericordia. Il discorso cambia quando non si scrive solo di sé, ma anche degli altri. Raccontare persone reali significa entrare in una zona molto delicata. Non credo che tutto sia permesso solo perché si sta scrivendo un libro. Esiste una barriera, una frontiera che non bisognerebbe superare: quella di fare del male, di far soffrire qualcuno. Con le persone reali questa frontiera va presa molto sul serio. Io stesso, in passato, l’ho oltrepassata. In Romanzo russo ho maltrattato mia madre e ho maltrattato anche la mia compagna di allora. Non dico esattamente di pentirmene, perché quel libro appartiene a un momento preciso della mia vita e della mia scrittura, ma oggi non lo rifarei. Questo forse è il segno di un cambiamento: non tanto una rinuncia alla verità, quanto una diversa attenzione alle conseguenze che la verità, o il modo in cui la si racconta, può avere sugli altri. La memoria, del resto, non è mai un materiale puro. È sempre qualcosa che ricostruiamo. Nel mio lavoro ci sono fotografie, oggetti, testimonianze, racconti familiari, documenti ritrovati. Tutto questo dà l’impressione di poter recuperare il passato, ma in realtà il passato resta sempre, almeno in parte, irrecuperabile. Oggi questo paradosso è ancora più evidente, perché lasciamo una quantità enorme di tracce digitali: immagini, messaggi, video, registrazioni, (Cooltura) 142
frammenti di conversazioni. Non è mai successo prima che di una persona restassero così tante tracce. Eppure questa abbondanza non significa necessariamente che una vita diventi più comprensibile. Al contrario, può diventare ancora più dispersa, più disgregata. Le tracce digitali danno l’illusione di poter ricostruire tutto, ma non restituiscono davvero una presenza, né il senso profondo di un’esistenza. Per questo, quando si scrive una biografia, o quando si racconta la vita di qualcun altro, bisogna accettare che ci sia sempre una parte di costruzione. Ogni racconto piega inevitabilmente i fatti, li ordina, li sceglie, li dispone secondo una forma. L’importante, però, è dichiararlo. Bisogna essere onesti con il lettore, chiarire il contratto di lettura. Dire: questo è il modo in cui io racconto questa storia, con i miei limiti, il mio punto di vista, le mie omissioni inevitabili. In fondo tutto, in una certa misura, è finzione. Passiamo la vita a costruire racconti su noi stessi e sugli altri, usando pezzi di ricordi, idee, immagini, frasi ascoltate, frammenti presi qua e là. Sono racconti che ci permettono di vivere, di dare una forma all’esperienza, e a volte anche di scrivere libri. Se quel racconto non funziona, se non riusciamo più a tenerlo insieme, possiamo persino perderci. Questo non significa che io disprezzi l’invenzione o la fiction. Al contrario, mi piace molto leggerla. Semplicemente, non è il territorio principale della mia scrittura. Credo che entrambi gli approcci siano legittimi: inventare e partire dal reale. Ciascuno ha le proprie regole. Ma una cosa, per me, deve valere sempre: l’onestà. Testo raccolto da Marco Chiaradonna
Emmanuel Carrère, scrittore, sceneggiatore e regista francese, è nato a Parigi nel 1957. Tra i suoi libri L’Avversario, Un romanzo russo, Vite che non sono la mia, Limonov, Il Regno, Yoga e V13, vincitore del Premio Strega Europeo 2023.
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CARTA NON CANTA PIÙ
Lettori settimanali di quotidiani cartacei
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Lettori settimanali di quotidiani digitali
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In poco più di dieci anni il modo di leggere le notizie è cambiato: sempre meno persone scelgono il quotidiano cartaceo. L’informazione passa da siti, app, social network e smartphone. I dati Istat e Censis confermano il cambio di passo: in Italia la stampa come fonte di news è crollata, mentre cresce il peso delle piattaforme digitali.
Il risultato è un pubblico che continua a cercare notizie, ma lo fa in modo più rapido, frammentato e legato allo schermo. La carta non è sparita ma cambiano le abitudini. Non si comprano più i giornali all’edicola sotto casa. In questo ecosistema mediatico le notizie arrivano ovunque e in ogni momento.
Fonte: Istat, Censis *Ogni unità rappresenta un punto percentuale **Lo spazio bianco rappresenta le persone che non rientrano nelle due categorie
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Il Giro del Mondo in 90 secondi I
L’argentino Maximo Comelli ha trasformato i suoi profili social in un archivio di musiche lontane dai riflettori
di Luca Galati
La prima rock band della storia del Kurdistan, il reggae libico, il prog slovacco: conoscere la musica di ogni parte del mondo sembra impossibile. Ma c’è chi la racconta ogni settimana, in 90 secondi, con un video sui social. Maximo Comelli, conosciuto come Machi, ha 22 anni e più di 7 milioni di like su TikTok. Nato in Argentina, ha vissuto in Brasile, Colombia, Stati Uniti, Francia e ora Germania. «Alcuni dicono che sono un curatore, altri un divulgatore. Non credo abbia importanza», racconta a Zeta. Un anno fa ha creato il format Discovering Music from Around the World, video verticali per i social in cui racconta la musica di vari paesi. Tutto è nato dalla voglia di scoprire il mondo tra storia, politica e geografia: «Imparare a conoscere ciò che circonda le canzoni, ti fa avere una connessione più profonda. Non solo con l’arte, ma con le circostanze che ci stanno dietro». Quel desiderio coincide con il momento in cui la fidanzata gli ha fatto sentire i Carthago, una band funk tunisina degli anni Settanta riscoperta dall’etichetta berlinese Habibi Funk. «Ero sbalordito, non avevo mai ascoltato nulla del genere», commenta Comelli. Da lì è partita la sua esplorazione, che lo ha portato oggi a essere uno dei creator più seguiti nel suo campo: «Quando ho iniziato, pubblicavo solo vicende che già conoscevo. Poi le persone hanno cominciato a segnalarmi tantissime cose». Machi dedica molto tempo a leggere tutti i messaggi che gli scrivono e premia le storie che riescono a stimolare la sua curiosità.
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Spesso le idee per i video nascono dai suoi follower. Che si tratti delle Mauritius o dell’Indonesia, i contenuti hanno sempre la stessa durata e profondità. «Cerco di dare il giusto spazio a ogni parte del mondo. Parlo di regioni o popoli che i media non coprono. Spesso si parte da un posto che è meno rappresentato e poi tutti si interessano», specifica Machi. Un approccio democratico che gli ha permesso di raccontare culture lontane dalla sua. «Ho fatto un video su Capo Verde. Era una storia non vera, di folklore, e l’ho condivisa senza specificare perché mi sembrava ovvio. Parlavo di una nave piena di sintetizzatori che cade dal cielo. Molte persone del Paese mi hanno ringraziato, mentre un sacco di gente si è arrabbiata. Mi accusavano di insinuare che gli africani non potessero fare la propria musica senza un intervento divino che gli donasse strumenti occidentali», racconta sorridendo. Una nuova forma di divulgazione musicale stretta nei tempi brevi delle piattaforme social. Un aspetto che non spaventa Comelli: «Sto sempre attento a non semplificare troppo, il video può essere un gancio per approfondire l’intera storia». Da qualche mese collabora con NTS, una radio da un milione di follower su Instagram incentrata sulla scoperta musicale. Un altro mezzo per stimolare a fare qualcosa oltre lo scrolling: «Spero che, grazie a questi contenuti, le persone pensino in modo diverso e siano spinte ad avere una mentalità più aperta».
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L’argentino osserva un vinile della band funk tunisina Carthago
Maximo Comelli nella sua casa di Parigi
Instagram: @machi7k
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La libreria Fahreneit 451 in via Campo de’ Fiori a Roma
Harry Potter e la magia di TikTok Tra tendenze social e segnali deboli gli editori provano a intercettare i desideri dei lettori I
di Lavinia Ceci
«Se ti dicessi che sono onnisciente, sarei un truffatore», Daniele di Gennaro, che con Marco Cassini ha fondato nel 1994 la casa editrice Minimum Fax, ammette che indovinare i bisogni culturali del pubblico è più difficile di quanto sembri. Eppure, è il centro del lavoro editoriale: scegliere cosa vale la pena pubblicare. Per Tiziano Cancelli, che nel 2024 ha creato la casa editrice Mercurio Books, è una questione di affinità elettive. «Il mio immaginario personale risuona in quello dei miei lettori: quando mi sono accorto che non ero l’unico a cercare un certo tipo di letteratura, ho costruito uno spazio che accogliesse idee comuni». Per intercettarli, però, bisogna starci dentro: «Quando abbiamo aperto la casa editrice due anni fa abbiamo affittato un cinema e proiettato Twilight». Oggi è un trend social parlare di Bella Swan e Edward Cullen, protagonisti della storia di vampiri più famosa tra la Generazione Z, «ma all’epoca era la mia comfort zone immaginifica». In editoria si parla di tendenze da cogliere, non da costruire: il tema è tenere insieme «l’autenticità dello stimolo personale con ciò che proviene dall’esterno: social, suggerimenti, innovazione». D’altro canto, la vicenda editoriale del mago più celebre della letteratura segue proprio questa traiettoria. Rifiutato da quasi tutte le case editrici a cui era stato proposto, Harry Potter e la pietra filosofale (1997), primo romanzo della saga dell’autrice J.K. Rowling, venne acquisito dalla lungimirante Bloomsbury di Londra,
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che decise di pubblicarlo con una cauta tiratura di mille copie, dal valore attuale di ventimila euro l’una. Di Gennaro, invece, dopo trent’anni di lavoro sa che la questione del trend esiste, oggi più che mai, ma intercettarlo non è il suo primo obiettivo. «Nella società liquida, in cui tutto sembra pubblicato e linguaggi e sentimenti sociali evolvono continuamente, il mercato librario si rivolge quasi solo ai bisogni culturali manifesti, alle tendenze, inondando gli scaffali di libri di attualità». I bisogni latenti, invece, dovrebbero attirare l’attenzione dell’editore, che deve cercare i segnali deboli. «Il lavoro è a monte, non a valle: giocare d’anticipo sull’immaginario collettivo». Come nel 2017 per Teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura che racconta il malessere dei figli che sanno di non avere le stesse occasioni dei padri: «Questo sentimento stava per esplodere e alle presentazioni tantissimi giovani riempivano le sale, confermando che avevamo avuto l’intuizione corretta». Ogni scelta editoriale ha un destinatario senza il quale non esisterebbe. «Il libro è una macchina di relazione formidabile: senza l’immaginazione del lettore, l’intuizione dell’editore rimane muta», osserva Di Gennaro. Chi decide cosa arriva in libreria non è né l’autore, né l’editore, e nemmeno il lettore. Se lo scrittore crea, l’editor decide su quali mondi investire e il pubblico sceglie quali canonizzare. L’immaginario, più che un atto di proprietà, è un contratto collettivo.
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Critica della Ragion Brand I
Dai giornali a Substack, i giudizi culturali cercano nuovi spazi ma rischiano di perdere un linguaggio comune
di Marco Chiaradonna
«Nel grande turbinio di costernazione che circonda i giovani, The New Critic è una rivista in carne e ossa della Generazione Z»: così si presenta un nuovo magazine americano nato su Substack, che pubblica scrittori «troppo giovani per ricordare il crollo delle Torri Gemelle e abbastanza grandi da aver assistito alla nascita di ChatGPT». Al di là delle dimensioni ridotte, meno di tremila iscritti, non un nuovo New Yorker, il manifesto racconta bene un dato: la critica tradizionale sembra scomparsa, o comunque non viene più riconosciuta come tale dalle nuove generazioni. In Italia la situazione non sembra molto diversa. Quotidiani e magazine continuano a parlare di libri, ma il dibattito appare sempre più debole. Si raccontano soprattutto le novità editoriali, di rado si formulano giudizi negativi, quasi mai si usa la prima persona. All’esperienza della lettura e del giudizio si preferisce un tono neutro, prudente, spesso benevolo. Dall’altra parte, su Instagram e Substack crescono voci autonome in cui la critica sembra ritrovare spazio, ma rinunciando a ogni premessa teorica in favore di un gusto soggettivo. Zeta ne ha parlato con Matteo Marchesini, critico letterario, che si trova in questa zona di mezzo: continua a scrivere su giornali e magazine e cura una newsletter su Substack. Per lui la crisi della critica non va letta solo come un problema di luoghi o di generazioni. «Pasolini e Sanguineti avevano una lingua comune in cui litigare; le generazioni successive, fino a noi, no». Sarebbe sbagliato farne una questione di statura individuale, il cambiamento è strutturale, legato alla progressiva emarginazione della critica e di un certo tipo di saggistica. «Di questa condizione nessuno ha colpa; ma è un errore fingere di non vederla». È facile prendersela con i social. Molti intellettuali accusano Instagram, TikTok o Substack di aver moltiplicato giudizi rapidi, spesso poco motivati.
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Marchesini non nega il fenomeno, ma invita a guardare anche dall’altra parte. Quando a quei giudizi si oppone il metodo «severo» delle teorie letterarie del tardo Novecento, il rischio è di scambiare per soluzione un problema ulteriore. Quelle idee, secondo Marchesini, si sono affermate proprio dentro una crisi: con l’espansione dell’industria culturale e della scuola di massa, è diventato necessario trasformare la critica in un sapere più ordinato, riconoscibile, facile da trasmettere nelle università, nei manuali, nei media. Da qui la fortuna di metodi, griglie, linguaggi specialistici. Questo processo ha avuto un costo: ha reso marginale una tradizione saggistica più libera, meno sistematica e meno scolastica. Per Marchesini la critica moderna nasce «dalla crisi dei sistemi filosofici e in opposizione alle regole della retorica», diventando un modo per orientarsi in un mondo che non ha più certezze comuni. Dagli intellettuali Sainte-Beuve a De Sanctis, fino a Lukács, Benjamin e Adorno, leggere, guardare o ascoltare per poi commentare è stata a lungo una forma di filosofia morale. Se la letteratura è stata il campo privilegiato, è perché per molto tempo è stata lei a formare l’Occidente. «Da decenni non è più così. Molti scrittori con una forte vocazione critica oggi finiscono per occuparsi di costume, di media, di arti visive, di comunicazione». Secondo Marchesini bisogna allargare lo sguardo e avere una visione del mondo meno specialistica e più esposta. Nella situazione attuale vede possibilità e limiti: «C’è di buono che la critica, cacciata dal suo regno moderno, rinasce altrove ricordandosi di essere il contrario del potere. Di meno buono c’è che essendo questo altrove un mondo atomizzato, ognuno per farsi leggere cerca di “brandizzarsi” ancora di più. Ma anche il brand è il contrario della critica».
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LUCA PARMITANO «Siamo convinti che il grande sogno unisca più del nemico comune». In un’epoca in cui l’equilibrio su cui si regge il mondo è minato da frontiere, conflitti e sfere d’influenza, l’affermazione del pilota dell’Aeronautica Militare e astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) Luca Parmitano sembra provenire da un altro tempo. O da un’altra prospettiva. Per oltre trecento giorni nel corso della sua carriera ha potuto godere di una vista privilegiata del nostro Pianeta, a quattrocento chilometri sopra la Terra. Lì le linee che separano gli Stati scompaiono per far posto ad una domanda che accompagna l’umanità dalla notte dei tempi: cosa c’è oltre il cielo? Questa spinta nel 1969 ha permesso all’uomo di arrivare per la prima volta sulla Luna. Pochi anni dopo, però, l’entusiasmo si è esaurito e per decenni lo spazio è stato dimenticato. Oggi è tornato al centro del dibattito globale, con nuovi protagonisti, una posta in gioco più alta e tecnologie avanzate. In questa nuova fase trova posto l’ESA e Luca Parmitano, designato pilota della missione Artemis III, parte del programma omonimo lanciato dalla National Aeronautics and Space Administration (NASA) con l’obiettivo di riportare gli esseri umani sul suolo lunare per la prima volta dal 1972 e costruirvi una presenza stabile e sostenibile. Parlare di spazio porta a immaginare qualcosa lontano dalla vita quotidiana. In realtà, buona parte delle tecnologie che utilizziamo ogni giorno viene da lì: navigazione satellitare, telecomunicazioni, osservazioni, monitoraggio climatico e gestione delle emergenze. L’esplorazione orbitale produce ricadute economiche, industriali e scientifiche. Secondo l’ultimo rapporto della NASA del 2023, le attività dell’agenzia hanno generato 75,6 miliardi di dollari negli Stati Uniti, sostenendo oltre 304 mila posti di lavoro. Il solo programma Moon to Mars, che comprende le missioni Artemis, ha prodotto 23,8 miliardi (Non c’è più spazio) 152
di dollari e quasi 100 mila posti di lavoro. L’esplorazione spaziale è fatta di competizione. Se nell’epoca del programma Apollo, che ha effettuato l’allunaggio, l’avversario da battere era l’Unione Sovietica, oggi è la Cina, che punta alla Luna entro il 2030. Tornare per primi garantirà vantaggi politici, economici e scientifici. Quando gli si chiede quanto il confronto con Pechino stia influenzando il programma Artemis, Parmitano è netto: «I motivi dell’esplorazione spaziale sono geopolitici, adesso come sessant’anni fa. La rivalità fra superpotenze pesa al 100%». Dalla Terra verrebbe da chiedersi come sia possibile collaborare in orbita mentre il mondo pare frammentarsi ogni giorno di più. La risposta si trova sulla Stazione Spaziale Internazionale, che per venticinque anni ha rappresentato ciò che le nazioni possono costruire insieme anche quando i loro governi si fronteggiano. Se anche Parmitano riconosce che «è impossibile separare ciò che accade sul nostro Pianeta da ciò che accade nello spazio», aggiunge che «noi astronauti siamo ancora portatori di buone notizie. Lo testimonia l’internazionalità degli equipaggi nelle missioni attuali: se siamo insieme andiamo più veloci e più lontani». D’altronde, il ruolo affidato a Parmitano è già di per sé un messaggio politico oltre che tecnico. «La mia assegnazione come pilota racconta come la NASA non consideri l’Europa solo un partner strategico, ma un compagno di viaggio indispensabile e desiderato», quasi una risposta, dice, «a quello che sembrava un momento di distacco». Anche l’Italia vuole giocare questa partita. Luca Parmitano vive all’estero da più di vent’anni, ma sulla spalla sinistra della sua tuta da astronauta ha sempre portato con orgoglio la bandiera italiana. La sua carriera è iniziata nell’Aeronautica Militare, che lo ha formato prima come pilota da caccia e poi come pilota sperimentatore: «È stato quel bagaglio professionale a spingere la NASA a scegliermi, non ho alcun dubbio». La gratitudine verso il suo Paese è accompagnata dalla consapevolezza che l’Italia continuerà a occupare un ruolo centrale nel futuro dello spazio. «L’intenzione è quella di creare un sistema che permetta di avviare un’esplorazione continuata e sostenibile. Sarà proprio 153 (Non c’è più spazio)
l’Italia a sviluppare i moduli abitativi destinati a consentire una presenza sicura e prolungata degli astronauti sulla Luna», ha affermato Parmitano. In questa nuova era, ai tradizionali protagonisti statali si sono affiancati nuovi attori che hanno dalla loro parte più soldi e meno regole: i privati. La missione Artemis III dovrà testare due lander di SpaceX e Blue Origin. Senza il loro contributo sarebbe impossibile immaginare un programma di questa portata se si considera che con i suoi circa 93 miliardi allocati, dispone di meno della metà del budget dell’epoca Apollo, che ha assorbito investimenti oggi equivalenti a oltre 300 miliardi di dollari. È il paradigma del NewSpace, la nuova frontiera dell’economia spaziale: gli Stati hanno riacceso l’interesse per il cosmo, ma a portarlo avanti sono compagnie capaci di innovare in modo rapido, investire risorse enormi e assumere un ruolo centrale. Il risultato è un ecosistema più complesso e affollato rispetto al passato, che pone interrogativi sulla governance, sulla regolamentazione e sulla gestione di un ambiente che, per definizione, appartiene a tutti. Testo raccolto da Desirée Palombelli
Luca Parmitano è un astronatura dell’Agenzia Spaziale Europea. Ha partecipato a due missioni sulla Stazione Spaziale Internazionale, primo italiano con il ruolo di comandante. Sarà il pilota della missione Artemis III della Nasa.
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Buzz Aldrin davanti alla bandiera degli Stati Uniti dopo lo sbarco dell’uomo sulla Luna (20/07/1969) / NASA
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I PADRONI DEL COSMO
Fonte: Space Foundation, Euroconsult, Morgan Stanley Space Report *Il dato è espresso in notazione americana: 1 billion equivale a 1 miliardo
Lo Spazio è un mercato globale da 630 miliardi di dollari. Attorno all’orbita terrestre si muove una nuova industria fatta di satelliti, comunicazioni, dati, intelligenza artificiale, difesa, turismo e infrastrutture private.
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I satelliti restano i sistemi in cui si investe di più ma il cosmo è diventato una infrastruttura economica complessa, dove si costruiscono servizi, potere tecnologico e nuove rendite.
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Fonte: Forbes *Il dato è espresso in notazione americana: 1 billion equivale a 1 miliardo
La corsa allo Spazio ha nomi, capitali e aziende private: Elon Musk con SpaceX, Jeff Bezos con Blue Origin, Richard Branson con Virgin Galactic, Jared Isaacman con Polaris Program e Peter Beck con Rocket Lab.
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Non rappresentano l’ambizione di pochi miliardari, ma il volto industriale di una nuova competizione: chi lancia di più, chi porta turisti oltre l’atmosfera, chi mette in orbita satelliti e chi costruisce l’infrastruttura del futuro.
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Il cielo in una stanza per miliardari Tra Stati Uniti, Cina e aziende private, la nuova corsa al cosmo si gioca su controllo e supremazia tecnologica
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di Desirée Palombelli
Nanchino è una metropoli della Cina orientale. Con oltre dieci milioni di abitanti e un’economia in fermento, è la tipica città che non dorme mai. Il 20 dicembre scorso, per alcune ore, si è spenta. Un’interruzione dei segnali satellitari causata da un attacco di jamming, ovvero un disturbo delle frequenze radio, ha paralizzato app di navigazione, trasporti pubblici, consegne, pagamenti online e sistemi automatizzati. Un episodio che ha mostrato quanto lo spazio sia parte integrante della vita quotidiana. Secondo l’European Space Agency, nel 2026 i satelliti attivi sono oltre 17.600. Nel 1957, all’inizio della corsa allo spazio, erano appena due. Poco più tardi, nel 1962, il presidente americano John F. Kennedy annunciava l’obiettivo visionario di portare l’uomo sulla Luna. Sette anni dopo, Neil Armstrong metteva piede sul suolo lunare per la prima volta nella storia, battendo l’Unione Sovietica. Erano gli anni della Guerra Fredda e quella era una competizione simbolica. L’importante era arrivare per primi e, una volta raggiunto quel traguardo, lasciare la Terra con un razzo passò in secondo piano. Cinquant’anni dopo, il tema è tornato al centro dell’agenda globale, ma con obiettivi diversi. Nei primi anni Duemila l’imprenditore Elon Musk ha fondato l’azienda statunitense SpaceX per rendere lo spazio accessibile anche ai privati. Da quel momento, sono nate decine di compagnie private e ha preso forma la New Space Economy, un mercato dal valore di oltre 630 miliardi di dollari che potrebbe triplicare entro il 2035. I protagonisti restano gli Stati Uniti, ma il confronto oggi è soprattutto con la Cina. Marcello Spagnulo,
ingegnere aeronautico con oltre trent’anni di esperienza nel settore, spiega: «Gli Stati Uniti vogliono riaffermare la loro supremazia tecnologica e politica. La sfida, però, non è più arrivare sulla Luna: è restarci». Il dominio spaziale oggi rappresenta potere, controllo e capacità tecnologica. Tornare sulla Luna e rafforzare la propria presenza in orbita per primi significa acquisire un vantaggio strategico. Mantenerlo, però, richiede infrastrutture permanenti, costose e complesse da sviluppare, senza che sia ancora chiaro quale possa essere il reale ritorno economico e operativo. «Per restare serviranno investimenti enormi, ma c’è da capire quale sarà il valore di una presenza stabile. Non a caso Russia e Cina stanno progettando una base lunare automatizzata, con astronauti presenti solo quando necessario». Accanto agli Stati cresce il peso dei privati. Le grandi aziende tech influenzano direttamente gli equilibri geopolitici, scegliendo chi sostenere con i loro servizi. Lo dimostra la rete satellitare di SpaceX Starlink, utilizzata in Ucraina durante il conflitto con la Russia e in Iran durante le proteste contro il regime. Il confine tra settore privato e istituzioni si assottiglia. Figure come Jared Isaacman, imprenditore, astronauta e attuale amministratore della NASA, contribuiscono a ridefinire il rapporto tra industria e agenzie statali. «Il ruolo delle grandi aziende tecnologiche è ormai impossibile da isolare o limitare», osserva Spagnulo. Per decenni lo spazio è stato il simbolo di un futuro lontano. Oggi è parte del presente: invisibile, silenzioso, ma essenziale.
Un razzo Falcon 9 di SpaceX presso il Kennedy Space Center della NASA in Florida (SpaceX)
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La Prima Guerra Spaziale I
Dai mercati finanziari alle reti elettriche, la militarizzazione dello spazio rischia di comprometterci la vita quotidiana
di Sofia Vegezzi
Nel dicembre 2025 un satellite Starlink ha rischiato una collisione con uno di quelli cinesi, lanciati il 10 di quel mese. Nessun impatto, solo per pochi metri. Ma l’incidente racconta come gli oggetti che trasmettono il segnale del navigatore, che tengono connesse le turbine eoliche e sincronizzano gli orologi delle borse finanziarie si muovano in un’orbita sempre più affollata, senza regole condivise tra le potenze che li gestiscono. Il prezzo da pagare potrebbe essere alto. Come spiega Frediano Finucci, capo della redazione economia ed esteri del Tg di La7 e volto del programma televisivo Omnibus: «Siamo dipendenti da questa tecnologia, al punto che se fossero azzerati i GPS, i comandanti delle navi dovrebbero usare il sestante, cosa che nessuno sa fare più». Non è un’iperbole: le accademie navali americane hanno reintrodotto la navigazione astronomica. Un passo indietro di 60 anni, imposto dalla consapevolezza che il sistema potrebbe essere colpito. È qui che la dipendenza quotidiana e la competizione militare si toccano, e i satelliti passano da infrastruttura civile a bersagli. «Fin dagli anni Settanta vengono usati per lo spionaggio, da quando Stati Uniti e Unione Sovietica, in piena Guerra Fredda, hanno cominciato a contendersi lo spazio», ricorda Finucci. «Solo che se ne parlava poco» Quello che è cambiato sono la scala e la natura degli attori. Il punto di svolta è stata la decisione americana, dopo il ritiro dello Space Shuttle, di esternalizzare ai privati lo sviluppo spaziale, finanziandoli con commesse pubbliche. «Elon Musk non è Steve Jobs che nel garage di casa ha costruito tutto da zero: è partito con le commesse
dell’amministrazione americana». Il risultato è un modello in cui il governo paga, il privato esegue più velocemente e si espone meno politicamente: «Una cosa è se un’azienda militare infrange la legge, un’altra se lo fa un privato che ha alle spalle la copertura dell’amministrazione americana». Il caso più emblematico è Starlink, la costellazione di oltre 7.000 satelliti della SpaceX di Musk, usata a supporto del governo di Kiev nella guerra in Ucraina. «All’inizio del conflitto, il ministro della difesa russo dichiarava che in orbita c’erano circa 500 sistemi al lavoro per le forze ucraine, metà militari e il resto a uso duale», spiega Finucci. Un privato si è trovato a controllare le comunicazioni di un esercito in combattimento. Mentre Russia e Cina cercano di recuperare lo scarto statunitense, l’Europa sconta un ritardo strutturale. Nel 2021, anno record per i lanci, l’Agenzia Europea Spaziale (ESA) ne completò 6, contro le 55 missioni cinesi e 51 americane. Il nuovo razzo Ariane 6 è arrivato dopo quattro anni e non è riutilizzabile: un decollo europeo costa fino al triplo di un Falcon 9. «Quando l’Europa arriverà a costruire la sua costellazione Iris², Musk avrà il doppio dei satelliti di adesso», avverte Finucci. Nel frattempo tutti i grandi attori sviluppano sistemi di difesa. La Russia ne ha testato una nel 2021, producendo detriti che hanno costretto gli astronauti della Stazione spaziale internazionale alle capsule di emergenza. «Non è facile colpire un’intera costellazione», osserva Finucci, «perché gli strumenti che usi distruggono anche i tuoi satelliti e quelli dei tuoi alleati». Un equilibrio delicato le cui vittime immediate sarebbero civili: aerei, treni, telefoni, reti elettriche.
Il lancio della missione Artemis III (01/04/2026) Bill Ingalls/ NASA
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Immagine tratta dal documentario Space Debris: Is it a Crisis? (2025) sullo stato dei detriti spaziali/ESA (European Space Agency)
Piove spazzatura Satelliti e detriti. L’orbita della Terra è sempre più congestionata e potrebbe diventare inutilizzabile I
di João Kerr
Per decenni la fascia di spazio più vicina alla Terra è stata raccontata come un vuoto cosmico, un’estensione indisturbata. Oggi quella percezione si scontra con una realtà diversa: una zona affollata da una fitta rete di oggetti che ormai altera la fisionomia stessa del pianeta vista dalla Luna. Questa specifica area, nota come orbita bassa terrestre, è diventata un perimetro saturo e potenzialmente distruttivo. Secondo l’ESA (Agenzia Spaziale Europea), l’accumulo di vecchi vettori e detriti invisibili ai radar ne compromette la stabilità. SpaceX, fondata da Elon Musk, ha dichiarato di aver effettuato circa 150.000 manovre evasive in soli sei mesi per evitare impatti devastanti. Nelle rotte più frequentate, la densità dei frammenti ha raggiunto la massa critica dei satelliti in attività, rendendo questo corridoio un’infrastruttura congestionata. La New Space Economy, ovvero il passaggio al mercato commerciale, ha abbassato i costi di lancio ma aggravato il problema. Un tempo, tra gli anni ‘60 e ‘90, dominavano pochi sistemi governativi, oggi volano migliaia di dispositivi in mega-costellazioni. Più lo spazio diventa accessibile, più diventa fragile. «Stiamo trasformando un’esternalità in un costo interno», spiega Alfonso Giordano, coordinatore di SPHERE all’Università Luiss di Roma. Per il centro di ricerca, i costi crescono per le manovre d’emergenza, i premi assicurativi che salgono e i danni legati alla minor
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vita utile dei satelliti. Il rischio più temuto è la Sindrome di Kessler: una collisione che genera frammenti con il rischio di una reazione a catena. Questa minaccia sistemica potrebbe rendere alcune fasce orbitali inutilizzabili per decenni, colpendo telecomunicazioni, navigazione e sicurezza. «Il problema non è solo schivare l’immondizia, ma coordinare attività che si moltiplicano», dice Giordano. Per l’esperto, la questione va letta su tre livelli: la fisicità dell’orbita, la governance e la risposta del mercato. Aziende come l’italiana D-Orbit si stanno posizionando nel settore dell’In-Orbit Servicing, che si occupa della gestione e manutenzione dei satelliti. Ma Giordano è scettico: «È come pensare che bastino gli spazzini per risolvere il problema ambientale. Le imprese rispondono a logiche di profitto, non all’interesse collettivo». Il Trattato sullo Spazio Esterno del 1967 (firmato da USA, UK e URSS) attribuisce la responsabilità dei danni allo Stato di appartenenza, rendendo quasi impossibile dimostrare la colpa in orbita. L’Italia ha approvato la legge sullo spazio e l’UE lavora allo Space Act, ma Giordano avverte: «Una normativa non influisce su una governance globale». La New Space Economy deve gestire il successo prima che l’orbita diventi inutilizzabile. «Il problema non è chi paga il danno, ma come si previene». Congestione, collisione, conflittualità: tre sfide che richiedono una governance condivisa.
(Non c’è più spazio)
00 GIORNI DI GUERRA 01 IL SECOLO DELLA CINA 02 LA VOCE DELLA MACCHINA 03 GAME OVER DEMOCRAZIA 04 LA QUINTA STAGIONE 05 ITALIA ITALIE 06 EDITORIALE (PAG. 3)
(PAG. 6-19)
(PAG. 22-29) (PAG. 32-41)
(PAG. 44-53)
(PAG. 56-75)
(PAG. 78-91)
07 LA VITA A RATE 08 PRIMA E DOPO I PASTI 09 IL MONDO ALLA DIRITTA 10 COOLTURA 11 NON C’È PIÙ SPAZIO 12
LE CITTÀ VISIBILI (PAG. 94-103)
(PAG. 106-113)
(PAG. 116-123)
(PAG. 126-139)
(PAG. 142-149)
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FRANCESCO DIODORI Francesco Diodori (2004) è un graphic designer. Frequenta il corso di laurea magistrale in Design Sistemico per la Comunicazione Visiva presso ISIA Roma Design. La sua ricerca si sviluppa nell’ambito dell’editoria e della fotografia, con un forte interesse per la costruzione di narrazioni visive. Ha preso parte al workshop internazionale Unexpected Rome, in collaborazione con la Kean University di Union in New Jersey, realizzando Inviso, un magazine fotografico. È ideatore di Stoopid, progetto editoriale indipendente. Nel corso del percorso accademico ha collaborato con la Diputació de Castelló nell’ambito del progetto RDE di ISIA Roma Design.
PROGETTO GRAFICO Per interpretare il tema delle dodici sfide della società contemporanea, il progetto grafico prende come riferimento La nave dei folli di Hieronymus Bosch, costruendo un cortocircuito iconografico tra l’immaginario medievale e l’estetica contemporanea del throw-up. L’obiettivo è evocare, in modo sottile e quasi inconscio, le contraddizioni di un presente dominato dall’iperestetizzazione delle immagini e dalla loro continua sovrapproduzione. La copertina assume un carattere volutamente dissonante, mentre l’interno si sviluppa come un sistema ordinato, capace di valorizzare i contenuti e di creare un netto contrasto con l’impatto visivo dell’esterno. La tensione tra caos e ordine diventa il principio progettuale che attraversa l’intero magazine.
Scarp de’ tenis è un giornale di strada nato a Milano nel 1994. Il nome richiama la canzone di Enzo Jannacci El purtava i scarp del tennis, dedicata al lato umano di un “barbun”. È insieme un progetto editoriale e sociale. Dà voce e opportunità di reinserimento a persone senza dimora o in grave difficoltà che scrivono e vendono la rivista. Il ricavato è destinato al loro sostegno: dall’accesso ai servizi sociali alla ricostruzione di relazioni familiari e territoriali. Nel tempo il giornale ha costruito una rete di redazioni locali. Scarp de’ tenis è edito da Cooperativa Oltre, soggetto editoriale promosso da Caritas Ambrosiana. È possibile sostenere Scarp de’ tenis con un abbonamento annuale cartaceo o digitale su shop.scarpdetenis.it al costo di 30 euro. Le donazioni possono essere effettuate con bonifico a favore di Caritas Ambrosiana, specificando nella causale “Scarp de’ tenis”. IBAN: IT21F0623001634000015013304 Redazione di strada e giornalistica Via degli Olivetani 3 20123 Milano Tel. 02 67 47 90 17 scarp@coopoltre.it www.scarpdetenis.it