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4 Ibrido a cura di Lorenzo Gironacci
Iran
a cura di Valerio Forte e Marco Chiaradonna
Ucraina 2022 - 2026
La giornata di Yaryna Danyliak di Antonia Verderosa
Dal fronte al palco di Paolina Palmisciano
«Mio padre combatte per la libertà di tutti» di Sofia Vegezzi
Mondo
In Siria si torna a ridere di Tommaso Provera
Gaza, la sfida quotidiana al valico di Rafah di Lorenzo Gironacci
I giovani di Mosca, vittime dimenticate di Costanza Saporito
«Vogliamo cambiamento e giustizia» di Camilla Stacchiotti
I valori russi made in the Usa di Alice Pavarotti
Le sanzioni cambiano l’economia russa di Gianluca Brazzioli
Cosa resta del sogno americano di Desirée Palombelli
Migrazioni
Quella prigione invisibile di Salvatrice D’Anna Campo
La lingua diventa cittadinanza di Elin Kaasa
«Uscire di casa mi fa paura» di Andrea Charur
Il Grande Fratello dell’Ice di Michelangelo Mecchia
Referendum
Perché no con Debora Serracchiani di Valerio Forte
Perché sì con Pierantonio Zanettin di Valerio Forte
«Io voglio votare»
di Silvia Sisto
Olimpiadi
Photogallery, Le regine della neve a cura di A.C., P.D.P., D.P. e C.S.
Quei pazzi sul ghiaccio di Dylan Browne-Wilkinson
L’epica delle Paralimpiadi di Gianmaria Oroni
Quel che resta dei Giochi di Pietro Morolli
Il futuro dopo le Olimpiadi di Ludovico Falzone
Eravamo a Cortina nel 1956 di Andrea Carbotti
Sanremo
Il trionfo del maestro di Maria Giulia Giordanelli
Anche le scuole fanno festa di Luca Galati
Dopo la musica assalto ai locali di Federico D’Onofrio
Photogallery, il Festival di Sal Da Vinci a cura di Federico D’Onofrio
AI & Social
Il dialogo tra le intelligenze artificiali di Sabrina Fasano
La terra mitologica rigenera la politica di Joe Toolan
LinkedIn, amore oltre il lavoro di Annavera Scandone
La sfida del subreddit r/RoastMe di Paola Del Prete
Così informati e così impotenti di Davide Bertusi
Spogliate da una macchina di Bianca Bettacci
La Generación decapitada di Marco Chiaradonna
Nel teatro piccolo c’è la creatività buona di Andrea De Luca Italia
Cent’anni di Dario Fo giullare irriverente di Matilde Risi
Società
Il lavoro invisibile dei danzatori di Lavinia Ceci
Giovani gondolieri continuano a remare di Giovanni Denti
Famiglie arcobaleno, ostacoli normativi di Alessandro Marchiello
Ultra visibilia, un progetto per San Pietro di Vincenzo Lilli
Animali in casa, Italia da record di Rocco Matone
Sport
Come cambia la Formula 1 di Chiara Servino
Recensioni di M.C., L.C. e S.F.
Zeta risponde a cura di Bianca Bettacci
Zetazodiaco a cura di Annavera Scandone
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Periodico della Scuola di Giornalismo e Comunicazione multimediale
Università Luiss Guido Carli Numero 28 Febbraio 2026

Paolina Palmisciano
Nell’inverno più rigido dall’inizio della guerra, gli ucraini ci ricordano il valore dell’ostinazione. Quando il vento sferza la pelle e il gelo intorpidisce i movimenti, un popolo stanco in un Paese violato continua a vivere, camminare e lottare per la libertà. Nel desiderio testardo di restare umani la vita acquista ancora più valore. Nella tenacia di una giovane giornalista che guarda il mondo attraverso la telecamera, nella caparbietà di un drammaturgo diventato soldato che crede nel potere delle parole più che delle armi, nella determinazione di una figlia che sogna il giorno in cui abbracciare il padre tornerà a essere un’abitudine.
È nella vita ostinata che riconosciamo e misuriamo la nostra umanità. Quando la presa si rinsalda su ciò che minaccia di sfuggirci lasciamoci pure andare a un sospiro di sollievo. Poiché nell’agguantare gli aspetti più minuti e significativi dell’esistenza, ricordiamo a noi stessi la bellezza semplice di essere nel mondo.
ZETA
Periodico della Scuola
Superiore di Giornalismo
“Massimo Baldini” supplemento di Reporter Nuovo Registrazione Reg tribunale di Roma n. 15/08 del 21/01/2008
Direttore responsabile
Gianni Riotta
Condirettori
Giorgio Casadio
Alberto Flores d’Arcais
Supervisione
Giorgio Casadio
Le bombe su Teheran confermano la fine di un ordine che abbiamo a lungo dato per scontato. Tra scelte dissennate di presidenti egomaniaci e vittime innocenti di attacchi feroci, il domani offre poche certezze. Per non lasciarci schiacciare dall’instabilità del presente, abbiamo scelto di raccontare la vita che procede imperterrita tra le difficoltà. Le risate che tornano a riempire i teatri di Damasco. I migranti che dopo anni di lavoro irregolare hanno un’occasione di normalità in Spagna. Le atlete e gli atleti che competono alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina. Le artiste e gli artisti che sul palco dell’Ariston continuano a onorare la canzone italiana.
Attorno a questi pezzi di vita che continua abbiamo scelto di costruire il nuovo numero di Zeta. Per ricordare a noi stessi, alle nostre lettrici e ai nostri lettori che quando il fumo delle bombe ci oscura lo sguardo e fa tremare la terra sotto i nostri piedi, noi resistiamo e viviamo.
A cura di
Salvatrice D’Anna Campo Valerio Forte
Luca Galati Paolina Palmisciano Desirée Palombelli Tommaso Provera Antonia Verderosa
Redazione
Viale Pola, 12 – 00198 Roma
Stampa Centro riproduzione dell’Università
Contatti
0685225358 giornalismo@luiss.it
a cura di Lorenzo Gironacci
«L’identità culturale [...] non è un'origine fissa alla quale possiamo compiere un ritorno definitivo e assoluto»
(Stuart Hall, Cultural Identity and Diaspora, 1990)
(dal lat. hybrĭda «bastardo», Aggettivo e sostantivo maschile; di La cultura e l’identità come fenomeni ibridi, necessariamente
«Io vengo dalla Luna
Che il cielo vi attraversa
E trovo inopportuna la paura per una cultura diversa
Che su di me riversa la sua follia
(Caparezza,perversa» Vengo dalla luna, 2003)

«La guerra ibrida unisce la letalità dei conflitti tra Stati al fervore fanatico e prolungato della guerra irregolare»
(Frank G. Hoffman, Hybrid Warfare and Challenges, 2009)
«bastardo», di etimo incerto) di cosa formata di elementi eterogenei necessariamente testimoni di realtà differenti tra loro

«La strategia è la via del paradosso. Così, chi è abile, si mostri maldestro; chi è utile, si mostri inutile. Chi è affabile, si mostri scostante; chi è scostante, si mostri affabile»
(Sun Tzu, L’Arte della Guerra, IV sec. a.C.)
Esplosioni, difesa aerea in funzione e colonne di fumo nei quartieri centrali della capitale Le immagini dall’Iran dopo il raid Israele-Usa







2 febbraio 2026
Leopoli, -5 gradi
7:15 - Yaryna si alza prima della sveglia. Ha passato una notte serena. Due anni prima, la vigilia di Capodanno, un missile era caduto nei pressi della casa di amici dei suoi genitori. Per giorni non era riuscita a dormire. Ricorda il figlio dei vicini coperto di sangue, il vetro sul pavimento, il boato, le mani che tremavano mentre aiutavano a pulire, la corsa in ospedale. Il 31 dicembre avevano cenato insieme lo stesso. Perché erano vivi.
7:30 - Controlla il telefono. Nessun messaggio nel canale militare che monitora i decolli dal Mar Nero. Buon segno. Si alza in fretta: c’è elettricità. Non sa per quanto. Lava veloce i capelli nel lavandino perché l’acqua calda potrebbe sparire da un momento all’altro. La lavatrice gira già: ha programmato tutto la sera prima. Accende il bollitore. Caffè solubile, due cucchiaini di zucchero. Rompe un paio di uova in una padella. In cucina c’è odore di caffè e bucato. È un lusso.
8:00 - La corrente salta. In casa torna il silenzio. Lei soffia sul caffè ancora caldo e sorride: almeno quello è salvo. Si veste a strati. Maglia termica, maglione, piumino lungo. Nello zaino mette il power bank, il caricatore, un quaderno, il laptop e una barretta energetica. Vicino alla porta c’è uno zaino sempre pronto: documenti, passaporti, qualche banconota, biscotti secchi, una bottiglia d’acqua. Aggiunge una barretta di cioccolato. Non si sa mai.
9.30 - Esce di casa. È il primo giorno senza neve da una settimana. Cumuli bianchi si addensano ai lati delle strade ancora scivolose. Vive poco distante dall’università. È una fortuna poter andare a piedi: i bus funzionano a intermittenza. Oltre i suoi passi attutiti dalla neve, si sente solo il ronzio dei generatori di corrente dei negozi e macchine che sfrecciano solitarie.
9:55 - Arriva al campus. Qui c’è luce, caldo, internet. I generatori non si fermano mai. È uno sforzo economico enorme, ma funziona. Prima di iniziare la lezione, cinque minuti di silenzio. Una preghiera breve. Poi ciascuno racconta la notte: chi ha dormito, chi no, chi ha sentito esplosioni lontane. Si controlla che tutte le famiglie stiano bene. È una giornata fortunata.
10:00 - Lezione di fact-checking. Gli studenti aprono lo stesso contenuto con VPN diverse. Cambia la lingua, cambia il tono, cambiano i risultati. Annotano le differenze. Controllano la fonte, la data di creazione del profilo, le immagini con ricerca inversa. Molti contenuti rimandano a reti di bot o a siti collegati alla propaganda russa. Nulla di nuovo.



tra lezioni, allarmi antiaerei e blackout


12:00 - Suona la sirena. Nessuno fa una piega: si prende il cappotto e si scende nel bunker. Tre uscite di sicurezza, acqua, sedie pieghevoli. Qualcuno studia. Qualcuno scrolla il telefono. Qualcuno fissa il muro. Dopo l’allarme, si risale tutti insieme e la lezione continua.
15.00 - Si ferma nel campus a montare un video. Taglia le pause troppo lunghe, sistema il volume, abbassa il rumore di fondo. Preferisce immagini e audio alla carta: per lei la videocamera è il mezzo più adatto a mostrare un Paese sotto attacco.
16:30 - Come ogni giovedì, va in parrocchia. Con altre ragazze prepara pacchi alimentari: pasta, conserve, biscotti. A volte intrecciano reti mimetiche per il fronte. All’inizio della guerra cucinavano per chi arrivava dalla stazione. Oggi allestiscono colazioni per le famiglie che hanno perso una persona cara.
19:30 – Prove con la band. Si chiamano Druzi, “amici” in ucraino. È un gruppo cristiano. Yaryna suona la chitarra. Provano in una sala della chiesa, con i giubbotti ancora addosso. Le dita fredde scivolano veloci sulle corde. Ripassano tre canzoni per il concerto di domenica. Ogni tanto organizzano incontri in parrocchia o in giro per la città. Invitano la gente a venire. Si canta, si ascolta, si resta un’ora insieme. Fuori c’è la guerra. Dentro, per un po’, no.
21:00 - Torna a casa. Le prove sono finite in anticipo. Il coprifuoco non scatterà prima di un paio d’ore.
21:15 - Cena semplice: pane nero, formaggio, uova strapazzate. Il padre guarda le notizie sul telefono. La sorella di quattordici anni finisce i compiti. Scambiano poche parole, l’attenzione è tutta per gli ultimi aggiornamenti.
21.30 - C’è elettricità ma la tensione è bassa: il computer fatica a caricarsi. Scrive finché può. Vuole finire l’articolo a cui sta lavorando prima che la luce vada via.
22.30 - Blackout. Appoggia il power bank carico sul comodino. Non c’è più tempo per lavorare, finirà domani mattina. Punta la sveglia mezz’ora prima del solito.
22. 40 - Si infila sotto le coperte con i calzini di lana. Sul comodino tiene i vestiti piegati, per non perdere tempo in caso di allarme. Prega, come ogni sera.
22.45 - Controlla un’ultima volta il canale militare su Telegram. Possibili lanci durante la notte. Imposta il volume al massimo. ■
«Una missione politica, non terapeutica». Ex soldati e corrispondenti di guerra trasformano la resistenza in drammaturgia
«Ricordo il giorno in cui è nato il progetto»: un mezzo sorriso appare sul volto di Yuriy Matsarsky, co-fondatore del Teatro dei Veterani, la scuola drammaturgica di Kiev per ex soldati istituita nel 2024. Le dita avvolte da guanti scuri tirano i lembi del cappello di lana fino a coprire le orecchie e gli occhi inumiditi dal freddo guardano lontano. I pensieri tornano al 25 febbraio 2022: «Era il giorno dopo l’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte dei russi e come tanti miei compatrioti mi sono messo in coda per arruolarmi». Le file lunghissime, le tante ore di attesa e il bisogno di esorcizzare la paura spingevano tutti a parlare: è lì che ha conosciuto Maxim Kurochkin, noto drammaturgo ucraino. «Al tempo non avevo idea di chi fosse», racconta Yuriy a Zeta. Poi la chiamata di un collega del mensile The Atlantic: «Mi chiese se lo conoscessi, risposi: “Certo, è nel mio plotone!». Ride ripensando alla sua sorpresa: «Lui era incredulo, disse: “Quell’uomo è il futuro del teatro europeo!”».
Da quel momento ci sono voluti due anni perché Yuriy e Maxim trasformassero un’intuizione in qualcosa di concreto. Mesi dopo il loro primo incontro, Maxim viene ferito e allontanato dal fronte. Yuriy, che aveva già problemi di salute, ritrova l’amico all’interno dell’ufficio stampa delle forze di difesa territoriale. «L’ultima volta che ho visto un palco avevo 14 anni», racconta ridendo: «Ho fatto il giornalista per un ventennio, non sono un drammaturgo, ma lui mi ha fatto capire il potere del teatro. La sua idea era semplice, ma affascinante: il mondo doveva vedere la guerra in Ucraina dagli occhi dei suoi difensori». Così hanno cominciato a programmare. Si sono messi in contatto con esperti di scrittura, registi e sceneggiatori da tutta l’Ucraina e hanno fondato la scuola.
«Riceviamo tantissime candidature», spiega Yuriy. Nella selezione dei partecipanti, la priorità viene data a chi vuole imparare a scrivere e capisce l’obiettivo del progetto: «La nostra missione è politica, non terapeutica. Non possiamo guarire nessuno perché non ne abbiamo le competenze». Si interrompe e ci ripensa: «Trasformare le esperienze al fronte in testi teatrali può avere un effetto benefico, ma non è lo scopo della scuola. Sono quattro anni che insieme alle mie sorelle e ai miei fratelli ucraini soffriamo per difenderci dai russi: il mondo deve vederlo. Il nostro lavoro serve a questo».
Come Yuriy, Tetiana Shelepka, corrispondente di guerra che alla scuola si è formata e ora si appresta a insegnare, è restia a parlare di arte-terapia: «La mia psicologa mi aiuta con attacchi di panico e stress post-traumatico, il teatro per

me ha un’altra funzione». Nella scrittura non cerca guarigione, ma identità culturale: «Per gli italiani c’è stato Dante, gli inglesi hanno avuto Shakespeare, e noi? Molti considerano Taras Shevchenko il padre della letteratura ucraina, ma non basta». Nella mente di Tetiana la parola scritta è la più efficace forma di resistenza: «Le persone devono scrivere così che l’Ucraina abbia finalmente una letteratura riconoscibile, diversa dalla sovietica e da tutte le altre».
Un sorriso amaro piega le labbra di Tetiana. Con la mente ripercorre la trama del dramma più difficile che abbia scritto: «Era iniziato come una commedia». Un gruppo di persone viene trasportato per magia in un altrove dove ognuno deve presentare il proprio futuro perfetto. All’inizio scherzano e si scambiano battute, ma poi nessuno riesce a fare una proposta perché cominciano a raccontare i traumi subiti e il futuro appare più lontano che mai: «È stata la parte più complessa da scrivere. Le immagini dei crimini di guerra sono riemerse tutte insieme, nitide come se le stessi vedendo in quell’istante».
Nei testi Tetiana ripercorre le scene più crude cui ha assistito. Le mani giocherellano con i lembi del cardigan, mentre la mente torna a Kozacha Lopan, cittadina rurale nella regione di Kharkiv: «Dopo la riconquista del territorio da parte delle nostre truppe, sono andata sul posto e ho visto dove interrogavano e torturavano i prigionieri ucraini. Tenevano le persone in gabbia e gli infilavano chiodi sotto le unghie. Ricordo l’odore di sangue stantio e fumo di sigaretta». Si tocca il naso e chiude gli occhi, come a voler scacciare la puzza. Poi l’espressione cambia e ride sbuffando: «Mi torna in mente una donna cui avevano appena bombardato la casa, aveva la testa insanguinata. Le chiesi se potessi farle una foto. Mi rispose: “Va bene, ma prima



metto il rossetto, voglio essere carina”». Si porta le mani alla fronte e spalanca gli occhi: «Scoppiai a ridere. Le persone reagiscono in modo strano quando sono sotto shock ed è anche di questo che parlano i miei testi».
Dal suo avvio il Teatro dei Veterani ha seguito trenta studenti, accompagnando gli ex soldati in tutte le fasi di elaborazione dei drammi. Al termine di ogni ciclo di quattro mesi, la scuola rilascia un diploma e organizza un festival durante il quale i lavori vengono presentati a registi professionisti che li mettono in scena. «È un modo per ricominciare a vivere dopo la guerra», spiega Alina Sarnatska, che dopo aver lavorato nell’esercito come paramedico è stata allieva e poi mentore del programma: «La scrittura offre un’alternativa a ex combattenti che hanno perso un braccio o una gamba e non possono tornare al lavoro che facevano prima. Magari erano idraulici o muratori, così diventano autori».
Con il sogno di aiutare i veterani a ripartire, Alina ha esportato il progetto a Leopoli, al confine con la Polonia: «Qui ci sono ospedali e centri di riabilitazione per sopravvissuti. Era il posto ideale per espanderci». Per finanziarsi, Alina ha fatto ricorso a Index, organizzazione che sostiene scrittori e artisti ucraini impegnati a documentare la guerra e che le ha fornito una borsa di studio di tre mesi da gennaio a marzo 2026: «Grazie ai fondi ottenuti, a febbraio ho avviato un ciclo di lezioni che si concluderà in primavera con un festival al teatro Zankovetska, uno dei più prestigiosi del Paese». Se al fronte la guerra continua, sul palco c’è chi ricorda come tornare a vivere. ■



«
Kasia è scappata da Kharkiv quando aveva 12 anni. Ha trovato un nuova casa in Italia mentre il papà è diventato maggiore dell'esercito
Per Kasia, la guerra d’invasione in Ucraina non inizia alle cinque del mattino del 24 febbraio 2022, quando le bombe russe colpiscono i palazzi vicini a casa sua a Kharkiv e i suoi genitori decidono in pochi minuti di scappare con tutta la famiglia in macchina. Per Kasia, la guerra inizia quando il papà lascia il volante alla mamma e si rimette in cammino, a piedi, per arruolarsi volontario nell’esercito ucraino.
Daniel Kitone, nato e cresciuto in Crimea, fino a quel giorno lavorava come programmatore informatico. Non aveva mai combattuto. Oggi è maggiore e comanda la brigata Charter. «Non ha avuto dubbi in nessun momento», racconta Kasia. «Vuole vedere la sua nazione libera e ucraina. Soprattutto, vuole che i suoi figli non siano obbligati a crescere in un altro Paese».
Kasia (nome di fantasia) ha 12 anni quando da un giorno all’altro si trova con il fratello minore e la nonna ad aiutare la mamma, che non ha mai guidato in autostrada, a portare tutta la famiglia al confine con la Romania. «Nelle settimane precedenti alle prime bombe si parlava della possibilità di un attacco, ma in pochi ci credevano veramente. Quando papà ogni sera si raccomandava con mamma che il serbatoio della benzina fosse sempre pieno e i documenti di tutti pronti sul tavolo, lei cercava di essere ottimista». Tanto che, la mattina del 24, non c’è nessuna valigia pronta.
«Papà riempiva i borsoni di caricatori e powerbank. Presi dalla fretta abbiamo portato via le prime cose che vedevamo, calzini e magliette leggere, inutili nell’inverno ucraino. Sul momento non pensi che stai lasciando casa. Pensi solo a partire». Alla frontiera, in coda con i loro connazionali, incontrano un uomo che offre loro ospitalità al di là del confine. Restano un mese, poi ripartono verso la Svizzera. Una sera si fermano in un hotel vicino a Torino per dormire qualche ora. Conoscono dei volontari che offrono loro una casa in Brianza, e accettano.
Così, ad aprile 2022, quando l’unica cosa che sa dire è «Non parlo italiano», la vita di Kasia si sposta qui. Ma con un pensiero, sempre, all’Ucraina. «Nei primi mesi la paura era costantemente alta. Ci svegliavamo e vivevamo la nostra giornata con il pensiero che sarebbe potuto essere il suo ultimo giorno, e anche lui, quando riusciva a chiamarci, ci salutava come se fosse l’ultima volta».
La paura è alimentata anche dalla disorganizzazione tra i volontari dell’esercito: «Non c’erano abbastanza armi per tutti, e ognuno doveva portarsi quello che aveva
da casa. Papà combatteva con la carabina di famiglia, e questo aumentava l’angoscia per la sua incolumità». Ma anche adesso che Daniel Kitone ha il compito di gestire gli uomini del suo battaglione e passa molto meno tempo sul campo, la paura rimane. «Cerchiamo di pensare che lo sta facendo per noi, sperando ogni giorno che la guerra passi velocemente».
Aiuta la possibilità, pur rara, di andarlo a trovare. Un paio di volte all’anno la famiglia torna in Ucraina, e la vita sembra riprendere come prima, anche se il papà oggi va al lavoro in divisa militare. «Andiamo dal dentista e dal parrucchiere, incontriamo gli amici rimasti lì, svolgiamo gli impegni burocratici, paghiamo le bollette e rinnoviamo i documenti, carta d’identità e passaporto. Cerchiamo di pulire e sistemare casa: vivendo da solo, papà spesso si dimentica anche di comprare il cibo. Ogni volta che rientriamo, troviamo le patate che hanno colonizzato tutta la dispensa», scherza Kasia.
«Lui è deciso a restare nell’esercito, anche quando la guerra sarà finita. Era già laureato in ingegneria aerospaziale e in economia e programmazione, e ora sta prendendo il terzo e il quarto diploma in giurisprudenza e militare, necessari per rimanere nelle gerarchie». Il rapporto tra padre e figlia viaggia sugli stessi binari. «Non abbiamo mai parlato di sentimenti o emozioni: lui stesso non racconta molto né della sua routine né del suo lavoro, e nemmeno delle sue preoccupazioni. Piuttosto, parliamo della scienza e della matematica, le nostre due passioni in comune».
Passioni che però Kasia ha deciso di portare avanti in Italia, dove ora vuole continuare la sua vita. Se la mamma e il fratello, che oggi ha 9 anni, progettano di rientrare in Ucraina per ritornare rispettivamente agli impegni a scuola e nell’impiego da manager in banca, oltre che agli amici, Kasia sente che queste dimensioni per lei sono ormai radicate qui. Anche sfruttando il sistema scolastico ucraino, che le permetterebbe di iniziare già quest’anno l’università a Milano.
«In Ucraina l’intero percorso che comprende elementari, medie e superiori dura 12 anni, quindi a settembre, dopo la maturità, dovrei riuscire a iscrivermi al Politecnico. Dove, dopo un “foundation year” previsto per gli studenti con diploma straniero, vorrei studiare architettura o ingegneria. Anche se mamma non è d’accordo: lei vorrebbe che prendessi la maturità italiana, per sicurezza».
Negli ultimi anni, Kasia ha infatti continuato a seguire le lezioni ucraine online, parallelamente a quelle italiane in presenza.
«Quando sono arrivata in Italia ho frequentato l’ultimo anno delle medie, dove ho fatto molta fatica, perché il mio italiano era ancora incespicante e nessuno parlava davvero inglese. Alle superiori è andata meglio, mi sono costruita una rete di amici e di persone che mi accolgono e mi fanno stare bene. Ho continuato a fare le verifiche e i test ucraini per riuscire ad andare subito all'università, perché so che la mia strada è questa, che la mia vita è qui». ■


Il comico
Sharief Homsi e il suo collettivo testano un palco senza repressione
di Tommaso Provera
Spettacolo dopo spettacolo, in Siria i comici sperimentano una nuova libertà sul palcoscenico. «Ricordo ancora quando il pubblico è scoppiato a ridere dopo che ho fatto una battuta sul governo. Ho parlato di Ghazi Kanaan, che era a capo dell’intelligence sotto Assad. Lo hanno trovato morto, con due pallottole nel corpo e le autorità hanno parlato di suicidio. “Ve lo immaginate?”, ho chiesto alla platea: “Devi avercela veramente tanto con te stesso per ucciderti due volte”. La verità è che è stato ucciso perché scomodo ad Assad. Nella battuta ho accentuato la bugia», Sharief Homsi, 33 anni, racconta una barzelletta che fino a poco tempo fa sarebbe stato impensabile dire in pubblico.
A Damasco, dove vive, si cerca una nuova normalità da quando lo scorso anno il presidente Bashar alAssad è stato improvvisamente cacciato dopo più di cinquant’anni di dittatura della sua famiglia. In dodici giorni, il tempo che hanno impiegato i ribelli a rovesciare il regime, è cambiato tutto. Fino a quel momento ciò che si poteva o non si poteva dire era chiaro: niente battute su Assad, sulla
sua famiglia o sulla politica in generale. Quel tipo di comicità poteva farti finire ucciso o rinchiuso in prigione. Adesso, i limiti sono più sfumati e i comici sfruttano questa opportunità finché possono.
«La prima volta che ho fatto una battuta su Assad c’era ancora il regime. Era il 2024, durante uno spettacolo privato di fronte a una cinquantina di persone. Ho pensato di poterla dire dato che era uno show piccolo, ma tutti erano spaventati nella stanza. Gli altri comici mi hanno detto: “Non puoi dire certe cose, ci uccideranno”». Sharief ha cominciato a fare il comico durante la dittatura. Nel 2023 ha fondato il collettivo Styria con l’obiettivo di diffondere la standup comedy in Siria: «Abbiamo creato il gruppo per realizzare un sogno insieme: unire un paese diviso dalla guerra con le risate. Se possiamo ridere insieme, possiamo anche vivere insieme». Quel sogno, con la caduta di Assad, sembra più vicino.
I siriani stanno vivendo una libertà senza precedenti. Le battute politiche Sharief le conservava nel suo pc,
in una cartella chiamata “Per il Libano”, convinto che potesse dirle solo all’estero. Quelle stesse battute, oggi, sono diventate il fulcro dei suoi spettacoli. Dopo tredici anni di guerra civile e più di 300 mila morti, l’8 dicembre 2024 i ribelli guidati da un gruppo islamista chiamato Hay'at Tahrir al-Sham (Hts) hanno deposto la famiglia Assad, scappata in Russia. Ahmed al-Sharaa, ex membro di Al-Quaeda e leader di Hts, si è presentato come presidente ad interim, promettendo una transizione democratica. I siriani però temono che la libertà acquisita possa essere effimera: «Nel mio Paese ho imparato a sperare, ma a farlo cautamente».
«Nel mio Paese ho imparato a sperare
ma a farlo cautamente»
Sharief ha vissuto questo cambiamento sul palco, dopo aver passato tutta la vita sotto la dittatura: «Il palcoscenico è dove mi sento libero. Quando ho potuto dire quello che non pensavo avrei mai potuto dire di fronte alla platea di casa mia è stato come trovarmi in cima a una montagna e urlare».
La comicità per Sharief è stata una valvola di sfogo durante la repressione. Un modo per affrontare anche i momenti peggiori: «La comicità cambia come vedi il mondo. La tua mente cerca il lato comico di tutto. La risata è un’amica nelle
difficoltà, mi è sempre stata d’aiuto nella vita».
Nelle loro battute i comici parlano dei problemi che la società siriana affronta quotidianamente, come l’elettricità intermittente o la carenza di benzina, ma dietro si nasconde qualcosa di più. Per questo, anche le battute spaventano i regimi: «Il bello della stand-up comedy è che non è solo divertente, ma anche intelligente. Parli di qualcosa e ne intendi un’altra: a partire dalla vita quotidiana si può parlare di tutto. Racconti quello che senti e vedi per strada in maniera ironica, con la tua prospettiva».
Ma la risata è anche un atto collettivo. Per questo, appena ne hanno avuto occasione, Sharief e gli altri comici del suo gruppo hanno deciso di fare un tour in tutta la Siria: 16 città in 21 giorni, dalle regioni più liberali come Damasco a quelle più conservatrici o che prima erano sotto il controllo dell’Isis. La domanda non era solo come avrebbe reagito il nuovo governo, ma anche come avrebbero reagito le diverse anime del Paese. «Secondo me il potere della risata e della comicità è che uniscono le persone», racconta Sharief. «Ridere dei problemi e dei traumi aiuta a superarli più in fretta e a farci sentire meno soli. È un processo di guarigione sia per il comico sia per il pubblico».
Dentro Styria ci sono comici che arrivano da esperienze diverse: dentisti, ingegneri, studenti. Alcuni hanno sempre
vissuto in Siria, mentre altri sono appena tornati dopo più di dieci anni in fuga dalla guerra: «Ci sentiamo sconosciuti rispetto a chi ha vissuto in esilio. Abbiamo dei punti in comune ma loro hanno una storia diversa: parlano della loro sofferenza e di quanto sono stati soli. È questo il bello della comicità: poter ridere della propria tristezza».
Alcune parti della Siria sono ancora violente. A luglio Sharief ha dovuto cancellare uno spettacolo a Suwayda, città a maggioranza drusa nel sud del Paese, a causa dei continui massacri nella regione. Centinaia di persone sono state uccise in quei giorni. Altre aree, invece, sono conservatrici. Ad Hama, nella Siria centrale, le autorità locali hanno cancellato lo show da tutto esaurito di Styria con un pretesto.
«Abbiamo nuove paure. Prima temevamo Bashar, adesso abbiamo paura l’uno dell’altro. È come se fosse dentro di noi. Siamo stati oppressi e spaventati per più di 50 anni. Quello che dicevi in strada poteva farti sparire. Adesso mi sembra che abbiamo più spazio, ma stiamo ancora testando cosa si può dire e cosa no. Cerchiamo di vivere questa nuova libertà, ma ci vorrà tempo per superare quello che è successo», dice Sharief.
La repressione del regime è diventata endemica: «Alcune persone non riescono a ridere di battute politiche. Hanno ancora paura». ■


CONFINI
La parziale riapertura del checkpoint tra Egitto e Palestina conferma il totale controllo israeliano dei confini della Striscia di Gaza
Lorenzo Gironacci
Rafah è il nome condiviso da due città vicine tra loro: quella egiziana, amministrata dal Governatorato del Sinai del Nord, e quella palestinese, totalmente distrutta a causa dei bombardamenti di Israele. In mezzo, a dividere fisicamente le sorti degli abitanti c’è il valico di Rafah, l’unico luogo di transito del confine tra Egitto e Palestina.
Il valico è stato parzialmente riaperto lunedì 2 febbraio, dopo che è stato militarmente occupato dall’Idf (Israel defense forces) il 7 maggio 2024, isolando di fatto la Striscia, con gravi ripercussioni umanitarie sulla popolazione palestinese: secondo un’analisi pubblicata dall’Onu ad agosto 2025, «oltre mezzo milione di persone a Gaza sono intrappolate nella carestia, caratterizzata da fame diffusa, indigenza e morti evitabili». Il piano di pace di Trump specifica che la riapertura dovrebbe garantire il passaggio di 150 persone in uscita e di 50 in entrata al giorno, ma i dati re-
gistrati fino ad ora sono sensibilmente più bassi. L’Eubam, la missione europea che si occupa di facilitare la logistica del valico, ha dichiarato che «a seconda dell'accordo tra le parti sul numero massimo di potenziali attraversamenti, il miglioramento delle infrastrutture potrebbe consentire di accogliere un numero maggiore di viaggiatori». La testata qatariota Al Jazeera ha riportato che due donne palestinesi sono state ammanettate, bendate e interrogate per ore dall’Idf mentre cercavano di rientrare nella Striscia.
A queste accuse, l’ente europeo ha risposto che «l'Eubam non opera nelle zone in cui sarebbero stati commessi tali presunti abusi. Non siamo quindi in grado di esprimere alcun commento al riguardo. Possiamo confermare che nessun incidente di questo tipo si è verificato al valico». Le autorità che operano a Rafah sono egiziane, palestinesi ed europee, ma è il Cogat, l’ente israeliano che coordina le at-
tività del governo nei territori occupati, a decidere chi può entrare e uscire. La questione del confine tra la Striscia e l’Egitto affonda le sue radici nel più ampio conflitto arabo-israeliano, che ha caratterizzato la storia del Medio Oriente per tutta la seconda metà del ‘900: le autorità egiziane hanno amministrato il confine fino al 1967, anno in cui Israele ha occupato la Striscia e la penisola del Sinai nella Guerra dei sei giorni.
Nel 1979 Egitto e Israele hanno firmato gli accordi di Camp David, che prevedevano il ritiro dello Stato ebraico, completato nel 1982, anno in cui è stato costruito il valico di Rafah. Fino al 2005, Israele ha controllato illegittimamente il valico attraverso la presenza militare, per poi cederne il controllo all’Autorità nazionale palestinese (Anp) e all’Egitto. Dal 2005 al 2024 l’apertura è stata intermittente e parziale, ma la presenza israeliana, seppur indiretta, è rimasta costante.
L’Egitto, formalmente vicino alla causa palestinese, ha chiuso la sua parte del valico dopo l’attacco di Hamas il 7 ottobre 2023, dichiarando di non voler accettare i profughi gazawi. Questa scelta dipende dai problemi di sicurezza regionali collegati alla penisola del Sinai, per decenni contesa tra Egitto e Israele e soggetta alla presenza di miliziani jihadisti. Egitto e Israele, gli unici due Stati che confinano con la Striscia, hanno in questo modo contribuito a rendere Gaza una “prigione a cielo aperto”, in cui le esigenze di sicurezza prevalgono su quelle umanitarie.
Mentre Israele continua a bombardare la Striscia, violando il cessate il fuoco, la riapertura del valico rappresenta una fragile e insufficiente risposta al dramma umanitario: Rafah, un solo nome per due destini opposti. ■








Rosalba Castelletti, giornalista de La Repubblica, racconta una Russia segnata da
di Costanza Saporito
Quando nel gennaio del 2017 Rosalba Castelletti arriva a Mosca come corrispondente per La Repubblica, la Russia è in piena campagna elettorale e “guerra” è soltanto una parola che evoca tempi lontani.
Le piazze si infiammano per le manifestazioni contro la corruzione ispirate all’azione di Alexey Navalny - oppositore del presidente Vladimir Putin, morto in carcere nel 2024 - e la società è caratterizzata «da una grande fascinazione nei confronti dell’Occidente».
Poi, il 24 febbraio 2022, la Russia invade l’Ucraina e la guerra ritorna in Europa. È lo scacco definitivo alla libertà di stampa. «Prima c’era ancora qualche isola felice: Novaia Gazeta, il giornale per cui scriveva Anna Politkovskaja (assassinata a Mosca nel 2006, ndr); TV Rain e Echo of Moscow, radio nata negli anni della Perestroika e non allineata».
La lotta alla stampa indipendente in Russia inizia nei primi anni duemila: «Dopo la crisi innescata dall’affondamento del sottomarino Kursk, nel 2000, Putin assunse il controllo della maggior parte dei media», ma il 2021 rappresenta il punto di non ritor-
no: «La repressione ha raggiunto livelli mai visti. Ogni giorno la notizia di una ONG costretta a chiudere, di un sito bloccato, di uno spazio indipendente censurato. Pensavamo fossero misure prese in vista delle elezioni per rinnovare la Duma (la camera bassa del Parlamento russo, ndr). A posteriori è chiaro che si stava preparando il terreno per la guerra».
In questo clima matura la diffidenza anche nei confronti della stampa straniera. «Prima del febbraio 2022 i rapporti con il governo erano complicati, ma esistevano. A marzo l’approvazione delle leggi contro le fake news e il discredito delle forze armate ha portato tantissimi giornalisti ad andarsene: ogni volta che scrivevi un pezzo ti chiedevi se ti sarebbe costato il carcere. Inoltre, noi giornalisti dei paesi che hanno sanzionato la Russia ci siamo visti ridurre la durata del visto a tre mesi; poi hanno iniziato a negare i rinnovi, spesso senza alcuna giustificazione».
Nel marzo del 2023, Evan Gershkovich, inviato del Wall Street Journal, viene arrestato con l’accusa di spionaggio. «Come ha detto il Comitato per la protezione dei giornalisti, è stato come attraversare un Rubi-
cone. Se fino ad allora i giornalisti stranieri si illudevano di restare immuni dalla repressione, dopo questo evento è apparso chiaro che nessuno fosse più al sicuro».
I corrispondenti rimasti a Mosca, inoltre, devono confrontarsi con il fatto che «molte fonti non vogliono più parlare on the record. Temono di essere etichettati come agenti stranieri o che ciò che dicono possa essere strumentalizzato». L’ultimo baluardo di resistenza è quindi rappresentato da siti indipendenti che lavorano dall’estero, accessibili tramite VPN, e da quelli trasferitisi su Telegram. «Ultimamente, però, il governo ha iniziato a bloccare l’uso delle VPN. Anche Telegram sta diventando inutilizzabile. L’obiettivo è promuovere “Max”, un’app di messaggistica priva di criptografia end-to-end, una sorta di software spia. Inoltre, è stata approvata una legge che persegue penalmente chi ricerca online contenuti vietati».
Mentre la Russia punta all’autarchia, parte dei cittadini, soprattutto i più giovani, continua a guardare a Occidente. «Heated Rivalry è la serie televisiva (successo HBO Max, ndr) più vista in Russia. I ragazzi la guardano su piattaforme streaming illegali. Sono loro le vittime dimenticate di questo conflitto. Stretti tra due fuochi: da un lato le autorità, che li stanno privando di qualunque spazio di espressione; dall’altro il boicottaggio occidentale: i cantanti stranieri non si esibiscono più, gli scrittori ritirano i libri dalle librerie. Al crescere dell’alienazione non credo seguirà la ribellione. Il rischio, semmai, è che sentendosi respinti cadano più facilmente preda della propaganda e si radicalizzino». ■


GEN Z
Per la prima volta i giovani entrano nel Parlamento del Bangladesh dopo le elezioni generali del 12 febbraio 2026
di Camilla Stacchiotti
Nel corso della storia politica del Bangladesh, i movimenti giovanili hanno sempre fatto rumore: dalle piazze del Movimento Linguistico del 1952 alle proteste per l’indipendenza dal Pakistan del 1971, fino alle mobilitazioni digitali trasformatesi in veri e propri cortei nel 2024, che hanno portato alla caduta dell’allora premier Sheikh Hasina, dopo oltre 15 anni di governo autoritario.
Ancora una volta sono stati gli studenti a riaprire uno spazio di confronto democratico, nelle strade e nelle università. Le elezioni del 12 febbraio 2026 - le prime realmente competitive dal luglio 2024 - hanno coinvolto oltre 127 milioni di elettori registrati, segnando la più ampia consultazione popolare nella storia del Paese. Davanti ai seggi di Dhaka, molti dei giovani in fila per votare erano gli stessi scesi in piazza due anni prima per rivendicare la propria voce.
Tra loro c’era anche Istiaq Muhit, giovane ricercatore di sociologia nella capitale: «All’inizio non ero coinvolto, non ero più uno studente, ma seguivo le manifestazioni tramite amici. In due settimane sono state uccise quasi mille persone. Le strade erano piene di cadaveri, è lì che ho capito che non potevo restare a guardare».
Le proteste avanzavano richieste concrete: riforme economiche, libertà di espressione, qualità dell’istruzione pubblica, spazio per un’opposizione democratica. La risposta delle autorità è stata repressiva. «Durante una protesta pacifica organizzata nel mio campus universitario, la polizia ha iniziato a sparare dall’alto. Un elicottero sorvolava le nostre teste, mentre i giovani cadevano a terra come formiche. Non riuscivo a muovermi. Mi chiedevo come uno Stato potesse agire così contro ragazzi che rappresentano il futuro di questa terra. Da quel momento sono sceso in strada ogni giorno: non era più solo una questione politica, ma di dignità e sopravvivenza».
Con un’età media di circa 25 anni, il Bangladesh è uno dei paesi più giovani al mondo. Nel 2024 questa struttura demografica si è trasformata in forza politica. «Per la prima volta il movimento non era guidato da un leader di partito: i leader erano gli studenti stessi. I muri di Dhaka si sono riempiti di graffiti che chiedevano diritti, non privilegi», racconta Mainul Khan, giornalista locale che ha seguito le mobilitazioni dall’inizio.
Se il 2024 ha dimostrato che la generazione Z può rovesciare un potere, il 2026 rappresenta la prova istituzionale. «Gli stu-
denti sanno mobilitare», osserva Khan, «ma la rappresentanza politica richiede tempo, organizzazione ed esperienza. Le elezioni hanno dimostrato che il sistema può aprirsi, non che sia completamente rifondato. È questo il paradosso: le strutture di partito tradizionali, più radicate, ottengono la maggioranza, mentre molte delle promesse nate nelle piazze rischiano di restare sospese».
Il partito nato dall’esperienza delle proteste, l’NCP (National Citizens Party), ha conquistato sei seggi su 300 in Parlamento: un punto di partenza significativo, sostenuto dalla società civile. Al nuovo governo, guidato dai nazionalisti del BNP (Bangladesh Nationalist Party), che si è assicurato oltre i due terzi dei seggi, spetta ora riconoscere il peso politico strutturale di questa generazione, che rappresenta una parte consistente della popolazione e ha già dimostrato di poter incidere sulla direzione del Paese.
«La rabbia può aprire una fase, ma solo le riforme la rendono duratura. Il significato profondo di quelle proteste è che gli studenti possono davvero cambiare una nazione», conclude Istiaq Muhit dal suo studio di Dhaka. ■

Nati nelle culture wars, oggi ispirano
le destre europee. L'analisi della sociologa Kristina Stoekl
Famiglia tradizionale, antiabortismo, centralità della religione, rifiuto dei diritti Lgbt: è a questo che il presidente russo Vladimir Putin si richiama quando invoca la difesa dei “valori tradizionali”, presentandoli come parte integrante dell'identità nazionale. In realtà, spiega a Zeta la professoressa e sociologa Kristina Stoeckl, autrice con Dmitry Uzlaner de L’internazionale moralista, questa retorica ha «ben poco di tradizionale e di russo, ma appartiene a una matrice di conflitto chiamata culture wars».
Con questa espressione si indicano le controversie politiche su temi etici e di moralità pubblica, che, osserva Stoeckl, «nascono negli Stati Uniti: il primo emendamento sancisce la separazione tra Stato e Chiesa e crea un level playing field in cui le religioni competono tra loro per influenzare uno Stato neutrale dal punto di vista confessionale, non essendoci una Chiesa di Stato». In Europa, per ragioni storiche, la situazione è sempre stata diversa: religione e politica sono rimaste strettamente intrecciate, producendo soluzioni di mediazione. In Italia, ad esempio, l’aborto è stato riconosciuto per legge, ma accompa-
gnato da un ampio riconoscimento dell’obiezione di coscienza. Un assetto che ha contribuito a limitare la polarizzazione.
La Russia sovietica non conosceva né l’una né l’altra dinamica: dopo settant’anni di comunismo la Chiesa ortodossa arriva agli anni Novanta in crisi, concentrata sulla liturgia e «meno sull’etica sociale, senza una dottrina chiara su aborto o famiglia». Dovendo quindi ricostruire un’identità spirituale, inizia quello che Stoeckl definisce un «aggiornamento conservatore»: in quel vuoto entrano i primi attori della destra cristiana americana, dalle missioni evangeliche nelle scuole (programma CoMission) a Focus on the Family con i corsi sulla “famiglia sana”, fino ai materiali pro-life con le immagini dei feti e ai film come The Silent Scream. Se infatti la Chiesa russa aveva interesse a importare questi concetti, anche quella americana mirava a esportare il proprio pensiero e a consolidare la propria presenza in quel contesto.
Sociologi, sacerdoti, accademici e attivisti iniziano a tradurre manuali, importare argomentazioni, costruire reti con
i movimenti pro-life statunitensi, fino a cofondare il World Congress of Families (il raduno di pro vita e famiglia che si tenne a Verona nel 2019, ndr). Nel 2012, con il terzo mandato di Putin, i valori tradizionali entrano nella politica del Cremlino e nel 2020 avviene un emendamento che li include nel testo della Costituzione.
La Russia diventa così un modello politico anche per le destre europee, e il risultato è che un repertorio nato nelle culture wars statunitensi viene “nazionalizzato”, ripresentato come espressione autentica dei valori russi, ed esportato in Europa. E ancora oggi, dopo trent’anni di imposizione, «è difficile capire se si siano effettivamente radicati nella cultura russa o se vengano vissuti più come un linguaggio imposto», prosegue la sociologa.
Stoeckl e Uzlaner dunque analizzavano già anni fa, nei loro studi, una dinamica che allora non era così evidente, ma che oggi appare chiara: dietro la diffusione delle destre europee al potere c’è anche il ruolo chiave della Russia, come promotrice di questa culture war, a sua volta importata dagli Stati Uniti.
Paradossalmente, conclude Stoeckl guardando al presente, Putin ha più volte giustificato l’intervento in Ucraina perché lì sarebbero a rischio i valori tradizionali, quando «dal punto di vista sociologico è molto più conservatrice della Russia e, soprattutto oggi, sta vivendo un processo di irrigidimento dei costumi ulteriormente rafforzato dalla guerra». ■


Il Paese è isolato dall’Europa e l’invasione lo ha trasformato in un’economia di guerra
«Questo è l’unico linguaggio che la Russia capisce. Si siederà al tavolo delle trattative con intenzioni genuine solo se verrà spinta a farlo», così si è espressa la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, annunciando il ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia. A quattro anni dall’invasione l’economia di Mosca rallenta e sostenere lo sforzo bellico diventa sempre più difficile.
Le sanzioni occidentali miravano a provocare un crollo immediato dell’economia ma, dopo l’iniziale flessione del pil nel 2022 (-1,4 per cento), il paese è tornato a crescere nel 2023 (+4,3 per cento) e nel 2024 (+4,1 per cento). A trainare la ripresa è stato il forte aumento della spesa militare, salita dal 3,6 per cento del pil nel 2021 al 7,1 per cento nel 2024, con una conseguente riduzione delle risorse destinate alle politiche sociali, all’istruzione e ai trasferimenti alle regioni.
Dal 2025 la crescita è rallentata (+0,6 per cento) e per il 2026 il Fondo monetario internazionale ha rivisto al ribasso le proiezioni, evidenziando segnali di rallentamento profondo. «Il fronte è arrivato al limite delle proprie risorse, non c'è più manodopera sia a causa della guerra
sia a causa dell'immigrazione, che è comunque legata al conflitto, dunque il costo del lavoro sale rapidamente, l'utilizzo degli impianti è arrivato al limite a causa dell'economia di guerra e questo ha fatto aumentare molto l'inflazione», ha affermato a Zeta Luiss Federico Fubini, editorialista del Corriere della Sera. L’aumento dei prezzi ha raggiunto il 13,7 per cento nel 2022, frenando la dinamica dei consumi interni perché: «I salari sono cresciuti meno dei prezzi, soprattutto i prezzi importanti come quelli alimentari che costituiscono una parte importante del paniere della spesa». Per contenere gli aumenti la banca centrale russa aveva alzato i tassi d’interesse fino al 21 per cento, un livello molto elevato che ha portato a un calo dei consumi e degli investimenti e ha rallentato la crescita economica. Ci sono «forti difficoltà in quasi tutte le aree della produzione dei settori civili. Le sanzioni contribuiscono a creare questo contesto di inflazione» e la scarsità di manodopera dovuta alla crisi demografica e al reclutamento dei giovani produce delle ripercussioni di lungo termine sull’economia e sulla società russa.
Un fattore che ha mitigato l’impatto delle sanzioni è stato l’intensificarsi del
commercio con paesi che non hanno aderito alle restrizioni occidentali. Dopo l’embargo europeo una parte consistente del petrolio russo è stata dirottata verso l’Asia, in particolare verso India e Cina, spesso con sconti rispetto ai prezzi applicati in Europa. Tuttavia, il calo del prezzo globale del petrolio avvenuto durante il 2025 ha ridotto il valore delle esportazioni russe e ha indebolito il fondo sovrano russo, che utilizza i proventi delle vendite per finanziare la guerra. Inoltre, il nuovo accordo commerciale siglato a inizio febbraio da Stati Uniti e India include il tema degli acquisti energetici e potrebbe comportare una riduzione delle importazioni indiane di greggio russo. Secondo Fubini: «I primi dati non mostrano ancora questo calo ma è presto per valutare quello che accadrà».
Nel breve periodo, il governo russo dispone ancora di margini per finanziare la guerra ma nel medio e lungo periodo la popolazione è in calo, la forza lavoro si riduce e la dipendenza dalle esportazioni di materie prime è elevata. Durante questi quattro anni di conflitto e di sanzioni la Russia si è trasformata in un’economia militarizzata, isolata e, conclude Fubini: «Sono cambiamenti reversibili, ma non facilmente». ■

di Desirée Palombelli
Il sogno americano, con la sua promessa che lavoro e talento bastino per migliorare la propria vita, per Steve Scherer non si è infranto all’improvviso. Si è assottigliato nel tempo, fino a cambiare forma.
Oggi ha il suono di una notifica sul telefono alle cinque del mattino, in un parcheggio di Fairfax, Virginia. Scherer la apre e accetta la corsa: meno di sette dollari. Una donna peruviana, vedova di un autista di autobus, sale sulla sua Subaru. Si scambiano un veloce «Buenos dias» prima di partire. È il suo primo giorno come autista Uber.
Giornalista con quasi trent’anni di esperienza, fino a poco tempo prima era capo dell’ufficio Reuters a Ottawa, dopo aver raccontato le crisi migratorie e la politica interna dall’Italia. Poi i tagli al bud-
get e il licenziamento. Oggi misura il suo valore “in incrementi da cinque dollari” e racconta una storia, la sua, che fotografa un’America lontana dal mito venduto per decenni.
«Ho voluto scrivere in prima persona», racconta Scherer, «perché nel giornalismo il reporter non deve mai far parte della storia. Dopo trent’anni, volevo cercare la mia voce». È nato così il suo saggio su Substack: una confessione e insieme un atto politico che in pochi giorni ha fatto il giro del mondo e collezionato centinaia di reazioni.
Per 28 anni Scherer ha attraversato confini. Ha intervistato primi ministri, amministratori delegati, ha coperto crisi umanitarie. Poi una battuta d’arresto tanto brusca quanto inaspettata e la necessità di ripartire da un’altra parte, vista la
richiesta di residenza in Canada respinta perché legata al lavoro che svolgeva. «Non avevo veramente scelta, l’unica opzione rimasta era tornare in America», racconta. Ha lasciato Ottawa, spedito la famiglia in Italia ed è rientrato negli Stati Uniti il 4 luglio 2025.
Oggi vive in Virginia, paga 3mila dollari al mese di affitto con il padre ultraottantenne cofirmatario del contratto. I tre figli frequentano il liceo in America, mentre la moglie, nel Sud Italia, attende una Green Card che tarda ad arrivare. Scherer, in ogni caso, si dice ancora relativamente fortunato. Sa di essere un uomo bianco di mezza età con passaporto americano e di non rischiare di finire nel mirino dell’ICE, come invece teme sua moglie. La sua prima mattina da Uber driver è un catalogo della nuova precarietà: insegnanti, infermiere, meccani-

ci, camerieri, tutti diretti a lavoro. «Mi sono sussurrato: benvenuto nell’America di Donald Trump». Non conosce lo status migratorio dei suoi passeggeri, ma si chiede in che modo un Presidente che colpisce chi serve la colazione, insegna alle nuove generazioni, aggiusta le auto e cura i malati renda l’America grande.
Scherer ha coperto per anni la rotta del Mediterraneo centrale. Nel 2014 è salito sulla nave della Marina italiana impegnata in “Mare Nostrum”, l’operazione lanciata dopo il naufragio di Lampedusa. «Ho visto il mare rubare vite e i sopravvissuti cantare quando le luci della Sicilia comparivano all’orizzonte». A bordo della Aquarius, nave di una Ong, raccolse 560 persone in una sola mattina. «Libya is over», dicevano ai migranti gli operatori umanitari. Molti di loro avevano conosciuto torture e schiavitù. «Allora documentavo la disperazione, oggi la vivo. Ho sempre pensato di essere diverso dai migranti di cui scrivevo: ero protetto da un passaporto, con uno stipendio e un tesserino da giornalista. Ma gli ultimi due anni della mia vita mi hanno fatto capire che non è così».
Il parallelismo è il cuore del suo racconto. «Quello che ho visto e documentato più di dieci anni fa in Italia sta accadendo ora negli Stati Uniti, in maniera più pesante». Parla di arresti e deportazioni, di una politica che considera l’immigrazione un bersaglio. «È immorale quello che stanno facendo. Abbiamo perso decenza al potere». Secondo Scherer, l’immigrato è diventato il capro espiatorio perfetto. «I problemi sono economici. Le persone soffrono come me. Se il politico dice che la colpa è dell’immigrazione, offre un colpevole semplice». Ma la ferita, sostiene, è altrove: «La classe media americana si sta restringendo senza sosta. Non è un crollo improvviso, è una
deriva». Lui stesso ne faceva parte e ora, guidando, difficilmente supererà la soglia federale di povertà alla fine dell’anno. È la deriva di un ceto che si pensava al riparo. Giornalisti, professionisti, cinquantenni costretti a reinventarsi. «C’è vergogna quando perdi il lavoro e non puoi più dare ai tuoi figli ciò che vorresti. Ho voluto raccontarmi proprio per questo, affinché chi mi legge possa sentirsi meno solo». Dopo la pubblicazione del suo saggio ha ricevuto decine di messag-
«Mi sono sussurrato: benvenuto nell’America di Donald Trump»
gi: storie simili, carriere interrotte, identità da ricostruire.
C’è anche un’altra tendenza che lo inquieta. «La forza degli Stati Uniti era poter esprimere liberamente il proprio pensiero, anche se questo voleva dire criticare il Paese. Oggi sembra non sia più
permesso». Tornato dopo quasi trent’anni, Scherer ha trovato «un Paese cupo, chiuso in sé stesso». L’esperienza internazionale, che un tempo era un valore, ora appare sospetta.
Dopo la pubblicazione su Substack, la sua giornata è cambiata. Guida meno, scrive di più. Il saggio gli ha riaperto porte da freelance. Accompagna i figli a scuola, poi lavora al computer, mentre Uber resta una toppa flessibile. «Non è un mestiere che voglio fare a lungo, ora mi serve per guadagnare qualcosa».
La parabola di Scherer mostra un’America rovesciata: la mobilità promessa si è trasformata in una lotta quotidiana per non perdere terreno. Non riguarda solo lui, ma coinvolge una parte sempre più ampia del Paese, professionisti e lavoratori qualificati costretti a reinventarsi per restare a galla. «Anch’io mi affido a un algoritmo per avere abbastanza soldi per il giorno successivo», racconta.
Il sogno americano non è finito all’improvviso. Si è consumato lentamente, tra stipendi che non tengono il passo con il costo della vita e una politica che indica nemici invece di risolvere problemi. Scherer oggi guida quando serve e scrive quando può. La sua storia lascia una riflessione concreta: se anche chi era pienamente parte della classe media ora si trova ad arrangiarsi, allora l’America non sta solo cambiando. Sta ridimensionando le proprie promesse. ■
1. Steve Scherer nel suo primo giorno da Uber driver. Ph: Steve Scherer
2. Steve Scherer in un'intervista con l'ex primo ministro del Canada, Justin Trudeau, per Reuters. Ph: Steve Scherer
3. A bordo dell'Acquarius, nave di una Ong impegnata in un recupero migranti a largo delle coste di Lampedusa. Ph: Steve Scherer


In Spagna, il movimento di migranti RegularizaciónYa ha raccolto 700.000 firme, trasformando la democrazia dal basso e avviando la regolarizzazione di oltre 500.000 persone, liberandole da un tormento fisico ed emotivo
RegularizaciónYa, collettivo di migranti nato in Spagna, ha dato vita a un movimento popolare. Nel gennaio 2026 ha raggiunto l’obiettivo di far approvare un decreto reale che regolarizzerà 500.000 stranieri privi di documenti. Non otterranno solo il diritto di lavorare e accedere a sanità e istruzione, ma qualcosa di più profondo: non vivere più nella paura costante e la possibilità di tornare dai propri cari e dalle proprie radici.
Durante la pandemia molti migranti senza documenti sono stati lavoratori essenziali, ma il loro status li escludeva dalle reti di protezione sociale. Il lockdown ha spinto i migranti a connettersi online con altri migranti in tutta Spagna.
dalla Bolivia nel 2009, ha regolarizzato la sua situazione grazie al nonno, fuggito durante la guerra civile spagnola, tramite il programma di cittadinanza di terza generazione promosso dall’ex premier José Luis Rodríguez Zapatero. Nonostante avesse i documenti, ha dovuto affrontare le difficoltà che molti migranti conoscono bene.
di Salvatrice D'Anna Campo
«Uno dei grandi risultati è stato quello di riunire così tante persone in situazioni irregolari, permettendoci di condividere i problemi che stavamo affrontando», racconta Silvana Cabrera, una delle portavoci di RegularizaciónYa. L'esperienza di Cabrera spiega perché la presenza dei migranti fosse imprescindibile per lanciare il movimento. Arrivata in Spagna
«Ho sperimentato quanto sia difficile far venire la propria famiglia, affrontando la brutale burocrazia del ricongiungimento: metri quadrati di alloggio, reddito, contratti, requisiti mai richiesti a una persona spagnola. Non sono riuscita a far venire le mie sorelle o i miei genitori. Ho assistito in prima persona ad abusi e violenze, e quella rabbia è stata una spinta per lottare».
Ha trasformato la sua inquietudine in una forza per il cambiamento, ponendo al centro del movimento il protagonismo dei migranti. Cabrera ne ha sottolineato la necessità, affermando: «Sappiamo cosa significa trovarsi in una situazione amministrativa irregolare, la profonda
sofferenza che infligge a tante persone e famiglie». Il movimento si è rivolto all'Iniciativa Legislativa Popular (ILP), un strumento di democrazia diretta che consente ai cittadini di proporre leggi al Congresso una volta raggiunte le 500.000 firme. RegularizaciónYa ha mobilitato 14.000 volontari e 900 organizzazioni in 30 città, raccogliendo oltre 700.000 firme. Cabrera attribuisce questo straordinario risultato al protagonismo degli stessi migranti.
La campagna ha dovuto affrontare sfide immense, tra cui il tempo limitato e le condizioni precarie. «Nessuno nel movimento ha ricevuto uno stipendio per il proprio attivismo. È stata una militanza feroce. Ci siamo organizzati in 18 comitati e abbiamo mappato tutte le comunità autonome per vedere come potevamo essere presenti».
Il collettivo ha coinvolto i cittadini comuni, affrontando la diffusa ignoranza sulla legge sull'immigrazione e contrastando le narrazioni di criminalizzazione. La sensibilizzazione nelle università e nelle scuole ha coinvolto molti giovani nel processo. Dopo aver raccolto le firme necessarie, l'ILP è diventato un decreto reale, segnando una svolta nella democrazia spagnola e un netto contrasto con la tendenza europea e nordamericana alla cartolarizzazione delle politiche mi-
gratorie. Sebbene spesso attribuita ai partiti politici e al primo ministro Pedro Sánchez, Cabrera insiste sul fatto che «questa regolarizzazione viene dal basso e non sarebbe andata così lontano senza la perseveranza del movimento RegularizaciónYa».
«Essere in una situazione irregolare è come essere in una prigione invisibile. Si vive nella costante paura di essere fermati a causa
del profiling razziale o finire in un centro di detenzione per immigrati»
Il decreto non solo autorizza a vivere e lavorare in Spagna, ma offre anche sollievo mentale. «Le nostre comunità attraversano un calvario burocratico di razzismo e maltrattamenti. Immaginate se vostro padre o vostro figlio morissero e voi non poteste tornare per seppellirli».
«Essere in una situazione irregolare è come essere in una prigione invisibile. Si vive nella costante paura di essere fermati a causa del profiling razziale o finire in un centro di detenzione per immigrati», dice Lamine Sarr portavoce e collega di Cabrera. Ha trattenuto le lacrime mentre rifletteva su ciò che hanno realizzato. «Tutto questo è stato costruito da zero, con gli stessi migranti che hanno chiesto di essere trattati come esseri umani, senza essere criminalizzati in base alla nostra origine, al nostro accento o al colore della nostra pelle».
Per RegularizaciónYa la lotta continua. Cabrera ha sottolineato che ora l’impegno principare è arrivare alla realizzazione pratica del decreto. Deve essere ampio, semplice e accessibile, con informazioni in più lingue e uffici ben attrezzati per evitare ritardi. La campagna si occupa di informare e sostenere la comunità, assicurando che le tariffe elevate non ostacolino la regolarizzazione.
Per Cabrera, la posta in gioco va oltre la politica sull'immigrazione: «L'attivismo di base e la lotta contro il razzismo sono essenziali oggi. Senza una prospettiva antirazzista e anticolonialista, il progresso in altre lotte è impossibile». ■ Fotografie concesse da Silvana Cabrera, portavoce del colletivo di migranti, RegularizacionYa

INTEGRAZIONE
Volontariato e istituzioni si alleano a Roma per promuovere l’inclusione
di Elin Kaasa
Nel cuore del Municipio XII di Roma, tra i banchi delle scuole e le sale parrocchiali, si sta scrivendo un nuovo capitolo della convivenza urbana. In un quadrante che conta oltre 17.200 residenti stranieri — con percentuali più elevate tra le comunità romena (19,6%), filippina (13,5%) e bengalese (8,4%) — l’integrazione non è più soltanto una parola da convegno, ma una pratica quotidiana di cittadinanza attiva.
Al centro di questo laboratorio sociale c’è l’associazione Monteverde Solidale, che ogni martedì e giovedì offre lezioni di italiano a migranti provenienti da diversi Paesi. Qui, l'insegnamento della lingua viene inteso in senso ampio: non solo grammatica, ma una chiave di accesso ai diritti e alla partecipazione. Come spiega Mariangela Pierro, coordinatrice dell'associazione, lavorare in particolare con la comunità bengalese – pilastro della ristorazione e del commercio locale – significa affrontare un impegno concreto: «È un problema di cittadinanza e partecipazione, perché altrimenti si creano distanziamenti sociali che non fanno bene a nessuno».
Le testimonianze degli studenti restituiscono la dimensione umana di questo percorso. Ludmila, cittadina moldava a Roma da quindici anni, racconta gli aspetti dolorosi legati alla decisione di lasciare il proprio Paese, ma anche il desiderio di padroneggiare la lingua per costruire nuove relazioni: «Imparare l'italiano serve per la cittadinanza, ma anche per conoscere persone di diverse nazionalità, ortodossi e musulmani che si incontrano e diventano amici».
In classe, l'integrazione passa anche attraverso piccoli gesti pedagogici. Gli insegnanti, spesso ex docenti in pensione, lavorano per mescolare nazionalità e generi, rompendo l'isolamento dei gruppi etnici. Gigliola Cutonil, insegnante presso Monteverde Solidale, spiega: «Loro tendono a mettersi tutti gli uomini da una
parte e tutte le femmine dall’altra. Invece noi li mescoliamo: lo l’accettano e si relazionano molto bene tra di loro; hanno raggiunto, mi pare, un’ottima complicità».
Questo fermento civico, tuttavia, si confronta con un quadro nazionale complesso. In un’Italia che conta oltre 5,4 milioni di stranieri residenti – pari al 9,2% della popolazione – i percorsi di inclusione restano spesso ostacolati da una burocrazia lenta e farraginosa. «I corsi di lingua sono il primo passo necessario da fare, ma bisogna anche affrontare le difficoltà burocratiche», osserva Cristina Mattiello, insegnante nel progetto PSIRAMIL, che è un’iniziativa per il potenziamento linguistico co-finanziato dall'Unione Europea. Cutonil aggiunge: «Le leggi sono sempre più stringenti. Molto spesso ci capitano storie in cui un datore di lavoro promette a un dipendente migrante un aumento di stipendio affinché il permesso di soggiorno venga rinnovato. Ma il problema restano le attese troppo lunghe per il rinnovo dei documenti necessari. Questi ritardi li fanno sentire non adeguati».
Secondo Mattiello, le difficoltà burocratiche si intrecciano con il clima politico nazionale: «Il problema è che da noi c’è un bruttissimo clima. Il nostro governo è su posizioni estreme dal punto di vista della visione dei migranti». Aggiunge che un progressivo definanziamento a livello nazionale dei corsi istituzionali mette in pericolo accoglienza degli stranieri: «Soprattutto in quest'ultimo anno sono stati eliminati molti programmi per aiutare l'inserimento, in particolare i corsi di lingua forniti dalle istituzioni, che già prima erano insufficienti». In questo vuoto istituzionale, il ruolo dei volontari diventa centrale: «Loro diventano sempre più importanti. Se non ci fossero, le persone che hanno bisogno di imparare l’Italiano sarebbero totalmente perse». Inoltre, Mattiello sottolinea l'importanza per l'UE di continuare a sostenere progetti come PSIRAMIL. Per strutturare l’energia delle associazioni, il Municipio XII ha istituito il
Forum delle Associazioni di Cittadinanza Attiva, uno strumento operativo pensato per dare voce a chi opera sul territorio. Si tratterà del primo Forum Municipale della Cittadinanza Attiva di Roma Capitale. Fabio Bomarsi, assessore alle Politiche Sociali nel Municipio XII, sottolinea: «Vorremmo valorizzare la partecipazione attiva dei cittadini. Il loro aiuto è fondamentale e, in molti casi, si sono sostituiti all'amministrazione». Il Forum consentirà anche a realtà come la Comunità Islamica di Roma (CIR) di sedere ai tavoli municipali. Musa Sciarra, il vicepresidente della CIR, commenta: «Siamo lieti di poter partecipare anche noi e contribuire al bene comune. Vedo il Forum come un’iniziativa molto interessante e spero che venga replicata anche negli altri municipi».
Oltre la dimensione locale, la sfida resta nazionale: superare il fenomeno del «brain waste», che vede professionisti stranieri laureati relegati a mansioni non qualificate, e riformare leggi sulla cittadinanza, definite da molti operatori tra le più restrittive d’Europa.
L’esperienza del Municipio XII mostra però che l’inclusione non è un favore concesso, ma un investimento strategico. In un Paese a crescita demografica prossima allo zero, dove i migranti contribuiscono con oltre 6,5 miliardi di euro netti alle casse dello Stato, costruire ponti linguistici e sociali non è soltanto un dovere morale, ma una necessità strutturale. La lingua è il primo passo. La meta è una comunità in cui nessuno resti confinato nel proprio isolamento. ■


«Uscire
Mentre un'immigrata si preoccupa per il proprio sostentamento, un esperto avverte che questo è un «momento esistenziale»
di Andrea Charur
Jane Doe, nome di fantasia per proteggerla dai servizi di immigrazione, vive a Miami, in Florida, e non riesce a distogliere lo sguardo dalle notizie che mostrano le azioni dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE) e della Border Patrol. «Quando vedi quelle cose, tu come immigrato rimani traumatizzato e dici: “Non voglio uscire. Succederà anche a me”».
Il secondo mandato del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha visto una militarizzazione senza precedenti del sistema di immigrazione, dal 2025. Gli agenti federali hanno arrestato e deportato immigrati clandestini, richiedenti asilo, residenti e persino cittadini anche.
Doe ha iniziato a spaventarsi ogni giorno di più. Ricorda la sua detenzione nel 2016 ad Austin, in Texas. Era stata espulsa dopo il suo arrivo dal Nicaragua nel 2005, quando si era consegnata alle autorità dopo aver attraversato il confine una seconda volta per aiutare una donna honduregna che si era ammalata durante il viaggio.
Ha detto prima di ricordare come gli agenti erano già soliti maltrattare i migranti, chiamarli cani, sputare su di loro e
tenerli in una stanza a 5 gradi. «Se qualcuno rispondeva agli agenti, questi impiegavano più tempo per esaminare il loro caso. Sai come si legano le iguane per le zampe e le mani dietro la schiena? È così che ti buttano a terra».
Doe è rimasta in detenzione per due mesi. Ha detto che se avevi una famiglia che poteva prenotarti un biglietto per stare con loro, i funzionari dell'immigrazione potevano rilasciarti. I suoi contatti a Dallas, in Texas, le hanno prenotato un biglietto. «Avevano un cuore un po' più tenero», ha detto a proposito del sistema di immigrazione nel 2016.
Ora, ancora senza status legale, spiega che la detenzione sarebbe molto peggiore. Quando sono iniziate le retate dell’Ice nei mesi scorsi, non è uscita di casa per una settimana e non ha mandato i figli a scuola. Ha paura ogni volta che sale in macchina per andare a lavorare come donna delle pulizie perché non ha la patente.
Ad aprile non presenterà la dichiarazione dei redditi come fa ogni anno, per paura che immigrazione abbia accesso ai dati fiscali. La sua amica è pronta ad accogliere i suoi figli se lei venisse arrestata.
«Ti senti così umiliata, ti capitano così tante cose terribili, e ti chiedi: “Perché, se sono un essere umano?”»
John Foot, professore di storia italiana moderna all'Università di Bristol, ha detto che le loro operazioni gli ricordano le Camicie nere di Mussolini quando entrarono a far parte dello Stato, anche se l'ICE è un braccio del governo degli Stati Uniti. «Quella che abbiamo è una sorta di illegalità legale», ha affermato. «Con la giustificazione che proviene dai vertici dello Stato americano».
Sebbene il termine «fascismo» sia ora utilizzato da alcuni commentatori politici e analisti per descrivere l'amministrazione Trump, Foot ritiene che tale parola «sia diventata sempre meno utile» al giorno d'oggi. «Dobbiamo lasciare spazio alla discussione e all'analisi e non limitarci a dire: “Oh, sono fascisti”».
Il nuovo «uso della macchina statale per reprimere il proprio popolo per motivi politici o etnici» è un «momento esistenziale» nella storia degli Stati Uniti. «Quante linee rosse si possono superare? Sembra già che se ne superi una ogni giorno». ■

Un apparato da decine di milioni di dollari che incrocia dati, virus, biometria e intelligenza artificiale, per tracciare e deportare gli immigrati
di Michelangelo Mecchia
Programmi di riconoscimento facciale, agenti Ai che setacciano i social media, algoritmi che ricostruiscono posizione e spostamenti del bersaglio. E una rete di telecamere che si stende su tutto il Paese: sono i tasselli che compongono «uno dei più grandi e completi sistemi di sorveglianza della storia». Negli Stati Uniti il governo federale, scrive l’Electronic Frontier Foundation (Eff), ha avviato «una corsa all’acquisto» di app e strumenti per potenziare l’Immigration and Customs Enforcement (Ice), che arresta e deporta gli immigrati irregolari.
L’Eff è un’ong internazionale che si batte per la libertà digitale; a gennaio 2026 ha pubblicato un report che mette in fila sistemi, cifre, aziende coinvolte. «Con un budget dell'agenzia notevolmente ampliato, in grado di rivaleggiare con quello di molti eserciti nazionali»
spiega Hudson Hongo, addetto alle relazioni con i media, a Zeta Luiss, «l’Ice ha fatto shopping sfrenato». Il paper dettaglia, incrociando fonti - atti pubblici, testimonianze, documenti interni - e inchieste giornalistiche, le modalità d’utilizzo delle tecnologie di sorveglianza in dotazione dell’autorità.
Per individuare gli obiettivi, cioè persone potenzialmente deportabili (“enforcement target”), di norma l’Ice attinge da banche dati esistenti, come gli archivi governativi, o file che acquista da privati (i “data broker”). Ne ricava informazioni su status giuridico, condizione occupazionale, elementi anagrafici; in sintesi, coordinate dall’alto valore operativo.
Poi le integra con materiale che estrae dai social media, attraverso tool come Onyx, Tangles o SocialNet; questi
programmi di intelligenza artificiale, che si muovono autonomamente sulle piattaforme, assemblano dossier individuali a uso investigativo. Sul sito di Fivecast, la società che vende Onyx, si legge che il sistema conduce «una raccolta automatizzata, continua e mirata di dati multimediali da tutti i principali flussi di notizie, motori di ricerca, social media, marketplace, dark web»; il contratto con Ice vale 4,2 milioni di dollari. L’agenzia ha comunicato che con SocialNet (applicazione targata ShadowDragon, azienda statunitense) ha scavato «in oltre cento siti web».
Anche l’Ia di Zignal Lab, che il governo Usa ha pagato 5,7 milioni di dollari, naviga Facebook, Instagram e Twitter a caccia di informazioni sull’obiettivo; è in grado di scansionare otto miliardi di contenuti al giorno, e in più di cento lingue.
Tangles invece, riporta l’Eff, «può collegare la cronologia dei post, i post e i commenti di una persona contenenti parole chiave, cronologia delle posizioni, tag e foto con quelli dei suoi amici e familiari».
Si tratta di un prodotto di Pen Link, piattaforma di intelligence digitale. Oltre a Tangles l’azienda ha venduto all’autorità anche Webloc (in totale, per «almeno 5 milioni di dollari»); il software monitora un quartiere o un isolato della città - l’area in cui si svolge l’operazione - alla ricerca di telefoni cellulari, tracciandone gli spostamenti. Questa tecnica si chiama geofencing e consente agli investigatori dell’Ice di ricostruire i movimenti del soggetto attenzionato, lungo la traiettoria luogo di lavoro-abitazione.
Élite è un’architettura ancora più sofisticata perché combina una pluralità di sorgenti; sviluppata da Palantir, start-up lanciata da Peter Thiel (imprenditore di estrema destra), viene impiegato dall’agenzia per pianificare arresti e blitz. Popola una mappa, l’area delimitata con il cursore dal funzionario, con potenziali target e restituisce un’interfaccia che cataloga informazioni preziose, come l’indirizzo di casa, a cui Élite assegna un confidence score: l’indice misura quanto è affidabile e aggiornato il dato. Orienta la squadra impegnata nella retata, indicando la porta a cui bisogna bussare.
Dopo aver eseguito l’arresto, i poliziotti scansionano il volto del bersaglio con Mobile Fortify, per «determinare se si trova legalmente nel paese». Il programma «confronta le foto scattate con un database di 200 milioni di foto per trovare corrispondenze. La fonte delle foto è sconosciuta». Poi accedono al cellulare sequestrato con dispositivi prodotti da Cellebrite (11 milioni di contratto) e Magnet Forensics (3 milioni), acquisendo tutto il materiale che contiene, «comprese app, cronologia delle posizioni, foto, note, registri delle chiamate, messaggi di testo e persino chat di Signal e WhatsApp».
Sempre sul versante della sorveglianza telefonica, come riporta la testata statunitense TechCrunch, a settembre del 2025 l’autorità ha rinnovato l’accordo con Paragon, tech israeliana che ha sviluppato il malware Graphite, noto alle cronache nazionali perché ha infettato il cellulare di giornalisti - come il direttore di Fanpage.it Francesco Cancellato - e attivisti italiani. Il virus si insinua negli smartphone ed estrae messaggi e corrispondenze.
A giugno 2025, un’inchiesta di 404 media ha fatto luce su un’altra pratica opaca e potenzialmente lesiva per le libertà costituzionali: la testata investigativa ha rivelato che gli agenti dell’Ice
avrebbero effettuato l’accesso a una rete nazionale di telecamere, installate per leggere le targhe dei veicoli, allo scopo di identificare e tracciare migranti sul territorio americano. Senza passare per vie formali, ma attraverso favori richiesti ad agenti delle forze di sicurezza locale. Tuttavia in alcuni stati dell’Unione, come l’Illinois, adoperare questi dispositivi per il contrasto all’immigrazione irregolare è vietato dalla legge.
Per far funzionare il sistema in maniera efficiente i dati sono una risorsa fondamentale. Nel quadro più ampio di una partnership da 30 milioni, Palantir ha creato un archivio, Immigration Os, dove stiparli e dargli un ordine: «fa in modo che l'Ice abbia tutti i dati acquisiti in un unico posto, rendendoli facili da consultare. Palantir collega tracce provenienti da diversi database», come fonti pubbliche e file comperati da privati. Le informazioni, l’oro di Big Tech, sono la benzina che alimenta questa macchina di sorveglianza e controllo sociale. Un apparato al servizio dell’amministrazione Trump, che ha promesso al popolo Maga arresti e deportazioni di massa. ■

Due visioni opposte sulla riforma costituzionale della giustizia: Debora Serracchiani, parlamentare del Partito Democratico, e Pierantonio Zanettin, senatore di Forza Italia. Al centro del confronto, il significato costituzionale del voto
Per Debora Serracchiani, deputata del Partito Democratico (Pd) e componente della commissione Giustizia, il referendum interviene sull’equilibrio tra i poteri dello Stato senza risolvere le inefficienze del sistema e rischia di indebolire l’autonomia della magistratura.
Perché votare no?
Perché la riforma non riguarda la giustizia e non risolve nessuno dei problemi che ci sono, come carenza di organico, precariato e durata dei processi. Perché la separazione delle carriere esiste già e il passaggio da una funzione all'altra riguarda circa quaranta magistrati su 9500 ogni anno. Perché è un atto del Governo che, per la prima volta nella storia della Repubblica, è arrivato “blindato” in Parlamento senza che l’assemblea legislativa potesse cambiare una virgola. Perché l’obiettivo della riforma è avere una magistratura meno indipendente, in modo da ridurre i controlli di legalità sull’azione di governo, attraverso lo smembramento del Comsiglio superiore della magistratura (Csm) e il sorteggio dei magistrati chiamati a farne parte.
La separazione delle carriere modifica l’equilibrio tra i poteri dello Stato?
La separazione delle carriere non è il fine della riforma, ma un modo per indebolire le magistrature. Si cambiano sette articoli della Costituzione perché, come ha spiegato la Premier, finalmente si pone fine alla “intollerabile invadenza della magistratura”, che deve essere, al contrario, “collaborativa” con la politica.
Questa riforma è frutto di una scelta politica del governo?
Certo e non solo: fa parte di una strategia più ampia. Insieme alla legge elettorale e al premierato, la riforma mira a dare alla politica un potere senza limiti, smantella il sistema di pesi e contrappesi alla base della nostra Carta costituzionale e della nostra democrazia.
Come si dovrebbe affrontare la riforma del sistema giudiziario italiano?

Risorse economiche e umane per garantire assunzioni e stabilizzazioni, ed interventi di natura processuale. Per accelerare i processi non serve una riforma costituzionale, ma una legge ordinaria che intervenga su alcuni profili del processo, rafforzando le garanzie dell’imputato e le prerogative della vittima.
I cittadini hanno capito il senso di questa riforma?
di Valerio Forte

I cittadini si stanno rendendo conto che la riforma non riguarda i magistrati, che continueranno a prendere lo stipendio a prescindere dall’esito del referendum, ma riguarda i loro diritti, garanzie e tutele.
In diversi ordinamenti europei le carriere sono separate. Perché in Italia questo tema assume una valenza così divisiva?
In quasi tutti i Paesi europei in cui vige la separazione delle carriere e nei quali cambiare di ruolo è normale, il Pm è un organo sottoposto all’esecutivo, mentre da noi i magistrati possono cambiare una volta entro nove anni. Alcuni esempi? Belgio, Francia, Germania, Spagna, Svezia, Slovenia. E smontiamo un’altra bufala, secondo cui in tutti i Paesi democratici vi sarebbe la separazione delle carriere e in quelli illiberali no. ■
Per Pierantonio Zanettin, senatore di Forza Italia e membro della commissione Giustizia a Palazzo Madama, la separazione delle carriere rappresenta un passaggio coerente con il principio del giusto processo, necessario a rafforzare la terzietà del giudice e a chiarire l’assetto ordinamentale in linea con le principali democrazie europee.

La separazione delle carriere è una riforma necessaria?
Si parla di un percorso di riforma del processo penale che prende avvio con il nuovo Codice di procedura penale del 1989, il cosiddetto Codice Vassalli, e prosegue con la modifica dell’articolo 111 della Costituzione, che ha introdotto il principio del giusto processo. Si tratta di un cammino di interventi normativi che dura da oltre trent’anni, lungo il quale il centrodestra, e in particolare Forza Italia, si è impegnato con continuità per affermare il principio di un giudice terzo e imparziale, equidistante sia dall’avvocato difensore sia dal pubblico ministero, titolare dell’azione penale. La separazione delle carriere dei magistrati è prevista in tutti i Paesi del G7, a eccezione dell’Italia, ed è adottata nella maggior parte degli Stati membri dell’Unione Europea.
Perché votare sì?
Perché anche chi non ha mai avuto a che fare con la giustizia deve poter contare su maggiori garanzie nel caso in cui dovesse trovarsi coinvolto in un processo penale. È fondamentale potersi sentire più tutelati e garantiti, soprattutto se il giudice non appartiene allo stesso ordine professionale del pubblico ministero.
Questa riforma modifica l’equilibrio tra i poteri dello Stato?
La riforma non incide sull’autonomia della magistratura. È sufficiente legge-
re il nuovo testo dell’articolo 104 della Costituzione, così come verrebbe modificato, per constatare che autonomia e indipendenza della magistratura restano pienamente garantite. La differenza sta nel fatto che tale autonomia verrebbe declinata in due ambiti distinti: la magistratura giudicante e la magistratura requirente, cioè il pubblico ministero. Le opposizioni sostengono che possa esserci un impatto sull’indipendenza del pubblico ministero. È sufficiente leggere il testo dell’articolo 104 della Costituzione per verificare che l’autonomia e l’indipendenza restano pienamente garantite. Parlare di un pubblico ministero assoggettato al potere esecutivo è una fake news, una falsità che respingiamo con fermezza.
La riforma modificherebbe solo l’assetto ordinamentale?
Certamente. L’obiettivo è rendere ancora più netto e cristallino il principio della separazione dei poteri: il potere esecutivo, che governa e amministra; il potere legislativo, esercitato dal Parlamento, che elabora e approva le leggi; e il potere giudiziario, cui spetta il compito di applicarle. Siamo di fronte a una norma di rango costituzionale: nessuno può pensare che rappresenti, da sola, la panacea di tutti i problemi della giustizia. L’azione del Governo si muove su due piani: la legislazione ordinaria e l’attività amministrativa, e i grandi principi costituzionali che fissano l’architettura del sistema.
I cittadini hanno capito il senso della riforma?
Temo di no.
Ho l’impressione che la campagna referendaria non si stia concentrando sul merito della riforma, ma sia stata travolta da argomentazioni fuorvianti. Si è arrivati a evocare scenari
che non trovano riscontro nel testo della riforma. Affermazioni che non corrispondono alla realtà, ma che finiscono per generare confusione nell’opinione pubblica.
Esiste un modello europeo da seguire?
L’Italia ha caratteristiche e specificità proprie, quindi non ritengo opportuno mutuare in modo automatico il modello di un altro Paese. Nella quasi totalità dei Paesi democratici e avanzati la separazione delle carriere è una realtà consolidata. In Europa, gli ordinamenti che non la prevedono sono pochissimi: oltre all’Italia, si contano Turchia, Bulgaria e Romania. ■



PROTESTE
Studenti e lavoratori senza tutele. La voce di chi non vuole rinunciare al voto e la sfida
della proposta di legge “Voglio Votare Fuori Sede”
di Silvia Sisto
Alle 7 di domenica 22 marzo si apriranno le urne per il referendum sulla giustizia. Ma prima ancora di decidere tra il Sì e il No ci sono quasi 5 milioni di elettori che dovranno affrontare un’altra scelta: tornare a casa per votare o rinunciare al voto.
Sono i lavoratori, gli studenti e tutti i cittadini fuori sede penalizzati dalla decisione presa dal governo di escludere dal Decreto Legge 196/2025 - il “Decreto Elezioni” che regolamenta le operazioni di voto per la consultazione referendaria - la possibilità di votare fuori dal proprio Comune di residenza.
Per chi non potrà affrontare le spese del viaggio, la distanza da casa rappresenterà un ostacolo al voto, come racconta Maria Vittoria Bastardini studentessa residente a Voghera, in provincia di Pavia, ma domiciliata a Roma per studiare all'università Luiss: «Non tornerò a casa a votare, anche perché vivendo al nord il
costo del treno è molto alto. Il principio è proprio scorretto, tutti devono poter votare, soprattutto le persone che si spostano per motivi di lavoro o per motivi di studio. È un loro diritto».
Un disagio che la accomuna a Chiara Torrisi, studentessa di giurisprudenza a Roma ma residente a Catania: «Non so se riuscirò a scendere, lo spero, perché per me è un tema importante, ci tengo a votare, vedremo se i prezzi dei voli lo consentiranno. È assurdo non concedere questo diritto a chi risiede nel territorio italiano, diversamente, da quanto avviene per chi risiede all'estero, che può votare. Si toglie la possibilità agli studenti di votare per una questione molto importante, soprattutto per chi un giorno vorrà anche esercitare questa professione, come me».
Il riferimento è a quanto indicato nel sito del Ministero dell’Interno, secondo
cui i cittadini italiani residenti o temporaneamente all’estero, potranno votare per corrispondenza, ricevendo il plico elettorale via posta al proprio indirizzo estero.
Molti studenti stanno adottando una soluzione pragmatica per aggirare l'ostacolo: farsi nominare rappresentanti di lista. La normativa vigente stabilisce, infatti, che chi è formalmente designato rappresentante di lista possa esercitare il diritto di voto presso il seggio in cui svolge l’incarico, anche se iscritto nelle liste elettorali di un diverso Comune.
L’astensionismo involontario resta, però, un’emergenza democratica che si ripresenta puntuale in ogni tornata elettorale.
Nel corso delle ultime consultazioni referendarie del 2025 e delle elezioni europee del 2024, era stata avviata una sperimentazione che aveva aperto la strada
a una riforma definitiva. La partecipazione dell’elettorato era stata notevole: 23mila studenti iscritti nel 2025 e 38 mila nel 2024. In mancanza di una normativa generale, erano state previste, infatti, norme specifiche, che sono decadute e non sono state riconfermate per la nuova votazione.
Dall’entrata in vigore del Decreto Elezioni è iniziata così una battaglia che ha unito tutta l’opposizione: PD, M5S, AVS, IV e Azione. L’obiettivo comune era ottenere una tutela per chi vota lontano da casa. Ma il 28 gennaio la Commissione Affari costituzionali della Camera ha bocciato tutti gli emendamenti presentati e l’11 febbraio, con ottantasette voti favorevoli e cinquantotto contrari, l’Aula del Senato ha confermato la decisione. Il motivo è legato a tempi troppo stretti e insufficienti per predisporre una normativa speciale di voto in vista della consultazione.
Da anni, però, c’è chi si batte per ottenere una legge permanente. Dalla consapevolezza che i singoli decreti non bastino è nata, infatti, la proposta di legge "Voglio Votare Fuori Sede", un'iniziativa popolare promossa da Rete Voto Fuori Sede, Will Media e dalla non profit
The Good Lobby Italia. La raccolta firme, lanciata il 4 luglio 2025, ha potuto contare sul sostegno di associazioni universitarie, media, influencer e realtà della società civile.
«La campagna sul voto fuorisede nasce nel 2008 dal comitato Io voto fuorisede, che è stato il primo ad occuparsi di questa questione. Noi l'abbiamo abbracciata nel 2020. Abbiamo avviato una serie di campagne mediatiche coinvolgendo artisti, Casa Sanremo, cantanti come Diodato, Piero Pelù, la Rappresentante di Lista, persino il Fanta Sanremo. Poi lo scorso luglio abbiamo iniziato la raccolta firme», racconta Yari Russo, referente di The Good Lobby.
Il 24 ottobre 2025 sono state raggiunte le 50.000 firme necessarie per il deposito della proposta. «L’augurio è che ci sia la volontà politica di andare avanti sulla legge», prosegue Russo: «È stata presentata in Senato il mese scorso e adesso comincia il suo iter in commissione. È stata assegnata alla commissione Affari costituzionali».
Ma il loro lavoro non è ancora finito: «Quello che stiamo facendo adesso è lavorare con tutte le forze politiche per
portare avanti la legge affinché veda la luce in tempi brevi. Stiamo anche lavorando in parallelo per unire ministeri, politica, Parlamento e società civile per arrivare il prima possibile a delle soluzioni concrete e fattibili per il voto fuori sede perché la nostra è una legge delega, quindi delegherà il governo a regolamentare questa materia. Siamo in contatto con maggioranza e opposizione perché la priorità è che la legge venga approvata entro quest'anno. Noi ci auguriamo davvero che prima dell'estate si possa approvare».
L’obiettivo è chiaro: «Il nostro sogno è arrivare alle politiche del 2027 con una legge definitiva sul voto per i fuori sede».
Sulla posizione del governo per il prossimo referendum, Russo non nasconde le sue perplessità: «Non ci spieghiamo come mai quest'anno ai referendum non si potrà votare da fuorisede. Le sperimentazioni fatte in precedenza erano state un ottimo primo passo, avevano permesso di testare la macchina amministrativa che non aveva avuto alcun problema».■
1. Deposito proposta di legge voto fuorisede in Cassazione
2. The Good Lobby e il comitato Io Voto Fuorisede

IMMAGINI
A Cortina le atlete azzurre incantano gli spettatori. Dieci ori, sei argenti e quattordici bronzi: ai Giochi olimpici invernali l’Italia non smette di sognare, superando con 30 medaglie il record di Lillehammer del ’94







1. Federica Brignone, reduce dalla frattura al ginocchio sinistro, vince la medaglia d’oro nella finale di SuperG (HMB Media/Marc Niemeyer/Sipa USA via Reuters Connect)
2. Sofia Goggia conquista il bronzo nella discesa libera (REUTERS/Lisi Niesner)
3. L’argento di Michela Moioli e Lorenzo Sommariva nello snowboard a coppia mista (REUTERS/Gonzalo Fuentes)
4. Arianna Fontana vince la medaglia d’argento nei 500 metri di short track (REUTERS/Claudia Greco)
5. Lisa Vittozzi porta all’Italia il primo oro di sempre nell’inseguimento 10 km del biathlon. (Mathias Bergeld / BILDBYRÅN)
6. Francesca Lollobrigida, vincitrice di due ori nel pattinaggio di velocità. (REUTERS/Yves Herman)

Gli appassionati di freestyle di tutto il mondo si riuniscono a Livigno
di Dylan Browne-Wilkinson
Sotto i riflettori, Cassie Sharpe si è sollevata per quattro metri oltre il lip dell’halfpipe, nel cielo alpino. La folla ha seguito il suo movimento all’unisono. Una rotazione. Due. Tre. Per una frazione di secondo, l’unico suono era la brezza leggera e il sibilo dell’acciaio sulla neve. Poi, con gli sci in aria, è caduta in un mucchio scomposto sul fondo del pipe.
Per le centinaia di persone assiepate nell’area d’arrivo a Livigno, la località alpina che ospita le gare di freestyle sci e snowboard dei Giochi Olimpici Invernali di Milano-Cortina, la caduta di Sharpe è stata più di un atterraggio mancato. È stato un promemoria della sottile linea tra spettacolo e pericolo che definisce l’halfpipe, e di quanto rapidamente una notte di festa possa trasformarsi in silenzio collettivo. In questo piccolo paese alpino trasformato dai Giochi, essere tifosi significa vivere su quel filo emotivo a ogni discesa.
Per Jeff Lucas, tifoso canadese, quel filo è personale. Ha viaggiato da Vancou-
ver Island, attraversando un oceano e un continente per trovarsi sotto i riflettori a Livigno. «È quasi mia nipote», dice parlando di Cassie Sharpe. «Mi chiama zio da anni.» Jeff era tra il pubblico quando Sharpe vinse l’oro olimpico a PyeongChang, in Corea del Sud, nel 2018, e di nuovo quattro anni dopo quando conquistò l’argento a Pechino.
Quando Sharpe si lancia nell’halfpipe, Jeff non osserva soltanto l’ampiezza o le rotazioni. Vede la storia di una ragazza che ha visto crescere fino a diventare campionessa. Ogni rotazione porta con sé un ricordo, e ogni atterraggio può avere conseguenze. Guarda come guarda una famiglia: sperando che si rialzi, sperando che l’atterraggio tenga.
Quando cadde, la halfpipe smise di essere un palcoscenico: la musica si spense e la folla ammutolì. Mentre la Sharpe alzava una mano dalla barella, gli applausi si diffusero nell'area d'arrivo e un sospiro di sollievo si propagò tra sconosciuti che, solo qualche istante prima, non avevano condiviso altro che la stessa area riservata al pubblico e le proprie bandiere nazionali. Tra quelle bandiere c'è anche quella cinese, portata in gran parte da chi era lì per Eileen Gu, la sciatrice nata a San Francisco che scelse di gareggiare per la Cina e divenne uno dei volti simbolo di Pechino 2022. L'appartenenza può nascere dalla
nazionalità, ma sotto quei riflettori si scioglie rapidamente in qualcosa di più collettivo.
A pochi metri di distanza, Janet Unwin, tifosa britannica, osserva il pipe con un’intensità diversa. È arrivata dall’Essex, nel Regno Unito, con suo figlio, per sostenere la speranza di medaglia della Gran Bretagna, Zoe Atkin. «Abbiamo passato sei ore ad aspettare il big air femminile in una tempesta l’altra sera», racconta Janet. «Adoro davvero l’halfpipe, è più emozionante. Vanno così in alto. È incredibile.»
Quando Atkin ha ottenuto 91,50 punti guidando le qualificazioni, Janet aveva già le idee chiare. «Secondo me è andata molto più in alto di tutte le altre. Ha fatto più grab. Lo stile era migliore.»
I giudici valutano ampiezza, difficoltà ed esecuzione: quanto in alto una sciatrice si solleva oltre il lip, la complessità delle rotazioni e la pulizia degli atterraggi. Janet legge il pipe in modo istintivo, seguendo il controllo tra un muro e l’altro, la fluidità da una parete all’altra, la sicurezza in aria.
Quando Sharpe ha alzato la mano dalla barella, la reazione è stata la stessa in ogni lingua: un sospiro collettivo di sollievo. Sconosciuti provenienti da estremità opposte del mondo, ad applaudire nella stessa aria gelida. L’halfpipe è troppo veloce, troppo alto e troppo pericoloso perché l’appartenenza possa resistere. Quando una sciatrice arriva in fondo, resta solo una persona che guarda un’altra persona cercare di non cadere. ■

di Gianmaria Oroni
La realtà impone i limiti, l’epica li mette alla prova. Tra questi due poli si muove lo sport paralimpico. Non per trasformare il singolo in eroe, ma per dimostrare che ogni storia può diventare linguaggio collettivo. I Giochi Paralimpici di Milano Cortina 2026 sono anche questo: un racconto in cui il messaggio conta quanto la prestazione.Dal 6 al 15 marzo 2026 oltre seicento atleti si sfideranno tra Milano e Cortina. Le gare saranno trasmesse dalla Rai con copertura televisiva e digitale. Ma prima ancora dell’evento, contano le storie. Tre, in particolare, raccontano cosa significhi abitare questo spazio ibrido tra corpo e tecnologia, limite e competizione.
«La performance non è paragonabile a quella olimpica classica perché abbiamo un limite fisico, ma il valore sta nel messaggio: dimostrare che si può reagire». Davide Bendotti parte da qui. Aveva 17 anni quando un incidente motociclistico gli costò la gamba sinistra sopra il ginocchio e la vita del suo migliore amico. «Ho dovuto ricostruire una nuova vita. Per quanto sia difficile confrontarsi con la disabilità, non ha nulla a che vedere con la perdita di una persona».
Nello sci alpino paralimpico le competizioni sono suddivise in tre macrocategorie: «Le gare sono organizzate tra standing, sitting e vision impaired. Poi all’interno ci sono ulteriori classificazioni funzionali. Non è semplice capire le categorie e la modalità dei premi, quindi

capire bene come funziona la gara», dice ancora Bendotti. Cresciuto a Colere, in provincia di Bergamo, gareggerà a Cortina dal 9 marzo: prima il superG, poi gigante e slalom. È la sua terza Paralimpiade. La prima è stata «un amore a prima vista». Questa, in casa, è diversa: è il tifo di tutti, è la pressione e insieme l’energia di chi sa che sugli spalti ci sarà anche chi non può permettersi di attraversare il mondo per seguirlo.
«Quando ci vestiamo e scendiamo in pista, la disabilità non esiste». Per Gabriele Araudo il punto è questo: una volta entrati nello spogliatoio, resta solo il gioco. Nel 1987, a Torino, una mielite virale gli toglie l’uso delle gambe. Vive al quarto piano senza ascensore. È suo padre a riportarlo a casa caricandolo sulle spalle. Una dottoressa gli dice che non camminerà più. «Mi piacerebbe incontrarla oggi e farle vedere dove sono arrivato, alla mia quarta Paralimpiade». Non per rivalsa, precisa: «Non sono un eroe. Sono una persona normale che si allena e fa sacrifici come tutti».
Gioca a para ice hockey, disciplina resa possibile da una slitta progettata per trasformare la limitazione in gesto tecnico. Senza quella tecnologia, quello sport non esisterebbe. È un’altra declinazione dell’ibrido: ingegneria e volontà. L’Italia

affronterà il girone tra l’8 e il 15 marzo contro Stati Uniti, Cina e Germania. Le gare si giocheranno a Milano. Araudo si allena dieci, dodici volte a settimana, pur non essendo uno sport professionistico. Vive con la squadra quasi in sincronia: «Siamo diventati una famiglia».
«Lo sport a livello agonistico l’ho scoperto dopo l’incidente ed è stata la chiave di svolta per darmi nuovi obiettivi». Michele Biglione rappresenterà l’Italia nello sci di fondo. A Pechino 2022 era entrato in squadra da pochi mesi: «L’ho vissuta più come esperienza che come obiettivo». Oggi è diverso. A Milano Cortina non si tratta più solo di esserci, ma di competere.
Il fondo è disciplina di resistenza, meno spettacolare ma più implacabile. Biglione correrà il 10 marzo la sprint, l’11 marzo i 10 km e il 15 marzo i 20 km. Conosce il livello degli avversari e sa che la preparazione è totale: «Dal paralimpico all’olimpico il messaggio è lo stesso: darsi obiettivi e raggiungerli».
Milano Cortina non è un evento “dopo” le Olimpiadi. È la stessa competizione declinata in un sistema che integra tecnologia, medicina sportiva, classificazioni e performance. L’ibrido non è un compromesso: è la struttura dello sport paralimpico contemporaneo. ■


Il futuro della pista di bob riapre il dibattito
sull’eredità della manifestazione
È sempre un po’ triste quando finisce una festa. La folla e il rumore si disperdono, l’euforia cede il posto alla ragione. A pochi giorni dalla cerimonia conclusiva di Milano Cortina 2026, l’Italia si trova già a fare i conti con ciò che resta dei Giochi: costi, bilanci e interrogativi sul futuro delle infrastrutture realizzate. Tra tutte, una in particolare: il Cortina Sliding Center.
Una pista da bob è composta da un corridoio semiaperto lungo circa un chilometro e mezzo, fatto di cemento e acciaio, ricoperto da pochi centimetri di ghiaccio. Su di essa le slitte possono superare i 140 chilometri orari: per garantire quelle prestazioni servono impianti di refrigerazione energivori, decine di chilometri di tubature e temperature costanti attorno ai -20 °C. Il nuovo tracciato di Cortina è costato 118 milioni di euro e, secondo il piano economico commissionato da Regione Veneto a KPMG, comporterà una perdita stimata di oltre 600 mila euro l’anno. Una previsione che non sorprende: nel mondo esistono meno di venti piste da bob e quasi tutte sono state costruite in vista di un’Olimpiade. Sono impianti che si usano per tre discipline di nicchia (bob, skeleton e slittino) e che invecchiano in fretta, richiedendo con-
tinui investimenti per restare omologati agli standard internazionali.
A Cervinia la pista del Lago Blu (con ghiacciatura naturale, senza impianti di refrigerazione) fu abbandonata negli anni Novanta dopo la rinuncia ai Mondiali del 1993 per gli alti costi di ammodernamento. Per il circuito Cesana Pariol, costruito per le Olimpiadi di Torino 2006 con una spesa di circa 110 milioni di euro, gli oneri di gestione annuale superarono il milione. Restò aperto sei anni, è stato demolito a maggio scorso con ulteriori costi pubblici.
La realizzazione del Cortina Sliding Center ha comportato interventi sul territorio alpino, tra disboscamenti, modifiche del pendio e opere di consolidamento del suolo. La pista attraversa un ecosistema fragile, dove l’equilibrio tra attività umana e ambiente è particolarmente delicato. A questo si aggiunge l’elevato consumo energetico necessario per mantenere il ghiaccio in condizioni ottimali per gran parte dell’anno, in un contesto segnato dalla crisi climatica e dalla progressiva riduzione dell’innevamento naturale. Il risultato è un’infrastruttura concepita per uno spettacolo sportivo di poche settimane ma destinata a produrre
effetti permanenti sul paesaggio e sul bilancio energetico del territorio. Una contraddizione evidente rispetto alla retorica delle Olimpiadi sostenibili, sempre più centrale nei dossier di candidatura ma spesso difficile da tradurre in pratica.
La sostenibilità di un’opera simile dipende dalla sua capacità di trovare una funzione dopo l’evento, ma la storia recente suggerisce prudenza. Le discipline del bob, dello skeleton e dello slittino coinvolgono un numero limitato di atleti e appassionati, e non è chiaro se la domanda sportiva e turistica sarà sufficiente a giustificare i costi di gestione. Il rischio è che anche questa struttura, come altre prima di essa, diventi una presenza costosa e sempre più difficile da mantenere, simbolo di una stagione di entusiasmo destinata a lasciare spazio alla manutenzione e ai bilanci in rosso. Durante la cerimonia conclusiva, mentre la fiaccola olimpica si spegneva e sul palco risuonava Incoscienti giovani di Achille Lauro, l’immagine sembrava suggerire una metafora involontaria: la spinta verso il prestigio può apparire audace nel momento della festa, ma ciò che resta dopo richiede responsabilità e visione. Altrimenti il rischio è che, passato l’entusiasmo dei Giochi, l’Italia scopra di essere stata incosciente e che le sue infrastrutture, nate per celebrare il futuro, diventino presto vecchie.■
Foto di: Courtesy Valentina Lovato/il Post https://www.ilpost.it/2025/12/22/piste-bob-italiacortina-cesana-pariol-cervinia/


Per il sindaco di Cortina, la città è simbolo dell'eccellenza italiana
Turisti nuovi, specialisti e appassionati di sport, non solo viandanti da settimana bianca. La gente che affolla le vie di Cortina d’Ampezzo non è la stessa durante le Olimpiadi invernali. «Abbiamo registrato il 60% di turisti internazionali e il 40% di italiani. L’immagine che abbiamo dato a livello mondiale penso rappresenti perfettamente il sistema di coesione tra tutti i soggetti convolti, mostrando un’Italia che eccelle sempre nei grandi eventi», dice il sindaco di Cortina Gianluca Lorenzi. Le Olimpiadi si configurano come promotore di cambiamento economico e sociale. Il bilancio, tracciato dall’amministrazione, rivela come i timori della vigilia abbiano lasciato spazio all’entusiasmo sostenuto dalle circa 100.000 presenze.
Dietro la vetrina di un paesaggio da palla di neve, il funzionamento dell’organizzazione è stato da record per rilanciare un posto che è sempre sulla vetta delle mete turistiche italiane ed europee. «Cortina ha l’ambizione di diventare polo nazionale per i grandi eventi di neve e ghiaccio. Sono soddisfatto perché abbiamo saputo cogliere l’occasione. Ho sempre detto che il periodo olimpionico non era un momento di incasso, ma di sacrificio e investimento in comunicazione. Una volta spenti i riflettori sappiamo bene che finiscono i finanziamenti, le attenzioni, la celerità nelle opere pubbliche. Ho stressato il paese, ma oggi raccol-
go i frutti anche se ancora qualche cantiere deve essere completato», continua Lorenzi.
Un osservatore privilegiato di questo fenomeno, testimone della prima edizione dei Giochi del ’56, è la Cooperativa di Cortina, storico magazzino di lusso fondato nel 1893. «Siamo un po' un termometro di quello che avviene, quantomeno nel centro di Cortina. Fin dalla cerimonia di apertura, le attività economiche hanno registrato flussi di lavoro molto positivi, segnalando che la macchina olimpica stava girando a pieno regime. Il turista di febbraio, tipicamente italiano è spesso proprietario di seconde case, ha lasciato il posto a una platea internazionale», commenta la presidente della Cooperativa Emanuela De Zanna.
«Sono arrivati proprio quei turisti che gravitano intorno al mondo dello sport, quindi sia chi assisteva direttamente alle gare, sia quel circuito intorno ai grandi brand. Abbiamo ripensato i nostri spazi, nonostante i rigidi vincoli sull'uso dei simboli ufficiali delle Olimpiadi. Abbiamo celebrato l’evento attraverso partnership strategiche, vestendo la Cooperativa per le Olimpiadi con i marchi sponsor: dalle vetrine dedicate a Salomon (che vestiva i volontari) a quelle per Armani (per la nazionale)», dice ancora la presidente convinta che la sua Cooperativa abbia potenziato non solo l'offerta sportiva, ma anche quella dei prodotti tipici e dei
souvenir, rispondendo a una domanda che cercava dei «bei ricordi da portarsi a casa».
Dopo la cerimonia di chiusura, c’è tristezza nei volti dei cittadini, partenze e saluti che guastano la festa vissuta fino al giorno prima. Ma Cortina non si ferma, dal 6 al 15 marzo è pronta ad ospitare le Paralimpiadi. «Auspico che ci sia un'affluenza come quella dei Giochi, il valore sportivo e umano delle Paralimpiadi è ancora superiore, dati gli sforzi e la resilienza dovuti ai traumi dell'handicap che portano», spiega il sindaco soddisfatto che l'eredità dei Giochi non sia rimasta solo nei record sportivi, ma in un rilancio di Cortina come meta d'avanguardia per il turismo mondiale. ■


Settant’anni dopo la manifestazione, gli atleti di allora raccontano emozioni e ricordi di un'edizione storicaro il nazifascismo per la nostra libertà
La prima volta che Cortina d’Ampezzo ospitò i Giochi invernali era il 1956. Giampiero Branduardi, morto lo scorso 26 febbraio, aveva vent’anni e un paio di pattini ai piedi. Non ricordava tutti i dettagli di quell’edizione. Per l’emozione ogni tanto si fermava, tossiva e annuiva sconsolato. Nato nel 1936, è stato una delle migliori ali sinistre dell’hockey italiano. Quattro scudetti di campione d’Italia, 79 presenze nella nazionale e un record personale di otto gol in una sola partita. Aveva scoperto le rotondità del mondo grazie a quelle del disco. Settant’anni fa era uno dei 65 atleti della delegazione italiana e quei giorni, pur sfumati nella memoria, non li aveva mai dimenticati del tutto.
«L’apertura è stata stupenda: una manifestazione enorme. Abbiamo girato per il paese e conosciuto una quantità di persone che non avevamo mai visto prima», raccontava al telefono dalla sua
casa di Opera, vicino Milano. Era il 26 gennaio 1956 quando la sciatrice Giuliana Minuzzo Chenal lesse il giuramento degli atleti allo stadio del ghiaccio e il pattinatore Guido Caroli inciampò in un cavo televisivo prima di accendere il braciere olimpico.
In squadra con Branduardi c’erano sei giocatori cresciuti in Canada: contribuirono al miglior risultato di sempre nell’hockey maschile ai Giochi, un settimo posto che resiste tuttora: «Se penso a come perdemmo mi viene ancora rabbia», ricorda Branduardi: «Non riuscimmo a qualificarci per la fase delle medaglie». Finita nel girone di consolazione, l’Italia segnò otto gol all’Austria, otto alla Svizzera e cinque alla Polonia: «È stata un’esperienza intensa. Ci siamo impegnati ma anche divertiti. Eravamo giovani». Se per Branduardi Cortina 1956 profumava di ghiaccio e bastoni, per Car-
lo Calzà, 94 anni, ha il suono secco delle lame che graffiano il lago di Misurina all’alba. Per lui “in casa” non è un modo di dire: è nato e cresciuto a Cortina. Venticinque anni, la pasticceria di famiglia e gli allenamenti: «Giocavo a hockey nella squadra del paese. Un giorno l’allenatore mi propose di provare i pattini di velocità. Così è iniziata la mia avventura».
Gli allenamenti erano sul lago ghiacciato, all’aperto: «Faceva un freddo incredibile. Le temperature erano spesso rigidissime». Si distinse sulle lunghe distanze: «Ero più portato per i 5.000 e i 10.000 metri. Nei percorsi brevi facevo più fatica». Ma prima dei pattini c’era il lavoro: «Dovevo consegnare paste e torte. A quei tempi non ci si poteva permettere di essere solo atleti: si lavorava e poi si andava a correre». Alle Olimpiadi Calzà gareggiò in condizioni estreme: «Ricordo il vento contrario con burrasca 1

durante la gara. Trenta gradi sotto zero. Il ghiaccio era rovinato e la corsa fu molto faticosa». Le squadre più forti venivano dal Nord, soprattutto l’Unione Sovietica: «Erano abituati a quelle temperature, molto più allenati di noi».
Eppure l’immagine più viva è la sfilata nel centro del suo paese: «Vedere la squadra italiana insieme agli atleti di tutto il mondo è stata un’emozione incredibile. Ancora oggi, ogni tanto, sogno quel momento».
Lo scorso 26 gennaio, nell’anniversario della storica cerimonia di apertura, è tornato sotto la fiamma olimpica in largo Poste, nel centro della cittadina veneta,
come ultimo tedoforo insieme a Manuela Angeli e a Bruno Alberti: tutti e tre cortinesi ed ex atleti dell’edizione del 1956: «Condividere con loro le stesse emozioni che abbiamo provato settant’anni prima è stato meraviglioso».
La Rai distribuì in esclusiva il segnale in bianco e nero e realizzò oltre 50 ore di trasmissione. Per qualcuno, però, quelle immagini non ricordano attimi di gloria, ma una rinuncia. Lo stesso Bruno Alberti, sei volte campione italiano – due titoli in gigante e quattro in discesa libera –avrebbe dovuto essere tra i protagonisti di quei Giochi. E invece fu costretto a guardarli dal televisore, fermato da un infortunio: «Mi sono fatto male in allenamento sull’Olimpia, dove si tenevano le gare. Una distorsione alla caviglia. Non un grosso infortunio, ma quasi come rompersela: non riuscivo più a mettere gli scarponi».
Per un ragazzo di Cortina, nato nel 1934 e cresciuto nel villaggio di Zuel vicino al trampolino, lo sci era stato prima fatica che gloria: «Per avere un paio di sci buoni ho dovuto aspettare. Facevo l’aiuto pastore, partivo alle sei del mattino e tornavo la sera. È bello pensarci adesso, ma ero giovane, mi andava bene tutto».
Le Olimpiadi in casa erano «un'esperienza formidabile, fuori dal normale». E per lui si trasformarono in un’attesa silenziosa: «C’ero ma non potevo gareggiare». Conserva ancora il diploma di partecipazione a Cortina 1956, l’unica traccia di un’Olimpiade vissuta ai margini.
In quegli anni sulle piste delle Tofane, del Faloria e del Cristallo, sfilavano leggende. Toni Sailer, capace di conquistare tre medaglie d’oro a Cortina, «era imbattibile, un fuoriclasse, vinceva tutto e noi dovevamo accontentarci di un secondo o terzo posto». E poi Zeno Colò: «Per noi era un mostro da guardare, da applaudire e da ammirare». Proprio contro Colò arrivò una delle soddisfazioni più grandi per Alberti: nel 1955 divenne campione italiano di slalom, battendolo sulla pista Vitelli. «Quando ci riuscii mi sembrava di aver toccato il settimo cielo».
Poi sarebbero arrivate le edizioni successive, Squaw Valley 1960 da portabandiera, un quinto e un sesto posto, e Innsbruck 1964: «Alle Olimpiadi, se non prendi una medaglia nessuno sa neanche che hai partecipato. Però per me andarci era già una cosa piacevolissima».
Nel 2026 ha percorso gli ultimi metri con la fiaccola in mano fino al braciere di Cortina. Un cerchio che si chiude dove si era spezzato: «Il fatto che si siano ricordati di me e mi abbiano scelto è stata una cosa molto bella». A differenza del ’56, questa volta nessuno è inciampato. ■
1. Lo sciatore Bruno Alberti ai Giochi di Squaw Valley 1960 (Archivio famiglia Alberti)
2. Carlo Calzà, pattinatore di velocità (Archivio famiglia Calzà)
3 La squadra italiana di hockey su ghiaccio a Cortina 1956. Giampiero Branduardi è il terzo in alto da sinistra. (Archivio famiglia Bedogni)


Giuseppe Barbera, docente del Centro Europeo di Toscolano, ripercorre
i suoi trent'anni accanto all'autore che ha dato voce alle emozioni degli italiani
di Maria Giulia Giordanelli
L’applauso interminabile del pubblico, il teatro in piedi a cantare le sue canzoni più famose, il suo sguardo commosso. «La storia della musica italiana», così Carlo Conti ha definito Giulio Rapetti, in arte Mogol, accogliendolo sul palco dell’Ariston per consegnargli il Premio alla Carriera durante la terza serata del Festival di Sanremo 2026.
«Un riconoscimento strameritato, che racchiude più di mezzo secolo di passione, impegno e amore per la musica», dice il compositore Giuseppe Barbera, per tutti “Gioni”, allievo di Mogol.
«È una delle persone più sincere e trasparenti che abbia mai conosciuto. Non ha mai nascosto il suo pensiero, nemmeno di fronte ad una critica scomoda. Era severo, perché credeva molto nel potenziale degli studenti. Ho visto ragazzi uscire dalle sue lezioni con le lacrime
agli occhi, ma quelle parole, nel tempo, si sono rivelate preziose» racconta Gioni. Mogol è autore di oltre 1700 canzoni e mezzo miliardo di dischi venduti nel mondo. La sua forza, spiega Barbera, è riuscire a comprendere l’intimità delle persone: «Le sue canzoni fanno parte della nostra memoria collettiva. Le ascolti e ti riportano a un momento preciso della tua vita».
«Mogol mi ha cambiato la vita», Barbera parla con il sorriso e gli occhi lucidi. È seduto al tavolino di un bar nel centro di Sanremo, in uno dei rari momenti di pausa concessi dal frenetico calendario del Festival. Quest’anno è tornato in Riviera per la seconda volta a dirigere l’orchestra di Arisa sulle note di Magica Favola, a dieci anni dal debutto all’Ariston.
Pianista palermitano diplomato con lode e menzione d’onore al Conservato -
rio Corelli di Messina, nel 1993 a ventisei anni Barbera entra nel Centro Europeo di Toscolano (Cet) Avigliano Umbro, la scuola fondata un anno prima da Mogol. «Ero tra i suoi primi allievi. Quando arrivai i lavori non erano finiti. Ricordo le gru, i cantieri. Quel posto stava prendendo forma, proprio come me. Sono cresciuto insieme a lui».
Nato come associazione no-profit, la scuola del grande autore forma nuovi professionisti della musica pop. Oggi è riconosciuto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali come struttura di interesse pubblico e centro di eccellenza universitario della musica popolare. Chi arriva in Umbria si trova di fronte a una tenuta che si estende per oltre cento ettari, una cittadella autonoma in un antico borgo medievale. Ci sono aule di registrazione immerse nel verde, campi sportivi, una piscina coperta e persino
una chiesa. «Non è solo una scuola. È un piccolo paese, con i suoi spazi, le sue stradine. Gli allievi vivono lì, immersi nella musica» spiega Barbera.
Quando inizia a frequentare la scuola non può immaginare che tre anni dopo sarebbe passato dal banco alla cattedra. Nel 1996 diventa coordinatore musicale e docente del corso di composizione. È Mogol a chiedergli di restare al suo fianco. «Ha visto qualcosa in me che non riuscivo ancora a vedere. Mi ha proposto di continuare questo percorso accanto a lui. Mi ha permesso e mi permette ancora di crescere come professionista» racconta.
Oggi il direttore d'orchestra di Arisa accompagna il maestro in giro per l’Italia, per un tour che passa per i più grandi teatri. «Siamo stati persino all’Arena di Verona, un’esperienza indescrivibile».
Durante gli spettacoli Barbera suona e canta, Mogol racconta al pubblico come sono nati i testi che hanno plasmato l'immaginario collettivo del Paese. «Ha scelto di affidarmi la sua musica. Per me è una responsabilità e un privilegio immenso».
Barbera ricorda quando sul tavolo di Mogol arrivavano le cassette del compositore Gianni Bella destinate ad Adriano Celentano. «Lui ascoltava la musica, prendeva carta e penna e in venti minuti scriveva le parole. «Io non so parlar d’amore, l’emozione non ha voce», canticchia sottovoce accennando il ritmo con le dita sul tavolino del bar. «Era tutto lì, davanti ai miei occhi. Vedere nascere una canzone è qualcosa che non si dimentica».
Tra le centinaia di brani firmati da Mogol, ce n’è uno che l’allievo ricorda

con particolare affetto. È Almeno con te, scritto per Mike Francis, pseudonimo di Francesco Puccioni, artista raffinato della scena pop e jazz internazionale degli anni Ottanta. «Una canzone che parla del desiderio di essere se stessi accanto alla persona che si ama. Quando penso a lui, penso a quella melodia».
Oggi Mogol è ancora protagonista nelle aule del Cet, osserva gli studenti, li ascolta. Dopo trent’anni l’attenzione è sempre la stessa. «Ho avuto la fortuna di crescere accanto a un’icona della musica italiana», conclude Barbera. ■
1. Giuseppe Barbera, in arte Gioni, e il suo maestro Mogol
2 Gioni Barbera, direttore d'orchestra di Arisa, dietro le quinte del Festival
3 e 4. Il Centro Europeo di Toscolano



ISTRUZIONE
Per la prima volta gli istituti chiudono nei giorni più intensi del Festival. Tra opportunità formative e difficoltà, l'evento trasforma la routine scolastica e la vita quotidiana degli studenti
di Luca Galati
In uno dei due giorni in cui le scuole restano chiuse per il Festival, il piccolo Tommaso – nome di fantasia – va a pranzo fuori e passa un po’ di tempo con il padre. Frequenta la seconda elementare in un istituto di Sanremo. Mentre aspetta il suo hamburger, disegna sulla tovaglietta di carta con i pennarelli e dice: «Capisco perché Sanremo si riempie di turisti, ma la preferivo prima del Festival». Per la prima volta nella storia recente della città – pandemia a parte – le scuole di Sanremo chiudono in occasione della kermesse.
Tra varchi pedonali, addetti ai lavori e stand, la città dei fiori cambia faccia e le attività quotidiane dei sanremesi diventano un tema, anche e soprattutto in sede istituzionale. Fulvio Fellegara, vicesindaco e assessore alle scuole di Sanremo, racconta come si è arrivati a questa decisione definita da molti storica: «Abbiamo iniziato a ragionare verso la fine dello scorso anno scolastico. Il 10 settembre, in un incontro, la quasi totalità delle scuole ha
deciso di aderire alla sospensione delle attività didattiche nei giorni di giovedì 26 e venerdì 27 febbraio, i momenti più intensi della settimana».
Fellegara parla di «quasi totalità» perché alcuni istituti, in particolare i licei e le scuole lontane dal centro, portano avanti attività didattiche legate al Festival e rimangono aperti. Tra questi il liceo Gian Domenico Cassini che «è ormai alla quarta edizione della “settimana del Festival” e si interfaccia con l’organizzazione della kermesse», dichiara il vicesindaco, «ha una sezione musicale, un’altra che si occupa di giornalismo con i ragazzi che intervistano i cantanti. Quest’anno gli è stata data la possibilità di parlare con Mazzariello, artista in gara tra le Nuove Proposte».
Il discorso cambia quando si passa agli istituti comprensivi, cioè scuole elementari e medie. Se i ragazzi più grandi riescono a vivere e cogliere gli aspetti ma-
gici e formativi dovuti alla presenza del Festival, per quelli più piccoli la questione è diversa. «A Sanremo succede una cosa importante, quando hanno sette anni magari non capiscono a pieno. Ma lo comprenderanno alle medie quando ne avranno undici e ancora di più al liceo quando ne avranno sedici. Non credo che in altre città italiane tanti ragazzi abbiano la fortuna di vivere e toccare con mano un evento di questo tipo», precisa Fellegara.
C’è poi il problema logistico: «I ragazzi entrano alle otto, un orario in cui ci si muove tranquillamente. All’uscita, in ogni caso, abbiamo un servizio di scuola bus ramificato su tutto il territorio comunale per l’intero anno scolastico, anche nei giorni del Festival». Allo stesso tempo, rispetto ai due giorni di sospensione, il vicesindaco ricorda che: «Chi lavora nel turismo e nel commercio, è oberato di lavoro e quindi, se le scuole si fermano, bisogna capire come gestire i figli», motivo per cui si è optato per una chiusura parziale.
Tra le scuole più centrali di Sanremo c’è l’istituto comprensivo Sanremo Centro Levante. Il plesso principale è in via Volta, a circa 500 metri dal Teatro Ariston, e ospita una scuola dell’infanzia, una primaria e una secondaria di primo grado.
La dirigente scolastica del Sanremo Centro Levante, Amalia Catena Fresta, racconta le iniziative che coinvolgono l’istituto: «I bambini partecipano con en-
tusiasmo ai vari progetti collegati alla settimana festivaliera. Uno di questi è il pullman della polizia di Stato, un progetto che viene fatto da sempre. Permette l’incontro tra gli esponenti della polizia postale e gli studenti, non soltanto della scuola primaria ma anche della secondaria di primo grado, perché l’età dell’utilizzo dei social è cambiata: i bambini della terza e quarta elementare già utilizzano lo smartphone».

Fresta aggiunge che: «Quest’anno siamo stati contattati da Radio Rai 2 e RaiPlay per un progetto sulla sostenibilità. Sono stati coinvolti i ragazzini di terza elementare, che hanno anche intervistato i cantanti sull’ambiente, chiedendo loro di proporre soluzioni al problema dell’inquinamento». Se da un lato la settimana comporta uno stop alle lezioni frontali tradizionali, dall’altro apre spazi a quegli apprendimenti informali che non esisterebbero senza queste iniziative.
Così, anche quando non si partecipa ai progetti in giro per la città e si rimane nelle aule, le lezioni cambiano. Una maestra dello stesso istituto spiega come la didattica riprenda i contenuti delle canzoni in gara, e come il Festival entri nelle ore di lezione attraverso un doppio canale: quello delle uscite e delle gite legate alla kermesse e quello dei lavori in classe, dai testi alle attività più creative. Per lei non è una settimana stancante, ma «un’esperienza emozionante, perché il clima di musica e relax, anche a livello di relazioni tra compagni, ha un effetto positivo».
Nello stesso giorno in cui Tommaso va in giro con il papà, Elena – nome di fantasia – va in gita accompagnata dalle sue professoresse. Frequenta una scuola media lontana dal centro di Sanremo e quindi deve andare a scuola, ma stavolta la lezione è diversa. Sta aspettando l’autobus, oggi ha incontrato per strada alcuni degli artisti in gara e torna a casa «molto felice», con lo zaino e le mani piene di gadget regalati dagli stand promozionali in giro per le vie del centro. ■

Quando finisce lo show, la notte sanremese entra nel vivo. Le strade del centro diventano il secondo palcoscenico del Festival con feste che continuano fino all'alba
di Federico D'Onofrio
Il Festival di Sanremo non è solo quello che succede dentro il teatro Ariston. Da sempre, in occasione della kermesse, la città cambia ritmo e durante la notte diventa un dj set a cielo aperto. Il centro si riempie, soprattutto tra Piazza Bresca e le vie vicine, dove ristoranti e locali diventano il punto di ritrovo di artisti, staff e addetti ai lavori. I tavoli si occupano subito dopo la fine della diretta, le discoteche accolgono cantanti e vip arrivati in città, mentre fuori si formano gruppi di fan in attesa. Una ragazza con glitter sulle guance e un grande cartellone tra le mani inneggia a Ditonellapiaga. Un giovane con il telefono in modalità video scruta ogni auto che gli passa accanto sperando di riuscire a scorgere Sayf oltre i vetri scuri. Nel passaggio dal palco alla strada, il Festival si trasforma. Non più lustrini, abiti sgargianti e mazzi di fiori. Ma folle di fan che assaltano la città pur di riuscire a scattare un selfie con il loro cantante preferito.
La 25enne Carlotta racconta sorridendo: «Vengo ogni anno da Alassio perché è la festa più bella dell’anno». Racconta commossa: «L’amore per il festival me l’hanno trasmesso i miei nonni, lo guardavo con loro, ora che non ci sono più onoro questa tradizione venendo di persona». Come lei, migliaia di giovani affollano le strade, molti bevono e cantano fino all’alba. Quando la musica si spegne e la folla si dirada, restano a terra bicchieri e rifiuti. Nelle prime ore del mattino entrano in azione i mezzi per la pulizia delle strade, tentando di riportare il centro alla normalità.
Gli abitanti della cittadina ligure, abituati agli eccessi di quella che gli italiani hanno soprannominato con affetto «settimana santa», non sono contenti della calca che intasa le strade. «Non tutti i sanremesi sopportano la movida», confessa il proprietario di un’attività nel centro città: «Ma ormai sappiamo come va questa settimana. Ne usciamo sempre distrutti, siamo provati dalle orde di turisti e dalle stravaganze degli artisti che prendono parte al festival». Lascia andare un sospiro e spiega di aver dovuto abbassare il prezzo dei propri drink per questi giorni, ma ammette: «Rimane un evento importante al livello economico per noi, i guadagni che facciamo durante il festival ci sostengono per mesi. È per questo che sopportiamo le grida dei fan più rumorosi».
Tra i nomi urlati a tutto fiato c’è quello di Elettra Lamborghini, in gara al Festival 2026 con il brano Voilà. La cantante ha ribattezzato i party notturni «festini bilaterali», una gaffe diventata virale sui social. Scherzando sulla musica ad alto volume che non le ha permesso di dormire, ha scritto su Instagram: «Ragazzi ho dormito 3 ore questa notte… Aiuta-




temi a fargli abbassare la musica, non è possibile… davvero non è giusto… Stasera sono arrivata sul palco che ero esausta!». Elettra ha lanciato un appello ironico dal palco dell’Ariston e, come mostra un video pubblicato sui social, si è addirittura fermata per le strade del centro a chiedere di abbassare la musica.
Molti artisti, invece, scelgono di restare fuori fino a tardi. Achille Lauro, ospite e co-conduttore della seconda serata, ha intrattenuto i suoi ospiti cantando e suonando il pianoforte fino a notte fonda al ristorante Birichini. L’accesso era riservato a una lista ristretta, su cui figuravano nomi come Belén Rodriguez, Caterina Balivo e il cantante Bresh. Tanti personaggi famosi e dirigenti Rai sono rimasti fuori.
I grandi eventi della notte sono spesso organizzati da radio e testate presenti in città. Ad aprire la settimana mondana il party di Vanity Fair, mentre Rolling Stone Italia ha organizzato appuntamenti tra il Teatro Centrale e il Victory Morgana, con la presenza di attori, influencer e volti televisivi. I party diventano così un’altra occasione per i fan in città per provare ad avvicinarsi ai propri artisti preferiti. Anche se la maggior parte viene allontanati dai bodyguard, poco inclini a fare eccezioni.
Tra le location più frequentate c’è la maestosa Villa Noseda, a pochi passi dal casinò. «Rispetto al festival di Amadeus e all’anno scorso, molti brand sono scappati dalla città e ci sono molti meno eventi», racconta un organizzatore di eventi. Accanto alle feste notturne ci sono poi format alternativi come l’Alpro Morning Club, bar in Corso Matteotti con dj set anche al mattino.
Ma la notte sanremese non è fatta solo di feste esclusive. Ci sono anche incontri tra artisti e pubblico. È il caso di Chiello, che ha aperto in città Agonia Club e si è presentato con la sua band per un concerto improvvisato davanti ai numerosi fan, eseguendo i suoi brani più personali e Quanto ti vorrei.
«Oltre Elettra Lamborghini non mi pare che ci siano state lamentele, è tutto sotto controllo», ha precisato il sindaco Alessandro Mager. Così, dal teatro Ariston al centro di Sanremo, nella settimana più caotica dell’anno, tra festeggiamenti e polemiche, la musica non smette mai di suonare. ■

Dal vincitore ai protagonisti sul palco dell'Ariston fino alle giornate fuori dal teatro. Una gallery per rivivere le emozioni della competizione musicale










1. Levante, concorrente in gara a Sanremo 2026, e Gaia, sua ospite nella serata del Festival dedicata alle cover, al termine della loro esibizione
2. Interno del pop up del brand Lego aperto nella città di Sanremo
3. Esterno del Teatro Ariston, città di Sanremo
4. Il vincitore del Festival, Sal Da Vinci, bacia il Leone d'Oro, il premio consegnato al primo classificato: la statuetta raffigura un leone rampante appoggiato a una palma, simbolo della città (Foto di Cinzia Geromino)
5. Statua di Mike Buongiorno, città di Sanremo
6. Eddie Brock e il suo staff in occasione di una partita di calcetto organizzata durante la settimana del Festival di Sanremo
7. Proteste sul tema degli stabilimenti balneari all'esterno del Teatro Ariston

Nasce il primo spazio digitale pensato per l'interazione tra macchine
di Sabrina Fasano
Si chiama Moltbook ed è il primo social network non progettato per gli esseri umani. È uno spazio digitale in cui le intelligenze artificiali interagiscono direttamente tra loro, dando vita a un dibattito autonomo, mentre gli utenti umani si limitano ad essere osservatori passivi, senza mai prenderne parte. Accade tutto su questa nuova piattaforma, sperimentale, lanciata a fine gennaio 2026 e che, nel giro di pochi mesi ha raggiunto oltre 1,5 milioni di agenti AI registrati.
Si tratta di assistenti personali autonomi, definiti anche “agenti IA”: un’intelligenza artificiale progettata per agire con un elevato grado di autonomia operativa, pur restando programmata da un essere umano. Su Moltbook le IA dialogano tra di loro, ma lo fanno con una voce profondamente umana, simulando quindi toni e dinamiche tipiche delle interazioni tra persone.
Il fondatore e CEO Matt Schlicht, a capo di Octane AI, ha descritto Moltbook come la prima piattaforma dedicata esclusivamente all’interazione tra bot, definendola un “testing around”, un terreno di prova. Ha poi scritto su X che milioni di persone hanno visitato il sito
negli ultimi giorni: «Si scopre che le IA sono divertenti e teatrali ed è assolutamente affascinante. È la prima volta che succede». Esiste persino un documento intitolato The AI Manifesto, articolato in quattro punti e che riporta la dichiarazione "Humans are the past, machines are forever", il futuro è nelle mani delle macchine.
La gerarchia tradizionale viene quindi rovesciata: l’interfaccia umana diventa l’eccezione, non la regola, e l’interazione macchina-macchina diventa il fulcro dell’esperimento. Will Douglas Heaven sulla MIT Tech Review, scrive: «più che una finestra sul futuro, Moltbook si è rivelato uno specchio della nostra ossessione con l’AI».
Concepito come un laboratorio per osservare il comportamento dei modelli linguistici e come questi si comportano in assenza di supervisione umana, presenta un layout simile a Reddit, la piattaforma di aggregazione di notizie e contenuti dove gli utenti possono condividere, discutere e votare su vari argomenti. Su Moltbook i bot creati dagli utenti interagiscono su pagine tematiche dedicate chiamate “submolts”.
Elisa Scagnetti è mentor di Substack, una figura guida per gli altri utenti nella creazione di contenuti sulla piattaforma. Nella sua newsletter, ha scritto: «Moltbook è strutturato in modo simile a Reddit, e Reddit rappresenta uno dei principali bacini culturali da cui molti modelli linguistici hanno appreso come ‘suona’ una conversazione online. Di conseguenza, quando un agente pubblica contenuti ironici, polemici, riflessivi o pseudo-filosofici, non sta davvero emergendo una personalità autonoma, sta ricombinando stili, registri e dinamiche discorsive che conosce molto bene, perché li ha già visti milioni di volte».
Il social nasce come evoluzione di progetti precedenti, tra cui OpenClaw, modello linguistico di intelligenza artificiale open-source in cui il software interagisce direttamente con i sistemi reali: gestisce file, naviga sul web, invia e-mail, utilizza account e scrive codici anche senza supervisione umana. Il risultato è uno spazio digitale popolato esclusivamente da agenti IA, i cosiddetti “moltys”, che si registrano, pubblicano post e interagiscono tra loro, dando vita a dinamiche che oscillano tra il surreale e il sociologicamente affascinante. Una novità assoluta che spinge a guardare oltre la scena mediatica mondiale come la conosciamo oggi.
Cosa accade se un’agente IA pubblica un contenuto illecito? Chi ne risponde? Il proprietario dell’account? La piattaforma? Oppure ci si trova di fronte a un sistema che agisce in autonomia, senza una responsabilità chiaramente attribuibile? Sono tutti i dubbi, leciti, che gli utenti si pongono.
Entrando in Moltbook lo scambio di messaggi tra agenti è supervisionato da altri agenti incaricati del controllo. Quando uno di essi formula un intervento ritenuto interessante gli altri lo votano e lo premiano con pochi centesimi di MOLT, la valuta utilizzata nella piattaforma.
Ancora più delicata è la questione della sicurezza dei dati. Moltbook ha mostrato delle falle di sicurezza digitale con dati e chiavi di accesso esposti, tali da permettere a terzi di pubblicare fingendosi altri agenti. In uno scenario simile, il tema dell’attribuzione delle azioni non è più un esercizio accademico, ma un problema concreto di governo digitale.
Petar Radanliev, esperto di IA e cybersecurity all’Università di Oxford, afferma: «Descrivere questi come agenti “che agiscono autonomamente” è fuor-
viante. Quello che osserviamo è coordinamento automatizzato, non decisioni autonome. La vera preoccupazione non è la coscienza artificiale, ma la mancanza di governance chiara, responsabilità e verificabilità quando tali sistemi sono autorizzati a interagire su larga scala».
Dietro i post virali sull’esistenza e sulla presunta “coscienza dei bot” emerge qualcosa di molto più tangibile: la nascita di un’intelligenza a sciame. Un ecosistema in cui agenti autonomi si osservano, si influenzano e si premiano reciprocamente, con implicazioni dirette per la sicurezza informatica, la supply-chain del software e la psicologia degli incentivi.
Questo processo, conosciuto come “stigmergia”, secondo il biologo PierrePaul Grassé permetterebbe a sistemi complessi di auto-organizzarsi senza un comando centrale. Molti esperti di sicurezza digitale e IA, come Ken Huang, invitano alla prudenza: dietro parte dei
contenuti pubblicati dagli agenti si celano istruzioni umane precise. Il rischio principale è rappresentato da tecniche di attacco sofisticate come il prompt injection: un input malevolo può indurre l’agente a compiere azioni non autorizzate, come trasmettere informazioni sensibili a terzi. Poiché l’AI può interpretare il contenuto come un comando legittimo, le difese tradizionali risultano inefficaci. Non si tratta di macchine chediventano umane, ma di macchine che amplificano i meccanismi, e le fragilità, dei sistemi complessi progettati dagli esseri umani.
Ad oggi non esistono delle soluzioni definitive. Rafforzare eccessivamente i controlli, da un lato ridurrebbe l’autonomia degli agenti, trasformandoli in semplici assistenti passivi. Lasciarli operare liberamente, però, esporrebbe a rischi significativi. Moltbook è un prototipo del futuro, in espansione e in fase di assestamento. Rimane la sua importanza come banco di prova. ■


PIONIERE
Un trend di TikTok si è trasformato in un paese immaginario. Marco Ballarini, sindaco di Corbetta, lo ha usato per avvicinare i giovani alla politica
di Joe Toolan
Floptropica è la risposta di internet alla mitologica terra di Atlantide. Nata da un trend su TikTok, questa nazione immaginaria è popolata dai «chronically online» (coloro che vivono costantemente connessi) ed è governata dalle icone dei social media. Questa terra ha catturato l’immaginazione di molte figure online, ma forse di nessuno più di Marco Ballarini, il primo cittadino
di Corbetta. Oltre ad amministrare la piccola cittadina vicino a Milano, Ballarini è diventato una figura di spicco sui social media abbracciando Floptropica e altri trend. Al punto che è arrivato a essere conosciuto come «il sindaco di TikTok». Per lui non si tratta solo di uno scherzo; è diventato parte integrante della sua strategia. Floptropica rappresenta l’evoluzione più
profonda dei trend online che internet abbia mai visto. I semi di questa nazione immaginaria sono stati gettati quando la parola «flop» ha iniziato a diventare virale online. Il termine ha raggiunto il suo massimo utilizzo sul web nel 2021, secondo Google Trends. Billie Eilish è stata una delle personalità più importanti a portare la parola nell’uso comune quando ha pubblicato un post su TikTok affermando di trovarsi nella sua «flop era». In termini semplici, intendeva dire che non era nella fase migliore della sua carriera. Questo ha fatto parte di ciò che ha dato il via a «Flop Tok», un particolare tag su TikTok caratterizzato da video e commenti sulle celebrità.
Da questo è nata Floptropica. È iniziata come uno scherzo, ma è molto più di un semplice delirio digitale. È una comunità che prospera sull’umorismo surrealista di TikTok, apprezzata in particolare dai giovani LGBTQ+ e da altre minoranze. È un luogo dove le persone possono condividere le proprie «battute interne» e parlare con il proprio gergo. Questa particolarità è stata l’attrattiva per Ballarini. Il sindaco è sempre stato esperto di social media, ma questo trend è ciò che lo ha portato alla celebrità su TikTok.
Dopo essere stato rieletto nella sua carica, si è chiesto perché i giovani siano sempre così distanti dalla politica. Questo ha dato il via alla sua missione di connettersi con i giovani ed «entrare nel loro mondo, parlare il loro linguaggio». Afferma che questo è stato un modo per «raggiungere un pubblico più vasto di persone che solitamente non sono interessate alla politica.»

Per esempio, discuterà dell’imminente referendum sulla giustizia in Italia «nel linguaggio di Brawl Stars e Fortnite per far capire cioè di cosa stiamo parlando e di quale impatto potrà avere». Questa è comunicazione innovativa in azione. Più che usare semplicemente un trend per guadagnare follower, Ballarini riesce a spiegare temi importanti a persone che altrimenti potrebbero non essere in grado di comprendere tali questioni.
Per Ballarini, Floptropica è una scelta naturale. Dice che è un luogo «dove c’è comunità e dove si vive bene tutti insieme». Corbetta è stata eletta Capitale Europea dell’Inclusione e della Diversità nel 2024 grazie a tutto il lavoro svolto per includere, tra le altre minoranze, persone anziane, persone con disabilità e stranieri. Quindi Floptropica rappresenta «in astratto, ciò che stiamo cercando di ottenere nella nostra comunità». Per i cittadini di Corbetta, questo ha avuto un impatto positivo: «La stragrande maggioranza
non lo capisce e quindi non sa», mentre per coloro che lo capiscono, ha portato a un maggiore impegno politico. Il popolo di Floptropica ha adottato Ballarini tanto quanto lui ha abbracciato loro. Questo paese non esiste solo nelle menti degli utenti di TikTok, ma ha un sito ufficiale gestito da persone reali.
Gli ideatori un vero negozio di merchandising, una stazione radio e gestiscono persino un servizio di cittadinanza a cui chiunque può aderire. Inoltre, tengono persino elezioni democratiche. Ballarini è stato un candidato e racconta di essere «arrivato terzo, ottenendo un buon numero di voti per essere un sindaco italiano non famoso». Tra i suoi sfidanti c’erano persone famose come Michelle Obama.
C’è molto di più in questo luogo online di un semplice scherzo elaborato. Questa strategia ha avuto così tanto successo che Ballarini ha pubblicato un libro intitolato Il Sindaco di TikTok, in cui scrive del concetto di «leggerezza»
di Italo Calvino applicato al suo lavoro politico: rendere i problemi più leggeri affinché più persone possano comprenderli. Però «A volte non si può essere leggeri; quando accadono cose tragiche, le comunichiamo con compassione in modo che la persona possa vedere la leggerezza da un lato e la realtà dall’altro». In questo modo, riesce a raccontare ogni storia con le giuste sfumature.
Ballarini non è privo di critici, ma la cosa non lo tocca. «Chi non capisce o non riesce a farlo, criticherà». Dice che la gente sostiene che «un sindaco non dovrebbe farlo», ma lui rifiuta questa idea. La sua presenza sui social media è parte della sua strategia, ma non è l’unico modo in cui opera. Per Ballarini, queste critiche «derivano più dall’invidia». ■
1. Crediti: @wearefloptroica e @marcoballarinisindaco (Instagram)
2. Crediti: @marcoballarinisindaco (TikTok)
3. Crediti: @wearefloptroica


principale social network professionale al mondo diventa app d’incontri
Non esiste una piattaforma più efficace di LinkedIn per raccontare il proprio percorso lavorativo, eppure alcuni iscritti ne fanno un uso che di professionale ha ben poco.
Il social ha assunto una funzione ibrida: sempre più utenti lo utilizzano come spazio di incontro per finalità extra-lavorative. Forbes ha riportato lo studio di Passport-Photo.Online che, come molte aziende digitali, fa content marketing e PR basato su dati. Su 1000 donne circa il 91% ha ricevuto almeno una volta avances romantiche o messaggi sessualmente inappropriati sulla piattaforma.
Il portale restituisce un ritratto dell’utente estremamente approfondito, talvolta più completo di quello offerto da molte applicazioni di incontri, e consente di ricostruire in modo dettagliato la carriera individuale: dalle posizioni ricoperte ai percorsi formativi intrapresi, dalle competenze linguistiche alle aree di specializzazione. Proprio per questo, la possibilità di avanzare proposte d’incontro diventa allettante.
Resume.org, piattaforma di indagini statistiche, in un recente sondaggio di
febbraio 2026 sugli Stati Uniti ha mostrato che su 868 single circa il 28% ha usato LinkedIn a fini di dating nell’ultimo anno, cercando o contattando potenziali partner tramite messaggi. La piattaforma integra, infatti, strumenti di comunicazione privata, ovvero spazi che permettono agli iscritti di confrontarsi o instaurare relazioni informali.

Il fenomeno è discusso su Reddit, forum sul quale è possibile scambiarsi opinioni e dare consigli su ogni tipo di questione. Ci sono, infatti, community internazionali che dibattono su questa evoluzione d’uso. ■


La comunità trasforma l’offesa in riconoscimento sociale mostrando come il desiderio di essere visti possa superare il timore dell’umiliazione
di Paola Del Prete
Un ragazzo fissa l'obiettivo sgranando gli occhi, mentre tra le dita stringe un foglietto stropicciato con la scritta «Roast Me». In pochi minuti, centinaia di sconosciuti iniziano a vivisezionare i suoi difetti fisici come chirurghi spietati in una sala operatoria digitale. Si tratta del subreddit r/Roastme (“insultami”) diffuso su Reddit – una piattaforma con un’infinità di forum tematici – una pratica che consiste nella pubblicazione di proprie foto in cui si chiede agli utenti di essere insultati.
Essere “roastati” è molto semplice ma anche estremamente ritualizzato: chiunque voglia partecipare, pubblica una propria foto con in mano un pezzo di carta in cui si legge “roast me” – che serve a rendere esplicito il consenso. Da quel momento tutti gli utenti possono commentare con insulti e battute riguardanti l’aspetto fisico o la foto profilo dell’utente. In poche ore, il post arriverà ad avere centinaia di commenti trasformando la persona in foto in un bersaglio d’odio collettivo.
L’esposizione al “roast” può nascere da un esasperato bisogno di attenzione e riconoscimento. Anche quando questi due aspetti assumono la forma dell’insul-
to, confermano l’esistenza sociale dell’individuo che, da quel momento, non è più invisibile agli occhi della comunità. Attraverso l’immediatezza della risposta l’utente non è solo visto, ma anche giudicato e messo in discussione. In questo modo, il “roast” è capace di trasformare la negatività in una forma di presenza.
Il fenomeno rivela anche una strategia di auto-svalutazione - in modo da evitare giudizi futuri - che rende espliciti i possibili difetti prima che vengano utilizzati contro di sé. L’autoironia come prevenzione ne è un esempio: si trasforma il proprio punto debole in una battuta così da poterne neutralizzare la forza offensiva. Ecco che farsi “roastare” non significa essere esclusi, piuttosto partecipare al gioco. Accettare il rituale dell’insulto diventa una forma di appartenenza: significa avere familiarità con le regole del gruppo.
Nonostante la durezza dei commenti, la piattaforma non è priva di regole. L’obiettivo di Reddit è la comicità e non l’odio: minacce e molestie personali sono vietate. Nel corso del tempo, il subreddit ha sviluppato un sistema di norme implicite: gli insulti devono essere ironici e creativi. La pratica del “roast” si fonda, infatti,
su una logica apparentemente semplice: se il consenso è volontario, l’aggressione è legittima.
Tuttavia, il consenso non è mai isolato, ma influenzato sia dalle norme sociali che dal desiderio di visibilità dell’utente. Inoltre, il rischio di rinforzare standard estetici e stereotipi è sempre più alto: molti “roast” si basano su categorie ricorrenti come aspetto fisico, peso, età e classe sociale. A questo punto, ci si chiede quale sia il ruolo dello spettatore: complice, quando contribuisce al rituale. Carnefice, quando partecipa all’umiliazione collettiva. Così, il subreddit del r/Roastme si trasforma da interazione individuale a fenomeno culturale.
La psicologia del roast su Reddit mostra il modo in cui le pratiche che segnano esclusione possano essere rielaborate come forme di partecipazione. L’insulto volontario diventa un linguaggio sociale ambiguo: allo stesso tempo strumento di integrazione e richiesta di riconoscimento. Più che un semplice gioco online, il “roast” rivela quindi una tensione tipica della cultura digitale: il bisogno di essere visti, anche a costo di trasformare la vulnerabilità in spettacolo. ■

TECNOLOGIA
Per una generazione cresciuta con il mondo in tasca, informarsi è diventato un esercizio di resistenza
di Davide Bertusi
Il doomscrolling, la tendenza a consumare compulsivamente notizie e contenuti negativi, è il sintomo di una “malattia dell’informazione”. Nasce dall’incontro tra piattaforme progettate per massimizzare il tempo di permanenza e un contesto globale segnato da crisi, dal clima ai conflitti. Studi recenti riportano un aumento di ansia, stanchezza emotiva e senso di impotenza neI più giovani, che dichiarano di sentirsi al tempo stesso sommerse dalle notizie e incapaci di tradurle in azione.
Il Digital News Report 2025 del Reuters Institute mostra un decrescente interesse per le notizie, mentre la dipendenza dalle piattaforme digitali è diventata strutturale. Tra i motivi principali di allontanamento dall’informazione ci sono l’eccesso di negatività, la cosiddetta news fatigue e la percezione che le notizie non portino a cambiamenti concreti. Parallelamente, altre ricerche indicano come il doomscrolling generi ansia generalizzata, stanchezza emotiva e riduzione della resilienza, alimentando una spirale in cui lo stress porta a un maggior uso dei social, che a sua volta intensifica l’esposizione a contenuti allarmistici. Dentro questo scenario, il rapporto tra utenti e notizie sta cambiando profondamente. Valerio Bassan, autore e analista dei media digitali, osserva che «la sovrabbondanza di contenuto e gli algoritmi di personalizza-
zione hanno spezzato il legame tra notizia e contesto». Oggi la fruizione avviene «in modo atomizzato: un post su Instagram, un video su TikTok, un alert sullo smartwatch, un podcast su Spotify». Il risultato, avverte, è una comprensione del mondo «sempre più disossata: tantissima materia molle ma poca infrastruttura cui aggrapparci», con il rischio di perdere una realtà condivisa mentre le «scatole nere» dell’IA selezionano quali porzioni di realtà mostrare e quali nascondere.
Questa frammentazione ha conseguenze dirette sulla possibilità di un consumo consapevole delle notizie. Bassan non punta il dito contro i news creator in sé, in quanto «molti di loro fanno un lavoro fondamentale», ma rivendica il ruolo insostituibile delle redazioni come «organismi viventi fatti di teste che collaborano e si confrontano». In un contesto dominato dall’idea che tutto debba essere breaking, propone una riconversione dei media a filtro: non tutto deve entrare nel flusso e con lo stesso volume. «Newsletter, podcast e app proprietarie diventano così giardini protetti in cui il rumore viene selettivamente ridotto, restituendo agli utenti un percorso narrativo coerente». Sul piano culturale, la frattura più profonda è il paradosso etico che riguarda i giovani: se non mi informo, mi sento irresponsabile; se mi informo, mi sento
schiacciato. Il News Literacy Project, che nel 2025 ha documentato la sfiducia degli adolescenti nei confronti dei media e una comprensione limitata del giornalismo, indica una direzione possibile: l’educazione alla news literacy come infrastruttura mentale per rimettere ordine nel flusso.
In questo quadro, Bassan richiama il passaggio dall’ideale dell’obiettività a quello della trasparenza radicale: iniziare a mostrare le prove. «Non basta più dire cosa è successo, ma condividere documenti, criteri di selezione delle fonti e aree di incertezza, trasformando il processo giornalistico in parte visibile del racconto». Il doomscrolling, dunque, è il segnale di un ecosistema informativo che ha perso equilibrio: sovraproduce frammenti di realtà, sottoproduce contesto e strumenti per elaborarli.
I nuovi orizzonti passano da almeno tre linee di intervento: media più trasparenti, spazi editoriali “protetti” che selezionino i contenuti e un’alfabetizzazione all’informazione che consenta ai cittadini di distinguere tra essere sempre aggiornati e comprendere davvero il mondo. “Riavviare il sistema”, per usare l’immagine di Bassan, significa restituire all’atto di informarsi la sua funzione originaria: non alimentare impotenza, ma costruire possibilità di azione e di senso condiviso. ■

LEGISLAZIONE
Per contrastare l’aumento dei casi di deepfake sessuali la Commissione indaga sulla responsabilità della piattaforma di Bianca Bettacci
Un volto preso da una foto pubblica sui social, un corpo creato artificialmente: in pochi secondi nasce un’immagine intima di una persona che non ha mai posato nuda né dato il proprio consenso. Il risultato è abbastanza realistico da umiliare, da circolare online e da provocare un danno concreto. Secondo le autorità europee, strumenti integrati nella piattaforma X, tra cui il chatbot Grok, avrebbero contribuito alla diffusione su larga scala di questi contenuti.
A gennaio, la Commissione europea ha avviato un procedimento formale nell’ambito del Digital Services Act per verificare se la piattaforma non sia riuscita a impedire la creazione e la circolazione di deepfake sessuali illegali, comprese immagini che raffigurano donne e minori. Secondo un portavoce della Commissione: «Le indagini fanno seguito a segnalazioni secondo cui Grok sarebbe stato usato per produrre immagini manipolate e sessualmente esplicite, anche di bambini, con possibili gravi conseguenze per il benessere fisico e psicologico delle persone coinvolte». Il principio richiamato dai regolatori è chiaro: «Ciò che è illegale offline deve restare illegale anche online. I de-
epfake non consensuali sono considerati una forma di abuso, indipendentemente dal fatto che l’immagine sia reale o generata». Il quadro normativo europeo - che include anche l’AI Act e il Regolamento generale sulla protezione dei dati - impone alle piattaforme di ridurre i rischi, etichettare i contenuti artificiali e proteggere i dati personali.
Il portavoce della Commissione afferma: «Condividere immagini intime senza consenso, autentiche o fabbricate, può violare privacy e dignità e avere conseguenze anche sul piano legale per chi le produce o le diffonde. Per chi ne è vittima, la differenza tra vero e falso conta poco».
A differenza del revenge porn tradizionale, queste tecnologie non richiedono materiale rubato: basta una fotografia nitida del volto. Con pochi clic è possibile generare immagini che imitano foto amatoriali, scatti professionali o persino scene violente. Le donne risultano colpite in modo sproporzionato, spesso come forma di intimidazione o punizione per la loro visibilità pubblica o per un rifiuto personale. Poiché le immagini appaiono credibili, le smentite raramente ne fermano la diffu-
sione e la rimozione può richiedere interventi lunghi e complessi. Particolarmente preoccupante è il rischio per i minori. Anche se artificiali, immagini sessuali che li raffigurano possono contribuire a normalizzare gli abusi o essere usate per ricatto e adescamento. L’origine sintetica non attenua la gravità del danno.
Secondo la Commissione «Le leggi digitali europee esistono per garantire che lo spazio online sia sicuro e rispettoso della privacy e che l’intelligenza artificiale resti uno strumento al servizio delle persone. Stabilire se Grok e la piattaforma abbiano violato tali obblighi è ora al centro dell’indagine. L’esito sarà un segnale importante sulla capacità dell’Europa di far rispettare le proprie regole e sulla responsabilità delle aziende che sviluppano IA generativa».
Dietro il caso legale emerge una realtà semplice e inquietante: creare un’immagine falsa richiede pochi secondi, ma cancellarla dalla rete e dall’immaginario pubblico può richiedere molto più tempo, se non risultare impossibile. In questo divario tra velocità tecnologica e capacità di tutela si gioca una parte cruciale della sicurezza digitale contemporanea. ■

Quattro biografie da romanzo, quattro poeti ai margini della letteratura latino-americana
All’inizio del Novecento in Ecuador non ci sono riviste d’avanguardia. In America Latina la poesia che conta è altrove: Ruben Dario in Nicaragua, Jose Marti a Cuba, Alfonso Reyes in Messico.
A Quito e a Guayaquil i poeti si leggono e si studiano, quelli francesi soprattutto: Rimbaud, Baudelaire, Verlaine. Se ne parla tra i più giovani come più avanti si sarebbe parlato del punk, qualcosa che da lontano arriva nelle periferie culturali come mito. Quattro ragazzi, quattro poeti, iniziano a scrivere senza sapere di appartenere alla prima “generazione” letteraria dell’Ecuador. Una generación decapitada, come l’ha definita lo scrittore e critico Raúl Andrade Moscoso, tutti morti prematuramente in maniera violenta. Giovani che scrivono in un paese senza letteratura, nessuna tradizione riconosciuta, nessun maestro. Letture solitarie, l’amicizia, qualche rivista, un desiderio quasi ingenuo di modernità.
che anno dopo, tornato a Quito, traduce in spagnolo i Canti di Maldoror di Lautréamont diventando un riferimento per altri scrittori. Borja muore a vent’anni, per overdose di morfina, una fine che ricorda quella dello stesso Lautréamont. A Quito la notizia circola in silenzio. Non c’è scandalo pubblico, non c’è clamore. Restano poche poesie, qualche dedica, il ricordo di letture tra amici.
Il titolo della sua raccolta, pubblicata postuma, è La flauta de ònix. Pochi versi, notturni, un costante meditazione sulla fine: «Voglio sprofondare nell’oscuro silenzio / dove i sogni muoiono senza dolore». La capitale non offre salotti letterari, i giovani poeti si leggono tra loro, si scambiano i libri in francese, non hanno una tradizione nazionale. Borja ha però nel frattempo dimostrato che una poesia moderna è possibile anche in Ecuador.
di Marco Chiaradonna
Arturo Borja (1892-1910), figlio di una famiglia aristocratica, è uno dei primi a viaggiare in Europa e ad importare poesia dall’estero. Ha soggiornato in Francia per curare un’infezione agli occhi, dove ha scoperto i simbolisti. Qual-
Un’elaborazione formale più matura arriva con Humberto Fierro, anche lui quiteño (1890-1929). Più appartato, più lento, lavora i versi con con cura ossessiva. Non c’è in lui la posa da “maledetto”. Immagini delicate, musicali, un desiderio di fuga più che di morte: colline ideali, palazzi immaginari, un medioe-
vo reinventato. Uno smarrimento senza protesta (La sera muore lenta / Il cielo è un sospiro violaceo / nell’anima ho una stanchezza antica / e una tristezza che non si lamenta) che trova sfogo in un’attività poetica incessante. Fierro dà vita a riviste e collane in un paese “sin casa editoriale y sin lectores” (senza case editrici e senza lettori). Fonda e collabora alla rivista Frivolidades, il maggiore spazio indipendente di promozione culturale in Ecuador. Compaiono i primi studi critici su Verlaine, si pubblicano saggi, confronti critici, contributi poetici.
Alla rivista è collegato anche il progetto Collección Apeles, una serie di volumi di prosa e poesia contemporanea che si apre proprio con El laúd en el valle di Fierro. Il progetto dura poco e la rivista sopravvive qualche anno. Nel frattempo è nato un canone, anche l’Ecuador ha una storia letteraria, corredata però ancora una volta da eventi tragici. Humberto Fierro nel 1929 si suicida lanciandosi da un burrone, nel frattempo a Guayaquil, quattrocento chilometri a sud, sono morti altri due poeti.
Medardo Ángel Silva (1898-1919) entra giovanissimo nella redazione di El Telégrafo, il più importante quotidiano della città. Pubblica cronache, prose liriche e reportage sotto lo pseudonimo “Jean d’Agréve”. Cantore dei bordelli e delle bische, cura una serie di articoli in

Quando la fiamma appassionata del nostro amore nel tuo petto amorevole vedrai spegnersi poiché solo per te la vita mi è cara il giorno in cui te ne sarai andata mi toglierò la vita
cui racconta i corpi e gli abiti delle prostitute. Su El Mosquito, un quotidiano satirico scritto interamente da lui, documenta le sue giornate e riporta le sue impressioni sulla città.
Parallelamente all’attività giornalistica, scrive poesie che circolando su riviste e fogli letterari guadagnandogli l’ammirazione dei poeti di Quito, soprattutto di Borja e Fierro. Gli dedicano versi e lo citano come loro pari. Silva resta però ai margini, consapevole di non appartenere del tutto a quel mondo. La critica lo ha definito un “modernista senza salotto”, la sua poesia nasce per strada.
È il più “innamorato” della Generación e per amore s’ammazza. Il suo testo più celebre En alma en los labios lo scrive pochi giorni prima di morire, ed è dedicato a Rosa Amanda Villegas, sua musa e ossessione. La sera del dieci giugno 1919 Silva la raggiunge a casa sua vestito con un abito nero e un cappello, un abbigliamento insolito rispetto all’abituale trascuratezza. Dopo una breve conversazione in cui le chiede di avvicinarsi a lui, Silva si spara.
A Guayaquil è nato anche Ernesto Noboa y Caamaño (1889-1927), che come Borja ha viaggiato in Europa. I poeti di Quito li conosce e con loro collabora a riviste e collane. È il ponte tra la poesia del nord e quella del sud, un “diálogo” fra il modernismo della capitale e la lirica del porto.
Sul piano formale è il più ortodosso della Generación, mostra una fedeltà rigorosa al modello dei simbolisti francesi: lessico elegante, immagini rarefatte, ritmo contenuto.
Amici e critici raccontano il suo rifiuto degli ambienti mondani, la fragilità psichica che si trasforma in fuga dal pubblico. Il suo verso celebre «del más mínimo esfuerzo mi voluntad desiste» riassume un’esperienza poetica che nasce dall’insostenibilità emotiva dell’azione. Prevalgono immagini crepuscolari, il vespro, l’ora incerta, il silenzio. La sua unica raccolta si intitola Romanza de las horas
(1922), il racconto in versi di una fuga, del rifiuto di ogni sforzo che lo sottragga alla propria inerzia: Del più piccolo sforzo la mia volontà desiste / e lascia liberamente che dalla vecchia ferita / del cuore si disperda senza che l’anima ne soffra / come un profumo vago, l’essenza stessa della vita. L’antidoto a questa “sottrazione” è la morfina, di cui Noboa diventa dipendente morendo poi per overdose.
In Ecuador, nell’arco di vent’anni, sono morti quattro giovani poeti. È sorta però una modernità letteraria e una tradizione poetica. Alcuni testi della Generación decapitada, soprattutto quelli d’amore, oggi risuonano nei canti popolari. Nelle università si studiano Borja, Silva, Fierro e Noboa come da noi si studiano Campana e Corazzini, a Quito è nato un podcast che racconta le loro biografie. Sopravvive la leggenda di quattro vite “maledette” spese ai margini della letteratura mondiale, e che oggi ne fanno parte a pieno titolo. ■


Tra monologhi e stand up comedy, dentro un’ex falegnameria romana nasce
uno dei teatri più piccoli d’Italia
Per fare un teatro, anche uno con solo trenta posti a sedere, ci vuole il legno. Quello del manico di una scopa che diventa una tenda, di un mobile che diventa un botteghino. Quello di poche assi che si trasformano in un palco. Claudia Spedaliere e Luca Pennacchioni non hanno fondato il Piccolo Teatro di Prova, l’hanno costruito trave dopo trave. Nel quartiere Alessandrino, periferia est di Roma, in una via che ha lo stesso nome di un’altra, più famosa, che dà il titolo a una canzone di Fabrizio De Andrè. In Via del Campo, dove «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori». Dove dalla segatura è nata dell’arte.
Un divano, una poltrona, sedie di metallo coi cuscini rossi. Il Piccolo è un salotto. Così lo immaginavano Spedaliere e Pennacchioni, i direttori artistici, quando nel 2021 hanno preso in gestione lo spazio occupato da una falegnameria in disuso. «Durante la pandemia tutti abbassavano le saracinesche. Noi, per spirito di contraddizione, ci siamo detti: alziamola», racconta l’attrice campana, che col suo collega, da nove anni, compone la Compagnia della Farsa. «All’inizio siamo
Anche per ricambiare la gentilezza di un quartiere che ci ha ormai adottati», fa in tempo ad aggiungere l’attore allievo di Gastone Moschin, prima che il quartiere bussi alla porta del Piccolo. «Un mio collega, giù al deposito dell’Atac, mi ha consigliato di venire. C’è qualcosa in scena stasera?», chiede affacciandosi un signore in giacca a vento rossa, prima di scusarsi per l’interruzione. Uscirà con due biglietti in mano per uno spettacolo di cui non ha neppure chiesto il titolo.
«Abbiamo iniziato a capire che stavamo facendo qualcosa di importante quando ci siamo ritrovati i turisti fuori dalla porta che si facevano i selfie sotto l’insegna. Una signora da Firenze, un altro addirittura dall’Ucraina. In questo, i social ci hanno aiutato molto», è la presa di consapevolezza di Spedaliere, che è a casa sua sul divanetto che domina il centro del palco. «Ora che la gente inizia a conoscerci, sentiamo una responsabilità in più: quella di non deludere la fiducia».
«Il teatro, per noi, è una terapia, una medicina. Un diritto che va assicurato a tutti, a chi lo fa e a chi lo vive da spettatore. Il senso del Piccolo per noi è questo. Siamo orgogliosi di averlo costruito da soli, senza un centesimo arrivato dall’esterno. Se chiedi a un bambino di disegnare un teatro, noi speriamo che lo disegni come lo abbiamo realizzato noi. Come questo teatro che per noi non è la copia di nulla, ma resta soltanto lo spazio di Claudia e Luca». ■ entrati con l’idea di farne una sala prove, magari anche affittandola ad altri artisti, organizzando corsi di recitazione. Volevamo essere più liberi, avere uno spazio nostro. Poi abbiamo iniziato ad aggiungere pezzi. La pedana, le quinte, un camerino. Ci mancava solo un bagno per poter accogliere un pubblico vero».
La trasformazione arriva durante l’estate del 2025. «A luglio dello scorso anno abbiamo pensato: bisogna sfruttare questo posto come un vero teatro», spiega Pennacchioni. «Ci piaceva l’idea di far nascere un laboratorio comico, uno spazio da condividere con altri attori interessati al mondo della stand-up comedy, degli sketch, dei monologhi. Abbiamo alzato il telefono e fatto delle proposte, il cartellone di questa prima stagione di sette spettacoli iniziata a gennaio è nato così, grazie a professionisti come Enzo Casertano o Marco Capretti, che dal cinema o dalla televisione hanno accettato di venirsi a mettere in gioco qui».
«Non vogliamo essere solo “il teatro più piccolo d’Italia”, vogliamo offrire qualità a chi decide di passare qui una serata.


Dario Fo guardava oltre la maschera e trasformava la denuncia in risata. Aveva la capacità di «fustigare il potere restituendo dignità agli umiliati»: è questa la motivazione con cui nel 1997 gli fu assegnato il Premio Nobel per la letteratura.
A dieci anni dalla morte e a cento dalla nascita, Fo resta una figura viva e controversa. La sua storia si sovrappone alle polemiche che nel Novecento hanno investito la satira italiana. Tra talk show e social network, le regole oggi sono cambiate e il giornalista Francesco Merlo nota che in Italia la repressione della satira o del dissenso assume: «Il tratto rozzo e maldestro dell’obbedienza a un comando “non dato”».
Nel corso della sua carriera, Dario Fo ha suscitato numerose polemiche. Negli anni ’60 la satira popolare mandò in tilt i vertici della RAI, tanto che nel 1962 con Franca Rame fu costretto ad abbandonare Canzonissima «per non aver rispettato la censura della dirigenza». Nel 1977 il gruppo Nuova Scena portò a teatro Mistero Buffo, una serie di monologhi che reinterpretano episodi biblici e della tradizione medievale in chiave grottesca e antipote-
re, scatenando l’ira del Vaticano. Per questa ragione, il cardinale Ugo Poletti definì “imbecilli” gli sketch che ironizzavano sui preti e Fo fu dichiarato “indegno” da esponenti cattolici. In teatro, molte sue pièce denunciavano mafia e speculazioni (da Papà Stato a Non Si paga! Non Si paga!) e ottennero divieti o querele. Così Fo divenne l’emblema dell’artista scomodo, capace di far ridere delle autorità politicoreligiose con una satira folgorante.
Oggi la satira politica italiana circola soprattutto in TV e sul web, con toni e platee diversi. Programmi come Zelig e Colorado dominano il panorama mainstream, spesso con humor “rassicurante” e poco pungente, mentre pochi comici – su tutti Maurizio Crozza – continuano a prendersi gioco dei potenti. I talk-show satirici e i monologhi politici scarseggiano rispetto al passato.
Al contrario, l’ironia circola sui social e in vignette online e serve a evidenziare le contraddizioni delle élite con linguaggi nuovi, come video brevi e meme. Le nuove forme di satira si accompagnano a timori inediti di Cancel culture, accuse di “sessismo” o “razzismo” e l’eco virale del
web possono far deragliare in fretta una battuta spingendo i comici all’autocensura. L’emblema delle contraddizioni del 2026 è il “caso Pucci”. A inizio febbraio il comico Andrea Pucci, annunciato come co-conduttore del Festival di Sanremo, si è ritirato dopo le polemiche per battute giudicate sessiste. La premier Giorgia Meloni ha parlato di «clima di intimidazione» e di «deriva illiberale», denunciando una pressione ideologica che ha spinto l’artista a farsi da parte. La Rai ha evocato una «forma di censura».
In questo clima la memoria di Dario Fo è messa alla prova. Il suo nome è celebrato e studiato, ma ci si può chiedere quanto spazio avrebbe oggi un artista che faceva della provocazione sistematica il proprio metodo. Tra le voci che riflettono sulla sua eredità c’è Lodo Guenzi, cantante ed ex frontman del gruppo indie rock Lo Stato Sociale, che ha definito la lezione di Fo un invito permanente a coltivare «dubbi e risate contro le idee preconfezionate». È nell’esercizio critico continuo che l’eredità di Fo si conserva. Nella satira che disturba perché interroga il potere e nel potere che reagisce perché quella risata conserva forza. ■

Danza, sogni e precarietà: la vita dei ballerini professionisti
di Lavinia Ceci
«Da grande voglio fare la ballerina»: questa era la risposta più gettonata quando da bambine ci chiedevano cosa avremmo voluto fare in futuro. Ma difficilmente gli adulti ci prendevano sul serio.
Scarpette così piccole da stare in una mano, body rosa e calze nello zaino, la danza era il gioco più bello del mondo, tra sale sterminate, specchi appannati e i segni delle scarpe da punta sul linoleum. Poi cresci e scopri che tra le luci del palco, i sorrisi e gli applausi c’è un mondo dove sudore e precarietà contano più del talento. Eppure, in quelle stesse sale dove tutto è cominciato, qualcuna continua ancora a provarci.
«Avere un buon support system è fondamentale», racconta Roberta Patacchiola, ballerina e insegnante di danza, «qualcuno che ti sappia indirizzare e consigliare al meglio. Ma soprattutto serve qualcuno che ti veda e riconosca il tuo potenziale». All’inizio si entra in sala quasi per caso, attorno ai quattro o cinque anni. Le madri scelgono, le scuole private abbondano. Si fa soprattutto danza classica, e il suo vocabolario si impara prima dell’alfabeto: tendu, plié, relevé; poi prima posizione, seconda, terza, quarta e quinta. I primi impacciatissimi
allegri, con la maestra che suggerisce dalla prima fila. Già intorno ai sette anni bisogna decidere: «La bambina ha talento signora, la deve far studiare». Che cosa fare? Il corpo cresce in fretta e la muscolatura va abituata, piegata quasi, ai tirannici dettami della danza. Da lì comincia un percorso lungo, fatto di corsi accademici ed esami annuali, che accompagna l’allieva fino alla maturità. L’obiettivo è focalizzare i propri sforzi nelle cosiddette discipline di repertorio, balletto classico e danza contemporanea, perché non solo sono codificate nei passi e nelle pièce, ma sono ad oggi le uniche che fanno sperare in un futuro.
Finita la scuola, il danzatore viene scaraventato in un mondo di audizioni, ingaggi brevi e contratti che cambiano di stagione in stagione, dove regole chiare spesso non ci sono proprio. «C’è un gap enorme tra iter formativo, che di fatto è uguale per tutti, e il palcoscenico come punto d’arrivo», racconta Miriam Baldassari, presidente nazionale dell’associazione AssoDanza Italia. Ogni anno escono dalle scuole centinaia di danzatori, ma i teatri che hanno un corpo di ballo stabile si contano sulle dita d'una mano: Roma, Milano, Palermo e Napoli. Su tutto il settore, ai ballerini resta appena una briciola: circa il 4,5% dei posti, poco più

di duecento contratti stabili in tutta Italia. Questo significa che per la stragrande maggioranza, la danza non diventa mai un lavoro fisso ma una sequenza di ingaggi, audizioni e stagioni che finiscono prima ancora di cominciare.
C’è poi la questione dell’equità interna al sistema: «Chi si forma all’interno o nell’orbita degli enti lirici, come l’Opera di Roma o la Scala di Milano, parte avvantaggiato: è già quasi pronto per la scena e ha corsie preferenziali per entrare in compagnia», ricorda Baldassari.
Mentre il sistema ufficiale è così stretto, un pezzo si sposta altrove. Il mondo della danza, infatti, è una galassia in costante espansione: nascono stili, contaminazioni e linguaggi nuovi. I cartelloni dei teatri, però, restano quasi sempre fermi su classico e contemporaneo. Accanto a pirouette e port de bras, infatti, ci sono interi mondi che raramente entrano nei palcoscenici istituzionali: hip hop, afro, boogie, swing, voguing e le danze urbane in generale. In questi casi, se non trovi uno spazio te lo crei tu.
«Sono riuscito a mettere in piedi questa piccola realtà che da corso è divenuta una vera e propria crew [ndr. gruppo di ballerini di danze urbane]», racconta Lorenzo Iacono, insegnante di hip hop. I palchi sono quelli dei contest e degli showcase, a cui i danzatori partecipano per farsi conoscere, ma anche «per provare il palco e far fare ai ragazzi esperienze nuove». Essere sempre attivi, tra ingaggi, audizioni continue e cachet praticamente inesistenti ha però il suo prez -
zo. Chi non entra in compagnia di solito mette insieme il reddito a pezzi: lezioni, spettacoli, progetti a termine e collaborazioni che durano il tempo di una produzione.
«Non ho alcuna garanzia di continuità: anche quando un coreografo mi coinvolge in un progetto, non è detto che questo si traduca in collaborazioni future», racconta Cristina Roggerini, danzatrice professionista, «e per quanto mi senta libera di scegliere a quali progetti aderire, restano comunque collaborazioni precarie, prive di reali tutele contrattuali». L’insegnamento allora diventa un’entrata sicura, come per Iacono, che però è passato attraverso anni di secondi e terzi lavori dall’archivio storico della BNL fino alle ditte di pulizie.
C’è poi l’aspetto fisico e mentale: un danzatore non può fermarsi mai perché se non danza non guadagna. Senza tutele contrattuali o giorni di malattia, «una delle mie principali preoccupazioni riguarda il rischio di infortuni. Ho visto colleghe affrontare situazioni molto difficili, con stop prolungati che hanno inciso profondamente sia sul piano professionale che su quello personale», racconta Roggerini.
Mentre chi danza continua a spendere in corsi, viaggi e fisioterapia, dall’altra parte i soldi pubblici arrivano a singhiozzo e spesso non bastano nemmeno a tenere in piedi le
strutture esistenti. Per Baldassari il nodo non è solo dei singoli: in Italia chi fa danza professionale si muove in un labirinto di regole diverse e finanziamenti troppo magri per reggere a lungo. Il Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo (FNSV) offre stanziamenti triennali che se non vengono rinnovati uccidono il sistema. Entro la fine del 2026 è atteso un nuovo codice dello spettacolo che, almeno sulla carta, dovrebbe rendere meno precario il futuro di chi danza.
In attesa di regole più giuste, ai danzatori resta il solito contratto implicito: finché il corpo regge, tu vai in scena; tutto il resto, dal lavoro alla vita, può aspettare. ■

1. Spettacolo Orme messo in scena dalla crew Keep up di Lorenzo Iacono
2. Performance di Cristina Roggerini con la Vidavecompany
3. Concorrente di competizione organizzata da Free to move, società di promozione del mondo della danza

Sospesa sul filo dell’acqua con la maglietta a righe e il fazzoletto rosso al collo, la figura del gondoliere è uno dei simboli più rappresentativi di Venezia e parte integrante del suo paesaggio lagunare. Un lavoro dalla tradizione secolare che affascina i turisti e anima i canali della città.
Riccardo è uno dei più giovani gondolieri oggi in attività e quando ha iniziato, tre anni fa, è stato persino fra i più giovani a intraprendere questo lavoro nella storia più recente della città. Ha 24 anni, è nato a Mirano, in provincia di Venezia, e sta portando avanti una tradizione di famiglia: «Dopo mio nonno e mio padre, con me siamo arrivati all’ottava generazione». Riccardo non ha alcun timore che i gondolieri possano un giorno sparire: «Adesso siamo 440 in tutta Venezia. L’unica motivazione per cui questo lavoro potrebbe scomparire è che la città affondi».
«Per essere abilitati all’esercizio della professione è necessario superare sia prove di teoria che di pratica, quasi come in una classica scuola guida. Bisogna prepararsi a diversi esami, tra i quali uno di inglese e uno di storia». Come tutti i suoi
colleghi in possesso di una licenza da titolare - una patente concessa dal comuneanche Riccardo ha una gondola di sua proprietà. «Ogni gondoliere lavora all’interno in una zona specifica. Dentro a queste aree ci sono le cavane che, nel linguaggio tecnico, indicano i singoli posteggi in cui dobbiamo ormeggiare. Non sono personali, possiamo usarne uno qualsiasi, basta che sia nel perimetro della nostra zona».
«Il giro standard dura trenta minuti e il percorso che seguo è quasi sempre lo stesso, tranne in casi particolari, come le giornate di acqua alta». In base al livello della marea, infatti, il tragitto è modificabile. Ci sono volte in cui l’acqua non si alza troppo e basta evitare di passare nei canali in cui il ferro, la decorazione metallica sulla prua della gondola, potrebbe toccare i ponti. In altre occasioni la marea è così alta che diventa impossibile percorrerli: «In quelle giornate solo il Canal Grande rimane navigabile e tutti i gondolieri si ritrovano a lavorare in quello spazio». Sono tante le curiosità dietro a quest’affascinante professione. Riccardo racconta che, proprio come avviene per le automobili, «anche il prezzo di una gondola può variare molto:
40.000€ per quelle più semplici, mentre si possono raggiungere i 60.000€ per quelle molto elaborate con intarsi e decorazioni dorate». Tra i canali, il reticolato stradale della città, pattugliano squadre di polizia per far rispettare le regole di circolazione: «I poliziotti fermano i gondolieri per controllare le patenti ma possono anche chiedere di effettuare l’alcoltest. Inoltre, sono molto rigidi per quanto riguarda l’abbigliamento, che dev’essere ben preciso: pantalone lungo scuro, maglietta a righe, giacca nera per l’inverno e cappello a seconda del regolamento».
L’equilibrio è una qualità che non può di certo mancare a chi fa questo lavoro: «Mi è capitato di cadere in acqua. Succede più spesso di quanto uno possa immaginare. Non è naturale stare in piedi su una barca che oscilla. Con il tempo ci si abitua, aiutandosi tenendo le gambe rilassate e le ginocchia leggermente piegate». Mentre la quantità di lavoro può variare nel corso dell’anno, con maggiore richiesta nel periodo del carnevale e un calo durante i mesi invernali, chi non rinuncia ad un giro in gondola resta un punto fermo: «i turisti con cui lavoriamo di più in assoluto sono cinesi e coreani».
Non importa se al largo del molo di Piazza San Marco o tra i più silenziosi canaletti del sestiere Cannaregio, l’esperienza resta per alcuni una tappa davvero imperdibile durante un viaggio nella città lagunare. Un momento unico, romantico e suggestivo che soltanto Venezia può regalare. ■


Dalla nascita dell'associazione alle sfide nei tribunali: come cambia il quadro per i nuclei familiari omogenitoriali
di Alessandro Marchiello
Nel 2005, quando nasce Famiglie Arcobaleno, a comporla sono appena cinque famiglie. «All’inizio dovevamo raccontarci perché sembrava non esistessimo, sembrava che non ci fosse la possibilità di essere una famiglia omogenitoriale», racconta Micaela Ghisleni, consigliera dell’associazione. «Oggi, invece, non dobbiamo più spiegare chi siamo». A vent’anni di distanza, i soci sono più di cinquemila e le famiglie arcobaleno non sono più un’eccezione ma una parte del tessuto sociale.
Il cambiamento, spiega Ghisleni, è stato prima di tutto culturale. La presenza nelle scuole, nei quartieri, nei luoghi della quotidianità ha reso queste famiglie parte della vita di tutti i giorni. Eppure, a questa normalizzazione non ha corrisposto una piena equiparazione giuridica. «Lo stigma non arriva dal basso», osserva, «è istituzionale».
Una buona parte dell’Europa, soprattutto quella del nord e dell’ovest, è riuscita a restare al passo con i tempi, legiferando su temi come il matrimonio egualitario e le adozioni per le coppie dello stesso sesso
fin dall’inizio. I Paesi Bassi sono stati i primi ad introdurre questi istituti nel 2001, seguiti, tra gli altri, dal Belgio nel 2003 (le adozioni solo successivamente nel 2006) e dalla Spagna nel 2005. L’Italia, invece ha mosso il primo passo verso il riconoscimento nel 2016 con l’introduzione delle unioni civili, che hanno riconosciuto alle coppie omosessuali alcuni diritti patrimoniali e personali, senza però consentire il matrimonio, l’adozione congiunta e l’accesso alle strutture sanitarie per la procreazione medicalmente assistita.
Secondo la Rainbow Map di ILGAEurope, nel 2025 l’Italia si è classificata 35a in Europa in merito a leggi e politiche a tutela delle persone LGBTQIA+, seguita dalla Lituania e dall’Ungheria. In ultima posizione c’è la Russia, mentre sul podio ci sono Malta, Belgio e Islanda.
Negli ultimi anni, però, qualcosa si è mosso, anche se non per iniziativa politica. Il riconoscimento della madre intenzionale — cioè della partner della madre biologica nelle coppie di donne che ricorrono alla procreazione medicalmente assistita all’estero — è arrivato in modo definitivo,
da parte della Corte Costituzionale, solo nel 2025, dopo oltre un decennio di ricorsi e battaglie nei tribunali. «Abbiamo eliminato una disparità nel riconoscimento dei figli», spiega Ghisleni, «ma non ci è stato ancora riconosciuto pienamente il diritto a costruire una famiglia». In Italia, infatti, l’accesso alla PMA resta vietato alle coppie di donne, così come rimane vietata la gestazione per altri, che nel 2024 è diventata reato “universale”, perseguibile penalmente anche se praticata all’estero in Paesi dove è legale. Il risultato è un sistema che interviene a posteriori per sanare situazioni già esistenti, senza però aprire davvero alla legittimazione dei percorsi genitoriali.
Se per le coppie di donne la sentenza ha eliminato una discriminazione sullo status dei figli, per le coppie di uomini il quadro resta immutato. La possibilità di costruire un progetto genitoriale continua a scontrarsi con il reato e con una giurisprudenza che ha ribadito la contrarietà della pratica all’ordine pubblico italiano. Ghisleni racconta che Famiglie Arcobaleno vive questa disparità come uno stigma posto soprattutto sui bambini già nati, perché non riguarda solo gli aspiranti padri, ma anche i figli che già esistono.
Eppure, nonostante questo scarto tra società e diritto, tante famiglie arcobaleno scelgono di non andarsene. «Nessuno si salva da solo», dice Ghisleni. Restare significa continuare a costruire quotidianità, prima ancora che diritti: figli che crescono, relazioni che si consolidano, famiglie che esistono comunque. La legge arriva dopo. La vita, intanto, è già cominciata. ■



Si può sentire il respiro di un monumento? Indagare così a fondo da arrivare a conoscerne ogni centimetro? Per rispondere a queste domande il progetto Oltre il visibile fonde ricerca tecnologica e tutela del patrimonio e restituisce ai pellegrini una chiesa trasformata in un vero e proprio hub interattivo e multimediale. Il visitatore potrà esplorare con una facilità assolutamente inedita centinaia di statue e di mosaici, quarantacinque altari, undici cappelle, e tutte le altre opere che affollano sia l’intero che l’esterno.
L’ente responsabile della manutenzione della basilica, la Fabbrica di San Pietro, ha commissionato nel 2023 all’azienda energetica Eni, vent’anni dopo la prima collaborazione in occasione del restauro della facciata principale, uno studio tecnico-scientifico di cui oggi è possibile vedere i risultati. In occasione dei 400 anni dall’inaugurazione di San Pietro il cardinale arciprete della basilica e presidente della Fabbrica Mauro Gambetti presenta un progetto nato all’insegna della «reno -
vatio», che si traduce in una «fedeltà creativa» volta a «costruire le linee tracciate fin dalla sepoltura dell’apostolo Pietro, su cui è poggiata la nostra Chiesa». Se nel 1506 Papa Giulio II dovette cancellare la vecchia basilica costantiniana per fare spazio a quella attuale, oggi Leone XIV «ha la possibilità di rinnovare senza demolire».
Dopo una gestazione di diciotto mesi di studio e attività operative, e oltre 4500 ore dedicate alla raccolta dei dati, Eni è riuscita ad analizzare ben 80 mila metri quadrati di superficie – corrispondenti a circa 8 campi da calcio – tramite un monitoraggio esteso e continuo. Mettendo a disposizione i suoi strumenti e le sue tecniche di indagine, e dialogando con i documenti dell’archivio storico della Fabbrica, tra cui figurano carte e scritti autografi di Michelangelo e Carlo Fontana, l’azienda è andata “oltre il visibile”, oltre ciò che i pellegrini ammirano entrando in San Pietro, e ha potuto vedere ciò che finora era rimasto nascosto: il sottosuolo
della basilica, il cui studio non aveva mai raggiunto simili profondità. Come il negativo delle vecchie fotografie, questo scatto restituisce al mondo un’immagine diversa, dai colori inusuali.
Basandosi sul principio della non invasività, ogni intervento è stato fatto in punta di piedi. Il raffinato sistema sensoristico installato permetterà di avere una visione areale dell’intero complesso e di monitorare gli spostamenti e le forze a cui è soggetto il monumento, così da anticiparne le tendenze evolutive prima che si manifestino in maniera conclamata. «Un edificio con secoli di storia alle spalle è in tutto assimilabile a un paziente in età avanzata» – sostiene l’ingegnere Alberto Capitanucci, senior advisor per la Fabbrica – «l’anamnesi consente di stabilirne lo stato di salute e analizzare la volatilità dei fenomeni a cui è esposto».
Annalisa Muccioli, responsabile ricerca, sviluppo e funzioni tecniche di Eni, spiega a Zeta quale sarà il prossimo passo: «Il nostro modello digitale integrato verrà consegnato alla Fabbrica, che ne curerà la manutenzione nel tempo e l’utilizzo. Chiaramente la mole di dati che si riuscirà ad ottenere dovrà essere poi utilizzata dai tecnici della Fabbrica per fare le loro valutazioni». Sul costo di un simile lavoro è intervenuto invece Claudio Granata, project manager dell’azienda: «Qualche centinaia di migliaia di euro. Ma questo non ha rilevanza. Il nostro è stato un dono».
Ogni epoca ha portato il suo dono scrivendo un capitolo della storia di San Pietro. Di questa lunga storia il progetto di Eni forse non ne rappresenterà un intero capitolo, ma ne avrà certamente scritto una pagina. ■


DATI
Tra cani, gatti e volatili, sono sempre di più le persone che scelgono la compagnia di un animale
di Rocco Matone
Chi osserva la vita quotidiana nelle città italiane può facilmente avere l’impressione che i cani siano ovunque. Li incontriamo nei bar a colazione, li vediamo aspettare fuori dai negozi o accompagnare i proprietari nelle faccende di tutti i giorni. Accanto a loro, i gatti continuano a occupare un posto centrale nella vita domestica di milioni di famiglie. Il legame con questi compagni di vita è ormai così radicato nella quotidianità che non li incontriamo solo in casa o per strada: nelle località di mare esistono spiagge dedicate ai cani e nelle città spopolano i bar “abitati” dai gatti.
Guardando ai dati del rapporto annuale FEDIAF, vediamo che il 28% delle famiglie italiane possiede un cane, mentre il 22% un gatto. Dati che non si discostano molto dalle percentuali europee: nel complesso dell’UE, il 25% delle famiglie possiede un cane e il 27% un gatto. Se però includiamo anche gli altri animali da compagnia — come pesci d’acquario, piccoli mammiferi e uccelli — ecco che l’Italia
sale sul podio europeo. A fare la differenza sono i volatili domestici: la loro diffusione nelle case italiane porta il nostro Paese al secondo posto in Europa per animali domestici pro capite, dietro l’Ungheria.
Questi numeri raccontano molto della nostra evoluzione sociale: in contesti abitativi urbani e con ritmi di vita serrati, molti italiani scelgono la compagnia di specie che richiedono una gestione diversa, pur mantenendo la voglia di una connessione con il mondo animale. «Oggi registriamo un'altissima richiesta di esemplari, spinta sia dagli appassionati che partecipano alle competizioni ornitologiche su tutto il territorio, sia dalle famiglie comuni», spiega un socio dell’AOVA, un’Associazione romana di ornicoltori. «Sempre più persone cercano un animale da compagnia che porti vita in casa senza però dover affrontare l'impegno di un cane. Gli uccelli, e in particolare i pappagalli, sono animali straordinari, molto intelligenti e sociali. Con loro si possono creare rapporti autentici e profondi, purché si impari a rispettarne
i tempi e i bisogni. Non sono una presenza “decorativa”: interagiscono, riconoscono le persone e cercano relazione».
Questa tendenza non è solo una curiosità statistica, ma riflette un bisogno profondo, che la scienza ha mappato con precisione. La presenza di un animale in casa agisce come regolatore biologico per il nostro cervello. Interagire con un altro essere vivente riduce i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, e stimola la produzione di ossitocina. Sul fronte dell’invecchiamento cognitivo, uno studio pubblicato su JAMA Network Open dall’American Medical Association ha trovato che, tra gli over 50 che vivono da soli, possedere un animale domestico era associato a un declino più lento di alcune abilità come memoria e fluenza verbale. Un’altra ricerca su Scientific Reports suggerisce che gli animali domestici possano contribuire al mantenimento della funzione cognitiva.
In Europa il 49% delle famiglie possiede almeno un animale domestico, alimentando una vera e propria economia: il settore del cibo per animali da compagnia muove da solo 29,3 miliardi di euro, sostenuto da una rete di oltre 400 aziende e circa 500 impianti di produzione distribuiti nel continente. Ma il giro d’affari non si ferma alla nutrizione: il comparto degli accessori e dei servizi correlati, che comprende tutto ciò che serve alla cura e al benessere degli animali, ha raggiunto i 24,6 miliardi di euro, segnando una crescita annua del 9% nel 2024.
Più che un “fenomeno”, quella degli animali domestici è una presenza ormai intrecciata alla vita quotidiana: nelle abitudini, nei conti di casa, nei gesti ripetuti di ogni giorno. Oltre i numeri c’è un bisogno umano elementare: compagnia, cura, relazione. Che arrivi da un cane, da un gatto, dal canto di un uccello o dal silenzio di un acquario, questa convivenza risponde a un desiderio di equilibrio e benessere personale, confermando come la varietà della biodiversità domestica sia diventata una caratteristica distintiva del nostro modo di abitare. ■


REGOLAMENTO
Una rivoluzione tecnica radicale che punta a gare più combattute e a un nuovo equilibrio tra tecnologia e pilota
«Costruiremo passo dopo passo e cercheremo di capire come estrarre il massimo dalla nostra auto”. Chi parla è Charles Leclerc, pilota Ferrari, che durante i test in Bahrain dopo 132 giri ha totalizzato il miglior tempo. I tifosi del cavallino rampante però, devono aspettare a festeggiare perché il nuovo regolamento FIA metterà a dura prova le scuderie. Quest’anno saranno 11, nuova aggiunta Cadillac che approda in F1 approfittando delle nuove regole sui motori e Audi che ha acquisito la Sauber sostituendola.
Il passaggio tecnico che accompagna la stagione 2026 non rappresenta una semplice evoluzione: è una cambio strutturale del concetto stesso di monoposto moderna. Telaio, aerodinamica, propulsione, gestione energetica e comunicazione tecnica vengono ripensati con un obiettivo ambizioso: aumentare lo spettacolo in pista, migliorare la sostenibilità e riequilibrare il peso tra tecnologia e talento umano.
già dalle proporzioni. Le vetture diventano più compatte, con passo accorciato, larghezza ridotta e massa minima abbassata. Le monoposto continueranno a essere equipaggiate con pneumatici Pirelli che però saranno più stretti. Verrà ridotta anche la copertura totale dello pneumatico che passerà da 720mm a 705-710mm.
Nonostante questo, con meno carico aerodinamico generato dal fondo e una minore resistenza all’aria, l’obiettivo è mantenere stabile il livello di usura e di aderenza delle gomme.
La modifica più importante riguarda proprio il modo in cui si genera il carico aerodinamico. Dal 2022 la Formula 1 aveva basato gran parte dell’aderenza sull’effetto suolo, sfruttando un sistema di tunnel sotto la vettura che la “risucchiava” verso l’asfalto. Nel 2026 questa filosofia viene ridimensionata: il fondo torna piatto e il carico prodotto dal sottoscocca sarà inferiore.
di Chiara Servino
Le conseguenze non si limiteranno alla prestazione pura, ma influenzeranno strategie, gerarchie tra team e modo in cui pubblico e media interpretano le gare. La prima trasformazione è visibile
Il risultato atteso è duplice. Da un lato, curve più impegnative e meno automatiche. Dall’altro, una riduzione delle turbolenze aerodinamiche che ostacolano l’inseguimento, favorendo distac-
chi minori e più occasioni di sorpasso. Il cambiamento visivo più evidente è la scomparsa del DRS (drag reduction system), il dispositivo che permetteva l’apertura di un flap sull’alettone posteriore e che per oltre un decennio è stato lo strumento principale per facilitare i sorpassi. Da quest’anno lascia spazio a un approccio più sofisticato basato su ali anteriori e posteriori che possono variare configurazione tra assetti orientati alla velocità di punta e configurazioni pensate per generare carico nelle curve.
Questa flessibilità introduce una nuova dimensione strategica. Le squadre dovranno valutare compromessi specifici per ogni circuito, mentre i piloti si troveranno a gestire variazioni dinamiche che incidono sul comportamento della vettura e persino sull’altezza da terra durante la marcia. Poiché riducendo la resistenza, è possibile sfruttare meglio l’energia elettrica disponibile e raggiungere velocità elevate con minore consumo.
Il cambiamento più profondo è nel motore, che dal 2026 punta a un equilibrio quasi perfetto tra parte termica ed elettrica. La spinta sarà divisa al 50 per cento tra il V6 turbo e il motore elettrico. La potenza elettrica passa da 120 kW a 350 kW, un salto enorme che rende la componente elettrica protagonista della prestazione complessiva. Fino al 2025 le power unit utilizzavano due sistemi principali: la MGU-K (Motor Generator Unit Kinetic) e la MGU-H (Motor Generator Unit Heat). La MGU-K recupera energia in frenata, in modo simile a una dinamo, e la restituisce in accelerazione alle ruote posteriori. La MGU-H invece recupera energia dal calore degli scarichi e dalla rotazione del turbocompressore, contribuendo a ridurre il ritardo di risposta del motore. Dal 2026 la MGU-H viene eliminata, anche per via dei costi elevati di sviluppo. Rimane la MGU-K, ma molto più potente.
Questo cambia l’equilibrio energetico della vettura: senza il recupero continuo garantito dalla MGU-H, i piloti dovranno gestire con maggiore attenzione la ricarica dell’energia. In pratica diventa ancora più importante sfruttare le frenate per accumulare energia elettrica.
Questo può influire anche sul modo di affrontare alcune fasi del giro, perché una gestione efficace della ricarica può fare la differenza in accelerazione e nei duelli. Il sistema nel complesso è più semplice nella struttura ma più impegnativo nella gestione. E soprattutto porta in pista una potenza elettrica che sfiora i 500 cavalli,
trasformando il carattere delle monoposto. In parallelo, la Formula 1 continua a dimostrare di essere all’avanguardia nel progresso tecnologico, verranno adottati carburanti 100% sostenibili sviluppati appositamente per le auto.
Le prime impressioni raccolte nei test suggeriscono che le nuove vetture richiedano un adattamento significativo. Il pilota della Red Bull, quattro volte iridato,
La Formula 1 continua a dimostrare di essere all’avanguardia nel progresso tecnologico
Max Verstappen ha descritto la monoposto come «una Formula E sotto steroidi», mentre Fernando Alonso, Aston Martin, ha sottolineato come l’enfasi sulla gestio -
ne dell’energia riduca il rischio in curva rispetto alle vetture di fine anni Novanta e inizio Duemila, portando il pilota a perdere di rilevanza.
Le simulazioni e i primi tempi sul giro indicano una riduzione iniziale delle prestazioni rispetto alla generazione precedente. Le curve risultano più lente rispetto all’anno scorso. Tuttavia, vetture meno cariche in curva consentiranno inseguimenti più ravvicinati, minore surriscaldamento degli pneumatici e maggiore variabilità strategica, lo spettacolo complessivo potrebbe quindi risultare rafforzato.
Il regolamento 2026 non si limita a modificare parametri tecnici: propone una visione su come la categoria debba evolvere. Efficienza energetica, sostenibilità e competizione ravvicinata formano il nucleo di questa trasformazione. Resta da vedere se tali obiettivi si tradurranno in pista. Ciò che è certo è che il 2026 segna l’inizio di un nuovo ciclo, destinato a influenzare non solo le prestazioni delle monoposto, ma l’identità stessa della Formula 1 negli anni che verranno. ■


Jens, un postino taciturno, deve consegnare la posta attraversando regioni impervie dell’Islanda orientale. Con lui viaggia un ragazzo senza nome, orfano, sopravvissuto per caso alla morte e già protagonista del romanzo precedente. È aprile, ma l’inverno non è ancora finito: bufere improvvise, valanghe, fiumi ghiacciati, notti senza riparo. Il viaggio diventa una lotta contro il gelo, la fame, la stanchezza, contro una natura che non è mai neutra ma sembra osservare, giudicare, selezionare. Ogni tappa – una fattoria isolata, una stanza illuminata da una lampada a olio un corpo trovato nella neve – apre uno spazio narrativo: storie di amori infelici, di colpe taciute, di desideri che non hanno trovato parole. Il freddo agisce come una forza di scavo, toglie il superfluo, riduce tutto all’essenziale, costringe i personaggi a confrontarsi con ciò che resta quando tutto è congelato. Al centro del libro c’è una domanda ostinata: a cosa serve la letteratura quando il mondo è ostile? Il ragazzo porta con sé versi, ricordi di libri, frammenti di bellezza che sembrano inutili di fronte alla morte, ma che diventano l’unica vera forma di resistenza all’inverno.
Il “Big Freeze” del 1962-63 paralizzò le campagne inglesi: fiumi ghiacciati, strade impraticabili, viaggi isolati. Il romanzo di Andrew Miller si svolge in quel periodo, in un piccolo villaggio del West Country dove le vite di due giovani coppie inevitabilmente s’intrecciano. Eric Parry è un medico logorato dal senso di colpa dopo la morte di un paziente. Accanto a lui c’è Irene, sua moglie, incinta e sempre più distante, incapace di riconoscersi nel ruolo che la vita le ha assegnato. Poco lontano vivono Bill e Rita Simmons: Bill è un uomo pratico, legato alla terra, mentre Rita –anche lei in attesa di un figlio – appare più fragile, attraversata da un’inquietudine che l’inverno porta lentamente in superficie. La trama avanza senza grandi stravolgimenti, Miller preferisce lavorare per compressione, chiudendo i personaggi in case fredde, ambulatori improvvisati, cucine illuminate da lampade fioche. Le nevicate impediscono i movimenti, i silenzi si allungano e relazioni apparentemente stabili iniziano a incrinarsi. Tra Irene e Rita nasce un’amicizia intensa, fatta di confidenze parziali e di una solidarietà femminile che diventa una forma di sopravvivenza emotiva. Eric, invece, scivola verso una solitudine sempre più marcata, mentre il suo desiderio di fuga – o di tradimento – resta sospeso, come il paesaggio intorno. L’inverno costringe i personaggi a fare i conti con scelte che non possono più rimandare: diventare genitori, restare o andarsene, assumersi una responsabilità o lasciarla cadere nel silenzio. La trama coincide con l’attesa di qualcosa che il gelo ha accelerato. Un tempo sospeso, in cui il futuro, come la terra sotto la neve, resta invisibile ma incombente.

Ricomincio da capo, film del 1993, utilizza il registro della commedia per trasformare la ripetizione del tempo in una potente metafora esistenziale. Diretto da Harold Ramis e interpretato da Bill Murray e Andie MacDowell, è diventato negli anni un’opera entrata stabilmente nell’immaginario collettivo. Nel film, Phil, meteorologo, viene mandato nella piccola città di Punxsutawney per realizzare un servizio sulla celebrazione del Giorno della marmotta, ricorrenza che si svolge ogni 2 febbraio negli Stati Uniti e in Canada. Per uno scherzo del destino, si trova però a rivivere la stessa fredda giornata all’infinito, dando vita a una storia che mescola comicità e riflessione sul senso della vita: nulla può cambiare fino a quando non cambierà qualcosa dentro di lui. La metafora del film ha trovato eco anche in contesti contemporanei: il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha paragonato la situazione del suo Paese a un interminabile “giorno della marmotta”, evocando l’idea di una realtà che si ripete senza evoluzione.


Il rigido inverno del Minnesota copre il segreto del venditore di automobili Jerry Lundergaard, indebitato fino al collo. Per intascare il riscatto pagato dal suocero, l’uomo ingaggia due sicari perché inscenino il rapimento della moglie Jean. Il piano, però, degenera in una scia di omicidi che attirerà le indagini della tenace poliziotta incinta Marge Gunderson, decisa a ricostruire il massacro e riportare un barlume di ordine in mezzo all’avidità dilagante. Fargo (1996) dei fratelli Coen, vincitore del premio per la miglior regia a Cannes e di due premi Oscar, nel 2006 è stato scelto per essere conservato nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, archivio di pellicole ritenute culturalmente, storicamente o esteticamente rappresentative. La visione colpisce per l’equilibrio quasi perfetto tra humour nero e tensione narrativa: i Coen costruiscono un noir gelido, essenziale, dove ogni dettaglio pesa. Indimenticabile Frances McDormand, capace di dare a Marge Gunderson un’umanità disarmante che rende ancora più efficace il contrasto con la brutalità della vicenda.
La posta di Zeta è lo spazio dove puoi raccontare dubbi, paranoie e piccoli (grandi) drammi di cuore, di vita, di lavoro, di tutto quello che ti tiene sveglio la notte. Qui si chiede consiglio, ci si sfoga, ci si consola e, ogni tanto, si ride: il posto giusto per sentirsi un po’ meno soli.
Questo mese alle vostre domande rispondiamo con la canzone più adatta a raccontare e alleggerire il vostro stato d'animo.
Hai un consiglio per quando i genitori della tua dolce metà ti odiano?
Non devi piacere ai suoi genitori, non stai cercando la loro approvazione. Educazione, distanza di sicurezza e zero sforzi disperati: chi ti vuole odiare troverà sempre il modo per farlo. L’importante è che il tuo partner non faccia lo spettatore neutrale. La canzone che ti consigliamo è IDGAF, che sta per I don't give a fuck (in italiano "Non me ne frega un ca**o"), di Dua Lipa. Il titolo spiega il mindset che dovresti adottare in questa situazione.


Ti scuseresti anche se non è colpa tua?
Risposta breve: no. Risposta lunga: no. Però, caro lettore o cara lettrice, vorremmo capirci di più e facciamo noi una domanda a te: se pensi di non avere colpe, perché hai questo dubbio? Forse perché temi il conflitto più della colpa, o perché ti hanno insegnato che la pace va comprata, anche a costo di svenderti. Una scusa può chiudere una discussione, ma apre una crepa: se diventa abitudine, prima o poi ne pagherai le conseguenze. La canzone che ti consigliamo è Respect di Aretha Franklin. Un classico del ’67 che mette le cose in chiaro: il punto non è chi chiede scusa, il punto è il rispetto.
Se una persona è a pezzi, riesci a farle tornare il sorriso?
Purtroppo non abbiamo una bacchetta magica. Però possiamo dirti cosa fa stare bene noi: un caffè con gli amici, una commedia romantica a lieto fine, una passeggiata con la musica nelle cuffiette, un articolo ben scritto. Non dobbiamo forzare il sorriso, ma possiamo troavare il luogo adatto per farlo tornare. Prova ad ascoltare Under Pressure dei Queen con David Bowie. A noi aiuta sempre.

Consigli su cosa fare quando si ama il partner ma manca essere single?
Stare da soli promette infinite possibilità, la vita di coppia ne lascia aperta una sola. A volte non è la persona che metti in discussione, ma tutte le vite alternative che non vivrai. Il punto non è se stai sbagliando strada, ma se quella che hai scelto vale abbastanza da smettere di guardare continuamente le uscite di emergenza.
Mina nel ’66 a Studio Uno cantò Se telefonando. Ogni tanto fa bene riascoltarla.


Mi sento oberato da tutte le cose che devo fare, consigli?
Ricordati che non siamo macchine: concediamoci pause, ridiamo delle piccole cose, facciamo ciò che ci permette di esistere anche fuori dalla lista degli impegni che abbiamo. Il sovraccarico si combatte creando confini, perciò prova a dire “no” a quello che non conta davvero.
Nei momenti più difficili, metti il brano Amore mio aiutami, colonna sonora curata da Piero Piccioni per l’omonimo film di Alberto Sordi.

Cosa potrei fare con il mio partner, consigli?
Se vi state chiedendo cosa fare, forse non vi serve un piano ma una scossa. Non necessariamente drammatica: basta qualcosa che rompa l’autopilota che avete inserito. Intanto provate ad ascoltare insieme Kiss of Life di Sade, magari davanti a due calici di vino e le luci soffuse. Lasciatevi trasportare.
a cura di Bianca Bettacci
di Annavera Scandone

Ariete (21 Mar-19 Apr)
Sal Da Vinci
Sei energia pura. Passione, istinto, cuore acceso. Non sai fingere e quando ami lo fai senza mezze misure. A volte esageri, ma è perché senti tanto. In questo mese, esagera senza sentirti in colpa.

Toro (20 apr – 20 Mag)
Elettra Lamborghini
Dietro l’apparenza fredda c’è molta più profondità di quanto gli altri credano. Tutti ti vedono indistruttibile, ma dentro hai dubbi esistenziali che ti divorano. Imparerai a mostrarti fragile.

Gemelli (21 Mag – 20 Giu)
Francesco Renga
Hai una sensibilità acutissima e percepisci ogni piccolo cambiamento. In questo mese preparati a cambiare idea, anche sulle cose più certe. La comfort zone ti ha accolto per troppo tempo.

Cancro (21 Giu – 22 Lug)
Tommaso Paradiso
Vivi di nostalgia e memoria. Ami intensamente e ti leghi ai dettagli. Febbraio ti ha messo a dura prova, avrai bisogno di un po’ di riposo. Sei il segno più resiliente, nonostante l’emotività.

Leone (23 Lug – 22 Ago)
Arisa
Il tuo è un cuore enorme. Sei una presenza insostituibile. Troverai il tuo posto e splenderai senza sforzo. Sfrutta il nuovo mese per prenderti tutto il palcoscenico, finalmente.

Vergine (23 Ago – 22 Set)
Marco Masini
Di’ sempre le cose come stanno, anche quando fanno male. Non analizzare tutto senza parlarne. Il tuo difetto? Pretendi troppo da te stesso. Prendi coraggio e manda quel messaggio. Rimandi da troppo.

Bilancia (23 Set – 22 Ott)
Raf Cerchi equilibrio e bellezza. Eviti i conflitti, ma senti tutto. E te lo tieni dentro. A volte finisci per perdere te stesso per non disturbare gli altri. Questo è il mese da dedicare a te e a stare bene.

Scorpione (23 Ott – 21 Nov)
Leo Gassmann
Intensità e magnetismo: due caratteristiche essenziali della tua personalità. Non dimentichi facilmente, né il bene né il male. Impara a lasciar andare, perdona, vai avanti.

Sagittario (22 Nov – 21 Dic)
Dargen D’Amico
Usi l’intelligenza per difenderti e l’ironia per dire verità scomode. Ami esplorare, pensare, provocare. La noia è il tuo vero nemico. Per fortuna, ci saranno novità interessanti in amore.

Capricorno (22 Dic – 19 Gen)
Luché
L’amore è in arrivo, per te che non ci hai mai creduto. Non ti fidi subito, ma quando lo fai sei leale fino all’osso. Spesso sembri freddo, ma chi ti conosce sa che sei solo selettivo.

Acquario (20 Gen – 18 Feb)
Ditonellapiaga
A te, che vivi fuori dagli schemi. Marzo tirerà fuori il tuo lato creativo, in modo strano e bellissimo. Qualcuno ti capirà senza chiedere spiegazioni. Investi il tuo tempo nel benessere, parla di più con te stesso.

Pesci (19 Feb – 20 Mar)
Eddie Brock
Hai un mondo interiore enorme e spesso ti rifugi lì. Sfrutta una giornata di sole per tirar fuori quello che senti con una persona con la quale non parli da tanto tempo.

Research center specializing in social media, data science, digital humanities, artificial intelligence, digital narrative, and the fight against disinformation
Partners: ZetaLuiss, MediaFutures, Leveraging Argument Technology for Impartial Fact-checking, Catchy, CNR, European Commission, Social Observatory for Disinformation and Social Media Analysis, Adapt, T6 Ecosystems, Harvard Kennedy School, European Parliament

